Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 7 (of 13)
Author: Edward Gibbon
Translator: Davide Bertolotti
STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
TRADUZIONE DALL'INGLESE
VOLUME SETTIMO
MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXI
STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
CAPITOLO XXXVII.
-Origine, progresso ed effetti della vita monastica. Conversione
de' Barbari al Cristianesimo, ed all'Arrianismo. Persecuzione
de' Vandali nell'Affrica. Estinzione dell'Arrianismo fra'
Barbari.-
L'inseparabile connessione degli affari civili ed ecclesiastici mi ha
dato motivo ed aiuto a riferire il progresso, le persecuzioni, lo
stabilimento, le divisioni, il pieno trionfo e la successiva corruzione
del Cristianesimo. Ma ho differito o bella posta l'esame di due
religiosi avvenimenti, di conseguenza nello studio della natura umana,
ed importanti nella decadenza e rovina del Romano Impero, cioè I.
l'istituzione della vita monastica[1]; e II. la conversione de' Barbari
Settentrionali.
I. La prosperità e la pace introdusse la distinzione fra' -Cristiani
volgari, e gli Ascetici-[2]. La coscienza della moltitudine si
contentava d'una larga ed imperfetta pratica di Religione. Il Principe o
il Magistrato, il Soldato o il Mercante conciliarono il fervido loro
zelo, e l'implicita fede loro coll'esercizio della propria professione,
con la cura de' loro interessi, e colla condiscendenza delle passioni:
ma gli Ascetici, che volevan osservare i rigorosi precetti
dell'Evangelo, e talvolta ne abusavano, furono eccitati da quel
selvaggio entusiasmo, che rappresenta l'uomo come un delinquente, e Dio
come un tiranno. Essi rinunziarono seriamente agli affari, ed a' piaceri
del secolo; rigettarono l'uso del vino, della carne e del matrimonio;
gastigarono il proprio corpo, mortificarono le loro passioni, ed
abbracciarono una vita di miseria come un prezzo dell'eterna felicità.
Nel tempo di Costantino gli Ascetici fuggivano da un Mondo profano e
degenerato, ad una perpetua solitudine o società religiosa. Come i primi
Cristiani di Gerusalemme[3] rinunziarono l'uso o la proprietà de' loro
beni temporali; fondarono delle comunità regolari di persone del
medesimo sesso, e d'uniforme disposizione; e presero i nomi -d'Eremiti-,
di -Monaci- e di -Anacoreti-, esprimenti la solitaria lor vita in un
deserto naturale, o artificiale. Essi acquistaron ben presto il rispetto
del Mondo, che disprezzavano; e si fece il più alto applauso a questa
-Divina Filosofia-[4], che sorpassava, senza l'aiuto della scienza o
della ragione, le laboriose virtù delle scuole Greche. In vero i Monaci
potevan contendere con gli Stoici nel disprezzo della fortuna, del
dolore, e della morte; si rinnovò nella servile lor disciplina il
silenzio, e la sommissione de' Pittagorici; e sdegnarono con una
fermezza uguale a quella de' Cinici stessi ogni formalità, e decenza
della civil società. Ma i seguaci di tal divina filosofia aspiravano ad
imitare un modello più puro, o più perfetto. Seguitavano le vestigia de'
Profeti, che si erano ritirati nel deserto[5]; e fecero risorgere la
vita devota, e contemplativa, che si era introdotta dagli Esseni, nella
Palestina e nell'Egitto. L'occhio filosofico di Plinio aveva osservato
con sorpresa un Popolo solitario, che abitava fra le palme vicino al Mar
Morto, che sussisteva senza danaro, si propagava senza donne, e traeva
dal disgusto e dal pentimento dell'uman genere, un perpetuo rinforzo di
volontari associati[6].
[A. 305]
L'Egitto, fecondo padre di superstizione, somministrò il primo esempio
della vita monastica. Antonio[7], inculto[8] giovane delle parti più
basse della Tebaide, distribuì il suo patrimonio[9], abbandonò la
propria famiglia, e la casa nativa, e compì la sua monastica penitenza
con originale ed intrepido fanatismo. Dopo un lungo e penoso noviziato
fra' sepolcri, e in una torre rovinata, s'avanzò arditamente nel deserto
per tre giornate di cammino all'oriente del Nilo; scoprì un luogo
solitario, che aveva i vantaggi dell'ombra e dell'acqua, e fermò
l'ultima sua dimora sul monte Colzim, vicino al Mar Rosso, dove un
antico monastero tuttavia conserva il nome, e la memoria del Santo[10].
La curiosa devozione de' Cristiani lo seguitò fino al deserto; e quando
fu costretto a comparire in Alessandria in faccia al Mondo, sostenne la
sua fama con dignità, e discretezza. Ei godè l'amicizia d'Atanasio, di
cui approvò la dottrina; e l'Egizio abitator delle selve rispettosamente
evitò un rispettoso invito dell'Imperator Costantino. Il venerabile
Patriarca (poichè Antonio giunse all'età di centocinque anni) vide la
numerosa progenie, che si era formata, seguitando l'esempio e le lezioni
di esso. Le prolifiche colonie de' Monaci si moltiplicarono con rapido
progresso nelle arene della Libia, su' massi della Tebaide, e nelle
città del Nilo. Al mezzodì d'Alessandria, la montagna ed il vicino
deserto di Nitria eran popolati da cinquemila Anacoreti; ed il
viaggiatore può tuttavia investigar le rovine di cinquanta monasteri,
che furono fondati su quello sterile suolo da' discepoli d'Antonio[11].
Nella Tebaide Superiore fu occupata la vacante Isola di Tabenna[12] da
Pacomio, e da millequattrocento dei suoi confratelli. Questo Santo
Abbate fondò successivamente nove Monasteri di uomini, ed uno di donne;
e la festa di Pasqua riuniva tal volta cinquantamila religiose persone,
che seguivano l'-Angelica- sua regola di disciplina[13]. La grande e
popolata città d'Ossirinco, la sede dell'Ortodossia cristiana, avea
destinato i tempj, i pubblici edifizi, e fino le mura a pii e
caritatevoli usi; ed il Vescovo, che poteva predicare in dodici chiese,
contò diecimila maschi, e ventimila femmine della professione
monastica[14]. Gli Egizi, che si gloriavano di tal maravigliosa
rivoluzione, eran disposti a sperare ed a credere, che il numero de'
Monaci fosse uguale al resto del Popolo[15]; e la posterità potrebbe
ripetere quel detto, che fu anticamente applicato agli animali sacri del
medesimo paese, cioè, che in Egitto era meno difficile di trovare un
Dio, che un uomo.
[A. 341]
Atanasio introdusse in Roma la cognizione, e la pratica della vita
monacale; ed i discepoli d'Antonio, che accompagnarono il loro Primate
alla sacra soglia del Vaticano, aprirono una scuola di questa nuova
filosofia. Lo strano e selvaggio aspetto di quegli Egizi a principio
eccitò dell'orrore o del disprezzo, ma in seguito dell'applauso, ed
un'ardente imitazione. I Senatori, e specialmente le matrone,
trasformarono i palazzi e le ville loro in case religiose, ed il
ristretto istituto di sei Vestali restò ecclissato da frequenti
monasteri, che si edificarono sulle rovine degli antichi Tempj, ed in
mezzo al Foro Romano[16]. Un giovane Siro, chiamato Ilarione[17],
infiammato dall'esempio d'Antonio, fissò l'orrida sua dimora in un
arenoso lido, fra il mare ed una palude, circa sette miglia distante da
Gaza. L'austera penitenza, nella quale persistè per quarantotto anni,
sparse un simil entusiasmo negli altri; ed allorchè il sant'uomo
visitava gl'innumerabili Monasteri della Palestina, aveva un seguito di
due o tremila Anacoreti. La fama di Basilio[18] è immortale nell'istoria
monastica dell'Oriente. Con uno spirito, che avea gustato la dottrina e
l'eloquenza di Atene, e con un'ambizione da potersi appena contentare
dell'Arcivescovato di Cesarea, Basilio si ritirò in una deserta
solitudine del Ponto: e si degnò, per un tempo, di prescriver le leggi
alle spirituali colonie ch'egli abbondantemente sparse lungo la costa
del Mar Nero. Nell'Occidente, Martino di Tours[19], soldato, eremita,
Vescovo e Santo, fondò i Monasteri della Gallia; duemila de suoi
discepoli l'accompagnarono al sepolcro; ed il suo eloquente Istorico
sfida i deserti della Tebaide a produrre, in un clima più favorevole, un
campione d'ugual virtù. Il progresso dei Monaci non fu meno rapido, od
universale, di quello del Cristianesimo stesso. Ogni provincia, ed in
fine ogni città dell'Impero era piena de' loro ceti che andavan sempre
crescendo: e le aspre e nude isole, che sorgono fuori del Mar Toscano,
da Lerino a Lipari, si scelsero dagli Anacoreti, per luogo del loro
volontario esilio. Un facile e continuo commercio per mare e per terra
univa fra loro le Province del Mondo Romano; e la vita d'Ilarione mostra
la facilità, con cui un indigente Eremita della Palestina potè
attraversare l'Egitto, imbarcarsi per la Sicilia, fuggire nell'Epiro, e
finalmente approdare all'Isola di Cipro[20]. I Cristiani Latini
abbracciarono gl'istituti religiosi di Roma. I pellegrini, che visitavan
Gerusalemme, difficilmente copiarono, ne' climi della terra più distanti
fra loro, il genuino modello della vita monastica. I discepoli d'Antonio
si sparsero di là dal Tropico, sotto l'Impero Cristiano
dell'Etiopia[21]. Il monastero di Banchor[22] in Flintshire, che
conteneva più di duemila Monaci, diffuse una numerosa colonia fra'
Barbari dell'Irlanda[23]; e Jona, una dell'Ebridi, che fu coltivata da'
Monaci Irlandesi, sparse nelle regioni settentrionali un dubbioso raggio
di scienza e di superstizione[24].
