ammirata per lungo tempo tanto in Oriente, quanto a Roma. Per quanto
possano trarsi delle induzioni dagli ornamenti de' Medi e degli Assiri,
Virgilio è lo scrittore più antico che faccia espressamente menzione
della soffice lana, che si traeva dagli alberi de' Seri o Chinesi[508];
e quest'errore di Storia Naturale, meno maraviglioso anche del vero, si
venne appoco appoco a correggere dalla cognizione di quel prezioso
Insetto, ch'è il primo artefice del lusso delle Nazioni. Questo raro ed
elegante lusso fu criticato al tempo di Tiberio da' più gravi fra
Romani, e Plinio con caricate, quantunque forti espressioni, ha
condannato la sete del guadagno, che faceva esplorar gli ultimi confini
della Terra per il pernicioso oggetto di esporre agli occhi di tutti le
trasparenti matrone, e le vesti che denudavan le donne[509]. Un abito,
che mostrava il contorno delle membra, ed il color della cute, potea
soddisfare la vanità, o eccitare i desiderj; i drappi di seta che si
tessevano fitti nella China, furono assai diradati dalle donne Fenicie,
e si moltiplicarono i preziosi materiali mediante una tessitura più
rara, e la mescolanza di fili di lino[510]. Dugento anni dopo il tempo
di Plinio l'uso delle vesti di seta pura o anche mescolata era limitato
al sesso femminile, finattantochè gli opulenti Cittadini di Roma e delle
Province non si furono insensibilmente famigliarizzati coll'esempio
d'Elagabalo, il primo che con quest'abito effemminato contaminasse la
dignità d'un Imperatore e d'un uomo. Aureliano si doleva che si vendesse
a Roma una libbra di seta per dodici oncie d'oro: ma ne crebbe
l'abbondanza per causa delle richieste, e coll'abbondanza scemossene il
prezzo. Se qualche volta l'accidente o il monopolio ne alzò il valore
anche sopra quello indicato da Aureliano, in virtù delle medesime cause
le manifatture di Tiro e di Berito furono altre volte costrette a
contentarsi d'un nono di quell'eccessivo prezzo[511]. Fu creduta
necessaria una Legge per distinguer l'abito de' commedianti da quello
de' Senatori, e la massima parte della seta, che veniva dal natio suo
Paese, si consumava da' sudditi di Giustiniano. Meglio però conoscevano
essi una conchiglia del Mediterraneo chiamata -il baco da seta di mare-:
quella fina lana, o pelame, con cui la madre della perla s'attacca agli
scogli, presentemente si lavora più per curiosità che per uso; ed una
veste formata di questa singolare materia era il dono che l'Imperator
Romano faceva a' Satrapi dell'Armenia[512].
Una mercanzia di valore e di piccol volume è capace di soffrir le spese
del trasporto per terra; e le Caravane traversavano tutta la larghezza
dell'Asia, dall'Oceano Chinese fino alle coste marittime della Siria, in
dugento quaranta tre giorni. La seta si consegnava immediatamente a'
Romani dai Mercanti di Persia[513], che frequentavan le fiere d'Armenia
e di Nisibi; ma questo commercio, che negl'intervalli delle tregue
veniva oppresso dalla gelosia e dall'avarizia, era totalmente interrotto
dalle lunghe guerre di quelle rivali Monarchie. Il gran Re poteva
orgogliosamente annoverar la Sogdiana, ed anche la Serica fra le
Province del suo Impero, ma il suo vero dominio era limitato dall'Osso,
e l'utile suo commercio con i Sogdoiti di là dal fiume dipendea
dall'arbitrio de' loro Conquistatori, cioè degli Unni bianchi, e de'
Turchi, che successivamente regnarono su quell'industriosa Nazione. Pure
il più barbaro dominio non estirpò i semi dell'agricoltura e del
commercio in un Paese, che si celebra come uno de' quattro giardini
dell'Asia; le Città di Samarcanda e di Bochara son situate
vantaggiosamente per il cambiamento delle varie lor produzioni; ed i
loro mercanti compravano da' Chinesi[514] la seta greggia o lavorata,
che poi trasportavano in Persia per uso dell'Impero Romano. Le Caravane
Sogdiane venivano trattenute nella vana Capitale della China come
supplichevoli Ambascerie di Regni tributari; e se tornavano salve,
l'audace lor rischio aveva in premio un esorbitante guadagno. Ma il
disastroso e pericoloso viaggio da Samarcanda fino alla prima Città di
Shensi non si potea fare in meno di sessanta, ottanta, o cento giorni:
tosto che avevan passato l'Iassarte, entravano nel deserto, e le Orde
vaganti, lungi dall'esser tenute in freno dalle milizie e dalle
guarnigioni, sempre consideravano i cittadini ed i viaggiatori come
oggetti di legittima rapina. Per evitare i rapaci Tartari, ed i Tiranni
Persiani, le Caravane della seta tentarono una strada più meridionale,
traversaron le montagne del Tibet, scesero lungo la corrente del Gange o
dell'Indo, e pazientemente aspettarono ne' porti di Guzerat e di Malabar
le annue flotte dell'Occidente[515]. Ma si trovarono meno intollerabili
i pericoli del deserto che la fatica, la fame, e la perdita di tempo;
raramente fu rinnovato quel tentativo, e l'unico Europeo, che sia
passato per quella strada non frequentata, applaudisce alla sua
diligenza per essere arrivato in nove mesi dopo la sua partenza da
Pekino all'imboccatura dell'Indo. Era però aperto l'Oceano alla libera
comunicazione del Genere Umano. Le Province della China, dal Gran Fiume
fino al Tropico di Cancro, furono soggiogate e incivilite
dagl'Imperatori settentrionali; furono riempite verso il principio
dell'Era Cristiana di città e di uomini, di gelsi e de' loro preziosi
abitatori; e se i Chinesi, con la cognizione della bussola, avessero
avuto il genio de' Greci o de' Fenicj, avrebbero potuto estendere le
loro scoperte all'Emisfero meridionale. Io non sono in grado
d'esaminare, e non son disposto a credere i distanti lor viaggi al Golfo
Persico o al Capo di Buona Speranza: ma i loro Antichi poterono bene
uguagliare i lavori, ed il successo della presente Generazione, ed
estender la sfera della loro navigazione dalle Isole del Giappone fino
allo Stretto di Malacca, le colonne, se ci è permesso d'usar questo
nome, di un Ercole orientale[516]: senza perder di vista la terra, essi
potevano navigare lungo le coste fino all'ultimo promontorio d'Achin, a
cui vanno ogni anno dieci o dodici navi cariche di produzioni, di
manifatture ed anche di artefici Chinesi; l'Isola di Sumatra e la
Penisola opposta vengono leggiermente descritte[517] come i paesi
dell'oro e dell'argento; e le Città commercianti, nominate nella
Geografia di Tolomeo, possono indicare che questa ricchezza non
provenisse solo dalle miniere. La distanza in linea retta fra Sumatra e
Ceylan è di circa trecento leghe; i navigatori Chinesi ed Indiani eran
guidati dal volo degli uccelli, e da' venti periodici, e si poteva
traversare con sicurezza l'Oceano in navi quadrate, che in luogo di
esser connesse col ferro, eran cucite insieme col forte filo dell'albero
del cocco. Ceylan, Serendib, o Taprobana era divisa fra due Principi
nemici uno de' quali possedea le montagne, gli elefanti ed il luminoso
carbonchio; e l'altro godeva le ricchezze più solide dell'industria
domestica, del commercio estero, e dall'ampio porto Trinquemale,
riceveva e rimandava le flotte dell'Oriente e dell'Occidente. In questa
ospitale Isola, che era situata ad un egual distanza (come credevasi)
dai rispettivi loro Paesi, i Mercanti di seta della China, che ne' loro
viaggi avevan caricato aloe, garofani, noci moscate e sandalo,
mantenevano un libero e vantaggioso commercio con gli abitanti del Golfo
Persico. I sudditi del gran Re esaltavano senz'alcun rivale il suo
potere e la sua magnificenza; e quel Romano, che confuse la lor vanità,
paragonando il miserabil suo conio con una medaglia d'oro
dell'Imperatore Anastasio, era passato a Ceylan in una nave d'Etiopia,
come semplice passeggiero[518].
Quando la seta divenne d'un uso indispensabile, l'Imperator Giustiniano
vide con rammarico, che i Persiani avevan occupato per terra e per mare
il monopolio di quest'importante prodotto, e che la ricchezza dei propri
sudditi esaurivasi di continuo da una Nazione di nemici e d'idolatri. Un
Governo attivo avrebbe ristabilito il commercio di Egitto, e la
navigazione del Mar Rosso, ch'era decaduta con la prosperità
dell'Impero; ed avrebber potuto le navi Romane, ad oggetto di
provvedersi di seta, approdare a' porti di Ceylan, di Malacca, o anche
della China. Giustiniano però s'apprese ad un espediente più basso, e
sollecitò l'aiuto degli Etiopi d'Abissinia, Cristiani suoi alleati, che
avevano di fresco acquistato l'arte della navigazione, lo spirito di
commercio, ed il Porto d'Aduli[519], tuttavia decorato dei trofei d'un
conquistator Greco. Lungo le coste dell'Affrica essi penetravano fino
all'Equatore in cerca dell'oro, degli smeraldi e degli aromati; ma
questi saviamente evitarono una disugual competenza, in cui dovevano
sempre esser prevenuti per la vicinanza de' Persiani a' mercati
dell'Indie; e l'Imperatore soffrì quell'incomodo, finattantochè non
furono soddisfatti i suoi desiderj da un avvenimento non aspettato.
