disprezzo o l'abborrimento[673]. Il perpetuo commercio degli Unni e de'
Goti aveva sparso la famigliar cognizione de' due nazionali dialetti; ed
i Barbari erano ambiziosi di conversare in Latino, ch'era il militar
idioma anche dell'Impero Orientale[674]. Ma sdegnavano il linguaggio e
le scienze de' Greci; ed il vano sofista o il grave filosofo, che aveva
goduto il lusinghiero applauso delle scuole, trovavasi mortificato in
vedere, che il robusto suo servo era uno schiavo di maggior valore ed
importanza di lui medesimo. Le arti meccaniche venivano incoraggite e
stimate, poichè tendevano a soddisfare i bisogni degli Unni. Fu
impiegato un architetto, ch'era al servizio d'Onegesio, uno dei favoriti
d'Attila, a costrurre un bagno; ma tal opera fu un raro esempio di lusso
privato; e le professioni di fabbro, di legnaiuolo, d'artefice d'armi
erano molto più adattate a fornire ad un Popolo vagabondo gl'istrumenti
utili di pace e di guerra. Ma il merito del medico si ammetteva con
universal favore e rispetto; i Barbari, che disprezzavano la morte,
potevan temere la malattia; ed il superbo conquistatore tremava alla
presenza d'uno schiavo, al quale attribuiva forse un immaginario potere
di prolungare o di mantenere la sua vita[675]. Potevano gli Unni esser
provocati ad insultar la miseria de' loro schiavi, su' quali
esercitavano un dispotico dominio[676]; ma i loro costumi non erano
suscettibili d'un raffinato sistema d'oppressione; e gli sforzi del
coraggio e della diligenza venivano spesso ricompensati col dono della
libertà. All'istorico Prisco, l'ambasceria del quale è una sorgente di
curiosa istruzione, avvicinossi nel campo d'Attila uno straniero, che lo
salutò in lingua Greca, ma all'abito e alla figura sembrava un ricco
Scita. Nell'assedio di Viminiaco esso aveva perduto, secondo il racconto
fattone da lui medesimo, i suoi beni e la libertà: era divenuto schiavo
d'Onegesio; ma i suoi fedeli servigi contro i Romani e gli Acatziri
l'avevano a grado a grado inalzato alla condizione de' nazionali Unni,
ai quali era attaccato per mezzo de' vincoli domestici di una seconda
moglie e di varj figli. Le spoglie della guerra avevan restaurato ed
accresciuto il privato suo patrimonio; egli era ammesso alla tavola
dell'antico suo padrone: e l'apostata Greco benediceva l'ora della sua
schiavitù, mentre gli aveva procurato un indipendente e felice stato,
ch'ei godeva mediante l'onorevole titolo del servizio militare. Questa
riflessione fece naturalmente nascere una disputa sopra i vantaggi e i
difetti del governo Romano, che fu severamente attaccato dall'Apostata,
e difeso da Prisco in una lunga e debole declamazione. Il liberto
d'Onegesio espose con veri e vivaci colori i vizi del decadente Impero,
de' quali esso era stato sì lungamente la vittima, cioè la crudele
assurdità de' Principi Romani, ch'erano incapaci di difendere i loro
sudditi da' pubblici nemici, e che non volevano affidar loro le armi per
la propria difesa; l'intollerabile peso delle imposizioni rendute viepiù
oppressive dalle intrigate o arbitrarie maniere d'esigerle; l'oscurità
delle numerose leggi fra loro contraddittorie; le lunghe e dispendiose
formalità dei processi giudiziali; la parziale amministrazione della
giustizia; e l'universal corruzione, che accresceva la potenza del
ricco, ed aggravava le disgrazie del povero. Si risvegliò finalmente nel
cuore del fortunato esule un sentimento di patriotica simpatia; e
compiangeva con gran copia di lagrime la colpa o la debolezza di que'
Magistrati, che avevano pervertite le leggi più salutevoli e savie[677].
