[705] -Deserta Valentinae urbis rara Alanis partienda traduntur.- Prosper. Tyron., -Chron. in Histor. de Franc. Tom. 1. p. 639-. Pochi versi dopo, Prospero nota che furono assegnate agli Alani delle terre nella Gallia -ulteriore-. Senz'ammetter la correzione dell'Ab. Dubos (-Tom. 1. p. 300-), la ragionevole supposizione di -due- colonie, o guarnigioni di Alani confermerà i suoi argomenti, e toglierà le obiezioni. [706] Vedi Prosp. Tyr. -p. 639.- Sidonio (-Paneg. Avit. 246-) si duole in nome dell'Alvernia sua Patria. -Lithorius Scythicos equites, tunc forte subacto- -Celsus Aremorico, Geticum rapiebat in agmen- -Per terras, Arverne, tuas, qui proxima quaeque- -Discursu, flammis, ferro, feritate, rapinis,- -Delebant; pacis fallentes nomen inane.- Un altro Poeta, cioè Paolino del Perigord, conferma questo lamento. -Nam socium vix ferre queas, qui durior hoste.- Vedi Dubos -Tom. 1 p. 330-. [707] Teodorico II figlio di Teodorico I, dichiara ad Avito la sua risoluzione di riparare o d'espiare la colpa, che aveva commesso il suo avo: -Quae noster peccavit avus, quem fuscat id unum,- -Quod Te, Roma, capit...- (Sidon., -Panneg. Avit. 505-) Questo carattere, applicabile solo al Grande Alarico, stabilisce la genealogia de' Re Goti, che fin qui era stata ignota. [708] Il nome di -Sapaudia-, da cui vien quello di -Savoja-, è rammentato per la prima volta da Ammiano Marcellino; e dalla Notizia si collocano due posti militari dentro i limiti di quella Provincia; a Grenoble nel Delfinato era stazionata una coorte; ed Ebrodunum o Iverdon difendeva una flotta di piccoli vascelli, che dominavano il lago di Neufchatel. Vedi Vales., -Notit. Galliar. p. 503-. Danville, -Notice da l'ancien Gaul. p. 284, 579-. [709] Salviano ha tentato di spiegare il moral governo della Divinità; il che può facilmente farsi col supporre, che la calamità de' malvagi sono -giudizi-, e quelle de' giusti -prove- di Dio. [710] -... Capto terrarum damna patebant- -Lithorio, in Rhodanum proprios producere fines,- -Theudoridae fixum: nec erat pugnare necesse,- -Sed migrare Getis; rabidam trux asperat irum- -Victor, quod sensit Scythicum sub moenibus hostem- -Imputat, et nihil est gravius, si forsitan umquam- -Vincere contingat trepido...- (-Paneg. Avit. 300 etc.-) Sidonio quindi prosegue, secondo il dovere d'un Panegirista, a trasferire tutto il merito da Ezio ad Avito suo Ministro. [711] Teodorico II venerava nella persona d'Avito il carattere di suo precettore: -..... Mihi Romula dudum- -Per te Jura placent: parvumque ediscere jussit- -Ad tua verba pater, docili quo prisca- Maronis -Carmine molliret Scythicos mihi pagina mores.- Sidon., -Panegyr. Avit. 495. etc.- [712] I nostri autori pel regno di Teodorico I. sono Giornandes (-de reb. Getic. c. 34 e 36-), e le Croniche d'Idazio, e de' due Prosperi inserite negl'Istorici di Francia (-T. 1. p. 612-640-). A questi possiamo aggiungere Salviano (-de Gubern. Dei l. VII. p. 243, 244, 245-) ed il Panegirico d'Avito fatto da Sidonio. [713] -Reges- criuitos -se creavisse de prima, et ut ita dicam nobiliori suorum familia- (Gregor. Turon. -l. II. c. 9. p. 166- del secondo volume degl'istorici di Francia). Gregorio stesso non fa menzione del nome di -Merovingi-, che si trova però indicato al principio del settimo secolo, come distintivo della famiglia reale, ed anche della Monarchia Francese. Un ingegnoso critico ha fatto derivare i Merovingi dal gran Maroboduo, ed ha provato chiaramente, che il Principe, che diede il suo nome alla prima stirpe, fu più antico del padre di Childerico. Vedi -Memoir. de l'Acad. des Inscript. Tom. XX. p. 52-90. Tom. XXX. p. 557, 587-. [714] Questo costume Germano, che si trova continuato da Tacito fino a Gregorio di Tours, finalmente fu adottato anche dagl'Imperatori di Costantinopoli. Montfaucon da un manoscritto del decimo secolo ha tratto e rappresentato tal cerimonia, che l'ignoranza di quel tempo applicò al Re David. Vedi -Monum. de la Monarch. Franc. Tom. I. Disc. prelim.- [715] -Caesaries prolixa... crinium flagellis per terga dimissis etc.- Vedi la Prefazione al terzo volume degl'Istorici di Francia, e l'Abbate le Boeuf (-Dissert. Tom. III. p. 47, 79-). Questo particolar uso de' Merovingi si è notato da' Nazionali e dagli stranieri, da Prisco -Tom. I. p. 608-, da Agatia -T. II. p. 49-, e da Gregorio di Tours -L. III. 18. VI. 24. VIII. 10. Tom. II. p. 196, 278, 316-. [716] Vedasi una pittura originale della figura, delle vesti, delle armi, e del carattere degli antichi Franchi presso Sidonio Apollinare (-Panegir. Major. 238, 254-) e tali pitture, quantunque fatte rozzamente, hanno un reale ad intrinseco valore. Il P. Daniel (-Hist. de la milice Franc. Tom. 1 p. 2-7-) ha illustrato tal descrizione. [717] Dubos, -Hist. crit. etc. Tom. 1. p. 271, 272-. Alcuni Geografi hanno posto Dispargo sulla parte Germanica del Reno. Vedi una nota degli Editori Benedettini agl'Istorici di Francia -Tom. II. p. 166-. [718] La selva Carbonaria era quella parte della gran foresta delle Ardenne, che si trova fra la Schelda e la Mosa. Vales., -Notit. Gall. p. 126-. [719] Gregor. Turon. -l. II, c. 9 in Tom. II, p. 166, 167-. Fredegar. -Epitom. c. 9 pag. 395 Gest. Reg. Francor, c. 5 in Tom. II, p. 544 Vit. S. Remig. ab Hincmar. in Tom. III, p. 373-. [720] -.... Francus qua Cloio patentes- -Atrebatum terras pervaserat...- (-Panegyr. Major. an. 212-). Il posto preciso fu un castello o villaggio chiamato -vicus Helena-; e sì il nome che il luogo da' moderni Geografi si sono scoperti a Lens. Vedi Valesio, -Notit. Gall. p. 246-. Longuerue, -descript. de la Franc. Tom. II p. 88-. [721] Vedasi una inesatta narrazione del fatto presso Sidonio, -Panegyr. Majorian. 212, 230-. I Critici Francesi, impazienti di stabilire la loro Monarchia nella Gallia, hanno tratto un forte argomento dal silenzio di Sidonio, che non ardisce dire perchè i Franchi superati fosser costretti a ripassare il Reno. Dubos -Tom. 1. p. 322-. [722] Salviano (-De Gubern. Dei l. VI-) ha esposto con istile declamatorio e vagante le disgrazie di queste tre città, che sono distintamente riportate dall'erudito Mascovio; -Istor. degli antichi Germani- IX. 21. [723] Prisco, nel raccontare la contesa, non dice i nomi dei due fratelli; il secondo de' quali giovane senza barba con lunga ondeggiante chioma aveva esso veduto a Roma (-Histor. de Franc. Tom. I. p. 607, 608-). Gli Editori Benedettini son disposti a credere, che questi fossero figli di qualche incognito Re de' Franchi, che regnava sulle rive del Necker; ma sembra, che gli argomenti del Foncemagne (-Mem. de l'Acad. Tom. VIII. p. 464-) provino, che la successione di Clodione fosse disputata da' due suoi figli, e che il minore di essi fosse Meroveo padre di Childerico. [724] Durante la stirpe de' Merovingi, il trono fu ereditario; ma tutti i figli del defunto Monarca avevano ugual diritto alla lor parte delle ricchezze e degli Stati di esso. Vedi la dissertazione del Foncemagne ne' tomi VI e VII delle Memorie dell'Accademia. [725] Sussiste tuttavia una medaglia, che dimostra l'avvenente figura d'Onoria col titolo d'Augusta; e nel rovescio si legge impropriamente -salus Reipublicae- intorno al monogramma di Cristo. Vedi Du Cange -Famil. Byzant. p. 67, 70-. [726] Vedi Prisco -p.