poi confermarono per mezzo di reciproci doni, di frequenti ambascerie, e
dell'educazione di Carpilione, figlio d'Ezio, nel Campo d'Attila. Con le
sue speciose proteste di gratitudine, e di volontario attaccamento,
poteva il Patrizio mascherare i suoi timori del conquistatore Scita, che
stringeva con le innumerabili sue truppe i due Imperi. Si eseguivano
però le sue domande, o si eludevano. Quando ei richiese le spoglie d'una
città soggiogata, cioè alcuni vasi d'oro, ch'erano stati
fraudolentemente trafugati, furono immediatamente spediti a soddisfare
le sue querele[704] i Governatori civili e militari del Norico; ed è
patente dal congresso, ch'ebbero nel villaggio reale con Massimino e
Prisco, che il valore e la prudenza d'Ezio non aveva potuto salvare i
Romani Occidentali dalla comune ignominia del tributo. Pure la sua
destra politica prolungò i vantaggi d'una salutevole pace; e fu
impiegato in difesa della Gallia un numeroso esercito di Unni e di
Alani, ch'esso aveva impegnato a suo favore. Furono giudiziosamente
poste due colonie di questi Barbari ne' territori di Valenza, e
d'Orleans[705]; e l'attiva loro cavalleria assicurò gli importanti
passaggi del Rodano, e della Loira. Questi selvaggi alleati non erano in
vero meno formidabili pei sudditi, che pei nemici di Roma. Il loro
stabilimento a principio fu sostenuto dalla licenziosa violenza della
conquista; e la Provincia, che occupavano, fu esposta a tutte la
calamità d'un'ostile invasione[706]. Gli Alani della Gallia, estranei
rispetto all'Imperatore o alla Repubblica, erano addetti all'ambizione
d'Ezio; e sebbene questi potesse sospettare, che in una guerra con
Attila stesso si sarebbero rivoltati alle bandiere del nazionale loro
Sovrano, contuttociò il Patrizio si affaticava a frenarne, piuttosto che
ad eccitarne, lo zelo e lo sdegno contro i Goti, i Borgognoni, ed i
Franchi.
[A. 451]
Il regno, stabilito da' Visigoti nelle Province meridionali della
Gallia, aveva appoco appoco acquistato forza e maturità; e la condotta
di quegli ambiziosi Barbari, tanto in pace che in guerra, impegnava Ezio
ad una perpetua vigilanza. Dopo la morte di Vallia, lo scettro Gotico
passò a Teodorico, figlio del Grande Alarico[707]; ed il suo prospero
regno di più di trent'anni sopra un Popolo turbolento può risguardarsi
come una prova, che la sua prudenza era sostenuta da un vigore non
comune sì di mente, che di corpo. Mal soffrendo i suoi stretti confini,
Teodorico aspirava al possesso di Arles, ricca sede di governo e di
commercio; ma la città fu salvata mediante l'opportuno arrivo d'Ezio; ed
il Re Goto, che ne aveva intrapreso l'assedio con qualche perdita e
disgrazia, si lasciò persuadere per mezzo d'un adeguato sussidio a
rivolgere il marzial valore de' suoi contro la Spagna. Non ostante però
Teodorico sempre studiò, ed arditamente prese il favorevol momento di
rinnovare gli ostili suoi tentativi. I Goti assediarono Narbona, mentre
le Province Belgiche erano invase da' Borgognoni; e da ogni parte veniva
minacciata la salvezza pubblica dall'apparente unione de' nemici di
Roma. Ma l'attività d'Ezio, e la sua cavalleria Scita da ogni parte
oppose una costante ed efficace resistenza. Restaron morti sul campo
ventimila Borgognoni; ed il restante della nazione accettò umilmente
un'abitazione soggetta all'Impero nelle montagne della Savoia[708]. Le
mura di Narbona erano già state scosse dalle batterie militari; e gli
abitanti avevan sofferto le ultime estremità della fame, quando il Conte
Litorio tacitamente avvicinatosi, ed avendo ordinato a ciaschedun uomo a
cavallo di portarsi dietro due sacca di farina, si fece strada fra le
trincere degli assedianti. Fu immediatamente levato l'assedio e la più
decisiva vittoria, che si attribuisce alla condotta personale d'Ezio
medesimo, fu notata col sangue di ottomila Goti. Ma nell'assenza del
Patrizio, che fu richiamato in fretta in Italia da qualche pubblico o
privato affare, il Conte Litorio successe al comando; e la sua
presunzione tosto fece conoscere, quanto sia diversa l'abilità, che si
richiede per condurre un'ala di cavalleria, da quella necessaria per
dirigere le operazioni d'una importante guerra. Alla testa d'un esercito
di Unni temerariamente avanzossi fino alle porte di Tolosa, pieno di non
curante disprezzo per un nemico, che le sue disgrazie avevan renduto
prudente, e la sua situazione disperato. Le predizioni degli Auguri
avevano inspirato a Litorio la profana fiducia di entrare in trionfo
nella capitale de' Goti; e la fede, ch'egli prestava a' suoi Pagani
alleati, l'incoraggì a rigettare le belle condizioni di pace, che furono
più volte proposte da' Vescovi a nome di Teodorico. Il Re de' Goti
mostrò nelle sue angustie l'edificante contrapposto d'una cristiana
pietà e moderazione; nè lasciò il sacco e le ceneri, finattantochè non
fu preparato ad armarsi per combattere. I suoi soldati, animati da un
marziale o religioso entusiasmo, assaltarono il campo di Litorio; la
battaglia fu ostinata, la strage reciproca. Il Generale Romano, dopo una
total disfatta, che poteva unicamente imputarsi alla sua temeraria
ignoranza, fu realmente condotto per le strade di Tolosa non già nel
proprio, ma in un ostile trionfo; e la miseria, ch'egli provò in una
ignominiosa e lunga schiavitù, eccitò la compassione degli stessi
Barbari[709]. Una tal perdita in un paese, in cui la bravura e le
finanze da lungo tempo erano esauste, non poteva facilmente ripararsi;
ed i Goti, a vicenda mossi da sentimenti d'ambizione e di vendetta,
avrebber piantato le vittoriose loro bandiere sulle rive del Rodano, se
la presenza d'Ezio non avesse rinvigorito la disciplina e la forza de'
Romani[710]. I due eserciti aspettavano il segno d'un'azion decisiva; ma
i Generali, che conoscevan la forza l'uno dell'altro, e dubitavano
ciascheduno della propria superiorità, prudentemente riposero le loro
spade nel fodero; e la riconciliazione loro fu permanente e sincera.
Sembra, che Teodorico Re de' Visigoti, meritasse l'amor de' suoi
sudditi, la fiducia de' suoi alleati, e la stima dell'uman genere. Il
suo trono era circondato da sei valorosi figli, che erano educati con
ugual diligenza tanto negli esercizi del campo Barbaro, quanto in quelli
delle scuole Galliche: dallo studio dalla Giurisprudenza Romana essi
appresero almeno la teoria della legge e della giustizia; e gli
armoniosi sentimenti di Virgilio contribuirono ad addolcire l'asprezza
de' nativi loro costumi[711]. Le due figlie del Re Goto furono maritate
a' primogeniti de' Re degli Svevi e de' Vandali, che regnavano nella
Spagna, e nell'Affrica; ma queste illustri affinità partorirono delitti
e discordie. La Regina degli Svevi pianse la morte d'un marito
crudelmente ucciso dal fratello di essa. La Principessa de' Vandali
cadde vittima d'un geloso tiranno, ch'essa chiamava suo padre. Il crudel
Genserico sospettò, che la moglie del proprio figlio avesse tentato
d'avvelenarlo; il supposto delitto fu punito coll'amputazione del naso e
degli orecchi; e l'infelice figlia di Teodorico fu ignominiosamente
rimandata alla Corte di Tolosa in quello stato di deforme mutilazione.
Tal orrido fatto, che dee parere incredibile in un secolo incivilito,
trasse ad ogni spettatore le lacrime: ma Teodorico fu mosso da'
sentimenti di padre e di Re a vendicare queste irreparabili ingiurie. I
ministri Imperiali, che sempre favorivano la discordia de' Barbari,
avrebbero somministrato a' Goti armi, navi, e danaro per la guerra
Affricana; e la crudeltà di Genserico avrebbe potuto riuscirgli fatale,
se l'artificioso Vandalo non avesse tratto in suo favore la formidabil
potenza degli Unni. I ricchi doni e le vive sollecitazioni di esso
accesero l'ambizione d'Attila; ed i disegni d'Ezio e di Teodorico furono
impediti dall'invasione della Gallia[712].
