-O patribus plebes, o digni consule patres.- Egli è curioso d'osservare i primi sintomi della gelosia e dello scisma fra l'antica e la nuova Roma, fra i Greci ed i Latini. [37] Può Claudiano aver esagerato i vizi di Gildone; ma la Mauritana di lui origine, le sue notorie azioni, e le querele di S. Agostino possono giustificar lo invettive del Poeta. Il Baronio (-annal. an. 398. n. 35. 56.-) ha trattato della ribellione Affricana con abilità ed erudizione. [38] -Instat terribilis vivis, morientibus haeres,- -Virginibus raptor, thalamis obscenus adulter.- -Nulla quies: oritur praeda cessante libido,- -Divitibusque dies, et nox metuenda maritis.- -.... Mauris clarissima quaeque- -Fastidita datur-... Il Baronio condanna tanto più severamente la licenziosità di Gildone, che la moglie, la figlia e la sorella di esso erano esempi di perfetta castità. Una legge Imperiale raffrena gli adulterj dei soldati Affricani. [39] -Inque tuam sortem numerosas transtulit urbes.- Claudiano (-de Bell. Gildonic. 230-324-) ha toccato con politica delicatezza gl'intrighi della Corte Bizantina, de' quali fa menzione anche Zosimo (l. V. p. 302). [40] Simmaco (-l. IV. epist. 4-) esprime le formalità giudiciali del Senato; e Claudiano (-Cons. Stilic. l. I. 325 ec. -) sembra respirare il coraggio Romano. [41] Claudiano delicatamente spiega questi lamenti di Simmaco in un discorso della Dea di Roma avanti al trono di Giove (-de Bell. Gild. 28-128-). [42] Vedi Claudiano -in Eutrop. l. I. 401. ec. I. Cons. Stil. l. I. 306. II. Cons. Stil. 91 ec.- [43] Egli era d'età matura, poichè antecedentemente (an. 373) avea militato con Firmo suo fratello (Ammiano XXIX. 5). Claudiano, che conosceva la Corte di Milano si fermò nelle ingiurie piuttosto che ne' meriti di Mascezel (-de Bell. Gild. 389-414-). La guerra Mauritana non era degna d'Onorio o di Stilicone ec. [44] Claudian. -Bell. Gild. 415, 423-. Il cangiamento della disciplina indifferentemente gli permetteva d'usare i nomi di -Legione-, di -Coorte-, di -Manipolo-. Vedi -Not. Imper. l. 38. 40. - [45] Orosio (l. VII. c. 36. p. 563) aggiugne a questo racconto un'espressione di dubbio (-ut ajunt-) e ciò difficilmente si combina quella di Δυναμεις αδρας -numerose forze-, di Zosimo (l. V. p. 303). Pure Claudiano dopo qualche declamazione intorno ai soldati di Cadmo, francamente confessa, che Stilicone mandò un piccolo esercito, per timore che il ribello fuggisse; -ne timere timeas- I. -Cons. Stilich. l. I. 314-. [46] Claud. Rutil. Numatian. -Itiner.- l. 439-448. Egli di poi fa menzione (515-526) di un religioso pazzo nell'Isola di Gorgona. Per tali profane osservazioni Rutilio e i suoi seguaci son chiamati dal suo comentatore Batthio -rabiosi canes diaboli-. Il Tillemont (-Mem. Eccl. Tom. XII. p. 42-) più tranquillamente osserva, che l'incredulo poeta loda quanto intende di censurare. [47] Orosio l. VII. c. 36. p. 564. Agostino celebra due di questi Santi dell'Isola delle Capre, -Epist. 81. ap. Tillem. Mem. Eccl. Tom. XIII. p. 317 e Baron. annal. Eccl. n. 398 num. 51.- [48] Qui termina il primo libro della guerra Gildonica. Il testo del poema di Claudiano è perduto; e non sappiamo, come o dove l'armata prendesse terra nell'Affrica. [49] Orosio dev'essere responsabile di tal racconto. La presunzione di Gildone, e le sue varie truppe di Barbari son rammentate da Claudiano (I. -Cons. stil. l. 345-955-). [50] S. Ambrogio, che era morto circa un anno avanti, rivelò in una visione il tempo ed il luogo della vittoria. Di poi Mascezel raccontò il suo sogno a Paolino, scrittore originale della vita del Santo, dal quale potè facilmente passare tal notizia ad Orosio. [51] Zosimo (l. V. p. 303) suppone un ostinato combattimento; ma la narrazione d'Orosio par che occulti un fatto reale sotto la maschera d'un miracolo. [52] Trabaca è situata fra le due Ippone (Cellar. Tom. II. P. 2. p. 212. Danville Tom. III. p. 84). Orosio ha nominato distintamente il campo di battaglia; ma la nostra ignoranza non può stabilirne la precisa situazione. [53] La morte di Gildone s'esprime da Claudiano (-I. Cons. Stil. p. 357-), e dai suoi migliori interpreti, Zosimo ed Orosio. [54] Claudiano (II. -Cons. Stilich. 99-119-) descrive il loro processo (-tremuit quos Africa nuper, cernunt rostra reos-) ed applaudisce al ristabilimento dell'antica costituzione. Qui è dove introduce quella celebre sentenza, tanto familiare agli amici del dispotismo: -numquam libertas gratior extat, quam sub Rege pio-..... Ma la libertà, che dipende dalla pietà regale, appena merita questo nome. [55] Vedi -il Cod. Teod. lib. IX. Tit. XXXIX. leg. 3. tit. XL. l. 19.- [56] Stilicone, che pretendeva un'egual parte in tutte le vittorie di Teodosio e del suo figlio, particolarmente asserisce, che l'Affrica fu ricuperata per la saviezza dei suoi consigli. Vedi un'iscrizione prodotta dal Baronio. [57] Ho addolcito la narrazione di Zosimo, che nella sua cruda semplicità è quasi incredibile (l. V. p. 303). Orosio condanna il vittorioso Generale (p. 538) per aver violato il diritto del Santuario. [58] Claudiano, come poeta laureato, compose un elaborato e serio epitalamio di 340 versi, oltre a varie giocose Fescennine, che si cantarono in tuono più licenzioso nella notte del maritaggio. [59] -.... Calet obvius ire- -Jam Princeps, tardumque cupit discedere solem.- -Nobilis haud aliter sonipes....- (De nupt. Hon. et Mariae 287) e più liberamente nelle Fescennine (112-126). -Dices, o quoties mihi dulcius- -Quam flavos decies vincere Sarmatas- · · · · · · · · · · · · · · · · -Tum victor madido prosilias toro- -Nocturni referent vulnera praelii.- [60] Vedi Zosimo t. V. p. 333. [61] Procop. -de Bell. Gothico l. I. c. II-. Io ho preso la pratica generale d'Onorio, senz'adottare la strana e veramente improbabil novella, riferita dall'istorico Greco. [62] Le lezioni di Teodosio, o per meglio dir di Claudiano (IV. -Cons. Honor. 214-418-) potrebber formare una bella istruzione pel futuro Principe di una libera e vasta nazione. Ma questa era troppo superiore ad Onorio ed a' depravati suoi sudditi. CAPITOLO XXX. -Ribellione dei Goti. Saccheggian la Grecia. Due grandi invasioni nell'Italia, fatte da Alarico e da Radagaiso. Sono essi rispinti da Stilicone. I Germani invadon la Gallia. Usurpazione di Costantino in Occidente. Disgrazia e morte di Stilicone.- [A. 395] Se i sudditi di Roma avesser potuto ignorare le obbligazioni, che dovevano al Gran Teodosio, si sarebber tosto convinti della penosa difficoltà, con cui lo spirito e l'abilità del loro defonto Imperatore avea sostenuto il fragile e cadente edifizio della Repubblica. Esso morì nel mese di Gennaio; e prima che finisse l'inverno dell'istesso anno, la nazione de' Goti avea preso le armi[63]. I Barbari ausiliarj alzarono l'indipendente loro stendardo; ed arditamente dichiararono le ostili intenzioni, che avevan lungo tempo nutrite nelle feroci lor menti. I lor nazionali, che per le condizioni dell'ultimo trattato erano stati condannati ad una vita di tranquillità e di fatica, abbandonarono al primo suono di tromba le loro possessioni, e con ardore ripresero le armi, che avevan contro voglia posate. Si rovesciarono gli ostacoli del Danubio; uscirono dalle lor foreste i selvaggi guerrieri della Scizia; e lo straordinario rigor dell'inverno somministrò al poeta l'osservazione, che «traevano i gravi lor carri sul largo e gelato dosso dello sdegnante fiume[64].» Gl'infelici abitanti delle Province meridionali del Danubio si sottomisero alle calamità, che nel corso di vent'anni eran divenute quasi famigliari alla loro immaginazione, e le varie truppe di Barbari, che si gloriavan del nome Gotico, confusamente si sparsero da' selvosi lidi della Dalmazia fino alle mura di Costantinopoli[65]. L'interrompimento