ammirata per lungo tempo tanto in Oriente, quanto a Roma. Per quanto possano trarsi delle induzioni dagli ornamenti de' Medi e degli Assiri, Virgilio è lo scrittore più antico che faccia espressamente menzione della soffice lana, che si traeva dagli alberi de' Seri o Chinesi[508]; e quest'errore di Storia Naturale, meno maraviglioso anche del vero, si venne appoco appoco a correggere dalla cognizione di quel prezioso Insetto, ch'è il primo artefice del lusso delle Nazioni. Questo raro ed elegante lusso fu criticato al tempo di Tiberio da' più gravi fra Romani, e Plinio con caricate, quantunque forti espressioni, ha condannato la sete del guadagno, che faceva esplorar gli ultimi confini della Terra per il pernicioso oggetto di esporre agli occhi di tutti le trasparenti matrone, e le vesti che denudavan le donne[509]. Un abito, che mostrava il contorno delle membra, ed il color della cute, potea soddisfare la vanità, o eccitare i desiderj; i drappi di seta che si tessevano fitti nella China, furono assai diradati dalle donne Fenicie, e si moltiplicarono i preziosi materiali mediante una tessitura più rara, e la mescolanza di fili di lino[510]. Dugento anni dopo il tempo di Plinio l'uso delle vesti di seta pura o anche mescolata era limitato al sesso femminile, finattantochè gli opulenti Cittadini di Roma e delle Province non si furono insensibilmente famigliarizzati coll'esempio d'Elagabalo, il primo che con quest'abito effemminato contaminasse la dignità d'un Imperatore e d'un uomo. Aureliano si doleva che si vendesse a Roma una libbra di seta per dodici oncie d'oro: ma ne crebbe l'abbondanza per causa delle richieste, e coll'abbondanza scemossene il prezzo. Se qualche volta l'accidente o il monopolio ne alzò il valore anche sopra quello indicato da Aureliano, in virtù delle medesime cause le manifatture di Tiro e di Berito furono altre volte costrette a contentarsi d'un nono di quell'eccessivo prezzo[511]. Fu creduta necessaria una Legge per distinguer l'abito de' commedianti da quello de' Senatori, e la massima parte della seta, che veniva dal natio suo Paese, si consumava da' sudditi di Giustiniano. Meglio però conoscevano essi una conchiglia del Mediterraneo chiamata -il baco da seta di mare-: quella fina lana, o pelame, con cui la madre della perla s'attacca agli scogli, presentemente si lavora più per curiosità che per uso; ed una veste formata di questa singolare materia era il dono che l'Imperator Romano faceva a' Satrapi dell'Armenia[512]. Una mercanzia di valore e di piccol volume è capace di soffrir le spese del trasporto per terra; e le Caravane traversavano tutta la larghezza dell'Asia, dall'Oceano Chinese fino alle coste marittime della Siria, in dugento quaranta tre giorni. La seta si consegnava immediatamente a' Romani dai Mercanti di Persia[513], che frequentavan le fiere d'Armenia e di Nisibi; ma questo commercio, che negl'intervalli delle tregue veniva oppresso dalla gelosia e dall'avarizia, era totalmente interrotto dalle lunghe guerre di quelle rivali Monarchie. Il gran Re poteva orgogliosamente annoverar la Sogdiana, ed anche la Serica fra le Province del suo Impero, ma il suo vero dominio era limitato dall'Osso, e l'utile suo commercio con i Sogdoiti di là dal fiume dipendea dall'arbitrio de' loro Conquistatori, cioè degli Unni bianchi, e de' Turchi, che successivamente regnarono su quell'industriosa Nazione. Pure il più barbaro dominio non estirpò i semi dell'agricoltura e del commercio in un Paese, che si celebra come uno de' quattro giardini dell'Asia; le Città di Samarcanda e di Bochara son situate vantaggiosamente per il cambiamento delle varie lor produzioni; ed i loro mercanti compravano da' Chinesi[514] la seta greggia o lavorata, che poi trasportavano in Persia per uso dell'Impero Romano. Le Caravane Sogdiane venivano trattenute nella vana Capitale della China come supplichevoli Ambascerie di Regni tributari; e se tornavano salve, l'audace lor rischio aveva in premio un esorbitante guadagno. Ma il disastroso e pericoloso viaggio da Samarcanda fino alla prima Città di Shensi non si potea fare in meno di sessanta, ottanta, o cento giorni: tosto che avevan passato l'Iassarte, entravano nel deserto, e le Orde vaganti, lungi dall'esser tenute in freno dalle milizie e dalle guarnigioni, sempre consideravano i cittadini ed i viaggiatori come oggetti di legittima rapina. Per evitare i rapaci Tartari, ed i Tiranni Persiani, le Caravane della seta tentarono una strada più meridionale, traversaron le montagne del Tibet, scesero lungo la corrente del Gange o dell'Indo, e pazientemente aspettarono ne' porti di Guzerat e di Malabar le annue flotte dell'Occidente[515]. Ma si trovarono meno intollerabili i pericoli del deserto che la fatica, la fame, e la perdita di tempo; raramente fu rinnovato quel tentativo, e l'unico Europeo, che sia passato per quella strada non frequentata, applaudisce alla sua diligenza per essere arrivato in nove mesi dopo la sua partenza da Pekino all'imboccatura dell'Indo. Era però aperto l'Oceano alla libera comunicazione del Genere Umano. Le Province della China, dal Gran Fiume fino al Tropico di Cancro, furono soggiogate e incivilite dagl'Imperatori settentrionali; furono riempite verso il principio dell'Era Cristiana di città e di uomini, di gelsi e de' loro preziosi abitatori; e se i Chinesi, con la cognizione della bussola, avessero avuto il genio de' Greci o de' Fenicj, avrebbero potuto estendere le loro scoperte all'Emisfero meridionale. Io non sono in grado d'esaminare, e non son disposto a credere i distanti lor viaggi al Golfo Persico o al Capo di Buona Speranza: ma i loro Antichi poterono bene uguagliare i lavori, ed il successo della presente Generazione, ed estender la sfera della loro navigazione dalle Isole del Giappone fino allo Stretto di Malacca, le colonne, se ci è permesso d'usar questo nome, di un Ercole orientale[516]: senza perder di vista la terra, essi potevano navigare lungo le coste fino all'ultimo promontorio d'Achin, a cui vanno ogni anno dieci o dodici navi cariche di produzioni, di manifatture ed anche di artefici Chinesi; l'Isola di Sumatra e la Penisola opposta vengono leggiermente descritte[517] come i paesi dell'oro e dell'argento; e le Città commercianti, nominate nella Geografia di Tolomeo, possono indicare che questa ricchezza non provenisse solo dalle miniere. La distanza in linea retta fra Sumatra e Ceylan è di circa trecento leghe; i navigatori Chinesi ed Indiani eran guidati dal volo degli uccelli, e da' venti periodici, e si poteva traversare con sicurezza l'Oceano in navi quadrate, che in luogo di esser connesse col ferro, eran cucite insieme col forte filo dell'albero del cocco. Ceylan, Serendib, o Taprobana era divisa fra due Principi nemici uno de' quali possedea le montagne, gli elefanti ed il luminoso carbonchio; e l'altro godeva le ricchezze più solide dell'industria domestica, del commercio estero, e dall'ampio porto Trinquemale, riceveva e rimandava le flotte dell'Oriente e dell'Occidente. In questa ospitale Isola, che era situata ad un egual distanza (come credevasi) dai rispettivi loro Paesi, i Mercanti di seta della China, che ne' loro viaggi avevan caricato aloe, garofani, noci moscate e sandalo, mantenevano un libero e vantaggioso commercio con gli abitanti del Golfo Persico. I sudditi del gran Re esaltavano senz'alcun rivale il suo potere e la sua magnificenza; e quel Romano, che confuse la lor vanità, paragonando il miserabil suo conio con una medaglia d'oro dell'Imperatore Anastasio, era passato a Ceylan in una nave d'Etiopia, come semplice passeggiero[518]. Quando la seta divenne d'un uso indispensabile, l'Imperator Giustiniano vide con rammarico, che i Persiani avevan occupato per terra e per mare il monopolio di quest'importante prodotto, e che la ricchezza dei propri sudditi esaurivasi di continuo da una Nazione di nemici e d'idolatri. Un Governo attivo avrebbe ristabilito il commercio di Egitto, e la navigazione del Mar Rosso, ch'era decaduta con la prosperità dell'Impero; ed avrebber potuto le navi Romane, ad oggetto di provvedersi di seta, approdare a' porti di Ceylan, di Malacca, o anche della China. Giustiniano però s'apprese ad un espediente più basso, e sollecitò l'aiuto degli Etiopi d'Abissinia, Cristiani suoi alleati, che avevano di fresco acquistato l'arte della navigazione, lo spirito di commercio, ed il Porto d'Aduli[519], tuttavia decorato dei trofei d'un conquistator Greco. Lungo le coste dell'Affrica essi penetravano fino all'Equatore in cerca dell'oro, degli