degli Eunuchi era stato segreto e quasi invisibile. S'erano insinuati nella confidenza del Principe; ma le ostensibili loro funzioni erano ristrette al domestico servizio della guardaroba e della camera Imperiale. Potevano essi dirigere sotto voce i pubblici consigli, e distruggere con le maliziose lor suggestioni la fama e le sostanze dei cittadini più illustri, ma non avevan mai ardito di porsi apertamente alla testa dell'Impero[514], o di profanare i pubblici onori dello Stato. Eutropio fu il primo dell'artificiale suo sesso, che osò d'assumere il carattere di Magistrato Romano e di Generale[515]. Talvolta in presenza del vergognante Senato, saliva sul Tribunale per giudicare o per recitare un elaborato discorso, ed alle volte compariva a cavallo con gli abiti e l'armatura d'un eroe alla testa delle sue truppe. Il disprezzo del costume e della decenza scuopre sempre una mente debole e mal regolata, nè sembra che Eutropio compensasse la follìa del suo disegno con alcuna superiorità di merito o di destrezza nell'esecuzione. Il precedente suo genere di vita non l'aveva fatto iniziare allo studio delle leggi, o agli esercizi del campo; i temerari ed infelici suoi tentativi provocarono il segreto disprezzo degli spettatori; i Goti espressero il lor desiderio, che un tal Generale potesse comandar sempre gli eserciti di Roma, ed il nome del Ministro era infamato col ridicolo, più dannoso forse che l'odio per un carattere pubblico. I sudditi d'Arcadio erano esacerbati dalla memoria, che questo deforme e decrepito Eunuco[516], che sì sgraziatamente imitava le azioni d'un uomo, era nato nella più vil condizione di schiavo; che avanti d'entrare nel palazzo Imperiale, era stato più volte venduto o comprato da cento padroni, i quali avevano esaurito la giovanile sua forza in ogni abbietto ed infame ufizio, e finalmente nella sua vecchiezza l'avevano abbandonato alla libertà ed alla miseria[517]. Mentre queste vergognose istorie giravano e si esageravano forse nelle private conversazioni, era lusingata la vanità del favorito con gli onori più straordinari. Si eressero ad Eutropio nel Senato, nella Capitale, e nelle Province statue di bronzo o di marmo decorate coi simboli delle sue civili e militari virtù, e scritto vi fu sopra con pompa il titolo di terzo fondatore di Costantinopoli. Fu promosso al grado di Patrizio, che incominciava a significare in un senso popolare ed anche legale Padre dell'Imperatore, e l'ultimo anno del quarto secolo fu macchiato dal Consolato d'un Eunuco, e d'uno schiavo. Tale strano però ed inespiabil prodigio[518] risvegliò i pregiudizi dei Romani. L'Occidente rigettò l'effemminato Console, come un'indelebile macchia per gli annali della Repubblica; e senza invocar le ombre di Bruto o di Camillo, il Collega d'Eutropio, colto e rispettabile Magistrato[519], sufficientemente dimostrò le diverse massime delle due amministrazioni. Sembra, che sull'audace e vigorosa mente di Ruffino agisse uno spirito più sanguinario e vendicativo; ma l'avarizia dall'Eunuco non era meno insaziabile di quella del Prefetto[520]. Finattantochè spogliò gli oppressori, i quali si erano arricchiti coi beni del Popolo, Eutropio potè soddisfare l'avida sua disposizione senza molta invidia o ingiustizia ma in progresso la sua rapacità presto invase le sostanze, che si erano acquistate per mezzo di legittima eredità o di lodevole industria. Si praticarono e si accrebbero i soliti metodi di estorsione, e Claudiano ha fatto una viva ed originale pittura della pubblica vendita dello Stato. «L'impotenza dell'Eunuco (dice il piacevol satirico) non è servita che a stimolare la sua avarizia: la stessa mano, che nel tempo della sua servitù s'esercitava in piccoli furti, ed in aprire gli scrigni del suo padrone, adesso rapisce le ricchezze del Mondo: e questo infame rivenditor dell'Impero vende e divide le Province Romane, dal monte Emo fino al Tigri. Uno, spogliandosi della sua villa, è fatto Proconsole dell'Asia, un altro compra la Siria con le gioie della sua moglie, ed un terzo si duole d'aver dato il suo patrimonio pel Governo della Bitinia. Nell'anticamera d'Eutropio si trova esposta alla pubblica vista una gran tabella, che dimostra i prezzi rispettivi delle Province. V'è accuratamente distinto il diverso valore del Ponto, della Galazia e della Lidia. Può aversi la Licia per tante migliaia di monete d'oro; ma l'opulenza della Frigia esigerà una somma più considerabile. L'Eunuco brama di cancellare la sua personale ignominia con una generale vergogna, e siccome è stato venduto egli, così desidera di vendere il resto del genere umano. Nell'ardente contesa, la bilancia che contiene il destino e le sostanze della Provincia, spesso trema sul pernio; e finattantochè uno dei bracci viene inclinato pel maggior peso, la mente dell'imparzial giudice resta in un'ansiosa sospensione[521]. Questi (continuava lo sdegnato Poeta) sono i frutti del Romano valore, della disfatta d'Antioco, e del trionfo di Pompeo». Questa venale prostituzione dei pubblici onori assicurava l'impunità dei futuri delitti; ma le ricchezze, che Eutropio traeva dalla confiscazione, erano già contaminate dall'ingiustizia, mentre era permesso accusare e condannare i proprietari dei beni, che egli era impaziente di confiscare. Fu sparso del sangue nobile per mano dell'esecutore; ed eran piene le più inospite estremità dell'Impero di esuli innocenti ed illustri. Fra i Generali e Consoli dell'Oriente, Abbondanzio[522] avea ragion di temere i primi effetti dello sdegno d'Eutropio. Egli era reo dell'imperdonabil delitto d'aver introdotto quel vile schiavo nel palazzo di Costantinopoli: e bisogna concedere qualche sorta di lode ad un potente ed ingrato favorito, che si contenta della disgrazia del suo benefattore. Abbondanzio, per mezzo d'un rescritto Imperiale, fu spogliato de' molti suoi beni, e bandito a Pitio sull'Eussino, ultima frontiera del Mondo Romano, dove sussistè per la precaria pietà dei Barbari, finattantochè non potè ottenere, dopo la caduta d'Eutropio, un esilio più dolce a Sidone nella Fenicia. La distruzione di Timasio[523] richiedeva un metodo di attacco più serio e più regolare. Questo grande ufiziale, Generale degli eserciti di Teodosio, avea segnalato il suo valore con una decisiva vittoria, che ottenne contro i Goti della Tessaglia; ma egli era troppo inclinato, ad esempio del suo Sovrano, a godere del lusso nella pace, e ad abbandonarsi confidentemente a malvagi e intraprendenti adulatori. Timasio avea disprezzato la pubblica voce, promuovendo Bargo, infame suo dipendente, al comando d'una coorte; e meritò di provarne l'ingratitudine, essendo Bargo stato segretamente instigato dal favorito ad accusare il suo padrone d'una perfida cospirazione. Il Generale fu tratto avanti al Tribunale d'Arcadio medesimo; ed il principal Eunuco stava da un lato del trono, a suggerir le questioni e le risposte al suo Sovrano. Ma siccome questa forma di processo avrebbe potuto credersi parziale ed arbitraria, fu delegata l'ulteriore investigazione sul delitto di Timasio a Saturnino e a Procopio, il primo di grado consolare, e l'altro tuttavia rispettato come suocero dell'Imperator Valente. La brusca onestà di Procopio fece mantener l'apparenza d'una giusta e legal processura, ed egli cedè con ripugnanza all'ossequiosa destrezza del suo collega, che pronunciò una sentenza di condanna contro l'infelice Timasio: se ne confiscaron le immense ricchezze in nome dell'Imperatore ed a vantaggio del favorito, ed esso fu mandato in esilio perpetuo ad Oasi, luogo solitario nel mezzo degli arenosi deserti della Libia[524]. Separato da ogni umano consorzio, il Generale degli eserciti Romani fu perduto per sempre al Mondo; ma le circonstanze del suo destino si son raccontate in diverse e contradditorie maniere. Sì vuol far credere, che Eutropio mandasse un ordine privato per la segreta esecuzione di lui[525]. Fu detto che tentando di fuggire da Oasi, perì nel deserto di sete o di fame, e che fu trovato il suo cadavere fra le sabbie della Libia[526]. E stato asserito con più sicurezza che Siagrio suo figlio, dopo aver fortunatamente evitato le ricerche degli agenti ed emissari della Corte, raccolse una truppa di ladri Affricani, con cui trasse Timasio dal luogo del suo esilio; e che non si seppe più altro nè del padre nè del figlio[527]. Ma l'ingrato Bargo invece