Colli dell'Armenia sono sotto il grado 40 di latitudine: ma nella montuosa regione, dove io abito (-la Svizzera-), si sa bene, che una salita di alcune ore trasporta il viaggiatore dal clima della Linguadocca in quello della Norvegia: e si ammette come regola generale, che sotto la linea equinoziale un'elevazione di 2400 tese equivale al freddo del cerchio polare (Remond -Observat. sur les Voyages de Coxe dans la Suisse Tom. II p. 104-). [575] Può rintracciarsi l'identità, o prossimità de' Calibi e dei Caldei presso Strabone (-L. XII pag. 825, 826-), Cellario (-Geogr. Antiq. Tom. II p. 202, 204-) e Freret (-Mem. de l'Acad. Tom. IV p. 594-). Senofonte, nel suo Romanzo (-Cyropaed. l. III-), introduce quegli stessi Barbari, contro i quali avea combattuto nella sua ritirata (-Anabas. l. IV-). [576] Procopio -Persic. lib. I cap, 15 de Aedif. lib. III cap. 6-. [577] -Ni Taurus obstet in nostra maria venturus- (Pompon. Mela III, 8). Plinio, Poeta non meno che Naturalista, personifica il fiume, ed il monte, e ne descrive il combattimento. Vedasi nell'eccellente Trattato del Danville il corso del Tigri, e dell'Eufrate. [578] Procopio (-Persic. l. II c. 12-) racconta la storia col tuono mezzo scettico e mezzo superstizioso d'Erodoto. Questa promessa non si trova nella primitiva menzogna d'Eusebio, ma cominciò almeno dall'anno 400: ed una terza favola, cioè la -Veronica-, ben presto insorse sulle altre due (Evagrio -lib. IV c. 27-). Siccome Edessa è stata presa, il Tillemont dovè negar la promessa (-Mem. Eccl. Tom. I p. 362, 383, 617-). [579] Questi si compravano da' mercanti d'Aduli, che commerciavano nell'India (Cosma -Topogr. Christ. L. XI p. 339-). Pure nella stima delle pietre preziose il primo era lo smeraldo Scitico, il Battriano aveva il secondo luogo, e l'Etiopico solamente il terzo (Theophrast. d'Hill, -p. 61 ec. 92-). La produzione, le cave ec. degli smeraldi sono involte nella oscurità: ed è dubbioso, se noi abbiamo alcuna delle dodici specie di essi note agli Antichi (Goguet -Orig. des Leix ec. Part. II Lib. 2 cap. 2 art. 3-). In questa guerra gli Unni guadagnarono, o almeno Peroze perdè la più preziosa perla del Mondo, di cui Procopio racconta una ridicolosa favola. [580] Gl'Indo-Sciti continuarono a regnare dal tempo d'Augusto (Dionys. Perieget. 1088 -col commentario d'Eustazio- presso Hudson -Geogr. minor. Tom. IV-) fino a quello di Giustino il Vecchio (Cosma -Topograph. Christ. Lib. XI p. 338, 339-). Nel secondo secolo essi eran padroni di Larice, o di Guzerat. [581] Vedi le avventure di Firuz, e Peroze, e le loro conseguenze presso Procopio (-Persic. l. 1 c. 3, 6-) che può confrontarsi co' frammenti dell'Istoria Orientale (d'Herbelot -Bibliot. Orient. p. 351- e Texeira Istoria di Persia tradotta o compendiata da Stewens -l. I c. 32 p. 132, 138-). La Cronologia è ben determinata dall'Assemanno (-Bibliot. Orient. Tom. III p. 396, 427-). [582] La descrizione della Guerra Persiana sotto i regni di Anastasio e di Giustino può trarsi da Procopio (-Persic. l. I c. 7, 8, 9-), da Teofane (-In Chronograph. pag. 124, 127-), da Evagrio (-L III c. 37-), a Marcellino (-in Chron. p. 47-), e da Giosuè Stilita (ap. Asseman. -Tom. I p. 272, 281-). [583] Procopio fa un'ampia e corretta descrizione di Dara (-Persic. l. I c. 10. l. II c. 13 de Aedif. l. II c. 1, 2, 3. l. III c. 5-). Se ne veda la situazione presso il Danville (-l'Euphrate et le Tigre p. 53, 54, 55-) quantunque sembra, ch'egli raddoppi la distanza fra Dara e Nisibi. [584] Per la Città, ed il passo di Derbend vedasi d'Herbelot (-Bibliot. Orient. p. 157, 291, 807-), Petit de la Croix (-Hist. de Gengiscan. l. IV c. 9-), Istoria Genealogica de' Tartari (-Tom. I p. 120-), Oleario (-Voyage en Perse p. 1039, 1042-) e Cornelio le Bruyn (-Viaggi Tom. I p. 146, 147-). Può confrontarsi il prospetto di questo con la pianta d'Oleario, il quale crede che le mura siano di crostacei e di sabbia induriti dal tempo. [585] Procopio con qualche confusione le chiama sempre -Caspie- (-Persic. l. 1 c. 10-). Questo passo presentemente si appella -Tatar-topa-, Porte Tartare (Danville -Geogr. anc. Tom. II p. 119, 120-). [586] L'immaginario riparo di Gog e Magog, che fu seriamente investigato e creduto da un Califfo del IX secolo, sembra che sia derivato dalle porte del Monte Caucaso, e da un'incerta notizia della muraglia della China (-Geogr. Nubiens. p. 267, 270: Memoires de l'Academie Tom. XXXI p. 210, 219-). [587] Vedi un'erudita Dissertazione di -Baier de muro Caucaseo in Comment. Acad. Petropolit. anno 1726 Tom. I p. 425, 463-: ma le manca una carta o pianta. Quando il Czar Pietro I s'impadronì di Derbend l'anno 1722 la misura del muro fu trovata essere di -Orgigie- o braccia russe 3285 ciascheduna delle quali contiene sette piedi Inglesi, e perciò della lunghezza in tutto di poco più di quattro miglia. [588] Vedi le Fortificazioni ed i trattati di Cosroe o Nushirwan presso Procopio (-Persic. l. I c. 16, 22 l. II-), e di Herbelot (-p. 682-). [589] La vita d'Isocrate s'estende dall'Olimpiade 86. 1. fino alla 110. 3. (dall'anno 436 al 338 avanti Gesù Cristo). Vedi Dionys. Halicarn. -Tom. II p. 149, 150 Edit. Hudson-. Plutarco (o l'Anonimo) -in Vit. X Orator. pag. 1538, 1543 Edit. II Steph.- Phot. -Cod. CCLIX p. 1453-. [590] Sono copiosamente descritte, quantunque in concise parole, le scuole d'Atene nella -Fortuna Attica di- Meursio (-c. VIII p. 59, 73 nel Tom. I Opp.-). Quanto allo stato ed alle arti di quella città, vedi il primo libro di Pausania, ed un piccolo trattato di Dicearco (nel secondo Tomo dei Geografi di Hudson), che scrisse verso l'Olimpiade CXVII. (-Dissert. di Dodwell. sez. 4-). [591] Diogen. Laert. -De vit. Philosopher. L. V segm. 37 p. 389-. [592] Vedi il testamento d'Epicuro presso Diogene Laerzio -L. X segm. 16, 20 pag. 611, 612-. Una sola Epistola (-ad Familiar. XIII, 1-) scuopre l'ingiustizia dell'Areopago, la fedeltà degli Epicurei, la destra urbanità di Cicerone, e la mescolanza di disprezzo e di stima, con cui i Senatori Romani riguardavano la Filosofia ed i Filosofi della Grecia. [593] Damascius -in vit. Isidori ap. Photium Cod. CCXLIII. p. 1054-. [594] Vedi Luciano (-in Eunech. Tom. II. pag. 350-359 Ediz. Reitz-), Filostrato (-in Vit. Sophist. l. II c. 2-), e Dione Cassio, o Zifilino (-l. LXXI p. 1195-) insieme co' loro Editori Du Soul, Oleario, e Reimar, e soprattutto Salmasio (-ad Hist. Aug. p. 72-). Un giudizioso Filosofo (Smith -Ricchezza delle nazioni Vol. II. p. 340-374-) preferisce le libere contribuzioni degli studenti ad uno stipendio fisso pel Professore. [595] Brucker -Hist. Crit. Philos. Tom. II p. 310- ec. [596] Si fissa la nascita d'Epicuro all'anno 342 prima di Cristo, (Bayle) nell'Olimpiade CIX. 3, ed egli aprì la sua scuola in Atene nell'Olimp. CXVIII 3 cioè 306 anni avanti la medesima Era. Quella Legge intollerante (secondo Ateneo l. XIII p. 610, Diogene Laerzio, -L. V: S. 38. p. 290- e Giulio Polluce IX 5) fu fatta nel medesimo o nel seguente anno (Sigon. Opp. T. V. p. 62. Menag. -ad Diogen. Laert. p. 204-. Corsini -Fasti Attic. T. IV p. 67, 68-) e fu soggetto al medesimo esilio anche Teofrasto Capo de' Peripatetici, e discepolo d'Aristotele. [597] Questa non è un'Era immaginaria: i Pagani contavano le lor calamità dal regno del loro Eroe. Proclo, di cui la nascita è segnata dal suo Oroscopo (l'an. 412 il dì 8 di Febbrajo a Costantinopoli), morì 124 anni απο Ιουλιανου βασιλεως (dopo l'Imperator Giuliano) l'anno 485 (Marin. -in vit. Procli c. 36-). [598] La vita di Proclo, composta da Marino, fu pubblicata dal Fabricio (-Hamburg, 1700, et ad calcem Bibliot. Latin. Lond. 1703-). Vedi Suida (-Tom. III p. 185, 186-), Fabric. (-Bibliot. Graec. t. V c. 26 p. 449, 552-), e Brucker (-Hist. Crit. Philos. Tom. II. 319-326-). [599] La vita d'Isidoro fu fatta da Damascio (ap. Photium -Cod. CCXLII p. 1028, 1076-). Vedi l'ultimo secolo de' Filosofi Pagani presso Brucker (-Tom. II. p. 341-351-). [600] Fa menzione della soppressione delle scuole d'Atene Giovanni Malala (-Tom. II p. 187-) ed una Cronica anonima nella Libreria Vaticana (ap. Aleman. - p. 106-). [601] Agatia (-l. III p. 69, 70, 71-) riferisce questa curiosa storia. Cosroe montò sul trono l'anno 531, e fece la sua prima pace co' Romani al principio dell'anno 533 epoca ben conciliabile con la -giovin- sua fama, e con la -vecchia- età d'Isidoro (Asseman. -Bibliot. Orient. Tom. III p. 404- Pagi -Tom. II p. 543, 550-). [602] Cassiodoro -Var. Epist. VI, I Giornandes c. 57 p. 696. Edit. Grot. Quod summum bonum primumque in mundo decus edicitur.