destramente si maneggiarono dal Generale Romano, ravvivarono il
coraggio, o almen le speranze de' soldati e del Popolo. Fu mandato
l'Istorico Procopio con una importante commissione a raccoglier le
truppe e le provvisioni, che potea somministrar la Campania, o si eran
mandate da Costantinopoli; ed il segretario di Belisario fu tosto
seguito da Antonina medesima[701], che arditamente traversò i posti del
nemico, e tornò coi soccorsi Orientali in aiuto del suo marito e
dell'assediata Città. Una flotta di tremila Isauri gettò l'ancora nella
baia di Napoli, ed in seguito ad Ostia; più di duemila cavalli, una
parte de' quali erano Traci, sbarcarono a Taranto; e dopo la riunione di
cinquecento soldati della Campania, e d'una quantità di carri carichi di
vino e di farina, essi presero il loro cammino per la via Appia, da
Capua verso Roma. Le forze, che arrivarono per terra e per mare, erano
tutte unite all'imboccatura del Tevere. Antonina dunque adunò un
consiglio di guerra, dove fu risoluto di vincere a forza di vele e di
remi la contraria corrente del fiume; ed i Goti non ardirono disturbare
con alcuna temeraria ostilità la negoziazione, a cui Belisario
accortamente avea dat'orecchio. Credettero essi troppo facilmente di non
vedere che la vanguardia d'una flotta e di un'esercito che già copriva
il mare Ionio e le pianure della Campania; e fu sostenuta
quest'illusione dal superbo linguaggio, che tenne il Generale Romano,
allorchè diede udienza agli Ambasciatori di Vitige. Dopo uno specioso
discorso per dimostrar la giustizia della lor causa essi dichiararono,
che per amor della pace eran disposti a rinunziare il possesso della
Sicilia. «L'Imperatore non è meno generoso,» rispose con un sorriso di
sdegno il suo Luogotenente, «in contraccambio d'un dono, che voi più non
possedete, vi regala un'antica provincia dell'Impero; rinunzia egli a'
Goti la sovranità dell'Isola Britannica». Belisario con ugual fermezza e
disprezzo rigettò l'offerta d'un tributo; ma concesse agli Ambasciatori
Goti di sentire il loro destino dalla bocca di Giustiniano medesimo; ed
acconsentì con apparente ripugnanza ad una tregua di tre mesi, dal
solstizio d'inverno fino all'equinozio di primavera. Potea la prudenza
certamente diffidare sì de' giuramenti, che degli ostaggi dei Barbari;
ma la nota superiorità del Capitano Romano si manifestò nella
distribuzione delle sue truppe: ogni volta che il timore o la fame
costrinse i Goti a lasciare Alba, Porto, e Civitavecchia, fu
immediatamente occupato il lor posto; si rinforzarono le guarnigioni di
Narni, di Spoleto e di Perugia; ed i sette campi degli assedianti furono
appoco appoco circondati dalle calamità d'un assedio. Le preghiere ed il
pellegrinaggio di Dazio, Vescovo di Milano, non furono senza effetto; ed
egli ottenne mille Traci ed Isauri per sostenere la rivolta della
Liguria contro l'Arriano di lei tiranno. Nell'istesso tempo Giovanni il
-Sanguinario-[702], nipote di Vitaliano, fu distaccato con duemila
cavalli scelti, prima per Alba sul lago Fucino, e poi per le frontiere
del Piceno sul mare Adriatico: «In quella provincia, disse Belisario, i
Goti hanno depositato le lor famiglie ed i loro tesori, senz'alcuna
guardia o sospetto di pericolo. Senza dubbio essi violeranno la tregua;
vi trovino dunque presenti prima che abbiano notizia de' vostri
movimenti. Risparmiate gl'Italiani; non vi lasciate dietro le spalle
alcuna piazza ostile fortificata; e conservate fedelmente la preda per
farne un uguale e comune riparto. Non sarebbe ragionevole, soggiunse con
un sorriso, che mentre noi travagliamo per distruggere i calabroni, i
nostri più fortunati fratelli portassero via e godessero il miele».
S'era unita tutta la Nazione degli Ostrogoti per l'attacco di Roma, e
restò quasi tutta consumata nell'assedio di questa Città. Se qualche
fede si dee prestare ad un intelligente spettatore, fu distrutto almeno
un terzo dell'enorme loro esercito ne' frequenti e sanguinosi
combattimenti seguiti sotto le mura di essa. Alla decadenza
dell'agricoltura e della popolazione potevano già imputarsi la cattiva
fama, e le perniciose qualità dell'aria della state; ed i mali della
carestia e della pestilenza furono aggravati dalla propria loro licenza,
e dalla non amichevol disposizione del Paese. Mentre Vitige combatteva
con la sua fortuna, mentre stava dubbioso fra la vergogna e la rovina,
le domestiche vicende ne accelerarono la ritirata. Il Re de' Goti fu
informato da tremanti messaggi, che Giovanni il sanguinario estendeva la
devastazione di guerra dall'Appennino fino all'Adriatico; che le ricche
spoglie e gl'innumerabili schiavi del Piceno erano dentro le
fortificazioni di Rimini; e che quel formidabile Capitano avea disfatto
il suo zio, insultato la sua Capitale e sedotto, per mezzo di una
segreta corrispondenza, la fedeltà dell'imperiosa figlia d'Amalasunta,
sua moglie. Pure avanti di ritirarsi, Vitige fece un ultimo sforzo
d'assaltare o di sorprendere la Città: fu scoperto un segreto passaggio
in uno degli acquedotti; s'indussero due cittadini del Vaticano per
mezzo di doni ad inebriare le guardie della porta Aurelia; fu meditato
un attacco sulle mura di là dal Tevere in un luogo che non era
fortificato con torri; ed i Barbari s'avanzarono con torce, e con scale
a dar l'assalto alla porta Pincia. Ma fu reso vano qualunque tentativo
dall'intrepida vigilanza di Belisario, e della sua truppa di Veterani,
che ne' più pericolosi momenti non si sgomentarono per l'assenza de'
loro compagni; ed i Goti, privi di speranza, non meno che di
sussistenza, insisteron clamorosamente sulla ritirata, prima che
spirasse la tregua, e di nuovo s'unisse la Romana cavalleria. Un anno e
nove giorni dopo il principio dell'assedio, un esercito poco prima sì
forte e trionfante bruciò le sue tende, e tumultuariamente ripassò il
ponte Milvio. Non lo ripassò per altro impunemente. L'affollata
moltitudine, oppressa in un luogo angusto, fu rovesciata nel Tevere da'
propri timori, e dal nemico, che l'inseguiva; ed il Generale Romano,
fatta una sortita dalla porta Pincia, fece un forte e vergognoso sfregio
alla ritirata dei Goti. Un esercito infermo ed abbattuto, che dovea
marciar lentamente, fu a stento condotto lungo la strada Flamminia,
dalla quale i Barbari furon talvolta costretti a deviare per paura di
non incontrare le guarnigioni nemiche, le quali guardavano la strada
maestra verso Rimini e Ravenna. Ciò nonostante questa armata fuggitiva
era sì forte, che Vitige destinò diecimila uomini per difender quelle
Città, che più gli premeva di conservare, e distaccò Uraia suo nipote
con una sufficiente forza per gastigare la ribelle Milano. Alla testa
poi della sua principale armata egli assediò Rimini, ch'era solo
trentatre miglia distante dalla Capitale de' Goti. Una debol muraglia ed
un tenue fosso si sostennero per la perizia e il valore di Giovanni il
Sanguinario, che partecipava il pericolo e la fatica del minimo soldato,
ed emulava, in un teatro meno illustre, le virtù militari del suo gran
Comandante. Le torri e le macchine de' Barbari si resero inutili, se ne
rispinser gli attacchi; ed il tedioso blocco, che ridusse la guarnigione
all'ultima estremità della fame, diede tempo all'unione ed alla marcia
delle forze Romane. Una flotta, che aveva sorpreso Ancona, navigò lungo
la costa dell'Adriatico in soccorso dell'assediata città; l'eunuco
Narsete sbarcò nel Piceno con duemila Eruli, e cinquemila delle più
brave truppe d'Oriente. Fu forzata la rocca dell'Apennino; diecimila
veterani girarono il piè delle montagne sotto il comando di Belisario
medesimo: e -comparve- una nuova armata che s'avanzava lungo la via
Flamminia, gli accampamenti della quale risplendevano d'innumerabili
lumi. I Goti oppressi dallo stupore e dalla disperazione, abbandonaron
l'assedio di Rimini, le loro tende, le lor bandiere ed i lor
condottieri; e Vitige, che diede o seguitò l'esempio della fuga, non si
fermò finattantochè non trovò un ricovero nelle mura e nelle paludi di
Ravenna.
