contrasto di opinioni, d'interessi, e di passioni fra tanti Re e
guerrieri, che non sapevan cedere, nè obbedire. Dopo la disfatta di
Radagaiso, due parti dell'esercito Germano, che doveva eccedere il
numero di centomila uomini, restarono sempre in armi fra l'Apennino e le
Alpi, o fra le Alpi e il Danubio. È incerto, se tentassero di vendicar
la morte del lor Capitano; ma l'irregolare lor furia fu presto divertita
dalla prudenza e fermezza di Stilicone, che s'oppose alla loro marcia, e
facilitonne la ritirata; egli risguardò la salvezza di Roma e
dell'Italia, come il grand'oggetto della sua cura; e sacrificò con
troppa indifferenza la ricchezza e la tranquillità delle distanti
Province[147]. I Barbari ebbero cognizione, da alcuni disertori della
Pannonia, del paese e delle strade, e l'invasione della Gallia, che
Alarico avea disegnata, fu eseguita dagli avanzi del grand'esercito di
Radagaiso[148].
Se però si erano aspettati di trarre qualche soccorso dallo tribù della
Germania, che abitavano le rive del Reno, le loro speranze rimasero
deluse. Gli Alemanni mantennero uno stato d'inattiva neutralità; ed i
Franchi distinsero lo zelo ed il coraggio loro in difesa dell'Imperio.
Nel rapido progresso fatto da Stilicone lungo il Reno, che fu il primo
atto dell'amministrazione di lui, s'era particolarmente applicato ad
assicurarsi l'alleanza dei bellicosi Franchi, e ad allontanare i nemici
implacabili della pace e della Repubblica. Marcomiro, uno dei loro Re,
fu pubblicamente convinto avanti al Tribunale del Magistrato Romano
d'aver violato la fede de' trattati. Ei fu condannato ad un mite, ma
lontano esilio nella Provincia di Toscana; e tal degradazione della
dignità reale fu sì lungi dall'eccitare lo sdegno dei suoi sudditi, che
punirono con la morte il turbolento Sunno, il quale tentò di vendicare
il proprio fratello; e conservarono una rispettosa fedeltà verso quei
Principi, che stabiliti furono sul trono per la scelta di
Stilicone[149]. Quando l'emigrazione Settentrionale ebbe rotto i confini
della Gallia e della Germania, i Franchi valorosamente si opposero alla
sola forza dei Vandali, che non curando le lezioni dell'avversità,
avevano di nuovo separato le loro truppe dallo stendardo de' Barbari
loro alleati. Pagarono questi la pena della loro temerità, e restaron
morti sul campo di battaglia ventimila Vandali, col loro Re Godigisclo.
Sarebbesi esterminato tutto quel popolo, se avanzandosi in loro aiuto
gli squadroni degli Alani, non avessero calpestato l'infanteria de'
Franchi, che dopo un'onorevole resistenza furon costretti ad abbandonare
quel disuguale combattimento. I vittoriosi confederati proseguirono la
lor marcia, e l'ultimo giorno dell'anno, in una stagione in cui le acque
del Reno erano probabilmente agghiacciate, entrarono senza contrasto
nelle non difese Province della Gallia. Questo memorabil passaggio degli
Svevi, dei Vandali, degli Alani e dei Borgognoni, che poi non si
ritirarono mai più, si può risguardare come la causa della caduta del
Romano Impero ne' paesi di là dalle Alpi, e da quel momento fatale si
gettarono a terra i ripari, che avevano sì lungamente separato fra loro
le selvagge e le civili nazioni della terra[150].
[A. 407]
Mentre assicurata era la pace della Germania dall'attaccamento dei
Franchi e dalla neutralità degli Alemanni, i sudditi di Roma, ignorando
le imminenti loro calamità, godevan lo stato di prosperità e di quiete,
che rare volte felicitato aveva le frontiere della Gallia. Ai loro
greggi ed armenti era permesso di pascere nelle pasture dei Barbari; i
loro cacciatori penetravan senza timore o pericolo nei più cupi
nascondigli della selva Ercinia[151]; le rive del Reno eran coronate,
come quelle del Tevere, di eleganti case e di possessioni ben coltivate;
e se un poeta navigava pel fiume, potea dubitare da qual parte fosse il
territorio Romano[152]. Fu ad un tratto cangiata questa scena di pace e
d'abbondanza in un deserto; ed il solo aspetto delle fumanti rovine
potea distinguere la solitudine della natura dalla desolazione
dell'uomo. La florida città di Magonza fu sorpresa e distrutta; e molte
migliaia di Cristiani crudelmente furono trucidati nella sessa Chiesa.
Worms perì dopo un lungo ed ostinato assedio; Strasburgo, Spira, Reims,
Tournay, Arras, ed Amiens provarono la crudele oppressione del giogo
Germanico; e le fiamme consumatrici della guerra si sparsero dalle rive
del Reno sulla maggior parte delle diciassette Province della Gallia.
Restò quell'esteso e ricco paese fino all'Oceano, alle Alpi, ed ai
Pirenei abbandonato ai Barbari, che in una promiscua folla cacciavano
avanti di loro il Vescovo, il Senatore e la Vergine, carichi delle
spoglie delle proprie case ed altari[153]. Gli Ecclesiastici, ai quali
noi siam debitori di questa sconnessa descrizione delle pubbliche
calamità, presero quindi occasione d'esortare i Cristiani a pentirsi
delle colpe, che avevano irritata la divina giustizia; ed a rinunziare
ai beni transitorj del misero ed ingannevole Mondo. Ma siccome la
controversia Pelagiana[154], che tenta di scandagliare l'abisso della
Grazia e della Predestinazione, divenne tosto la seria occupazione del
clero Latino, la Providenza, che aveva stabilito, o preveduto, o
permesso tal serie di mali naturali e morali, fu temerariamente pesata
nell'imperfetta e fallace bilancia della ragione. Arrogantemente si
confrontarono i delitti e le disgrazie dell'angustiato popolo con quelle
dei loro maggiori; e fu attaccata la divina giustizia, che non esimeva
dalla comun distruzione la parte debole, innocente e puerile della
specie umana. Questi oziosi disputanti non riflettevano alle invariabili
leggi della natura, che hanno congiunto la pace coll'innocenza,
l'abbondanza coll'industria, e la salvezza col valore. La timida ed
interessata politica della Corte di Ravenna potè richiamar le legioni
Palestine per la difesa dell'Italia; gli avanzi delle truppe di
guarnigione restatevi potevano essere insufficienti all'ardua impresa;
ed i Barbari ausiliari poteron preferire la sfrenata licenza della preda
al vantaggio di un moderato e regolare stipendio. Ma le Province della
Gallia eran piene di una copiosa stirpe di forti e robusti giovani, che
in difesa delle case, delle famiglie e degli altari loro, se avessero
avuto coraggio di morire, avrebbero meritato di vincere. La cognizione
del nativo loro paese gli avrebbe resi capaci di opporre continui ed
insuperabili ostacoli al progresso d'un invasore; e l'insufficienza dei
Barbari nelle armi, ugualmente che nella disciplina, toglieva l'unico
pretesto, che scusa la sommissione d'un popolato paese all'inferior
numero d'un esercito veterano. Allorchè la Francia fu invasa da Carlo V,
ei dimandò ad un prigioniero quante -giornate- poteva esser distante
Parigi dalla frontiera; forse -dodici-, ma saranno giornate di
battaglia[155]: tale fu la vigorosa risposta, che colpì l'arroganza di
quell'ambizioso Principe. I sudditi di Onorio e di Francesco I, erano
animati da uno spirito assai differente; ed in meno di due anni le
sparse truppe dei selvaggi del Baltico, il numero de' quali (se fossero
stati ben numerati) sarebbe parso dispregevole; s'avanzarono senza
neppure un combattimento fino a piè dei monti Pirenei.
