-O patribus plebes, o digni consule patres.-
Egli è curioso d'osservare i primi sintomi della gelosia e dello scisma
fra l'antica e la nuova Roma, fra i Greci ed i Latini.
[37] Può Claudiano aver esagerato i vizi di Gildone; ma la Mauritana di
lui origine, le sue notorie azioni, e le querele di S. Agostino possono
giustificar lo invettive del Poeta. Il Baronio (-annal. an. 398. n. 35.
56.-) ha trattato della ribellione Affricana con abilità ed erudizione.
[38]
-Instat terribilis vivis, morientibus haeres,-
-Virginibus raptor, thalamis obscenus adulter.-
-Nulla quies: oritur praeda cessante libido,-
-Divitibusque dies, et nox metuenda maritis.-
-.... Mauris clarissima quaeque-
-Fastidita datur-...
Il Baronio condanna tanto più severamente la licenziosità di Gildone,
che la moglie, la figlia e la sorella di esso erano esempi di perfetta
castità. Una legge Imperiale raffrena gli adulterj dei soldati
Affricani.
[39] -Inque tuam sortem numerosas transtulit urbes.- Claudiano (-de
Bell. Gildonic. 230-324-) ha toccato con politica delicatezza
gl'intrighi della Corte Bizantina, de' quali fa menzione anche Zosimo
(l. V. p. 302).
[40] Simmaco (-l. IV. epist. 4-) esprime le formalità giudiciali del
Senato; e Claudiano (-Cons. Stilic. l. I. 325 ec. -) sembra respirare il
coraggio Romano.
[41] Claudiano delicatamente spiega questi lamenti di Simmaco in un
discorso della Dea di Roma avanti al trono di Giove (-de Bell. Gild.
28-128-).
[42] Vedi Claudiano -in Eutrop. l. I. 401. ec. I. Cons. Stil. l. I. 306.
II. Cons. Stil. 91 ec.-
[43] Egli era d'età matura, poichè antecedentemente (an. 373) avea
militato con Firmo suo fratello (Ammiano XXIX. 5). Claudiano, che
conosceva la Corte di Milano si fermò nelle ingiurie piuttosto che ne'
meriti di Mascezel (-de Bell. Gild. 389-414-). La guerra Mauritana non
era degna d'Onorio o di Stilicone ec.
[44] Claudian. -Bell. Gild. 415, 423-. Il cangiamento della disciplina
indifferentemente gli permetteva d'usare i nomi di -Legione-, di
-Coorte-, di -Manipolo-. Vedi -Not. Imper. l. 38. 40. -
[45] Orosio (l. VII. c. 36. p. 563) aggiugne a questo racconto
un'espressione di dubbio (-ut ajunt-) e ciò difficilmente si combina
quella di Δυναμεις αδρας -numerose forze-, di Zosimo (l. V. p.
303). Pure Claudiano dopo qualche declamazione intorno ai soldati di
Cadmo, francamente confessa, che Stilicone mandò un piccolo esercito,
per timore che il ribello fuggisse; -ne timere timeas- I. -Cons.
Stilich. l. I. 314-.
[46] Claud. Rutil. Numatian. -Itiner.- l. 439-448. Egli di poi fa
menzione (515-526) di un religioso pazzo nell'Isola di Gorgona. Per tali
profane osservazioni Rutilio e i suoi seguaci son chiamati dal suo
comentatore Batthio -rabiosi canes diaboli-. Il Tillemont (-Mem. Eccl.
Tom. XII. p. 42-) più tranquillamente osserva, che l'incredulo poeta
loda quanto intende di censurare.
[47] Orosio l. VII. c. 36. p. 564. Agostino celebra due di questi Santi
dell'Isola delle Capre, -Epist. 81. ap. Tillem. Mem. Eccl. Tom. XIII. p.
317 e Baron. annal. Eccl. n. 398 num. 51.-
[48] Qui termina il primo libro della guerra Gildonica. Il testo del
poema di Claudiano è perduto; e non sappiamo, come o dove l'armata
prendesse terra nell'Affrica.
[49] Orosio dev'essere responsabile di tal racconto. La presunzione di
Gildone, e le sue varie truppe di Barbari son rammentate da Claudiano
(I. -Cons. stil. l. 345-955-).
[50] S. Ambrogio, che era morto circa un anno avanti, rivelò in una
visione il tempo ed il luogo della vittoria. Di poi Mascezel raccontò il
suo sogno a Paolino, scrittore originale della vita del Santo, dal quale
potè facilmente passare tal notizia ad Orosio.
[51] Zosimo (l. V. p. 303) suppone un ostinato combattimento; ma la
narrazione d'Orosio par che occulti un fatto reale sotto la maschera
d'un miracolo.
[52] Trabaca è situata fra le due Ippone (Cellar. Tom. II. P. 2. p. 212.
Danville Tom. III. p. 84). Orosio ha nominato distintamente il campo di
battaglia; ma la nostra ignoranza non può stabilirne la precisa
situazione.
[53] La morte di Gildone s'esprime da Claudiano (-I. Cons. Stil. p.
357-), e dai suoi migliori interpreti, Zosimo ed Orosio.
[54] Claudiano (II. -Cons. Stilich. 99-119-) descrive il loro processo
(-tremuit quos Africa nuper, cernunt rostra reos-) ed applaudisce al
ristabilimento dell'antica costituzione. Qui è dove introduce quella
celebre sentenza, tanto familiare agli amici del dispotismo: -numquam
libertas gratior extat, quam sub Rege pio-..... Ma la libertà, che
dipende dalla pietà regale, appena merita questo nome.
[55] Vedi -il Cod. Teod. lib. IX. Tit. XXXIX. leg. 3. tit. XL. l. 19.-
[56] Stilicone, che pretendeva un'egual parte in tutte le vittorie di
Teodosio e del suo figlio, particolarmente asserisce, che l'Affrica fu
ricuperata per la saviezza dei suoi consigli. Vedi un'iscrizione
prodotta dal Baronio.
[57] Ho addolcito la narrazione di Zosimo, che nella sua cruda
semplicità è quasi incredibile (l. V. p. 303). Orosio condanna il
vittorioso Generale (p. 538) per aver violato il diritto del Santuario.
[58] Claudiano, come poeta laureato, compose un elaborato e serio
epitalamio di 340 versi, oltre a varie giocose Fescennine, che si
cantarono in tuono più licenzioso nella notte del maritaggio.
[59]
-.... Calet obvius ire-
-Jam Princeps, tardumque cupit discedere solem.-
-Nobilis haud aliter sonipes....-
(De nupt. Hon. et Mariae 287) e più liberamente nelle Fescennine
(112-126).
-Dices, o quoties mihi dulcius-
-Quam flavos decies vincere Sarmatas-
· · · · · · · · · · · · · · · ·
-Tum victor madido prosilias toro-
-Nocturni referent vulnera praelii.-
[60] Vedi Zosimo t. V. p. 333.
[61] Procop. -de Bell. Gothico l. I. c. II-. Io ho preso la pratica
generale d'Onorio, senz'adottare la strana e veramente improbabil
novella, riferita dall'istorico Greco.
[62] Le lezioni di Teodosio, o per meglio dir di Claudiano (IV. -Cons.
Honor. 214-418-) potrebber formare una bella istruzione pel futuro
Principe di una libera e vasta nazione. Ma questa era troppo superiore
ad Onorio ed a' depravati suoi sudditi.
CAPITOLO XXX.
-Ribellione dei Goti. Saccheggian la Grecia. Due grandi
invasioni nell'Italia, fatte da Alarico e da Radagaiso. Sono
essi rispinti da Stilicone. I Germani invadon la Gallia.
Usurpazione di Costantino in Occidente. Disgrazia e morte di
Stilicone.-
[A. 395]
Se i sudditi di Roma avesser potuto ignorare le obbligazioni, che
dovevano al Gran Teodosio, si sarebber tosto convinti della penosa
difficoltà, con cui lo spirito e l'abilità del loro defonto Imperatore
avea sostenuto il fragile e cadente edifizio della Repubblica. Esso morì
nel mese di Gennaio; e prima che finisse l'inverno dell'istesso anno, la
nazione de' Goti avea preso le armi[63]. I Barbari ausiliarj alzarono
l'indipendente loro stendardo; ed arditamente dichiararono le ostili
intenzioni, che avevan lungo tempo nutrite nelle feroci lor menti. I lor
nazionali, che per le condizioni dell'ultimo trattato erano stati
condannati ad una vita di tranquillità e di fatica, abbandonarono al
primo suono di tromba le loro possessioni, e con ardore ripresero le
armi, che avevan contro voglia posate. Si rovesciarono gli ostacoli del
Danubio; uscirono dalle lor foreste i selvaggi guerrieri della Scizia; e
lo straordinario rigor dell'inverno somministrò al poeta l'osservazione,
che «traevano i gravi lor carri sul largo e gelato dosso dello sdegnante
fiume[64].» Gl'infelici abitanti delle Province meridionali del Danubio
si sottomisero alle calamità, che nel corso di vent'anni eran divenute
quasi famigliari alla loro immaginazione, e le varie truppe di Barbari,
che si gloriavan del nome Gotico, confusamente si sparsero da' selvosi
lidi della Dalmazia fino alle mura di Costantinopoli[65].