S'era predicato il Vangelo agl'Indiani; già un Vescovo governava i
Cristiani di S. Tommaso sulla costa del pepe di Malabar; erasi piantata
una Chiesa in Ceylan; ed i Missionari seguitavano le tracce del
Commercio fino all'estremità dell'Asia[520]. Due Monaci Persiani avevan
dimorato per lungo tempo nella China, probabilmente nella Real Città di
Nankino, residenza d'un Monarca addetto alle superstizioni straniere, e
che in quel tempo ricevè un'ambasceria dall'Isola di Ceylan. In mezzo
alle pie loro occupazioni osservarono con occhio curioso l'abito commune
de' Chinesi, le manifatture di seta, ed i milioni di bachi, l'educazione
de' quali (o all'aria aperta sugli alberi o nelle case) una volta si
considerava come opera propria delle Regine[521]. Tosto essi conobbero
che non era possibile trasportare un insetto di sì corta vita, ma che
nel seme poteva conservarsene una numerosa generazione e propagarsi in
lontani Paesi. La religione o l'interesse potè più sopra i Monaci
Persiani, che l'amore della loro patria: dopo un lungo viaggio
arrivarono a Costantinopoli, comunicarono il loro progetto
all'Imperatore, e furono generosamente incoraggiati da' doni, e dalle
promesse di Giustiniano. Gl'Istorici di questo Principe han creduto che
una campagna al piè del monte Caucaso meritasse una più minuta
relazione, che il lavoro di questi Missionari di commercio, i quali
tornarono alla China, ingannarono quel Popolo geloso nascondendo il seme
de' bachi da seta in una canna vuota, e vennero di nuovo trionfanti con
le spoglie dell'Oriente. Sotto la lor direzione, alla stagione
opportuna, si fecero dal seme coll'artificial calore del letame nascere
i bachi; furon questi nutriti con foglie di gelso; essi vissero e fecero
il loro lavoro in un clima straniero; si conservò un sufficiente numero
di farfalle per propagarne la specie; e si piantaron degli alberi, atti
a somministrare il cibo alle future generazioni. L'esperienza, e la
riflessione corressero gli errori d'una nuova intrapresa, e gli
Ambasciatori Sogdoiti, nel Regno seguente, confessarono, che i Romani
nell'educazion degl'insetti, e ne' lavori di seta[522] non erano
inferiori a' nativi Chinesi; nel che sì la China che Costantinopoli
furono vinte dall'industria dell'Europa moderna. Io non nego i vantaggi
del lusso elegante; ma rifletto con qualche pena, che se i trasportatori
della seta avessero introdotto l'arte della stampa già in uso presso i
Chinesi, si sarebbero, nelle edizioni del sesto secolo perpetuate le
Commedie di Menandro e tutte le Deche di Livio. Una più estesa veduta
del Globo avrebbe almeno aumentato i progressi della scienza
speculativa; ma la Geografia Cristiana forzatamente si traeva dai testi
della Scrittura, e lo studio della natura era il più sicuro sintomo
d'uno spirito miscredente. La fede degli Ortodossi limitava il Mondo
abitabile ad una zona temperata, e rappresentava la Terra come una
superficie bislunga di quattrocento giorni di cammino in lunghezza e di
dugento in larghezza, circondata dall'Oceano, e coperta dal solido
cristallo del Firmamento[523].
IV. I sudditi di Giustiniano erano malcontenti delle circostanze de'
tempi e del Governo. L'Europa era inondata da' Barbari, e l'Asia da
Monaci; la povertà dell'Occidente scoraggiava il commercio e le
manifatture d'Oriente; si consumava il prodotto della fatica
dagl'inutili Ministri della Chiese, dello Stato e dell'armata; e si
ravvisava una rapida diminuzione in que' fissi e circolanti capitali,
che costituiscono la ricchezza delle Nazioni. Si era sollevata la
pubblica miseria dall'economia d'Anastasio, e questo prudente Imperatore
accumulò un tesoro immenso nel tempo che sgravò il suo Popolo dalle più
odiose ed oppressive tasse. Si applaudì dall'universal gratitudine
all'abolizione dell'-oro d'afflizione-, tributo personale posto
sull'industria del povero[524], ma più intollerabile, per quanto sembra,
in apparenza che nella sostanza, giacchè la florida Città d'Edessa non
pagava che cento quaranta libbre d'oro, che s'esigeva in quattro anni da
diecimila artefici[525]. Tal era però la parsimonia che sosteneva questa
liberale disposizione che in un regno di ventisette anni Anastasio
risparmiò dall'annua sua rendita l'enorme somma di tredici milioni di
lire sterline ossia di trecento ventimila libbre di oro[526]. Il nipote
di Giustino trascurò il suo esempio e mal si servì del suo tesoro. In
breve tempo s'esaurirono le ricchezze di Giustiniano dalle limosine e
dalle fabbriche, dalle ambiziose guerre e dagl'ignominiosi Trattati. Le
sue rendite non eran sufficienti a supplire alle spese. Adoperossi ogni
arte per estorcer dal Popolo l'oro e l'argento, ch'egli con prodiga mano
spargeva dalla Persia fino alla Francia[527]. Il suo Regno fu celebre
per le vicende, o piuttosto per il contrasto della rapacità e
dell'avarizia, della povertà e dello splendore; fu creduto mentre
viveva, che avesse de' tesori nascosti[528], e ordinò al suo successore
di pagare i suoi debiti[529]. Un carattere di questa sorta si è
giustamente condannato dalla voce del Popolo e della posterità: ma il
Pubblico malcontento è facilmente credulo; la malizia privata è audace;
e chi ama la verità osserverà con occhio sempre sospettoso gli
istruttivi aneddoti di Procopio. L'Istorico segreto non rappresenta che
i vizi di Giustiniano, e questi sono anche resi più neri dal malevolo
suo pennello; si attribuiscono a motivi pessimi le azioni dubbiose;
l'errore si confonde col delitto, l'accidente col disegno premeditato, e
le Leggi con gli abusi; la parziale ingiustizia d'un momento si fa
destramente passare per massima generale d'un regno di trentadue anni;
si rende responsabile il solo Imperatore delle mancanze se' suoi
Ministri, de disordini de' tempi e della corruzion de' suoi sudditi, e
fino le calamità della natura, le pestilenze, i terremoti e le
inondazioni, sono imputate al principe de' demonj, che aveva
fraudolentemente assunto la forma di Giustiniano[530].
Premesso quest'avvertimento, riferirò in breve gli Aneddoti di avarizia
e di rapina, riducendoli a' seguenti capi: I. Giustiniano era così
prodigo, che non poteva essere liberale. Gli Ufiziali civili e militari
quando s'ammettevano al servizio del Palazzo, avevano un basso grado ed
un moderato stipendio; s'avanzavano per via d'anzianità fino ad un grado
d'abbondanza e di riposo; le annue loro pensioni, la più onorevole
classe delle quali fu abolita da Giustiniano, ascendevano a
quattrocentomila lire sterline; e questa domestica economia da' venali o
indigenti Cortigiani si deplorò come il maggiore oltraggio che potesse
farsi alla maestà dell'Impero. I posti ed i salarj de' Medici e le
notturne illuminazioni eran oggetti di più generale importanza; e le
Città potevano giustamente lagnarsi, ch'ei si usurpava l'entrate
Municipali destinate a queste utili istituzioni. Si faceva torto perfino
a' soldati; e tal era la decadenza dello spirito militare, che questi
torti si commettevano impunemente. L'Imperatore negò ad ogni quinquennio
il consueto donativo di cinque monete d'oro, ridusse i suoi veterani a
mendicare il pane, e soffrì che le milizie, da lui non pagate, andassero
ad arruolarsi altrove nelle guerre d'Italia e di Persia. II. L'umanità
de' suoi Predecessori aveva sempre in qualche fausta circostanza del
loro regno condonato i pubblici Tribuni arretrati; e si erano fatti
destramente un merito di rilasciar que' diritti, ch'era impossibile
d'esigere. «Giustiniano nello spazio di trentadue anni, non usò mai
simile indulgenza, e molti de' suoi sudditi rinunziarono il possesso di
quelle terre, il valor delle quali non era sufficiente a soddisfar le
domande dell'Erario. Alle Città, che avevan sofferto per le scorrerie
de' nemici, Anastasio promise una general esenzione di sette anni: le
Province di Giustiniano furon devastate da' Persiani e dagli Arabi,
dagli Unni e dagli Schiavoni; ma la sua vana e ridicola remissione d'un
solo anno si ristrinse a' que' luoghi, ch'erano attualmente in mano de'
nemici». Questo è il linguaggio dell'Istorico segreto, che nega
espressamente che fosse accordata indulgenza -alcuna- alla Palestina
dopo la rivolta de' Samaritani: accusa falsa ed odiosa confutata da
memorie autentiche, le quali attestano aver ottenuto quella desolata
Provincia, per intercessione di S. Saba, un sollievo di tredici
centinaia di libbre d'oro (o sia di cinquantaduemila lire
sterline)[531]. III. Procopio non ha voluto spiegare quel sistema di
contribuzioni, che cadde come una tempestosa grandine sulle terre, come
una divorante peste sugli abitanti di quelle: ma noi saremmo complici
della sua malizia, se imputassimo al solo Giustiniano l'antica, sebben
rigida massima, che tutto un distretto dovesse condannarsi a supplire
alle particolari mancanze delle persone o de' Beni degl'individui.
