[705] -Deserta Valentinae urbis rara Alanis partienda traduntur.-
Prosper. Tyron., -Chron. in Histor. de Franc. Tom. 1. p. 639-. Pochi
versi dopo, Prospero nota che furono assegnate agli Alani delle terre
nella Gallia -ulteriore-. Senz'ammetter la correzione dell'Ab. Dubos
(-Tom. 1. p. 300-), la ragionevole supposizione di -due- colonie, o
guarnigioni di Alani confermerà i suoi argomenti, e toglierà le
obiezioni.
[706] Vedi Prosp. Tyr. -p. 639.- Sidonio (-Paneg. Avit. 246-) si duole
in nome dell'Alvernia sua Patria.
-Lithorius Scythicos equites, tunc forte subacto-
-Celsus Aremorico, Geticum rapiebat in agmen-
-Per terras, Arverne, tuas, qui proxima quaeque-
-Discursu, flammis, ferro, feritate, rapinis,-
-Delebant; pacis fallentes nomen inane.-
Un altro Poeta, cioè Paolino del Perigord, conferma questo lamento. -Nam
socium vix ferre queas, qui durior hoste.- Vedi Dubos -Tom. 1 p. 330-.
[707] Teodorico II figlio di Teodorico I, dichiara ad Avito la sua
risoluzione di riparare o d'espiare la colpa, che aveva commesso il suo
avo:
-Quae noster peccavit avus, quem fuscat id unum,-
-Quod Te, Roma, capit...-
(Sidon., -Panneg. Avit. 505-)
Questo carattere, applicabile solo al Grande Alarico, stabilisce la
genealogia de' Re Goti, che fin qui era stata ignota.
[708] Il nome di -Sapaudia-, da cui vien quello di -Savoja-, è
rammentato per la prima volta da Ammiano Marcellino; e dalla Notizia si
collocano due posti militari dentro i limiti di quella Provincia; a
Grenoble nel Delfinato era stazionata una coorte; ed Ebrodunum o Iverdon
difendeva una flotta di piccoli vascelli, che dominavano il lago di
Neufchatel. Vedi Vales., -Notit. Galliar. p. 503-. Danville, -Notice da
l'ancien Gaul. p. 284, 579-.
[709] Salviano ha tentato di spiegare il moral governo della Divinità;
il che può facilmente farsi col supporre, che la calamità de' malvagi
sono -giudizi-, e quelle de' giusti -prove- di Dio.
[710]
-... Capto terrarum damna patebant-
-Lithorio, in Rhodanum proprios producere fines,-
-Theudoridae fixum: nec erat pugnare necesse,-
-Sed migrare Getis; rabidam trux asperat irum-
-Victor, quod sensit Scythicum sub moenibus hostem-
-Imputat, et nihil est gravius, si forsitan umquam-
-Vincere contingat trepido...-
(-Paneg. Avit. 300 etc.-)
Sidonio quindi prosegue, secondo il dovere d'un Panegirista, a
trasferire tutto il merito da Ezio ad Avito suo Ministro.
[711] Teodorico II venerava nella persona d'Avito il carattere di suo
precettore:
-..... Mihi Romula dudum-
-Per te Jura placent: parvumque ediscere jussit-
-Ad tua verba pater, docili quo prisca- Maronis
-Carmine molliret Scythicos mihi pagina mores.-
Sidon., -Panegyr. Avit. 495. etc.-
[712] I nostri autori pel regno di Teodorico I. sono Giornandes (-de
reb. Getic. c. 34 e 36-), e le Croniche d'Idazio, e de' due Prosperi
inserite negl'Istorici di Francia (-T. 1. p. 612-640-). A questi
possiamo aggiungere Salviano (-de Gubern. Dei l. VII. p. 243, 244, 245-)
ed il Panegirico d'Avito fatto da Sidonio.
[713] -Reges- criuitos -se creavisse de prima, et ut ita dicam nobiliori
suorum familia- (Gregor. Turon. -l. II. c. 9. p. 166- del secondo volume
degl'istorici di Francia). Gregorio stesso non fa menzione del nome di
-Merovingi-, che si trova però indicato al principio del settimo secolo,
come distintivo della famiglia reale, ed anche della Monarchia Francese.
Un ingegnoso critico ha fatto derivare i Merovingi dal gran Maroboduo,
ed ha provato chiaramente, che il Principe, che diede il suo nome alla
prima stirpe, fu più antico del padre di Childerico. Vedi -Memoir. de
l'Acad. des Inscript. Tom. XX. p. 52-90. Tom. XXX. p. 557, 587-.
[714] Questo costume Germano, che si trova continuato da Tacito fino a
Gregorio di Tours, finalmente fu adottato anche dagl'Imperatori di
Costantinopoli. Montfaucon da un manoscritto del decimo secolo ha tratto
e rappresentato tal cerimonia, che l'ignoranza di quel tempo applicò al
Re David. Vedi -Monum. de la Monarch. Franc. Tom. I. Disc. prelim.-
[715] -Caesaries prolixa... crinium flagellis per terga dimissis etc.-
Vedi la Prefazione al terzo volume degl'Istorici di Francia, e l'Abbate
le Boeuf (-Dissert. Tom. III. p. 47, 79-). Questo particolar uso de'
Merovingi si è notato da' Nazionali e dagli stranieri, da Prisco -Tom.
I. p. 608-, da Agatia -T. II. p. 49-, e da Gregorio di Tours -L. III.
18. VI. 24. VIII. 10. Tom. II. p. 196, 278, 316-.
[716] Vedasi una pittura originale della figura, delle vesti, delle
armi, e del carattere degli antichi Franchi presso Sidonio Apollinare
(-Panegir. Major. 238, 254-) e tali pitture, quantunque fatte
rozzamente, hanno un reale ad intrinseco valore. Il P. Daniel (-Hist. de
la milice Franc. Tom. 1 p. 2-7-) ha illustrato tal descrizione.
[717] Dubos, -Hist. crit. etc. Tom. 1. p. 271, 272-. Alcuni Geografi
hanno posto Dispargo sulla parte Germanica del Reno. Vedi una nota degli
Editori Benedettini agl'Istorici di Francia -Tom. II. p. 166-.
[718] La selva Carbonaria era quella parte della gran foresta delle
Ardenne, che si trova fra la Schelda e la Mosa. Vales., -Notit. Gall. p.
126-.
[719] Gregor. Turon. -l. II, c. 9 in Tom. II, p. 166, 167-. Fredegar.
-Epitom. c. 9 pag. 395 Gest. Reg. Francor, c. 5 in Tom. II, p. 544 Vit.
S. Remig. ab Hincmar. in Tom. III, p. 373-.
[720]
-.... Francus qua Cloio patentes-
-Atrebatum terras pervaserat...-
(-Panegyr. Major. an. 212-).
Il posto preciso fu un castello o villaggio chiamato -vicus Helena-; e
sì il nome che il luogo da' moderni Geografi si sono scoperti a Lens.
Vedi Valesio, -Notit. Gall. p. 246-. Longuerue, -descript. de la Franc.
Tom. II p. 88-.
[721] Vedasi una inesatta narrazione del fatto presso Sidonio, -Panegyr.
Majorian. 212, 230-. I Critici Francesi, impazienti di stabilire la loro
Monarchia nella Gallia, hanno tratto un forte argomento dal silenzio di
Sidonio, che non ardisce dire perchè i Franchi superati fosser costretti
a ripassare il Reno. Dubos -Tom. 1. p. 322-.
[722] Salviano (-De Gubern. Dei l. VI-) ha esposto con istile
declamatorio e vagante le disgrazie di queste tre città, che sono
distintamente riportate dall'erudito Mascovio; -Istor. degli antichi
Germani- IX. 21.
[723] Prisco, nel raccontare la contesa, non dice i nomi dei due
fratelli; il secondo de' quali giovane senza barba con lunga ondeggiante
chioma aveva esso veduto a Roma (-Histor. de Franc. Tom. I. p. 607,
608-). Gli Editori Benedettini son disposti a credere, che questi
fossero figli di qualche incognito Re de' Franchi, che regnava sulle
rive del Necker; ma sembra, che gli argomenti del Foncemagne (-Mem. de
l'Acad. Tom. VIII. p. 464-) provino, che la successione di Clodione
fosse disputata da' due suoi figli, e che il minore di essi fosse
Meroveo padre di Childerico.