di poter godere il premio del suo delitto, fu subito dopo ingannato a distrutto dalla più potente malvagità del Ministro medesimo, che aveva senso e spirito a sufficienza per abborrir l'istrumento de' propri misfatti. [A. 397] L'odio pubblico, e la disperazione de' particolari continuamente minacciavano o pareva che minacciassero la personal salvezza d'Eutropio, non meno che dei numerosi aderenti, ch'erano attaccati alla sua fortuna e promossi dal venal suo favore. Immaginò dunque per la comune loro difesa la salvaguardia d'una legge, che violò qualunque principio d'umanità e di giustizia[528]. I. Fu ordinato in nome, e coll'autorità d'Arcadio, che tutti coloro che avessero cospirato coi sudditi o con gli stranieri contro la vita di alcuna di quelle persone, che l'Imperatore considerava come membra del suo proprio corpo, sarebbero puniti con la morte e con la confiscazione. Questa specie di fittizia e metaforica lesa Maestà si estese a proteggere non solo gl'-illustri- ufiziali dello Stato e dell'esercito, che erano ammessi nel sacro Concistoro, ma anche i principali domestici del Palazzo, i Senatori di Costantinopoli, i Comandanti militari, ed i Magistrati civili delle Province: indefinita ed incerta lista, che sotto i successori di Costantino includeva un'oscura e numerosa serie di subordinati ministri. II. Questo estremo rigore avrebbe forse potuto giustificarsi, se fosse stato solo diretto ad assicurare i rappresentanti del Sovrano da ogni effettiva violenza nell'esecuzione del loro ufizio. Ma tutto il corpo dei dipendenti Imperiali s'arrogò un privilegio o piuttosto un'impunità, che li mise al coperto, in ogni momento della lor vita, dal subitaneo, o forse giustificabile risentimento dei loro concittadini; e mediante una strana perversione di leggi applicossi ad una privata contesa il medesimo grado di colpa e di pena, che ad una deliberata cospirazione contro l'Imperatore e l'Impero. L'editto d'Arcadio con la massima precisione ed assurdità dichiara, che in tali casi di lesa Maestà si punirebbero con ugual severità i -pensieri- e le -azioni-; che la notizia d'una malvagia intenzione, qualora non fosse subito manifestata, diveniva ugualmente colpevole che l'intenzione medesima[529], e che quei temerari, che avessero ardito di sollecitare il perdono dei traditori, sarebbero notati essi medesimi di pubblica e perpetua infamia. III. «Relativamente ai figli dei traditori (prosegue l'Imperatore) quantunque dovrebbero essi partecipare la pena dei loro genitori, giacchè probabilmente ne imiteranno la colpa, ciò non ostante, per uno speciale effetto della nostra Imperial clemenza, noi accordiamo loro la vita. Ma nel tempo stesso gli dichiariamo incapaci di esser eredi, tanto dal lato del padre che della madre, o di ricever alcun dono o legato dal testamento sì dei congiunti che degli estranei. Segnati con ereditaria infamia, esclusi dalla speranza di onori o di fortuna, si lascino in abbandono alle angustie della povertà e del disprezzo, in maniera che risguardin la vita come una calamità, e la morte come un conforto o sollievo». Con tali parole, sì bene adattate ad insultare i sentimenti del genere umano, l'Imperatore, o piuttosto il suo favorito Eunuco applaudiva la moderazione d'una legge, che estendeva le medesime inumane ed ingiuste pene ai figli di tutti quelli, che avevano secondato, o che non avevano scoperto quelle fittizie cospirazioni. Si è tollerato che vadano in dimenticanza varie delle più nobili regole della Giurisprudenza Romana; ma questo editto, utile e potente macchina della ministerial tirannia, fu premurosamente inserito nei codici Teodosiano e Giustiniano, e nei tempi moderni si son risuscitate le stesse massime a proteggere gli Elettori della Germania, ed i Cardinali della Chiesa di Roma[530]. [A. 399] Ma queste sanguinarie leggi, che sparsero il terrore in un disarmato e scoraggito Popolo, erano di troppo debole tessitura per frenare l'audace impresa di Tribigildo Ostrogoto[531]. La colonia di quella guerriera nazione, che era stata posta da Teodosio in uno dei più fertili distretti della Frigia[532], paragonava con impazienza i lenti prodotti della laboriosa agricoltura con la fortunata rapacità, ed i larghi premj d'Alarico; ed il loro Capo risentì, come un personale affronto, la mala accoglienza che ricevè nel palazzo di Costantinopoli. Una molle e ricca Provincia nel cuor dell'Impero restò sorpresa dal suon della guerra; ed il fedele vassallo, che era stato disprezzato ed oppresso, fu nuovamente rispettato, quando riprese l'ostil carattere di Barbaro. Le vigne ed i fertili campi, fra il rapido Mursia ed il tortuoso Meandro[533], furono consumati dal fuoco; le cadenti mura delle città rovinarono al primo attacco nemico; i tremanti abitatori fuggirono da un sanguinoso macello alle rive dell'Ellesponto; ed una considerabil parte dell'Asia Minore fu desolata dalla ribellione di Tribigildo. Il rapido suo progresso fu impedito dalla resistenza de' contadini di Panfilia; e gli Ostrogoti, attaccati in un angusto passo fra la città di Selge[534], un profondo pantano, e le scoscese alture del monte Tauro, furon disfatti con la perdita delle loro truppe più prodi. Ma lo spirito del loro Capo non fu domato dalla disgrazia, ed il suo esercito veniva continuamente accresciuto da sciami di Barbari, e di banditi, che desideravano esercitare la professione della ruberia sotto i più onorevoli nomi di guerra e di conquista. I romori del buon successo di Tribigildo poterono per qualche tempo sopprimersi dal timore, o mascherarsi dall'adulazione; ma appoco appoco posero in agitazione la Corte e la Capitale. Ogni disgrazia veniva esagerata con oscuri e dubbiosi cenni, ed i futuri disegni de' ribelli divennero il soggetto di ansiose congetture. Ogni volta che Tribigildo avanzavasi verso l'interno del paese, i Romani erano inclinati a supporre, ch'ei meditasse di passare il monte Tauro, e d'invader la Siria. Se discendeva verso il mare, attribuivano, e forse anche suggerivano al Capitano Gotico il più pericoloso progetto d'armare una flotta ne' porti della Jonia e di estendere le sue devastazioni lungo le coste marittime, dalla bocca del Nilo fino al porto di Costantinopoli. L'avvicinamento del pericolo, e l'ostinazione di Tribigildo, che ricusava ogni termine di accomodamento, costrinsero Eutropio a convocare un consiglio di guerra[535]. Dopo d'aver attribuito a se stesso il privilegio di veterano soldato, l'Eunuco affidò la difesa della Tracia e dell'Ellesponto al Goto Gaina, ed il comando dell'esercito Asiatico a Leone suo favorito: due Generali, che per diverse strade promossero efficacemente la causa dei ribelli. Leone[536] che per la grandezza del corpo e la grossezza dello spirito era soprannominato l'Aiace dell'Oriente, aveva lasciato la primitiva sua professione di cardator di lana, per esercitare con molto minore abilità e successo la milizia; e le incerte sue operazioni erano capricciosamente immaginate ed eseguite, ignorando egli le vere difficoltà, e timidamente tralasciando di profittare di qualunque favorevole occasione. La temerità degli Ostrogoti gli avea tratti in un posto svantaggioso tra' fiumi Mela ed Eurimedonte, dov'essi erano quasi assediati dai contadini della Panfilia: ma l'arrivo d'un esercito Imperiale, invece di ultimarne la distruzione, somministrò loro i mezzi di salvarsi e di vincere. Tribigildo sorprese il campo non guardato dei Romani nell'oscurità della notte; sedusse la fede della maggior parte degli ausiliari Barbari e dissipò senza grande sforzo le truppe, che si eran corrotte pel rilassamento della disciplina, ed il lusso della Capitale. Il mal talento di Gaina, che aveva sì arditamente architettata ed eseguita la morte di Ruffino, era esacerbato dalla fortuna dell'indegno successore di lui; egli accusava la propria disonorevol pazienza sotto il servil dominio d'un Eunuco; e l'ambizioso Goto era convinto, almeno nella pubblica opinione, di fomentare in segreto la rivoluzione di Tribigildo, col quale era congiunto mediante un vincolo domestico non meno che nazionale[537]. Quando Gaina passò l'Ellesponto per unire sotto le sue bandiere il restante delle truppe Asiatiche, adattò con arte i suoi movimenti alle brame degli Ostrogoti, abbandonando con la sua ritirata il paese, che essi desideravan d'invadere, o facilitando, coll'avvicinarsi, la diserzione