Pure la semplice verità (-Caes. de Bell. Civ. III. 44-) è molto più
grande delle amplificazioni di Lucano (-Phars. l. VI. 2963-).
[141] Le oratorie espressioni d'Orosio «in arido et aspero montis jugo,»
«in unum ac parvum verticem» non sono molto adattate all'accampamento
d'un grand'esercito. Ma Fiesole, distante solo tre miglia da Firenze,
potea somministrare sufficiente spazio pei quartieri di Radagaiso, ed
esser compresa dentro il cerchio delle linee Romane.
[142] Vedi Zosimo l. V. p. 331, e le Croniche di Prospero e di
Marcellino.
[143] Olimpiodoro (appresso Fozio p. 180) usa un'espressione
προσηταιρισατο -se l'era fatto amico-, che indicherebbe una stretta ed
amichevole alleanza, e renderebbe tanto più reo Stilicone. Le parole
-paulisper detentus, deinde interfectus- d'Orosio sono sufficientemente
odiose.
[144] Orosio, piamente inumano, sacrifica il Re ed il popolo, Agag e gli
Amaleciti, senza un sintomo di compassione. Il sanguinoso attore è meno
detestabile del freddo insensibil Istorico.
[145] E la musa di Claudiano dormiva ella? Era forse stata mal pagata?
Sembra, che il settimo Consolato d'Onorio (an. 407) avrebbe
somministrato il soggetto d'un nobil poema. Prima che si conoscesse, che
lo Stato non poteva più a lungo salvarsi, Stilicone (dopo Romolo,
Camillo e Mario) avrebbe meritato il nome di quarto fondatore di Roma.
[146] Un luminoso passo della Cronica di Prospero -in tres partes per
diversos Principes divisus exercitus-, limita il miracolo di Firenze, e
connette l'istoria dell'Italia, della Gallia e della Germania.
[147] Orosio e Girolamo positivamente l'accusano d'avere instigato
l'invasione: -Excitatae a Stilichone gentes- etc. Bisogna intendere
-indirettamente-. Ei salvò l'Italia a spese della Gallia.
[148] Il Conte di Buat è persuaso, che i Germani, i quali invasero la
Gallia, fossero -i due terzi- rimasti dell'armata di Radagaiso. Vedi
-l'Histoir. ancien. des peuples de l'Europe, Tom. VII. p. 87-121, Paris
1772-; elaborata opera, che non ho avuto il vantaggio di leggere fino
all'anno 1777. Trovo la medesima idea espressa in un rozzo sbozzo della
presente storia fino all'anno 1771, e dopo mi si è presentata una simile
osservazione in Mascou (VIII. 15). Tale conformità, senza alcuna
vicendevole comunicazione, può dar qualche peso al nostro comun
sentimento.
[149]
-... Provincia missos-
-Expellet citius fasces, quam Francia Reges-
-Quos dederis....-
Claudiano (i. -Cons. Stil. l. 1. 235-. ec.) è chiaro e soddisfacente.
Questi Re di Francia sono ignoti a Gregorio di Tours; ma l'autore delle
-Gesta Franc.- fa menzione tanto di Sunno che di Marcomiro, e nomina
l'ultimo come padre di Feramondo (Tom. II. p. 545). Sembra, che abbia
tratto le sue notizie da buoni materiali, che ei non intendeva.
[150] Vedi Zosimo (l. V. p. 373). Orosio (l. II. c. 9. p. 165 nel
secondo volume degli Istorici di Francia) ha conservato un valutabil
frammento di Renato Profuturo Frigerido, i tre nomi del quale indicano
un Cristiano, un suddito Romano, ed un Semibarbaro.
[151] Claudiano (-Cons. Stil. l. I. 221. l. II. 186-) descrive la pace e
la prosperità della frontiere Gallica. L'Abate Dubos (-Hist. Crit. Tom.
I. p. 174-) leggerebbe -Alba- (ignoto ruscello delle Ardenne) invece
d'-Albis-, e si diffonde nel pericolo del bestiame Gallico, che pascola
di là dall'-Elba-. Questa è una stoltezza. Nella Geografia poetica
l'Elba e l'Ercinia indicano qualunque fiume o qualunque selva nella
Germania. Claudiano non è preparato all'esame rigoroso dei nostri
antiquari.
[152]
-... Geminasque viator-
-Cum videat ripas, quae sit Romana requirat.-
[153] Girolam. Tom. I. p. 93. Vedi nel -primo volume degli Storici di
Francia p. 777-782- gli accurati estratti del -Carmen de Provident.
Divin.- e Salviano. L'anonimo poeta medesimo era prigioniero insieme col
proprio Vescovo e coi suoi cittadini.
[154] La dottrina Pelagiana, che s'agitò per la prima volta nell'anno
405, fu condannata nello spazio di dieci anni in Roma ed in Cartagine.
S. Agostino combattè, e vinse: ma la Chiesa Greca favorì i suoi
avversari, e (quel che è assai singolare) il popolo non prese parte
veruna in una disputa, che non poteva intendere.
[155] Vedi -le Memorie di Guglielmo du Bellay l. VI-.
[156] Claudian. I. -Cons. Stil.- l. II. 250. Si suppone, che gli Scoti
d'Irlanda invadessero per mare tutta la costa occidentale della
Britannia; e può darsi qualche tenue fede anche a Nennio, ed alle
tradizioni Irlandesi (-Carte Istor. d'Inghilterra vol. I. p. 169-.
Whitaker -Genuin. Istor. dei Brettoni p. 199-). Le sessantasei vite di
S. Patrizio, che sussistevano nel nono secolo, dovevano contenere
altrettante migliaia di bugie; pure possiamo credere, che il futuro
Apostolo fosse condotto via schiavo in una di queste invasioni Irlandesi
(Usser. -Antiquit. Eccles. Britann. p. 431.- e Tillemont -Mem. Eccl.
Tom. XVI. p. 456, 782-).
[157] Gli usurpatori Britannici son presi da Zosimo (l. VI p. 371-375),
da Orosio (l. VII c. 40. p. 576, 577), da Olimpiodoro (-ap. Phot. pag.
181-), dagl'Istorici Ecclesiastici, e Croniche. Ai Latini però non è
noto Marco.
[158] -Cum in Costantino- incostantiam.... -execrarentur- (Sidon.
Apollinar. -l. V. epist. 9. p. 159. Edit. Secund. Sirmond-). Sidonio
però potè esser tentato da un bisticcio sì bello ad infamare un
Principe, che aveva disonorato il suo avo.
[159] Il nome, che Zosimo dà loro, è -Bagaudae-. Forse meritavano un
carattere meno odioso (Vedi Dubos -Hist. Crit. Tom. I. p. 203- e
quest'Istoria). Noi avremo occasione di sentirne parlare di nuovo.
[160] Veriniano, Didimo, Teodosio, e Lagodio, che nelle Corti moderne si
chiamerebbero Principi del sangue, non eran distinti con verun grado o
privilegio dal resto dei sudditi.
[161] Questi -Honoriani-, o sia -Honoriaci-, contenevano due truppe di
Scoti o Attacotti, due di Mori, due di Marcomanni, i Vittori, gli
Ascarj, ed i Gallicani, -Notit. Imper. Sect. Edit. Labb.- Essi formavano
una parte dei sessantacinque -Auxilia Palatina-, e sono propriamente
chiamati da Zosimo l. VI. p. 374 εη τη αυλη ταξεις, -milizie
della Corte-.
[162]
-... Comitatur euntem-
-Pallor, et atra fames; et faucia lividus ora-
-Luctus, et inferni stridentes agmine morbi.-
Claud. -in IV. Cons. Hon. 321-.
[163] Questi oscuri fatti sono investigati dal. Conte Di Buat (-Hist.
des Peuples de l'Europe T. VII. c. 3, VIII. p 69. 206-) la cui laboriosa
esattezza alle volte può stancare un lettore superficiale.
[164] Vedi Zosimo l. V. p. 334, 335. Esso interrompe la breve sua
narrazione per riferire la favola d'Emona, e della nave Argo, che fu
tratta per terra da quel luogo sino all'Adriatico. Sozomeno (l. VIII, c.
25) e Socrate (l. VII. c. 10) vi gettano una dubbiosa e pallida luce, ed
Orosio (l. VII. c. 38. p. 571) è abbominevolmente parziale.
[165] Zosimo (l. V. p. 338, 339) ripete le parole di Lampadio, come
dette in Latino, -non est ista pax, sed pactio servitutis-, e quindi le
traduce in Greco per comodo dei suoi lettori.
