per le minacce d'un imbelle popolo, snervato dal lusso prima di esser emaciato dalla fame. Quindi condiscese a determinare la contribuzione, che avrebbe ricevuta per prezzo della sua ritirata dalle mura di Roma: cioè -tutto- l'oro e l'argento che si trovava nella città, o appartenesse allo Stato, o ai particolari; -tutti- i mobili ricchi e preziosi; e -tutti- gli schiavi, che avesser potuto provare d'aver diritto al nome di -Barbari-. I ministri del Senato ardirono di domandare in un tuono modesto e supplichevole: «Se tali, o Re, sono le vostre domande, che cosa volete lasciare a noi?» «LE VOSTRE VITE» replicò il superbo conquistatore: tremarono essi, e si ritirarono. Pure avanti che tornassero indietro fu accordata una breve sospensione di armi, che dava qualche tempo per una più temperata negoziazione. Il duro sembiante d'Alarico appoco appoco ammollissi; egli diminuì molto il rigor dei suoi termini, ed alla fine acconsentì di toglier l'assedio mediante il pagamento fatto subito di cinquemila libbre d'oro, di trentamila libbre d'argento, di quattromila vesti di seta, di tremila pezze di panno scarlatto fine, e di tremila libbre di pepe[261]. Ma era esausto il pubblico tesoro: le annue rendite dei gran fondi, tanto in Italia, quanto nello Province, erano sospese dalle calamità della guerra; l'oro e le gemme nel tempo della penuria si erano cambiate coi cibi più vili; le private ricchezze erano tuttavia tenute nascoste dall'ostinazione degli avari; ed alcuni residui di sacre spoglie furono l'unico spediente che potè liberar la città dall'imminente rovina. Tosto che i Romani ebbero soddisfatto le rapaci domande d'Alarico, ricuperarono in qualche modo il godimento della pace e dell'abbondanza. Si aprirono con cautela alcune porte della città; non era più impedita dai Goti l'introduzione della roba dal fiume e dalla vicina campagna; i cittadini correvano in folla al libero mercato, che per tre giorni fu tenuto nei sobborghi; e mentre i mercanti, che intrapresero questo lucroso commercio, facevano un considerabil guadagno, fu assicurata in futuro la sussistenza della città per mezzo di ampie provvisioni, che si depositarono dentro ai pubblici e privati granai. Nel campo di Alarico si mantenne una disciplina più regolare di quella che si sarebbe potuta aspettare; ed il savio Barbaro giustificò il riguardo che aveva per la fede dei trattati, mediante la giusta severità con cui gastigò una truppa di licenziosi Goti, che avevano insultato alcuni cittadini Romani sulla via, che conduceva ad Ostia. Il suo esercito, arricchito dalle contribuzioni della capitale, avanzavasi lentamente verso la bella e fertil Provincia della Toscana, dove disegnava di porre il suo quartiere d'inverno; e la bandiera Gotica divenne il rifugio di quarantamila schiavi Barbari, che rotte le loro catene aspiravano, sotto il comando del grande loro liberatore, a vendicare le ingiurie e la disgrazia della loro crudel servitù. Verso il medesimo tempo ricevè un più onorevol rinforzo di Goti e di Unni, che Adolfo[262], fratello della sua moglie, aveva condotto, a' pressanti suoi inviti, dalle rive del Danubio a quelle del Tevere; e che si erano aperta la strada con qualche difficoltà e perdita fra mezzo ad un superior numero di truppe Imperiali. Un vittorioso Capitano, che univa l'audace spirito di un Barbaro con l'arte e la disciplina di un Generale Romano, trovavasi alla testa di centomila combattenti; e l'Italia pronunziava con terrore e rispetto il nome formidabile d'Alarico[263]. [A. 409] Alla distanza di quattordici secoli, noi possiamo esser contenti di riferire le imprese militari dei Conquistatori di Roma senza presumere d'investigare i motivi della politica loro condotta. Alarico, in mezzo alla sua apparente prosperità, conosceva forse qualche segreta debolezza, qualche interno difetto; o forse la moderazione, che dimostrava, tendeva solo a deludere e disarmare la facile credulità dei ministri d'Onorio. Il Re dei Goti dichiarò più volte, che egli desiderava d'esser considerato come l'amico della pace e de' Romani. Alle sue più premurose istanze furono mandati tre Senatori alla Corte di Ravenna per sollecitare il cambiamento degli ostaggi e la conclusione del trattato; e le proposizioni, che egli più chiaramente espresse nel corso della negoziazione, possono soltanto inspirare dubbio sulla sua sincerità, come quelle che male sembrano accordarsi collo sembrare incoerenti allo stato della sua fortuna. Il Barbaro aspirava sempre al posto di Generale degli eserciti dell'Occidente; stipulò un annuo sussidio di danaro e di grano; e scelse le Province della Dalmazia, del Norico, e di Venezia per sede del suo nuovo regno, che avrebbe dominato l'importante comunicazione fra l'Italia e il Danubio. Se poi non si fossero accettate queste moderate proposizioni, Alarico si dimostrava disposto a recedere dalle sue domande di danaro, ed anche a contentarsi del possesso del Norico, esausto e povero paese, perpetuamente esposto alle scorrerie dei Barbari della Germania[264]. Ma le speranze della pace andarono a male per la debole ostinazione, o per le interessate mire del Ministro Olimpio. Senz'ascoltare le salutevoli rappresentanze del Senato, ne rimandò gli ambasciatori con una scorta militare, troppo numerosa per un seguito d'onore, troppo debole per un'armata di difesa. Fu ordinato a seimila Dalmati, che erano il fiore delle Legioni Imperiali, che marciassero da Ravenna a Roma per mezzo ad un'aperta campagna, che era occupata dalle formidabili forze dei Barbari. Questi bravi legionarj, circondati e traditi, sacrificati furono alla follìa ministeriale. Valente, lor Generale, con cento soldati fuggì dal campo di battaglia; ed uno degli Ambasciatori, che non poteva più invocare la protezione del diritto delle genti, fu costretto a comprar la sua libertà col riscatto di trentamila monete d'oro. Ciò non ostante Alarico, invece d'adirarsi per tal atto d'impotente ostilità, immediatamente rinnovò le sue proposizioni di pace, e la seconda ambasceria del Senato Romano, a cui dava peso e dignità la presenza d'Innocenzo, Vescovo di Roma, fu guardata da' pericoli del viaggio con un distaccamento di soldati Goti[265]. Olimpio[266] avrebbe potuto continuare ad insultare il giusto sdegno del popolo, che altamente accusavalo come autore della pubblica calamità; ma il suo potere fu appoco appoco distrutto dagli intrighi segreti del palazzo. Gli Eunuchi favoriti trasferirono il governo d'Onorio e dell'Imperio in Giovio, Prefetto del Pretorio, indegno servo, che non purgò neppure col merito d'un personale affetto gli errori e le sciagure della sua amministrazione. L'esilio o la fuga del colpevole Olimpio lo riservò ad altre vicende della fortuna: ei provò lo avventure di una vita oscura e vagabonda; s'innalzò di nuovo alla potenza, cadde per la seconda volta nella disgrazia; gli furon tagliati gli orecchi; e spirò sotto le verghe, somministrando l'ignominiosa sua morte un grato spettacolo agli amici di Stilicone. Dopo la remozione d'Olimpio il cui carattere era profondamente viziato dal fanatismo religioso, i Pagani e gli Eretici restaron liberi da quella politica proscrizione, che gli escludeva dalle dignità dello Stato. Il valoroso Gennerido[267], soldato d'origine barbara, che sempre aderiva al culto dei suoi maggiori, era stato costretto a spogliarsi del cingolo militare: e quantunque fosse più volte assicurato dall'Imperatore medesimo, che le leggi non eran fatte per le persone del grado o merito suo, egli ricusò d'accettare qualunque particolar dispensa, e persistè in un'onorevol disgrazia, finattantochè non ebbe ottenuto, un atto generale di giustizia dall'angustia in cui si trovava il Governo Romano. La condotta di Gennerido nell'importante posto, a cui fu promosso o restituito, di Generale della Dalmazia, della Pannonia, del Norico e della Rezia, parve, che ravvivasse la disciplina e lo spirito della Repubblica. Le sue truppe, da una vita d'oziosità e di miseria, tosto s'abituarono al disciplinato esercizio, e ad un'abbondante sussistenza; e la privata sua generosità spesse volte suppliva alle ricompense, che erano negate dall'avarizia o dalla povertà della Corte di Ravenna. Il valore di Gennerido, formidabile ai vicini Barbari, fu il più forte baloardo della frontiera Illirica; e la vigilante sua diligenza procurò all'Impero