- 39, 40. Poteva plausibilmente allegarsi, che se le donne potevan succedere al trono, Valentiniano medesimo, che avea sposato la figlia ed erede di Teodosio il Giovane, avrebbe avuto diritto all'Impero orientale. [727] Le avventure d'Onoria sono imperfettamente riferite da Giornandes (-de success. regn. c. 97 e de reb. Get. c. 42 p. 674-), e nelle Croniche di Prospero e di Marcellino; ma non possono essere coerenti o probabili, se non separiamo con un intervallo di tempo e di luogo il suo intrigo con Eugenio, e l'invito che fece ad Attila. [728] -Exegeras mihi, ut, promitterem tibi, Attila bellum stylo me posteris intimaturum.... coeperam scribere, sed operis arrepti fasce perspecto, taeduit inchoasse-: Sidon. Apolin. -lib. VIII Ep. 15 p. 246-. [729] -..... Subito cum rupta tumultu- -Barbaries totas in te transfuderat Arctos- -Gallia. Pugnacem Rugum, comitante Gelono- -Gepida trux sequitur. Scyrum Burgundio cogit,- -Chunus, Bellonotus, Neurus, Bastarna-, Toringus -Bructerus, ulvosa quem vel Nicer abluit unda,- -Prorumpit Francus. Cecidit cito secta bipenni- -Hercynia in lintres, et Rhenum texuit alno.- -Et iam terrificis diffunderat Attila turmis- -In campos se Belga tuos....- (-Paneg. Avit. 320-). [730] La narrazione più autentica e circostanziata di questa guerra trovasi presso Giornandes (-de reb. Getic. c. 36, 41 p. 662, 672-) che alle volte ha compendiata, ed alle volte copiata l'istoria più estesa di Cassiodoro. Giornandes, che sarebbe superfluo di citare più volte, può correggersi, ed illustrarsi per mezzo di Gregorio di Tours (-l. 2 c. 5, 6, 7-) e delle Croniche d'Idazio, d'Isidoro, e de' due Prosperi. Tutte le antiche testimonianze sono state raccolte ed inserite fra gl'Istorici di Francia, ma il Lettore dee stare in guardia contro un supposto estratto della Cronica d'Idazio (fra i frammenti di Fredegario -Tom.- II -pag. 462-) che spesso contraddice il testo genuino del Vescovo di Galizia. [731] Le antiche leggende meritano qualche riguardo in quanto son costrette ad unire alle loro favole la vera storia de' loro tempi. Vedansi le vite di S. Lupo, di S. Aniano Vescovi di Metz, di S. Genovieffa ec. fra gl'Istorici di Francia -Tom. I, p. 644, 645, 649 Tom. III, p. 369-. [732] Lo Scetticismo del Conte di Buat (-Hist. des Peupl. Tom. VII, p. 539, 540-) non può combinarsi con alcuno principio di ragione, o di critica. Non è forse Gregorio di Tours preciso, e positivo nel suo racconto della distruzione di Metz? Alla distanza di non più di cento anni poteva egli ed il Popolo ignorare il destino d'una città, ch'era la residenza attuale de' Re d'Austrasia, suoi sovrani? L'erudito Conte, che sembra avere intrapreso l'apologia d'Attila e dei Barbari, cita il falso Idazio -parcens civitatibus Germaniae et Galliae-, e non si rammenta, che il vero Idazio ha espressamente affermato, -plurimae civitates affractae-, fra le quali conta anche Metz. [733] -....... Ut liquerat Alpes- -Aetius, tenue et rarum sine milite ducens- -Robur, in auxiliis Geticum male credulus agmen- -Incassum propriis praesumens adjere castris.- [734] Si descrive imperfettamente la politica d'Attila, d'Ezio, e de' Visigoti nel -Panegirico d'Avito-, e nel -cap. 36- di Giornandes. Tanto il Poeta, che l'Istorico erano preoccupati da personali o nazionali pregiudizi. Il primo esalta il merito e l'importanza d'Avito: -Orbis, Avite, salus, etc.- L'altro è ansioso di porre i Goti nell'aspetto più favorevole. Pure la coerenza dell'uno coll'altro, quando son bene interpetrati, è una prova della loro veracità. [735] L'enumerazione dell'armata d'Ezio si fa da Giornandes -c. 36 p. 644-. -Edit. Grot. Tom. II, p. 23 degl'Istorici di Franc. con le note dell'Editore Benedettino-. I Leti erano una razza promiscua di Barbari nati o naturalizzati nella Gallia; i Ripari o Ripuari traevano il loro nome dalla loro situazione su' tre fiumi, il Reno, la Mosa, e la Mosella; gli Armorici possedevano le città indipendenti fra la Senna e la Loira; si era piantata una colonia di Sassoni nella diocesi di Bayeux; i Borgognoni erano stabiliti nella Savoia; ed i Breoni erano una guerriera tribù de' Reti, all'Oriente del lago di Costanza. [736] -Aurelianensis urbis obsidio, oppugnatio, irruptio, nec direptio- (-l. V Sidon. Appollin. l. VIII Epist. 15 p. 246-). La liberazione d'Orleans si sarebbe facilmente potuta convertire in un miracolo, ottenuto e predetto dal Santo Vescovo. [737] Nelle comuni edizioni, si legge XCM; ma v'è qualche autorità di Manoscritti (e qualunque autorità è sufficiente) pel numero più ragionevole di XVM. [738] Scialons, o Duro-Catalaunum, di poi -Catalauni-, anticamente formava una parte del territorio di Rheims, da cui non è distante che 27 miglia. Vedi Valesio -notit. Gall. p. 136-. Danville -notice de l'ancien. Gaule p. 212, 279-. [739] Si fa spesso menzione della Campania, o Sciampagna da Gregorio di Tours; e quella gran Provincia, di cui Rheims era la Capitale, obbediva al governo d'un Duca. Valesio -notit. 120, 123-. [740] Io so, che queste orazioni militari soglion ordinariamente comporsi dagl'Istorici; pure i vecchi Ostrogoti, che avevan militato sotto Attila, poterono raccontare il suo discorso a Cassiodoro: le idee, ed anche l'espressioni hanno cert'aria originale Scita; ed io dubito se ad un Italiano del sesto secolo fosse caduta in mente la frase -hujus certaminis gaudia-. [741] L'espressioni di Giornandes, o piuttosto di Cassiodoro, sono estremamente forti: -bellum atrox, multiplex, immane, pertinax, cui simile nulla usquam narrat antiquitas: ubi talia gesta referuntur, ut nihil esset, quod in vita sua cospicere potuisset egregius, qui hujus miraculi privaretur aspectu-. Dubos (-Hist. crit. Tom. I, p. 392, 393-) tenta di conciliare i 162,000 di Giornandes co' 300,000 d'Idazio, e di Isidoro, supponendo, che il maggior numero contenesse la total distruzione della guerra, gli effetti delle malattie, la strage del Popolo inerme ec. [742] Il Conte di Buat (-Hist. des Peuples etc. Tom. VII, p. 554, 573-) seguitando sempre il -falso- Idazio, e di nuovo rigettando il -vero-, ha diviso la disfatta d'Attila in due gran battaglie; la prima vicino ad Orleans, la seconda nella Sciampagna: nell'una, secondo esso, Teodorico fu ucciso; nell'altra fu vendicato. [743] Giornandes, -de reb. Getic. c. 41 p. 671-. La politica d'Ezio, e la condotta di Torrismondo son molto naturali; ed il Patrizio, secondo Gregorio di Tours (-lib. II, c. 7, p. 163-), allontanò il Principe de' Franchi con suggerirgli un simil timore. Il falso Idazio ridicolosamente pretende, ch'Ezio facesse di notte una segreta visita al Re degli Unni e de' Visigoti; da ciascheduno dei quali ricavasse un dono di diecimila monete d'oro per prezzo d'una quieta ritirata. [744] Queste crudeltà, che sono pateticamente deplorate da Teodorico, figlio di Clodoveo (Gregorio di Tours -lib. III, c. 10 p. 190-), convengono al tempo, ed alle circostanze della invasione d'Attila. La tradizion popolare attestò per lungo tempo la sua residenza in Turingia; e si suppone aver esso adunato un -couroultai-, o dieta nel territorio d'Eisenach. Vedi Mascovio (IX. 30), che stabilisce con minuta accuratezza l'estensione dell'antica Turingia, e ne trae il nome dalla Gotica tribù de' Tervingi. [745] -Machinis constructis, omnibusque tormentorum generibus adhibitis- Giornandes -c. 42 p. 673-. Nel secolo decimo terzo i Mongoli batterono le città della China con grandi macchine costruite da' Maomettani o Cristiani, ch'erano al loro servizio; esse gettavano pietre di peso da 150 a 300 libbre. I Chinesi usavano la polvere da cannoni, ed anche le bombe in difesa del loro paese, circa cento anni prima che fossero conosciute in Europa; eppure anche quella celesti o infernali armi furono insufficienti a difendere una pusillanime nazione. Vedi Gaubil, -Hist. des Mongous pag. 70, 71, 155, 157 ec.