[166] Egli era venuto dalla costa del Ponto Eussino, ed esercitava uno
splendido ufizio, λαμπρας δε στρατειας εν τοις βασιλειοις αξιουμενος;
insignito d'un ragguardevol posto militare fra gl'Imperiali. Le sue
azioni giustificano il suo carattere, che Zosimo (l. V. p. 340) espone
con visibile compiacenza. Agostino venerò la pietà d'Olimpio, che
esso chiama vero figlio della Chiesa. Baron. -Annal. Ecclesiastic.
Ann. n. 19 ec.- Tillemont -Mémoir. Ecclesiast. Tom. XIII. p. 467, 468-.
Ma queste lodi, che il Santo Affricano dà così indegnamente, potevan
procedere da ignoranze ugualmente che da adulazione.
[167] Zosimo l. V p. 339, 339. Sozomeno l. IX. c. 4. Stilicone propose
d'intraprendere il viaggio di Costantinopoli, per divertire Onorio da
quel vano pensiero. L'Impero Orientale non avrebbe obbedito, e non si
sarebbe potuto vincere.
[168] Zosimo (l. V. p. 336-345) ha copiosamente ma senza chiarezza
riferito la disgrazia e la morte di Stilicone. Olimpiodoro (appresso
Fozio p. 177), Orosio (lib. VII c. 38. p. 571, 572), Sozomeno (l. IX. c.
4), e Filostorgio (l. XI. c. 3. l. XII. c. 2) suppliscono un qualche
barlume.
[169] Zosimo l. V. p. 333. Il matrimonio d'un Cristiano con due sorelle,
scandalizza il Tillemont (-Hist. des Emper. Tom. V. p. 557.-) che
aspetta in vano di trovare che il Papa Innocenzio I. operasse qualche
cosa in questo articolo, o censurando, o dispensando.
[170] Si fa onorevol menzione di due suoi amici da Zosimo (l. V. p.
346.), cioè di Pietro Capo della scuola dei Notari, e di Deuterio, Gran
Ciamberlano. Stilicone s'era assicurato della Camera; e fa maraviglia,
che sotto un Principe debole tal precauzione non fosse capace di
renderlo sicuro.
[171] Sembra, che Orosio (l. VII. c. 38. p. 571, 572) copiasse i falsi e
furiosi manifesti, che si sparsero per le Province dalla nuova
amministrazione.
[172] Vedi il -Cod. Teod.- lib. VII. Tit. XVI. leg. I. lib. IX. Tit.
XLIII. leg. XXII. Stilicone vien notato col nome -di praedo publicus-,
che impiegava le sue ricchezze -ad omnem ditandam inquietandamque
Barbariem-.
[173] Agostino medesimo è contento dell'efficaci leggi, che Stilicone
avea pubblicato contro gli Eretici e gli idolatri, e che tuttavia
sussistono nel Codice Teodosiano. Ei solo prega Olimpio a confermarle.
Baron. -Annal. Eccles. an. 408. n. 19.-
[174] Zosimo l. V. p. 351. Noi possiamo osservare il cattivo gusto di
quei tempi nell'ornare le statue con tali inetti abbigliamenti.
[175] Vedi Rutilio Numaziano (-Itiner. l. II. 41. 60-), al quale il
religioso entusiasmo ha dettato alcuni eleganti e vigorosi versi.
Stilicone tolse ancora le lastre d'oro dalle porte del Campidoglio, e
lesse una profetica sentenza, che era incisa sotto di quelle (Zosimo l.
V. p. 352). Quelle sono vane istorie; l'accusa però d'-empietà- aggiunge
peso e credito alla lode che Zosimo dà con ripugnanza alle sue virtù.
[176] Alle nozze d'Orfeo (modesta comparazione!) tutte le parti della
natura animata contribuirono i varj lor doni, e gli Dei stessi
arricchirono il lor favorito. Claudiano non aveva nè greggi nè armenti,
nè viti, nè ulivi. La sua ricca sposa suppliva a tutto questo. Ma egli
portò nell'Affrica una lettera commendatizia di Serena, sua Giunone, e
fu reso felice (-Epist. II ad Serenam-).
[177] Claudiano sentiva l'onore come uno che lo merita (-in Praef. Bell.
Get.-). L'originale inscrizione in marmo si trovò a Roma nel secolo
decimoquinto in casa di Pomponio Leto. Avrebbe dovuto erigersi la statua
d'un poeta molto superiore a Claudiano nel tempo della sua vita dagli
uomini di lettere suoi nazionali e contemporanei. Questo era un nobil
disegno!
[178] Vedi l'epigramma XXX.
-Mallius indulget somno noctesque diesque:-
-In somnis Pharius sacra, profana rapit.-
-Omnibus hoc, Italae gentes, exposcite votis,-
-Mallius ut vigilet, dormiat ut Pharius.-
Adriano era Fario (d'Alessandria). Vedasi la sua vita pubblicata dal
Gotofredo; -Cod. Theod. Tom. VI. p. 364-. Mallio non dormiva sempre.
Compose alcuni eleganti dialoghi sopra i Greci sistemi di Filosofia
naturale: Claud. -in Mal. Theodor, Conf. 61-112-.
[179] Vedasi la prima lettera di Claudiano. Pure in alcuni luoghi
cert'aria di sdegno o d'ironia scuopre la segreta sua ripugnanza.
[180] La vanità nazionale ha voluto farlo passare per Fiorentino o
Spagnuolo. Ma la prima lettera di Claudiano prova, ch'egli era nativo
d'Alessandria; Fabric. -Bibl. Lat. T. III. p. 191-202, Ed. Ernest.-
[181] Compose i primi suoi versi al tempo del Consolato di Probino
l'anno 395.
-Romanos bibimus primum, te Consule, fontes-
-Et Latiae cessit Graja Thalia togae.-
Oltre alcuni epigrammi Greci, che tuttavia sussistono, il Poeta Latino
avea scritto in Greco le antichità di Tarso, di Anazarbo, di Berito, di
Nicea ec. Egli è più facile di riparare la perdita della buona poesia,
che dell'antica storia.
[182] Strada (-Prolus. V. VI-.) gli accorda di contendere coi cinque
poeti eroici Lucrezio, Virgilio, Ovidio, Lucano, e Stazio. Il colto
cortigiano Baldassar Castiglione è suo avvocato; gli ammiratori di lui
son numerosi ed appassionati: pure i rigorosi critici notano l'erbe o i
fiori esotici, che troppo lussureggiano nel suo latino terreno.
CAPITOLO XXXI.
-Alarico invade l'Italia. Costumi del Senato e del Popolo
Romano. Roma è assediata tre volte, e finalmente saccheggiata
dai Goti. Morte d'Alarico. I Goti si ritirano dall'Italia.
Caduta di Costantino. La Gallia e la Spagna son occupate da
Barbari. Indipendenza della Gran Brettagna.-
[A. 408]
L'insufficienza d'un debole e disastrato governo può spesse volte aver
l'apparenza, e produrre gli effetti d'una perfida corrispondenza col
pubblico nemico. Se Alarico medesimo fosse stato ammesso nel Consiglio
li Ravenna; egli avrebbe probabilmente proposto quello stesse misure,
che furono effettivamente prese da Ministri d'Onorio[183]. Il Re de'
Goti avrebbe forse con qualche ripugnanza cospirato alla distruzione di
quel formidabil nemico, dalle armi del quale tanto in Italia che in
Grecia per ben due volte era stato vinto. L'attivo ed interessato lor
odio produsse con molta fatica la disgrazia e la rovina del grande
Stilicone. Il valore di Saro, la sua fama nelle armi, e la personale o
ereditaria influenza, che aveva sui Barbari confederati, l'avrebbero
potuto far rispettare agli amici della Patria, che disprezzavano o
detestavan gl'indegni caratteri di Turpilione, di Varone e di
Vigilanzio. Ma per le premurose istanze de' nuovi favoriti, questi
Generali, che s'erano dimostrati indegni del nome di soldati[184], furon
promossi al comando della cavalleria, dell'infanteria e delle truppe
domestiche. Il Principe Goto avrebbe sottoscritto con piacere l'editto,
che il fanatismo d'Olimpio dettò al devoto e semplice Imperatore. Onorio
escluse da ogni ufizio nello Stato chiunque fosse contrario alla Chiesa
Cattolica, ostinatamente rigettò il servizio di tutti quelli, ch'erano
di religione diversa dalla sua; ed inconsideratamente licenziò molti de'
più bravi ed abili suoi Ufiziali, che erano aderenti al Culto Pagano, o
seguivano le opinioni dell'Arrianesimo[185]. Alarico avrebbe approvato,
e forse anche suggerito passi così vantaggiosi al nemico; ma si potrebbe
dubitare se il Barbaro avesse promosso il proprio interesse a spese
dell'inumana ed assurda crudeltà, che si commise con la direzione, o
almeno coll'assenso de' Ministri Imperiali. Gli ausiliari esteri,
ch'erano attaccati alla persona di Stilicone, si dolevano della sua
morte; ma il desiderio della vendetta era in essi frenato da un natural
timore per la salute delle mogli e de' figli loro, che ritenevansi come
ostaggi nelle città forti dell'Italia, dov'essi avevano parimente
depositato i loro più preziosi effetti. Nella medesima ora, e come per
mezzo d'un segnale comune, le città dell'Italia furon macchiate dalle
stesse orride scene di universale strage e saccheggio, che produsse la
distruzione delle famiglie insieme e de' beni de' Barbari. Esacerbati
questi da tal ingiuria, che avrebbe potuto scuotere i più torpidi e
servili spiriti, gettaron un'occhiata di sdegno e di speranza verso il
campo d'Alarico, e concordemente giurarono di perseguitare con giusta ed
implacabile guerra quella perfida nazione, che aveva sì vilmente violato
le leggi dell'ospitalità. Per l'imprudente condotta de' Ministri
d'Onorio la Repubblica perdè l'assistenza, e meritò l'inimicizia di
trentamila de' suoi più bravi soldati; ed il peso di tal formidabile
armata, che sola avrebbe potuto determinar l'evento della guerra, passò
dalla bilancia de' Romani in quella de' Goti.