[724] Durante la stirpe de' Merovingi, il trono fu ereditario; ma tutti
i figli del defunto Monarca avevano ugual diritto alla lor parte delle
ricchezze e degli Stati di esso. Vedi la dissertazione del Foncemagne
ne' tomi VI e VII delle Memorie dell'Accademia.
[725] Sussiste tuttavia una medaglia, che dimostra l'avvenente figura
d'Onoria col titolo d'Augusta; e nel rovescio si legge impropriamente
-salus Reipublicae- intorno al monogramma di Cristo. Vedi Du Cange
-Famil. Byzant. p. 67, 70-.
[726] Vedi Prisco -p.- 39, 40. Poteva plausibilmente allegarsi, che se
le donne potevan succedere al trono, Valentiniano medesimo, che avea
sposato la figlia ed erede di Teodosio il Giovane, avrebbe avuto diritto
all'Impero orientale.
[727] Le avventure d'Onoria sono imperfettamente riferite da Giornandes
(-de success. regn. c. 97 e de reb. Get. c. 42 p. 674-), e nelle
Croniche di Prospero e di Marcellino; ma non possono essere coerenti o
probabili, se non separiamo con un intervallo di tempo e di luogo il suo
intrigo con Eugenio, e l'invito che fece ad Attila.
[728] -Exegeras mihi, ut, promitterem tibi, Attila bellum stylo me
posteris intimaturum.... coeperam scribere, sed operis arrepti fasce
perspecto, taeduit inchoasse-: Sidon. Apolin. -lib. VIII Ep. 15 p. 246-.
[729]
-..... Subito cum rupta tumultu-
-Barbaries totas in te transfuderat Arctos-
-Gallia. Pugnacem Rugum, comitante Gelono-
-Gepida trux sequitur. Scyrum Burgundio cogit,-
-Chunus, Bellonotus, Neurus, Bastarna-, Toringus
-Bructerus, ulvosa quem vel Nicer abluit unda,-
-Prorumpit Francus. Cecidit cito secta bipenni-
-Hercynia in lintres, et Rhenum texuit alno.-
-Et iam terrificis diffunderat Attila turmis-
-In campos se Belga tuos....-
(-Paneg. Avit. 320-).
[730] La narrazione più autentica e circostanziata di questa guerra
trovasi presso Giornandes (-de reb. Getic. c. 36, 41 p. 662, 672-) che
alle volte ha compendiata, ed alle volte copiata l'istoria più estesa di
Cassiodoro. Giornandes, che sarebbe superfluo di citare più volte, può
correggersi, ed illustrarsi per mezzo di Gregorio di Tours (-l. 2 c. 5,
6, 7-) e delle Croniche d'Idazio, d'Isidoro, e de' due Prosperi. Tutte
le antiche testimonianze sono state raccolte ed inserite fra gl'Istorici
di Francia, ma il Lettore dee stare in guardia contro un supposto
estratto della Cronica d'Idazio (fra i frammenti di Fredegario -Tom.- II
-pag. 462-) che spesso contraddice il testo genuino del Vescovo di
Galizia.
[731] Le antiche leggende meritano qualche riguardo in quanto son
costrette ad unire alle loro favole la vera storia de' loro tempi.
Vedansi le vite di S. Lupo, di S. Aniano Vescovi di Metz, di S.
Genovieffa ec. fra gl'Istorici di Francia -Tom. I, p. 644, 645, 649 Tom.
III, p. 369-.
[732] Lo Scetticismo del Conte di Buat (-Hist. des Peupl. Tom. VII, p.
539, 540-) non può combinarsi con alcuno principio di ragione, o di
critica. Non è forse Gregorio di Tours preciso, e positivo nel suo
racconto della distruzione di Metz? Alla distanza di non più di cento
anni poteva egli ed il Popolo ignorare il destino d'una città, ch'era la
residenza attuale de' Re d'Austrasia, suoi sovrani? L'erudito Conte, che
sembra avere intrapreso l'apologia d'Attila e dei Barbari, cita il falso
Idazio -parcens civitatibus Germaniae et Galliae-, e non si rammenta,
che il vero Idazio ha espressamente affermato, -plurimae civitates
affractae-, fra le quali conta anche Metz.
[733]
-....... Ut liquerat Alpes-
-Aetius, tenue et rarum sine milite ducens-
-Robur, in auxiliis Geticum male credulus agmen-
-Incassum propriis praesumens adjere castris.-
[734] Si descrive imperfettamente la politica d'Attila, d'Ezio, e de'
Visigoti nel -Panegirico d'Avito-, e nel -cap. 36- di Giornandes. Tanto
il Poeta, che l'Istorico erano preoccupati da personali o nazionali
pregiudizi. Il primo esalta il merito e l'importanza d'Avito: -Orbis,
Avite, salus, etc.- L'altro è ansioso di porre i Goti nell'aspetto più
favorevole. Pure la coerenza dell'uno coll'altro, quando son bene
interpetrati, è una prova della loro veracità.
[735] L'enumerazione dell'armata d'Ezio si fa da Giornandes -c. 36 p.
644-. -Edit. Grot. Tom. II, p. 23 degl'Istorici di Franc. con le note
dell'Editore Benedettino-. I Leti erano una razza promiscua di Barbari
nati o naturalizzati nella Gallia; i Ripari o Ripuari traevano il loro
nome dalla loro situazione su' tre fiumi, il Reno, la Mosa, e la
Mosella; gli Armorici possedevano le città indipendenti fra la Senna e
la Loira; si era piantata una colonia di Sassoni nella diocesi di
Bayeux; i Borgognoni erano stabiliti nella Savoia; ed i Breoni erano una
guerriera tribù de' Reti, all'Oriente del lago di Costanza.
[736] -Aurelianensis urbis obsidio, oppugnatio, irruptio, nec direptio-
(-l. V Sidon. Appollin. l. VIII Epist. 15 p. 246-). La liberazione
d'Orleans si sarebbe facilmente potuta convertire in un miracolo,
ottenuto e predetto dal Santo Vescovo.
[737] Nelle comuni edizioni, si legge XCM; ma v'è qualche autorità di
Manoscritti (e qualunque autorità è sufficiente) pel numero più
ragionevole di XVM.
[738] Scialons, o Duro-Catalaunum, di poi -Catalauni-, anticamente
formava una parte del territorio di Rheims, da cui non è distante che 27
miglia. Vedi Valesio -notit. Gall. p. 136-. Danville -notice de
l'ancien. Gaule p. 212, 279-.
[739] Si fa spesso menzione della Campania, o Sciampagna da Gregorio di
Tours; e quella gran Provincia, di cui Rheims era la Capitale, obbediva
al governo d'un Duca. Valesio -notit. 120, 123-.
[740] Io so, che queste orazioni militari soglion ordinariamente
comporsi dagl'Istorici; pure i vecchi Ostrogoti, che avevan militato
sotto Attila, poterono raccontare il suo discorso a Cassiodoro: le idee,
ed anche l'espressioni hanno cert'aria originale Scita; ed io dubito se
ad un Italiano del sesto secolo fosse caduta in mente la frase -hujus
certaminis gaudia-.
[741] L'espressioni di Giornandes, o piuttosto di Cassiodoro, sono
estremamente forti: -bellum atrox, multiplex, immane, pertinax, cui
simile nulla usquam narrat antiquitas: ubi talia gesta referuntur, ut
nihil esset, quod in vita sua cospicere potuisset egregius, qui hujus
miraculi privaretur aspectu-. Dubos (-Hist. crit. Tom. I, p. 392, 393-)
tenta di conciliare i 162,000 di Giornandes co' 300,000 d'Idazio, e di
Isidoro, supponendo, che il maggior numero contenesse la total
distruzione della guerra, gli effetti delle malattie, la strage del
Popolo inerme ec.
[742] Il Conte di Buat (-Hist. des Peuples etc. Tom. VII, p. 554, 573-)
seguitando sempre il -falso- Idazio, e di nuovo rigettando il -vero-, ha
diviso la disfatta d'Attila in due gran battaglie; la prima vicino ad
Orleans, la seconda nella Sciampagna: nell'una, secondo esso, Teodorico
fu ucciso; nell'altra fu vendicato.