[A. 407]
Nella prima parte del regno d'Onorio, la vigilanza di Stilicone aveva
con buon successo difesa la remota Isola della Britannia da' suoi
continui nemici dell'Oceano, delle montagne, e della costa
d'Irlanda[156]. Ma quegl'inquieti Barbari non poteron trascurare la
bella opportunità della guerra Gotica, in cui le mura ed i quartieri
della Provincia restaron privi di truppe Romane. Se permettevasi ad
alcuno de' Legionari di tornare dalla spedizion d'Italia, il fedele
ragguaglio, che davano della Corte e del carattere d'Onorio, doveva
tendere a sciogliere i vincoli d'alleanza, e ad esacerbare l'indole
sediziosa dell'armata Britannica. Fu ravvivato lo spirito di ribellione,
che aveva una volta turbato il secolo di Gallieno, dalla capricciosa
violenza de' soldati; e gl'infelici, e forse ambiziosi candidati, che
erano gli oggetti della loro scelta, furono gl'istrumenti, ed alla fine
le vittime della loro passione[157]. Marco fu il primo, che essi
collocarono sul trono come legittimo Imperatore della Britannia e
dell'Occidente. Violarono con la precipitosa uccisione di Marco il
giuramento di fedeltà, a cui s'erano da loro stessi obbligati; e col
disapprovare i costumi di lui, può sembrare che ponessero un onorevol
epitaffio sulla sua tomba. Graziano fu il secondo, ch'essi adornarono
del diadema e della porpora; ed al termine di quattro mesi Graziano ebbe
il medesimo fato, che il suo predecessore. La memoria del gran
Costantino, che le legioni Britanniche avevan dato alla Chiesa ed
all'Impero, somministrò un singolar motivo alla terza loro elezione. Fra
le file dei soldati ne scuoprirono uno, che aveva il nome di Costantino;
e l'impetuosa lor leggierezza l'aveva già collocato sul trono, prima
d'accorgersi dell'incapacità di esso a sostenere il peso di nome così
glorioso[158]. Pure la autorità di Costantino fu meno precaria, ed il
suo governo più fortunato, che i regni transitorj di Marco e di
Graziano. Il pericolo di lasciare inattive le sue truppe in quei campi,
che per due volte erano stati contaminati dalla sedizione e dal sangue,
lo indusse a tentare la conquista delle Province occidentali. Ei prese
terra a Bologna con una piccola armata; e dopo d'essersi riposato alcuni
giorni, intimò alle città della Gallia, che avevano evitato il giogo de'
Barbari, di riconoscere il legittimo loro Sovrano. Ubbidirono esse alle
intimazioni senza ripugnanza. La trascuraggine della Corte di Ravenna
assoluto aveva un popolo abbandonato dal dovere di fedeltà; le attuali
angustie lo mossero ad accettare qualunque circostanza di cangiamento
senza timore, e forse con qualche speranza; e potea lusingarsi, che le
truppe, l'autorità ed anche il nome d'un Imperatore Romano, che
piantasse la sua residenza nella Gallia, avrebbe difeso quell'infelice
regione dal furore dei Barbari. I primi successi di Costantino contro i
corpi divisi dei Germani furono amplificati dalla voce dell'adulazione,
quasi splendide e decisive vittorie, che la riunione ed insolenza del
nemico ben presto ridusse al giusto loro valore. Le negoziazioni, che ei
fece, ottennero una breve e precaria tregua; e se alcune tribù de'
Barbari furono impegnate dalla liberalità dei suoi doni e delle promesse
ad intraprender la difesa del Reno, tali dispendiosi ed incerti
trattati, invece di ristabilire il primiero vigore della frontiera
Gallica, non servirono che a svergognare la maestà del Principe, ed a
esaurire quel che era avanzato dei tesori della Repubblica. Insuperbito
ciò nonostante di quest'immaginario trionfo, il vano liberatore della
Gallia s'avanzò nelle Province del Mezzodì ad incontrare un più
pressante e personale pericolo. Fu dato ordine a Saro il Goto di portare
la testa del ribelle a' piedi dell'Imperatore Onorio, ed indegnamente si
consumaron le forze della Britannia e dell'Italia in questa contesa
domestica. Dopo d'aver perduto i due più bravi suoi Generali,
Giustiniano e Navigaste, il primo dei quali fu ucciso in battaglia, e
l'altro in un pacifico congresso a tradimento, Costantino si fortificò
dentro le mura di Vienna. La piazza fu attaccata senza effetto per sette
giorni; e l'esercito Imperiale, in una precipitosa ritirata, soffrì
l'ignominia di comprarsi un passaggio sicuro dagli stranieri e banditi
delle alpi[159]. Quelle montagne allora separavan gli Stati dei due
rivali Monarchi; e le fortificazioni della doppia frontiera erano
guardate dalle truppe dell'Impero, le armi delle quali si sarebbero più
vantaggiosamente impiegate in difendere i confini Romani contro i
Barbari della Germania e della Scizia.
[A. 408]
Dal lato de' Pirenei poteva giustificarsi l'ambizione di Costantino
dalla prossimità del pericolo; ma si stabilì tosto il suo trono mediante
la conquista, o piuttosto la sommissione della Spagna, che cedè
all'influenza d'una regolare ed abitual subordinazione, e ricevè le
leggi ed i Magistrati della Prefettura Gallica. L'unica opposizione, che
si fece all'autorità di Costantino, provenne non tanto dalle forze del
governo o dallo spirito del popolo, quanto dallo zelo ed interesse
privato della famiglia di Teodosio. Quattro fratelli[160] avevano
ottenuto dal favore del defunto Imperatore, loro parente, un onorevole
grado e vaste possessioni nella lor patria; ed i grati giovani
risolverono di rischiare tali vantaggi in servizio del figlio di esso.
Dopo un infelice sforzo per difendere il terreno alla testa delle truppe
che erano di guarnigione nella Lusitania, si riunirono nello lor terre,
dove levarono ed armarono a proprie spese un corpo considerabile di
schiavi e di dipendenti, ed arditamente marciarono ad occupare i luoghi
forti de' monti Pirenei. Questa domestica sollevazione agitò, e rendè
perplesso il Sovrano della Gallia e della Britannia, e fu costretto a
negoziare con alcune truppe di Barbari ausiliari pel servizio della
guerra Ispanica. Essi eran distinti col titolo di -Onoriani-[161]: nome,
che avrebbe dovuto rammentar loro la fedeltà al legittimo Principe; e se
voglia candidamente accordarsi, che sopra gli Scoti influisse qualche
parziale affezione per un Sovrano Britannico, i Mori ed i Marcomanni
furono solo tentati dalla prodiga profusione dell'usurpatore, che
distribuiva fra' Barbari i militari ed anche i civili onori della
Spagna. Le nove bande degli -Onoriani-, che facilmente si possono
ravvisare nello stabilimento dell'Impero Occidentale, non potevano
eccedere il numero di cinquemila uomini: pure questa piccola forza fu
sufficiente a terminare una guerra, che avea minacciato il potere e la
salvezza di Costantino. La rustica armata della famiglia di Teodosio fu
circondata e distrutta ne' Pirenei; due dei fratelli ebbero la buona
fortuna di fuggire per mare in Italia o in Oriente; gli altri due, dopo
qualche intervallo di sospensione, furono decapitati in Arles; e se
Onorio potè rimanersi insensibile alla calamità pubblica, egli dovè
forse commuoversi alle personali disgrazie de' suoi generosi congiunti.
Tali erano le deboli armi, che decidevano del possesso delle Province
Occidentali d'Europa, dalla muraglia d'Antonino fino alle colonne
d'Ercole. Si sono certamente diminuiti gli avvenimenti di pace e di
guerra dall'angusta ed imperfetta vista degl'Istorici di quei tempi,
ch'erano ugualmente ignoranti delle cause e degli effetti delle più
importanti rivoluzioni. Ma la total decadenza della forza nazionale
aveva annientato anche l'ultima ragione d'un Governo dispotico; ed il
prodotto dell'esauste Province non potea più servire a comprare il
militar servizio d'un popolo malcontento e pusillanime.