smeraldi e degli aromati; ma questi saviamente evitarono una disugual competenza, in cui dovevano sempre esser prevenuti per la vicinanza de' Persiani a' mercati dell'Indie; e l'Imperatore soffrì quell'incomodo, finattantochè non furono soddisfatti i suoi desiderj da un avvenimento non aspettato. S'era predicato il Vangelo agl'Indiani; già un Vescovo governava i Cristiani di S. Tommaso sulla costa del pepe di Malabar; erasi piantata una Chiesa in Ceylan; ed i Missionari seguitavano le tracce del Commercio fino all'estremità dell'Asia[520]. Due Monaci Persiani avevan dimorato per lungo tempo nella China, probabilmente nella Real Città di Nankino, residenza d'un Monarca addetto alle superstizioni straniere, e che in quel tempo ricevè un'ambasceria dall'Isola di Ceylan. In mezzo alle pie loro occupazioni osservarono con occhio curioso l'abito commune de' Chinesi, le manifatture di seta, ed i milioni di bachi, l'educazione de' quali (o all'aria aperta sugli alberi o nelle case) una volta si considerava come opera propria delle Regine[521]. Tosto essi conobbero che non era possibile trasportare un insetto di sì corta vita, ma che nel seme poteva conservarsene una numerosa generazione e propagarsi in lontani Paesi. La religione o l'interesse potè più sopra i Monaci Persiani, che l'amore della loro patria: dopo un lungo viaggio arrivarono a Costantinopoli, comunicarono il loro progetto all'Imperatore, e furono generosamente incoraggiati da' doni, e dalle promesse di Giustiniano. Gl'Istorici di questo Principe han creduto che una campagna al piè del monte Caucaso meritasse una più minuta relazione, che il lavoro di questi Missionari di commercio, i quali tornarono alla China, ingannarono quel Popolo geloso nascondendo il seme de' bachi da seta in una canna vuota, e vennero di nuovo trionfanti con le spoglie dell'Oriente. Sotto la lor direzione, alla stagione opportuna, si fecero dal seme coll'artificial calore del letame nascere i bachi; furon questi nutriti con foglie di gelso; essi vissero e fecero il loro lavoro in un clima straniero; si conservò un sufficiente numero di farfalle per propagarne la specie; e si piantaron degli alberi, atti a somministrare il cibo alle future generazioni. L'esperienza, e la riflessione corressero gli errori d'una nuova intrapresa, e gli Ambasciatori Sogdoiti, nel Regno seguente, confessarono, che i Romani nell'educazion degl'insetti, e ne' lavori di seta[522] non erano inferiori a' nativi Chinesi; nel che sì la China che Costantinopoli furono vinte dall'industria dell'Europa moderna. Io non nego i vantaggi del lusso elegante; ma rifletto con qualche pena, che se i trasportatori della seta avessero introdotto l'arte della stampa già in uso presso i Chinesi, si sarebbero, nelle edizioni del sesto secolo perpetuate le Commedie di Menandro e tutte le Deche di Livio. Una più estesa veduta del Globo avrebbe almeno aumentato i progressi della scienza speculativa; ma la Geografia Cristiana forzatamente si traeva dai testi della Scrittura, e lo studio della natura era il più sicuro sintomo d'uno spirito miscredente. La fede degli Ortodossi limitava il Mondo abitabile ad una zona temperata, e rappresentava la Terra come una superficie bislunga di quattrocento giorni di cammino in lunghezza e di dugento in larghezza, circondata dall'Oceano, e coperta dal solido cristallo del Firmamento[523]. IV. I sudditi di Giustiniano erano malcontenti delle circostanze de' tempi e del Governo. L'Europa era inondata da' Barbari, e l'Asia da Monaci; la povertà dell'Occidente scoraggiava il commercio e le manifatture d'Oriente; si consumava il prodotto della fatica dagl'inutili Ministri della Chiese, dello Stato e dell'armata; e si ravvisava una rapida diminuzione in que' fissi e circolanti capitali, che costituiscono la ricchezza delle Nazioni. Si era sollevata la pubblica miseria dall'economia d'Anastasio, e questo prudente Imperatore accumulò un tesoro immenso nel tempo che sgravò il suo Popolo dalle più odiose ed oppressive tasse. Si applaudì dall'universal gratitudine all'abolizione dell'-oro d'afflizione-, tributo personale posto sull'industria del povero[524], ma più intollerabile, per quanto sembra, in apparenza che nella sostanza, giacchè la florida Città d'Edessa non pagava che cento quaranta libbre d'oro, che s'esigeva in quattro anni da diecimila artefici[525]. Tal era però la parsimonia che sosteneva questa liberale disposizione che in un regno di ventisette anni Anastasio risparmiò dall'annua sua rendita l'enorme somma di tredici milioni di lire sterline ossia di trecento ventimila libbre di oro[526]. Il nipote di Giustino trascurò il suo esempio e mal si servì del suo tesoro. In breve tempo s'esaurirono le ricchezze di Giustiniano dalle limosine e dalle fabbriche, dalle ambiziose guerre e dagl'ignominiosi Trattati. Le sue rendite non eran sufficienti a supplire alle spese. Adoperossi ogni arte per estorcer dal Popolo l'oro e l'argento, ch'egli con prodiga mano spargeva dalla Persia fino alla Francia[527]. Il suo Regno fu celebre per le vicende, o piuttosto per il contrasto della rapacità e dell'avarizia, della povertà e dello splendore; fu creduto mentre viveva, che avesse de' tesori nascosti[528], e ordinò al suo successore di pagare i suoi debiti[529]. Un carattere di questa sorta si è giustamente condannato dalla voce del Popolo e della posterità: ma il Pubblico malcontento è facilmente credulo; la malizia privata è audace; e chi ama la verità osserverà con occhio sempre sospettoso gli istruttivi aneddoti di Procopio. L'Istorico segreto non rappresenta che i vizi di Giustiniano, e questi sono anche resi più neri dal malevolo suo pennello; si attribuiscono a motivi pessimi le azioni dubbiose; l'errore si confonde col delitto, l'accidente col disegno premeditato, e le Leggi con gli abusi; la parziale ingiustizia d'un momento si fa destramente passare per massima generale d'un regno di trentadue anni; si rende responsabile il solo Imperatore delle mancanze se' suoi Ministri, de disordini de' tempi e della corruzion de' suoi sudditi, e fino le calamità della natura, le pestilenze, i terremoti e le inondazioni, sono imputate al principe de' demonj, che aveva fraudolentemente assunto la forma di Giustiniano[530]. Premesso quest'avvertimento, riferirò in breve gli Aneddoti di avarizia e di rapina, riducendoli a' seguenti capi: I. Giustiniano era così prodigo, che non poteva essere liberale. Gli Ufiziali civili e militari quando s'ammettevano al servizio del Palazzo, avevano un basso grado ed un moderato stipendio; s'avanzavano per via d'anzianità fino ad un grado d'abbondanza e di riposo; le annue loro pensioni, la più onorevole classe delle quali fu abolita da Giustiniano, ascendevano a quattrocentomila lire sterline; e questa domestica economia da' venali o indigenti Cortigiani si deplorò come il maggiore oltraggio che potesse farsi alla maestà dell'Impero. I posti ed i salarj de' Medici e le notturne illuminazioni eran oggetti di più generale importanza; e le Città potevano giustamente lagnarsi, ch'ei si usurpava l'entrate Municipali destinate a queste utili istituzioni. Si faceva torto perfino a' soldati; e tal era la decadenza dello spirito militare, che questi torti si commettevano impunemente. L'Imperatore negò ad ogni quinquennio il consueto donativo di cinque monete d'oro, ridusse i suoi veterani a mendicare il pane, e soffrì che le milizie, da lui non pagate, andassero ad arruolarsi altrove nelle guerre d'Italia e di Persia. II. L'umanità de' suoi Predecessori aveva sempre in qualche fausta circostanza del loro regno condonato i pubblici Tribuni arretrati; e si erano fatti destramente un merito di rilasciar que' diritti, ch'era impossibile d'esigere. «Giustiniano nello spazio di trentadue anni, non usò mai simile indulgenza, e molti de' suoi sudditi rinunziarono il possesso di quelle terre, il valor delle quali non era sufficiente a soddisfar le domande dell'Erario. Alle Città, che avevan sofferto per le scorrerie de' nemici, Anastasio promise una general esenzione di sette anni: le Province di Giustiniano furon devastate da' Persiani e dagli Arabi, dagli Unni e dagli Schiavoni; ma la sua vana e ridicola remissione d'un solo anno si ristrinse a' que' luoghi, ch'erano attualmente in mano de' nemici». Questo è il linguaggio dell'Istorico segreto, che nega espressamente che fosse accordata indulgenza -alcuna- alla Palestina dopo la rivolta de' Samaritani: accusa falsa ed odiosa confutata da memorie autentiche, le quali attestano aver ottenuto quella desolata