Lettore. L'Ab. Barthelemy computa, che, secondo i prezzi moderni,
l'opera in mattoni e la struttura del Colosseo costerebbe ora venti
milioni di lire di Francia (-Mem. de l'Academie des inscript. Tom. 28 p.
585, 586-). Che piccola parte di quella stupenda fabbrica!
[401] Intorno agli Acquedotti, ed alle Cloache vedi Strabone (-l. V p.
360-), Plinio (-Hist. Nat. XXXVI 24-), Cassiodoro (-Var. III 30, 31 VI
6-), Procopio (-Got. l. I c. 9-), e Nardini (-Roma antica p. 514, 522-).
È tuttora un problema, come tali opere si potessero eseguire da un Re di
Roma.
[402] Quanto alla cura, che si presero i Goti delle fabbriche e delle
statue, vedi Cassiodoro (-Var. I 21, 25. II 34. IV 30. VII 6, 13, 15-)
ed il Frammento Valesiano (-pag. 721-).
[403] -Var. VII 15.- Questi cavalli di -Montecavallo- da Alessandria
erano stati trasportati a' Bagni di Costantino (Nardini -pag. 188-). Se
ne disprezza la scultura dall'Abbate Dubos (-Reflex. sur la Poesie et
sur la Peinture Tom. I sect. 39-) e s'ammira dal Winckelmann (-Hist. de
l'Art Tom. II pag. 159-).
[404] -Var. X 10.- Essi erano probabilmente un frammento di qualche
carro trionfale (Cuper, -de Elephant. II. 10-).
[405] Procopio (-Goth. l. IV c. 21-) riporta una sciocca storia della
Vacca di Mirone, che vien celebrata dal falso spirito di trentasei
epigrammi greci (-Antholog. l. IV p. 302, 306. Edit. Hen. Steph. Auson.,
Epigramm. 58, 68-).
[406] Vedi un Epigramma d'Ennodio (-II 3 p. 1893, 1894-) sopra questo
giardino ed il real giardiniere.
[407] Si prova la sua affezione per quella città dall'epiteto di -Verona
tua-, e dalla leggenda dell'Eroe. Sotto il nome barbaro di Dietrich di
Berna (Peringsciold, -ad Cochloeum p. 840-) il Maffei lo segue con
intelligenza e piacere nel suo paese nativo (-l. IX p. 230, 236-).
[408] Vedi Maffei (-Verona illustr. P. I p. 231, 232, 308 ec.-). Egli
attribuisce l'architettura gotica, come la corruzione della lingua,
della scrittura ec. non a' Barbari, ma agli Italiani medesimi: si
confrontino i suoi sentimenti con quelli del Tiraboschi (-Tom. III p.
61-).
[409] Nell'Epistole di Cassiodoro vagamente si dipingono le ville, il
clima, e le vedute di Baia (-Var. IX 6.- Vedi Cluver., -Ital. antiqu. l.
IV c. 2 p. 1119 ec.-) d'Istria (-Var. XII 22, 26-), e di Como (-Var. XI
14- paragonata con le due Ville di Plinio -IX 7-).
[410] -In Liguria numerosa Agricolarum progenies- (Ennod. 1678, 1679,
1680). S. Epifanio di Pavia redimè, per mezzo di preghiere o di
riscatto, 6,000 schiavi da' Borgognoni di Lione o di Savoia. Tali azioni
sono memorabili più dei miracoli.
[411] L'economia politica di Teodorico (Vedi l'Anon. Vales. -p. 721- e
Cassiodoro -in Chron.-) può distintamente ridursi a' seguenti capi:
miniere di ferro (-Var. III 23-) e d'oro (-IX 3-): paludi Pontine (-II
32, 33-): di Spoleto (-II 21-): grano (-I 34. X 27, 28. XI 11, 12-):
commercio (-VI 7. VII 9, 23-): fiera di Leucotoe o di S. Cipriano in
Lucania (-VIII 33-) abbondanza (-XII 4-) cursus, o la pubblica posta (-I
29. II 31. IV 47. V 5. VI 6. VII 33-): la strada Flaminia (-XII 18-).
[412] -LX. Modii tritici in solidum ipsius tempore fuerunt, et vinum XXX
amphoras in solidum- (Fragm. Vales.). Dai granai si distribuiva il grano
a XV o XXV modj per soldo d'oro, ed il prezzo era sempre moderato.
[413] Vedi la vita di S. Cesario presso il Baronio (-A. D. 508. n. 12,
13, 14-). Il Re gli regalò 300 soldi d'oro, ed un piatto d'argento, che
pesava 60 libbre.
[414] Ennodio -in vit. S. Epiphan.- nelle opere del Sirmondo -Tom. I p.
1672, 1690-. Teodorico sparse importanti favori sopra di questo Vescovo,
ch'egli adoperava come Consigliere in tempo di pace e di guerra.
[415] -Devotissimus ac si Catholicus- (-Anon. Vales. p. 720-); la sua
offerta però non fu maggiore di due candelieri (-cerostrata-) d'argento,
del peso di settante libbre, molto inferiore all'oro e alle gemme di
Costantinopoli o di Francia (Anastas. -in vit. Pontif. in Houmisda p. 34
Edit. Paris-).
[416] Il tollerante sistema del suo regno (Ennod. -p. 1612-; Anon.
Vales. -p. 719-. Procop., Goth. -l. I. c. 1, l. II c. 6-) può studiarsi
nell'Epistole di Cassiodoro sotto i seguenti articoli; -Vescovi- (-Var.
I 9. VIII 15, 24. XI 23-); -Immunità- (-I 26. II 29, 30-); -Terre della
Chiesa- (-IV 17, 20-); -Santuari- (-II 11. III 47-); -Argenteria della
Chiesa- (-XII 20-), -Disciplina- (-IV 44-): che provano, ch'esso era nel
tempo stesso Capo della Chiesa e dello Stato.
[417] Possiam rigettare una sciocca novella d'aver egli decapitato un
Diacono cattolico, che s'era fatto Arriano (Theodor. Lector. n. 17).
Perchè Teodorico è soprannominato -Afer-? da -Vafer-? (Vales. -ad loc.-)
debole congettura!
[418] Ennodio -p. 1621, 1622, 1636, 1638-. Il suo -libello- fu
(-synodaliter-) approvato, e registrato da un Concilio Romano (Baron.
an. 503 n. 6. Franc. Pagi -in Breviar. Pontif. Rom. Tom. I p. 242-).
[419] Vedi Cassiodoro (-Var. VIII 15. IX 15, 16-), Anastasio (-in
Symmacho p. 31-) e l'annotazione XVII di Mascovio. Il Baronio, il Pagi,
e la maggior parte de' Dottori Cattolici confessano con meste querele
questa Gotica usurpazione.
[420] Ei li privò = licentia testandi =, e si attristò tutta l'Italia =
lamentabili Justitio =. Io vorrei persuadermi, che queste pene si
fossero stabilite contro i ribelli, che avevano violato il loro
giuramento di fedeltà, ma la testimonianza d'Ennodio (-p. 1675, 1678-) è
sommamente grave per la circostanza ch'ei visse e morì sotto il regno di
Teodorico.
[421] Ennodio -in vit. Epiphan. p. 1689, 1690-. Boet., -De Consolat.
Philos. l. 1 pros. IV p. 45, 46, 47-. Si rispettino, ma si pesino le
passioni del Santo e del Senatore: e si confermino o si diminuiscano le
loro querele, facendo uso de' vari cenni di Cassiodoro (-Var. II 8. IV
36. VIII 5-).
[422] -Immanium expensarum pondus.... pro ipsorum salute etc.- Queste
però non sono che pure parole.
[423] Si trovavano degli Ebrei a Napoli (Procopio, -Goth. l. 1 c. 8-), a
Geneva (-Var. II 28. IV 33-), a Milano (-V 57-), a Roma (-IV 43-): vedi
anche Basnagio, -Hist. des Juifs, Tom. VIII c. 7 p. 254-.
[424] -Rex avidus communis exitii etc.- Boeth. -l. 1 p. 59. Rex dolum
Romanis tendebat- (Anon. Vales. -p. 723-) queste son parole assai dure,
ch'esprimono le passioni degl'Italiani, e temo anche quelle di Teodorico
medesimo.
[425] Ho procurato di trarre una ragionevole narrazione dagli oscuri,
brevi ed incerti cenni dal frammento Valesiano (-p. 722, 723, 724-), di
Teofane (-p. 245-), d'Anastasio (-in Joanne p. 35-) e dell'Istoria
miscella (-p. 103 Edit. Muratori-). Una tenue compressione e parafrasi
delle loro parole non è una violenza. Vedasi anche il Muratori (-Annali
di Italia. Tom. IV p, 471, 478-) con gli Annali, ed il Compendio (-Tom.
I 259, 263-) de' due Pagi, Zio e Nipote.