[743] Giornandes, -de reb. Getic. c. 41 p. 671-. La politica d'Ezio, e
la condotta di Torrismondo son molto naturali; ed il Patrizio, secondo
Gregorio di Tours (-lib. II, c. 7, p. 163-), allontanò il Principe de'
Franchi con suggerirgli un simil timore. Il falso Idazio ridicolosamente
pretende, ch'Ezio facesse di notte una segreta visita al Re degli Unni e
de' Visigoti; da ciascheduno dei quali ricavasse un dono di diecimila
monete d'oro per prezzo d'una quieta ritirata.
[744] Queste crudeltà, che sono pateticamente deplorate da Teodorico,
figlio di Clodoveo (Gregorio di Tours -lib. III, c. 10 p. 190-),
convengono al tempo, ed alle circostanze della invasione d'Attila. La
tradizion popolare attestò per lungo tempo la sua residenza in Turingia;
e si suppone aver esso adunato un -couroultai-, o dieta nel territorio
d'Eisenach. Vedi Mascovio (IX. 30), che stabilisce con minuta
accuratezza l'estensione dell'antica Turingia, e ne trae il nome dalla
Gotica tribù de' Tervingi.
[745] -Machinis constructis, omnibusque tormentorum generibus adhibitis-
Giornandes -c. 42 p. 673-. Nel secolo decimo terzo i Mongoli batterono
le città della China con grandi macchine costruite da' Maomettani o
Cristiani, ch'erano al loro servizio; esse gettavano pietre di peso da
150 a 300 libbre. I Chinesi usavano la polvere da cannoni, ed anche le
bombe in difesa del loro paese, circa cento anni prima che fossero
conosciute in Europa; eppure anche quella celesti o infernali armi
furono insufficienti a difendere una pusillanime nazione. Vedi Gaubil,
-Hist. des Mongous pag. 70, 71, 155, 157 ec.-
[746] Si racconta la medesima storia da Giornandes, e da Procopio (-de
Bell. Vand. l. 1 c. 4 p. 187, 188-); e non è facile il decidere quale
de' due sia l'originale. Ma l'Istorico Greco è caduto in un errore
inescusabile nel porre l'assedio d'Aquileia dopo la morte d'Ezio.
[747] Giornandes, circa cento anni dopo, asserisce, che Aquileia era
tanto rovinata, -ut vix ejus vestigia, ut appareant, reliquerint-. Vedi
Giornandes, -de reb. Get. c. 42 pag. 673-. Paul. Diac. -lib. 2, c. 14,
p. 785-. Luitprando, -Hist. lib. III, c. 2-. Il nome d'Aquileia fu dato
talvolta a -Forum Julii- (Cividal del Friuli) Capitale più recente della
Provincia Veneta.
[748] Nel descriver questa guerra d'Attila, guerra sì famosa, ma sì mal
conosciuta, ho preso per mie guide due dotti Italiani, che hanno
esaminato il Soggetto con certi particolari vantaggi; il Sigonio, -de
Imper. Occid. l. XIII nelle sue opere Tom. 1 p. 495, 502-, ed il
Muratori, -Annali d'Ital. Tom. IV. p. 129, 235 ediz. in 8.º-.
[749] Questo fatto può trovarsi in due diversi articoli (μεδιολανον e
κορυκος) della miscellanea compilazione di Suida.
[750]
-Leo respondit, humana hoc pictum manu:-
-Videres hominem deiectum, si pingere-
-Leones scirent......-
-Append. ad Phaedr., Fab. 25.-
Il Leone, appresso Fedro, molto stoltamente s'appella dalle pitture
all'anfiteatro; ed ho piacere d'osservare, che il naturale e giudizioso
La Fontaine (-l.- III. -Fab.- X.) abbia tralasciato questa molto
difettosa ed impropria conclusione.
[751] Paolo Diacono (-de Gest. Longob. l. II, c. 14, p. 784-) descrive
le Province d'Italia verso il fine dell'ottavo secolo: -Venetia non
solum in paucis insulis, quas nunc Venetias dicimus, constat, sed ejus
terminus a Pannoniae finibus usque Adduam fluvium protelatur.- L'istoria
di quella Provincia fino al tempo di Carlo Magno forma la prima e più
importante parte della -Verona illustrata- (-p. 1, 388-), nella quale il
Marchese Scipione Maffei si è dimostrato capace di grandi vedute, non
meno che di minute ricerche.
[752] Non si dimostra quest'emigrazione con alcuna prova contemporanea:
ma il fatto si prova dal successo, e se ne possono esser conservate le
circostanze dalla tradizione. I cittadini d'Aquileia si ritirarono
all'Isola di Grado, quelli di Padova a -Rivus altus-, o Rialto, dove poi
fu edificata la città di Venezia ec.
[753] La topografia, e le antichità delle isole Venete da Grado a Clodia
o Chiozza sono esattamente fissate nella -Dissertazione Corografica- de
Italia medii aevi -p. 151, 155-.
[754] Cassiodoro, -Var. l. XII, ep. 24-. Il Maffei (-Verona illustr. P.
1. p. 240, 154-) ha tradotto e spiegato questa curiosa Lettera, da
erudito antiquario, e da suddito fedele, che risguardava Venezia, come
l'unica legittima prole della Repubblica Romana. Egli fissa la data
della lettera, e conseguentemente la Prefettura di Cassiodoro all'anno
523; e di tanto maggior peso è l'autorità del Marchese, ch'esso aveva
preparato un'edizione delle opere di Cassiodoro, e pubblicò una
dissertazione sulla vera ortografia del suo nome. (Vedi -Osservazioni
Letterar. Tom. II. p. 290, 339-).
[755] Vedasi nel secondo tomo dell'Istoria del Governo di Venezia
d'Amelot della Houssaie una traduzione del famoso -Squittinio-. Questo
libro, che è stato esaltato molto al di là de' suoi meriti, è macchiato
in ogni verso dalla non ingenua malevolenza di parte: ma vi son
mescolate insieme le principali prove genuine con le apocrife; ed il
lettore sceglierà facilmente la via di mezzo.
[756] Il Sirmondo ha pubblicato (-not. ad Sidon. Apollin. p. 19-) un
curioso passo, tratto dalla cronica di Prospero. -Attila, redintegratis
viribus, quas in Gallia amiserat Italiam ingredi per Pannonias intendit;
nihil duce nostro Hetio secundum prioris belli opera prospiciente ec.-
Egli rimprovera Ezio d'aver trascurato di guardar le alpi, e del disegno
d'abbandonar l'Italia. Ma questa temeraria censura può almeno
contrabbilanciarsi dalle favorevoli testimonianze d'Idazio e d'Isidoro.
[757] Si vedano gli originali ritratti d'Avieno, e di Basilio, suo
rivale, delineati e posti in confronto fra loro, nelle Lettere (-l. I.
p. 22-) di Sidonio. Esso avea studiato i caratteri de' due Capi del
Senato; ma si attaccò a Basilio, come ad un amico più solido e
disinteressato.
[758] Si posson ravvisare i principj ed il carattere di Leone in cento
quarantuna lettere originali, che illustrano l'istoria Ecclesiastica del
suo lungo e laborioso Pontificato, dall'anno 440 al 461. Vedi Du Pin,
-Bibl. Eccles. Tom. III, Par. II, p. 120, 165-.
[759]
-........ Tardis ingens ubi flexibus errat-
-Mincius, et tenera praetexit arundine ripas.-
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
-Anne lacus tantos te, Lari maxime teque,-
-Fluctibus et fremitu assurgens, Benace, marino.-
[760] Il Marchese Maffei (-Verona illustrat. part. I. p. 95, 129, 221
Part. II. §. 6-) ha schiarito con gusto ed erudizione questa
interessante topografia. Esso pone l'abboccamento d'Attila e di S. Leone
vicino ad Ariolica o Ardelica, ora Peschiera, all'unione del lago e del
fiume; fissa la villa di Catullo nella deliziosa penisola di Sarmio, e
scuopre l'-Andes- di Virgilio nel Villaggio di Bande, precisamente
situato -qua se subducere colles incipiunt-, dove i colli Veronesi
insensibilmente s'abbassano verso la pianura di Mantova.
