accettò il servizio di Saro, allorchè questo bravo capitano e soldato
d'Onorio fu provocato ad abbandonar la Corte d'un Principe, che non
sapeva come premiare e come punire. Adolfo, educato in mezzo ad una
stirpe di guerrieri, che stimavano il dovere della vendetta, come la
parte più preziosa e più sacra della loro eredità, s'avanzò con un corpo
di diecimila Goti ad incontrar l'ereditario nemico della casa di Balti.
Attaccò Saro in un momento di negligenza, quando era accompagnato solo
da diciotto o venti dei suoi valenti seguaci. Questa banda di Eroi,
uniti dall'amicizia, animati dalla disperazione, ma finalmente oppressi
dalla moltitudine, meritò la stima, senza eccitare la compassione dei
loro nemici, ed appena il leone fu preso ne' lacci[336], fu
immediatamente fatto morire. La morte di Saro sciolse la debole
alleanza, che Adolfo tuttavia manteneva con gli usurpatori della Gallia.
Ei prestò nuovamente orecchio ai dettami dell'amore e della prudenza, e
presto assicurò il fratello di Placidia, che avrebbe subito mandato al
palazzo di Ravenna le teste dei Tiranni, Giovino e Sebastiano. Il Re dei
Goti eseguì la sua promessa senza difficoltà o dilazione. Gl'infelici
fratelli non sostenuti da alcun merito personale, furon abbandonati dai
Barbari loro ausiliari; e la breve opposizione, che fece Valenza, fu
espiata dalla rovina d'una delle più nobili città della Gallia.
L'Imperatore, eletto dal Senato Romano, che era stato promosso, deposto,
insultato, restituito, di nuovo deposto, e di nuovo insultato fu alla
fine abbandonato al suo destino; ma nell'atto di privarlo della sua
protezione il Re Goto fu ritenuto o per pietà o per disprezzo dal fare
alcuna violenza alla persona di Attalo. Il misero Attalo, rimasto senza
sudditi e senz'alleati, s'imbarcò in un porto di Spagna per cercare
qualche sicuro e remoto ritiro: ma fu sorpreso per mare, condotto alla
presenza d'Onorio, fatto passare in trionfo per le strade di Roma o di
Ravenna, ed esposto pubblicamente agli occhi della moltitudine sul
secondo scalino del trono dell'-invincibile- suo vincitore. Attalo si
trovò sottoposto alla medesima pena, di cui nel tempo della sua
prosperità fu accusato d'aver minacciato il suo rivale. Fu esso
condannato, dopo l'amputazione di due dita, ad un perpetuo esilio
nell'isola di Lipari, dove gli fu somministrato un decente sostentamento
per vivere. Il resto del regno d'Onorio non fu disturbato da ribellioni;
e si può osservare che nello spazio di cinque anni sette usurpatori
avean ceduto alla fortuna di un Principe, che era per se stesso incapace
di consiglio e d'azione.
[A. 409]
La situazione della Spagna, separata per ogni parte dai nemici di Roma
per mezzo del mare, dei monti, e delle intermedie province, aveva
assicurato la tranquillità di quel remoto e diviso paese, e possiamo
risguardare come un sicuro sintomo di pace domestica l'avere pel corso
di quattrocento anni la Spagna somministrato ben pochi materiali
all'istoria del Romano Impero. I vestigi dei Barbari, che nel regno di
Gallieno erano penetrati al di là dei Pirenei, furono tosto cancellati
dal ritorno della pace; e nel quarto secolo dell'Era Cristiana le città
d'Emerita o Merida, di Cordova, di Siviglia, di Bracara, di Tarragona si
contavano fra le più illustri del Mondo Romano. Le varie produzioni del
regno animale, vegetabile e minerale, migliorate e lavorate dall'arte
d'un industrioso popolo, ed i particolari vantaggi delle provvisioni
navali contribuivano a sostenere un esteso e profittevol commercio[337].
Vi fiorivan le arti o le scienze sotto la protezione degl'Imperatori, e
se il carattere degli Spagnuoli s'era indebolito per causa della pace e
della servitù, l'ostile avvicinamento dei Germani, che avevano sparto il
terrore e la desolazione dal Reno fino ai Pirenei, parve che
riaccendesse in loro qualche scintilla dell'ardor militare.
Finattantochè la difesa delle montagna fu affidata alla robusta e fedel
milizia del paese, questa rispinse con buon successo i frequenti
attacchi dei Barbari. Ma tosto che le truppe nazionali dovettero cedere
il posto ai soldati Onoriani, al servizio di Costantino, le porte della
Spagna furono perfidamente aperte al pubblico nemico, circa dieci mesi
prima del sacco di Roma fatto da' Goti[338]. La coscienza della propria
colpa e la sete della rapina indusse le guardie mercenarie dei Pirenei
ad abbandonare il loro posto, ad invitare le armi degli Svevi, dei
Vandali, e degli Alani, ed a far più gonfiare il torrente, che con
irresistibil violenza delle frontiere della Gallia scorse fino al mare
dell'Affrica. Si posson descrivere le disgrazie della Spagna con le
frasi del più eloquente suo storico, il quale in breve ha espresso le
patetiche e forse esagerate declamazioni degli scrittori
contemporanei[339]. «L'irruzione di tali popoli fu accompagnata dalle
più terribili calamità; mentre i Barbari esercitarono indistintamente la
lor crudeltà sulle sostanze dei Romani e degli Spagnuoli, e
saccheggiarono con ugual furore le città e l'aperta campagna. Il
progresso della fame ridusse i miserabili abitanti a cibarsi della carne
dei loro simili; ed anche le bestie selvagge, che si moltiplicarono
senza opposizione nelle boscaglie, furono irritate dalla sete del sangue
e dall'impazienza della fame ad arditamente attaccare e divorare l'umana
lor preda. Tosto comparve la pestilenza, inseparabile compagna della
fame; una gran quantità di Popolo fu distrutta; ed i lamenti di quei che
morivano, non facevano che eccitar l'invidia degli amici, che loro
sopravvivevano. Finalmente i Barbari, sazi della strage e della rapina,
ed afflitti dal mal contagioso, che essi stessi vi aveano introdotto,
stabilirono la permanente loro dimora nello spopolato paese. L'antica
Galizia, i limiti della quale contenevano il regno della vecchia
Castiglia, fu divisa fra gli Svevi ed i Vandali: gli Alani si sparsero
nelle Province di Cartagena, e di Lusitania, dal mare Mediterraneo
all'Atlantico; ed il fertile territorio della Betica toccò in sorte a'
Silingi, altro ramo della nazione Vandalica. Dopo aver regolato tal
divisione, i conquistatori ed i nuovi lor sudditi contrassero certi
reciproci vincoli di protezione e d'ubbidienza fra loro: si coltivaron
di nuovo le terre, e furon di nuovo abitate le città ed i villaggi da un
Popolo schiavo. La massima parte degli Spagnuoli si trovò anche disposta
a preferire questa nuova condizione di povertà e di barbarie alle severe
oppressioni del Governo Romano: ve ne furono però molti, che sempre
sostennero la nativa lor libertà; e che ricusarono, specialmente nelle
montagne della Galizia, di sottomettersi al giogo dei Barbari[340]».
