la liberazione, che ci offre, degenera in una cieca e stupida
disperazione.» «Io conosco (replicò il Re de' Vandali) quanto è
ragionevole e da amico il vostro consiglio. Ma non posso persuadermi a
divenir lo schiavo d'un ingiusto nemico che ha meritato l'implacabile
mio odio. Io non lo ho mai offeso nè in parole nè in fatti: pure ha
mandato contro di me, non so da qual parte, un certo Belisario, che mi
ha precipitato dal trono in questo abisso di miseria. Giustiniano è un
uomo, ed è un Principe; non teme ancor egli un simil rovescio della
fortuna? Io non posso scriver di più: il mio dolore mi opprime. Vi
prego, mio caro Fara, di mandarmi una Lira[637], una spugna ed un pane.»
Dal messaggio Vandalo seppe Fara i motivi di questa singolar domanda.
Era gran tempo che il Re dell'Affrica non aveva gustato pane; aveva una
flussione agli occhi, effetto della fatica e del continuo suo pianto; e
desiderava di sollevar la malinconia cantando sulla Lira la trista
istoria delle sue disgrazie. Fara si mosse a compassione, e gli mandò
quegli straordinari tre doni; ma la stessa sua umanità l'indusse a
raddoppiare la vigilanza delle guardie per poter più presto costringere
il suo prigioniero ad abbracciare una risoluzione vantaggiosa in vero a'
Romani, ma salutare anche a lui stesso. L'ostinazione di Gelimero cedè
finalmente alla necessità ed alla ragione; furono ratificate in nome
dell'Imperatore le solenni promesse di sicurezza e d'onorevole
trattamento dall'ambasciatore di Belisario; ed il Re dei Vandali scese
dalla montagna. Il primo pubblico incontro seguì in uno de' sobborghi di
Cartagine; e quando il Reale schiavo si accostò al suo vincitore,
proruppe in uno scroscio di risa. Il volgo potè naturalmente credere che
l'estremo dolore avesse privato Gelimero di senno; ma in quel tristo
stato l'inopportuna letizia insinuò a' più intelligenti osservatori, che
le vane e transitorie scene dell'umana grandezza sono indegne d'una
seria attenzione[638].
[A. 534]
Il disprezzo di esse fu tosto giustificato da un altro esempio d'una
volgar verità, che l'adulazione seguita la potenza, e l'invidia il
merito superiore. I Capi dell'esercito Romano ardirono di reputarsi
rivali di un Eroe. Le lettere private maliziosamente riferivano che il
Conquistatore dell'Affrica, sostenuto dalla propria sua fama e
dall'amore del pubblico, aspirava a sedere sul trono de' Vandali.
Giustiniano vi diede troppo facile orecchio, ed il suo silenzio fu
effetto della gelosia, piuttosto che della confidenza. Fu in vero
lasciata all'arbitrio di Belisario l'onorevole alternativa, o di restare
nella Provincia o di tornare alla Capitale; ma egli saviamente dedusse
dalle lettere intercettate, e dalla cognizione che aveva del carattere
del suo Sovrano che bisognava ch'esso o rinunziasse la vita, o
innalzasse la bandiera di ribellione, o confondesse con la sua presenza
e sommissione i propri nemici. L'innocenza ed il coraggio gli dettaron
la scelta; furon prestamente imbarcate le sue guardie, gli schiavi, e i
tesori; e fu così prospera la navigazione, che il suo arrivo a
Costantinopoli precedè qualunque certa notizia della sua partenza da
Cartagine. Una lealtà così schietta allontanò le apprensioni di
Giustiniano; l'invidia fu fatta tacere, e sempre più venne infiammata
dalla pubblica gratitudine; ed il terzo Affricano ottenne gli onori del
Trionfo, cerimonia, che la Città di Costantino non avea mai veduta, e
che l'antica Roma, fin dal Regno di Tiberio, avea riservata per le armi
felici de' Cesari[639]. La processione, partendo dal Palazzo di
Belisario, si condusse per le principali strade fino all'Ippodromo; e
questa memorabil giornata parve che vendicasse le ingiurie di Genserico;
ed espiasse la vergogna de' Romani. Si posero in mostra la ricchezza
delle Nazioni ed i trofei del lusso marziale o effemminato, vale a dire
ricche armature, troni d'oro, ed i cocchj di parata, ch'erano stati
d'uso della Regina de' Vandali; i massicci serviti del banchetto Reale,
lo splendore delle pietre preziose, l'eleganti figure delle statue e dei
vasi, il tesoro più effettivo dell'oro, ed i sacri arnesi del Tempio
Giudaico che, dopo la lunga lor pellegrinazione, furono rispettosamente
depositati nella Chiesa Cristiana di Gerusalemme. In una lunga serie i
più nobili dei Vandali posero con ripugnanza in mostra l'alta loro
statura, ed il viril portamento. Gelimero si avanzava con lentezza
vestito di porpora, e tuttavia conservava la maestà di un Re. Non gli
scappò dagli occhi una lacrima, non ne fu sentito un singhiozzo; ma
l'orgoglio o la pietà del medesimo traeva una segreta consolazione da
quelle parole di Salomone[640], ch'ei più volte pronunciò: -Vanità,
vanità, tutto è vanità-! Invece di salir sopra un carro trionfale tirato
da quattro cavalli o elefanti, il modesto Conquistatore andò a piedi
alla testa dei suoi bravi commilitoni. Forse la sua prudenza evitar
volle un onore troppo cospicuo per un suddito; e la sua magnanimità
sdegnò forse giustamente quel che era stato sì spesso macchiato da' più
vili tiranni. Entrò quella gloriosa processione nell'Ippodromo; fu
salutata dalle acclamazioni del Senato e del Popolo, e fermossi avanti
al Trono, su cui sedevano Giustiniano e Teodora per ricever gli omaggi
del Monarca prigioniero e dell'Eroe vittorioso. Ambedue fecero la solita
adorazione e prostrandosi al suolo rispettosamente toccaron il piano,
dove posavano i piedi d'un Principe che non avea mai sguainata la spada,
e d'una prostituta che ballato avea sul teatro: dovè usarsi qualche
piacevol violenza per piegare il duro spirito del nipote di Genserico; e
per quanto assuefatto fosse alla servitù, il genio di Belisario
segretamente dovè ripugnare a tal atto. Esso fu immediatamente
dichiarato Console per l'anno seguente, ed il giorno della sua
inaugurazione fu simile ad un secondo trionfo; la sua sella curule fu
portata sulle spalle da' Vandali schiavi, e furono profusamente sparse
fra la plebe le spoglie della guerra, come coppe d'oro e ricche fibbie.
[A. 535]
Ma il premio più puro di Belisario consistè nella fedel esecuzione d'un
trattato, per cui s'era impegnato il suo onore col Re de' Vandali. Gli
scrupoli religiosi di Gelimero, ch'era attaccato all'eresìa Arriana, non
erano conciliabili con la dignità di Senatore o di Patrizio; ma ei
ricevè dall'Imperatore un ampio territorio nella Provincia di Galazia,
dove il deposto Monarca si ritirò con la sua famiglia e con gli amici a
vivere in pace abbondantemente, e forse anche contento[641]. Le figlie
d'Ilderico furon trattate con quella rispettosa tenerezza, ch'era dovuta
alla età, ed alla disgrazia di esse; e Giustiniano e Teodora accettaron
l'onore di educare, e d'arricchire le discendenti del Gran Teodosio. I
più prodi fra' giovani Vandali furon distribuiti in cinque Squadroni di
cavalleria che adottarono il nome del loro benefattore, e nelle guerre
Persiane sostennero la gloria de' loro antenati. Ma queste rare
eccezioni, che furon il premio della nascita o del valore, sono
insufficienti a spiegare il destino d'una Nazione il numero della quale,
avanti una breve non sanguinosa guerra, montava a più di seicentomila
persone. Dopo l'esilio del proprio Re e de' Nobili, la vile plebaglia
avrà comprato la sua sicurezza con abiurare la sua religione ed il
proprio carattere e linguaggio, e la degenerata di lei posterità si sarà
appoco appoco mescolata con la comune turba de' sudditi Affricani. Pure,
anche nel nostro secolo, e nel cuore delle tribù moresche, un curioso
viaggiatore ha scoperto la carnagione bianca, ed i lunghi capelli biondi
d'una razza settentrionale[642], ed anticamente fu creduto che i più
arditi fra' Vandali fuggissero dal potere o anche dalla cognizione de'
Romani per godere la solitaria lor libertà su' lidi dell'Oceano
Atlantico[643]. L'Affrica che ne aveva formato l'Impero, divenne la loro
prigione, non potendo essi avere speranza, e neppure alcun desiderio di
tornare alle rive dell'Elba, dove i loro fratelli, d'un genio meno
arrischioso, andavano sempre vagando per le native loro foreste. Per i
codardi era impossibile di sormontare gli ostacoli d'incogniti mari, e
di ostili Barbari; e per i valorosi era impossibile d'esporre la loro
nudità e disfatta agli occhi de' loro Nazionali, di descrivere i regni
che avevan perduti, e di chiedere una parte di quel tenue patrimonio,
che, in un tempo più felice, avevano quasi di comune accordo
rinunziato[644]. Nella Regione ch'è fra l'Elba, e l'Oder, vari popolati
villaggi della Lusazia sono abitati da' Vandali: essi conservano ancora
il proprio linguaggio, i loro costumi e la purità del lor sangue;
soffrono con qualche impazienza il giogo Sassone o Prussiano, e servono
con segreto volontario omaggio il discendente degli antichi lor Re, che
nell'abito e nel presente suo stato si confonde col minimo de' suoi
Vassalli[645]. Il nome e la situazione di questo infelice Popolo
potrebbe indicare la loro discendenza da un comune stipite con i
conquistatori dell'Affrica: ma l'uso di un dialetto Slavo più
chiaramente gli rappresenta come l'ultimo residuo delle nuove colonie,
che successero ai veri Vandali, già dispersi o distrutti al tempo di
Procopio[646].