[A. 422-451]
I Franchi, la Monarchia de' quali era sempre ristretta alle vicinanze
del basso Reno, avevano saviamente stabilito il diritto della
successione ereditaria nella nobile famiglia de' Merovingi[713]. Questi
Principi venivano alzati sopra uno scudo, simbolo del comando
militare[714]; l'uso reale de' lunghi capelli era l'insegna della lor
nascita e dignità. La bionda lor chioma, ch'essi annodavano e
pettinavano con singolar diligenza, cadeva loro disposta in ondeggianti
ricci giù per le spalle; mentre il restante della nazione doveva per
legge, e per consuetudine radersi la parte di dietro del capo, annodarsi
i capelli sulla fronte, e contentarsi dell'ornamento di due piccoli
baffi[715]. L'alta statura de' Franchi, ed i loro occhi azzurri
indicavano l'origine loro Germanica; la maniera di vestire strettamente
mostrava l'esatta figura delle loro membra: pendeva una pesante spada da
una larga cintura: un vasto scudo proteggeva i lor corpi; e questi
bellicosi Barbari erano esercitati dalla più fresca lor gioventù a
correre, a saltare, a nuotare, a scagliare i dardi o le accette senza
sbagliare mai il colpo, ed avanzarsi senza esitare contro un superiore
nemico, ed a mantenere tanto in vita che in morte l'invincibile
riputazione de' loro antichi[716]. Clodione, che fu il primo de'
chiomati lor Re, di cui le azioni ed il nome si trovino in autentiche
storie, aveva la sua residenza in Dispargo[717], villaggio o fortezza,
la cui situazione può collocarsi fra Lovanio e Brusselles. Dalla
relazione delle sue spie fu informato il Re de' Franchi, che lo Stato
indifeso della seconda Belgica, al più tenue attacco, avrebbe ceduto al
valore de' suoi sudditi. Arditamente inoltrossi fra gli alberi ed i
pantani della foresta Carbonaria[718]; occupò Tournay e Cambray,
ch'erano le sole città, ch'esistessero ivi nel quinto secolo, ed estese
le sue conquiste fino al fiume Somma sopra un paese desolato, la cultura
e popolazione del quale sono gli effetti d'un'industria più
recente[719]. Mentre Clodione stava accampato nelle pianure
dell'Artesia[720], e celebrava con vana e pomposa sicurezza il
matrimonio, forse del suo figlio, venne interrotta la festa nuziale
dall'inaspettata, e non gradita presenza d'Ezio, che aveva passato la
Somma alla testa della sua cavalleria leggiera. Si rovesciarono ad un
tratto le mense, che si erano alzate al coperto d'un colle lungo le rive
d'un piacevol torrente; i Franchi furon oppressi prima di poter prender
le loro armi, o mettersi in ordine di battaglia; e l'inutile loro valore
fu solamente fatale a loro medesimi. I carri, che avevan seguitato ben
carichi la loro marcia, somministrarono una ricca preda; e la vergine
sposa, e le sue ancelle si sommisero a' nuovi amanti, che l'accidente
della guerra aveva ad esse imposto. Questo vantaggio, ottenuto
dall'abilità e dall'attività d'Ezio, potè far qualche torto alla militar
prudenza di Clodione; ma tosto il Re de' Franchi riprese la sua forza e
riputazione, e si mantenne sempre in possesso del regno Gallico dal Reno
fino alla Somma[721]. Sotto il suo regno, e probabilissimamente per
l'intraprendente coraggio de' suoi sudditi, le tre capitali Magonza,
Treveri, e Colonia provaron gli effetti dell'ostile crudeltà ed
avarizia. La disgrazia di Colonia si prolungò per la perpetua
dominazione degli stessi Barbari, che abbandonarono le rovine di
Treveri; e Treveri, che nelle spazio di quarant'anni era stata assediata
e saccheggiata quattro volte, si dispose a perdere la memoria delle sue
afflizioni ne' vani divertimenti del Circo[722]. La morte di Clodione,
dopo un regno di venti anni, espose il suo reame alle discordia ed
all'ambizione de' due suoi figli. Meroveo, ch'era il più giovane[723],
fu indotto ad implorare la protezione di Roma; ei fu ricevuto alla Corte
Imperiale come alleato di Valentiniano, e figlio adottivo del Patrizio
Ezio; e rimandato alla patria con splendidi doni, e con le più generose
promesse di amicizia e d'aiuto. Nel tempo della sua assenza il fratel
maggiore aveva implorato, con uguale ardore, il formidabile soccorso
d'Attila; ed il Re degli Unni abbracciò un'alleanza, che gli facilitava
il passaggio del Reno, e giustificava con uno specioso ed onorevol
pretesto l'invasion della Gallia[724].
Allorchè Attila dichiarò la sua risoluzione di sostenere la causa de'
Vandali e de' Franchi di lui alleati, nel tempo stesso, e quasi con uno
spirito di romanzesca cavalleria, il selvaggio Monarca si professò
amante e campione della Principessa Onoria. La sorella di Valentiniano
era stata educata nel palazzo di Ravenna; e siccome il matrimonio di
essa avrebbe potuto cagionar qualche rischio allo stato, fu innalzata,
mediante il titolo d'-Augusta-[725], sopra le speranze del suddito più
presuntuoso. Ma appena la bella Onoria fu giunta all'età di sedici anni,
detestò quella inopportuna grandezza, che doveva per sempre toglierle i
diletti d'un onesto amore: Onoria gemeva in mezzo alla varia e non
gradita pompa; ella cedè finalmente all'impulso della natura; e si gettò
nelle braccia d'Eugenio suo Ciamberlano. La colpa e la vergogna di essa
(tal è l'assurdo linguaggio d'un uomo imperioso) vennero tosto scoperte
da' segni della sua gravidanza, ma il disonore della famiglia reale si
pubblicò al Mondo per l'imprudenza dell'Imperatrice Placidia, che mandò
la sua figlia, dopo un rigoroso e vergognoso confino, in un lontano
esilio a Costantinopoli. L'infelice Principessa passò dodici o
quattordici anni nella noiosa compagnia delle sorelle di Teodosio, e di
quelle vergini elette, alla -corona- delle quali Onoria non poteva più
aspirare, e delle quali essa con ripugnanza imitava la monastica
assiduità nelle preghiere, nel digiuno e nelle vigilie. Stanca d'un
celibato sì lungo, e senza speranza di libertà, s'indusse a prendere una
strana e disperata risoluzione. Il nome d'Attila era in Costantinopoli
famigliare e formidabile; e le sue frequenti ambascerie tenevano aperto
un continuo commercio fra il campo di esso ed il Palazzo Imperiale. La
figlia dunque di Placidia, tratta dall'amore, o piuttosto dalla
vendetta, sacrificò qualunque dovere e ogni pregiudizio; ed offrì
d'abbandonare la una persona nelle braccia d'un Barbaro, di cui non
sapeva il linguaggio, che appena aveva la figura umana, e del quale
aborriva la religione e i costumi. Per mezzo d'un fedele Eunuco essa
mandò ad Attila un anello in segno della sua affezione; ed istantemente
lo scongiurò a domandarla come sua legittima sposa, a cui segretamente
avesse promesso le nozze. Tale indecente proposizione però fu ricevuta
con freddezza e disprezzo; ed il Re degli Unni continuò ad accrescere il
numero delle sue mogli, finattantochè non fu risvegliato il suo amore
dalle più forti passioni dell'ambizione e dell'avarizia. L'invasion
della Gallia fu preceduta e giustificata da una formal domanda della
Principessa Onoria, con una giusta ed ugual porzione del patrimonio
Imperiale. Gli antichi Tangiù, suoi Maggiori, aveano spesso richiesto
per ispose nel medesimo perentorio ed ostil modo le figlie della China:
e le pretensioni d'Attila non erano men offensive alla maestà di Roma.
Fu dato a' suoi Ambasciatori un fermo, ma moderato rifiuto. Si negò
fortemente il diritto della successione delle donne, quantunque potesse
in favore di quello trarsi uno specioso argomento da' recenti esempi di
Placidia e di Pulcheria; e si opposero gl'indissolubili vincoli d'Onoria
alla richiesta del suo Scitico amante[726]. Come si seppe la sua
relazione col Re degli Unni, la rea Principessa venne rimandata, come un
oggetto d'orrore, da Costantinopoli in Italia; le fu risparmiata la
vita: ma si fece la ceremonia del suo matrimonio con un marito oscuro e
solo di nome, prima che fosse rinchiusa in una perpetua carcere a
piangere que' delitti e quelle sventure, che Onoria avrebbe potuto
evitare, se non fosse nata figlia d'un Imperatore[727].
L'erudito ed eloquente Sidonio, nativo della Gallia, e contemporaneo,
che dopo fu Vescovo di Clermont, aveva promesso ad uno de' suoi amici di
comporre un'istoria regolare della guerra d'Attila. Se la sua modestia
non l'avesse distolto dall'esecuzione di tale interessante opera[728],
avrebbe l'Istorico riferito, con la semplicità propria del vero, que'
memorabili avvenimenti, a' quali con incerte e dubbiose metafore il
Poeta concisamente ha fatto allusione[729]. Obbedirono alle belliche
intimazioni di Attila i Re, e le nazioni della Germania e della Scizia,
dal Volga forse fino al Danubio. Dal villaggio reale, posto nelle
pianure dell'Ungheria, si mosse il suo stendardo verso l'Occidente, e
dopo una marcia di sette o ottocento miglia, giunse dove si uniscono il
Reno ed il Necker; ed ivi incontrossi co' Franchi, aderenti al figlio
maggiore di Clodione suo alleato. Una truppa di Barbari sciolti, che
fosse andata in cerca di preda, avrebbe potuto sceglier l'inverno per la
comodità di passare il fiume sul ghiaccio, ma l'innumerabile cavalleria
degli Unni esigeva tale abbondanza di foraggio o di provvisioni, che non
poteva ottenersi che in una stagione più mite; la foresta Ercinia
somministrò i materiali per un ponte di barche, e le migliaia de' nemici
si sparsero con irresistibil violenza nelle Province Belgiche[730]. La
costernazione della Gallia fu universale, e le varie avventure delle sue
città si sono adornate dalla tradizione con martirj e miracoli[731].