- [603] Vedi i regolamenti di Giustiniano (-novell. CV-) con la data del 5 luglio a Costantinopoli, indrizzati a Strategico, Tesoriere dell'Impero. [604] Procopio -in Anecdot. c.- 26 -Aleman. pag. 106-. Nel XVIII anno dopo il Consolato di Basilio, secondo il computo di Marcellino, di Vittore, di Mario ec. fu composta la Istoria segreta, ed agli occhi di Procopio il Consolato era già totalmente abolito. [605] Da Leone il Filosofo (-Nov. XCIV an. 886, 911-). Vedi Pagi (-Dissert. Hypatic. p. 325, 362-) e Du-Cange (-Gloss. Graec. p. 1635, 1636-). Erasi avvilito fino il titolo: -Consulatus Codicilli... vilescunt-, dice il medesimo Imperatore. [606] Secondo Giulio Affricano ec. il Mondo fu creato nel primo giorno di settembre 5508 anni, tre mesi, e venticinque giorni avanti la nascita di Cristo (Vedi Pezron -Antiquité des tems defendue p. 20, 28-) e quest'Era si è usata da' Greci, da' Cristiani orientali, ed anche da' Russi fino al regno di Pietro I. Tal periodo per quanto sia arbitrario, è però chiaro e comodo. De' 7296 anni, che si suppongono passati dopo la creazione, ne troveremo 3000 d'ignoranza, e d'oscurità; 2000 favolosi o dubbiosi, 1000 d'istoria antica, principiando dall'Impero Persiano, e dalle Repubbliche di Roma e d'Atene, 1000 dalla caduta del Romano Impero in Occidente fino alla scoperta dell'America, ed i rimanenti 296 formeranno quasi tre secoli dello stato moderno d'Europa, e del Genere umano. Io sceglierei piuttosto questa cronologia, che stimo assai preferibile al nostro doppio e intricato metodo di contare per l'indietro, e per l'avanti gli anni prima e dopo l'Era Cristiana. [607] L'Era del Mondo ha prevalso in Oriente dopo il VI Concilio Generale (an. 681). In Occidente l'Era Cristiana fu inventata primieramente nel VI secolo: si propagò nell'VIII per l'autorità e gli scritti del Venerabile Beda; ma non fu che pel secolo X che l'uso di essa divenne legale e comune. Vedi -L'Art de verifier les dates, Dissert. Prelim. p. III, XII Dictionaire diplomat. Tom. I p. 329, 337-. Opere d'una laboriosa società di Monaci Benedettini. CAPITOLO XLI. -Conquiste di Giustiniano in Occidente. Carattere, e prime campagne di Belisario. Esso invade e soggioga il Regno Vandalico in Affrica. Suo trionfo. Guerra Gotica. Ricupera la Sicilia, Napoli e Roma. Assedio di Roma fatto da' Goti. Ritirata, e perdite de' medesimi. Resa di Ravenna. Gloria di Belisario. Sua vergogna, e disgrazie domestiche.- [A. 533] Quando Giustiniano salì sul trono, circa cinquant'anni dopo la caduta dell'Impero di Occidente, i Regni de' Goti e de' Vandali avevano acquistato un solido e, per quanto potrebbe sembrare, legittimo stabilimento sì in Europa, che in Affrica. I titoli che la vittoria Romana erasi attribuita, furono con ugual giustizia cancellati dalla spada de' Barbari; e la fortunata loro rapina trasse un più venerabil diritto dal tempo, dai trattati e da' giuramenti di fedeltà ripetuti già da due o tre generazioni di ubbidienti sudditi. L'esperienza ed il Cristianesimo avevan confutato la superstiziosa speranza, che Roma fosse fondata dagli Dei per regnare in perpetuo sulle Nazioni della Terra. Ma la superba pretensione di perpetuo ed invulnerabil dominio che i suoi soldati non poteron più sostenere fu costantemente difesa da' suoi Politici e Giureconsulti, le opinioni de' quali son talvolta risorte e si son propagate nelle moderne scuole di Giurisprudenza. Dopo che la stessa Roma fu spogliata della Porpora Imperiale, i Principi di Costantinopoli assunsero il solo e sacrato scettro della Monarchia; dimandarono come legittima loro eredità le Province, che erano state soggiogate da' Consoli o possedute da' Cesari; e debolmente aspiravano a liberare i fedeli lor sudditi d'Occidente dall'usurpazione degli Eretici e dei Barbari. A Giustiniano fu riservata in qualche parte l'esecuzione di questo splendido disegno. Per i primi cinque anni del suo Regno esso fece con ripugnanza una dispendiosa e svantaggiosa guerra contro i Persiani, finattantochè l'orgoglio non cedè all'ambizione di esso e comprò al prezzo di quattrocento quarantamila lire sterline una precaria tregua, che nel linguaggio di ambedue le Nazioni fu decorata col nome d'eterna pace. La sicurezza dell'Oriente lasciò l'Imperatore in libertà d'impiegar le sue forze contro i Vandali; e lo stato interno dell'Affrica somministrò un onorevol motivo, e promise un efficace aiuto alle armi Romane[608]. [A. 525-534] Il Regno Affricano, secondo il testamento del suo Fondatore, era per retta linea pervenuto in Ilderico, maggiore in età fra' Principi Vandali. Una dolce indole fece inclinare il figlio d'un tiranno, ed il nipote d'un conquistatore a preferire i consigli di clemenza e di pace; ed il suo avvenimento al trono fu contrassegnato da un salutar editto, che restituì dugento Vescovi alle lor Chiese, e permise la libera professione del Simbolo Atanasiano[609]. Ma i Cattolici accettarono con fredda e passeggiera gratitudine un favore tanto inferiore alle lor pretensioni, e le virtù d'Ilderico offesero i pregiudizi de' suoi Nazionali. Il Clero Arriano cercò d'insinuare a' Vandali ch'egli aveva rinunziato alla fede de' suoi Maggiori, ed i soldati più altamente si dolsero, che avea degenerato dal coraggio di essi. Si sospettò ne' suoi Ambasciatori una segreta e vergognosa negoziazione alla Corte Bizantina: ed il suo Generale, che si chiamava l'Achille[610] de' Vandali, perdè una battaglia contro i nudi e indisciplinati Mori. Gelimero, a cui l'età, l'origine e la fama militare dava un apparente diritto alla successione, esacerbò il mal contento: ei prese col consenso della Nazione le redini del Governo; ed il suo sfortunato Sovrano senza neppure un combattimento, precipitò dal trono in una prigione, dove fu rigorosamente guardato insieme con un fedel Consigliere, ed il suo malveduto nipote, l'Achille de' Vandali. Ma l'indulgenza che Ilderico avea dimostrato a' suoi sudditi Cattolici, lo raccomandò efficacemente al favore di Giustiniano, che per vantaggio della propria setta, poteva ammettere l'uso e la giustizia della tolleranza religiosa. Mentre il nipote di Giustino era tuttavia privato, si fomentò la loro alleanza col vicendevol commercio di doni e di lettere; e l'Imperator Giustiniano sostenne la causa della dignità reale e dell'amicizia. Egli ammonì l'usurpatore in due successive ambascierie a pentirsi del suo tradimento o almeno ad astenersi da ogni ulteriore violenza che provocar potesse l'ira di Dio, e de' Romani; a rispettare le leggi della parentela e della successione; ed a lasciar, che un uomo vecchio ed infermo terminasse in pace i suoi giorni, o sul trono di Cartagine, o nel palazzo di Costantinopoli. Le passioni, ovvero la prudenza di Gelimero lo costrinsero a rigettar queste domande, che venivan fatte con calore nell'altiero tuono di minacce e di comandi, ed ei giustificò la sua ambizione in un linguaggio, che di rado tenevasi alla Corte di Bizanzio, allegando il diritto, che aveva un Popolo libero di rimuovere o di punire il suo principal Magistrato che avea mancato nell'esecuzione dell'ufizio Reale. Dopo questa inutile intimazione il prigioniero Monarca fu trattato con più rigore; al suo nipote furono levati gli occhi, ed il crudel Vandalo, confidando nella sua forza e distanza derideva le vane minacce, ed i lenti preparativi dell'Imperatore d'Oriente. Giustiniano dunque risolvè di liberare, o vendicare il suo amico; Gelimero di sostener la