Se Belisario si fosse lasciato tentare ad esitare nella sua fedeltà,
avrebbe potuto insistere, anche in faccia dell'Imperatore medesimo,
sull'indispensabil dovere di liberar l'Affrica da un nemico più barbaro
de' Vandali. L'origine de' Mori si perde nell'oscurità, giacchè da essi
non conoscevasi l'uso delle lettere[647]. Non se ne possono precisamente
determinare neppure i confini: aprivasi a' pastori della Libia un
immenso Continente; la mutazione delle stagioni e de' pascoli regolava i
lor movimenti; e le rozze baracche co' pochi utensili si trasportavano
con la medesima facilità che le lor armi, famiglie e bestiami composti
di pecore, di bovi e di camelli[648]. Finattantochè fu in vigore la
Potenza Romana, si tennero in una rispettosa distanza da Cartagine e dal
lido del mare; sotto il debole Regno de' Vandali invasero le Città di
Numidia, occuparono la costa marittima da Tangeri a Cesærea, e
piantarono impunemente il loro campo nella fertile Provincia di Bizacio.
La formidabile forza e l'artificiosa condotta di Belisario s'assicurò
della neutralità de' Principi Mori, la vanità de' quali aspirava a
ricevere in nome dell'Imperatore le insegne della Real dignità[649].
Essi restaron sorpresi al rapido successo, e tremarono alla presenza del
loro Conquistatore. Ma la prossima sua partenza tosto diminuì le
apprensioni d'un Popolo selvaggio e superstizioso; il numero delle mogli
che avevano, permetteva loro di non curar la salvezza de' propri figli
dati in ostaggio; e quando il General Romano sciolse le vele dal porto
di Cartagine, udì le grida, e quasi vide le fiamme della desolata
Provincia. Persistè nonostante nella sua risoluzione, e lasciando solo
una parte delle sue guardie per rinforzar le guarnigioni più deboli,
affidò il comando dell'Affrica all'Eunuco Salomone[650], che si dimostrò
non indegno di succedere a Belisario. Nella prima invasione de' Mori
furon sorpresi ed intercettati alcuni distaccamenti con due iniziali di
merito; ma Salomone prestamente adunò le suo' truppe, marciò da
Cartagine nell'interno del loro paese, ed in due gran battaglie
distrusse sessantamila Barbari. I Mori contavano sulla lor moltitudine e
velocità, e sulle inaccessibili loro montagne; e si dice, che l'aspetto
e l'odore de' loro cammelli producessero qualche confusione nella
Cavalleria Romana[651]. Ma tosto che fu comandato loro di smontare, si
risero di questo debole ostacolo: appena le colonne montarono i colli,
quella nuda e disordinata ciurma restò abbagliata dallo splendore dello
armi, e dalle regolari evoluzioni; e replicatamente adempissi la
minaccia delle lor Profetesse, che i Mori dovevano essere sconfitti da
un nemico -senza barba-. Il vittorioso Eunuco avanzossi alla distanza di
tredici giornate da Cartagine ad assediare il Monte Aurasio[652], ch'era
la cittadella, e nell'istesso tempo il giardino della Numidia. Quella
catena di colline, ch'è un ramo del grande Atlante, nella circonferenza
di cento miglia contiene una rara varietà di suolo e di clima; le valli
che sono fra mezzo di esse, e l'elevate pianure abbondano di ricchi
pascoli, di perenni rivi, e di frutti d'un gusto delicato e di
straordinaria grandezza. Questa bella solitudine è decorata dalle rovine
di Lambesa città Romana, una volta sede di una Legione e capace di
quarantamila abitanti. Il tempio Ionico d'Esculapio è circondato di
capanne Moresche; ed il bestiame ora si pascola in mezzo ad un
anfiteatro sotto l'ombra di colonne Corintie. S'alza perpendicolarmente
un aspro scoglio sopra il livello della montagna, dove i Principi
Affricani depositavano le mogli ed il tesoro; ed è un proverbio
famigliare fra gli Arabi, che può mangiare il fuoco quell'uomo che
ardisce d'attaccare le dirupate balze, ed i selvaggi abitanti del monte
Aurasio. Fu due volte tentata questa difficile impresa dall'Eunuco
Salomone: la prima si ritirò con qualche vergogna; e la seconda tanto la
sua pazienza quanto le provvisioni erano già quasi esauste, e bisognava
ch'ei di nuovo si ritirasse se non avesse ceduto all'impetuoso coraggio
delle sue truppe, che audacemente scalarono, con sorpresa de' Mori, la
montagna, il campo nemico e la cima della rocca Geminia. Vi fu eretta
una cittadella per assicurare quest'importante acquisto, e per
rammentare ai Barbari la loro disfatta: e siccome Salomone proseguì la
sua marcia all'occidente, la provincia della Mauritania Sitifi, da gran
tempo perduta, fu di nuovo annessa all'Impero Romano. La guerra co' Mori
continuò per più anni dopo la partenza di Belisario; ma gli allori,
ch'ei lasciò ad un fedel Luogotenente, si possono attribuir giustamente
al proprio di lui trionfo.
[A. 550-620]
L'esperienza de' passati errori, che può talvolta correggere l'età
matura d'un individuo, rare volte riesce di vantaggio alle successive
generazioni della stirpe umana. Le Nazioni dell'antichità, non curando
la reciproca salvezza l'una dell'altra, furono separatamente vinte e
fatte schiave da' Romani; questa formidabil lezione avrebbe dovuto
istruire i Barbari dell'Occidente ad opporsi con opportuni consigli, e
con armi confederate all'ambizione illimitata di Giustiniano. Eppure fu
ripetuto l'istesso sbaglio, se ne provarono le medesime conseguenze, ed
i Goti tanto d'Italia quanto di Spagna, insensibili al loro imminente
pericolo, mirarono con indifferenza, ed anche con allegrezza, la rapida
caduta dei Vandali. Mancata la stirpe Reale, Teude, valoroso Capitano,
montò sul trono di Spagna, ch'egli avea precedentemente amministrato in
nome di Teodorico e dell'infame di lui nipote. Sotto il suo comando i
Visigoti assediarono la Fortezza di Ceuta sulla costa Affricana: ma
mentre passavano il giorno festivo in pace e devozione, una sortita
della Città invase la pia sicurezza del loro campo, e l'istesso Re
scampò, con qualche difficoltà e pericolo, dalle mani d'un sacrilego
nemico[653]. Non passò gran tempo, che fu soddisfatto il suo orgoglio e
risentimento, mediante una supplichevole ambasciata dell'infelice
Gelimero che nelle sue angustie implorò l'aiuto del Monarca Spagnuolo.
Ma invece di sacrificare queste indegne passioni ai dettami della
generosità e della prudenza, Teude lusingò gli ambasciatori,
finattantochè non fu segretamente informato della caduta di Cartagine;
ed allora gli licenziò, con l'oscuro e sprezzante avviso di cercare nel
nativo loro paese una vera notizia dello stato de' Vandali[654]. La
lunghezza della guerra Italica differì la punizione de' Visigoti, e
Teude chiuse gli occhi prima ch'essi gustassero i frutti di
quest'erronea politica. Dopo la sua morte si disputò lo scettro di
Spagna con una guerra civile. Il Candidato più debole ricorse alla
protezione di Giustiniano, ed ambiziosamente sottoscrisse un trattato
d'alleanza, che profondamente ferì l'indipendenza e la felicità della
sua Patria. Varie città sull'oceano e sul mediterraneo furon cedute alle
truppe Romane, che in seguito ricusarono di rilasciar questi pegni per
quanto sembra o di sicurezza o di pagamento; e siccome venivano
rinforzate con continui sussidj dall'Affrica, mantennero le
inespugnabili loro stazioni per il malizios'oggetto d'accendere le
civili e religiose fazioni de' Barbari. Passarono settant'anni prima che
si potesse trarre questa penosa spina dal seno della Monarchia; e
finattantochè gl'Imperatori ritennero una parte di que' remoti ed
inutili possessi, la loro vanità enumerò la Spagna nella lista delle
loro Province, ed i successori d'Alarico fra' loro Vassalli[655].