[A. 414-415]
L'importante dono delle teste di Giovino e di Sebastiano aveva
confermato l'amicizia d'Adolfo, e restituita la Gallia all'ubbidienza
d'Onorio, cognato di lui. La pace però era incompatibile con la
situazione e coll'indole del Re dei Goti. Volentieri dunque accettò la
proposizione di rivolgere le vittoriose sue armi contro i Barbari della
Spagna: le truppe di Costanzo impedirono che avesse comunicazione coi
porti della Gallia, e dolcemente gli fecero dirigere la marcia verso i
Pirenei[341]. Passò questi monti, ed in nome dell'Imperatore sorprese la
città di Barcellona. La tenerezza d'Adolfo per la Romana sua sposa non
fu diminuita dal tempo, nè dal possesso, e la nascita d'un figlio,
chiamato col nome dell'illustre suo avo Teodosio, parve, che lo fissasse
per sempre negl'interessi della Repubblica. La morte di questo
fanciullo, il corpo del quale posto in una cassa d'argento fu depositato
in una Chiesa vicino a Barcellona, afflisse i suoi genitori; ma il
dispiacere del Re Goto fu sospeso dalle fatiche del campo, ed il corso
delle sue vittorie fu presto interrotto da un domestico tradimento. Egli
aveva imprudentemente preso al suo servizio uno dei seguaci di Saro,
Barbaro d'animo ardito, sebbene piccolo di statura, in cui la segreta
brama di vendicare la morte del suo amato Signore veniva continuamente
irritata dai sarcasmi dell'insolente suo Principe. Fu Adolfo assassinato
nel palazzo di Barcellona: una tumultuosa fazione fu causa, che si
violassero le leggi della successione[342], e Singerico, fratello
dell'istesso Saro, non attenente alla stirpe reale, fu posto sul trono
dei Goti. Il primo atto del suo regno fu l'inumana uccisione de' sei
figli di Adolfo, nati da un anterior matrimonio, ch'ei senza pietà
strappò dalle deboli braccia d'un venerabile Vescovo[343]. La sfortunata
Placidia, invece della rispettosa compassione che avrebbe dovuto
eccitare nei petti più selvaggi, fu trattata con crudele e vergognoso
insulto. La figlia dell'Imperator Teodosio, confusa in una folla di
volgari schiave, fu costretta a camminare a piedi più di dodici miglia
innanzi al cavallo d'un Barbaro, assassino d'un marito, che Placidia
amava e piangeva[344].
[A. 415-418]
Ma Placidia ebbe presto il piacere della vendetta; e la vista
degl'ignominiosi travagli di lei potè muovere uno sdegnato Popolo contro
il Tiranno, che fu assassinato il settimo giorno della sua usurpazione.
Dopo la morte di Singerico, la libera scelta della nazione diede lo
scettro Gotico a Vallia, l'indole guerriera ed ambiziosa del quale parve
nel principio del suo regno estremamente contraria alla Repubblica. Ei
marciò in armi da Barcellona fino a' lidi del mar Atlantico, che gli
Antichi veneravano e temevano come il confine del Mondo. Ma quando
giunse al promontorio meridionale della Spagna[345], e dallo scoglio,
dove ora è la fortezza di Gibilterra, osservò la vicina e fertile costa
dell'Affrica, Vallia riprese i disegni di conquista, che la morte
d'Alarico aveva interrotti. I venti ed i flutti sconcertaron di nuovo
l'impresa dei Goti; e le menti di un superstizioso Popolo furono
altamente commosse dai replicati disastri delle tempeste e dei naufragi.
In tali circostanze il successore d'Adolfo non ricusò più di dare
orecchio ad un ambasciatore Romano, le proposizioni del quale venivano
invigorite dal vero o supposto avvicinamento d'un numeroso esercito
sotto la condotta del valoroso Costanzo. Si stipulò, e si mantenne un
solenne trattato: Placidia fu restituita onorevolmente al fratello;
furono date agli affamati Goti seicentomila misure di grano[346]; e
Vallia s'impegnò a combattere in servizio dell'Impero. S'eccitò
immediatamente una sanguinosa guerra fra' Barbari della Spagna; e si
dice, che i Principi contendenti fra loro mandassero lettere,
ambasciadori, ed ostaggi al trono dell'Imperatore occidentale,
esortandolo a rimanere spettatore tranquillo della lor pugna, il cui
evento doveva esser favorevole pei Romani, attesa la vicendevole strage
de' comuni loro nemici[347]. La guerra di Spagna fu ostinatamente
sostenuta per tre campagne con disperato valore, e con vario successo; e
le marziali operazioni di Vallia sparsero per l'Impero la superior fama
dell'eroe Gotico. Egli esterminò i Silingi, che avevano irreparabilmente
rovinato l'elegante abbondanza della Provincia della Betica. Uccise in
battaglia il Re degli Alani; e gli avanzi di que' vagabondi Sciti, che
scamparono dalla battaglia, invece d'eleggersi un nuovo condottiero, si
cercarono umilmente un asilo sotto lo stendardo de' Vandali, coi quali
essi poi furono sempre confusi. I Vandali stessi e gli Svevi cederono
agli sforzi degl'invincibili Goti. Una promiscua moltitudine di Barbari,
a' quali era stata impedita la ritirata, andò a rifuggirsi nelle
montagne della Galizia, dove sempre continuarono in un angusto luogo e
sopra uno sterile terreno ad esercitare le domestiche loro ed
implacabili ostilità. Nell'orgoglio della vittoria, Vallia osservò
fedelmente le sue promesse, rimise le sue conquiste di Spagna sotto
l'ubbidienza d'Onorio; e la tirannia degl'Imperiali Ministri ben tosto
ridusse l'oppresso popolo a sospirare il tempo della sua Barbarica
servitù. Mentre l'evento della guerra era sempre dubbioso, i primi
vantaggi delle armi di Vallia avevano incoraggiato la Corte di Ravenna a
decretare gli onori del trionfo al debole suo Sovrano. Questi entrò in
Roma come gli antichi conquistatori delle nazioni; e se i monumenti di
servil corruzione non avessero da gran tempo avuto il destino che
meritavano, probabilmente si vedrebbe che una folla di poeti e di
oratori, di Magistrati e di Vescovi applaudirono alla fortuna, alla
saviezza, ed all'invincibil coraggio dell'Imperatore Onorio[348].
[A. 419]
Tal trionfo si sarebbe potuto giustamente pretendere dall'alleato di
Roma, se Vallia, prima di ripassare i Pirenei, avesse estirpato i semi
della guerra di Spagna. I suoi vittoriosi Goti, quarantatre anni dopo
aver passato il Danubio, si posero, secondo la fede de' trattati, in
possesso della seconda Aquitania, Provincia marittima fra la Garonna e
la Loira, sotto la civile ed Ecclesiastica giurisdizion di Bordò. Questa
Metropoli, situata vantaggiosamente per il commercio dell'Oceano, era
fabbricata in una forma regolare ed elegante; ed i molti suoi abitatori
eran distinti fra' Galli per la ricchezza, per la cultura, e per la
gentilezza delle loro maniere. L'addiacente Provincia, che si è
graziosamente paragonata al giardino d'Eden, gode un terreno fruttifero
ed un clima temperato; l'aspetto della campagna dimostrava le arti ed i
premj dell'industria: ed i Goti, dopo i loro marziali travagli,
lussuriosamente esaurivano le ricche vigne dell'Aquitania[349]. I
confini Gotici s'estesero per l'aggiunta di alcune vicine diocesi date
loro; ed i successori d'Alarico piantarono la lor residenza Reale in
Tolosa, che conteneva cinque popolati quartieri o città dentro lo
spazioso recinto delle sue mura. Verso il medesimo tempo, negli ultimi
anni del regno d'Onorio, i Goti, i Borgognoni, ed i Franchi ottennero
stabil sede, e permanente dominio nelle Province della Gallia. La
liberal concessione, fatta dall'usurpatore Giovino a' Borgognoni suoi
alleati, fu confermata dall'Imperadore legittimo; si cederono a que'
formidabili Barbari le terre della Germania prima o superiore, ed essi
appoco appoco, o per via di conquista, o di trattato, occuparono le due
Province, che tuttavia ritengono, co' titoli di Ducato e di Contea, il
nome nazionale di Borgogna[350]. I Franchi, valorosi e fedeli alleati
della Repubblica Romana, furono presto tentati ad imitar gl'invasori, a'
quali avevano sì valorosamente resistito. Le libere loro truppe
saccheggiarono Treveri, capitale della Gallia; e la piccola colonia, che
sì lungamente si conservò nel ristretto di Toxandria nel Brabante,
insensibilmente si dilatò lungo le rive della Mosa e della Schelda,
finattantochè l'indipendente loro potenza riempì tutta l'estensione
della seconda o bassa Germania. Si possono sufficientemente giustificar
questi fatti con prove istoriche: ma la fondazione della Monarchia
Francese per opera di Faramondo, le conquiste, le leggi, ed anche
l'esistenza di quell'Eroe, si sono giustamente attaccate dall'imparziale
severità della moderna critica[351].