Provincia, per intercessione di S. Saba, un sollievo di tredici centinaia di libbre d'oro (o sia di cinquantaduemila lire sterline)[531]. III. Procopio non ha voluto spiegare quel sistema di contribuzioni, che cadde come una tempestosa grandine sulle terre, come una divorante peste sugli abitanti di quelle: ma noi saremmo complici della sua malizia, se imputassimo al solo Giustiniano l'antica, sebben rigida massima, che tutto un distretto dovesse condannarsi a supplire alle particolari mancanze delle persone o de' Beni degl'individui. L'-Annona-, o la somministrazione del grano per l'uso dell'armata e della Capitale, era una gravosa ed arbitraria esazione ch'eccedeva, forse del decuplo, la capacità del Possessore, e se ne aggravava la miseria dalla particolare ingiustizia de' pesi e delle misure, e dalle spese e fatiche d'un lontano trasporto. In tempo di carestia si fece una richiesta straordinaria alle contigue Province di Tracia, di Bitinia e di Frigia: ma i proprietari, dopo un laborioso viaggio ed una pericolosa navigazione, furono sì malamente ricompensati, che avrebbero piuttosto voluto rilasciare il grano insieme col prezzo alle porte de loro granai. Tali precauzioni potrebbero forse indicare una tenera sollecitudine per il bene della Capitale; eppure Costantinopoli non era esente dal rapace despotismo di Giustiniano. Fino al suo Regno gli Stretti del Bosforo e dell'Ellesponto furono aperti alla libertà del commercio, e non era proibito altro che l'estrazione delle armi per uso de' Barbari. A ciascheduna di queste porte della Città fu posto un Pretore, ministro dell'avarizia Imperiale; si imposero de' gravi dazi sulle navi e sulle lor mercanzie; e l'oppressione andò a cadere sul misero consumatore: il povero era afflitto dall'artificial carestia e dall'esorbitante prezzo del mercato; ed un Popolo solito a godere della generosità del suo Principe, fu talvolta ridotto a dolersi della mancanza del pane e dell'acqua[532]. Il tributo -aereo- senza un nome, una legge o un oggetto determinato, era un annuo donativo di centoventimila libbre, che l'Imperatore riceveva dal suo Prefetto del Pretorio; e si rilasciavano alla discrezione di quel potente Magistrato i mezzi del pagamento di esso. IV. Pure anche tal gravezza era meno intollerabile del privilegio de' monopolj, che impediva la libera emulazione dell'industria, e per causa d'un piccolo e vergognoso guadagno imponeva un peso arbitrario su' bisogni ed il lusso de' sudditi. «Appena (io trascrivo gli Aneddoti) fu usurpata dal Tesoro Imperiale la vendita esclusiva della seta, si ridusse all'estrema miseria un intero Popolo di manifattori di Tiro e di Berito, i quali o perirono per la fame o fuggirono nelle nemiche Regioni della Persia». Poteva una Provincia soffrire per la decadenza delle sue manifatture; ma in quest'esempio della seta Procopio ha parzialmente trascurato l'inestimabile e durevole benefizio, che ricavò l'Impero dalla curiosità di Giustiniano. L'aggiunta ch'ei fece d'un settimo al prezzo ordinario della moneta di rame, si può interpretare col medesimo candore; e quell'alterazione, che potrebbe anche essere stata saggia, sembra che fosse innocente, giacchè egli non alterò la purità, nè accrebbe il valore della moneta d'oro[533], ch'è la legittima misura de' pubblici e privati pagamenti. V. La vasta giurisdizione che richiedevano i Finanzieri per eseguire i loro impegni, si poteva porre in un aspetto odioso, come se avessero questi comprato dall'Imperatore le vite ed i beni de' loro concittadini; e si contrattava nel Palazzo una vendita più diretta degli onori, e degli ufizi con la permissione, o almeno con la connivenza di Giustiniano, e di Teodora. Si trascuravano i diritti del merito, ed anche quelli del favore; ed era quasi ragionevole il credere che l'audace avventuriere, che aveva intrapreso la negoziazione d'una Magistratura, sapesse trovare una ricca compensazione per l'infamia, la fatica, il pericolo, i debiti che avea contratto, ed il gravoso interesse che ne pagava. Un sentimento della vergogna e del danno che proveniva da una condotta così venale, finalmente svegliò la sonnolenta virtù di Giustiniano; e tentò, per mezzo della sanzione de' giuramenti[534] e delle pene, di salvare l'integrità del suo Governo; ma in capo ad un anno di spergiuro fu sospeso il rigoroso suo Editto, e la corruzione licenziosamente abusò del suo trionfo sull'impotenza delle Leggi. VI. Il testamento d'Eulalio, Conte de' domestici, dichiarò l'Imperatore unico suo erede, con la condizione però ch'ei ne pagasse i debiti ed i legati, assegnasse alle tre sue figlie un decente mantenimento, e maritasse ciascheduna di caso con una dote di dieci libbre d'oro. Ma lo splendido Patrimonio d'Eulalio si consumò dal fuoco, e la somma dei suoi Beni non eccedè la tenue quantità di cinquecento sessantaquattro monete d'oro. Un esempio simile nella Storia Greca ammonì l'Imperatore dell'onorevole impegno, in cui era d'imitarlo: ei represse gl'interessati bisbigli, dell'Erario, applaudì alla fiducia del suo amico, pagò i legati ed i debiti, educò le tre fanciulle sotto l'occhio dell'Imperatrice Teodora, e raddoppiò la dote di cui si era contentata la tenerezza del loro Padre[535]. L'umanità d'un Principe (giacchè i Principi non possono esser generosi) merita qualche lode; pure anche in quest'atto virtuoso possiamo scuoprire l'inveterato costume di escludere gli eredi legittimi o naturali che Procopio attribuisce al Regno di Giustiniano. Egli sostiene la sua accusa con eminenti nomi e con esempi scandalosi; e dice, che non si risparmiavan le vedove, nè gli orfani, e che gli agenti del Palazzo esercitavano con profitto l'arte di sollecitare, di estorcere e di supporre i testamenti. Questa bussa e dannosa tirannia attacca la sicurezza della vita privata; ed il Monarca che ha secondato un desiderio di guadagno sarà ben presto tentato ad accelerare il momento della successione, ad interpretar la ricchezza come una prova della colpa, ed a procedere, dalla pretensione di ereditare, alla potestà di confiscare i beni de' Cittadini. VII. Fra le altre specie di rapina si può permettere ad un Filosofo di contare anche il convenir le ricchezze de' Pagani o degli Eretici ad uso de' Fedeli; ma al tempo di Giustiniano questo Santo saccheggio, veniva condannato da' soli settarj, che divenivan le vittime della sua ortodossa avarizia[536]. Potè in vero l'infamia di tali atti in ultimo luogo riflettersi nel carattere di Giustiniano; ma una gran parte della colpa, e molto più il profitto ne apparteneva ai Ministri, che raramente venivan promossi per le loro virtù, e non sempre scelti per i loro talenti[537]. I meriti del Questor Triboniano si esamineranno in seguito quando parleremo della riforma della Legge Romana, ma l'economia dell'Oriente era subordinata al Prefetto del Pretorio, e Procopio ha giustificato i suoi Aneddoti col ritratto, che fa nella sua pubblica Storia de' notori vizi di Giovanni di Cappadocia[538]. Ei non avea tratto le sue cognizioni dalle scuole[539], ed il suo stile appena era leggibile, ma era eccellente per la forza d'un genio naturale a suggerire i consiglj più saggi, ed a trovare degli espedienti nelle più disperate situazioni. La corruzione del cuore uguagliava in esso il vigor della mente. Quantunque fosse sospetto di superstizione magica e pagana, sembra però che fosse affatto insensibile al timore di Dio o a' rimproveri degli Uomini; ed innalzò la sua ambiziosa fortuna sulla morte di migliaia di persone, sulla povertà di milioni, e sulla rovina e desolazione d'intiere Città e Province. Dallo spuntar del giorno fino al tempo del pranzo egli assiduamente occupavasi nell'arricchire il suo Signore e se stesso, a spese del Mondo romano; consumava il resto del giorno in sensuali ed osceni piaceri; e le tacite ore della notte venivano interrotte dal perpetuo timore della giustizia d'un assassino. La sua abilità e forse i suoi vizi gli conciliarono la durevole amicizia di Giustiniano: l'Imperatore cedè con ripugnanza al furore de' sudditi; ma fece pompa della sua vittoria con rimettere immediatamente nel primiero posto il nemico di essi; ed il Popolo provò per più di dieci anni sotto l'oppressiva di lui amministrazione, ch'egli era più stimolato dalla vendetta, che istruito dalla disgrazia. I popolari bisbigli non servirono che a fortificare la fermezza di Giustiniano: ma il Prefetto, divenuto insolente per il favore, provocò l'ira di Teodora, sdegnò una potenza, avanti la quale piegavasi ogni ginocchio, e tentò di spargere de' semi di discordia fra