[534]
L'errore de' Goti, che regnavano in Italia, fu meno scusabile di quello
de' loro fratelli di Spagna, e la pena, che ne soffrirono, fu anche più
immediata e terribile. Per causa d'una vendetta privata lasciarono che
il più pericoloso loro nemico distruggesse il più pregevole alleato che
avessero. Si era maritata una sorella del gran Teodorico a Trasimondo Re
dell'Affrica[656]: in quest'occasione s'era consegnata a' Vandali la
Fortezza di Lilibeo in Sicilia[657], e la Principessa Amalafrida fu
accompagnata da una scorta militare di mille Nobili, e di cinquemila
soldati Goti, che segnalarono il loro valore nelle guerre contro i Mori.
Fu esaltato in quell'occasione il proprio merito da loro medesimi e
forse disprezzato da' Vandali: i Goti guardarono il Paese con invidia,
ed i conquistatori con isdegno; ma la reale o fittizia loro cospirazione
fu prevenuta da un macello. I Goti restaron oppressi; e la prigionia
d'Amalafrida fu tosto seguita dalla segreta e sospetta sua morte.
S'impiegò l'eloquente penna di Cassiodoro a rimproverare alla Corte
Vandalica la crudel violazione d'ogni pubblico e social dovere; ma
poteva essa ridersi impunemente della vendetta, ch'ei minacciò in nome
del suo Sovrano, finattantochè l'Affrica era difesa dal mare, ed i Goti
mancavano d'una flotta. Nella cieca impotenza del dolore e dell'ira,
essi lietamente applaudirono all'arrivo de' Romani, accolsero la flotta
di Belisario nei porti della Sicilia, e furono ben presto rallegrati o
commossi dalla sorprendente notizia, che s'era eseguita la lor vendetta
oltre la misura delle speranze, o forse anche delle brame, che avevano.
L'Imperatore doveva alla loro amicizia il Regno dell'Affrica, ed i Goti
potevano con ragione pensare, ch'essi avevano diritto di pigliare il
possesso d'un nudo scoglio sì di fresco separato, come un dono nuziale,
dall'Isola di Sicilia. Presto però furon disingannati dall'altiero
comando di Belisario, ch'eccitò il tardo loro ed inutile pentimento: «La
Città ed il Promontorio di Lilibeo (disse il Generale Romano)
apparteneva a' Vandali, ed io gli pretendo per diritto di conquista. La
vostra sommissione può meritare il favor dell'Imperatore; ma
l'ostinazione provocherà il suo sdegno ed accenderà una guerra, che non
può terminare che coll'ultima vostra rovina. Se voi ci costringerete a
prender le armi, noi combatteremo non già per riprendere una sola Città,
ma per ispogliarvi di tutte le Province che voi avete ingiustamente
sottratte al legittimo loro Sovrano». Una Nazione di dugentomila soldati
avrebbe potuto ridersi della vana minaccia di Giustiniano, e del suo
Luogotenente; ma dominava in Italia lo spirito di discordia e di
malcontento, ed i Goti soffrivano, con ripugnanza, la indegnità d'un
Regno donnesco[658].
La nascita di Amalasunta, Reggente e Regina d'Italia[659] riunì le due
più illustri Famiglie dei Barbari. Sua madre, sorella di Clodoveo,
discendeva da' capelluti Re della stirpe Merovingica[660]; la Real
successione degli Amali fu illustrata nell'undecima generazione dal gran
Teodorico suo Padre, il merito del quale, avrebbe potuto nobilitare
anche un'origin plebea. Il sesso della sua figlia l'escludeva dal Trono
de' Goti; ma la vigilante affezione, ch'egli aveva per la propria
Famiglia, e per il suo Popolo, gli fece scuoprir l'ultimo erede della
schiatta Reale, i cui Antenati si erano rifuggiti in Ispagna; ed il
fortunato Eutarico fu tosto esaltato al grado di Console e di Principe.
Ma egli non godè che per breve tempo il possesso d'Amalasunta, e la
speranza della successione; ed essa, dopo la morte del marito e del
Padre, fu lasciata custode del proprio figlio Atalarico e del Regno
d'Italia. All'età di circa ventotto anni, le qualità della mente e della
persona di lei erano giunte alla perfetta loro maturità. La sua
bellezza, che secondo l'apprensione di Teodora medesima, le avrebbe
potuto disputar la conquista d'un Imperatore, era animata da sentimento,
attività e fermezza virile. L'educazione e l'esperienza ne avevan
coltivato i talenti; i suoi studj filosofici erano immuni dalla vanità;
e quantunque si esprimesse con ugual eleganza e facilità nella lingua
Greca, nella Latina e nella Gotica, la figlia di Teodorico mantenne
sempre ne' suoi consigli un discreto ed impenetrabil silenzio. Mediante
la fedele imitazione delle virtù del Padre, fece risorgere la prosperità
del suo Regno; mentre con pia sollecitudine procurò d'espiarne gli
errori e di cancellare l'oscura memoria della decadente sua età. Ai
figli di Boezio, e di Simmaco fu restituita la paterna loro eredità;
l'estrema sua piacevolezza non acconsentì mai ad infliggere ai Romani
suoi sudditi alcuna pena corporale o pecuniaria; e generosamente sprezzò
i clamori de' Goti, che in capo a quarant'anni risguardavano sempre i
Popoli d'Italia come loro schiavi o nemici. Le salutari sue
determinazioni eran dirette dalla saviezza, e celebrate dall'eloquenza
di Cassiodoro; essa richiese, e meritò l'amicizia dell'Imperatore; ed i
Regni d'Europa, sì in pace che in guerra, rispettarono la maestà del
Trono Gotico. Ma la futura felicità della Regina e dell'Italia,
dipendeva dall'educazione del suo figlio, ch'era destinato fin dalla
nascita a sostenere i differenti e quasi non conciliabili caratteri di
Capo d'un esercito Barbaro, e di primo Magistrato d'una incivilita
Nazione. Si principiò all'età di dieci anni[661] ad istruire Atalarico
diligentemente nelle arti e nelle scienze utili o d'ornamento per un
Principe Romano; e si scelsero tre venerabili Goti per istillare
principj di virtù e d'onore nell'animo del giovine loro Re. Ma il
fanciullo, che non sente i vantaggi dell'educazione, ne aborrisce il
rigore; e la sollecitudine della Regina, che dall'affetto rendevasi
ansiosa e severa, offese l'intrattabil natura del figlio e de' sudditi.
In occasione d'una solenne festa, mentre i Goti erano adunati nel
Palazzo di Ravenna, il fanciullo Reale scappò dall'appartamento di sua
madre, e con lacrime d'orgoglio e di sdegno si dolse d'uno schiaffo, che
l'ostinata sua disubbidienza l'aveva provocata a dargli. I Barbari
s'irritarono per l'indegnità, con cui trattavasi il loro Re; accusarono
la Reggente di cospirare contro la vita e la corona di esso; ed
imperiosamente domandarono, che il nipote di Teodorico fosse liberato
dalla vile disciplina delle donne e dei pedanti, ed educato come un
valoroso Goto in compagnia de' suoi uguali e nella gloriosa ignoranza
dei suoi Maggiori. A queste rozze grida importunamente ripetute come la
voce della Nazione, Amalasunta fu costretta a cedere, contro la propria
ragione e contro i più cari desiderj del suo cuore. Il Re d'Italia
s'abbandonò al vino, alle donne ed a' grossolani sollazzi; e
l'imprudente disprezzo dell'ingrato giovine scuoprì i maliziosi disegni
de' suoi favoriti e de' nemici di essa. Circondata da' nemici domestici,
essa entrò in una segreta negoziazione coll'Imperator Giustiniano; ebbe
la sicurezza d'essere amichevolmente ricevuta; ed aveva già depositato a
Dirrachio nell'Epiro un tesoro di quarantamila libbre d'oro. Sarebbe
stato bene per la sua fama e sicurezza, se si fosse quietamente ritirata
dalle fazioni barbare a goder la pace e lo splendore di Costantinopoli:
ma l'animo di Amalasunta era infiammato dall'ambizione e dalla vendetta;
e mentre le sue navi stavano all'ancora nel porto, essa aspettava il
successo d'un delitto, che le sue passioni scusavano o applaudivano come
un atto di giustizia. Erano stati separatamente mandati alle frontiere
dell'Italia tre de' più pericolosi malcontenti sotto il pretesto di
fedeltà e di comando: furono questi assassinati da' segreti di lei
emissari; ed il sangue di que' nobili Goti rese la Regina madre,
assoluta nella Corte di Ravenna, e giustamente odiosa ad un Popolo
libero. Ma se erasi essa lagnata de' disordini del figlio, ben presto ne
pianse l'irreparabile perdita; e la morte di Atalarico, che all'età di
sedici anni si consumò da una prematura intemperanza, la lasciò priva di
ogni stabil sostegno o legittima autorità. In vece di sottomettersi alle
Leggi della sua Patria, che avevano per massima fondamentale, che la
successione non potesse mai passar dalla lancia alla conocchia, la
figlia di Teodorico immaginò l'impraticabil disegno di dividere con uno
de' suoi cugini il titolo Reale, e conservar per sè la sostanza della
suprema Potestà. Ei ricevè la proposizione con profondo rispetto e con
affettata gratitudine; e l'eloquente Cassiodoro annunziò al Senato ed
all'Imperatore, che Amalasunta e Teodato eran saliti sul trono d'Italia.