[A. 538]
A queste mura e ad alcune Fortezze prive d'ogni comunicazione fra loro
era in quel tempo ridotta la Monarchia Gotica. Le Province d'Italia
avevano abbracciato il partito dell'Imperatore; ed il suo esercito,
reclutato di mano in mano fino al numero di ventimila uomini, avrebbe
dovuto compire una rapida e facil conquista, se le invincibili sue forze
non si fossero indebolite dalla discordia de' Generali Romani. Avanti
che terminasse l'assedio, un atto sanguinoso, ambiguo ed indiscreto
macchiò la bella fama di Belisario. Presidio, fedele Italiano, mentre
fuggiva da Ravenna a Roma, fu duramente arrestato da Costantino,
Governator militare di Spoleto e spogliato anche in una Chiesa di due
pugnali riccamente intarsiati d'oro e di pietre preziose. Passato che fu
il pubblico pericolo, Presidio si lagnò della perdita e dell'ingiuria
ricevuta: fu ascoltata la sua querela; ma fu disubbidito all'ordine di
restituire dall'orgoglio, e dall'avarizia dell'offensore. Inasprito
dalla dilazione Presidio fermò arditamente il cavallo del Generale,
mentre passava pel Foro; e col coraggio d'un Cittadino richiese il comun
benefizio delle Leggi Romane. Fu impegnato in quest'affare l'onore di
Belisario: ei convocò un consiglio; ricercò l'ubbidienza de' suoi
subordinati Ufiziali; e fu provocato da un'insolente risposta a chiamare
in fretta l'assistenza delle sue guardie. Costantino, riguardando la
loro entrata come un segnale di morte, sfoderò la sua spada, e corse
contro il Generale che destramente evitò il colpo, e fu difeso da' suoi
amici; mentre il disperato assassino fu disarmato, tratto in un'altra
camera e decapitato, o piuttosto trucidato dalle guardie all'arbitrario
comando di Belisario[703]. In questo precipitoso atto di violenza non fu
più rammentato il delitto di Costantino; la disperazione e la morte di
quel valoroso Ufiziale segretamente imputaronsi alla vendetta
d'Antonina; e ciascheduno de' suoi colleghi, rimproverandosi la medesima
rapina, temeva il medesimo evento. Il timore d'un nemico comune sospese
gli effetti della loro invidia e malcontentezza, ma nella speranza della
vicina vittoria, intrigarono un potente rivale ad opporsi al
Conquistatore di Roma e dell'Affrica. Dal servizio domestico del
Palazzo, e dell'amministrazion delle rendite private, l'eunuco Narsete
fu innalzato ad un tratto alla testa d'un esercito; e lo spirito d'un
Eroe, che in seguito uguagliò il merito e la gloria di Belisario, servì
solo ad imbarazzare le operazioni della guerra Gotica. Il soccorso di
Rimini fu attribuito ai suoi prudenti consigli da' Capi della
malcontenta fazione, ch'esortaron Narsete ad assumere un indipendente e
separato comando. La lettera di Giustiniano in vero gli aveva ingiunto
l'ubbidienza al Generale, ma quella pericolosa eccezione «finattantochè
possa esser di vantaggio al pubblico servigio» riservava qualche libertà
di giudizio al discreto favorito, che sì di fresco era venuto dalla
-sacra-, e famigliar conversazione del suo Sovrano. Nell'esercizio di
questo dubbioso diritto, l'eunuco sempre dissentì dalle opinioni di
Belisario; e dopo aver ceduto con ripugnanza all'assedio d'Urbino,
abbandonò di notte il suo Collega e marciò alla conquista della
provincia Emilia. Le feroci e formidabili truppe degli Eruli erano
attaccate alla persona di Narsete[704]; diecimila Romani e confederati
si lasciaron persuadere a marciare sotto le sue bandiere; ogni
malcontento abbracciò questa bella occasione di vendicare i privati o
immaginari suoi torti; e le rimanenti truppe di Belisario eran divise e
disperse dalle guarnigioni di Sicilia fino a' lidi dell'Adriatico. La
sua perizia e perseveranza peraltro superò qualunque ostacolo: fu preso
Urbino; s'intrapresero e vigorosamente si proseguirono gli assedj di
Fiesole, d'Orvieto e d'Osimo, e finalmente l'eunuco Narsete fu
richiamato alle cure domestiche del Palazzo. Tutte le dissensioni furon
quietate, e fu vinta ogni opposizione dalla temperata autorità del
Generale Romano, a cui non potevano i suoi stessi nemici ricusare la
loro stima; e Belisario inculcò sempre quella salutar lezione, che le
forze d'uno Stato dovrebber comporre un solo corpo ed essere animate da
un solo spirito. Ma nel tempo della discordia fu permesso a' Goti di
respirare; si perdè un'importante stagione; fu distrutto Milano; e le
Province settentrionali d'Italia furono afflitte da un'inondazione di
Franchi.
Allorchè Giustiniano principiò a meditar la conquista d'Italia, egli
mandò ambasciatori a' Re de' Franchi, e gli scongiurò per i comuni
vincoli dell'alleanza e della Religione ad unirsi nella santa sua
impresa contro gli Arriani. I Goti, essendo pressati da più urgenti
bisogni, usarono una maniera di persuadere più efficace, e vanamente
cercarono con doni di terre e di denaro, di comprar l'amicizia, o almeno
la neutralità d'una leggiera e perfida Nazione[705]. Ma le armi di
Belisario, e la rivolta degl'Italiani ebbero appena scosso la Monarchia
Gotica, che Teodeberto d'Austrasia, il più potente e guerriero de' Re
Merovingici, fu persuaso a soccorrer le loro angustie, mediante un
indiretto ed opportuno aiuto. Diecimila Borgognoni, recenti suoi
sudditi, senz'aspettare il consenso del loro Sovrano, discesero dalle
Alpi, e s'unirono alle truppe, che Vitige avea mandato a gastigar la
rivolta di Milano. Dopo un ostinato assedio, la Capitale della Liguria
fu costretta ad arrendersi per la fame; ma non potè ottenersi altra
capitolazione, che per la salva ritirata della guarnigione Romana.
Dazio, Vescovo Ortodosso, che aveva indotto i suoi compatriotti alla
ribellione[706], ed alla rovina, fuggì a godere il lusso e gli onori
della Corte Bizantina[707]; ma il Clero, forse il Clero Arriano, fu
trucidato a piè degli Altari dai difensori della Fede Cattolica. Si
disse, che vi fossero uccisi trecentomila maschi[708]; le femmine e la
preda più preziosa furon lasciate a' Borgognoni; e le case, o almeno le
mura di Milano furono livellate al suolo. I Goti negli ultimi loro
momenti, si vendicarono con la distruzione d'una Città, che non cedeva
che a Roma nella grandezza ed opulenza, nello splendore delle sue
fabbriche, o nel numero degli abitanti: ed il solo Belisario compatì il
destino degli abbandonati e devoti suoi amici. Teodeberto medesimo,
incoraggito da questa fortunata scorreria, nella seguente primavera
invase le pianure d'Italia con un'armata di centomila Barbari[709]. Il
Re, ed alcuni suoi scelti seguaci erano a cavallo, ed armati di lance:
l'infanteria, senz'archi nè picche, si contentava d'uno scudo, d'una
spada, e d'una scure da guerra a due tagli, che nelle lor mani era
un'arme mortale, che non cadeva mai in fallo. L'Italia tremò al
muovimento de' Franchi; e tanto il Principe Goto, quanto il General
Romano, ignorando del pari i loro disegni, sollecitarono con speranza e
terrore l'amicizia di questi pericolosi alleati. Fino a tanto che non si
fu assicurato del passaggio del Po sul ponte di Pavia, il nipote di
Clodoveo nascose le sue intenzioni, che alla fine dichiarò, assaltando,
quasi nel medesimo istante, i campi ostili de' Romani e de' Goti. Invece
d'unire insieme le loro armi, essi fuggirono con ugual precipitazione, e
le fertili quantunque desolate Province della Liguria e dell'Emilia
restarono abbandonate ad un licenzioso esercito di Barbari, il furore
dei quali non veniva mitigato da pensiero alcuno di stabilimento o di
conquista. Fra le Città, ch'essi rovinarono, si conta particolarmente
Genova, non ancora fabbricata di marmi: e sembra che la morte di più
migliaia di persone, secondo l'ordinario uso della guerra, eccitasse
minore orrore, che alcuni idolatrici sacrifizi di donne e di fanciulli,
che furono impunemente fatti nel campo del Re Cristianissimo. Se non
fosse una trista verità, che i primi e più crudeli patimenti debbon
toccare agl'innocenti ed a' deboli, potrebbe rallegrarsi alquanto
l'Istoria nella miseria de' conquistatori, che in mezzo alle ricchezze
restaron privi di pane e di vino, essendosi ridotti a ber le acque del
Po, ed a cibarsi della carne di bestie inferme. La dissenteria distrusse
un terzo del loro esercito; e le grida de' suoi sudditi, ch'erano
impazienti di ripassar le Alpi, disposero Teodeberto ad ascoltar con
rispetto le blande esortazioni di Belisario. Si perpetuò nelle medaglie
della Gallia la memoria di questa non gloriosa e distruttiva guerra; e
Giustiniano, senza sfoderar la spada, prese il titolo di conquistatore
de' Franchi. Il Principe Merovingico s'offese della vanità
dell'Imperatore; affettò di compassionare le cadute fortune dei Goti; e
l'insidiosa sua offerta d'una confederazione fu corroborata dalla
promessa, o dalla minaccia di scender dalle Alpi alla testa di
cinquecentomila uomini. I suoi disegni di conquista erano illimitati, e
forse chimerici. Il Re d'Austrasia minacciò di gastigar Giustiniano e di
marciare alle porte di Costantinopoli[710]: ma egli fu gettato a terra
ed ucciso[711] da un toro salvatico[712], mentre andava a caccia nelle
foreste Belgiche o Germaniche.