[A. 446]
La timida o interessata, politica de' Romani occidentali aveva
abbandonato agli Unni l'Impero d'Oriente[678]. Alla perdita degli
eserciti, ed alla mancanza di disciplina o di valore non suppliva il
personal carattere del Monarca. Teodosio poteva sempre affettare lo
stile non meno che il titolo d'-Invincibile Augusto-; ma fu ridotto ad
implorar la clemenza d'Attila, che imperiosamente dettò queste umilianti
e dure condizioni di pace. I. L'imperator dell'Oriente cedè per
un'espressa o tacita convenzione un importante e vasto paese, che
s'estendeva lungo le rive meridionali del Danubio, da Singiduno o
Belgrado fino a Nove nella Diocesi della Tracia. Ne fu definita la
larghezza mediante l'incerto computo di quindici giornate di cammino: ma
dalla proposta d'Attila di rimuovere il luogo del mercato nazionale,
tosto si vide, ch'ei comprendeva dentro i limiti de' suoi Stati la
rovinata città di Naisso. II. Il Re degli Unni richiese ed ottenne, che
il suo tributo o sussidio fosse aumentato da settecento libbre d'oro
all'annua somma di duemila e cento, e ne stipulò l'immediato pagamento
di seimila per risarcirlo delle spese, o per espiare la colpa della
guerra. Potrebbe taluno immaginarsi, che tal domanda, la quale appena
arrivava alla misura d'una ricchezza privata, dovesse facilmente
soddisfarsi dall'opulento Impero dell'Oriente; ma la pubblica angustia
somministra una osservabil prova del povero o almeno disordinato stato
delle Finanze. Una gran parte delle tasse, che s'estorcevan dal Popolo,
veniva ritenuta e arrestata nel passaggio, che dovea fare pei più
sordidi canali al tesoro di Costantinopoli. Teodosio ed i suoi favoriti
dissipavan le rendite in un dispendioso e prodigo lusso, che si copriva
co' nomi d'Imperiale magnificenza o di carità cristiana. S'erano
esauriti gli immediati sussidj per l'improvvisa necessità dei militari
apparecchi. Una personale contribuzione, rigorosamente ma
capricciosamente imposta su' membri dell'Ordine Senatorio, fu l'unico
espediente, che potesse disarmare, senza perdita di tempo, l'impaziente
avarizia d'Attila, e la povertà de' Grandi li costrinse a prendere lo
scandaloso partito d'esporre al pubblico incanto le gioie delle loro
mogli, e gli ereditari ornamenti de' loro palazzi[679]. III. Pare che il
Re degli Unni avesse fissato come un principio di giurisprudenza
nazionale, ch'ei non potesse mai perdere il dominio, che aveva una volta
acquistato sulle persone, che si erano volontariamente o con ripugnanza
sottomesse alla sua autorità. Da questo principio concludeva, e le
conclusioni d'Attila erano irrevocabili leggi, che gli Unni, i quali
erano stati presi in guerra, fossero rilasciati senza dilazione e senza
riscatto; che ogni schiavo Romano, che avesse ardito di fuggire dovesse
comprare il diritto alla sua libertà col prezzo di dodici monete d'oro;
e che tutti i Barbari, disertati dal campo di Attila, fossero restituiti
senza promessa o stipulazione alcuna di perdono. Nell'esecuzione di
questo crudele ed ignominioso trattato, i Ministri Imperiali furon
costretti ad uccidere varj fedeli e nobili disertori, che ricusarono
d'andare incontro ad una certa morte; ed i Romani perderono qualunque
ragionevol diritto alla, amicizia d'ogni popolo Scita, mediante questa
pubblica confessione, ch'essi mancavan di fede o di potenza per
difendere i supplichevoli, che s'erano rifuggiti al trono di
Teodosio[680].
La fermezza d'una sola città, così oscura, che fuori di quest'occasione
non è stata mai rammentata da verun istorico o geografo, fece vergogna
all'Imperatore ed all'Impero. Azimo o Azimunzio, piccola città della
Tracia sulle frontiere Illiriche[681], s'era distinta pel marzial
coraggio della sua gioventù, l'abilità e la riputazione dei Capitani che
aveva scelti, e le ardite loro imprese contro l'innumerabil esercito dei
Barbari. Gli Azimuntini, invece d'aspettar quietamente che le truppe
degli Unni s'avvicinassero, le attaccarono con frequenti e felici
sortite, ed esse a grado a grado evitarono di accostarvisi; di più
riscattarono dalle loro mani le spoglie ed i prigionieri, e reclutarono
le domestiche loro forze mediante la volontaria associazione dei
fuggitivi e dei disertori. Dopo la conclusion del trattato, Attila
tuttavia minacciava l'Impero d'un'implacabile guerra, se gli Azimuntini
non venivano persuasi o costretti ad eseguire le condizioni, che il loro
Sovrano aveva accettate. I Ministri di Teodosio con Vergogna e verità
confessarono, ch'essi non avevano più autorità veruna sopra una società
di uomini, che sì bravamente sostenevano la loro naturale indipendenza;
ed il Re degli Unni si contentò di concludere un cambio uguale co'
cittadini d'Azimo. Essi domandarono la restituzione d'alcuni pastori,
ch'erano stati accidentalmente sorpresi co' loro bestiami. Ne fu
concessa una rigorosa quantunque inutil ricerca; ma gli Unni furono
costretti a giurare, che essi non ritenevano alcun prigioniero
appartenente a quella città, prima di poter ricovrare i due lor
nazionali restati in vita, che gli Azimuntini si erano riservati come
pegni per la salvezza dei perduti loro compagni. Attila, per la sua
parte, restò soddisfatto e deluso dalla solenne loro asserzione, che il
resto degli schiavi era stato messo a morte, e che avevano costantemente
per costume di licenziar subito i Romani e i disertori, che avevano
ottenuto la sicurezza della pubblica fede. Può condannarsi o scusarsi
da' Casisti questa officiosa e prudente dissimulazione, secondo che sono
inclinati alla rigida opinione di S. Agostino o al sentimento più dolce
di S. Girolamo e di S. Grisostomo; ma ogni soldato ed ogni politico dee
confessare, che se fosse stata incoraggita e moltiplicata la razza degli
Azimuntini, i Barbari non avrebbero più calpestato la maestà
dell'Impero[682].