La nascita di esso poteva considerarsi come un titolo imperfetto,
giacchè era figlio d'una sorella di Teodorico, e la scelta d'Amalasunta
fu con maggior forza diretta dal disprezzo ch'ella aveva per la sua
avarizia e pusillanimità, che l'avevan privato dell'amore degl'Italiani,
e della stima de' Barbari. Ma Teodato fu inasprito dal disprezzo, ch'ei
meritava: la giustizia della Regina aveva represso, e gli aveva
rimproverata l'oppressione ch'egli esercitava contro i Toscani suoi
vicini; ed i principali fra' Goti, riuniti dalla colpa e dallo sdegno
comune, cospirarono ad instigare la lenta e timida sua disposizione.
Appena si eran mandate le lettere di congratulazione, che la Regina
d'Italia fu imprigionata in una piccola Isola del lago di Bolsena[662],
dove la medesima, dopo un breve confino, fu strangolata nel bagno per
ordine, o con la connivenza del nuovo Re, che in tal modo istruì i
turbolenti suoi sudditi a spargere il sangue de' loro Sovrani.
[A. 535]
Giustiniano vedeva con piacere le dissensioni dei Goti, e la mediazione
dell'alleato celava, e favoriva le ambiziose mire del conquistatore. I
suoi Ambasciatori, nella pubblica loro udienza richiesero la Fortezza di
Lilibeo, dieci Barbari fuggitivi, ed una giusta compensazione per il
saccheggio d'una piccola Città sui confini dell'Illirico; ma
segretamente trattarono con Teodato la resa della provincia di Toscana,
e tentarono Amalasunta di trarsi fuori dal pericolo e dalla perplessità,
mediante una libera restituzione del Regno d'Italia. La Regina
prigioniera sottoscrisse con ripugnanza una lettera falsa e servile, ma
i Senatori Romani, mandati a Costantinopoli, manifestarono la vera di
lei situazione, e Giustiniano per mezzo d'un nuovo Ambasciatore,
intercesse più efficacemente per la libertà, e per la vita di essa. Le
segrete istruzioni però dell'istesso Ministro eran dirette a servire la
crudel gelosia di Teodora, che temeva la presenza e le superiori
attrattive d'una rivale: egli insinuò, con artificiosi ed ambigui cenni,
l'esecuzione d'un delitto così vantaggioso a' Romani[663]; ricevè la
notizia della morte della Regina con dispiacere e con isdegno; ed in
nome del suo Padrone dichiarò immortal guerra contro il perfido di lei
assassino. In Italia, ugualmente che in Affrica il delitto d'un
usurpatore parve, che giustificasse le armi di Giustiniano; ma le forze
ch'egli apparecchiò, non eran sufficienti per rovesciare un potente
Regno, se il piccolo numero di esse non si fosse aumentato dal nome,
dallo spirito e dalla condotta d'un Eroe. Una scelta truppa di guardie a
cavallo armate con lancie e scudi, accompagnavano la persona di
Belisario; la sua cavalleria era composta di dugento Unni, di trecento
Mori, e di quattromila -Confederati-; e l'infanteria consisteva in soli
tremila Isauri. Il Console Romano dirigendo il suo corso come nella
prima spedizione, gettò l'ancora avanti a Catania in Sicilia per
osservare la forza dell'Isola, e per determinare, se dovea tentarne la
conquista o pacificamente proseguire il suo viaggio per la costa di
Affrica. Ei vi trovò un fertil terreno, ed un Popolo amichevole.
Nonostante la decadenza dell'agricoltura, la Sicilia sosteneva sempre i
granai di Roma; gli affittaiuoli di essa erano graziosamente esentati
dall'oppressione de' quartieri militari; ed i Goti, che affidavano la
difesa dell'Isola a' suoi abitanti, ebber ragione di dolersi, che la lor
fiducia fu ingratamente tradita. Invece di chiedere ed aspettare l'aiuto
del Re d'Italia, essi alle prime intimazioni prestarono volentieri
ubbidienza; e questa Provincia, ch'era stata il primo frutto delle
guerre Puniche, dopo una lunga separazione fu nuovamente unita
all'Imperio Romano[664]. La guarnigione Gotica di Palermo, che sola
tentò di resistere, dopo un breve assedio fu ridotta ad arrendersi,
mediante un singolare strattagemma. Belisario introdusse le sue navi
nell'intimo recinto del porto; i loro battelli furono a forza di cavi e
di carucole alzati fino alla cima de' loro alberi, e furono empiti di
arcieri, che da quel luogo dominavano le mura della Città. Dopo questa
facile e fortunata campagna il Conquistatore entrò in Siracusa
trionfante, alla testa delle vittoriose sue truppe, gettando al Popolo
delle medaglie d'oro, nel giorno in cui gloriosamente finiva l'anno del
suo Consolato. Ei passò la stagione invernale nel palazzo degli antichi
Re in mezzo alle rovine d'una colonia Greca, che una volta estendevasi
ad una circonferenza di ventidue miglia[665]; ma nella primavera, dopo
la festa di Pasqua, fu interrotto il proseguimento de' suoi disegni da
una pericolosa sommossa delle truppe Affricane. Si salvò Cartagine per
la presenza di Belisario, che immediatamente sbarcovvi con mille
guardie; duemila soldati di dubbiosa fede tornarono alle bandiere
dell'antico lor Comandante; ed ei fece senza esitare più di cinquanta
miglia per cercare un nemico, che affettava di compassionare, e di
sprezzare. Ottomila ribelli tremarono all'avvicinarsi di esso; furono
messi in rotta al primo incontro dalla destrezza del loro Signore; e
questa ignobil vittoria restituito avrebbe la pace all'Affrica, se il
Conquistatore non fosse stato richiamato in fretta nella Sicilia per
quietare una sedizione, che si era accesa durante e la sua assenza nel
proprio Campo[666]. Il disordine e la disubbidienza erano le malattie
comuni di que' tempi. Non risedevano che nell'animo di Belisario il
talento per comandare, e la virtù di obbedire.
[A. 534-536]
Quantunque Teodato discendesse da una stirpe di Eroi, non sapeva l'arte
della guerra, e ne abborriva i pericoli; e quantunque avesse studiato
gli scritti di Platone e di Tullio, la Filosofia non fu capace di
purgare il suo spirito dalle più basse passioni dell'avarizia e del
timore. Egli aveva comprato uno scettro per mezzo dell'ingratitudine e
dell'uccisione: e alla prima minaccia d'un nemico, avvilì la propria
maestà, e quella di una Nazione, che già sprezzava il suo indegno
Sovrano. Sorpreso dal fresco esempio di Gelimero, si vedeva tratto in
catene per le strade di Costantinopoli; l'eloquenza di Pietro,
Ambasciator Bizantino accrebbe i terrori, che ispirava Belisario; e
quell'audace e sottile Avvocato lo persuase a sottoscrivere un trattato,
troppo ignominioso per servir di fondamento ad una pace durevole. Fu
stipulato, che nelle acclamazioni del Popolo Romano sempre si
proclamasse il nome dell'Imperatore avanti a quello del Re Goto, e che
ogni volta che s'innalzava in bronzo o in marmo la statua di Teodato,
gli fosse posta alla destra la divina immagine di Giustiniano: invece di
conferire gli onori del Senato, il Re d'Italia era ridotto a
sollecitarli; ed era indispensabile il consenso dell'Imperatore, prima
ch'ei potesse eseguir la sentenza di morte, o di confiscazione contro
d'un Prete, o d'un Senatore. Il debol Monarca rinunziò al possesso della
Sicilia; offerì, come un annuo segno della sua dipendenza, una corona
d'oro del peso di trecento libbre; e promise di somministrare, alla
richiesta del suo Sovrano, tremila Goti ausiliari per servizio
dell'Impero. Soddisfatto di queste straordinarie concessioni, l'abile
agente di Giustiniano affrettò il suo ritorno a Costantinopoli; ma
appena era giunto alla villa Albana[667], che fu richiamato dall'ansietà
di Teodato; e merita d'esser riportato nell'originale sua semplicità
questo dialogo fatto fra il Re e l'Ambasciatore: «Siete voi di
sentimento, che l'Imperatore ratificherà questo Trattato? Forse. Qualora
ei ricusi, qual conseguenza ne verrà? -La guerra.- Tal guerra sarà ella
giusta o ragionevole? -Sicurissimamente: ognuno agirebbe secondo il suo
carattere.- Che intendete di dire? -Voi siete un filosofo; Giustiniano è
Imperator de' Romani: mal converrebbe al discepolo di Platone spargere
il sangue di più migliaia di uomini per una sua privata contesa; ma il
successore d'Augusto dovrebbe rivendicare i suoi diritti, e ricuperare
con le armi le antiche Province del suo Impero-». Questo ragionamento
non è per avventura molto convincente, ma servì per mettere in
agitazione e per vincer la debolezza di Teodato, che tosto discese
all'ultima sua offerta di rinunziare per il meschino prezzo d'una
pensione di quarantottomila lire sterline il Regno de' Goti e
degl'Italiani, e d'impiegare il resto de' suoi giorni negl'innocenti
piaceri della filosofia e dell'agricoltura. Affidò ambedue i trattati
all'Ambasciatore, sulla fragile sicurezza d'un giuramento di non
manifestare il secondo, finattantochè non si fosse positivamente
rigettato il primo. Se ne può facilmente prevedere l'evento. Giustiniano
richiese ed accettò l'abdicazione del Re Goto. L'instancabile suo agente
da Costantinopoli tornò a Ravenna con ampie istruzioni, e con una bella
lettera, che lodava la saviezza e generosità del Reale Filosofo, gli
accordava la pensione, con assicurarlo di quegli onori, dei quali poteva
esser capace un suddito Cattolico, e prudentemente fu commessa la finale
esecuzion del Trattato alla presenza ed autorità di Belisario. Ma nel
tempo che restò sospeso, due Generali Romani, che erano entrati nella
Provincia di Dalmazia, furon disfatti ed uccisi dalle truppe Gotiche.