[A. 404-408]
Il poeta, l'adulazione del quale attribuì all'Aquila Romana le vittorie
di Pollenzia e di Verona, incalza la precipitosa ritirata d'Alarico, dai
confini dell'Italia, con un'orrida serie d'immaginari spettri, quali
potevano volare intorno ad un'armata di Barbari, quasi esterminata dalla
guerra, dalla carestie dal disagio[162]. Nel corso di questa infelice
spedizione dovè invero il Re dei Goti soffrire una perdita
considerabile; e le indebolite sue forze richiedevano un intervallo di
riposo per reclutare i soldati, e per ravviarne il coraggio. L'avversità
esercitato aveva ed esteso il genio d'Alarico; e la fama del suo valore
invitava allo stendardo Gotico i più valorosi guerrieri Barbari, che dal
Ponto Eussino fino al Reno eran mossi dal desiderio della rapina e della
conquista. Egli avea meritato la stima, e tosto accettò l'amicizia di
Stilicone medesimo. Rinunziando al servizio dell'Imperatore Orientale,
Alarico conchiuse con la Corte di Ravenna un trattato di pace e
d'alleanza, in forza del quale fu dichiarato Generale degli eserciti
Romani per la Prefettura dell'Illirico, come si pretendeva, secondo i
veri ed antichi limiti, dal Ministro d'Onorio[163]. L'esecuzione
dell'ambizioso disegno, che era stato stipulato o compreso negli
articoli del trattato, par che restasse sospesa dalla formidabile
irruzione di Radagaiso; e la neutralità del Re Goto può forse
paragonarsi all'indifferenza di Cesare, che nella cospirazione di
Catilina ricusò d'assistere, o di opporsi al nemico della Repubblica.
Dopo la disfatta dei Vandali, Stilicone riassunse le sue pretensioni
sulle province Orientali; creò de' Magistrati civili per
l'amministrazione della giustizia e delle finanze; e dichiarò
l'impazienza che avea di condurre alle porte di Costantinopoli gli uniti
eserciti de' Romani e de' Goti. La prudenza però di Stilicone,
l'avversione d'esso alla guerra civile, e la perfetta cognizione, che
aveva della debolezza dello Stato, possono confermare il sospetto, che
lo scopo della sua politica fosse più la pace interna, che la conquista
di fuori, e che la principale sua cura fosse quella d'impiegar le forze
d'Alarico in distanza dall'Italia. Questo disegnò non potè lungamente
sfuggire la penetrazione del Gotico Re, il quale continuò a tenere una
dubbiosa e forse perfida corrispondenza con le Corti rivali fra loro,
prolungò, a guisa di mal pagato mercenario, le sue languide operazioni
nella Tessaglia e nell'Epiro, e ben presto tornò a domandare lo
stravagante premio de suoi inefficaci servigj. Dal suo campo vicino ad
Emona[164], su' confini dell'Italia, trasmise all'Imperatore
dell'Occidente una lunga serie di promesse, di spese, e di domande;
richiese l'immediata soddisfazione di esse, e chiaramente intimò le
conseguenze d'un rifiuto. Se nondimeno la sua condotta era ostile,
decente e rispettoso n'era il linguaggio. Si professava umilmente amico
di Stilicone, e soldato d'Onorio; offeriva la sua persona e le sue
truppe per marciar senza indugio contro l'usurpator della Gallia; e
chiedeva, come una permanente dimora per la nazione Gotica, il possesso
di qualche vacante Provincia dell'Impero occidentale.
[A. 408]
I politici e segreti trattati di due Ministri, che procuravano
d'ingannarsi l'un l'altro, e d'imporre al Mondo, avrebbero per sempre
dovuto restar nascosti nell'impenetrabile oscurità del gabinetto, se i
dibattimenti d'una popolare assemblea non avesser gettato qualche raggio
di luce sulla corrispondenza d'Alarico e di Stilicone. La necessità di
trovar qualche artificial sostegno ad un governo, che per un principio
non già di moderazione ma di debolezza erasi ridotto a trattare coi
propri sudditi, aveva insensibilmente fatto risorgere l'autorità del
Senato Romano; ed il Ministro d'Onorio consultava rispettosamente il
consiglio legislativo della Repubblica. Stilicone adunò il Senato nel
palazzo dei Cesari; rappresentò in una studiata orazione lo stato
attuale degli affari; propose le domande del Re Goto, e sottopose alla
loro considerazione la scelta della pace o della guerra. I Senatori,
come se ad un tratto si fossero svegliati da un sonno di
quattrocent'anni, parvero in quest'importante occasione inspirati più
dal coraggio, che dalla saviezza dei loro predecessori. Altamente
dichiararono in regolari discorsi, o in tumultuarie acclamazioni, ch'era
indegno della Maestà di Roma il comprare una precaria e disonorevole
tregua da un Re Barbaro, e che, a giudizio d'un magnanimo popolo, sempre
il rischio della rovina era preferibile alla certezza del disonore. Il
Ministro, le pacifiche intenzioni del quale non erano secondate che
dalle voci di pochi servili e venali seguaci, tentò di mitigare il
general fermento per mezzo d'un'apologia della sua condotta, ed anche
delle richieste del Principe Gotico. «Il pagamento d'un sussidio (tale
fu il linguaggio di Stilicone) che aveva eccitato lo sdegno dei Romani,
non doversi risguardare nell'odioso aspetto o d'un tributo, o d'una
taglia, che venga estorta dalle minacce d'un Barbaro nemico. Avere
Alarico fedelmente sostenuto le giuste pretensioni della Repubblica
sopra le Province, che s'erano usurpate dai Greci di Costantinopoli;
egli modestamente chiedere la bella convenuta ricompensa de' suoi
servigj; e se avea desistito dal proseguire l'impresa, ritirandosi,
aveva obbedito alle perentorie, quantunque private, lettere
dell'Imperatore medesimo. Questi ordini contraddittorj (non voleva egli
dissimulare gli errori della sua propria famiglia) s'erano procurati
dall'intercession di Serena. La tenera pietà di sua moglie troppo era
stata profondamente commossa dalla discordia dei fratelli reali, figli
dell'adottivo padre di lei; ed i sentimenti della natura troppo
facilmente avevan prevalso ai forti dettami del pubblico bene». Queste
speciose ragioni, che debolmente mascheravano gli oscuri intrighi del
palazzo di Ravenna, furono sostenute dall'autorità di Stilicone, ed
ottennero, dopo un forte contrasto, la ripugnante approvazione del
Senato. Si acchetò il tumulto della libertà e del valore, e fu
accordata, sotto nome di sussidio, la somma di quattrocento libbre d'oro
per assicurar la pace dell'Italia, e conciliar l'amicizia del Re dei
Goti. Lampadio solo, uno dei più illustri membri di quell'assemblea,
continuò a persistere nel suo sentimento; esclamò ad alta voce: «questo
non è un trattato di pace, ma di servitù[165]» ed evitò il pericolo
d'un'opposizione sì audace con ritirarsi immediatamente nell'asilo d'una
Chiesa Cristiana.