[A. 408]
Nelle arti della negoziazione ugualmente che in quello della guerra il
Re Goto godeva un superiore ascendente sopra un nemico, le apparenti
variazioni del quale nascevano dalla total mancanza di consiglio e di
mire. Alarico, dal suo campo ne' confini dell'Italia, attentamente
osservava le rivoluzioni del Palazzo, spiava il progresso della fazione
e della malcontentezza, mascherava l'ostile aspetto d'un Barbaro
invasore, e prendeva la più popolare apparenza d'un amico ed alleato del
grande Stilicone, alle virtù del quale, quando non erano più per lui
formidabili, poteva dare un giusto tributo di sincera lode e rammarico.
Il pressante invito de' malcontenti, che sollecitavano il Re de' Goti ad
invader l'Italia, acquistò maggior forza da un vivo sentimento delle
personali sue ingiurie; ed aveva la speciosa occasion di dolersi, che i
Ministri Imperiali sempre differivano ed eludevano il pagamento delle
quattromila libbre d'oro, che dal Senato Romano gli erano state
accordate o in premio de' suoi servigi, o per acquietarne il furore. La
sua decente fermezza era sostenuta da un'artificiosa moderazione, che
contribuì al buon successo dei suoi disegni. Ei richiedeva una giusta e
ragionevol soddisfazione; ma dava le più forti sicurezze, che appena
l'avesse ottenuta, si sarebbe subito ritirato. Ricusò di prestar fede a'
Romani, se non gli si mandavano per ostaggi al campo Ezio e Giasone,
figli di due grandi Ufiziali dello Stato; ma offrì di dare in cambio di
essi molti de' più nobili giovani della nazione Gotica. I Ministri di
Ravenna risguardarono la modestia d'Alarico come una sicura prova di
debolezza e di timore. Sdegnarono d'entrare in trattato, non meno che
d'adunare un esercito; e con una temeraria fiducia, che procedeva solo
dall'ignoranza, in cui erano dell'estremo pericolo, irreparabilmente
perderono i decisivi momenti sì della pace che della guerra. Mentre
aspettavano con caparbio silenzio, che i Barbari lasciassero i confini
dell'Italia, Alarico passò con ardita e rapida marcia le Alpi ed il Po;
precipitosamente saccheggiò le città d'Aquileia, d'Altino, di Concordia
e di Cremona, che cederono alle sue armi; accrebbe le proprie forze
coll'aumento di trentamila ausiliari; e senza incontrare in campo un
solo nemico, s'avanzò fino all'orlo della palude, che difendeva
l'inaccessibile residenza dell'Imperatore Occidentale. Invece di tentare
senza speranza l'assedio di Ravenna, il prudente Capitano de' Goti passò
a Rimini, estese le sue devastazioni lungo le coste marittime
dell'Adriatico, e disegnò la conquista dell'antica padrona del Mondo. Un
eremita Italiano, di cui gli stessi Barbari veneravan la santità e lo
zelo, si fece incontro al vittorioso Monarca, ed arditamente annunziò lo
sdegno del Cielo contro gli oppressori della terra; ma il Santo medesimo
restò confuso dalla solenne asserzione d'Alarico, ch'ei sentiva un
segreto e soprannaturale impulso, che lo dirigeva, anzi lo costringeva a
marciare verso le porte di Roma. Egli sentiva che il proprio genio o la
sua fortuna lo rendevano atto alle imprese più ardue; e l'entusiasmo,
che comunicò a' Goti appoco appoco fece svanire la popolare e quasi
superstiziosa reverenza delle nazioni per la maestà del nome Romano. Le
sue truppe, animate dalla speranza della preda, seguirono il corso della
via Flaminia, occuparono i passi non guardati dell'Appennino[186],
discesero nelle ricche pianure dell'Umbria; e mentre stavano accampati
sulle rive del Clitunno, potevano a capriccio scannare e divorare i
bianchissimi tori, che per tanto tempo s'erano riserbati pei trionfi di
Roma[187]. Una difficile situazione ed un'opportuna tempesta di lampi e
tuoni preservò la piccola città di Narni; ma il Re de' Goti, non curando
le ignobili prede, sempre più avanzavasi con indomito vigore; e dopo
esser passato pei superbi archi, adornati con le spoglie delle vittorie
contro i Barbari, piantò il suo campo sotto le mura di Roma[188].
Pel corso di seicento diciannove anni la seda dell'Impero non era mai
stata contaminata dalla presenza d'uno straniero nemico. L'infelice
spedizione d'Annibale[189] non servì che a spiegare il carattere del
Senato e del Popolo; d'un Senato cioè piuttosto abbassato che nobilitato
dalla comparazione di un'assemblea di Regi, e d'un Popolo, a cui
l'ambasciator di Pirro attribuì le inesauste riproduzioni
dell'Idra[190]. Ciascun Senatore, al tempo della guerra Punica, aveva
occupato il suo posto nella milizia, o in grado di superiore o di
subalterno; ed il decreto, che dava per un tempo il comando a tutti
quelli, ch'erano stati Consoli, Censori, o Dittatori, procurava alla
Repubblica l'immediata assistenza di molti prodi e sperimentati
Generali. Al principio della guerra il Popolo Romano conteneva dugento
cinquantamila cittadini atti a portare le armi[191]. Cinquantamila eran
già morti in difesa della Patria, e le ventitre legioni, ch'erano
impiegate ne' diversi campi dell'Italia, della Grecia, della Sardegna,
della Sicilia e della Spagna, esigevano circa centomila uomini. Ma ne
restava sempre un ugual numero in Roma e nel territorio addiacente,
ch'erano animati dall'istesso intrepido coraggio; ed ogni Cittadino era
tratto fin dalla più fresca sua gioventù alla disciplina, ed agli
esercizi militari. Annibale restò sorpreso dalla costanza del Senato,
che senza levar l'assedio di Capua, o richiamar le truppe disperse,
aspettava la sua venuta. Ei s'accampò sulle rive dell'Anio alla distanza
di tre miglia dalla città; e fu tosto informato, che il terreno, su cui
aveva piantato la sua tenda, fu venduto per competente prezzo al
pubblico incanto, e per Una strada opposta fu mandato un corpo di truppe
a rinforzar le legioni della Spagna[192]. Condusse i suoi Affricani alle
porte di Roma, dove trovo tre eserciti in ordine di battaglia preparati
a riceverlo; ma Annibale temè l'evento d'una guerra, da cui non poteva
sperare d'uscire, se non aveva prima distrutto fino all'ultimo de' suoi
nemici; e la pronta sua ritirata dimostrò l'invincibil coraggio, de'
Romani.
Una continua successione di Senatori fin dal tempo della guerra Punica
avea conservato il nome e l'immagine della Repubblica; e i degenerati
sudditi d'Onorio ambiziosamente vantavano l'origine dagli Eroi, che
avevan rispinto le armi d'Annibale, e soggiogato le nazioni della terra.