sua usurpazione; e la guerra, secondo l'uso delle Nazioni incivilite, fu preceduta dalle più solenni proteste, che ciascheduna delle parti desiderava sinceramente la pace. La notizia d'una guerra Affricana non fu grata che alla vana ed oziosa plebaglia di Costantinopoli di cui la povertà l'esentava da' tributi, e la poltroneria ben di rado l'esponeva al servizio militare. Ma i Cittadini più savi, che dal passato giudicavano del futuro, riflettevano all'immensa perdita, sì di uomini che di danaro, dall'Impero sofferta nella spedizione di Basilisco. Le truppe che dopo cinque laboriose Campagne si erano richiamate dalle frontiere della Persia, temevano il mare, il clima e le armi d'un incognito nemico. I ministri delle Finanze calcolavano, per quanto eran suscettibili di calcolo, i bisogni d'una guerra nell'Affrica; le tasse, che bisognava trovare ed esigere per supplire ai tali esorbitanti bisogni; ed il pericolo che le proprie lor vite, o almeno i loro lucrosi impieghi non fossero responsabili della mancanza di ciò ch'era necessario. Giovanni di Cappadocia, mosso da tali cagioni del proprio interesse (giacchè non può sopra di lui cadere il sospetto d'alcuna sorte di zelo del pubblico bene), si avventurò ad opporsi in pieno consiglio alle inclinazioni del suo Signore. Confessò in vero, che una vittoria di tale importanza non potea mai comprarsi a troppo caro prezzo; ma ne rappresentò in un grave discorso le difficoltà certe, e l'incerto evento. «Se intraprendete, disse il Prefetto, l'assedio di Cartagine per terra, la distanza non è minore di cento quaranta giorni di cammino, e per mare bisogna che passi un intero anno[611], prima che voi possiate avere alcuna nuova della vostra flotta. Soggiogando l'Affrica, essa non potrebbe conservarsi senza la conquista anche della Sicilia, e dell'Italia. Il buon successo vi obbligherà a nuovi travagli; ed una sola disgrazia attirerà i Barbari nel cuore dell'esausto vostro Impero». Giustiniano sentì il peso di questo salutevol consiglio; restò confuso dall'insolita libertà di un ossequioso servo; e forse si sarebbe abbandonato il disegno di far quella guerra, se non si fosse ravvivato il suo coraggio da una voce, che fece tacere i dubbi della profana ragione: «Ho avuto una visione (gridò un artificioso o fanatico Vescovo d'Oriente): è volere del Cielo, o Imperatore, che non abbandoniate la vostra santa impresa di liberare la Chiesa Affricana. Il Dio degli Eserciti precederà le vostre bandiere, e dispergerà i vostri nemici che sono i nemici del suo Figlio». L'Imperatore potè facilmente tentarsi, ed i suoi consiglieri furon costretti a dar fede a questa opportuna rivelazione: ma essi trassero una più ragionevole speranza dalla rivolta, che gli aderenti di Ilderico o Atanasio avevano già eccitato a' confini della Monarchia Vandalica. Pudenzio, suddito affricano, aveva segretamente manifestato le sue fedeli intenzioni, ed un piccol soccorso militare fece tornar la Provincia di Tripoli all'ubbidienza de' Romani. Era stato affidato il Governo di Sardegna a Goda, valoroso Barbaro, che sospese il pagamento del tributo, negò di prestar omaggio all'usurpatore, e diede orecchio agli emissari di Giustiniano, che lo trovaron padrone di quella fertile Isola, alla testa delle sue guardie, e superbamente rivestito delle insegne Reali. Si diminuiron le forze dei Vandali dalla discordia e dal sospetto; e gli eserciti Romani furono animati dal coraggio di Belisario, uno di que' nomi eroici, che son cogniti ad ogni tempo e ad ogni Nazione. [A. 529-532] L'Affricano della nuova Roma era nato, e forse educato fra' contadini della Tracia[612] senz'alcuno di quei vantaggi, che avea formato le virtù del vecchio e del giovine Scipione, quali sono un'origine nobile, gli studj liberali, e l'emulazione d'uno stato libero. Il silenzio d'un loquace Segretario si può ammetter come una prova, che la gioventù di Belisario non potè somministrare alcun soggetto di lode: ei servì sicurissimamente con valore e riputazione fra le guardie private di Giustiniano; e quando il suo padrone divenne Imperatore, fu egli promosso al comando militare. Dopo un'ardita incursione nella Persarmenia, in cui divise la sua gloria con un collega, e ne fu arrestato il progresso da un nemico, Belisario si fermò nell'importante posto di Darà, dove preso la prima volta al suo servizio Procopio, fedele compagno, e diligente istorico delle sue imprese[613]. Il Miranne di Persia con quarantamila uomini delle migliori sue truppe avanzossi per gettare a terra le fortificazioni di Dara; e indicò il giorno e l'ora, in cui dovevano i Cittadini preparargli un bagno per rinfrescarsi dopo le fatiche della vittoria. Incontrò egli un avversario uguale a lui nel nuovo titolo, che aveva avuto di Generale dell'Oriente; superiore nella perizia della guerra; ma molto inferiore nel numero, e nella qualità delle sue truppe, che non erano più di venticinquemila fra Romani e stranieri, rilassati nella disciplina militare, ed umiliati da recenti disastri. Siccome la pianura di Dara non ammetteva alcuna sorte di strattagemma, o d'imboscata, Belisario difese la sua fronte con una forte trincera, che prolungò prima in linee perpendicolari e poi parallele, per cuoprire le ali della cavalleria, situata vantaggiosamente in luogo da poter dominare i fianchi e la retroguardia del nemico. Attaccato che fu il centro de' Romani, l'opportuno loro e rapido urto decise della battaglia: cadde la bandiera Persiana; gl'-immortali- fuggirono; l'infanteria gettò via gli scudi; ed ottomila de' vinti restarono morti sul campo di battaglia. Nella seguente campagna fu invasa la Siria dalla parte del deserto; e Belisario, con ventimila uomini corse da Dara in soccorso di quella Provincia. Per tutta la state le abili sue disposizioni resero vani i disegni del nemico: lo costrinse a ritirarsi; ogni notte occupava il campo, che quello aveva lasciato il giorno avanti; e si sarebbe assicurato una vittoria senza spargimento di sangue, se avesse potuto resistere all'impazienza delle proprie truppe. Queste però nell'ora della battaglia debolmente mantennero la promessa fatta di portarsi valorosamente; l'ala destra rimase esposta per la proditoria e codarda diserzione degli Arabi cristiani; gli Unni, che formavano una truppa veterana di ottocento guerrieri, furon oppressi dalla superiorità del numero; la fuga degl'Isauri fu impedita, ma l'infanteria Romana restò ferma nella sinistra, perchè Belisario medesimo, smontato da cavallo, dimostrò loro che un'intrepida disperazione poteva unicamente salvarli. Voltarono essi le spalle all'Eufrate, e la faccia al nemico; un'immensa quantità di dardi strisciò senza effetto su' loro scudi insieme stretti, ed ordinati a guise di tetto per ripararli; a' replicati assalti della cavalleria Persiana fu opposta un'impenetrabile linea di picche; e dopo una resistenza di più ore, le truppe che rimasero, col favor della notte furono abilmente imbarcate. Il comandante Persiano si ritirò con disordine e vergogna a rendere stretto conto delle vite di tanti soldati, ch'egli aveva sacrificato in una steril vittoria; ma la fama di Belisario non fu contaminata da una disfatta, nella quale aveva egli solo salvato il suo esercito dalle conseguenze della temerità del medesimo. L'approssimarsi della pace lo dispensò dal guardare le frontiere Orientali, e la sua condotta nella sedizione di Costantinopoli ampiamente soddisfece alle obbligazioni, che aveva coll'Imperatore. Allorchè la guerra d'Affrica divenne il soggetto de' discorsi popolari, e delle segrete deliberazioni, ciascheduno dei Generali Romani temeva, piuttosto che ambisse, quel pericoloso onore; ma appena Giustiniano ebbe dichiarato la preferenza, ch'ei dava al merito superiore di Belisario, si riaccese la loro invidia dall'unanime applauso, che fu fatto a tale scelta. L'indole della Corte Bizantina può avvalorare il sospetto, che l'Eroe fosse segretamente assistito dagl'intrighi della bella e scaltra Antonina sua moglie, che