Quest'infelici esuli dalla vita sociale, venivano mossi dall'oscuro ed
implacabile genio della superstizione. L'esempio di milioni di persone
d'ambedue i sessi, d'ogni età, e d'ogni grado serviva di mutuo sostegno
ad altri per farli risolvere ad abbracciar quella vita, ed ogni
proselito, ch'entrava in un Monastero, era persuaso ch'ei camminava per
l'aspro e spinoso sentiero dell'eterna felicità[25]. Ma questi religiosi
motivi operavano in varie maniere, secondo il Carattere, e la situazione
delle persone. La ragione potea vincere, o la passione sospendere la
loro forza; ma essi agivano più vigorosamente su' deboli spiriti de'
fanciulli, e delle donne; si avvaloravano da segreti rimorsi, o da
accidentali disgrazie; e potevano trarre qualche vantaggio da temporali
riflessi di vanità, o d'interesse. Naturalmente si supponeva che gli
umili e pii Monaci, che avevano abbandonato il Mondo per attendere alla
lor salvazione, fossero i più adattati al governo spirituale de'
Cristiani. Si tirava l'eremita ripugnante dalla sua cella, e
collocavasi, fra le acclamazioni del popolo, sulla sede Episcopale, i
Monasteri dell'Egitto, della Gallia, e dell'Oriente somministrarono una
regolar successione di Santi e di Vescovi; e l'ambizione tosto scoprì la
segreta strada che conduceva al possesso delle ricchezze, e degli
onori[26]. I Monaci popolari, la riputazione de' quali era connessa con
la fama e la prosperità dell'Ordine, continuamente cercavano di
moltiplicare il numero degli schiavi loro compagni. Si insinuavano nelle
nobili ed opulente famiglie, ed impiegavano le speciose arti
dell'adulazione, e della seduzione per assicurarsi que' proseliti, che
potevano apportar dignità, o ricchezze alla professione monastica. Lo
sdegnato padre piangeva la perdita d'un figlio forse unico[27]; la
credula fanciulla era indotta dalla vanità a violare le leggi della
natura; e la Matrona aspirava ad un'immaginaria perfezione, rinunziando
alle virtù della vita domestica. Paola cedè alla persuasiva eloquenza di
Girolamo[28]; ed il titolo profano di -Suocera di Dio-[29] tentò
quell'illustre vedova a consacrar la verginità d'Eustochia, sua figlia.
Per consiglio ed in compagnia della spirituale sua guida, Paola
abbandonò Roma, ed il suo piccolo figlio; si ritirò al santo villaggio
di Betlemme: fondò un ospedale, e quattro Monasteri; ed acquistò,
mediante la sua penitenza ed elemosine, un eminente e cospicuo posto
nella Chiesa Cattolica. Tali rari ed illustri penitenti venivano
celebrati come la gloria, e l'esempio del loro secolo: ma i Monasteri
s'empivano d'una folla di oscuri ed abietti plebei[30], che nel chiostro
guadagnavano molto più di quel che avessero sacrificato nel Mondo. I
contadini, i servi e gli artefici potevan passare dalla povertà e dal
disprezzo ad una sicura ed onorevole professione, gli apparenti travagli
della quale venivano mitigati dall'uso, dall'applauso popolare, e dal
segreto rilassamento della disciplina[31]. I sudditi di Roma, le persone
e sostanze de' quali eran sottoposte a diseguali ed esorbitanti tributi,
si ritiravano dall'oppressione del Governo Imperiale; ed il giovane
pusillanime preferiva la penitenza d'una vita Monastica a' pericoli
della milizia. Gli atterriti Provinciali d'ogni ceto, che fuggivano da'
Barbari, vi trovavan rifugio e sussistenza; e delle intere legioni si
seppellivano in que' religiosi santuari, e la medesima causa, che
sollevava l'angustia degl'individui, diminuiva la forza, ed il vigor
dell'Impero[32].
La professione monastica degli antichi[33] era un atto di volontaria
devozione. L'incostante fanatico era minacciato bensì dell'eterna
vendetta di quel Dio, che abbandonava; ma le porte del Monastero eran
sempre aperte al suo pentimento. Que' Monaci, la coscienza de' quali era
invigorita dalla ragione, o dalla passione, erano liberi di ripigliare
il carattere di uomini e di cittadini, ed anche le spose di Cristo
potevano ricevere i legittimi abbracciamenti d'un amatore terreno[34].
Gli esempi di scandalo, ed il progresso della superstizione suggerirono
la convenienza di più forti legami. Dopo una sufficiente prova, si
assicurava la fedeltà del novizio mediante un solenne e perpetuo voto, e
veniva ratificato l'irrevocabil suo vincolo dalle Leggi della Chiesa, e
dello Stato. Un reo fuggitivo era inseguito, arrestato o ricondotto alla
perpetua sua prigione; e l'interposizione de' Magistrati opprimeva la
libertà ed il merito, che aveva, in qualche modo, alleviato l'abietta
schiavitù della disciplina monastica[35]. Eran dirette le azioni, le
parole e fino i pensieri d'un Monaco da un'inflessibile regola[36], o da
un Superiore cappriccioso: lo mancanze più tenui si correggevano con la
vergogna, con la prigionia, con digiuni straordinari, o con sanguinose
flagellazioni, e la disubbidienza, il lamento, o l'indugio si
risguardavano come i più odiosi delitti[37]. Una cieca sommissione agli
ordini dell'Abbate, per quanto potessero sembrare assurdi, o tendenti al
delitto, era il principio fondamentale e la prima virtù de' Monaci
Egiziani; e spesso esercitavasi la loro pazienza co' più stravaganti
sperimenti. Veniva ordinato loro di muovere un masso enorme,
d'annaffiare continuamente un bastone secco piantato nel suolo,
finattantochè al termine di tre anni vegetasse e germogliasse come un
albero, d'entrare in una fornace ardente, o di gettare i loro
figliuolini in un profondo stagno: e molti santi, o pazzi, hanno
acquistato nella storia monastica una fama immortale per la loro
inconsiderata e pronta ubbidienza[38]. La libertà dello spirito, ch'è la
sorgente d'ogni generoso e ragionevole sentimento, era distrutta
dall'abitudine della credulità e della sommissione; ed il Monaco,
assuefacendosi a' vizi dello schiavo, devotamente seguiva la fede e le
passioni dell'ecclesiastico suo tiranno. La pace della Chiesa orientale
fu attaccata da uno sciame di fanatici, incapaci di timore, di ragione,
o d'umanità e le truppe Imperiali confessavano senza vergogna, che
temevano meno l'incontro de' più fieri Barbari[39].