L'-Annona-, o la somministrazione del grano per l'uso dell'armata e
della Capitale, era una gravosa ed arbitraria esazione ch'eccedeva,
forse del decuplo, la capacità del Possessore, e se ne aggravava la
miseria dalla particolare ingiustizia de' pesi e delle misure, e dalle
spese e fatiche d'un lontano trasporto. In tempo di carestia si fece una
richiesta straordinaria alle contigue Province di Tracia, di Bitinia e
di Frigia: ma i proprietari, dopo un laborioso viaggio ed una pericolosa
navigazione, furono sì malamente ricompensati, che avrebbero piuttosto
voluto rilasciare il grano insieme col prezzo alle porte de loro granai.
Tali precauzioni potrebbero forse indicare una tenera sollecitudine per
il bene della Capitale; eppure Costantinopoli non era esente dal rapace
despotismo di Giustiniano. Fino al suo Regno gli Stretti del Bosforo e
dell'Ellesponto furono aperti alla libertà del commercio, e non era
proibito altro che l'estrazione delle armi per uso de' Barbari. A
ciascheduna di queste porte della Città fu posto un Pretore, ministro
dell'avarizia Imperiale; si imposero de' gravi dazi sulle navi e sulle
lor mercanzie; e l'oppressione andò a cadere sul misero consumatore: il
povero era afflitto dall'artificial carestia e dall'esorbitante prezzo
del mercato; ed un Popolo solito a godere della generosità del suo
Principe, fu talvolta ridotto a dolersi della mancanza del pane e
dell'acqua[532]. Il tributo -aereo- senza un nome, una legge o un
oggetto determinato, era un annuo donativo di centoventimila libbre, che
l'Imperatore riceveva dal suo Prefetto del Pretorio; e si rilasciavano
alla discrezione di quel potente Magistrato i mezzi del pagamento di
esso. IV. Pure anche tal gravezza era meno intollerabile del privilegio
de' monopolj, che impediva la libera emulazione dell'industria, e per
causa d'un piccolo e vergognoso guadagno imponeva un peso arbitrario su'
bisogni ed il lusso de' sudditi. «Appena (io trascrivo gli Aneddoti) fu
usurpata dal Tesoro Imperiale la vendita esclusiva della seta, si
ridusse all'estrema miseria un intero Popolo di manifattori di Tiro e di
Berito, i quali o perirono per la fame o fuggirono nelle nemiche Regioni
della Persia». Poteva una Provincia soffrire per la decadenza delle sue
manifatture; ma in quest'esempio della seta Procopio ha parzialmente
trascurato l'inestimabile e durevole benefizio, che ricavò l'Impero
dalla curiosità di Giustiniano. L'aggiunta ch'ei fece d'un settimo al
prezzo ordinario della moneta di rame, si può interpretare col medesimo
candore; e quell'alterazione, che potrebbe anche essere stata saggia,
sembra che fosse innocente, giacchè egli non alterò la purità, nè
accrebbe il valore della moneta d'oro[533], ch'è la legittima misura de'
pubblici e privati pagamenti. V. La vasta giurisdizione che richiedevano
i Finanzieri per eseguire i loro impegni, si poteva porre in un aspetto
odioso, come se avessero questi comprato dall'Imperatore le vite ed i
beni de' loro concittadini; e si contrattava nel Palazzo una vendita più
diretta degli onori, e degli ufizi con la permissione, o almeno con la
connivenza di Giustiniano, e di Teodora. Si trascuravano i diritti del
merito, ed anche quelli del favore; ed era quasi ragionevole il credere
che l'audace avventuriere, che aveva intrapreso la negoziazione d'una
Magistratura, sapesse trovare una ricca compensazione per l'infamia, la
fatica, il pericolo, i debiti che avea contratto, ed il gravoso
interesse che ne pagava. Un sentimento della vergogna e del danno che
proveniva da una condotta così venale, finalmente svegliò la sonnolenta
virtù di Giustiniano; e tentò, per mezzo della sanzione de'
giuramenti[534] e delle pene, di salvare l'integrità del suo Governo; ma
in capo ad un anno di spergiuro fu sospeso il rigoroso suo Editto, e la
corruzione licenziosamente abusò del suo trionfo sull'impotenza delle
Leggi. VI. Il testamento d'Eulalio, Conte de' domestici, dichiarò
l'Imperatore unico suo erede, con la condizione però ch'ei ne pagasse i
debiti ed i legati, assegnasse alle tre sue figlie un decente
mantenimento, e maritasse ciascheduna di caso con una dote di dieci
libbre d'oro. Ma lo splendido Patrimonio d'Eulalio si consumò dal fuoco,
e la somma dei suoi Beni non eccedè la tenue quantità di cinquecento
sessantaquattro monete d'oro. Un esempio simile nella Storia Greca
ammonì l'Imperatore dell'onorevole impegno, in cui era d'imitarlo: ei
represse gl'interessati bisbigli, dell'Erario, applaudì alla fiducia del
suo amico, pagò i legati ed i debiti, educò le tre fanciulle sotto
l'occhio dell'Imperatrice Teodora, e raddoppiò la dote di cui si era
contentata la tenerezza del loro Padre[535]. L'umanità d'un Principe
(giacchè i Principi non possono esser generosi) merita qualche lode;
pure anche in quest'atto virtuoso possiamo scuoprire l'inveterato
costume di escludere gli eredi legittimi o naturali che Procopio
attribuisce al Regno di Giustiniano. Egli sostiene la sua accusa con
eminenti nomi e con esempi scandalosi; e dice, che non si risparmiavan
le vedove, nè gli orfani, e che gli agenti del Palazzo esercitavano con
profitto l'arte di sollecitare, di estorcere e di supporre i testamenti.
Questa bussa e dannosa tirannia attacca la sicurezza della vita privata;
ed il Monarca che ha secondato un desiderio di guadagno sarà ben presto
tentato ad accelerare il momento della successione, ad interpretar la
ricchezza come una prova della colpa, ed a procedere, dalla pretensione
di ereditare, alla potestà di confiscare i beni de' Cittadini. VII. Fra
le altre specie di rapina si può permettere ad un Filosofo di contare
anche il convenir le ricchezze de' Pagani o degli Eretici ad uso de'
Fedeli; ma al tempo di Giustiniano questo Santo saccheggio, veniva
condannato da' soli settarj, che divenivan le vittime della sua
ortodossa avarizia[536].
Potè in vero l'infamia di tali atti in ultimo luogo riflettersi nel
carattere di Giustiniano; ma una gran parte della colpa, e molto più il
profitto ne apparteneva ai Ministri, che raramente venivan promossi per
le loro virtù, e non sempre scelti per i loro talenti[537]. I meriti del
Questor Triboniano si esamineranno in seguito quando parleremo della
riforma della Legge Romana, ma l'economia dell'Oriente era subordinata
al Prefetto del Pretorio, e Procopio ha giustificato i suoi Aneddoti col
ritratto, che fa nella sua pubblica Storia de' notori vizi di Giovanni
di Cappadocia[538]. Ei non avea tratto le sue cognizioni dalle
scuole[539], ed il suo stile appena era leggibile, ma era eccellente per
la forza d'un genio naturale a suggerire i consiglj più saggi, ed a
trovare degli espedienti nelle più disperate situazioni. La corruzione
del cuore uguagliava in esso il vigor della mente. Quantunque fosse
sospetto di superstizione magica e pagana, sembra però che fosse affatto
insensibile al timore di Dio o a' rimproveri degli Uomini; ed innalzò la
sua ambiziosa fortuna sulla morte di migliaia di persone, sulla povertà
di milioni, e sulla rovina e desolazione d'intiere Città e Province.