Sarebbe stato maraviglioso, in vero, se Teodosio avesse comprato con la
perdita dell'onore una sicura e solida tranquillità; o se la sua
sommissione non avesse invitato a ripeter le ingiurie. La Corte di
Bisanzio fu insultata da cinque o sei successive ambasciate[683] ed i
Ministri d'Attila avevano tutti la commissione di sollecitare la tarda o
imperfetta esecuzione dell'ultimo trattato; di produrre i nomi dei
fuggitivi e dei disertori, che erano tuttavia protetti dall'Impero; e di
dichiarare con apparente moderazione che qualora il loro Principe non
avesse una compita ed immediata soddisfazione, sarebbe impossibile per
lui, quand'anche lo volesse, di frenare lo sdegno delle sue guerriere
tribù. Oltre i motivi di alterigia e d'interesse, che potevan muovere il
Re degli Unni a continuare questa sorta di negoziazione, agiva sopra di
esso anche l'oggetto meno onorevole d'arricchire i suoi favoriti a spese
dei nemici. S'era esaurito il tesoro Imperiale a procurare i buoni ufizi
degli Ambasciatori e dei principali lor famigliari, la favorevole
relazione dei quali poteva influire a mantenere la pace. Il Barbarico
Monarca era lusingato dalle liberali accoglienze dei suoi Ministri;
computava con piacere il valore e la splendidezza dei loro doni; esigeva
rigorosamente l'esecuzione d'ogni promessa, che potesse contribuire al
privato loro vantaggio, e trattò come un importante affare di Stato il
matrimonio di Costanzo suo Segretario[684]. Questo Gallico avventuriere
ch'era stato raccomandato da Ezio al Re degli Unni, s'era impegnato a
favorire i Ministri di Costantinopoli pel convenuto premio d'una ricca e
nobile moglie, e fu scelta la figlia del Conte Saturnino per adempire le
obbligazioni della sua patria. La ripugnanza della vittima, alcune
domestiche turbolenze, e l'ingiusta confiscazione de' beni di lei
raffreddaron l'ardore dell'interessato suo amante; ma egli tuttavia
domandava in nome di Attila un matrimonio equivalente, e dopo molte
ambigue dilazioni e scuse, la Corte Bizantina fu costretta a sacrificare
a quest'insolente straniero la vedova d'Armazio, la nascita, l'opulenza
e la bellezza della quale le davano uno dei più illustri posti fra le
matrone Romane. Per queste importune ed oppressive ambascerie Attila
pretendeva una conveniente corrispondenza: ei bilanciava con sospettoso
orgoglio il carattere ed il grado degli Ambasciatori Imperiali; ma
condiscese a promettere, che si sarebbe avanzato fino a Sardica per
ricevere qualche Ministro che fosse stato investito della dignità
Consolare. Il Consiglio di Teodosio evitò questa proposizione,
rappresentando lo stato desolato e rovinoso di Sardica, ed anche
s'avventurò a far intendere, che ogni Ufiziale dell'esercito o del
palazzo era qualificato per trattare co' più potenti Principi della
Scizia. Massimino[685], rispettabile cortigiano, che avea lungamente
esercitato la sua abilità in impieghi civili e militari, accettò con
ripugnanza l'incomoda e forse pericolosa commissione di riconciliare il
torbido spirito del Re degli Unni. L'istorico Prisco[686] suo amico
prese l'opportunità d'osservare il Barbaro Eroe nelle pacifiche e
domestiche azioni della vita; ma il segreto dell'ambasceria (fatale e
colpevol segreto) non fu affidato che all'interprete Vigilio.
Nell'istesso tempo tornarono da Costantinopoli al campo Reale gli ultimi
due Ambasciatori degli Unni, Oreste nobile suddito della Pannonia, ed
Edecone valente Capitano della Tribù degli Scirri. Gli oscuri lor nomi
furono in seguito illustrati dalla straordinaria fortuna e contrasto dei
loro figli: i due servitori d'Attila divennero padri dell'ultimo
Imperadore dell'Occidente, e del primo Re barbaro d'Italia.