un rinforzo di diecimila Unni, che giunsero ai confini dell'Italia accompagnati da tal convoglio di provvisioni, e da un seguito così numeroso di bovi e di pecore, che avrebber potuto servire non solo alla marcia d'un esercito, ma anche allo stabilimento di una colonia. Ma la Corte ed i consigli d'Onorio tuttavia presentavano una scena di debolezza e di distrazione, di corruzione e d'anarchia. Le guardie, instigate dal Prefetto Giovio, furiosamente si ammutinarono e domandarono le teste di due Generali, e dei due principali Eunuchi. I Generali, sotto una perfida promessa di sicurezza, furono mandati sopra una nave e privatamente decapitati; laddove il favor degli Eunuchi procurò loro un dolce e sicuro esilio a Milano ed a Costantinopoli. L'Eunuco Eusebio ed il barbaro Allobie successero nel comando della camera e delle guardie; e la gelosia, che avevan fra loro questi subordinati ministri, fu la causa della reciproca lor distruzione. Per un insolente ordine del Conte dei Domestici, il gran Ciamberlano fu vergognosamente battuto a morte a colpi di bastone sotto gli occhi dell'attonito Imperatore, ed il susseguente assassinamento d'Allobie in mezzo ad una pubblica processione è l'unica circostanza della vita d'Onorio, in cui dimostrasse il più debole sintomo di risentimento e di coraggio. Avanti la lor caduta però Eusebio ed Allobie avevan contribuito per la lor parte alla rovina dell'Impero opponendosi alla conclusion d'un trattato, in cui Giovio, per un interessato e forse colpevol motivo, era entrato con Alarico in un personale congresso, che ebbero sotto le mura di Rimini. Nell'assenza di Giovio, l'Imperatore fu indotto ad assumere un superbo stile d'inflessibile dignità, che nè la situazione nè il carattere di lui potean sostenere; e fu immediatamente spedita al Prefetto del Pretorio una lettera segnata col nome d'Onorio, che gli dava libera permissione di disporre della moneta pubblica, ma severamente proibivagli di prostituir gli onori militari di Roma alle orgogliose domande di un Barbaro. Questa lettera fu imprudentemente comunicata ad Alarico medesimo, ed il Goto, che in tutta la negoziazione s'era portato con moderazione e decenza, espresse con le più oltraggiose parole il vivo suo sentimento dell'insulto così sfacciatamente fatto alla propria persona e nazione. S'interruppe ad un tratto la conferenza di Rimini, ed il Prefetto Giovio, tornato a Ravenna, fu costretto ad abbracciare, ed anche ad incoraggiare le opinioni, che dominavano in Corte. Per suo consiglio e dietro al suo esempio, i principali Ufiziali dello Stato e dell'armata furono obbligati a giurare, che senza prestare orecchio in alcuna circostanza ad alcuna condizione di pace, avrebbero sempre perseverato in una perpetua ed implacabile guerra contro il nemico della Repubblica. Questo temerario impegno pose un insuperabile ostacolo ad ogni futuro trattato. I ministri d'Onorio si udirono dichiarare, che se avessero solo invocato il nome della Divinità, provvederebbero alla pubblica salute, ed abbandonerebbero le anime loro alla mercè del Cielo: ma essi avevan giurato per la sacra testa dell'Imperatore medesimo, avevan toccato con solenne ceremonia quell'augusta sede di maestà e di sapienza; e la violazione del loro giuramento gli avrebbe esposti alle pene temporali del sacrilegio e della ribellione[268]. [A. 409] Mentre l'Imperatore e la sua Corte godevano, con ostinato orgoglio, la sicurezza delle paludi e delle fortificazioni di Ravenna, essi abbandonarono Roma, quasi senza difesa, allo sdegno d'Alarico. Pure tanta fu la moderazione, che ei tuttavia conservava o affettava di conservare, che quando si mosse col suo esercito per la via Flaminia, spedì uno dopo l'altro i Vescovi delle città d'Italia a rinnovare le sue proposizioni di pace, ed a scongiurare l'Imperatore di voler salvare la città ed i suoi abitanti dall'ostil fuoco e dal ferro dei Barbari[269]. Furono però allontanate queste imminenti calamità, non già per la saviezza d'Onorio, ma per l'umanità o la prudenza del Re Goto, che usò un più dolce quantunque non meno efficace metodo di conquista. Invece di assalire la Capitale, diresse con felice successo le sue operazioni contro il porto d'Ostia, una delle più ardite e stupende opere della magnificenza Romana[270]. Gli accidenti, a' quali era continuamente esposta la precaria sussistenza della città in un'invernale navigazione, ed in una strada aperta, ne avean suggerito al genio del primo Cesare l'util disegno, che fu poi eseguito sotto l'Impero di Claudio. Le moli artificiali, che ne formavano lo stretto ingresso, s'avanzavano molto nel mare, e fortemente rispingevano il furore dei flutti, mentre i più grossi vascelli sicuramente stavano all'ancora in tre profondi e vasti recinti, che ricevevano il ramo settentrionale del Tevere in distanza di circa due miglia dall'antica colonia d'Ostia[271]. Il Porto Romano appoco appoco divenne una città Episcopale[272], dove si depositava il frumento dell'Affrica in spaziosi granai per l'uso della Capitale. Tosto che Alarico si trovò in possesso di quell'importante luogo, intimò alla città di arrendersi a discrezione; e la sua domanda fu aggravata dalla positiva dichiarazione, che il ricusare, o anche il differire di farlo avrebbe subito prodotto la distruzione dei magazzini, dai quali dipendeva la vita del Popolo Romano. I clamori di quel popolo ed il terrore della fame umiliaron l'orgoglio del Senato; il quale accordò senza ripugnanza la proposizion di collocare un nuovo Imperatore sul trono dell'indegno Onorio; ed il voto del Gotico conquistatore diede la porpora ad Attalo, Prefetto della città. Il grato Monarca riconobbe subito il suo protettore per Generale delle armate dell'Occidente. Adolfo, col titolo di Conte dei Domestici, ebbe la custodia della persona d'Attalo; e parve, che le due ostili nazioni s'unissero nei più stretti vincoli d'amicizia e d'alleanza[273]. Si apriron le porte della città, ed il nuovo Imperator dei Romani, circondato da ogni parte dalle armi Gotiche, fu condotto in tumultuaria processione al palazzo d'Augusto e di Traiano. Dopo aver distribuito le dignità civili e militari fra i suoi favoriti e seguaci, Attalo convocò l'assemblea del Senato, avanti al quale in un florido e formale discorso espose la sua determinazione di restaurare la maestà della Repubblica, e di riunire all'Impero le Province dell'Egitto e dell'Oriente, che avevano una volta riconosciuto la sovranità di Roma. Tali stravaganti promesse eccitarono in ogni ragionevol cittadino un giusto disprezzo pel carattere d'un imbelle usurpatore, l'elevazione del quale era la più profonda ed ignominiosa ferita, che alla Repubblica fosse mai stata fatta dall'insolenza de' Barbari. Ma la plebaglia, con la solita sua leggierezza, faceva plauso alla mutazion de' padroni. Il pubblico disgusto era favorevole al rivale d'Onorio, ed i Settarj, oppressi da' suoi editti di persecuzione, s'aspettavano qualche sorta di favore, o almeno di tolleranza da un Principe, che nel suo nativo paese di Jonia era stato educato nella superstizione Pagana, ed aveva in seguito ricevuto il Sacramento del Battesimo dalle mani di un Vescovo Arriano[274]. I primi giorni del regno d'Attalo furono prosperi e belli. Fu mandato un Ufiziale di confidenza con un piccol corpo di truppe ad assicurarsi dell'ubbidienza dell'Affrica: la maggior parte dell'Italia si sottomise al terrore delle armi Gotiche; e quantunque la città di Bologna facesse una vigorosa ed efficace resistenza, il popolo di Milano, disgustato forse per l'assenza d'Onorio, accettò con alte acclamazioni la scelta del Senato Romano. Alarico, alla testa d'un formidabile esercito;, condusse il reale suo schiavo quasi alle porte di Ravenna; e con marzial pompa fu introdotta nel campo Gotico una solenne ambasceria dei principali ministri, cioè di Giovio Prefetto del Pretorio, di Valente comandante della cavalleria e dell'infanteria, del Questore Potamio, e di Giuliano Capo dei Notari. Acconsentirono questi in nome del lor Sovrano a riconoscere per legittima l'elezione del suo competitore, ed a dividere fra' due Imperatori le Province dell'Occidente. Le proposizioni loro furono rigettate sdegnosamente; e fu aggravato il rifiuto dall'insultante clemenza d'Attalo, il quale condiscese a promettere, che se Onorio avesse immediatamente dimesso la