L'interrompimento o almeno la diminuzione del sussidio che i Goti aveano
ricevuto dalla prudente liberalità di Teodosio, fu lo specioso pretesto
della lor ribellione; s'accrebbe l'affronto pel disprezzo che
dimostrarono verso gl'imbelli figliuoli di Teodosio; e ne fu infiammato
lo sdegno dalla debolezza o perfidia del ministro d'Arcadio. Le
frequenti visite, che Ruffino faceva al campo dei Barbari, dei quali
affettava d'imitar le armi e le vesti, si riguardavano come una prova
bastante della rea corrispondenza di lui; ed il pubblico nemico, per un
motivo di gratitudine o di politica, nella generale devastazione avea
cura di risparmiare i beni privati dell'odioso Prefetto. I goti, invece
d'esser mossi dalle cieche e capricciose passioni dei lor Capitani,
erano allora diretti dall'audace ed artificioso genio d'Alarico. Questo
famoso condottiero discendeva dalla nobile stirpe dei Balti[66], che non
cedeva, che alla sola famiglia reale degli Amali. Ei chiese il comando
delle armi Romane; e la Corte Imperiale lo provocò a dimostrar la follia
del rifiuto, e l'importanza di perderlo. Per quante speranze potesse
avere della conquista di Costantinopoli, il giudizioso Generale tosto
abbandonò una non eseguibile impresa. L'Imperator Arcadio, in mezzo ad
una Corte divisa in vari partiti e ad un popolo malcontento, fu
atterrito dall'aspetto delle armi Gotiche, ma alla mancanza d'abilità e
di valore supplì la forza della città; e le fortificazioni, sì di terra
che di mare, poteron sicuramente disfidare gl'impotenti e fortuiti dardi
dei Barbari. Alarico sdegnò di più trattenersi negli abbattuti e
rovinati paesi della Tracia e della Dacia, e risolvè di cercare
un'abbondante messe di fama e di ricchezze in una provincia, che fin
allora scampato aveva i disastri della guerra[67].
[A. 396]
Il carattere degli Uffiziali civili e militari, che Ruffino avea posti
al governo della Grecia confermò il pubblico sospetto, ch'egli avesse
aperto per tradimento l'antica sede della libertà e del sapere al Gotico
invasore. Il Proconsole Antioco era l'indegno figlio di un rispettabile
padre; e Geronzio, che comandava le truppe della provincia, era meglio
idoneo ad eseguire gli opprimenti ordini di un tiranno, che a difendere
con abilità e coraggio un paese, con la maggior diligenza fortificato
dalla mano della natura. Alarico avea traversato senza resistenza le
pianure della Macedonia e della Tessaglia fino a piè del monte Oeta,
aspra e selvosa catena di colli quasi impenetrabile alla sua cavalleria.
Questi estendevansi da Levante a Ponente fino al lido del mare; e
lasciavan di mezzo fra il precipizio ed il golfo Maleo uno spazio di
trecento piedi, che in alcuni luoghi era ristretto ad una strada capace
d'ammettere un solo carro per volta[68]. In quell'angusto passo delle
Termopile, dove Leonida ed i trecento Spartani avevan gloriosamente
sacrificato le loro vite, i Goti potevano essere arrestati o distrutti
da un abile Generale, e forse la vista di quel sacro luogo avrebbe
potuto accendere alcune scintille di militare ardore nei petti de' Greci
degenerati. Le truppe ch'erano state poste alla difesa dello stretto
passo delle Termopile, si ritirarono, secondo gli ordini, senza neppure
tentar d'impedire il rapido e sicuro passaggio d'Alarico[69]; e le
fertili campagne della Focide e della Beozia furono immediatamente
coperte da un diluvio di Barbari, che uccidevano i maschi in età di
portar le armi, e rapivan le belle femmine con le spoglie ed i bestiami
degl'incendiati villaggi. I viaggiatori, che passarono per la Grecia
molti anni dopo, facilmente ravvisavano le profonde e sanguinose tracce
della marcia dei Goti; e Tebe fu meno debitrice della propria
conservazione alla forza delle sue sette porte, che all'ardente fretta
d'Alarico, che s'avanzò ad occupare la città d'Atene e l'importante
porto del Pireo. L'istessa impazienza lo spinse a toglier la dilazione
ed il pericolo di un assedio coll'offerta di una capitolazione, ed
appena gli Ateniesi udiron la voce dell'araldo Goto, che facilmente
s'indussero a dare la maggior parte delle loro ricchezze per riscatto
della città di Minerva, e de' suoi abitanti. Si ratificò il trattato con
solenni giuramenti, ed osservossi con reciproca fedeltà. II Principe
Goto, con un piccolo e scelto seguito, fu ammesso dentro le mura; egli
fece uso del bagno, accettò uno splendido banchetto preparatogli dal
magistrato ed affettò di mostrare, che non gli erano ignoti i costumi
delle civili nazioni[70]. Ma tutto il territorio dell'Attica, dal
promontorio di Sunio fino alla città di Megara, fu rovinato dalla
funesta di lui presenza; e se possiamo servirci del paragone di un
Filosofo contemporaneo, Atene medesima rassomigliava alla sanguinosa e
vota pelle di una vittima uccisa. La distanza fra Megara e Corinto non
poteva eccedere molto lo spazio di trenta miglia; ma la -mala via-, nome
esprimente che tuttavia essa porta fra i Greci, era o potea rendersi
inservibile per lo marcia di un nemico. I folti ed oscuri boschi del
monte Citero cuoprivano l'interno del paese; gli scogli Scironj
s'avvicinavano alla superficie dell'acqua, e stavan pendenti sopra il
tortuoso e stretto sentiero, che durava più di sei miglia lungo il lido
del mare[71]. Il passo di quelle rupi, tanto famoso in ogni secolo, si
terminava dall'istmo di Corinto; ed un piccolo corpo di fermi ed
intrepidi soldati avrebbe potuto felicemente difendere un temporaneo
trinceramento di cinque o sei miglia dal mare Jonio all'Egeo. La
fiducia, che avevano le città del Peloponneso nella naturale loro
difesa, le aveva indotte a trascurare le antiche lor mura; e l'avarizia
dei Romani Governatori aveva esaurito e tradito l'infelice
provincia[72]. Corinto, Argo e Sparta cederono senza resistenza alle
armi dei Goti; ed i più fortunati degli abitanti si liberarono con la
morte dal vedere la schiavitù delle proprie famiglie, e l'incendio delle
loro città[73]. I vasi e le statue furon distribuite fra' Barbari con
più riguardo al valore della materia, che all'eleganza dell'opera; le
schiave furon sottoposte alle leggi della guerra; il godimento della
beltà fu il premio del valore, ed i Greci non avevan ragion di dolersi
di un abuso, che veniva giustificato dall'esempio dei tempi eroici[74].
I discendenti di quel popolo straordinario, che aveva risguardato il
valore e la disciplina come le mura di Sparta, non si rammentavano più
della generosa risposta, che diedero i loro antichi ad un invasore più
formidabile d'Alarico. «Se tu sei un Dio, non farai danno a quelli che
non ti hanno mai offeso, se sei un uomo, avanzati pure..., e troverai
degli uomini uguali a te stesso[75]». Il condottiero de' Goti proseguì
la vittoriosa sua marcia dalle Termopile a Sparta senza incontrare alcun
antagonista mortale; ma uno degli avvocati dello spirante Paganesimo ha
confidentemente asserito, che le mura d'Atene eran guardate dalla Dea
Minerva col formidabile suo Egide, e dall'irata immagine d'Achille[76]:
e che il conquistatore fu sconcertato dalla presenza delle ostili
Divinità della Grecia. In un secolo di miracoli non sarebbe forse giusto
il disputare all'istorico Zosimo il diritto al benefizio comune; pure
non può dissimularsi, che la mente d'Alarico era mal preparata a
ricevere, o dormendo o vegliando, le impressioni della Greca
superstizione. I canti d'Omero e la fama d'Achille non eran
probabilmente mai giunti all'orecchio dell'ignorante Barbaro; e la fede
Cristiana, ch'egli aveva devotamente abbracciato, l'ammaestrò a
disprezzare le immaginarie Divinità di Roma e d'Atene. L'invasione dei
Goti, in cambio di vendicare l'onore del Paganesimo, contribuì, almeno
accidentalmente, ad estirparne gli ultimi avanzi; ed i misteri di
Cerere, ch'eran durati ottocent'anni, non sopravvissero alla distruzione
d'Eleusi, ed alle calamità della Grecia[77].