[A. 420]
La rovina delle opulenti Province della Gallia può prender l'epoca dallo
stabilimento di questi Barbari, l'alleanza de' quali era pericolosa ed
oppressiva, mentre venivano capricciosamente spinti dall'interesse o
dalla passione a violare la pubblica pace. Fu imposto un grave e parzial
tributo a' Provinciali, sopravvissuti alle calamità della guerra; le più
belle e fertili terre furono assegnate ai rapaci stranieri per uso delle
loro famiglie, de' loro schiavi e del loro bestiame; ed i nativi
tremanti abbandonarono sospirando l'eredità dei loro maggiori. Tali
domestiche disgrazie però, che rare volte affliggono un Popolo
soggiogato, si erano provate ed inflitte da' Romani medesimi non solo
nell'insolenza delle straniere conquiste, ma anche nel furore delle
discordie civili. I Triumviri proscrissero diciotto delle più floride
colonie d'Italia, e distribuirono le loro terre e case a' veterani, che
vendicarono la morte di Cesare, ed oppressero la libertà della patria.
Due Poeti di non ugual fama in simili circostanze hanno deplorato la
perdita del loro patrimonio: ma sembra, che i legionari d'Augusto
sorpassassero in violenza ed ingiustizia i Barbari, che invasero la
Gallia sotto il regno d'Onorio. Non fu senza la massima difficoltà, che
Virgilio evitò la spada del Centurione, che aveva usurpato le sue
possessioni nelle vicinanze di Mantova[352], ma Paolino di Bordò ricevè
una somma di danaro dal Gotico suo conquistatore, che fu da lui
accettata con piacere e sorpresa; e quantunque essa fosse molto
inferiore alla real valuta del suo patrimonio, quest'atto di rapina fu
coperto di qualche colore di moderazione e d'equità[353]. Si mitigò
l'odioso nome di conquistatori con la dolce ed amichevole denominazione
di ospiti de' Romani; ed i Barbari della Gallia, specialmente i Goti,
dichiararono più volte, ch'essi erano uniti al popolo co' vincoli
dell'ospitalità, ed all'Imperatore mediante il dovere della fedeltà, e
del servizio militare. Il titolo d'Onorio, e de' suoi successori, lo
loro leggi, ed i civili lor Magistrati si rispettarono sempre nelle
Province della Gallia, delle quali avevan ceduto il possesso a' Barbari
alleati; ed i Re, ch'esercitavano una suprema e indipendente autorità
su' nativi lor sudditi, erano ambiziosi del più onorevole posto di
generali degli eserciti Imperiali[354]. Tanta era l'involontaria
venerazione, che tuttavia il nome Romano imprimeva nelle menti di que'
guerrieri, che avevan portato in trionfo le spoglie del Campidoglio.
[A. 419]
Mentre l'Italia era devastata da' Goti ed una serie di deboli tiranni
opprimeva la Province di là dalle Alpi, l'Isola Britannica si separò dal
corpo del Romano Impero[355]. Si erano appoco appoco ritirate le truppe
regolari, che guardavano quella remota Provincia; e la Britannia restò
abbandonata senza difesa a' pirati Sassoni, ed a' Selvaggi dell'Irlanda
e della Caledonia. I Britanni, ridotti a tal estremità, non s'affidarono
più al dubbioso e tardo soccorso d'una Monarchia decadente. S'armarono
da loro stessi, rispinsero gl'invasori, e fecero con piacere
l'importante scoperta della propria lor forza. Le Province Armoriche
(nome che comprendeva i paesi marittimi della Gallia fra la Senna e la
Loira)[356] afflitte da simili calamità, ed eccitate dal medesimo
spirito, risolvettero d'imitar l'esempio della vicina Isola. Scacciarono
esse i Magistrati Romani, che obbedivano all'autorità dell'usurpator
Costantino; e fu stabilito un governo libero sopra un Popolo, ch'era sì
lungamente stato soggetto all'arbitraria volontà d'un Signore.
L'indipendenza della Britannia e dell'Armorica fu tosto confermata da
Onorio medesimo, legittimo Imperatore dell'Occidente, e le lettere, con
le quali commise ai nuovi Stati la cura della propria loro salvezza,
possono interpretarsi come un'assoluta e perpetua rinunzia
dell'esercizio e dei diritti della Sovranità. Quest'interpretazione fu
in qualche modo giustificata dall'evento. Dopo che gli usurpatori della
Gallia, l'uno dopo l'altro, furon caduti, le Province marittime vennero
restituite all'Impero. La lor obbedienza però fu imperfetta e precaria:
la vana, incostante e tumultuosa disposizione del Popolo non s'accordava
nè con la libertà, nè con la servitù[357]; e l'Armorica, sebbene non
potesse lungamente conservare la forma di Repubblica[358], fu agitata da
frequenti e rovinose sommosse. La Britannia non fu mai ricuperata[359].
Ma siccome gl'Imperatori saviamente accordarono l'indipendenza di quella
remota Provincia, tal separazione non fu amareggiata colla taccia di
tirannia o di ribellione; ed ai diritti di fedeltà e di protezione
successero i vicendevoli o volontari ufizi di nazionale amicizia[360].
[A. 409-449]
Questa rivoluzione disciolse l'artificiosa fabbrica del governo civile e
militare; e per il corso di quarant'anni, fino alla discesa de' Sassoni,
l'indipendente paese fu governato dall'autorità del Clero, de' Nobili, e
delle città Municipali[361]. I. Zosimo, che solo ci ha conservato la
memoria di questo singolar avvenimento, con grande accuratezza osserva,
che le lettere d'Onorio furono indiritte alle città della
Britannia[362]. Sotto la protezione de' Romani si erano edificate in
varie parti di quella gran Provincia novantadue considerabili città; e
fra queste trentatre si distinguevano sopra le altre per l'importanza ed
i maggiori privilegi che avevano[363]. Ciascheduna di queste città, come
in tutte le altre Province dell'Impero, formava un corpo legale, ad
oggetto di regolare la domestica lor polizia; e la podestà del governo
municipale si distribuiva fra' Magistrati annuali, uno scelto Senato, e
l'assemblea del Popolo, secondo l'original modello della costituzione
Romana[364]. Queste piccole Repubbliche avevano il maneggio d'una
pubblica entrata, l'esercizio della civile o criminale giurisdizione, e
l'abitudine del consiglio e del comando pubblico, e quando si trovarono
indipendenti, la gioventù della città e de' contorni di essa doveva
porsi naturalmente sotto lo stendardo del magistrato. Ma il desiderio di
godere i vantaggi, e di evitare i pesi della società politica, è una
perpetua ed inesausta sorgente di discordia; nè si può ragionevolmente
presumere, che la restaurazione della Britannica libertà fosse esente
dal tumulto e dalla fazione. Gli audaci e popolari cittadini avranno
frequentemente violato la superiorità della nascita e della fortuna; e
gli orgogliosi Nobili, che si lagnavano di esser divenuti soggetti a'
loro propri servi[365], avranno talvolta desiderato il regno d'un
arbitrario Monarca.