o almeno la diminuzione del sussidio che i Goti aveano ricevuto dalla prudente liberalità di Teodosio, fu lo specioso pretesto della lor ribellione; s'accrebbe l'affronto pel disprezzo che dimostrarono verso gl'imbelli figliuoli di Teodosio; e ne fu infiammato lo sdegno dalla debolezza o perfidia del ministro d'Arcadio. Le frequenti visite, che Ruffino faceva al campo dei Barbari, dei quali affettava d'imitar le armi e le vesti, si riguardavano come una prova bastante della rea corrispondenza di lui; ed il pubblico nemico, per un motivo di gratitudine o di politica, nella generale devastazione avea cura di risparmiare i beni privati dell'odioso Prefetto. I goti, invece d'esser mossi dalle cieche e capricciose passioni dei lor Capitani, erano allora diretti dall'audace ed artificioso genio d'Alarico. Questo famoso condottiero discendeva dalla nobile stirpe dei Balti[66], che non cedeva, che alla sola famiglia reale degli Amali. Ei chiese il comando delle armi Romane; e la Corte Imperiale lo provocò a dimostrar la follia del rifiuto, e l'importanza di perderlo. Per quante speranze potesse avere della conquista di Costantinopoli, il giudizioso Generale tosto abbandonò una non eseguibile impresa. L'Imperator Arcadio, in mezzo ad una Corte divisa in vari partiti e ad un popolo malcontento, fu atterrito dall'aspetto delle armi Gotiche, ma alla mancanza d'abilità e di valore supplì la forza della città; e le fortificazioni, sì di terra che di mare, poteron sicuramente disfidare gl'impotenti e fortuiti dardi dei Barbari. Alarico sdegnò di più trattenersi negli abbattuti e rovinati paesi della Tracia e della Dacia, e risolvè di cercare un'abbondante messe di fama e di ricchezze in una provincia, che fin allora scampato aveva i disastri della guerra[67]. [A. 396] Il carattere degli Uffiziali civili e militari, che Ruffino avea posti al governo della Grecia confermò il pubblico sospetto, ch'egli avesse aperto per tradimento l'antica sede della libertà e del sapere al Gotico invasore. Il Proconsole Antioco era l'indegno figlio di un rispettabile padre; e Geronzio, che comandava le truppe della provincia, era meglio idoneo ad eseguire gli opprimenti ordini di un tiranno, che a difendere con abilità e coraggio un paese, con la maggior diligenza fortificato dalla mano della natura. Alarico avea traversato senza resistenza le pianure della Macedonia e della Tessaglia fino a piè del monte Oeta, aspra e selvosa catena di colli quasi impenetrabile alla sua cavalleria. Questi estendevansi da Levante a Ponente fino al lido del mare; e lasciavan di mezzo fra il precipizio ed il golfo Maleo uno spazio di trecento piedi, che in alcuni luoghi era ristretto ad una strada capace d'ammettere un solo carro per volta[68]. In quell'angusto passo delle Termopile, dove Leonida ed i trecento Spartani avevan gloriosamente sacrificato le loro vite, i Goti potevano essere arrestati o distrutti da un abile Generale, e forse la vista di quel sacro luogo avrebbe potuto accendere alcune scintille di militare ardore nei petti de' Greci degenerati. Le truppe ch'erano state poste alla difesa dello stretto passo delle Termopile, si ritirarono, secondo gli ordini, senza neppure tentar d'impedire il rapido e sicuro passaggio d'Alarico[69]; e le fertili campagne della Focide e della Beozia furono immediatamente coperte da un diluvio di Barbari, che uccidevano i maschi in età di portar le armi, e rapivan le belle femmine con le spoglie ed i bestiami degl'incendiati villaggi. I viaggiatori, che passarono per la Grecia molti anni dopo, facilmente ravvisavano le profonde e sanguinose tracce della marcia dei Goti; e Tebe fu meno debitrice della propria conservazione alla forza delle sue sette porte, che all'ardente fretta d'Alarico, che s'avanzò ad occupare la città d'Atene e l'importante porto del Pireo. L'istessa impazienza lo spinse a toglier la dilazione ed il pericolo di un assedio coll'offerta di una capitolazione, ed appena gli Ateniesi udiron la voce dell'araldo Goto, che facilmente s'indussero a dare la maggior parte delle loro ricchezze per riscatto della città di Minerva, e de' suoi abitanti. Si ratificò il trattato con solenni giuramenti, ed osservossi con reciproca fedeltà. II Principe Goto, con un piccolo e scelto seguito, fu ammesso dentro le mura; egli fece uso del bagno, accettò uno splendido banchetto preparatogli dal magistrato ed affettò di mostrare, che non gli erano ignoti i costumi delle civili nazioni[70]. Ma tutto il territorio dell'Attica, dal promontorio di Sunio fino alla città di Megara, fu rovinato dalla funesta di lui presenza; e se possiamo servirci del paragone di un Filosofo contemporaneo, Atene medesima rassomigliava alla sanguinosa e vota pelle di una vittima uccisa. La distanza fra Megara e Corinto non poteva eccedere molto lo spazio di trenta miglia; ma la -mala via-, nome esprimente che tuttavia essa porta fra i Greci, era o potea rendersi inservibile per lo marcia di un nemico. I folti ed oscuri boschi del monte Citero cuoprivano l'interno del paese; gli scogli Scironj s'avvicinavano alla superficie dell'acqua, e stavan pendenti sopra il tortuoso e stretto sentiero, che durava più di sei miglia lungo il lido del mare[71]. Il passo di quelle rupi, tanto famoso in ogni secolo, si terminava dall'istmo di Corinto; ed un piccolo corpo di fermi ed intrepidi soldati avrebbe potuto felicemente difendere un temporaneo trinceramento di cinque o sei miglia dal mare Jonio all'Egeo. La fiducia, che avevano le città del Peloponneso nella naturale loro difesa, le aveva indotte a trascurare le antiche lor mura; e l'avarizia dei Romani Governatori aveva esaurito e tradito l'infelice provincia[72]. Corinto, Argo e Sparta cederono senza resistenza alle armi dei Goti; ed i più fortunati degli abitanti si liberarono con la morte dal vedere la schiavitù delle proprie famiglie, e l'incendio delle loro città[73]. I vasi e le statue furon distribuite fra' Barbari con più riguardo al valore della materia, che all'eleganza dell'opera; le schiave furon sottoposte alle leggi della guerra; il godimento della beltà fu il premio del valore, ed i Greci non avevan ragion di dolersi di un abuso, che veniva giustificato dall'esempio dei tempi eroici[74]. I discendenti di quel popolo straordinario, che aveva risguardato il valore e la disciplina come le mura di Sparta, non si rammentavano più della generosa risposta, che diedero i loro antichi ad un invasore più formidabile d'Alarico. «Se tu sei un Dio, non farai danno a quelli che non ti hanno mai offeso, se sei un uomo, avanzati pure..., e troverai degli uomini uguali a te stesso[75]». Il condottiero de' Goti proseguì la vittoriosa sua marcia dalle Termopile a Sparta senza incontrare alcun antagonista mortale; ma uno degli avvocati dello spirante Paganesimo ha confidentemente asserito, che le mura d'Atene eran guardate dalla Dea Minerva col formidabile suo Egide, e dall'irata immagine d'Achille[76]: e che il conquistatore fu sconcertato dalla presenza delle ostili Divinità della Grecia. In un secolo di miracoli non sarebbe forse giusto il disputare all'istorico Zosimo il diritto al benefizio comune; pure non può dissimularsi, che la mente d'Alarico era mal preparata a ricevere, o dormendo o vegliando, le impressioni della Greca superstizione. I canti d'Omero e la fama d'Achille non eran probabilmente mai giunti all'orecchio dell'ignorante Barbaro; e la fede Cristiana, ch'egli aveva devotamente abbracciato, l'ammaestrò a disprezzare le immaginarie Divinità di Roma e d'Atene. L'invasione dei Goti, in cambio di vendicare l'onore del Paganesimo, contribuì, almeno accidentalmente, ad estirparne gli ultimi avanzi; ed i misteri di Cerere, ch'eran durati ottocent'anni, non