[761] -Si statim infesto agmine urbem petiissent, grande discrimen
esset. Sed in Venetia, qua fere tractu Italia mollissima est, ipsa soli
coelique clementia robur elanguit. Ad hoc panis usu, carnisque coctae,
et dulcedine vini mitigatos etc.- Questo passo di Floro (III. 5) è anche
più applicabile agli Unni, che a' Cimbri, e può servire come di
comentario al contagio -celeste-, con cui Idazio ed Isidoro hanno
afflitto le truppe d'Attila.
[762] L'istorico Prisco ha fatto positivamente menzione dell'effetto,
che produsse tal esempio sull'animo d'Attila. Giornandes -c. 42 p. 673-.
[763] La pittura di Raffaello è nel Vaticano; il basso, o piuttosto
l'alto rilievo dell'Algardi è in uno degli altari di S. Pietro (Vedi
Dubos, -Reflex. sur la Poes. et sur la Peint. Tom. I. p. 519, 520-). Il
Baronio (-Annal. Eccl. an. 452, n. 57, 58-) sostiene bravamente la
verità di quest'apparizione, che per altro vien rigettata da' più
eruditi e pii Cattolici.
[764] -Attila, ut Priscus historicus refert, extinctionis suae tempore
puellam Ildico nomine decoram valde sibi in matrimonium post
innumerabiles uxores.... socians.- Giornandes -c. 49 p. 683, 684-;
quindi aggiunge (-c. 50, p. 686-). -Filii Attilae, quorum per licentiam
libidinis pene populus fuit.- Fra' Tartari d'ogni tempo è stata in uso
la poligamia. Si regola il grado delle mogli volgari soltanto dalla
bellezza della loro persona; ed una matrona avanzata prepara, senza
lagnarsi, il letto destinato per la giovane sua rivale. Ma nelle
famiglie reali, le figlie de' Kan comunicano a' loro figli un diritto
anteriore all'eredità. Vedi (-Istor. Genealog. p. 406-).
[765] La nuova del fatto, raccontato come un -delitto- di essa, giunse a
Costantinopoli, dove gli fu dato un nome ben differente; e Marcellino
osserva, che il tiranno d'Europa fu ucciso nella notte, dalla mano e dal
coltello d'una donna. Cornelio, che ha adattato alla sua tragedia il
fatto genuino, descrive l'irruzione del sangue in quaranta ampollosi
versi, ed Attila esclama con ridicolo furore:
-.... S'il ne veut s'arréter- (il suo sangue)
-(Dit-il) on me payera ce qu'il va m'en coûter.-
[766] Giornandes riporta le curiose circostanze della morte e de'
funerali d'Attila (-c. 49, p. 683, 684, 685-), e probabilmente le
trascrisse da Prisco.
[767] Vedi Giornandes -de reb. Got. c. 50 p. 685, 686, 687, 688-. La
distinzione, ch'ei fa delle armi d'ogni nazione, è curiosa ed
importante: -Nam ibi admirandum reor fuisse spectaculum, ubi cernere
erat cunctis, pugnantem Gothum ense furentem, Gepidam in vulnere suorum
cuncta tela frangentem, Svevum pede, Hunnum sagitta praesumere, Alanum
gravi, Herutum levi armatura aciem instruere.- Io non so precisamente la
situazione del fiume Netad.
[768] Due Istorici moderni hanno sparso molta nuova luce sulla rovina, e
divisione dell'Impero d'Attila: il Buat con la sua laboriosa e minuta
diligenza (-Tom. VIII, p. 3, 31, 68, 94-); ed il Guignes mediante la
straordinaria sua cognizione della lingua e degli scritti Chinesi. (Vedi
-Hist. des Huns Tom. II, p. 315, 319-).
[769] Placidia morì a Roma il dì 27 Novembre dell'anno 450. Essa fu
sepolta a Ravenna, dove il sepolcro ed anche il cadavere di lei, assiso
sopra una sedia di cipresso, fu conservato per più secoli. L'Imperatrice
ricevè molti complimenti dal Clero ortodosso; e S. Pietro Crisologo
l'assicurò, che il suo zelo per la Trinità era stato ricompensato con
un'augusta trinità di figliuoli. (Vedi Tillemont, -Hist. des Emper. Tom.
VI. p. 240-).
[770] -Aetium Placidus mactavit semivir amens.- Tal è l'espressione di
Sidonio (-Paneg. Avit. 359-). Il poeta conosceva il Mondo, e non era
disposto ad adulare un Ministro che aveva ingiuriato o disonorato Avito,
o Maioriano, successivi eroi del suo canto.
[771] La cognizione che abbiamo, delle cause e circostanze delle morti
di Valentiniano e d'Ezio, è oscura ed imperfetta. Procopio (-De Bell.
Vandall. l. 1, c. 4, p. 186, 187, 188-) è uno scrittor favoloso, pei
fatti che precedono i suoi tempi. Bisogna supplire e correggere i suoi
racconti con cinque o sei Croniche, nessuna delle quali fu composta in
Roma o in Italia; e che non esprimono che in tronchi sensi i romori
popolari, quali giungevano nella Gallia, nella Spagna, nell'Affrica, in
Costantinopoli, o in Alessandria.
[772] Quest'interpretazione di Vezio, celebre augure, era citata da
Varrone nel libro XVIII delle sue Antichità. Censorino, -de die Natal.
c. 17, p. 90, 91 Edit. Havercamp-.
[773] Secondo Varrone, il duodecimo secolo doveva spirare l'anno 447. Ma
l'incertezza della vera Era di Roma può permettere qualche estensione di
tempo. I poeti di quel secolo, Claudiano (-De bell. Getic. 265-), e
Sidonio (in Paneg. avit. 357), si possono risguardar come buoni
testimoni dell'opinion popolare:
-Jam reputant annos, interceptoque volatu-
-Vulturis, incidunt properatis saecula metis.-
· · · · · · · · · · · · · · · ·
-Jam prope fata tui bissenas vulturis alas-
-Implebant; scis namque tuos, scis Roma labores.-
Vedi Dubos, -Hist. crit. Tom. 1, p. 340, 346-.
[774] Il quinto libro di Salviano è pieno di patetici lamenti, e di
veementi invettive. La smoderata sua libertà serve a provare la
debolezza non meno che la corruzione del Governo Romano. Il suo libro fu
pubblicato dopo la perdita dell'Affrica (an. 439), e prima della guerra
d'Attila (anno 451).
[775] I Bagaudi di Spagna, che si mescolarono in regolari battaglie con
le truppe Romane, son rammentati più volte nella Cronica d'Idazio.
Salviano ha descritto le angustie, e la ribellione loro con espressioni
molto forti: -Itaque nomen civium Romanorum.... nunc ultro repudiatur ac
fugitur, nec vile tamen, sed etiam abominabile pene habetur.... Et hinc
est, ut etiam hi, qui ad Barbaros non confugiunt, Barbari tamen esse
coguntur, scilicet ut est pars magna Hispanorum, et non minima
Gallorum.... De Bagaudis nunc mihi sermo est, qui per malos judices et
cruentos spoliati, afflicti, necati postquam ius Romanae libertatis
amiserant, etiam honorem Romani nominis perdiderunt.... vocamus
rebelles, vocamus perditos, quos esse compulimus criminosos. De Gubern.
Dei l. V, p. 158, 159.-
CAPITOLO XXXVI.
-Sacco di Roma fatto da Genserico, Re de' Vandali. Sue
depredazioni navali. Successione degli ultimi Imperatori
occidentali, Massimo, Avito, Maiorano, Severo, Antemio, Olibrio,
Glicerio, Nipote, Augustolo. Total estinzione dell'Impero
dell'Occidente. Regno d'Odoacre, primo Re Barbaro d'Italia.-
La perdita, o la desolazione delle Province, dall'Oceano alle Alpi,
diminuì la gloria e la grandezza di Roma: ma la separazione dell'Affrica
distrusse irreparabilmente l'interna sua prosperità. I rapaci Vandali
confiscarono i beni patrimoniali de' Senatori, ed impedirono i regolari
sussidi, che sollevavano la povertà, ed incoraggivano l'ozio de' plebei.