II. La giurisdizione d'ogni città sull'addiacente campagna veniva
sostenuta dall'influenza, che i principali Senatori vi esercitavano con
le lor possessioni; e le città più piccole, i villaggi, ed i proprietari
di terre provvedevano alla propria lor sicurezza con ricorrere alla
protezione di queste nascenti Repubbliche. La sfera della loro
attrazione era proporzionata a' lor respettivi gradi di popolazione e di
ricchezza; ma i Signori ereditari di ampie tenute, che non eran oppressi
dalla vicinanza d'alcuna potente città, aspiravano al grado di Principi
indipendenti, ed esercitavano arditamente i diritti della guerra e della
pace. I giardini e le ville, che dimostravano qualche debole imitazione
dell'eleganza italiana, si dovettero presto mutare in forti castelli per
servir di rifugio in occasione di pericolo agli abitatori della vicina
campagna[366]; il prodotto della terra fu impiegato in comprare armi e
cavalli, ed in mantenere una milizia di schiavi, di contadini, e di
licenziosi satelliti; ed il Capitano dovette assumere, dentro il suo
dominio, l'ufizio di civil magistrato. Alcuni di questi Capitani
Britanni erano forse i veri discendenti degli antichi Re; e molti di più
saranno stati tentati ad adottare quell'onorevole genealogia, ed a
rivendicare gli ereditari loro diritti, sospesi dall'usurpazione de'
Cesari[367]. La situazione e le speranze loro dovetter disporli ad
affettare l'abito, il linguaggio, ed i costumi de' loro antichi. Se i
-Principi- della Britannia ricaddero nella barbarie, mentre le città
procuravano di mantener le leggi ed i costumi di Roma, tutta l'isola
dovè appoco appoco dividersi per la distinzione di due nazionali
partiti, ancor essi dispersi in mille suddivisioni di fazioni e di
guerre, prodotte dalle varie cause d'interesse e di sdegno. La pubblica
forza, in vece d'essere unita contro i nemici di fuori, si consumava in
oscure ed interne contese; ed il merito personale, che avrebbe potuto
porre un buon Capitano alla testa de' suoi uguali, lo rendeva capace di
soggiogare la libertà di qualche città vicina, e di pretendere un posto
fra' -tiranni-[368], che infestarono la Britannia dopo lo scioglimento
del Governo Romano. III. La Chiesa Britannica poteva esser composta di
trenta o quaranta Vescovi[369] con un'adequata proporzione del Clero
inferiore; e la mancanza di ricchezze (giacchè sembra che fossero
poveri[370]) gli doveva costringere a meritar la pubblica stima con una
decente ed esemplare condotta. L'interesse ugualmente che l'indole del
Clero favoriva la pace e l'unione della divisa lor patria: ne' lor
popolari discorsi potevan frequentemente inculcare salutari lezioni; ed
i sinodi Episcopali erano i soli concilj, che potevano assumere
l'autorità ed il peso d'un'assemblea nazionale. In questi concilj, dove
i Principi ed i Magistrati sedevano mescolati co' Vescovi, potevan esser
liberamente dibattuti gl'importanti affari dello Stato e della Chiesa,
composte le differenze, formate nuove alleanze, imposti i tributi,
spesso concertate, e talvolta eseguite molte savie risoluzioni; e v'è
motivo di credere che in occasione d'estremo pericolo, s'eleggesse col
generale assenso de' Brettoni un Pendragon, o Dittatore. Queste cure
pastorali, così degne del carattere episcopale furono però interrotte
dalla superstizione, e dallo zelo; ed il Clero Britannico di continuo
s'affaticava a sradicare l'eresia Pelagiana, che esso abborriva come uno
special disonore del proprio nativo paese[371].
[A. 418]
Egli è alquanto notabile, o piuttosto assai naturale, che la rivolta
della Britannia e dell'Armorica dovesse introdurre un'apparenza di
libertà nelle obbedienti Province della Gallia. In un Editto
solenne[372] ripieno delle più forti proteste di quel paterno affetto,
che i Principi esprimon sì spesso, e sentono sì di rado, l'Imperatore
Onorio promulgò la sua intenzione di convocare un'assemblea delle sette
Province: nome particolarmente attribuito all'Aquitania ed all'antica
Narbonese, che avevano da gran tempo cangiato la celtica rozzezza loro
colle utili ed eleganti arti dell'Italia[373]. Arles, che era la sede
del governo e del commercio, fu destinata per luogo dell'assemblea, la
quale ogni anno regolarmente durava ventotto giorni, dal quindici
d'Agosto fino al tredici di Settembre. Era composta dal Prefetto del
Pretorio delle Gallie, dai sette Governatori Provinciali, uno consolare,
e sei Presidenti; dai Magistrati, e forse dai Vescovi di circa sessanta
città; e da un competente, quantunque indeterminato numero dei più
onorevoli ed opulenti possessori di terre, che potessero giustamente
considerarsi come i rappresentanti del loro paese. Avevano essi la
facoltà d'interpretare e di comunicar le leggi del loro Sovrano; di
esporre gli aggravj e i desiderj dei loro costituenti; di moderare
l'eccessivo o disugual peso delle tasse; e di deliberare sopra ogni
materia d'importanza locale o nazionale, che potesse tendere a restituir
la pace e la prosperità delle sette Province. Se tale instituto, che
faceva prendere al Popolo un interesse nel proprio loro governo, si
fosse universalmente stabilito da Traiano o dagli Antonini, si sarebbero
potuti apprezzare e propagare nell'Impero di Roma i semi della virtù e
della saviezza pubblica; i privilegi del suddito avrebbero assicurato il
trono del Monarca; si sarebbero potuti in qualche modo impedire o
corregger gli abusi d'un'amministrazione arbitraria, mediante
l'interposizione di quei corpi rappresentativi; ed il paese sarebbe
stato difeso contro i nemici stranieri, dalle armi dei liberi nazionali.
Sotto il dolce e generoso influsso della libertà, il Romano Imperio
avrebbe potuto durare invincibile ed immortale; o se l'eccessiva sua
grandezza, e le vicende delle cose umane si fossero opposte a tal
perpetua continuazione, i vitali membri, che lo formavano, avrebber
potuto separatamente conservare la loro indipendenza e il vigore. Ma
nella decadenza dell'Impero, allorchè s'era già esausto ogni principio
di salute o di vita, la tarda applicazione di questo parzial rimedio non
era capace di produrre alcuno importante o salutevol effetto.
L'Imperatore Onorio esprime la sua sorpresa nell'aver dovuto costringere
le ripugnanti Province ad accettare un privilegio, che esse avrebber
dovuto ardentemente richiedere. Fu imposta una pena di tre, od anche di
cinque libbre di oro a' rappresentanti assenti, i quali sembra che
evitassero questo immaginario dono di costituzione libera, come l'ultimo
ed il più crudele insulto dei loro oppressori.
NOTE:
[183] La serie de' fatti, dalla morte di Stilicone fino all'arrivo
d'Alarico sotto Roma, non si trova che in Zosimo -Lib. V. p. 347, 350-.
[184] L'espressione di Zosimo; καταφρονησιν εμποιησαι τοις πολεμιοις
αρκοντας; capaci d'eccitare il disprezzo a' nemici, è forte e
vivace.
[185] «Eos qui Catholicae sectae sunt inimici, intra palatium militare
prohibemus. Nullus nobis sit aliqua ratione conjunctus, qui a nobis fide
et religione discordat.» -Cod. Theod. Lib. 16, tit. 5. leg. 42-, ed il
Coment. del Gotofredo -Tom. VI. p. 364-. Questa legge fu interpretata
nella massima estensione, e rigorosamente eseguita. (Zosimo -Lib. V. p.
364-).
[186] Addisson (nelle sue opere -vol. 2. p. 54 dell'Ediz. di
Baskerville-) ha fatto una descrizione molto pittoresca della strada per
l'Appenino. I Goti non avevano agio d'osservare le bellezze del
prospetto; ma ebbero ben piacere di trovare che -Saxa intercisa-,
stretto passo che Vespasiano aveva tagliato nel masso (Cluver. -Ital.
antiq. Tom. 1. p. 618-) fosse totalmente abbandonato.
[187]
-Hinc albi Clitumni greges, et maxima taurus-
-Victima; saepe tuo perfusi flumine sdero-
-Romanos ad tempia Deum duxere triumphos.-
Oltre Virgilio, molti altri Poeti Latini, Properzio, Lucano, Silio
Italico, Claudiano ec., i passi de' quali posson trovarsi appresso
Cluverio ed Addisson, hanno celebrato le trionfali vittime del Clitunno.
[188] Si è presa qualche idea della marcia d'Alarico dal viaggio
d'Onorio fatto pei medesimi luoghi (Vedi Claudiano -in VI. conf. Honor.
404. 522-). La distanza misurata fra Ravenna, e Roma era 254 miglia
Romane. -Itinerar. del Wesseling. p. 126-.
[189] La marcia e la ritirata d'Annibale son descritte da Livio (-Lib.
XXVI. c. 7, 8, 9, 10, 11-) ed il Lettore si fa spettatore di
quell'interessante scena.
[190] Si usarono tali comparazioni da Cinea, consigliere di Pirro, dipoi
che fu tornato dalla sua ambasceria, in occasione della quale aveva esso
diligentemente studiato la disciplina ed i costumi di Roma (Vedi
Plutarco -in Pyrrho Tom. 2 p. 459-).