porpora, gli avrebbe permesso di passare il resto della sua vita nel pacifico esilio di qualche Isola remota[275]. La situazione in vero del figlio di Teodosio pareva così disperata a quelli, che erano i meglio informati delle sue forze e speranze, che Giovio e Valente, l'uno ministro e l'altro Generale di esso, gli mancaron di fede, vergognosamente abbandonarono la causa cadente del loro benefattore, ed impegnarono la perfida opera loro al servizio del suo più fortunato rivale. Onorio, sorpreso da tali esempi di domestico tradimento, tremava all'avvicinarsi d'ogni servo ed all'arrivo d'ogni corriere. Temeva egli i nemici segreti, che potevano esser nascosti nella sua capitale, nel suo palazzo, nella sua medesima camera; ed eran pronte alcune navi nel porto di Ravenna per trasportare l'abbandonato Monarca negli stati dell'Infante suo nipote, l'Imperator dell'Oriente. [A. 410] Ma v'è una Previdenza, come scriveva l'istorico Procopio[276], che invigila sopra l'innocenza e la follia, e non si possono ragionevolmente porre in dubbio le pretensioni d'Onorio intorno alla particolar cura di essa. Nell'istante, in cui la sua disperazione, incapace d'alcun saggio o virile consiglio, meditava una vergognosa fuga, sbarcò inaspettatamente nel porto di Ravenna un opportuno rinforzo di quattromila veterani. A questi valorosi stranieri, la fedeltà de' quali non era stata corrotta dalle fazioni della Corte, egli affidò le mura e le porte della città, ed i sonni dell'Imperatore non furon più disturbati dal timore d'imminenti ed interni pericoli. La favorevole notizia, che s'ebbe dall'Affrica, mutò ad un tratto le opinioni degli uomini, e lo stato dei pubblici affari. Gli ufiziali e le truppe, che Attalo aveva mandato in quella Provincia, furon disfatte ed uccise; e l'attivo zelo d'Eracliano mantenne fedele sè ed il suo popolo. Il fido Conte dell'Affrica mandò una grossa somma di danaro, che assodò la fedeltà delle guardie Imperiali; e la sua vigilanza nell'impedir l'estrazione del grano e dell'olio, introdusse la carestia, il tumulto, e lo scontento nelle mura di Roma. L'infelice spedizione Affricana fu la sorgente di mutue doglianze ed accuse nel partito d'Attalo; e la mente del suo protettore appoco appoco alienossi dall'interesse d'un Principe, che non aveva spirito per comandare, nè docilità per ubbidire. Si presero le più imprudenti determinazioni senza saputa, o contro il parer d'Alarico; e l'ostinazione del Senato a non permettere, nell'imbarco, neppure la mescolanza di cinquecento Goti, dimostrò un'indole sospettosa e diffidente, che nella situazione, in cui si trovava, non era nè prudente nè generosa. Lo sdegno del Re Goto fu esacerbato dai maliziosi artifizj di Giovio, che era stato innalzato al grado di Patrizio, e che dopo scusò il doppio suo tradimento con dichiarare senza rossore, che egli aveva soltanto finto d'abbandonare il servizio d'Onorio per rovinare più efficacemente la causa dell'usurpatore. In una vasta pianura vicino a Rimini, ed alla presenza d'una innumerabile moltitudine di Romani e di Barbari, il misero Attalo fu pubblicamente spogliato del diadema e della porpora, ed Alarico mandò queste insegne della dignità reale come pegno di pace e di amicizia al figlio di Teodosio[277]. Furono restituiti ai loro impieghi gli ufiziali, che tornarono al loro dovere, e fu graziosamente accordato anche il merito di un tardo pentimento: ma il deposto Imperator de' Romani, desideroso della vita ed insensibile all'ignominia, implorò la permissione di seguitare il Campo Gotico nel corteggio d'un superbo e capriccioso Barbaro[278]. La deposizione d'Attalo tolse di mezzo l'unico reale ostacolo alla conclusion della pace; ed Alarico avanzassi fino alla distanza di tre miglia da Ravenna per sollecitar l'irresolutezza degl'Imperiali Ministri, che col ritorno della fortuna eran tornati alla loro insolenza. Egli si accese di sdegno, quando seppe che un Capitano suo rivale, che Saro, personal nemico d'Adolfo e nemico ereditario della casa di Balti, era stato ricevuto nel Palazzo. Alla testa di trecento seguaci quel coraggioso Barbaro fece subitamente una sortita dalle porte di Ravenna; sorprese e tagliò a pezzi un considerabile corpo di Goti; rientrò in trionfo nella città, e gli fu permesso d'insultar l'avversario con la voce d'un araldo, il quale dichiarò pubblicamente, che la colpa d'Alarico l'aveva escluso per sempre dall'amicizia e dalla corrispondenza coll'Imperatore[279]. Il delitto e la follìa della Corte di Ravenna s'espiò per la terza volta dalle calamità di Roma. Il Re dei Goti, che non dissimulava più il desiderio di preda e di vendetta, comparve armato sotto le mura della Capitale; ed il tremante Senato, senz'alcuna speranza di soccorso, si preparò a differire con una disperata resistenza la rovina della patria. Ma i Romani non furon capaci di guardarsi dalla segreta cospirazione dei loro schiavi e famigli, che per interesse o per nascita erano attaccati alla causa del nemico. Alla mezza notte fu tacitamente aperta la porta Salaria, ed i cittadini furono svegliati dal terribil suono della Gotica tromba. Mille centosettanta tre anni dopo la fondazione di Roma, la città Imperiale, che avea soggiogato ed incivilito una parte sì considerabile del genere umano, fu abbandonata al licenzioso furore delle tribù della Germania e della Scizia[280]. Il manifesto però d'Alarico, quando entrò a forza nell'abbattuta città, mostrò qualche riguardo alle leggi dell'umanità e della religione. Incoraggiò le sue truppe a prendersi arditamente i premj del valore, e ad arricchirsi colle spoglie d'un popolo dovizioso ed effeminato, ma gli esortò nel tempo stesso a risparmiar la vita dei cittadini, che cedevano, ed a rispettare le Chiese degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo, come sacri ed inviolabili santuarj. Fra gli orrori d'un notturno tumulto, molti Goti Cristiani dimostrarono il fervore d'una recente conversione, e son riferiti e adornati dallo zelo degli scrittori Ecclesiastici[281] alcuni esempi della lor singolare moderazione e pietà. Mentre i Barbari scorrevano per la città in cerca di preda, fu aperta a forza da uno dei potenti Goti l'umile abitazione d'una provetta vergine, che avea consacrato la sua vita al servizio dell'altare. Egli subito chiese, quantunque in civil modo, tutto l'oro e l'argento che essa possedeva, e restò sorpreso alla prontezza, con cui la medesima lo condusse ad uno splendido ammasso di grossi vasi, formati delle ricche materie e del più fino lavoro. Il Barbaro mirava con maraviglia e diletto quel prezioso cumulo di roba, quando fu interrotto da una seria ammonizione, fattagli con le seguenti parole: «Questi, diss'ella, sono i vasi sacri appartenenti a S. Pietro; se voi ardite di toccarli, tal sacrilego fatto resterà sulla vostra coscienza. Quanto a me, io non ardisco di ritenere quel che non son capace di difendere». Il Capitano Goto, colpito da riverenzial timore, mandò ad informare il Re del tesoro che avea scoperto, e ricevè da Alarico un ordine perentorio, che tutti gli ornamenti ed i vasi sacri fossero trasportati senza danno o dilazione alcuna alla Chiesa dell'Apostolo. Dall'estremità probabilmente del colle Quirinale, fino al distante quartiere del Vaticano, un numeroso distaccamento di Goti, marciando in ordine di battaglia per le strade principali, difese con lucenti armi la lunga schiera dei loro devoti compagni, che portavano altamente sul capo i sacri vasi d'oro e d'argento; ed i marziali clamori dei Barbari si mescolavano col suono d'una salmodia religiosa. Da tutte le circonvicine cose una folla di Cristiani affrettossi ad unirsi a quest'edificante processione; ed una moltitudine di fuggitivi senza distinzione d'età, di grado, o anche di setta ebbe la buona fortuna di rifuggirsi al sicuro ed ospital santuario del Vaticano. L'erudita opera intorno alla -Città di Dio- fu composta espressamente da S. Agostino per giustificare i disegni della Previdenza nella distruzione della grandezza Romana. Ei celebra con particolare soddisfazione questo memorabil trionfo di Cristo, ed insulta i suoi avversari con provocarli a produrre qualche simile esempio d'una città presa per assalto, in cui gli Dei favolosi dell'antichità fossero stati capaci a difendere o se stessi, o i delusi loro devoti[282]. Nel sacco di Roma si sono meritamente applauditi