Troia fu salvata pe' meriti di S. Lupo; S. Servazio fu tolto dal Mondo,
affinchè non vedesse le rovine di Tongres; e le preghiere di S.
Genovieffa fecer deviare la marcia d'Attila dalle vicinanze di Parigi.
Ma siccome la maggior parte delle città Gallicane eran prive sì di
Santi, che di soldati, esse furono assediate, e prese dagli Unni, che
praticarono le solite loro massime di guerra, avendone Metz dato
l'esempio[732]. Essi compresero in una promiscua strage i sacerdoti, che
servivano all'altare, e gl'infanti, che nel tempo del pericolo erano
stati providamente dal Vescovo battezzati; quella florida città fu
abbandonata alle fiamme, ed una solitaria cappella di S. Stefano
indicava il luogo, dove Metz precedentemente era stata. Dal Reno e dalla
Mosella avanzossi Attila nel cuor della Gallia; attraversò la Senna ad
Auxerre; e dopo una lunga e laboriosa marcia pose il suo campo sotto le
mura d'Orleans. Egli desiderava di assicurare la sue conquiste con
impossessarsi d'un vantaggioso posto, che dominava il passo della Loira;
e contava sul segreto invito di Sangiban Re degli Alani, che aveva
promesso di dargli in mano la città, e di ribellarsi dall'Imperatore. Ma
fu scoperto quel tradimento, e renduto inefficace: Orleans era stata
fortificata con recenti ripari; e furono vigorosamente rispinti gli
assalti degli Unni dal fedele valor de' soldati, o de' cittadini che
difeser la piazza. La pastoral diligenza d'Aniano, Vescovo di antica
santità e di consumata prudenza, esaurì ogni arte di religiosa politica
per sostenere il loro coraggio fino all'arrivo dell'aspettato soccorso.
Dopo un ostinato assedio, le mura erano scosse dalle macchine militari
che le battevano; gli Unni avevano già occupato i sobborghi; ed il
Popolo, ch'era inabile alle armi, stava prostrato a pregare. Aniano, che
ansiosamente contava i giorni e le ore, mandò un fedel messaggiero ad
osservar dalle mura l'aspetto della distante campagna. Tornò questi per
due volte senz'alcuna notizia, che inspirar potesse conforto o speranza;
ma la terza volta portò la nuova d'una piccola nube, che appena esso
aveva potuto discernere all'estremità dell'orizzonte: «È l'aiuto di Dio»
esclamò il Vescovo in un tuono di pia fiducia; e tutta la moltitudine
ripetè con esso, «È l'aiuto di Dio». Quell'oggetto lontano, sul quale
stavano fissi gli occhi di tutti, diveniva ogni momento più grande, e
più distinto; appoco appoco si ravvisarono le bandiere Romane e Gotiche;
ed un vento favorevole, dissipando la polvere, fece scuoprire in buona
ordinanza gl'impazienti squadroni di Ezio e di Teodorico, che si
avanzavano velocemente al soccorso d'Orleans.
La facilità, con cui Attila era penetrato nel cuor della Gallia, può
attribuirsi alla sua insidiosa politica ugualmente che al terrore delle
sue armi. Le sue pubbliche dichiarazioni venivano abilmente mitigate
dalle sue private proteste; egli alternativamente lusingava e minacciava
i Romani ed i Goti; e le Corti di Ravenna e di Tolosa, vicendevolmente
sospettose l'una dell'altra, miravano con supina indifferenza
l'avvicinamento del comune loro nemico. Ezio era il solo custode della
pubblica sicurezza; ma le più savie di lui misure venivano sconcertate
da una fazione, che dopo la morte di Placidia infestava il palazzo
Imperiale; la gioventù Italiana tremava al suono della tromba; ed i
Barbari, che per timore o per affetto erano inclinati a favorire la
causa d'Attila, aspettavano con dubbiosa e venal fede l'evento della
guerra. Il Patrizio passò le alpi alla testa di alcune truppe, la forza
ed il numero delle quali appena meritava il nome d'esercito[733]. Ma
giunto che fu ad Arles o a Lione, restò confuso alla nuova, che i
Visigoti ricusando d'intraprender la difesa della Gallia, avevan
determinato d'aspettare ne' propri lor territori il formidabile
invasore, ch'essi protestavano di disprezzare. Il Senatore Avito, che
dopo avere onorevolmente esercitata la Prefettura Pretoriana, erasi
ritirato alle sue terre nell'Alvernia, fu indotto ad accettare
un'importante ambasciata al Re de' Visigoti, ch'egli eseguì con abilità
e buon successo. Rappresentò a Teodorico, che ad un ambizioso
conquistatore, il quale aspirava al dominio della Terra, non poteva
resistersi che mediante la stabile ed unanime alleanza delle potenze,
ch'ei cercava d'opprimere. La vivace eloquenza d'Avito infiammò i
guerrieri Goti con la descrizione delle ingiurie, che a' loro maggiori
avean fatte gli Unni, l'implacabil furore de' quali sempre li
perseguitava dal Danubio fino al piè de' Pirenei. Insistè fortemente,
ch'era dovere d'ogni Cristiano il salvare dalla sacrilega violazione le
chiese di Dio e le reliquie de' Santi, e ch'era interesse d'ogni
Barbaro, che avesse acquistato uno stabilimento nella Gallia, il
difendere i campi e le vigne, che, si coltivavano per proprio uso, dalla
desolazione de' pastori Sciti. Teodorico cedè all'evidenza della verità;
prese partito più prudente nel tempo stesso e più onorevole; e dichiarò,
che come fedele alleato d'Ezio e de' Romani, era pronto ad esporre la
vita ed il regno per la comun salvezza della Gallia[734]. I Visigoti,
ch'erano in quel tempo nel maturo vigore della lor fama e potenza,
obbedirono volentieri al segnal della guerra; prepararono le loro armi e
cavalli, e si unirono sotto le bandiere del lor vecchio Re, che volle
insieme co' suoi due figli maggiori Torrismondo e Teodorico comandare in
persona il numeroso e prode suo Popolo. L'esempio de' Goti determinò
varie tribù o nazioni, che sembravano fluttuanti fra gli Unni e i
Romani. L'instancabile diligenza del Patrizio appoco appoco raccolse le
truppe della Gallia e della Germania, che anticamente si erano
riconosciute sudditi o soldati della Repubblica, ma che allora
pretendevano i premj di milizia volontaria, ed il posto d'indipendenti
alleati, vale a dire i Leti, gli Armorici, i Breoni, i Sassoni, i
Borgognoni, i Sarmati o Alani, i Ripuari ed i Franchi, che seguitavano
Meroveo come loro legittimo Principe. Tal era la moltiplice armata, che
sotto la condotta d'Ezio e di Teodorico avanzavasi con rapide marce a
soccorrere Orleans, e ad attaccare l'innumerabil esercito d'Attila[735].
All'approssimarsi che fecero, il Re degli Unni levò immediatamente
l'assedio, e sonò la ritirata per richiamare le più avanzate delle sue
truppe dal saccheggio d'una città, nella quale eran già entrate[736]. Il
valore d'Attila era sempre guidato dalla prudenza; e siccome previde le
fatali conseguenze d'una disfatta nel cuor della Gallia, ripassò la
Senna, ed aspettò il nemico nelle pianure di Scialons, dove il terreno
piano ed uguale era adattato alle operazioni della sua cavalleria Scita.