[191] Ne' tre -censi- del Popolo Romano, che si fecero verso il tempo
della seconda guerra Punica, i numeri sono 270213, 137108, 214000: vedi
Liv. -Epitom. L. XX. Hist. Lib. XXVII. 36. XXIX. 37-. La diminuzione del
secondo, e l'accrescimento del terzo pare sì enorme, che vari critici,
nonostante l'uniformità de' Manoscritti, hanno sospettato nel testo di
Livio qualche corruzione (Vedi Drakenborch -ad XXVII. 36- e Beaufort
-Republ. Rom. Tom.- 1. p. 325). Essi non avvertirono, che il secondo
censo fu fatto solamente in Roma, e che il numero era diminuito non solo
per la morte, ma anche per l'assenza di molti soldati. Nel terzo censo
Livio espressamente dice, che de' Commissari particolari ebber la cura
di passare in rivista le legioni. Da' numeri notati si dee sempre
dedurre una duodecima parte sopra sessanta, e gl'incapaci di portar
armi. (Vedi -Populat. de la France p. 72-).
[192] Livio risguarda questi due accidenti come gli effetti solo del
caso e del coraggio. Io sospetto che ambedue fossero prodotti
dall'ammirabile politica del Senato.
[193] Vedi Girolamo -Tom. 1. p. 169, 170 ad Eultoch.- Egli dà a Paola
questi splendidi titoli -Graecorum stirps-, -saboles Scipionum-, -Pauli
haeres-, -cujus vocabulum trahit-, -Martiae Papyriae matris Africani
vera et germana propago-. Questa particolar descrizione suppone un
titolo più solido, che il cognome di Giulio, che Tossono aveva comune
con mille famiglie delle Province occidentali. Vedi l'Indice di Tacito,
delle Iscrizioni del Grutero ec.
[194] Tacito (-Annal. III. 55-) afferma, che fra la battaglia d'Azio ed
il regno di Vespasiano, il Senato fu di mano in mano ripieno di famiglie
-nuove-, prese da' Municipj e dalle colonie d'Italia.
[195]
-Nec quisquam Procerum tentet (licet aere vetusto-
-Floreat, et claro cingatur Roma Senatu)-
-Se jactare parem; sed prima sede relicta-
Aucheniis, -de jure licet certare secando.-
Claudian. -in Prob. et Olybrii Cons. 18-.
Tal complimento, fatto all'oscuro nome degli -Auchenj-, ha sorpreso i
critici; ma tutti convengono, che qualunque sia la vera lezione di
questo passo, non si può applicare il senso di Claudiano che alla
famiglia Anicia.
[196] La data più antica negli annali del Pighio è quella di M. Anicio
Gallo Trib. della Plebe nell'anno di Roma 506. Un altro Tribuno Q.
Anicio nell'anno 508 si distingue coll'epiteto di Prenestino. Livio
(XLV. 43) pone gli Anicj sotto le gran famiglie di Roma.
[197] Livio XLIV. 30, 31. XLV. 3, 26, 43. Ei pone in buona veduta il
merito d'Anicio, e giustamente osserva, che la sua fama fu oscurata dal
maggior lustro del trionfo Macedonico che precedè l'Illirico.
[198] Questi tre Consolati cadono negli anni di Roma 593, 818, e 967, ed
i due ultimi ne' regni di Nerone e di Caracalla. Il secondo di que'
Consoli si distinse solo per mezzo dell'infame sua adulazione: Tacit.
-Annal. XV, 74-. Ma eziandio la testimonianza dei delitti, se hanno
l'impronta della grandezza e dell'antichità, viene ammessa senza
ripugnanza a provare la genealogia d'una casa nobile.
[199] Nel sesto secolo si fa menzione della nobiltà del nome Anicio con
singolar rispetto dal Ministro d'un Re Goto d'Italia. (Cassiodoro,
-Variat. L. X, Ep. 10, 12-).
[200]
-.... Fixus in omnes-
-Cognatos procedit honos; quemcumque requiras-
-Hac de stirpe virum, certum est de Consule nasci-
-Per fasces numerantur avi, semperque renata-
-Nobilitate virent, et prolem fata sequuntur-
Claudiano -in Prob. et Olyb. cons. 12. etc-. Gli Annii, il nome dei
quali sembra essersi trasfuso nell'Anicia, notano i Fasti con molti
Consolati, dal tempo di Vespasiano sino al quarto secolo.
[201] Può comprovarsi coll'autorità di Prudenzio (-in Symmach. l. 553-)
il titolo di primo Senatore Cristiano, ed il disgusto de' Pagani verso
la famiglia Anicia: vedi Tillemont -Hist. des Emper., Tom. IV. p. 183.
V. p. 44.- Baron., -Annal. A. 312. n. 78. A. 322. n. 2.-
[202] -Probus........ claritudine generis, et potentia et opum
magnitudine cognitus orbi Romano, per quem universum pene patrimonia
sparsa possedit, juste an secus non judicioli est nostri-. (Ammiano
Marcell. XVII. 11). La moglie ed i figliuoli gli eressero un magnifico
sepolcro nel Vaticano, che fu demolito al tempo del Pontefice Nicolò V.
per dar luogo alla nuova Chiesa di S. Pietro. Il Baronio, che deplora la
rovina di questo monumento Cristiano, ne ha diligentemente conservate le
iscrizioni ed i bassi rilievi. (Vedi -Annal. Eccl. An. 395. n. 5. 17-).
[203] Due Satrapi Persiani andarono a Milano ed a Roma per udir S.
Ambrogio, e per veder Probo (Paulin., -in vit. Ambros-.) Claudiano
sembra che non abbia termini da esprimere la gloria di Probo (-in cons.
Prob. et Olybr. 30, 60-).
[204] Vedi il poema, che Claudiano fece per i due nobili giovani.
[205] Secondino Manicheo, ap. Baron. -ann. 490. n. 34-.
[206] Vedi Nardini. -Roma antica, p. 89, 498, 500-.
[207]
«-Quid loquar inclusas inter laquearia sylvas;-
«-Vernula quae vario carmine ludit avis-».
Claud. Rutil. Numatian., -Itiner, v. III.-. Il Poeta visse al tempo
dell'invasione Gotica. Un moderato palazzo avrebbe occupato la
possessione di quattro iugeri di Cincinnato (Val. Max. IV. 4.). «In
laxitatem ruris excurrunt» dice Seneca -Ep. 114-. Vedi una giudiziosa
nota di Hume (-Saggi vol. 1. p. 562 dell'ultima edizione in 8-).
[208] Questo curioso ragguaglio di Roma nel tempo d'Onorio si trova in
un frammento dell'Istorico Olimpiodoro, ap. -Fozio, p. 197-.
[209] I figlj d'Alipio, di Simmaco, e di Massimo spesero nelle
respettive loro Preture, chi dodici, chi venti, e chi quaranta centenari
(o cento libbre d'oro). Vedi Olimpiodoro, ap. Fozio, p. 197. Tale stima
popolare ammette qualche estensione; ma è difficile spiegare una legge
nel Codice Teodosiano (-Lib. VI. Tit. 4. leg. 5.-) che determina la
spesa del primo Pretore a 25000 -folli-, del secondo a 20000, e del
terzo a 15000. Il nome di -follis- (Vedi -Mem. dell'Accad. delle
Inscriz., Tom. XXVIII. p. 727-) si dava tanto ad una somma di 125 monete
d'argento, che ad una piccola moneta di rame, ch'era 1/2625 di quella
somma. Nel primo senso i 25000 folli sarebbero stati 150000 lire
sterline: nel secondo solamente cinque o sei. L'uno sembra stravagante,
l'altro è ridicolo. Bisogna che ve ne fosse una terza specie d'un valor
medio, di cui s'intende di parlare in questo luogo; ma nel linguaggio
delle leggi la ambiguità è una mancanza inescusabile.
[210] «Nicopolis... in Actiaco littore, sita possessionis vostrae, nunc
pars vel maxima est»: Girolam. -in praef. Comm. ad Epistol. ad Tit. Tom.
IX. p. 243-. Il Tillemont suppone assai stranamente, che questa fosse
una parte dell'eredità di Agamennone. (-Mem. Eccl. tom. XII. pag. 85-).