[A. 448]
Gli Ambasciatori, che erano seguitati da un numeroso treno di uomini e
di cavalli, fecero la prima loro fermata in Sardica alla distanza di
trecento cinquanta miglia o di tredici giorni di cammino da
Costantinopoli. Siccome i residui di Sardica erano tuttavia compresi
dentro i limiti dell'Impero, toccava ai Romani ad esercitare gli ufizi
dell'ospitalità. Essi provvidero coll'aiuto dei Provinciali un
sufficiente numero di bovi e di pecore, ed invitarono gli Unni ad una
splendida o almeno abbondante cena. Ma tosto fu disturbata l'armonia del
convito dal vicendevole pregiudizio ed indiscretezza. Si sostenne
ardentemente la grandezza dell'Imperatore e dell'Impero da' loro
Ministri; gli Unni con ugual calore sostennero la superiorità del
vittorioso loro Monarca: s'infiammò viepiù la contesa dalla temeraria ed
inopportuna adulazione di Vigilio, che con veemenza rigettò il confronto
d'un puro mortale col divino Teodosio; e con estrema difficoltà
Massimino e Prisco poterono mutar la materia della conversazione, o
addolcire gli animi sdegnati dei Barbari. Quando s'alzaron da tavola,
l'Ambasciatore Imperiale presentò ad Edecone ed Oreste dei ricchi doni
di vesti di seta, e di perle dell'India, che essi accettarono con
rendimento di grazie. Ma Oreste non potè a meno di fare intendere, che
egli non era stato sempre trattato con tal liberalità e rispetto: e
l'offensiva distinzione, che si fece fra il suo civile ufizio, ed il
posto ereditario del suo collega sembra, che rendesse Edecone un amico
dubbioso, ed Oreste un irreconciliabil nemico. Dopo questo riposo fecero
circa cento miglia da Sardica a Naisso. Quella florida città, che avea
data i natali al Gran Costantino, era caduta a terra; gli abitanti di
essa erano stati distrutti o dispersi; e la vista di alcuni malaticci
individui, a' quali tuttavia permettevasi d'esistere fra le rovine delle
Chiese, non serviva che ad accrescer l'orrore di quello spettacolo. La
superficie del paese era coperta di ossa di morti; e gli Ambasciatori,
che dirigevano il loro corso al Nord-ovest, furono costretti a passare i
colli della moderna Servia prima di scendere nelle piane e paludose
terre, che vanno a terminare al Danubio. Gli Unni eran padroni di quel
gran fiume: facevan la loro navigazione in ampi canotti formati dal
tronco di un solo albero incavato; i Ministri di Teodosio furono
trasportati sicuri all'altra riva, ed i Barbari loro compagni subito
s'affrettarono verso il campo d'Attila, che era preparato ugualmente pei
divertimenti della caccia o della guerra. Appena Massimino erasi
allontanato circa due miglia dal Danubio, che principiò a sperimentare
la fastidiosa insolenza del vincitore. Gli fu assolutamente proibito
d'alzar le sue tende in una piacevol vallata per timore che non violasse
il distante rispetto dovuto all'abitazione Reale. I Ministri d'Attila
insistettero perchè comunicasse loro gli affari e le istruzioni, che ei
riservava per la persona del loro Sovrano. Allorchè Massimino
moderatamente allegò il costume contrario delle nazioni, restò sempre
più confuso nel sapere, che le risoluzioni del Sacro Consistoro, quei
segreti (dice Prisco) che non dovrebbero rivelarsi neppure agli Dei,
erano stati per tradimento aperti al pubblico nemico. Ricusando egli
d'adattarsi a tali vergognosi termini, fu immediatamente dato ordine
all'Ambasciatore Imperiale di partire; l'ordine però fu revocato; ei fu
richiamato indietro; e gli Unni rinnovarono gli inutili loro sforzi per
vincere la paziente fermezza di Massimino. Finalmente per intercessione
di Scotta fratello di Onegesio, del quale s'era comprata l'amicizia con
un liberal dono, fu ammesso alla presenza Reale; ma invece d'ottenere
una decisiva risposta, fu costretto ad intraprendere un lontano viaggio
verso il Settentrione, affinchè Attila potesse godere la superba
soddisfazione di ricevere nel medesimo campo gli Ambasciatori
dell'Impero Orientale ed Occidentale. Fu regolato il suo cammino dalle
guide, che l'obbligavano a fermarsi, ad affrettar la sua marcia, o a
deviare dalla strada maestra, secondo che meglio si attagliava al comodo
del Re. I Romani che traversarono le pianure dell'Ungheria, crederono di
passare vari fiumi navigabili o in canotti, o in battelli portatili; ma
v'è motivo di sospettare, che il tortuoso corso del Teiss o del Tibisco
si presentasse loro in diversi luoghi sotto vari nomi. Dai vicini
villaggi ricevevano una copiosa e regolar quantità di provvisioni, cioè
idromele invece di vino, miglio in luogo di pane, ed un certo liquore
chiamato -Camus-, che secondo la descrizione di Prisco, era stillato
dall'orzo[687]. Tal nutrimento pareva forse grossolano e non delicato a
persone assuefatte al lusso di Costantinopoli: ma nei loro accidentali
bisogni furono aiutati dalla gentilezza ed ospitalità di quegli stessi
Barbari, che erano così terribili e senza pietà nella guerra. Gli
Ambasciatori si erano attendati sulla riva di una gran palude. Una
violenta tempesta di vento e di pioggia, di tuoni e di fulmini rovesciò
le lor tende, gettò il lor bagaglio ed i loro arnesi nell'acqua, e
disperse i loro famigliari, che andavano errando nell'oscurità della
notte incerti della strada, in cui si trovavano, e timorosi di qualche
incognito pericolo, finattantochè risvegliarono con le lor grida gli
abitanti d'un vicino villaggio, che apparteneva alla vedova di Bleda.