Ma in quesa tumultuaria ritirata la vanguardia de' Romani e de' loro
alleati continuamente incalzava, ed alle volte attaccava le truppe, che
Attila avea poste nella sua retroguardia; le colonne ostili
nell'oscurità della notte, e nell'incertezza delle strade s'incontraron
per avventura l'una coll'altra senza volerlo; e la sanguinosa battaglia
de' Franchi e de' Gepidi, nella quale restaron uccisi quindicimila
Barbari[737], fu un preludio d'un azione più generale e decisiva. I
campi Catalauni[738] circondavano Scialons, e s'estendevano, secondo
l'incerta misura di Giornandes, alla lunghezza di cento cinquanta
miglia, ed alla larghezza di cento su tutta quella Provincia, a cui si
dà meritamente il nome di -Campagna-[739]. Questa spaziosa pianura però
conteneva alcune ineguaglianze di terreno; e l'importanza d'un'altura,
che dominava il campo d'Attila, si conobbe, e si disputò da' due
Generali. Il giovane e valoroso Torrismondo fu il primo ad occuparne la
cima; i Goti si gettarono con irresistibile urto su gli Unni, che
cercavano di salire dalla parte opposta; ed il possesso di quel
vantaggioso luogo inspirò tanto alle truppe, quanto ai lor condottieri
una gran sicurezza della vittoria. L'ansietà d'Attila l'indusse a
consultare i suoi sacerdoti ed aruspici. Si raccontava, che dopo aver
osservavo le viscere delle vittime, e scopertene le ossa, predissero in
misterioso linguaggio, la propria di lui disfatta, con la morte del suo
principal nemico; e che il Barbaro, accettando un tal partito, venne ad
esprimere l'involontaria sua stima pel superior merito d'Ezio. Ma
l'insolito abbattimento, che sembrava invadere gli Unni, impegnò Attila
ad usar l'espediente sì famigliare a' Generali antichi, d'animar le sue
truppe con una militare aringa; ed il suo linguaggio fu quello d'un Re
che spesso avea combattuto e vinto alla testa di essi[740]. Gli esortò
vivamente a considerare la passata lor gloria, il presente pericolo, e
le future loro speranze. Disse, che la stessa fortuna, che aprì i
deserti e le paludi della Scizia al disarmato loro valore, che aveva
fatto prostrare a' lor piedi tante guerriere nazioni, avea riservato il
gaudio di quella memorabil campagna pel compimento delle loro vittorie.
Artificiosamente rappresentò loro le cautele de' nemici, la stretta loro
confederazione, ed i vantaggiosi posti, che si erano procurati, come gli
effetti non della prudenza ma del timore. I soli Visigoti formavano la
forza ed il nervo dell'armata nemica; e gli Unni potevano sicuramente
sprezzare i degenerati Romani, l'ordine chiuso e ristretto de' quali
dimostrava il loro sgomento, essendo essi incapaci di sostenere sì i
pericoli, che le fatiche d'una giornata di battaglia. La dottrina della
predestinazione, sì favorevole al marzial valore, venne premurosamente
inculcata dal Re degli Unni, che assicurò i suoi soldati, che i
guerrieri protetti dal cielo, erano salvi ed invulnerabili fra' dardi
del nemico; ma che gl'infallibili Fati avrebbero colpito le loro vittime
anche nel seno d'una ignobile pace. «Io stesso, continuò Attila,
scaglierò il primo dardo, e quello sciagurato che ricusa d'imitar
l'esempio del suo Sovrano, è condannato ad una inevitabile morte». Fu
rinvigorito lo spirito dei Barbari dalla presenza, dalla voce e
dall'esempio dell'intrepido lor capitano; ed Attila, cedendo alla loro
impazienza, li dispose in ordine di battaglia. Alla testa de' suoi
valorosi e fedeli Unni, egli occupava in persona il centro
dell'esercito. Le nazioni sottoposte al suo Impero, vale a dire i Rugi,
gli Eruli, i Turingi, i Franchi, i Borgognoni si estendevano, da ambe le
parti, negli ampi spazi de' campi Catalauni; l'ala destra era comandata
da Ardarico, Re de' Gepidi; ed i tre bravi fratelli, che regnavano sopra
gli Ostrogoti, erano nella sinistra per opporsi alle infiammate tribù
de' Visigoti. La disposizione degli Alleati si regolò con un diverso
principio: Sangibano, infedele Re degli Alani, fu posto nel centro, dove
potevano bene osservarsi i suoi movimenti, e poteva subito punirsi la
sua perfidia. Ezio prese il comando dell'ala sinistra, e Teodorico della
destra; mentre Torrismondo continuò ad occupare le alture, che sembra si
estendessero sul fianco, e forse anche sulla retroguardia dell'armata
Scita. Si erano adunate nella pianura di Scialons le nazioni che
abitavano dal Volga all'Atlantico; ma molte di queste si eran divise per
le fazioni, l'emigrazioni, o le conquiste; e l'apparenza delle conformi
armi ed insegne, che si minacciavano l'una coll'altra, presentava
l'immagine d'una guerra civile.
La disciplina e la tattica de' Greci e de' Romani forma una parte
interessante de' loro costumi nazionali. L'attento studio delle
operazioni militari di Senofonte, di Cesare, o di Federigo, allorchè son
descritte da quel medesimo genio che le immaginò e l'eseguì, possono
servire a migliorare (se pur tal miglioramento è desiderabile) l'arte di
distrugger la specie umana. Ma la battaglia di Scialons può solo eccitar
la nostra curiosità per la grandezza dell'oggetto; poichè non operò in
essa che il cieco impeto de' Barbari, ed è stata riferita da scrittori
parziali, che la civile o ecclesiastica lor professione allontanava
dalla cognizione degli affari militari. Cassiodoro però aveva
famigliarmente conversato con molti guerrieri Gotici, che militarono in
quella memorabil giornata «orrida, com'essi dicevano, varia, ostinata, e
sanguinosa in modo, che non le se ne poteva paragonare un'altra o ne'
presenti tempi, o ne' passati». Il numero degli uccisi montò a
centosessantaduemila, o secondo un'altra relazione a trecentomila
persone[741]; e queste incredibili esagerazioni suppongono un'effettiva
perdita sufficiente a giustificare l'osservazione dell'Istorico, che la
pazzia de' Re può distruggere delle intiere generazioni nello spazio
d'un'ora. Dopo una reciproca e reiterata scarica di armi da avventare,
nelle quali poterono gli arcieri di Scizia segnalare la superiore loro
destrezza, la cavalleria e l'infanteria delle due armate furiosamente
s'attaccarono in una più stretta pugna. Gli Unni che combattevano sotto
gli occhi del lor Re, penetrarono nel debole e dubbioso centro degli
alleati, separarono le loro ali una dall'altra, e girando con rapido
sforzo a sinistra, diressero tutta la forza loro contro i Visigoti.
Mentre Teodorico scorreva lungo le linee, per animar le sue truppe,
ricevè un colpo mortale dal dardo d'Andage nobile Ostrogoto, e cadde
subito da cavallo. Il Re ferito restò, nel general disordine, oppresso e
calpestato dalla sua propria cavalleria; e questa importante morte servì
a spiegare l'ambigua profezia degli aruspici. Attila già esultava nella
fidanza della vittoria, quando il valoroso Torrismondo discese da'
colli, e verificò il rimanente della predizione. I Visigoti che si eran
posti in confusione per la fuga o tradimento degli Alani, appoco appoco
si rimisero in ordine di battaglia; e gli Unni furono indubitatamente
vinti, poichè Attila fu costretto a ritirarsi. Egli aveva esposto la sua
persona con la temerità d'un soldato privato; ma le intrepide truppe del
centro si erano avanzate oltre il resto della linea: il loro attacco fu
sostenuto debolmente, i loro fianchi restaron senza difesa, ed i
conquistatori della Scizia e della Germania scamparono da una total
disfatta per l'approssimarsi della notte. Si ritirarono dentro il
cerchio de' carri, che fortificavano il loro campo; o gli squadroni,
smontati da cavallo, si preparavano ad una difesa, a cui nè le armi nè
l'indole loro punto erano adatte. L'evento fu dubbioso, ma Attila s'era
riservato un ultimo ed onorevol ripiego. Furono di suo ordine raccolte
le selle ed i ricchi fornimenti della cavalleria in un rogo funereo; ed
il magnanimo Barbaro avea risoluto, qualora fosse stato forzato il suo
trinceramento, di gettarsi nelle fiamme, e privare i suoi nemici della
gloria, che per la morte o schiavitù d'Attila[742] avrebbero potuto
acquistare.
Ma i suoi nemici avevan passato la notte in ugual disordine ed ansietà.
L'imprudente coraggio di Torrismondo l'indusse ad inseguire il nemico,
finattantochè inaspettatamente si trovò con pochi seguaci nel mezzo de'
carriaggi Sciti. Nella confusione d'un combattimento notturno fu gettato
a terra da cavallo, ed il Principe Goto sarebbe perito, come suo padre,
se la giovanile sua forza, e l'intrepido zelo de' suoi compagni non
l'avesse liberato da tale pericolosa situazione. In simil guisa, ma
dalla parte sinistra della linea, Ezio medesimo, separato da' suoi
alleati, non sapendo la loro vittoria, e dubbioso del loro destino,
incontrò ed evitò le truppe ostili ch'erano sparse per le pianure di
Scialons, e finalmente giunse al campo de' Goti, cui non potè
fortificare, che con un tenue trinceramento di scudi fino alla punta del
giorno. Il Generale Imperiale ebbe tosto la soddisfazione di veder la
disfatta d'Attila, che rimase inattivo dentro le sue trincere; e quando
rimirò la sanguinosa scena, osservò con segreta compiacenza, che la
perdita era principalmente caduta su' Barbari. Il corpo di Teodorico,
trafitto da onorate ferite, fu trovato sotto un mucchio di cadaveri; i
suoi sudditi piansero la morte del Re e del Padre loro; ma le loro
lagrime furon mescolate con canti ed acclamazioni, e ne furon fatte le
cerimonie funebri in faccia ad uno sconfitto nemico. I Goti, battendo le
loro armi, elevarono sopra uno scudo Torrismondo suo figlio maggiore, a
cui giustamente attribuivan la gloria del loro felice successo; ed il
nuovo Re accettò l'obbligo della vendetta, come una sacra porzione della
paterna sua eredità. Pure i Goti medesimi eran sorpresi dal fiero ed
indomito aspetto del loro formidabil nemico; ed i loro Istorici hanno
paragonato Attila ad un leone, circondato nella sua tana, e che minaccia
i cacciatori con sempre maggior furore. Ai Re ed alle nazioni, che
avessero abbandonato le sue bandiere nel tempo delle avversità fu fatto
intendere, che il cadere in disgrazia del loro Monarca sarebbe stato per
esse il più imminente ed inevitabil pericolo. Tutti i suoi strumenti di
musica militare suonavano in alto ed animoso tuono di disfida; e le
prime truppe, che s'avanzavano all'assalto, erano rispinte o abbattute
da nuvoli di dardi, che piovevano da ogni parte delle trincere. In un
generale consiglio di guerra fu determinato d'assediare il Re degli Unni
nel suo campo, d'intercettarne le provvisioni, e di ridurlo
all'alternativa d'un vergognoso trattato, o d'una disuguale battaglia.