[A. 397]
L'ultima speranza di un popolo, che non potea più contare nè sulle armi,
nè sugli Dei, nè sul Sovrano del proprio paese, era collocata nel
potente aiuto del Generale d'Occidente; e Stilicone, a cui non era stato
permesso di rispingere gl'invasori della Grecia, s'avanzò a
castigarli[78]. Fu allestita una numerosa flotta nei porti d'Italia; e
le truppe, dopo una breve e prospera navigazione, sul mar Jonio, vennero
sbarcate felicemente sull'Istmo, vicino alla rovina di Corinto. Il
montano e selvoso paese d'Arcadia, favolosa residenza di Pane e delle
Driadi, divenne la scena di una lunga e dubbiosa battaglia fra due
Generali, non indegni l'uno dell'altro. Finalmente prevalse l'abilità e
la perseveranza del Romano; ed i Goti, dopo una considerabile perdita
per causa del disagio e della diserzione, appoco appoco si ritirarono
all'alta montagna di Foloe, vicino alla sorgente del Peneo, sulle
frontiere d'Elide, sacra provincia, che prima era stata esente dalle
calamità della guerra[79]. Fu immediatamente assediato il campo dei
Barbari: si voltarono in altra parte le acque del fiume[80]; e mentre
soggiacevano essi alle intollerabili angustie della sete e della fame,
si formò una forte linea di circonvallazione per impedirne la fuga. Dopo
tali cautele Stilicone, troppo fidandosi della vittoria, si ritirò a
godere del suo trionfo nei giuochi scenici, e nelle lubriche danze dei
Greci; i suoi soldati, abbandonando gli stendardi, si sparsero pel paese
dei loro alleati, ch'essi spogliarono di tutto quello, che s'era potuto
salvare dalle mani rapaci dell'inimico. Sembra che Alarico prendesse il
favorevol momento per eseguire una di quelle ardite imprese, nelle quali
spicca l'abilità d'un Generale con maggior lustro, che nel tumulto di
una giornata di battaglia. Per liberarsi dalla prigione del Peloponeso,
dovè sforzare i trinceramenti che circondavano il proprio campo; fare
una difficile e pericolosa marcia di trenta miglia fino al golfo di
Corinto, e trasportare le sue truppe, gli schiavi e le spoglie sopra un
braccio di mare, che nel più angusto intervallo fra Rio e l'opposto
lido, e largo almeno mezzo miglio[81]. Le operazioni d'Alarico dovettero
essere segrete, prudenti e rapide, poichè il Generale Romano restò
confuso, quando seppe che i Goti, i quali avevan deluso i suoi sforzi,
erano in possesso dell'importante provincia dell'Epiro. Quest'infelice
dilazione concesse ad Alarico tempo abbastanza per concludere il
trattato, che segretamente maneggiava co' Ministri di Costantinopoli. Il
timor d'una guerra civile obbligò Stilicone a ritirarsi, al superbo
comando de' suoi rivali, dagli stati d'Arcadio, ed ei rispettò nel
nemico di Roma l'onorevol carattere d'alleato e di servo dell'Imperatore
Orientale.
[A. 398]
Un Greco filosofo[82], che vide Costantinopoli poco dopo la morte di
Teodosio, pubblicò le sue libere opinioni intorno a' doveri de' Re ed
allo stato della Romana Repubblica. Sinesio osserva e deplora il fatale
abuso, che l'imprudente bontà dell'ultimo Imperatore aveva introdotto
nella disciplina militare. I cittadini, ed i sudditi avevan comprato
un'esenzione dall'indispensabil dovere di difendere il loro paese, che
veniva difeso dalle armi de' Barbari mercenari. Permettevasi a'
fuggitivi della Scizia di avvilire le illustri dignità dell'Impero; la
feroce lor gioventù, che sdegnava il salutare freno delle leggi, era più
ansiosa d'acquistar le ricchezze, che d'imitar le arti d'un popolo,
oggetto per essi d'odio e di disprezzo; e la potenza de' Goti era come
il sasso di Tantalo, sempre sospeso sulla sicurezza e la pace dello
Stato sacrificato. Le misure, che Sinesio raccomanda di prendere, sono i
dettami d'un generoso ed ardito patriota. Egli esorta l'Imperatore a
ravvivare il coraggio de' propri sudditi coll'esempio d'una virile
virtù; a bandire il lusso dalla Corte e dal campo; a sostituire, in
luogo de' Barbari mercenari, un esercito d'uomini interessati alla
difesa delle lor leggi e sostanze: a costringere, in tal momento di
pubblico pericolo, gli artefici ad uscire dalle botteghe, ed i filosofi
dalle scuole; a svegliar l'indolente cittadino dal suo sonno di piacere,
e ad armare, per protegger l'agricoltura, le mani de' laboriosi
coltivatori. Alla testa di tali truppe, che avrebbero meritato il nome e
dimostrato lo spirito di Romani, anima il figlio di Teodosio ad
affrontare una stirpe di Barbari che erano privi d'ogni real coraggio,
ed a non posar le armi, finattantochè non li avesse scacciati nella
solitudine della Scizia, o li avesse ridotti a quello stato di servitù
ignominiosa, che i Lacedemoni anticamente imposero agli Eloti lor
prigionieri[83]. La Corte d'Arcadio approvò lo zelo, applaudì
all'eloquenza, e trascurò il consiglio di Sinesio. Forse il filosofo,
che parlò all'Imperator dell'Oriente con quel linguaggio della ragione e
della virtù, che avrebbe usato con un Re di Sparta, non avea pensato a
formare un sistema praticabile, coerente all'indole ed alle circostanze
d'un secolo degenerato. Forse l'orgoglio de' Ministri, gli affari de'
quali erano rade volte interrotti dalla riflessione, potè rigettare come
inopportuna e visionaria ogni proposizione, che sopravanzava la misura
della capacità loro, e deviava dalle formalità e dagli usi del loro
uffizio. Mentre l'orazione di Sinesio, e la caduta de' Barbari,
formavano gli argomenti delle comuni conversazioni, si pubblicò un
editto a Costantinopoli, che dichiarava la promozione d'Alarico al posto
di Generale dell'Illirico d'Oriente. I Provinciali, e gli Alleati
Romani, che avevano rispettato la fede de' trattati, a ragione
sdegnaronsi, che fosse così liberalmente premiata la rovina della Grecia
e dell'Epiro. Fu ricevuto il Gotico conquistatore come un legittimo
Magistrato in quelle città, che aveva sì recentemente assediate.
Sottoposti furono alla sua autorità i padri, de' quali aveva trucidato i
figliuoli, ed i mariti, le mogli de' quali aveva violate: ed il successo
della sua rivolta incoraggì l'ambizione d'ogni capitano di mercenari
stranieri. L'uso, che fece Alarico del suo nuovo comando, distingue il
fermo e giudizioso carattere della sua politica. Egli diede ordine a'
quattro magazzini, ed alle manifatture di armi difensive ed offensive,
ch'erano a Margo, a Raziaria, a Naisso, ed a Tessalonica, di provvedere
le sue truppe d'una straordinaria quantità di scudi, di elmi, di spade e
di lance; i miseri Provinciali costretti furono a fabbricar
gl'istrumenti della propria lor distruzione, ed i Barbari si tolsero
l'unico difetto, che aveva alle volte sconcertato gli sforzi del loro
coraggio[84]. La nascita d'Alarico, la gloria delle sue passate azioni,
e la speranza de' suoi futuri disegni appoco appoco riunì sotto il
vittorioso stendardo di lui il corpo della nazione, e d'unanime consenso
de' Capitani Barbari, il Generale dell'Illirico fu elevato, secondo
l'antico costume, sopra uno scudo, e proclamato solennemente Re de'
Visigoti[85]. Armato di questo doppio potere, e situato ne' confini de'
due Imperi, alternativamente vendeva le ingannevoli sue promesse alle
Corti d'Arcadio e d'Onorio[86]; finattantochè dichiarò ed eseguì la sua
risoluzione d'invadere i dominj dell'Occidente. Erano già esauste le
Province dell'Europa, che appartenevano all'Imperatore Orientale; quelle
dell'Asia erano inaccessibili; e la forza di Costantinopoli avea
resistito al suo attacco. Fu dunque tentato dalla fama, dalla bellezza,
e dalla dovizia dell'Italia, ch'egli aveva già visitato due volte; e
segretamente aspirò a piantare la bandiera Gotica sulle mura di Roma, e
ad arricchire il suo esercito con le accumulate spoglie di trecento
trionfi[87].