L'officiosa benevolenza di questi illuminò tosto quel luogo, ed accese
in pochi momenti un opportuno fuoco di canne; furono generosamente
soddisfatti i bisogni ed anche i desiderj dei Romani; e sembra, che
fossero imbarazzati dalla singolar gentilezza della vedova di Bleda, che
aggiunse agli altri di lei favori il dono, o almeno l'imprestito di un
sufficiente numero di belle ed ossequiose donzelle. Il giorno seguente
fu destinato al riposo, a raccogliere ed asciugare il bagaglio, ed a
rinfrescar gli uomini ed i cavalli; ma la sera, prima di proseguire il
loro viaggio gli Ambasciatori dimostrarono alla cortese Signora del
villaggio la lor gratitudine mediante un dono molto gradito di coppe di
argento, di lane rosse, di frutti secchi e di pepe d'India. Dopo
quest'avventura tosto raggiunsero Attila, dal quale erano stati separati
circa sei giorni; e lentamente s'avanzarono verso la Capitale d'un
Impero che nello spazio di più migliaia di miglia non conteneva neppure
una città.
Per quanto possiam rilevare dall'incerta ed oscura geografia di Prisco,
pare che questa Capitale fosse collocata fra il Danubio, il Tibisco ed i
Colli Carpazi nelle pianure dell'Ungheria superiore, e più probabilmente
nelle vicinanze di Giasberin, d'Agria, o di Tokai[688]. Nel suo
principio non poteva essere, che un campo accidentale, che mediante la
lunga e frequente residenza d'Attila era divenuto appoco appoco un
grosso villaggio, atto a ricevere la sua Corte, le truppe che lo
seguitavano, e la varia moltitudine degli oziosi o attivi schiavi e
domestici[689]. I bagni eretti da Onegesio erano il solo edifizio di
pietra; se n'erano trasportati i materiali dalla Pannonia, e poichè il
vicino paese era privo anche di grosso legname può supporsi, che le
minori abitazioni del villaggio reale fossero formate di paglia, di
terra o di grossa tela. Le case di legno dei più illustri fra gli Unni
erano costrutte ed ornate con rozza magnificenza secondo il grado, le
sostanze, o il gusto dei proprietarj. Sembra, che fossero disposte con
qualche specie di ordine o di simetria, ed ogni luogo diveniva più
onorevole a misura che più era vicino alla persona del Sovrano. Il
Palazzo d'Attila, che avanzava tutte le altre case dei suoi Stati, era
tutto fabbricato di legno, ed occupava un ampio spazio di terreno.
L'esterno recinto chiudevasi da un'alta muraglia o palizzata di tavole
piane squadrate, intersecata da alte torri fatte più per ornamento che
per difesa. Questa muraglia, che pare circondasse il declive d'un colle,
conteneva una gran quantità di edifizi di legno adattati all'uso della
Corte. Era assegnata una casa a parte a ciascheduna delle numerose mogli
d'Attila; ed invece del rigoroso ritiro imposto dalla gelosia Asiatica,
esse ammettevano gentilmente gli Ambasciatori Romani alla lor presenza,
alla loro tavola, ed anche alla libertà di un innocente abbracciamento.
Quando Massimino presentò i suoi doni a Cerca, Regina principale, egli
ammirò la singolare architettura della sua abitazione, l'altezza delle
rotonde colonne, la grossezza e bellezza del legname, che era con arte
lavorato o tornito o lustrato o inciso; e l'attento di lui occhio fu
capace di scoprire qualche gusto negli ornamenti, o qualche regolarità
nelle proporzioni. Dopo aver passato le guardie, che stavano avanti la
porta, gli Ambasciatori furono introdotti nell'appartamento privato di
Cerca. La Moglie d'Attila ricevè la lor visita, sedendo o piuttosto
coricata sopra un morbido letto; il pavimento era coperto di un tappeto;
i famigliari formavano un cerchio attorno la Regina; e le sue damigelle
assise in terra s'impiegavano a lavorare i ricami di vari colori, che
adornavano gli abiti dei guerrieri Barbari. Gli Unni erano ambiziosi di
far pompa di quelle ricchezze, che erano il frutto e la prova delle loro
vittorie; i finimenti dei loro cavalli, le loro spade e fino le scarpe
loro erano guarnite d'oro e di pietre preziose, e le loro tavole erano
profusamente coperte di piatti, di bicchieri e di vasi d'oro e
d'argento, che eran opere di Greci artefici. Il solo Monarca aveva il
sublime orgoglio di star sempre attaccato alla semplicità dei suoi
maggiori Sciti[690]. Le vesti d'Attila, le sue armi ed i finimenti del
suo cavallo erano semplici, senz'ornamenti e d'un solo colore. La tavola
reale non ammetteva che piatti e bicchieri di legno; ei non mangiava che
carne; ed il Conquistatore del Settentrione mai non gustò il lusso del
pane.