Teodato, da una cieca ed abbietta disperazione, capricciosamente passò
ad una presunzione senza fondamento e fatale[668], ed osò di ricevere
con minacce e disprezzo l'ambasciatore di Giustiniano, che insistè nella
sua promessa, sollecitò la fedeltà de' suoi sudditi, ed arditamente
sostenne l'inviolabile privilegio del proprio carattere. La marcia di
Belisario dissipò quest'orgoglio immaginario; e siccome fu consumata la
prima campagna[669] nel soggiogar la Sicilia, Procopio assegna
l'invasione d'Italia al secondo anno della Guerra Gotica[670].
[A. 537]
Dopo aver Belisario lasciato sufficienti guarnigioni in Palermo e in
Siracusa, imbarcò le sue truppe a Messina, e le sbarcò senza resistenza
sui lidi opposti di Reggio. Un Principe Goto, che avea sposato la figlia
di Teodato, stava con un esercito a guardar l'ingresso d'Italia; ma esso
imitò senza scrupolo l'esempio d'un Sovrano, che mancava a' suoi
pubblici e privati doveri. Il perfido Ebermore disertò con i suoi
seguaci al campo Romano, e fu mandato a godere i servili onori della
Corte Bizantina[671]. La flotta e l'esercito di Belisario s'avanzarono
quasi sempre in vista l'una dell'altro da Reggio a Napoli, per quasi
trecento miglia lungo la costa del mare. Il Popolo dell'Abruzzo, della
Lucania e della Campania, che abborriva il nome e la religione de' Goti,
profittò dello specioso pretesto che le rovinate lor mura erano incapaci
di difesa; i soldati pagavano un giusto prezzo di ciò che compravano
sugli abbondanti mercati; e la sola curiosità interrompeva le pacifiche
occupazioni degli agricoltori o degli artefici. Napoli, ch'è divenuta
una grande e popolata Capitale, conservò lungamente il linguaggio ed i
costumi di colonia Greca[672]: e la scelta, che ne fece Virgilio, aveva
nobilitato quest'elegante ritiro, che attraeva gli amatori del riposo e
dello studio, allontanandogli dallo strepito, dal fumo e dalla laboriosa
opulenza di Roma[673]. Appena fu investita per mare e per terra la
piazza, Belisario diede udienza ai deputati del Popolo, che l'esortavano
a non curare una conquista indegna delle sue armi, a cercare in un campo
di battaglia il Re dei Goti, e dopo d'averlo vinto, a ricevere come
Sovrano di Roma l'omaggio delle Città dipendenti. «Quando io tratto co'
miei nemici, replicò il Capitano Romano con un altiero sorriso, io son
più assuefatto a dare, che a ricever consiglio: ma tengo in una mano
l'inevitabil rovina, e nell'altra la pace e la libertà, come ora gode la
Sicilia». L'impazienza della dilazione lo mosse ad accordar le più
liberali condizioni, ed il suo onore ne assicurava l'effettuazione: ma
Napoli era divisa in due fazioni, e la democrazia Greca era infiammata
da' suoi Oratori, i quali con molto spirito e con qualche verità
rappresentarono alla moltitudine, che i Goti avrebber punito la lor
mancanza di fede, e che Belisario medesimo dovea stimare la loro lealtà
e valore. Le deliberazioni però che facevansi, non erano perfettamente
libere; la Città era dominata da ottocento Barbari, le mogli ed i figli
de' quali si ritenevano a Ravenna come pegni della lor fedeltà; e fino
gli Ebrei, ch'erano ricchi e numerosi, opponevansi con disperato
entusiasmo alle intolleranti leggi di Giustiniano. In un tempo assai
posteriore, la circonferenza di Napoli[674] non era più di duemila
trecento sessantatre passi[675]: le fortificazioni eran difese da
precipizi o dal mare; se si tagliavano gli acquedotti, poteva supplirsi
con l'acqua de' pozzi e de' fonti; e la quantità delle provvisioni era
sufficiente a stancar la pazienza degli assedianti. Al termine di venti
giorni era quasi esausta quella di Belisario, ed erasi accomodato alla
vergogna d'abbandonar l'assedio per poter marciare, avanti l'inverno,
contro Roma, ed il Re de' Goti. Ma fu la sua ansietà soddisfatta
dall'ardita curiosità d'un Isauro, ch'esplorò il canale asciutto d'un
acquedotto, e segretamente riferì, che potevasi aprire un passaggio per
introdurre una fila di soldati armati nel cuore della Città. Quando
l'opera fu tacitamente eseguita, l'umano Generale rischiò la scoperta
del suo segreto con un ultimo ed infruttuoso avviso dell'imminente
pericolo. Nell'oscurità della notte, quattrocento Romani entrarono
nell'acquedotto, s'introdussero per mezzo d'una fune, che legarono ad un
ulivo, nella casa o nel giardino d'una solitaria matrona, suonarono le
loro trombette, sorpreser le sentinelle, ed ammessero i loro compagni,
che da ogni parte scalaron le mura, ed aprirono le porte della Città. Fu
commesso, come per diritto di guerra, ogni delitto che si punisce dalla
giustizia sociale; gli Unni si distinsero per la crudeltà ed il
sacrilegio, ed il solo Belisario comparve per le strade, e nelle Chiese
di Napoli a moderar la calamità, ch'egli aveva predetto. «L'oro e
l'argento, esclamò più volte, sono i giusti premj del vostro valore; ma
risparmiate gli abitanti: essi son Cristiani, son supplichevoli, e son
ora vostri concittadini. Restituite i figli a' loro Genitori; le mogli
a' loro mariti; e dimostrate loro, mediante la vostra generosità di
quali amici hann'ostinatamente privato se stessi». La Città fu salvata
per la virtù, e per l'autorità del suo Conquistatore[676]; e quando i
Napoletani tornarono alle loro case, trovarono qualche sollievo nel
segreto godimento de' nascosti loro tesori. La guarnigione Barbara
s'arruolò al servizio dell'Imperatore; la Puglia e la Calabria, liberate
dall'odiosa presenza de' Goti, riconobbero il suo dominio; e L'Istorico
di Belisario curiosamente descrive le zanne del Cignale Calidonio, che
tuttavia si mostravano a Benevento[677].