Dallo spuntar del giorno fino al tempo del pranzo egli assiduamente
occupavasi nell'arricchire il suo Signore e se stesso, a spese del Mondo
romano; consumava il resto del giorno in sensuali ed osceni piaceri; e
le tacite ore della notte venivano interrotte dal perpetuo timore della
giustizia d'un assassino. La sua abilità e forse i suoi vizi gli
conciliarono la durevole amicizia di Giustiniano: l'Imperatore cedè con
ripugnanza al furore de' sudditi; ma fece pompa della sua vittoria con
rimettere immediatamente nel primiero posto il nemico di essi; ed il
Popolo provò per più di dieci anni sotto l'oppressiva di lui
amministrazione, ch'egli era più stimolato dalla vendetta, che istruito
dalla disgrazia. I popolari bisbigli non servirono che a fortificare la
fermezza di Giustiniano: ma il Prefetto, divenuto insolente per il
favore, provocò l'ira di Teodora, sdegnò una potenza, avanti la quale
piegavasi ogni ginocchio, e tentò di spargere de' semi di discordia fra
l'Imperatore e l'amata di lui consorte. Anche Teodora però fu costretta
a dissimulare, ad aspettare il momento favorevole, ed a render, mediante
un'artificiosa cospirazione, Giovanni di Cappadocia cooperatore della
propria sua distruzione. In un tempo, in cui Belisario, se non fosse
stato un eroe, avrebbe dovuto comparire come ribelle, la sua moglie
Antonina, che godeva la segreta confidenza dell'Imperatrice, partecipò
il finto suo malcontento ad Eufemia, figlia del Prefetto; la credula
fanciulla comunicò al Padre il pericoloso progetto, e Giovanni che
avrebbe dovuto conoscere il valore dei giuramenti e delle promesse, si
mosse ad accettare un notturno e quasi proditorio congresso con la
moglie di Belisario. Gli era stata fatta un'imboscata di guardie e di
eunuchi per ordine di Teodora; essi corsero fuori con le spade sfoderate
per prendere o punire il colpevol Ministro, che fu salvato in vero dalla
fedeltà de' suoi servi; ma in vece di ricorrere ad un grazioso Sovrano,
che l'avea segretamente avvertito del suo pericolo, fuggì da pusillanime
al Santuario della Chiesa. Fu sacrificato il favorito di Giustiniano
alla coniugal tenerezza, o alla domestica tranquillità; la mutazione del
Prefetto in Prete estinse le sue ambiziose speranze; ma l'amicizia
dell'Imperatore ne alleggerì la disgrazia, ed ei ritenne nel mite esilio
di Cizico una gran parte delle sue ricchezze. Tale imperfetta vendetta
non potea soddisfare l'ostinato odio di Teodora; l'uccisione del Vescovo
di Cizico, suo antico nemico, le ne somministrò un decente pretesto; e
Giovanni di Cappadocia, di cui le azioni avevan meritato mille morti,
finalmente fu condannato per un delitto, del quale era innocente. Un
gran Ministro, che avea ricevuto gli onori del Consolato e del
Patriziato, fu ignominiosamente frustato come il più vil malfattore; una
lacera veste fu ciò che gli rimase delle sue sostanze; fu trasportato in
una barca ad Antinopoli nell'Egitto superiore, luogo del suo esilio; ed
il Prefetto d'Oriente mendicava il pane per le Città, che avevan tremato
al solo suo nome. Per lo spazio di sette anni ne fu prolungata e sempre
minacciata la vita dall'ingegnosa crudeltà di Teodora; e quando la morte
di essa permise all'Imperatore di richiamare un servo, ch'egli
avev'abbandonato con rammarico, l'ambizione di Giovanni di Cappadocia si
ristrinse agli umili ufizi della professione sacerdotale. I successori
di esso convinsero i sudditi di Giustiniano che potevano sempre più
raffinarsi dall'esperienza e dall'industria le arti dell'oppressione;
s'introdussero nell'amministrazione delle Finanze le frodi d'un
banchiere della Siria; e l'esempio del Prefetto fu con esattezza imitato
dal Questore, dal Tesoriere pubblico e privato, da' Governatori delle
Province e da' principali Magistrati dell'Impero Orientale[540].
V. Gli edifizi di Giustiniano si costruirono in vero col sangue e col
denaro del suo Popolo; ma sembrava, che quelle magnifiche fabbriche
annunziassero la prosperità dell'Impero, e realmente dimostravano
l'abilità de' loro Architetti. Tanto la teoria quanto la pratica delle
Arti, che dipendono dalla Matematica, e dalla forza meccanica, si
coltivarono sotto la protezione degl'Imperatori; Proculo ed Antemio
emularono la fama d'Archimede; e se quegli spettatori, che hanno
riferito i loro -miracoli-, fossero stati intelligenti, potrebbero
adesso servire ad estendere le speculazioni, invece d'eccitare la
diffidenza de' Filosofi. Si è conservata una tradizione, che nel porto
di Siracusa la flotta Romana fosse ridotta in cenere dagli specchi
ustorj d'Archimede[541]; e si asserisce, che Proculo usò un somigliante
espediente per distrugger le navi Gotiche nel Porto di Costantinopoli, e
per difendere il suo benefattore Anastasio contro l'ardita intrapresa di
Vitaliano[542]. Fu fissata sulle mura della Città una macchina, composta
d'uno specchio esagono di rame ben pulito, con molti poligoni più
piccoli e mobili per ricevere e riflettere i raggi del sole sul
Mezzogiorno; e fu lanciata una fiamma consumatrice alla distanza forse
di dugento piedi[543]. Si rende incerta la verità di questi fatti
straordinari dal silenzio degli Istorici più autentici, e non fu mai
adottato l'uso degli specchi ustorj nell'attacco o nella difesa delle
Piazze[544]. Pure gli ammirabili sperimenti d'un Filosofo Francese[545]
han dimostrato la possibilità di tali specchi; e subito ch'è possibile,
io son più disposto ad attribuirne l'arte a' più gran Matematici
dell'antichità, che a dare il merito della finzione di essi all'oziosa
fantasia d'un Monaco o d'un Sofista. Secondo un'altra Storia, Proclo
adoperò lo zolfo per distruggere la Flotta Gotica[546]; ora in una
immaginazione moderna il nome di zolfo subito si unisce al sospetto
della polvere da schioppo, e tal sospetto s'accresce dai segreti
artifizi del suo discepolo Antemio[547]. Un Cittadino di Trallia
nell'Asia ebbe cinque figli, che nelle respettive lor Professioni furon
tutti distinti per il merito e pel successo. Olimpio fu eccellente nella
cognizione e nella pratica della Giurisprudenza romana. Dioscoro ed
Alessandro divennero dotti medici; ma il primo esercitò la sua perizia
in vantaggio dei propri concittadini, mentre il suo più ambizioso
fratello acquistò ricchezza e riputazione in Roma. La fama di Metrodoro
Gramatico, e d'Antemio Matematico ed Architetto giunse agli orecchi
dell'Imperator Giustiniano, che gl'invitò a Costantinopoli, e mentre
l'uno istruì la nascente generazione nelle scuole d'eloquenza, l'altro
empì la Capitale e le Province di più durevoli monumenti dell'arte sua.
In una disputa di poca importanza, relativa alle muraglie o finestre
delle contigue loro case, fu egli vinto dall'eloquenza di Zenone suo
vicino; ma l'Oratore a vicenda fu disfatto dal Maestro di Meccanica, i
maliziosi quantunque innocenti strattagemmi del quale oscuramente si
rappresentano dall'ignoranza d'Agatia. Antemio dispose in una stanza da
basso più vasi o caldaie di acqua, ciascheduna delle quali fu da esso
coperta col largo fondo d'un cuoio, che andava a finire in una stretta
cima, che fu artificiosamente introdotta fra le travi e tavole del
solaio della fabbrica vicina. Quindi acceso il fuoco sotto le caldaie,
il vapore dell'acqua bollente salì per mezzo de' tubi; la casa fu scossa
dallo sforzo dell'aria ivi racchiusa, ed i tremanti di lei abitatori
dovettero udire con maraviglia, che la Città non ebbe notizia veruna del
terremoto, ch'essi avevan sentito. Un'altra volta gli amici di Zenone,
mentre stavano a mensa, restarono abbagliati dall'intollerabile luce,
che gettarono loro negli occhi gli specchi di riflessione d'Antemio;
furon sorpresi dallo strepito, ch'ei produsse, mediante la collisione di
certi minuti e sonori corpuscoli; e l'oratore in tragico stile dichiarò
avanti al Senato, che un semplice mortale doveva cedere alla potenza
d'un avversario, che scuoteva col tridente di Nettuno la terra, ed
imitava il tuono ed il lampo di Giove medesimo. Il genio d'Antemio e
d'Isidoro di Mileto suo Collega fu eccitato e posto in uso da un
Principe, il gusto del quale per l'Architettura era degenerato in una
dannosa e dispendiosa passione. I favoriti Architetti di Giustiniano
sottomettevano ad esso i loro disegni, e le loro difficoltà, e
discretamente confessavano, quanto le laboriose loro meditazioni fossero
al di sotto dell'intuitiva cognizione, o dell'inspirazione celeste d'un
Imperatore, di cui le vedute eran sempre dirette all'utilità del Popolo,
alla gloria del suo Regno, ed alla salvazione dell'anima sua[548].
La Chiesa principale di Costantinopoli, che dal suo Fondatore fu
dedicata a S. Sofia, o all'eterna Sapienza, era stata due volte
distrutta dal fuoco; dopo l'esilio di S. Giovanni Grisostomo, e in
occasione della -Nika- delle fazioni Azzurra e Verde. Appena fu cessato
il tumulto, la plebe Cristiana deplorò quella sacrilega temerità; ma si
sarebbe rallegrata di tal disgrazia, se avesse preveduto la gloria del
nuovo Tempio, che in capo a quaranta giorni fu vigorosamente intrapreso
dalla pietà di Giustiniano[549]. Furono tolte di mezzo le rovine, se ne
fece una pianta più spaziosa, e siccome questa esigeva il consenso di
alcuni proprietari del terreno, che voleva occuparsi, i medesimi
ottennero le più esorbitanti condizioni dall'ardente desiderio, e dalla
timorosa coscienza del Monarca. Antemio ne fece il disegno, ed il suo
genio diresse le operazioni di diecimila artefici, a' quali non fu mai
differito oltre la sera il pagamento in monete di puro argento.