[A. 408]
Ma il regno di Stilicone andava a finire, ed il superbo Ministro potè
ravvisare i segni della sua imminente disgrazia. S'era fatto applauso al
generoso ardir di Lampadio; ed il Senato, che aveva con tanta pazienza
tollerato una lunga servitù, rigettò sdegnosamente l'offerta d'un'odiosa
ed immaginaria libertà. Le truppe, che sempre assumevano il nome e le
prerogative di legioni Romane, erano inasprite dal parziale affetto di
Stilicone pei Barbari; ed il popolo imputava alla cattiva politica del
Ministro le pubbliche disgrazie, che erano la natural conseguenza della
propria degenerazione. Pure Stilicone avrebbe potuto continuare a
sprezzare i clamori del popolo, ed ancor dei soldati, se avesse potuto
mantenere il proprio dominio sulla debole mente del suo pupillo. Ma il
rispettoso attaccamento d'Onorio si convertì in timore, in sospetto ed
in odio. L'artificioso Olimpio[166], che nascondeva i suoi vizi sotto la
maschera di Cristiana pietà, segretamente avea rovesciato il
benefattori, pel favore del quale era stato promosso agli onorevoli
ufizi del Palazzo Imperiale. Olimpio manifestò al credulo Imperatore, il
quale era giunto al ventesimo quinto anno della sua età, che egli non
aveva peso o autorità veruna nel proprio governo; ed artificiosamente
commosse il timido ed indolente suo naturale mediante una viva pittura
dei disegni di Stilicone, che già meditava la morte del proprio Sovrano,
coll'ambiziosa speranza di porre il diadema sul capo d'Eucherio suo
figlio. L'Imperatore fu instigato dal nuovo favorito ad assumere il
tuono d'un'indipendente dignità, ed il ministro restò sorpreso in
vedere, che nella Corte e nel Consiglio si formavano segrete
risoluzioni, contrarie al suo interesse od alle sue mire. Invece di
risedere nel palazzo di Roma, Onorio dichiarò che era sua volontà di
tornare alla sicura fortezza di Ravenna. Alla prima notizia, che ebbe
della morte d'Arcadio suo fratello, si preparò a visitare
Costantinopoli, ed a regolare, coll'autorità di tutore, le Province del
fanciullo Teodosio[167]. La rappresentanza della difficoltà e della
spesa d'una spedizione sì distante, frenò quello strano e subito impeto
di attiva diligenza; ma il pericoloso progetto di far vedere
l'Imperatore al campo di Pavia, ch'era composto di truppe Romane,
nemiche di Stilicone, e de' suoi Barbari ausiliari, rimase fisso ed
inalterabile. Il Ministro fu stimolato dal consiglio del suo confidente
Giustiniano, Avvocato Romano di vivo e penetrante ingegno, ad opporsi ad
un viaggio così dannoso alla sua riputazione e salvezza. I vigorosi, ma
inefficaci, suoi sforzi confermarono il trionfo di Olimpio; ed il
prudente Legale si sottrasse all'imminente rovina del suo Signore.
[A. 408]
Nel passare che fece l'Imperator da Bologna, fu suscitato e quietato un
ammutinamento delle guardie per la segreta politica di Stilicone, il
quale dichiarò le istruzioni che aveva, di decimare i colpevoli, ed
attribuì alla propria intercessione il merito del perdono. Dopo questo
tumulto, Onorio abbracciò per l'ultima volta il Ministro, ch'ei
risguardava allora come un tiranno, e proseguì il suo viaggio verso il
campo di Pavia, dove fu ricevuto con le fedeli acclamazioni delle
truppe, che v'erano adunate pel servizio della guerra Gallica. La
mattina del quarto giorno ei recitò, come era istruito, un'orazion
militare alla presenza dei soldati, i quali dalle caritatevoli visite e
dagli artificiosi discorsi d'Olimpio erano stati disposti ad eseguire
una sanguinosa e nera cospirazione. Al primo segnale, che fu dato,
trucidarono gli amici di Stilicone, che erano gli Ufficiali più illustri
dell'Impero, vale a dire i due Prefetti Pretoriani della Gallia e
dell'Italia, i due Generali della Cavalleria e dell'Infanteria, il
Maestro degli Uffizi, il Questore, il Tesoriere, ed il Conte dei
domestici. Molti altri furono uccisi; si saccheggiaron più case; la
furiosa sedizione continuò fino alla sera, ed il tremante Imperatore,
che fu veduto per le strade di Pavia senza le sue vesti e senza il
diadema, cedè alle persuasioni del favorito, condannò la memoria degli
uccisi, e solennemente approvò l'innocenza e la fedeltà dei loro
assassini. La notizia del macello di Pavia empì l'animo di Stilicone di
giusti e tetri timori; ed immediatamente convocò nel campo di Bologna
un'assemblea dei confederati condottieri, ch'erano attaccati al suo
servizio, e che si sarebber trovati involti nella rovina di lui.
L'impetuosa voce dell'adunanza richiese altamente le armi e la vendetta;
domandò di marciare senza differire un momento sotto le bandiere d'un
Eroe, che tante volte gli aveva condotti alla vittoria; di sorprendere,
opprimere, ed estirpare il perfido Olimpio, ed i suoi degenerati Romani;
e forse di porre il diadema sul capo dell'ingiuriato lor Generale.
Invece di eseguire una risoluzione, che avrebbe potuto giustificarsi dal
buon successo, Stilicone restò dubbioso, finattantochè fu
irreparabilmente perduto. Tuttavia ignorava il destino dell'Imperatore;
diffidava della lealtà del proprio partito; e vedeva con orrore le
fatali conseguenze, che provenivano dall'armare una folla di licenziosi
Barbari contro i soldati ed il popolo dell'Italia. I confederati,
impazienti del suo timido e dubbioso indugio, precipitosamente si
ritiraron con timore e con isdegno. Sull'ora di mezza notte, Saro,
guerriero Gotico, rinomato fra i Barbari stessi per la sua forza e
valore, ad un tratto invase il campo del suo Benefattore, saccheggiò il
bagaglio, tagliò a pezzi i fedeli Unni, che guardavan la sua persona, e
penetrò fino alla tenda, in cui il Ministro pensoso e senza dormire
meditava sul pericolo della sua situazione. Stilicone con difficoltà si
sottrasse alla spada dei Goti; o dopo aver dato un ultimo e generoso
avviso alle città d'Italia di chiudere ai Barbari le loro porte, la sua
fiducia o disperazione l'indusse a gettarsi dentro a Ravenna, ch'era già
pienamente in potere de' suoi nemici. Olimpio, che aveva assunto il
dominio d'Onorio, fu prontamente informato, che il suo rivale erasi
rifuggito come supplichevole all'altare della Chiesa Cristiana. La bassa
e crudele indole dell'ipocrita era incapace di pietà o di rimorso; ma
piamente affettò d'eludere, piuttosto che di violare il privilegio del
Santuario. Allo spuntar del giorno comparve il Conte Eracliano con una
truppa di soldati alle porte della Chiesa di Ravenna. Il Vescovo si
contentò d'un solenne giuramento, che l'Imperial messo tendeva solo ad
assicurarsi dalla persona di Stilicone: ma appena lo sfortunato Ministro
fu indotto ad uscire dal sacro limitare, ch'ei produsse l'ordine
dell'immediata esecuzione di lui. Stilicone soffrì con tranquilla
rassegnazione gli ingiuriosi nomi di traditore e di parricida; represse
l'inopportuno zelo dei suoi seguaci, ch'eran pronti a tentarne
un'inutile liberazione, e con una fermezza, non indegna dell'ultimo
Generale Romano, piegò il collo alla spada d'Eracliano[168].