I temporali onori, creditati e sprezzati dalla devota Paola[193], sono
accuratamente enumerati da Girolamo, guida della coscienza, ed isterico
della vita di essa. La genealogia di Rogato suo padre, che rimontava
fino ad Agamennone, parrebbe che indicasse un'origine Greca; ma Blesilla
sua madre numerava nella lista de' propri antenati gli Scipioni, Emilio
Paolo, ed i Gracchi; e Tossozio marito di Paola traeva la reale sua
stirpe da Enea, padre della famiglia Giulia. Con queste alte pretensioni
soddisfacevasi la vanità del ricco, che bramava d'esser nobile.
Incoraggiati dall'applauso de lor parassiti, facilmente imponevano alla
credulità del volgo, ed erano in qualche modo sostenuti dall'uso di
adottare il nome dei loro patroni, ch'era stato sempre in vigore fra i
liberti, ed i clienti delle famiglie illustri. La maggior parte però di
quelle famiglie, attaccate da tante cause d'esterna forza, o d'interna
decadenza, restarono appoco appoco estinte; e sarebbe stato più
ragionevole il cercare una successiva discendenza di venti generazioni
fra le montagne delle Alpi o nella pacifica solitudine della Puglia, che
nel teatro di Roma, sede della fortuna, del pericolo, e di perpetue
rivoluzioni. In ogni regno particolare, e da ogni provincia dell'Imperio
innalzandosi ad eminenti gradi una folla d'arditi avventurieri per mezzo
de' talenti o de' vizi loro, usurpavano lo ricchezze, gli onori, ed i
palazzi di Roma, ed opprimevano o proteggevano i poveri ed umili avanzi
delle famiglie Consolari, che ignoravano forse la gloria de' loro
maggiori[194].
Al tempo di Girolamo e di Claudiano i Senatori concordemente cedevano la
preeminenza alla famiglia Anicia; ed una breve occhiata all'istoria di
questa servirà per valutare il lustro e l'antichità delle famiglie
nobili, che si contentavano solo del secondo pasto[195]. Nei primi
cinque secoli di Roma fu ignoto il nome degli Anicj: sembra ch'essi
traesser l'origine da Preneste, e l'ambizione di que' nuovi cittadini
restò per lungo tempo soddisfatta con gli onori plebei di Tribuni del
popolo[196]. Cento sessant'anni avanti l'Era Cristiana, la famiglia fu
nobilitata dal Pretore Anicio, che terminò gloriosamente la guerra
Illirica, soggiogando la nazione, e facendone schiavo il Re[197]. Dopo
il trionfo di quel Generale, tre Consolati, in tempi distanti fra loro,
indicano la successione del nome Anicio[198]. Dal regno di Diocleziano
fino alla total estinzione dell'Impero occidentale godè questo nome di
tale splendore, che non fu ecclissato nella pubblica stima neppure dalla
Maestà della porpora Imperiale[199]. I diversi rami, a' quali fu
comunicato, riunirono per mezzo di matrimoni o di eredità le ricchezze
ed i titoli delle famiglie Annia, Petronia, ed Olibria: ed in ogni
generazione si moltiplicava il numero de' Consolati per un ereditario
diritto[200]. La famiglia Anicia era celebre per la fede e per le
ricchezze: fu la prima del Senato Romano, che abbracciasse il
Cristianesimo: ed è probabile, che Anicio Giuliano il quale poi fu
Console e Prefetto di Roma, purgasse il suo attaccamento al partito di
Massenzio con la prontezza, con cui accettò la religione di
Costantino[201]. S'accrebbe l'ampio lor patrimonio dall'industria di
Probo, Capo della famiglia Anicia, che divise con Graziano gli onori del
Consolato, ed esercitò quattro volte il sublime ufizio di Prefetto del
Pretorio[202]. Le immense sue possessioni erano sparse per tutto quanto
il Mondo Romano; e quantunque il Pubblico potesse aver per sospetti, o
disapprovare i mezzi, co' quali s'erano acquistate, pure la generosità e
magnificenza di quel fortunato politico meritò la gratitudine de' suoi
clienti e l'ammirazione degli stranieri[203]. Fu tanto grande il
rispetto, che avevasi alla sua memoria, che i due figli di Probo, nella
più fresca lor giovinezza, ed a richiesta del Senato, furono uniti
insieme nella dignità Consolare; distinzione memorabile e senza esempio
negli annali di Roma[204].
I marmi del palazzo Anicio eran passati in proverbio per esprimere
l'opulenza e lo splendore[205]: i nobili però ed i Senatori di Roma con
la dovuta gradazione aspiravano ad imitar quell'illustre Famiglia.
L'esatta descrizione della città, che fu fatta al tempo di Teodosio,
enumera mille settecento ottanta case di ricchi ed onorevoli
cittadini[206]. Molte di queste splendide abitazioni potrebbero quasi
scusare l'esagerazion del Poeta, che Roma conteneva una moltitudine di
palazzi, e che ogni palazzo equivaleva ad una città mentre nel suo
recinto includeva tutto ciò, che poteva servire o al comodo o al lusso,
cioè piazze, ippodromi, templi, fontane, bagni, portici, boschetti
ombrosi, ed artificiali uccelliere[207]. L'istorico Olimpiodoro, che
descrive lo stato di Roma, quando fu assediata da' Goti[208], continua
ad osservare, che vari de' più ricchi Senatori da' loro fondi ricavavano
un'annua entrata di quattromila libbre d'oro, che fanno sopra cento
sessantamila sterline, senza computare le provvisioni fisse di grano e
di vino, le quali, se si fosser vendute, sarebbero importate un terzo di
quella somma. In paragone di tale smoderata ricchezza, un'ordinaria
entrata di mille o mille cinquecento libbre d'oro si sarebbe risguardata
appena come adeguata alla dignità del grado Senatorio, che richiedeva
molte spese di pubblica ostentazione. Si rammentano al tempo d'Onorio
più esempi di nobili vani e popolari, che celebrarono l'anno della lor
Pretura con una festa, che durò sette giorni, e che, costò più di
centomila lire sterline[209]. I beni de' Senatori Romani, che tanto
eccedevano la proporzione delle moderne ricchezze, non si ristringevano
dentro i confini dell'Italia. Le loro possessioni estendevansi molto al
di là del mare Jonio e dell'Egeo fino alle più distanti Province: la
città di Nicopoli, fondata da Augusto come un eterno monumento della
vittoria d'Azio, era la proprietà della devota Paola[210], e Seneca
osserva, che i fiumi, che avevano già diviso nazioni fra loro nemiche,
scorrevano allora dentro le terre di cittadini privati[211]. Le tenute
de' Romani, secondo la natura e le circostanze di esse, o venivano
coltivate da' loro schiavi, o si davano per una certa convenuta somma
annua a qualche industrioso affittuale. Gli Scrittori economici antichi
raccomandano caldamente il primo metodo, qualora possa praticarsi
comodamente; ma se per la sua distanza o grandezza il luogo non fosse
sotto la vista immediata del padrone, preferiscono l'attiva cura d'un
vecchio ereditario fittaiuolo, attaccato a quel fondo ed interessato nel
prodotto di esso, alla mercenaria amministrazione d'un negligente e
forse infedele fattore[212].
I nobili opulenti d'una immensa capitale, che non erano mai eccitati dal
desiderio della gloria militare, e rade volte impegnati nelle
occupazioni del governo civile, naturalmente consumavano il loro tempo
negli affari e ne' divertimenti della vita privata. A Roma era sempre
stato tenuto a vile il commercio; ma i Senatori fino da' primi tempi
della Repubblica accrebbero il loro patrimonio, e moltiplicarono i loro
clienti con la pratica lucrosa dell'usura; e le antiquate leggi venivan
deluse o violate per la reciproca inclinazione ed interesse di ambe le
parti[213]. Doveva sempre trovarsi in Roma una considerabile quantità di
ricchezza, o in moneta corrente dell'Impero, o in oro ed argento
lavorato; ed al tempo di Plinio v'erano molte tavole, che contenevano
più argento di quello che Scipione trasportò dalla vinta Cartagine[214].