dei Barbari ausiliari. Alla Corte Imperiale magnificò più volte il valore, il genio, e gli inesauribili mezzi di Tribigildo, confessò la propria incapacità di proseguire la guerra; ed estorse la permissione d'entrare in trattato coll'invincibile suo avversario. Le condizioni della pace furon dettate dall'orgoglioso ribelle; e la perentoria domanda della testa d'Eutropio manifestò l'autore, ed il disegno di questa ostile cospirazione. [A. 399] L'audace Satirico, che ha contentato il suo malo umore con la parziale ed appassionata censura degli Imperatori Cristiani, offende la dignità piuttosto che la verità dell'Istoria con paragonare il figlio di Teodosio ad uno di quei semplici ed innocenti animali, che appena sentono che sono in proprietà del loro pastore. Due passioni però, vale a dire il timore e l'amor coniugale, svegliarono il languido spirito d'Arcadio; ei fu spaventato dalle minacce del vittorioso Barbaro, e cedè alla tenera eloquenza d'Eudossia sua moglie, che con un diluvio di artificiose lacrime, presentando al padre i suoi piccoli figli, ne implorò la giustizia per un vero o immaginario insulto, che essa imputò all'ardito Eunuco[538]. Fu diretta la mano dell'Imperatore a segnare la condanna d'Eutropio; ad un tratto si sciolse il magico incanto, che per quattro anni aveva affascinato il Principe ed il Popolo; e le acclamazioni, che sì poco avanti avevano applaudito il merito e la fortuna del favorito, si convertirono ne' clamori dei soldati e del Popolo, che gli rimproveravano i suoi delitti, e ne sollecitavano l'immediata esecuzione. In quell'ora d'angustia e di disperazione, l'unico suo rifugio fu il santuario della Chiesa, i privilegi della quale egli aveva saggiamente o profanamente procurato di limitare; ed il più eloquente de' Santi, Giovanni Grisostomo, godè il trionfo di proteggere un prostrato Ministro, la scelta del quale avealo innalzato alla sede Ecclesiastica di Costantinopoli. Salito l'Arcivescovo sul pulpito della Cattedrale per esser distintamente veduto ed udito da un'innumerabile folla di ambidue i sessi, e d'ogni età, pronunciò un patetico ed opportuno discorso sopra il perdono delle ingiurie e l'instabilità dell'umana grandezza. Le agonie di quel pallido e spaurito meschino, che stava incurvato sotto la mensa dell'altare, presentavano un solenne ed istruttivo spettacolo; e l'oratore, che di poi fu accusato d'insultare alle disgrazie d'Eutropio, cercava d'eccitare il disprezzo per poter ammollire il furore del Popolo[539]. Prevalse la forza dell'umanità, e dell'eloquenza. L'Imperatrice Eudossia si astenne o per i propri principj o per quei dei suoi sudditi dal violare il santuario della Chiesa; ed Eutropio fu tentato a capitolare dalle arti più dolci della persuasione e da un giuramento, che gli si sarebbe risparmiata la vita[540]. I nuovi Ministri dei palazzo, non curando la dignità del loro Sovrano, pubblicarono immediatamente un editto per dichiarare, che il passato suo favorito avea disonorato i nomi di Console e di Patrizio, per abolir le sue statue, confiscare le sue ricchezze, e condannarlo ad un perpetuo esilio nell'isola di Cipro[541]. Un disprezzabil e decrepito Eunuco non poteva più eccitare i timori dei suoi nemici; nè era esso capace di goder quel che tuttavia gli restava, il conforto cioè della pace, della solitudine e d'un buon clima. Ma la loro implacabil vendetta gl'invidiò fino gli ultimi momenti d'una miserabile vita; ed Eutropio non ebbe appena toccato i lidi di Cipro, che fu precipitosamente richiamato. La vana speranza d'eludere, mediante la mutazione del luogo, l'obbligo del giuramento impegnò l'Imperatrice a trasferire la scena del suo processo e supplizio da Costantinopoli al vicino sobborgo di Calcedonia. Il Console Aureliano pronunziò la sentenza; ed i motivi di essa dimostrano la giurisprudenza d'un Governo dispotico. I delitti che Eutropio avea commesso contro il Popolo, avrebber potuto giustificar la sua morte; ma egli fu dichiarato reo d'aver posto al suo cocchio i -sacri- animali, che per la lor razza o colore erano riserbati all'uso del solo Imperatore[542]. [A. 460] Mentre si eseguiva questa domestica rivoluzione, Gaina[543] si ribellò apertamente, congiunse le sue forze, a Tiatira nella Lidia, con quelle di Tribigildo, e sempre mantenne il suo superiore ascendente sopra il Capo ribelle degli Ostrogoti. Le armate riunite s'avanzarono senza resistenza fino allo stretto dell'Ellesponto e del Bosforo; ed Arcadio fu costretto ad impedire la perdita dei suoi Stati dell'Asia con rimettere la propria persona ed autorità alla fede dei Barbari. Fu scelta la Chiesa della Santa Martire Eufemia, situata sopra un'alta eminenza vicino a Calcedonia[544], per luogo del congresso. Gaina piegossi riverentemente ai piedi dell'Imperatore, nel tempo che esigeva il sacrifizio d'Aureliano e di Saturnino, due Ministri di grado consolare; ed i nudi lor colli furono esposti dal superbo ribelle al filo della spada: ma poi condiscese ad accordar loro una precaria e disonorevole grazia. I Goti, secondo i termini dell'accordo, furono trasportati subito dall'Asia in Europa; ed il vittorioso lor Capo, che accettò il titolo di Generale degli eserciti Romani, riempì tosto Costantinopoli delle sue truppe, e distribuì trai suoi dipendenti gli onori ed i premj dell'Impero. Gaina nella sua prima gioventù avea passato il Danubio, come supplichevole e fuggitivo: il suo innalzamento era stato opera del valore e della fortuna; e l'indiscreta o perfida sua condotta fu la causa della sua pronta caduta. Nonostante la vigorosa opposizione dell'Arcivescovo egli importunamente chiese pe' suoi Arriani settari il possesso d'una Chiesa particolare; e l'orgoglio de' Cattolici fu offeso dalla pubblica tolleranza dell'eresia[545]. Ogni quartiere di Costantinopoli era pieno di tumulto, e di disordine; ed i Barbari guardavano con tale ardore le ricche botteghe de' gioiellieri, e le tavole dei banchieri, le quali eran coperte d'oro o d'argento, che fu stimata cosa prudente il rimuovere dalla vista loro quelle pericolose tentazioni. Si accorsero essi di tale ingiuriosa cautela, ed in tempo di notte fecero de' rumorosi tentativi per attaccare e distrugger col fuoco il palazzo Imperiale[546]. In tale stato di vicendevole e sospettosa ostilità, le guardie ed il Popolo di Costantinopoli chiuser le porte, e presero le armi per impedire o per punir la cospirazione dei Goti. Nell'assenza di Guina, le sue truppe furon sorprese ed oppresse; e settemila Barbari perirono in quel sanguinoso macello. Nel furor della mischia i Cattolici scoprirono il tetto, e continuarono a gettar giù dei legni infuocati, finattantochè non ebbero distrutti i loro avversari, che si erano ritirati alla Chiesa, o conventicola degli Arriani. Gaina o non era consapevole di tal disegno, o troppo confidava nella sua fortuna: egli restò sorpreso alla notizia, che il fiore del suo esercito era stato senza gloria distrutto; che egli stesso era dichiarato nemico pubblico; e che Fravitta, suo nazionale, bravo e fedele confederato, avea preso il maneggio della guerra per terra e per mare. Le imprese del ribelle contro le città della Tracia, incontrarono una costante e ben ordinata difesa: i soldati di lui furon tosto ridotti a cibarsi dell'erba che nasceva sul margine delle fortificazioni; e Gaina, che vanamente sospirava la ricchezza ed il lusso dell'Asia, prese la disperata risoluzione di forzare il passaggio dell'Ellesponto. Era privo di vascelli; ma gli alberi del Chersoneso somministrarono i materiali per far delle zattere, e gl'intrepidi suoi Barbari non ricusarono di affidarsi a' flutti del mare. Fravitta però attentamente osservava il progresso della loro impresa. Appena erano essi giunti alla metà del corso, che le galere Romane[547], spinte dalla piena forza dei remi, della corrente, e di un vento favorevole, uscirono fuori strette in buon ordine e con irresistibil vigore; e l'Ellesponto restò coperto dai frammenti del Gotico naufragio. Dopo la distruzione delle sue speranze, e la perdita di molte migliaia dei suoi più bravi soldati, Gaina, che non poteva più aspirare a governare e a soggiogare i Romani, si determinò a riassumer l'indipendenza d'una vita selvaggia. Un leggiero ed attivo corpo di cavalleria Barbara, senza il peso dell'infanteria e del bagaglio, potea fare in otto o in dicci giorni una marcia di