Spesso la superstizione ha formato, e consacrato i capricciosi abiti de'
Monaci[40]: ma talvolta l'apparente loro singolarità nasce anche
dall'uniforme attaccamento, che hanno ad una semplice o primitiva
maniera di vestire, che le rivoluzioni della moda hanno poi resa
ridicola agli occhi degli uomini. Il Padre de' Benedettini espressamente
disapprova qualunque idea di particolarità, o distinzione, e sobriamente
esorta i suoi discepoli ad abbracciare l'abito comune e proprio de'
luoghi dove si trovano[41]. Le vesti monastiche degli antichi variavano
col clima, e con la loro maniera di vivere; e prendevano coll'istessa
indifferenza la pelle di pecora de' contadini Egizi, o il pallio de'
Filosofi greci. Facevan uso del lino in Egitto, dove si lavorava
comunemente, ed a poco prezzo: ma in Occidente rigettavano questo capo
dispendioso di lusso forestiero[42]. I Monaci avevano il costume di
tagliarsi, o di radersi i capelli, nascondevano il capo in un cappuccio,
per evitare la vista degli oggetti profani; andavano con le gambe e co'
piedi nudi, eccettuato il tempo dell'estremo freddo dell'inverno; ed i
loro lenti e deboli passi erano sostenuti da un lungo bastone. L'aspetto
d'un vero anacoreta era orrido e disgustoso: ogni sensazione
dispiacevole all'uomo, si credeva gradita a Dio; e l'angelica regola di
Tabenna condannava il salutevol costume di bagnarsi le membra
nell'acqua, o d'ungerle con olio[43]. Gli austeri Monaci dormivano sulla
terra sopra una dura stoia, o su rozzi panni; e l'istesso fascio di
foglie di palma serviva loro per sedere il giorno, e di capezzale la
notte. Le prime lor celle erano basse ed anguste capanne formate de' più
tenui materiali che, mediante una regolar distribuzione di strade,
facevano un grosso e popolato villaggio, il quale nel comune recinto
conteneva una Chiesa, uno spedale, talvolta una libreria, alcune
manifatture necessarie, un giardino ed una fontana, o conserva d'acqua
fresca. Trenta, o quaranta fratelli componevano una famiglia, nel vitto
e nella disciplina separata dalle altre, ed i grandi Monasteri
dell'Egitto eran composti di trenta, o quaranta famiglie.
Nel linguaggio de' Monaci, piacere e delitto eran termini sinonimi, ed
essi avevan conosciuto per esperienza, che i rigorosi digiuni, e
l'astinenza nel cibo sono i più efficaci preservativi contro i desiderj
impuri della carne[44]. Le regole d'astinenza, ch'essi stabilirono o
praticarono, non erano uniformi, o perpetue; la lieta solennità della
Pentecoste veniva bilanciata dalla straordinaria mortificazione della
Quaresima; il fervore de' nuovi monasteri appoco appoco s'andò
rilassando, ed il vorace appetito de' Galli non poteva imitare la
paziente e temperata virtù degli Egizi[45]. I discepoli d'Antonio, e di
Pacomio eran contenti della lor giornaliera porzione[46] di dodici once
di pane, o piuttosto di biscotto[47], ch'essi dividevano ne' due frugali
pasti del mezzogiorno, e della sera. Stimavasi un merito, e quasi un
dovere, l'astenersi da' vegetabili cotti, che si davano al refettorio,
ma la straordinaria bontà dell'Abbate alle volte accordava loro il lusso
del formaggio, delle frutte, della insalata, e di piccoli pesci secchi
del Nilo[48]. A grado a grado s'accordò, o si prese una maggior porzione
di pesce di mare e di fiume: ma l'uso della carne fu per lungo tempo
ristretto agli ammalati, ed a' viaggiatori; e quando questo appoco
appoco prevalse nei Monasteri meno rigorosi d'Europa, vi s'introdusse
una singolar distinzione, come se gli uccelli, o salvatici o domestici,
fossero stati meno profani de' grossi animali de' campi. L'acqua era la
pura ed innocente bevanda de' primitivi Monaci; ed il fondatore de'
Benedettini disapprova la quotidiana porzione di mezza pinta di vino,
che l'intemperanza del secolo[49] l'aveva costretto a permettere. Le
vigne d'Italia potevano facilmente somministrare tal misura; ed i suoi
vittoriosi discepoli, che passarono le Alpi, il Reno, ed il Baltico,
richiesero, in luogo del vino, un'adequata compensazione di birra, o di
sidro.
Il candidato, che aspirava alla virtù della povertà Evangelica, si
spogliava, nel primo suo ingresso in una comunità regolare, dell'idea e
fino del nome di ogni esclusivo o separato possesso[50]. I fratelli si
sostentavano per mezzo del lavoro delle proprie mani, ed il dovere di
lavorare veniva caldamente raccomandato come una penitenza, come un
esercizio, e come il mezzo più lodevole di procurarsi la quotidiana lor
sussistenza[51]. Venivano diligentemente coltivati dalle lor mani i
giardini ed i campi, che l'industria loro spesse volte avea tratto dalle
foreste e dalle paludi. Essi facevano, senza ripugnanza, i più bassi
ufizi di schiavi e di domestici; e si esercitavano dentro i recinti de'
grandi Monasteri le varie arti ch'erano necessarie a provvederli di
abiti, di utensili e di abitazioni. Gli studi monastici, per la maggior
parte, son serviti ad accrescere, piuttosto che a dissipar la caligine
della superstizione. Pure la curiosità, o lo zelo di alcuni eruditi
solitari ha coltivato le scienze ecclesiastiche ed anche le profane: e
la posterità dee riconoscer con gratitudine, che le loro instancabili
penne, ci hanno conservato e moltiplicato i monumenti della Greca e
Romana Letteratura[52]. Ma la più umile industria de' Monaci,
specialmente d'Egitto, si contentava della tacita e sedentaria
occupazione di fare de' sandali di legno, o d'intrecciare foglie di
palme per farne stoie e panieri. Il lavoro superfluo, che non
s'impiegava nell'uso domestico, serviva, mediante il commercio, a
supplire a' bisogni della Comunità: i barchetti di Tabenna e degli altri
monasteri della Tebaide, discendevano pel Nilo fino ad Alessandria; ed
in un mercato cristiano, la santità degli artefici poteva dare un pregio
maggiore all'intrinseco valore dell'opere.
Ma passò appoco appoco la necessità del lavoro manuale. Il novizio
inducevasi a trasferire le sue sostanze ne' santi, in compagnia de'
quali avea risoluto di consumare il rimanente della sua vita; e la
perniciosa indulgenza delle leggi permetteva a lui di ricevere, per loro
uso in futuro, qualunque accrescimento di legati, o d'eredità[53].
Melania donò loro la sua argenteria del peso di trecento libbre: e Paola
contrasse un immenso debito, per sollievo de' favoriti suoi Monaci, che
benignamente compartivano i meriti delle orazioni e penitenze loro ad
una ricca e liberal peccatrice[54]. Il tempo accresceva di continuo, e
gli accidenti rare volte facevan diminuire i beni de' Monasteri
popolari, che si sparsero sulle addiacenti campagne e città: e, nel
primo secolo della loro istituzione, il pagano Zosimo ha maliziosamente
osservato, che, per vantaggio de' poveri, i Monaci cristiani avevan
ridotto una gran copia di persone alla mendicità[55]. Finattantochè però
mantennero il primitivo loro fervore, si fecero un dovere di esser
fedeli ed amorevoli amministratori della carità, che veniva affidata
alla loro cura. Ma la disciplina loro fu corrotta dalla prosperità: essi
appoco appoco assunsero l'orgoglio de' ricchi, ed alla fine ammisero il
lusso nel lor trattamento. Si sarebbe potuto scusare il pubblico loro
lusso con la magnificenza del Culto religioso, e col decente motivo
d'erigere durevoli abitazioni per una società immortale. Ma ogni secolo
della Chiesa ha accusato la rilassatezza de' Monaci degenerati, che non
si ricordavan più dell'oggetto del loro istituto, abbracciavano i vani e
sensuali piaceri del Mondo, che avevano abbandonato[56], e
scandalosamente abusavano delle ricchezze, che si erano acquistate dalle
austere virtù de' lor fondatori[57]. Il loro natural passaggio, da tal
penosa e pericolosa virtù, a' vizi comuni dell'umanità, non ecciterà
forse grande avversione o sdegno nella mente d'un Filosofo.
I primitivi Monaci consumavan la loro vita in penitenza e solitudine,
senza esser disturbati dalle varie occupazioni, che impiegano il tempo,
ed esercitan le facoltà degli enti ragionevoli, attivi e sociali. Quando
veniva loro permesso di andare fuori del Monastero, due gelosi compagni
erano sempre vicendevoli guardie, e spie delle azioni l'uno dell'altro;
ed al loro ritorno erano condannati a dimenticare, o almeno a sopprimere
tutto ciò, che avevan veduto, o udito nel Mondo. Si ricevevan
ospitabilmente in un quartiere separato i forestieri, che professavan la
fede ortodossa; ma non si permetteva la pericolosa loro conversazione,
che ad alcuni scelti vecchi di approvata discretezza e fedeltà. Il
Monastico schiavo non potea ricever le visite de' suoi amici, o
congiunti, che in loro presenza; e si stimava sommamente meritorio, se
affliggeva una tenera sorella, o un vecchio padre coll'ostinato rifiuto
d'una parola, o d'uno sguardo[58]. I Monaci stessi passavan la loro
vita, senz'alcun attacco personale, in mezzo ad una folla, che si era
unita insieme per accidente, e si riteneva nella stessa prigione dalla
forza e dal pregiudizio. De' solitari fanatici hanno poche idee, o
sentimenti da comunicarsi: una special licenza dell'Abbate regolava il
tempo, e la durata delle famigliari lor visite, ed alle loro tacite
mense stavano nascosti ne' propri cappucci, inaccessibili, e quasi
invisibili l'uno all'altro[59]. Lo studio è il conforto della
solitudine: ma non aveva l'educazione preparati, e resi capaci d'alcuno
studio liberale gli artigiani ed i contadini, che riempivano le comunità
monastiche. Potevano lavorare: ma la vanità della perfezione spirituale
era tentata a sdegnar l'esercizio del lavoro manuale; e dev'esser
languida e debole quell'industria, che non è eccitata dal sentimento
d'un personale interesse.