La maggior parte de' nobili, che scialacquavano i propri beni in un
prodigo lusso, si trovavano poveri in mezzo alla ricchezza, ed oziosi in
un perpetuo giro di dissipazione. Venivano continuamente soddisfatti i
lor desiderj dal lavoro di migliaia di mani, dalla numerosa serie de'
loro domestici schiavi, su' quali agiva il timor del castigo, e dalle
varie specie di artefici e di mercanti, che con maggior forza eran mossi
dalla speranza del guadagno. Gli antichi erano privi di molti comodi
della vita, che si sono inventati, o accresciuti dal progresso
dell'industria; e la copia del vetro e de' panni lini ha sparso più
comodi reali fra le nazioni moderne d'Europa di quel che i Senatori di
Roma potessero trarre da tutte le più raffinate maniere d'un sensuale e
splendido lusso[215]. La magnificenza ed i costumi di essi hanno
somministrato materia di minute laboriose ricerche; ma siccome queste mi
farebbero troppo deviare dal disegno dell'opera presente, io produrrò un
autentico stato di Roma, e de' suoi abitanti, che può applicarsi più
specialmente al tempo dell'invasione de' Goti. Ammiano Marcellino, che
prudentemente scelse la Capitale dell'Impero come la residenza più
adattata per un Istorico de' suoi tempi, ha unito con la narrazione de'
pubblici eventi una viva pittura delle scene, alle quali trovossi
presente. Il giudizioso lettore non approverà sempre l'asprezza della
censura, la scelta delle circostanze, o la maniera dell'espressioni:
egli scuoprirà forse i segreti pregiudizi e le personali passioni, che
inasprivano il carattere d'Ammiano; ma sicuramente potrà osservare con
filosofica curiosità l'interessante ed originale pittura de' costumi di
Roma[216].
«La grandezza di Roma (così dice l'Istorico) si fondò sulla rara e quasi
incredibile unione della virtù e della fortuna. Il lungo tratto della
sua infanzia s'impiegò in un laborioso contrasto con le tribù d'Italia,
vicine e nemiche della nascente città. Nella forza e nell'ardore della
sua gioventù sostenne le tempeste della guerra, portò le sue armi
vittoriose oltre i mari ed i monti, e riportò a casa trionfali allori da
ogni parte del globo. Finalmente avanzandosi verso la vecchiezza, ed
alle volte vincendo col solo terrore del suo nome, cercò i vantaggi
della quiete e della tranquillità. Quella venerabil città, che aveva
posto il piede sul collo alle più fiere Nazioni, e stabilito un sistema
di leggi, perpetue custodi della giustizia e della libertà, si contentò,
come una saggia e doviziosa madre, di affidare a' Cesari, favoriti suoi
figli, la cura di governare l'ampio suo patrimonio[217]. Successe ai
tumulti della Repubblica una sicura e profonda pace, simile a quella che
si era goduta sotto il regno di Numa; e frattanto Roma era sempre
adorata come regina della terra, e le sottoposte nazioni tuttavia
rispettavano il nome del Popolo e la maestà del Senato. Ma questo nativo
splendore (prosegue Ammiano) viene oscurato e macchiato dalla condotta
di alcuni nobili, che dimenticatisi della lor dignità e di quella del
loro paese, s'attribuiscono un'illimitata licenza di follìa e di vizi.
Contendono fra loro intorno all'inutile vanità de' titoli e de' cognomi;
e curiosamente scelgono o inventano i più alti e sonori nomi di Reburro
o Fabunio, di Pagonio o Tarrasio[218], che possono imprimere negli
orecchi del volgo maraviglia e rispetto. Per una vana ambizione di
perpetuare la loro memoria, affettano di moltiplicare le proprie
immagini in statue di bronzo e di marmo; nè son contenti, se quelle
statue non son coperte di foglie d'oro; onorevole distinzione, concessa
per la prima volta al Console Acilio dopo che ebbe soggiogato colle sue
armi e co' suoi consigli la potenza del Re Antioco. L'ostentazione di
mostrare e forse di magnificare la lista delle rendite de' fondi, che
posseggono in tutte le Province, dall'Oriente all'Occidente, provoca a
giusto sdegno chiunque riflette, che gl'invincibili e poveri lor
antenati non si distinguevano dagl'infimi soldati per la dilicatezza del
cibo, nè per lo splendore degli abiti. Ma i Nobili moderni misurano il
grado e l'importanza loro dalla maestà de' lor cocchi[219], e dalla
pesante magnificenza del loro abbigliamento. Le lunghe lor vesti di seta
o di porpora ondeggiano al vento; ed a misura che per arte o per caso
vengono agitate, scuoprono le ricche toniche di sotto, ricamate con
figure di varj animali[220]. Accompagnati da un seguito di cinquanta
servi, e guastando i pavimenti delle strade, si muovono per le medesime
con tanta impetuosa fretta, come se corresser la posta; e l'esempio de'
Senatori viene arditamente imitato dalle matrone e dalle dame, i carri
coperti delle quali vanno continuamente girando gl'immensi spazi della
città e de' sobborghi. Dovunque tali persone di gran qualità si
compiacciono di visitare i pubblici bagni, all'entrar che vi fanno,
prendono un tuono d'alto ed insolente comando, ed appropriano al privato
lor uso que' comodi, ch'erano destinati pel Popolo Romano. Se in questi
luoghi di comune e generale concorso incontrano qualche infame ministro
de' lor piaceri, esprimono la loro affezione con un tenero abbraccio,
nel tempo che superbamente scansano i saluti de' loro concittadini, a'
quali non si permette d'aspirare all'onore di baciar loro le mani o i
ginocchi. Tosto che si son soddisfatti dell'uso del bagno, riprendono i
loro anelli e le altre insegne della lor dignità: scelgono dalla privata
lor guardaroba composta di finissima biancheria, che potrebbe servire
per una dozzina di persone, quella che più s'adatta alla lor fantasia, e
mantengono fino alla lor partenza l'istesso altiero portamento, che
potrebbe appena essere scusabile nel gran Marcello dopo la conquista di
Siracusa. Alle volte in vero questi Eroi si accingono ad imprese più
ardue; visitano i loro beni d'Italia, e si procurano per mezzo di mani
servili i divertimenti della caccia[221]. Se qualche volta, specialmente
nella state, hanno il coraggio di navigare nelle dipinte lor barche dal
lago Lucrino[222] all'eleganti lor ville sulle coste marittime di
Pozzuolo e di Gaeta[223], paragonano le loro spedizioni alle marce di
Cesare e d'Alessandro. Se però ardisse una mosca di posarsi su' loro
dorati ombrelli di seta, se un raggio di sole penetrasse per qualche non
osservato impercettibile spiraglio, deplorano gl'intollerabili loro
travagli, e si dolgono con affettate espressioni di non esser nati nelle
terre de' Cimmerj[224], regioni di eterne tenebre. In questi viaggi, che
si fanno nelle proprie terre[225], tutto il corpo della famiglia marcia
insieme col padrone. In quella guisa che dalla perizia dei capitani
militari si dispongono la cavalleria e l'infanteria, le truppe di grave
e di leggiera armatura, la vanguardia e la retroguardia; così gli
uffiziali domestici, che portano in mano una verga in segno d'autorità,
distribuiscono e mettono in ordine il numeroso seguito di schiavi e di
famigliari. Il bagaglio e la guardaroba sono alla fronte, e dopo segue
immediatamente una moltitudine di cuochi e di ministri inferiori,
impiegati nel servizio della cucina e della tavola. Il corpo di mezzo è
composto d'una promiscua folla di schiavi accresciuta dall'accidental
concorso di oziosi o dipendenti plebei. Si chiude la marcia dalla truppa
favorita di eunuchi, distribuiti per ordine di anzianità. Il numero e la
deformità loro eccitano l'orrore e lo sdegno degli spettatori, che son
mossi ad esecrar la memoria di Semiramide per l'arte crudele da essa
inventata di eludere i disegni della natura, e di soffocar nella stessa
loro sorgente le speranze delle future generazioni. Nell'esercizio della
domestica giurisdizione i nobili di Roma esprimono una squisita
sensibilità per qualunque personale ingiuria, ed una disprezzante
indifferenza pel resto della specie umana. Se quando chiedono dell'acqua
calda, uno schiavo sia lento ad ubbidire, egli viene immediatamente
gastigato con trecento colpi di verghe: se però il medesimo schiavo
commetterà un omicidio volontario, il padrone osserverà dolcemente
ch'esso è un indegno; ma che se un'altra volta commette il delitto, non
eviterà la pena. Anticamente l'ospitalità era la virtù de' Romani; ed
ogni straniero, che potesse allegare in suo favore il merito o la
disgrazia, veniva sollevato o premiato dalla lor generosità.