[211] Seneca -Ep. 89-. Il suo stile è declamatorio; ma v'è appena
declamazione, che possa esagerare l'avarizia ed il lusso de' Romani. Il
Filosofo stesso meritava qualche specie di rimprovero, se è vero, che la
sua rigorosa esazione dei -quadringenties- (cioè più di trecentomila
lire sterline) che egli aveva prestato ad un alto interesse, suscitò una
ribellione nella Britannia (Dion. Cas. -l. 62. p. 1003-). Secondo la
congettura di Gale (-Itinerar. d'Antonino in Britann. p. 92-) il
medesimo Faustino godeva una possessione vicino a Bury in Suffolk, ed
un'altra nel regno di Napoli.
[212] Volusio, ricco Senatore (Tacit., -Annal.- III. 30), preferiva
sempre gli affittuali nativi del luogo. Columella, che da esso ebbe
questa massima, discorre molto giudiziosamente su tal materia. (-De re
rustica, lib. 1. c. 7. p. 408 edit. Gesner. Lips. 1735-).
[213] Il Valesio (-ad Ammian.- XIV. 6 ) ha provato coll'autorità del
Grisostomo e d'Agostino, che a' Senatori non era permesso dar del denaro
ad usura. Pure apparisce dal Codice Teodosiano (Vedi Gotofred. -ad lib.
II. tit. XXXIII. Tom. I. p. 230, 289-) che si concedeva loro di prendere
il sei per cento, o la metà dell'interesse legale, e quel ch'è più
singolare, tal permissione accordavasi a' -giovani- Senatori.
[214] Plinio, -Hist. Nat. XXXIII. 50-. Egli determina l'argento a sole
4380 libbre, che sono accresciute da Livio (XXX. 45) fino a 100,023. La
prima somma pare troppo piccola per una opulenta città, e l'altra troppo
grande per qualunque tavola privata.
[215] L'erudito Arbuthnot (-Tavole d'antiche monete p. 153-) ha
osservato graziosamente, ed io credo con verità, che Augusto non aveva
nè vetri alle sue finestre, nè una camicia indosso. Nel basso Impero
l'uso del vetro e del lino divenne alquanto più comune.
[216] Io debbo spiegare le libertà, che mi ho prese intorno al testo
d'Ammiano: 1. Ho unito insieme il Cap. 6 del libro XIV col cap. 4. del
XXVIII; 2. Ho dato ordine e connessione alla massa confusa de' suoi
materiali; 3. Ho mitigato alcune iperbole stravaganti, e tolto alcune
superfluità dell'originale; 4. Ho sviluppato alcune osservazioni
ch'erano accennate piuttosto che espresse. Con tali licenze, la mia
versione in vero non si troverà litterale, ma è però fedele ed esatta.
[217] Claudiano, il quale pare che avesse letto l'istoria di Ammiano,
parla di questa gran rivoluzione in uno stile assai meno cortigianesco:
-Postquam jura ferox in se communia Caesar-
-Transtulit, et lapsi mores desuetaque priscis-
-Artibus, in gremium pacis servile recessi.-
-De bello Gildonico-, 49.
[218] La minuta diligenza degli Antiquari non è stata capace di
verificar questi nomi straordinari. Io son d'opinione, che siano stati
inventati dall'Istorico stesso, per evitare qualunque satira o
applicazione personale. Egli è certo però, che le semplici denominazioni
de' Romani furono appoco appoco prolungate sino al numero di quattro,
cinque o anche sette pomposi cognomi, per esempio -Marcus Maecius
Memmius Furius Balburius Caecilianus Placidus-. (Vedi Noris, -Cenotaph.
Pis. diss. IV. p. 438-).
[219] I cocchi o -Carrucae- de' Romani spesso eran d'argento sodo,
superbamente intagliati e figurati, e gli arnesi delle mule o de'
cavalli erano intarsiati d'oro. Tal magnificenza durò dal regno di
Nerone fino a quello d'Onorio; e la via Appia era coperta di splendidi
equipaggi di nobili, che venivano ad incontrar S. Melania, quando
ritornò a Roma, sei anni prima dell'assedio Gotico (-Senec., epist. 87.
Plin., Hist. Nat. XXXIII. 49. Paulin. Nolan., ap. Baron. Ann. Eccl. an.
397. n. 5-). La pompa però si è rettamente mutata nel comodo; ed una
semplice carrozza moderna sulle molle è molto preferibile ai carri
d'argento o d'oro dell'antichità, che posavano sugli assi delle rote, ed
erano per lo più esposti all'inclemenza dell'aria.
[220] In un'omelia d'Asterio, Vescovo di Amasia, il Valois ha scoperto
(-ad Ammian. XIV. 6-.) che questa era una nuova moda; che si
rappresentavano in ricamo orsi, lupi, leoni e tigri, boschi, caccie ec.,
e che i più devoti vi sostituivano la figura, o la leggenda di qualche
Santo lor favorito.
[221] Vedi Plin., -Hist. t. 6-. Tre grossi cignali furono tirati e presi
ne' lacci senza interromper gli studi del filosofico cacciatore.
[222] Il cangiamento dell'infausta voce -Averno-, ch'è nel testo, non è
d'alcuna importanza. I due laghi Averno e Lucrino comunicavano insieme,
e formavano per mezzo delle stupende moli d'Agrippa il porto Giuliano,
che si apriva per uno stretto ingresso nel Golfo di Pozzuolo. Virgilio,
che abitava in quel luogo, ha descritto (-Georg. II. 161-) quest'opera
nel tempo della sua esecuzione, ed i comentatori di esso,
particolarmente Catrou, hanno preso gran lume da Strabone, da Svetonio e
da Dione. I terremoti, ed i Vulcani hanno mutata la faccia del luogo, e
convertito il Lago Lucrino dopo l'anno 1538, nel monte nuovo. Vedi
Camillo Pellegrino, -discorsi della Campan. Felice p. 239, 244. Anton
Sanfelici, Campania p. 13, 88. -
[223] -Regna Cumana et Puteolana; loca, ceteroqui valde expetenda,
interpellantium autem multitudine pene fugienda. Cicer., ad Attic. XVI.
17-.
[224] L'espressione di -tenebre Cimmerie- fu presa in origine dalla
descrizione d'Omero (-nel lib. XI. dell'Odissea-), applicandola esso ad
un remoto e favoloso paese sui lidi dell'Oceano. (Vedi -Erasmi Adag.
nelle sue opere Tom. 2. p. 593. ediz. di Leida-).
[225] Possiamo rilevare da Seneca (-epist. 123-) tre curiose circostanze
relativamente ai viaggi de' Romani. 1. Essi eran preceduti da una truppa
di Cavalleggieri di Numidia, che con un nuvolo di polvere annunziavano
l'avvicinamento di un grand'uomo; 2. I loro muli da bagaglio non
solamente trasportavano i vasi preziosi, ma anche i fragili vasellami di
cristallo e di -murra-, sotto il qual nome è quasi provato dal dotto
Francese Traduttore di Seneca (-T. III. p. 403, 422-) che intendevasi la
porcellana della China e del Giappone; 3. i be' volti de' giovani
schiavi eran coperti d'una crosta o unzione fatta ad arte per difenderli
dagli effetti del sole e del gelo.
[226] -Distributio solemnium sportularum. Le sportulae e sportellae-
eran piccoli panieri, che si suppone che contenessero una quantità di
cibi caldi del valore di 100 quadranti, o di dodici soldi e mezzo,
ch'erano posti per ordine in una sala, e con ostentazione distribuiti
alla famelica o servil turba, che stava aspettando alla porta. Si fa
bene spesso menzione di tal grossolano costume negli epigrammi di
Marziale e nelle satire di Giovenale. Vedasi anche Svetonio, -in Claud.
c. 21. in Neron. c. 16. in Domitian. c. 4, 7-. Quanti panieri di cibi si
convertirono in seguito in grosse monete, o in piatti d'oro e d'argento,
che reciprocamente si davano e si ricevevano ancora dalle persona del
più alto grado, nelle solenni occasioni de' Consolati, de' matrimonj ec.
(Vedi Symmac., -Epist. IV. 55., IX. 124, e Miscell. p. 256-).