Secondo lo zelo e la fede loro, potevano impiegare il giorno, che
passavano nelle proprie celle, in orazione vocale o mentale: s'adunavano
la sera, ed erano svegliati la notte pel comune ufizio del Monastero. Se
ne determinava il preciso momento dalle stelle, che rare volte son
coperte dalle nuvole nel sereno cielo dell'Egitto; ed una trombetta, o
corno pastorale, segnale della devozione, interrompeva due volte il
vasto silenzio del deserto[60]. Anche il sonno, che è l'ultimo refugio
degl'infelici, era misurato rigorosamente; le ore vacanti del Monaco
scorrevano gravemente senz'occupazione, e senza piacere; e prima di
giungere al fine del giorno, egli accusava più volte il noioso e tardo
cammino del Sole[61]. In tal misero stato la superstizione perseguitava
sempre e tormentava i suoi meschini devoti[62]. La quiete, ch'essi
avevan cercato nel chiostro, veniva disturbata da un tardo pentimento,
da profani dubbi, e da colpevoli desiderj e risguardando essi ogni
naturale impulso come un imperdonabil peccato, tremavano continuamente
sull'orlo d'un ardente ed infinito abisso. La pazzia, o la morte
liberava talvolta quelle misere vittime da' penosi travagli
dell'inquietudine e della disperazione; e nel sesto secolo fu eretto in
Gerusalemme uno spedale per un piccolo numero di austeri penitenti, che
avevan perduto l'uso della ragione[63]. Prima che giungessero a
quest'ultimo, e indubitato termine di frenesia, le loro visioni hanno
somministrato ampi materiali d'istoria soprannaturale. Erano pienamente
persuasi, che l'aria da essi respirata, fosse popolata da nemici
invisibili, da innumerabili demonj, che spiavano qualunque occasione, e
prendevano qualunque forma per atterrire, e sopra tutto tentare, la loro
virtù non guardata. L'immaginazione, ed anche i sensi erano ingannati
dalle illusioni dello sregolato fanatismo; e l'eremita, la cui notturna
orazione veniva interrotta da un involontario assopimento, poteva
facilmente confondere i fantasmi d'orrore o di diletto, che avevano
occupato i suoi pensieri nell'atto di dormire, con quelli della
vigilia[64].
I Monaci furon divisi in due classi, in Cenobiti, che vivevano sotto una
comune e regolar disciplina, ed in Anacoreti, che seguitavano
l'insociabile, e indipendente lor fanatismo[65]. I più devoti, o i più
ambiziosi, fra gli spirituali fratelli, rinunziavano al convento in
quella guisa, che avevano rinunziato al Mondo. I ferventi Monasteri
dell'Egitto, della Palestina, e della Siria erano circondati da una
-Laura-[66], o largo cerchio di celle solitarie; e la stravagante
penitenza degli Eremiti veniva stimolata dall'applauso e
dall'emulazione[67]. Soccombevano sotto il penoso carico di croci e di
catene; e l'emaciate lor membra erano strette da collari, da anelli, da
guanti, e da calze di pesante e rigido ferro. Gettavano via con
disprezzo qualunque superfluità di abiti; e furono ammirati alcuni Santi
selvaggi di ambedue i sessi, i nudi corpi de' quali non eran coperti,
che da' lunghi loro capelli. Aspiravano a ridursi a quello stato rozzo e
meschino, in cui il bruto umano appena si distingue dagli animali suoi
congiunti: ed una numerosa setta di Anacoreti traeva il nome dall'umile
loro uso di pascere ne' campi della Mesopotamia con il gregge
ordinario[68]. Spesse volte usurpavan la tana di qualche bestia
selvaggia, a cui cercavano di assomigliarsi; si seppellivano in qualche
oscura caverna, che l'arte o la natura avea scavato nel masso, e le cave
di marmo della Tebaide portano tuttavia scritti i monumenti della lor
penitenza[69]. Si suppone, che gli Eremiti più perfetti passassero molti
giorni senza cibo, molte notti senza dormire, e molti anni senza
parlare; e glorioso era -l'uomo- (io abuso di tal nome) che inventava
una cella, o un luogo di tale particolar costruzione, che l'esponesse
nella più incomoda positura all'intemperie delle stagioni.
Fra questi eroi della vita monastica si è reso immortale il nome ed il
genio di Simeone Stilita[70] per la singolare invenzione d'una penitenza
aerea. All'età di tredici anni il giovine Siro abbandonò la professione
di pastore, e si gettò in un rigido monastero. Dopo un lungo e penoso
noviziato, in cui Simeone fu più volte salvato da un pio suicidio,
stabilì la sua dimora sopra una montagna circa trenta o quaranta miglia
all'Oriente d'Antiochia. Chiuso dentro lo spazio d'una -Mandra-, o
cerchio di pietre, a cui si era attaccato con una pesante catena, salì
sopra una colonna, che fu successivamente alzata dall'altezza di nove
piedi fino a quella di sessanta da terra[71]. In quest'ultima ed alta
sede l'anacoreta Siriaco resistè al caldo di trenta estati, ed al freddo
di altrettanti inverni; l'abito e l'esercizio l'ammaestrarono a
mantenersi in quella pericolosa situazione senza timore, o vertigini, ed
a prendere appoco appoco le diverse positure di devozione. Alle volte
pregava ritto con le braccia stese in forma di croce; ma ciò che faceva
più comunemente era di piegare il suo magro scheletro dalla fronte fino
a' piedi: ed un curioso spettatore, dopo d'aver contato 1244 repetizioni
di tal atto, desistè finalmente da tal numerazione, che non avea
termine. Una piaga, venutagli nella coscia[72], potè abbreviare, ma non
interrompere questa vita -celeste-, ed il paziente eremita spirò, senza
scendere dalla sua colonna. Un Principe che capricciosamente condannasse
a tali tormenti, sarebbe stimato un tiranno; ma oltrepasserebbe il poter
d'un tiranno l'imporre una lunga e miserabil esistenza alle ripugnanti
vittime della sua crudeltà. Questo volontario martirio doveva
distruggere appoco appoco la sensibilità sì dello spirito, che del
corpo; nè si può supporre, che i fanatici, che tormentano se medesimi
sian suscettibili d'alcuna viva affezione per gli altri uomini. Una
crudele insensibile indole ha distinto i Monaci d'ogni tempo, e d'ogni
luogo; la dura loro indifferenza, che rare volte viene ammollita
dall'amicizia personale, è accesa dall'odio religioso, ed il loro
zelo senza pietà ha esercitato vigorosamente il sant'ufizio
dell'Inquisizione.
I Santi monastici, ch'eccitano solo il disprezzo e la compassione d'un
filosofo, erano rispettati, e quasi adorati dal Principe, e dal Popolo.
Delle truppe di pellegrini vennero successivamente dalla Gallia, e
dall'India per salutare la divina colonna di Simeone: le tribù de'
Saraceni disputarono colle armi l'onore della sua benedizione; le Regine
dell'Arabia, e della Persia confessavano con gratitudine la
soprannatural sua virtù; e l'angelico Eremita fu consultato da Teodosio
il Giovine negli affari più importanti della Chiesa, e dello Stato.