[A. 400-403]
La scarsità de' fatti[88], e l'incertezza delle date[89] s'oppongono al
nostro disegno di descriver le circostanze della prima invasione
d'Italia fatta dalle armi d'Alarico. Sembra, che la sua marcia,
incominciata fosse da Tessalonica per il guerriero e nemico paese della
Pannonia sino al piè delle Alpi Giulie, e che il suo passaggio per que'
monti, ch'erano fortemente guardati da truppe e da fortificazioni;
l'assedio di Aquileia, e la conquista delle Province dell'Istria e della
Venezia, occupasse un tempo considerabile. A meno che le sue operazioni
non fossero estremamente caute e lente, la lunghezza dello spazio
suggerirebbe un probabil sospetto, che il Goto Re si ritirasse verso le
rive del Danubio, e rinforzasse la sua armata con freschi sciami di
Barbari, prima di tentar nuovamente di penetrare nel cuor dell'Italia.
Poichè i pubblici ed interessanti avvenimenti sfuggono la diligenza
dell'istorico, ei può divertirsi nel contemplare per un momento
l'influenza delle armi d'Alarico ne' casi di due oscuri individui, cioè
d'un Prete d'Aquileia, e d'un agricoltor di Verona. Il dotto Ruffino,
che dai suoi nemici era stato citato a comparire avanti ad un Sinodo
Romano[90], preferì saviamente i pericoli di un'assediata città; ed i
Barbari, che furiosamente scuotevano le mura d'Aquileia, poteron
salvarlo dalla crudel sentenza d'un altro eretico, che all'istanza dei
medesimi Vescovi fu severamente battuto e condannato ad un esilio
perpetuo in un'isola deserta[91]. Un vecchio[92], che aveva passato la
semplice ed innocente sua vita nelle vicinanze di Verona, niente aveva
che fare con le querele nè de' Re, nè de' Vescovi; i piaceri, i
desiderj, le cognizioni di esso erano limitate dentro il piccolo cerchio
del paterno suo campo; un bastone sosteneva i cadenti suoi passi su quel
medesimo suolo, dove s'era trastullato nella puerizia. Pure anche
quest'umile e rustica felicità (che Claudiano descrive con tanta verità
e sentimento) fu esposta anch'essa all'indistinto furor della guerra. I
suoi alberi, i vecchi alberi ad esso -contemporanei-[93] avevano ad
ardere nell'incendio di tutto il paese; un distaccamento di Cavalleria
Gotica dovea rovinare la sua capanna e famiglia: e la forza d'Alarico
dovea distrugger quella felicità, ch'ei non era capace nè di gustare, nè
di concedere. «La fama (dice il Poeta) battendo con terrore le sue ali,
proclamò la marcia dell'esercito barbaro, ed empì di costernazione
l'Italia»; crebbero i timori d'ogni individuo in proporzione delle
proprie sostanze, ed i più timidi, che avevano già imbarcato i loro più
valutabili effetti, meditavano di fuggire nell'isola di Sicilia, o alle
coste dell'Affrica. L'angustia pubblica veniva aggravata dai timori e
da' rimproveri della superstizione[94]. Ogni momento produceva qualche
orrida novella di strani e portentosi accidenti. I Pagani deploravano la
non curanza degli augurj, e l'interrompimento de' sacrifizj; ma i
Cristiani traevan sempre qualche conforto dalla potente intercessione
dei Santi, e dei Martiri[95].
L'Imperatore Onorio si distinse dai suoi sudditi per la superiorità del
timore, ugualmente che per quella del grado. L'orgoglio ed il lusso, nel
quale era stato educato, non gli avevan lasciato neppur sospettare, che
sulla terra esistesse alcuna potenza tanto presuntuosa da turbare il
riposo del successore d'Augusto. Gli artifizi dell'adulazione
occultarono l'imminente pericolo, finattantochè Alarico avvicinossi al
palazzo di Milano. Ma quando il suon di guerra ebbe svegliato il giovane
Imperatore, invece di correre alle armi col coraggio, o anche colla
temerità propria dell'età sua, diede ardentemente orecchio a que' timidi
consiglieri, che proposero di trasferire la sacra persona di lui, ed i
suoi fedeli Ministri a qualche sicuro e lontano quartiere nelle Province
della Gallia. Il solo Stilicone[96] ebbe il coraggio, e l'autorità di
resistere a questo disonorevole passo, che avrebbe abbandonato a'
Barbari Roma e l'Italia; ma siccome le truppe Palatine ultimamente
s'erano distaccate verso la frontiera della Rezia, ed il compenso delle
nuove leve era lento e precario, il Generale d'Occidente potè solo
promettere, che, se la Corte di Milano avesse mantenuto il suo posto
nell'assenza di lui, egli sarebbe in breve tornato con un esercito
capace di far fronte al re Goto. Senza perdere un momento di tempo
(giacchè ogni momento era di tanta importanza per la salute pubblica),
Stilicone s'imbarcò in fretta sul lago Lario, salì sopra montagne di
ghiaccio e di neve nel rigore d'un inverno Alpino, ed immediatamente
frenò coll'inaspettata sua presenza il nemico, che aveva turbato la
tranquillità della Rezia[97]. I Barbari, probabilmente qualche tribù di
Alemanni, rispettarono la fermezza d'un Capitano, che assumeva sempre il
tuono del comando; e la scelta, ch'ei si degnò di fare di un ristretto
numero della più valorosa lor gioventù, si risguardò come un segno della
stima e del favore di esso. Le coorti, restate libere dal nemico vicino,
con diligenza tornarono allo stendardo Imperiale, e Stilicone mandò i
suoi ordini alle più lontane truppe dell'Occidente d'avanzare con rapide
marce alla difesa d'Onorio e dell'Italia. Si abbandonarono le fortezze
del Reno, e la salute della Gallia non era difesa, che dalla fede de'
Germani, e dall'antico terrore del nome Romano. Fu chiamata
frettolosamente[98] anche la legione, che era posta alla guardia della
muraglia Britannica contro i Caledonj, ed un numeroso corpo di
cavalleria degli Alani fu indotto ad arruolarsi al servizio
dell'Imperatore, che ansiosamente aspettava il ritorno del suo Generale.
Si resero celebri la prudenza ed il vigore di Stilicone in tal
congiuntura, che nel tempo stesso mostrò la debolezza del cadente
Impero. Le legioni di Roma, che da gran tempo languivano, decadendo a
grado a grado la disciplina e il coraggio, furono esterminate dalle
guerre Gotiche e civili; e fu impossibile, senza esaurire ed espor le
Province, adunare un esercito in difesa dell'Italia.
Quando parve, che Stilicone abbandonasse il suo Sovrano nello indifeso
palazzo di Milano, aveva probabilmente calcolato il termine della sua
assenza, la distanza del nemico, e gli ostacoli, che potean ritardarne
la marcia. Contò principalmente su' fiumi d'Italia, come l'Adige, il
Mincio, l'Oglio, e l'Adda, che nell'inverno o nella primavera, al cader
delle piogge o allo struggersi delle nevi, comunemente si gonfiano in
larghi ed impetuosi torrenti[99]. Ma accadde, che la stagione fu
notabilmente secca; ed i Goti poterono senza impedimento veruno
attraversare i larghi e pietrosi letti, il centro de' quali era
debolmente segnato dal corso d'una piccola dose d'acqua. Il ponte ed il
passaggio dell'Adda furono assicurati da un forte distaccamento
dell'armata Gotica; e quando Alarico si avvicinò alle mura o piuttosto
a' sobborghi di Milano, godè la superba soddisfazione di veder fuggire
avanti di sè l'Imperator dei Romani. Onorio, accompagnato da un piccol
treno di Ministri e di Eunuchi, precipitosamente si ritirò verso le Alpi
col disegno di assicurare la sua persona nella città d'Arles, che spesso
era stata la residenza reale de' suoi Predecessori. Aveva egli[100]
appena passato il Po, che fu sopraggiunto dalla velocità della
cavalleria Gotica[101]; onde l'urgente pericolo lo costrinse a cercare
un temporaneo rifugio nella fortezza di Asti, città della Liguria o del
Piemonte, situata sulle rive del Tanaro[102]. Il Re dei Goti subito
formò ed instancabilmente strinse l'assedio di un'oscura piazza, che
conteneva una preda sì ricca, e sembrava incapace di lungamente
resistere; nè l'ardita dichiarazione, che in appresso potè fare
l'Imperatore, che il suo petto non era mai stato suscettibile di timore,
ebbe probabilmente gran credito neppure nella sua propria Corte[103].