Presentemente, se un forestiero, anche di grado non dispregevole, viene
introdotto avanti ad uno di que' ricchi ed altieri Senatori, esso è
accolto in vero alla prima udienza con sì forti proteste e ricerche sì
premurose, che si ritira incantato dall'affabilità dell'illustre suo
amico, e pieno di dispiacere di aver tanto tempo differito il suo
viaggio a Roma, nativa sede della civiltà non meno che dell'Impero.
Sicuro d'un favorevole ricevimento ripete la sua visita il giorno
seguente, e resta mortificato dal vedere, che si è già dimenticata la
persona, il nome e la patria di esso. Se ha il coraggio di perseverare,
viene appoco appoco ammesso nel numero de' dipendenti, ed ottiene la
permissione di fare l'assidua ed infruttuosa sua corte ad un superbo
Patrono, incapace di gratitudine o d'amicizia, che appena si degna
d'osservare, quando è presente, quando parte, o quando torna. Ogni volta
che un ricco prepara un solenne e popolare trattenimento[226], ogni
volta che celebrano con prodigo e pernicioso lusso i privati loro
banchetti, la scelta de' commensali forma il soggetto d'una seria
deliberazione. Di rado son preferiti i moderati, i sobrj, e i dotti; ed
i nomenclatori, che comunemente son mossi da motivi d'interesse, hanno
l'accortezza d'inserir nella lista degl'inviti gli oscuri nomi delle più
indegne persone del Mondo. Ma i frequenti e famigliari compagni de'
Grandi sono que' parassiti, che praticano la più utile di tutte le arti,
cioè quella dell'adulazione; che altamente applaudiscono ad ogni parola
e ad ogni azione dell'immortal lor Patrono; che ammirano con trasporto
le colonne di marmo ed i pavimenti di vari colori; e che eccedentemente
lodano la pompa e l'eleganza, ch'egli si è assuefatto a risguardare come
una parte del personale suo merito. Alle mense Romane gli uccelli, i
ghiri[227], o i pesci, che sembrano d'una straordinaria grossezza, si
osservano con una curiosa attenzione: v'è sempre un par di bilance per
determinarne il peso reale; e mentre i più ragionevoli commensali son
disgustati da una vana e tediosa ripetizione, si chiamano i notari per
far fede con autentico atto della verità di tal maraviglioso successo.
Un altro metodo d'introdursi nelle case e nelle conversazioni de' Grandi
proviene dalla professione di giocare, o come si dice più pulitamente,
di divertirsi. I socj sono uniti fra loro con uno stretto e indissolubil
legame d'amicizia o piuttosto di cospirazione; una gran perizia
nell'arte -Tesseraria- (che può risguardarsi come una specie di tavola
reale[228]) è una strada sicura per giungere alla ricchezza ed alla
riputazione. Un maestro di quella sublime scienza, che in una cena o
assemblea sia posto al di sotto d'un Magistrato, dimostra nel portamento
la maraviglia e lo sdegno, che si potrebbe supporre aver sentito Catone,
allorchè gli fu negata la Pretura da' voti d'un capriccioso Popolo.
L'acquisto delle cognizioni, rare volte, muove la curiosità de' nobili,
che abborriscono la fatica, e sdegnano i vantaggi dello studio; ed i
soli libri che leggono, sono le satire di Giovenale, e le verbose e
favolose storie di Mario Massimo[229]. Le librerie, che hanno ereditato
dai loro padri, sono rimosse, come orridi sepolcri, dalla luce del
giorno[230]. Ma si costruiscono per loro uso dispendiosi strumenti da
teatro, flauti, enormi Lire, ed organi idraulici; e l'armonia della
musica, sì vocale che istrumentale, continuamente si sente ripetere nei
palazzi di Roma. In questi al senso si antepone il suono, e la cura del
corpo a quella dell'animo. Si accorda come una massima salutare, che il
barlume ed un frivolo sospetto di una malattia contagiosa è sufficiente
a scusare dalla visita dei più intimi amici; ed anche ai servi, che si
mandano a ricercarne per decenza le nuove, non si permette che tornino a
casa, se prima non abbian sopportata la ceremonia d'un'abluzione. Pure
tale scrupolosa ed effeminata delicatezza cedè qualche volta alla più
imperiosa passione dell'avarizia. L'aspetto del guadagno spingerà un
ricco e gottoso Senatore fino a Spoleto; qualunque sentimento
d'arroganza e di dignità è vinto dalla speranza d'una eredità o anche
d'un legato; ed un opulento cittadino senza figli è il più polente dei
Romani. Si sa perfettamente l'arte di ottenere una favorevol
disposizione testamentaria; ed alle volte di accelerare il momento della
sua esecuzione, ed è accaduto, che nella medesima casa, quantunque in
diversi appartamenti, il marito e la moglie, col lodevol disegno di
prevenirsi l'un l'altro, hanno richiesto i rispettivi loro notari per
dichiarare nel tempo stesso le mutue loro ma contradditorie intenzioni.
Le angustie che seguono e puniscono le stravaganze del lusso, riducono
spesso i Grandi ad usare i più umilianti espedienti. Quando desiderano
di ottenere un imprestito, impiegano il basso e supplichevole stile
dello schiavo nella commedia; ma quando è richiesto loro il pagamento,
prendono la maestosa e tragica declamazione dei nipoti d'Ercole. Se di
nuovo è domandato loro il danaro, facilmente trovano qualche fido
calunniatore, abile a sostenere un'accusa di veleno o di magia contro
l'insolente creditore, il quale è raro che sia liberato dalla carcere,
se non abbia prima sottoscritto una ricevuta di tutto il debito. Questi
vizi, che macchiano il moral carattere de' Romani, son congiunti ad una
puerile superstizione, che disonora il loro intelletto. Prestano
orecchio con fiducia alle predizioni degli aruspici, che pretendono di
leggere nelle viscere delle vittime i segni della futura grandezza e
prosperità; e vi son molti, che non ardiscono di bagnarsi, di desinare o
di comparire in pubblico, finattantochè non hanno diligentemente
consultato, secondo le regole dell'astrologia, la situazione di Mercurio
o l'aspetto della Luna[231]. Ed è ben singolare, che spesse volte si
scuopre tal vana credulità in quegli stessi profani Scettici, che
empiamente dubitano, o negano l'esistenza d'un Potere Celeste».
Nelle città popolate, che sono la sede del commercio e delle
manifatture, gli abitanti di mezza condizione, che traggono la lor
sussistenza dalla destrezza o dal lavoro delle proprie mani, formano per
ordinario la più feconda, la più utile, ed in questo senso la più
rispettabile parte della società. Ma i plebei di Roma, che sdegnavano
tali sedentarie e servili arti, si eran trovati oppressi fino dai più
antichi tempi dal peso del debito e dell'usura, e l'agricoltore, nel
tempo del suo servizio militare, era costretto ad abbandonar la cultura
delle sue terre[232]. I terreni dell'Italia che a principio erano stati
divisi fra le famiglie di liberi ed indigenti proprietari, appoco appoco
furono comprati o usurpati dall'avarizia dei nobili, e nel secolo, che
precedè la rovina della Repubblica, fu calcolato, che solo duemila
cittadini possedevano qualche fondo indipendente[233]. Pure
finattantochè il popolo dava co' suoi voti gli onori dello Stato, il
comando delle legioni, e l'amministrazione di ricche Province,
l'orgogliosa soddisfazione che ne risentiva, sollevava in qualche modo i
travagli della povertà; ed i bisogni dei plebei venivano diminuiti
opportunamente dall'ambiziosa liberalità dei candidati, che aspiravano
ad assicurarsi una venale pluralità di voti nelle trentacinque Tribù; o
nelle cento novanta tre centurie di Roma. Ma quando i prodighi plebei
ebbero imprudentemente alienato non solamente l'-uso-, ma anche la
-proprietà- del potere, si ridussero nel regno dei Cesari ad una vile e
miserabil plebaglia, che in poche generazioni avrebbe dovuto del tutto
estinguersi, se non si fosse continuamente sostenuta dalla manumissione
degli schiavi e dal ribocco degli stranieri. Fino dai tempi d'Adriano,
giustamente dolevansi gl'ingenui nativi, che la capitale aveva tirato a
sè i vizi dell'Universo, ed i costumi delle nazioni fra lor più
contrarie. L'intemperanza dei Galli, l'astuzia e la leggerezza dei
Greci, la selvaggia ostinazione degli Egizj e degli Ebrei, il servile
carattere degli Asiatici, e la dissoluta ed effeminata prostituzione dei
Sirj, s'erano mescolate nella varia moltitudine di uomini, che, sotto la
superba e falsa denominazione di Romani, ardivano di sprezzare i loro
compagni di sudditanza, e fino i loro Sovrani, che abitavano fuori del
recinto dell'-eterna città-[234].