Quando Attila diede udienza la prima volta ai Romani Ambasciatori sulle
rive del Danubio, la sua tenda era circondata da una formidabile
guardia. Il Monarca stesso era assiso sopra una sedia di legno. L'aria
minacciante, gli sdegnosi gesti ed il tuono impaziente di esso
rendettero attonito il costante Massimino; ma Vigilio avea più ragion di
tremare, mentre chiaramente intese la minaccia, che se Attila non avesse
rispettato il diritto delle genti, avrebbe fatto affiggere il bugiardo
interprete ad una croce, abbandonando il suo corpo agli avoltoi. Il
Barbaro condiscese a produrre un'esatta nota per dimostrare l'audace
falsità di Vigilio, che aveva asserito non potersi trovare più di
diciassette disertori. Ma egli arrogantemente dichiarò, che temeva solo
la vergogna di combattere coi fuggitivi suoi schiavi; mentre disprezzava
i loro impotenti sforzi a difendere le Province, che Teodosio aveva
affidato alle loro armi: «Poichè qual fortezza (proseguì Attila) qual
città in tutta l'estensione del Romano Impero può sperare d'esser sicura
ed inespugnabile, se a noi piaccia di toglierla dalla terra?» Licenziò
nonostante l'interprete, che tornò a Costantinopoli con la sua
perentoria domanda d'una più compita restituzione e d'un'ambasceria più
splendida. Appoco appoco si calmò la sua collera, ed il domestico suo
contento in un matrimonio, che celebrò per istrada con la figlia
d'Eslam, potè forse contribuire a mitigare la nativa fierezza del suo
naturale. Si solennizzò l'ingresso di Attila nel regal villaggio con una
ceremonia ben singolare. Una numerosa truppa di donne si fece incontro
all'Eroe ed al Sovrano loro. Esse andavano avanti di lui disposte in
lunghe regolari file: gli spazi fra queste file erano occupati da
bianchi veli di lino fino che le donne tenevano da ambe le parti con le
mani alte, e che formavano un baldacchino per un coro di fanciulle, che
cantavano inni e canzoni in lingua Scita. La moglie d'Onegesio, suo
favorito, con un seguito di donne salutò Attila alla porta della propria
casa, sulla strada, che conduceva al palazzo; e gli presentò secondo
l'uso del paese il suo rispettoso omaggio, invitandolo a gustare il vino
ed il cibo ch'ella aveva preparato pel ricevimento di lui. Appena il
Monarca ebbe accettato l'ospitale suo dono, i domestici della medesima
alzarono una piccola tavola d'argento ad una conveniente altezza, stando
egli sempre a cavallo; ed Attila dopo d'aver toccato colle sue labbra il
bicchiere, salutò di nuovo la moglie d'Onegesio, e continuò il suo
viaggio. Nel tempo della sua residenza nella Capitale dell'Impero il Re
degli Unni non consumava le ore nella segreta oziosità d'un serraglio, e
sapeva conservare la sublime sua dignità senza nascondersi alla pubblica
vista. Frequentemente adunava il Consiglio, e dava udienza agli
Ambasciatori delle nazioni: ed il suo Popolo poteva appellare al supremo
Tribunale, su cui stava in certi determinati tempi, e secondo l'Oriental
costume avanti la porta principale del suo palazzo di legno. I Romani sì
dell'Oriente che dell'Occidente furono due volte invitati a' banchetti,
nei quali Attila trattava i Principi e Nobili della Scizia. Massimino ed
i suoi colleghi furono fermati sulla soglia per fare una devota
libazione alla salute e prosperità del Re degli Unni; e dopo tal
ceremonia vennero condotti ai rispettivi lor posti in una spaziosa sala.
Nel mezzo di essa innalzavansi sopra vari gradini la tavola ed il letto
reale, coperto di tappeti e di fina biancheria i od erano ammessi a
parte del semplice o famigliar pranzo d'Attila un figlio, uno zio, o
forse un Re favorito. Erano disposte per ordine da una parte e
dall'altra due fila di piccole tavole, ciascheduna delle quali conteneva
tre o quattro convitati; la destra stimavasi la più onorevole; ma i
Romani confessano ingenuamente, che essi furono posti dalla sinistra; e
che Beric, incognito Capitano probabilmente di stirpe Gotica, precedeva
i rappresentanti di Teodosio e di Valentiniano. Il Barbaro Monarca
riceveva dal suo coppiere un bicchiere pieno di vino, e cortesemente
beveva alla salute del più distinto fra' convitati, che si alzava in
piedi, ed esprimeva nell'istessa guisa i fedeli e rispettosi suoi voti.