La miseria de' Romani fu tosto aggravata da un attacco inaspettato; e
quella Provincia, che per tanto tempo si era coltivata per loro uso da
industriosi e fedeli sudditi, fu armata contro di loro da un ambizioso
Barbaro. I Vandali e gli Alani, che seguitavano il fortunato stendardo
di Genserico, avevano acquistato un ricco e fertile territorio, che si
estendeva lungo la costa sopra novanta giornate di cammino da Tangeri a
Tripoli; ma l'arenoso deserto ed il Mediterraneo ristringevano e
confinavano da ambe le parti gli angusti lor limiti. La scoperta e la
conquista de' popoli neri, che abitavano sotto la zona torrida, non
poteva tentare la ragionevole ambizione di Genserico; ma egli rivolse
gli occhi verso il mare; risolvè di formare una forza navale; e l'audace
sua risoluzione fu eseguita con ferma ed attiva perseveranza. I boschi
del monte Atlante gli somministrarono un'inesauribile quantità di
legname; i suoi nuovi sudditi si abilitarono nelle arti della
navigazione, e della costruzion delle navi; esso animò gli arditi suoi
Vandali ad abbracciare una maniera di combattere, che avrebbe renduto
qualunque paese marittimo accessibile alle loro armi; i Mori e gli
Affricani furono adescati dalla speranza della preda; e dopo un
intervallo di sei secoli, le flotte, che usciron dal porto di Cartagine,
aspirarono di nuovo all'Impero del Mediterraneo. Le prosperità de'
Vandali, la conquista della Sicilia, il sacco di Palermo, ed i frequenti
sbarchi sulle coste della Lucania risvegliarono, e misero in moto la
madre di Valentiniano, e la sorella di Teodosio. Si formarono alleanze,
e si prepararono dispendiosi ed inefficaci armamenti per la distruzione
del comun nemico, che riservava il proprio coraggio ad affrontar que'
pericoli, che la sua politica non poteva impedire o evitare. Furono
sconcertati più volte i disegni del Governo Romano dalle artificiose
dilazioni, ambigue promesse, ed apparenti cessioni di lui; e
l'interposizione del Re degli Unni, formidabile suo confederato,
richiamò gl'Imperatori dalla conquista dell'Affrica alla cura della
domestica lor sicurezza. Le rivoluzioni del Palazzo, che lasciaron
l'Impero d'Occidente senza difensore, e senza legittimo Principe,
sgombrarono i timori, e stimolarono l'avarizia di Genserico. Equipaggiò
esso immediatamente una numerosa flotta di Vandali, e di Mori, e gettò
l'ancora alla bocca del Tevere circa tre mesi dopo la morte di
Valentiniano, e l'innalzamento di Massimo al trono Imperiale.
[A. 455]
Si citò spesse volte la vita privata del Senatore Petronio Massimo[776],
come un raro esempio d'umana felicità. La sua nascita era nobile ed
illustre, mentre discendeva dalla famiglia Anicia; la sua dignità veniva
sostenuta da un adequato patrimonio in terre e danari: e questi beni di
fortuna erano accompagnati dalle arti liberali e dalle decenti maniere,
che adornano o imitano gl'inestimabili doni del genio e della virtù. Il
lusso del palazzo e della tavola di esso era ospitale ed elegante. Ogni
volta che Massimo compariva in pubblico, era circondato da una serie di
grati ed ossequiosi clienti[777]; e può essere che fra questi egli
meritasse, ed avesse di fatto qualche vero amico. Fu premiato il suo
merito dal favore del Principe e del Senato: esercitò egli per tre volte
l'uffizio di Prefetto del Pretorio d'Italia; fu investito due volte del
Consolato, ed ottenne il titolo di Patrizio. Questi civili onori non
erano incompatibili col godimento della tranquillità e della quiete; il
suo tempo, secondo che richiedeva la ragione o il piacere, veniva
esattamente distribuito da un oriuolo ad acqua; e può concedersi, che
quest'economia di tempo dimostri il sentimento, che Massimo aveva della
propria felicità. Sembra che l'ingiuria, ch'ei ricevè dall'Imperator
Valentiniano scusi la più sanguinosa vendetta. Pure un filosofo avrebbe
potuto riflettere, che se la resistenza della sua moglie era stata
sincera, la sua castità era tuttavia inviolata, e che questa non si
sarebbe mai reintegrata, se essa avea consentito al voler dell'adultero,
ed un buon cittadino avrebbe molto esitato prima di gettar se stesso, e
la patria in quelle inevitabili calamità, che dovetter seguire
l'estinzione della real famiglia di Teodosio. L'imprudente Massimo
trascurò queste salutari considerazioni; secondò la propria collera ed
ambizione; vide il cadavere sanguinoso di Valentiniano a' suoi piedi; e
si udì salutare Imperatore dall'unanime voce del Senato e del Popolo. Ma
il giorno del suo inalzamento fu l'ultimo della sua felicità. Esso fu
imprigionato (tal è la viva espressione di Sidonio) nel palazzo; e dopo
aver passato una notte senza dormire, sospirava per esser giunto al
colmo de' suoi desiderj, e non aspirava, che a scendere da quella
pericolosa elevazione. Oppresso dal peso del diadema, comunicava i suoi
ansiosi pensieri al Questore Fulgenzio, suo amico; e quando guardava
indietro con inutile pentimento i suoi piaceri della vita passata,
l'Imperatore esclamava: «o fortunato Damocle[778], il tuo regno
principiò e finì nel medesimo pranzo!» Allusione ben nota, che Fulgenzio
poi ripeteva, come un'istruttiva lezione pei Principi, e pei sudditi.
[A. 455]
Il regno di Massimo durò circa tre mesi. Le sue ore, delle quali non
potea più disporre, venivano disturbate dal rimorso, dalla colpa, o dal
timore, ed era scosso il suo trono dalle sedizioni de' soldati, del
Popolo, e de' Barbari alleati. Il matrimonio di Palladio suo figlio con
la figlia maggiore dell'Imperatore defunto era forse diretto a stabilire
l'ereditaria successione della sua famiglia; ma la violenza, ch'ei fece
all'Imperatrice Eudossia, non potè nascere, che da un cieco impulso di
libidine o di vendetta. La propria moglie, ch'era stata la causa di que'
tragici fatti, opportunamente era morta; e la vedova di Valentiniano fu
costretta a violare il decente suo lutto, e forse il vero suo cordoglio,
ed a sottomettersi agli abbracciamenti d'un superbo usurpatore, ch'essa
sospettava essere stato l'assassino del suo defunto marito. Questi
sospetti furono ben tosto verificati per l'indiscreta confessione di
Massimo stesso, ed egli capricciosamente provocò l'odio della ripugnante
sua sposa, la quale era ben consapevole che discendeva da stirpe
Imperiale. Dall'Oriente però non poteva Eudossia sperare alcuno efficace
aiuto: suo padre, e Pulcheria sua zia erano morti; sua madre languiva
nell'angustia e nell'esilio di Gerusalemme; e lo scettro di
Costantinopoli era nelle mani d'uno straniero. Essa rivolse gli occhi
verso Cartagine; segretamente implorò l'aiuto del Re de' Vandali; e
persuase Genserico a profittare della bella occasione di coprire i suoi
rapaci disegni coi nomi speciosi di onore, di giustizia e di
compassione[779]. Per quanto senno Massimo avesse dimostrato ne' posti
subordinati, egli era incapace d'amministrare un Impero; e quantunque
potesse facilmente sapere i preparativi navali, che si facevano su gli
opposti lidi dell'Affrica, aspettò con supina indifferenza la venuta del
nemico, senza prendere alcuna misura per difendersi, per trattare, o per
opportunamente ritirarsi. Quando i Vandali sbarcarono all'imboccatura
del Tevere, l'Imperatore fu ad un tratto svegliato dal suo letargo pei
clamori d'una tremante ed esacerbata moltitudine. L'unica speranza, che
si presentò all'attonito suo spirito, fu quella d'una precipitosa fuga;
ed esortò i Senatori ad imitare l'esempio del loro Principe. Ma appena
Massimo si fece veder nelle strade, che fu assalito da una pioggia di
pietre: un soldato Romano o Borgognone si attribuì l'onore della prima
ferita di esso; il suo lacero corpo fu ignominiosamente gettato nel
Tevere; il Popolo Romano vide con piacere la pena data all'autore della
pubblica calamità; ed i famigliari d'Eudossia segnalarono il proprio
zelo in servizio della loro Signora[780].