[227] Il ghiro, detto da' Latini -glis- e da' Francesi -loir-, è un
piccolo animale, che dimora ne' boschi, e rimane intorpidito nel grande
inverno (Vedi Plin., -Hist. nat.- VIII. 82. Buffon, -Hist. nat. Tom.
VIII, pag. 158-. Pennant, -Sinopsi de' quadrupedi- p. 289.). V'era
l'arte di allevare e d'ingrassare un gran numero di ghiri nelle ville
Romane, risguardandosi questo come un vantaggioso articolo di economia
rurale (Varrone, -de re rust. III. 15-). L'eccessiva richiesta di essi
per le tavole di lusso si accrebbe per le folli proibizioni de' Censori,
e si racconta, che sono tuttavia in pregio nella moderna Roma, e si
mandano frequentemente in regalo da' Principi Colonna. (Vedi Brotier
ultimo editore di Plinio -Tom. II. p. 458. ap. Barbou 1779-).
[228] Questo giuoco, che può tradursi co' nomi più a noi famigliari di
-Trictrac-, o di -Tavola Reale- era il divertimento favorito de' più
gravi Romani: ed il Giurisconsulto Muzio Scevola, il vecchio, aveva la
fama di abilissimo giuocatore. Era chiamato -ludus duodecim scriptorum-
da' dodici scritti o linee che dividevano in uguali parti l'alveolo, o
la tavola. Sopra di esse venivan ordinate due armate, una bianca e
l'altra nera, ciascheduna delle quali conteneva quindici uomini, o
pezzi, e si muovevano alternativamente secondo le regole del giuoco e le
indicazioni delle -tessere-, o de' dadi. Il Dottor Hide, che fa
diligentemente l'istoria, e nota le varietà del -Nerdiludium- (nome di
etimologia Persiana) dall'Irlanda al Giappone, versa su questo lieve
soggetto un copioso torrente di erudizione classica ed orientale. Vedi
-Syntagm. dissertat. Tom. II. p. 217, 405-.
[229] -Marius Maximus homo omnium verbosissimus, qui et mythistoricis se
voluminibus implicavit.- Vopisc. -in Hist. August.- p. 242. Egli scrisse
le vite degli Imperatori da Traiano fino ad Alessandro Severo. Vedi
Gerardo Vossio, -de Hist. Latin. l. II. c. 3- nelle sue Opere volum. IV,
pag. 57.
[230] Questa satira probabilmente è esagerata. I Saturnali di Macrobio,
e l'Epistole di Girolamo danno sufficienti prove, che molti Romani di
ambi i sessi, e del più alto grado coltivavano studiosamente la teologia
Cristiana e la classica letteratura.
[231] Macrobio, amico di quei nobili Romani, risguardava le stelle come
la causa o almeno i segni de' futuri eventi (-de Somn. Scip., l. I. c.
19. p. 68-).
[232] Le storie di Livio (vedi specialmente lib. VI c. 36) son piene
dell'estorsioni dei ricchi, e delle angustie dei poveri debitori. La
patetica istoria di un bravo antico soldato (Dionis. Alicanass. l. V. c.
26. pag. 347. -Ediz. d'Hudson-. e Livio II. 23) deve essersi
frequentemente ripetuta in quei primi tempi, che tanto immeritamente si
son lodati.
[233] -Non esse in civitate duo millia hominum, qui rem haberent-:
Cicero,- Off. II. 21. col Coment. di Paolo Manuz. ediz. del Grevio-.
Questo indeterminato calcolo fu fatto l'anno di Roma 649 in un discorso
dal Tribuno Filippo, ed il sue scopo non meno che quello dei Gracchi
(vedi Plutarco) era di deplorare e forse d'esagerare la miseria della
plebe.
[234] Vedi la terza satira v. 60-125. di Giovenale, che deplora con
isdegno.
-.... Quamvis quota portio faecis Achaeae?-
-Jampridem Syrus in Tiberim defluxit Orantes;-
-Et linguam et mores etc.-
Seneca proponendosi di consolare la propria madre (-Consol. ad Helv. c.
6.-) colla riflessione che una gran parte dell'uman genere si trovava in
uno stato d'esilio, le rammenta quanto pochi fra gli abitanti di Roma
fossero nati nella città.
[235] Quasi tutto quello che si è detto del pane, del lardo, dell'olio,
del vino etc. può trovarsi nel lib. XIV. del Codice Teodosiano, che
tratta espressamente del governo delle grandi città. Si vedano in specie
i -Titoli 3, 4, 15, 16, 17 e 24-. Le autorità correlative son prodotte
nel Comentario del Gotofredo; e non v'è bisogno di trascriverle. Secondo
una legge di Teodosio, che riduce a danaro la contribuzion militare, una
moneta d'oro (cioè undici scellini) equivaleva ad ottanta libbre di
lardo, o ad ottanta libbre d'olio, o a dodici moggia di sale (-Cod.
Teod. l. VIII. Tit. IV. Leg. 17-). Questo confronto, paragonato con un
altro di sessanta libbre di lardo per un'anfora (-Cod. Teod. l. XIV.
Tit. IV. Leg. 4-), determina il prezzo del vino a circa sedici soldi il
gallone.
[236] L'anonimo autore della Descrizione del Mondo (p. 14. nel -Tom.
III. Geogr. Minor. Hudson-) nel suo barbaro Latino così parla della
Lucania: -Regio optima et ipsa omnibus abundans, et lardum multum foras
emittit. Propter quod est in montibus, cujus escam animalium variam
etc-.
[237] Vedi -Novell. ad calcem Cod. Theod. D. Valent. l. I. Tit. XV-.
Questa legge fu pubblicata in Roma il 20. Giugno 452.
[238] Sueton., -in August. c. 42-. Il più grand'eccesso dell'Imperatore
medesimo, nel suo favorito vino della Rezia, non eccedè mai un Sestario,
cioè una pinta Inglese, id. c. 77. Torrent., -Ib. e Tavol. d'Arbuthnot
p. 86-.
[239] Il suo disegno era di piantar vigne lungo le coste marittime
dell'Etruria; Vopisc., -in Hist. August. p. 225-. cioè nell'orrida,
malsana ed incolta -Maremma- della moderna Toscana.
[240] Olimp., -ap. Phot. p. 197-.
[241] Seneca (-Epist. 86-) paragona i bagni di Scipione Affricano alla
sua villa di Literno con la magnificenza, che andava continuamente
crescendo, de' pubblici bagni di Roma, molto tempo avanti che fossero
fatte le magnifiche -Terme- d'Antonino e di Diocleziano. Il -quadrante-,
che si pagava per l'ingresso nelle medesime, era la quarta parte d'un
asso, circa un ottavo d'un soldo Inglese.
[242] Ammiano (l. XIV. c. 6, e lib. XXVIII. c. 4) dopo aver descritto il
lusso e l'orgoglio dei Nobili Romani, espone con uguale indignazione i
vizi e le follie della plebe.
[243] Gioven., -Satir. XI. 191-. L'espressioni dell'Istorico Ammiano non
son meno forti ed animate di quelle del satirico; e tanto l'uno che
l'altro dipingono al vivo. Il numero delle persone, che il Circo Massimo
era capace di contenere, è preso dalle -Notizie originali- della città.
Le differenze, che sono fra loro, provano che non si sono copiate, ma la
quantità può sembrare incredibile, quantunque in tali occasioni il
contado accorresse in folla alla città.
[244] Alle volte in vero componevano opere originali.
-.... vestigia Graeca-
-Ausi deserere et celebrare domestica facta.-
Orazio, -Epist. ad Pison. 285.- con la dotta quantunque ambigua nota di
Dacier, che avrebbe potuto accordare il nome di tragedie al -Bruto- e al
-Decio- di Pacuvio, o al Catone di Materno. Tuttavia sussiste come un
saggio assai svantaggioso della tragedia Romana l'-Ottavia-, attribuita
ad uno dei Senechi.
[245] Al tempo di Quintiliano e di Plinio un poeta tragico era ridotto
all'imperfetto metodo d'invitar molta gente in un luogo capace, ad
oggetto di leggere ivi la sua composizione. Vedi il dialogo -de
Oratorib. c. 9, 11-, e -Plinio, Epist. VII. 17-.