alcuni rari e straordinari esempj di barbara virtù. Ma i sacri recinti del Vaticano e delle Chiese Apostoliche potevan contenere una ben piccola porzione del Popolo Romano: più migliaia di guerrieri, specialmente gli Unni, che militavano sotto lo stendardo d'Alarico, non conoscevano il nome o almeno la fede di Cristo; e possiam sospettare, senz'alcun pregiudizio della carità o del candore, che nel tempo della sfrenata licenza, quando era accesa ogni passione, e tolto qualunque freno, i precetti dell'Evangelio di rado influissero nella condotta dei Goti Cristiani. Gli scrittori, più disposti ad esagerare la lor clemenza, liberamente han confessato, che fu fatta una crudele strage dei Romani[283], e che le contrade della città eran piene di cadaveri, che restarono senza sepolture, finchè durò la generale costernazione. La disperazione dei cittadini si convertì qualche volta in furore; e quando i Barbari eran provocati dall'opposizione, essi estendevano promiscuamente il macello a' deboli, agli innocenti ed ai miserabili. Fu esercitata senza pietà o rimorso la privata vendetta di quarantamila schiavi; e le ignominiose battiture, che avevano antecedentemente ricevuto, furon lavate nel sangue delle colpevoli e delle innocenti famiglie. Le matrone e le vergini Romane furono esposte ad ingiurie più terribili, rispetto alla castità, che la morte medesima: e l'Istorico Ecclesiastico ha scelto un esempio di virtù femminile per servire d'ammirazione a' futuri secoli[284]. Una dama Romana, di singolar bellezza e di fede ortodossa, aveva eccitato gl'impazienti desiderj di un giovane Goto, che, secondo l'osservazione di Sozomeno, era attaccato all'eresia Arriana. Inasprito dall'ostinata resistenza, egli trasse la spada, e coll'ira d'un amante leggermente la ferì nel collo. L'insanguinata Eroina continuò tuttavia ad affrontarne lo sdegno ed a rigettarne l'amore, finattantochè il rapitore desistè dagl'inefficaci suoi sforzi, la condusse rispettosamente al Santuario del Vaticano, e diede sei monete d'oro alle guardie della Chiesa, a condizione che la restituissero intatta nelle braccia del suo marito. Tali esempi di generosità e di coraggio non furono molto comuni. I brutali soldati soddisfacevano i lor sensuali appetiti, senza consultare o l'inclinazione o i doveri delle lor prigioniere, ed i casuisti agitarono seriamente una dilicata questione. Si trattava di decidere se quelle tenere vittime che aveano inflessibilmente ricusato il loro consenso allo stupro cui soggiacquero, avessero perduto, per tale sventura, la corona della verginità[285]. Vi furono veramente altre perdite di più sostanzial natura e di più generale interesse. Non può per altro presumersi che tutti i Barbari fossero in ogni tempo capaci di fare tali oltraggi amorosi; e la mancanza di gioventù, di bellezza, o di castità, difese la maggior parte delle donne Romane dal pericolo d'esser violate. Ma l'avarizia è una passione insaziabile ed universale; perchè il godimento di quasi tutti gli oggetti, che possono dar piacere ai diversi gusti e temperamenti degli uomini, si può procurare col possesso delle ricchezze. Nel sacco di Roma fu data una giusta preferenza all'oro ed alle gioie, che nel volume e peso minore contengono il maggior valore; ma dopo che i depredatori più diligenti ebber portato via queste mobili ricchezze, i Palazzi di Roma furono barbaramente spogliati dei sontuosi e splendidi loro addobbi. Le tavole di argento massiccio e le vaghe guardarobe di seta e di porpora erano ammassate in confuso sui carri, che sempre seguivan la marcia di una Gotica armata. Furono rozzamente trattate le opere più squisite dell'arte, o capricciosamente distrutte; più di una statua si fece fondere per causa della materia preziosa, di cui era formata, e più d'un vaso nella division delle spoglie fu rotto in pezzi dai colpi d'un'ascia militare. L'acquisto delle ricchezze non servì che a stimolare l'avarizia dei rapaci Barbari, che procederono per mezzo di minacce, di verghe, e di tormenti a forzare i lor prigionieri a scuoprire i tesori nascosti[286]. L'apparente splendore e magnificenza si riguardava come la prova d'una doviziosa fortuna; l'apparenza di povertà imputavasi ad una disposizione alla parsimonia, e l'ostinazione di alcuni miserabili, che soffrirono i più crudeli tormenti, prima di scuoprire i segreti oggetti della loro affezione, riuscì fatale a molti poveri meschini, che spirarono sotto i colpi delle verghe per non potere scuoprire gl'immaginari loro tesori. Gli edifizi di Roma, quantunque molto ne sia stato esagerato il danno, patirono qualche offesa dalla violenza dei Goti. All'entrar che fecero nella porta Salaria, incendiarono le case vicine per servir di guida al loro corso, e per distrarre l'attenzione de' cittadini: le fiamme, che nel disordine della notte non incontrarono ostacolo alcuno, consumarono molte fabbriche pubbliche e private; ed al tempo di Giustiniano tuttavia sussistevano le rovine del palazzo di Sallustio[287], come un magnifico monumento dell'Incendio Gotico[288]. Pure un Istorico contemporaneo ha osservato, che il fuoco difficilmente potea consumare l'enormi travi di bronzo massiccio, e che la forza umana non era sufficiente a distruggere i fondamenti delle antiche fabbriche. Può forse contenersi qualche verità nella sua devota asserzione, che l'ira del Cielo supplì all'imperfezione del furore ostile; e che il superbo Foro di Roma, decorato dalle statue di tanti Numi ed Eroi, fu da un colpo di fulmine ridotto al suolo[289]. Per quanto fosse grande il numero di quelli dell'ordine Equestre e Plebeo, che perirono nel saccheggio di Roma, francamente si assicura che un solo Senatore perdè la vita pel ferro nemico[290]. Ma non era facile numerare la moltitudine di quelli, che da un onorevole stato e da una prospera fortuna furono in un tratto ridotti alla misera condizione di schiavi e di esuli. Siccome ai Barbari tornava più comodo il danaro che gli schiavi, essi fissarono ad un prezzo moderato il riscatto dei bisognosi lor prigionieri, che fu agevolmente pagato dalla benevolenza dei loro amici, o dalla carità degli stranieri[291]. Gli schiavi, che regolarmente furon venduti o in aperto mercato, o per privato contratto, avrebbero legittimamente ricuperato la nativa lor libertà, che era impossibile per un cittadino di perdere o d'alienare[292]. Ma siccome si venne tosto in cognizione, che la pretensione della libertà posto avrebbe in pericolo le loro vite; e che i Goti, qualora non fossero stati tentati a vendere gl'inutili lor prigionieri, si sarebbero mossi ad ucciderli, così la civile Giurisprudenza era già stata moderata da un savio regolamento, che essi fossero obbligati a servire pel discreto termine di cinque anni, finattantochè avessero col proprio lavoro pagato il prezzo della lor redenzione[293]. Le nazioni, che invasero l'Impero Romano, avevan cacciato avanti di loro in Italia delle intiere truppe di Provinciali famelici e spaventati, che meno apprendevano la schiavitù che la fame. Le calamità dell'Italia e di Roma ne dispersero gli abitanti ne' più solitari, sicuri, e distanti luoghi di rifugio. Mentre la cavalleria Gotica spargeva il terrore e la desolazione lungo le coste marittime della Campania e della Toscana, la piccola isola del Giglio (Igilium) divisa per mezzo d'uno stretto canale dal promontorio Argentario, rispinse o deluse gli ostili lor tentativi, e ad una sì piccola distanza da Roma un gran numero di cittadini trovò un sicuro ricovero nei folti boschi di quella separata regione[294]. I vasti patrimoni, che molte famiglie Senatorie possedevano in Affrica, le invitavano, se avevan tempo e prudenza, a scampare dalla rovina della patria, e ad abbracciare il rifugio di quell'ospitale Provincia. La più illustre fra tali fuggitivi fu la pia e nobile Proba[295] vedova del Prefetto Petronio. Dopo la morte del suo marito, che era il più potente suddito di Roma, essa era restata alla testa della famiglia Anicia, e successivamente supplì colle sue private sostanze alla spesa dei consolati di tre suoi figli. Quando la città fu assediata e presa dai Goti, Proba sostenne con cristiana rassegnazione la perdita d'immense ricchezze; s'imbarcò in un piccol vascello, da cui vide in mare le fiamme del suo incendiato Palazzo, e fuggì con Leta sua figlia, e con la celebre vergine Demetriade, sua