alternativamente godè la grazia, ed incorse nell'odio dell'Imperatrice Teodora. Antonina era d'origine ignobile, discendendo da una famiglia di cocchieri, e n'era stata macchiata la riputazione con le più brutte accuse. Nonostante regnò con lungo ed assoluto potere sull'animo dell'illustre di lei marito; e se non curò il merito della fedeltà coniugale, dimostrò per Belisario un'amicizia virile, avendolo accompagnato con intrepida fermezza in tutti i travagli e pericoli d'una vita militare[614]. [A. 533] I preparativi per la Guerra d'Affrica non furono indegni dell'ultima contesa fra Roma e Cartagine. L'orgoglio ed il fior dell'esercito consisteva nelle guardie di Belisario, che secondo la perniciosa indulgenza di que' tempi si obbligavano mediante un particolar giuramento di fedeltà al servizio del loro Capo. La loro forza e statura, per cause delle quali erano stati con gran cura scelti, la bontà de' loro cavalli e delle armi, e l'assidua pratica di tutti gli esercizi militari gli rendeva capaci d'eseguire tutto ciò, che il loro coraggio poteva proporre; e questo coraggio esaltavasi dal sociale onore del loro grado, e dalla personale ambizione di favore e fortuna. Quattrocento de' più bravi fra gli Eruli marciavano sotto la bandiera del fedele ed attivo Fara; l'intrattabile valore di questi si apprezzava assai più che la mansueta sommissione dei Greci e de' Sirj; e si crede di tale importanza l'avere un rinforzo di seicento Massageti o Unni, ch'essi furono con la frode e coll'inganno allettati ad impegnarsi in una spedizione navale. S'imbarcarono a Costantinopoli cinquemila cavalli e diecimila fanti per la conquista dell'Affrica; ma l'infanteria, per la maggior parte reclutata nella Tracia e nell'Isauria, cedeva all'uso, che più dominava, ed alla riputazione della cavalleria; e l'arco Scitico era l'arme, in cui gli eserciti Romani erano in quel tempo ridotti a porre la loro principal fiducia. Procopio, per un lodevole desiderio di sostenere la dignità del suo tema, difende i soldati del suo tempo contro gli austeri critici, che limitavano quel rispettabile nome a' guerrieri di grave armatura dell'antichità, e maliziosamente osservavano, che Omero adopera la parola -Arciero- come un termine di disprezzo[615]: «Tal disprezzo potè (-dic'egli-) forse meritarsi da que' nudi giovani, che comparivano a piedi ne' campi di Troia, e nascondendosi dietro a un sepolcro, o allo scudo d'un amico si tiravano al petto la corda dell'arco[616], e scagliavano un debole e lento dardo. Ma i nostri arcieri (prosegue l'Istorico) cavalcano destrieri, ch'essi maneggiano con ammirabil perizia; hanno difeso il capo e le spalle da un elmo, o dallo scudo; portano delle difese di ferro alle gambe, e i loro corpi son guardati da una corazza di maglia; pende loro al fianco dalla destra parte una faretra, una spada dalla sinistra, e la loro mano è assuefatta nel combatter più da vicino a maneggiare una lancia, o un pugnale. I loro archi son forti e pesanti; scagliano in ogni direzione possibile, sì nell'avanzarsi, che nel ritirarsi, di fronte, per di dietro, e da ciaschedun lato; e siccome sono istruiti a tirar la corda dell'arco, non già al petto, ma all'orecchio diritto, bisogna, che sia bene stabile quell'armatura, che può resistere alla rapida forza del loro dardo». Si riunirono nel porto di Costantinopoli cinquecento navi da trasporto con ventimila marinari d'Egitto, di Cilicia e di Ionia. La più piccola di queste navi può valutarsi di trenta tonnellate, e la più grande di cinquecento; e potrà accordarsi con una liberale sì, ma non eccessiva condiscendenza, che la vera portata di esse ascendesse a circa centomila tonnellate[617], ad oggetto di contenere trentacinquemila fra soldati e marinari, cinquemila cavalli, le armi, le macchine e provvisioni militari, ed una sufficiente quantità d'acqua, e di cibi per un viaggio forse di tre mesi. Le alte galere, che anticamente battevano il Mediterraneo con tante centinaia di remi, erano già da gran tempo sparite; e la flotta di Giustiniano fu scortata solo da novantadue piccoli brigantini, coperti da' dardi nemici, e montati da duemila bravi e robusti giovani di Costantinopoli. Vi si trovano nominati ventidue Generali, la maggior parte de' quali dipoi si distinse nelle guerre d'Affrica e d'Italia; ma il comando supremo, sì per terra che per mare, fu affidato al solo Belisario, con un'illimitata facoltà d'agire secondo il suo giudizio, come se fosse presente l'Imperatore medesimo. La separazione, che si è fatta della professione nautica dalla militare, è l'effetto nel tempo stesso e la causa dei moderni avanzamenti nella scienza della navigazione, e della guerra marittima. [A. 535] Nel settimo anno del Regno di Giustiniano, e verso il tempo del solstizio estivo, fu disposta in marzial pompa tutta la flotta di seicento navi avanti a' giardini del Palazzo. Il Patriarca la benedì, l'Imperatore manifestò gli ultimi suoi ordini, la trombetta del Generale diede il segno della partenza, ed ognuno, secondo i propri timori o desiderj esplorò con ansiosa curiosità gli augurj della disgrazia, e del buon successo. Si fece la prima fermata a Perinto o Eraclea, dove Belisario aspettò cinque giorni per ricevere alcuni cavalli Tracj, ch'erano un dono militare del suo Sovrano. Di là proseguì la flotta il suo corso per mezzo della Propontide; ma mentre si affaticavano per passar lo Stretto dell'Ellesponto, un vento contrario gli trattenne quattro giorni in Abido, dove il Generale diede una memorabil lezione di fermezza e di rigore. Due Unni, che in una contesa, cagionata dall'ebrietà, avevano ucciso uno de' loro compagni, furono immediatamente mostrati all'armata sospesi da un'alta forca. I loro compatriotti, che non riconoscevan le Leggi servili dell'Impero, e adducevano il libero privilegio della Scizia, dove una piccola multa pecuniaria serviva per espiare i subitanei trasporti dell'intemperanza e dell'ira, si risentirono dell'ingiuria fatta alla Nazione. Erano speciose le loro querele, alti i loro clamori, ed a' Romani non dispiaceva l'esempio del disordine e dell'impunità. Ma fu quietato il nascente tumulto per l'autorità ed eloquenza del Generale, che rappresentò alle truppe adunate l'obbligo della giustizia, l'importanza della disciplina, i premj della pietà e della virtù, e l'imperdonabil delitto dell'omicidio, che a suo giudizio veniva piuttosto aggravato che scusato dal vizio dell'ebrietà[618]. Nella navigazione dall'Ellesponto al Peloponneso, che i Greci dopo l'assedio di Troia avevan fatto in quattro giorni[619], la flotta di Belisario era guidata nel suo corso dalla principal Galera di esso, visibile di giorno per le vele rosse, e di notte per mezzo di torcie accese sulla cima dell'albero. Era ufizio de' Piloti, quando navigarono fra le Isole, e girarono i promontori di Malea e di Tenaro, il mantenere un ordine giusto, e delle regolate distanze fra tante navi; e siccome il vento fu piacevole e moderato, le loro fatiche riuscirono bene, e furono felicemente sbarcate le truppe a Metono sulla costa della Messenia, per farle riposare alquanto dopo i travagli del mare. In quest'occasione esse provarono quanto può l'avarizia, investita dell'autorità, prendersi giuoco delle vite di migliaia di Uomini, che valorosamente s'espongono pel servizio pubblico. Secondo l'uso militare il pane o biscotto de' Romani era cotto nel forno due volte, e volentieri si soffriva la diminuzione d'un quarto per la perdita del peso. Per guadagnare questo miserabil vantaggio, e risparmiar la spesa delle legna, il Prefetto Giovanni di Cappadocia diede ordine, che si cuocesse il pane leggermente al medesimo fuoco, che faceva scaldare i bagni di Costantinopoli: e quando s'apriron le sacca fu distribuita una molle e muffita pasta all'esercito. Questo cibo insalubre, unito al caldo del clima e della stagione tosto produsse una malattia epidemica, che portò via cinquecento soldati. La diligenza di Belisario, che provvide dell'altro pane a