- [746] Si racconta la medesima storia da Giornandes, e da Procopio (-de Bell. Vand. l. 1 c. 4 p. 187, 188-); e non è facile il decidere quale de' due sia l'originale. Ma l'Istorico Greco è caduto in un errore inescusabile nel porre l'assedio d'Aquileia dopo la morte d'Ezio. [747] Giornandes, circa cento anni dopo, asserisce, che Aquileia era tanto rovinata, -ut vix ejus vestigia, ut appareant, reliquerint-. Vedi Giornandes, -de reb. Get. c. 42 pag. 673-. Paul. Diac. -lib. 2, c. 14, p. 785-. Luitprando, -Hist. lib. III, c. 2-. Il nome d'Aquileia fu dato talvolta a -Forum Julii- (Cividal del Friuli) Capitale più recente della Provincia Veneta. [748] Nel descriver questa guerra d'Attila, guerra sì famosa, ma sì mal conosciuta, ho preso per mie guide due dotti Italiani, che hanno esaminato il Soggetto con certi particolari vantaggi; il Sigonio, -de Imper. Occid. l. XIII nelle sue opere Tom. 1 p. 495, 502-, ed il Muratori, -Annali d'Ital. Tom. IV. p. 129, 235 ediz. in 8.º-. [749] Questo fatto può trovarsi in due diversi articoli (μεδιολανον e κορυκος) della miscellanea compilazione di Suida. [750] -Leo respondit, humana hoc pictum manu:- -Videres hominem deiectum, si pingere- -Leones scirent......- -Append. ad Phaedr., Fab. 25.- Il Leone, appresso Fedro, molto stoltamente s'appella dalle pitture all'anfiteatro; ed ho piacere d'osservare, che il naturale e giudizioso La Fontaine (-l.- III. -Fab.- X.) abbia tralasciato questa molto difettosa ed impropria conclusione. [751] Paolo Diacono (-de Gest. Longob. l. II, c. 14, p. 784-) descrive le Province d'Italia verso il fine dell'ottavo secolo: -Venetia non solum in paucis insulis, quas nunc Venetias dicimus, constat, sed ejus terminus a Pannoniae finibus usque Adduam fluvium protelatur.- L'istoria di quella Provincia fino al tempo di Carlo Magno forma la prima e più importante parte della -Verona illustrata- (-p. 1, 388-), nella quale il Marchese Scipione Maffei si è dimostrato capace di grandi vedute, non meno che di minute ricerche. [752] Non si dimostra quest'emigrazione con alcuna prova contemporanea: ma il fatto si prova dal successo, e se ne possono esser conservate le circostanze dalla tradizione. I cittadini d'Aquileia si ritirarono all'Isola di Grado, quelli di Padova a -Rivus altus-, o Rialto, dove poi fu edificata la città di Venezia ec. [753] La topografia, e le antichità delle isole Venete da Grado a Clodia o Chiozza sono esattamente fissate nella -Dissertazione Corografica- de Italia medii aevi -p. 151, 155-. [754] Cassiodoro, -Var. l. XII, ep. 24-. Il Maffei (-Verona illustr. P. 1. p. 240, 154-) ha tradotto e spiegato questa curiosa Lettera, da erudito antiquario, e da suddito fedele, che risguardava Venezia, come l'unica legittima prole della Repubblica Romana. Egli fissa la data della lettera, e conseguentemente la Prefettura di Cassiodoro all'anno 523; e di tanto maggior peso è l'autorità del Marchese, ch'esso aveva preparato un'edizione delle opere di Cassiodoro, e pubblicò una dissertazione sulla vera ortografia del suo nome. (Vedi -Osservazioni Letterar. Tom. II. p. 290, 339-). [755] Vedasi nel secondo tomo dell'Istoria del Governo di Venezia d'Amelot della Houssaie una traduzione del famoso -Squittinio-. Questo libro, che è stato esaltato molto al di là de' suoi meriti, è macchiato in ogni verso dalla non ingenua malevolenza di parte: ma vi son mescolate insieme le principali prove genuine con le apocrife; ed il lettore sceglierà facilmente la via di mezzo. [756] Il Sirmondo ha pubblicato (-not. ad Sidon. Apollin. p. 19-) un curioso passo, tratto dalla cronica di Prospero. -Attila, redintegratis viribus, quas in Gallia amiserat Italiam ingredi per Pannonias intendit; nihil duce nostro Hetio secundum prioris belli opera prospiciente ec.- Egli rimprovera Ezio d'aver trascurato di guardar le alpi, e del disegno d'abbandonar l'Italia. Ma questa temeraria censura può almeno contrabbilanciarsi dalle favorevoli testimonianze d'Idazio e d'Isidoro. [757] Si vedano gli originali ritratti d'Avieno, e di Basilio, suo rivale, delineati e posti in confronto fra loro, nelle Lettere (-l. I. p. 22-) di Sidonio. Esso avea studiato i caratteri de' due Capi del Senato; ma si attaccò a Basilio, come ad un amico più solido e disinteressato. [758] Si posson ravvisare i principj ed il carattere di Leone in cento quarantuna lettere originali, che illustrano l'istoria Ecclesiastica del suo lungo e laborioso Pontificato, dall'anno 440 al 461. Vedi Du Pin, -Bibl. Eccles. Tom. III, Par. II, p. 120, 165-. [759] -........ Tardis ingens ubi flexibus errat- -Mincius, et tenera praetexit arundine ripas.- . . . . . . . . . . . . . . . . . . . -Anne lacus tantos te, Lari maxime teque,- -Fluctibus et fremitu assurgens, Benace, marino.- [760] Il Marchese Maffei (-Verona illustrat. part. I. p. 95, 129, 221 Part. II. §. 6-) ha schiarito con gusto ed erudizione questa interessante topografia. Esso pone l'abboccamento d'Attila e di S. Leone vicino ad Ariolica o Ardelica, ora Peschiera, all'unione del lago e del fiume; fissa la villa di Catullo nella deliziosa penisola di Sarmio, e scuopre l'-Andes- di Virgilio nel Villaggio di Bande, precisamente situato -qua se subducere colles incipiunt-, dove i colli Veronesi insensibilmente s'abbassano verso la pianura di Mantova. [761] -Si statim infesto agmine urbem petiissent, grande discrimen esset. Sed in Venetia, qua fere tractu Italia mollissima est, ipsa soli coelique clementia robur elanguit. Ad hoc panis usu, carnisque coctae, et dulcedine vini mitigatos etc.- Questo passo di Floro (III. 5) è anche più applicabile agli Unni, che a' Cimbri, e può servire come di comentario al contagio -celeste-, con cui Idazio ed Isidoro hanno afflitto le truppe d'Attila. [762] L'istorico Prisco ha fatto positivamente menzione dell'effetto, che produsse tal esempio sull'animo d'Attila. Giornandes -c. 42 p. 673-. [763] La pittura di Raffaello è nel Vaticano; il basso, o piuttosto l'alto rilievo dell'Algardi è in uno degli altari di S. Pietro (Vedi Dubos, -Reflex. sur la Poes. et sur la Peint. Tom. I. p. 519, 520-). Il Baronio (-Annal. Eccl. an. 452, n. 57, 58-) sostiene bravamente la verità di quest'apparizione, che per altro vien rigettata da' più eruditi e pii Cattolici. [764] -Attila, ut Priscus historicus refert, extinctionis suae tempore puellam Ildico nomine decoram valde sibi in matrimonium post innumerabiles uxores.... socians.