sopravvissero alla distruzione d'Eleusi, ed alle calamità della Grecia[77]. [A. 397] L'ultima speranza di un popolo, che non potea più contare nè sulle armi, nè sugli Dei, nè sul Sovrano del proprio paese, era collocata nel potente aiuto del Generale d'Occidente; e Stilicone, a cui non era stato permesso di rispingere gl'invasori della Grecia, s'avanzò a castigarli[78]. Fu allestita una numerosa flotta nei porti d'Italia; e le truppe, dopo una breve e prospera navigazione, sul mar Jonio, vennero sbarcate felicemente sull'Istmo, vicino alla rovina di Corinto. Il montano e selvoso paese d'Arcadia, favolosa residenza di Pane e delle Driadi, divenne la scena di una lunga e dubbiosa battaglia fra due Generali, non indegni l'uno dell'altro. Finalmente prevalse l'abilità e la perseveranza del Romano; ed i Goti, dopo una considerabile perdita per causa del disagio e della diserzione, appoco appoco si ritirarono all'alta montagna di Foloe, vicino alla sorgente del Peneo, sulle frontiere d'Elide, sacra provincia, che prima era stata esente dalle calamità della guerra[79]. Fu immediatamente assediato il campo dei Barbari: si voltarono in altra parte le acque del fiume[80]; e mentre soggiacevano essi alle intollerabili angustie della sete e della fame, si formò una forte linea di circonvallazione per impedirne la fuga. Dopo tali cautele Stilicone, troppo fidandosi della vittoria, si ritirò a godere del suo trionfo nei giuochi scenici, e nelle lubriche danze dei Greci; i suoi soldati, abbandonando gli stendardi, si sparsero pel paese dei loro alleati, ch'essi spogliarono di tutto quello, che s'era potuto salvare dalle mani rapaci dell'inimico. Sembra che Alarico prendesse il favorevol momento per eseguire una di quelle ardite imprese, nelle quali spicca l'abilità d'un Generale con maggior lustro, che nel tumulto di una giornata di battaglia. Per liberarsi dalla prigione del Peloponeso, dovè sforzare i trinceramenti che circondavano il proprio campo; fare una difficile e pericolosa marcia di trenta miglia fino al golfo di Corinto, e trasportare le sue truppe, gli schiavi e le spoglie sopra un braccio di mare, che nel più angusto intervallo fra Rio e l'opposto lido, e largo almeno mezzo miglio[81]. Le operazioni d'Alarico dovettero essere segrete, prudenti e rapide, poichè il Generale Romano restò confuso, quando seppe che i Goti, i quali avevan deluso i suoi sforzi, erano in possesso dell'importante provincia dell'Epiro. Quest'infelice dilazione concesse ad Alarico tempo abbastanza per concludere il trattato, che segretamente maneggiava co' Ministri di Costantinopoli. Il timor d'una guerra civile obbligò Stilicone a ritirarsi, al superbo comando de' suoi rivali, dagli stati d'Arcadio, ed ei rispettò nel nemico di Roma l'onorevol carattere d'alleato e di servo dell'Imperatore Orientale. [A. 398] Un Greco filosofo[82], che vide Costantinopoli poco dopo la morte di Teodosio, pubblicò le sue libere opinioni intorno a' doveri de' Re ed allo stato della Romana Repubblica. Sinesio osserva e deplora il fatale abuso, che l'imprudente bontà dell'ultimo Imperatore aveva introdotto nella disciplina militare. I cittadini, ed i sudditi avevan comprato un'esenzione dall'indispensabil dovere di difendere il loro paese, che veniva difeso dalle armi de' Barbari mercenari. Permettevasi a' fuggitivi della Scizia di avvilire le illustri dignità dell'Impero; la feroce lor gioventù, che sdegnava il salutare freno delle leggi, era più ansiosa d'acquistar le ricchezze, che d'imitar le arti d'un popolo, oggetto per essi d'odio e di disprezzo; e la potenza de' Goti era come il sasso di Tantalo, sempre sospeso sulla sicurezza e la pace dello Stato sacrificato. Le misure, che Sinesio raccomanda di prendere, sono i dettami d'un generoso ed ardito patriota. Egli esorta l'Imperatore a ravvivare il coraggio de' propri sudditi coll'esempio d'una virile virtù; a bandire il lusso dalla Corte e dal campo; a sostituire, in luogo de' Barbari mercenari, un esercito d'uomini interessati alla difesa delle lor leggi e sostanze: a costringere, in tal momento di pubblico pericolo, gli artefici ad uscire dalle botteghe, ed i filosofi dalle scuole; a svegliar l'indolente cittadino dal suo sonno di piacere, e ad armare, per protegger l'agricoltura, le mani de' laboriosi coltivatori. Alla testa di tali truppe, che avrebbero meritato il nome e dimostrato lo spirito di Romani, anima il figlio di Teodosio ad affrontare una stirpe di Barbari che erano privi d'ogni real coraggio, ed a non posar le armi, finattantochè non li avesse scacciati nella solitudine della Scizia, o li avesse ridotti a quello stato di servitù ignominiosa, che i Lacedemoni anticamente imposero agli Eloti lor prigionieri[83]. La Corte d'Arcadio approvò lo zelo, applaudì all'eloquenza, e trascurò il consiglio di Sinesio. Forse il filosofo, che parlò all'Imperator dell'Oriente con quel linguaggio della ragione e della virtù, che avrebbe usato con un Re di Sparta, non avea pensato a formare un sistema praticabile, coerente all'indole ed alle circostanze d'un secolo degenerato. Forse l'orgoglio de' Ministri, gli affari de' quali erano rade volte interrotti dalla riflessione, potè rigettare come inopportuna e visionaria ogni proposizione, che sopravanzava la misura della capacità loro, e deviava dalle formalità e dagli usi del loro uffizio. Mentre l'orazione di Sinesio, e la caduta de' Barbari, formavano gli argomenti delle comuni conversazioni, si pubblicò un editto a Costantinopoli, che dichiarava la promozione d'Alarico al posto di Generale dell'Illirico d'Oriente. I Provinciali, e gli Alleati Romani, che avevano rispettato la fede de' trattati, a ragione sdegnaronsi, che fosse così liberalmente premiata la rovina della Grecia e dell'Epiro. Fu ricevuto il Gotico conquistatore come un legittimo Magistrato in quelle città, che aveva sì recentemente assediate. Sottoposti furono alla sua autorità i padri, de' quali aveva trucidato i figliuoli, ed i mariti, le mogli de' quali aveva violate: ed il successo della sua rivolta incoraggì l'ambizione d'ogni capitano di mercenari stranieri. L'uso, che fece Alarico del suo nuovo comando, distingue il fermo e giudizioso carattere della sua politica. Egli diede ordine a' quattro magazzini, ed alle manifatture di armi difensive ed offensive, ch'erano a Margo, a Raziaria, a Naisso, ed a Tessalonica, di provvedere le sue truppe d'una straordinaria quantità di scudi, di elmi, di spade e di lance; i miseri Provinciali costretti furono a fabbricar gl'istrumenti della propria lor distruzione, ed i Barbari si tolsero l'unico difetto, che aveva alle volte sconcertato gli sforzi del loro coraggio[84]. La nascita d'Alarico, la gloria delle sue passate azioni, e la speranza de' suoi futuri disegni appoco appoco riunì sotto il vittorioso stendardo di lui il corpo della nazione, e d'unanime consenso de' Capitani Barbari, il Generale dell'Illirico fu elevato, secondo l'antico costume, sopra uno scudo, e proclamato solennemente Re de' Visigoti[85]. Armato di questo doppio potere, e situato ne' confini de' due Imperi, alternativamente vendeva le ingannevoli sue promesse alle Corti d'Arcadio e d'Onorio[86]; finattantochè dichiarò ed eseguì la sua risoluzione d'invadere i dominj dell'Occidente. Erano già esauste le Province dell'Europa, che appartenevano all'Imperatore Orientale; quelle dell'Asia erano inaccessibili; e la forza di Costantinopoli avea resistito al suo attacco. Fu dunque tentato dalla fama, dalla bellezza, e dalla dovizia dell'Italia, ch'egli aveva già visitato due volte; e segretamente aspirò a piantare la bandiera Gotica sulle mura di Roma, e ad arricchire il suo esercito con le accumulate spoglie di trecento trionfi[87]. [A. 400-403] La scarsità