Tostochè Belisario trovossi libero da' suoi esterni ed interni nemici,
seriamente impiegò le proprie forze nel sottomettere intieramente
l'Italia. Nell'assedio d'Osimo, il Generale mancò poco che non fosse
trafitto da un dardo, se non si fosse riparato il mortal colpo da una
delle sue guardie, che in questo pietoso ufizio perdè l'uso d'una mano.
I Goti d'Osimo, in numero di quattromila guerrieri, con quelli di
Fiesole e delle Alpi Cozie, furon fra gli ultimi che sostennero la loro
indipendenza; e la valorosa resistenza che fecero, e che quasi stancò la
pazienza del Conquistatore, meritò la stima di esso. La sua prudenza
negò di conceder loro il salvo condotto, che dimandavano per unirsi a'
loro confratelli di Ravenna; ma per mezzo d'un'onorevol capitolazione
salvarono almeno la metà de' propri averi con la libera alternativa, o
di ritirarsi pacificamente alle lor terre, o d'arruolarsi nella milizia
dell'Imperatore per servir nelle sue guerre Persiane. Le truppe, che
tuttavia militavano sotto le bandiere di Vitige, erano molto più
numerose delle Romane; pure nè le preghiere, nè la diffidenza, nè
l'estremo pericolo de' suoi più fedeli sudditi poteron trarre il Re Goto
dalle fortificazioni di Ravenna. Queste in fatti non potevano espugnarsi
nè per mezzo dell'arte nè della violenza; ed allorchè Belisario investì
la Capitale, fu tosto convinto, che la sola fame avrebbe potuto
ammansire l'ostinato spirito de' Barbari. Dalla vigilanza del Generale
Romano si guardavano il mare, la terra ed i canali del Po, e la sua
morale estendeva i diritti della Guerra all'uso di avvelenar le
acque[713], e di bruciare segretamente i granai[714] d'una Città
assediata[715]. Mentre stringeva li blocco di Ravenna restò sorpreso
all'arrivo di due Ambasciatori, che vennero da Costantinopoli con un
trattato di pace, che Giustiniano imprudentemente avea sottoscritto
senza degnarsi di consultare l'autore della sua vittoria. Mediante
questo vergognoso e precario accordo si divideva l'Italia ed il tesoro
Gotico, e si rilasciavano le Province di là dal Po col titolo Reale al
successore di Teodorico. Gli Ambasciatori s'affrettarono ad eseguire la
salutare lor commissione; il prigioniero Vitige accettò con trasporto
l'inaspettata offerta d'una corona; presso i Goti prevalse all'onore la
mancanza e il desiderio del cibo; ed i Capitani Romani, che mormoravano
per la continuazion della guerra, professarono una cieca sommissione a'
comandi dell'Imperatore. Se Belisario non avesse avuto che il coraggio
d'un soldato, gli sarebbe stato strappato di mano l'alloro da' timidi ed
invidiosi consigli; ma in quel decisivo momento risolvè, con la
magnanimità d'un uomo di Stato, di solo sostenere il pericolo e il
merito d'una generosa disubbidienza. Ciascheduno de' suoi Ufiziali diede
in iscritto il suo sentimento, che l'assedio di Ravenna era
impraticabile, e senza speranza: allora il Generale rigettò il trattato
di divisione, e dichiarò la sua risoluzione di condur Vitige in catene
a' piedi di Giustiniano. I Goti si ritirarono con dubbiezza e spavento;
questa perentoria negativa gli privò dell'unica sottoscrizione, a cui
potevano affidarsi; e riempiè le loro menti d'un giusto timore, che un
sagace nemico avesse conosciuto in tutta la sua estensione il
deplorabile loro stato. Essi paragonarono la fama e la fortuna di
Belisario con la debolezza del disgraziato lor Re; e tal confronto
suggerì uno straordinario progetto, a cui Vitige con apparente
rassegnazione fu costretto ad acconsentire. La divisione avrebbe
rovinato la forza della Nazione, l'esilio l'avrebbe disonorata; essi
dunque offerivan le loro armi, i tesori, e le fortificazioni di Ravenna,
se Belisario avesse voluto non più riconoscer l'autorità d'un padrone,
ma accettar la scelta dei Goti, e prender, come meritava, il Regno
d'Italia. Quand'anche il falso splendor d'un diadema avesse potuto
tentar la lealtà d'un suddito fedele, la sua prudenza avrebbe dovuto
preveder l'incostanza de' Barbari, e la ragionevole sua ambizione dovea
preferire il sicuro ed onorevole posto di Generale Romano. La pazienza
medesima, e l'apparente soddisfazione, con cui esso trattò un progetto
di tradimento, sarebbe stata capace d'una maligna interpretazione. Ma il
Luogotenente di Giustiniano sapeva la propria rettitudine; egli entrò in
un oscuro e tortuoso sentiero, quale avrebbe potuto condurre alla
volontaria sommissione de' Goti; e la sua destra politica li persuase,
ch'egli era disposto a compiacere i lor desiderj, senza però impegnarsi
ad alcun giuramento o promessa per la conclusione d'un trattato, ch'ei
segretamente abborriva. Dagli Ambasciatori Gotici fu determinato il
giorno della resa di Ravenna; una flotta, carica di provvisioni, quasi
un graditissimo ospite, fu introdotta nel più interno recinto del porto;
furono aperte le porte all'immaginario Re d'Italia; e Belisario, senza
incontrare neppure un nemico, passeggiò in trionfo per le strade
d'un'inespugnabil Città[716]. I Romani furon sorpresi del loro successo;
le truppe degli alti e robusti Barbari restaron confuse all'aspetto
della propria loro pazienza; e le donne d'animo più virile, sputando in
faccia de' propri figli e mariti, facevan loro i più amari rimproveri
per aver abbandonato il dominio e la libertà loro a que' pimmei del
mezzogiorno, spregevoli pel numero, e di statura sì piccola. Avanti che
i Goti potessero rientrare in se stessi dalla prima sorpresa, e chieder
l'adempimento delle incerte loro speranze, il vincitore assicurò il suo
potere in Ravenna dal pericolo del pentimento e della rivolta. Vitige,
che forse avea tentato di fuggire, fu onorevolmente guardato nel suo
palazzo[717]; fu scelto il fiore della gioventù Gotica per il servizio
dell'Imperatore; il resto del Popolo fu rimandato alle pacifiche sue
abitazioni nelle Province meridionali: e fu invitata una colonia
d'Italiani a riempire la spopolata Città. S'imitò la sottomissione della
Capitale nelle Città e villaggi d'Italia, che non furono soggiogati, e
neppur veduti da' Romani; e gl'indipendenti Goti, che rimasero in armi a
Pavia ed in Verona furono solo ambiziosi di sottomettersi a Belisario.
Ma l'inflessibile di lui fedeltà rigettò di accettare, in altra qualità
che di delegato di Giustiniano, i loro giuramenti d'omaggio; e non si
offese del rimprovero dei loro deputati, ch'ei volesse piuttosto essere
schiavo che Re.