l'Imperatore e l'amata di lui consorte. Anche Teodora però fu costretta a dissimulare, ad aspettare il momento favorevole, ed a render, mediante un'artificiosa cospirazione, Giovanni di Cappadocia cooperatore della propria sua distruzione. In un tempo, in cui Belisario, se non fosse stato un eroe, avrebbe dovuto comparire come ribelle, la sua moglie Antonina, che godeva la segreta confidenza dell'Imperatrice, partecipò il finto suo malcontento ad Eufemia, figlia del Prefetto; la credula fanciulla comunicò al Padre il pericoloso progetto, e Giovanni che avrebbe dovuto conoscere il valore dei giuramenti e delle promesse, si mosse ad accettare un notturno e quasi proditorio congresso con la moglie di Belisario. Gli era stata fatta un'imboscata di guardie e di eunuchi per ordine di Teodora; essi corsero fuori con le spade sfoderate per prendere o punire il colpevol Ministro, che fu salvato in vero dalla fedeltà de' suoi servi; ma in vece di ricorrere ad un grazioso Sovrano, che l'avea segretamente avvertito del suo pericolo, fuggì da pusillanime al Santuario della Chiesa. Fu sacrificato il favorito di Giustiniano alla coniugal tenerezza, o alla domestica tranquillità; la mutazione del Prefetto in Prete estinse le sue ambiziose speranze; ma l'amicizia dell'Imperatore ne alleggerì la disgrazia, ed ei ritenne nel mite esilio di Cizico una gran parte delle sue ricchezze. Tale imperfetta vendetta non potea soddisfare l'ostinato odio di Teodora; l'uccisione del Vescovo di Cizico, suo antico nemico, le ne somministrò un decente pretesto; e Giovanni di Cappadocia, di cui le azioni avevan meritato mille morti, finalmente fu condannato per un delitto, del quale era innocente. Un gran Ministro, che avea ricevuto gli onori del Consolato e del Patriziato, fu ignominiosamente frustato come il più vil malfattore; una lacera veste fu ciò che gli rimase delle sue sostanze; fu trasportato in una barca ad Antinopoli nell'Egitto superiore, luogo del suo esilio; ed il Prefetto d'Oriente mendicava il pane per le Città, che avevan tremato al solo suo nome. Per lo spazio di sette anni ne fu prolungata e sempre minacciata la vita dall'ingegnosa crudeltà di Teodora; e quando la morte di essa permise all'Imperatore di richiamare un servo, ch'egli avev'abbandonato con rammarico, l'ambizione di Giovanni di Cappadocia si ristrinse agli umili ufizi della professione sacerdotale. I successori di esso convinsero i sudditi di Giustiniano che potevano sempre più raffinarsi dall'esperienza e dall'industria le arti dell'oppressione; s'introdussero nell'amministrazione delle Finanze le frodi d'un banchiere della Siria; e l'esempio del Prefetto fu con esattezza imitato dal Questore, dal Tesoriere pubblico e privato, da' Governatori delle Province e da' principali Magistrati dell'Impero Orientale[540]. V. Gli edifizi di Giustiniano si costruirono in vero col sangue e col denaro del suo Popolo; ma sembrava, che quelle magnifiche fabbriche annunziassero la prosperità dell'Impero, e realmente dimostravano l'abilità de' loro Architetti. Tanto la teoria quanto la pratica delle Arti, che dipendono dalla Matematica, e dalla forza meccanica, si coltivarono sotto la protezione degl'Imperatori; Proculo ed Antemio emularono la fama d'Archimede; e se quegli spettatori, che hanno riferito i loro -miracoli-, fossero stati intelligenti, potrebbero adesso servire ad estendere le speculazioni, invece d'eccitare la diffidenza de' Filosofi. Si è conservata una tradizione, che nel porto di Siracusa la flotta Romana fosse ridotta in cenere dagli specchi ustorj d'Archimede[541]; e si asserisce, che Proculo usò un somigliante espediente per distrugger le navi Gotiche nel Porto di Costantinopoli, e per difendere il suo benefattore Anastasio contro l'ardita intrapresa di Vitaliano[542]. Fu fissata sulle mura della Città una macchina, composta d'uno specchio esagono di rame ben pulito, con molti poligoni più piccoli e mobili per ricevere e riflettere i raggi del sole sul Mezzogiorno; e fu lanciata una fiamma consumatrice alla distanza forse di dugento piedi[543]. Si rende incerta la verità di questi fatti straordinari dal silenzio degli Istorici più autentici, e non fu mai adottato l'uso degli specchi ustorj nell'attacco o nella difesa delle Piazze[544]. Pure gli ammirabili sperimenti d'un Filosofo Francese[545] han dimostrato la possibilità di tali specchi; e subito ch'è possibile, io son più disposto ad attribuirne l'arte a' più gran Matematici dell'antichità, che a dare il merito della finzione di essi all'oziosa fantasia d'un Monaco o d'un Sofista. Secondo un'altra Storia, Proclo adoperò lo zolfo per distruggere la Flotta Gotica[546]; ora in una immaginazione moderna il nome di zolfo subito si unisce al sospetto della polvere da schioppo, e tal sospetto s'accresce dai segreti artifizi del suo discepolo Antemio[547]. Un Cittadino di Trallia nell'Asia ebbe cinque figli, che nelle respettive lor Professioni furon tutti distinti per il merito e pel successo. Olimpio fu eccellente nella cognizione e nella pratica della Giurisprudenza romana. Dioscoro ed Alessandro divennero dotti medici; ma il primo esercitò la sua perizia in vantaggio dei propri concittadini, mentre il suo più ambizioso fratello acquistò ricchezza e riputazione in Roma. La fama di Metrodoro Gramatico, e d'Antemio Matematico ed Architetto giunse agli orecchi dell'Imperator Giustiniano, che gl'invitò a Costantinopoli, e mentre l'uno istruì la nascente generazione nelle scuole d'eloquenza, l'altro empì la Capitale e le Province di più durevoli monumenti dell'arte sua. In una disputa di poca importanza, relativa alle muraglie o finestre delle contigue loro case, fu egli vinto dall'eloquenza di Zenone suo vicino; ma l'Oratore a vicenda fu disfatto dal Maestro di Meccanica, i maliziosi quantunque innocenti strattagemmi del quale oscuramente si rappresentano dall'ignoranza d'Agatia. Antemio dispose in una stanza da basso più vasi o caldaie di acqua, ciascheduna delle quali fu da esso coperta col largo fondo d'un cuoio, che andava a finire in una stretta cima, che fu artificiosamente introdotta fra le travi e tavole del solaio della fabbrica vicina. Quindi acceso il fuoco sotto le caldaie, il vapore dell'acqua bollente salì per mezzo de' tubi; la casa fu scossa dallo sforzo dell'aria ivi racchiusa, ed i tremanti di lei abitatori dovettero udire con maraviglia, che la Città non ebbe notizia veruna del terremoto, ch'essi avevan sentito. Un'altra volta gli amici di Zenone, mentre stavano a mensa, restarono abbagliati dall'intollerabile luce, che gettarono loro negli occhi gli specchi di riflessione d'Antemio; furon sorpresi dallo strepito, ch'ei produsse, mediante la collisione di certi minuti e sonori corpuscoli; e l'oratore in tragico stile dichiarò avanti al Senato, che un semplice mortale doveva cedere alla potenza d'un avversario, che scuoteva col tridente di Nettuno la terra, ed imitava il tuono ed il lampo di Giove medesimo. Il genio d'Antemio e d'Isidoro di Mileto suo Collega fu eccitato e posto in uso da un Principe, il gusto del quale per l'Architettura era degenerato in una dannosa e dispendiosa passione. I favoriti Architetti di Giustiniano sottomettevano ad esso i loro disegni, e le loro difficoltà, e discretamente confessavano, quanto le laboriose loro meditazioni fossero al di sotto dell'intuitiva cognizione, o dell'inspirazione celeste d'un Imperatore, di cui le vedute eran sempre dirette all'utilità del Popolo, alla gloria del suo Regno, ed alla salvazione dell'anima sua[548]. La Chiesa principale di Costantinopoli, che dal suo Fondatore fu dedicata a S. Sofia, o all'eterna Sapienza, era stata due volte distrutta dal fuoco; dopo l'esilio di S. Giovanni Grisostomo, e in occasione della -Nika- delle fazioni Azzurra e Verde. Appena fu cessato il tumulto, la plebe Cristiana deplorò quella sacrilega temerità; ma si sarebbe rallegrata di tal disgrazia, se avesse preveduto la gloria del nuovo Tempio, che in capo a quaranta giorni fu vigorosamente intrapreso dalla pietà di Giustiniano[549]. Furono tolte di mezzo le rovine, se ne fece una pianta più spaziosa, e siccome questa esigeva il consenso di alcuni proprietari del terreno, che voleva occuparsi, i medesimi ottennero le più esorbitanti condizioni dall'ardente desiderio, e dalla timorosa coscienza del Monarca. Antemio ne fece il disegno, ed il suo genio diresse le operazioni di diecimila artefici, a' quali non fu mai differito oltre la sera il pagamento in monete di puro argento. L'Imperatore medesimo, vestito di una tunica di