- Giornandes -c. 49 p. 683, 684-; quindi aggiunge (-c. 50, p. 686-). -Filii Attilae, quorum per licentiam libidinis pene populus fuit.- Fra' Tartari d'ogni tempo è stata in uso la poligamia. Si regola il grado delle mogli volgari soltanto dalla bellezza della loro persona; ed una matrona avanzata prepara, senza lagnarsi, il letto destinato per la giovane sua rivale. Ma nelle famiglie reali, le figlie de' Kan comunicano a' loro figli un diritto anteriore all'eredità. Vedi (-Istor. Genealog. p. 406-). [765] La nuova del fatto, raccontato come un -delitto- di essa, giunse a Costantinopoli, dove gli fu dato un nome ben differente; e Marcellino osserva, che il tiranno d'Europa fu ucciso nella notte, dalla mano e dal coltello d'una donna. Cornelio, che ha adattato alla sua tragedia il fatto genuino, descrive l'irruzione del sangue in quaranta ampollosi versi, ed Attila esclama con ridicolo furore: -.... S'il ne veut s'arréter- (il suo sangue) -(Dit-il) on me payera ce qu'il va m'en coûter.- [766] Giornandes riporta le curiose circostanze della morte e de' funerali d'Attila (-c. 49, p. 683, 684, 685-), e probabilmente le trascrisse da Prisco. [767] Vedi Giornandes -de reb. Got. c. 50 p. 685, 686, 687, 688-. La distinzione, ch'ei fa delle armi d'ogni nazione, è curiosa ed importante: -Nam ibi admirandum reor fuisse spectaculum, ubi cernere erat cunctis, pugnantem Gothum ense furentem, Gepidam in vulnere suorum cuncta tela frangentem, Svevum pede, Hunnum sagitta praesumere, Alanum gravi, Herutum levi armatura aciem instruere.- Io non so precisamente la situazione del fiume Netad. [768] Due Istorici moderni hanno sparso molta nuova luce sulla rovina, e divisione dell'Impero d'Attila: il Buat con la sua laboriosa e minuta diligenza (-Tom. VIII, p. 3, 31, 68, 94-); ed il Guignes mediante la straordinaria sua cognizione della lingua e degli scritti Chinesi. (Vedi -Hist. des Huns Tom. II, p. 315, 319-). [769] Placidia morì a Roma il dì 27 Novembre dell'anno 450. Essa fu sepolta a Ravenna, dove il sepolcro ed anche il cadavere di lei, assiso sopra una sedia di cipresso, fu conservato per più secoli. L'Imperatrice ricevè molti complimenti dal Clero ortodosso; e S. Pietro Crisologo l'assicurò, che il suo zelo per la Trinità era stato ricompensato con un'augusta trinità di figliuoli. (Vedi Tillemont, -Hist. des Emper. Tom. VI. p. 240-). [770] -Aetium Placidus mactavit semivir amens.- Tal è l'espressione di Sidonio (-Paneg. Avit. 359-). Il poeta conosceva il Mondo, e non era disposto ad adulare un Ministro che aveva ingiuriato o disonorato Avito, o Maioriano, successivi eroi del suo canto. [771] La cognizione che abbiamo, delle cause e circostanze delle morti di Valentiniano e d'Ezio, è oscura ed imperfetta. Procopio (-De Bell. Vandall. l. 1, c. 4, p. 186, 187, 188-) è uno scrittor favoloso, pei fatti che precedono i suoi tempi. Bisogna supplire e correggere i suoi racconti con cinque o sei Croniche, nessuna delle quali fu composta in Roma o in Italia; e che non esprimono che in tronchi sensi i romori popolari, quali giungevano nella Gallia, nella Spagna, nell'Affrica, in Costantinopoli, o in Alessandria. [772] Quest'interpretazione di Vezio, celebre augure, era citata da Varrone nel libro XVIII delle sue Antichità. Censorino, -de die Natal. c. 17, p. 90, 91 Edit. Havercamp-. [773] Secondo Varrone, il duodecimo secolo doveva spirare l'anno 447. Ma l'incertezza della vera Era di Roma può permettere qualche estensione di tempo. I poeti di quel secolo, Claudiano (-De bell. Getic. 265-), e Sidonio (in Paneg. avit. 357), si possono risguardar come buoni testimoni dell'opinion popolare: -Jam reputant annos, interceptoque volatu- -Vulturis, incidunt properatis saecula metis.- · · · · · · · · · · · · · · · · -Jam prope fata tui bissenas vulturis alas- -Implebant; scis namque tuos, scis Roma labores.- Vedi Dubos, -Hist. crit. Tom. 1, p. 340, 346-. [774] Il quinto libro di Salviano è pieno di patetici lamenti, e di veementi invettive. La smoderata sua libertà serve a provare la debolezza non meno che la corruzione del Governo Romano. Il suo libro fu pubblicato dopo la perdita dell'Affrica (an. 439), e prima della guerra d'Attila (anno 451). [775] I Bagaudi di Spagna, che si mescolarono in regolari battaglie con le truppe Romane, son rammentati più volte nella Cronica d'Idazio. Salviano ha descritto le angustie, e la ribellione loro con espressioni molto forti: -Itaque nomen civium Romanorum.... nunc ultro repudiatur ac fugitur, nec vile tamen, sed etiam abominabile pene habetur.... Et hinc est, ut etiam hi, qui ad Barbaros non confugiunt, Barbari tamen esse coguntur, scilicet ut est pars magna Hispanorum, et non minima Gallorum.... De Bagaudis nunc mihi sermo est, qui per malos judices et cruentos spoliati, afflicti, necati postquam ius Romanae libertatis amiserant, etiam honorem Romani nominis perdiderunt.... vocamus rebelles, vocamus perditos, quos esse compulimus criminosos. De Gubern. Dei l. V, p. 158, 159.- CAPITOLO XXXVI. -Sacco di Roma fatto da Genserico, Re de' Vandali. Sue depredazioni navali. Successione degli ultimi Imperatori occidentali, Massimo, Avito, Maiorano, Severo, Antemio, Olibrio, Glicerio, Nipote, Augustolo. Total estinzione dell'Impero dell'Occidente. Regno d'Odoacre, primo Re Barbaro d'Italia.- La perdita, o la desolazione delle Province, dall'Oceano alle Alpi, diminuì la gloria e la grandezza di Roma: ma la separazione dell'Affrica distrusse irreparabilmente l'interna sua prosperità. I rapaci Vandali confiscarono i beni patrimoniali de' Senatori, ed impedirono i regolari sussidi, che sollevavano la povertà, ed incoraggivano l'ozio de' plebei. La miseria de' Romani fu tosto aggravata da un attacco inaspettato; e quella Provincia, che per tanto tempo si era coltivata per loro uso da industriosi e fedeli sudditi, fu armata contro di loro da un ambizioso Barbaro. I Vandali e gli Alani, che seguitavano il fortunato stendardo di Genserico, avevano acquistato un ricco e fertile territorio, che si estendeva lungo la costa sopra novanta giornate di cammino da Tangeri a Tripoli; ma l'arenoso deserto ed il Mediterraneo ristringevano e confinavano da ambe le parti gli angusti lor limiti. La scoperta e la conquista de' popoli neri, che abitavano sotto la zona torrida, non poteva tentare la ragionevole ambizione di Genserico; ma egli rivolse gli occhi verso il mare; risolvè di formare una forza navale; e l'audace sua risoluzione fu eseguita con ferma ed attiva perseveranza. I boschi del monte Atlante gli somministrarono un'inesauribile quantità di legname; i suoi nuovi sudditi si abilitarono nelle arti della navigazione, e della costruzion delle navi; esso animò gli arditi suoi Vandali ad abbracciare una maniera di combattere, che avrebbe renduto qualunque paese marittimo accessibile alle loro armi; i Mori e gli Affricani furono adescati dalla speranza della preda; e dopo un intervallo di sei secoli, le flotte, che usciron dal porto di Cartagine, aspirarono di nuovo all'Impero del Mediterraneo. Le prosperità de' Vandali, la conquista della Sicilia, il sacco di