Dopo la seconda vittoria di Belisario, di nuovo sussurrò l'invidia, a
cui Giustiniano diè orecchio, e l'Eroe fu richiamato. «Quel che restava
della guerra Gotica (si disse) non era più degno della sua presenza; il
grazioso Sovrano era impaziente di premiare i suoi servigi, e di
consultarne la saviezza, ed ei solo era capace di difender l'Oriente
contro le innumerabili armate della Persia». Belisario conobbe il
sospetto, accettò la scusa, imbarcò a Ravenna le sue spoglie e trofei, e
con la sua pronta ubbidienza provò, che tale improvvisa remozione dal
governo d'Italia non era meno ingiusta di quel che avrebbe potuto essere
imprudente. L'Imperatore ricevè con onorevole cortesia tanto Vitige,
quanto la sua più nobil consorte; e siccome il Re de' Goti uniformossi
alla fede Atanasiana, ottenne insieme con un ricco appanaggio di terre
nell'Asia il grado di Senatore e di Patrizio[718]. Ogni spettatore
ammirava senza pericolo la forza e la statura de' giovani Barbari: essi
adoraron la maestà del Trono, e promisero di spargere il sangue in
servizio del loro Benefattore. Giustiniano depositò nel Palazzo
Bizantino i tesori della Monarchia Gotica: un Senato adulatore fu
ammesso qualche volta ad osservare quel magnifico spettacolo; ma il
medesimo fu invidiosamente tolto alla pubblica vista; ed il
Conquistatore dell'Italia rinunziò, senza mormorare, e forse anche senza
un sospiro, ai ben meritati onori d'un secondo trionfo. La sua gloria
infatti s'era innalzata sopra ogni pompa esterna; ed alle tenui ed
incerte lodi della Corte, anche in un secolo servile, il rispetto e
l'ammirazione della sua Patria. Ovunque compariva Belisario nelle
strade, e nelle pubbliche piazze di Costantinopoli, attraeva e
soddisfaceva gli occhi del Popolo. L'alta statura, ed il maestoso
portamento di lui corrispondevano all'espettazione, che avevano d'un
Eroe; le sue gentili e graziose maniere incoraggivano i minimi suoi
concittadini; ed il marzial treno, che seguitava i suoi passi, lasciava
la sua persona più accessibile, che in una giornata di battaglia. Si
mantenevano al servizio, ed a proprie spese del Generale settemila
uomini a cavallo, che non avevan gli uguali per la bellezza, e pel
valore[719]; la loro prodezza era sempre visibile ne' combattimenti a
corpo a corpo, o nelle prime file; ed ambedue le parti confessavano, che
nell'assedio di Roma le sole guardie di Belisario avevan vinto
l'esercito Barbaro. Il loro numero veniva continuamente accresciuto da'
più bravi e fedeli fra' nemici, ed i fortunati suoi schiavi, i Vandali,
i Mori ed i Goti emulavano l'attaccamento de' domestici di lui seguaci.
Congiungendo insieme la liberalità e la giustizia, egli acquistò l'amor
de' soldati senz'alienarsi l'affetto del Popolo. Gli ammalati e feriti
venivan soccorsi con medicine e danaro, e più efficacemente ancora, con
le visite ed accoglienze salutari del loro Comandante. La perdita d'un
arme, o d'un cavallo era subito risarcita, ed ogni atto di valore
premiavasi coi ricchi ed onorevoli doni d'un'armilla o d'una collana,
che il giudizio di Belisario rendea più preziosi. Egli era caro agli
agricoltori per la pace ed abbondanza, che essi godevano, all'ombra
delle sue bandiere. In vece d'esser maltrattata la campagna,
arricchivasi dalla marcia degli eserciti Romani; e tanto era esatta la
disciplina del loro campo, che non coglievano neppure un frutto dagli
alberi, nè si sarebbe potuta trovare un'orma di essi nei campi di grano.
Belisario era casto e sobrio. Nella licenza d'una vita militare, nessuno
potè vantarsi d'averlo mai veduto inebriato dal vino: s'offerirono a'
suoi abbracciamenti le più belle schiave delle razze Gotiche o Vandale;
ma esso girava altrove lo sguardo, allontanandolo dalle lor grazie, e
non cadde mai sul marito d'Antonina il sospetto d'aver violato le leggi
della coniugal fedeltà. Lo spettatore ed istorico delle sue geste ha
osservato, che in mezzo a' pericoli della guerra egli era intraprendente
senza temerità, prudente senza timore, tardo o rapido secondo le
occorrenze del momento; che nelle massime angustie era animato da reale
o apparente speranza; ma era modesto ed umile nella più prospera
fortuna. Per mezzo di queste virtù egli uguagliò, o anche superò gli
antichi maestri dell'arte militare. La vittoria per mare e per terra
seguitò le sue armi. Egli soggiogò l'Affrica, l'Italia e le Isole a
quelle addiacenti; condusse via schiavi i successori di Genserico e di
Teodorico; empiè Costantinopoli delle spoglie de' loro Palazzi; e nello
spazio di sei anni ricuperò la metà delle Province dell'Impero
Occidentale. Nella fama e nel merito, nella ricchezza e nel potere fu
senza rivale il primo de' sudditi Romani: la voce dell'invidia non potè
che amplificare la pericolosa importanza di tal uomo; e l'Imperatore
dovette applaudire al proprio discernimento nell'avere scoperto ed
innalzato il genio di Belisario.
L'uso de' trionfi Romani era, che si collocasse uno schiavo dietro al
cocchio per rammentare al Conquistatore l'instabilità della fortuna, e
le debolezze della natura umana. Procopio ne' suoi Aneddoti, si è
addossato, rispetto a Belisario, questo servile ed odioso ufizio. Può il
generoso lettore toglier di mezzo la satira; ma resterà l'evidenza de'
fatti attaccata alla sua memoria; e dovrà, sebbene con ripugnanza,
confessare, che la fama, ed anche la virtù di Belisario furon macchiate
dalla lascivia e crudeltà della sua moglie, e che quest'Eroe meritò un
nome, che non dee cader dalla penna d'un decente Istorico. La madre
d'Antonina[720] era una prostituta di teatro, e tanto il padre che l'avo
di essa esercitarono in Tessalonica e Costantinopoli la vile, quantunque
lucrosa professione di cocchieri. Nelle varie situazioni della lor
fortuna, essa divenne la compagna, la nemica, la serva, e la favorita
dell'Imperatrice Teodora: queste due dissolute ed ambiziose donne si
eran collegate insieme per la somiglianza de' piaceri, furon separate
dalla gelosia del vizio, e finalmente riconciliate fra loro dalla
partecipazione della colpa. Prima che si maritasse con Belisario,
Antonina ebbe un marito, e parecchi amanti; Fozio, figlio dello prime
sue nozze, era in età da distinguersi all'assedio di Napoli; e non fu
che nell'autunno della sua età e bellezza[721], ch'ella s'abbandonò ad
una scandalosa passione per un giovine Trace. Teodosio era stato educato
nell'eresia Eunomiana; il viaggio Affricano fu santificato dal
battesimo, e dall'avventuroso nome del primo soldato, che s'imbarcò, ed
il proselito fu adottato nella famiglia di Belisario ed Antonina, suoi
spirituali parenti[722]. Avanti che si toccassero i lidi dell'Affrica,
questa santa parentela degenerò in amor sensuale; e siccome Antonina
presto passò i confini della modestia e della cautela, il Generale
Romano era il solo, che non sapesse il proprio disonore. Nel tempo che
stavano in Cartagine, ei sorprese una volta i due amanti soli,
riscaldati, e quasi nudi in una camera sotterranea. Balenò l'ira da'
suoi occhi; ma «coll'aiuto di questo giovino (disse Antonina
senz'arrossire) io nascondeva i nostri più preziosi effetti agli occhi
di Giustiniano». Il giovine riprese le sue vesti, ed il pio marito
acconsentì a non prestar fede alla testimonianza de' suoi propri sensi.
Di tal piacevole, e forse volontaria illusione Belisario fu risvegliato
a Siracusa dall'officiosa informazione di Macedonia; e questa servente,
dopo aver richiesto un giuramento per la sua sicurezza, produsse due
camerieri, che avevan più volte veduto, come ella medesima, gli adulterj
di Antonina. Una precipitosa fuga nell'Asia salvò Teodosio dalla
giustizia d'un ingiuriato marito, che aveva dato ad una delle sue
guardie l'ordine della morte di esso; ma le lacrime d'Antonina, e le
artificiose di lei seduzioni assicurarono il credulo Eroe della sua
innocenza; ed ei si piegò, contro la data fede ed il proprio giudizio,
ad abbandonare quegl'imprudenti amici, che avevano ardito d'accusare, o
di porre in dubbio la castità della sua moglie. La vendetta d'una donna
colpevole è implacabile e sanguinosa: la disgraziata Macedonia con i due
testimonj furono segretamente arrestati da' ministri della sua crudeltà;
fu tagliata loro la lingua, ne furono ridotti i corpi in piccoli pezzi,
e gettati nel mare di Siracusa. Restò profondamente impresso nell'animo
d'Antonina un detto ardito, quantunque giudizioso, di Costantino che
«egli avrebbe piuttosto punito l'adultera, che il giovine» e due anni
dopo, quando la disperazione ebbe armato quell'Ufiziale contro il suo
Generale, il sanguinario di lei consiglio fece decidere, ed affrettò la
sua esecuzione. Neppure allo sdegno di Fozio si perdonò da sua madre;
l'esilio del proprio figlio preparò il richiamo dell'amante; e Teodosio
condiscese ad accettare il pressante ed umile invito del Conquistatore
d'Italia. Il favorito giovine, nell'assoluta direzione della sua casa,
ed in varie importanti commissioni di pace e di guerra[723], prestissimo
acquistò uno stato di quattrocentomila lire sterline; e dopo che furon
tornati a Costantinopoli, la passione, almeno d'Antonina, continuava
sempre ardente e vigorosa. Ma il timore, la devozione, e forse la
stanchezza inspirarono a Teodosio pensieri più serj. Gli fece spavento
l'affaccendato scandalo della Capitale, e la indiscreta tenerezza della
moglie di Belisario; fuggì da' suoi abbracciamenti; e ritiratosi ad
Efeso, si rase il capo, e si riparò nel santuario d'una vita Monastica.