Nell'ultima e quasi disperata estremità, dopo che i Barbari aveano già
proposta un'indegna capitolazione, l'Imperial prigioniero ad un tratto
fu liberato per la fama, per l'avvicinamento, e finalmente per la
presenza dell'Eroe, che aveva sì lungamente aspettato. Stilicone, alla
testa d'una scelta ed intrepida vanguardia, passò a nuoto l'Adda per
guadagnare il tempo che avrebbe dovuto perdere nell'attacco del ponte;
il passaggio del Po fu un'impresa di molto minore rischio e difficoltà;
e la felice azione, con cui si fece strada pel campo Gotico alle mura di
Asti, ravvivò le speranze, e vendicò l'onore di Roma. Il Barbaro, invece
di cogliere il frutto di sua vittoria, fu appoco appoco investito per
ogni parte dalle truppe dell'Occidente, che l'una dopo l'altra venivano
da tutti i passi delle Alpi; i suoi quartieri furono ristretti; ne
furono intercettati i convogli; e la vigilanza de' Romani preparavasi a
formare una catena di fortificazioni, e ad assediare le linee degli
assedianti. Adunossi un consiglio militare dei chiomati Capitani della
nazione Gotica; di quei vecchi guerrieri, che avevano i corpi coperti di
pelli, ed i fieri aspetti dei quali eran segnati d'onorevoli ferite.
Essi ponderaron la gloria di persistere nell'impresa, confrontata col
vantaggio d'assicurar la loro preda, ed approvarono il prudente partito
d'un'opportuna ritirata. In quest'importante dibattimento, Alarico
dimostrò il coraggio d'un conquistatore di Roma; e dopo d'aver
rammentato ai suoi nazionali le illustri azioni già fatte, ed i loro
disegni, concluse il suo animoso discorso con la solenne e positiva
protesta, ch'egli avea risoluto di trovare in Italia un regno o un
sepolcro[104].
[A. 403]
La sconnessa disciplina de' Barbari gli esponeva sempre al pericolo
d'una sorpresa; ma invece di scegliere le ore dissolute di libertinaggio
e d'intemperanza, Stilicone risolvè di attaccare i Cristiani Goti mentre
erano devotamente occupati nel celebrar la festa di Pasqua[105].
L'esecuzione dello stratagemma, o come fu chiamato dal Clero, del
sacrilegio, fu affidata a Saul, Barbaro e Pagano, che però avea militato
con distinta reputazione fra' veterani Generali di Teodosio. Il campo
de' Goti, che Alarico avea piantato vicino a Pollenzia[106], fu posto in
confusione dal subitaneo ed improvviso attacco della cavalleria
Imperiale; ma in pochi momenti l'indomito genio del lor condottiero
diede loro un ordine ed un campo di battaglia; ed appena si riebbero
dalla sorpresa, la pia fiducia, che il Dio de' Cristiani avrebbe
sostenuto la loro causa, battaglia, che fu lungamente sostenuta con
ugual coraggio e buon successo, il Capo degli Alani, che in una piccola
e selvaggia figura nascondeva un'anima generosa, provò la sospetta sua
fedeltà collo zelo, con cui pugnò, e cadde in servigio della Repubblica;
e si è conservata imperfettamente la fama di questo valoroso Barbaro nei
versi di Claudiano, mentre il Poeta, che ne celebrò il raro valore, ha
tralasciato di rammentarne il nome. Alla sua morte successe la fuga e la
confusione degli squadroni, che comandava; e la disfatta d'un'ala della
cavalleria avrebbe potuto decidere della vittoria in favor d'Alarico, se
Stilicone subito non avesse condotto in campo la Romana e Barbara
infanteria. La perizia del Generale, e la bravura dei soldati sormontò
ogni ostacolo. Nella sera di quella sanguinosa giornata, i Goti si
ritirarono dal campo di battaglia, le trincere del loro accampamento
furono forzate, e la scena di rapina e di strage in qualche modo espiò
le calamità, ch'essi aveano portato a' sudditi dell'Impero[107]. Le
splendide spoglie d'Argo e di Corinto arricchirono i veterani
dell'Occidente; la moglie d'Alarico, la quale aveva impazientemente
richiesta la promessa delle gioie Romane e delle schiave Patrizie[108],
fatta prigioniera, fu ridotta ad implorare la compassione
dell'insultante nemico; e più migliaia di schiavi, liberati dalle catene
de' Goti, sparsero per le Province dell'Italia le lodi dell'eroico loro
liberatore. Il trionfo di Stilicone[109] fu paragonato dal Poeta, e
forse dal Pubblico, a quello di Mario, che nell'istessa parte d'Italia
aveva attaccato e distrutto un altro esercito di Barbari Settentrionali.
Le grandi ossa, ed i vuoti elmi de' Cimbri e de' Goti potrebbero
facilmente confondersi dalle successive generazioni; e la posterità
potrebbe innalzare un trofeo comune alla memoria de' due più illustri
Generali, che abbiano vinto sul medesimo memorabile suolo i due più
formidabili nemici di Roma[110].
L'eloquenza di Claudiano[111] ha celebrato con prodigo applauso la
vittoria di Pollenzia, una delle più gloriose giornata della vita del
suo Signore; ma la ripugnante e parziale sua musa concede anche una più
genuina lode al carattere del Re Goto. Il suo nome in vero è infamato
dai vergognosi epiteti di pirata e di ladro, a' quali i conquistatori
d'ogni secolo hanno sì giusto diritto: ma il Poeta di Stilicone è
costretto a confessare, che Alarico godeva quell'invincibile qualità
d'animo, che rende superiore ad ogni disgrazia, e trae dall'avversità
sempre nuovi mezzi di risorgere. Dopo la total disfatta della sua
infanteria, egli fuggì o piuttosto ritirossi dal campo di battaglia con
la maggior parte della cavalleria salva ed intatta. Senza perdere un
momento a compiangere l'irreparabil perdita di tanti suoi bravi
compagni, lasciò che il vittorioso nemico stringesse in catene le
schiave immagini d'un Re Goto[112]; ed arditamente risolvè d'aprirsi i
mal guardati passi dell'Apennino, di sparger la desolazione sul fertile
suolo della Toscana, o di vincere o di morire avanti le porte di Roma.
Fu salvata la Capitale dall'attiva ed instancabile diligenza di
Stilicone; ma egli rispettò la disperazione del nemico; ed invece di
commettere il destino della Repubblica all'evento d'un'altra battaglia,
propose di comprare l'assenza de' Barbari. Lo spirito d'Alarico avrebbe
rigettato tali termini d'accordo, quali erano la permissione di
ritirarsi e l'offerta d'una pensione, con disprezzo e con isdegno; ma
esso esercitava solo un'autorità limitata o precaria sopra indipendenti
Capitani, che l'avevano innalzato per servizio loro al di sopra de' suoi
uguali; questi eran sempre meno disposti a seguitare un Generale
infelice, e molti di loro eran tentati di provvedere al proprio
interesse, mediante una privata negoziazione col ministro d'Onorio. Il
Re si sottomise alla voce del suo popolo, ratificò il trattato
coll'Impero Occidentale, e ripassò il Po con gli avanzi del florido
esercito, che aveva condotto in Italia. Una considerabil parte dello
forze Romane continuò tuttavia ad osservare i suoi movimenti; e
Stilicone, che aveva una segreta corrispondenza con alcuni Capitani
Barbari, fu puntualmente informato de' disegni, che si facevano nel
campo, e nel consiglio d'Alarico. Il Re de' Goti, ambizioso di segnalare
la sua ritirata con qualche splendido fatto, avea risoluto di occupare
l'importante città di Verona, che domina il passo delle Alpi Rezie; e
dirigendo la sua marcia pei territorj di quelle tribù Germaniche,
l'alleanza delle quali avrebbe restaurato l'esausta sua forza, invadere
dalla parte del Reno inaspettatamente le ricche Province della Gallia.