La turba servile del Palazzo, che aveva per tanto tempo adorato la
fortuna di Stilicone, affettò d'insultare la sua caduta; e studiosamente
negavasi, come punivasi con rigore, la più distante relazione col
Generale dell'Occidente, che sì recentemente era servita di titolo per
le ricchezze e per gli onori. La sua famiglia, congiunta per mezzo d'una
triplice parentela con quella di Teodosio, invidiava la condizione
dell'infimo contadino. Il suo figlio Eucherio fu sorpreso, mentre
fuggiva; ed alla morte di quell'innocente giovane successe il divorzio
di Termanzia, che aveva occupato il luogo della sorella Maria, e che era
restata vergine, com'essa, nel letto Imperiale[169]. Gli amici di
Stilicone, ch'erano scampati dalla strage di Pavia, furono perseguitati
dall'implacabil odio d'Olimpio; e s'esercitò la crudeltà più squisita
per estorcer la confessione d'una perfida e sacrilega congiura. Essi
morirono nel silenzio: la fermezza loro giustificò la scelta[170], e
forse assolvè l'innocenza del loro protettore; e la dispotica forza, che
potè togliergli la vita senza processo, ed infamar senza prove la sua
memoria, non ha giurisdizione veruna sull'imparziale suffragio della
posterità[171]. I servigi di Stilicone son grandi e manifesti; i suoi
delitti, siccome sono vagamente esposti nel linguaggio dell'adulazione e
dell'odio, sono oscuri almeno ed improbabili. Circa quattro mesi dopo la
sua morte fu pubblicato un editto in nome d'Onorio per ristabilire la
libera comunicazione dei due Imperj, ch'era stata sì lungamente
interrotta dal -pubblico nemico-[172]. Il Ministro, la fama e fortuna
del quale dipendeva dalla prosperità dello Stato, fu accusato di dare
l'Italia ai Barbari, ch'egli aveva più volte vinto a Pollenzia, a
Verona, ed avanti le mura di Firenze. Il suo preteso disegno, di porre
la corona sul capo al figlio Eucherio, non poteva condursi a fine senza
preparativi e senza complici; e l'ambizioso padre non avrebbe
sicuramente lasciato il futuro Imperatore fino al ventesimo anno della
sua età nell'umile posto di Tribuno dei Notari. Anche la religione di
Stilicone fu attaccata dalla malizia del suo rivale. Devotamente si
celebrò l'opportuna e quasi miracolosa liberazione dall'applauso del
Clero, il quale sosteneva, che la restaurazione degl'Idoli e la
persecuzione della Chiesa sarebbe stato il primo passo del Regno
d'Eucherio. Il figlio di di Stilicone però ora stato educato nel seno
del Cristianesimo, che suo padre avea costantemente professato, e
sostenuto con zelo[173]. Serena aveva tolto il suo magnifico monile
dalla statua di Vesta[174]; ed i Pagani esecravano la memoria del
sacrilego Ministro, per ordine del quale i libri Sibillini, ch'erano gli
oracoli di Roma, erano stati dati alle fiamme[175]. L'orgoglio e la
potenza di Stilicone formarono il suo vero delitto. Una virtuosa
ripugnanza a spargerà il sangue de' suoi concittadini sembra che
contribuisse al successo dell'indegno rivale di lui; e forma l'ultima
umiliazione del carattere d'Onorio il non avere la posterità neppure
condisceso ad attribuire ad esso una vile ingratitudine verso il tutore
della sua gioventù ed il sostegno del proprio Impero.
Nella serie dei dipendenti, la ricchezza e dignità dei quali s'attirò il
riguardo dei contemporanei, vien eccitata la nostra curiosità dal
celebre nome del poeta Claudiano, che godeva il favore di Stilicone e
che restò oppresso nella rovina del suo Signore. I titolari ufizi di
Tribuno e di Notaro fissavano il suo grado nella Corte Imperiale; ei
dovè alla potente intercession di Serena il suo matrimonio con una ricca
erede della Provincia dell'Affrica[176]; e la statua del poeta, eretta
nel Foro di Traiano, fu un monumento del gusto e della liberalità del
Senato Romano[177]. Dopo che le lodi di Stilicone divennero offensive e
colpevoli, Claudiano fu esposto all'inimicizia di un potente ed
implacabile Cortigiano, ch'egli avea provocato coll'insolenza
dell'ingegno. Aveva esso paragonato in un vivace epigramma gli opposti
caratteri dei due Prefetti del Pretorio d'Italia; ed aveva posto a
contrasto l'innocente riposo di un Filosofo, che alle volte impiegava le
ore degli affari nel sonno, e forse nello studio, coll'interessata
diligenza d'un rapace Ministro, instancabile nella ricerca d'un ingiusto
e sacrilego guadagno. «Quanto felice, esclama Claudiano, quanto felice
avrebbe potuto essere il popolo d'Italia se Mallio avesse potuto sempre
vigilare, ed Adriano sempre dormire»[178]! Il riposo di Mallio non fu
sturbato da quest'amichevole e gentile ammonizione; ma la crudel
vigilanza d'Adriano attendeva l'occasione della vendetta, e facilmente
ottenne dai nemici di Stilicone il tenue sacrifizio d'un colpevol poeta.
Egli però si nascose nel tumulto della rivoluzione; e consultando i
dettami più della prudenza che dell'onore, indirizzò in forma di lettera
una supplichevole ed umile ritrattazione all'offeso Prefetto. Deplora in
flebile tuono la fatale indiscretezza, alla quale trasportato l'avea la
passione e la follìa; propone al suo avversario l'imitazione degli
esempi generosi di clemenza degli Dei, degli Eroi, e dei Leoni, ed
esprime la sua speranza, che la magnanimità d'Adriano non calpesterà un
miserabil e dispregevol nemico, già umiliato dalla disgrazia e dalla
povertà, e profondamente colpito dall'esilio, dai tormenti, e dalla
morte dei suoi amici più cari[179]. Qualunque fossero il successo della
sua preghiera, e gli accidenti della futura sua vita, nel corso di pochi
anni restarono ugualmente sepolti il ministro ed il poeta: ma il nome
d'Adriano è quasi caduto nell'obblivione; laddove Claudiano si legge con
piacere, dovunque si è ritenuta o acquistata la cognizione della lingua
Latina. Se noi vogliamo giustamente bilanciare i meriti e i difetti di
esso, dovrem confessare che Claudiano nè soddisfa nè impone silenzio
alla nostra ragione. Non potrebbe facilmente prodursi un passo di lui,
che meriti l'epiteto di sublime o di patetico; nè scegliersi un verso
che tocchi il cuore, o estenda l'immaginazione: invano si cercherebbero
ne' poemi di Claudiano la felice invenzione e l'artificial condotta di
una favola che interessi, o la giusta e vivace pittura dei caratteri e
delle situazioni della vita reale. Secondo le occasioni, faceva in
servigio del suo Protettore dei panegirici e delle invettive: e il
disegno di tali schiave composizioni favoriva la sua inclinazione in
eccedere i limiti del vero e della natura. Queste imperfezioni però sono
in qualche modo compensate dalle poetiche qualità di Claudiano. Egli era
dotato del raro e prezioso talento d'elevare i più mediocri, d'adornare
i più sterili, e di variare i più uniformi argomenti: il suo colorito,
specialmente nella poesia che descrive, è splendido e molle; e rare
volte manca di far pompa, ed anche abuso de' vantaggi d'un coltivato
intelletto, d'una copiosa fantasia, d'una facile ed alle volte vigorosa
espressione, e d'una sempre fluida ed armoniosa versificazione. A queste
lodi, indipendenti da ogni circostanza di tempo o di luogo, si deve
aggiungere il merito particolare, che trasse Claudiano dalla sfavorevole
condizione della sua nascita. Nella decadenza delle arti e dell'Impero,
un Egiziano[180], ch'era stato educato da un Greco, assunse in età
matura l'uso famigliare, ed ottenne l'assoluto possesso della lingua
Latina[181]; si innalzò al di sopra de' suoi deboli contemporanei; e
dopo uno spazio di trecent'anni prese posto fra' poeti dell'antica
Roma[182].
NOTE:
[63] Si fa distintamente menzione della ribellione dei Goti, e del
blocco di Costantinopoli da Claudiano (in -Rif. l. II. 7-10-), da Zosimo
(-l. V. p. 292-) e da Giornandes (-de reb. Get. c. 29-).
[64]
-.... Alii per toga ferocis-
-Danubii solidata ruunt; expertaque remis-
-Frangunt stagna rotis.-
Claudiano ed Ovidio spesse volte divertono la lor fantasia col mescolar
le metafore e le proprietà della -liquida- onda e del -solido- ghiaccio.
In questo facil esercizio s'è impiegato molto falso spirito.
[65] Girol. tom. I. p. 26. Ei procura di consolare Eliodoro, Vescovo
d'Altino, suo amico, della perdita di Nepoziano, nipote di lui, con una
curiosa ricapitolazione di tutte le pubbliche e private disgrazie di
quei tempi. (Vedi Tillemont Mem. Eccl. Tom. XII. p. 200).
[66] -Baltha o Ardita: origo mirifica-, dice Giornandes (c. 26).