trecento miglia dall'Ellesponto al Danubio[548]; le guarnigioni di quell'importante frontiera appoco appoco erano state ridotte a niente, il fiume nel mese di Decembre doveva esser fortemente gelato; ed aprivasi all'ambizion di Gaina l'illimitato prospetto della Scizia. Fu segretamente comunicato questo disegno alle truppe nazionali, che abbracciarono la fortuna del lor Capitano; ed avanti che si desse il segno della partenza fu perfidamente ucciso un gran numero di ausiliari provinciali, di cui sospettava l'affetto al nativo loro paese. I Goti si avanzarono con rapide marce per le pianure della Tracia; e presto si trovaron liberi dal timore d'esser inseguiti per la vanità di Fravitta, che invece di finir la guerra, s'affrettò a godere l'applauso del Popolo, ed a ricevere i pacifici onori del Consolato. Ma comparve in armi un formidabile alleato a vendicar la maestà dell'Impero, ed a guardare la pace e la libertà della Scizia[549]. Le superiori forze d'Uldino Re degli Unni s'opposero al progresso di Gaina; un nemico e rovinato paese impedì la sua ritirata; egli sdegnò di capitolare; e dopo d'aver più volte tentato di farsi strada per le file dei nemici, restò ucciso, co' suoi disperati seguaci, nel campo di battaglia. Undici giorni dopo la vittoria navale dell'Ellesponto, fu ricevuta a Costantinopoli con le più liberali espressioni di gratitudine la testa di Gaina, inestimabile dono del vincitore; e la liberazione pubblica si celebrò con illuminazioni e con feste. I trionfi di Arcadio divennero il soggetto di poemi epici[550]; ed il Monarca, non essendo più oppresso da ostili terrori, si abbandonò al dolce ed assoluto dominio della sua moglie, la bella ed artificiosa Eudossia, che ha macchiato la sua fama con la persecuzione di S. Gio. Grisostomo. [A. 397] Dopo la morte dell'indolente Nettario, successore di Gregorio Nazianzeno, la Chiesa di Costantinopoli era divisa dall'ambizione di più rivali candidati, che non si vergognavano di sollecitare coll'adulazione e coll'oro il suffragio del Popolo o del favorito. In quest'occasione sembra, che Eutropio deviasse dalle ordinarie sue massime, e l'incorrotto giudizio di lui si determinò solo dal preminente merito d'uno straniero. In un viaggio, che di fresco avea fatto in Oriente, esso aveva ammirato i discorsi di Giovanni, nativo e Prete d'Antiochia, il nome del quale si è distinto coll'epiteto di Grisostomo o Bocca d'oro[551]. Fu spedito un ordine segreto al Governator della Siria; e poichè il Popolo non avrebbe voluto lasciar partire il suo favorito Predicatore, fu trasportato velocemente e con segretezza in un cocchio di posta da Antiochia a Costantinopoli. L'unanime non sollecitato consenso della Corte, del Clero e del Popolo confermò la scelta del Ministro; e sì come Santo che come oratore il nuovo Arcivescovo sorpassò l'ardente aspettazione del pubblico. Il Grisostomo, nato da una nobile ed opulenta famiglia nella Capitale della Siria, era stato educato per la cura d'una tenera madre sotto la direzione dei più abili maestri. Ei studiò l'arte della rettorica nella scuola di Libanio; e quel celebre Sofista, che presto scoprì i talenti del suo discepolo, confessò ingenuamente, che Giovanni avrebbe meritato di succedergli, se non fosse stato portato via dai Cristiani. La sua pietà lo dispose ben tosto a ricevere il sacramento del Battesimo; a rinunziare alla lucrosa ed onorevole profession della legge; ed a sepellirsi nel vicino deserto, dove depresse le cupidità della carne per mezzo d'un'austera penitenza di sei anni. Le sue infermità lo costrinsero a tornare al consorzio degli uomini; e l'autorità di Melezio fece consacrare i suoi talenti al servizio della Chiesa; ma in mezzo alla sua famiglia, e di poi sulla sede Archiepiscopale, Grisostomo perseverò sempre nella pratica delle virtù monastiche. Applicò diligentemente a stabilire ospedali quelle ampie rendite, che i suoi predecessori avean consumato in pompa ed in lusso; e la moltitudine, che era sostenuta dalla sua carità, preferiva gli eloquenti ed edificanti discorsi del proprio Arcivescovo ai divertimenti del Teatro o del Circo. Si sono premurosamente conservati i monumenti di quella eloquenza, che quasi per venti anni fu ammirata in Antiochia e in Costantinopoli; ed il possesso di quasi mille sermoni o omilie ha autorizzato i critici[552] de' posteriori tempi ad apprezzare il genuino merto del Grisostomo. Essi concordemente attribuiscono all'oratore Cristiano il libero possesso d'una lingua elegante e copiosa; il giudizio di celare i vantaggi, che traeava dalla cognizione della Rettorica e della Filosofia; un fondo inesausto di metafore e similitudini, d'immagini e d'idee per variare ed illustrare i topici più famigliari; la felice arte di impegnar le passioni in servizio della virtù, e d'esporre la follia non meno che la bruttezza del vizio quasi con la verità e lo spirito d'una drammatica rappresentazione. Le pastorali fatiche dell'Arcivescovo di Costantinopoli provocarono, ed appoco appoco riunirono contro di esso due sorte di nemici: vale a dire il Clero ambizioso, che ne invidiava il frutto, e gli ostinati peccatori, che eran offesi da suoi rimproveri. Quando il Grisostomo, dal pulpito di S. Sofia, fulminava contro la degenerazione dei Cristiani, i suoi dardi cadevano sulla moltitudine senza ferire e neppur notare il carattere d'alcuno individuo. Quando ei declamava contro i vizi particolari del ricco, la povertà potea trarre una passeggiera consolazione dalle sue invettive: ma il colpevole sempre si nascondeva nel numero dei compagni; ed il rimprovero stesso era innalzato da certe idee di superiorità e di godimento. Ma a misura che la piramide progrediva verso la sommità, insensibilmente diminuiva, accostandosi a un punto, ed i Magistrati, i Ministri, gli Eunuchi favoriti, le dame della Corte[553], l'istessa Imperatrice Eudosia avevano da dividere una molto maggior parte di colpa fra un minor numero di rei. Le personali applicazioni della udienza venivano anticipate o confermate dalla testimonianza della lor propria coscienza; e l'intrepido predicatore assumeva il pericoloso diritto d'esporre tanto la colpa quanto chi la commetteva, alla pubblica esecrazione. Il segreto risentimento della Corte incoraggiò il malcontento del Clero e dei Monaci di Costantinopoli, che si crederono con troppa fretta riformati dal fervente zelo del loro Arcivescovo. Aveva egli condannato dal pulpito le donne domestiche del Clero di Costantinopoli, che sotto il nome di serve o di sorelle davano una perpetua occasione di peccato o di scandalo. I taciti e solitari Ascetici, che si eran separati dal Mondo, avevan diritto alla più forte approvazion del Grisostomo; ma esso disprezzava e notava come un disonore della santa lor professione quella folla di traviati Monaci, che per qualche indegno motivo di piacere o di lucro sì spesso infestavan le strade della Capitale. Alla voce della persuasione, l'Arcivescovo fu costretto ad aggiungere i terrori dell'autorità, ed il suo ardore nell'esercizio dell'Ecclesiastica giurisdizione non andò sempre esente da passione, nè fu guidato dalla prudenza ogni volta. Il Grisostomo era naturalmente d'un temperamento collerico[554]. Quantunque si studiasse, a norma dei precetti Evangelici, d'amare i suoi privati nemici, egli si estendeva nel privilegio d'odiare i nemici di Dio, e della Chiesa; ed i suoi sentimenti venivano talvolta esposti con troppa energia di espressioni e di portamento. Egli mantenne sempre, per qualche considerazione di salute o d'astinenza, l'antico suo costume di prender cibo da solo; e tale inospita consuetudine[555], che i suoi nemici attribuivano ad orgoglio, almeno contribuiva a nutrire la malattia d'un moroso ed insociabile umore. Separato da quel famigliar commercio, che facilita la cognizione e la spedizione degli affari, si riposava con intiera fiducia nel suo diacono Serapione, e rare volte applicava la speculativa sua cognizione della natura umana a' particolari caratteri o dei suoi dipendenti o de' suoi eguali. Conoscendo la purità delle proprie intenzioni, e forse la superiorità del suo genio, l'Arcivescovo di Costantinopoli estese la giurisdizione della città Imperiale, per poter ampliare la sfera delle pastorali sue cure, e la condotta, che il profano attribuiva ad un ambizioso motivo, comparve allo stesso Grisostomo nell'aspetto d'un