lino, osservava ogni giorno il rapido loro progresso, e ne animava la diligenza con la sua famigliarità, col suo zelo, e co' premj. Fu consacrata dal Patriarca la nuova Cattedrale di S. Sofia, cinque anni, undici mesi, e dieci giorni dopo che si principiò a fabbricare; e nel tempo della solenne festa, Giustiniano con devota vanità esclamò: «Sia gloria a Dio, che mi ha creduto degno di condurre a termine sì grande opera; io ti ho superato, o Salomone[550]». Ma prima che passasser venti anni, restò umiliato l'orgoglio del Salomone Romano da un terremoto, che rovesciò la parte orientale della cupola. Ne fu restaurato di nuovo lo splendore dalla perseveranza del medesimo Principe; e Giustiniano celebrò nel trentesimo sesto anno del suo Regno la seconda Dedicazione di un Tempio che dopo dodici secoli è ancora un grandioso monumento della sua fama. I Sultani Turchi hanno imitato l'architettura di S. Sofia, che ora è convertita nella loro Moschea principale, e tuttavia continua quella venerabile mole ad eccitare la tenera ammirazione de' Greci, e la più ragionevole curiosità de' viaggiatori Europei. L'occhio dello Spettatore è mal soddisfatto da un irregolar prospetto di mezze cupole, e di tetti declivi; la facciata occidentale, dove si trova l'ingresso principale, manca di semplicità e di magnificenza; e se ne son molto sorpassate le misure da più Cattedrali Latine: ma l'Architetto, che fu il primo ad innalzare una cupola -aerea-, ha diritto alla lode d'un ardito disegno, e d'un abile esecuzione. La cupola di S. Sofia, illuminata da ventiquattro finestre, ha una curvatura sì piccola, che la sua profondità non è che un sesto del suo diametro, il qual'è di cento quindici piedi, ed il sublime centro di esso, dove una mezza luna si è sostituita alla Croce, s'innalza all'altezza perpendicolare di cento ottanta piedi sopra del suolo. La circonferenza della cupola posa con sveltezza su quattro forti archi, ed il loro peso viene stabilmente sostenuto da quattro solidi pilastri, la forza de' quali dalle parti settentrionale e meridionale viene aiutata da quattro colonne di granito d'Egitto. L'edifizio forma una croce greca inscritta in un quadrangolo; l'esatta sua larghezza è di dugento quarantatre piedi, e possono assegnarsene dugento sessantanove per la massima lunghezza di esso, dalla tribuna verso Oriente fino alle nove porte occidentali, che introducono nel vestibolo, e di là nel -Nartece- o Portico esteriore. Questo era il luogo dove umilmente stavano i Penitenti; la nave poi o il corpo della Chiesa era occupato dalla moltitudine de' Fedeli; ma prudentemente ne stavan separati i due sessi, e le gallerie superiori ed inferiori eran destinate alla più segreta devozion delle donne. Al di là de' pilastri settentrionali e meridionali una Balaustrata, che da ciaschedun lato finiva ne' Troni dell'Imperatore e del Patriarca, divideva la nave dal coro; e lo spazio di mezzo, fino agli scalini dell'Altare, occupavasi dal Clero e da' Cantori. L'Altare medesimo, nome che appoco appoco divenne famigliare alle orecchie cristiane, fu posto nel recinto orientale, essendo stato elegantemente fatto in forma di mezzo cilindro; e questa Tribuna comunicava per mezzo di varie porte con la sagrestia, col vestiario, col battistero, e con le altre contigue fabbriche, le quali servivano o alla pompa del culto, o all'uso privato de' Ministri ecclesiastici. La memoria delle passate calamità fece prendere a Giustiniano la saggia risoluzione di non ammettere nel nuovo Edifizio alcuna sorte di legno, a riserva delle porte; e nella scelta de materiali s'ebbe riguardo alla stabilità, alla sveltezza, ed allo splendore delle respettive lor parti. Que' solidi pilastri, che sostenevan la cupola, furon composti di grossi pezzi di pietra viva, tagliata in quadrati e triangoli, fortificati con cerchi di ferro, e fortemente uniti insieme per mezzo del piombo e della viva calce. Ma si procurò di scemare il peso della cupola medesima mediante la leggierezza della materia, che fu o di pomice che galleggia sull'acqua, o di mattoni dell'Isola di Rodi, cinque volte meno gravi degli ordinari. Tutta la sostanza dell'Edifizio fu costruita di terra cotta, ma quelle basi materiali eran coperte da una crosta di marmo; e l'interno di S. Sofia, la cupola, le due maggiori e le sei minori semicupole, le muraglie, le cento colonne, ed il pavimento dilettano anche gli occhi de' Barbari con una ricca e variata pittura. Un Poeta[551], che vide il primitivo lustro di S. Sofia, enumera i colori, le ombreggiature, e le macchie di dieci o dodici marmi, diaspri e porfidi, che la natura aveva profusamente variati, e che furon mescolati e posti fra loro in contrasto, come da un abil Pittore. Si adornò il trionfo di Cristo con le ultime spoglie del Paganesimo; ma la maggior parte di queste costose pietre fu estratta dalle cave dell'Asia minore, delle Isole, e del Continente della Grecia, dell'Egitto, dell'Affrica e della Gallia. La pietà di una Matrona romana offerì otto colonne di porfido, che Aureliano aveva collocate nel Tempio del Sole; otto altre di marmo verde presentate furono dall'ambizioso zelo dei Magistrati d'Efeso: e tanto le une che le altre sono ammirabili per la lor mole e bellezza, ma ogni ordine d'architettura rigetta i loro fantastici capitelli. Erasi curiosamente espressa in mosaico una quantità di vari ornamenti e figure; e le immagini di Cristo, della Vergine, dei Santi e degli Angeli, che sono state cancellate dal fanatismo Turco, erano pericolosamente esposte alla superstizione de' Greci. Secondo la santità d'ogni oggetto eran distribuiti i preziosi metalli in tenui lamine, o in solide masse. La balaustrata del Coro, i capitelli delle colonne, e gli ornamenti delle porte e delle gallerie eran di bronzo dorato; s'abbagliavano gli occhi dello spettatore dal brillante aspetto della Cupola; la Tribuna conteneva quarantamila libbre d'argento, ed i vasi ed arredi sacri dell'Altare erano d'oro purissimo, arricchito d'inestimabili gemme. Prima che si fosse alzata la fabbrica della Chiesa due cubiti sopra terra, si erano già consumate quarantacinquemila dugento libbre, e tutta la spesa montò a trecentoventimila. Ogni lettore, secondo la misura della sua credulità, può valutare il loro valore in oro o in argento, ma il resultato del computo più basso è la somma di un milione di lire sterline. Un magnifico Tempio è un monumento lodevole del gusto e della Religion Nazionale, e l'entusiasta, ch'entrava nella Chiesa di S. Sofia, poteva esser tentato a supporre, che quella fosse la residenza, o anche la fattura della Divinità. Pure quanto goffo n'è l'artifizio, quanto insignificante il travaglio, se si confronti con la formazione del più vile insetto, che serpe sulla superficie di quel Tempio! La descrizione sì minuta d'un Edifizio che il tempo ha rispettato, può servire a confermare la verità ed a giustificar la relazione delle innumerabili Opere che Giustiniano costruì sì nella Capitale che nelle Province in una minor proporzione, e sopra fondamenti meno durevoli[552]. Nella sola Costantinopoli e ne' suoi addiacenti sobborghi ei dedicò venticinque Chiese in onore di Cristo, della Vergine e de' Santi; queste per la maggior parte furono decorate di marmo e d'oro; e la varia loro situazione giudiziosamente si scelse o in una popolata piazza, o in un piacevol boschetto, o sul lido del mare o su qualche alta eminenza che dominava i Continenti dell'Europa e dell'Asia. La Chiesa de' Santi Apostoli a Costantinopoli e quella di S. Giovanni in Efeso pare che fossero formate sull'istesso modello: le loro cupole aspiravano ad imitar quella di S. Sofia; ma l'Altare con più giudizio era collocato sotto il centro della cupola, nella riunione de' quattro magnifici portici, che più esattamente rappresentavano la figura della croce Greca. La Vergine di Gerusalemme potè esultar per il Tempio innalzatole dall'Imperial suo devoto in un luogo il più infelice, che non somministrava all'Architetto nè suolo, nè materiali. Si formò un piano, alzando porzione d'una profonda valle all'altezza d'una montagna. Furon tagliate in forme regolari le pietre d'una vicina cava; ogni pezzo fu fissato sopra una particolare specie di carro tirato da quaranta de' più forti bovi, e furono allargate le strade per il passaggio di sì enormi carichi. Il Libano diede i cedri più alti per le travi della Chiesa; e l'opportuna scoperta d'un filone di marmo rosso ne somministrò le belle colonne, due delle quali, che sostenevano il Portico esteriore, passavano per le più grandi del Mondo. Si sparse