de' fatti[88], e l'incertezza delle date[89] s'oppongono al nostro disegno di descriver le circostanze della prima invasione d'Italia fatta dalle armi d'Alarico. Sembra, che la sua marcia, incominciata fosse da Tessalonica per il guerriero e nemico paese della Pannonia sino al piè delle Alpi Giulie, e che il suo passaggio per que' monti, ch'erano fortemente guardati da truppe e da fortificazioni; l'assedio di Aquileia, e la conquista delle Province dell'Istria e della Venezia, occupasse un tempo considerabile. A meno che le sue operazioni non fossero estremamente caute e lente, la lunghezza dello spazio suggerirebbe un probabil sospetto, che il Goto Re si ritirasse verso le rive del Danubio, e rinforzasse la sua armata con freschi sciami di Barbari, prima di tentar nuovamente di penetrare nel cuor dell'Italia. Poichè i pubblici ed interessanti avvenimenti sfuggono la diligenza dell'istorico, ei può divertirsi nel contemplare per un momento l'influenza delle armi d'Alarico ne' casi di due oscuri individui, cioè d'un Prete d'Aquileia, e d'un agricoltor di Verona. Il dotto Ruffino, che dai suoi nemici era stato citato a comparire avanti ad un Sinodo Romano[90], preferì saviamente i pericoli di un'assediata città; ed i Barbari, che furiosamente scuotevano le mura d'Aquileia, poteron salvarlo dalla crudel sentenza d'un altro eretico, che all'istanza dei medesimi Vescovi fu severamente battuto e condannato ad un esilio perpetuo in un'isola deserta[91]. Un vecchio[92], che aveva passato la semplice ed innocente sua vita nelle vicinanze di Verona, niente aveva che fare con le querele nè de' Re, nè de' Vescovi; i piaceri, i desiderj, le cognizioni di esso erano limitate dentro il piccolo cerchio del paterno suo campo; un bastone sosteneva i cadenti suoi passi su quel medesimo suolo, dove s'era trastullato nella puerizia. Pure anche quest'umile e rustica felicità (che Claudiano descrive con tanta verità e sentimento) fu esposta anch'essa all'indistinto furor della guerra. I suoi alberi, i vecchi alberi ad esso -contemporanei-[93] avevano ad ardere nell'incendio di tutto il paese; un distaccamento di Cavalleria Gotica dovea rovinare la sua capanna e famiglia: e la forza d'Alarico dovea distrugger quella felicità, ch'ei non era capace nè di gustare, nè di concedere. «La fama (dice il Poeta) battendo con terrore le sue ali, proclamò la marcia dell'esercito barbaro, ed empì di costernazione l'Italia»; crebbero i timori d'ogni individuo in proporzione delle proprie sostanze, ed i più timidi, che avevano già imbarcato i loro più valutabili effetti, meditavano di fuggire nell'isola di Sicilia, o alle coste dell'Affrica. L'angustia pubblica veniva aggravata dai timori e da' rimproveri della superstizione[94]. Ogni momento produceva qualche orrida novella di strani e portentosi accidenti. I Pagani deploravano la non curanza degli augurj, e l'interrompimento de' sacrifizj; ma i Cristiani traevan sempre qualche conforto dalla potente intercessione dei Santi, e dei Martiri[95]. L'Imperatore Onorio si distinse dai suoi sudditi per la superiorità del timore, ugualmente che per quella del grado. L'orgoglio ed il lusso, nel quale era stato educato, non gli avevan lasciato neppur sospettare, che sulla terra esistesse alcuna potenza tanto presuntuosa da turbare il riposo del successore d'Augusto. Gli artifizi dell'adulazione occultarono l'imminente pericolo, finattantochè Alarico avvicinossi al palazzo di Milano. Ma quando il suon di guerra ebbe svegliato il giovane Imperatore, invece di correre alle armi col coraggio, o anche colla temerità propria dell'età sua, diede ardentemente orecchio a que' timidi consiglieri, che proposero di trasferire la sacra persona di lui, ed i suoi fedeli Ministri a qualche sicuro e lontano quartiere nelle Province della Gallia. Il solo Stilicone[96] ebbe il coraggio, e l'autorità di resistere a questo disonorevole passo, che avrebbe abbandonato a' Barbari Roma e l'Italia; ma siccome le truppe Palatine ultimamente s'erano distaccate verso la frontiera della Rezia, ed il compenso delle nuove leve era lento e precario, il Generale d'Occidente potè solo promettere, che, se la Corte di Milano avesse mantenuto il suo posto nell'assenza di lui, egli sarebbe in breve tornato con un esercito capace di far fronte al re Goto. Senza perdere un momento di tempo (giacchè ogni momento era di tanta importanza per la salute pubblica), Stilicone s'imbarcò in fretta sul lago Lario, salì sopra montagne di ghiaccio e di neve nel rigore d'un inverno Alpino, ed immediatamente frenò coll'inaspettata sua presenza il nemico, che aveva turbato la tranquillità della Rezia[97]. I Barbari, probabilmente qualche tribù di Alemanni, rispettarono la fermezza d'un Capitano, che assumeva sempre il tuono del comando; e la scelta, ch'ei si degnò di fare di un ristretto numero della più valorosa lor gioventù, si risguardò come un segno della stima e del favore di esso. Le coorti, restate libere dal nemico vicino, con diligenza tornarono allo stendardo Imperiale, e Stilicone mandò i suoi ordini alle più lontane truppe dell'Occidente d'avanzare con rapide marce alla difesa d'Onorio e dell'Italia. Si abbandonarono le fortezze del Reno, e la salute della Gallia non era difesa, che dalla fede de' Germani, e dall'antico terrore del nome Romano. Fu chiamata frettolosamente[98] anche la legione, che era posta alla guardia della muraglia Britannica contro i Caledonj, ed un numeroso corpo di cavalleria degli Alani fu indotto ad arruolarsi al servizio dell'Imperatore, che ansiosamente aspettava il ritorno del suo Generale. Si resero celebri la prudenza ed il vigore di Stilicone in tal congiuntura, che nel tempo stesso mostrò la debolezza del cadente Impero. Le legioni di Roma, che da gran tempo languivano, decadendo a grado a grado la disciplina e il coraggio, furono esterminate dalle guerre Gotiche e civili; e fu impossibile, senza esaurire ed espor le Province, adunare un esercito in difesa dell'Italia. Quando parve, che Stilicone abbandonasse il suo Sovrano nello indifeso palazzo di Milano, aveva probabilmente calcolato il termine della sua assenza, la distanza del nemico, e gli ostacoli, che potean ritardarne la marcia. Contò principalmente su' fiumi d'Italia, come l'Adige, il Mincio, l'Oglio, e l'Adda, che nell'inverno o nella primavera, al cader delle piogge o allo struggersi delle nevi, comunemente si gonfiano in larghi ed impetuosi torrenti[99]. Ma accadde, che la stagione fu notabilmente secca; ed i Goti poterono senza impedimento veruno attraversare i larghi e pietrosi letti, il centro de' quali era debolmente segnato dal corso d'una piccola dose d'acqua. Il ponte ed il passaggio dell'Adda furono assicurati da un forte distaccamento dell'armata Gotica; e quando Alarico si avvicinò alle mura o piuttosto a' sobborghi di Milano, godè la superba soddisfazione di veder fuggire avanti di sè l'Imperator dei Romani. Onorio, accompagnato da un piccol treno di Ministri e di Eunuchi, precipitosamente si ritirò verso le Alpi col disegno di assicurare la sua persona nella città d'Arles, che spesso era stata la residenza reale de' suoi Predecessori. Aveva egli[100] appena passato il Po, che fu sopraggiunto dalla velocità della cavalleria Gotica[101]; onde l'urgente pericolo lo costrinse a cercare un temporaneo rifugio nella fortezza di Asti, città della Liguria o del Piemonte, situata sulle rive del Tanaro[102]. Il Re dei Goti subito formò ed instancabilmente strinse l'assedio di un'oscura piazza, che conteneva una preda sì ricca, e sembrava incapace di lungamente resistere; nè l'ardita dichiarazione, che in appresso potè fare l'Imperatore, che il suo petto non era mai stato suscettibile di timore, ebbe probabilmente gran