[426] Le Clerc ha fatto una vita critica e filosofica di Anicio Manlio
Severino Boezio (-Bibl. Chois. Tom. XVI p. 168, 275-) e posson
consultarsi con vantaggio tanto il Tiraboschi (-Tom. III-), quanto il
Fabricio (-Bibliot. Latin.-). Si può fissare la data della sua nascita
verso l'anno 470, e la sua morte nel 524 in una età non molto avanzata
(-Consol. Phil. Metrica I p. 5-).
[427] Intorno all'età ed al valore di questo manoscritto, che ora è
nella Libreria Medicea di Firenze, vedi -Cenotaphia Pisana- (-p. 430,
447-) del Card. Noris.
[428] Gli studj di Boezio in Atene son dubbiosi (Baronio an. 510 n. 3
che cita un Trattato spurio -De Disciplina scholarum-), e senza dubbio
il termine di diciotto anni è troppo lungo: ma il puro fatto d'una
visita, ch'ei fece ad Atene, si giustifica da più prove, tratte da lui
medesimo (Bruker -Hist. Crit. Philos. Tom. III p. 524, 527-) e da
un'espressione, quantunque vaga ed ambigua, di Cassiodoro suo amico
(-Var. I 45-) -Longe positas Athenas introisti-.
[429] -Bibliothecae comptos ebore ac vitro parietes etc.- (-Consol.
Phil. l. 1 Pros. V p. 74-). L'Epistole d'Ennodio (-VI 6. VII 13. VIII 1,
31, 37, 40-) e Cassiodoro (-Var. I 39. IV 6. IX 21-) somministrano molte
prove dell'alta riputazione, ch'ei godeva a' suoi tempi. È vero, che il
Vescovo di Pavia ebbe bisogno di comprare da lui una vecchia casa in
Milano, e poterono presentarsi ed accettarsi delle lodi per parte del
pagamento di essa.
[430] Il Pagi, il Muratori ec. convengono, che Boezio medesimo fu
Console, nell'anno 510, i due suoi figli nel 522, e nel 487 forse suo
padre. Il desiderio d'attribuire al Filosofo l'ultimo di questi
Consolati ha resa dubbiosa la cronologia della sua vita. Ne' propri
onori, nelle sue Parentele, nei Figli egli celebra la sua propria
felicità la felicità passata. (-p. 109, 110-).
[431] -Si ego scissem, tu nescisses.- Boezio (-L. 1 Pros. 5 pag. 53-)
adotta questa risposta di Giulio Cano, di cui la morte filosofica è
descritta da Seneca (-De tranquillit. animi, c. 14-).
[432] S'espongono i caratteri de' due suoi delatori, Basilio ed Opilio,
non molto per essi onorevolmente nelle Lettere di Cassiodoro (-Var. II
10, 11. IV 22. V 41. VIII 16-) che fa menzione ancora di Decorato (-V
31-) indegno Collega di Boezio (-L. III Pros. 4 p. 193-).
[433] Si fece un rigoroso processo intorno al delitto di magia (-Var. IV
22, 23. IX 18-) e fu creduto, che molti negromanti fossero fuggiti
rendendo pazzi i loro custodi: in vece di -pazzi- leggerei piuttosto
-ubbriachi-.
[434] Boezio aveva composto la propria apologia (-p. 53-), forse più
interessante della sua Consolazione. Ma bisogna, che ci contentiamo d'un
prospetto generale de' suoi onori, principj, persecuzione ec. (-L. I
Pros. IV p. 42, 62-) che si può confrontare con le brevi ed importanti
parole del Frammento Valesiano (-p. 723-). Uno scrittore anonimo (Sinner
-Catalog. M. S. Bibliot. Bern. Tom. I p. 287-) l'accusa francamente d'un
onorevole e patriottico tradimento.
[435] L'esecuzione fu fatta -in agro Calventiano- (a Calvenzano fra
Marignano e Pavia) Anon. Vales. -p. 723- per ordine d'Eusebio Conte di
Ticino o di Pavia. Il luogo della sua prigionia si chiama Battistero:
edifizio e nome proprio delle Chiese Cattedrali; ed una perpetua
tradizione l'attribuisce alla Chiesa di Pavia. Nell'anno 1584 tuttavia
sussisteva la torre di Boezio, e se ne conserva ancora la pianta.
(-Tiraboschi Tom. III p. 47, 48-).
[436] Vedi la -Biografia Britannica, Alfredo, Tom. I p. 80 II Ediz.-
L'opera è più onorevole ancora, se fu eseguita sotto l'occhio illuminato
d'Alfredo dagli estranei e domestici suoi Dottori. Intorno alla fama di
Boezio nel medio Evo, si consulti Brucker (-Hist. Crit. Philos. Tom. III
p. 565, 566-).
[437] L'Iscrizione posta sul nuovo di lui sepolcro, fu fatta dal
precettore di Ottone III, il dotto Papa Silvestro II, il quale, come
Boezio medesimo, era chiamato mago dall'ignoranza di que' tempi. Il
Martire cattolico aveva portato per un considerabile tratto di strada la
propria testa delle sue mani (Baron. an. 526 n. 17, 18). Ad una simil
novella disse una volta una Signora (-La Signora Du Deffand, in
occasione del miracolo di S. Dionigi.-) di mia conoscenza = La distance
n'y fait rien: il n'y a que le primier pas qui coute.
[438] Boezio applaudisce alle virtù del suo suocero (-L. I Pros. 4 p.
118-). Procopio (-Goth. L. I c. 1-), il Frammento Valesiano (-p. 724-),
e l'Istoria miscella (-L. XV p. 105-) son d'accordo nel lodare la
sublime innocenza, o santità di Simmaco: e, nell'opinione dell'Autore
della leggenda, il delitto della sua morte fu uguale a quello della
carcerazione d'un Papa.
[439] Nell'immaginosa eloquenza di Cassiodoro la varietà del pesce di
mare e di fiume è una prova d'esteso dominio; e sulla tavola di
Teodorico trovavansi quelli del Reno, di Sicilia, e del Danubio (-Var.
XII 14-). Il mostruoso Rombo di Domiziano (Giovenal. -Sat. III 39-) era
stato preso nei lidi dell'Adriatico.
[440] Procop. -Goth. l. 1 c. 1-. Ma ci avrebbe dovuto dire, se aveva
saputo questo curioso aneddoto dalla fama comune, oppure dalla bocca del
Medico Reale.
[441] Procop. -Goth. l. 1 c. 1, 2, 12, 13-. Questa divisione fu ordinata
da Teodorico, quantunque non s'eseguisse che dopo la sua morte: -Regni
haereditatem superstes reliquit- (-Isidor. Chron. p. 721 Edit. Grot.-).
[442] Berimondo, ch'era il terzo nella discendenza d'Ermanrico Re degli
Ostrogoti, s'era ritirato nella Spagna, dove ei visse e morì
nell'oscurità (Giornand. -c. 33 p. 202 Ediz. Murator.-). Vedansi la
scoperta, le nozze, e la morte del suo nipote Eutarico (-Iv. c. 58 p.
220-). I suoi giuochi Romani poterono renderlo popolare (Cassiodor. -in
Chron.-), ma Eutarico era -asper in religione- (Anon. Vales. -p. 722,
723-).
[443] Vedi i consigli di Teodorico, e le proteste del suo successore,
presso Procopio (-Goth. l. 1 c. 1, 2-), Giornandes (-c. 59 p. 220, 221-)
e Cassiodoro (-Var. VIII 1, 7-). Queste lettere formano il trionfo della
sua eloquenza ministeriale.
[444] Anon. Vales. p. 724. Agnell. -de Vit. Pontif. Ravenn.- ap.
Muratori -Script. Rer. Italic. Tom. II P. I p. 67-. Alberti -Descriz.
d'Italia p. 311-.
[445] Si riferisce questa Leggenda da Gregorio I (-Dial. IV 30-) e
s'approva dal Baronio (-An. 526 n. 29-): e tanto il Pontefice quanto il
Cardinale sono Dottori gravi, sufficienti a stabilire un'opinione
-probabile-.
CAPITOLO XL.
-Innalzamento di Giustino il Vecchio. Regno di Giustiniano. I.
L'Imperatrice Teodora. II. Fazioni del Circo e sedizioni di
Costantinopoli. III. Commercio e Manifatture di seta. IV.
Finanze e Tributi. V. Edifizi di Giustiniano. Chiesa di S.
Sofia. Fortificazione e Frontiere dell'Impero d'Oriente.