nipote, alle coste dell'Affrica. La benefica profusione, con cui la matrona distribuì le rendite o il prezzo dei suoi fondi, contribuì a sollevar le disgrazie della schiavitù e dell'esilio. Ma neppure la famiglia di Proba medesima fu esente dalla rapace oppressione del Conte Eracliano, che vilmente vendè in matrimoniale prostituzione le più nobili fanciulle di Roma al piacere o all'avarizia dei mercanti di Siria. I fuggitivi Italiani furon dispersi per le Province, lungo le coste dell'Egitto e dell'Asia, fino a Costantinopoli ed a Gerusalemme; ed il villaggio di Betlemme, solitaria abitazione di S. Girolamo e delle sue Convertite, fu ripieno d'illustri mendici d'ambidue i sessi e d'ogni età, che eccitavano la pubblica compassione per la rimembranza della passata loro fortuna[296]. Sì terribil catastrofe di Roma riempì l'attonito Impero di terrore e di amarezza. Un contrasto sì interessante di grandezza e di rovina dispose la facile credulità del Popolo a deplorare, ed anche ad esagerar le miserie della Regina delle città. Alcuni del Clero, che applicavano le sublimi metafore della Profezia Orientale ai fatti recenti, furono qualche volta tentati a confondere la distruzione della Capitale con la dissoluzione del Globo. La natura umana ha una forte propensione a deprimere i vantaggi, e ad amplificare i mali dei tempi presenti. Pure, allorchè si furon quietati i primi moti, e si fece un giusto computo del danno reale, i più illuminati e giudiziosi contemporanei furon costretti a confessare, che Roma, ancora infante, aveva ricevuto anticamente dai Galli un pregiudizio in sostanza maggiore di quello, che avea sofferto dai Goti nella decadente sua età[297]. L'esperienza di undici secoli ha somministrato alla posterità un paralello molto più singolare, autorizzandola a sostener con franchezza, che le devastazioni dei Barbari, che Alarico avea condotti dalle rive del Danubio, furono men distruttive delle ostilità usate dalle truppe di Carlo Quinto, Principe Cattolico, il quale si chiamava Imperator dei Romani[298]. I Goti lasciaron libera la città nel termine di sei giorni; ma Roma restò più di nove mesi in mano degl'Imperiali, ed ogni ora fu macchiata da qualche atroce atto di crudeltà, di libidine o di rapina. L'autorità d'Alarico mantenne qualche ordine e moderazione fra la feroce moltitudine, che lo riconosceva per Capo e per Re: ma il Contestabile di Borbone era gloriosamente caduto nell'attacco delle mura; e la morte del Generale tolse ogni freno di disciplina ad un esercito composto di tre indipendenti nazioni, cioè d'Italiani, di Spagnuoli o di Tedeschi. Al principio del secolo XVI, i costumi dell'Italia presentano un'osservabile scena della depravazione dell'uman genere. Univano essi i sanguinari delitti, che hanno luogo in un imperfetto stato di società, con i vizi civili, che nascono dall'abuso delle arti e del lusso; ed i licenziosi avventurieri, che avevan soppresso qualunque idea di patriottismo e di riverenza fino ad assalire il palazzo del Romano Pontefice, meritano di esser riguardati come i più malvagi degli Italiani. Gli Spagnuoli, nel medesimo tempo, erano il terrore sì del Vecchio che del Nuovo Mondo. Ma l'altiero loro valore veniva disonorato da un profondo orgoglio, da una rapace avarizia, e da una insaziabile crudeltà. Instancabili nella ricerca della fama e delle ricchezze, avevano essi per mezzo d'una lunga pratica perfezionato i metodi più squisiti ed efficaci di torturare i lor prigionieri: molti Castigliani, che saccheggiarono Roma, erano famigliari della Inquisizione, ed alcuni volontari eran probabilmente tornati di fresco dalla conquista del Messico. I Tedeschi eran meno corrotti degl'Italiani, e meno crudeli degli Spagnuoli; ed il rozzo o anche selvaggio aspetto di quei Settentrionali guerrieri spesse volte cuopriva una semplice e compassionevol disposizione. Ma questi si erano imbevuti, nel primo fervore della Riforma, dello spirito non meno che dei principj di Lutero. Il divertimento lor favorito era quello d'insultare o di distruggere i sacri oggetti della cattolica superstizione: secondavano essi, senza rimorso o pietà, un odio devoto contro il clero di qualsivoglia specie o grado, che forma una sì considerabile parte degli abitanti di Roma moderna; ed il fanatico loro zelo potè forse aspirare a rovesciare il trono del creduto Anticristo, ed a purificare col sangue e col fuoco le abbominazioni della spiritual Babilonia[299]. [A. 410] La ritirata dei vittoriosi Goti, che nel sesto giorno[300] partiron da Roma, potè ben essere il resultato della prudenza: ma non fu sicuramente l'effetto del timore[301]. Alla testa d'un'armata carica di ricche e pesanti spoglie, l'intrepido Capitano avanzossi lungo la via Appia verso le Province meridionali d'Italia, distruggendo tutto ciò che ardiva opporsi al suo passaggio, e contentandosi di predare il paese, dove non si facea resistenza. Il destino di Capua, superba e lussuriosa Metropoli della Campania, e che anche nella sua decadenza era rispettata come l'ottava città dell'Impero[302], è sepolto nell'obblivione; mentre la vicina città di Nola[303] fu illustrata in quest'occasione dalla santità di Paolino[304], che fu successivamente Console, Monaco, e Vescovo. All'età di quarant'anni ei rinunziò ai diletti delle ricchezze, degli onori, e della società, ed alla letteratura per abbracciare una vita di solitudine e di penitenza; e l'alto applauso del Clero lo inanimò a disprezzare i rimproveri dei mondani suoi amici, che attribuivano tal violento atto a qualche disordine della mente o del corpo[305]. Un antico ed appassionato attaccamento lo determinò a porre l'umile sua abitazione in uno dei sobborghi di Nola, vicino al sepolcro miracoloso di S. Felice, che la pubblica devozione aveva già circondato di cinque grandi e frequentate Chiese. Gli avanzi del suo patrimonio e del suo ingegno furono consacrati al servizio del glorioso Martire, di cui Paolino giammai non mancò di celebrar le lodi con un Inno solenne, il giorno della sua festa, ed in nome del quale eresse una sesta Chiesa di maggior eleganza e bellezza, che fu decorata con molte curiose pitture, tratte dall'istoria del vecchio e del nuovo Testamento. Uno zelo sì assiduo gli cattivò il favore del Santo[306], e dopo quindici anni di ritiro, il Console Romano fu costretto ad accettare il Vescovato di Nola, pochi mesi avanti che la città fosse investita dai Goti. Durante l'assedio, alcuni devoti si persuasero di aver veduto, o in sogno o in visione, la divina forma del tutelare lor Santo; tuttavia l'evento ben presto fe' manifesto che Felice mancava di potere o di buon volere per salvare il gregge di cui era stato pastore. Non evitò la generale devastazione[307]; ma il Vescovo, fatto schiavo, restò difeso della comune opinione della sua innocenza e della sua povertà. Passarono più di quattro anni dalla prospera invasione fatta dell'Italia dalle armi d'Alarico, fino alla volontaria ritirata de' Goti sotto la condotta d'Adolfo suo successore; ed in tutto quel tempo essi regnarono senza contrasto in un paese che, secondo l'opinion degli antichi, aveva unito in sè tutte le varie prerogative della natura e dell'arte. La felicità, in vero, a cui era giunta l'Italia nel fortunato secolo degli Antonini, era a grado a grado scemata col declinar dell'Impero. Ma i frutti di una lunga pace perirono nelle rozze mani dei Barbari; ed i medesimi non furon capaci di gustare le più eleganti finezze del lusso, che erano state preparate per uso dei molli ed ingentiliti Italiani. Ogni soldato però esigeva una buona porzione di sostanziali dovizie, di grano e di bestiame, d'olio e di vino, che giornalmente si raccoglieva e si consumava nel campo Gotico: ed i principali Uffiziali insultavano i giardini e le ville, abitate una volta da Lucullo e da Cicerone, lungo le deliziose coste della Campania. I tremanti loro schiavi, i figli e le figlie dei Senatori Romani, presentavano, in coppe d'oro e di gemme, abbondanti dosi di vino Falerno ai superbi vincitori, che stendevano le rozze lor membra all'ombra dei platani[308], artifiziosamente disposti in maniera da impedire i cocenti raggi del sole, ed ammetterne il piacevol calore. Tali diletti erano accresciuti dalla memoria dei passati travagli; ed il confronto del nativo loro paese, dei freddi e nudi colli della Scizia, delle gelate rive