credito neppure nella sua propria Corte[103]. Nell'ultima e quasi disperata estremità, dopo che i Barbari aveano già proposta un'indegna capitolazione, l'Imperial prigioniero ad un tratto fu liberato per la fama, per l'avvicinamento, e finalmente per la presenza dell'Eroe, che aveva sì lungamente aspettato. Stilicone, alla testa d'una scelta ed intrepida vanguardia, passò a nuoto l'Adda per guadagnare il tempo che avrebbe dovuto perdere nell'attacco del ponte; il passaggio del Po fu un'impresa di molto minore rischio e difficoltà; e la felice azione, con cui si fece strada pel campo Gotico alle mura di Asti, ravvivò le speranze, e vendicò l'onore di Roma. Il Barbaro, invece di cogliere il frutto di sua vittoria, fu appoco appoco investito per ogni parte dalle truppe dell'Occidente, che l'una dopo l'altra venivano da tutti i passi delle Alpi; i suoi quartieri furono ristretti; ne furono intercettati i convogli; e la vigilanza de' Romani preparavasi a formare una catena di fortificazioni, e ad assediare le linee degli assedianti. Adunossi un consiglio militare dei chiomati Capitani della nazione Gotica; di quei vecchi guerrieri, che avevano i corpi coperti di pelli, ed i fieri aspetti dei quali eran segnati d'onorevoli ferite. Essi ponderaron la gloria di persistere nell'impresa, confrontata col vantaggio d'assicurar la loro preda, ed approvarono il prudente partito d'un'opportuna ritirata. In quest'importante dibattimento, Alarico dimostrò il coraggio d'un conquistatore di Roma; e dopo d'aver rammentato ai suoi nazionali le illustri azioni già fatte, ed i loro disegni, concluse il suo animoso discorso con la solenne e positiva protesta, ch'egli avea risoluto di trovare in Italia un regno o un sepolcro[104]. [A. 403] La sconnessa disciplina de' Barbari gli esponeva sempre al pericolo d'una sorpresa; ma invece di scegliere le ore dissolute di libertinaggio e d'intemperanza, Stilicone risolvè di attaccare i Cristiani Goti mentre erano devotamente occupati nel celebrar la festa di Pasqua[105]. L'esecuzione dello stratagemma, o come fu chiamato dal Clero, del sacrilegio, fu affidata a Saul, Barbaro e Pagano, che però avea militato con distinta reputazione fra' veterani Generali di Teodosio. Il campo de' Goti, che Alarico avea piantato vicino a Pollenzia[106], fu posto in confusione dal subitaneo ed improvviso attacco della cavalleria Imperiale; ma in pochi momenti l'indomito genio del lor condottiero diede loro un ordine ed un campo di battaglia; ed appena si riebbero dalla sorpresa, la pia fiducia, che il Dio de' Cristiani avrebbe sostenuto la loro causa, battaglia, che fu lungamente sostenuta con ugual coraggio e buon successo, il Capo degli Alani, che in una piccola e selvaggia figura nascondeva un'anima generosa, provò la sospetta sua fedeltà collo zelo, con cui pugnò, e cadde in servigio della Repubblica; e si è conservata imperfettamente la fama di questo valoroso Barbaro nei versi di Claudiano, mentre il Poeta, che ne celebrò il raro valore, ha tralasciato di rammentarne il nome. Alla sua morte successe la fuga e la confusione degli squadroni, che comandava; e la disfatta d'un'ala della cavalleria avrebbe potuto decidere della vittoria in favor d'Alarico, se Stilicone subito non avesse condotto in campo la Romana e Barbara infanteria. La perizia del Generale, e la bravura dei soldati sormontò ogni ostacolo. Nella sera di quella sanguinosa giornata, i Goti si ritirarono dal campo di battaglia, le trincere del loro accampamento furono forzate, e la scena di rapina e di strage in qualche modo espiò le calamità, ch'essi aveano portato a' sudditi dell'Impero[107]. Le splendide spoglie d'Argo e di Corinto arricchirono i veterani dell'Occidente; la moglie d'Alarico, la quale aveva impazientemente richiesta la promessa delle gioie Romane e delle schiave Patrizie[108], fatta prigioniera, fu ridotta ad implorare la compassione dell'insultante nemico; e più migliaia di schiavi, liberati dalle catene de' Goti, sparsero per le Province dell'Italia le lodi dell'eroico loro liberatore. Il trionfo di Stilicone[109] fu paragonato dal Poeta, e forse dal Pubblico, a quello di Mario, che nell'istessa parte d'Italia aveva attaccato e distrutto un altro esercito di Barbari Settentrionali. Le grandi ossa, ed i vuoti elmi de' Cimbri e de' Goti potrebbero facilmente confondersi dalle successive generazioni; e la posterità potrebbe innalzare un trofeo comune alla memoria de' due più illustri Generali, che abbiano vinto sul medesimo memorabile suolo i due più formidabili nemici di Roma[110]. L'eloquenza di Claudiano[111] ha celebrato con prodigo applauso la vittoria di Pollenzia, una delle più gloriose giornata della vita del suo Signore; ma la ripugnante e parziale sua musa concede anche una più genuina lode al carattere del Re Goto. Il suo nome in vero è infamato dai vergognosi epiteti di pirata e di ladro, a' quali i conquistatori d'ogni secolo hanno sì giusto diritto: ma il Poeta di Stilicone è costretto a confessare, che Alarico godeva quell'invincibile qualità d'animo, che rende superiore ad ogni disgrazia, e trae dall'avversità sempre nuovi mezzi di risorgere. Dopo la total disfatta della sua infanteria, egli fuggì o piuttosto ritirossi dal campo di battaglia con la maggior parte della cavalleria salva ed intatta. Senza perdere un momento a compiangere l'irreparabil perdita di tanti suoi bravi compagni, lasciò che il vittorioso nemico stringesse in catene le schiave immagini d'un Re Goto[112]; ed arditamente risolvè d'aprirsi i mal guardati passi dell'Apennino, di sparger la desolazione sul fertile suolo della Toscana, o di vincere o di morire avanti le porte di Roma. Fu salvata la Capitale dall'attiva ed instancabile diligenza di Stilicone; ma egli rispettò la disperazione del nemico; ed invece di commettere il destino della Repubblica all'evento d'un'altra battaglia, propose di comprare l'assenza de' Barbari. Lo spirito d'Alarico avrebbe rigettato tali termini d'accordo, quali erano la permissione di ritirarsi e l'offerta d'una pensione, con disprezzo e con isdegno; ma esso esercitava solo un'autorità limitata o precaria sopra indipendenti Capitani, che l'avevano innalzato per servizio loro al di sopra de' suoi uguali; questi eran sempre meno disposti a seguitare un Generale infelice, e molti di loro eran tentati di provvedere al proprio interesse, mediante una privata negoziazione col ministro d'Onorio. Il Re si sottomise alla voce del suo popolo, ratificò il trattato coll'Impero Occidentale, e ripassò il Po con gli avanzi del florido esercito, che aveva condotto in Italia. Una considerabil parte dello forze Romane continuò tuttavia ad osservare i suoi movimenti; e Stilicone, che aveva una segreta corrispondenza con alcuni Capitani Barbari, fu puntualmente informato de' disegni, che si facevano nel campo, e nel consiglio d'Alarico. Il Re de' Goti, ambizioso di segnalare la sua ritirata con qualche splendido fatto, avea risoluto di occupare l'importante città di Verona, che domina il passo delle Alpi Rezie; e dirigendo la sua marcia pei territorj di quelle tribù Germaniche, l'alleanza delle quali avrebbe restaurato l'esausta sua forza, invadere dalla parte del Reno inaspettatamente le ricche Province della Gallia. Ignorando il tradimento, che avea già manifestato la sua ardita e giudiziosa intrapresa, s'avanzò verso i paesi delle montagne, ch'erano già stati occupati dallo truppe Imperiali, dove si trovò esposto ad un generale attacco nella fronte, ne' lati, e nella retroguardia. In questa sanguinosa azione, che seguì ad una piccola distanza dalle mura di Verona, la perdita de' Goti non fu meno grave di quella che avevan sofferto nella disfatta di Pollenzia; ed il loro valoroso Re, che scampò per