Abolizione delle scuole d'Atene e del Consolato di Roma.-
[A. 482-483]
L'Imperator Giustiniano era nato[447] presso le rovine di Sardica (ch'è
la moderna Sofia) d'una oscura stirpe[448] di Barbari[449], che
abitavano un inculto e desolato Paese, a cui si son dati successivamente
i nomi di Dardania, di Dacia e di Bulgaria. Ne fu preparato
l'innalzamento dal fortunato coraggio di Giustino suo zio, che insieme
con due altri contadini del medesimo villaggio abbandonò, per seguire la
professione delle armi, la più vantaggiosa occupazione degli agricoltori
o de' pastori[450]. A piedi, e con una scarsa provvision di biscotto
nelle loro sacche, i tre giovani preser la strada di Costantinopoli, e
furon tosto arruolati, per la loro forza e statura, fra le guardie
dell'Imperator Leone. Sotto i seguenti due Regni acquistò il fortunato
villano ricchezze ed onori; e l'aver esso evitato alcuni pericoli, che
minacciaron la vita, venne in seguito attribuito all'Angelo Custode, che
veglia sul destino de' Re. Il lungo e lodevole suo servizio nelle guerre
Isaurica e Persiana non avrebbe tolto all'oblivione il nome di Giustino;
ma può giustificar gli avanzamenti militari, che a grado a grado nel
corso di cinquant'anni egli ottenne, vale a dire i posti di Tribuno, di
Console e di Generale, la dignità di Senatore, ed il comando delle
guardie, che ad esso come a loro capo ubbidivano, allorchè seguì
l'importante crisi della remozione dell'Imperatore Anastasio dal Mondo.
Furono esclusi dal trono i potenti di lui congiunti, ch'egli aveva
innalzato ed arricchito; e l'Eunuco Amanzio, che regnava nel Palazzo,
aveva segretamente risoluto di porre il diadema sul capo del più
ossequioso fra le sue creature. A tale oggetto affidossi un liberal
donativo per comprare il suffragio delle guardie, in mano del loro
Comandante.
[A. 518-527]
Ma Giustino perfidamente adoprò questi gravi argomenti a favor di se
stesso; e siccome non ardì presentarsi alcun competitore, fu vestito
della porpora il contadino della Dacia, per l'unanime consenso dei
soldati, che lo riconobbero valoroso e moderato; del Clero e del Popolo,
che lo credeva ortodosso; e dei Provinciali, che cederono con una cieca
ed implicita sommissione al volere della Capitale. Giustino il Vecchio,
così nominato per distinguerlo da un altro Imperatore della medesima
Famiglia e dell'istesso nome, salì sul trono di Bisanzio all'età di
sessant'otto anni; e se si fosse lasciato operare a suo talento, ad ogni
istante d'un Regno di nove anni, avrebbe dovuto manifestare a' suoi
sudditi l'improprietà della loro elezione. La sua ignoranza era simile a
quella di Teodorico, ed è osservabile, che in un secolo non affatto
privo di cognizioni, due Monarchi contemporanei non avevano mai appreso
neppur l'alfabeto. Ma il genio di Giustino era molto inferiore a quello
del Re Goto: l'esperienza di soldato non l'aveva renduto capace del
governo d'un Impero; e quantunque fosse personalmente valoroso, la
coscienza della propria debolezza veniva naturalmente accompagnata da
dubbi, diffidenze e timori politici. Gli affari però ministeriali dello
Stato erano diligentemente e fedelmente trattati dal Questore
Proclo[451]; ed il vecchio Imperatore adottò i talenti e l'ambizione di
Giustiniano suo nipote, giovane intraprendente, che lo Zio avea tratto
dalla rustica solitudine della Dacia, ed allevato in Costantinopoli,
com'erede de' privati suoi beni, e finalmente anche dell'Impero
Orientale.
[A. 520-527]
Defraudato che fu l'Eunuco Amanzio del suo danaro, fu necessario
privarlo anche della vita. Facilmente ciò si eseguì mediante l'accusa
d'una vera o finta cospirazione, e, come per un'aggiunta di delitto, i
Giudici furono informati, ch'egli era segretamente addetto all'eresia
Manichea[452]. Amanzio fu decapitato, tre de' suoi compagni, ch'erano i
primi domestici del Palazzo, furon puniti con la morte, o coll'esilio; e
l'infelice lor candidato per la porpora, fu cacciato in una profonda
carcere, oppresso di pietre, ed ignominiosamente gettato senza sepoltura
nel mare. Di maggior difficoltà e pericolo fu la rovina di Vitaliano.
Questo Capitano Goto erasi fatto popolare mediante la guerra civile,
ch'esso arditamente sostenne contro Anastasio per la difesa della Fede
Ortodossa, e dopo aver concluso un vantaggioso trattato, ei tuttavia si
trovava nelle vicinanze di Costantinopoli alla testa d'una vittoriosa e
formidabile armata di Barbari. Sulla fragile sicurezza de' giuramenti,
si lasciò indurre ad abbandonar quella vantaggiosa situazione, ed a
fidare la sua persona alle mura d'una Città, di cui gli abitanti,
specialmente quelli della fazione Azzurra, erano stati ad arte irritati
contro di lui con la rimembranza fino delle sue pie ostilità.
L'Imperatore ed il suo nipote l'abbracciarono come un fedele e degno
campione della Chiesa e dello Stato; e graziosamente decorarono il loro
favorito co' titoli di Console e di Generale; ma nel settimo mese del
suo Consolato, Vitaliano fu trucidato con diciassette ferite alla mensa
reale[453]; e Giustiniano, che n'ereditò le spoglie, fu accusato come
l'assassino di un fratello spirituale, a cui aveva di fresco impegnato
la sua fede nella partecipazione de' Misteri Cristiani[454]. Dopo la
caduta del suo rivale fu questi promosso, senz'alcun merito di servizio
militare, alla carica di Comandante Generale degli eserciti orientali,
ch'ei doveva condurre in campo contro il pubblico nemico. Ma, cercando
la fama, Giustiniano avrebbe potuto perdere il dominio che aveva sopra
l'età e debolezza dello Zio; ed invece di procurarsi per mezzo de'
trofei, Sciti o Persiani, l'applauso dei suoi Nazionali[455], il
prudente guerriero ne sollecitava il favore nelle Chiese, nel Circo, e
nel Senato di Costantinopoli. I Cattolici erano attaccati al nipote di
Giustino, che in mezzo, all'eresie Nestoriana ed Eutichiana calcava
l'angusto sentiero dell'inflessibile ed intollerante ortodossia[456].
Ne' primi giorni del nuovo Regno ei preparò e rimunerò l'entusiasmo
popolare contro la memoria del defunto Imperatore. Dopo uno scisma di 34
anni, riconciliò l'altiero ed irritato spirito del Pontefice romano, e
fece spargere fra' Latini una favorevole voce del pio suo rispetto per
la Sede apostolica. Le Sedi Orientali riempite furono di Vescovi
cattolici, addetti al suo partito; guadagnò con la sua liberalità il
Clero ed i Monachi, e fu ammaestrato il Popolo a pregare pel futuro loro
Sovrano, speranza e colonna della vera Religione. La magnificenza di
Giustiniano si vide nella più splendida pompa de' pubblici spettacoli,
oggetto agli occhi della moltitudine non meno sacro ed importante, che
il Simbolo di Nicea o di Calcedonia: la spesa del suo Consolato fu
valutata dugento ottant'ottomila monete d'oro; comparirono
sull'anfiteatro nell'istesso tempo venti Leoni e trenta Leopardi; e fu
rilasciata come un dono straordinario ai Cocchieri vittoriosi del Circo
una serie numerosa di Cavalli co' ricchi lor fornimenti. Mentre cercava
di piacere al Popolo di Costantinopoli, e riceveva i dispacci degli
stranieri Monarchi, il nipote di Giustino con gran premura coltivava
l'amicizia del Senato. Pareva, che questo venerabile nome desse diritto
a' suoi Membri di dichiarare il sentimento della Nazione, e di regolare
la successione al trono Imperiale: il debole Anastasio aveva lasciato
degenerare il vigore del Governo nella forma o sostanza d'un
Aristocrazia; e gli Ufiziali della Milizia, che avevano ottenuto il
posto di Senatori, erano seguitati dalle domestiche loro guardie; truppa
di Veterani, le armi o le acclamazioni de' quali potevano in un momento
di tumulto disporre del diadema di Oriente. Si profusero i tesori dello
Stato per comprare i voti de' Senatori, e fu comunicato all'Imperatore
l'unanime lor desiderio, che si compiacesse d'adottar Giustiniano per
suo Collega. Ma questa domanda, che troppo chiaramente gli rammentava il
suo prossimo fine, non piacque al sospettoso carattere di un vecchio
Monarca, desideroso di ritener la potenza, ch'era incapace d'esercitare;
e Giustino tenendo con ambe le mani la porpora, avvisò di preferire,
giacchè stimavasi un'elezione sì vantaggiosa, qualche Candidato più
vecchio. Nonostante questo rimprovero, il Senato volle decorar
Giustiniano col reale epiteto di -Nobilissimo-; e ne fu ratificato il
decreto dall'affetto, o dal timore dello Zio. Dopo qualche tempo il
languore sì di mente che di corpo, a cui si ridusse per una incurabil
ferita nella coscia, gli rendè indispensabile l'aiuto d'un Custode.