[A. 455]
Il terzo giorno dopo il tumulto, Genserico si avanzò arditamente dal
porto d'Ostia alle porte della indifesa città. Invece d'una sortita di
gioventù Romana, uscì dalle porte una disarmata e venerabile processione
del Vescovo alla testa del suo clero[781]. L'intrepido spirito di Leone,
la sua autorità ed eloquenza mitigaron di nuovo la fierezza d'un Barbaro
conquistatore; il Re de' Vandali promise di risparmiare la moltitudine,
che non avesse fatta resistenza, di non portar l'incendio alle
fabbriche, e di liberare i prigionieri dalla tortura; e quantunque tali
ordini non fossero seriamente mai dati, nè rigorosamente eseguiti, la
mediazione di Leone fu gloriosa per esso, ed in qualche modo giovevole
alla Patria. Ma Roma ed i suoi abitanti furono abbandonati alla licenza
de' Vandali, e de' Mori, le cieche passioni de' quali vendicarono le
ingiurie di Cartagine. Il sacco durò quattordici giorni e quattordici
notti; e tutto ciò, che vi rimaneva di pubblica o privata ricchezza, di
tesori sacri o profani, fu diligentemente trasportato alle navi di
Genserico. Fra le altre spoglie, le splendide reliquie di due tempj, o
piuttosto di due religioni, mostrarono un memorabil esempio delle
vicende delle cose umane e divine. Dopo l'abolizione del Paganesimo, si
era profanato ed abbandonato il Campidoglio; pure tuttavia si
rispettavano le statue degli Dei e degli Eroi, ed il curioso tetto di
bronzo dorato riservavasi alle mani rapaci di Genserico[782]. I sacri
arnesi del Culto Giudaico[783], la tavola d'oro, ed il candelabro, pur
d'oro, con sette rami, in principio fatti secondo le speciali istruzioni
di Dio medesimo, e che furono posti nel santuario del suo tempio, si
erano pomposamente mostrati al Popolo Romano nel Trionfo di Tito; si
erano quindi depositati nel tempio della Pace; ed al termine di
quattrocento anni le spoglie di Gerusalemme trasportate furono da Roma a
Cartagine da un Barbaro, che traeva l'origine da' lidi del Baltico.
Questi antichi monumenti potevano attirar la curiosità, non meno che
l'avarizia. Ma le chiese Cristiane, arricchite ed ornate dalla
predominante superstizione di que' tempi, somministrarono una più
abbondante materia al sacrilegio; e la pia liberalità del Papa Leone,
che fece fondere sei vasi d'argento, donati da Costantino, del peso di
cento libbre l'uno, è una prova del danno, ch'ei procurava di riparare.
Ne' quarantacinque anni, ch'eran passati dopo l'invasione Gotica, la
pompa ed il lusso di Roma avevano in qualche modo ripreso vigore; ed era
difficile il soddisfare, o l'evitar l'avarizia d'un conquistatore, che
aveva comodità di raccogliere, e navi da portar via le ricchezze della
capitale. Gl'Imperiali ornamenti del palazzo, magnifici mobili e
addobbi, i vasi massicci furono accumulati con disordinata rapina: l'oro
e l'argento montò a più migliaia di talenti; e ciò nonostante fu con
molta fatica tolto anche il rame, ed il bronzo. Eudossia medesima, che
s'avanzò incontrò al suo amico e liberatore, pianse ben tosto
l'imprudenza della propria condotta. Essa fu incivilmente spogliata
delle sue gioie; e la sfortunata Imperatrice con le due sue figlie,
ch'erano tutto ciò che restava del Gran Teodosio, fu costretta, come una
schiava, a seguitare l'altiero Vandalo, che immediatamente sciolse le
vele, e tornò con prospera navigazione al porto di Cartagine[784]. Più
migliaia di Romani di ambedue i sessi, scelti per causa di qualche utile
o piacevole lor qualità s'imbarcarono lor malgrado sulla flotta di
Genserico; e la loro angustia fu aggravata dagl'insensibili Barbari, che
nella division della preda separaron le mogli da' loro mariti, ed i
figli da' padri. La carità di Deogratias[785], Vescovo di Cartagine, fu
l'unica loro consolazione e sostegno. Ei vendè generosamente i vasi
d'oro e d'argento della Chiesa per comprare la libertà di alcuni, per
alleggerire la schiavitù di altri, e per supplire, a' bisogni, ed alle
infermità d'una moltitudine di schiavi, che si erano ammalati per le
fatiche sofferte nel passaggio dall'Italia nell'Affrica. Due spaziose
chiese per ordine di esso furono convertite in ospedali: gli ammalati
furono distribuiti in convenienti letti, e generosamente provveduti di
cibo, e di medicine; e l'attempato Prelato ripeteva le sue visite, sì di
giorno che di notte, con un'assiduità superiore alle sue forze, e con un
tenero impegno, che accresceva il valore de' suoi servigi. Si paragoni
questa scena col campo di Canne; e si giudichi tra Annibale ed il
successore di S. Cipriano[786].
[A. 455]
La morte d'Ezio e di Valentiniano aveva allentato i vincoli, che
tenevano i Barbari della Gallia in pace e subordinazione. La costa
marittima era infestata dai Sassoni; gli Alemanni ed i Franchi si
avanzarono dal Reno alla Senna; e l'ambizione de' Goti pareva che
meditasse più estese e permanenti conquiste. L'Imperator Massimo si
liberò, mediante una giudiziosa scelta, dal peso di queste distanti
cure; fece tacere le sollecitazioni de' suoi amici, diede orecchio alla
voce della fama, e promosse uno straniero al comando generale delle
milizie nella Gallia. Avito[787], ch'era lo straniero, il merito di cui
fu sì nobilmente premiato, discendeva da una ricca ed onorevol famiglia
nella diocesi dell'Alvergna. Le vicende di que' tempi lo spinsero ad
abbracciare con uguale ardore la professione militare, e civile; e
l'instancabile giovane congiunse gli studi della letteratura e della
giurisprudenza coll'esercizio delle armi, e della caccia. Impiegò
lodevolmente trent'anni della sua vita nel servizio pubblico; dimostrò
alternativamente i suoi talenti nella guerra e nella negoziazione; ed il
soldato di Ezio, dopo aver eseguito le più importanti ambasciate, fu
innalzato al posto di Prefetto del Pretorio della Gallia. O sia che il
merito d'Avito eccitasse l'invidia, o che la sua moderazione desiderasse
riposo, tranquillamente si ritirò ad una terra, ch'ei possedeva nelle
vicinanze di Clermont. Un copioso torrente, che nasceva dalla montagna,
e si gettava precipitosamente in un'alta e schiumosa cascata, scaricava
le sue acque in un lago di circa due miglia in lunghezza, e la villa era
piacevolmente situata sul margine di esso. I bagni, i portici, gli
appartamenti d'estate e d'inverno erano adattati a' disegni del lusso e
del comodo: e l'addiacente campagna somministrava i vari prospetti di
boschi, di pasture, e di prati[788]. Nella sua ritirata, nella quale
Avito passava il tempo co' libri, ne' divertimenti campestri, nella
pratica dell'agricoltura, e nella conversazione degli amici[789], ricevè
il diploma Imperiale, che lo dichiarava Generale della cavalleria e
dell'infanteria della Gallia. Preso ch'egli ebbe il comando militare, i
Barbari sospesero il lor furore; e di qualsivoglia sorta fossero i mezzi
ch'ei potè impiegare, o le concessioni che potè esser costretto a fare,
il Popolo godè il vantaggio dell'attuale tranquillità. Ma il destino
della Gallia dipendeva da' Visigoti; ed il Generale Romano, meno
sollecito della sua dignità che del pubblico bene, non isdegnò d'andare
a Tolosa col carattere d'Ambasciatore. Esso fu ricevuto con cortese
ospitalità da Teodorico Re dei Goti; ma mentre Avito gettava i
fondamenti d'una stabile alleanza con quella potente nazione, fu
sorpreso dalla notizia, che l'Imperator Massimo era stato ucciso, e Roma
saccheggiata da' Vandali. Un trono vacante, ch'egli poteva occupare
senza delitto o pericolo, tentò la sua ambizione[790]; ed i Visigoti
facilmente s'indussero a sostenere la sua pretensione col loro
irresistibile voto. Essi amavano la persona d'Avito, rispettavano le sue
virtù, e non erano insensibili al vantaggio non meno che all'onore di
dare un Imperatore all'Occidente. Approssimavasi allora il tempo, in cui
si teneva in Arles l'annuale assemblea delle sette Province; la presenza
di Teodorico e dei marziali fratelli potè forse influire nelle loro
deliberazioni; ma la scelta loro doveva naturalmente inclinare verso il
più illustre de' lor naturali. Avito, dopo una decente resistenza,
accettò da' rappresentanti della Gallia il Diadema Imperiale; e fu
ratificata la sua elezione dalle acclamazioni de' Barbari e de'
Provinciali. Si richiese, e si ottenne il formal consenso di Marciano
Imperatore dell'Oriente: ma il Senato, Roma e l'Italia, quantunque
umiliati dalle recenti loro calamità, si sottoposero con segreta
ripugnanza alla presunzione del Gallico usurpatore.