[A. 536-540]
I Soldati e Cittadini fedeli di Napoli avevano indarno aspettato d'esser
liberati da un Principe, che restò inoperoso, e quasi indifferente
spettatore della loro rovina. Teodato si assicurò dentro le mura di
Roma, mentre la sua cavalleria si avanzò quaranta miglia sulla via
Appia, e si accampò nelle paludi Pontine, le quali, mediante un canale
lungo diciannove miglia erano state recentemente seccate, e convertite
in eccellenti pasture[678]. Ma le Fortezze principali dei Goti eran
disperse nella Dalmazia, nella Venezia, e nella Gallia, ed il debole
spirito del loro Re era confuso dall'infelice evento d'una divinazione,
che sembrava presagir la caduta del suo Impero[679]. I più abbietti
schiavi hanno (talvolta) processato il delitto, o la debolezza d'uno
sfortunato padrone; ma il carattere di Teodato fu rigorosamente
esaminato da un libero, e quieto campo di Barbari, consapevoli del lor
diritto e potere; fu esso dichiarato indegno della sua razza, della
Nazione e del trono, ed il loro Generale Vitige, che avea segnalato il
proprio valore nella guerra Illirica, fu innalzato con unanime applauso
sopra gli scudi de' suoi compagni. Al primo romore di ciò, il deposto
Monarca fuggì dalla giustizia de' propri Nazionali; ma fu inseguito
dalla vendetta privata. Un Goto, ch'egli aveva offeso nel suo amore,
sorprese Teodato sulla via Flaminia, e senza riguardo alle non virili
sue strida, lo scannò, mentre stava prostrato sul suolo, come una
vittima (dice l'Istorico) a piè dell'Altare. L'elezione del Popolo è il
titolo migliore e più puro per regnare sopra di esso; pure tal è il
pregiudizio d'ogni tempo, che Vitige impazientemente desiderò di tornare
a Ravenna per poter ivi prendere, con la ripugnante mano della figlia di
Amalasunta, una debole ombra di ereditario diritto. Si tenne
immediatamente un Concilio Nazionale, ed il nuovo Monarca dispose
l'impaziente spirito dei Barbari ad un passo vergognoso, che la cattiva
condotta del suo predecessore avea reso indispensabile e savio. I Goti
acconsentirono a ritirarsi in faccia d'un vittorioso nemico; a differire
fino alla primavera seguente le operazioni d'una guerra offensiva: a
richiamare le sparse loro truppe; ad abbandonare i lontani loro
stabilimenti, e ad affidare anche la stessa Roma alla fede de' suoi
abitanti. Lauderi attempato guerriero, fu lasciato nella Capitale con
quattromila soldati: debole guarnigione, che avrebbe potuto secondare lo
zelo de' Romani, quantunque fosse incapace d'opporsi ai desiderj di
essi. Ma si accese ne' loro animi un momentaneo entusiasmo di religione
e di patriottismo: essi furiosamente esclamarono che la Sede Apostolica
non dovea più lungamente profanarsi dal trionfo, o dalla tolleranza
dell'Arrianismo, che non si dovevan più calpestare le tombe de' Cesari
da' selvaggi del Settentrione; e senza riflettere, che l'Italia dovea
divenire una Provincia di Costantinopoli, con trasporto applaudirono
alla restaurazione d'un Imperator Romano, come, ad una nuova epoca di
libertà e di prosperità. I Deputati del Papa e del Clero, del Senato e
del Popolo invitarono il Luogotenente di Giustiniano ad accettare il
loro volontario omaggio, e ad entrare nella Città, di cui si sarebbero
aperte le porte per riceverlo. Tosto che Belisario ebbe fortificato le
sue nuove conquiste di Napoli e di Cuma, si avanzò per circa venti
miglia fino alle rive del Vulturno, contemplò la decaduta grandezza di
Capua, e si fermò dove la via Latina si separa dall'Appia. L'opera del
Censore, dopo l'uso continuo di nove secoli, tuttavia conservava la sua
primitiva bellezza, e neppure, una fessura potea scuoprirsi nelle grandi
e levigate pietre, delle quali era quella solida, sebbene stretta via,
si stabilmente composta[680]. Belisario però preferì la via Latina, che
lontana dal mare e dalle paludi continuava per lo spazio di centoventi
miglia lungo il piede delle montagne. I suoi nemici erano spariti.
Quando egli fece il suo ingresso per la porta Asinaria, la guarnigione
partì senz'alcuna molestia per la via Flaminia; e la Città, dopo
sessant'anni di servitù, fu liberata dal giogo de' Barbari. Il solo
Leuderi, per un motivo d'orgoglio o di mal contento, non volle
accompagnare i fuggitivi; ed il Capitano de' Goti, ch'era egli medesimo
un trofeo della vittoria, fu mandato con le chiavi di Roma al Trono
dell'Imperator Giustiniano[681].
[A. 537]
I primi giorni, che corrispondevano agli antichi Saturnali, consacrati
furono alla vicendevol congratulazione, ed alla pubblica gioia; ed i
Cattolici si preparavano a celebrare, senza rivali, la prossima festa
della Natività di Cristo. Nella famigliar conversazione d'un Eroe,
acquistarono i Romani qualche cognizione delle virtù, che l'Istoria
attribuiva a' loro Maggiori, furono edificati dell'apparente rispetto di
Belisario per il successor di S. Pietro; e la rigida sua disciplina
assicurò loro, in mezzo alla guerra, i vantaggi della tranquillità e
della giustizia. Essi applaudirono al rapido successo delle sue armi,
che invasero l'addiacente campagna, fino a Narni, Perugia e Spoleto; ma
tremò il Senato, il Clero ed il Popolo imbelle all'udire, ch'egli aveva
risoluto, e presto sarebbe stato nel caso di sostenere un assedio contro
le forze della Monarchia Gotica. Furono eseguiti nella stagione
invernale i disegni di Vitige con diligenza ed effetto. I Goti dalle
rustiche loro abitazioni e dalle lor guarnigioni più distanti,
adunaronsi a Ravenna per difesa del loro Paese; e tale ne fu il numero,
che dopo averne distaccata un'armata in aiuto della Dalmazia, marciarono
sotto le bandiere Reali ben cento cinquantamila combattenti. Secondo i
vari gradi del posto o del merito, il Re Goto distribuì armi e cavalli,
ricchi doni e liberali promesse: ei si mosse lungo la via Flaminia,
evitò gl'inutili assedj di Perugia e di Spoleto, rispettò
l'inespugnabile Rocca di Narni, ed arrivò lontano due miglia di Roma, a
piè del Ponte Milvio. Quello stretto passo era fortificato con una
torre, e Belisario avea contato l'importanza di venti giorni, che
bisognava consumare nel costruire un altro ponte. Ma la costernazion de'
soldati della torre, che o fuggirono o disertarono, sconcertò le sue
speranze, ed espose la sua persona al più imminente pericolo. Il
Generale Romano, alla testa di mille cavalli, uscì dalla porta Flamminia
per notare il luogo d'una vantaggiosa posizione, e per osservare il
campo de' Barbari; ma mentre li credeva sempre dall'altra parte del
Tevere, fu ad un tratto circondato ed assalito dagl'innumerabili loro
squadroni. Il destino d'Italia dipendeva dalla sua vita; ed i disertori
si dirigevano all'appariscente cavallo baio[682] con la faccia bianca,
ch'ei cavalcava in quella memorabil giornata: «Mira al cavallo baio» era
il grido universale. Ogni arco era teso, ed ogni dardo appuntato contro
quel fatale oggetto, e veniva ripetuto ed eseguito quest'ordine da
migliaia di persone, che ne ignoravano il vero motivo. I più arditi
Barbari si avanzarono al più onorevol combattimento delle spade e delle
lance, e la lode d'un nemico ha onorato la caduta di Visando, che
portando la bandiera[683] mantenne il suo posto avanti degli altri,
finattantochè non rimase trafitto da tredici ferite, per mano forse di
Belisario medesimo. Il Generale Romano era forte, attivo e destro; da
ogni parte scagliava i pesanti e mortali suoi colpi; le fedeli sue
guardie ne imitarono il valore, e ne difesero la persona; ed i Goti,
dopo una perdita di mille uomini, fuggirono innanzi alle armi d'un Eroe.
Furono temerariamente inseguiti fino al lor campo, ed i Romani, oppressi
dalla moltitudine, fecero una lenta ed alla fine precipitosa ritirata
verso le porte della Città, le quali si chiusero in faccia de'
fuggitivi; ed il pubblico terrore s'accrebbe dalla notizia, che
Belisario era stato ucciso. Era in vero sfigurato il suo aspetto dal
sudore, dalla polvere, e dal sangue; rauca n'era la voce, e quasi
esausta la forza; ma tuttavia gli restava l'invincibile suo coraggio: ei
lo partecipò agli abbattuti compagni; ed il disperato loro ultimo sforzo
si sentì da' Barbari, posti nuovamente in fuga come se fosse uscito
dalla Città un altro vigoroso ed intero esercito. Fu aperta la porta
Flamminia ad un -vero- trionfo; ma non potè Belisario esser persuaso
dalla moglie e dagli amici a prendere il necessario ristoro di cibo e di
sonno, prima d'aver visitato ogni posto, e provveduto alla pubblica
sicurezza. Nello stato più perfetto dell'arte della guerra, è raro che
un Generale abbia bisogno, o che anche gli sia permesso di mostrare la
personal sua prodezza di soldato; e può aggiungersi quello di Belisario
a' rari esempi di Enrico IV, di Pirro e d'Alessandro.
Dopo questo primo ed infelice sperimento de' nemici, tutto l'esercito
dei Goti passò il Tevere e formò l'assedio della Città, che continuò più
d'un anno, fino all'ultima loro partenza. Per quanto possa spaziar
l'immaginazione, l'esatto compasso del Geografo determina il circuito di
Roma ad una linea di dodici miglia e di trecento quarantacinque passi; e
questo circuito, eccettuata la parte ch'è nel Vaticano, è stato
invariabilmente il medesimo dal trionfo di Aureliano, fino al pacifico,
ma oscuro Regno de' moderni Papi[684]. Ma nel tempo della sua grandezza,
lo spazio compreso dentro le mura era pieno di abitazioni e di abitanti;
ed i popolati sobborghi, che s'estendevano lungo le pubbliche strade,
partivano come tanti raggi da un centro comune. Le avversità le tolsero
questi estranei ornamenti, e lasciarono desolata e nuda anche una parte
considerabile de' sette Colli. Nondimeno, Roma, nel presente suo stato,
potrebbe mettere in campo sopra trentamila uomini atti a militare[685];
e nonostante la mancanza di disciplina e d'esercizio, la massima parte
di essi, assuefatta a' travagli della povertà, sarebbe capace di portar
le armi per la difesa della patria e della religione. La prudenza di
Belisario non trascurò questo importante ripiego. Furono alquanto
sollevati i suoi soldati dallo zelo e dalla diligenza del Popolo, che
vegliava mentr'essi dormivano, e lavorava mentr'essi riposavano; egli
accettò il volontario servizio della più brava e indigente gioventù
Romana; e le compagnie di cittadini talvolta rappresentavano, in un
posto vacante, le truppe, che si eran mandate a fare operazioni di
maggiore importanza. Ma la giusta sua fiducia era posta ne' veterani,
che avevan combattuto sotto le sue bandiere nelle guerre di Persia o
dell'Affrica; e sebbene quella valorosa truppa fosse ridotta a
cinquemila uomini, con sì tenue numero intraprese a difendere un recinto
di dodici miglia contro un esercito di cento cinquantamila Barbari.