L'Imperatore medesimo, vestito di una tunica di lino, osservava ogni
giorno il rapido loro progresso, e ne animava la diligenza con la sua
famigliarità, col suo zelo, e co' premj. Fu consacrata dal Patriarca la
nuova Cattedrale di S. Sofia, cinque anni, undici mesi, e dieci giorni
dopo che si principiò a fabbricare; e nel tempo della solenne festa,
Giustiniano con devota vanità esclamò: «Sia gloria a Dio, che mi ha
creduto degno di condurre a termine sì grande opera; io ti ho superato,
o Salomone[550]». Ma prima che passasser venti anni, restò umiliato
l'orgoglio del Salomone Romano da un terremoto, che rovesciò la parte
orientale della cupola. Ne fu restaurato di nuovo lo splendore dalla
perseveranza del medesimo Principe; e Giustiniano celebrò nel trentesimo
sesto anno del suo Regno la seconda Dedicazione di un Tempio che dopo
dodici secoli è ancora un grandioso monumento della sua fama. I Sultani
Turchi hanno imitato l'architettura di S. Sofia, che ora è convertita
nella loro Moschea principale, e tuttavia continua quella venerabile
mole ad eccitare la tenera ammirazione de' Greci, e la più ragionevole
curiosità de' viaggiatori Europei. L'occhio dello Spettatore è mal
soddisfatto da un irregolar prospetto di mezze cupole, e di tetti
declivi; la facciata occidentale, dove si trova l'ingresso principale,
manca di semplicità e di magnificenza; e se ne son molto sorpassate le
misure da più Cattedrali Latine: ma l'Architetto, che fu il primo ad
innalzare una cupola -aerea-, ha diritto alla lode d'un ardito disegno,
e d'un abile esecuzione. La cupola di S. Sofia, illuminata da
ventiquattro finestre, ha una curvatura sì piccola, che la sua
profondità non è che un sesto del suo diametro, il qual'è di cento
quindici piedi, ed il sublime centro di esso, dove una mezza luna si è
sostituita alla Croce, s'innalza all'altezza perpendicolare di cento
ottanta piedi sopra del suolo. La circonferenza della cupola posa con
sveltezza su quattro forti archi, ed il loro peso viene stabilmente
sostenuto da quattro solidi pilastri, la forza de' quali dalle parti
settentrionale e meridionale viene aiutata da quattro colonne di granito
d'Egitto. L'edifizio forma una croce greca inscritta in un quadrangolo;
l'esatta sua larghezza è di dugento quarantatre piedi, e possono
assegnarsene dugento sessantanove per la massima lunghezza di esso,
dalla tribuna verso Oriente fino alle nove porte occidentali, che
introducono nel vestibolo, e di là nel -Nartece- o Portico esteriore.
Questo era il luogo dove umilmente stavano i Penitenti; la nave poi o il
corpo della Chiesa era occupato dalla moltitudine de' Fedeli; ma
prudentemente ne stavan separati i due sessi, e le gallerie superiori ed
inferiori eran destinate alla più segreta devozion delle donne. Al di là
de' pilastri settentrionali e meridionali una Balaustrata, che da
ciaschedun lato finiva ne' Troni dell'Imperatore e del Patriarca,
divideva la nave dal coro; e lo spazio di mezzo, fino agli scalini
dell'Altare, occupavasi dal Clero e da' Cantori. L'Altare medesimo, nome
che appoco appoco divenne famigliare alle orecchie cristiane, fu posto
nel recinto orientale, essendo stato elegantemente fatto in forma di
mezzo cilindro; e questa Tribuna comunicava per mezzo di varie porte con
la sagrestia, col vestiario, col battistero, e con le altre contigue
fabbriche, le quali servivano o alla pompa del culto, o all'uso privato
de' Ministri ecclesiastici. La memoria delle passate calamità fece
prendere a Giustiniano la saggia risoluzione di non ammettere nel nuovo
Edifizio alcuna sorte di legno, a riserva delle porte; e nella scelta de
materiali s'ebbe riguardo alla stabilità, alla sveltezza, ed allo
splendore delle respettive lor parti. Que' solidi pilastri, che
sostenevan la cupola, furon composti di grossi pezzi di pietra viva,
tagliata in quadrati e triangoli, fortificati con cerchi di ferro, e
fortemente uniti insieme per mezzo del piombo e della viva calce. Ma si
procurò di scemare il peso della cupola medesima mediante la leggierezza
della materia, che fu o di pomice che galleggia sull'acqua, o di mattoni
dell'Isola di Rodi, cinque volte meno gravi degli ordinari. Tutta la
sostanza dell'Edifizio fu costruita di terra cotta, ma quelle basi
materiali eran coperte da una crosta di marmo; e l'interno di S. Sofia,
la cupola, le due maggiori e le sei minori semicupole, le muraglie, le
cento colonne, ed il pavimento dilettano anche gli occhi de' Barbari con
una ricca e variata pittura. Un Poeta[551], che vide il primitivo lustro
di S. Sofia, enumera i colori, le ombreggiature, e le macchie di dieci o
dodici marmi, diaspri e porfidi, che la natura aveva profusamente
variati, e che furon mescolati e posti fra loro in contrasto, come da un
abil Pittore. Si adornò il trionfo di Cristo con le ultime spoglie del
Paganesimo; ma la maggior parte di queste costose pietre fu estratta
dalle cave dell'Asia minore, delle Isole, e del Continente della Grecia,
dell'Egitto, dell'Affrica e della Gallia. La pietà di una Matrona romana
offerì otto colonne di porfido, che Aureliano aveva collocate nel Tempio
del Sole; otto altre di marmo verde presentate furono dall'ambizioso
zelo dei Magistrati d'Efeso: e tanto le une che le altre sono ammirabili
per la lor mole e bellezza, ma ogni ordine d'architettura rigetta i loro
fantastici capitelli. Erasi curiosamente espressa in mosaico una
quantità di vari ornamenti e figure; e le immagini di Cristo, della
Vergine, dei Santi e degli Angeli, che sono state cancellate dal
fanatismo Turco, erano pericolosamente esposte alla superstizione de'
Greci. Secondo la santità d'ogni oggetto eran distribuiti i preziosi
metalli in tenui lamine, o in solide masse. La balaustrata del Coro, i
capitelli delle colonne, e gli ornamenti delle porte e delle gallerie
eran di bronzo dorato; s'abbagliavano gli occhi dello spettatore dal
brillante aspetto della Cupola; la Tribuna conteneva quarantamila libbre
d'argento, ed i vasi ed arredi sacri dell'Altare erano d'oro purissimo,
arricchito d'inestimabili gemme. Prima che si fosse alzata la fabbrica
della Chiesa due cubiti sopra terra, si erano già consumate
quarantacinquemila dugento libbre, e tutta la spesa montò a
trecentoventimila. Ogni lettore, secondo la misura della sua credulità,
può valutare il loro valore in oro o in argento, ma il resultato del
computo più basso è la somma di un milione di lire sterline. Un
magnifico Tempio è un monumento lodevole del gusto e della Religion
Nazionale, e l'entusiasta, ch'entrava nella Chiesa di S. Sofia, poteva
esser tentato a supporre, che quella fosse la residenza, o anche la
fattura della Divinità. Pure quanto goffo n'è l'artifizio, quanto
insignificante il travaglio, se si confronti con la formazione del più
vile insetto, che serpe sulla superficie di quel Tempio!
La descrizione sì minuta d'un Edifizio che il tempo ha rispettato, può
servire a confermare la verità ed a giustificar la relazione delle
innumerabili Opere che Giustiniano costruì sì nella Capitale che nelle
Province in una minor proporzione, e sopra fondamenti meno
durevoli[552]. Nella sola Costantinopoli e ne' suoi addiacenti sobborghi
ei dedicò venticinque Chiese in onore di Cristo, della Vergine e de'
Santi; queste per la maggior parte furono decorate di marmo e d'oro; e
la varia loro situazione giudiziosamente si scelse o in una popolata
piazza, o in un piacevol boschetto, o sul lido del mare o su qualche
alta eminenza che dominava i Continenti dell'Europa e dell'Asia. La
Chiesa de' Santi Apostoli a Costantinopoli e quella di S. Giovanni in
Efeso pare che fossero formate sull'istesso modello: le loro cupole
aspiravano ad imitar quella di S. Sofia; ma l'Altare con più giudizio
era collocato sotto il centro della cupola, nella riunione de' quattro
magnifici portici, che più esattamente rappresentavano la figura della
croce Greca. La Vergine di Gerusalemme potè esultar per il Tempio
innalzatole dall'Imperial suo devoto in un luogo il più infelice, che
non somministrava all'Architetto nè suolo, nè materiali. Si formò un
piano, alzando porzione d'una profonda valle all'altezza d'una montagna.