la velocità del suo cavallo, avrebbe dovuto restare ucciso, o prigioniero, se la precipitosa temerità degli Alani non avesse sconcertato i disegni del Generale Romano. Alarico assicurò i residui del suo esercito sopra le vicine rupi; e si preparò con indomita fermezza a sostenere un assedio contro il numero superiore del nemico che l'investì da ogni lato. Ma non poteva egli opporsi al distruttivo progresso della fame e del disagio; nè gli era possibile di frenare la continua diserzione de' capricciosi ed impazienti suoi Barbari. In questa estremità trovò ancora nuovi ripieghi nel proprio coraggio, o nella moderazione del suo nemico; e risguardossi la ritirata del Re Goto come la liberazione dell'Italia[113]. Nonostante il Popolo ed anche il Clero, incapace di formare alcun ragionevol giudizio degli affari di pace e di guerra, pretese d'attaccar la politica di Stilicone, il quale tante volte circondò, e tante volte lasciò scappare l'implacabil nemico della Repubblica. Il primo momento della pubblica salvezza è consacrato alla gratitudine ed alla gioia; ma il secondo s'occupa diligentemente nell'invidia e nella calunnia[114]. [A. 404] I cittadini di Roma erano stati sorpresi dall'avvicinarsi d'Alarico; e la diligenza, con cui procurarono di risarcire le mura della Capitale, dimostrò i loro timori, e la decadenza dell'Impero. Dopo la ritirata dei Barbari, Onorio s'indusse ad accettare il rispettoso invito del Senato ed a celebrare nell'Imperial città l'epoca felice della vittoria Gotica, e del sesto suo consolato[115]. I sobborghi e le strade, dal ponte Milvio al Colle Palatino, eran piene del Popolo Romano, che nello spazio d'un secolo era stato solo tre volte onorato dalla presenza de' suoi Sovrani. Tenendo fissi gli occhi sul carro, dove Stilicone meritamente sedeva accanto al suo Reale pupillo, applaudivano essi alla pompa d'un trionfo, che non era macchiato, come quello di Costantino e di Teodosio, dal sangue civile. Passò la processione sotto un arco sublime, ch'era stato innalzato a quest'effetto: ma in meno di sette anni i Gotici conquistatori di Roma poteron leggere (se pure n'eran capaci) la superba inscrizione di quel monumento, che attestava la disfatta e distruzione totale della loro nazione[116]. L'Imperatore dimorò più mesi nella Capitale, ed ogni parte del suo contegno dimostrava la premura, che aveva di conciliarsi l'affezione del Clero; del Senato, e del Popolo di Roma. Il Clero fu edificato dalle frequenti visite, e dai generosi doni che fece alle Reliquie degli Apostoli. Il Senato che nella trionfal processione era stato liberato dalla umiliante ceremonia di precedere a piedi il carro Imperiale, fu trattato con quella decente riverenza, che Stilicone affettò sempre per quell'Assemblea. Il popolo fu più volte soddisfatto dall'attenzione e dalla cortesia d'Onorio ne' pubblici giuochi, che in quell'occasione si celebrarono con una magnificenza non indegna dello spettatore. Appena fu terminato il numero destinato delle corse de' cavalli, ad un tratto cangiossi la decorazione del Circo; la caccia delle fiere somministrò un vario e splendido divertimento; ed alla caccia successe una danza militare, che nella vivace descrizione di Claudiano somiglia la rappresentazione d'un moderno torneo. In questi giuochi d'Onorio, i crudeli combattimenti de' Gladiatori[117] macchiarono per l'ultima volta l'anfiteatro di Roma. Il primo Imperatore Cristiano può attribuirsi l'onore del primo editto, che condannò l'arte ed il piacere di spargere il sangue umano[118]; ma questa benefica legge non espresse che i desiderj del Principe, senza riformare un abuso inveterato che degradava un popolo culto sotto la condizione di selvaggi Cannibali. Ogni anno si trucidavano varie centinaia, e forse più migliaia di vittime nelle grandi città dell'Impero; ed il mese di Decembre, più specialmente consacrato ai combattimenti dei gladiatori, esibiva sempre agli occhi del Popolo Romano un grato spettacolo di sangue e di crudeltà. In mezzo all'universal gioia della vittoria di Pollenzia, un Poeta Cristiano esortò l'Imperatore ad estirpare con la sua autorità l'orribil costume, che sì lungamente avea resistito alla voce dell'umanità e della religione[119]. Le patetiche rappresentanze di Prudenzio furon meno efficaci del generoso ardire di Telemaco, monaco Asiatico, la morte del quale fu più vantaggiosa al genere umano, che la sua vita[120]. I Romani si adontarono in vedere interrotti i loro piaceri; e il coraggioso monaco, il quale era disceso nell'arena per separare i gladiatori, restò oppresso da un nuvol di sassi. Ma tosto calmossi la frenesia popolare; fu rispettata la memoria di Telemaco, che avea meritato gli onori del martirio; e si sottomisero senza remore alle leggi d'Onorio, che per sempre abolirono gli umani sacrifizj dell'anfiteatro. I cittadini, ch'erano attaccati a' costumi dei loro Maggiori, potevano forse insinuare, che si mantenevan gli ultimi avanzi d'uno spirito marziale in quella scuola di fortezza, la quale assuefaceva i Romani alla vista del sangue, ed al disprezzo della morte: vano e crudel pregiudizio, sì nobilmente smentito dal valore dell'antica Grecia e della moderna Europa[121]. [A. 494] Il recente pericolo, a cui s'era esposta la persona dell'Imperatore nell'indifeso palazzo di Milano, lo mosse a cercar un rifugio in qualche inaccessibil fortezza d'Italia, dove potesse restar sicuro, quando l'aperta campagna fosse coperta da un diluvio di Barbari. Sulla costa dell'Adriatico, circa dieci o dodici miglia lontano dalla più meridionale delle sette bocche del Po, i Tessali avevan fondato l'antica colonia di Ravenna[122], ch'essi poi abbandonarono a' nativi dell'Umbria. Augusto, che avea notato l'opportunità del luogo preparò alla distanza di tre miglia dall'antica Città, un Porto capace di ricevere dugento cinquanta navi da guerra. Tale stabilimento navale che conteneva gli arsenali, i magazzini, e le baracche delle Truppe insieme con le case degli artefici, trasse l'origine ed il nome dalla permanente dimora della flotta Romana: lo spazio intermedio fu tosto ripieno di fabbriche e di abitanti; ed i tre popolati ed estesi quartieri di Ravenna a grado a grado contribuirono a formare una delle più importanti città dell'Italia. Il principal canale d'Augusto conduceva una copiosa quantità di acque del Po per mezzo della città all'entratura del porto; le medesime acque s'introducevano in profonde fosse, che circondavano le mura; si distribuivano per mille canali minori in ogni parte della città, ch'essi dividevano in una quantità di piccole isole; se ne manteneva la comunicazione solo coll'uso dei battelli e de' ponti; e le case di Ravenna, la figura delle quali può paragonarsi a quelle di Venezia, erano alzate su fondamenti di pali di legno. La campagna addiacente, alla distanza di molte miglia, era una profonda ed impenetrabil palude; e l'artificiale sentiero, che univa Ravenna col Continente, potea facilmente guardarsi o distruggersi all'avvicinarsi d'un'armata nemica. Quelle paludi però erano sparse di vigne; e quantunque il terreno fosse esausto da quattro o cinque raccolte, la città godeva una più abbondante copia di vino, che d'acqua fresca[123]. L'aria, invece d'essere infettata dalle malsane, e quasi pestilenziali esalazioni de' bassi e pantanosi terreni, era distinta, come i contorni d'Alessandria, per la straordinaria sua purità e salubrità; e s'attribuiva questo singolar vantaggio a' flutti regolari dell'Adriatico, che purgavano i canali, impedivano l'insalubre stagnamento delle acque ed ogni giorno portavano nel centro di Ravenna i vascelli della vicina campagna. Il mare, appoco appoco ritirandosi, ha lasciato la moderna città alla distanza di quattro miglia dall'Adriatico; e