La disperazione della nuova Arianna si sarebbe appena scusata dalla
morte del proprio marito: essa pianse, si strappò i capelli, empiè il
palazzo delle sue grida: «aveva perduto il più caro degli amici, un
tenero, un fedele, un laborioso amico!» Ma le sue calde premure,
fortificate dalle preghiere di Belisario, non furon sufficienti a trarre
il santo monaco dalla solitudine d'Efeso. Finattantochè il Generale non
si mosse per la guerra Persiana, Teodosio non potè indursi a tornare a
Costantinopoli; ed il breve intervallo, che passò fra la partenza di
Belisario e quella d'Antonina medesima, fu arditamente consacrato
all'amore ed al piacere.
Un Filosofo può compatire e perdonar le debolezze del sesso femminile,
da cui egli non riceva alcuna reale ingiuria; ma è spregevole il marito,
che sente e soffre la sua propria infamia in quella della sua moglie.
Antonina perseguitò il proprio figlio con implacabile odio, ed il
valoroso Fozio[724] fu esposto alle segrete persecuzioni di essa nel
campo di là dal Tigri. Irritato dalle proprie ingiurie, e dal disonor
del suo sangue, si spogliò ancor esso de' sentimenti naturali, e
manifestò a Belisario la turpitudine d'una donna, che aveva violato
tutti i doveri di madre e di moglie. Dalla sorpresa e dall'ira del
General Romano apparisce, che la precedente sua credulità fosse sincera:
egli abbracciò le ginocchia del figlio d'Antonina, lo scongiurò a
rammentarsi le sue obbligazioni piuttosto che la sua nascita, ed essi
confermarono avanti l'altare i loro santi voti di vendetta e di
reciproca difesa. S'era diminuito il dominio d'Antonina dall'assenza; e
quando essa incontrò il marito nel ritorno di lui da' confini della
Persia, Belisario nei primi e transitorj suoi moti confinò la persona, e
minacciò la vita della medesima. Fozio fu più risoluto a punire, e meno
pronto a perdonare. Volò ad Efeso, trasse a forza di bocca da un
confidente eunuco di sua madre la piena confessione della colpa di essa;
arrestò Teodosio, ed i suoi tesori nella Chiesa di S. Giovanni Apostolo,
e nascose i prigionieri, de' quali fu solamente differita l'esecuzione,
in una sicura e remota Fortezza di Cilicia. Un oltraggio sì fiero contro
la pubblica giustizia non potea passare impunito; e la causa d'Antonina
fu sostenuta dall'Imperatrice, di cui avea essa meritato il favore,
mediante i recenti servigi dell'infamia d'un Prefetto, e dell'esilio ed
uccisione d'un Papa. Al termine della campagna Belisario fu richiamato,
ed egli ubbidì secondo il solito, al comando Imperiale. Il suo animo non
era disposto alla ribellione; la sua ubbidienza, per quanto contraria
fosse a' dettami dell'onore, era coerente ai desiderj del suo cuore; e
quando per ordine, e forse in presenza dell'Imperatrice, abbracciò la
sua moglie, l'amoroso marito era ben disposto a perdonare o ad esser
perdonato. La bontà di Teodora riservava per la sua compagna un favor
più prezioso: «Ho trovato, disse ella, mia carissima Patrizia, una gemma
d'inestimabil valore; non è stata per anche veduta da alcun occhio
mortale; ma la vista ed il possesso di questa gioia è destinata per la
mia amica». Accesa che fu la curiosità e l'impazienza d'Antonina, s'aprì
la porta d'un Gabinetto, ed essa vide il suo amante, che la diligenza
degli eunuchi avea ritrovato nella segreta di lui prigione. La tacita di
lei meraviglia scoppiò in tenere esclamazioni di gratitudine e di
letizia; e chiamò Teodora sua Regina, sua benefattrice e sua salvatrice.
Il monaco d'Efeso fu nutrito nel Palazzo con lusso ed ambizione; ma
invece d'assumere, come gli era stato promesso, il comando degli
eserciti Romani, Teodosio spirò nelle prime fatiche d'un amoroso
congresso. Il cordoglio d'Antonina non potè alleggerirsi, che mediante i
patimenti del proprio figlio. Un giovine di condizione Consolare, e
d'una debole costituzione, fu punito senza processo come un malfattore
ed uno schiavo; pure tale fu la costanza dell'animo suo, che Fozio
sostenne i tormenti più forti senza violare la fede, che aveva giurato a
Belisario. Dopo questa inutile crudeltà, il figlio d'Antonina, mentre
sua madre si divertiva coll'Imperatrice, fu sepolto nelle sotterranee
prigioni di questa, che non ammettevano distinzione alcuna fra la notte
ed il giorno. Egli scappò due volte a' più venerabili santuari di
Costantinopoli, alle Chiese di S. Sofia, e della Vergine: ma le sue
tiranne non eran sensibili nè alla religione nè alla pietà; ed il misero
giovine, fra i clamori del Clero e del Popolo, fu per due volte
dall'Altare tratto alla prigione. Il terzo di lui tentativo fu più
fortunato. In capo a tre anni, il Profeta Zaccaria, o qualche mortale
suo amico, gl'indicò la maniera di fuggire; deluse le spie e le guardie
dell'Imperatrice; giunse al santo sepolcro di Gerusalemme, abbracciò la
professione di Monaco; e l'Abate Fozio, dopo la morte di Giustiniano, fu
impiegato a riconciliare fra loro, e regolare le Chiese dell'Egitto. Il
figlio d'Antonina soffrì tutto quello, che un nemico può infliggere: ma
il paziente di lei marito si sottopose alla più vergognosa miseria di
violare la sua promessa, e d'abbandonare l'amico.
Nella seguente campagna, Belisario fu di nuovo mandato contro i
Persiani: ei salvò l'Oriente; ma offese Teodora, e forse l'Imperatore
medesimo. Una malattia di Giustiniano avea colorito il rumore della sua
morte; ed il Generale Romano, sulla supposizione di questo probabile
avvenimento, parlò col libero linguaggio proprio d'un Cittadino, e d'un
soldato. Buze, suo Collega, che concorse ne' medesimi sentimenti, perdè
il suo grado, la libertà, e la salute per la persecuzione
dell'Imperatrice: ma la disgrazia di Belisario fu alleggerita dalla
dignità del proprio di lui carattere, e dall'influenza della sua moglie,
che desiderava per avventura d'umiliare, ma non poteva bramar di
rovinare il compagno delle sue fortune. La stessa sua remozione si
colorì dalla protesta, che il cadente stato d'Italia non potrebbe
sostenersi, che dalla presenza del Conquistatore di quella. Ma appena fu
egli tornato solo e senza difesa, fu mandata una ostil commissione in
Oriente di prender possesso dei suoi tesori, e di processarne le azioni;
le guardie ed i veterani, che seguitavano la privata di lui bandiera, si
distribuiron fra i Capitani dell'esercito; e fino gli eunuchi presunsero
di partecipare nella divisione dei suoi marziali domestici. Quando egli
passò con un piccolo e sordido seguito per le strade di Costantinopoli,
la sua negletta comparsa eccitò la sorpresa e la compassione del Popolo.
Giustiniano e Teodora lo riceverono con fredda ingratitudine; la servile
turba con insolenza e disprezzo; e la sera si ritirò con passi tremanti
al suo abbandonato palazzo. Una finta o reale indisposizione avea
confinato Antonina nel suo appartamento: ed essa passeggiava
sdegnosamente tacendo nel vicino portico, mentre Belisario si gettò sul
letto, ed in un'agonia di cordoglio e di terrore aspettava la morte, che
aveva tante volte sfidata sotto le mura di Roma. Lungo tempo dopo il
tramontar del sole, fu annunziato al medesimo un messaggio mandato
dall'Imperatrice; ed egli aprì con ansiosa curiosità la lettera, che
conteneva la sentenza del suo destino: «Voi non potete ignorare (diceva)
quanto avete meritato il mio dispiacere. Io però non sono insensibile a'
servigi d'Antonina. Ai meriti, ed all'intercessione di essa io vi ho
accordato la vita, e vi permetto di ritenere una parte delle vostre
ricchezze, che giustamente si potrebbero confiscare. Si manifesti la
vostra gratitudine a chi è dovuta, non già in parole, ma col vostro
contegno per l'avvenire». Io non so come fare a credere, o a riferire i
trasporti, co' quali si dice, che l'Eroe ricevesse quest'ignominioso
perdono. Ei cadde prostrato avanti la sua moglie, baciò i piedi della
sua salvatrice, devotamente promise di vivere come un grato e sommesso
schiavo d'Antonina. Fu imposta una multa di cento ventimila lire
sterline su beni di Belisario, e coll'ufizio di Conte, o di
Soprintendente delle stalle Reali egli accettò la condotta della guerra
d'Italia. Alla partenza di esso da Costantinopoli, i suoi amici, ed
anche il Pubblico eran persuasi, che tostochè avesse ricuperato la
libertà, rinunziato avrebbe alla dissimulazione, e che la sua moglie,
Teodora, e forse l'Imperatore medesimo, sarebbero stati sacrificati alla
giusta vendetta d'un virtuoso ribelle. Restaron deluse però le loro
speranze; e l'invincibil pazienza e lealtà di Belisario sembra, che
fosse o -sotto- o -sopra- il carattere d'un -Uomo-[725].