Ignorando il tradimento, che avea già manifestato la sua ardita e
giudiziosa intrapresa, s'avanzò verso i paesi delle montagne, ch'erano
già stati occupati dallo truppe Imperiali, dove si trovò esposto ad un
generale attacco nella fronte, ne' lati, e nella retroguardia. In questa
sanguinosa azione, che seguì ad una piccola distanza dalle mura di
Verona, la perdita de' Goti non fu meno grave di quella che avevan
sofferto nella disfatta di Pollenzia; ed il loro valoroso Re, che scampò
per la velocità del suo cavallo, avrebbe dovuto restare ucciso, o
prigioniero, se la precipitosa temerità degli Alani non avesse
sconcertato i disegni del Generale Romano. Alarico assicurò i residui
del suo esercito sopra le vicine rupi; e si preparò con indomita
fermezza a sostenere un assedio contro il numero superiore del nemico
che l'investì da ogni lato. Ma non poteva egli opporsi al distruttivo
progresso della fame e del disagio; nè gli era possibile di frenare la
continua diserzione de' capricciosi ed impazienti suoi Barbari. In
questa estremità trovò ancora nuovi ripieghi nel proprio coraggio, o
nella moderazione del suo nemico; e risguardossi la ritirata del Re Goto
come la liberazione dell'Italia[113]. Nonostante il Popolo ed anche il
Clero, incapace di formare alcun ragionevol giudizio degli affari di
pace e di guerra, pretese d'attaccar la politica di Stilicone, il quale
tante volte circondò, e tante volte lasciò scappare l'implacabil nemico
della Repubblica. Il primo momento della pubblica salvezza è consacrato
alla gratitudine ed alla gioia; ma il secondo s'occupa diligentemente
nell'invidia e nella calunnia[114].
[A. 404]
I cittadini di Roma erano stati sorpresi dall'avvicinarsi d'Alarico; e
la diligenza, con cui procurarono di risarcire le mura della Capitale,
dimostrò i loro timori, e la decadenza dell'Impero. Dopo la ritirata dei
Barbari, Onorio s'indusse ad accettare il rispettoso invito del Senato
ed a celebrare nell'Imperial città l'epoca felice della vittoria Gotica,
e del sesto suo consolato[115]. I sobborghi e le strade, dal ponte
Milvio al Colle Palatino, eran piene del Popolo Romano, che nello spazio
d'un secolo era stato solo tre volte onorato dalla presenza de' suoi
Sovrani. Tenendo fissi gli occhi sul carro, dove Stilicone meritamente
sedeva accanto al suo Reale pupillo, applaudivano essi alla pompa d'un
trionfo, che non era macchiato, come quello di Costantino e di Teodosio,
dal sangue civile. Passò la processione sotto un arco sublime, ch'era
stato innalzato a quest'effetto: ma in meno di sette anni i Gotici
conquistatori di Roma poteron leggere (se pure n'eran capaci) la superba
inscrizione di quel monumento, che attestava la disfatta e distruzione
totale della loro nazione[116]. L'Imperatore dimorò più mesi nella
Capitale, ed ogni parte del suo contegno dimostrava la premura, che
aveva di conciliarsi l'affezione del Clero; del Senato, e del Popolo di
Roma. Il Clero fu edificato dalle frequenti visite, e dai generosi doni
che fece alle Reliquie degli Apostoli. Il Senato che nella trionfal
processione era stato liberato dalla umiliante ceremonia di precedere a
piedi il carro Imperiale, fu trattato con quella decente riverenza, che
Stilicone affettò sempre per quell'Assemblea. Il popolo fu più volte
soddisfatto dall'attenzione e dalla cortesia d'Onorio ne' pubblici
giuochi, che in quell'occasione si celebrarono con una magnificenza non
indegna dello spettatore. Appena fu terminato il numero destinato delle
corse de' cavalli, ad un tratto cangiossi la decorazione del Circo; la
caccia delle fiere somministrò un vario e splendido divertimento; ed
alla caccia successe una danza militare, che nella vivace descrizione di
Claudiano somiglia la rappresentazione d'un moderno torneo.
In questi giuochi d'Onorio, i crudeli combattimenti de' Gladiatori[117]
macchiarono per l'ultima volta l'anfiteatro di Roma. Il primo Imperatore
Cristiano può attribuirsi l'onore del primo editto, che condannò l'arte
ed il piacere di spargere il sangue umano[118]; ma questa benefica legge
non espresse che i desiderj del Principe, senza riformare un abuso
inveterato che degradava un popolo culto sotto la condizione di selvaggi
Cannibali. Ogni anno si trucidavano varie centinaia, e forse più
migliaia di vittime nelle grandi città dell'Impero; ed il mese di
Decembre, più specialmente consacrato ai combattimenti dei gladiatori,
esibiva sempre agli occhi del Popolo Romano un grato spettacolo di
sangue e di crudeltà. In mezzo all'universal gioia della vittoria di
Pollenzia, un Poeta Cristiano esortò l'Imperatore ad estirpare con la
sua autorità l'orribil costume, che sì lungamente avea resistito alla
voce dell'umanità e della religione[119]. Le patetiche rappresentanze di
Prudenzio furon meno efficaci del generoso ardire di Telemaco, monaco
Asiatico, la morte del quale fu più vantaggiosa al genere umano, che la
sua vita[120]. I Romani si adontarono in vedere interrotti i loro
piaceri; e il coraggioso monaco, il quale era disceso nell'arena per
separare i gladiatori, restò oppresso da un nuvol di sassi. Ma tosto
calmossi la frenesia popolare; fu rispettata la memoria di Telemaco, che
avea meritato gli onori del martirio; e si sottomisero senza remore alle
leggi d'Onorio, che per sempre abolirono gli umani sacrifizj
dell'anfiteatro. I cittadini, ch'erano attaccati a' costumi dei loro
Maggiori, potevano forse insinuare, che si mantenevan gli ultimi avanzi
d'uno spirito marziale in quella scuola di fortezza, la quale
assuefaceva i Romani alla vista del sangue, ed al disprezzo della morte:
vano e crudel pregiudizio, sì nobilmente smentito dal valore dell'antica
Grecia e della moderna Europa[121].
[A. 494]
Il recente pericolo, a cui s'era esposta la persona dell'Imperatore
nell'indifeso palazzo di Milano, lo mosse a cercar un rifugio in qualche
inaccessibil fortezza d'Italia, dove potesse restar sicuro, quando
l'aperta campagna fosse coperta da un diluvio di Barbari. Sulla costa
dell'Adriatico, circa dieci o dodici miglia lontano dalla più
meridionale delle sette bocche del Po, i Tessali avevan fondato l'antica
colonia di Ravenna[122], ch'essi poi abbandonarono a' nativi
dell'Umbria. Augusto, che avea notato l'opportunità del luogo preparò
alla distanza di tre miglia dall'antica Città, un Porto capace di
ricevere dugento cinquanta navi da guerra. Tale stabilimento navale che
conteneva gli arsenali, i magazzini, e le baracche delle Truppe insieme
con le case degli artefici, trasse l'origine ed il nome dalla permanente
dimora della flotta Romana: lo spazio intermedio fu tosto ripieno di
fabbriche e di abitanti; ed i tre popolati ed estesi quartieri di
Ravenna a grado a grado contribuirono a formare una delle più importanti
città dell'Italia. Il principal canale d'Augusto conduceva una copiosa
quantità di acque del Po per mezzo della città all'entratura del porto;
le medesime acque s'introducevano in profonde fosse, che circondavano le
mura; si distribuivano per mille canali minori in ogni parte della
città, ch'essi dividevano in una quantità di piccole isole; se ne
manteneva la comunicazione solo coll'uso dei battelli e de' ponti; e le
case di Ravenna, la figura delle quali può paragonarsi a quelle di
Venezia, erano alzate su fondamenti di pali di legno. La campagna
addiacente, alla distanza di molte miglia, era una profonda ed
impenetrabil palude; e l'artificiale sentiero, che univa Ravenna col
Continente, potea facilmente guardarsi o distruggersi all'avvicinarsi
d'un'armata nemica. Quelle paludi però erano sparse di vigne; e
quantunque il terreno fosse esausto da quattro o cinque raccolte, la
città godeva una più abbondante copia di vino, che d'acqua fresca[123].