la pia munificenza dell'Imperatore sopra la Terra Santa; e se la ragione condannerebbe i Monasteri di ambedue i sessi che furono fabbricati o restaurati da Giustiniano, pure la carità deve approvare i pozzi, ch'egli scavò e gli spedali, ch'eresse per sollievo degli stanchi pellegrini. L'indole scismatica dell'Egitto non meritava le Reali beneficenze; ma nella Siria e nell'Affrica si applicarono diversi rimedi a' disastri cagionati dalle acque o da' terremoti; e tanto Cartagine quanto Antiochia, risorgendo dalle proprie rovine, dovevan venerare il nome del grazioso loro Benefattore[553]. Quasi ogni Santo del Calendario ebbe l'onore d'un tempio; quasi ogni Città dell'Impero ottenne gli stabili vantaggi di ponti, di spedali e di acquedotti; ma la rigida liberalità del Monarca sdegnò di compiacere i suoi sudditi nelle popolari superfluità de' Bagni e de' Teatri. Mentre Giustiniano s'affaticava pel pubblico servizio non si dimenticò della propria dignità e del suo comodo. Il Palazzo di Costantinopoli, ch'era stato danneggiato dall'incendio, fu risarcito con nuova magnificenza; e può formarsi qualche idea di tutto l'Edifizio dal vestibulo della sala che, forse per le porte o pel tetto, chiamavasi -Chalche-, o di bronzo. La cupola d'uno spazioso quadrangolo era sostenuta da colonne massicce; il pavimento e le mura erano incrostate di marmi di più colori, come del Verde smeraldo di Laconia, dell'infiammato rosso, e del bianco Frigio frammischiato di vene d'un color verde mare; e le pitture a mosaico della cupola e delle pareti rappresentavano le glorie de' trionfi d'Affrica e d'Italia. Sul lido Asiatico poi della Propontide, in una piccola distanza all'Oriente di Calcedonia, stavan preparati il sontuoso Palazzo ed i Giardini d'Erco[554] per la dimora estiva di Giustiniano e specialmente di Teodora. I Poeti di quel tempo hanno celebrato in essi la rara unione della natura e dell'arte, non meno che l'armonia delle Ninfe dei boschi, delle fontane e dei flutti marini; pure la folla de' Ministri, che seguitavan la Corte, si doleva dell'incomoda loro abitazione[555], ed erano le Ninfe troppo spesso impaurite dal famoso Porfirio, Balena di dieci cubiti in larghezza e di trenta in lunghezza che fu tratta a riva alla bocca del fiume Sangari, dopo avere infestato per più di mezzo secolo i mari di Costantinopoli[556]. Giustiniano moltiplicò le Fortezze dell'Europa e dell'Asia; ma la frequenza di tali timide ed infruttuose precauzioni espone ad un occhio filosofico la debolezza dell'Impero[557]. Da Belgrado fino all'Eussino, e dalla congiunzion della Sava col Danubio fino all'imboccatura di esso, estendevasi lungo le rive di questo gran fiume una catena di più di quaranta piazze fortificate. Le pure torri di guardia si mutarono in spaziose Cittadelle, le mura delle quali, che gl'Ingegneri estendevano o ristringevano secondo la natura del suolo, si riempivano di Colonie o di guarnigioni; una stabil Fortezza difendeva le rovine del Ponte di Traiano[558]; e più stazioni militari affettavano di spargere di là dal Danubio l'orgoglio del nome Romano. Ma questo nome aveva perduto il suo terrore; i Barbari nelle annue loro scorrerie, con disprezzo passavano e ripassavano avanti a quegl'inutili baloardi; e gli abitanti della frontiera, invece di riposare tranquilli sotto l'ombra della comune difesa eran costretti a guardar di continuo le separate loro abitazioni. Furono ripopolate le antiche Città; le nuove fondazioni di Giustiniano acquistarono, forse troppo presto, gli epiteti d'invincibili e di piene di gente; ed il bene augurato luogo della sua nascita tirò a se la grata reverenza del più vano fra' Principi. Sotto il nome di -Giustiniana prima- l'oscuro villaggio di Tauresio divenne la sede d'un Arcivescovo e d'un Prefetto, la giurisdizione del quale, s'estendeva sopra sette guerriere Province dell'Illirico[559]; e la corrotta denominazione di -Giustendil- tuttavia indica circa venti miglia al mezzodì di Sofia la residenza d'un Sangiacco Turco[560]. Si fabbricò speditamente una Cattedrale, un Palazzo, ed un Acquedotto per uso de' paesani dell'Imperatore; s'adattarono i pubblici e privati edifizi alla grandezza d'una Città Reale; e la fortezza delle sue mura, durante la vita di Giustiniano, resistè a mal diretti assalti degli Unni e degli Schiavoni. Ne furon talvolta ritardati i progressi, e sconcertate le rapaci speranze anche dagl'innumerabili castelli che nelle Province della Dacia, dell'Epiro, della Tessaglia, della Macedonia e della Tracia pareva, che cuoprissero tutta la superficie del Paese. E dall'Imperatore in vero fabbricati furono o riparati seicento di questi Forti; ma sembra ragionevole il credere che ognuno di essi per lo più consistesse solo in una torre di pietra o di mattoni, posta nel mezzo d'una piazza quadrata o circolare, ch'era circondata da una muraglia e da un fosso, ed in un momento di pericolo somministrava qualche difesa ai contadini, ed al bestiame de' vicini villaggi[561]. Ciò non ostante queste opere militari, ch'esaurivano il pubblico erario, non servivano a dissipare le giuste apprensioni di Giustiniano e dei suoi sudditi Europei. I Bagni caldi d'Anchialo nella Tracia si resero altrettanto sicuri, quanto erano salutari; ma la cavalleria scitica foraggiava nelle ricche pasture di Tessalonica; la deliziosa valle di Tempe, trecento miglia distante dal Danubio, era di continuo agitata dal suono di guerra[562]; e nessun luogo non fortificato, per quanto fosse remoto o solitario, poteva con sicurezza godere i vantaggi della pace. Lo Stretto delle Termopile che sembrava difendere la sicurezza della Grecia, ma che l'aveva tante volte tradita, fu diligentemente fortificato da' lavori di Giustiniano. Ei fece continuare dall'estremità del lido del mare, per mezzo di valli e di foreste, fino alla cima delle montagne di Tessaglia un forte muro, che impediva qualunque praticabile ingresso. Invece d'una tumultuosa folla di contadini pose una guarnigione di duemila soldati lungo di esso; provvide per loro uso de' granai e delle conserve di acqua; e per una precauzione che ispirava la poltroneria, ch'ei previde, fabbricò delle Fortezze adattate alla loro ritirata. Le mura di Corinto, rovesciate da un terremoto, ed i cadenti baloardi d'Atene e di Platea, furono con attenzione restaurati; si sconfortarono i Barbari dal prospetto di successivi e penosi assedj; e le aperte Città del Peloponneso furon coperte dalle fortificazioni dell'Istmo di Corinto. Il Chersoneso di Tracia, ch'è un'altra Penisola all'estremità dell'Europa, sporge per tre giornate di cammino nel mare, e forma co' lidi addiacenti dell'Asia lo Stretto dell'Ellesponto. Gl'intervalli, frammezzo ad undici ben popolate Città, eran pieni di alti boschi, di be' pascoli, e di arabili campi; e l'Istmo di trentasette stadi era stato fortificato da un Generale Spartano, novecento anni prima del Regno di Giustiniano[563]. In un tempo di libertà e di valore, il più leggiero riparo può impedire una sorpresa; e sembra che Procopio non conosca la superiorità degli antichi tempi, allorchè loda la solida costruzione ed il doppio parapetto d'un muro, le lunghe braccia del quale s'estendevano da ambe le parti nel mare, ma di cui la forza fu creduta insufficiente a guardare il Chersoneso, se ogni Città e specialmente Gallipoli e Sesto, non si fossero assicurate con le particolari loro fortificazioni. La -lunga- muraglia, com'enfaticamente dicevasi, era un'opera tanto vergognosa per l'oggetto di essa, quanto rispettabile per l'esecuzione. Le ricchezze di una Capitale si spargono nella vicina Campagna: ed il territorio di Costantinopoli, ch'è un paradiso della Natura, era ornato con i lussuriosi giardini, e con le ville de' Senatori e degli opulenti Cittadini. Ma la lor opulenza non servì, che ad attirare gli arditi e rapaci Barbari; i più nobili dei Romani, che vivevano in seno ad una pacifica indolenza, furon condotti via schiavi dagli Sciti; ed il loro Sovrano potè dal suo Palazzo vedere le fiamme ostili, che insolentemente s'estesero fino alle porte della Città Imperiale. Anastasio fu costretto a stabilire un'ultima frontiera alla distanza di sole quaranta miglia da Costantinopoli; il lungo suo muro di sessanta miglia, dalla Propontide all'Eussino, manifestò l'impotenza delle sue armi; e siccome il pericolo divenne anche più imminente, dall'instancabil prudenza di Giustiniano, vi s'aggiunsero nuove fortificazioni[564]. [A. 492-498] L'Asia minore, dopo che si furon sottomessi gl'Isauri[565], restò senza nemici e senza fortificazioni. Questi audaci