Ciò non ostante si pronunziava sempre con rispetto il nome di quella
città; eran tollerati senza castigo i frequenti e capricciosi tumulti
dei suoi abitatori; ed i successori di Costantino, invece di togliere
affatto gli ultimi residui della democrazia colla forza della milizia,
preferirono la dolce politica d'Augusto, e procurarono di sollevare la
povertà e divertir la pigrizia d'un innumerabile popolo[235]. I. Per
comodo degli oziosi plebei le mensuali distribuzioni di grano si
convertirono in una giornaliera porzione di pane; furono fatti e
mantenuti a spese pubbliche molti forni, ed all'ora stabilita ogni
cittadino, che aveva il suo contrassegno, saliva per quella scala che
era stata determinata pel suo particolar quartiere o divisione, e
riceveva o in dono o ad un bassissimo prezzo una quantità di pane del
peso di tre libbre per uso della sua famiglia. II. Le foreste della
Lucania, le cui ghiande ingrassavano grossi armenti di porci
selvaggi[236], somministravano, come una specie di tributo,
un'abbondante quantità di cibo sano e a buon mercato. Per cinque mesi
dell'anno distribuivasi ai cittadini più poveri una regolar quantità di
lardo; e l'annuo consumo della Capitale, in un tempo in cui era molto
decaduta dall'antico suo lustro, fu determinato in un editto di
Valentiniano III a tre milioni seicento ventottomila libbre[237]. III.
Secondo i costumi degli antichi era indispensabile l'uso dell'olio, pei
lumi ugualmente che pei bagni, e l'annua tassa, imposta sull'Affrica pel
bisogno di Roma, ascendeva al peso di tre milioni di libbre, vale a dire
alla misura forse di trecentomila galloni inglesi. IV. L'ansietà ch'ebbe
Augusto di provveder la Metropoli di una sufficiente abbondanza di
grano, non si estese al di là di questo necessario articolo dell'umana
sussistenza; e quando il clamor popolare accusava il caro prezzo e la
scarsezza del vino, il grave riformatore promulgò un editto, in cui
rammentava ai suoi sudditi, che nessuno aveva ragione di dolersi della
sete, mentre gli acquedotti d'Agrippa avevano introdotto nella città
tante copiose fonti di acqua pura e salubre[238]. Si rilassò appoco
appoco questa rigida sobrietà; e quantunque non sembri, che si eseguisse
in tutta la sua estensione il generoso disegno di Aureliano[239], si
concedeva l'uso del vino a condizioni assai facili e liberali. Era
affidata l'amministrazione delle cantine pubbliche ad un onorevole
Magistrato, ed una parte considerabile della vendemmia della Campania
riserbavasi pei felici abitanti di Roma.
Gli stupendi acquedotti sì giustamente celebrati dalle lodi di Augusto
medesimo, riempivano le -terme- o i bagni, che s'erano edificati in ogni
parte della città con Imperiale magnificenza. I bagni d'Antonino
Caracalla, ch'erano aperti in certe ore determinate per uso comune dei
Senatori e del Popolo, contenevano più dei mille seicento sedili di
marmo, e più di tremila se ne contavano in quelli di Diocleziano[240].
Le mura dei superbi quartieri eran coperte di curiosi Mosaici, che
imitavano l'arte del pennello nell'eleganza del disegno, e nella varietà
dei colori. Il granito Egiziano era graziosamente incrostato col
prezioso marmo verde di Numidia; una perpetua corrente d'acqua calda
versavasi per tante larghe bocche di massiccio lucido argento in gran
vasche; e l'infimo dei Romani poteva con una piccola moneta di rame
comprarsi il continuo spettacolo d'una scena di pompa e di lusso, che
avrebbe potuto eccitar l'invidia dei Monarchi dell'Asia[241]. Da queste
splendide fabbriche usciva uno sciame di sordidi e stracciati plebei
senza scarpe e senza mantello, che andavano tutto il giorno vagando per
le strade o nel foro a udir nuove, o a far dispute; e che dissipavano in
stravaganti giuochi la miserabile sussistenza delle mogli e dei figli; e
consumavano le ore della notte in oscure taverne e ridotti, intesi a
soddisfare una grossolana e volgare sensualità[242].
Ma il più vivo e splendido divertimento dell'oziosa moltitudine
dipendeva dalla frequente rappresentazione dei pubblici giuochi e
spettacoli. La pietà dei Principi Cristiani aveva soppresso i crudeli
combattimenti dei gladiatori; ma il Popolo Romano risguardava tuttavia
il circo come la propria casa, il suo tempio, e la sede della
Repubblica. L'impaziente moltitudine correva allo spuntar del giorno a
prendersi il posto, e v'eran molti, che passavano senza dormire
ansiosamente la notte ne' vicini portici. Dalla mattina alla sera, senza
curare il sole o la pioggia, gli spettatori, che alle volte ascendevano
al numero di quattrocentomila, stavano in seria attenzione con gli occhi
fissi nei cavalli e nei cocchieri, e con gli animi agitati dalla
speranza o dal timore pel successo di quei colori che favorivano; e
pareva che la felicità di Roma dipendesse dall'evento d'una corsa[243].
L'istesso smoderato ardore eccitava le loro grida ed i loro applausi
ogni volta che si dava la caccia delle fiere, o alcuna delle varie
specie di teatrali rappresentanze. Queste nelle Capitali moderne possono
meritare d'essere considerate come una pura ed elegante scuola di gusto,
e forse di virtù. Ma la musa tragica e comica de' Romani, che non ad
altro comunemente aspirava che ad imitare il genio Attico[244], dopo la
caduta della Repubblica erasi rimasta quasi sempre in silenzio[245]; ed
erasene indegnamente occupato il posto dalla licenziosa farsa, dalla
musica effeminata da splendide buffonerie. I pantomimi[246], che si
mantennero in riputazione dal tempo d'Augusto fino al sesto secolo,
rappresentavano senza l'uso delle parole le varie favole degli Dei e
degli Eroi dell'antichità e la perfezione della loro arte, che alle
volte disarmava la gravità del Filosofo, eccitava sempre l'applauso e la
maraviglia del popolo. I vasti e magnifici teatri di Roma erano riempiti
da tremila ballerine, e da altrettanti musici co' direttori dei
rispettivi cori. Era tanto grande il favor popolare che essi godevano,
che in un tempo di carestia, quando tutti i forestieri erano stati
banditi dalla città, il merito di contribuire ai pubblici piaceri gli
esentò da una legge, che fu rigorosamente eseguita contro i professori
dell'arti liberali[247].