Questa ceremonia si faceva successivamente a tutte o almeno alle più
illustri persone dell'adunanza, e vi si doveva impiegare un tempo
considerabile, poichè si ripeteva tre volte ad ogni portata, che
ponevasi in tavola. Restò però il vino anche dopo che erano levati i
cibi; e gli Unni continuarono a soddisfare la loro intemperanza per
lungo tempo dopo che i sobri e decenti Ambasciatori dei due Imperi
s'erano ritirati dal notturno convito. Ma prima di ritirarsi ebbero una
singolare occasione d'osservare i costumi della nazione nei suoi
divertimenti conviviali. Stavano davanti al letto d'Attila due Sciti, e
recitavano i versi che avevan composti per celebrare il valore e le
vittorie di esso. Si fece nella sala un profondo silenzio; l'attenzione
dei convitati venne richiamata dalla vocale armonia, che rammentava e
perpetuava la memoria delle proprie lor geste. Dagli occhi dei guerrieri
usciva un marziale ardore, che li dimostrava impazienti della battaglia;
e le lagrime dei vecchi esprimevano la generosa loro disperazione di non
poter più essere a parte del pericolo e della gloria del campo[691]. A
questo trattenimento, che potrebbe risguardarsi come una scuola di valor
militare, successe una farsa, che abbassava la dignità della natura
umana. Un buffone Moro ed uno Scita eccitavano a vicenda il brio dei
rozzi spettatori con la deforme loro figura, co' ridicoli abiti, coi
gesti caricati, con gli assurdi discorsi e con lo strano non
intelligibil mescuglio delle lingue Latina, Gotica ed Unna; e la sala
risuonava di alti e licenziosi scrosci di risa. In mezzo a questo
smoderato fracasso il solo Attila senza mutar positura mantenne la sua
costante ed inflessibile gravità, che non lasciò mai, fuori che
nell'entrare d'Irnac, che era il più piccolo dei suoi figli: abbracciò
egli il fanciullo con un sorriso di tenerezza paterna, lo prese
gentilmente per le gote, e dimostrò una parziale affezione, che veniva
giustificata dalla sicurezza, datagli da' suoi Profeti, che Irnac
sarebbe stato il futuro sostegno della famiglia e dell'Impero di esso.
Due giorni dopo gli Ambasciatori ebbero un secondo invito, ed ebbero
motivo di lodare la cortesia ugualmente che l'ospitalità d'Attila. Il Re
degli Unni ebbe un lungo e famigliare discorso con Massimino; ma la sua
civiltà fu interrotta da crude espressioni e da superbi rimproveri; e fu
mosso da un motivo d'interesse a sostenere con indecente zelo le private
pretensioni di Costanzo suo segretario. «L'Imperatore (disse Attila) gli
ha da gran tempo promesso una ricca moglie; Costanzo non dev'esser
deluso; nè un Imperator Romano dovrebbe meritare il nome di bugiardo».
Il terzo giorno, gli Ambasciatori furono licenziati; fu accordata la
libertà di vari schiavi, per un moderato riscatto, alle premurose loro
preghiere; ed oltre i presenti reali fu loro permesso d'accettare da
ciascheduno de' nobili Sciti l'onorevole ed utile dono d'un cavallo.
Massimino tornò per la medesima strada a Costantinopoli; e quantunque si
trovasse impegnato accidentalmente in una disputa con Beric, nuovo
Ambasciatore d'Attila, si lusingava d'aver contribuito, mediante il
laborioso suo viaggio, a confermar la pace e l'alleanza delle due
nazioni[692].
Ma il Romano Ambasciatore non sapeva il disegno del tradimento, che si
era coperto sotto la maschera della pubblica fede. La sorpresa e la
gioia d'Edecone allorchè osservava lo splendor di Costantinopoli, avea
incoraggito l'interpetre Vigilio a procurargli un segreto abboccamento
coll'Eunuco Crisafio[693], che governava l'Imperatore e l'Impero. Dopo
qualche preliminare discorso, ed un vicendevole giuramento di
segretezza, l'Eunuco, che secondo i propri sentimenti o la propria
esperienza non avea concepito alcuna sublime idea della virtù
ministeriale, si avventurò a proporre la morte d'Attila, come un
importante servigio, per cui Edecone avrebbe potuto meritare una gran
parte della ricchezza e del lusso che egli ammirava. L'Ambasciatore
degli Unni diede orecchio alla seducente offerta; e dichiarò con
apparente zelo, che esso aveva il potere e la facilità d'eseguire la
sanguinosa impresa: ne fu comunicato il disegno al Maestro degli Ufizi,
e Teodosio acconsentì all'assassinamento dell'invincibile suo nemico. Ma
svanì questa perfida cospirazione per la dissimulazione o pel pentimento
d'Edecone, e quantunque potesse esagerare l'interna sua ripugnanza pel
tradimento, ch'egli pareva approvare, destramente si procurò il merito
d'una opportuna e volontaria confessione. Ora se vogliamo esaminar
l'ambasceria di Massimino e la condotta d'Attila, dobbiamo applaudire a
quel Barbaro, che rispettò le leggi dell'ospitalità, e generosamente
trattò e lasciò libero il Ministro d'un Principe, che avea cospirato
contro la sua vita. Ma comparirà sempre più straordinaria la temerità di
Vigilio, che consapevole del suo delitto e pericolo, tornò al campo
reale in compagnia del proprio figlio, e portando seco una pesante borsa
d'oro, somministratagli dall'Eunuco favorito per soddisfare le richieste
d'Edecone, e corrompere la fedeltà delle guardie. L'interprete fu subito
preso, e tratto al Tribunale d'Attila, dove asserì la sua innocenza con
apparente fermezza, finattantochè la minaccia d'uccidere immediatamente
il suo figlio, gli trasse di bocca una sincera confessione del colpevol
fatto. Sotto nome di riscatto o di confiscazione, il rapace Re degli
Unni accettò dugento libbre d'oro per la vita d'un traditore, ch'egli
sdegnava di punire. Diresse il suo giusto risentimento contro un oggetto
più nobile. Furono immediatamente spediti a Costantinopoli Eslao ed
Oreste, suoi Ambasciatori, con una perentoria istruzione, che era molto
più sicuro per essi l'eseguire, che il non osservarla. Entrarono
arditamente alla presenza Imperiale con la fatal borsa appesa al collo
d'Oreste, il quale interrogò l'Eunuco Crisafio, che stava vicino al
trono, se riconosceva la prova della sua colpa. Ma l'ufizio del
rimprovero era riserbato alla superior dignità d'Eslao suo collega, che
gravemente s'indirizzò all'Imperatore dell'Oriente con queste parole.