fino dal quinto e sesto secolo dell'Era Cristiana, il porto d'Augusto fu convertito in amene piantazioni, ed un solitario bosco di pini cuoprì quel suolo, dove una volta la flotta Romana stava sulle ancore[124]. Anche tale alterazione contribuì ad accrescere la natural fortezza del luogo; e la bassezza delle acque faceva un sufficiente riparo contro le grosse navi dell'inimico. Questa situazion vantaggiosa fu inoltre fortificata dal travaglio e dall'arte; e l'Imperatore dell'Occidente, nel ventesimo anno dell'età sua, ansioso soltanto della propria personal sicurezza, ritirossi nel perpetuo confino delle mura e delle paludi di Ravenna. Fu imitato l'esempio d'Onorio da' Re Goti, suoi deboli successori, e di poi dagli Esarchi, i quali occuparono il trono ed il palazzo degl'Imperatori; e fino alla metà dell'ottavo secolo Ravenna fu risguardata come la sede del Governo e la Capitale dell'Italia[125]. [A. 400] I timori d'Onorio non erano senza fondamento, nè le sue precauzioni furono senz'effetto. Nel tempo che l'Italia si rallegrava per la sua liberazione dai Goti, eccitossi una furiosa tempesta fra le nazioni della Germania, che cederono all'irresistibile impulso, che sembra essere stato a grado a grado comunicato loro dall'estremità orientale del continente dell'Asia. Gli Annali Chinesi, nella maniera che si sono interpretati dalla dotta industria del presente secolo, possono utilmente applicarsi a scuoprir le segrete e remote cause della caduta dell'Imperio Romano. Quell'esteso tratto di paese, che è al settentrione della gran muraglia, dopo la fuga degli Unni fu occupato da' vittoriosi Sienpi, che alle volte si divisero in tribù indipendenti, ed alle volte si trovaron riuniti sotto un supremo Capo, finattantochè in ultimo, dandosi il nome di Topa o di Signori della Terra, acquistarono una maggiore stabilità, ed un potere più formidabile. In breve obbligarono essi le pastorali nazioni del deserto orientale a conoscere la superiorità delle loro armi; invasero la China in un tempo di debolezza e d'interna discordia; e questi fortunati Tartari, adottando le leggi ed i costumi del popolo vinto, fondarono un'Imperial Dinastia, che regnò quasi cento sessant'anni sulle province Settentrionali della Monarchia. Qualche generazione prima che salissero sul trono della China, uno dei Principi Topa aveva arrolato nella sua cavalleria uno schiavo, chiamato Moko, celebre pel suo valore; ma che fu indotto dal timore del gastigo o disertare, ed a vagare pel deserto alla testa di cento seguaci. Questa mano di ladri e di banditi divenne poi un campo, una tribù, un numeroso popolo distinto col nome di -Geougen-; ed i posteri di Moko lo schiavo, ereditarj lor Capitani, presero posto fra i Monarchi della Scizia. Toulun, che fu il più grande fra i discendenti di esso, esercitò la sua gioventù in quelle avversità che sono la scuola degli Eroi. Combattè valorosamente con la fortuna, ruppe l'imperioso giogo del Topa, e divenne il legislatore della sua nazione, ed il conquistatore della Tartaria. Distribuì le sue truppe in corpi regolari di cento e di mille uomini; i codardi erano lapidati; si proponevano gli onori più splendidi come premj del valore, e Toulun, abbastanza instrutto per non curare il saper della China, non adottò che quelle arti e quegl'instituti, che favorivano lo spirito militare del suo Governo. Piantava nella state le sue tende sulle fertili rive del Selinga, trasportandole nell'inverno ad una latitudine più meridionale. S'estendevano le sue conquiste dalla Corea fino al di là del fiume Irtish. Vinse nella regione al norte del mar Caspio la nazione degli Unni; ed il nuovo titolo di -Kan- o -Cagan-, indicò la fama ed il potere che trasse da questa memorabil vittoria[126]. [A. 405] Resta interrotta o piuttosto celata la catena degli avvenimenti, quando si passa dal Volga alla Vistola per l'oscuro spazio, che separa gli estremi confini della geografia Chinese e Romana. Pure l'indole de' Barbari e l'esperienza delle posteriori emigrazioni abbastanza dimostrano, che gli Unni, i quali erano oppressi dalle armi dei Geougensi, dovetter sottrarsi ben presto dalla presenza d'un insultante vincitore. I paesi verso il Ponto Eussino erano già occupati dalle tribù loro congiunte, e la precipitosa loro fuga, che tosto si convertì in un audace assalto, doveva più naturalmente dirigersi verso le ricche ed uguali pianure, per le quali la Vistola piacevolmente scorre verso il mar Baltico. Dovè il Settentrione di nuovo esser commosso ed agitato dall'invasione degli Unni; e le nazioni, che fuggivan da loro, doveron posarsi con grave peso sui confini della Germania[127]. Gli abitanti di quelle regioni, che gli antichi hanno assegnato agli Svevi, a' Vandali, ed ai Borgognoni, poteron prendere la risoluzione d'abbandonare a' fuggitivi della Sarmazia le loro foreste e lagune, o almeno di scaricare la superflua loro popolazione nelle Province del Romano Impero[128]. Circa quattr'anni dopo che il vittorioso Toulun aveva preso il titolo di Kan dei Geougensi, un altro Barbaro, cioè il superbo Rodogasto, o Radagaiso[129] marciò dall'estremità settentrionali della Germania quasi fino alle mura di Roma, lasciò gli avanzi del suo esercito a terminare la distruzione dell'Occidente. I Vandali, gli Svevi ed i Borgognoni formavano il corpo di questa formidabile armata; ma gli Alani, che avevan trovato un cortese accoglimento nelle nuove loro abitazioni, aggiunsero un'attiva cavalleria alla grave infanteria dei Germani; e gli avventurieri Gotici corser con tanto ardore alle bandiere di Radagaiso, che alcuni storici lo hanno chiamato Re de' Goti. Facevan pompa nella vanguardia dodicimila guerrieri, distinti dal volgo per la nobile nascita o per le valorose lor geste[130]; e tutta la moltitudine, che non era minore di dugentomila combattenti, aggiuntevi lo donne, i fanciulli, e gli schiavi, poteva montare sino al numero di quattrocentomila persone. Venne questa terribile emigrazione dalla medesima costa del Baltico, dalla quale uscirono le migliaia di Cimbri e di Teutoni ad assaltar Roma e l'Italia nel vigor della Repubblica. Dopo la partenza di quei Barbari, il nativo loro paese, in cui si vedevano i vestigi di lor grandezza, come grosse mura, e moli gigantesche[131], fu per qualche secolo ridotto ad una vasta ed arida solitudine, finattantochè non fu rinnovata la specie umana dalla forza della generazione, e non fu ripieno quel vôto dal concorso di nuovi abitanti. Anche le nazioni, che presentemente usurpano un'estension di terreno, che non son capaci di coltivare, sarebber tosto soccorse dall'industriosa povertà dei loro vicini, se il governo dell'Europa non proteggesse i diritti, del dominio e della proprietà. [A. 406] Era in quel tempo tanto precaria ed imperfetta la corrispondenza delle nazioni fra loro, che potevano ignorarsi nella Corte di Ravenna le rivoluzioni del Norte, finattantochè l'oscura nube, che si era ammassata lungo la costa del Baltico, scoppiò in fulmine sulle rive dell'alto Danubio. L'Imperator dell'Occidente si contentava d'essere occasione e spettator della guerra[132], se pure i suoi ministri arrischiavansi di disturbarne i piaceri con le nuove dell'imminente pericolo. Affidavasi la salute di Roma a' consigli ed alla spada di Stilicone; ma tanto era debole ed esausto lo staio dell'Impero, che era impossibile di risarcire le fortificazioni del Danubio, o d'impedire con un vigoroso sforzo l'invasione de' Germani[133]. Le speranze del vigilante Ministro d'Onorio si limitavano alla difesa dell'Italia. Egli abbandonò un'altra volta le Province; richiamò le truppe; fece nuove leve, che furono rigorosamente cercate, e con pusillanimità deluse; impiegò i più efficaci mezzi per ritenere o allettare i