sacro ed indispensabil dovere. Nella visita, che fece per le province Asiatiche, depose tredici Vescovi della Lidia e della Frigia; e dichiarò indiscretamente che tutto l'ordine Episcopale era infettato da una profonda corruzione di simonia e di licenziosità[556]. Se que' Vescovi erano innocenti, tal temeraria ed ingiusta condanna doveva eccitare un ben fondato disgusto. Se poi erano rei, i numerosi compagni del lor delitto dovevan tosto conoscere, che la propria loro salvezza dipendeva dalla rovina dell'Arcivescovo, che procurarono di rappresentare come il tiranno delle Chiese orientali. Questa ecclesiastica cospirazione fu maneggiata da Teofilo[557] Arcivescovo d'Alessandria, attivo ed ambizioso Prelato, che impiegava i frutti della rapina in monumenti d'ostentazione. Il nazional suo contraggenio verso la nascente grandezza d'una città, che lo faceva retrocedere dal secondo al terzo grado nel Mondo Cristiano, era inasprito da qualche disputa personale col Grisostomo stesso[558]. Per un segreto invito dell'Imperatrice, Teofilo sbarcò a Costantinopoli con un forte corpo di marinari Egiziani, per far fronte alla plebaglia; e con un seguito di Vescovi, suoi dipendenti, per assicurarsi coi loro voti il maggior partito di un Sinodo. Questo[559] fu convocato nel sobborgo di Calcedonia chiamato -la Quercia-, dove Ruffino aveva eretto una splendida chiesa e un monastero, e gli atti del medesimo Sinodo si continuarono per quattordici giorni o sessioni. Un Vescovo ed un Diacono accusarono l'Arcivescovo di Costantinopoli; ma la frivola o improbabil natura dei quarantasette articoli, che presentaron contro di lui, si può giustamente considerare come un bel panegirico, superiore ad ogni eccezione. Quattro successive citazioni furono intimate al Grisostomo; ma egli sempre ricusò d'affidare la propria persona o riputazione alle mani degl'implacabili suoi nemici, che prudentemente evitando l'esame di ogni particolare accusa, condannarono la sua contumace disubbidienza, e precipitosamente pronunziarono una sentenza di deposizione contro di lui. Il Concilio della Quercia immediatamente s'indirizzò all'Imperatore, perchè ne ratificasse ed eseguisse il giudizio, ed insinuò caritatevolmente, che poteva sottoporsi alla pena di lesa Maestà l'audace predicatore, che aveva ingiuriato, sotto il nome di Gezabella, l'Imperatrice Eudossia medesima. L'Arcivescovo fu duramente arrestato, e condotto per la città da uno degl'Imperiali messaggi, che dopo una breve navigazione lo fece sbarcare vicino all'ingresso dell'Eussino; di dove, prima che spirasser due giorni, gloriosamente fu richiamato. Il primo stupore del fedele suo Popolo l'avea reso muto e passivo; ad un tratto però sollevossi con unanime ed irresistibil furore. Teofilo potè fuggire; ma la promiscua folla di monaci e di marinari Egiziani fu senza pietà trucidata nelle strade di Costantinopoli[560]. Un opportuno terremoto giustificò l'interposizione del Cielo; il torrente della sedizione correva verso le porte del palazzo; e l'Imperatrice, agitata dal timore o dal rimorso, gettossi ai piedi d'Arcadio, e confessò, che la pubblica salvezza dipendeva dal richiamo del Grisostomo. Il Bosforo era coperto d'innumerabili barche, le rive dell'Europa e dell'Asia erano illuminate con profusione, e le acclamazioni di un vittorioso popolo accompagnarono, dal porto alla Cattedrale, il trionfo dell'Arcivescovo, che troppo facilmente acconsenti a riprender l'esercizio delle sue funzioni, prima che la sentenza pronunziala contro di lui, legittimamente si revocasse dall'autorità d'un Ecclesiastico Sinodo. Il Grisostomo, non sapendo o non curando l'imminente pericolo, secondò il suo zelo, e forse il suo risentimento, declamò con particolare asprezza contro i vizi delle donne, e condannò i profani onori, che si rendevano, quasi nel recinto di S. Sofia, alla statua dell'Imperadrice. Tal imprudenza tentò i suoi nemici ad infiammare l'altiero spirito di Eudossia con riferire, o forse inventare questo famoso esordio d'un discorso: «Erodiade è di nuovo furiosa. Erodiade nuovamente balla., essa un'altra volta richiede il capo di Giovanni»: insolente allusione che era impossibile che essa e come Donna e come Sovrana mai perdonasse[561]. Fu impiegato il breve intervallo d'una perfida tregua a concertare più efficaci misure per la disgrazia e la rovina dell'Arcivescovo. Un numeroso Concilio di Prelati orientali, che eran guidati in distanza dal parer di Teofilo, confermò la validità senza esaminar la giustizia della prima sentenza, e fu introdotto nella città un distaccamento di truppe Barbare per sopprimere le commozioni del Popolo. Nella vigilia di Pasqua fu tumultuosamente interrotta la solenne amministrazion del Battesimo da' soldati, che sbigottirono la modestia dei nudi catecumeni, e violarono con la loro presenza i tremendi misteri del Culto Cristiano. Arsacio occupò la Chiesa di S. Sofia, e la sede Archiepiscopale. I Cattolici si ritirarono a' Bagni di Costantino, e di poi alla campagna; dove furono sempre inseguiti ed insultati dalle guardie, dai Vescovi, e dai Magistrati. Il fatal giorno del secondo ed ultimo esilio del Grisostomo fu contrassegnato dall'incendio della Cattedrale, del Senato, e delle vicine fabbriche; e tal calamità fu attribuita senza prove, ma non senza probabilità, alla disperazione d'un perseguitato partito[562]. [A. 404] Cicerone potè pretendere qualche merito, se il volontario suo esilio conservò la pace della Repubblica[563]; ma la sommission del Grisostomo, era l'indispensabil dovere di un Cristiano e di un suddito. Invece d'esaudire l'umile sua preghiera di poter restare a Cizico o a Nicomedia, l'inflessibile Imperatrice gli assegnò la remota e desolata città di Cucuso, fra le cime del Monte Tauro, nell'Armenia minore. Si aveva una segreta speranza, che l'Arcivescovo potesse perire in una difficile e pericolosa marcia di settanta giorni nel caldo della state per le Province dell'Asia minore, dov'era continuamente minacciato dagli ostili attacchi degl'Isauri, e dal più implacabil furore dei Monaci. Pure il Grisostomo arrivò salvo al luogo del suo confino, ed i tre anni, che visse a Cucuso e nella vicina città d'Arabisso, furono gli ultimi ed i più gloriosi della sua vita. Il suo carattere fu consacrato dall'assenza e dalla persecuzione, non si rammentarono più i difetti della sua amministrazione, ma ogni lingua ripeteva le lodi della virtù e dell'ingegno di esso: e la rispettosa attenzione del Mondo Cristiano era diretta verso un luogo deserto fra le montagne del Tauro. Da quella solitudine, l'Arcivescovo, il cui attivo spirito era invigorito dalle disgrazie, manteneva una stretta e frequente corrispondenza[564] con le più distanti Province, esortava la separata congregazione dei suoi fedeli aderenti a perseverare nella loro fedeltà: sollecitava la distruzione de' Tempj nella Fenicia e l'estirpazione dell'eresia nell'Isola di Cipro; estendeva la pastorale sua cura alle missioni della Persia e della Scizia; negoziava, per mezzo de' suoi Ambasciatori, col Pontefice Romano e coll'Imperatore Onorio; ed arditamente appellava da un Sinodo parziale al supremo tribunale d'un libero e generale Concilio. Era sempre indipendente lo spirito dell'illustre esule: ma il suo corpo in ischiavitù era esposto alla vendetta degli oppressori, che continuavano ad abusare del nome e dell'autorità d'Arcadio[565]. Fu spedito un ordine per l'immediata remozione del Grisostomo da quel luogo all'estremo deserto di Pitio; e le sue guardie sì fedelmente obbedirono alle lor crudeli istruzioni, che prima ch'ei giugnesse alle coste dell'Eussino, spirò a Comana nel Ponto, nel sessantesimo anno della sua età. La seguente generazione riconobbe la sua innocenza e il suo merito. Gli Arcivescovi Orientali, che dovevano arrossire, che i loro predecessori fossero stati nemici del Grisostomo, furono appoco appoco disposti dalla fermezza del Pontefice Romano a restituire gli onori a quel venerabil nome[566]. Le sue reliquie per le pie istanze del Clero e del Popolo di Costantinopoli, trent'anni dopo la sua morte, furono trasportate dall'oscuro loro sepolcro alla Città Reale[567]. L'Imperator Teodosio andò loro incontro fino a Calcedonia; e gettatosi prostrato sopra la cassa, implorò dall'ingiuriato Santo in nome de' colpevoli suoi genitori, Arcadio ed Eudossia, il perdono[568]. [A. 408] Si