NOTE:
[608] Procopio riferisce tutta la serie della guerra Vandalica in
un'elegante e regolar descrizione (-L. I c. 1, 25. L. II c. 1, 13-): ed
io sarei ben felice, se potessi seguitar sempre le tracce d'una tal
guida. Per l'intera e diligente lettura, che ho fatto del Testo Greco,
ho diritto di pronunciare, che uno non può ciecamente fidarsi delle
Traduzioni Latina e Francese di Grozio, e di Cousin. Eppure il
Presidente Cousin spesso è stato lodato, ed Ugone Grozio fu il primo
letterato d'un secolo erudito.
[609] Vedi Ruinart -Hist. Persecut. Vandal. c. XII p. 589-. La sua
miglior prova è tratta dalla vita di S. Fulgenzio composta da uno de'
suoi discepoli, trascritta in gran parte negli Annali del Baronio, e
stampata in varie gran collezioni (-Catalog. Bibliot. Bunaviaenae Tom.
I Vol. II p. 1258-).
[610] Per qual proprietà dello spirito o del corpo? Per la velocità, per
la bellezza, o per il valore? In qual idioma i Vandali leggevan Omero?
Parlava egli lingua Germanica? I Latini ne avevan quattro traduzioni
(Fabricio Tom. I -L. II c. 3 p. 297-): pure malgrado le lodi di Seneca
(-Consol. c. 26-) sembra, che fossero più felici nell'imitare, che nel
tradurre i Poeti Greci. Ma il nome d'Achille poteva essere famoso e
comune anche fra gl'ignoranti Barbari.
[611] -Un anno?- che assurda esagerazione! La conquista dell'Affrica può
dirsi, che principiasse il dì 14 settembre dell'anno 533 ed è celebrata
da Giustiniano nella Prefazione delle sue Istituzioni, che furon
pubblicate il dì 21 di novembre del medesimo anno. Tal computo,
compresovi il viaggio ed il ritorno, potrebbe veramente applicarsi al
-nostro- Impero dell'Indie.
[612] Ωρμητο δε ο βελισαριος εκ Γερμανιας, Θρακωντε και Ιελλυριων
μεταξυ κειται (-Belisario veniva di Germania, che giace fra'
Traci, e gl'Illirici-) Procopio -Vandalic. L. I. c. 11-. L'Alemanno,
ch'era un Italiano, potè facilmente confutare (-not. ad Anecdot. p. 5-)
la Germanica vanità del Gifanio, e del Velserio, che bramavano
d'attribuire alla loro Patria quest'eroe: ma la sua -Germania-,
Metropoli della Tracia, io non l'ho potuta trovare in alcun catalogo
Civile o Ecclesiastico delle Province e città.
[613] Le prime due Campagne Persiane di Belisario sono bene e
copiosamente descritte dal suo Segretario (-Persic. L. I c. 12, 18-).
[614] Vedi la nascita, ed il carattere d'Antonina negli -Aneddoti c. 1
ed ivi le note dell'Alemanno p. 3.-
[615] Vedi la Prefazione di Procopio. I nemici degli arcieri potevan
citare le accuse di Diomede (-Iliad. V, 385 etc.-) e quel -permittere
vulnera ventis-, di Lucano (-VIII, 384-); ma i Romani non potevano
sprezzar le frecce de' Parti; e nell'assedio di Troia, Tindaro, Paride,
e Teucro ferirono que' superbi guerrieri, che gl'insultavano come
femminelle o fanciulli.
[616] Νευρην μεν μαζώ πελασεν, τοξω δε σιδηρον (-Iliad.- Δ 123)
«-Accostò il nervo al petto, e il ferro all'arco-». Quanto è precisa,
quanto è bella l'intiera pittura! Io vedo le attitudini dell'arciero;
sento lo scocco dell'arco: Λινξε βιος, νευρη δε μεγ’ ιαχεν, αλτο δ’ οιστος. «-Stridè l'arco, il nervo fece
grande strepito, e volò via la saetta-».
[617] Sembra, che il testo assegni alle navi maggiori 50,000 medimni, o
3,000 tonnellate (giacchè il medimno pesava 160 libbre Romane, o 120 di
sedici once l'una). Io gli ho dato un'interpretazione più ragionevole,
supponendo, che lo stile Attico di Procopio indichi il modio legittimo e
popolare, ch'era una sesta parte del medesimo (Hooper -Misure antiche p.
152 ec.-). Un errore contrario, e ben più strano si è insinuato in
un'Orazione di Dinarco (-contra Demosthenem- ap. Reiske -Orat. Graec.
Tom. IV p. II p. 34-). Riducendo il numero delle navi da 500 a 50, e
traducendo μεδιμνοι per -mine-, o libbre, il Cousin ha generosamente
accordato 500 tonnellate a tutta la flotta Imperiale! doveva mai neppur
cadergli ciò nella mente?
[618] Ho letto, che un Legislatore Greco stabilì una pena doppia per i
delitti commessi nello stato d'ubbriachezza; ma sembra che si convenga,
che questa fu piuttosto una pena politica che morale.
[619] O anche in tre, poichè la prima sera si fermarono alla vicina
Isola di Tenedo: il secondo giorno navigarono fino a Lesbo; il terzo
fino al Promontorio d'Eubea, e nel quarto giunsero ad Argo (-Odiss. L.
130, 133-. Wood -Saggio sopra Omero p. 40, 46-). Un pirata navigò
dall'Ellesponto sino al porto di Sparta in tre giorni (Senofonte
-Hellenic. l. II c. 1-).
[620] Caucana, vicino a Camarina, è distante almeno 50 miglia (350 o 400
Stadi) da Siracusa (Claver. -Sicil. antiq. p. 191-).
[621] Procopio Gothic. l. I c. 3. -Tibi tollit hinnitum apta quadrigis
equa,- ne' pascoli Siciliani di Grosfo (Horat. -Carm. II, 16-)
-Acragas.... magnanimum quondam generator equorum- (Virgil. -Aeneid.
III, 704-). I Cavalli di Ierone, di cui Pindaro fece le vittorie
immortali, furon nutriti in questo Paese.
[622] Il -Caput vada- di Procopio (dove Giustiniano in seguito fondò una
Città, -De Aedif. L.- VI c. 6) è il Promontorio d'-Ammone- presso
Strabone, -il Brachodes- di Tolomeo, ed il -Capaudia- de' moderni, vale
a dire una lunga e stretta lingua di terra, che sporge in mare (Shaw
-Viag. p. 111-).
[623] Un Centurione di Marc'Antonio espresse, quantunque in un modo più
virile, il medesimo contraggenio al mare, ed alle battaglie navali
(Plutarc. -in Antonio p. 1730 Edit. Henr. Steph.-).
[624] Sullette è forse la -Turris Annibalis-, antica fabbrica,
presentemente grande quanto la Torre di Londra. La marcia di Belisario a
Leptis, Adrumeto ec. viene illustrata dalla campagna di Cesare (Hirtius
-de Bello Afric. con l'analisi di Guichardt-) e da' viaggi di Shaw (-p.
105-113-) nel medesimo Paese.
[625] Παραδεισος καλλισος απαντων ων ημεις ισμεν. (-Paradiso
più bello di tutti quelli che conosciamo-). I Paradisi, nome ed usanza
presa dalla Persia, posson rappresentarsi per mezzo de' Giardini Reali
d'Ispahan (-Viag. d'Olear. p. 774-.) Vedasi ne' romanzi Greci il più
perfetto modello di essi (Longus -Pastoral. l. IV p. 99-101-; Achilles
Tatius -l. I p. 22 ec. -)
[626] Nelle vicinanze di Cartagine il mare, la terra, ed i fiumi son
quasi tanto mutati quanto le opere umane. L'istmo, o collo della Città
ora è confuso col continente: il porto è una secca pianura: ed il lago o
stagno non è più che un pantano con sei o sette piedi d'acqua nel canale
di mezzo: Vedi Danville (-Geograph. anc. Tom. III pag. 82-.), Shaw
(-viagg. p. 77, 84-), Marmol. (-Description de l'Afrique T. II. p. 465-)
e Tuano (LVIII 12 -Tom. III p. 334-).