Ma l'impazienza de' Barbari sdegnò ben presto queste caute e dilatorie
misure; e la matura politica d'Ezio temeva, che dopo l'estirpazione
degli Unni la Repubblica fosse oppressa dall'orgoglio e dal potere della
nazione Gotica. Il Patrizio esercitò il superiore ascendente
dell'autorità e della ragione, per calmar le passioni, che il figlio di
Teodorico risguardava come doveri; gli rappresentò con apparente affetto
e real verità i pericoli dell'assenza e della dilazione; e persuase
Torrismondo ad impedire, col suo pronto ritorno, gli ambiziosi disegni
de' suoi fratelli, che potevan occupare il trono, ed il tesoro di
Tolosa[743]. Dopo la partenza de' Goti, e la separazione dell'armata
confederata, Attila restò sorpreso all'alto silenzio, che regnava nella
pianura di Scialons: il sospetto di qualche stratagemma ostile lo
ritenne più giorni dentro il cerchio de' suoi carriaggi; e la sua
ritirata di là dal Reno dichiarò l'ultima vittoria che si ottenne a nome
dell'Impero Occidentale. Meroveo coi suoi Franchi, tenendosi ad una
prudente distanza, e magnificando l'opinione della propria forza per
mezzo de' copiosi fuochi che ogni notte accendeva, continuò a seguitare
la retroguardia degli Unni, finattantochè giunsero a' confini delle
Turingia. I Turingi militavano nell'esercito d'Attila; essi
attraversarono sì nella loro marcia, che nel ritorno i territori de'
Franchi; e fu probabilmente in questa guerra, che esercitarono le
crudeltà, che circa ottant'anni dopo furono vendicate dal figlio di
Clodoveo. Uccisero essi gli ostaggi ugualmente che i prigionieri loro:
dugento giovani fanciulle furono tormentate con atroce ed instancabile
rabbia; i lor corpi furono messi in pezzi da cavalli selvatici, o le
ossa loro stritolate sotto il peso de' carri, che vi giravano sopra: e
le lor membra insepolte furono abbandonate sulle pubbliche strade in
preda a' cani, ed agli avoltoi. Tali erano quegli antichi selvaggi, le
immaginarie virtù de' quali hanno talvolta eccitato la lode, e l'invidia
de' secoli inciviliti[744].
Nè lo spirito, nè le forze, nè la riputazione d'Attila soffrirono
diminuzione alcuna pel cattivo successo della spedizione Gallica. Nella
seguente primavera rinnuovò la sua domanda della Principessa Onoria, e
dei suoi beni patrimoniali. La domanda fu di nuovo rigettata o delusa; e
lo sdegnato amante subito si mise in campagna, passò le alpi, invase
l'Italia, ed assediò Aquileia con un'innumerabile armata di Barbari. Non
sapevano questi le maniere di fare un assedio regolato, che anche fra
gli antichi esigeva qualche cognizione, o almeno qualche pratica delle
arti meccaniche. Ma il lavoro di molte migliaia di Provinciali e di
schiavi, le vite de' quali venivan sacrificate senza pietà, eseguiva le
più penose e pericolose operazioni. Potè corrompersi l'abilità degli
artefici Romani per la distruzione della lor patria. Le mura d'Aquileia
furono assalite da una formidabile quantità di arieti, che le battevano:
di torri mobili, e di macchine, che scagliavano pietre, dardi, e
fuoco[745]; ed il Monarca degli Unni si servì del forte impulso della
speranza, del timore, dell'emulazione, e dell'interesse per rovesciare
l'unico baluardo, che impediva la conquista dell'Italia. Aquileia era in
quel tempo una delle più ricche, delle più popolate e forti città
marittime della costa Adriatica. Gli alleati Gotici, che sembra,
militassero sotto i nativi lor Principi Alarico ed Antala, comunicarono
a' cittadini l'intrepido loro coraggio; e questi si rammentavano
tuttavia la gloriosa ad efficace resistenza, che i loro antenati avean
fatto ad un feroce inesorabile Barbaro, che disonorò la maestà della
porpora Romana. Si consumaron tre mesi senza effetto nell'assedio
d'Aquileia, finattantochè la mancanza delle provvisioni, ed i clamori
dell'esercito costrinsero Attila ad abbandonar quell'impresa, ed a
comandare con ripugnanza, che le truppe, nella seguente mattina,
levasser le tende, ed incominciassero a ritirarsi. Ma mentre cavalcava
intorno alle mura pensoso, tristo e sconcertato, osservò una cicogna,
che preparavasi a lasciare il suo nido, ch'era in una delle torri della
città, ed a fuggire con la piccola sua famiglia verso la campagna. Ei
profittò, con la pronta penetrazione d'un Politico, di questo
insignificante avvenimento che il caso aveva offerto alla superstizione;
ed esclamò in alto ed allegro tuono, che un uccello così domestico, e sì
costantemente attaccato alla società umana non avrebbe mai abbandonato
le sue antiche sedi, qualora quelle torri non fossero state condannate
ad un'imminente ruina e solitudine[746]. Il favorevole augurio inspirò
negli Unni la sicurezza della vittoria; fu rinnovato e proseguito
l'assedio con nuovo vigore; si fece una larga breccia in quella parte
delle mura, da cui la cicogna aveva preso la fuga; gli Unni salirono
all'assalto con irresistibil furore; e la seguente generazione potè
appena scoprir le rovine d'Aquileia[747]. Dopo questa terribile
distruzione, Attila seguitò la sua marcia; e cammin facendo ridusse in
mucchi di sassi e di ceneri le città d'Altino, di Concordia e di Padova.
Furono esposte alla rapace crudeltà degli Unni le città mediterranee di
Vicenza, di Verona e di Bergamo. Milano e Pavia si sottoposero senza
resistenza a perder le loro ricchezze; ed applaudirono alla
straordinaria clemenza, che salvò dalle fiamme le loro fabbriche sì
pubbliche che private, e risparmiò le vite d'una moltitudine di
prigionieri. Con ragione si possono aver per sospette le tradizioni
popolari di Como, di Turino e di Modena; pure concorrono esse con le più
autentiche prove a convincerci, che Attila estese le sue devastazioni
sulle ricche pianure della moderna Lombardia, che son divise dal Pò, e
circondate dalle Alpi, e dell'Appennino[748]. Quando egli prese possesso
del palazzo reale di Milano, restò sorpreso e irritato alla vista d'una
pittura, che rappresentava i Cesari assisi sul trono, ed i Principi
Sciti prostrati a' lor piedi. La vendetta, che Attila prese contro
questo monumento di vanità Romana, fu innocente ed ingegnosa. Ei comandò
ad un pittore, che rovesciasse le figure e le attitudini; e sulla
medesima tela furon dipinti gl'Imperatori che si accostavano, in atto
supplichevole, a votare i lor sacchi d'oro tributario avanti al trono
del Monarca Scita[749]. Gli spettatori dovettero confessare la verità e
la ragionevolezza di tal variazione; e furono forse tentati d'applicare
in questa singolare occasione la ben nota favola della disputa fra il
leone e l'uomo[750].
È un detto degno del feroce orgoglio di Attila, che non nacque mai più
erba in quel luogo, per cui era passato il suo cavallo. Pure quel
selvaggio distruttore, senza volerlo, gettò i fondamenti d'una
Repubblica, che fece risorgere nello stato feudale d'Europa l'arte e lo
spirito dell'industria commerciante. Il celebre nome di Venezia[751]
estendevasi anticamente ad una vasta e fertil Provincia d'Italia, da'
Confini della Pannonia fino al fiume Adda, e dal Po alle Alpi Rezie e
Giulie, Avanti l'invasione de' Barbari, cinquanta città Venete fiorivano
in pace e in prosperità: Aquileia era nel posto più cospicuo; ma
l'antica dignità di Padova era sostenuta dall'agricoltura e dalle arti;
ed il patrimonio di cinquecento cittadini, arruolati all'ordine
equestre, doveva secondo il computo più tenue ascendere ad un milione
settecentomila lire sterline. Molte famiglie d'Aquileia, di Padova e
delle addiacenti città, che fuggivano dalla spada degli Unni, trovarono
un salvo, quantunque oscuro, rifugio nelle vicine isole[752].