[A. 453-466]
Teodorico, al quale Avito era debitor della porpora, aveva acquistato lo
scettro Gotico mediante l'uccisione di Torrismondo suo fratello
maggiore; e giustificò questo atroce fatto col disegno, che il suo
predecessore avea formato, di violare la sua confederazione
coll'Impero[791]. Tal delitto potè forse non essere incompatibile con le
virtù d'un Barbaro; ma le maniere di Teodorico erano gentili ed umane, e
la posterità può rimirar senza terrore la pittura originale d'un Re
Goto, che Sidonio aveva ben esaminato nelle ore della pacifica e sociale
conversazione. In una lettera scritta dalla Corte di Tolosa, l'Oratore
soddisfa la curiosità d'un suo amico con la seguente descrizione[792].
«Per la maestà del suo aspetto imporrebbe Teodorico riverenza anche a
quelli, che non ne conoscessero il merito; e quantunque sia nato
Principe, il suo merito servirebbe a sublimarlo anche da privato. Esso è
di statura piuttosto mediocre, il suo corpo sembra piuttosto pieno che
grasso, e nelle proporzionate sue membra l'agilità si unisce alla forza
muscolare[793]. Se si esamina la sua faccia, vi si osserva una spaziosa
fronte, larghi e folti sopraccigli, un naso aquilino, tenui labbra, una
regolar serie di bianchi denti, ed una bella carnagione, che arrossisce
più spesso per modestia, che per isdegno. Si può precisamente indicare
l'ordinaria distribuzione del suo tempo, essendo questa esposta alla
pubblica vista. Avanti lo spuntar del giorno si porta con un piccolo
seguito alla sua cappella domestica, dove si dice la messa da' ministri
Arriani; ma quelli, che pretendono d'interpretare i segreti suoi
sentimenti risguardano quest'assidua devozione, come un effetto
d'abitudine e di politica. Il resto della mattina s'impiega
nell'amministrazione del regno. Il suo Tribunale è circondato da alcuni
ufiziali militari di decente aspetto e portamento: la rumorosa turba
delle sue guardie Barbare occupa la sala dell'udienza; ma non è permesso
loro di stare dentro i veli o le cortine, che tolgono la camera del
consiglio agli occhi volgari. Vengono l'uno dopo l'altro introdotti gli
ambasciatori delle nazioni. Teodorico ascolta con attenzione, risponde
loro con discreta brevità, e secondo la natura degli affari pronunzia, o
differisce la decisiva sua risoluzione. Circa le otto ore (all'ora
seconda) si alza dal suo trono, e va al tesoro, o alla scuderia. Se gli
piace di andare a caccia, o d'esercitarsi a cavallo, un giovane favorito
gli porta l'arco; ma quando è trovata la fiera, lo tende con le proprie
mani, e rade volte sbaglia il colpo: come Re, sdegna di portar le armi
in tale ignobile occupazione; ma come soldato, si vergognerebbe di
ricevere da altri alcun servigio militare a cui potesse supplir da se
stesso. Ordinariamente il suo pranzo non è diverso da quello de'
privati; ma ogni sabato, sono invitate molte onorevoli persone alla
mensa reale, che in queste occasioni viene imbandita coll'eleganza della
Grecia, coll'abbondanza della Gallia, e col buon ordine ed esattezza
dell'Italia[794]. I piatti d'oro e d'argento son meno osservabili pel
loro peso, che per la lucentezza e pel curioso lavoro: vien soddisfatto
il gusto, senza che vi sia bisogno di estraneo e dispendioso lusso; la
grandezza ed il numero de' bicchieri si regola con una rigorosa coerenza
alle leggi della temperanza; ed il rispettoso silenzio, che vi si
osserva, non è interrotto che da una grave ed istruttiva conversazione.
Dopo desinare, Teodorico talvolta prende un poco di riposo; e tosto che
si sveglia, chiede la tavola e i dadi, incoraggisce i suoi amici a
dimenticare la maestà reale, e si compiace quando essi liberamente
esprimono le passioni, che s'eccitano dagli accidenti del giuoco. In
quest'esercizio, che esso ama come un'immagine della guerra,
alternativamente fa prova di ardore, di abilità, di pazienza e di buon
umore. Ride, se perde; ed è modesto e tace, se vince. Pure, non ostante
quest'apparente indifferenza, i suoi cortigiani prendono i momenti della
Vittoria per chiedere qualche favore; ed io stesso, nelle mie
conversazioni col Re, ho ottenuto qualche vantaggio dalle mie
perdite[795]. Circa l'ora nona (alle tre dopo mezzo giorno) si riprende
il corso degli affari, e dura di continuo fin dopo il tramontar del
sole, ed allora il segno della cena reale serve per licenziare la stanca
folla de' supplichevoli e de litiganti. Alla cena, ch'è molto
famigliare, sono ammessi talvolta de' buffoni e de' pantomimi per
divertire, non per offendere la compagnia co' ridicoli loro detti; ma
sono rigorosamente bandite le cantatrici, e la musica molle ed
effeminata, essendo solo graditi agli orecchi di Teodorico que' suoni
marziali, ch'eccitano lo spirito ad operar valorosamente. Ei si alza da
tavola; e sono immediatamente poste le guardie notturne alle porte del
tesoro, del palazzo e degli appartamenti segreti».