potrebbe però aver qualche ragionevole dubbio, se alcuna macchia di colpa ereditaria fosse passata da Arcadio nel suo successore. Eudossia era una donna giovane e bella, che secondava le sue passioni, e disprezzava il marito. Il Conte Giovanni godeva, almeno, la famigliar confidenza dell'Imperatrice, ed il pubblico lo risguardava come il vero padre di Teodosio il Giovane[569]. Ciò non ostante, la nascita d'un figlio fu accettata dal pio marito, come un successo il più fortunato ed onorevole per se stesso, per la sua famiglia, e pel Mondo Orientale; ed il Reale Infante, con una distinzione senza precedent'esempio, fu investito dei titoli di Cesare e d'Augusto. In meno di quattro anni dopo, Eudossia, nel fiore della gioventù, perì per le conseguenze d'una cattiva condotta; e questa intempestiva morte sconcertò la profezia di un Santo Vescovo, il quale in mezzo all'universal gioia, s'era avventurato a predire ch'ell'avrebbe veduto il lungo e favorito regno del glorioso suo figlio[570]. I Cattolici applaudirono la giustizia del cielo, che vendicò la persecuzione del Santo Grisostomo; e forse l'Imperatore fu il solo che sinceramente pianse la perdita dell'orgogliosa e rapace Eudossia. Tal domestica disgrazia l'afflisse più profondamente, che le pubbliche calamità dell'Oriente[571]; che le licenziose scorrerie de' predatori Isauri dal Ponto alla Palestina, l'impunità de' quali dimostrava la debolezza del Governo; e che i terremoti, gl'incendi, la carestia e gli sciami di locuste,[572] cui la popolare malcontentezza era ugualmente disposta ad attribuire all'incapacità del Monarca. Finalmente nel trentesimo primo anno della sua età, dopo un regno (se ci è permesso d'abusar di tal nome) di tredici anni, tre mesi, e quindici giorni, Arcadio spirò nel palazzo di Costantinopoli. Egli è impossibile descrivere il suo carattere; mentre in un tempo molto abbondante d'Istorici materiali non è stato possibile di notare un'azione, che propriamente appartenga al figlio del Gran Teodosio. L'istorico Procopio[573] in vero ha illuminato la mente dello spirante Imperatore con un raggio d'umana prudenza, o di saviezza celeste. Arcadio riflettè con sollecita previdenza all'infelice stato del suo figlio Teodosio, che non aveva più di sette anni; alle pericolose fazioni d'una minorità; allo spirito intraprendente di Jesdegerde Re della Persia. Invece di tentare la fedeltà d'un ambizioso suddito con la partecipazione del supremo potere, arditamente affidossi alla magnanimità d'un Re; e pose, per mezzo d'un solenne testamento, lo scettro dell'Oriente nelle mani di Jesdegerde medesimo. Il real Tutore accettò e corrispose a tal onorevole fiducia con una fedeltà senza esempio; e l'infanzia di Teodosio fu protetta dalle armi e dai consigli della Persia. Questo è il singolar racconto di Procopio; ed Agatia[574] non pone in dubbio la sua veracità; mentre osa dissentire dal suo giudizio, ed accusar la saviezza d'un Imperatore cristiano, che sì temerariamente, quantunque con tal fortuna, affidò il proprio figlio ed i suoi Stati alla non conosciuta fede d'uno straniero, d'un rivale e d'un pagano. Alla distanza di cento cinquant'anni potè agitarsi questa politica questione nella Corte di Giustiniano; ma un prudente Istorico ricuserà d'esaminare la -convenienza- del Testamento d'Arcadio, finattantochè non ne sia assicurata la -verità-. Siccome questo è senza esempio nell'istoria del Mondo, possiamo giustamente esigere, che sia provato con la positiva e concorde testimonianza de' contemporanei. La stravagante novità del fatto, ch'eccita la nostra diffidenza, avrebbe dovuto invitarli a farne menzione; e l'universale silenzio loro distrugge la vana tradizione de' secoli seguenti. [A. 408-415] Se le regole della Giurisprudenza Romana si potessero propriamente dal patrimonio privato trasferire al dominio pubblico, esse avrebbero attribuito all'Imperatore Onorio la tutela del suo nipote, finattantochè almeno esso non fosse giunto all'età di quattordici anni. Ma la debolezza d'Onorio, e le calamità del suo Regno lo rendevano incapace di sostenere questo suo natural diritto; ed era tale l'assoluta separazione delle due monarchie, tanto nell'interesse quanto nell'affetto, che Costantinopoli avrebbe con minor ripugnanza obbedito agli ordini della Corte Persiana, che a quelli della Corte d'Italia. Sotto un principe, la debolezza del quale è coperta dagli esterni segni di virilità e di discrezione, i più indegni favoriti possono segretamente contendersi l'impero del palazzo, e dettare alle sottomesse Province gli ordini d'un padrone, ch'essi dirigono e disprezzano. Ma i Ministri d'un fanciullo, ch'è incapace d'armarli con la forza del nome reale, debbono acquistare ed esercitare un'autorità indipendente. Gli Ufficiali maggiori dello Stato e della milizia, ch'erano stati eletti avanti la morte d'Arcadio, formavano un'aristocrazia, che avrebbe potuto inspirar loro l'idea d'una libera repubblica; ed il governo dell'Impero Orientale fu per fortuna preso dal Prefetto Antemio[575], che ottenne per la grande sua abilità un durevole ascendente sugli animi de' suoi uguali. La salute del giovane Imperatore dimostrò il merito e l'integrità d'Antemio; e la sua prudente fermezza sostenne la forza e la riputazione d'un regno infantile. Uldino, con un formidabil esercito di Barbari, trovavasi accampato nel cuor della Tracia: rigettava orgogliosamente ogni termine d'accomodamento; ed accennando il sole nascente, dichiarò a' Romani ambasciatori che il corso di quello poteva sol terminare le conquiste degli Unni. Ma la diserzione de' suoi alleati, che furon segretamente convinti della giustizia e liberalità de' Ministri Imperiali, obbligò Uldino a ripassare il Danubio: la tribù degli Scirri, che componeva la sua retroguardia, fu quasi distrutta, e più migliaia di schiavi furon dispersi a coltivare con servil fatica i campi dell'Asia[576]. In mezzo al pubblico trionfo, Costantinopoli fu difesa da un forte recinto di nuove e più estese mura; la stessa vigilante cura si pose a restaurar le fortificazioni delle città Illiriche, e fu giudiziosamente immaginato un disegno, che nello spazio di sette anni avrebbe assicurato il comando del Danubio, con istabilire su quel fiume una perpetua flotta di dugento cinquanta vascelli armati[577]. [A. 414-453] Ma i Romani erano da tanto tempo assuefatti all'autorità d'un Monarca, che la prima persona, anche fra le femmine della famiglia Imperiale, la qual dimostrò qualche coraggio o capacità, potè salire sul trono vacante di Teodosio. Pulcheria[578] sua sorella, che aveva solo due anni più di lui, ricevè all'età di sedici anni il titolo d'Augusta; e benchè il suo favore fosse alle volte annuvolato dal capriccio o dal raggiro, continuò a governar l'Impero Orientale quasi quarant'anni, in tutta la lunga minorità del suo fratello, e, dopo la morte di questo, in suo proprio nome ed in quello di Marciano, suo nominale marito. Per un motivo o di prudenza o di religione abbracciò una vita celibe; e ad onta di alcuni dubbi sulla castità di Pulcheria[579], questa risoluzione, ch'essa comunicò alle sue sorelle Arcadia e Marina, fu celebrata dal Mondo cristiano come il sublime sforzo d'un'eroica pietà. In presenza del Clero e del Popolo, le tre figlie d'Arcadio[580] consacrarono a Dio la loro virginità; e l'obbligazione del solenne lor voto fu scritta sopra una tavoletta d'oro e di gemme, che esse pubblicamente offerirono nella maggior chiesa di Costantinopoli. Convertirono in un monastero il loro palazzo; ed eccettuati i direttori delle loro coscienze, Santi che avevano dimenticate la distinzione de' sessi, tutti gli uomini furono scrupolosamente esclusi dalla sacra soglia. Pulcheria, le due sue sorelle, ed uno scelto numero di damigelle lor favorite formavano una religiosa comunità: esse rinunziarono alla vanità delle vesti; interrompevano con frequenti digiuni il semplice e frugale lor vitto; assegnavano una parte del tempo alle opere di ricamo; e consacravan più ore del giorno e della notte agli esercizi delle preghiere e della salmodia. La pietà d'una vergine cristiana era adornata dallo zelo e dalla liberalità d'una Imperatrice. La storia Ecclesiastica descrive le splendide chiese, che si edificarono a spese di Pulcheria in tutte le Province dell'Oriente; i suoi caritatevoli stabilimenti a benefizio de' pellegrini e de' poveri; le