All'estremità del golfo, dove l'Adriatico debolmente imita le maree
dell'Oceano, quasi cento piccole isole son separate con poco fondo
d'acqua dal Continente, e difese da' flutti mediante varie lingue di
terra, che ammettono l'ingresso de' Vascelli per mezzo di alcuni segreti
e stretti canali[753]. Fino alla metà del quinto secolo, questi luoghi
remoti e separati restaron senza coltivazione, con pochi abitanti e
quasi senza nome veruno. Ma si formarono appoco appoco i costumi dei
Veneti fuggitivi, le loro arti ed il loro governo dalla nuova
situazione, in cui si trovarono, ed una dell'epistole di
Cassiodoro[754], che descrive la lor condizione, circa settant'anni
dopo, può risguardarsi come il primo documento della Repubblica. Il
Ministro di Teodorico li paragona, col suo studiato declamatorio stile,
ad uccelli acquatici, che avevan posti i lor nidi in seno alle acque; e
quantunque convenga, che le Province Venete avevano anticamente
contenuto molte nobili famiglie, fa conoscere però, ch'essi erano allora
dalla disgrazia tutti ridotti all'istesso livello d'un umile povertà. Il
comune e quasi universal cibo d'ogni ceto di persone era pesce; le
uniche ricchezze loro consistevano in abbondanza di sale, ch'estraevan
dal mare: ed il cambio di quella merce, sì necessaria per la vita umana,
sostituivasi ne' vicini mercati al corso della moneta d'oro e d'argento.
Un Popolo, di cui poteva dubbiosamente assegnarsi l'abitazione alla
terra od all'acqua, divenne ben presto ugualmente famigliare con ambidue
gli elementi; e le domande dell'avarizia successero a quelle della
necessità. Gl'Isolani, che da Grado a Chiozza erano intimamente connessi
l'uno coll'altro, penetrarono nel cuor dell'Italia per la sicura,
quantunque laboriosa, navigazione de' fiumi e de' canali Mediterranei. I
loro vascelli, che continuamente crescevano in grandezza ed in numero,
frequentavano tutti i porti del Golfo, e lo sposalizio, che Venezia
celebra ogni anno coll'Adriatico, fu contratto nella sua prima infanzia.
La lettera di Cassiodoro, Prefetto del Pretorio, è diretta a' Tribuni
marittimi; e gli esorta, con dolce tuono d'autorità, ad animare lo zelo
de' loro compatriotti pel pubblico servizio, che esigeva la loro
assistenza per trasportare le provvisioni del vino e dell'olio, dalla
provincia dell'Istria alla real città di Ravenna. Si spiega il dubbioso
ufizio di questi Magistrati mediante la tradizione, che nelle dodici
isole principali si creavano dodici Tribuni o Giudici con un'annua e
popolar elezione. L'esistenza della Repubblica Veneta sotto il regno
Gotico d'Italia, viene attestata dal medesimo autentico documento, che
distrugge l'alta lor pretensione d'una perpetua ed originale
indipendenza[755].
Gl'Italiani, che da gran tempo aveano rinunziato all'esercizio delle
armi, restaron sorpresi, dopo quarant'anni di pace, all'avvicinarsi d'un
formidabile Barbaro, ch'essi abborrivano come il nemico della religione,
ugualmente che della Repubblica loro. In mezzo alla generale
costernazione, il solo Ezio era incapace di timore; ma era impossibile,
ch'egli conducesse a termine, solo e senz'aiuto, veruna militare
impresa, degna dell'antica sua fama. I Barbari, che avevan difeso la
Gallia, ricusarono di marciare in soccorso dell'Italia; e gli aiuti,
promessi dall'Imperatore orientale, erano distanti e dubbiosi. Ezio,
alla testa delle sue truppe domestiche, si manteneva sempre in campagna,
ed inquietava o ritardava la marcia d'Attila; nè mai con maggior verità
si dimostrò grande, quanto nel tempo, in cui la sua condotta veniva
biasimata da un ignorante ed ingrato Popolo[756]. Se lo spirito di
Valentiniano fosse stato suscettivo di alcun sentimento generoso,
avrebbe preso tal Generale per sua guida ed esempio. Ma il timido nipote
di Teodosio invece di pigliar parte a pericoli, fuggì il suono della
guerra; e la precipitosa sua ritirata da Ravenna a Roma, da una
inespugnabil fortezza ad un'aperta capitale, dimostrò la sua segreta
intenzione d'abbandonar l'Italia, tosto che si avvicinasse il pericolo,
all'Imperial sua persona. Tal vergognosa abdicazione, però, fu sospesa
da quello spirito di dubbio e di dilazione, che ordinariamente
accompagna i pusillanimi consigli, e talvolta corregge le perniciose
loro disposizioni. L'Imperatore occidentale, col Senato e Popolo di
Roma, prese la risoluzione più salutare di calmare, mediante una solenne
e supplichevole ambasceria, lo sdegno d'Attila. Fu accettata
quest'importante commissione da Avieno, che per la sua nascita e
ricchezza, per la sua consolar dignità, per la numerosa copia dei suoi
aderenti, e per le personali sue qualità, teneva il primo posto nel
Senato Romano. Lo specioso ed artificial carattere d'Avieno[757] era
mirabilmente accomodato a trattare una negoziazione sì di pubblico che
di privato interesse; il suo collega Trigezio aveva esercitato la
prefettura Pretoriana d'Italia; e Leone, Vescovo di Roma, acconsentì ad
esporre la propria vita per la Salute del suo gregge. Si era esercitato,
e dimostrato il genio di Leone[758] nelle pubbliche disgrazie; ed egli
ha meritato il nome di -grande- per l'efficace zelo, con cui si studiò
di stabilire le sue opinioni e la sua autorità, sotto i venerabili nomi
di Fede ortodossa, e d'Ecclesiastica disciplina. Furono introdotti nella
tenda d'Attila i Romani ambasciatori, allorchè si trovava accampato in
quel luogo, dove il Mincio con lenti giri si perde negli schiumosi
flutti del lago Benaco[759], e con la sua cavalleria Scitica calpestava
le possessioni di Catullo e di Virgilio[760]. Il Barbaro Monarca gli
ascoltò con favorevole ed anche rispettosa attenzione, e si comprò la
liberazione dell'Italia con un'immensa somma o dote accordata per la
Principessa Onoria. Lo stato, in cui si trovava il suo esercito, ne
facilitò forse il trattato, ed affrettonne la ritirata. Lo spirito
marziale de' soldati erasi rilassato per l'abbondanza, e per l'indolenza
che produce un clima caldo. I pastori del Norte, l'ordinario cibo de'
quali consisteva in latte ed in carne cruda, troppo liberamente si
abbandonarono all'uso del pane, del vino, e de' cibi preparati e conditi
dall'arte di cucinare; ed il progresso delle malattie vendicò in qualche
modo le ingiurie degl'Italiani[761]. Quando Attila dichiarò la sua
risoluzione di portare le vittoriose sue armi alle porte di Roma, fu
ammonito dagli amici, non meno che da' nemici, che Alarico non aveva
lungamente sopravvissuto alla presa di quella eterna città. Il suo
spirito, superiore al pericolo reale, fu assalito da immaginari terrori;
nè potè fuggir l'influenza della superstizione, che sì spesso avea
secondato i suoi disegni[762]. La forte eloquenza, il maestoso aspetto,
e le vesti sacerdotali di Leone eccitarono la venerazione d'Attila verso
il Padre spirituale de' Cristiani. L'apparizione de' due Apostoli S.
Pietro e S. Paolo, che minacciarono il Barbaro d'un'immediata morte, se
non ascoltava le preghiere del loro Successore, è una delle più nobili
leggende dell'Ecclesiastica tradizione. La salute di Roma potè meritare
l'interposizione degli enti celesti; e si deve qualche indulgenza ad una
favola, che si è rappresentata dal pennello di Raffaello, e dallo
scalpello dell'Algardi[763].