Furono traslatate le sue reliquie dalla montagna di Telenissa, con una
solenne processione del Patriarca, del Generale dell'Oriente, di sei
Vescovi, di ventuno Conti, o Tribuni, e di seimila soldati; ed Antiochia
venerò le ossa di lui, come il suo più glorioso ornamento e la sua
invincibil difesa. La fama degli Apostoli e de' Martiri, appoco appoco
restò ecclissata da questi recenti e popolari Anacoreti; il Mondo
cristiano cadeva prostrato a' loro sepolcri: ed i miracoli, attribuiti
alle loro reliquie, sorpassavano, almeno in numero e durata, le
spirituali imprese delle loro vite. Ma l'aurea leggenda di queste[73]
veniva abbellita dall'artificiosa credulità de' loro interessati
fratelli; ed una credula età era facilmente persuasa, che il minimo
capriccio d'un Monaco Egizio o Siriaco fosse stato sufficiente ad
interrompere l'eterne leggi dell'Universo. I favoriti del Cielo erano
soliti di curare le inveterate malattie col toccare le persone, con una
parola, o per mezzo d'un messaggio in distanza, e di scacciare i demonj
più ostinati dalle anime, o da' corpi che possedevano. Essi
famigliarmente accostavansi, o comandavano imperiosamente a' leoni ed a'
serpenti del deserto; infondevano la vegetazione in un tronco secco;
facevano stare a galla il ferro sulla superficie dell'acqua: passavano
il Nilo sul dorso d'un coccodrillo, e si rinfrescavano in un'ardente
fornace. Queste stravaganti novelle, che spargono la finzione senza il
genio della poesia, hanno seriamente influito sopra la ragione, la fede
e la morale de' Cristiani. La loro credulità avvilì e viziò le facoltà
della mente; corruppero essi l'autorità dell'istoria; e la superstizione
appoco appoco estinse l'inimica luce della filosofia e della scienza.
Ogni maniera di Culto religioso che si fosse praticata da' Santi, ogni
dottrina misteriosa, che essi credessero, veniva invigorita dalla
sanzione della rivelazion divina, e tutte le virili virtù giacevano
oppresse dal servile e pusillanime regno de' Monaci. Se è possibile
misurare la distanza fra gli scritti filosofici di Cicerone, e la sacra
leggenda di Teodoreto, fra il carattere di Catone e quello di Simeone,
si potrà determinare la memorabile rivoluzione che si fece nel Romano
Impero nel periodo di cinquecento anni.
È notabile il progresso del Cristianesimo per due decisive e gloriose
vittorie, sopra i culti e lussuriosi cittadini dell'Impero Romano, o
sopra i guerrieri Barbari della Scizia e della Germania, che rovesciaron
l'Impero, ed abbracciaron la religione di Roma. I Goti furono i primi
fra questi selvaggi proseliti; e la nazione fu debitrice della sua
conversione ad un nazionale, o almeno ad un suddito degno d'esser posto
fra gl'inventori delle due arti utili, che hanno meritato la memoria, e
la gratitudine della posterità. Molti Romani provinciali erano stati
condotti in ischiavitù dalle truppe gotiche, le quali saccheggiavano
l'Asia al tempo di Gallieno; e fra questi molti erano Cristiani, ed
alcuni appartenevano all'ordine Ecclesiastico. Questi Missionari
involontari, sparsi come schiavi nei villaggi della Dacia, si
applicarono con buon esito a procurar la salvezza de' loro padroni. I
semi, ch'essi gettarono della dottrina evangelica, appoco appoco si
propagarono; ed avanti la fine d'un secolo si compì quell'opera pia,
mediante i travagli d'Ulfila, i Maggiori del quale da una piccola città
della Cappadocia erano stati trasportati di là dal Danubio.
[A. 360]
Ulfila, Vescovo ed Apostolo de' Goti[74], acquistò l'affetto, e la
riverenza loro, mediante l'irreprensibil sua vita, e l'instancabile zelo
che aveva; ed essi ricevettero con piena fiducia le regole della verità
e della virtù, ch'ei predicava, ed eseguiva. Compì la difficile impresa
di tradurre la Scrittura nella nativa lor lingua, ch'era un dialetto
dell'idioma Germanico, o Teutonico; ma prudentemente soppresse i quattro
libri de' Re, che avrebbero potuto irritare il fiero e sanguinario
spirito de' Barbari. Il rozzo ed imperfetto linguaggio di soldati e di
pastori, così male atto ad esprimere le idee spirituali, fu migliorato e
modificato dal suo ingegno; ed Ulfila, prima di poter fare la sua
traduzione, fu costretto a comporre un nuovo alfabeto di ventiquattro
lettere, quattro delle quali furono da esso inventate per rappresentare
de' suoni speciali, ch'erano ignoti alla pronunzia greca e latina[75].
Ma presto fu disturbato il prospero Stato della Chiesa Gotica dalla
guerra e dall'interna discordia, ed i capitani restaron divisi fra loro
per la religione, ugualmente che per l'interesse. Fritigerno, amico de'
Romani, divenne proselito d'Ulfila; mentre il superbo animo di Atanarico
sdegnò il giogo dell'Impero e dell'Evangelio. La persecuzione, ch'egli
suscitò, servì per provare la fede de' nuovi convertiti. Si traeva con
solenne processione per le strade del campo un carro, che portava in
alto l'informe immagine, di Thor forse, o di Woden; ed i ribelli, che
ricusavano di adorare il Dio de' loro padri, erano immediatamente
abbruciati con le tende e famiglie loro. Il carattere d'Ulfila lo fece
rispettare alla Corte Orientale, dove comparve due volte come ministro
di pace; perorò esso in favore degli angustiati Goti, che imploravano la
protezion di Valente, e si applicò il nome di Mosè a questa guida
spirituale, che condusse il suo Popolo per le profonde acque del Danubio
alla Terra di Promissione[76]. I devoti pastori, ch'erano attaccati alla
sua persona, ed ubbidienti alla sua voce, si contentarono di stabilirsi
al piè delle montagne Mesie in un paese abbondante di boschi e di
pasture, che alimentava i loro greggi ed armenti, e gli poneva in istato
di comprare il grano, ed il vino delle Province più fertili.
Quest'innocenti Barbari si moltiplicarono nell'oscurità della pace, e
nella professione del Cristianesimo[77].
[A. 400]
I loro più feroci fratelli, i formidabili Visigoti, generalmente
adottarono la religione de' Romani, co' quali avevano continuamente
occasion di trattare, per motivo di guerra, di amicizia o di conquista.
Nella lunga e vittoriosa lor marcia dal Danubio all'Oceano Atlantico,
essi convertirono i loro alleati; educarono la nascente generazione;
e la devozione, che regnava nel campo d'Alarico, o alla Corte
di Tolosa, poteva edificare, o svergognare i palazzi di Roma e di
Costantinopoli[78]. Verso il medesimo tempo fu abbracciato il
Cristianesimo da quasi tutti i Barbari, che fondarono i regni loro sulle
rovine dell'Impero Occidentale: ciò fecero i Borgognoni nella Gallia,
gli Svevi nella Spagna, i Vandali nell'Affrica, gli Ostrogoti nella
Pannonia, e le varie truppe di mercenari, che innalzarono Odoacre al
trono d'Italia. I Franchi ed i Sassoni perseveravano tuttavia negli
errori del Paganesimo; ma i Franchi ottennero la monarchia della Gallia
per la loro sommissione all'esempio di Clodoveo; ed i conquistatori
Sassoni della Britannia furono liberati dalla selvaggia loro
superstizione per mezzo de' Missionari di Roma. Questi barbari proseliti
avevano un ardente ed utile zelo per la propagazione della fede. I Re
Merovingici, ed i loro successori, Carlo Magno e gli Ottoni, estesero
con le loro leggi, e vittorie l'impero della Croce. L'Inghilterra
produsse l'Apostolo della Germania, ed appoco appoco si diffuse la luce
evangelica dalle vicinanze del Reno, alle nazioni dell'Elba, della
Vistola e del Baltico[79].
Non possono facilmente determinarsi i differenti motivi che influirono
sulla ragione o sulle passioni dei Barbari convertiti. Questi furono
spesse volte capricciosi o accidentali; come un sogno, un augurio, il
racconto d'un miracolo, l'esempio di qualche sacerdote o eroe, le grazie
d'una donna fedele, e sopra tutto il buon successo d'una preghiera, o
d'un voto, che in un momento di pericolo avessero indirizzato al Dio de'
Cristiani[80]. Gli antichi pregiudizi dell'educazione venivano
insensibilmente cancellati dall'abitudine d'una frequente e famigliar
società; i precetti morali dell'Evangelio erano invigoriti dallo
stravaganti virtù dei Monaci; ed una spiritual teologia era sostenuta
dalla forza visibile delle reliquie, e dalla pompa del Culto religioso.
Ma potè alle volte impiegarsi da' Missionari, che s'occupavano in
convertir gl'infedeli, la maniera di persuadere ingegnosa e ragionevole,
che un Vescovo Sassone[81] suggerì ad un Santo popolare. «Ametti, dice
il sagace Istruttore, tuttociò, che loro piace d'asserire intorno alla
favolosa e carnale genealogia de' loro Dei o Dee, che si sono propagati
l'uno dall'altro. Da questo principio deduci l'imperfetta loro natura,
le umane infermità, la certezza ch'essi son -nati-, e la probabilità,
che son per -morire-. In qual tempo, con quali mezzi, da qual principio
furon prodotti i più antichi fra gli Dei, o fra le Dee? Continuano essi
a propagarsi, o hanno cessato? Se hanno cessato domanda a tuoi avversari
la causa di tale strana mutazione. Se tuttavia continuano, il numero
degli Dei dovrà crescere all'infinito: e non porremo noi a rischio,
mediante l'indiscreto culto di qualche impotente divinità, d'eccitare lo
sdegno dei geloso di lei superiore? I cieli e la terra, che ci son
visibili, tutto il sistema dell'Universo, che si può concepire
coll'animo, è egli creato, o eterno? Se creato, come, o dove potevano
gli Dei medesimi esistere prima della creazione? Se eterno, come
potevano essi prender l'impero d'un Mondo indipendente, e preesistente?