Chiamò dunque il Patriarca ed i Senatori; ed alla loro presenza pose il
diadema solennemente sul capo del suo nipote, che fu condotto dal
Palazzo al Circo, e salutato con alti e lieti applausi dal Popolo. La
vita di Giustino si prolungò per circa quattro mesi, ma dal momento di
questa ceremonia, ei fu considerato come morto quanto all'Impero, che
riconobbe Giustiniano nel quarantesimo quinto anno della sua età per
legittimo Sovrano d'Oriente[457].
[A. 527-565]
Giustiniano, dal suo innalzamento al trono fino alla morte, governò
l'Impero romano per trent'otto anni, sette mesi, e tredici giorni. Gli
avvenimenti del suo Regno, che eccitano la curiosa nostr'attenzione pel
numero, e per la varietà ed importanza loro, sono diligentemente
riferiti dal Segretario di Belisario, Retore che l'eloquenza promosse al
grado di Senatore e di Prefetto di Costantinopoli. Procopio[458],
seguitando le vicende del coraggio o della servitù, del favore o della
disgrazia, successivamente compose l'-istoria-, il -panegirico-, e la
-satira- de' suoi tempi. Gli otto libri delle guerre Persiana, Vandalica
e Gotica[459], che son continuati ne' cinque libri d'Agatia, meritano
d'essere da noi stimati, come una laboriosa e felice imitazione degli
scrittori Attici, o almeno Asiatici dell'antica Grecia. I fatti, ch'ei
narra, son tratti dalla propria personale esperienza, e dalla libera
conversazione d'un soldato, d'un ministro, e d'un viaggiatore; il suo
stile continuamente aspira, e spesse volte giunge al merito d'esser
forte ed elegante; le sue riflessioni, specialmente ne' discorsi, che
troppo frequentemente v'inserisce, contengono un ricco fondo di
cognizioni politiche; ed eccitato l'Istorico dalla generosa ambizione
d'istruire e dilettar la posterità, sembra che sdegni i pregiudizi
popolari e l'adulazione delle Corti. Gli scritti di Procopio[460] erano
letti ed applauditi da' suoi contemporanei[461]; ma sebbene ei gli
ponesse rispettosamente a' piedi del trono, l'orgoglio di Giustiniano
doveva esser punto dalle lodi d'un Eroe, che sempre ecclissa la gloria
del suo inattivo Sovrano. L'intima sublime cognizione dell'indipendenza
fu vinta dalle speranze e da' timori della schiavitù; ed il Segretario
di Belisario si procurò il perdono ed il premio ne' sei libri
degl'Imperiali -Edifizi-. Aveva egli scelto con accortezza un soggetto
di apparente splendore, in cui potesse altamente celebrare il genio, la
magnificenza e la pietà d'un Principe, che riguardato e come
Conquistatore e come Legislatore, avea sorpassato le puerili virtù di
Temistocle e di Ciro[462]. La mancanza d'incontro potè indurre
l'adulatore ad una segreta vendetta; ed il primo barlume di favore potè
di nuovo tentarlo a sospendere ed a sopprimere un libello[463], nel
quale il Ciro romano si trasforma in un odioso e dispregevol tiranno, e
tanto l'Imperatore quanto la sua consorte Teodora vengono seriamente
rappresentati come due demonj, che avevan presa la figura umana per la
distruzione dell'uman genere[464]. Tal vile incostanza dee senza dubbio
macchiar la riputazione di Procopio, e diminuirne il credito: pure dopo
aver lasciato svaporare il veleno della sua malignità, il rimanente
degli -Aneddoti-, ed anche i fatti più vergognosi, alcuni de' quali sono
leggiermente accennati nella sua pubblica Storia, si confermano
dall'intrinseca loro evidenza, o dagli autentici documenti di quel
tempo[465]. Con questi diversi materiali m'accingo adesso a descrivere
il Regno di Giustiniano, che merita ben d'occupare un vasto spazio. Il
presente Capitolo esporrà l'innalzamento ed il carattere di Teodora, le
fazioni del Circo, e la pacifica amministrazione del Sovrano d'Oriente.
Ne' tre Capitoli seguenti riferirò le guerre di Giustiniano, che
terminarono la conquista dell'Affrica e dell'Italia; e verrò seguitando
le vittorie di Belisario e di Narsete, senza dissimulare la vanità de'
loro trionfi, o l'ostil valore degli Eroi Persiani e Gotici. Ed il
seguito di questo volume (fino al cap. 47) conterrà la Giurisprudenza e
Teologia dell'Imperatore; le controversie e le Sette, che tuttora
dividono la Chiesa Orientale; e la riforma delle Leggi romane, che
tuttavia son obbedite o rispettate dalle Nazioni della moderna Europa.
I. Il primo atto di Giustiniano, nell'esercizio della suprema Potestà,
fu quello di dividerla con la donna ch'egli amava, con la famosa
Teodora[466], di cui non si può applaudire lo straordinario innalzamento
come un trionfo di femminile virtù. Nel tempo che regnava Anastasio fu
affidata la cura delle fiere, mantenute dalla fazion Verde in
Costantinopoli, ad Acacio, nativo dell'isola di Cipro, che dal suo
impiego ebbe il soprannome di Maestro degli Orsi. Quest'onorevole ufizio
dopo la sua morte fu conferito ad un altro candidato, nonostante la
diligenza della sua Vedova, che si era già provvista d'un marito, e d'un
successore all'impiego del primo. Acacio aveva lasciato tre figlie,
Comitone[467], Teodora ed Anastasia, la maggiore delle quali non aveva
allora più di sette anni. In occasione d'una solenne festa, queste
abbandonate orfane furon mandate dall'afflitta e sdegnata lor madre in
aria di supplichevoli in mezzo al teatro: la fazion Verde le ricevè con
disprezzo, l'Azzurra con compassione; e questa differenza, che restò
profondamente impressa nella mente di Teodora, influì lungo tempo dopo
nell'amministrazion dell'Impero. Le tre sorelle, a misura che crebbero
in età ed in bellezza, furono l'una dopo l'altra abbandonate a' pubblici
e privati piaceri del Popolo bizantino; e Teodora, dopo aver seguitato
Comitone sul teatro in abito di schiava con uno sgabello in capo, fu
lasciata finalmente far uso senz'alcuna dipendenza de' propri talenti.
Essa nè ballava, nè cantava, nè suonava il flauto; la sua perizia
ristringevasi all'arte pantomimica; era eccellente nei caratteri buffi,
ed ogni volta che la Comica gonfiava le guance, e con un tuono e gesto
ridicolo si doleva degli schiaffi che l'erano dati, risuonava tutto il
teatro di Costantinopoli di risa e di applausi. La beltà di Teodora[468]
fu l'oggetto de' più lusinghevoli encomi, e la sorgente del più squisito
diletto. Le fattezze di essa erano delicate e regolari; la carnagione,
quantunque un poco pallida, era d'un color naturale; la vivacità de'
suoi occhi esprimeva in un istante ogni sensazione; i facili suoi
movimenti mostravano le grazie d'una piccola ma elegante figura; e potè
o l'amore, o l'adulazione vantare, che la pittura e la poesia non eran
capaci di rappresentare l'impareggiabil'eccellenza della sua forma. Ma
questa fu degradata dalla facilità, con cui s'espose all'occhio del
pubblico, e si prostituì ai licenziosi desiderj. Le venali sue grazie
furono abbandonate ad una promiscua folla di cittadini e di stranieri
d'ogni ceto e d'ogni professione: il fortunato amante, a cui era stata
promessa una notte di godimenti, fu spesse volte cacciato fuori del suo
letto da un più forte o più ricco favorito; e quando essa passava per le
strade, se n'evitava l'incontro da tutti quelli, che bramavano di fuggir
lo scandalo, o la tentazione. Il satirico Istorico non arrossì[469] di
descrivere le nude scene, che Teodora non si vergognò di rappresentare
nel teatro[470]. Dopo aver esaurite le arti del piacer sensuale[471],
con la massima ingratitudine si doleva della parsimonia della
Natura[472]; ma bisogna velare nell'oscurità d'una lingua dotta i
lamenti, i piaceri e gli artifizi di essa. Dopo d'essere stata per
qualche tempo il principale oggetto del piacere e del disprezzo della
Capitale, condiscese ad andar via con Ecebolo, nativo di Tiro che aveva
ottenuto il Governo della Pentapoli affricana. Ma quest'unione fu
fragile e passeggiera; Ecebolo scacciò ben presto una dispendiosa ed
infedel concubina; si ridusse essa in Alessandria ad un'estrema miseria;
e nel laborioso di lei ritorno a Costantinopoli, ogni Città dell'Oriente
ammirò e godè la bella Cipriotta, il cui merito pareva che provasse la
sua discendenza dall'Isola particolare di Venere. Il moltiplice
commercio di Teodora e le sue detestabili precauzioni la preservarono
dal pericolo, ch'essa temeva; ciò non ostante una volta, ed una volta
sola, divenne madre. Il fanciullo fu trasportato ed educato in Arabia da
suo padre, che, giunto a morte, gli fece sapere, che egli era figlio di
un'Imperatrice. Pieno di ambiziose speranze, il Giovine subito corse
senz'alcun sospetto al Palazzo di Costantinopoli, e fu ammesso alla
presenza di sua madre. Siccome però ei non fu mai più veduto, neppure
dopo la morte di Teodora, le viene meritamente imputato d'aver estinto
con la vita di lui un segreto così offensivo per l'imperial sua virtù.