[A. 453]
Il Re degli Unni, prima d'abbandonar l'Italia, minacciò di tornare in
aria più terribile ed implacabile, se la Principessa Onoria, sua sposa,
non fosse stata consegnata a' suoi ambasciatori dentro il termine
convenuto nel trattato. Frattanto però Attila sollevò la sua tenera
ansietà coll'aggiungere una bella ragazza, chiamata Ildico, al catalogo
innumerabile delle sue mogli[764]. Fu celebrato il lor matrimonio con
barbarica pompa e solennità nel suo palazzo di legno di là dal Danubio;
ed il Monarca, oppresso dal vino e dal sonno, si ritirò, ad un'ora
tarda, dal banchetto al letto nuziale. I suoi Ministri continuarono a
rispettare i piaceri o il riposo di lui, la maggior parte del giorno
seguente, finattantochè l'insolito silenzio eccitò i loro timori e
sospetti; e dopo d'aver tentato di svegliare Attila con alte e ripetute
grida, entrarono finalmente nell'appartamento reale. Essi trovarono la
sposa che sedeva tremante accanto al letto, tenendosi il volto coperto
col proprio velo, e dolendosi del proprio pericolo, ugualmente che della
morte del Re, ch'era spirato in quella notte[765]. Ad un tratto gli si
era rotta un'arteria, e stando esso in positura supina, fu soffogato da
un torrente di sangue, che invece di trovare un passaggio pel naso,
regurgitò nei polmoni e nello stomaco. Fu solennemente esposto il suo
corpo, in mezzo della campagna, sotto un padiglione di seta; e gli
scelti squadroni degli Unni, girandovi intorno con misurate evoluzioni,
cantavano un inno funereo alla memoria d'un Eroe, glorioso nella vita,
invincibile nella morte, padre del suo Popolo, flagello de' nemici, o
terrore del Mondo. I Barbari, secondo il nativo loro costume, si
tagliarono una parte di capelli, deturparono i loro volti con deformi
ferite, e piansero il bravo lor Capitano come meritava, non con lagrime
femminili, ma col sangue di guerrieri. Il cadavere d'Attila fu rinchiuso
in tre casse, una d'oro, una d'argento, e l'altra di ferro, e
segretamente sepolto in tempo di notte; furon gettate nel suo sepolcro
le spoglie delle nazioni; gli schiavi che avevano scavato la terra,
furono crudelmente uccisi; e gli stessi Unni, che si erano abbandonati a
sì eccessivo dolore, stavano a mensa con dissoluta ed intemperante
allegrezza intorno al recente sepolcro del Re. Si raccontava in
Costantinopoli, che in quella fortunata notte, nella quale esso morì,
Marciano vide in sogno l'arco d'Attila rotto in due parti; e convien
confessare, che ciò prova quanto raramente l'immagine di quel
formidabile Barbaro fosse lontana dalla mente d'un Imperator
Romano[766].
La rivoluzione, che rovesciò l'impero degli Unni, stabilì la fama
d'Attila, il solo genio del quale avea sostenuto quella vasta e
sconnessa fabbrica. Dopo la sua morte i capitani più arditi aspirarono
al grado di Re: i Re più potenti ricusarono di riconoscere un superiore;
ed i numerosi figli, che tante diverse madri avean partorito al defonto
Monarca, divisero e disputaron fra loro, come un patrimonio privato, il
sovrano Impero della Germania e della Scizia. L'audace Ardarico sentì, e
rappresentò agli altri la vergogna di questa servil divisione; ed i
valorosi Gepidi, suoi sudditi, con gli Ostrogoti, sotto la condotta di
tre valorosi fratelli, incoraggirono i loro alleati a rivendicare i
diritti della libertà e della dignità reale. In una sanguinosa e
decisiva battaglia sulle rive del fiume Netad, nella Pannonia, la lancia
de' Gepidi, la spada de' Goti, i dardi degli Unni, l'infanteria di
Svevia, la leggiera armatura degli Eruli, e la grave degli Alani si
affrontarono, o si sostennero fra di loro; e la vittoria d'Ardarico fu
accompagnata dalla strage di trentamila de' suoi nemici. Ellae,
primogenito d'Attila, perdè la vita e la corona nella memorabil
battaglia di Netad: il suo giovanil valore l'aveva innalzato al trono
degli Acatziri, popolo Scita, ch'esso avea soggiogato; e suo padre, che
amava l'eccellenza del merito, avrebbe invidiato la morte d'Ellac[767].
Dengisico suo fratello, con un'armata di Unni tuttavia formidabili nella
fuga e rovina loro, si mantenne in campagna più di quindici anni sulle
rive del Danubio. Il palazzo d'Attila, coll'antica regione della Dacia
da' colli Carpazi fino all'Eussino, divenne la sede di una nuova
potenza, che fu istituita da Ardarico Re de' Gepidi. Le conquiste
Pannoniche, da Vienna fino a Sirmio, furon occupate dagli Ostrogoti; e
le tribù, che avevano sì valorosamente sostenuto la nativa lor libertà,
si stabilirono irregolarmente, occupando varj luoghi, secondo il grado
delle respettive lor forze. Il regno di Dengisico, circondato ed
oppresso dalla moltitudine degli schiavi di suo padre, fu ristretto al
cerchio de' suoi carriaggi; il disperato di lui coraggio lo spinse ad
invader l'Impero d'Oriente; ma restò ucciso in battaglia; e la sua
testa, ignominiosamente esposta nell'Ippodromo, somministrò un grato
spettacolo al Popolo di Costantinopoli. Attila, o per tenerezza o per
superstizione, s'era dato a credere che Irnae, il minor de' suoi figli,
fosse destinato a perpetuar la gloria della sua stirpe. Il carattere di
questo Principe, che cercò di moderare la temerità del fratello
Dengisico, era più conveniente allo stato di decadenza degli Unni; ed
Irnae, con le orde a lui sottoposte, si ritirò nel cuore della bassa
Scizia. Essi tosto furon sopraffatti da un torrente di nuovi Barbari, i
quali seguitarono la medesima strada, che i propri loro maggiori avevano
precedentemente scoperta. I -Geugensi- o Avari, de' quali i Greci
Scrittori fissano la sede su' lidi dell'Oceano, urtarono le vicine
tribù, finattantochè gli Iguri del Norte, uscendo da' freddi paesi della
Siberia, che producono le più preziose pelli, si sparsero nel deserto
fino al Boristene, ed alle porte Caspie, e finalmente estinsero l'impero
degli Unni[768].
[A. 454]
Tal evento avrebbe potuto contribuire alla salvezza dell'Impero
Occidentale, sotto il regno d'un Principe che si fosse conciliata
l'amicizia, senza perder la stima, de' Barbari. Ma l'Imperatore
dell'Occidente, il debole e dissoluto Valentiniano, ch'era giunto al suo
trentesimo quinto anno senza giungere all'età della ragione o del
coraggio, abusò di quest'apparente sicurezza, per far crollare i
fondamenti del proprio trono, mediante l'uccisione di Ezio. Per un
istinto di animo basso e geloso, egli odiava quell'uomo, che
universalmente si celebrava come il terrore de' Barbari, ed il sostegno
della Repubblica; e l'eunuco Eraclio, suo nuovo favorito risvegliò
l'Imperatore da quel supino letargo, che avrebbe potuto coprirsi,
durante la vita di Placidia[769], con la scusa di figliale pietà. La
fama d'Ezio, la sua ricchezza e dignità, la numerosa e marzial copia di
Barbari suoi seguaci, i suoi potenti aderenti, che occupavano
gl'impieghi civili dello Stato, e le speranze di Gaudenzio suo figlio,
che aveva già contratto la promessa di matrimonio con Eudossia figlia
dell'Imperatore, l'avevano inalzato sopra il grado di suddito. Gli
ambiziosi disegni, de' quali esso fu segretamente accusato, eccitarono i
timori, ugualmente che lo sdegno di Valentiniano. Ezio medesimo,
sostenuto dalla coscienza del proprio merito, de' suoi servigi, e forse
della sua innocenza, pare che tenesse un altiero ed indiscreto contegno.
Il Patrizio offese il suo Sovrano con una ostile dichiarazione; aggravò
l'offesa, costringendolo a ratificare, con solenne giuramento, un
trattato di riconciliazione e d'alleanza; pubblicò i suoi sospetti;
trascurò la propria sicurezza; e per una vana opinione, che il nemico da
lui disprezzato fosse incapace fino d'un delitto virile, espose la sua
persona, entrando nel palazzo di Roma. Mentre egli insisteva, forse con
ardore smoderato, sulle nozze del suo figlio, Valentiniano, sfoderata la
spada, la prima spada che avesse giammai sguainato, l'immerse nel petto
d'un Generale, che aveva salvato il suo impero: i suoi cortigiani ed
eunuchi ambiziosamente si studiarono d'imitare il loro Signore; ed Ezio,
trafitto da cento ferite, cadde morto alla presenza reale. Nel momento
stesso fu ucciso Boezio, Prefetto del Pretorio; e prima che fosse
divulgato il fatto, furon chiamati al Palazzo i principali amici del
Patrizio, e separatamente ammazzati. L'orrido avvenimento, palliato
sotto gli speciosi nomi di giustizia e di necessità, fu subito
comunicato dall'Imperatore a' propri soldati, sudditi, ed alleati. Le
nazioni, ch'erano indifferenti o nemiche d'Ezio, generosamente
deplorarono l'indegno destino d'un Eroe: i Barbari, suoi aderenti,
dissimularono il loro sdegno e dispiacere; ed il pubblico disprezzo, che
da tanto tempo si aveva per Valentiniano, si convertì ad un tratto in un
alto ed universale abborrimento. Tali sentimenti rade volte penetrano le
mura d'un palazzo; pure l'Imperatore fu confuso dall'onesta risposta
d'un Romano, di cui non aveva sdegnato di cercare l'approvazione: «Io
non so, disse, o Signore, quali sono i motivi e le occasioni, che avete
avuto; quel che so, è che voi avete operato come un uomo che taglia la
sua destra con la sinistra»[770].