Furon tagliate in forme regolari le pietre d'una vicina cava; ogni pezzo
fu fissato sopra una particolare specie di carro tirato da quaranta de'
più forti bovi, e furono allargate le strade per il passaggio di sì
enormi carichi. Il Libano diede i cedri più alti per le travi della
Chiesa; e l'opportuna scoperta d'un filone di marmo rosso ne somministrò
le belle colonne, due delle quali, che sostenevano il Portico esteriore,
passavano per le più grandi del Mondo. Si sparse la pia munificenza
dell'Imperatore sopra la Terra Santa; e se la ragione condannerebbe i
Monasteri di ambedue i sessi che furono fabbricati o restaurati da
Giustiniano, pure la carità deve approvare i pozzi, ch'egli scavò e gli
spedali, ch'eresse per sollievo degli stanchi pellegrini. L'indole
scismatica dell'Egitto non meritava le Reali beneficenze; ma nella Siria
e nell'Affrica si applicarono diversi rimedi a' disastri cagionati dalle
acque o da' terremoti; e tanto Cartagine quanto Antiochia, risorgendo
dalle proprie rovine, dovevan venerare il nome del grazioso loro
Benefattore[553]. Quasi ogni Santo del Calendario ebbe l'onore d'un
tempio; quasi ogni Città dell'Impero ottenne gli stabili vantaggi di
ponti, di spedali e di acquedotti; ma la rigida liberalità del Monarca
sdegnò di compiacere i suoi sudditi nelle popolari superfluità de' Bagni
e de' Teatri. Mentre Giustiniano s'affaticava pel pubblico servizio non
si dimenticò della propria dignità e del suo comodo. Il Palazzo di
Costantinopoli, ch'era stato danneggiato dall'incendio, fu risarcito con
nuova magnificenza; e può formarsi qualche idea di tutto l'Edifizio dal
vestibulo della sala che, forse per le porte o pel tetto, chiamavasi
-Chalche-, o di bronzo. La cupola d'uno spazioso quadrangolo era
sostenuta da colonne massicce; il pavimento e le mura erano incrostate
di marmi di più colori, come del Verde smeraldo di Laconia,
dell'infiammato rosso, e del bianco Frigio frammischiato di vene d'un
color verde mare; e le pitture a mosaico della cupola e delle pareti
rappresentavano le glorie de' trionfi d'Affrica e d'Italia. Sul lido
Asiatico poi della Propontide, in una piccola distanza all'Oriente di
Calcedonia, stavan preparati il sontuoso Palazzo ed i Giardini
d'Erco[554] per la dimora estiva di Giustiniano e specialmente di
Teodora. I Poeti di quel tempo hanno celebrato in essi la rara unione
della natura e dell'arte, non meno che l'armonia delle Ninfe dei boschi,
delle fontane e dei flutti marini; pure la folla de' Ministri, che
seguitavan la Corte, si doleva dell'incomoda loro abitazione[555], ed
erano le Ninfe troppo spesso impaurite dal famoso Porfirio, Balena di
dieci cubiti in larghezza e di trenta in lunghezza che fu tratta a riva
alla bocca del fiume Sangari, dopo avere infestato per più di mezzo
secolo i mari di Costantinopoli[556].
Giustiniano moltiplicò le Fortezze dell'Europa e dell'Asia; ma la
frequenza di tali timide ed infruttuose precauzioni espone ad un occhio
filosofico la debolezza dell'Impero[557]. Da Belgrado fino all'Eussino,
e dalla congiunzion della Sava col Danubio fino all'imboccatura di esso,
estendevasi lungo le rive di questo gran fiume una catena di più di
quaranta piazze fortificate. Le pure torri di guardia si mutarono in
spaziose Cittadelle, le mura delle quali, che gl'Ingegneri estendevano o
ristringevano secondo la natura del suolo, si riempivano di Colonie o di
guarnigioni; una stabil Fortezza difendeva le rovine del Ponte di
Traiano[558]; e più stazioni militari affettavano di spargere di là dal
Danubio l'orgoglio del nome Romano. Ma questo nome aveva perduto il suo
terrore; i Barbari nelle annue loro scorrerie, con disprezzo passavano e
ripassavano avanti a quegl'inutili baloardi; e gli abitanti della
frontiera, invece di riposare tranquilli sotto l'ombra della comune
difesa eran costretti a guardar di continuo le separate loro abitazioni.
Furono ripopolate le antiche Città; le nuove fondazioni di Giustiniano
acquistarono, forse troppo presto, gli epiteti d'invincibili e di piene
di gente; ed il bene augurato luogo della sua nascita tirò a se la grata
reverenza del più vano fra' Principi. Sotto il nome di -Giustiniana
prima- l'oscuro villaggio di Tauresio divenne la sede d'un Arcivescovo e
d'un Prefetto, la giurisdizione del quale, s'estendeva sopra sette
guerriere Province dell'Illirico[559]; e la corrotta denominazione di
-Giustendil- tuttavia indica circa venti miglia al mezzodì di Sofia la
residenza d'un Sangiacco Turco[560]. Si fabbricò speditamente una
Cattedrale, un Palazzo, ed un Acquedotto per uso de' paesani
dell'Imperatore; s'adattarono i pubblici e privati edifizi alla
grandezza d'una Città Reale; e la fortezza delle sue mura, durante la
vita di Giustiniano, resistè a mal diretti assalti degli Unni e degli
Schiavoni. Ne furon talvolta ritardati i progressi, e sconcertate le
rapaci speranze anche dagl'innumerabili castelli che nelle Province
della Dacia, dell'Epiro, della Tessaglia, della Macedonia e della Tracia
pareva, che cuoprissero tutta la superficie del Paese. E dall'Imperatore
in vero fabbricati furono o riparati seicento di questi Forti; ma sembra
ragionevole il credere che ognuno di essi per lo più consistesse solo in
una torre di pietra o di mattoni, posta nel mezzo d'una piazza quadrata
o circolare, ch'era circondata da una muraglia e da un fosso, ed in un
momento di pericolo somministrava qualche difesa ai contadini, ed al
bestiame de' vicini villaggi[561]. Ciò non ostante queste opere
militari, ch'esaurivano il pubblico erario, non servivano a dissipare le
giuste apprensioni di Giustiniano e dei suoi sudditi Europei. I Bagni
caldi d'Anchialo nella Tracia si resero altrettanto sicuri, quanto erano
salutari; ma la cavalleria scitica foraggiava nelle ricche pasture di
Tessalonica; la deliziosa valle di Tempe, trecento miglia distante dal
Danubio, era di continuo agitata dal suono di guerra[562]; e nessun
luogo non fortificato, per quanto fosse remoto o solitario, poteva con
sicurezza godere i vantaggi della pace. Lo Stretto delle Termopile che
sembrava difendere la sicurezza della Grecia, ma che l'aveva tante volte
tradita, fu diligentemente fortificato da' lavori di Giustiniano. Ei
fece continuare dall'estremità del lido del mare, per mezzo di valli e
di foreste, fino alla cima delle montagne di Tessaglia un forte muro,
che impediva qualunque praticabile ingresso. Invece d'una tumultuosa
folla di contadini pose una guarnigione di duemila soldati lungo di
esso; provvide per loro uso de' granai e delle conserve di acqua; e per
una precauzione che ispirava la poltroneria, ch'ei previde, fabbricò
delle Fortezze adattate alla loro ritirata. Le mura di Corinto,
rovesciate da un terremoto, ed i cadenti baloardi d'Atene e di Platea,
furono con attenzione restaurati; si sconfortarono i Barbari dal
prospetto di successivi e penosi assedj; e le aperte Città del
Peloponneso furon coperte dalle fortificazioni dell'Istmo di Corinto. Il
Chersoneso di Tracia, ch'è un'altra Penisola all'estremità dell'Europa,
sporge per tre giornate di cammino nel mare, e forma co' lidi addiacenti
dell'Asia lo Stretto dell'Ellesponto. Gl'intervalli, frammezzo ad undici
ben popolate Città, eran pieni di alti boschi, di be' pascoli, e di
arabili campi; e l'Istmo di trentasette stadi era stato fortificato da
un Generale Spartano, novecento anni prima del Regno di
Giustiniano[563]. In un tempo di libertà e di valore, il più leggiero
riparo può impedire una sorpresa; e sembra che Procopio non conosca la
superiorità degli antichi tempi, allorchè loda la solida costruzione ed
il doppio parapetto d'un muro, le lunghe braccia del quale s'estendevano
da ambe le parti nel mare, ma di cui la forza fu creduta insufficiente a
guardare il Chersoneso, se ogni Città e specialmente Gallipoli e Sesto,
non si fossero assicurate con le particolari loro fortificazioni. La
-lunga- muraglia, com'enfaticamente dicevasi, era un'opera tanto
vergognosa per l'oggetto di essa, quanto rispettabile per l'esecuzione.
Le ricchezze di una Capitale si spargono nella vicina Campagna: ed il
territorio di Costantinopoli, ch'è un paradiso della Natura, era ornato
con i lussuriosi giardini, e con le ville de' Senatori e degli opulenti
Cittadini. Ma la lor opulenza non servì, che ad attirare gli arditi e
rapaci Barbari; i più nobili dei Romani, che vivevano in seno ad una
pacifica indolenza, furon condotti via schiavi dagli Sciti; ed il loro
Sovrano potè dal suo Palazzo vedere le fiamme ostili, che insolentemente
s'estesero fino alle porte della Città Imperiale. Anastasio fu costretto
a stabilire un'ultima frontiera alla distanza di sole quaranta miglia da
Costantinopoli; il lungo suo muro di sessanta miglia, dalla Propontide
all'Eussino, manifestò l'impotenza delle sue armi; e siccome il pericolo
divenne anche più imminente, dall'instancabil prudenza di Giustiniano,
vi s'aggiunsero nuove fortificazioni[564].