dell'Elba e del Danubio, aggiungevano nuovi incanti alla felicità del clima italiano[309]. [A. 410] O fosse la fama, o la conquista, o la ricchezza l'oggetto di Alarico, ei lo cercò con instancabile ardore, che non potè esser frenato dall'avversità, nè saziato dal felice successo. Appena fu giunto all'estremità dell'Italia, fu attratto dal vicino prospetto d'una fertile e pacifica Isola. Risguardava però anche il possesso della Sicilia come un passo per fare l'importante spedizione che già meditava contro il continente dell'Affrica. Lo stretto di Reggio e di Messina[310] è lungo dodici miglia, è largo, nel luogo più angusto, circa un miglio e mezzo; ed i favolosi mostri della voragine, le rupi di Scilla, ed il vortice di Cariddi non potevano spaventare che i più timidi ed inabili marinari. Pure tosto che fu imbarcata la prima divisione dei Goti, sorse un'improvvisa tempesta, che disperse, e fece naufragare molti legni; fu vinto il loro coraggio dal terrore d'un nuovo elemento; e svanì tutto il disegno per l'immatura morte d'Alarico, la quale, dopo una breve malattia, pose il termine fatale alle sue conquiste. Si spiegò il feroce carattere dei Barbari nei funerali d'un Eroe, di cui celebrarono con lugubre applauso la fortuna ed il valore. Coll'opera d'una moltitudine di schiavi, fecero a forza voltare il corso del Busentino, piccolo fiume, che bagna le mura di Cosenza. Nel letto voto di esso fu costruito il sepolcro reale, adornato con le splendide spoglie e trofei di Roma; quindi si fecero tornare le acque nel nativo loro canale; e restò per sempre celato il segreto posto, in cui fu depositato il cadavere d'Alarico, per l'inumana strage degli schiavi, che si erano impiegati nell'eseguire quell'opera[311]. [A. 412] Si sospesero le personali animosità, e gli odj ereditarj dei Barbari per la dura necessità dei loro affari, ed il valoroso Adolfo, cognato del defunto Monarca, fu concordemente eletto per successore al suo trono. Si potrà meglio rilevare il carattere ed il sistema politico del nuovo Re de' Goti dal discorso, che egli stesso ebbe con un illustre cittadino di Narbona, il quale dopo, in un pellegrinaggio, che fece alla Terra Santa, lo raccontò a S. Girolamo in presenza dell'Istorico Orosio: «Nella piena fiducia del coraggio e della vittoria, io (disse Adolfo) aspirai una volta a mutar la faccia dell'Universo, a cancellare il nome di Roma, ad innalzar sulle rovine di essa il dominio de' Goti, e ad acquistar, come Angusto, l'immortal fama di fondatore d'un nuovo Impero. Ma dalla replicata esperienza appoco appoco restai persuaso, che sono essenzialmente necessario le leggi per mantenere e regolare uno Stato ben costituito; e che la fiera intrattabile indole dei Goti era incapace di portare il salutar giogo delle leggi e del governo civile. Da quel momento dunque io mi proposi un oggetto diverso d'ambizione e di gloria; e presentemente quel, che io sinceramente desidero, è che la gratitudine dei secoli futuri possa riconoscere il merito d'uno straniero, che impiegò il ferro dei Goti non già per distruggere, ma per restaurare e conservare la prosperità dell'Imperio Romano[312]». Con queste pacifiche mire il successor d'Alarico sospese le operazioni della guerra; e seriamente intraprese un trattato d'amicizia e d'alleanza con la Corte Imperiale. Era interesse dei Ministri d'Onorio, ch'erano allora sciolti dall'obbligazione dello stravagante lor giuramento, di liberare l'Italia dall'intollerabile peso delle truppe dei Goti; e questi volentieri accettarono di militare contro i tiranni ed i Barbari, che infestavano le Province oltre le alpi[313]. Adolfo, assumendo il carattere di Generale Romano, diresse la sua marcia dall'estremità della Campania verso le Province meridionali della Gallia. Le sue truppe, o per forza o per convenzione, immediatamente occuparono le città di Narbona, di Tolosa, e di Bordò; e quantunque il Conte Bonifazio le rispingesse dalle mura di Marsiglia, tosto estesero i loro quartieri dal Mediterraneo all'Oceano. Potevano gli oppressi Provinciali esclamare, che i miserabili avanzi, cui il nemico aveva risparmiati, venivano crudelmente rapiti da' pretesi loro alleati; ma non mancavano mai gli speciosi pretesti per palliare o giustificar la violenza dei Goti. Le città della Gallia, che essi attaccavano, potevano per avventura considerarsi come in uno stato di ribellione contro il governo d'Onorio: potevano talvolta essere addotti, in favore delle apparenti usurpazioni d'Adolfo, gli articoli del trattato o le segrete istruzioni della Corte; e poteva sempre imputarsi la colpa di qualunque irregolare infelice atto d'ostilità, con qualche apparenza di vero, all'indomito spirito d'un esercito barbaro, impaziente di pace o di disciplina. Il lusso d'Italia era stato meno efficace ad addolcire l'indole dei Goti, che a rilassarne il coraggio, ed essi avevano bevuto i vizi senza imitare le instituzioni e le arti della società civile[314]. [A. 414] Le proteste d'Adolfo eran probabilmente sincere, ed il suo attacco alla causa della Repubblica fu assicurato dall'ascendente, che avea preso una Principessa Romana sul cuore e lo spirito del barbaro Re. Placidia[315], figlia del gran Teodosio e di Galla sua seconda moglie, avea ricevuto un'educazione reale nel palazzo di Costantinopoli: ma la storia della sua vita, piena di avventure, è connessa con le rivoluzioni, che agitaron l'Impero occidentale sotto il regno d'Onorio, fratello di lei. Quando Roma fu investita la prima volta dalle armi d'Alarico, Placidia, che aveva allora l'età di circa venti anni, si trovava nella città; ed il pronto consenso, ch'essa prestò alla morte della cugina Serena, ha un'apparenza crudele ed ingrata, che secondo le circostanze dell'azione può aggravarsi o scusarsi dalla considerazione della sua tenera età[316]. I vittoriosi Barbari ritennero, o come in ostaggio o come prigioniera[317], la sorella d'Onorio; ma nel mentre ch'ella era esposta all'obbrobrio di seguitar per l'Italia i movimenti d'un campo Gotico, fu però sempre trattata con decenza e rispetto. L'autorità di Giornandes, che loda la beltà di Placidia, può esser forse contrabbilanciata dall'espressivo silenzio de' suoi adulatori: pure lo splendore della sua nascita, la freschezza della gioventù, l'eleganza delle maniere, e la destra insinuazione, di cui ella prese a far uso, fecero nella mente d'Adolfo una profonda impressione; ed il Re Goto aspirò ad avere il nome di cognato dell'Imperatore. I Ministri d'Onorio sdegnosamente rigettarono la proposizione d'una parentela tanto ingiuriosa ad ogni sentimento d'orgoglio Romano; e più volte insisterono sopra la restituzione di Placidia, come una indispensabile condizione del trattato di pace. Ma la figlia di Teodosio condiscese senza ripugnanza ai desiderj del conquistatore, Principe giovane e valoroso, che cedeva in vero ad Alarico nell'altezza della statura, ma che lo superava nelle più attraenti qualità della grazia e della bellezza. Fu consumato il matrimonio d'Adolfo e di Placidia[318], prima che i Goti si ritirassero dall'Italia: e fu di poi celebrato il giorno solenne, forse l'anniversario, delle lor nozze nella casa d'Ingenuo, uno dei più illustri cittadini di Narbona nella Gallia. La sposa, rivestita ed ornata come un'Imperatrice Romana, fu collocata in un magnifico trono, ed il Re dei Goti, che prese in questa occasione l'abito Romano, si contentò d'una sede meno onorevole a lato di casa. Il dono nuziale, che secondo l'uso della nazione di Adolfo[319] fu presentato a Placidia, consistè in rare e splendide spoglie della patria di lei. Cinquanta bei giovani, vestiti di seta, portavano ciascheduno due bacini, uno de' quali era pieno di monete d'oro, e l'altro di pietre preziose d'inestimabil valore. Attalo, che fu per tanto tempo il giuoco della fortuna e dei Goti, fu destinato a dirigere il coro degl'Inni nuziali, ed il deposto Imperatore aspirò forse alla lode di abile musico. I Barbari godevano insolentemente del loro trionfo; ed i Provinciali furono contenti di tal congiunzione, che moderava, mediante la dolce influenza della ragione e dell'amore, il feroce spirito del Gotico loro Signore[320]. I cento bacini d'oro e di gemme, presentati a Placidia nella solennità delle sue nozze, non erano che una tenue porzione de' tesori Gotici, qualche straordinario saggio dei quali può