disertori; ed offerì la libertà ed il donativo di due monete d'oro a tutti gli schiavi, che si fossero arrolati alla milizia[134]. Con questi sforzi a gran fatica raccolse dai sudditi d'un grand'Impero un esercito di trenta o quarantamila uomini, che al tempo di Scipione o di Camillo si sarebbe ad un tratto formata dai cittadini liberi del territorio di Roma[135]. Le trenta legioni di Stilicone furono rinforzate da un grosso corpo di Barbari ausiliari; i fedeli Alani erano personalmente attaccati al suo servigio; e le truppe degli Unni e de' Goti, che marciavano sotto le bandiere dei nativi lor principi Uldino e Saro, venivano animate dall'interesse e dall'ira ad opporsi all'ambizione di Radagaiso. Il Re dei confederati Germani senza resistenza passò le Alpi, il Po e l'Apennino, lasciando da una parte l'inaccessibil palazzo d'Onorio, sepolto con sicurezza fra' pantani di Ravenna, e dall'altra il campo di Stilicone, che avea stabilito il suo principal quartiere a Ticino o a Pavia; ma che sembra scansasse una decisiva battaglia, finattantochè non avesse adunato le distanti sue forze. Molte città dell'Italia furon saccheggiate o distrutte, e l'assedio di Firenze fatto da Radagaiso[136] è uno dei più antichi avvenimenti nell'istoria di quella celebre Repubblica, la fermezza della quale frenò e sospese l'imperito furore de' Barbari. Tremò il Senato ed il Popolo all'avvicinarsi che fecero alla distanza di cento cinquanta miglia da Roma; ed ansiosamente paragonarono essi il pericolo che avevan passato, co' nuovi rischi a' quali trovavansi esposti. Alarico era Cristiano e soldato; condottiere d'un esercito disciplinato; esso intendeva le leggi della guerra, rispettava la santità dei trattati, ed avea conversato famigliarmente coi sudditi dell'Impero nei medesimi campi e nelle Chiese medesime. Il selvaggio Radagaiso non conosceva i costumi, la religione, e neppure il linguaggio delle nazioni civilizzate del Mezzodì. Accrescevasi la fierezza della sua natura da una crudele superstizione, e generalmente credevasi, che si fosse obbligato con un solenne voto a ridur la città in un mucchio di sassi e di cenere, ed a sacrificare i Romani Senatori più illustri sugli altari di quegli Dei, che si placavano per mezzo del sangue umano. Il pubblico pericolo, che avrebbe dovuto riconciliare tutte le domestiche animosità, scuoprì l'incurabil pazzia d'una religiosa fazione. Gli oppressi adoratori di Mercurio e di Giove nell'implacabil nemico di Roma rispettavano il carattere di devoto Pagano: altamente dichiaravano, che più temevano i sacrifizi che le armi di Radagaiso: e segretamente godevano della calamità della patria, le quali condannavano la fede de' Cristiani loro avversari[137]. [A. 406] Firenze fu ridotta all'ultima estremità, ed il coraggio dei cittadini, che già mancava, non fu sostenuto che dall'autorità di S. Ambrogio, che in sogno aveva avuto la promessa della pronta liberazion loro[138]. Ad un tratto essi videro dalle mura le bandiere di Stilicone, che s'avanzava con le unite sue forze in sollievo della fedele città, e che tosto destinò quel fatal luogo per sepoltura del Barbaro esercito. Possono conciliarsi le apparenti contraddizioni di quegli scrittori, che riferiscono in diverse maniere la disfatta di Radagaiso, senza far molta violenza alle rispettive loro testimonianze. Orosio ed Agostino, ch'erano intimamente connessi per amicizia e per religione, attribuiscono questa miracolosa vittoria piuttosto alla Providenza divina, che al valor umano[139]. Essi rigorosamente escludono qualunque idea di eventualità, o anche di spargimento di sangue, e positivamente affermano, che i Romani, il campo de' quali era un teatro d'abbondanza e d'oziosità, godevano delle angustie de' Barbari, che lentamente spiravano sulla scoscesa e nuda cima de' colli di Fiesole, che s'innalzano sopra la città di Firenze. Si può con tacito disprezzo riguardare la stravagante loro asserzione, che neppure un soldato dell'esercito Cristiano restasse ucciso o ferito; ma il resto della narrazione d'Agostino e d'Orosio è coerente allo stato della guerra ed al carattere di Stilicone. Sapendo, ch'ei comandava l'-ultimo- esercito della Repubblica, la sua prudenza non gli permetteva d'esporlo in campo aperto all'ostinata furia dei Germani. Il metodo di circondare il nemico con forti linee di circonvallazione, che per due volte aveva impiegato contro il Re Goto, fu replicato più estesamente in quest'occasione, e con più notabile effetto. Gli esempi di Cesare dovevano esser famigliari anche a' più ignoranti guerrieri di Roma; e le fortificazioni di Dirrachio, che riunivano insieme ventiquattro castelli per mezzo d'un perpetuo fosso e riparo di quindici miglia, davano il modello d'un trinceramento, che potea circondare ed affamar l'esercito più numeroso di Barbari[140]. Le truppe Romane avevano degenerato meno dall'industria che dal valore dei loro antichi; e se l'opera servile e laboriosa offendeva l'orgoglio de' soldati, la Toscana potea supplir più migliaia di contadini, che avranno lavorato, quantunque non avrebbero forse combattuto per la salute della patria. La moltitudine dei cavalli e degli uomini[141], chiusi prigionieri, fu appoco appoco distrutta più dalla fame che dalla spada; ma nel progresso d'un'operazione così estesa i Romani furono esposti ai frequenti attacchi d'un impaziente nemico. La disperazione degli affamati Barbari gli faceva precipitare contro le fortificazioni di Stilicone; il Generale potè qualche volta condiscendere all'ardore dei suoi bravi ausiliari, che ardentemente lo stimolavano ad assaltare il campo de' Germani; e questi varj accidenti probabilmente produssero gli aspri e sanguinosi conflitti, che adornano la narrazione di Zosimo, e le croniche di Prospero e di Marcellino[142]. Era stato introdotto nelle mura di Firenze un opportuno soccorso di uomini e di provvisioni; e l'affamato esercito di Radagaiso a vicenda restò assediato. L'orgoglioso Monarca di tante guerriere nazioni, dopo la perdita dei suoi più bravi soldati, fu ridotto a confidare o nell'osservanza d'una capitolazione o nella clemenza di Stilicone[143]. Ma la morte del prigioniero reale, che fu ignominiosamente decapitato, disonorò il trionfo di Roma e del Cristianesimo; ed il breve indugio della sua esecuzione fu sufficiente a macchiare il vincitore della colpa d'una fredda e deliberata crudeltà[144]. Gli affamati Germani, che scamparono dal furore degli ausiliari, si venderono come schiavi al vil prezzo d'una moneta d'oro per ciascheduno: ma la differenza del cibo e del clima tolse di mezzo una gran parte di quegli infelici stranieri: e fu osservato, che gl'inumani compratori, invece di cogliere il frutto della loro fatica, furono in breve obbligati a provvedere alla spesa della lor sepoltura. Stilicone informò l'Imperatore ed il Senato del suo buon successo, e meritò per la seconda volta il glorioso titolo di liberator dell'Italia[145]. [A. 406] La fama della vittoria, e specialmente del miracolo ha favorito una vana persuasione, che tutta l'armata, o piuttosto la nazione dei Germani, che emigrò dai lidi del Baltico, fosse miserabilmente perita sotto le mura di Firenze. Tale in vero fu il destino di Radagaiso medesimo, dei suoi bravi e fedeli compagni, e di più d'un terzo della varia moltitudine di Svevi e di Vandali, di Alani e di Borgognoni, che rimasero attaccati allo stendardo del lor Generale[146]. Può eccitare la nostra sorpresa l'unione di tale armata; ma ovvie sono e ben forti le cause di separazione, come l'orgoglio della nascita, l'insolenza del valore, la gelosia del comando, l'intolleranza della subordinazione, e l'ostinato - , . - 1 2 ' 3 ' , . 4 5 [ ] ; 6 , , . 7 . 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