L'aria, invece d'essere infettata dalle malsane, e quasi pestilenziali
esalazioni de' bassi e pantanosi terreni, era distinta, come i contorni
d'Alessandria, per la straordinaria sua purità e salubrità; e
s'attribuiva questo singolar vantaggio a' flutti regolari
dell'Adriatico, che purgavano i canali, impedivano l'insalubre
stagnamento delle acque ed ogni giorno portavano nel centro di Ravenna i
vascelli della vicina campagna. Il mare, appoco appoco ritirandosi, ha
lasciato la moderna città alla distanza di quattro miglia
dall'Adriatico; e fino dal quinto e sesto secolo dell'Era Cristiana, il
porto d'Augusto fu convertito in amene piantazioni, ed un solitario
bosco di pini cuoprì quel suolo, dove una volta la flotta Romana stava
sulle ancore[124]. Anche tale alterazione contribuì ad accrescere la
natural fortezza del luogo; e la bassezza delle acque faceva un
sufficiente riparo contro le grosse navi dell'inimico. Questa situazion
vantaggiosa fu inoltre fortificata dal travaglio e dall'arte; e
l'Imperatore dell'Occidente, nel ventesimo anno dell'età sua, ansioso
soltanto della propria personal sicurezza, ritirossi nel perpetuo
confino delle mura e delle paludi di Ravenna. Fu imitato l'esempio
d'Onorio da' Re Goti, suoi deboli successori, e di poi dagli Esarchi, i
quali occuparono il trono ed il palazzo degl'Imperatori; e fino alla
metà dell'ottavo secolo Ravenna fu risguardata come la sede del Governo
e la Capitale dell'Italia[125].
[A. 400]
I timori d'Onorio non erano senza fondamento, nè le sue precauzioni
furono senz'effetto. Nel tempo che l'Italia si rallegrava per la sua
liberazione dai Goti, eccitossi una furiosa tempesta fra le nazioni
della Germania, che cederono all'irresistibile impulso, che sembra
essere stato a grado a grado comunicato loro dall'estremità orientale
del continente dell'Asia. Gli Annali Chinesi, nella maniera che si sono
interpretati dalla dotta industria del presente secolo, possono
utilmente applicarsi a scuoprir le segrete e remote cause della caduta
dell'Imperio Romano. Quell'esteso tratto di paese, che è al settentrione
della gran muraglia, dopo la fuga degli Unni fu occupato da' vittoriosi
Sienpi, che alle volte si divisero in tribù indipendenti, ed alle volte
si trovaron riuniti sotto un supremo Capo, finattantochè in ultimo,
dandosi il nome di Topa o di Signori della Terra, acquistarono una
maggiore stabilità, ed un potere più formidabile. In breve obbligarono
essi le pastorali nazioni del deserto orientale a conoscere la
superiorità delle loro armi; invasero la China in un tempo di debolezza
e d'interna discordia; e questi fortunati Tartari, adottando le leggi ed
i costumi del popolo vinto, fondarono un'Imperial Dinastia, che regnò
quasi cento sessant'anni sulle province Settentrionali della Monarchia.
Qualche generazione prima che salissero sul trono della China, uno dei
Principi Topa aveva arrolato nella sua cavalleria uno schiavo, chiamato
Moko, celebre pel suo valore; ma che fu indotto dal timore del gastigo o
disertare, ed a vagare pel deserto alla testa di cento seguaci. Questa
mano di ladri e di banditi divenne poi un campo, una tribù, un numeroso
popolo distinto col nome di -Geougen-; ed i posteri di Moko lo schiavo,
ereditarj lor Capitani, presero posto fra i Monarchi della Scizia.
Toulun, che fu il più grande fra i discendenti di esso, esercitò la sua
gioventù in quelle avversità che sono la scuola degli Eroi. Combattè
valorosamente con la fortuna, ruppe l'imperioso giogo del Topa, e
divenne il legislatore della sua nazione, ed il conquistatore della
Tartaria. Distribuì le sue truppe in corpi regolari di cento e di mille
uomini; i codardi erano lapidati; si proponevano gli onori più splendidi
come premj del valore, e Toulun, abbastanza instrutto per non curare il
saper della China, non adottò che quelle arti e quegl'instituti, che
favorivano lo spirito militare del suo Governo. Piantava nella state le
sue tende sulle fertili rive del Selinga, trasportandole nell'inverno ad
una latitudine più meridionale. S'estendevano le sue conquiste dalla
Corea fino al di là del fiume Irtish. Vinse nella regione al norte del
mar Caspio la nazione degli Unni; ed il nuovo titolo di -Kan- o -Cagan-,
indicò la fama ed il potere che trasse da questa memorabil
vittoria[126].
[A. 405]
Resta interrotta o piuttosto celata la catena degli avvenimenti, quando
si passa dal Volga alla Vistola per l'oscuro spazio, che separa gli
estremi confini della geografia Chinese e Romana. Pure l'indole de'
Barbari e l'esperienza delle posteriori emigrazioni abbastanza
dimostrano, che gli Unni, i quali erano oppressi dalle armi dei
Geougensi, dovetter sottrarsi ben presto dalla presenza d'un insultante
vincitore. I paesi verso il Ponto Eussino erano già occupati dalle tribù
loro congiunte, e la precipitosa loro fuga, che tosto si convertì in un
audace assalto, doveva più naturalmente dirigersi verso le ricche ed
uguali pianure, per le quali la Vistola piacevolmente scorre verso il
mar Baltico. Dovè il Settentrione di nuovo esser commosso ed agitato
dall'invasione degli Unni; e le nazioni, che fuggivan da loro, doveron
posarsi con grave peso sui confini della Germania[127]. Gli abitanti di
quelle regioni, che gli antichi hanno assegnato agli Svevi, a' Vandali,
ed ai Borgognoni, poteron prendere la risoluzione d'abbandonare a'
fuggitivi della Sarmazia le loro foreste e lagune, o almeno di scaricare
la superflua loro popolazione nelle Province del Romano Impero[128].
Circa quattr'anni dopo che il vittorioso Toulun aveva preso il titolo di
Kan dei Geougensi, un altro Barbaro, cioè il superbo Rodogasto, o
Radagaiso[129] marciò dall'estremità settentrionali della Germania quasi
fino alle mura di Roma, lasciò gli avanzi del suo esercito a terminare
la distruzione dell'Occidente. I Vandali, gli Svevi ed i Borgognoni
formavano il corpo di questa formidabile armata; ma gli Alani, che
avevan trovato un cortese accoglimento nelle nuove loro abitazioni,
aggiunsero un'attiva cavalleria alla grave infanteria dei Germani; e gli
avventurieri Gotici corser con tanto ardore alle bandiere di Radagaiso,
che alcuni storici lo hanno chiamato Re de' Goti. Facevan pompa nella
vanguardia dodicimila guerrieri, distinti dal volgo per la nobile
nascita o per le valorose lor geste[130]; e tutta la moltitudine, che
non era minore di dugentomila combattenti, aggiuntevi lo donne, i
fanciulli, e gli schiavi, poteva montare sino al numero di
quattrocentomila persone. Venne questa terribile emigrazione dalla
medesima costa del Baltico, dalla quale uscirono le migliaia di Cimbri e
di Teutoni ad assaltar Roma e l'Italia nel vigor della Repubblica. Dopo
la partenza di quei Barbari, il nativo loro paese, in cui si vedevano i
vestigi di lor grandezza, come grosse mura, e moli gigantesche[131], fu
per qualche secolo ridotto ad una vasta ed arida solitudine,
finattantochè non fu rinnovata la specie umana dalla forza della
generazione, e non fu ripieno quel vôto dal concorso di nuovi abitanti.
Anche le nazioni, che presentemente usurpano un'estension di terreno,
che non son capaci di coltivare, sarebber tosto soccorse
dall'industriosa povertà dei loro vicini, se il governo dell'Europa non
proteggesse i diritti, del dominio e della proprietà.