Sembra, che la lussuria di Roma attirasse le lunghe e frequenti visite
di Valentiniano, il quale per conseguenza era più disprezzato a Roma,
che in qualunque altra parie de' suoi Stati. Era insensibilmente risorto
nel Senato uno spirito repubblicano, a misura che l'autorità ed anche
gli aiuti di esso divennero necessari a sostenere il suo debol governo.
Il superbo contegno d'un Monarca ereditario offendeva l'orgoglio di
quello; ed i piaceri di Valentiniano erano ingiuriosi alla pace ed
all'onore delle famiglie nobili. La nascita dell'Imperatrice Eudossia
era uguale alla sua, e le grazie, non meno che il tenero affetto di
essa, meritavano quelle testimonianze d'amore, che l'incostante di lei
marito dissipava in vaghi ed illegittimi oggetti. Petronio Massimo,
ricco Senatore della famiglia Anicia, ch'era stato due volte Console,
aveva una casta e bella moglie; l'ostinata di lei resistenza non servì
che ad irritare i desideri di Valentiniano; ed esso risolvè di
soddisfarli o per inganno, o per forza. Uno de' vizi della Corte era il
giuoco precipitoso: l'Imperatore, che a caso o per astuzia aveva vinto a
Massimo una somma considerabile, scortesemente volle il suo anello in
pegno del debito; e lo mandò per un fedel messaggiero alla moglie di
esso con un ordine, in nome del marito, ch'ella immediatamente si
portasse presso l'Imperatrice Eudossia. La moglie di Massimo, senza
sospetto alcuno, si fece nella propria lettiga trasportare al Palazzo
Imperiale; gli emissari dell'impaziente amante di lei la condussero ad
una remota, e tacita camera; e Valentiniano violò, senza rimorso, le
leggi dell'ospitalità. Le lacrime di lei, quando tornò a casa; la sua
profonda afflizione e gli amari suoi rimproveri contro il marito,
ch'essa risguardava come complice della sua vergogna, eccitarono Massimo
ad una giusta vendetta; il desiderio della vendetta era stimolato
dall'ambizione, ed egli poteva con fondamento aspirare, mediante i
liberi voti del Senato Romano, al trono d'un odiato e disprezzabil
rivale. Valentiniano, il quale supponeva che ogni petto umano fosse,
come il suo, privo d'amicizia e di gratitudine, aveva imprudentemente
ammesso fra la sue guardie vari domestici seguaci di Ezio. Due fra
questi, di stirpe barbara, furono indotti ad eseguire un sacro ed
onorevol dovere con punir di morte l'assassino del loro Signore; e
l'intrepido loro coraggio non aspettò lungamente il favorevol momento di
farlo. Mentre Valentiniano si divertiva nel campo di Marte ad osservare
alcuni esercizi militari, essi ad un tratto l'assalirono con le armi
sguainate, uccisero il colpevole Eraclio, e passarono il cuore
all'imperatore, senza che il numeroso suo seguito facesse la minima
opposizione, sembrando che tutti si rallegrassero della morte del
Tiranno. Tale fu il fine di Valentiniano III[771], ultimo Imperator
Romano della famiglia di Teodosio. Imitò esso fedelmente l'ereditaria
debolezza del suo cugino, e de' suoi due zii, senza ereditare le gentili
maniere, la purità e l'innocenza, che ne' loro caratteri alleggeriscono
il difetto di mancanza di spirito e d'abilità. Valentiniano era meno
scusabile, poichè aveva le passioni senza le virtù, si potea dubitare
fino della sua religione; e quantunque non deviasse mai ne' sentieri
dell'eresia, scandalizzò i devoti Cristiani col suo attaccamento alle
profane arti della magia e della divinazione.
[A. 455]
Fino da' tempi di Cicerone, e di Varrone, era opinione degli Auguri
Romani, che i -dodici avoltoi-, veduti da Romolo, rappresentassero i
-dodici secoli- assegnati alla fatal durata della sua città[772]. Questa
profezia, disprezzata forse nel tempo della prosperità e del vigore,
inspirò al Popolo molte triste apprensioni, quando fu prossimo al suo
termine il duodecimo secolo, oscurato dalla vergogna e dalla
disgrazia[773]; ed anche la posterità dee confessare con qualche
sorpresa, che l'arbitraria interpretazione d'un'accidentale o favolosa
circostanza si è realmente verificata nella caduta dell'occidentale
Impero. Ma la sua rovina fu annunziata da un augurio più chiaro del volo
degli avoltoi: il Governo Romano sembrava ogni giorno meno formidabile
a' suoi nemici, e più odioso ed oppressivo a' suoi sottoposti[774].
S'erano moltiplicate le tasse con la pubblica calamità; si trascurava
l'economia, a misura ch'era divenuta più necessaria; e l'ingiustizia dei
ricchi scaricava i disuguali pesi sulla plebe, ch'essi defraudavano de'
doni, che talvolta ne avrebbero potuto sollevar la miseria. La severa
inquisizione, che confiscava i loro beni, e tormentava le persone,
costringeva i sudditi di Valentiniano a preferire la più semplice
tirannia de' Barbari, a fuggire a' boschi, ed alle montagne, o ad
abbracciare l'abbietta e vil condizione di servi mercenari. Essi
deponevano ed abborrivano il nome di Cittadini Romani, che in altri
tempi aveva eccitato l'ambizion dell'uman genere. Le Province Armoriche
della Gallia, e la maggior parte della Spagna, si erano ridotte ad uno
stato d'irregolare indipendenza, per mezzo delle confederazioni de'
Bagaudi; ed i Ministri Imperiali perseguitavano con leggi di
proscrizioni, e con armi inefficaci i ribelli, che da loro medesimi, si
erano creati[775]. Se tutti i conquistatori Barbari fossero stati
annichilati ad un tratto, l'intera lor distruzione non avrebbe fatto
risorgere l'Impero dell'Occidente: e se Roma tuttavia sopravvisse,
sopravvisse priva di libertà, di virtù, e d'onore.
NOTE:
[697] Procopio, -de Bell. Vandal. l. I. c. 4.- Evagr., -l. II. c. 1.-
Teofane -p. 90, 91. Novell, ad calc. Cod. Theodos. Tom. VI. p. 39.- Le
lodi, che S. Leone ed i Cattolici hanno dato a Marciano, sono state
diligentemente trascritte dal Baronio per servire d'incoraggiamento a'
futuri Principi.
[698] Vedi Prisco -p. 39, 72-.
[699] La Cronica Alessandrina o Pasquale, che fa menzione di questa
orgogliosa ambasciata al tempo di Teodosio, può averne anticipata la
data; ma il debole annalista era incapace d'inventare il genuino ed
originale stile di Attila.
[700] Il secondo libro dell'Istoria critica dello stabilimento della
Monarchia Francese (-Tom. 1, p. 189, 424-) sparge gran luce sopra lo
stato della Gallia, quando fu invasa da Attila; ma l'Abbate Dubos,
ingegnoso autore di essa, troppo spesso si abbandona al sistema ed alle
congetture.
[701] Vittore Vitense (-de persecut. Vandal. l. 1, c. 6, p. 8. Edit.
Ruinart-) lo chiama -acer consilio et strenuus in bello-. Ma quando
divenne disgraziato, il suo coraggio fu censurato come una disperata
temerità; e Sebastiano meritò, o piuttosto gli fu attribuito l'epiteto
di -praeceps- (-Sid. Apolim., Carm. IX. 181-). Sono leggiermente notate
le sue avventure in Costantinopoli, nella Sicilia, nella Gallia, nella
Spagna, e nell'Affrica dalle Croniche di Marcellino, e d'Idazio. Nella
sua disgrazia egli ebbe sempre un numeroso seguito di compagni; mentre
potè saccheggiar l'Ellesponto, e la Propontide, e prendere la città di
Barcellona.
[702] -Reipublicae Romanae singulariter natus, qui superbiam Svevorum,
Francorumque barbariem immensis caedibus servire Imperio Romano
coegisset.- (Giornand., -de Reb. Get. c. 34 p. 660-).
[703] Questo ritratto è ricavato da Renato Profuturo Frigerido,
scrittore contemporaneo, conosciuto solo per mezzo di alcuni estratti,
che ci sono stati conservati da Gregorio di Tours (-L. II. c. 8. in.
Tom. II. p. 163-). Era probabilmente dovere, o almeno interesse di
Renato il magnificare le virtù d'Ezio: ma egli avrebbe dimostrato
maggior destrezza, se non avesse insistito sulla sua inclinazione a
soffrire, ed a -perdonare-.
[704] L'Ambasceria era composta del Conte Romolo, di Promoto, Presidente
del Norico, e di Romano, Duce militare. Essi erano accompagnati da
Tatullo, illustre cittadino di Petovio, città dell'istessa Provincia, e
padre d'Oreste, che aveva sposato la figlia del Conte Romolo. Vedi
Prisco p. 57, 65. Cassiodoro (-part. 1, 4-) fa menzione d'un'altra
ambasceria, che fu sostenuta da suo padre, e da Carpilione figlio
d'Ezio; e siccome Attila non v'era più, esso potè sicuramente vantare il
virile ed intrepido loro contegno nella sua presenza.
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