Nel più abbietto stato di fortuna e di riputazione, in cui si trovava
Teodora, una certa visione, mentre essa o dormiva o farneticava, le
aveva annunziata la piacevole sicurezza di esser destinata a divenire
sposa di un potente Monarca. Consapevole della sua vicina grandezza,
dalla Paflagonia tornò a Costantinopoli: assunse, da brava attrice, un
carattere più decente; supplì alla sua povertà mediante la lodevole
industria di filar la lana; ed affettò una vita casta e solitaria in una
piccola casa, ch'essa di poi convertì in magnifico Tempio[473]. La sua
bellezza, assistita dall'arte o dal caso, tosto attrasse, vinse e fissò
il Patrizio Giustiniano, che già regnava con assoluto dominio sotto il
nome del suo Zio. Essa procurò forse d'innalzare il valore d'un dono,
che aveva tante volte prodigalizzato a' più vili dell'uman genere; forse
infiammò a principio con modeste dilazioni, e finalmente con sensuali
attrattive, i desiderj d'un amante, che per natura o per devozione s'era
assuefatto a lunghe vigilie, e ad una parca dieta. Passati i suoi primi
trasporti, essa conservò l'istesso ascendente sopra il suo spirito,
mediante il merito più solido del giudizio e dell'intelligenza.
Giustiniano si compiacque di nobilitare ed arricchire l'oggetto del suo
amore: si profondevano al piè di lei i tesori dell'Oriente; ed il nipote
di Giustino si determinò, forse per scrupolo di coscienza, a dare alla
sua concubina il sacro e legittimo carattere di moglie. Ma le Leggi di
Roma espressamente proibivano il matrimonio di un Senatore con qualunque
donna, che fosse disonorata da servile origine o da professione
teatrale. L'Imperatrice Lupicina o Eufemia, donna barbara e di rozzi
costumi, ma d'irreprensibil virtù, ricusò d'accettar per nipote una
prostituta: ed anche Vigilanza, superstiziosa madre di Giustiniano,
quantunque conoscesse il talento e la beltà di Teodora, era nella più
seria apprensione, che la leggierezza e l'arroganza di quell'artificiosa
druda corrompesse la pietà e la felicità dei suo figlio. L'inflessibil
costanza di Giustiniano però tolse di mezzo tutti questi ostacoli. Egli
aspettò pazientemente la morte dell'Imperatrice; non curò le lacrime di
sua madre, che presto cadde sotto il peso della sua afflizione; e fu
promulgata in nome dell'Imperator Giustino una legge, che aboliva la
rigida Giurisprudenza dell'antichità. Si aprì (secondo quest'Editto) la
strada ad un glorioso pentimento per quelle infelici che avevan
prostituito le loro persone sul teatro, e venne loro permesso di
contrarre una legittima unione co' più illustri de' Romani[474]. A
questa indulgenza tosto succederono le nozze solenni di Giustiniano e di
Teodora; crebbe a grado a grado la dignità di questa insieme con quella
del suo amante; ed appena Giustino ebbe investito il nipote della
porpora, il Patriarca di Costantinopoli pose il diadema sul capo
dell'Imperatore e dell'Imperatrice d'Oriente. Ma i soliti onori, che la
severità de' costumi romani aveva accordato alle mogli de' Principi, non
potevano soddisfare nè l'ambizione di Teodora, nè la tenerezza di
Giustiniano. Ei la collocò sul trono, come un'eguale ed indipendente
Collega nella sovranità dell'Impero, e s'impose a' Governatori delle
Province un giuramento di fedeltà in nome di Giustiniano insieme e di
Teodora[475]. Cadeva il Mondo Orientale prostrato avanti al genio ed
alla fortuna della figlia d'Acacio. Quella prostituta, che in presenza
d'innumerabili spettatori aveva macchiato il teatro di Costantinopoli,
adoravasi come Regina nella stessa Città da' gravi Magistrati, da'
Vescovi Ortodossi, da' Generali vittoriosi, e da' soggiogati
Monarchi[476].
Quelli che credono, che la mancanza di castità faccia totalmente
depravare lo spirito delle donne, prestarono volentieri orecchio a tutte
le invettive della privata invidia, o del risentimento popolare, che ha
dissimulato le virtù di Teodora, ne ha esagerato i vizi, ed ha
rigorosamente condannato le venali o volontarie colpe della giovine
meretrice. Per causa o di vergogna o di disprezzo, ella spesso evitava
il servile omaggio della moltitudine, fuggiva l'odiosa luce della
Capitale, e passava la maggior parte dell'anno ne' Palazzi e Giardini,
piacevolmente situati sulle coste marittime della Propontide e del
Bosforo. Il privato suo tempo era consacrato alla prudente non meno che
grata cura della sua bellezza; al lusso del bagno e della tavola, ed al
lungo sonno della sera e della mattina. I segreti suoi appartamenti
erano occupati dalle donne e dagli eunuchi, che essa favoriva e
secondava nelle loro passioni e interessi, a spese della giustizia; i
più illustri personaggi poi dello Stato restavano in folla in un'oscura
e soffocante anticamera, e quando alla fine, dopo un tedioso indugio,
venivano ammessi a baciare i piedi a Teodora, trovavano in quella,
secondo che le suggeriva l'umore, o la tacita arroganza d'un'Imperatrice
o la capricciosa leggierezza d'una commediante. La sua rapace avarizia
nell'accumulare immensi tesori, potrebbe scusarsi dall'apprensione della
morte di suo marito, che poteva non lasciare alternativa fra la rovina
ed il trono; ed il timore ugualmente che l'ambizione poterono esacerbare
Teodora contro due Generali, che nel tempo d'una malattia
dell'Imperatore avevano imprudentemente dichiarato, ch'essi non eran
disposti ad acquietarsi alla scelta della Capitale. Ma la taccia di
crudeltà, così ripugnante anche ai suoi vizi più molli, ha impresso
un'indelebile macchia sulla memoria di Teodora. Le numerose, di lei spie
osservavano e riferivan con diligenza qualunque azione, parola o sguardo
ingiurioso alla reale loro poltrona. Chiunque veniva da esse accusato,
era posto nelle particolari di lei prigioni[477] inaccessibili alle
ricerche della giustizia, e correva la fama, che vi si usassero i
tormenti della fustigazione o delle verghe in presenza d'una tiranna
insensibile alle voci delle preghiere o della compassione[478]. Alcune
di queste infelici vittime perirono in profonde malsane prigioni, mentre
ad altro si permetteva, dopo la perdita delle membra, della ragione, o
delle facoltà loro, di comparire nel Mondo, come vivi monumenti della
sua vendetta, che per ordinario estendevasi a' figli di coloro, ch'essa
aveva preso in sospetto o ingiuriato. Quel Senatore o Vescovo, di cui
Teodora pronunziato aveva la morte o l'esilio, era consegnato ad un
fedel suo messaggio, di cui ravvivavasi la diligenza con la minaccia
pronunciata dalla sua bocca, che «se avesse mancato nell'esecuzione de'
suoi ordini, giurava per quello che vive in eterno, di farlo
scorticare[479].»
Se la fede di Teodora non fosse stata infetta d'eresia, l'esemplare sua
devozione l'avrebbe potuta purgare, nell'opinione dei suoi
contemporanei, dai vizi d'orgoglio, di avarizia e di crudeltà. Se però
essa influì a calmare l'intollerante furore dell'Imperatore, il presente
secolo accorderà qualche merito, alla sua religione, e molta indulgenza
agli speculativi suoi errori[480]. Fu inserito il nome di Teodora con
uguale onore in tutte le pie e caritatevoli fondazioni di Giustiniano, e
può attribuirsi la più benefica istituzione del suo Regno alla simpatia
dell'Imperatrice verso le sue meno fortunate sorelle, ch'erano state
sedotte o costrette ad abbracciar la prostituzione. Un Palazzo, che era
sulla parte Asiatica del Bosforo, fu convertito in un comodo e spazioso
Monastero, e fu assegnato un generoso mantenimento a cinquecento donne
che si erano raccolte dalle strade e da' postriboli di Costantinopoli.