Quest'illustre stirpe continuò lungamente a fiorire in Francia nella
Gotica provincia di -Septimania- o della Linguadoca sotto il corrotto
nome di -Baux-: ed un ramo di quella famiglia dopo si stabilì nel regno
di Napoli (Grot. -in Prolegom. ad Hist. Gotich. p. 53-). I Signori di
Baux vicino ad Arles, e di settantanove luoghi loro subordinati, erano
indipendenti dai Conti di Provenza: Longuerne -Descript. de la France T.
I. p. 357.-
[67] Zosimo (l. V. p. 293-295) è la guida migliore che abbiamo per la
conquista della Grecia; ma i cenni e le allusioni di Claudiano sono
altrettanti raggi d'istorica luce.
[68] Si paragoni Erodoto (l. VII. c. 176) con Livio (XXXVI. 15). Lo
stretto ingresso della Grecia era stato probabilmente allargato da
qualche infelice invasore.
[69] Egli passò, dice Eunapio (-in vit. Philos. p. 93. Edit. Commelin.
1596-) per lo stretto δια των πυλον παρηλθει ωσπερ δια σαδιου και
ιπποκροτου πεδιου τρεχων -passa per le Termopile come correndo per
uno stadio o per un campo che risuona di cavalli.-
[70] Per condiscendere a Girolamo e a Claudiano (-in Ruffin. l. II.
191-) ho mescolato alcuni più scuri colori nella dolce rappresentazione
di Zosimo, che desiderava di mitigare la calamità d'Atene.
-Nec fera Cecropias traxissent vincula matres.-
Sinesio (-Epist. 156. p. 272. Edit. Patav.-) osserva, che Atene, di cui
attribuisce le disgrazie all'avarizia del Pro-Console, era in quel tempo
meno famosa per le sue scuole di filosofia, che pel commercio che faceva
di mele.
[71]
-.... Vallata mari Scironia rupes-
-Et duo continuo connectens aequora muro-
-Isthmos....-
Claudian. -de Bell. Getic.- 188.
Gli scogli Scironj son descritti da Pausania (l. I. c. 44. p. 107.
-Edit. Kahn.-) e da' nostri moderni viaggiatori, Wheeler (p. 436) e
Chandler (p. 298). Adriano rendè la strada capace di due carri.
[72] Claudiano (-in Ruffin. l. II. 186. e de Bell. Get. 611-.)
senz'ordine, quantunque con forza, descrive quella scena di rapina e di
distruzione.
[73] Τρις μακαρες Δαναιο και τετρακις, -Tre e quattro volte
beati Greci ec.- Questi generosi versi d'Omero (-Odyss. l. V. 306-)
furon trascritti da uno dei giovani schiavi di Corinto: e le lacrime di
Mummio posson provare, che il rozzo conquistatore, quantunque ignorasse
il valore di una pittura originale, possedeva la più pura sorgente del
buon gusto, cioè un cuore. Plutarc., -Sym. posiac. l. IX. Tom. II p.
737. Edit. Weebel-.
[74] Omero continuatamente descrive l'esemplare pazienza di queste
schiave, che accordavano le loro grazie, ed anche i loro cuori agli
uccisori dei loro padri, fratelli, ec. Racine tocca con ammirabil
delicatezza tal passione d'Erifile per Achille.
[75] Plutarco (-in Pyrrho. Tom. II. p. 471. Edit. Brian.-) esprime la
risposta genuina in dialetto laconico. Pirro attaccò Sparta con 25000
fanti, 2000 cavalli e 24 elefanti, e la difesa di quell'aperta città è
un bel comento alle leggi di Licurgo, anche nell'ultimo stato di
decadenza.
[76] Quale per avventura l'ha dipinto sì nobilmente Omero (-Iliad. XX.
164-).
[77] Eunapio (-in vit. Philos. p. 90-93-) dichiara che una truppa di
Monaci tradì la Grecia e seguì il campo Gotico.
[78] Quanto alla guerra Greca di Stilicone, si confronti l'ingenua
narrazione di Zosimo (l. V. p. 295-296) con la curiosa e circostanziata
adulazione di Claudiano (-I. Cons. Stilich. l. I. 172-186. IV. Cons.
Honor. 459-477-). Siccome l'evento non fu glorioso, viene
artificiosamente gettato nell'ombra.
[79] Le truppe, che passavano per Elide, mettevano giù le loro armi.
Questa sicurezza arricchì gli Eleati, che amavan la vita campestre. Le
ricchezze produssero l'orgoglio; essi sdegnarono il lor privilegio, e ne
riportarono danno. Polibio li consiglia a ritirarsi un'altra volta
dentro il magico loro cerchio. Vedasi un dotto e giudizioso discorso sui
giuochi Olimpici, che il West ha premesso alla sua traduzione di
Pindaro.
[80] Claudiano (-in IV. Cons. Hon. 486-) allude al fatto senza nominare
il fiume, forse l'Alfeo (-I. Cons. l. I, 185.-)
-.... Et Alpheus Geticus angustus acervis-
-Tardior ad Siculos etiam num pergit amores.-
Pure io preferirei il Peneo, basso fiume in un largo e profondo letto,
che scorre per Elide, e si getta nel mare sotto Cillene. Esso fu
congiunto coll'Alfeo per purgare la stalla d'Augia; Cellar. -Tom. I. p.
760. Viagg. di Chandler p. 286-.
[81] Strabon. l. VIII. p. 517. Plin., -Hist. nat. IV. 3-. Wheeler p.
308. Chandler p. 275. Essi misurarono da diversi punti la distanza fra
le due terre.
[82] Sinesio passò tre anni (dal 397 al 400) in Costantinopoli, come
deputato da Cirene all'Imperatore Arcadio. Esso gli presentò una corona
d'oro, e recitò in sua presenza l'istruttiva orazione de Regno (p. 1-32
-edit. Petav. Par. 1611-). Il Filosofo fu fatto Vescovo di Tolemaide nel
410 e morì verso il 430. Vedi Tillemont, -Mem. Eccles. Tom. XII. p. 499,
554, 683-685-.
[83] Sinesio, -de Regno p. 21-26-.
[84]
-... Qui foedera rumpit-
-Ditatur; qui servat, eget: vastator Achivae-
-Gentis et Epirum nuper populatus inultam-
-Praesidet Illyrico: jam, quos obsedit, amicos-
-Ingreditur muros; illis responsa daturus,-
-Quorum conjugibus potitur, natosque peremit.-
Claudiano, -in Eutrop. l. II, 212-. Alarico applaudisce alla propria
politica (-de Bell. Get. 633-64-) nell'uso che fece di questa
giurisdizione nell'Illirico.
[85] Giornandes c. 29. p. 651. L'istorico Goto aggiunge con insolito
spirito: -Cum suis deliberans, suasit suo labore quaerere regna, quam
alienis per otium subjacere-.
[86]
-Discors, odiisque anceps civilibus Orbis,-
-Non sua vis tutata diu, dum foedera fallax-
-Ludit, et alternae perjuria venditat aulae.-
Claudian., -de Bell. Getic. 565-.
[87]
-Alpibus Italiae ruptis penetrabis ad urbem.-
Quest'autentica predizione fu annunziata da Alarico, o almeno da
Claudiano (-de Bell. Get. 547-), sette anni avanti del successo. Ma
siccome non fu adempita dentro il termine che si era baldanzosamente
fissato, gl'interpreti se ne sono disimpegnati per mezzo d'un ambiguo
senso.
[88] I migliori materiali che abbiamo, sono 970 versi di Claudiano nel
poema della guerra Gotica, e nel principio di quello, che celebra il
sesto consolato d'Onorio. Zosimo è in perfetto silenzio; e noi siam
ridotti a quegli avanzi o piuttosto bricioli, che possiam trovare in
Orosio e nelle Croniche.
[89] Non ostanti gli errori grossolani di Giornandes, che confonde fra
loro le guerre Italiche d'Alarico (c. 29) la data, che ei cita del
Consolato di Stilicone e d'Aureliano (an. 400) è fissa e rispettabile.