rilevarsi dall'istoria dei successori d'Adolfo. Si trovarono molti sontuosi e fini ornamenti d'oro puro, arricchiti di gioie nel loro palazzo di Narbona, quando nel sesto secolo, fu saccheggiato dai Franchi; sessanta coppe o calici, quindici -patene- o piatti per uso della comunione, venti cassette o custodie pei libri degli Evangeli: tutte queste sacre spoglie[321] si distribuirono dal figlio di Clodoveo fra le Chiese de' suoi Stati, e sembra, che la pietosa generosità di lui rimproveri un antecedente sacrilegio de' Goti. Possedevano essi, con maggior sicurezza di coscienza, il famoso -Missorium- o gran piatto per uso della tavola, d'oro massiccio del peso di cinquecento libbre, e di molto maggior valore per le pietre preziose, per lo squisito lavoro, e per la tradizione, che era stato presentato dal Patrizio Ezio a Torrismondo Re dei Goti. Uno dei successori di Torrismondo comprò l'aiuto del Re Franco con la promessa di questo magnifico dono. Quando poi fu collocato sul trono di Spagna, lo diede con ripugnanza agli Ambasciatori di Dagoberto; gli spogliò per viaggio, e dopo una lunga negoziazione stipulò di liberarsi da tal promessa mediante l'inadequata somma di dugentomila monete d'oro, e conservò il -Missorium-, come la più gloriosa parte del Tesoro Gotico[322]. Allorchè dopo la conquista della Spagna, quel Tesoro fu saccheggiato dagli Arabi, essi ammirarono ed hanno celebrato un altro oggetto viepiù notabile, cioè una Tavola di considerabil grandezza, d'un sol pezzo di solido smeraldo[323], circondata da tre giri di fine perle, sostenuta da trecentosessanta cinque piedi di gemme e d'oro massiccio, e stimata cinquecentomila monete d'oro[324]. Qualche parte delle ricchezze Gotiche potè esser dono d'amicizia, o tributo di vassallaggio; ma la massima parte di esse eran frutto della guerra e della rapina, spoglie dell'Impero e probabilmente di Roma. [A. 410-417] Dopo che l'Italia fu liberata dall'oppressione dei Goti, fu permesso a qualche segreto consigliere, fra le fazioni del palazzo, di medicar le ferite di questo afflitto paese[325]. Mediante un saggio ed umano regolamento, le otto Province, che erano state le più maltrattate, cioè la Campania, la Toscana, il Piceno, il Sannio, la Puglia, la Calabria, l'Abruzzo e la Lucania, ottennero una remissione di cinque anni; l'ordinario tributo fu ridotto ad un quinto, ed anche questo fu destinato a restaurare e sostenere l'utile instituzione delle pubbliche poste. Con un'altra legge, le terre che erano state lasciate senza abitanti o coltivatori, furon concesse con qualche diminuzione di tasse ai vicini, che le volessero occupare, o agli stranieri, che le richiedessero; ed i nuovi possessori venivano assicurati contro le future pretensioni dei fuggitivi proprietari. Verso il medesimo tempo, fu pubblicata in nome d'Onorio, una generale amnistia (o perdono) per abolire la colpa e la memoria di qualunque involontaria mancanza, che si fosse commessa dagl'infelici suoi sudditi nel tempo del disordine e della pubblica calamità. Si ebbe una rispettosa e decente attenzione alla restaurazione della Capitale; furono animati i cittadini a rifabbricar gli edifizi, che erano stati distrutti o danneggiati dal fuoco nemico; e dalle coste dell'Affrica si fecero trasportare degli straordinari sussidi di grano. La moltitudine, che poco prima fuggiva innanzi la spada dei Barbari, fu tosto richiamata dalla speranza dell'abbondanza e del piacere; ed Albino, Prefetto di Roma, informò con qualche sorpresa e perplessità la Corte, che in un sol giorno aveva notato l'arrivo di quattordicimila forestieri[326]. In meno di sette anni furono quasi cancellati i vestigi dell'invasione Gotica; e parve, che la città riprendesse lo splendore e la tranquillità sua antica. Questa venerabile matrona si pose di nuovo sul capo la corona d'alloro, che le turbolenze della guerra le avevan guastato; e nell'ultimo momento del suo declino tuttavia lusingavasi con le predizioni di vendetta, di vittoria e d'eterno dominio[327]. [A. 415] Fu presto disturbata quest'apparente tranquillità dall'avvicinarsi d'un ostile armamento da quella regione, che somministrava la quotidiana sussistenza del Popolo Romano. Eracliano, Conte dell'Affrica, che nelle più difficili ed angustiose circostanze avea sostenuto con attiva fedeltà la causa d'Onorio, fu tentato, nell'anno del suo Consolato, a prendere il carattere di ribelle, ed il titolo d'Imperatore. I porti dell'Affrica furono immediatamente ripieni di forze navali, alla testa delle quali egli si preparò ad invader l'Italia: e quando la sua flotta gettò l'ancora alla bocca del Tevere, sorpassava in vero la flotta di Serse e d'Alessandro, se tutti i vascelli che circondavano la galera reale, e le barche più piccole realmente ascendevano al numero, per altro incredibile, di tremila dugento[328]. Con tale armata però, che avrebbe potuto rovesciare o rimettere in piedi i più grand'Imperj della terra, l'usurpatore Affricano fece una ben tenue e debole impressione sulle Province del suo rivale. Nel tempo che marciava dal porto, per la strada che conduce alle porte di Roma, fu incontrato, messo in spavento, e rotto da un Capitano Imperiale; e colui che possedeva un sì potente esercito, abbandonando la fortuna e gli amici, ignominiosamente fuggì con una sola nave[329]. Quando Eracliano prese terra nel porto di Cartagine, trovò che tutta la Provincia, sdegnando tale indegno regolatore, era tornata al suo dovere. Il ribelle fu decapitato nell'antico tempio della Memoria; fu abolito il suo Consolato[330], e gli avanzi del privato suo patrimonio, che non eccedevano la moderata somma di quattromila libbre d'oro, furono concessi al valoroso Costanzo, che aveva già difeso quel trono, di cui poi ebbe parte insieme col debole suo Sovrano. Onorio mirò con supina indifferenza la calamità di Roma e dell'Italia[331]; i ribelli attentati di Attalo e d'Eracliano contro la sua personale salvezza svegliarono per un momento il trepido istinto della sua natura. Egli probabilmente ignorava le cause e gli eventi, che lo preservarono da questi imminenti pericoli; e siccome l'Italia non era più invasa da veruno esterno o interno nemico, ei pacificamente se ne stava nel palazzo di Ravenna, mentre i Tiranni di là dalle alpi venivano replicatamente vinti dai luogotenenti, ed in nome del figlio di Teodosio[332]. Nel corso d'una interessante e feconda narrazione potrei forse dimenticarmi di notar la morte di un tal Principe; onde prenderò la precauzione d'osservare in questo luogo, che ei sopravvisse circa tredici anni all'ultimo assedio di Roma. [A. 409-413] L'usurpazione di Costantino, che ricevè la porpora dalle legioni della Britannia, era stata fortunata e pareva sicura. Si riconosceva la sua autorità dalla muraglia d'Antonino fino alle colonne d'Ercole, ed in mezzo al pubblico disordine, si divise il dominio e le spoglie della Gallia e della Spagna con le tribù dei Barbari, il distruttivo progresso dei quali non era più ritenuto dal Reno o dai Pirenei. Macchiato del sangue dei congiunti d'Onorio, estorse dalla Corte di Ravenna, con cui aveva secrete corrispondenze, la ratifica dei suoi ribelli diritti. Costantino impegnossi, con solenne promessa, di liberar l'Italia da' Goti; s'avanzò fino alle rive del Po, e dopo d'avere posto in arme anzi che assistito il pusillanime suo alleato, precipitosamente se ne tornò al palazzo d'Arles per celebrare con moderato lusso il suo vano ed apparente trionfo. Ma questa passaggiera prosperità fu presto interrotta e distrutta dalla rivolta del Conte Geronzio, il più prode fra i suoi Generali, che nell'assenza di Costante suo figlio, Principe già investito della porpora Imperiale, era stato lasciato al comando delle Province di Spagna. Per qualche ragione, che non sappiamo, Geronzio, invece di prendere esso il diadema, lo pose sul capo di Massimo suo amico, che fissò la sua residenza in Tarragona, mentre l'attivo Conte s'inoltrò avanti pei Pirenei ad oggetto di sorprendere i due Imperatori Costantino e Costante, prima che si potessero preparare alla difesa. Il figlio fu fatto prigioniero a Vienna, e subito posto a morte, e quell'infelice giovane appena ebbe tempo di deplorare l'innalzamento della sua famiglia, che l'aveva tentato o costretto a sacrilegamente abbandonare la pacifica oscurità della vita monastica. Il padre sosteneva