Nelle mura di Roma, che Belisario costruì o restaurò, si possono ancora
discernere i materiali dell'antica architettura[686]; e fu compita
l'intera fortificazione, a riserva d'un apertura, che sempre esiste fra
le porte Pincia e Flamminia, e che i pregiudizi de' Goti e de' Romani
lasciavano sotto l'efficace custodia di S. Pietro Apostolo[687]. I
bastioni erano fatti ad angoli acuti; un fosso largo e profondo
difendeva il piede della muraglia; e gli arcieri sopra di essa erano
aiutati dalle macchine militari, come dalla -Balista-, forte arco in
forma di croce, che scagliava corti, ma grossi dardi, e dagli -Onagri-,
o asini selvaggi che a guisa di fionde gettavano pietre e palle di
enorme grandezza[688]. Sì tirò una catena a traverso il Tevere; si
resero impervj gli archi degli acquedotti; e la mole o il sepolcro
d'Adriano[689] fu per la prima volta convertito in una Cittadella.
Questa venerabile Fabbrica, la quale conteneva le ceneri degli Antonini,
era una Torre circolare, che s'alzava sopra una base quadrangolare; era
coperta di marmo bianco di Paros e decorata da statue di Numi e di Eroi;
e l'amatore delle arti dee leggere sospirando, che le opere di
Prassitele o di Lisippo fossero staccate dagli alti lor piedestalli, e
gettate nel fosso sulle teste degli assedianti[690]. A ciascuno de' suoi
Luogotenenti Belisario assegnò la difesa d'una porta, con la savia e
perentoria istruzione, che qualunque muovimento potesse farsi, essi
restassero costantemente a' rispettivi lor posti, e lasciassero al
Generale il pensiero della salvezza di Roma. Il formidabil'esercito de'
Goti non fu sufficiente ad abbracciar l'ampio circuito della Città; di
quattordici porte non ne furono investite che sette dalla via Prenestina
fino alla Flamminia; e Vitige divise le sue truppe in sei campi,
ciascheduno dei quali era fortificato con un fosso ed un muro. Dalla
parte del fiume verso la Toscana, formossi un settimo accampamento nel
campo o circo del Vaticano, per l'importante oggetto di dominare il
ponte Milvio, ed il corso del Tevere; ma s'accostavano con devozione
alla vicina Chiesa di S. Pietro, e durante l'assedio, la soglia de'
Santi Apostoli fu rispettata da un nemico Cristiano. Ne' secoli delle
vittorie, ogni volta che il Senato decretava qualche distante conquista,
il Console dichiarava la guerra con aprire in solenne pompa le porte del
Tempio di Giano[691]. La guerra domestica rese in quest'occasione
superfluo l'avviso, e la ceremonia erasi abolita dallo stabilimento
d'una nuova Religione: ma rimaneva tuttora in piedi nel Foro il tempio
di bronzo di Giano, ch'era di una grandezza capace di contener solamente
la statua di quel nume alta cinque cubiti, di figura umana, ma con due
faccie, dirette all'Oriente ed all'Occidente. Le doppie porte erano
parimente di bronzo; ed un inutile sforzo per girarle su' rugginosi lor
cardini, manifestò lo scandaloso segreto, che v'erano de' Romani
tuttavia attaccati alla superstizione de' loro Maggiori.
Gli assedianti consumaron diciotto giorni a provveder tutti
gl'istrumenti d'attacco, che aveva inventato l'antichità. Si prepararon
delle fascine per empiere i fossi, e delle scale per salir sulle mura; i
più grossi alberi della foresta somministraron le travi di quattro
arieti, che avevano le teste armate di ferro; essi eran sospesi per
mezzo di cavi, e maneggiati da cinquant'uomini per ciascheduno. Le alte
torri di legno si muovevano sopra delle ruote o de' rulli e formavano
una spaziosa piattaforma al livello della muraglia. La mattina del
decimonono giorno, fu fatto un generale attacco dalla Porta Prenestina
fino alla Vaticana: s'avanzarono all'assalto sette colonne Gotiche con
le loro macchine militari; ed i Romani che stavano in fila sulle mura,
prestavano con dubbiezza ed ansietà orecchio alle vive assicurazioni de'
lor Comandanti. Appena il nemico s'accostò al fosso, Belisario medesimo
scagliò il primo dardo; e tale fu la sua forza e destrezza, che trafisse
il primo de' condottieri barbari. Un rimbombo d'applauso e di vittoria
andò eccheggiando lungo le mura. Tirò egli un secondo dardo, ed il colpo
ebbe il medesimo successo e la medesima acclamazione. Allora il Generale
Romano diede ordine, che gli arcieri mirassero a' luoghi dov'erano
attaccati i bovi, e questi furono immediatamente coperti di mortali
ferite; le torri, ch'essi tiravano, restarono inutili ed immobili; ed un
solo momento sconcertò i laboriosi progetti del Re dei Goti. Malgrado di
questo smacco, Vitige continuò tuttavia, o finse di continuare l'assalto
della porta Salaria per divertir l'attenzione del suo avversario, mentre
le principali sue forze più fortemente attaccavano la porta Prenestina,
ed il sepolcro d'Adriano alla distanza di tre miglia da quella. Vicino
alla prima, le doppie mura del -Vivarium-[692] erano basse o rotte: le
fortificazioni dell'altro erano guardate debolmente: si eccitava il
vigore de' Goti dalla speranza della vittoria e della preda; e se avesse
ceduto un sol posto, i Romani e Roma stessa erano irreparabilmente
perduti. Questa pericolosa giornata fu la più gloriosa nella vita di
Belisario: in mezzo al tumulto ed allo spavento era distintamente
presente al suo spirito tutto il piano dell'attacco e della difesa;
osservava le mutazioni d'ogni istante; pesava ogni possibil vantaggio;
accorreva ne' luoghi di pericolo; e comunicava il suo coraggio con
tranquilli e decisivi ordini. Il combattimento mantennesi fieramente
dalla mattina fino alla sera; i Goti furon rispinti da tutte le parti ed
ogni Romano potè vantarsi d'aver vinto trenta Barbari, se pur la strana
sproporzione del numero non fu contrabbilanciata dal merito d'un sol
uomo. Trentamila Goti, secondo la confessione de' propri lor Capitani
perirono in questa sanguinos'azione, e la quantità de' feriti fu uguale,
a quella de' morti. Allorchè si avanzarono all'assalto, lo stretto loro
disordine non permise che un sol giavelotto andasse a vuoto; e quando si
ritirarono, s'unì la plebaglia della Città ad inseguirli, e trafisse
impunemente le schiene dei fuggitivi loro nemici. Belisario
immediatamente sortì dalle porte, e mentre i soldati celebravano il nome
e le vittorie di lui, furono ridotte in cenere le macchine di guerra
ostili. Tale fu la perdita e la costernazione de' Goti, che dopo quel
giorno l'assedio di Roma degenerò in un tedioso e indolente blocco; e
furono essi continuamente inquietati dal Generale Romano, che in
frequenti scaramucce distrusse più di cinquemila uomini delle loro più
valorose truppe. La cavalleria de' Goti non era pratica nell'uso
dell'arco; i loro arcieri militavano a piedi; e questa forza così divisa
non fu capace di contendere co' loro avversari, le lancie ed i dardi de'
quali erano ugualmente formidabili sì da lontano che da vicino. La
consumata perizia di Belisario gli faceva abbracciar tutte le occasioni
favorevoli; e siccome sceglieva il luogo ed il momento, insisteva
nell'attacco o suonava la ritirata a proposito[693], così rare volte gli
squadroni, ch'ei distaccava, ebber cattivo successo. Questi particolari
vantaggi sparsero un impaziente ardore fra i soldati, ed il Popolo che
principiava a sentir gl'incomodi dell'assedio, ed a non curare i
pericoli d'una mischia generale. Ogni plebeo s'immaginò d'essere un
eroe, e l'infanteria, che dopo la decadenza della disciplina erasi
rigettata dalla linea di battaglia, aspirava agli antichi onori della
legione Romana. Belisario lodò il coraggio delle sue truppe, condannò la
lor presunzione, cedè a' loro clamori e preparò i rimedi d'una disfatta,
la possibilità della quale egli solo ebbe il coraggio di sospettare. Nel
quartiere del Vaticano, i Romani prevalsero; e se nel saccheggio del
campo non avessero consumato degli irreparabili momenti, avrebber potuto
occupare il ponte Milvio, ed attaccar l'esercito Gotico nella
retroguardia. Dall'altra parte del Tevere s'avanzò Belisario dalle porte
Pincia e Salaria; ma la sua armata, forse di quattromila soldati, si
perdè in una spaziosa pianura e fu circondata ed oppressa da fresche
truppe, che continuamente supplivano le rotte file de' Barbari. I
valorosi condottieri dell'infanteria, non sapendo vincere, morirono; una
precipitosa ritirata fu coperta dalla prudenza del Generale; ed i
vincitori si sottrassero con spavento dal formidabile aspetto d'una
muraglia armata. La riputazione di Belisario non fu macchiata da una
disfatta; e la vana confidenza de' Goti non fu meno vantaggiosa pe' suoi
disegni, che il pentimento e la modestia delle truppe Romane.