Metona, e liberamente manifestò il suo giusto ed umano risentimento, rimediò alla loro salute: l'Imperatore ascoltò i suoi lamenti; fu lodato il Generale; ma il Ministro non fu punito. Dal porto di Metona i Piloti fecero vela lungo la costa occidentale del Peloponneso fino all'Isola di Zacinto o del Zante, prima d'intraprendere il viaggio (a' loro occhi difficilissimo) di cento leghe sul mare Ionio. Poichè la flotta fu sorpresa da una calma, si consumarono sessanta giorni in quella lenta navigazione; ed anche l'istesso Generale avrebbe sofferto l'intollerabile ardor della sete, se l'ingegno d'Antonina non avesse conservato dell'acqua in boccie di vetro, ch'essa nascose profondamente nella sabbia in una parte della nave dove non potevano arrivare i raggi solari. Finalmente il porto di Caucana[620] nella parte meridionale di Sicilia diede loro un sicuro ed ospitale rifugio. Gli Ufiziali Goti, che governavano l'Isola in nome della Figlia e del Nipote di Teodorico, ubbidirono agl'imprudenti loro ordini di ricever le truppe di Giustiniano come amiche ed alleate: furono loro generosamente date delle provvisioni, fu rimontata la cavalleria[621], e Procopio presto tornò da Siracusa con un'esatta informazione dello stato e dei disegni de' Vandali. Queste notizie determinarono Belisario ad affrettar le sue operazioni, e la savia di lui impazienza fu secondata da' venti. La flotta perdè di vista la Sicilia, passò davanti all'Isola di Malta, scuoprì i promontori dell'Affrica, scorse lungo le coste con un forte vento di nord-est, e gettò finalmente l'ancora al Promontorio di -Caput vada-, circa cinque giornate di cammino al mezzodì di Cartagine[622]. Se Gelimero fosse stato informato dell'avvicinarsi del nemico, egli avrebbe sicuramente differito la conquista della Sardegna per l'immediata difesa della propria persona e del Regno. Un distaccamento di cinquemila soldati, ed uno di cento venti galere si sarebbero uniti alle altre forze de' Vandali, ed il discendente di Genserico avrebbe potuto sorprendere ed opprimere una flotta di navi da trasporto, molto cariche, incapaci d'agire, e di piccoli Brigantini, che sembravano solo atti alla fuga. Belisario aveva tremato internamente quando sentì, che i suoi soldati, nel passaggio, s'animavano l'uno coll'altro a confessare le loro apprensioni. Dicevano essi, che se potevano una volta porre il piede sul lido, speravano di sostenere il decoro delle loro armi; ma se fossero stati attaccati per mare, non arrossivano di confessare, che mancava loro il coraggio per combattere nell'istesso tempo coi venti, co' flutti, e co' Barbari[623]. La cognizione de' loro sentimenti fece decidere Belisario a prender la prima occasione, che gli si presentò, di sbarcarli sulla costa dell'Affrica; ed in un Consiglio di guerra prudentemente rigettò la proposizione di entrare insieme con la flotta e l'esercito nel porto di Cartagine. Tre mesi dopo la loro partenza da Costantinopoli, furono felicemente sbarcati gli uomini ed i cavalli, le armi e gli arnesi militari, e si lasciaron cinque soldati per guardia su ciascheduna delle navi, che furon disposte in forma di semicerchio. Le altre truppe occuparono un campo sul lido del mare, che si fortificò secondo l'antico uso con un fosso e con un riparo; e la scoperta d'una fonte d'acqua fresca nel tempo che servì a smorzarne la sete, eccitò la superstiziosa fiducia de' Romani. La mattina seguente, furono saccheggiati alcuni de' giardini più prossimi; e Belisario, dopo aver gastigato i rei, prese quella occasione leggiera per se stessa, ma che si presentò in un momento decisivo, per inculcar le massime di giustizia, di moderazione, e di vera politica: «Quando accettai la commissione di soggiogar l'Affrica, disse il Generale, io contai molto meno sul numero, o anche sulla bravura delle mie truppe, che sull'amichevol disposizione degli abitanti, e sull'immortale lor odio contro de' Vandali. Voi soli potete privarmi di questa speranza, se continuate ad estorcer con la rapina quel che potrebbe comprarsi per poco prezzo: tali atti di violenza riconcilieranno fra loro quest'implacabili nemici, e gli uniranno in una giusta e santa lega contro gl'invasori del loro paese». Quest'esortazioni furono avvalorate da una rigorosa disciplina, della quale i soldati medesimi provaron ben tosto, e lodaron gli effetti. Gli abitanti invece di abbandonare le loro case, o di nascondere il loro grano, aprivano a' Romani un comodo e copioso mercato; gli Ufiziali civili della Provincia continuarono ad esercitar le loro funzioni a nome di Giustiniano; ed il Clero, per motivi sì di coscienza che d'interesse, continuamente si affaticava a promuovere la causa d'un Imperatore Cattolico. La piccola Città di Sullette[624], distante una giornata di cammino dal campo, ebbe l'onore d'esser la prima ad aprir le porte, ed a riassumer l'antica sua fedeltà: le altre maggiori Città di Leptis, e di Adrumeto ne imitaron l'esempio, subito che comparve Belisario; e questi senza opposizione avanzossi fino a Grasse, palazzo de' Re Vandali, alla distanza di cinquanta miglia da Cartagine. Gli stanchi Romani si abbandonavano al sollievo di ombrosi boschi, di fresche fontane e deliziosi frutti; e la preferenza, che Procopio accorda a questi giardini sopra tutti quelli, ch'esso aveva veduto tanto in Oriente quanto in Occidente, si può attribuire o al particolar gusto, o alla fatica dell'istorico. In tre generazioni la prosperità, ed un clima caldo avevan rilasciato il duro valore dei Vandali, che a poco a poco divennero i più lussuriosi del Mondo. Nelle loro ville e giardini, che potevano ben meritare il nome Persiano di -Paradisi-[625], essi godevano un fresco ed elegante riposo; e dopo il quotidiano uso del bagno, i Barbari s'assidevano ad una mensa, profusamente imbandita con le delizie della terra e del mare. Le loro vesti di seta liberamente ondeggianti all'uso de' Medi erano ricamate d'oro: l'amore e la caccia erano le occupazioni della loro vita, e nelle rimanenti ore si divertivano con pantomimi e corse di cocchi, con la musica e le danze del Teatro. In una marcia di dieci o dodici giorni fu costantemente attenta e in azione la vigilanza di Belisario contro gl'incogniti suoi nemici, da' quali poteva in ogni luogo e ad ogni ora esser improvvisamente attaccato. Giovanni l'Armeno, Ufiziale di confidenza e di merito, conduceva la vanguardia di trecento cavalli; seicento Massageti ad una certa distanza coprivano il lato sinistro e tutta la flotta navigando lungo la costa, rare volte perdeva di vista l'esercito che ogni giorno faceva circa dodici miglia, ed alloggiava la sera in forti campi, o in Città amiche. L'avvicinamento de' Romani a Cartagine riempì l'animo di Gelimero d'ansietà e di terrore. Desiderava egli prudentemente di prolungare la guerra finattantochè il suo fratello tornasse con le veterane sue truppe dalla conquista di Sardegna; ed ebbe allora occasione di lamentarsi dell'inconsiderata politica de' suoi Maggiori, che distruggendo le fortificazioni dell'Affrica non gli avevan lasciato che il pericoloso spediente di rischiare una battaglia nelle vicinanze della sua Capitale. I Conquistatori Vandali dal primitivo lor numero di cinquantamila, s'eran moltiplicati, senza includervi le donne e i fanciulli, fino a cento sessantamila combattenti: e tali forze, animate dal valore e dall'unione avrebber potuto impedire, al primo sbarco, le deboli ed esauste truppe del Generale Romano. Ma gli amici del Re prigioniero erano più inclinati ad accettar gl'inviti che a resister a' progressi di Belisario; e molti altieri Barbari mascheravano la loro avversione alla guerra sotto il più specioso nome dell'odio, che portavano all'usurpatore. Ciò nonostante l'autorità e le promesse di Gelimero unirono insieme un formidabile esercito, ed i suoi disegni furono concertati con qualche sorte di perizia militare. Spedì un ordine ad Ammata, suo fratello, di raccoglier tutte le forze di Cartagine, e di opporsi alla Vanguardia