[A. 492-498]
L'Asia minore, dopo che si furon sottomessi gl'Isauri[565], restò senza
nemici e senza fortificazioni. Questi audaci selvaggi, che avevano
sdegnato di esser sudditi di Gallieno, continuarono per dugento trenta
anni in una vita indipendente e rapace. I più intraprendenti Principi
rispettarono la fortezza di quelle montagne, e la disperazione dei loro
abitanti; il feroce loro animo veniva ora mitigato co' doni, ora tenuto
in freno col terrore, ed un Conte militare con tre legioni fissò la sua
permanente ed ignominiosa stazione nel cuore delle Province romane[566].
Ma appena si rilassava, o si distraeva la vigilanza della forza,
scendevano gli squadroni leggiermente armati da' colli, ed invadevano la
pacifica opulenza dell'Asia. Quantunque gl'Isauri non fosser notabili
per la loro statura o valore, il bisogno gli rese arditi, e l'esperienza
gli abilitò nell'esercizio della guerra predatoria. Con silenzio e
velocità s'avanzavano ad attaccare i villaggi e castelli senza difesa;
le volanti lor truppe talvolta sono arrivate fino all'Ellesponto,
all'Eussino, ed alle porte di Tarso, d'Antiochia, o di Damasco[567]; e
se ne mettevano in sicuro le spoglie nelle inaccessibili loro montagne,
prima che le Truppe romane avesser ricevuto i lor ordini, o la distante
Provincia saccheggiata, calcolato avesse il suo danno. Il delitto di
ribellione e di latrocinio gli facea distinguere da' nemici nazionali:
ed erasi ordinato a' Magistrati, per mezzo d'un Editto, che il processo
o la punizione d'un Isauro anche nella solennità di Pasqua fosse un atto
meritorio di giustizia e di pietà[568]. Se i prigionieri di quella
Nazione si condannavano alla domestica schiavitù, con la loro spada o
pugnale sostenevano le private contese de' loro padroni; e si trovò
espediente, per la pubblica tranquillità, di proibire il servizio di
tali pericolosi domestici. Quando per altro montò sul trono Tarcalisseo
o Zenone loro compatriotto, invitò una fedele e formidabil truppa
d'Isauri, che insultaron la Corte e la Città, e furon premiati con un
annuo tributo di cinquemila libbre d'oro. Ma le speranze di fortuna
spopolarono le montagne, il lusso snervò la durezza degli animi e de'
corpi loro, ed a misura che si frammischiaron con gli uomini, divennero
meno capaci di godere la povera e solitaria lor libertà. Morto Zenone,
Anastasio suo successore soppresse le loro pensioni, gli espose alla
vendetta del Popolo, gli bandì da Costantinopoli, e si apparecchiò a
fare una guerra che lasciava loro solamente l'alternativa di vincere o
di servire. Un fratello del defunto Imperatore usurpò il titolo
d'Augusto; ne fu sostenuta efficacemente la causa dalle armi, da' tesori
e da' magazzini raccolti da Zenone; ed i nativi dell'Isauria dovevan
formare la più piccola parte de' cento cinquantamila Barbari, che
militavano sotto le sue bandiere, le quali furono per la prima volta
santificate dalla presenza d'un Vescovo combattente. Le disordinate loro
milizie furono vinte nelle pianure della Frigia dal valore e dalla
disciplina de' Goti; ma una guerra di sei anni quasi esaurì tutto il
coraggio dell'Imperatore[569]. Gl'Isauri si ritirarono alle loro
montagne; le loro Fortezze una dopo l'altra furono assediate e
distrutte; fu tagliata la comunicazione, ch'essi avevan col mare; i più
bravi de' loro Capitani morirono in battaglia; quelli che sopravvissero,
avanti la loro esecuzione furon tratti in catene per l'Ippodromo; si
trapiantò nella Tracia una colonia de' loro giovani, ed il restante del
Popolo si sottopose al Governo Romano. Passarono però alcune generazioni
prima che i loro animi si adattassero alla schiavitù. I popolati
villaggi del monte Tauro eran pieni di soldati a cavallo e di arcieri;
essi resistevano in vero all'imposizion de' tributi, ma somministravano
reclute agli eserciti di Giustiniano, ed i suoi Magistrati Civili, come
il Proconsole di Cappadocia, il Conte d'Isauria, ed i Pretori di
Licaonia e di Pisidia, eran forniti di forza militare per frenare la
licenziosa pratica delle rapine e degli assassini[570].
Se diamo un'occhiata dal Tropico fino alla bocca del Tanai, potremo da
una parte osservare le precauzioni di Giustiniano per reprimere i
selvaggi dell'Etiopia[571], e dall'altra le lunghe muraglie, ch'ei
costruì nella Crimea per difesa de' Goti suoi amici, che formavano una
colonia di tremila pastori e guerrieri[572]. Da quella Penisola fino a
Trebisonda, erasi assicurata la curva orientale dell'Eussino per mezzo
di Fortezze, di alleanze, o della Religione, ed il possesso di Lazica,
ch'è il Colco dell'antica Geografia e la Mingrelia della moderna,
divenne tosto l'oggetto d'una importante guerra. Trebisonda, in seguito
sede d'un Impero romanzesco, dovè alla liberalità di Giustiniano una
chiesa, un acquedotto, ed una Fortezza, di cui le fosse tagliate furono
nella viva pietra. Da questa Città marittima può tirarsi fino alla
Fortezza di Circesio, ultima stazione Romana sull'Eufrate[573], una
linea di confine di cinquecento miglia. Immediatamente sopra Trebisonda,
per cinque giorni di cammino verso il mezzodì, è occupato il Paese da
folti boschi e da monti scoscesi, tanto ispidi, quantunque non tanto
alti, quanto le Alpi ed i Pirenei. In questo rigido clima[574], dove
rade volte si fondon le nevi, i frutti vengono tardi e senza sapore,
fino il mele è velenoso, la più industriosa cultura si dovea limitare ad
alcune piacevoli valli; e le tribù pastorali ricavavano uno scarso
sostentamento dalla carne, e dal latte de' loro armenti. I -Calibi-[575]
traevano il nome e l'indole della ferrea qualità del suolo; e fino dal
tempo di Ciro potevan allegare, sotto le varie denominazioni di Caldei e
di Zanj, una prescrizione non interrotta di guerra e di rapina. Al tempo
di Giustiniano essi riconobbero il Dio e l'Imperatore de' Romani, e
furono fabbricate sette Fortezze ne' luoghi più accessibili per
rispingere l'ambizione del Monarca Persiano[576]. La principal sorgente
dell'Eufrate viene dalle Montagne de' Calibi, e sembra che scorra verso
l'Occidente e l'Eussino; piegando poi questo fiume al sud-ovest passa
sotto le mura di Satala o Melitene (che furono restaurate da Giustiniano
come baloardi dell'Armenia Minore), ed appoco appoco s'accosta al mare
Mediterraneo; finattantochè impedito dal Monte Tauro[577], alla fine
dirige il lungo e tortuoso suo corso al sud-est, ed al Golfo Persico.
Fra le Città Romane di là dall'Eufrate ne distinguiamo due fondate
recentemente, ch'ebbero il nome da Teodosio e dalle reliquie de'
Martiri; e due Capitali, Amida ed Edessa, che sono celebri nell'Istoria
di tutti i tempi. Alla pericolosa lor situazione Giustiniano
proporzionar ne volle la forza. Un fosso ed una palizzata potea servire
alla forza indisciplinata della cavalleria Scitica; ma richiedevansi
opere più elaborate per sostenere un regolare assedio contro le armi ed
i tesori del gran Re. Gli abili suoi Ingegneri sapevano le maniere di
fare profonde mine e d'innalzar piattaforme al livello delle mura; egli
scuoteva i più forti edifizi con le sue macchine militari; ed alle volte
avanzavasi all'assalto con una linea di mobili torri sul dorso degli
Elefanti. Nelle gran Città dell'Oriente, lo svantaggio della distanza e
forse anche della situazione, veniva compensato dallo zelo del Popolo,
che secondava la guarnigione in difesa della patria e della Religione, e
la favolosa promessa del Figlio di Dio, ch'Edessa non sarebbe mai stata
presa, empieva i Cittadini di valorosa fiducia, e scoraggiava e rendeva
dubbiosi gli assediatori[578]. Furono diligentemente fortificate le
minori Città dell'Armenia e della Mesopotamia, ed i posti che sembravano
dominare sulla terra o sull'acqua, contenevano molti Forti fabbricati
regolarmente di pietra o più in fretta con i più comuni materiali di
terra e di mattoni. L'occhio di Giustiniano investigava ogni luogo, e le
sue crudeli precauzioni tiravan la guerra anche in quelle remote valli;
i pacifici abitanti delle quali, collegati fra loro per mezzo del
commercio e del matrimonio, ignoravano le discordie delle Nazioni, e le
querele de' Principi. All'occidente dell'Eufrate un arenoso deserto
s'estende più di sei cento miglia fino al Mar Rosso. La Natura aveva
frapposto una vuota solitudine fra l'ambizione di due Imperi emuli fra
di loro; gli Arabi, fino al tempo di Maometto, non furon formidabili,
che come ladroni, e nell'alta sicurezza della pace si trascurarono le
fortificazioni della Siria nel lato più esposto.