Insisti su questi argomenti con sobrietà e moderazione; insinua loro in
opportune occasioni la verità e la bellezza della rivelazione Cristiana,
e procura di far vergognare gl'Infedeli senza irritarli». Questo
metafisico ragionamento, forse troppo sottile per i Barbari della
Germania veniva fortificato dal peso più grossolano dell'autorità e del
consenso popolare. Il vantaggio della prosperità temporale avea
abbandonato il partito pagano, ed era passato a favorire il
Cristianesimo. I Romani stessi, la più potente ed illuminata nazione del
globo, avevano rinunziato all'antica loro superstizione; e se la rovina
del loro Impero sembrava, che accusasse l'efficacia della nuova fede, se
n'era già riparato l'onore dalla conversione de' vittoriosi Goti. I
valorosi e fortunati Barbari, che soggiogarono le Province
dell'Occidente, riceverono, e diedero successivamente l'istesso
edificante esempio. Prima del secolo di Carlo Magno, le nazioni
Cristiane d'Europa si potevano applaudire per l'esclusivo possesso di
climi temperati, di terreni fertili, che producevano grano, vino ed
olio; mentre gl'idolatri selvaggi, ed i loro miserabili idoli erano
confinati all'estremità della terra, nelle oscure e gelate regioni del
Norte[82].
Il Cristianesimo, che apri a' Barbari le porte del Cielo, introdusse un
gran cangiamento nella morale e politica lor condizione. Riceverono essi
nell'istesso tempo l'uso delle lettere, così essenziale per una
religione, le cui dottrine si contengono in un libro sacro; e mentre
studiavano la divina verità, i loro spiriti appoco appoco si estesero
nella distante veduta dell'istoria, della natura, delle arti e della
società. La traduzione della Scrittura nella nativa lor lingua, che
aveva facilitato la lor conversione, doveva eccitare nel loro Clero la
curiosità di leggere il testo originale, d'intendere la sacra liturgìa
della Chiesa, e di esaminare negli scritti de' Padri la catena della
tradizione ecclesiastica. Questi vantaggi spirituali si trovavano nelle
lingue greca e latina, che contenevano gl'inestimabili Monumenti
dell'antico sapere. Le immortali produzioni di Virgilio, di Cicerone e
di Livio, che potevan gustarsi da' Barbari cristiani mantennero un
tacito commercio fra il regno d'Augusto, ed i tempi di Clodoveo e di
Carlo Magno. L'emulazione degli uomini fu incorraggita dalla rimembranza
d'uno stato più perfetto; e si tenne segretamente viva la fiamma della
scienza per riscaldare ed illuminare l'età matura del Mondo occidentale.
Nel più corrotto stato del Cristianesimo, i Barbari potevano apprender
la giustizia dalla -Legge-, e la misericordia dall'-Evangelio-: e se la
cognizione del loro dovere non era sufficiente a guidare le azioni o a
regolar le passioni di essi, erano alle volte ritenuti dalla coscienza,
e spesso puniti dal rimorso. Ma l'autorità diretta dalla religione era
meno efficace della santa comunione, che gli univa co' Cristiani lor
confratelli in amicizia spirituale. La forza di tali sentimenti
contribuì ad assicurare la lor fedeltà nel servizio, o nell'alleanza dei
Romani, ad alleggerire gli orrori della guerra, a moderar l'insolenza
della conquista, ed a conservare nella caduta dell'Impero un costante
rispetto pel nome, e per gl'istituti di Roma. Nel tempo del Paganesimo,
i Sacerdoti della Gallia e della Germania regnavano sul Popolo, e
sindacavano la giurisdizione de' Magistrati; e gli zelanti proseliti
trasferirono un'uguale, o maggior dose di devota obbedienza ne'
Pontefici della Fede cristiana. Si sostenne il sacro carattere de'
Vescovi dalle temporali loro sostanze; essi ottennero un riguardevole
posto nelle adunanze legislative, composte di soldati e di uomini
liberi; ed era loro interesse, non meno che dovere, l'ammolire con
pacifici consigli lo spirito fiero de' Barbari. La corrispondenza
continua del Clero latino; i frequenti pellegrinaggi a Roma e in
Gerusalemme, e l'autorità crescente dei Papi assodaron l'unione della
Repubblica cristiana; ed a grado a grado produssero quegli uniformi
costumi, e quella comune Giurisprudenza, che hanno distinto le
indipendenti, ed anche ostili nazioni dell'Europa moderna dal resto
dell'uman genere.
Ma fu impedito e ritardato l'effetto di tali cause dal disgraziato
accidente, che versò un mortal veleno dalla coppa della salute. Di
qualunque sorta si fossero gli antichi sentimenti d'Ulfila, si formarono
le sue relazioni coll'Impero e con la Chiesa nel tempo che regnava
l'Arrianismo. L'Apostolo de' Goti sottoscrisse il simbolo di Rimini,
professò liberamente, e forse con sincerità, che il Figlio non era
uguale, o consustanziale al Padre[83]; comunicò questi errori al Clero
ed al Popolo; ed infettò i Barbari con un'eresia[84] che il Gran
Teodosio condannò ed estinse fra' Romani. L'indole, e l'intelligenza de'
nuovi proseliti non era capace di metafisiche sottigliezze; ma essi
vigorosamente conservarono ciò, che piamente avevano ricevuto, come pure
e genuine regole del Cristianesimo. Il vantaggio di predicare, e di
spiegar la Scrittura in lingua teutonica, promosse le apostoliche
fatiche d'Ulfila e de' suoi successori; ed essi ordinarono un competente
numero di Vescovi e di Preti, per istruire le cognate tribù. Gli
Ostrogoti, i Borgognoni, gli Svevi ed i Vandali, che avevano ascoltata
l'eloquenza del Clero latino[85], preferirono le lezioni più
intelligibili de' domestici loro predicatori; e fu adottato l'Arrianismo
come la fede nazionale de' convertiti guerrieri, che si stabilirono
sulle rovine dell'Impero occidentale. Questa irreconciliabile differenza
di religione fu una perpetua sorgente di gelosia e d'odio; e la taccia
di -Barbaro- fu sempre più amareggiata dal più odioso epiteto
d'-eretico-. Gli Eroi del Norte, che si erano sottoposti con qualche
ripugnanza a credere, che tutti i loro maggiori fossero all'inferno[86],
restaron sorpresi, ed inaspriti al sentire, ch'essi medesimi non avevan
fatto, che mutare la maniera dell'eterna lor dannazione. Invece del
dolce applauso, che i Principi Cristiani sono avvezzi ad attendere da'
loro fedeli Prelati, i Vescovi ortodossi, ed il loro Clero erano in
opposizione con le Corti Arriane; e l'indiscreta lor opposizione spesso
diveniva rea, e poteva talvolta esser pericolosa[87] . Il pulpito, quel
sicuro e sacro istrumento di sedizione, risuonava de' nomi di Faraone, e
d'Oloferne[88]; la mal contentezza pubblica era infiammata dalla
speranza, o dalla promessa d'una gloriosa liberazione; ed i sediziosi
Santi eran tentati a promuovere il compimento delle proprie lor
predizioni. Nonostanti queste provocazioni, i Cattolici della Gallia,
della Spagna, e dell'Italia goderono sotto il regno degli Arriani,
l'esercizio libero e pacifico della lor religione. I superbi loro
Signori rispettaron lo zelo d'un numeroso Popolo, risoluto di morire a
piè de' propri altari, e fu ammirato ed imitato de' Barbari stessi
l'esempio della devota loro costanza. I conquistatori, per altro,
evitarono la vergognosa taccia o confessione di timore con attribuire la
lor tolleranza a' generosi motivi di ragionevolezza e d'umanità; e
mentre affettavano il linguaggio del Cristianesimo, ne acquistarono
senza avvedersene il vero spirito.
La pace della Chiesa fu talvolta interrotta. I Cattolici erano
indiscreti, ed i Barbari impazienti; e gli atti parziali di severità, o
d'ingiustizia, che venivano raccomandati dal Clero Arriano, furono
esagerati dagli scrittori ortodossi. Può darsi l'accusa di persecutore
ad Enrico, Re de' Visigoti, che sospese l'esercizio delle funzioni
ecclesiastiche, o almeno Episcopali, e punì i Vescovi popolari
dell'Aquitania con la carcere, coll'esilio, e con la confiscazione[89].