In questo sicuro e santo ritiro, venivano esse condannate ad una
perpetua clausura, e la disperazione di alcune, che si gettarono in
mare, si perdeva nella gratitudine delle penitenti, ch'erano state
salvate dalla colpa e dalla miseria mediante la generosa loro
benefattrice[481]. Giustiniano medesimo celebra la prudenza di Teodora;
e le sue Leggi si attribuiscono ai savi consigli della sua
rispettabilissima moglie, ch'egli dice d'aver ricevuto come un dono
della divinità[482]. Si manifestò il suo coraggio in mezzo al tumulto
del Popolo, ed a terrori della Corte. Una prova della sua castità, dopo
che unissi a Giustiniano è il silenzio degl'implacabili di lei nemici; e
quantunque la figlia d Acacio potesse esser sazia d'amore si dee non
ostante far qualche applauso alla fermezza del suo spirito, che potè
sacrificare il piacere e l'abitudine, al più forte sentimento del dovere
o dell'interesse. I desiderj e le preghiere di Teodora non poterono mai
ottenere la grazia di un figlio legittimo, e seppellì una bambina, unica
prole del suo matrimonio[483]. Ciò non ostante il suo dominio fu
durevole ed assoluto; si conservò essa, o coll'arte o col merito,
l'affetto di Giustiniano; e le apparenti lor dissensioni riusciron
sempre fatali a' Cortigiani, che le credetter sincere. Se n'era forse
indebolita la salute per la dissolutezza della gioventù; ma essa fu
sempre delicata, e fu consigliata da' Medici a far uso de' Bagni caldi
Pitj. Fu accompagnata l'Imperatrice in questo viaggio dal Prefetto del
Pretorio, dal gran Tesoriere, da più Conti e Patrizi, e da uno splendido
seguito di quattromila serventi: risarcite furono le pubbliche strade;
si eresse un palazzo per riceverla; e nel passar che fece per la Bitinia
distribuì generose limosine alle Chiese, a' Monasteri ed agli Spedali,
affinchè implorassero dal Cielo il ristabilimento della sua salute[484].
Finalmente l'anno ventesimo quarto del suo matrimonio e ventesimo
secondo del suo Regno fu consumata da un cancro[485]; e ne fu pianta
l'irreparabile perdita dal marito, che in luogo d'una teatral prostituta
avrebbe potuto scegliere la più pura e la più nobil donzella
d'Oriente[486].
II. Possiamo osservare una differenza essenziale fra i giuochi
dell'antichità: i più nobili presso i Greci erano attori, e presso i
Romani semplici spettatori. Era lo stadio Olimpico aperto all'opulenza,
al merito, ed all'ambizione; e se i Candidati erano in grado di contare
sulla loro personal perizia ed attività, seguir potevano le traccie di
Diomede e di Menelao, guidando i propri loro cavalli nella rapida
corsa[487]. Si lasciavan partire nel medesimo istante dieci, venti,
quaranta cocchi; una corona di foglie era il premio del vincitore, e se
ne celebrava la fama, insieme con quella della sua famiglia, e della sua
Patria in canzoni liriche, più durevoli de' monumenti di bronzo e di
marmo. Ma un Senatore, o anche un puro Cittadino consapevole della sua
dignità, si sarebbe vergognato d'esporre la sua persona o i suoi cavalli
nel Circo di Roma. Si rappresentavano i giuochi a spese della
Repubblica, de' Magistrati, o degl'Imperatori, e se ne abbandonavan le
redini a mani servili; e se i profitti d'un favorito cocchiere talvolta
superavano quelli d'un Avvocato, ciò dee riguardarsi come l'effetto di
una popolare stravaganza, e come il più alto sforzo d'una ignobile
professione. Il corso, nella sua prima origine, consisteva nella
semplice contesa di due cocchi, i direttori de' quali si distinguevano
con livree -bianche e rosse;- in seguito vi furono aggiunti due altri
colori, cioè il -verde- e l'-azzurro-: e siccome si replicavano le corse
venticinque volte, così cento cocchi contribuivano in un giorno alla
pompa del Circo. Ben presto le quattro -fazioni- furono stabilite
legittimamente, e si trasse una misteriosa origine dei capricciosi loro
colori dalle varie apparenze della Natura nelle quattro stagioni
dell'anno, vale a dire dall'infuocato sirio dell'estate, dalle nevi
dell'inverno, dalle cupe ombre dell'autunno, e dalla piacevol verzura
della primavera[488]. Un altra interpretazione preferiva gli elementi
alle stagioni, e supponevasi, che la contesa del Verde e dell'Azzurro
rappresentasse il conflitto della terra e del mare. Le respettive loro
vittorie annunziavano o un'abbondante raccolta o una prospera
navigazione, e la gara che quindi nasceva fra gli agricoltori ed i
marinari, era un poco meno assurda che quel cieco ardore del Popolo
Romano, che sacrificava le proprie vite e sostanze al colore, che
ciascun avea scelto. I più savi Principi sdegnarono e tollerarono tal
follìa; ma si videro scritti i nomi di Caligola, di Nerone, di Vitellio,
di Vero, di Commodo, di Caracalla, e d'Elagabalo nelle fazioni Verde o
Azzurra del Circo; essi ne frequentavano le stalle, applaudivano a
quelli, che le favorivano, ne punivano gli antagonisti, e meritavano la
stima della plebaglia, mediante la naturale o affettata imitazione de'
loro costumi. Continuarono le sanguinose e tumultuarie contese a
disturbar le pubbliche feste fino all'ultima età degli spettatori di
Roma; e Teodorico, per un motivo di giustizia o d'affezione, interpose
la sua autorità per proteggere i Verdi contro la violenza d'un Console e
Patrizio, ch'era fortemente appassionato per la fazione Azzurra del
Circo[489].
Costantinopoli adottò le follìe, non già le virtù dell'antica Roma, e le
stesse fazioni, che avevano agitato il Circo, infierirono con maggior
furore nell'Ippodromo. Sotto il Regno d'Anastasio fu infiammata questa
popolar frenesia dallo zelo religioso, ed i Verdi, che avevano
proditoriamente nascosto delle pietre e de' coltelli in alcune paniere
di frutti, uccisero in occasione d'una solenne festa tremila degli
Azzurri loro avversari[490]. Dalla Capitale si sparse questa peste nelle
Province e Città dell'Oriente, e la giocosa distinzione de' due colori
produsse due forti ed irreconciliabili partiti, che scossero i
fondamenti d'un debol governo[491]. Le dissensioni popolari fondate
sopra gl'interessi più serj ed i più santi pretesti, hanno appena potuto
uguagliare l'ostinazione di una ludicra discordia, che attaccò la pace
delle famiglie, divise fra loro gli amici e i fratelli, e tentò fino le
donne, quantunque di rado si vedessero nel Circo, ad abbracciare le
inclinazioni de' loro amanti, o a contraddire i desiderj de' loro
mariti. Si calpestava ogni legge divina ed umana, e purchè prevalesse il
partito, pareva, che i delusi di lui seguaci non curassero nè la privata
nè la pubblica calamità. Si ravvivò in Antiochia ed a Costantinopoli la
licenza senza la libertà della Democrazia, ed ogni candidato per
conseguir gli onori civili o ecclesiastici avea bisogno d'esser
sostenuto da una fazione. Ai Verdi imputossi un segreto affetto alla
famiglia, o alla setta d'Anastasio; ma gli Azzurri erano fervidamente
attaccati alla causa della Ortodossia e di Giustiniano[492], ed il grato
loro protettore sostenne per più di cinque anni i disordini di una
fazione, i periodici tumulti della quale inondarono il Palazzo, il
Senato, e le Capitali d'Oriente. Gli Azzurri, divenuti insolenti per il
Real favore, affettavano d'incuter terrore mediante un abito particolare
ed all'uso de' Barbari, con i capelli lunghi, con le maniche strette, e
con le ampie vesti degli Unni, con un passo orgoglioso, ed una voce
sonora. Il giorno celavano essi i loro pugnali a due tagli, ma la notte
arditamente si adunavano armati, e intraprendevano in numerose truppe,
qualunque atto di violenza e di rapina. I loro avversari della fazion
Verde, o anche i cittadini innocenti venivano spogliati, e spesso uccisi
da questi notturni ladroni, ed era pericoloso il portar de' bottoni o
delle fibbie d'oro, o l'andare ad un'ora tarda per le strade di una
pacifica Capitale. Eccitato quel fiero spirito dall'impunità giunse fino
a violare la sicurezza delle case private; e s'adoperava il fuoco per
facilitare l'attacco, o nascondere i delitti di questi, faziosi. Non
v'era luogo immune o salvo dalle loro depredazioni; per soddisfar la
propria avarizia o vendetta profondevano il sangue degl'innocenti, erano
contaminate le Chiese e gli altari da atroci omicidj, e solevan vantarsi
quegli assassini, che avevano la destrezza di far sempre una ferita
mortale ad ogni colpo delle loro armi. La dissoluta gioventù di
Costantinopoli adottò l'azzura insegna del disordine; tacevan le leggi,
ed erano rilassati i legami della Società: i creditori venivan costretti
a consegnar le loro obbligazioni; i giudici a rivocare le loro sentenze;
i padroni a manomettere i loro schiavi; i padri a supplire alle
stravaganze de' figli; le nobili matrone eran prostituite alla libidine
dei loro servi; i bei garzoni erano strappati dalle braccia dei lor
genitori, e le mogli, a meno che non preferissero una morte volontaria,
venivano stuprate alla presenza de' loro mariti[493]. La disperazione
de' Verdi, ch'erano perseguitati dai loro nemici, ed abbandonati da'
Magistrati, s'arrogò il diritto della difesa, e forse della
rappresaglia; ma quelli, che sopravvivevano al combattimento, eran
tratti al supplizio, e gl'infelici fuggitivi, rifuggendosi ne' boschi e
nelle caverne, infierivano senza misericordia contro la società, da cui
erano stati cacciati. Que' Ministri dei Tribunali, che avevano il
coraggio di punire i delitti, e di non curar lo sdegno degli Azzurri,
divenivano le vittime dell'indiscreto loro zelo: un Prefetto di
Costantinopoli fuggì per asilo al santo Sepolcro, un Conte dell'Oriente
fu ignominiosamente frustato, ed un Governatore di Cilicia fu per ordine
di Teodora impiccato sulla tomba di due assassini, ch'esso avea
condannati per l'omicidio del suo palafreniere, e per un temerario
attacco della propria sua vita[494]. Un candidato, che aspira a
pervenire a' posti più alti, può esser tentato a fabbricare sulla
pubblica confusione la sua grandezza; ma è interesse non meno che dovere
d'un Sovrano il mantenere l'autorità delle Leggi. Il primo Editto di
Giustiniano, che fu spesso ripetuto, e qualche volta solo eseguito,
annunziava la ferma sua risoluzione di sostener l'innocente, e di
gastigare il colpevole di qualunque denominazione e colore si fossero.