Palermo, ed i frequenti sbarchi sulle coste della Lucania risvegliarono, e misero in moto la madre di Valentiniano, e la sorella di Teodosio. Si formarono alleanze, e si prepararono dispendiosi ed inefficaci armamenti per la distruzione del comun nemico, che riservava il proprio coraggio ad affrontar que' pericoli, che la sua politica non poteva impedire o evitare. Furono sconcertati più volte i disegni del Governo Romano dalle artificiose dilazioni, ambigue promesse, ed apparenti cessioni di lui; e l'interposizione del Re degli Unni, formidabile suo confederato, richiamò gl'Imperatori dalla conquista dell'Affrica alla cura della domestica lor sicurezza. Le rivoluzioni del Palazzo, che lasciaron l'Impero d'Occidente senza difensore, e senza legittimo Principe, sgombrarono i timori, e stimolarono l'avarizia di Genserico. Equipaggiò esso immediatamente una numerosa flotta di Vandali, e di Mori, e gettò l'ancora alla bocca del Tevere circa tre mesi dopo la morte di Valentiniano, e l'innalzamento di Massimo al trono Imperiale. [A. 455] Si citò spesse volte la vita privata del Senatore Petronio Massimo[776], come un raro esempio d'umana felicità. La sua nascita era nobile ed illustre, mentre discendeva dalla famiglia Anicia; la sua dignità veniva sostenuta da un adequato patrimonio in terre e danari: e questi beni di fortuna erano accompagnati dalle arti liberali e dalle decenti maniere, che adornano o imitano gl'inestimabili doni del genio e della virtù. Il lusso del palazzo e della tavola di esso era ospitale ed elegante. Ogni volta che Massimo compariva in pubblico, era circondato da una serie di grati ed ossequiosi clienti[777]; e può essere che fra questi egli meritasse, ed avesse di fatto qualche vero amico. Fu premiato il suo merito dal favore del Principe e del Senato: esercitò egli per tre volte l'uffizio di Prefetto del Pretorio d'Italia; fu investito due volte del Consolato, ed ottenne il titolo di Patrizio. Questi civili onori non erano incompatibili col godimento della tranquillità e della quiete; il suo tempo, secondo che richiedeva la ragione o il piacere, veniva esattamente distribuito da un oriuolo ad acqua; e può concedersi, che quest'economia di tempo dimostri il sentimento, che Massimo aveva della propria felicità. Sembra che l'ingiuria, ch'ei ricevè dall'Imperator Valentiniano scusi la più sanguinosa vendetta. Pure un filosofo avrebbe potuto riflettere, che se la resistenza della sua moglie era stata sincera, la sua castità era tuttavia inviolata, e che questa non si sarebbe mai reintegrata, se essa avea consentito al voler dell'adultero, ed un buon cittadino avrebbe molto esitato prima di gettar se stesso, e la patria in quelle inevitabili calamità, che dovetter seguire l'estinzione della real famiglia di Teodosio. L'imprudente Massimo trascurò queste salutari considerazioni; secondò la propria collera ed ambizione; vide il cadavere sanguinoso di Valentiniano a' suoi piedi; e si udì salutare Imperatore dall'unanime voce del Senato e del Popolo. Ma il giorno del suo inalzamento fu l'ultimo della sua felicità. Esso fu imprigionato (tal è la viva espressione di Sidonio) nel palazzo; e dopo aver passato una notte senza dormire, sospirava per esser giunto al colmo de' suoi desiderj, e non aspirava, che a scendere da quella pericolosa elevazione. Oppresso dal peso del diadema, comunicava i suoi ansiosi pensieri al Questore Fulgenzio, suo amico; e quando guardava indietro con inutile pentimento i suoi piaceri della vita passata, l'Imperatore esclamava: «o fortunato Damocle[778], il tuo regno principiò e finì nel medesimo pranzo!» Allusione ben nota, che Fulgenzio poi ripeteva, come un'istruttiva lezione pei Principi, e pei sudditi. [A. 455] Il regno di Massimo durò circa tre mesi. Le sue ore, delle quali non potea più disporre, venivano disturbate dal rimorso, dalla colpa, o dal timore, ed era scosso il suo trono dalle sedizioni de' soldati, del Popolo, e de' Barbari alleati. Il matrimonio di Palladio suo figlio con la figlia maggiore dell'Imperatore defunto era forse diretto a stabilire l'ereditaria successione della sua famiglia; ma la violenza, ch'ei fece all'Imperatrice Eudossia, non potè nascere, che da un cieco impulso di libidine o di vendetta. La propria moglie, ch'era stata la causa di que' tragici fatti, opportunamente era morta; e la vedova di Valentiniano fu costretta a violare il decente suo lutto, e forse il vero suo cordoglio, ed a sottomettersi agli abbracciamenti d'un superbo usurpatore, ch'essa sospettava essere stato l'assassino del suo defunto marito. Questi sospetti furono ben tosto verificati per l'indiscreta confessione di Massimo stesso, ed egli capricciosamente provocò l'odio della ripugnante sua sposa, la quale era ben consapevole che discendeva da stirpe Imperiale. Dall'Oriente però non poteva Eudossia sperare alcuno efficace aiuto: suo padre, e Pulcheria sua zia erano morti; sua madre languiva nell'angustia e nell'esilio di Gerusalemme; e lo scettro di Costantinopoli era nelle mani d'uno straniero. Essa rivolse gli occhi verso Cartagine; segretamente implorò l'aiuto del Re de' Vandali; e persuase Genserico a profittare della bella occasione di coprire i suoi rapaci disegni coi nomi speciosi di onore, di giustizia e di compassione[779]. Per quanto senno Massimo avesse dimostrato ne' posti subordinati, egli era incapace d'amministrare un Impero; e quantunque potesse facilmente sapere i preparativi navali, che si facevano su gli opposti lidi dell'Affrica, aspettò con supina indifferenza la venuta del nemico, senza prendere alcuna misura per difendersi, per trattare, o per opportunamente ritirarsi. Quando i Vandali sbarcarono all'imboccatura del Tevere, l'Imperatore fu ad un tratto svegliato dal suo letargo pei clamori d'una tremante ed esacerbata moltitudine. L'unica speranza, che si presentò all'attonito suo spirito, fu quella d'una precipitosa fuga; ed esortò i Senatori ad imitare l'esempio del loro Principe. Ma appena Massimo si fece veder nelle strade, che fu assalito da una pioggia di pietre: un soldato Romano o Borgognone si attribuì l'onore della prima ferita di esso; il suo lacero corpo fu ignominiosamente gettato nel Tevere; il Popolo Romano vide con piacere la pena data all'autore della pubblica calamità; ed i famigliari d'Eudossia segnalarono il proprio zelo in servizio della loro Signora[780]. [A. 455] Il terzo giorno dopo il tumulto, Genserico si avanzò arditamente dal porto d'Ostia alle porte della indifesa città. Invece d'una sortita di gioventù Romana, uscì dalle porte una disarmata e venerabile processione del Vescovo alla testa del suo clero[781]. L'intrepido spirito di Leone, la sua autorità ed eloquenza mitigaron di nuovo la fierezza d'un Barbaro conquistatore; il Re de' Vandali promise di risparmiare la moltitudine, che non avesse fatta resistenza, di non portar l'incendio alle fabbriche, e di liberare i prigionieri dalla tortura; e quantunque tali ordini non fossero seriamente mai dati, nè rigorosamente eseguiti, la mediazione di Leone fu gloriosa per esso, ed in qualche modo giovevole alla Patria. Ma Roma ed i suoi abitanti furono abbandonati alla