un assedio dentro le mura d'Arles, ma esse avrebbero dovuto cedere agli assedianti, se la città non fosse stata inaspettatamente soccorsa dall'arrivo d'un'armata Italiana. Il nome d'Onorio, la proclamazione d'un legittimo Imperatore, sorprese i due contendenti partiti dei ribelli. Geronzio, abbandonato dalle proprie sue truppe, fuggì a' confini della Spagna, e liberò il suo nome dall'obblivione, mediante il coraggio Romano, che sembrò che animasse gli ultimi momenti della sua vita. In tempo di notte, un gran corpo di perfidi suoi soldati circondò ed attaccò la casa di lui, che esso avea ben fortificata. La moglie, un valoroso amico, Alano di nazione, ed alcuni fedeli schiavi restarono sempre aderenti alla sua persona; ed ei fece uso con tanta fermezza ed abilità d'un gran magazzino di dardi e di frecce, che più di trecento assalitori perderono la vita nell'assalto. Gli schiavi, allorchè furon consumate tutte le armi da scagliare, allo spuntar del giorno fuggirono; e Geronzio, se non fosse stato ritenuto dall'amor coniugale, avrebbe potuto imitarli; ma finalmente i soldati, irritati da sì ostinata resistenza, posero il fuoco da tutte le parti alla casa. In questa fatal estremità condiscese alla richiesta del suo Barbaro amico, tagliando ad esso la testa. La moglie di Geronzio, che lo scongiurò a non lasciarla in una vita di miseria e di vergogna, presentò volentieri il collo alla sua spada; e si terminò la tragica scena con la morte del Conte medesimo, che dopo tre colpi senz'effetto, trasse un corto pugnale, e se l'immerse nel cuore[333]. L'abbandonato Massimo, ch'egli aveva rivestito della porpora, fu debitore della sua vita al disprezzo, che avevasi della sua forza ed abilità. Il capriccio dei Barbari, che devastavano la Spagna, collocò un'altra volta quest'Imperiale fantasma sul trono, ma poco dopo lo rilasciarono alla giustizia d'Onorio; ed il tiranno Massimo, dopo essere stato mostrato al Popolo di Ravenna e di Roma, fu pubblicamente decapitato. Il Generale chiamato Costanzo, che fece levare, col suo arrivo, l'assedio d'Arles, e dissipò le truppe di Geronzio, era nato Romano; e questa notevole distinzione è molto atta ad esprimere la decadenza dello spirito militare fra i sudditi dell'Impero. La forza e la maestà, che apparivano nella persona di quel Generale[334], lo facevano risguardare nell'opinione del Popolo come un candidato degno del Trono, al quale di poi salì. Nella conversazione della vita privata, le maniere di esso eran piacevoli ed attraenti; nè alle volte avrebbe sdegnato, nella licenza della tavola, di sfidare i pantomimi stessi nell'esercizio delle ridicole lor professioni. Ma quando la tromba invitavalo alla armi; quando montava a cavallo, e piegandosi quasi sul collo di esso (giacchè tale era il singolare costume di lui) fieramente girava i grandi e vivaci suoi occhi attorno al campo, allora Costanzo incuteva terrore ai nemici, ed inspirava la sicurezza della vittoria ne' suoi soldati. Egli avea ricevuto dalla Corte di Ravenna l'importante commissione d'estirpare i ribelli nelle province dell'Occidente; ed il preteso Imperator Costantino dopo un breve ed inquieto respiro, fu di nuovo assediato nella sua Capitale dalle armi d'un più formidabile nemico. Pure tale intervallo gli diede tempo per concludere un trattato coi Franchi e gli Alemanni ed Edobic suo ambasciatore in breve tornò alla testa d'un esercito a disturbare le operazioni dell'assedio d'Arles. Il Generale Romano, invece d'aspettare l'attacco nelle sue trincere, arditamente e forse con prudenza risolvè di passare il Rodano, e di andare incontro ai Barbari. Furono prese le opportune misure con tale abilità e segretezza, che mentre attaccarono essi alla fronte l'infanteria di Costanzo, furono ad un tratto assaltati, circondati e distrutti dalla cavalleria di Ulfila suo luogotenente, che tacitamente aveva occupato un posto vantaggioso dietro di essi. Gli avanzi dell'esercito d'Edobic si salvarono per mezzo della fuga o della resa; ed il loro Capitano si riparò dal campo di battaglia nella casa d'un infedele amico, il quale troppo chiaramente comprese, che il capo dell'infelice suo ospite sarebbe stato un gradito e lucroso dono pel Generale Imperiale. Costanzo in quest'occasione si portò con la magnanimità d'un vero Romano. Vincendo o sopprimendo qualunque sentimento di gelosia, pubblicamente riconobbe il merito ed i servigi d'Ulfila; ma rigettò con orrore l'assassino d'Edobic; e rigorosamente diede ordine, che il campo non fosse macchiato dalla presenza d'un ingrato ribaldo, che aveva violate le leggi dell'amicizia e dell'ospitalità. L'usurpatore, che dalle mura d'Arles vide la rovina delle ultime sue speranze, fu tentato ad aver qualche fiducia in un sì generoso conquistatore. Ei chiese una solenne promessa per la propria sicurezza e dopo aver ricevuto, mediante l'imposizione delle mani, il sacro carattere di Prete Cristiano, si avventurò ad aprir le porte della città. Ma tosto provò, che i principj d'onore e d'integrità, che potevan regolare l'ordinaria condotta di Costanzo, furono superati dalle libere dottrine della morale politica. Il Generale Romano ricusò, invero, di contaminare i propri allori col sangue di Costantino, ma il deposto Imperatore e Giuliano suo figlio furon mandati sotto forte guardia in Italia, ed avanti che arrivassero al palazzo di Ravenna incontrarono i ministri di morte. [A. 411-416] In un tempo in cui generalmente si confessava, che quasi qualunque uomo nell'Impero superava in merito perdonale i Principi, che l'accidente della nascita avea posto sul trono, una rapida successione di usurpatori continuò tuttavia a sorgere, senza considerare il destino di quelli che gli aveano preceduti. Questo disastro si fece specialmente sentire nelle province della Spagna e della Gallia, dove la guerra e la ribellione aveano estinto i principj dell'ordine e dell'ubbidienza. Prima che Costantino deponesse la porpora, e nel quarto mese dell'assedio d'Arles, s'ebbe notizia nel Campo Imperiale, che Giovino aveva preso il diadema a Metz nella Germania superiore, ad istigazione di Goar Re degli Alani, e di Gunziario Re de' Burgundi: e che il candidato, a cui aveano affidato l'Impero, s'avanzava con un formidabile esercito di Barbari, dalle rive del Reno a quelle del Rodano. Nella breve istoria del regno di Giovino, tutte le circostanze son oscure e straordinarie. Era naturale il supporre, che un animoso ed abile Generale, alla testa d'una vittoriosa armata, avrebbe sostenuto in un campo di battaglia la giustizia della causa di Onorio. La precipitosa ritirata di Costanzo avrebbe potuto giustificarsi con forti ragioni; ma egli abbandonò senza contrasto il possesso della Gallia, e Dardano, Prefetto del Pretorio, si rammenta come l'unico Magistrato, che ricusasse di prestar ubbidienza all'usurpatore[335]. Quando i Goti, due anni dopo l'assedio di Roma, si stabilirono nella Gallia, era naturale il supporre, che le loro inclinazioni si dovessero solamente dividere fra l'Imperatore Onorio, col quale di fresco avevan fatto alleanza, ed il deposto Attalo, che essi riservavano nel loro campo ad oggetto di fare nelle occasioni la parte di musico o di Monarca. Pure in un momento di disgusto (di cui non è facile assegnare il tempo o la causa) Adolfo si collegò coll'usurpatore della Gallia, ed impose ad Attalo l'ignominiosa incumbenza di negoziare il trattato che ratificò il proprio suo disonore. Siamo di nuovo sorpresi nel leggere, che Giovino, invece di risguardare l'alleanza dei Goti come il più stabil sostegno del suo trono, insultò con oscuro ed ambiguo linguaggio l'officiosa importunità d'Attalo; che disprezzando il consiglio del suo grande alleato, rivestì della porpora Sebastiano suo fratello; e che con la massima imprudenza ' , 1 . , 2 : 3 - - ' ' , 4 , ; - - 5 ; - - , ' 6 - - . 7 : « , , 8 , ? » « » 9 : , . 10 11 , . 12 ' ; 13 , ' 14 ' , 15 ' , , 16 , [ ] . 17 : , 18 , , 19 ; ' 20 ; 21 ' ; 22 ' ' . 23 ' , 24 ' . 25 ; 26 ' ; 27 , 28 ; , 29 , , 30 , 31 . 32 33 ; 34 , 35 , 36 , . , 37 , 38 , 39 ' ; 40 , , 41 , 42 . 43 , [ ] , , 44 , ' , 45 ; 46 47 . , ' 48 ' , 49 ; ' 50 ' [ ] . 51 52 [ . ] 53 54 , 55 56 ' . , 57 , 58 , ; , 59 , 60 ' . , 61 ' ' ' . 62 63 64 ; , 65 , 66 , 67 . 68 ' ; 69 ; , 70 , , 71 ' ' . 72 , 73 , 74 , , 75 [ ] . 76 , 77 . 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