[A. 456]
Il Re de' Visigoti nell'atto d'incoraggiare Avito a prender la porpora,
gli offrì la sua persona, e le sue forze, come un soldato fedele della
Repubblica[796]. I fatti di Teodorico tosto convinsero il Mondo, ch'egli
non avea degenerato dal guerriero valore de' suoi antenati. Dopo lo
stabilimento de' Goti nell'Aquitania, ed il passaggio de' Vandali
nell'Affrica, gli Svevi, che avevano stabilito il loro regno nella
Gallicia, aspiravano alla conquista della Spagna e minacciavano
d'estinguere i deboli residui della potenza Romana. I Provinciali di
Cartagena e di Tarragona, molestati da un'ostile invasione,
rappresentarono i danni che soffrivano, e le loro apprensioni. Fu
spedito il Conte Frontone in nome dell'Imperatore Avito con vantaggiose
offerte di pace e d'alleanza, e Teodorico v'interpose la valevole sua
mediazione, dichiarando, che qualora il Re degli Svevi, suo cognato,
immediatamente non si ritirasse, egli sarebbe stato costretto a prender
le armi in difesa della giustizia e di Roma. «Digli (rispose il superbo
Rechiario) che io non curo la sua amicizia, nè le sue armi, e che anzi
proverò in breve, se ardirà d'aspettare la mia venuta sotto le mura di
Tolosa». Una tal disfida mosse Teodorico a prevenire gli audaci disegni
del suo nemico: passò i Pirenei alla testa de' Visigoti; i Franchi, ed i
Borgognoni militavano sotto le sue bandiere; e quantunque si professasse
fedele servo d'Avito, stipulò particolarmente per se medesimo, e pei
suoi successori l'assoluto possesso delle conquiste Ispaniche. Le due
armate, o piuttosto le due nazioni s'incontrarono sulle rive del fiume
Urbico, alla distanza di circa dodici miglia da Astorga; e parve, che la
vittoria decisiva de' Goti estirpasse per un tempo il nome ed il regno
degli Svevi. Dal campo di battaglia, Teodorico avanzossi verso Braga,
loro Metropoli, che conservava tuttavia le splendide tracce dell'antico
suo commercio e della sua dignità[797]. Il suo ingresso nella medesima
non fu macchiato di sangue, ed i Goti rispettarono la castità delle
donne, specialmente delle sacre vergini: ma la maggior parte del Clero e
del Popolo cadde in ischiavitù, e fino le chiese e gli altari restaron
confusi nell'universale saccheggio. L'infelice Re degli Svevi era
fuggito ad uno de' porti dell'Oceano; ma l'ostinazione de' venti
s'oppose alla sua fuga; fu dato in mano dell'implacabile suo rivale; e
Rechiario, che non desiderava, nè aspettava mercede, ricevè con viril
costanza la morte, ch'egli trovandosi nelle medesime circostanze,
probabilmente avrebbe dato al nemico. Dopo tal sanguinoso sacrifizio
alla politica o allo sdegno, Teodorico portò le vittoriose sue armi fino
a Merida, città principale della Lusitania, senza incontrar resistenza
veruna a riserva del miracoloso potere di S. Eulalia; ma fu arrestato
nella carriera de' suoi successi, e richiamato dalla Spagna, prima di
poter provvedere alla sicurezza delle sue conquiste. Nella ritirata,
ch'ei fece verso i Pirenei, vendicò le sue perdite contro il paese pel
quale passò, e nel saccheggio di Pollenzia e d'Astorga si dimostrò
infedele alleato, non meno che crudele nemico. Mentre il Re de' Visigoti
combatteva e vinceva in nome d'Avito, il regno d'Avito era già
terminato; e tanto l'onore, che l'interesse di Teodorico restarono
altamente lesi per la disgrazia d'un amico, ch'esso avea collocato sul
trono dell'Impero occidentale[798].
[A. 456]
Le vive sollecitazioni del Senato e del Popolo persuasero l'Imperatore
Avito a fissare la sua residenza in Roma, e ad accettare il consolato
per l'anno venturo. Il primo giorno di Gennaio, Sidonio Apollinare,
genero di lui, celebrò le sue lodi in un panegirico di seicento versi;
ma questa composizione, quantunque fosse premiata con una statua di
bronzo[799], sembra che contenga una ben piccola parte sì d'ingegno, che
di verità. Il Poeta, se pure è permesso di avvilire tal sacro nome,
esagera i meriti d'un Sovrano, e d'un padre; e la sua profezia d'un
lungo e glorioso regno fu tosto contraddetta dal fatto. Avito, in un
tempo in cui la dignità Imperiale riducevasi ad una preminenza di
travagli e di pericoli, si abbandonò ai piaceri della mollezza Italiana:
l'età non aveva estinto in esso le amorose inclinazioni; e viene
accusato di avere insultato con indiscreta ed incivile derisione i
mariti di quelle ch'egli aveva sedotte, o violate[800]. Ma i Romani non
eran disposti nè a scusare i suoi difetti, nè a riconoscere le sue
virtù. Le varie parti dell'Impero si alienavano l'una dall'altra ogni
giorno più; e lo straniero della Gallia era l'oggetto dell'odio e del
disprezzo popolare. Il Senato sostenne il legittimo suo diritto
nell'elezione dell'Imperatore; e la sua autorità, che in principio era
derivata dall'antica costituzione ricevè nuova forza dall'attual
debolezza d'una decadente Monarchia. Pure anche una tal Monarchia
avrebbe potuto resistere a' voti d'un inerme Senato, se la
malcontentezza di questo non fosse stata sostenuta, e forse instigata
dal Conte Ricimero, uno de' principali comandanti delle truppe Barbare,
che formavano la difesa militare d'Italia. La madre di Ricimero era
figlia di Vallia Re de' Visigoti; ma dal lato del padre discendeva dalla
nazione degli Svevi[801]. Dalle disgrazie de' suoi nazionali potè forse
inasprirsi l'orgoglio, o il patriottismo di esso; ed ubbidiva con
ripugnanza ad un Imperatore, nell'inalzamento del quale egli non era
stato consultato. I suoi fedeli ed importanti servigi contro il comun
nemico lo renderono sempre più formidabile[802]; e dopo aver distrutto
sulle coste della Corsica una flotta de' Vandali composta di sessanta
galere, tornò Ricimero in trionfo col titolo di Liberator dell'Italia.
Egli scelse questo momento per significare ad Avito, che il suo regno
era giunto a fine; e il debole Imperatore, distante da' Goti suoi
alleati, fu costretto dopo una breve ed inefficace contesa a dimetter la
porpora. La clemenza però, o il disprezzo di Ricimero[803] gli permise
di passare dal trono al più desiderabile posto di Vescovo di Piacenza:
ma lo sdegno del Senato non era ancor soddisfatto; e la sua inflessibil
severità pronunziò contro di lui la sentenza di morte. Esso fuggì verso
le alpi coll'umile speranza non già d'armare i Visigoti in sua difesa,
ma d'assicurare la propria persona ed i suoi tesori nel santuario di
Giuliano, uno de' santi tutelari dell'Alvergna[804]. La malattia o la
mano del carnefice l'arrestò per viaggio; ed il suo corpo fu
decentemente trasportato a Brivas o Brioude nella sua nativa Provincia,
e riposò a' piedi del suo santo avvocato[805]. Avito non lasciò che una
figlia, moglie di Sidonio Apollinare, il quale ereditò il patrimonio del
suocero, dolendosi nel tempo stesso, che fossero svanite le sue
pubbliche e private speranze. Il suo rammarico l'indusse ad unirsi, o
almeno ad appoggiar le misure d'un partito ribelle nella Gallia; ed il
Poeta era caduto in qualche mancanza, che dovè poi espiare con un altro
tributo d'adulazione verso il nuovo Imperatore[806].
[A. 457]
Il successore d'Avito presenta la gradita scoperta d'un carattere grande
ed eroico, quale sorge alle volte in un secolo degenerato per sostenere
l'onor della specie umana. L'Imperator Maioriano ha meritato le lodi de'
suoi contemporanei, e della posterità; e si possono rappresentar queste
lodi, con le forti espressioni d'un giudizioso e disinteressato
Istorico, il quale racconta: «ch'egli era cortese verso i suoi sudditi;
terribile verso i nemici; e che superava in -ogni- virtù -tutti- i suoi
antecessori, che regnato avevano sopra i Romani[807]». Tale
testimonianza può almeno giustificare il panegirico di Sidonio; e noi
possiamo assicurarci, che sebbene l'ossequioso oratore avrebbe adulato
con uguale zelo il Principe anche più indegno; pure in quest'occasione
il merito straordinario del suo Eroe lo fece restar dentro i limiti
della verità[808]. Maioriano traeva il suo nome dall'avo materno, che
sotto il regno di Teodosio il Grande avea comandato le truppe della
frontiera Illirica. Ei diede la sua figlia per moglie al padre di
Maioriano, rispettabile ufiziale, che amministrava le rendite della
Gallia con abilità e giustizia, e generosamente preferì l'amicizia
d'Ezio alle seducenti offerte d'una Corte insidiosa. Il futuro
Imperatore suo figlio, che fu educato nella professione delle armi,
dimostrò dalla prima sua gioventù un intrepido coraggio, un prematuro
sapere, ed una liberalità illimitata in una tenue fortuna. Seguitò le
bandiere d'Ezio, contribuì a' suoi successi, partecipò, e talvolta
ecclissò la sua gloria, ed eccitò finalmente la gelosia del Patrizio, o
piuttosto della sua moglie, che lo costrinse a ritirarsi dalla
milizia[809]. Dopo la morte d'Ezio, Maioriano fu richiamato e promosso;
e l'intima sua connessione col Conte Ricimero, fu l'immediato passo, che
lo fece salire sul trono dell'Impero occidentale. Nella vacanza, che
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