licenza de' Vandali, e de' Mori, le cieche passioni de' quali vendicarono le ingiurie di Cartagine. Il sacco durò quattordici giorni e quattordici notti; e tutto ciò, che vi rimaneva di pubblica o privata ricchezza, di tesori sacri o profani, fu diligentemente trasportato alle navi di Genserico. Fra le altre spoglie, le splendide reliquie di due tempj, o piuttosto di due religioni, mostrarono un memorabil esempio delle vicende delle cose umane e divine. Dopo l'abolizione del Paganesimo, si era profanato ed abbandonato il Campidoglio; pure tuttavia si rispettavano le statue degli Dei e degli Eroi, ed il curioso tetto di bronzo dorato riservavasi alle mani rapaci di Genserico[782]. I sacri arnesi del Culto Giudaico[783], la tavola d'oro, ed il candelabro, pur d'oro, con sette rami, in principio fatti secondo le speciali istruzioni di Dio medesimo, e che furono posti nel santuario del suo tempio, si erano pomposamente mostrati al Popolo Romano nel Trionfo di Tito; si erano quindi depositati nel tempio della Pace; ed al termine di quattrocento anni le spoglie di Gerusalemme trasportate furono da Roma a Cartagine da un Barbaro, che traeva l'origine da' lidi del Baltico. Questi antichi monumenti potevano attirar la curiosità, non meno che l'avarizia. Ma le chiese Cristiane, arricchite ed ornate dalla predominante superstizione di que' tempi, somministrarono una più abbondante materia al sacrilegio; e la pia liberalità del Papa Leone, che fece fondere sei vasi d'argento, donati da Costantino, del peso di cento libbre l'uno, è una prova del danno, ch'ei procurava di riparare. Ne' quarantacinque anni, ch'eran passati dopo l'invasione Gotica, la pompa ed il lusso di Roma avevano in qualche modo ripreso vigore; ed era difficile il soddisfare, o l'evitar l'avarizia d'un conquistatore, che aveva comodità di raccogliere, e navi da portar via le ricchezze della capitale. Gl'Imperiali ornamenti del palazzo, magnifici mobili e addobbi, i vasi massicci furono accumulati con disordinata rapina: l'oro e l'argento montò a più migliaia di talenti; e ciò nonostante fu con molta fatica tolto anche il rame, ed il bronzo. Eudossia medesima, che s'avanzò incontrò al suo amico e liberatore, pianse ben tosto l'imprudenza della propria condotta. Essa fu incivilmente spogliata delle sue gioie; e la sfortunata Imperatrice con le due sue figlie, ch'erano tutto ciò che restava del Gran Teodosio, fu costretta, come una schiava, a seguitare l'altiero Vandalo, che immediatamente sciolse le vele, e tornò con prospera navigazione al porto di Cartagine[784]. Più migliaia di Romani di ambedue i sessi, scelti per causa di qualche utile o piacevole lor qualità s'imbarcarono lor malgrado sulla flotta di Genserico; e la loro angustia fu aggravata dagl'insensibili Barbari, che nella division della preda separaron le mogli da' loro mariti, ed i figli da' padri. La carità di Deogratias[785], Vescovo di Cartagine, fu l'unica loro consolazione e sostegno. Ei vendè generosamente i vasi d'oro e d'argento della Chiesa per comprare la libertà di alcuni, per alleggerire la schiavitù di altri, e per supplire, a' bisogni, ed alle infermità d'una moltitudine di schiavi, che si erano ammalati per le fatiche sofferte nel passaggio dall'Italia nell'Affrica. Due spaziose chiese per ordine di esso furono convertite in ospedali: gli ammalati furono distribuiti in convenienti letti, e generosamente provveduti di cibo, e di medicine; e l'attempato Prelato ripeteva le sue visite, sì di giorno che di notte, con un'assiduità superiore alle sue forze, e con un tenero impegno, che accresceva il valore de' suoi servigi. Si paragoni questa scena col campo di Canne; e si giudichi tra Annibale ed il successore di S. Cipriano[786]. [A. 455] La morte d'Ezio e di Valentiniano aveva allentato i vincoli, che tenevano i Barbari della Gallia in pace e subordinazione. La costa marittima era infestata dai Sassoni; gli Alemanni ed i Franchi si avanzarono dal Reno alla Senna; e l'ambizione de' Goti pareva che meditasse più estese e permanenti conquiste. L'Imperator Massimo si liberò, mediante una giudiziosa scelta, dal peso di queste distanti cure; fece tacere le sollecitazioni de' suoi amici, diede orecchio alla voce della fama, e promosse uno straniero al comando generale delle milizie nella Gallia. Avito[787], ch'era lo straniero, il merito di cui fu sì nobilmente premiato, discendeva da una ricca ed onorevol famiglia nella diocesi dell'Alvergna. Le vicende di que' tempi lo spinsero ad abbracciare con uguale ardore la professione militare, e civile; e l'instancabile giovane congiunse gli studi della letteratura e della giurisprudenza coll'esercizio delle armi, e della caccia. Impiegò lodevolmente trent'anni della sua vita nel servizio pubblico; dimostrò alternativamente i suoi talenti nella guerra e nella negoziazione; ed il soldato di Ezio, dopo aver eseguito le più importanti ambasciate, fu innalzato al posto di Prefetto del Pretorio della Gallia. O sia che il merito d'Avito eccitasse l'invidia, o che la sua moderazione desiderasse riposo, tranquillamente si ritirò ad una terra, ch'ei possedeva nelle vicinanze di Clermont. Un copioso torrente, che nasceva dalla montagna, e si gettava precipitosamente in un'alta e schiumosa cascata, scaricava le sue acque in un lago di circa due miglia in lunghezza, e la villa era piacevolmente situata sul margine di esso. I bagni, i portici, gli appartamenti d'estate e d'inverno erano adattati a' disegni del lusso e del comodo: e l'addiacente campagna somministrava i vari prospetti di boschi, di pasture, e di prati[788]. Nella sua ritirata, nella quale Avito passava il tempo co' libri, ne' divertimenti campestri, nella pratica dell'agricoltura, e nella conversazione degli amici[789], ricevè il diploma Imperiale, che lo dichiarava Generale della cavalleria e dell'infanteria della Gallia. Preso ch'egli ebbe il comando militare, i Barbari sospesero il lor furore; e di qualsivoglia sorta fossero i mezzi ch'ei potè impiegare, o le concessioni che potè esser costretto a fare, il Popolo godè il vantaggio dell'attuale tranquillità. Ma il destino della Gallia dipendeva da' Visigoti; ed il Generale Romano, meno sollecito della sua dignità che del pubblico bene, non isdegnò d'andare a Tolosa col carattere d'Ambasciatore. Esso fu ricevuto con cortese ospitalità da Teodorico Re dei Goti; ma mentre Avito gettava i fondamenti d'una stabile alleanza con quella potente nazione, fu sorpreso dalla notizia, che l'Imperator Massimo era stato ucciso, e Roma saccheggiata da' Vandali. Un trono vacante, ch'egli poteva occupare senza delitto o pericolo, tentò la sua ambizione[790]; ed i Visigoti facilmente s'indussero a sostenere la sua pretensione col loro irresistibile voto. Essi amavano la persona d'Avito, rispettavano le sue virtù, e non erano insensibili al vantaggio non meno che all'onore di dare un Imperatore all'Occidente. Approssimavasi allora il tempo, in cui si teneva in Arles l'annuale assemblea delle sette Province; la presenza di Teodorico e dei marziali fratelli potè forse influire nelle loro deliberazioni; ma la scelta loro doveva naturalmente inclinare