[627] Da Delfi ricevè il nome di -Delphicum- tanto in Greco quanto in
Latino un tripode: e per una facile analogia fu estesa in Roma, in
Costantinopoli, ed in Cartagine la stessa denominazione al luogo, dove
si facevano i Banchetti reali (Procop. -Vandal. lib. I. c. 21-: Du-Cange
-Gloss. Graec. p. 277 v. Δελφικον, ad Alexiad. p. 412-).
[628] Queste orazioni esprimono sempre i sentimenti di quei tempi, ne'
quali son fatte, ed alle volte quelli degli attori. Io ho estratto
questi sentimenti, ed ho tralasciata la declamazione.
[629] Le reliquie di S. Agostino da' Vescovi Affricani furon trasportate
al loro esilio di Sardegna (an. 500), e nell'VIII secolo fu creduto che
Liutprando Re de' Longobardi le trasferisse (an. 721) da Sardegna a
Pavia. Nell'anno 1695 i Frati Agostiniani di quella Città trovarono una
volta di mattoni, un'urna di marmo, una cassa d'argento, delle involture
di seta, delle ossa, del sangue ec., e forse un'Iscrizione d'Agostino in
caratteri Gotici. Ma quest'utile scoperta è stata contrastata dalla
ragione, e dalla gelosia (-Baronio Annal. an.- 725 n. 2, 9. Tillemont
-Mem. Eccles. Tom. XIII p. 944-. Montfaucon -Diar. Ital. p. 26, 30-,
Muratori -Antiq. Ital. med. aevi Tom. V Dissert. LVIII p. 9-, che ne
aveva composto un Trattato a parte, prima che si facesse il Decreto del
Vescovo di Pavia, e del Pontefice Benedetto XIII).
[630] Τα της πολιτειας προσιμια (-le prime terre dell'Impero-)
dice Procopio -de Aedif. L. VI c. 7- Ceuta, che è stata poi disfigurata
da' Portoghesi, fiorì, sotto il regno più prospera degli Arabi,
nell'agricoltura, e nelle manifatture, decorata di nobili edifizi e di
Palazzi (-V. L'Afrique de Marmol T. II p. 236-).
[631] Vedi il secondo e il terzo preambolo a' Digesti, o alle Pandette,
promulgate il 16 decembre dell'anno 533. Giustiniano, o piuttosto
Belisario, avevan acquistato un giusto diritto a' titoli di -Vandalico-,
ed -Affricano-; quello di -Gotico- era prematuro; ed il -Francico- falso
ed offensivo d'una gran Nazione.
[632] Vedi gli atti originali presso il Baronio (-Aq. 535 n. 21, 54-).
L'Imperatore applaudisce alla sua clemenza verso gli Eretici -cum
sufficiat eis vivere-.
[633] Dupin (-Geograph. Sacra Africana p. LIX ad Optat. Milev.-) nota e
compiange l'Episcopal decadenza. Nel tempo più prospero della Chiesa
egli vi aveva contato 690 Vescovati: ma per quanto piccole fossero le
Diocesi, non è probabile, che vi esistessero tutti nel medesimo tempo.
[634] Le leggi Affricane di Giustiniano sono illustrate dal suo Germano
Biografo (-Cod. Lib. I Tit. 27 Novell. 36, 37, 131 Vit. Justinian. p.
349-377-).
[635] Il monte Papua si pone dal Danville (-Tom. III p. 92 e Tabul. Imp.
Rom. Occident.-) presso Ippone Regio, ed il mare: tal situazione però
mal s'accorda con le lunghe ricerche fattene al di là d'Ippone, e con le
parole di Procopio (-L. II c. 4-). Εν τοις Νουμιδιαρς εσχατοις
(-negli estremi della Numidia-).
[636] Shaw (-Viagg. p. 220-) descrive con somma accuratezza i costumi
de' Bedwini, e de' Kabili, gli ultimi de' quali secondo il loro
linguaggio, sono i residui de' Mori: pure quanto son mutati questi
moderni selvaggi, quanto si sono inciviliti! Fra loro sono abbondanti le
provvisioni, ed il pane è comune.
[637] Da Procopio si chiama -Lira: l'Arpa- sarebbe forse stata più
nazionale. Gl'istromenti di musica si distinguono da Venanzio Fortunato
in tal modo: -Romanusque Lyra tibi plaudat, Barbarus harpa.-
[638] Erodoto elegantemente descrive gli strani effetti della afflizione
in un altro schiavo Reale, cioè in Psammetico Re d'Egitto, che pianse
alle minori, e tacque alle maggiori sue calamità (-L.- III c. 14).
Belisario potea studiar la sua parte nell'incontro di Paolo Emilio e di
Perseo: ma è probabile, che non avesse mai letto nè Livio nè Plutarco:
ed è certo, che la sua generosità non avea bisogno d'alcun modello.
[639] Dopo che il titolo d'Imperatore ebbe perduto l'antico suo senso
militare, e gli auspizj Romani furono aboliti dal Cristianesimo (Vedi la
Bleterie, -Mem. de l'Acad. Tom. XXI p. 302, 332-) poteva con minore
incoerenza accordarsi un Trionfo ad un Generale privato.
[640] Se pure l'Ecclesiaste è veramente un'opera di Salomone, non già,
come il Poema di Prior, una pia e morale composizione fatta ne' tempi
più moderni in suo nome, ed in occasione del suo pentimento.
Quest'ultima è l'opinione dell'erudito, e franco Grozio (-Opp. Theolog.
T.- I -p.- 258): ed in vero l'Ecclesiaste, ed i Proverbi dimostrano
un'estensione di pensare, e d'esperienza, maggiore di quella che sembri
poter esser propria d'un Giudeo o d'un Re.
[641] Nel Belisario di Marmontel s'incontrano, cenano, e conversano
insieme il Re col Conquistatore dell'Affrica, senza rammentarsi l'uno
dell'altro. Egli è senza dubbio un difetto di quel romanzo il supporre,
che avesser perduto gli occhi o la memoria non solamente l'Eroe, ma
anche tutti quelli, che l'avevano sì ben conosciuto.
[642] Shaw p. 59. Siccome però Procopio (-L.- II c. 13) parla d'un
Popolo del monte Atlante come già distinto per la bianchezza del corpo,
ed il giallo color de' capelli, questo fenomeno (che si vede similmente
nelle Andi del Perù, Buffon Tom. III p. 504) può naturalmente
attribuirsi alla elevazione del suolo, ed alla temperatura dell'aria.
[643] Il Geografo di Ravenna (-L. III c. XI p. 129, 130, 131. Paris
1688-) descrive la Mauritania -Gaditana- (opposta a Cadice) -ubi Gens
Vandalorum, a Belisario devicta in Africa, fugit, et numquam comparuit.-
[644] Un solo avea protestato, e Genserico rimandò, senza una risposta
formale, i Vandali di Germania: ma quelli di Affrica derisero la sua
prudenza, ed affettarono di sprezzare la povertà delle loro foreste
(Procopio -Vandal. lib. I c. 22-).
[645] Tollio descrive per bocca del grand'Elettore (nel 1687) il segreto
regno, e lo spirito ribelle de' Vandali del Brandemburgo, che potevan
contare cinque o seimila soldati, che, si erano procurati de' cannoni
ec. (-Itinerar. Hungar. p. 42- ap. Dubos -Hist. de la Monarchie
Francoise Tom. I p. 182, 183-). Si può con ragione dubitare della
veracità non già dell'Elettore, ma di Tollio medesimo.
[646] Procopio (-lib.- I c. 22) n'era totalmente all'oscuro: ουδε μνημη
τιστουδε ονομα ες εμε σωξεται (-Non se ne conserva presso di
me nè alcuna memoria nè il nome-). Sotto il regno di Dagoberto (an. 630)
le Tribù Slave de' Sorbi, e de' Venedi già confinavano con la Turingia
(Mascou -Istor. de' Germani XV, 3, 4, 5-).
[647] Sallustio rappresenta i Mori come un residuo dell'armata d'Èrcole
(-de Bello Iugurt. c. 21-) e Procopio (Vandal. -l. II c. 10-) come la
posterità de Cananei, che fuggirono dal ladro λησης Giosuè. Ei
cita due colonne con un'Iscrizione Fenicia. Io ammetto le colonne,
dubito dell'Iscrizione, e rigetto la discendenza.
[648] Virgilio (-Georgic. III, 339-), e Pomponio Mela (-I, 8-)
descrivono la vita errante de' Pastori Affricani simile a quella degli
Arabi, e de' Tartari: e Shaw (-p. 222-) è il migliore commentatore sì
del Poeta che del Geografo.
[649] I doni consueti, che loro si facevano, erano uno scettro, una
corona o berretta, una veste bianca, una tunica e delle scarpe con
figure, il tutto adornato d'oro, e d'argento: nè questi preziosi metalli
erano lor meno accolti in forma di moneta (-Procop. Vandal. L. I c.