ampie donazioni, che assegnò pel perpetuo mantenimento di monastiche società: e l'attivo rigore, con cui procurò di sopprimere l'eresie fra loro contrarie di Nestorio e d'Eutiche. Tante virtù pareano meritare il particolar favore della Divinità, e la Santa Imperatrice ebbe visioni e rivelazioni che gli scoprirono occulte reliquie di martiri, e la ragguagliarono di eventi futuri[581]. Pure la devozion di Pulcheria non distrasse mai l'instancabile sua attenzione dagli affari dell'Impero; e sembra ch'ella sola, fra tutti i discendenti del Gran Teodosio, ereditasse una parte del virile suo spirito e della sua capacità. L'uso elegante o famigliare, che aveva acquistato sì della lingua Greca che della Latina, era felicemente applicato da essa alle varie occasioni di parlare o di scrivere intorno a' pubblici affari; le sue deliberazioni erano maturamente ponderate; le sue azioni pronte e decisive; e mentre muoveva senza strepito ed ostentazione la ruota del governo, attribuiva discretamente al genio dell'Imperatore la lunga tranquillità del suo regno. L'Europa, in vero, fu afflitta negli ultimi anni della pacifica sua vita dalle armi d'Attila; ma le più estese Province dell'Asia continuarono sempre a godere una costante e profonda quiete. Teodosio il Giovane non fu mai ridotto alla disgraziata necessità d'aver contro, o di punire un suddito ribelle; e poichè non possiamo applaudire il vigore dell'amministrazion di Pulcheria, dobbiamo dar qualche lode alla dolcezza e prosperità di essa. Il Mondo Romano aveva grandissimo interesse nell'educazione del suo Signore. Fu giudiziosamente instituito un regolar corso di studi, e di esercizi, vale a dire de' militari esercizi di cavalcare, e di tirare coll'arco, e degli studi liberali della grammatica, della rettorica e della filosofia. I più abili maestri dell'Oriente ambiziosamente sollecitavano l'attenzione del loro allievo Reale; e furono introdotti nel palazzo molti nobili giovani per animarne la diligenza coll'emulazione dell'amicizia. La sola Pulcheria eseguì l'importante incombenza d'istruire il fratello nell'arte del governo; ma i suoi precetti posson far nascere qualche sospetto intorno all'estensione della sua capacità, ed alla purità delle sue intenzioni. Essa gl'insegnò a conservare un grave e maestoso portamento; a camminare, a tener la veste, a porsi a sedere sul trono in una maniera degna d'un gran Principe; ad astenersi dal riso; ad ascoltare con piacevolezza; a rispondere a proposito, a prendere, secondo le occasioni, un contegno placido o serio; in una parola, a rappresentare con dignità e con grazia l'esterna figura d'un Romano Imperatore. Ma Teodosio[582] non fu mai eccitato a sostenere il peso e la gloria d'un illustre nome; ed invece d'aspirare ad imitare i suoi antenati, degenerò (se è permesso di misurare i gradi dell'incapacità) anche al di sotto della debolezza del padre, e dello zio. Arcadio ed Onorio erano stati assistiti dalla vigilante cura d'un padre, le lezioni del quale prendevan vigore dall'autorità e dall'esempio. Ma l'infelice Principe, che nasce nella porpora, dee rimanere straniero alla voce della verità; ed il figlio d'Arcadio fu condannato a passare la sua perpetua infanzia, circondato solo da una servil truppa di donne, e di eunuchi. Il grand'ozio, che aveva, perchè trascurava gli essenziali doveri dell'alto suo grado, era occupato in vani divertimenti ed inutili studj. La caccia era l'unica occupazione attiva, che lo tentasse ad uscire da' confini del suo palazzo; ma con più grande assiduità esercitavasi talvolta al lume d'una notturna lampada, ne' meccanici lavori di dipingere e d'incidere; e l'eleganza, con cui trascriveva i sacri libri, fece acquistare al Romano Imperatore il singolar epiteto di -Calligraphos-, o di bello scrittore. Teodosio, separato dal Mondo mediante un impenetrabile velo, affidavasi alle persone che amava; amava quelli ch'erano assuefatti a divertire e lusingare la sua indolenza; e siccome non leggeva mai i fogli, che gli erano presentati per la reale sottoscrizione, frequentemente si facevano in nome di esso gli atti d'ingiustizia più ripugnanti al suo carattere. L'Imperatore, quanto a sè, era casto, temperante, liberale e compassionevole: ma queste qualità, che possono meritar solo il nome di virtù, quando vengono sostenute dal coraggio, e regolate dalla discrezione, rare volte furono di vantaggio, e qualche volta divenner dannose al genere umano. Il suo spirito, snervato da una educazione regale, era oppresso e abbattuto da una vile superstizione: ei digiunava, cantava i salmi, e ciecamente ammetteva i miracoli e le dottrine, colle quali era continuamente nutrita la sua fede. Teodosio devotamente adorava i Santi, vivi e morti, della Chiesa cattolica, ed una volta ricusò di mangiare, finattantochè un insolente Monaco, che aveva scomunicalo il suo Sovrano, non ebbe condisceso a medicare la spiritual ferita, che gli aveva fatto[583]. [A. 421-460] L'istoria d'una bella e virtuosa ragazza, esaltata da una privata condizione al trono Imperiale, potrebbe stimarsi un incredibil romanzo, se non si fosse verificata nel matrimonio di Teodosio. La celebre Atenaide[584] fu educata da Leonzio suo padre nella religione e nelle scienze de' Greci; e sì vantaggiosa era l'opinione, che l'Ateniese Filosofo aveva de' suoi contemporanei, che divise il suo patrimonio fra i due suoi figli, facendo alla figlia un piccol legato di cento monete d'oro, nella viva fiducia, che la sua beltà ed il suo merito le sarebbero stati di sufficiente dote. La gelosia e l'avarizia de' fratelli tosto costrinsero Atenaide a cercare un rifugio a Costantinopoli; e con qualche speranza, o di giustizia o di favore, a gettarsi a' piedi di Pulcheria. Questa sagace Principessa porse orecchio all'eloquenti di lei querele; e segretamente destinò la figlia del Filosofo Leonzio per futura moglie dell'Imperator dell'Oriente, ch'era giunto allora al ventesimo anno della sua età. Eccitò essa facilmente la curiosità del fratello per mezzo d'un'interessante pittura delle grazie d'Atenaide; aveva essa gli occhi grandi, un naso ben proporzionato, una bella carnagione, aurei capelli, un'agile persona, un portamento grazioso, una mente coltivata dallo studio, ed una virtù provata dalla disgrazia. Teodosio, nascosto dietro ad una cortina nell'appartamento della sorella, potè vedere la vergine Ateniese: il modesto giovane subito dichiarò il puro ed onorevol suo amore; e si celebraron le nozze reali in mezzo alle acclamazioni della Capitale e delle Province. Atenaide, che facilmente fu persuasa a rinunziare agli errori del paganesimo, ricevè nel battesimo il nome cristiano d'Eudossia; ma l'accorta Pulcheria ritenne il titolo d'Augusta, finattantochè la moglie di Teodosio non ebbe dimostrato la sua fecondità col partorire una figlia, che quindici anni dopo sposò l'Imperatore dell'Occidente. I fratelli d'Eudossia obbedirono, con qualche perplessità, alle sue Imperiali chiamate; ma siccome poteva essa volentieri scordarsi della fortunata loro asprezza, soddisfece la tenerezza, o forse anche la vanità d'una sorella con promuoverli al grado di Consoli o di Prefetti. Nel lusso del palazzo essa coltivò sempre quelle arti liberali, che avevan contribuito alla sua grandezza; e saviamente consacrò i suoi talenti all'onore della religione e del marito. Eudossia compose una parafrasi poetica de' primi otto libri del Vecchio Testamento, e delle Profezie di Daniele e di Zaccaria; un centone de' versi d'Omero applicati alla vita ed ai miracoli di Cristo; la leggenda di S. Cipriano; ed un panegirico sulle vittorie Persiane di Teodosio: ed i suoi scritti, che furono applauditi da un secolo servile e superstizioso, non si sono sdegnati dal candore d'una critica imparziale[585]. La tenerezza dell'Imperatore non fu diminuita dal tempo, nè dal possesso; e fu permesso ad Eudossia, dopo il matrimonio della sua figlia, di adempire i grati suoi voti con un solenne pellegrinaggio a Gerusalemme. Il suo viaggio per l'Oriente, pieno d'ostentazione, può sembrare incoerente allo spirito di cristiana umiltà: essa pronunziò, da un trono d'oro e di gemme, un'eloquente orazione al Senato d'Antiochia, dichiarò la sua reale intenzione di allargare le mura della città, fece un donativo di dugento libbre d'oro per risarcire i pubblici bagni, ed accettò le statue, che le furono decretate