dell'esercito Romano alla distanza di dieci miglia dalla Città; e Gibamondo, suo nipote, con duemila cavalli fu destinato ad attaccarne il fianco sinistro mentre il Monarca medesimo, che tacitamente seguitava i nemici, ne avrebbe attaccata la retroguardia in una situazione, che toglieva loro l'aiuto ed anche la vista della lor flotta. Ma la temerità d'Ammata riuscì fatale a lui medesimo ed al suo Paese. Egli anticipò l'ora dell'attacco, precedè i suoi lenti seguaci, e fu trafitto da una mortal ferita, dopo d'aver ucciso con le proprie mani dodici de' suoi più arditi nemici. I suoi Vandali fuggirono a Cartagine; la strada maestra, per lo spazio di quasi dieci miglia fu ricoperta di cadaveri; e sembra incredibile, che tante persone fossero trucidate dalle spade di trecento Romani. Il nipote di Gelimero fu disfatto dopo un breve combattimento dai seicento Massageti: questi non giungevano neppure alla terza parte delle truppe di esso; ma ogni Scita veniva infiammato dall'esempio del suo Capo, che gloriosamente esercitò il diritto della propria famiglia, di correre il primo e solo a scagliare il primo dardo contro il nemico. Frattanto Gelimero, non sapendo quel ch'era seguito, ed ingannato dalla tortuosità de' colli oltrepassò inavvertentemente l'esercito Romano, e giunse al luogo dov'era caduto Ammata. Pianse il destino del fratello e di Cartagine; attaccò con irresistibil furore gli squadroni, che s'avanzavano; ed avrebbe potuto proseguire e forse far decidere la vittoria in suo favore, se non avesse consumato quei preziosi momenti nell'adempire un inutile, quantunque pietoso, dovere verso il defunto. Mentre il suo spirito era abbattuto da questo luttuoso ufizio, udì la trombetta di Belisario, che lasciando Antonina, e la sua infanteria nel campo s'avanzò in fretta con le sue guardie e col resto della cavalleria per riunire le fuggitive sue truppe e rimetter la fortuna della giornata. In questa disordinata battaglia non potè molto aver luogo l'abilità d'un Generale; ma il Re fuggì d'avanti all'Eroe, ed i Vandali, assuefatti a combattere solo co' Mori, non furon capaci di resistere alle armi ed alla disciplina de' Romani. Gelimero precipitosamente si ritirò verso il deserto di Numidia; ma presto ebbe la consolazione di sapere, ch'erano stati fedelmente eseguiti i segreti suoi ordini per la morte d'Ilderico e de' prigionieri suoi amici. La vendetta però del Tiranno fu solo vantaggiosa a' nemici di esso. La morte d'un legittimo Principe risvegliò la compassione del suo Popolo; e mentre la sua vita avrebbe messo in perplessità i vittoriosi Romani, il Luogotenente di Giustiniano, per mezzo d'un delitto di cui era innocente, fu liberato dulia penosa alternativa di mancare all'onore, o di abbandonare le sue conquiste. [A. 533] Tosto che fu quietato il tumulto, le varie parti dell'esercito reciprocamente si comunicarono gli accidenti seguiti in quel giorno; e Belisario piantò il suo campo nel luogo della vittoria, a cui la pietra, indicante la distanza di dieci miglia da Cartagine, aveva fatto prendere il nome latino di -Decimo-. Per un savio sospetto degli strattagemmi de' Vandali, e de' mezzi che avean di risorgere, esso marciò il giorno seguente in ordine di battaglia; la sera fermossi avanti le porte di Cartagine; e prese una notte di riposo per non esporre nell'oscurità e nel disordine la Città alla licenza de' soldati, o i soldati medesimi alle segrete insidie della Città. Ma siccome i timori di Belisario erano il resultato dell'intrepida e fredda ragione, ben presto conobbe che potea confidare senza pericolo nel pacifico ed amichevole aspetto della Capitale. Cartagine fu illuminata da innumerabili torcie, segni della pubblica letizia; fu tolta la catena che guardava l'ingresso del porto; furono aperte le porte; ed il Popolo, con acclamazioni di gratitudine salutò ed invitò i Romani loro liberatori. La disfatta de' Vandali e la libertà dell'Affrica, s'annunziarono alla Città la vigilia di S. Cipriano, allorchè le Chiese erano già ornate ed illuminate per la Festa del Martire, che tre secoli di superstizione aveva quasi innalzato ad una locale divinità. Gli Arriani, vedendo ch'era finito il lor regno, consegnarono il tempio ai Cattolici che riscattarono dalle mani profane il lor Santo, vi celebrarono i sacri riti, ed altamente vi proclamarono il simbolo d'Atanasio e di Giustiniano. Una terribile ora rovesciò le fortune de' contrari partiti. I Vandali supplichevoli che si erano sì poco tempo avanti abbandonati a' vizi de' conquistatori, cercavano un umil rifugio nel santuario della Chiesa; mentre i Mercanti Orientali furono liberati fuor della più profonda prigione del Palazzo dallo spaventato loro custode che implorò la protezione de' suoi prigionieri, e mostrò loro, per un'apertura nella muraglia, le vele della flotta Romana. Dopo essersi separati dall'esercito, i comandanti navali s'erano avanzati con cauta lentezza lungo la costa, finattantochè giunsero al promontorio Ermeo, ed ivi ebbero la prima notizia della vittoria di Belisario. In adempimento delle sue istruzioni, avrebbero essi gettato l'ancora alla distanza di circa venti miglia da Cartagine, se i più abili marinari non avessero rappresentato loro i pericoli del lido ed i segni d'una imminente tempesta. Ignorando però tuttavia la rivoluzione seguita, evitarono il temerario tentativo di forzar la catena del Porto; ed il contiguo porto e sobborgo di Mandracio furono insultati soltanto dalla rapacità d'un privato Ufiziale che disubbidì e disertò da' suoi Capi. Ma la flotta Imperiale avanzandosi con un buon vento, passò per lo Stretto della Goletta, ed occupò nel profondo e capace lago di Tunisi un luogo sicuro distante circa cinque miglia dalla capitale[626]. Appena Belisario fu informato del loro arrivo che spedì ordini, che immediatamente la maggior parte de' marinari sbarcasse per unirsi al trionfo, ed accrescere l'apparente numero de' Romani. Avanti di permetter loro ch'entrassero nelle porte di Cartagine gli esortò in un discorso degno di lui e della circostanza presente, a non infamare la gloria delle loro armi, ed a ricordarsi che i Vandali erano stati i tiranni, ma che essi erano i liberatori degli Affricani, i quali dovevano allora esser rispettati come volontari ed affezionati sudditi del comune loro Sovrano. I Romani marciarono per le strade della Città in strette file, preparati sempre alla battaglia se fosse comparso qualche nemico; l'ordine, rigorosamente mantenuto dal Generale, impresse ne' loro animi il dovere dell'ubbidienza; ed in un secolo, nel quale l'uso e l'impunità quasi santificava l'abuso della conquista, il genio d'un solo uomo represse le passioni d'un esercito vittorioso. Tacque la voce della minaccia e del lamento; il commercio di Cartagine non fu interrotto; mentre l'Affrica mutò padrone e Governo, continuarono le botteghe aperte e in azione; ed i soldati, dopo che furon poste sufficienti guardie ne' luoghi opportuni, modestamente si ritirarono alle case destinate a riceverli. Belisario fissò la sua residenza nel Palazzo; si assise sul trono di Genserico; accettò e distribuì le spoglie de' Barbari; concesse la vita a' Vandali supplichevoli, e procurò di riparare il danno che nella notte precedente avea sofferto il sobborgo di Mandracio. A cena trattò i suoi principali Ufiziali con la magnificenza e la forma d'un Banchetto reale[627]. Il vincitore fu rispettosamente servito da' prigionieri Ministri della Casa Reale; e in que' momenti di solennità, nei quali gl'imparziali spettatori applaudivano alla fortuna ed al merito di Belisario, i suoi invidiosi adulatori segretamente spargevano il loro veleno sopra ogni parola ed ogni gesto, che poteva eccitar i sospetti di un geloso Monarca. Fu impiegata una giornata in questi pomposi spettacoli che non possono disprezzarsi come inutili, allorchè s'attirano la popolare venerazione; ma l'attività di Belisario che nell'orgoglio della vittoria potea temere anche una disfatta, avea già risoluto, che l'Impero