verso il più illustre de' lor naturali. Avito, dopo una decente resistenza, accettò da' rappresentanti della Gallia il Diadema Imperiale; e fu ratificata la sua elezione dalle acclamazioni de' Barbari e de' Provinciali. Si richiese, e si ottenne il formal consenso di Marciano Imperatore dell'Oriente: ma il Senato, Roma e l'Italia, quantunque umiliati dalle recenti loro calamità, si sottoposero con segreta ripugnanza alla presunzione del Gallico usurpatore. [A. 453-466] Teodorico, al quale Avito era debitor della porpora, aveva acquistato lo scettro Gotico mediante l'uccisione di Torrismondo suo fratello maggiore; e giustificò questo atroce fatto col disegno, che il suo predecessore avea formato, di violare la sua confederazione coll'Impero[791]. Tal delitto potè forse non essere incompatibile con le virtù d'un Barbaro; ma le maniere di Teodorico erano gentili ed umane, e la posterità può rimirar senza terrore la pittura originale d'un Re Goto, che Sidonio aveva ben esaminato nelle ore della pacifica e sociale conversazione. In una lettera scritta dalla Corte di Tolosa, l'Oratore soddisfa la curiosità d'un suo amico con la seguente descrizione[792]. «Per la maestà del suo aspetto imporrebbe Teodorico riverenza anche a quelli, che non ne conoscessero il merito; e quantunque sia nato Principe, il suo merito servirebbe a sublimarlo anche da privato. Esso è di statura piuttosto mediocre, il suo corpo sembra piuttosto pieno che grasso, e nelle proporzionate sue membra l'agilità si unisce alla forza muscolare[793]. Se si esamina la sua faccia, vi si osserva una spaziosa fronte, larghi e folti sopraccigli, un naso aquilino, tenui labbra, una regolar serie di bianchi denti, ed una bella carnagione, che arrossisce più spesso per modestia, che per isdegno. Si può precisamente indicare l'ordinaria distribuzione del suo tempo, essendo questa esposta alla pubblica vista. Avanti lo spuntar del giorno si porta con un piccolo seguito alla sua cappella domestica, dove si dice la messa da' ministri Arriani; ma quelli, che pretendono d'interpretare i segreti suoi sentimenti risguardano quest'assidua devozione, come un effetto d'abitudine e di politica. Il resto della mattina s'impiega nell'amministrazione del regno. Il suo Tribunale è circondato da alcuni ufiziali militari di decente aspetto e portamento: la rumorosa turba delle sue guardie Barbare occupa la sala dell'udienza; ma non è permesso loro di stare dentro i veli o le cortine, che tolgono la camera del consiglio agli occhi volgari. Vengono l'uno dopo l'altro introdotti gli ambasciatori delle nazioni. Teodorico ascolta con attenzione, risponde loro con discreta brevità, e secondo la natura degli affari pronunzia, o differisce la decisiva sua risoluzione. Circa le otto ore (all'ora seconda) si alza dal suo trono, e va al tesoro, o alla scuderia. Se gli piace di andare a caccia, o d'esercitarsi a cavallo, un giovane favorito gli porta l'arco; ma quando è trovata la fiera, lo tende con le proprie mani, e rade volte sbaglia il colpo: come Re, sdegna di portar le armi in tale ignobile occupazione; ma come soldato, si vergognerebbe di ricevere da altri alcun servigio militare a cui potesse supplir da se stesso. Ordinariamente il suo pranzo non è diverso da quello de' privati; ma ogni sabato, sono invitate molte onorevoli persone alla mensa reale, che in queste occasioni viene imbandita coll'eleganza della Grecia, coll'abbondanza della Gallia, e col buon ordine ed esattezza dell'Italia[794]. I piatti d'oro e d'argento son meno osservabili pel loro peso, che per la lucentezza e pel curioso lavoro: vien soddisfatto il gusto, senza che vi sia bisogno di estraneo e dispendioso lusso; la grandezza ed il numero de' bicchieri si regola con una rigorosa coerenza alle leggi della temperanza; ed il rispettoso silenzio, che vi si osserva, non è interrotto che da una grave ed istruttiva conversazione. Dopo desinare, Teodorico talvolta prende un poco di riposo; e tosto che si sveglia, chiede la tavola e i dadi, incoraggisce i suoi amici a dimenticare la maestà reale, e si compiace quando essi liberamente esprimono le passioni, che s'eccitano dagli accidenti del giuoco. In quest'esercizio, che esso ama come un'immagine della guerra, alternativamente fa prova di ardore, di abilità, di pazienza e di buon umore. Ride, se perde; ed è modesto e tace, se vince. Pure, non ostante quest'apparente indifferenza, i suoi cortigiani prendono i momenti della Vittoria per chiedere qualche favore; ed io stesso, nelle mie conversazioni col Re, ho ottenuto qualche vantaggio dalle mie perdite[795]. Circa l'ora nona (alle tre dopo mezzo giorno) si riprende il corso degli affari, e dura di continuo fin dopo il tramontar del sole, ed allora il segno della cena reale serve per licenziare la stanca folla de' supplichevoli e de litiganti. Alla cena, ch'è molto famigliare, sono ammessi talvolta de' buffoni e de' pantomimi per divertire, non per offendere la compagnia co' ridicoli loro detti; ma sono rigorosamente bandite le cantatrici, e la musica molle ed effeminata, essendo solo graditi agli orecchi di Teodorico que' suoni marziali, ch'eccitano lo spirito ad operar valorosamente. Ei si alza da tavola; e sono immediatamente poste le guardie notturne alle porte del tesoro, del palazzo e degli appartamenti segreti». [A. 456] Il Re de' Visigoti nell'atto d'incoraggiare Avito a prender la porpora, gli offrì la sua persona, e le sue forze, come un soldato fedele della Repubblica[796]. I fatti di Teodorico tosto convinsero il Mondo, ch'egli non avea degenerato dal guerriero valore de' suoi antenati. Dopo lo stabilimento de' Goti nell'Aquitania, ed il passaggio de' Vandali nell'Affrica, gli Svevi, che avevano stabilito il loro regno nella Gallicia, aspiravano alla conquista della Spagna e minacciavano d'estinguere i deboli residui della potenza Romana. I Provinciali di Cartagena e di Tarragona, molestati da un'ostile invasione, rappresentarono i danni che soffrivano, e le loro apprensioni. Fu spedito il Conte Frontone in nome dell'Imperatore Avito con vantaggiose offerte di pace e d'alleanza, e Teodorico v'interpose la valevole sua mediazione, dichiarando, che qualora il Re degli Svevi, suo cognato, immediatamente non si ritirasse, egli sarebbe stato costretto a prender le armi in difesa della giustizia e di Roma. «Digli (rispose il superbo Rechiario) che io non curo la sua amicizia, nè le sue armi, e che anzi proverò in breve, se ardirà d'aspettare la mia venuta sotto le mura di Tolosa». Una tal disfida mosse Teodorico a prevenire gli audaci disegni del suo nemico: passò i Pirenei alla testa de' Visigoti; i Franchi, ed i Borgognoni militavano sotto le sue bandiere; e quantunque si professasse fedele servo d'Avito, stipulò particolarmente per se medesimo, e pei suoi successori l'assoluto possesso delle conquiste Ispaniche. Le due armate, o piuttosto le due nazioni s'incontrarono sulle rive del fiume Urbico, alla distanza di circa dodici miglia da Astorga; e parve, che la vittoria decisiva de' Goti estirpasse per un tempo il nome ed il regno degli Svevi. Dal campo di battaglia, Teodorico avanzossi verso Braga, loro