selvaggi, che avevano sdegnato di esser sudditi di Gallieno, continuarono per dugento trenta anni in una vita indipendente e rapace. I più intraprendenti Principi rispettarono la fortezza di quelle montagne, e la disperazione dei loro abitanti; il feroce loro animo veniva ora mitigato co' doni, ora tenuto in freno col terrore, ed un Conte militare con tre legioni fissò la sua permanente ed ignominiosa stazione nel cuore delle Province romane[566]. Ma appena si rilassava, o si distraeva la vigilanza della forza, scendevano gli squadroni leggiermente armati da' colli, ed invadevano la pacifica opulenza dell'Asia. Quantunque gl'Isauri non fosser notabili per la loro statura o valore, il bisogno gli rese arditi, e l'esperienza gli abilitò nell'esercizio della guerra predatoria. Con silenzio e velocità s'avanzavano ad attaccare i villaggi e castelli senza difesa; le volanti lor truppe talvolta sono arrivate fino all'Ellesponto, all'Eussino, ed alle porte di Tarso, d'Antiochia, o di Damasco[567]; e se ne mettevano in sicuro le spoglie nelle inaccessibili loro montagne, prima che le Truppe romane avesser ricevuto i lor ordini, o la distante Provincia saccheggiata, calcolato avesse il suo danno. Il delitto di ribellione e di latrocinio gli facea distinguere da' nemici nazionali: ed erasi ordinato a' Magistrati, per mezzo d'un Editto, che il processo o la punizione d'un Isauro anche nella solennità di Pasqua fosse un atto meritorio di giustizia e di pietà[568]. Se i prigionieri di quella Nazione si condannavano alla domestica schiavitù, con la loro spada o pugnale sostenevano le private contese de' loro padroni; e si trovò espediente, per la pubblica tranquillità, di proibire il servizio di tali pericolosi domestici. Quando per altro montò sul trono Tarcalisseo o Zenone loro compatriotto, invitò una fedele e formidabil truppa d'Isauri, che insultaron la Corte e la Città, e furon premiati con un annuo tributo di cinquemila libbre d'oro. Ma le speranze di fortuna spopolarono le montagne, il lusso snervò la durezza degli animi e de' corpi loro, ed a misura che si frammischiaron con gli uomini, divennero meno capaci di godere la povera e solitaria lor libertà. Morto Zenone, Anastasio suo successore soppresse le loro pensioni, gli espose alla vendetta del Popolo, gli bandì da Costantinopoli, e si apparecchiò a fare una guerra che lasciava loro solamente l'alternativa di vincere o di servire. Un fratello del defunto Imperatore usurpò il titolo d'Augusto; ne fu sostenuta efficacemente la causa dalle armi, da' tesori e da' magazzini raccolti da Zenone; ed i nativi dell'Isauria dovevan formare la più piccola parte de' cento cinquantamila Barbari, che militavano sotto le sue bandiere, le quali furono per la prima volta santificate dalla presenza d'un Vescovo combattente. Le disordinate loro milizie furono vinte nelle pianure della Frigia dal valore e dalla disciplina de' Goti; ma una guerra di sei anni quasi esaurì tutto il coraggio dell'Imperatore[569]. Gl'Isauri si ritirarono alle loro montagne; le loro Fortezze una dopo l'altra furono assediate e distrutte; fu tagliata la comunicazione, ch'essi avevan col mare; i più bravi de' loro Capitani morirono in battaglia; quelli che sopravvissero, avanti la loro esecuzione furon tratti in catene per l'Ippodromo; si trapiantò nella Tracia una colonia de' loro giovani, ed il restante del Popolo si sottopose al Governo Romano. Passarono però alcune generazioni prima che i loro animi si adattassero alla schiavitù. I popolati villaggi del monte Tauro eran pieni di soldati a cavallo e di arcieri; essi resistevano in vero all'imposizion de' tributi, ma somministravano reclute agli eserciti di Giustiniano, ed i suoi Magistrati Civili, come il Proconsole di Cappadocia, il Conte d'Isauria, ed i Pretori di Licaonia e di Pisidia, eran forniti di forza militare per frenare la licenziosa pratica delle rapine e degli assassini[570]. Se diamo un'occhiata dal Tropico fino alla bocca del Tanai, potremo da una parte osservare le precauzioni di Giustiniano per reprimere i selvaggi dell'Etiopia[571], e dall'altra le lunghe muraglie, ch'ei costruì nella Crimea per difesa de' Goti suoi amici, che formavano una colonia di tremila pastori e guerrieri[572]. Da quella Penisola fino a Trebisonda, erasi assicurata la curva orientale dell'Eussino per mezzo di Fortezze, di alleanze, o della Religione, ed il possesso di Lazica, ch'è il Colco dell'antica Geografia e la Mingrelia della moderna, divenne tosto l'oggetto d'una importante guerra. Trebisonda, in seguito sede d'un Impero romanzesco, dovè alla liberalità di Giustiniano una chiesa, un acquedotto, ed una Fortezza, di cui le fosse tagliate furono nella viva pietra. Da questa Città marittima può tirarsi fino alla Fortezza di Circesio, ultima stazione Romana sull'Eufrate[573], una linea di confine di cinquecento miglia. Immediatamente sopra Trebisonda, per cinque giorni di cammino verso il mezzodì, è occupato il Paese da folti boschi e da monti scoscesi, tanto ispidi, quantunque non tanto alti, quanto le Alpi ed i Pirenei. In questo rigido clima[574], dove rade volte si fondon le nevi, i frutti vengono tardi e senza sapore, fino il mele è velenoso, la più industriosa cultura si dovea limitare ad alcune piacevoli valli; e le tribù pastorali ricavavano uno scarso sostentamento dalla carne, e dal latte de' loro armenti. I -Calibi-[575] traevano il nome e l'indole della ferrea qualità del suolo; e fino dal tempo di Ciro potevan allegare, sotto le varie denominazioni di Caldei e di Zanj, una prescrizione non interrotta di guerra e di rapina. Al tempo di Giustiniano essi riconobbero il Dio e l'Imperatore de' Romani, e furono fabbricate sette Fortezze ne' luoghi più accessibili per rispingere l'ambizione del Monarca Persiano[576]. La principal sorgente dell'Eufrate viene dalle Montagne de' Calibi, e sembra che scorra verso l'Occidente e l'Eussino; piegando poi questo fiume al sud-ovest passa sotto le mura di Satala o Melitene (che furono restaurate da Giustiniano come baloardi dell'Armenia Minore), ed appoco appoco s'accosta al mare Mediterraneo; finattantochè impedito dal Monte Tauro[577], alla fine dirige il lungo e tortuoso suo corso al sud-est, ed al Golfo Persico. Fra le Città Romane di là dall'Eufrate ne distinguiamo due fondate recentemente, ch'ebbero il nome da Teodosio e dalle reliquie de' Martiri; e due Capitali, Amida ed Edessa, che sono celebri nell'Istoria di tutti i tempi. Alla pericolosa lor situazione Giustiniano proporzionar ne volle la forza. Un fosso ed una palizzata potea servire alla forza indisciplinata della cavalleria Scitica; ma richiedevansi opere più elaborate per sostenere un regolare assedio contro le armi ed i tesori del gran Re. Gli abili suoi Ingegneri sapevano le maniere di fare profonde mine e d'innalzar piattaforme al livello delle mura; egli scuoteva i più forti edifizi con le sue macchine militari; ed alle volte avanzavasi all'assalto con una linea di mobili torri sul dorso degli Elefanti. Nelle gran Città dell'Oriente, lo svantaggio della distanza e forse anche della situazione, veniva compensato dallo zelo del Popolo, che secondava la guarnigione in difesa della patria e della Religione, e la favolosa promessa del Figlio di Dio, ch'Edessa non sarebbe mai stata presa, empieva i Cittadini di valorosa fiducia, e scoraggiava e rendeva dubbiosi gli assediatori[578]. Furono diligentemente fortificate le minori Città dell'Armenia e della Mesopotamia, ed i posti che sembravano dominare sulla terra o sull'acqua, contenevano molti Forti fabbricati regolarmente di pietra o più in fretta con i più comuni materiali di terra e di mattoni. L'occhio di Giustiniano investigava ogni luogo, e le sue crudeli precauzioni tiravan la guerra anche in quelle remote valli; i pacifici abitanti delle quali, collegati fra loro per mezzo del commercio e del matrimonio, ignoravano le discordie delle Nazioni, e le querele de' Principi. All'occidente dell'Eufrate un arenoso deserto s'estende più di sei cento miglia fino al Mar Rosso. La Natura aveva frapposto una vuota solitudine fra l'ambizione di due Imperi emuli fra di loro; gli Arabi, fino al tempo di Maometto, non furon formidabili, che come ladroni, e nell'alta sicurezza della pace si trascurarono le fortificazioni della Siria nel lato più esposto. [A. 488-505] Ma l'inimicizia nazionale, o almeno gli effetti di tale inimicizia si eran sospesi mediante una tregua, che continuò più di quarant'anni. Un Ambasciatore dell'Imperator Zenone accompagnò il temerario ed infelice Peroze