Pure la bilancia della giustizia era sempre inclinata in favore della
fazione azzurra dalla segreta affezione, dall'abitudine, e da' timori
dell'Imperatore; la sua equità, dopo un apparente contrasto,
sottomettevasi senza ripugnanza alle implacabili passioni di Teodora, e
l'Imperatrice non dimenticò mai, nè perdonò le ingiurie della
commediante. La proclamazione d'uguale e rigorosa giustizia fatta
nell'avvenimento al trono di Giustino il Giovane indirettamente condannò
la parzialità del precedente Governo: «O Azzurri, non v'è più
Giustiniano! Verdi, egli è sempre vivo[495]».
[A. 532]
L'odio, che avevan fra loro le due fazioni, e la loro momentanea
riconciliazione suscitò un tumulto, che ridusse quasi Costantinopoli in
cenere. Giustiniano celebrò nel quinto anno del suo Regno la solennità
degl'Idi di Gennaio: furono i giuochi continuamente disturbati dal
clamoroso malcontento de' Verdi; fino alla ventesima seconda corsa
l'Imperatore mantenne la tacita sua gravità; ma cedendo finalmente
all'impazienza condiscese a tenere in brusca maniera, e mediante la voce
d'un banditore il dialogo più singolare[496] che mai si facesse fra un
Principe ed i suoi sudditi. Le prime querele furono rispettose e
modeste; accusarono essi i subordinati Ministri d'oppressione, ed
espressero i lor desiderj per la lunga vita, e la vittoria
dell'Imperatore. «Abbiate pazienza, e state attenti, o insolenti
maledici, esclamò Giustiniano; tacete Giudei, Samaritani e Manichei». I
Verdi tuttavia cercavano di risvegliar la sua compassione con queste
voci: «Noi siamo poveri, siamo innocenti, siamo ingiuriati, non osiamo
di andar per le strade: si usa una general persecuzione contro il nostro
nome e colore. Moriamo, o Imperatore, ma moriamo per ordine vostro, ed
in vostro servizio». La rinnovazione però di parziali ed appassionate
invettive degradò a' loro occhi la maestà della porpora; negarono essi
l'omaggio ad un Principe, che ricusava di render giustizia al suo
Popolo; si dolsero che fosse nato il Padre di Giustiniano, e ne
infamarono il figlio coi nomi obbrobriosi di omicida, d'asino, e di
spergiuro tiranno. «Non curate le vostre vite?» gridò lo sdegnato
Monarca: gli Azzurri s'alzarono con furore dai loro posti; risuonarono
gli ostili loro clamori nell'Ippodromo: ed i loro avversari,
abbandonando l'ineguale contesa, sparsero il terrore e la disperazione
per le strade di Costantinopoli. In questo pericoloso momento eran
condotti per la Città sette notorj assassini di ambedue le fazioni,
ch'erano stati condannati dal Prefetto, e quindi trasportati al luogo
dell'esecuzione nel subborgo di Pera. Quattro di questi furono
immediatamente decapitati, e fu impiccato il quinto: ma nel tempo che
gli altri due soggiacevano alla medesima pena, si ruppe la fune, essi
caddero vivi sul suolo, il popolaccio applaudì alla loro liberazione, ed
usciti dal vicino loro convento i Monachi di S. Conone gli portarono in
una barchetta al santuario della loro Chiesa[497]. Siccome uno di questi
rei era del partito degli Azzurri, e l'altro de' Verdi, le due fazioni
furono eccitate ugualmente dalla crudeltà del loro oppressore, o
dall'ingratitudine del loro avvocato, e fu conclusa una breve tregua ad
oggetto di liberare i prigionieri, e di soddisfare la propria vendetta.
Fu ad un tratto bruciato il Palazzo del Prefetto, che si opponeva al
sedizioso torrente, ne furono trucidati gli ufiziali e le guardie, si
aprirono a forza le prigioni, e si restituì la libertà a quelli che non
potevan farne uso, che per la pubblica distruzione. Un distaccamento
militare, ch'era stato mandato in aiuto del Magistrato Civile, fu
fieramente rispinto da una moltitudine armata, di cui continuamente
cresceva il numero e l'arditezza; e gli Eruli, i più selvaggi tra'
Barbari al servizio dell'Impero, rovesciarono i sacerdoti e le loro
reliquie, che per un motivo di religione imprudentemente s'erano
interposti per separare il sanguinoso conflitto. S'accrebbe il tumulto
per tal sacrilegio: il Popolo combatteva con entusiasmo nella causa di
Dio; le donne facevan piovere da' tetti e dalle finestre le pietre sopra
i soldati, che scagliavano de' tizzoni accesi contro le case; e le varie
fiamme, che si erano accese per le mani dei Cittadini e degli stranieri,
si diffusero senza contrasto su tutta la Città. L'incendio comprese la
cattedrale di S. Sofia, i Bagni di Zeusippo, una parte del Palazzo, dal
primo ingresso fino all'altare di Marte, ed il lungo Portico, dal
Palazzo fino al Foro di Costantino; restò consumato un vasto Spedale
insieme con gli ammalati, che v'erano; si distrussero molte Chiese, e
sontuosi Edifizi, e si perdè o si fuse un'immensa quantità d'oro e
d'argento. I savi e ricchi Cittadini fuggirono da tali spettacoli
d'orrore e di miserie sul Bosforo dalla parte dell'Asia, e per cinque
giorni Costantinopoli rimase in preda delle fazioni, e la parola -Nika-,
cioè -vinci-, che usavan per distintivo, ha dato il nome a questa
memorabile sedizione[498].