Fin dal momento in cui Belisario erasi determinato a sostenere un
assedio, l'assidua sua cura fu di metter Roma al coperto dal pericolo
della fame, più terribile che le armi de' Goti. Vi s'era introdotta
dalla Sicilia una straordinaria quantità di grano; le raccolte della
Campania e della Toscana furono a forza destinate per l'uso della Città;
e si violarono i diritti della proprietà privata per la forte ragione
della salvezza pubblica. Era ben facile a prevedersi che il nemico
tagliato avrebbe gli acquedotti e la mancanza de' mulini a acqua fu il
primo incomodo che prestamente si rimosse, legando insieme delle gran
barche, e fissandovi delle macine lungo la corrente del fiume. Questo
però fu tosto imbarazzato di tronchi di alberi e contaminato di
cadaveri; ma le precauzioni del General Romano tornarono sì efficaci,
che le acque del Tevere continuarono sempre a dare il moto a' mulini e
la bevanda agli abitanti; a quartieri più lontani supplivano i pozzi
domestici, ed una Città assediata poteva senza impazienza soffrire la
privazione de' suoi pubblici Bagni. Una gran parte di Roma, dalla porta
Prenestina fino alla Chiesa di S. Paolo, non fu mai investita da' Goti;
si frenavano le loro scorrerie dall'attività delle truppe Moresche; e la
navigazione del Tevere, e le strade Latina, Appia ed Ostia erano libere
e senza molestia per l'introduzione del grano e del bestiame, o per la
ritirata degli abitanti, che cercavan rifugio nella Campania o in
Sicilia. Belisario, desideroso di sgravarsi d'una inutile divorante
moltitudine, diede i suoi perentorj ordini per la subita partenza delle
donne, de' fanciulli e degli schiavi. Volle che i suoi soldati
licenziassero i loro serventi, sì maschi che femmine, e regolò in modo
il loro stipendio, che ne ricevessero una metà in provvisioni, e l'altra
in danaro. La sua previdenza fu giustificata dall'aumento della pubblica
strettezza, tosto che i Goti ebber occupato due posti importanti nelle
vicinanze di Roma. Mediante la perdita del porto, o come si dice adesso,
della città di Porto, restò chiuso il paese alla destra del Tevere, e
tolta la miglior comunicazione col mare; ed il Generale rifletteva con
dispiacere o con isdegno, che con trecent'uomini, se avesse potuto
risparmiare sì tenue quantità di truppa, avrebbe potuto difenderne le
inespugnabili fortificazioni. Alla distanza di sette miglia dalla
Capitale, fra la via Appia e la Latina, due principali acquedotti,
replicatamente incrociandosi fra loro, chiudevano dentro i solidi ed
alti loro archi un luogo fortificato[694], dove pose Vitige un campo di
settemila Goti per intercettare i convogli della Sicilia e della
Campania. Si esaurirono appoco appoco i granai di Roma; l'addiacente
campagna era stata devastata dal ferro e dal fuoco; e quegli scarsi
sussidi, che si potevan ottenere per mezzo di frettolose scorrerie,
servivan di premio al valore, ed erano il prezzo della ricchezza: non
mancò mai veramente il foraggio per i cavalli, ed il pane per gli
uomini: ma negli ultimi mesi dell'assedio il Popolo trovossi esposto
alle miserie della carestia, ad un cibo malsano[695], ed al disordine
del contagio. Belisario scorgeva e compassionava i lor patimenti; ma
egli avea preveduto, e stava osservando in essi la diminuzione della
fedeltà ed il progresso del malcontento. L'avversità avea risvegliato i
Romani da' sogni di grandezza e di libertà, ed aveva insegnato loro
l'umiliante lezione, che poco importava per la reale felicità loro, che
il nome del padrone a cui dovevano ubbidire, derivato fosse dalla lingua
Gotica o dalla Latina. Il Luogotenente di Giustiniano ascoltò le giuste
loro querele, ma rigettò con isdegno l'idea della fuga, o della
capitolazione; represse la clamorosa loro impazienza di combattere; gli
lusingò col prospetto d'un sicuro e pronto soccorso; ed assicurò se
medesimo e la Città dagli effetti della disperazione o del tradimento di
essi. Due volte il mese mutava il posto degli Ufiziali, a' quali era
commessa la custodia delle porte; impiegò più volte le varie precauzioni
di pattuglie, della parola, de' fanali e della musica per scoprire tutto
ciò, che seguiva sulle mura; furon poste delle guardie avanzate di là
dal fosso; e la fedel vigilanza de' cani suppliva alla più dubbiosa
fedeltà degli uomini. Fu intercettata una lettera, che assicurava il Re
de' Goti, che la porta Asinaria, annessa alla Chiesa Lateranense si
sarebbe segretamente aperta alle sue truppe. Sulla prova dunque o sul
sospetto di tradimento furon banditi più Senatori, e fu citato il
Pontefice Silverio a portarsi dal Rappresentante del suo Sovrano, al
principal quartiere di esso nel Palazzo Pinciano[696]. Gli
Ecclesiastici, che seguitavano il loro Vescovo, furono ritenuti nel
primo e nel secondo appartamento[697], ed egli solo fu ammesso alla
presenza di Belisario. Il Conquistatore di Roma e di Cartagine sedeva
modestamente a piè d'Antonina che riposava sopra un magnifico letto: il
Generale tacque ma uscì la voce del rimprovero e della minaccia dalla
bocca dell'imperiosa sua moglie. Accusato da testimoni degni di fede e
della prova della propria sua sottoscrizione[698] il successor di S.
Pietro fu spogliato dei suoi ornamenti Pontificali, vestito da semplice
monaco; e senza dilazione imbarcato per un lontano esilio in Oriente.
Per ordine poi dell'Imperatore, il Clero di Roma procedè alla scelta
d'un nuovo Vescovo, e dopo una solenne invocazione dello Spirito Santo,
elesse il diacono Vigilio, che avea comprato la sede Papale con un
donativo di dugento libbre d'oro. S'imputò a Belisario il profitto, e
per conseguenza la colpa di questa simonìa: ma l'Eroe ubbidiva agli
ordini della sua moglie; Antonina serviva alle passioni
dell'Imperatrice; e Teodora prodigamente spargeva i suoi tesori con la
vana speranza d'ottenere un Pontefice contrario, o almeno indifferente
per il Concilio di Calcedonia[699].
La lettera di Belisario all'Imperatore annunciava la vittoria, il
pericolo e la fermezza di esso. «Secondo i vostri ordini sono entrato
(dic'egli) ne' dominj de' Goti, ed ho ridotto alla vostra ubbidienza la
Sicilia, la Campania e la Città di Roma: la perdita però di tali
conquiste sarà più vergognosa di quel che ne fosse glorioso l'acquisto.
Fin qui abbiamo felicemente combattuto contro sciami di Barbari, ma la
lor moltitudine può alla fin prevalere. La vittoria è dono della
provvidenza; ma la reputazione de' Re e de' Generali dipende dal buono o
cattivo successo de' loro disegni. Permettetemi di parlare con libertà:
se volete che viviamo, mandateci viveri; se desiderate che facciamo
conquiste, mandateci armi, cavalli, e uomini. I Romani ci hanno ricevuto
come amici e liberatori; ma nella nostra presente angustia, o saranno
essi traditi per la loro fiducia, o noi resterem oppressi dal tradimento
e dall'odio di essi. Quanto a me, la mia vita è consacrata al vostro
servizio: a voi tocca a riflettere, se in questa situazione la mia morte
contribuirà alla gloria, ed alla prosperità del vostro Regno». Forse
quel Regno sarebbe stato ugualmente prospero, se il pacifico Signor
dell'Oriente si fosse astenuto dalla conquista dell'Affrica e
dell'Italia: ma siccome Giustiniano era ambizioso di fama, egli fece
alcuni sforzi, sebbene deboli e languidi, per sostenere e liberare il
vittorioso suo Generale. Martino e Valeriano condussero un rinforzo di
mille seicento Schiavoni ed Unni; e siccome si erano riposati nella
stagione invernale ne' porti della Grecia, non s'era la forza degli
uomini e de' cavalli diminuita dalle fatiche d'un viaggio per mare, ed
essi distinsero il lor valore nella prima sortita contro gli assedianti.
Verso il tempo del solstizio estivo sbarcò a Terracina Eutalio con
grosse somme di danaro per il pagamento delle truppe: proseguì
cautamente il suo cammino lungo la via Appia, ed entrò in Roma questo
convoglio per la porta Capena[700], mentre Belisario, da un'altra parte,
divertiva l'attenzione de' Goti mediante una vigorosa e felice
scaramuccia. Questi opportuni aiuti, l'uso e la riputazione de' quali
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