nella sua spedizione contro i Neptaliti, ovvero Unni Bianchi, le conquiste de' quali si erano estese dal Mar Caspio nel cuore dell'India, della quale il trono rilucea di smeraldi[579], e la cavalleria sostenevasi da una linea di duemila elefanti[580]. I Persiani furono due volte circondati in una situazione che rendeva inutile il valore, ed impossibil la fuga; e fu compita la doppia vittoria degli Unni per mezzo d'uno stratagemma militare. Essi rilasciarono il regio lor prigioniero, dopo ch'egli si fu sottomesso ad adorare la maestà d'un Barbaro; nè servì ad evitare tal umiliazione la casuistica sottigliezza dei Magi, che istruiron Peroze a diriger la sua intenzione al Sole nascente. Lo sdegnato successore di Ciro dimenticò il suo pericolo e la gratitudine, rinnovò con ostinato furore l'attacco, e vi perdè l'esercito non men che la vita[581]. La morte di Peroze abbandonò la Persia a' suoi esterni e domestici nemici; e passarono dodici anni di confusione, prima che il suo figlio Cabade, o Kobad potesse formare alcun disegno d'ambizione o di vendetta. La disobbligante parsimonia di Anastasio fu il motivo o il pretesto d'una guerra coi Romani[582]; marciarono sotto le bandiere de' Persiani gli Unni e gli Arabi; e le fortificazioni dell'Armenia e della Mesopotamia erano allora in una condizione imperfetta o rovinosa. L'Imperatore ringraziò il Governatore ed il Popolo di Martiropoli per aver subito reso una Città, che non poteva difendersi con buon successo, e l'incendio di Teodosiopoli potea giustificar la condotta dei prudenti di lei vicini. Amida sostenne un lungo e rovinoso assedio: al termine di tre mesi la perdita di cinquantamila soldati di Cabade non era bilanciata da verun prospetto di buon successo; ed in vano i Magi deducevano una lusinghiera predizione dall'indecenza delle donne, che dalle mura avevano esposte le più segrete lor parti agli occhi degli assedianti. Una notte alla fine tacitamente salirono sulla torre più accessibile, che non era guardata che da alcuni Monaci oppressi, dopo le funzioni d'una solennità, dal sonno e dal vino. Allo spuntar del giorno, furono applicate le scale alle mure, la presenza di Cabade, il terribile suo comando, e la sua spada sguainata costrinsero i Persiani a vincere, e prima che quella fosse rimessa nel fodero, ottantamila abitanti avevano espiato il sangue de' loro compagni. Dopo l'assedio d'Amida, la guerra continuò per tre anni, e l'infelice frontiera provò tutto il peso delle calamità, che essa apporta. Troppo tardi fu offerto l'oro d'Anastasio; il numero delle sue truppe era distrutto dal numero de' loro Generali; la Campagna restò spogliata de' suoi abitatori; e tanto i vivi, quanto i morti abbandonati furono alle fiere del deserto. La resistenza d'Edessa, e la mancanza di preda fece piegar l'animo di Cabade alla pace: ei vendè le sue conquiste a un prezzo esorbitante; e la medesima linea di confine, quantunque segnata di stragi e di devastazioni, continuò a separare i due Imperi. Per evitare simili danni, Anastasio risolvè di fondare una nuova Colonia sì forte, che sfidar potesse la potenza Persiana, e sì avanzata verso l'Assiria, che le stazionarie sue truppe fosser capaci di difendere la Provincia, mediante la minaccia o l'esecuzione d'una guerra offensiva. A tale oggetto fu popolata ed ornata la Città di Dara[583] distante quattordici miglia da Nisibi, e quattro giornate di cammino dal Tigri; le precipitose opere d'Anastasio furono migliorate dalla perseveranza di Giustiniano; e senza fermarci su piazze meno importanti, le fortificazioni di Dara possono rappresentarci l'Architettura militare di quel secolo. Fu circondata la Città da due muri, e lo spazio ch'era fra questi di cinquanta passi, serviva di ritirata al bestiame degli assediati. La muraglia di dentro era un monumento di forza e di bellezza: s'alzava questa sessanta piedi sopra il suolo, e l'altezza delle torri era di cento piedi; i fori, dai quali poteva offendersi il nemico con armi da lanciare, erano piccoli, ma numerosi; i soldati stavano lungo il ramparo difesi da una doppia galleria, ed alzavasi una terza piattaforma, spaziosa e sicura, sopra la sommità delle torri. Il muro esteriore par che fosse meno alto, ma più solido; ed ogni torre era difesa da un baloardo quadrangolare. Un terreno duro e sassoso impediva i lavori delle mine, ed al sud-est, dove il suolo era più trattabile, venivano ritardati da una -overa nuova-, che s'avanzava in forma di mezza luna. I fossi duplicati, e triplicati eran pieni d'acqua corrente; e si profittò con la massima industria della comodità del fiume per supplire ai bisogni degli abitanti, per inquietar gli assalitori, e per impedire i danni d'una naturale o artificiale inondazione. Dara continuò più di sessant'anni a secondar le mire dei suoi fondatori, ed a provocar la gelosia dei Persiani, che non lasciavano di lagnarsi, che si era costruita quell'inespugnabil Fortezza con una manifesta violazione del Trattato di pace fatto fra' due Imperi. Le Province di Colco, d'Iberia, e d'Albania fra l'Eussino ed il Caspio sono intersecate per ogni verso dalle diramazioni del monte Caucaso; e nella geografia, tanto degli antichi quanto de' moderni, si sono spesse volte confuse fra loro le due principali -Porte-, o passi, che vanno dal settentrione al mezzodì. Si è dato il nome di Porte -Caspie- o d'-Albania- propriamente a Derbend[584], che occupa un breve declive fra le montagne ed il mare: questa Città, se prestiam fede alla tradizione del luogo, fu fondata da' Greci; e questo pericoloso ingresso venne fortificato da' Re di Persia con un molo, con doppie mura, e con porte di ferro. Le porte -Iberie-[585] si formano da uno stretto passo di sei miglia nel monte Caucaso, che dal lato settentrionale dell'Iberia o della Georgia, s'apre nella pianura, che s'estende fino al Tanai ed al Volga. Una Fortezza, destinata forse da Alessandro, o da alcuno de suoi successori a dominare quell'importante posto, era pervenuta per diritto di conquista o d'eredità in un Principe Unno, che l'offerì per un moderato prezzo all'Imperatore; ma mentre Anastasio indugiava, mentre ne calcolava timidamente il prezzo e la distanza, vi si frappose un più vigilante rivale, e Cabade occupò per forza quel passaggio del Caucaso. Le porte Albanesi, ed Iberie escludevano la cavalleria degli Sciti dalle strade più brevi e più praticabili, e tutta la fronte de' monti era coperta dal riparo di Gog e Magog, o sia dalla lunga muraglia, ch'eccitò la curiosità d'un Califfo Arabo[586] e d'un Conquistatore Russo[587]. Secondo una descrizione recente sono artificialmente unite insieme senza ferro o cemento alcuno molte gran pietre, grosse sette piedi, e lunghe o alte ventuno, per formare un muro, che dura più di trecento miglia dai lidi di Derbend sopra i monti, e per le valli del Daghestan e della Giorgia. Un'opera tale potea intraprendersi senz'alcuna visione dalla Politica di Cabade; e senz'alcun prodigio potè compirsi dal suo figlio, sì formidabile, a' Romani sotto il nome di Cosroe, e così caro agli Orientali sotto quello di Nushirwan. Il Monarca Persiano aveva in mano le chiavi sì della pace che della guerra; ma in ogni Trattato egli stipulava che Giustiniano contribuisse alla spesa della comune Barriera, che difendeva ugualmente i due Imperi dalle scorrerie degli Sciti[588]. VII. Giustiniano soppresse le scuole d'Atene, ed il Consolato di Roma, che avevano dato al Mondo tanti Saggi ed eroi. Ambedue queste Istituzioni erano da gran tempo degenerate dalla primitiva lor gloria; pure si può con ragione dar qualche taccia d'avarizia e di gelosia ad un Principe, per mano del quale furon distrutti que' venerabili avanzi. Atene, dopo i trionfi Persiani, adottò la Filosofia della Jonia, e la Rettorica della Sicilia; e tali studj divennero il patrimonio di una Città, gli abitanti della quale, ascendenti a circa trentamila maschi, condensarono nel periodo d'una sola generazione il genio di molti secoli, e di molti milioni di uomini. Il sentimento, che abbiamo della dignità della natura umana s'esalta alla semplice riflessione, che Isocrate[589] fu compagno di Platone e di Senofonte; ch'ei si trovò presente, forse insieme coll'Istorico Tucidide, alle prime , . 1 ' , 2 3 , ' [ ] ; 4 ' , , 5 6 , ' . 7 ' 8 , , , 9 , 10 11 , [ ] . , 12 , , 13 , ; 14 , , 15 16 , [ ] . 17 ' 18 , 19 ' 20 ' , ' 21 ' ' . 22 ' : 23 ' , ' 24 . ' 25 , 26 27 ' ' [ ] . 28 ' ' 29 ' , , 30 , ' . 31 - - : 32 , , ' 33 , ; 34 ' 35 ' ' [ ] . 36 37 38 ; 39 ' , ' , 40 . 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