Finattantochè furon divise le due fazioni, sembrava che tanto i
trionfanti Azzurri, quanto i Verdi abbattuti riguardassero con la
medesima indifferenza i disordini dello Stato. Ma in quest'occasione
s'unirono a censurare la mal amministrazione della Giustizia e delle
Finanze; i due Ministri, che n'erano responsabili, cioè l'artificioso
Triboniano, ed il rapace Giovanni di Cappadocia, furono altamente
accusati come gli autori della pubblica miseria. In tempo di pace non si
sarebber curati i bisbigli del Popolo; ma quando la Città era in mezzo
alle fiamme, si ascoltarono con rispetto, furono immediatamente deposti,
sì il Questore, che il Prefetto, e furono a quelli sostituiti due
Senatori d'irreprensibile integrità. Dopo questa popolar concessione,
Giustiniano si portò all'Ippodromo a confessare i propri errori, e ad
accettare il pentimento dei buoni suoi sudditi; ma questi non si
fidarono delle sue proteste, sebbene pronunziate solennemente sopra i
santi Vangeli; e l'Imperatore, sbigottito dalla lor diffidenza,
precipitosamente si ritirò nella Fortezza del Palazzo. Allora imputossi
l'ostinazione del tumulto ad una segreta ed ambiziosa cospirazione; e
s'ebbe sospetto, che gl'insorgenti, specialmente i Verdi, fossero
sostenuti con armi e danaro da due Patrizi Ipazio e Pompeo, i quali non
potevano dimenticarsi con onore, nè ricordarsi con sicurezza di esser
nipoti dell'Imperatore Anastasio. Capricciosamente ammessi alla
confidenza del Monarca, quindi caduti in disgrazia, e dalla gelosa sua
leggierezza ottenuto il perdono, si erano essi presentati come servi
fedeli avanti al Trono; e per i cinque giorni del tumulto, ritenuti
furono come ostaggi di grande importanza; ma finalmente prevalendo i
timori di Giustiniano alla sua prudenza, egli risguardò i due fratelli
come spie, e forse come assassini, e bruscamente comandò loro di partir
dal Palazzo. Dopo una inutile rappresentanza, che l'ubbidire avrebbe
potuto cagionare un involontario tradimento, si ritirarono alle loro
case, e la mattina del sesto giorno Ipazio fu circondato e preso dal
Popolo, che senza riguardo alla virtuosa di lui resistenza, ed alle
lacrime della sua moglie, lo trasportò al Foro di Costantino, ed invece
di diadema gli pose un ricco collare sul capo. Se l'usurpatore, che di
poi allegò a suo favore il merito della sua resistenza, avesse seguitato
il consiglio del Senato, ed eccitato il furor della moltitudine, il
primo irresistibile sforzo di essa avrebbe oppresso o scacciato il suo
tremante competitore. Il Palazzo di Costantinopoli aveva una libera
comunicazione col mare; stavan pronti i vascelli agli scali de'
giardini; e si era già presa la segreta risoluzione di condurre
l'Imperatore con la sua famiglia e tesori in un luogo sicuro a qualche
distanza dalla Capitale.
Giustiniano era perduto, se quella prostituta, che egli aveva tolto dal
Teatro, non avesse rinunziato alla timidità, non meno che alle virtù del
suo sesso. In mezzo ad un consiglio, dove trovavasi Belisario, la sola
Teodora dimostrò il coraggio di un Eroe; ed ella sola senza paventare la
futura sua odiosità, potè salvare l'Imperatore dall'imminente pericolo,
e dagl'indegni di lui timori. «Quand'anche la fuga, disse la moglie di
Giustiniano, fosse l'unico mezzo di salvarsi, pure io sdegnerei di
fuggire. La morte è la condizione apposta alla nostra nascita; ma chi ha
regnato non dovrebbe mai sopravvivere alla perdita della dignità, e del
dominio. Io prego il Cielo, di non potere essere mai veduta, neppure un
giorno, senza il diadema e la porpora; che io non possa più vedere la
luce, quando cesserò d'essere salutata col nome di Regina. Se voi
risolvete, o Cesare, di fuggire, avete de' tesori; ecco qua il mare,
avete delle navi; ma tremate, che il desiderio della vita non v'esponga
ad un miserabile esilio, e ad una ignominiosa morte. Quanto a me,
approvo quell'antica massima, che il trono è un glorioso sepolcro». La
fermezza d'una donna fece risorgere il coraggio di deliberare e d'agire,
ed il coraggio ben presto scuopre i rimedi nella situazione anche più
disperata. Quello di ravvivar l'animosità delle due fazioni fu un mezzo
facile e decisivo; gli Azzurri restaron sorpresi della propria colpa e
follìa nell'essersi lasciati indurre per un'ingiuria da nulla a
cospirare con gl'implacabili loro nemici contro un grazioso e liberale
benefattore; proclamarono essi di nuovo la maestà di Giustiniano, ed i
Verdi restarono soli col loro novello Imperatore nell'Ippodromo. Era
dubbiosa la fedeltà delle guardie; ma la militar forza di Giustiniano
sostenevasi da tremila Veterani, che s'erano formati al valore, ed alla
disciplina nelle guerre Persiane ed Illiriche. Sotto il comando di
Belisario e di Mondo, marciarono questi con silenzio in due divisioni
dal Palazzo; si fecero strada per oscuri e stretti sentieri a traverso
di fiamme spiranti, e di cadenti edifizi, e spalancarono in un istesso
tempo le due opposte porte dell'Ippodromo. In uno spazio sì angusto la
moltitudine disordinata e sorpresa non fu capace di resistere ad un
fermo e regolare attacco da due parti; gli Azzurri segnalarono il furore
del loro pentimento; e si conta, che restassero uccise trentamila
persone nella promiscua e crudele strage di quella giornata. Ipazio fu
tratto giù dal suo trono, e condotto insieme col fratello Pompeo a'
piedi dell'Imperatore: implorarono essi la sua clemenza; ma la lor colpa
ora manifesta, l'innocenza incerta; e Giustiniano s'era troppo
spaventato per dare il perdono. La mattina seguente i due Nipoti
d'Anastasio con diciotto illustri complici, di condizione Patrizia o
Consolare, furono privatamente posti a morte da' soldati; e ne furon
gettati i corpi nel mare, distrutti i Palazzi, e confiscate le facoltà.
L'Ippodromo stesso fu condannato per più anni ad un tristo silenzio: ma
colla restaurazione de' giuochi, risorsero gli stessi disordini; e le
fazioni degli Azzurri e de' Verdi continuarono ad affliggere il regno di
Giustiniano, ed a turbar la tranquillità dell'Impero d Oriente[499].
III. Quest'Impero, dopo che Roma fu divenuta barbara, conteneva tuttavia
le Nazioni ch'essa avea conquistate di là dall'Adriatico fino alle
frontiere dell'Etiopia e della Persia. Giustiniano regnava sopra
sessantaquattro Province, e novecento trentacinque Città[500]; i suoi
dominj erano favoriti dalla natura coi vantaggi del suolo, della
situazione e del clima; e si erano continuamente sparsi lungo le coste
del Mediterraneo, e le rive del Nilo i raffinamenti dell'arte umana
dall'antica Troia fino a Tebe d'Egitto. Abramo[501] aveva tratto
sollievo dall'abbondanza ben nota dell'Egitto; il medesimo piccolo e
popolato tratto di paese era tuttavia capace di somministrare ogni anno
dugento sessantamila sacca di grano per uso di Costantinopoli[502], e la
Capitale di Giustiniano riceveva le manifatture di Sidone, quindici
secoli dopo ch'eransi le medesime rese celebri per i Poemi d'Omero[503].
Le annue forze della vegetazione in vece di restar esauste da duemila
raccolte, si rinnovavano ed invigorivano per mezzo della buona cultura,
del ricco ingrasso e dell'opportuno riposo. Le razze degli animali
domestici s'erano infinitamente moltiplicate. Le piantagioni, le
fabbriche e gl'istrumenti di lavoro e di lusso, che son più durevoli che
la vita umana, s'erano accumulate per le cure di più successive
generazioni. La tradizione conservava, e l'esperienza semplicizzava
l'umile pratica delle arti; la società si arricchiva mediante la
divisione de' lavori e la facilità del commercio; ed ogni Romano
s'alloggiava, si vestiva, e sussisteva per l'industria di mille mani. Si
è religiosamente attribuita agli Dei l'invenzione del filare e del
tessere: in ogni tempo si sono abilmente lavorati molti prodotti animali
e vegetabili, come crini, pelli, lana, lino, cotone ed alfine seta, per
coprire o adornare il corpo umano; questi si tingevano con infusioni di
durevoli colori, ed impiegavasi con successo il pennello a migliorare i
lavori del tessitore. Nella scelta di que' colori[504], che imitano le
bellezze della natura, li favoriva la libertà del gusto e della moda; ma
la porpora carica[505] che i Fenicj estraevano da una conchiglia marina,
era riservata alla sacra Persona ed al Palazzo dell'Imperatore; ed erano
stabilite le pene di ribellione contro quegli ambiziosi sudditi, che
ardivano usurpare la prerogativa del trono[506].
Non v'è bisogno di spiegare, che la seta[507] in origine proviene dalle
viscere di un baco, e che forma l'aurea tomba, da cui sorge fuori un
verme in figura di farfalla. Fino al regno di Giustiniano i bachi da
seta, che si nutriscono delle foglie del gelso bianco, erano confinati
alla China; quelli del pino, della quercia e del frassino eran comuni
nelle foreste sì dell'Asia che dell'Europa; ma siccome la loro
educazione è più difficile, ed il prodotto più incerto, erano
generalmente trascurati, fuori che nella piccola Isola di Ceos presso le
coste dell'Attica. Si fece del loro tessuto un tenue velo e questa
manifattura di Ceos, che fu inventata da una donna per proprio uso, fu
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