de' Romani sull'Affrica non dipendesse dagli accidenti delle armi o dal favore del Popolo. Le sole fortificazioni di Cartagine erano state immuni dalla general proscrizione; ma in un Regno di novanta cinque anni si erano lasciate cadere dagli spensierati e indolenti Vandali. Un più savio conquistatore restaurò con incredibil prestezza le mura ed i fossi della Città. La sua liberalità incoraggi gli artefici; i soldati, i marinari ed i cittadini facevano a gara l'uno coll'altro in quella salutevole opera; e Gelimero, che aveva temuto d'affidare la sua persona ad un'aperta città, mirò con istupore e disperazione il nascente vigore d'una inespugnabil Fortezza. [A. 533] Quest'infelice Monarca dopo la perdita della sua Capitale, s'applicò a raccogliere i residui d'un'armata dispersa, piuttosto che distrutta dalla precedente battaglia; e la speranza della preda tirò alcune truppe moresche alle bandiere di Gelimero. Ei s'accampò nelle campagne di Bulla in distanza di quattro giornate di cammino da Cartagine; insultò la Capitale, ch'ei privò dell'uso d'un acquedotto; propose un grosso premio per la testa d'ogni Romano; affettò di risparmiar le persone ed i beni degli Affricani suoi sudditi, e trattò segretamente co' settari Arriani e con gli Unni confederati. In queste circostanze la conquista della Sardegna non servì che ad aggravar le sue angustie: rifletteva col più profondo dolore, ch'egli avea consumato in quell'inutile intrapresa cinquemila delle sue più brave genti; e lesse con dispiacere e vergogna le vittoriose lettere del suo fratello Zanone ch'esprimevano un'ardente fiducia che il Re, dietro l'esempio de' suoi Maggiori, avesse già gastigato la temerità del Romano invasore. «Oimè, Fratello, replicò Gelimero, il Cielo si è dichiarato contro la nostra infelice Nazione. Nel tempo che tu hai soggiogato la Sardegna, noi abbiamo perduto l'Affrica. Appena comparve Belisario con un pugno di soldati, che il coraggio e la prosperità abbandonaron la causa de' Vandali. Gibamondo tuo nipote, ed Ammata tuo fratello son morti per la codardia dei loro seguaci. I nostri cavalli, le nostre navi, la stessa Cartagine e tutta l'Affrica sono in poter del nemico. Pure i Vandali tuttavia preferiscono un ignominioso riposo, a costo di perdere le loro mogli ed i figli, i loro averi e la libertà. Ora non ci rimane altro che la campagna di Bulla e la speranza del vostro valore. Lascia la Sardegna; vola in nostro soccorso; restaura il nostro Impero, od al nostro fianco perisci». Ricevuta questa lettera, Zanone comunicò il suo duolo a' principali de' Vandali ma ne nascose prudentemente la notizia a' nativi dell'Isola. Si imbarcaron le truppe in centoventi galere nel porto di Cagliari, gettaron l'ancora il terzo giorno a' confini della Mauritania, e proseguirono in fretta il loro cammino per riunirsi alle bandiere Reali nel campo di Bulla. Tristo ne fu l'incontro: i due fratelli s'abbracciarono; piansero in silenzio; nulla fu domandato della vittoria di Sardegna, nessuna ricerca si fece delle disgrazie dell'Affrica. Avevano essi d'avanti a' lor occhi tutta l'estensione delle loro calamità; e l'assenza delle proprie mogli e de' figli somministrava una luttuosa prova che era loro toccata o la morte o la schiavitù. Si risvegliò finalmente il languido spirito de' Vandali, e si riunirono per l'esortazioni del loro Re, per l'esempio di Zanone, e per l'imminente pericolo che minacciava la loro Monarchia e Religione. La forza militare della Nazione s'avanzò alla battaglia; e tale fu il rapido loro accrescimento che prima che l'armata giungesse a Tricameron, circa venti miglia lontano da Cartagine, poteron vantare, forse con qualche esagerazione, che sorpassavano dieci volte le piccole forze de' Romani. Queste forze però eran sotto il comando di Belisario, il quale, siccome conosceva il superiore lor merito, permise, che i Barbari lo sorprendessero in un'ora inopportuna. I Romani ad un tratto si posero in armi: un piccolo rio ne copriva la fronte: la cavalleria formava la prima linea, che aveva nel centro Belisario alla testa di cinquecento guardie: l'infanteria fu posta a qualche distanza in una seconda linea: e la vigilanza del Generale osservava la separata situazione e l'ambigua fede de' Massageti che segretamente riserbavano il loro aiuto per i vincitori. L'Istorico ha riportato, ed il Lettore può facilmente immaginare i discorsi[628] de' Comandanti, che con argomenti i più acconci allo stato in cui erano, inculcavano l'importanza della vittoria e il disprezzo della vita. Zanone con le truppe che l'avevan seguitato nella conquista della Sardegna, fu posto nel centro; e se la moltitudine de' Vandali avesse imitato l'intrepida loro fermezza, il trono di Genserico avrebbe potuto sostenersi. Gettate via le lancie e le armi da scagliare sfoderarono essi le spade, ed aspettaron l'attacco: la cavalleria Romana per tre volte passò il rio; essa fu per tre volte respinta; e si mantenne costante la pugna, finattantochè cadde Zanone, e si spiegò la bandiera di Belisario. Gelimero si ritirò al suo campo: gli Unni s'unirono ad inseguirlo, ed i vincitori spogliarono i corpi de' morti. Pure non furon trovati sul campo più di cinquanta Romani e di ottocento Vandali: sì tenue fu la strage d'una giornata ch'estinse una Nazione, e trasferì l'Impero dell'Affrica. La sera Belisario condusse la sua infanteria all'attacco del campo, e la pusillanime fuga di Gelimero manifestò la vanità delle proteste poco avanti fatte, che per un vinto la morte era di sollievo, di peso la vita; e l'infamia si riguardava come l'unico oggetto di terrore. Fu segreta la sua partenza; ma tosto che i Vandali scoprirono che il loro Re gli aveva abbandonati, precipitosamente si dispersero, solleciti solo della loro personale salvezza, e non curando qualunque altr'oggetto ch'è caro o valutabile per gli uomini. I Romani entrarono senza resistenza nel campo; e nell'oscurità e confusion della notte restaron nascoste le più barbare scene di disordine. Fu crudelmente trucidato qualunque Barbaro, cui incontrarono le loro spade: le vedove e le figlie di quelli, abbracciate furono come ricche eredi o belle concubine da' licenziosi soldati; e l'avarizia medesima restò quasi sazia de' tesori d'oro e d'argento, frutti della conquista o dell'economia, accumulati in un lungo periodo di prosperità e di pace. In questa furiosa ricerca anche i soldati di Belisario dimenticarono la loro riservatezza e rispetto. Acciecati dalla cupidigia e dalla rapacità, esploravano in piccole partite o soli le addiacenti campagne, i boschi, gli scogli, e le caverne che potesser celare qualche cosa di prezzo; carichi di bottino abbandonarono i loro posti e andavano senza guida vagando per le strade, che conducevano a Cartagine; e se i fuggitivi nemici avessero ardito di tornare indietro, ben pochi de' conquistatori sarebbero scampati. Belisario, profondamente penetrato dalla vergogna e dal pericolo, passò con apprensione una notte sul campo di battaglia; ed allo spuntar del giorno piantò la sua bandiera sopra di un Colle, riunì le sue guardie ed i veterani, ed appoco appoco restituì la moderazione e l'ubbidienza nell'esercito. Il Generale Romano prese uguale interesse nel sottomettere i Barbari nemici, che nel salvarli prostrati; ed i Vandali supplichevoli che si trovavano solo nelle Chiese, furon protetti dalla sua autorità, disarmati e situati separatamente in maniera che non potessero nè disturbar la pubblica pace, nè divenir le vittime della vendetta popolare. Dopo aver mandato un piccol distaccamento ad investigare le traccie di Gelimero, s'avanzò con tutta la sua armata per circa dieci giornate di cammino fino ad Ippone Regio che non possedeva più le reliquie di S. Agostino[629]. La stagione avanzata e la certa notizia che i Vandali eran fuggiti agl'inaccessibili paesi de' Mori, determinò Belisario ad abbandonarne l'inutil ricerca, ed a stabilire in Cartagine i suoi quartieri d'inverno. Di là mandò il principale suo Luogotenente