Si dice, che la folle curiosità d'Elagabalo tentò di scuoprire dalla
quantità delle tele di ragno il numero degli abitanti di Roma. Non
sarebbe stato indegno dell'attenzione dei più savi Principi un metodo
più ragionevole di venirne in chiaro, che avrebbe facilmente potuto
sciogliere una questione tanto importante per il governo Romano, e sì
interessante pei successivi secoli. Si registravano regolarmente le
nascite e le morti dei cittadini; e se qualche antico scrittore si fosse
preso la cura di conservarcene l'annual somma, o il numero comune,
potremmo adesso far qualche probabile calcolo, che distruggerebbe forse
le stravaganti asserzioni dei critici, e confermerebbe le modeste e
verisimili congetture dei filosofi[248]. Le più diligenti ricerche ci
hanno procurato soltanto le seguenti circostanze, che per quanto
leggiere ed imperfette siano, possono in qualche modo servire ad
illustrar la questione della popolazione dell'antica Roma. I. Allorchè
la capital dell'Impero fu assediata dai Goti, il circondario delle mura
fu esattamente misurato dal matematico Ammonio, che lo trovò di miglia
ventuno[249]. Ci dobbium rammentare, che la forma della città era quasi
d'un cerchio, figura geometrica, la quale si sa che contiene il maggiore
spazio dentro qualunque data circonferenza. II. L'architetto Vitruvio,
che fiorì nel secolo d'Augusto, e la testimonianza del quale in
quest'occasione merita speciale autorità e peso, osserva che le
innumerabili abitazioni del Popolo Romano si sarebbero estese molto al
di là degli angusti limiti della città; e che la mancanza di terreno,
che era probabilmente ristretto per ogni parte dai giardini e dalle
ville, suggerì la comune, sebben inconveniente pratica di alzar le case
ad una considerabile altezza[250]. Ma la sublimità di queste fabbriche,
le quali spesso erano fatte in fretta e con materiali insufficienti, era
causa di frequente e fatale disgrazie, e fu più volte ordinato da
Augusto, come pure da Nerone, che l'altezza degli edifizi privati dentro
le mura di Roma non eccedesse la misura di settanta piedi sopra
terra[251]. III. Giovenale[252] sembra che per propria esperienza
deplori le angustie dei cittadini più poveri, a' quali dà il salutare
avviso di abbandonare senza dilazione il fumo di Roma; mentre potevano
procurarsi nelle piccole città d'Italia una buona e comoda abitazione
per il medesimo prezzo, che annualmente pagavano per un oscuro e
miserabile alloggio. Era dunque la pigione delle case eccessivamente
cara: i ricchi acquistavano ad enorme prezzo il terreno, ch'essi
occupavano con palazzi e giardini, ma il grosso del popolo Romano
trovavasi affollato in piccolo spazio; e i differenti piani e quartieri
della medesima casa eran divisi, come anche adesso si costuma in Parigi,
ed in altre città, fra più famiglie di plebei. IV. È fissato esattamente
il numero totale delle case de' quattordici rioni di Roma nella
descrizione della città composta al tempo di Teodosio, ed ascendono a
quarantottomila trecento ottanta due[253]. Le due specie di abitazioni
-Domus- e -Insula-, nelle quali sono esso divise, comprendono tutte le
abitazioni della capitale di qualunque grado e condizione, dal palazzo
di marmo degli Anicj, contenente un numeroso treno di liberti e di
schiavi, fino alle alte e ristrette case a pigione, dove il poeta Codro
e la sua moglie non potevan tenere che una miserabil soffitta
immediatamente sotto i tegoli. Se si voglia usare l'istesso metodo, che
in simili circostanze fu adoprato a Parigi[254], e si assegnino
indistintamente circa venticinque persone per casa di qualunque grado,
potremo giustamente considerar gli abitanti di Roma in numero di un
milione e dugentomila: numero che non può reputarsi eccessivo per la
Capitale di un grande Impero, quantunque superi la popolazione delle più
vaste città moderne d'Europa[255].
[A. 408]
Tale era lo stato di Roma sotto il regno d'Onorio, allorchè l'esercito
Gotico formò l'assedio o piuttosto il blocco della città[256]. Mediante
una giudiziosa distribuzione delle numerose sue truppe, che
impazientemente aspettavano il momento dell'assalto, Alarico circondò le
mura, dominando le dodici porte principali, tolse ogni comunicazione
coll'addiacente paese, e vigilantemente guardò la navigazione del
Tevere, da cui traevano i Romani il più sicuro ed abbondante soccorso di
provvisioni. I primi sentimenti dei Nobili e del Popolo furono quelli di
sorpresa e di sdegno, che un vile Barbaro ardisse d'insultare la
Capitale del Mondo; ma la loro arroganza fu presto umiliata dalla
disgrazia; ed esercitaron vilmente contro un'innocente indifesa vittima
la loro debole rabbia, invece di dirigerla contro l'armato nemico. Nella
persona di Serena i Romani avrebbero forse potuto rispettare la nipote
di Teodosio, la zia, ed anzi la madre adottiva del regnante Imperatore;
ma essi abborrivano la vedova di Stilicone, ed ascoltarono con credula
passione le dicerie della calunnia, che l'accusò di tenere una segreta e
rea corrispondenza coll'invasor Goto. Mosso o trasportato dalla medesima
popolar frenesia, anche il Senato, senza ricercare alcuna prova del suo
delitto, pronunziò contro di essa la sentenza di morte. Serena fu
ignominiosamente strangolata; e l'infatuata moltitudine restò sorpresa
in vedere, che quel crudele atto d'ingiustizia non produsse tosto la
ritirata dei Barbari, e la liberazione della città. L'infelice Roma
soffrì appoco appoco i travagli della carestia; e finalmente le orride
calamità della fame. La quotidiana distribuzione di tre libbre di pane
fu ridotta alla metà, ad un terzo, a niente; ed il prezzo del grano di
continuo cresceva con una stravagante e rapida proporzione. I cittadini
più poveri, che non potevan comprare le cose necessarie per la vita,
sollecitavano con le preghiere la carità de' più ricchi: e per qualche
tempo fu sollevata la pubblica miseria dall'umanità di Leta, vedova
dell'Imperator Graziano, che aveva fissato la sua residenza in Roma, ed
impiegava in soccorso dei bisognosi la regia entrata, che annualmente
riceveva dai grati successori del suo marito[257]. Ma questi privati o
temporanei donativi non erano sufficienti a saziare la fame d'un
numeroso popolo; ed in progresso la penuria invase anche i palazzi di
marmo dei senatori medesimi. Le persone di ambedue i sessi, che erano
state allevate nell'abbondanza degli agi e del lusso, conobbero quanto
poco basti per supplire alle domande della natura; e prodigalizzavano i
loro inutili tesori d'oro e d'argento per ottenere quella vile e scarsa
provvisione, che precedentemente avrebbero rigettata con isdegno.
Avidamente si divoravano e si disputavano fieramente per la violenza
della fame i cibi più ripugnanti all'immaginazione ed al senso, e gli
alimenti più malsani e perniciosi all'umana costituzione. Vi fu qualche
oscuro sospetto, che alcuni miserabili disperati si cibassero dei corpi
de' loro simili, che avevano segretamente uccisi, e fino le madri (tale
fu l'orrido contrasto dei due più potenti istinti, dalla natura
inspirati nel cuore umano) fino le stesse madri fu detto, che gustassero
la carne degli scannati lor figli[258]. Più migliaia di abitanti di Roma
spirarono nelle lor case e nelle strade per mancanza di cibo; e siccome
i pubblici sepolcri fuori della città erano in poter del nemico, il
fetore che usciva da tanti putridi ed insepolti cadaveri, infettò
l'aria; e le miserie della fame seguite furono ed aggravate dal contagio
d'un morbo pestilenziale. Le promesse d'un pronto ed efficace soccorso,
che venivano replicate dalla Corte di Ravenna, sostennero per qualche
tempo il debole coraggio de' Romani, ma finalmente la disperazione
d'ogni aiuto umano li tentò ad accettar l'offerta d'una soprannaturale
liberazione. Pompeiano, Prefetto di Roma, era stato persuaso dall'arte o
dal fanatismo di alcuni divinatori Toscani, che per la misteriosa forza
d'incanti e sacrifici potevano trarre i lampi dalle nuvole, e diriger
que' celesti fuochi contro il campo dei Barbari[259]. Fu comunicato
l'importante segreto ad Innocenzo Vescovo di Roma, ed il Successore di
S. Pietro è accusato, forse senza fondamento, di avere preferito la
salute della Repubblica alla rigida severità del Culto Cristiano. Ma
quando agitossi tal questione in Senato, quando vi fu proposta come
essenziale la condizione, che quei sacrifici dovevan farsi nel
Campidoglio coll'autorità ed in presenza de' Magistrati, la maggior
parte di quella rispettabile assemblea, temendo l'ira o Divina o
Imperiale, ricusò di aver parte ad un atto, che sembrava quasi
equivalere alla pubblica restaurazione del Paganesimo[260].
[A. 409]
L'ultima speranza de' Romani dipendeva dalla clemenza o almeno dalla
moderazione del Re dei Goti. Il Senato, che in quest'occasione assunse
la suprema potestà del governo, mandò due ambasciatori per trattar col
nemico. Quest'importante incombenza fu data a Basilio, Senatore
Spagnuolo d'origine, e già celebre nel governo delle Province, ed a
Giovanni, primo Tribuno dei Notari, che era specialmente atto per la sua
destrezza negli affari, non meno che per l'antica sua intrinsichezza col
Principe Goto. Introdotti che furono alla presenza di esso, dichiararono
con un linguaggio forse più alto di quello che conveniva alla umile lor
condizione, che i Romani erano risoluti di mantenere la lor dignità in
pace ed in guerra: e che se Alarico negava loro una discreta ed onorevol
capitolazione, poteva suonare le sue trombe, e prepararsi a dar
battaglia ad un immenso popolo esercitato nelle armi ed animato dalla
disperazione. «Più folto che è il fieno, più facilmente si sega»: tale
fu la concisa risposta del Barbaro; e questa rozza metafora fu
accompagnata da un alto insultante riso, ch'esprimeva il suo disprezzo
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