[A. 488-505]
Ma l'inimicizia nazionale, o almeno gli effetti di tale inimicizia si
eran sospesi mediante una tregua, che continuò più di quarant'anni. Un
Ambasciatore dell'Imperator Zenone accompagnò il temerario ed infelice
Peroze nella sua spedizione contro i Neptaliti, ovvero Unni Bianchi, le
conquiste de' quali si erano estese dal Mar Caspio nel cuore dell'India,
della quale il trono rilucea di smeraldi[579], e la cavalleria
sostenevasi da una linea di duemila elefanti[580]. I Persiani furono due
volte circondati in una situazione che rendeva inutile il valore, ed
impossibil la fuga; e fu compita la doppia vittoria degli Unni per mezzo
d'uno stratagemma militare. Essi rilasciarono il regio lor prigioniero,
dopo ch'egli si fu sottomesso ad adorare la maestà d'un Barbaro; nè
servì ad evitare tal umiliazione la casuistica sottigliezza dei Magi,
che istruiron Peroze a diriger la sua intenzione al Sole nascente. Lo
sdegnato successore di Ciro dimenticò il suo pericolo e la gratitudine,
rinnovò con ostinato furore l'attacco, e vi perdè l'esercito non men che
la vita[581]. La morte di Peroze abbandonò la Persia a' suoi esterni e
domestici nemici; e passarono dodici anni di confusione, prima che il
suo figlio Cabade, o Kobad potesse formare alcun disegno d'ambizione o
di vendetta. La disobbligante parsimonia di Anastasio fu il motivo o il
pretesto d'una guerra coi Romani[582]; marciarono sotto le bandiere de'
Persiani gli Unni e gli Arabi; e le fortificazioni dell'Armenia e della
Mesopotamia erano allora in una condizione imperfetta o rovinosa.
L'Imperatore ringraziò il Governatore ed il Popolo di Martiropoli per
aver subito reso una Città, che non poteva difendersi con buon successo,
e l'incendio di Teodosiopoli potea giustificar la condotta dei prudenti
di lei vicini. Amida sostenne un lungo e rovinoso assedio: al termine di
tre mesi la perdita di cinquantamila soldati di Cabade non era
bilanciata da verun prospetto di buon successo; ed in vano i Magi
deducevano una lusinghiera predizione dall'indecenza delle donne, che
dalle mura avevano esposte le più segrete lor parti agli occhi degli
assedianti. Una notte alla fine tacitamente salirono sulla torre più
accessibile, che non era guardata che da alcuni Monaci oppressi, dopo le
funzioni d'una solennità, dal sonno e dal vino. Allo spuntar del giorno,
furono applicate le scale alle mure, la presenza di Cabade, il terribile
suo comando, e la sua spada sguainata costrinsero i Persiani a vincere,
e prima che quella fosse rimessa nel fodero, ottantamila abitanti
avevano espiato il sangue de' loro compagni. Dopo l'assedio d'Amida, la
guerra continuò per tre anni, e l'infelice frontiera provò tutto il peso
delle calamità, che essa apporta. Troppo tardi fu offerto l'oro
d'Anastasio; il numero delle sue truppe era distrutto dal numero de'
loro Generali; la Campagna restò spogliata de' suoi abitatori; e tanto i
vivi, quanto i morti abbandonati furono alle fiere del deserto. La
resistenza d'Edessa, e la mancanza di preda fece piegar l'animo di
Cabade alla pace: ei vendè le sue conquiste a un prezzo esorbitante; e
la medesima linea di confine, quantunque segnata di stragi e di
devastazioni, continuò a separare i due Imperi. Per evitare simili
danni, Anastasio risolvè di fondare una nuova Colonia sì forte, che
sfidar potesse la potenza Persiana, e sì avanzata verso l'Assiria, che
le stazionarie sue truppe fosser capaci di difendere la Provincia,
mediante la minaccia o l'esecuzione d'una guerra offensiva. A tale
oggetto fu popolata ed ornata la Città di Dara[583] distante quattordici
miglia da Nisibi, e quattro giornate di cammino dal Tigri; le
precipitose opere d'Anastasio furono migliorate dalla perseveranza di
Giustiniano; e senza fermarci su piazze meno importanti, le
fortificazioni di Dara possono rappresentarci l'Architettura militare di
quel secolo. Fu circondata la Città da due muri, e lo spazio ch'era fra
questi di cinquanta passi, serviva di ritirata al bestiame degli
assediati. La muraglia di dentro era un monumento di forza e di
bellezza: s'alzava questa sessanta piedi sopra il suolo, e l'altezza
delle torri era di cento piedi; i fori, dai quali poteva offendersi il
nemico con armi da lanciare, erano piccoli, ma numerosi; i soldati
stavano lungo il ramparo difesi da una doppia galleria, ed alzavasi una
terza piattaforma, spaziosa e sicura, sopra la sommità delle torri. Il
muro esteriore par che fosse meno alto, ma più solido; ed ogni torre era
difesa da un baloardo quadrangolare. Un terreno duro e sassoso impediva
i lavori delle mine, ed al sud-est, dove il suolo era più trattabile,
venivano ritardati da una -overa nuova-, che s'avanzava in forma di
mezza luna. I fossi duplicati, e triplicati eran pieni d'acqua corrente;
e si profittò con la massima industria della comodità del fiume per
supplire ai bisogni degli abitanti, per inquietar gli assalitori, e per
impedire i danni d'una naturale o artificiale inondazione. Dara continuò
più di sessant'anni a secondar le mire dei suoi fondatori, ed a provocar
la gelosia dei Persiani, che non lasciavano di lagnarsi, che si era
costruita quell'inespugnabil Fortezza con una manifesta violazione del
Trattato di pace fatto fra' due Imperi.
Le Province di Colco, d'Iberia, e d'Albania fra l'Eussino ed il Caspio
sono intersecate per ogni verso dalle diramazioni del monte Caucaso; e
nella geografia, tanto degli antichi quanto de' moderni, si sono spesse
volte confuse fra loro le due principali -Porte-, o passi, che vanno dal
settentrione al mezzodì. Si è dato il nome di Porte -Caspie- o
d'-Albania- propriamente a Derbend[584], che occupa un breve declive fra
le montagne ed il mare: questa Città, se prestiam fede alla tradizione
del luogo, fu fondata da' Greci; e questo pericoloso ingresso venne
fortificato da' Re di Persia con un molo, con doppie mura, e con porte
di ferro. Le porte -Iberie-[585] si formano da uno stretto passo di sei
miglia nel monte Caucaso, che dal lato settentrionale dell'Iberia o
della Georgia, s'apre nella pianura, che s'estende fino al Tanai ed al
Volga. Una Fortezza, destinata forse da Alessandro, o da alcuno de suoi
successori a dominare quell'importante posto, era pervenuta per diritto
di conquista o d'eredità in un Principe Unno, che l'offerì per un
moderato prezzo all'Imperatore; ma mentre Anastasio indugiava, mentre ne
calcolava timidamente il prezzo e la distanza, vi si frappose un più
vigilante rivale, e Cabade occupò per forza quel passaggio del Caucaso.
Le porte Albanesi, ed Iberie escludevano la cavalleria degli Sciti dalle
strade più brevi e più praticabili, e tutta la fronte de' monti era
coperta dal riparo di Gog e Magog, o sia dalla lunga muraglia, ch'eccitò
la curiosità d'un Califfo Arabo[586] e d'un Conquistatore Russo[587].
Secondo una descrizione recente sono artificialmente unite insieme senza
ferro o cemento alcuno molte gran pietre, grosse sette piedi, e lunghe o
alte ventuno, per formare un muro, che dura più di trecento miglia dai
lidi di Derbend sopra i monti, e per le valli del Daghestan e della
Giorgia. Un'opera tale potea intraprendersi senz'alcuna visione dalla
Politica di Cabade; e senz'alcun prodigio potè compirsi dal suo figlio,
sì formidabile, a' Romani sotto il nome di Cosroe, e così caro agli
Orientali sotto quello di Nushirwan. Il Monarca Persiano aveva in mano
le chiavi sì della pace che della guerra; ma in ogni Trattato egli
stipulava che Giustiniano contribuisse alla spesa della comune Barriera,
che difendeva ugualmente i due Imperi dalle scorrerie degli Sciti[588].
VII. Giustiniano soppresse le scuole d'Atene, ed il Consolato di Roma,
che avevano dato al Mondo tanti Saggi ed eroi. Ambedue queste
Istituzioni erano da gran tempo degenerate dalla primitiva lor gloria;
pure si può con ragione dar qualche taccia d'avarizia e di gelosia ad un
Principe, per mano del quale furon distrutti que' venerabili avanzi.
Atene, dopo i trionfi Persiani, adottò la Filosofia della Jonia, e la
Rettorica della Sicilia; e tali studj divennero il patrimonio di una
Città, gli abitanti della quale, ascendenti a circa trentamila maschi,
condensarono nel periodo d'una sola generazione il genio di molti
secoli, e di molti milioni di uomini. Il sentimento, che abbiamo della
dignità della natura umana s'esalta alla semplice riflessione, che
Isocrate[589] fu compagno di Platone e di Senofonte; ch'ei si trovò
presente, forse insieme coll'Istorico Tucidide, alle prime
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