Ma da' soli Vandali s'intraprese la crudele ed assurda opera di
sottometter le menti d'un intero Popolo. Genserico medesimo nella sua
prima gioventù avea abbandonato la comunione ortodossa; e l'apostata non
poteva nè concedere, nè sperare un sincero perdono. Era egli esacerbato
nel vedere, che gli Affricani, i quali eran fuggiti dalle sue armi nel
campo, tuttavia pretendevano d'opporsi alla sua volontà ne' Sinodi, e
nelle Chiese; ed il feroce suo animo era incapace di timore, o di
compassione. I Cattolici suoi sudditi furon oppressi da intolleranti
leggi, e da pene arbitrarie. Il linguaggio di Genserico era furioso e
formidabile; la cognizione de' suoi disegni poteva giustificare la più
svantaggiosa interpretazione delle sue azioni; e furono rimproverate
agli Arriani le frequenti esecuzioni, che macchiarono il palazzo, e gli
Stati del tiranno. Le armi e l'ambizione però erano le passioni
dominanti del Monarca del mare. Ma Unnerico, ignobil suo figlio, che
parve ereditasse solo i suoi vizi, tormentò i Cattolici coll'istesso
instancabil furore, che fu fatale al suo fratello, a' suoi nipoti, agli
amici e favoriti di suo padre, e fino al Patriarca Arriano, che fu
crudelmente bruciato vivo nel mezzo di Cartagine. La guerra religiosa fu
preceduta, e preparata da una insidiosa tregua; la persecuzione divenne
il più serio ed importante affare nella Corte Vandala, e la disgustosa
malattia, che accelerò la morte di Unnerico, vendicò le ingiurie, senza
contribuire alla liberazione della Chiesa. Il trono dell'Affrica fu
successivamente occupato da' due nipoti d'Unnerico, da Gundamondo, che
regnò circa dodici anni, e da Trasimondo, che governò la nazione più di
ventisette anni. La loro amministrazione fu ostile, ed oppressiva pel
partito ortodosso. Sembra che Gundamondo emulasse, o anche oltrapassasse
la crudeltà del suo zio; e se finalmente l'addolcì, se richiamò i
Vescovi, e restituì la libertà del Culto Atanasiano, un'immatura morte
impedì i vantaggi della sua tarda clemenza. Trasimondo, suo fratello, fu
il più grande, ed il più culto de' Re Vandali, quali ei sorpassò in
beltà, prudenza e grandezza d'animo. Ma l'intollerante suo zelo, e la
sua ingannevol clemenza degradò questo magnanimo carattere. In vece di
minacce e di torture, adoperò il gentile, ma efficace potere della
seduzione. Le ricchezze, le dignità, ed il real favore erano i grandiosi
premj dell'apostasia; i Cattolici, che avevan trasgredito le leggi,
potevan procacciarsi il perdono con rinunziare alla loro fede; e quando
Trasimondo meditava qualche rigoroso disegno, pazientemente aspettava,
che l'indiscretezza de' suoi avversari gli somministrasse una speciosa
opportunità. Il bigottismo fu l'ultimo suo sentimento nell'ora della
morte: e costrinse il suo successore a giurare solennemente, che non
avrebbe mai tollerato i settari d'Atanasio. Ma il suo successore
Ilderico, gentil figlio del selvaggio Unnerico, preferì i doveri
dell'umanità, e della giustizia alla vana obbligazione d'un empio
giuramento; ed il suo innalzamento al trono fu gloriosamente segnalato
dalla restaurazion della pace, e della libertà universale. Il trono di
quel virtuoso, quantunque debol Monarca, fu usurpato dal suo cugino
Gelimero, zelante Arriano: ma il regno Vandalo, prima ch'ei potesse
godere, o abusare della sua potenza, fu rovesciato dalle armi di
Belisario; ed il partito ortodosso vendicò le ingiurie, che aveva
sofferte[90].
Le appassionate declamazioni de' Cattolici, che sono i soli istorici che
abbiamo di questa persecuzione, non possono somministrare alcuna serie
distinta di cause e di eventi, nè alcuna imparzial cognizione di
caratteri o di consigli; ma le più notabili circostanze, che meritan
fede o notizia, possono riferirsi a' seguenti capi: I.º Nella legge
originale, che tuttavia sussiste[91], Unnerico espressamente dichiara, e
tal dichiarazione sembra corretta, ch'egli avea fedelmente trascritto i
regolamenti e le pene degli editti Imperiali contro le congregazioni
eretiche, e contro il Clero, ed il Popolo, che si scostava dalla
religion dominante. Se si fossero intesi i diritti della coscienza, i
Cattolici o dovevan condannare la passata loro condotta, o acquietarsi
agli attuali loro patimenti. Ma essi continuavano sempre a ricusare
quell'indulgenza, che richiedevano in lor favore. Nel tempo ch'essi
tremavano sotto la sferza della persecuzione, commendarono la -lodevole-
severità di Unnerico medesimo, che fece bruciare, o bandì un gran numero
di Manichei[92]; e rigettarono con orrore, l'ignominiosa proposizione,
che i discepoli d'Arrio e d'Atanasio godessero una reciproca ed ugual
tolleranza ne' territori de' Romani, e de' Vandali[93]. II. L'uso d'una
conferenza, che i Cattolici avevano tante volte praticato per insultare
e punire gli ostinati loro antagonisti, si ritorse contro di loro
stessi[94]. Per ordine d'Unnerico s'adunarono in Cartagine
quattrocentosessantasei Vescovi ortodossi; ma quando furono ammessi
nella sala dell'udienza, ebbero la mortificazione di vedere l'Arriano
Cirila innalzato alla sede Patriarcale. I disputanti si separarono dopo
i vicendevoli e soliti rimproveri di strepito e di silenzio, di
dilazione e di precipitazione, di militar forza e di clamor popolare. Un
Martire ed un Confessore furono scelti frai Vescovi cattolici; ventotto
si salvarono con la fuga, ed ottantotto coll'uniformarsi; quarantasei
furono mandati in Corsica a tagliare il legname pei vascelli reali; e
trecentodue furono rilegati in diverse parti dell'Affrica, esposti
agl'insulti de' loro nemici, e rigorosamente spogliati d'ogni temporale
e spiritual sollievo della vita[95]. I travagli di dieci anni d'esilio
dovettero diminuire il loro numero; e se avessero osservata la legge di
Trasimondo, che proibiva loro qualunque consacrazione Episcopale, la
Chiesa ortodossa d'Affrica avrebbe dovuto finire con la vita degli
attuali suoi membri. Essi però non obbedirono; e la loro disubbidienza
fu punita con un secondo esilio di dugentoventi Vescovi nella Sardegna,
dove languirono quindici anni fino all'avvenimento al trono del grazioso
Ilderico[96]. Furono giudiziosamente scelte quelle due isole dalla
malizia degli Arriani loro tiranni. Seneca, per propria esperienza, ha
deplorato ed esagerato il miserabile stato della Corsica[97], e
l'abbondanza della Sardegna veniva contrabbilanciata dalla cattiva
qualità dell'aria[98]. III. Lo zelo di Genserico, e de' suoi successori
per la conversione de' Cattolici, gli dovè rendere sempre più gelosi a
mantenere la purità della fede Vandalica. Prima che le Chiese fossero
totalmente chiuse, era un delitto il comparire in abito di Barbaro; e
quelli, che ardivano di trasgredire il reale comando, venivano duramente
strascinati pe' lunghi loro capelli[99]. Gli Uffiziali del Palazzo, che
ricusavano di professare la religione del loro Principe, erano
ignominiosamente spogliati de' loro impieghi ed onori, banditi nella
Sardegna e nella Sicilia, o condannati a' lavori servili degli schiavi e
de' contadini nelle campagne d'Utica. Ne' distretti particolarmente
assegnati a' Vandali, era più rigorosamente proibito l'esercizio del
Culto Cattolico, ed erano stabilite severe pene contro la colpa sì del
Missionario, che del proselito. Con tali mezzi si conservò la fede de'
Barbari, e se ne accese lo zelo; essi eseguivano con devoto furore
l'uffizio di spie, di accusatori, o di esecutori: e quando la loro
cavalleria trovavasi in campagna, il divertimento favorito della marcia
era quello di profanare le Chiese, e di insultare il Clero del partito
contrario[100]. IV. I cittadini, ch'erano stati educati nel lusso d'una
Provincia Romana, venivano abbandonati con isquisita crudeltà a' Mori
del deserto. Una venerabile serie di Vescovi, di Preti, e di Diaconi,
con una fedele truppa di quattromila e novantasei persone, delle quali
non si sa bene la colpa, furono tratte per ordine d'Unnerico dalle