[A. 406]
Era in quel tempo tanto precaria ed imperfetta la corrispondenza delle
nazioni fra loro, che potevano ignorarsi nella Corte di Ravenna le
rivoluzioni del Norte, finattantochè l'oscura nube, che si era ammassata
lungo la costa del Baltico, scoppiò in fulmine sulle rive dell'alto
Danubio. L'Imperator dell'Occidente si contentava d'essere occasione e
spettator della guerra[132], se pure i suoi ministri arrischiavansi di
disturbarne i piaceri con le nuove dell'imminente pericolo. Affidavasi
la salute di Roma a' consigli ed alla spada di Stilicone; ma tanto era
debole ed esausto lo staio dell'Impero, che era impossibile di risarcire
le fortificazioni del Danubio, o d'impedire con un vigoroso sforzo
l'invasione de' Germani[133]. Le speranze del vigilante Ministro
d'Onorio si limitavano alla difesa dell'Italia. Egli abbandonò un'altra
volta le Province; richiamò le truppe; fece nuove leve, che furono
rigorosamente cercate, e con pusillanimità deluse; impiegò i più
efficaci mezzi per ritenere o allettare i disertori; ed offerì la
libertà ed il donativo di due monete d'oro a tutti gli schiavi, che si
fossero arrolati alla milizia[134]. Con questi sforzi a gran fatica
raccolse dai sudditi d'un grand'Impero un esercito di trenta o
quarantamila uomini, che al tempo di Scipione o di Camillo si sarebbe ad
un tratto formata dai cittadini liberi del territorio di Roma[135]. Le
trenta legioni di Stilicone furono rinforzate da un grosso corpo di
Barbari ausiliari; i fedeli Alani erano personalmente attaccati al suo
servigio; e le truppe degli Unni e de' Goti, che marciavano sotto le
bandiere dei nativi lor principi Uldino e Saro, venivano animate
dall'interesse e dall'ira ad opporsi all'ambizione di Radagaiso. Il Re
dei confederati Germani senza resistenza passò le Alpi, il Po e
l'Apennino, lasciando da una parte l'inaccessibil palazzo d'Onorio,
sepolto con sicurezza fra' pantani di Ravenna, e dall'altra il campo di
Stilicone, che avea stabilito il suo principal quartiere a Ticino o a
Pavia; ma che sembra scansasse una decisiva battaglia, finattantochè non
avesse adunato le distanti sue forze. Molte città dell'Italia furon
saccheggiate o distrutte, e l'assedio di Firenze fatto da Radagaiso[136]
è uno dei più antichi avvenimenti nell'istoria di quella celebre
Repubblica, la fermezza della quale frenò e sospese l'imperito furore
de' Barbari. Tremò il Senato ed il Popolo all'avvicinarsi che fecero
alla distanza di cento cinquanta miglia da Roma; ed ansiosamente
paragonarono essi il pericolo che avevan passato, co' nuovi rischi a'
quali trovavansi esposti. Alarico era Cristiano e soldato; condottiere
d'un esercito disciplinato; esso intendeva le leggi della guerra,
rispettava la santità dei trattati, ed avea conversato famigliarmente
coi sudditi dell'Impero nei medesimi campi e nelle Chiese medesime. Il
selvaggio Radagaiso non conosceva i costumi, la religione, e neppure il
linguaggio delle nazioni civilizzate del Mezzodì. Accrescevasi la
fierezza della sua natura da una crudele superstizione, e generalmente
credevasi, che si fosse obbligato con un solenne voto a ridur la città
in un mucchio di sassi e di cenere, ed a sacrificare i Romani Senatori
più illustri sugli altari di quegli Dei, che si placavano per mezzo del
sangue umano. Il pubblico pericolo, che avrebbe dovuto riconciliare
tutte le domestiche animosità, scuoprì l'incurabil pazzia d'una
religiosa fazione. Gli oppressi adoratori di Mercurio e di Giove
nell'implacabil nemico di Roma rispettavano il carattere di devoto
Pagano: altamente dichiaravano, che più temevano i sacrifizi che le armi
di Radagaiso: e segretamente godevano della calamità della patria, le
quali condannavano la fede de' Cristiani loro avversari[137].
[A. 406]
Firenze fu ridotta all'ultima estremità, ed il coraggio dei cittadini,
che già mancava, non fu sostenuto che dall'autorità di S. Ambrogio, che
in sogno aveva avuto la promessa della pronta liberazion loro[138]. Ad
un tratto essi videro dalle mura le bandiere di Stilicone, che
s'avanzava con le unite sue forze in sollievo della fedele città, e che
tosto destinò quel fatal luogo per sepoltura del Barbaro esercito.
Possono conciliarsi le apparenti contraddizioni di quegli scrittori, che
riferiscono in diverse maniere la disfatta di Radagaiso, senza far molta
violenza alle rispettive loro testimonianze. Orosio ed Agostino,
ch'erano intimamente connessi per amicizia e per religione,
attribuiscono questa miracolosa vittoria piuttosto alla Providenza
divina, che al valor umano[139]. Essi rigorosamente escludono qualunque
idea di eventualità, o anche di spargimento di sangue, e positivamente
affermano, che i Romani, il campo de' quali era un teatro d'abbondanza e
d'oziosità, godevano delle angustie de' Barbari, che lentamente
spiravano sulla scoscesa e nuda cima de' colli di Fiesole, che
s'innalzano sopra la città di Firenze. Si può con tacito disprezzo
riguardare la stravagante loro asserzione, che neppure un soldato
dell'esercito Cristiano restasse ucciso o ferito; ma il resto della
narrazione d'Agostino e d'Orosio è coerente allo stato della guerra ed
al carattere di Stilicone. Sapendo, ch'ei comandava l'-ultimo- esercito
della Repubblica, la sua prudenza non gli permetteva d'esporlo in campo
aperto all'ostinata furia dei Germani. Il metodo di circondare il nemico
con forti linee di circonvallazione, che per due volte aveva impiegato
contro il Re Goto, fu replicato più estesamente in quest'occasione, e
con più notabile effetto. Gli esempi di Cesare dovevano esser famigliari
anche a' più ignoranti guerrieri di Roma; e le fortificazioni di
Dirrachio, che riunivano insieme ventiquattro castelli per mezzo d'un
perpetuo fosso e riparo di quindici miglia, davano il modello d'un
trinceramento, che potea circondare ed affamar l'esercito più numeroso
di Barbari[140]. Le truppe Romane avevano degenerato meno dall'industria
che dal valore dei loro antichi; e se l'opera servile e laboriosa
offendeva l'orgoglio de' soldati, la Toscana potea supplir più migliaia
di contadini, che avranno lavorato, quantunque non avrebbero forse
combattuto per la salute della patria. La moltitudine dei cavalli e
degli uomini[141], chiusi prigionieri, fu appoco appoco distrutta più
dalla fame che dalla spada; ma nel progresso d'un'operazione così estesa
i Romani furono esposti ai frequenti attacchi d'un impaziente nemico. La
disperazione degli affamati Barbari gli faceva precipitare contro le
fortificazioni di Stilicone; il Generale potè qualche volta
condiscendere all'ardore dei suoi bravi ausiliari, che ardentemente lo
stimolavano ad assaltare il campo de' Germani; e questi varj accidenti
probabilmente produssero gli aspri e sanguinosi conflitti, che adornano
la narrazione di Zosimo, e le croniche di Prospero e di Marcellino[142].
Era stato introdotto nelle mura di Firenze un opportuno soccorso di
uomini e di provvisioni; e l'affamato esercito di Radagaiso a vicenda
restò assediato. L'orgoglioso Monarca di tante guerriere nazioni, dopo
la perdita dei suoi più bravi soldati, fu ridotto a confidare o
nell'osservanza d'una capitolazione o nella clemenza di Stilicone[143].
Ma la morte del prigioniero reale, che fu ignominiosamente decapitato,
disonorò il trionfo di Roma e del Cristianesimo; ed il breve indugio
della sua esecuzione fu sufficiente a macchiare il vincitore della colpa
d'una fredda e deliberata crudeltà[144]. Gli affamati Germani, che
scamparono dal furore degli ausiliari, si venderono come schiavi al vil
prezzo d'una moneta d'oro per ciascheduno: ma la differenza del cibo e
del clima tolse di mezzo una gran parte di quegli infelici stranieri: e
fu osservato, che gl'inumani compratori, invece di cogliere il frutto
della loro fatica, furono in breve obbligati a provvedere alla spesa
della lor sepoltura. Stilicone informò l'Imperatore ed il Senato del suo
buon successo, e meritò per la seconda volta il glorioso titolo di
liberator dell'Italia[145].
[A. 406]
La fama della vittoria, e specialmente del miracolo ha favorito una vana
persuasione, che tutta l'armata, o piuttosto la nazione dei Germani, che
emigrò dai lidi del Baltico, fosse miserabilmente perita sotto le mura
di Firenze. Tale in vero fu il destino di Radagaiso medesimo, dei suoi
bravi e fedeli compagni, e di più d'un terzo della varia moltitudine di
Svevi e di Vandali, di Alani e di Borgognoni, che rimasero attaccati
allo stendardo del lor Generale[146]. Può eccitare la nostra sorpresa
l'unione di tale armata; ma ovvie sono e ben forti le cause di
separazione, come l'orgoglio della nascita, l'insolenza del valore, la
gelosia del comando, l'intolleranza della subordinazione, e l'ostinato
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