Egli è certo, secondo Claudiano (Tillem., -Hist. des Emp. Tom. V. p.
804-), che la battaglia di Pollenzia seguì nel 403; ma non possiamo
facilmente riempire quest'intervallo.
[90] -Tantum Romanae Urbis judicium fugis, ut magis obsidionem
barbaricam, quam pacatae urbis judicium velis substinere-; Girol. Tom.
II. p. 239. Ruffino conobbe il proprio pericolo: la -pacifica- città era
infiammata dalla vecchia Marcella, e dal restante della fazione di
Girolamo.
[91] Gioviano, nemico del celibato e de' digiuni, che fu perseguitato ed
insultato dal furioso Girolamo (Jortin., -Osserv. Vol. IV. p. 104-).
Vedasi l'original editto d'esilio nel -Cod. Teod. lib. XVI. Tit. V. leg.
43-.
[92] L'epigramma -De sene Veronensi, qui suburbium numquam egressus
est-, è una delle prime e più piacevoli composizioni di Claudiano.
L'imitazione di Cowley (-Ediz. di Hurd vol. II. p. 251-) ha dei tratti
naturali e felici; ma è molto inferiore al ritratto originale che è
tolto evidentemente dal vero.
[93]
-Ingentem meminit parvo qui germine quercum,-
-Aequaevumque videt consenuisse nemus-
[94] Claudian., -de Bell. Get. 199, 266-. Ei può sembrare prolisso; ma
il timore e la superstizione occupavano altrettanto spazio nelle menti
degl'Italiani.
[95] Dal passo di Paolino, che è allegato dal Baronio (-Annal. Eccl. an.
403. n. 51-) si chiarisce, che una generale agitazione avea penetrato
tutta l'Italia, fino a Nola nella Campania, dove quel famoso penitente
aveva stabilito la sua dimora.
[96] -Solus erat Stilicho.- Tal è l'esclusiva lode, che gli dà Claudiano
(-de Bell. Get. 267-) senza neppur eccettuare l'Imperatore. Quanto
insignificante dovea comparire Onorio nella sua propria Corte!
[97] Si descrivono eccellentemente la faccia del paese, e l'ardire di
Stilicone, -de Bell. Get. 340-363-.
[98]
-Venit et extremis legio praetenta Britannis,-
-Quae Scoto dat fraena truci... (De Bell. Get. 416).-
Pure la più rapida marcia da Edimburgo, o da Newcastle a Milano esigeva
necessariamente uno spazio di tempo più lungo di quello che Claudiano
pare che assegni alla durata della guerra Gotica.
[99] Ogni viaggiatore dee rammentarsi la situazione della Lombardia
(Vedi Fontanelle Tom. V. p. 279) che è spesso tormentata da una
capricciosa ed irregolare abbondanza di acque. Gli Austriaci avanti a
Genova erano accampati nel secco letto della Polcevera, nè sarebbe (dice
il Muratori) «mai passato per la mente a que' buoni Alemanni, che quel
picciolo torrente potesse, per così dire, in un istante cangiarsi in un
terribil gigante» -Annal. d'Ital. Tom. XVI. p. 443. Milano 1753-8-.
[100] Claudiano, in vero, non risponde chiaramente alla nostra domanda,
dove trovavasi Onorio medesimo? Pure la fuga viene indicata dalla
caccia, e si conferma la mia idea della guerra Gotica dai Critici
Italiani, Sigonio (T. I. P. II. 369 -de Imp. Occid. l. X.-), e Muratori
(-Annal. d'Ital. T. IV. p. 45-).
[101] Può indicarsi a quest'effetto una delle strade, che si trovano
negl'Itinerarj (p. 98, 288, 294) con le note del Wesseling. Asti è
qualche miglio sulla destra.
[102] Asti o Asta, colonia Romana, è presentemente la capitale d'una
piacevol Contea, che nel decimosesto secolo passò ne' Duchi di Savoia
(Leandro Alberti, -Descriz. d'Ital. p. 382-).
[103] -Nec me timor impulit ullus.- Egli poteva tenere questo superbo
linguaggio l'anno seguente a Roma, cinquecento miglia lontano dal luogo
del pericolo (VI. -Cons. Hon. 449-).
[104]
-Hanc ego vel victor regno, vel morte tenebo-
-Victus, humum etc.-
I discorsi (-de Bell. Get. 479-549-) del Nestore, e dell'Achille de'
Goti son forti, caratteristici, adattati alle circostanze e forse non
meno genuini di quelli di Livio.
[105] Ad Orosio (l. VII. c. 37) fa colpo l'empietà de' Romani, che
attaccarono la Domenica di Pasqua Cristiani così devoti. Pure nel tempo
stesso facevansi pubbliche preghiere alle reliquie di S. Tommaso
d'Edessa per la distruzione dell'Arriano devastatore. Vedi Tillemont
(-Hist. des Emp. Tom. V. p. 529-) che cita un'Omelia, che fu
erroneamente attribuita a S. Grisostomo.
[106] I vestigi di Pollenzia giaciono venticinque miglia al sud-est di
Torino. -Urbs-, nelle medesime vicinanze, era una caccia reale de' Re di
Lombardia, ed un piccolo fiume, che scusò la predizione, -penetrabis ad
Urbem-. (Cluver., -Ital. antiq. Tom. I. p. 83-85-).
[107] Orosio desidera d'indicare in dubbiosa parole la disfatta de'
Romani; -Pugnantes vicinus, victores victi sumus-, Prospero (-in
Chronic.-) la chiama un'uguale e sanguinosa battaglia; ma gli scrittori
Gotici, come Cassiodoro (-in Chronic.-) e Giornandes (-de reb. Get. 2,
29-) pretendono una decisiva vittoria.
[108]
-Demens Ausonidum gemmata monilia matrum,-
-Romanasque alta famulas cervice petebat.-
(-De bell. Get. 627-).
[109] Claudiano (-de bell. Get. 580. 647-) e Prudenzio (-in Symmach. l.
II. 694-719-) celebrano senz'ambiguità la Romana vittoria di Pollenzia.
Sono essi scrittori poetici e parziali; ma si dee prestar qualche fede
a' testimoni anche più sospetti, che son frenati dalla recente notorietà
de' fatti.
[110] La perorazione di Claudiano è forte ed elegante; ma l'identità del
campo Cimbrico e del Gotico si deve intendere (come il Filippi di
Virgilio Georg. I. 490) secondo la libera Geografia d'un Poeta. Vercelli
e Pollenzia son distanti sessanta miglia fra loro; e la differenza è
anche maggiore, se i Cimbri fossero stati disfatti nella vasta e nuda
pianura di Verona (Maffei, -Veron. Illustr. P. I. 54-62-).
[111] Bisogna esaminare rigorosamente Claudiano e Prudenzio, per ridurre
le figure, ed estorcere il senso istorico di que' Poeti.
[112]
-Et gravant en airain ses frêles avantages-
-De mes états conquis enchaîner les images.-
Era famigliare a' Romani la pratica d'esporre in trionfo le immagini de'
Re e delle Province. Il busto di Mitridate medesimo, d'oro massiccio,
era alto dodici piedi. Freinshem, -Suppl. Livian. 103. 47-.
[113] La guerra Gotica ed il sesto Consolato di Onorio, legano
oscuramente insieme gli avvenimenti della ritirata di Alarico e delle
sue perdite.
[114] -Taceo de Alarico.... saepe victo, saepe concluso, semperque
dimisso.- Orosio l. VII. c. 37. p. 567. Claudiano (-VI. Cons. Hon. 320-)
tiravi sopra un velo con una delicata immagine.
[115] L'avanzo del poema di Claudiano sul sesto Consolato d'Onorio
descrive il viaggio, il trionfo ed i giuochi (330-660).
[116] Vedasi l'inscrizione nell'Istoria degli antichi Germani di Mascou
VIII. 12. Le parole sono positive ed indiscrete, -Getarum nationem in
omne oevum domitam etc.-
[117] Sopra il curioso, quantunque orrido, soggetto dei Gladiatori si
consultino i due libri dei Saturnali di Lipsio, che come -Antiquario- è
disposto a scusare la pratica dell'-antichità- Tom. III. p. 483-545.