native lor case. Nella notte venivan chiusi, come una mandra di pecore,
fra le proprie loro immondizie: di giorno dovevan proseguire il loro
cammino sull'ardente sabbia, e se mancavano per il caldo e la fatica,
venivano stimolati o strascinati a forza, finattantochè non fossero
spirati nelle mani de' loro tormentatori[101]. Quest'infelici esuli,
giunti alle capanne de' Mori, potevano eccitare la compassione d'un
Popolo, la naturale umanità del quale non era nè migliorata dalla
ragione, nè corrotta dal fanatismo: ma se riusciva loro di scampare i
pericoli, erano condannati a partecipare delle angustie d'una vita
selvaggia. V. Conviene, che gli autori della persecuzione
preventivamente riflettano, se son determinati a sostenerla fino
all'ultimo estremo. Essi eccitano la fiamma, che vorrebbero estinguere;
e ben presto diventa una necessità il punire la contumacia, ugualmente
che il delitto del trasgressore. La multa, ch'egli non può, o non vuol
pagare, l'espone alla severità della Legge; ed il suo disprezzo delle
pene minori suggerisce l'uso e la convenienza delle capitali. Attraverso
il velo della finzione e della declamazione, possiamo chiaramente
ravvisare, che i Cattolici, specialmente sotto il regno d'Unnerico,
soffrirono il più ignominioso e crudel trattamento[102]. De'
rispettabili Cittadini, delle nobili Matrone, e delle sacre Vergini
erano spogliate nude, ed alzate in aria con un peso attaccato a' loro
piedi. In tal penosa situazione venivano lacerati i lor corpi con
verghe, o bruciati nelle più tenere parti con ferri infuocati. Gli
Arriani amputavano loro gli orecchi, il naso, la lingua e la mano
destra; e quantunque non possa precisamente determinarsene il numero, è
certo, che molte persone, fra le quali si posson contare un Vescovo[103]
ed un Proconsole[104], ricevettero la corona del martirio. Si è
attribuito l'istesso onore alla memoria del Conte Sebastiano, che
professava la Fede Nicena con intrepida costanza; e Genserico poteva
detestar com'eretico quel bravo ed ambizioso profugo, ch'esso temeva
come rivale[105] VI. I ministri Arriani adopravano una nuova maniera di
convertire, che poteva soggiogare i deboli, e porre in agitazione i
timidi. Usavano per violenza, o per frode, i riti del Battesimo sopra i
Cattolici, e ne punivano l'apostasia, qualora questi rigettavano
quell'odiosa e profana cerimonia, che scandalosamente violava la libertà
della volontà, e l'unità del sacramento[106]. Le contrarie Sette avevano
già convenuto della validità del Battesimo l'una dell'altra; e
l'innovazione, con tanto ardore sostenuta da' Vandali, non può
attribuirsi, che all'esempio, ed al consiglio de' Donatisti. VII. Il
Clero Arriano sorpassava nella religiosa crudeltà il Re ed i suoi
Vandali; ma era incapace di coltivar la vigna spirituale, che bramava di
possedere. Poteva un patriarca[107] collocarsi sulla sede di Cartagine;
potevano de' Vescovi usurpare nelle Città principali i posti dei loro
avversari; ma la scarsità del loro numero, e l'ignoranza, in cui erano
della lingua Latina[108], rendeva i Barbari inabili per l'Ecclesiastico
ministero d'una gran Chiesa: e gli Affricani, dopo aver perduto i loro
pastori ortodossi, restaron privi del pubblico esercizio del
Cristianesimo. VIII. Gl'Imperatori erano i naturali protettori della
dottrina Omousiana: ed il Popolo fedele dell'Affrica, e come Romano e
come Cattolico, preferiva la legittima loro sovranità all'usurpazione
degli eretici Barbari. In un intervallo di pace e di amicizia, Unnerico
restituì la Cattedrale di Cartagine ad intercessione di Zenone, che
regnava in Oriente, di Placidia, figlia e vedova d'Imperatori, e sorella
della Regina de' Vandali[109]. Ma questo decente riguardo fu di breve
durata; ed il superbo Tiranno mostrò il disprezzo, che aveva per la
religione dell'Impero, facendo a bella posta disporre le sanguinose
immagini della persecuzione in tutte le strade principali, per le quali
doveva passare il Romano Ambasciatore nel portarsi al palazzo[110]. Si
richiese da' Vescovi, ch'erano adunati in Cartagine, un giuramento,
ch'essi avrebbero sostenuto la successione d'Ilderico suo figlio, e che
avrebbero rinunziato a qualunque straniera o trasmarina corrispondenza.
I più sagaci membri[111] dell'Assemblea ricusarono d'obbligarsi a questo
vincolo, che sembrava compatibile co' loro morali e religiosi doveri. La
loro negativa, debolmente colorita dal pretesto, che ad un Cristiano non
era permesso il giurare, dovea provocare i sospetti d'un geloso tiranno.
I Cattolici, oppressi dalla forza reale e militare, eran molto superiori
a' loro avversari in numero, ed in sapere. Con le stesse armi, che i
Padri greci[112] e latini avevan già preparate per la controversia
Arriana, essi più volte ridussero al silenzio, e vinsero i feroci ed
ignoranti successori d'Ulfila. La coscienza della propria loro
superiorità avrebbe dovuto porli al di sopra degli artifizi, e delle
passioni del guerreggiamento religioso. Pure invece d'assumere tal
onorevole orgoglio, i teologi ortodossi furon tentati, dalla sicurezza
dell'impunità a comporre finzioni, che convien notare con gli epiteti di
frodi e di falsità. Essi attribuirono le loro opere polemiche a' nomi
più venerabili dell'antichità Cristiana; furono temerariamente
mascherati da Vigilio e da' suoi discepoli[113] i caratteri d'Atanasio e
d'Agostino; ed il famoso Credo, ch'espone sì chiaramente i misteri della
Trinità e dell'Incarnazione, si deduce con molta probabilità da questa
scuola Affricana[114]. Fino le stesse Scritture furono profanate dalle
temerarie e sacrileghe loro mani. Il memorabile Testo, che asserisce
l'unità de' -Tre-, che fanno testimonianza in Cielo[115], è condannato
dall'universal silenzio de' Padri ortodossi, delle antiche versioni, e
de' Manuscritti autentici[116]. Fu esso allegato per la prima volta da'
Vescovi cattolici, che Unnerico invitò alla conferenza di
Cartagine[117]. Una allegorica interpretazione in forma probabilmente di
nota marginale, invase il testo delle Bibbie Latine, che si
rinnuovarono, e corressero nell'oscuro periodo di dieci secoli[118].
Dopo l'invenzione della stampa[119], gli editori del Testamento Greco
cederono a' propri lor pregiudizi, o a quelli de' loro tempi[120]; e la
pia frode, che fu con uguale zelo abbracciata a Roma ed a Ginevra, si è
moltiplicata all'infinito in ogni paese ed in ogni lingua della moderna
Europa.
L'esempio della frode eccita facilmente il sospetto; e gli speciosi
miracoli, co' quali i Cattolici Affricani hanno difeso la verità e la
giustizia della lor causa, possono attribuirsi con più ragione alla lor
propria industria, che alla visibil protezione del Cielo. Pure
l'Istorico, che osserva questo religioso contrasto con occhio
imparziale, può condiscendere a far menzione d'un fatto preternaturale,
ch'edificherà il devoto, e sorprenderà l'incredulo. Tipasa[121], colonia
marittima della Mauritania distante sedici miglia all'Oriente da
Cesarea, si era distinta in ogni tempo per l'ortodosso zelo de' suoi
abitanti. Essi avean superato il furore de' Donatisti[122], e sofferta,
o elusa la tirannia degli Arriani. All'avvicinarsi ad essa d'un Vescovo
eretico, la città fu abbandonata: i più degli abitanti, che poterono
aver delle navi, passarono sulla costa di Spagna; e quegl'infelici, che
restarono, ricusando ogni comunione coll'usurpatore, ardirono di tener
tuttavia le pie loro, ma illegittime adunanze. La loro disubbidienza
inasprì la crudeltà d'Unnerico. Fu spedito da Cartagine un Conte
militare a Tipasa; ei convocò i Cattolici nel Foro, ed alla presenza di
tutta la Provincia fece tagliar loro la destra mano e la lingua. Ma i
Santi confessori continuarono a parlare senza lingua; e si attesta
questo miracolo da Vittore, Vescovo Affricano, che pubblicò un'istoria
della persecuzione dentro lo spazio di due anni dopo quel fatto[123].
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