dalla gratitudine degli Antiocheni. Nella Terra Santa, le sue elemosine e pie fondazioni eccederono la munificenza della grande Elena; e quantunque fosse impoverito il pubblico tesoro da tal eccessiva liberalità, essa godè l'interna soddisfazione di tornare a Costantinopoli con le catene di S. Pietro, col braccio destro di S. Stefano, e con una indubitata immagine della Vergine dipinta da S. Luca[586]. Ma questo pellegrinaggio fu il termine fatale delle glorie d'Eudossia. Sazia d'una vana pompa, e dimenticatasi forse delle sue obbligazioni verso Pulcheria, ambiziosamente aspirò al governo dell'Impero Orientale; il palazzo fu diviso dalla femminile discordia; ma la vittoria finalmente fu decisa dal superiore ascendente della sorella di Teodosio. L'esecuzione di Paolino, Maestro degli Ufizi, e la disgrazia di Ciro, Prefetto del Pretorio d'Oriente, convinsero il Pubblico, che il favore d'Eudossia non era sufficiente a proteggere i suoi più fedeli amici[587]. Appena l'Imperatrice s'accorse, che l'affezione di Teodosio era per essa irreparabilmente perduta, chiese la permissione di ritirarsi alla remota solitudine di Gerusalemme. Ottenne quello che domandava; ma la gelosia di Teodosio, o il vendicativo animo di Pulcheria, la perseguitò in quel suo estremo ritiro, e fu ordinato a Saturnino, Conte de' Domestici, di punir con la morte due Ecclesiastici, suoi servi più favoriti. Eudossia immediatamente li vendicò, facendo assassinare il Conte: parve, che le furiose passioni, alle quali si lasciò trasportare in questa sospettosa occasione, giustificassero la severità di Teodosio; e l'Imperatrice, ignominiosamente spogliata degli onori del suo grado[588], fu svergognata, forse ingiustamente, agli occhi del Mondo. I sedici anni in circa di vita, che restarono ad Eudossia, si consumarono da lei nell'esilio e nella devozione; e l'avvicinamento della vecchiezza, la morte di Teodosio, le disgrazie dell'unica sua figlia, che fu condotta schiava da Roma a Cartagine, e la conversazione dei santi Monaci della Palestina insensibilmente confermarono la religiosa indole della sua mente. Dopo una piena esperienza delle vicende dell'umana vita, la figlia del Filosofo Leonzio spirò in Gerusalemme nell'anno 67 della sua età, protestando, nell'atto di morire, che non aveva mai oltrepassato i confini dell'innocenza e dell'amicizia[589]. [A. 422] Lo spirito mite di Teodosio non fu mai acceso dall'ambizione di conquiste, o di gloria militare; ed il leggier rumore d'una guerra Persiana appena interruppe la tranquillità dell'Oriente. I motivi di questa guerra eran giusti ed onorevoli. Nell'ultimo anno del regno di Jesdegerde, supposto tutore di Teodosio, un Vescovo, che aspirava alla corona del martirio, distrusse uno de' tempj del Fuoco a Susa[590]. Fu vendicato lo zelo e l'ostinazione di lui sopra i suoi confratelli: i Magi eccitarono una crudel persecuzione; e l'intollerante zelo di Jesdegerde s'imitò dal suo figlio Vararane, o Baram, che poco dopo salì sul trono. Furono rigorosamente richiesti alcuni Cristiani fuggitivi, che si ritirarono alle frontiere Romane, e generosamente ricusati; e tal negativa, aggravata dalle dispute di commercio, tosto accese una guerra fra le rivali due Monarchie. I monti dell'Armenia e le pianure della Mesopotamia erano piene di armate nemiche; ma le operazioni di due successive campagne non produssero alcun decisivo o memorabil evento. S'ingaggiarono varj azzuffamenti, ed alcune città furono assediate con vario e dubbioso successo; e se a' Romani riuscì vano il tentativo di ricuperare il possesso da gran tempo perduto di Nisibi, i Persiani furon rispinti dalle mura d'una città della Mesopotamia, pel valore d'un Vescovo marziale, che adoprava le sue macchine da guerra in nome di S. Tommaso Apostolo. Pure si celebrarono con panegirici e feste le splendide vittorie, che l'incredibile celerità del messaggiero Palladio più volte annunziò al palazzo di Costantinopoli. Da questi panegirici[591] gli Storici di quel tempo possono aver prese le loro straordinarie e forse favolose novelle, della superba disfida d'un eroe Persiano, che fu imbarazzato da' lacci, ed ucciso dalla spada del Goto Arcobindo; de' diecimila -Immortali-, che perirono nell'attacco del campo Romano; e de' centomila Arabi o Saraceni, che furono spinti da un panico terrore a gettarsi capovolti dentro l'Eufrate. Tali avvenimenti si possono trascurare, o non credere, ma non si può lasciare in oblivione la carità d'un Vescovo, Acacio d'Amida, il nome del quale avrebbe potuto fare onore al calendario de' Santi. Arditamente dichiarando, che i vasi d'oro e d'argento sono inutili ad un Dio, che non mangia nè beve, il generoso Prelato vendè l'argenteria della Chiesa d'Amida; ne impiegò il prezzo nella redenzione di settemila schiavi Persiani; provvide con amorosa liberalità ai loro bisogni; e li rimandò alla patria ad informare il loro Sovrano del vero spirito della religione ch'ei perseguitava. La pratica della beneficenza in mezzo alla guerra deve sempre contribuire a placar l'animosità delle combattenti nazioni; ed io son portato a persuadermi, che Acacio contribuisse alla restaurazion della pace. Nella conferenza, che fu tenuta su' confini de' due Imperi, i Romani ambasciatori avvilirono il personal carattere del loro Sovrano per un vano sforzo di magnificare l'estensione del suo potere; allorchè seriamente avvisarono i Persiani ad impedire, per mezzo d'un opportuno accomodamento, lo sdegno d'un Monarca, che non era per anche informato di quella distante guerra. Fu solennemente ratificata una tregua di cento anni; e quantunque le rivoluzioni dell'Armenia potessero minacciar la pubblica tranquillità, l'essenziali condizioni di questo trattato si rispettarono quasi per ottant'anni da' successori di Costantino e d'Artaserse. [A. 431-440] Da che s'incontrarono la prima volta le bandiere Romane e Partiche sulle rive dell'Eufrate, il Regno d'Armenia[592] fu alternativamente oppresso da' suoi formidabili protettori; e nel corso di quest'istoria si son già riferiti più avvenimenti, che fecero piegar la bilancia della pace e della guerra. Un vergognoso trattato avea ceduto l'Armenia all'ambizione di Sapore; e parve che la bilancia dalla parte della Persia preponderasse. Ma la reale stirpe degli Arsaci mal volentieri si sottomise alla casa di Sassan; i turbolenti Nobili sostennero, o tradirono l'ereditaria loro indipendenza; e la nazione era sempre attaccata a' Principi -Cristiani- di Costantinopoli. Nel principio del quinto secolo l'Armenia fu divisa pel progresso della guerra e delle fazioni[593]; e tale non natural divisione precipitò la caduta di quell'antica Monarchia. Cosroe, vassallo Persiano, regnò sull'orientale e più estesa parte del paese; mentre la Provincia occidentale riconobbe la giurisdizione d'Arsace e la supremazia dell'Imperatore Arcadio. Dopo la morte d'Arsace i Romani soppressero il governo reale, ed imposero a' loro alleati la condizione di sudditi. Fu delegato il comando militare al Conte della frontiera Armena, si fabbricò e fortificò in una vantaggiosa situazione sopra un alto e fertile suolo la città di Teodosiopoli[594] vicino alla sorgente dell'Eufrate; ed i territori dipendenti erano governati da cinque Satrapi, la dignità de' quali era distinta da un abito particolare di porpora e d'oro. I Nobili meno fortunati, che si dolevano della perdita del loro Re, ed invidiavano gli onori de' loro uguali, furono eccitati a trattare di pace e di perdono alla Corte Persiana; e tornando co' loro seguaci al palazzo d'Artaxata, riconobbero Cosroe per legittimo loro Sovrano. Circa trent'anni dopo, Artasire, nipote e successore di Cosroe, cadde in disgrazia degli . ' 1 ; 2 3 . , 4 5 , 6 ' [ ] , 7 . ' , 8 ' [ ] . 9 , 10 , 11 ' ' 12 . 13 , 14 15 ' . ' 16 , ; 17 18 ; , 19 , 20 , ' 21 . ' , 22 [ ] , 23 ' , ; 24 ' , 25 , 26 , 27 ' [ ] . 28 29 , 30 . , , 31 32 , 33 . , 34 35 ' , ' 36 ' , ' . 37 [ ] . ' 38 ' , ' 39 ; , 40 ' , [ ] , 41 . 42 43 , ' 44 ; ' ' 45 [ ] . 46 , , 47 ' 48 , 49 50 . , 51 52 . « ' ' ( 53 ) : , 54 ' , 55 , 56 : ' 57 , . , , 58 ' , 59 , ' 60 . ' ' 61 , 62 . ' , 63 . 64 ' ; ' . 65 ' 66 , , 67 . ' , 68 , ; 69 , 70 ' ' [ ] . 71 ( ) , 72 ' , » . 73 ' 74 ; , , 75 ' , 76 , 77 . ' ; 78 ' 79 . ' , [ ] 80 ' . 81 ' ' 82 : 83 , 84 . , ' , 85 ' , ' , 86 , 87 , , ' , 88 . 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