Metropoli, che conservava tuttavia le splendide tracce dell'antico suo commercio e della sua dignità[797]. Il suo ingresso nella medesima non fu macchiato di sangue, ed i Goti rispettarono la castità delle donne, specialmente delle sacre vergini: ma la maggior parte del Clero e del Popolo cadde in ischiavitù, e fino le chiese e gli altari restaron confusi nell'universale saccheggio. L'infelice Re degli Svevi era fuggito ad uno de' porti dell'Oceano; ma l'ostinazione de' venti s'oppose alla sua fuga; fu dato in mano dell'implacabile suo rivale; e Rechiario, che non desiderava, nè aspettava mercede, ricevè con viril costanza la morte, ch'egli trovandosi nelle medesime circostanze, probabilmente avrebbe dato al nemico. Dopo tal sanguinoso sacrifizio alla politica o allo sdegno, Teodorico portò le vittoriose sue armi fino a Merida, città principale della Lusitania, senza incontrar resistenza veruna a riserva del miracoloso potere di S. Eulalia; ma fu arrestato nella carriera de' suoi successi, e richiamato dalla Spagna, prima di poter provvedere alla sicurezza delle sue conquiste. Nella ritirata, ch'ei fece verso i Pirenei, vendicò le sue perdite contro il paese pel quale passò, e nel saccheggio di Pollenzia e d'Astorga si dimostrò infedele alleato, non meno che crudele nemico. Mentre il Re de' Visigoti combatteva e vinceva in nome d'Avito, il regno d'Avito era già terminato; e tanto l'onore, che l'interesse di Teodorico restarono altamente lesi per la disgrazia d'un amico, ch'esso avea collocato sul trono dell'Impero occidentale[798]. [A. 456] Le vive sollecitazioni del Senato e del Popolo persuasero l'Imperatore Avito a fissare la sua residenza in Roma, e ad accettare il consolato per l'anno venturo. Il primo giorno di Gennaio, Sidonio Apollinare, genero di lui, celebrò le sue lodi in un panegirico di seicento versi; ma questa composizione, quantunque fosse premiata con una statua di bronzo[799], sembra che contenga una ben piccola parte sì d'ingegno, che di verità. Il Poeta, se pure è permesso di avvilire tal sacro nome, esagera i meriti d'un Sovrano, e d'un padre; e la sua profezia d'un lungo e glorioso regno fu tosto contraddetta dal fatto. Avito, in un tempo in cui la dignità Imperiale riducevasi ad una preminenza di travagli e di pericoli, si abbandonò ai piaceri della mollezza Italiana: l'età non aveva estinto in esso le amorose inclinazioni; e viene accusato di avere insultato con indiscreta ed incivile derisione i mariti di quelle ch'egli aveva sedotte, o violate[800]. Ma i Romani non eran disposti nè a scusare i suoi difetti, nè a riconoscere le sue virtù. Le varie parti dell'Impero si alienavano l'una dall'altra ogni giorno più; e lo straniero della Gallia era l'oggetto dell'odio e del disprezzo popolare. Il Senato sostenne il legittimo suo diritto nell'elezione dell'Imperatore; e la sua autorità, che in principio era derivata dall'antica costituzione ricevè nuova forza dall'attual debolezza d'una decadente Monarchia. Pure anche una tal Monarchia avrebbe potuto resistere a' voti d'un inerme Senato, se la malcontentezza di questo non fosse stata sostenuta, e forse instigata dal Conte Ricimero, uno de' principali comandanti delle truppe Barbare, che formavano la difesa militare d'Italia. La madre di Ricimero era figlia di Vallia Re de' Visigoti; ma dal lato del padre discendeva dalla nazione degli Svevi[801]. Dalle disgrazie de' suoi nazionali potè forse inasprirsi l'orgoglio, o il patriottismo di esso; ed ubbidiva con ripugnanza ad un Imperatore, nell'inalzamento del quale egli non era stato consultato. I suoi fedeli ed importanti servigi contro il comun nemico lo renderono sempre più formidabile[802]; e dopo aver distrutto sulle coste della Corsica una flotta de' Vandali composta di sessanta galere, tornò Ricimero in trionfo col titolo di Liberator dell'Italia. Egli scelse questo momento per significare ad Avito, che il suo regno era giunto a fine; e il debole Imperatore, distante da' Goti suoi alleati, fu costretto dopo una breve ed inefficace contesa a dimetter la porpora. La clemenza però, o il disprezzo di Ricimero[803] gli permise di passare dal trono al più desiderabile posto di Vescovo di Piacenza: ma lo sdegno del Senato non era ancor soddisfatto; e la sua inflessibil severità pronunziò contro di lui la sentenza di morte. Esso fuggì verso le alpi coll'umile speranza non già d'armare i Visigoti in sua difesa, ma d'assicurare la propria persona ed i suoi tesori nel santuario di Giuliano, uno de' santi tutelari dell'Alvergna[804]. La malattia o la mano del carnefice l'arrestò per viaggio; ed il suo corpo fu decentemente trasportato a Brivas o Brioude nella sua nativa Provincia, e riposò a' piedi del suo santo avvocato[805]. Avito non lasciò che una figlia, moglie di Sidonio Apollinare, il quale ereditò il patrimonio del suocero, dolendosi nel tempo stesso, che fossero svanite le sue pubbliche e private speranze. Il suo rammarico l'indusse ad unirsi, o almeno ad appoggiar le misure d'un partito ribelle nella Gallia; ed il Poeta era caduto in qualche mancanza, che dovè poi espiare con un altro tributo d'adulazione verso il nuovo Imperatore[806]. [A. 457] Il successore d'Avito presenta la gradita scoperta d'un carattere grande ed eroico, quale sorge alle volte in un secolo degenerato per sostenere l'onor della specie umana. L'Imperator Maioriano ha meritato le lodi de' suoi contemporanei, e della posterità; e si possono rappresentar queste lodi, con le forti espressioni d'un giudizioso e disinteressato Istorico, il quale racconta: «ch'egli era cortese verso i suoi sudditi; terribile verso i nemici; e che superava in -ogni- virtù -tutti- i suoi antecessori, che regnato avevano sopra i Romani[807]». Tale testimonianza può almeno giustificare il panegirico di Sidonio; e noi possiamo assicurarci, che sebbene l'ossequioso oratore avrebbe adulato con uguale zelo il Principe anche più indegno; pure in quest'occasione il merito straordinario del suo Eroe lo fece restar dentro i limiti della verità[808]. Maioriano traeva il suo nome dall'avo materno, che sotto il regno di Teodosio il Grande avea comandato le truppe della frontiera Illirica. Ei diede la sua figlia per moglie al padre di Maioriano, rispettabile ufiziale, che amministrava le rendite della Gallia con abilità e giustizia, e generosamente preferì l'amicizia d'Ezio alle seducenti offerte d'una Corte insidiosa. Il futuro Imperatore suo figlio, che fu educato nella professione delle armi, dimostrò dalla prima sua gioventù un intrepido coraggio, un prematuro sapere, ed una liberalità illimitata in una tenue fortuna. Seguitò le bandiere d'Ezio, contribuì a' suoi successi, partecipò, e talvolta ecclissò la sua gloria, ed eccitò finalmente la gelosia del Patrizio, o piuttosto della sua moglie, che lo costrinse a ritirarsi dalla milizia[809]. Dopo la morte d'Ezio, Maioriano fu richiamato e promosso; e l'intima sua connessione col Conte Ricimero, fu l'immediato passo, che lo fece salire sul trono dell'Impero occidentale. Nella vacanza, che 1 [ ] - . - 2 . . , - . . . . . . - . 3 , 4 - - . 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