[118] -Cod. Theod. lib. XV. Tit. XII. leg. 1-. Il comentario del
Gotofredo somministra (Tom. V. p. 396) dei gran materiali per la storia
dei Gladiatori.
[119] Vedasi la perorazione di Prudenzio (-in Symmac. l. II, 1121-1131-)
che senza dubbio avea letto l'eloquente invettiva di Lattanzio (-Divin.
Instit. l. VI. c. 20-). Gli Apologisti Cristiani non hanno risparmiato
questi sanguinosi giuochi, che s'erano introdotti nelle feste religiose
del Paganesimo.
[120] Teodoret. l. V. c. 28. Io bramo di creder la storia di S.
Telemaco. Pure non è stata dedicata veruna Chiesa, nessun altare è stato
eretto all'unico monaco, che morì martire nella causa dell'umanità.
[121] -Crudele Gladiatorum spectaculum, et inhumanum- nonullis -videri
solet, et- haud scio, -an ita sit, ut nunc fit-: Ciceron. -Tusc. II.
17-. Egli debolmente censura l'abuso, e con calore difende l'uso di
questi divertimenti: -Oculis nulla poterat esse fortior contra dolorem
et mortem disciplina-. Seneca (-Epist. 7-.) dimostra sentimenti d'uomo.
[122] Questo ragguaglio di Ravenna è tratto da Strabone (l. V. p. 327),
da Plinio (III. 20), da Stefano di Bisanzio (V. Ραβεννα p. 651.
-Edit. Berhel-), da Claudiano (-in VI. Cons. Hon.- 494 ec.), da Sidonio
Apollinare (l. I. -Epist.- V. 8), da Giornandes (-de Reb. Get. c. 29-),
da Procopio (-de Bell. Got.- l. I. c. I. p. 309. -Edit. Leuvr.-), e dal
Cluverio (-Ital. Antiq. T. I.- p. 301-307). Pure io sono ancora mancante
d'un Antiquario locale, e d'una buona carta topografica.
[123] Marziale (-Epigr. III. 56, 57-) scherza sull'inganno d'un furbo,
che gli avea venduto del vino invece d'acqua; ma seriamente dichiara,
che in Ravenna una cisterna è più valutabile d'una vigna. Sidonio si
duole, che la città è priva di fonti e di acquedotti, e pone la mancanza
d'acqua fresca nel numero de' mali locali, come del gridar dei ranocchi,
del pungere degli insetti ec.
[124] La favola di Teodoro e d'Onorio, che Dryden ha sì mirabilmente
preso dal Boccaccio (-Giorn. III novell. 8-) seguì nel bosco di
-Chiassi-, voce corrotta da -Classis-, navale stazione, che con la
strada o sobborgo intermedio, -via Caesaris-, formava la triplice città
di Ravenna.
[125] Dall'anno 404 in poi le date del Codice Teodosiano divengono
permanenti in Costantinopoli ed in Ravenna. Vedi la -Cronologia delle
Leggi del Gotofredo Tom. I. p. 148-.
[126] Vedi Deguignes -Hist. des Huns Tom. I. p. 179, 189, T. II. p. 295,
334, 338-.
[127] Procopio (-de Bell. Vandal l. I. c. 3. p. 182.-) ha fatto menzione
d'un'emigrazione dalla palude Meotide al Settentrione della Germania,
ch'esso attribuisce alla carestia. Ma i suoi lumi d'istoria antica sono
estremamente oscurati dall'ignoranza e dall'errore.
[128] Zosimo (l. V. p. 331) usa la generale espressione di nazioni di là
dal Danubio e dal Reno. Anche i vari epiteti, che ogni antico scrittore
può avere accidentalmente usato, indicano manifestamente la lor
situazione, e conseguentemente i loro nomi.
[129] Il nome di Radagast era quello d'una Divinità locale degli
Obotriti (in Meclemburgo). Un Eroe potrebbe naturalmente aver preso il
nome del suo Dio tutelare; ma non è probabile, che i Barbari adorassero
un Eroe sfortunato. Vedi Mascou -Ist. de' Germani 8. 14-.
[130] Olimpiodoro appresso Fozio (p. 180) usa il vocabolo greco
όπτϊμάτοι, che non dà alcuna idea precisa. Io sospetto, che fossero
Principi e nobili coi loro fedeli compagni, cavalieri coi loro scudieri,
come si sarebber chiamati alcuni secoli dopo.
[131] Tacit. -De morib. German. c. 37-.
[132]
-.... Cujus agendi-
-Spectator vel causa fui.-
Claudian. VI. -Cons. Hon 439.-
Tale è il modesto linguaggio d'Onorio, trattando della guerra Gotica,
ch'egli aveva veduta alquanto più da vicino.
[133] Zosimo (l. V. p. 331) trasporta la guerra e la vittoria di
Stilicone oltre il Danubio; strano errore, che viene imperfettamente e
di mala grazia medicato leggendo Αρνον per l'ϛρον
(Tillemont -Hist. des Emp.- Tom. V. p. 807). Da buoni politici noi
dobbiamo far uso di Zosimo senza stimarlo o fidarci di lui.
[134] -Cod. Theod. lib. VII. Tit. XIII. leg. 16-. La data di questa
legge 18 Maggio 406 persuade me, come ha persuaso il Gotofredo (Tom. II.
p. 387) del vero anno dell'invasione di Radagasio. Il Tillemont, il
Pagi, ed il Muratori preferiscono l'anno antecedente, ma essi vengono
astretti da certe obbligazioni di civiltà e di rispetto verso S. Paolino
di Nola.
[135] Poco dopo che Roma fu presa dai Galli, il Senato, in un subitaneo
bisogno armò dieci legioni, cioè 3000 cavalli, e 42000 fanti; forza che
la città non avrebbe potuto somministrare sotto Augusto; Liv. VII. 25.
Questa proposizione può imbarazzare un antiquario, ma vien chiaramente
spiegata dal Montesquieu.
[136] Machiavello ha dimostrato, almeno come filosofo, che Firenze
trasse insensibilmente l'origine dal commercio che si faceva dalla rupe
di Fiesole alle rive dell'Arno (-Ist. Fior. Tom. I. l. II. p. 37. Londra
1747-). I Triumviri mandarono una colonia a Firenze, che al tempo di
Tiberio (Tacit. -Annal.- I. 79) meritò la riputazione ed il nome di
città che -fiorisce-. Vedi Cluver. -Ital. antiq. Tom. I p. 507-, ec.
[137] Il Giove però di Radagaiso, che adorava Thot e Woden, era molto
diverso dal Giove Olimpico o Capitolino. L'indole condiscendente del
Politeismo potea congiungere quelle varie e distanti Divinità. Ma i veri
Romani abborrivano i sacrifizi umani de' Germani e de' Galli.
[138] Paolino (-in vit. Ambros.- c. 50) riferisce quest'istoria ch'egli
attinse dalla bocca di Pansofia medesima, pia matrona di Firenze. Pure
l'Arcivescovo presto cessò di prender parte attivamente negli affari del
Mondo, e non fu giammai un santo popolare.
[139] Agostin. -de Civit. Dei.- V. 25. Oros. l. VII. c. 37. p. 567-571.
I due amici scrissero nell'Affrica dieci o dodici anni dopo la vittoria;
e l'autorità loro è seguitata implicitamente da Isidoro di Siviglia (-In
Chron. p. 713. Edit. Grot.-). Quanti fatti interessanti avrebbe Orosio
potuto inserire nello spazio, che è consacrato da lui ad un pio non
senso?
[140]
-Franguntur montes, planumque per ardua Caesar-
-Ducit opus: pandit fossas, turritaque summis-
-Disponit castella jugis, magnoque recesso.-
-Amplexus fines, saltus numerosaque tesqua-
-Et silvas, vastaque feras indagine claudit.-
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