[246] Vedi il Dialogo di Luciano -de saltatione Tom. II. p. 265-317.
Ediz. Reitz-. I pantomimi ebbero l'onorevol nome di χειροσοφοι sapienti
di mano; ed era necessario, che si esercitassero in quasi ogni arte
e scienza. Burette (-nelle Memor. dell'Accadem. delle Iscriz. Tom. I.
p. 127-) ha fatto una breve storia dell'arte de' pantomimi.
[247] Ammiano (l. XIV. c. 6) si duole con decente sdegno, che le strade
di Roma fossero piene d'una turba di donne, che avrebbero potuto dare
dei figli allo Stato, ma che non avevano altra occupazione che quella
d'arricciarsi, ed accomodarsi i capelli, e -jactari volubilibus gyris
dum exprimunt innumera simulacra, quae finxere fabulae theatrales-.
[248] Lipsio (-Tom. III. p 423. de magnitud, Rom. l. III. c. 3-) ed
Isacco Vossio (-Observ. var. p. 26, 34-) si son lasciati trasportare da
strani sogni di quattro, di otto, o di quattordici milioni di persone in
Roma. David Hume, (-Saggi Vol. I. p. 460-457-) unitamente ad un
ammirabile buon senso e scetticismo, dimostra qualche segreta
disposizione a diminuir la popolazione degli antichi tempi.
[249] Olimpiodoro, -ap. Phot. p. 197-. Vedi Fabric., -Bibl. Graec. Tom.
IX. p. 400-.
[250] -In ea autem majestate urbis, et civium infinita frequentia
innumerabiles habitationes opus fuit explicare. Ergo cum recipere non
posset area plana tantam multitudinem in urbe, ad auxilium altitudinis
aedificiorum res ipsa coegit devenire-: Vitruv. II. 8. Questo passo, di
cui son debitore al Vossio, è chiaro, forte, e pieno.
[251] Le successive testimonianze di Plinio, di Aristide, di Claudiano,
di Rutilio ec. provano l'insufficienza di questi editti restrittivi.
Vedi Lipsio, -de Magnitud. Rom. l. III c. 2-.
-... Tabulata, tibi jam tertia fumant,-
-Tu nesciis; nam si gradibus trepidatur ab imis-
-Ultimus ardebit, quem tegula Sola tuetur-
-A pluvia....-
Juvenal., -Satir. III. 199-.
[252] Leggasi tutta la satira terza, ma particolarmente i versi 166-223.
La descrizione dell'-insula-, o casa d'appigionarsi piena di gente in
Petronio (c. 95. 97) perfettamente s'accorda coi lamenti di Giovenale; e
sappiamo da prove legali, che al tempo d'Augusto (Heinec., -Hist. Jur.
Rom.- c. IV. p. 181) la rendita ordinaria di varj -cenacoli- o
appartamenti d'una -isola- era di quarantamila sesterzi l'anno, fra tre
e quattrocento lire sterline (-Pandect. lib. XIX. Tit II. n. 30-); somma
che prova nel tempo stesso e la grand'estensione, e l'alto valore di
quelle comuni fabbriche.
[253] Questa somma totale è composta di 1780 Domus o vaste case, di
46,602 -insule- o abitazioni plebee (vedi Nardini, Rom. ant. l. III. p.
88); e questi numeri vengono assicurati dalla conformità dei testi delle
diverse -Notitiae- (Nardini, l. VIII. p. 498-500).
[254] Vedasi l'esatto scrittore Messance, -Recherches sur la Population
p. 17-187-. Appoggiato a probabili o certi fondamenti egli assegna a
Parigi 23,565 case, 71,114 famiglie, e 576,630 abitanti.
[255] Questo computo non è molto diverso da quello che il Brotier,
ultimo editore di Tacito, (Tom. II. pag. 380) ha tratto da principj
simili; quantunque sembri, che esso tenda ad un grado di precisione, a
cui non è possibile nè importante di giungere.
[256] Quanto ai fatti seguiti nel primo assedio di Roma, che vengono
spesso confusi con quelli del secondo e del terzo, vedi Zosimo l. V. p.
350-354. Sozomeno lib IX. c. 6, Olimpiodoro, -ap. Phot. p. 180-,
Filostorgio lib. XII. c. 3, e Gotofredo, -Dissert. p. 467-475-.
[257] La madre di Leta era chiamata -Pissuxena-. Erano però ignoti il
padre, la famiglia, e la patria di essa. (Ducange, -Famil. Byzantin. p.
59-).
[258] -Ad nefandos cibos erupit esurientium rabies et sua invicem membra
laniarunt, dum mater non parcit lactenti infantiae: et recipit utero
quem paullo anta effuderat. Girolam., ad Principiam Tom. I. p. 121-. La
stessa orribile circostanza parimente si racconta degli assedj di
Gerusalemme e di Parigi. Quanto all'ultimo, si paragonino fra loro il
decimo libro dell'Enriade, ed il Giornale di Enrico IV. (T. I. p. 47-83)
e si osservi che una semplice narrazione dei fatti è molto più patetica
delle più elaborate descrizioni dell'epica poesia.
[259] Zosimo (l. V. p. 355, 356) parla di queste ceremonie come un Greco
male informato della nazionale superstizione di Roma e della Toscana. Io
sospetto, che contenesser due parti, cioè le segrete e le pubbliche: le
prime erano probabilmente un'imitazione delle arti e degl'incantesimi,
coi quali Numa aveva tratto Giove ed il suo fulmine sul monte Aventino.
-... Quid agant laqueis, quae carmina dicant,-
-Quaque trahant superis sedibus arte Jovem,-
-Scire nefas homini....-
Gli -ancili- o scudi di Marte, -pignora Imperii-, che si portavano nelle
processioni solenni per le calende di Marzo, traevano l'origine da
questo misterioso evento (Ovid., -Fastor. III. 259, 398-). Si aveva
probabilmente intenzione di far risorgere quest'antica festa, che era
stata soppressa da Teodosio. In tal caso noi scuopriremmo una data
cronologica, vale a dire il primo di Marzo dell'anno 409, che finora non
si è osservata.
[260] Sozomeno (l. IX. c. 6.) induce a credere, che l'esperimento fosse
realmente fatto, quantunque senza successo; ma non rammenta il nome
d'Innocenzo; ed il Tillemont (-Mem. Eccl. Tom. X. p. 645-) è determinato
a non credere, che un Papa potesse esser reo d'una sì empia
condiscendenza.
[261] Il pepe era un ingrediente favorito della più sontuosa cucina
Romana, e la sorte migliore di esso vendevasi quindici -denarii-, o
dieci scellini la libbra. Vedi Plinio, -Hist. Nat. XII. 14-. Era portato
dall'India; ed il medesimo paese, cioè la costa del Malabar, tuttavia ne
somministra la più grande abbondanza: ma il perfezionamento del
commercio e della navigazione ha moltiplicato la quantità e diminuito il
prezzo di esso. Vedi -Hist. Polit. et Philos. ec. Tom. I. p. 457.-
[262] Questo Capitano Goto è chiamato -Athaulphus- da Isidoro e da
Giornandes; -Ataulphus- da Zosimo e da Orosio: e da Olimpiodoro
-Adaoulphus-. Io mi son servito del celebre nome d'-Adolfo-, che sembra
essere autorizzato dalla pratica degli Svedesi, figli o fratelli degli
antichi Goti.
[263] Il trattato fra Alarico ed i Romani ec. è preso da Zosimo lib. V.
p. 354, 355, 358, 359, 362, 363. Le circostanze, che vi si potrebbero
aggiungere, sono troppo poche e di piccola importanza per esigere
qualche altra citazione.
[264] Zosimo, lib. V. p. 367, 368, 369.
[265] Zosimo, lib. V. p. 360, 361, 362. Il Papa, essendo restato a
Ravenna, scansò le imminenti calamità di Roma, Orosio, l. VII. c. 39 p.
573.
[266] Per le avventure d'Olimpio e de' suoi successori nel ministero,
vedi Zosimo (l. V. p. 363, 365, 366) ed Olimpiodoro (-ap. Phot. p. 180,
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