25-).
[650] Vedi il Governo d'Affrica, ed i fatti militari di Salomone presso
Procopio (-Vandal. L. II c. 10, 11, 12, 13, 19, 20-). Ei fu richiamato,
e mandatovi di nuovo: e l'ultima sua vittoria porta la data dell'anno
XIII di Giustiniano (an. 539). Un accidente l'aveva reso eunuco nella
sua puerizia (-L. I c. 11-), ma gli altri Generali Romani erano
ampiamente -forniti di barbe-, πωγονος επιπλαμενοι (-Lib. II cap. 8-).
[651] Questa naturale antipatia de' cavalli contro i cammelli si
asserisce dagli Antichi (-Xenoph. Cyropaed. l. VI p. 438 l. VIII p. 483,
492 Edit. Hutchinson: Polyaen. Stratagem. VII, 6 Plin. Hist. Nat. VIII,
26 Aelian. de Nat. animal. I. III c. 7-): ma vien contraddetta dalla
quotidiana esperienza, e derisa dagli Orientali, che ne sono i migliori
giudici (-Voyage d'Olearius p. 553-).
[652] Procopio è il primo, che descriva il monte Aurasio (-Vandal. l. II
c. 13 de Aedif. l. VI c. 7-). Ei si può confrontare con Leone Affricano
(-Dell'Affrica P V presso Ramusio Tom. I fol. 77 rect.-), con Marmol
(-Tom. II p. 430-) e con Shaw (-p. 56, 59-).
[653] Isidoro -Chron. p. 722 Edit. Grot. Mariana Hist. Hispan. l. V c. 8
p. 173-. Secondo Isidoro però l'assedio di Ceuta, e la morte di Teude
seguì l'anno dell'Era Ispanica 586, di Cristo 548, e la piazza non fu
difesa da' Vandali, ma da' Romani.
[654] Procopio -Vandal. l. I c. 24-.
[655] Vedi la Cronica originale d'Isidoro, ed i libri V e VI
dell'Istoria di Spagna del Mariana. I Romani furono finalmente cacciati
da Suintila Re de' Visigoti (l'anno 621, 626) dopo che si furon questi
riuniti alla Chiesa Cattolica.
[656] Vedi il matrimonio, e il destino d'Amalafrida in Procopio
(-Vandal. l. I c. 8, 9-); ed in Cassiodoro (-Var. IX, 1-) la richiesta
del reale di lei fratello. Si confronti parimente la Cronica di Vittore
Tunnunense.
[657] Lilibeo fu fabbricato da' Cartaginesi nell'Olimpiade XCV. 4 e
nella prima guerra Punica la forte situazione e l'eccellente suo porto
rese quel luogo un oggetto importante per ambedue le nazioni.
[658] Si paragonino fra loro i differenti passi di Procopio (-Vandal L.
II c. 5 e Gothic. l. 1 c. 3-).
[659] Intorno al regno e carattere d'Amalasunta vedi Procopio (-Gothic.
l. I c. 2, 3, 4: ed Anecdot. c. 16- con le note dell'Alemanno):
Cassiodoro (-Var. VIII, IX, X et XI, 1-): e Giornandes (-de Reb. Getic.
c. 56 et de successione Regnor- presso il Muratori -Tom. I p. 241-).
[660] Il matrimonio di Teodorico con Audefleda, sorella di Clodoveo, si
può collocare nell'anno 495 subito dopo la conquista d'Italia (Buat
-Hist. des Peuples Tom. IX p. 213-). Le nozze d'Eutarico e d'Amalasunta
si celebrarono l'anno 515 (Cassiodoro -in Chron. p. 453-).
[661] Alla morte di Teodorico si descrive da Procopio Atalarico, suo
nipote, come un fanciullo di circa otto anni οκτω γεγονως ετη.
Cassiodoro coll'autorità e con la ragione ve ne aggiunge due;
-Infantulum adhuc vix decennem-.
[662] Questo lago dalle vicine Città d'Etruria chiamavasi o
-Vulsiniensis- (ora di Bolsena) o -Tarquiniensis-. Esso è circondato da
bianchi scogli, ed abbondante di pesce, e di salvaggiume. Plinio il
Giovane (-Epist. II, 96-) celebra due selvose isole, che galleggiavano
sulle acque. Se questa è una favola, quanto eran creduli gli Antichi! Se
poi è un fatto vero, quanto son trascurati i Moderni! Pure dal tempo di
Plinio in qua le isole possono essersi fissate per mezzo di nuove e
successive aggregazioni.
[663] Procopio però (-Anecdot. c. 16-) abbatte la sua propria
testimonianza, confessando che nella sua Storia pubblica non avea detto
la verità. Vedi le lettere scritte dalla Regina Gundelina
all'Imperatrice Teodora (-Var. X, 20, 21, 23- e si osservi una parola
sospetta, -de illa persona ec.-) con l'elaborato Commercio di Buat
(-Tom. X p. 177, 185-).
[664] Intorno alla conquista di Sicilia si confronti la narrazione di
Procopio con le doglianze di Totila (- Gothic. l. I c. 5. l. III c.
16-). La Regina de' Goti aveva ultimamente sollevato quell'ingrata isola
(-Var. IX, 10, 11-).
[665] Descrivesi l'antica grandezza e splendore de' cinque quartieri di
Siracusa da Cicerone (-Act. II in verrem L. IV c. 52, 53-), da Strabone
(-L. VI p. 415-), e dal Dorville (-Sicula Tom. II p. 174, 202-). La
nuova città, restaurata da Augusto, si ristrinse verso l'isola.
[666] Procopio (-Vandalic. l. II c. 14, 15-) riferisce così chiaramente
il ritorno di Belisario in Sicilia (-p. 146 Edit. Hoeschelii-), che
restò attonito allo strano sbaglio, ed a' rimproveri d'un erudito
Critico (-Oeuvres de la Mothe le Vayer Tom. VIII p. 162, 163-).
[667] L'antica Alba fu distrutta nella prima età di Roma. Nel medesimo
luogo, o almeno nelle vicinanze di quella, successivamente s'alzarono,
1. la villa di Pompeo ec. 2. un campo delle Coorti Pretoriane: 3. la
moderna città Episcopale d'Albano (Procopio -Goth. l. II c. 4-. Cluver.
-Ital. ant. Tom. II. p. 914-).
[668] Si produceva un oracolo sibillino, che diceva -Africa capta,
mundus cum nato peribit-; sentenza di portentosa ambiguità (-Gothic. l.
I c. 7-), che fu pubblicata in caratteri ignoti da Opsopeo, editore di
Oracoli. Il P. Maltret ha promesso di farvi un commentario: ma tutte le
sue promesse sono state vane ed infruttuose.
[669] Procopio nella sua Cronologia, imitando in qualche modo Tucidide,
comincia dalla primavera gli anni di Giustiniano, e della guerra Gotica:
e la prima sua epoca corrisponde al primo d'aprile 535 non 536 secondo
gli Annali del Baronio (Pagi -Crit. Tom. II p. 555- seguitato dal
Muratori, e dagli Editori del Sigonio). Pure in alcuni passi non
sappiamo conciliare le date di Procopio con lui medesimo, e con la
Cronica di Marcellino.
[670] Da Procopio (-L. I c. 5, 29. L. II c. 1, 30. L. III c. 1-) si
riferiscono gli avvenimenti della prima guerra Gotica fino alla
schiavitù di Vitige. Coll'aiuto del Sigonio (-Opp. Tom. I. De Imp.
Occid. L. XVII, XVIII-), e del Muratori (-Annali d'Italia Tom. V-) vi ho
aggiunto alcuni pochi fatti di più.
[671] Giornandes -de reb. Gotic. c. 60 p. 702 Edit. Grot. e Tom. I p.
221-: Muratori -de success. regn. p. 241-.
[672] -Nero- (dice Tacito -Annal. XV, 35-) -Neapolim quasi Graecam urbem
delegit-. Cento cinquant'anni dopo, al tempo di Settimo Severo,
Filostrato loda l'Ellenismo de' Napolitani: γενος Ελληνες και αστυκοι,
οθεν και τας σπουμδας των λογον Ελληνικοι εισι -d'origine son
Greci ed urbani, onde anche nell'uso delle parole grecizzano- (-Icon. L.
I pag. 763 Edit. Olear.-).
[673] Si celebra l'-otium- di Napoli da' Poeti Romani, come da Virgilio,
da Orazio, da Silio Italico, e da Stazio (Cluver. -Ital. Ant. l. IV p.
1149, 1150-). Quest'ultimo in una elegante lettera (-Sylv. l. III, 5 p.
94, 98 Edit. Markland.-) tenta la difficile impresa di trar la sua
moglie da' piaceri di Roma a quel tranquillo ritiro.
[674] Questa misura fu presa da Ruggiero I dopo la conquista di Napoli
(An. 1139), ch'ei fece la Capitale del suo nuovo Regno (Giannone -Istor.
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