ad informare l'Imperatore, che nello spazio di tre mesi egli aveva compito la conquista dell'Affrica. [A. 534] Belisario diceva il vero. I Vandali, che sopravvissero, cederono senz'altra resistenza le armi e la libertà: i contorni di Cartagine si sottomisero alla sua presenza; e le Province più lontane furono l'una dopo l'altra soggiogate dalla fama della sua vittoria. Tripoli si confermò nel volontario suo omaggio; la Sardegna e la Corsica s'arresero ad un Ufiziale, che invece della spada portò la testa del bravo Zanone; e le Isole di Maiorca, Minorca ed Ivica acconsentirono di rimanere un'umile appendice del Regno affricano. Cesarea, Città Reale che in una Geografia non tanto -rigorosa- può confondersi colla moderna Algeri, era situata trenta giornate di cammino all'occidente di Cartagine: per terra la strada era infestata da' Mori; ma il mare era aperto, ed i Romani erano allora padroni del mare. Un attivo e prudente Tribuno s'avanzò fino allo Stretto dove occupò -Septem-, o Ceuta[630], che s'alza sulla costa d'Affrica dirimpetto a Gibilterra: questa remota Piazza fu di poi adorna e fortificata da Giustiniano; e sembra, ch'ei secondasse in questo la vana ambizione d'estendere il suo Impero sino alle colonne d'Ercole. Esso ricevè l'annunzio della vittoria in quel tempo, in cui preparavasi appunto a pubblicar le Pandette della Legge Romana; ed il devoto o geloso Imperatore celebrò la divina bontà, e confessò in silenzio, il merito dell'abile suo Generale[631]. Impaziente d'abolire la temporale e spiritual tirannia de' Vandali, procedè senza dilazione al pieno ristabilimento della Chiesa Cattolica. Ne furono restaurate ed ampliate generosamente la giurisdizione, la ricchezza e le immunità che sono forse la parte più essenziale della Religione Episcopale; fu soppresso il Culto Arriano; si proscrissero le adunanze de' Donatisti[632]; ed il Sinodo di Cartagine per la voce di dugento diciassette Vescovi[633], applaudì alla giustizia di quella pia rappresaglia. Non è da presumersi che in tale occasione mancassero molti de Prelati ortodossi, ma la tenuità del lor numero in paragone di quello degli antichi Concilj, ch'era stato due o anche tre volte maggiore, chiarissimamente indica la decadenza sì della Chiesa, che dello Stato. Mentre Giustiniano si dichiarava difensor della Fede, nutriva un'ambiziosa speranza, che il vittorioso suo Luogotenente fosse per estender ben presto gli angusti limiti del suo dominio a quello spazio che avevano, prima dell'invasione dei Mori e de' Vandali; e Belisario ebbe ordine di stabilir cinque Duchi o Comandanti, nei posti opportuni di Tripoli, di Leptis, di Cirta, di Cesarea e di Sardegna, e di calcolar la quantità di -Palatini-, o di guarnigioni di frontiera che potessero esser sufficienti alla difesa dell'Affrica. Il Regno de' Vandali meritò la presenza d'un Prefetto del Pretorio; e furon destinati quattro Consolari, e tre Presidenti per amministrar le sette Province, che si trovavan sotto la sua giurisdizione. Fu minutamente fissato il numero degli Ufiziali loro subordinati, de' ministri e de' messaggi o assistenti; trecento novantasei ne furono assegnati al Prefetto medesimo, cinquanta per ciascheduno de' suoi Vicari; e la rigorosa determinazione delle loro tasse e salari fu più atta a confermare il diritto, che ad impedir l'abuso di essi. Potevano questi Magistrati essere oppressivi, ma non eran oziosi: e si propagarono all'infinito le sottili questioni di Gius e di pubblica Economia sotto il nuovo Governo, che si proponeva di far risorgere la libertà e l'equità della Repubblica Romana. Il Conquistatore fu sollecito ad esigere un pronto e copioso sussidio dagli Affricani suoi sudditi, ed accordò loro il diritto di ripetere, anche nel terzo grado, e dalla linea collaterale, le case e le terre, delle quali erano state le loro Famiglie ingiustamente spogliate da' Vandali. Dopo la partenza di Belisario, che agiva in forza d'un'alta e special commissione, non fu fatto alcun ordinario provvedimento per un Capitan Generale delle Truppe: ma fu affidato l'ufizio di Prefetto del Pretorio ad un soldato; la potestà civile e militare s'unirono, secondo l'uso di Giustiniano, nel principal Governatore; e quello, che rappresentava l'Imperatore in Affrica ugualmente che in Italia, fu ben presto distinto col nome d'Esarca[634]. [A. 534] Era per altro imperfetta la conquista dell'Affrica, finattantochè il precedente di lei Sovrano non fosse, o vivo o morto, caduto in poter de' Romani. Gelimero, dubbioso dell'evento, aveva segretamente ordinato che una parte del suo tesoro fosse trasportata in Ispagna dove sperava di trovare un sicuro asilo alla Corte del Re de' Visigoti. Ma si renderono vani questi disegni dal caso, dal tradimento e dalle istancabili ricerche de' suoi nemici, che impediron la fuga di esso dalla parte del mare, e cacciarono il disgraziato Monarca, con alcuni suoi fedeli seguaci, fino all'inaccessibil montagna di Papua[635], nell'interno della Numidia. Ei vi fu immediatamente assediato da Fara, Ufiziale di cui tanto più lodavasi la fede e la sobrietà, quanto erano tali qualità più rare fra gli Eruli, tribù la più corrotta di tutte le altre fra' Barbari. Belisario affidato aveva alla sua vigilanza quest'importante incarico; e dopo un ardito tentativo di scalar la montagna, nel quale perdè centodieci soldati, Fara aspettò l'effetto, che l'angustia e la fame, durante un assedio invernale, avrebbe operato nell'animo del Re Vandalo. Dall'uso de' più molli piaceri, e dall'illimitata dominazione sopra l'industria e la ricchezza, fu egli ridotto a partecipare della povertà de' Mori[636], che si rendea loro soffribile solo per l'ignoranza, in cui erano di una condizion più felice. Nelle rozze loro capanne di fango e di creta, che ritenevano il fumo, ed escludevan la luce, promiscuamente dormivano sul suolo, o al più sopra pelli di pecore, insieme con le loro mogli, co' figli e col bestiame. Le loro vesti eran sordide e scarse; non conoscevan l'uso del pane e del vino; e certe focacce d'avena o di orzo, che malamente si facevan cuocere nella cenere, si divoravano quasi crude dagli affamati selvaggi. A questi straordinari ed insoliti travagli doveva cedere la salute di Gelimero, qualunque si fosse la causa, per cui li soffriva; ma l'attual sua miseria veniva di più amareggiata dalla memoria della passata grandezza, dalla continua indolenza dei suoi protettori, e dal giusto timore, che i leggieri e venali Mori s'inducessero a tradire i diritti dell'ospitalità. La conoscenza della situazione di esso dettò l'umana ed amichevol lettera di Fara: «Pensate a voi medesimo (gli scrisse il Capo degli Eruli). Io sono un ignorante Barbaro; ma parlo il linguaggio del buon senso e dell'onestà. Volete voi persistere ad un'ostinazione senza speranza? Perchè volete voi rovinar voi medesimo, la vostra Famiglia e la vostra Nazione? Per amor della libertà e per abborrimento alla schiavitù? Oimè, carissimo Gelimero, non siete voi ora il peggior degli schiavi, lo schiavo della più vile Nazione de' Mori? Non sarebbe da scegliersi piuttosto di menare a Costantinopoli una vita di povertà e servitù, che di regnare da Monarca assoluto della montagna di Papua? Stimate voi una vergogna l'esser suddito di Giustiniano? Lo è Belisario, e noi medesimi, la nascita de' quali non è inferiore alla vostra, non ci vergogniamo di ubbidire all'Imperator Romano. Questo generoso Principe vi darà il possesso di ricche terre, un posto nel Senato, e la dignità di Patrizio: queste sono le sue graziose intenzioni, e voi potete con piena sicurezza contare sulla parola di Belisario. Finattantochè il Cielo ci condanna a soffrire, la pazienza è una virtù; ma se rigettiamo ' : 1 , ( - - ) , , 2 3 : , 4 ' 5 ( - . 6 . . - ) . 7 8 [ ] ' , ' 9 ( - . . , - ) , ( - . . . 10 . , - ) ( - . ' . . . - ) . , 11 ( - . . - ) , , 12 ( - . . - ) . 13 14 [ ] - . . , . . . - . 15 16 [ ] - - ( . , ) . 17 , , , 18 , . 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