«Teodosio è figlio d'un illustre e rispettabile padre: Attila parimente
è disceso da una nobile stirpe, ed ha sostenuto, con le proprie azioni,
la dignità che ereditò dal suo genitore Mundzuk. Ma Teodosio ha perduto
i suoi paterni onori, ed acconsentendo a pagar tributo, si è abbassato
alla condizion d'uno schiavo. Egli è dunque giusto, che veneri
quell'uomo, che la fortuna ed il merito hanno posto sopra di lui, invece
di tentare come un malvagio schiavo di cospirare furtivamente contro il
suo Signore». Il figlio d'Arcadio, il quale solo era assuefatto alla
voce dell'adulazione, udì con sorpresa il severo linguaggio della
verità: arrossì e tremò; nè osò di negare direttamente la testa di
Crisafio, che Eslao ed Oreste avevan ordine di domandare. Fu subito
spedita una solenne Ambasceria, munita di pieno potere e di magnifici
doni, per calmare la collera d'Attila; e fu secondato il suo orgoglio
con la scelta di Nomio e d'Anatolio, due Ministri di grado Consolare o
Patrizio, l'uno dei quali era gran Tesoriere e l'altro era Generale
degli eserciti dell'Oriente. Egli condiscese ad incontrar questi
Ambasciatori sulle rive del fiume Drence; e quantunque a principio
affettasse un sostenuto e superbo contegno, l'ira di esso appoco appoco
fu ammollita dalla loro eloquenza e liberalità. Si contentò di perdonare
all'Imperatore, all'Eunuco ed all'interpetre; s'obbligò con giuramento
ad osservare le condizioni della pace; rilasciò un gran numero di
schiavi; abbandonò al loro destino i fuggitivi e i disertori; e cedè un
vasto territorio al mezzodì del Danubio, che egli avea già spogliato di
ricchezze e di abitatori. Ma si comprò questo trattato ad un prezzo, che
avrebbe potuto sostenere una vigorosa e felice guerra; ed i sudditi di
Teodosio furon costretti a redimere la vita d'un indegno favorito per
mezzo di opprimenti imposizioni, che essi avrebbero più volentieri
pagate per la sua morte[694].
[A. 450]
L'Imperator Teodosio non sopravvisse lungamente alla più umiliante
circostanza d'una vita priva di gloria. Andando a cavallo a caccia nelle
vicinanze di Costantinopoli, fu tratto dal suo cavallo nel fiume Lico;
nella caduta restò offesa la spina del dorso; e pochi giorni dopo spirò
nel cinquantesimo anno della sua età, e quarantesimo terzo del
regno[695]. Pulcheria, di lui sorella, all'autorità della quale si era
opposta sì negli affari civili che negli Ecclesiastici la perniciosa
influenza degli Eunuchi, fu di comun consenso proclamata Imperatrice
dell'Oriente, ed i Romani si sottoposero per la prima volta all'Impero
d'una donna. Appena fu Pulcheria salita sul trono, che soddisfece il
pubblico risentimento con un atto di popolar giustizia. L'Eunuco
Crisafio, senz'alcuna legal forma di giudizio, fu decapitato avanti le
porte della città: e le immense ricchezze, che dal rapace favorito
s'erano accumulate, non servirono che ad affrettare e giustificare la
sua punizione[696]. In mezzo alle generali acclamazioni del clero e del
popolo, l'Imperatrice non dimenticò il pregiudizio ed il danno, a cui
era esposto il suo sesso, e saviamente risolvè d'impedire ogni susurro
con la scelta d'un collega, che sempre rispettasse il superior grado e
la verginal castità della sua moglie. Essa sposò Marciano, Senatore di
circa sessant'anni, ed il marito, solo di nome, di Pulcheria, fu
solennemente investito della porpora Imperiale. Il solo zelo, da lui
dimostrato per la fede Ortodossa, che fu stabilita nel Concilio di
Calcedonia, avrebbe potuto inspirare la grata eloquenza dei Cattolici.
Ma la condotta di Marciano nella vita privata, e di poi sul trono, può
sostenere una più ragionevol credenza, che egli era atto a restaurare ed
invigorire un Impero, che s'era quasi disciolto per la successiva
debolezza di due Monarchi ereditari. Esso era nato nella Tracia, ed
educato nella professione delle armi; ma la gioventù di Marciano era
stata duramente esercitata dalla povertà e dalla disgrazia, mentre
l'unica sua ricchezza, quando arrivò a Costantinopoli la prima volta,
consisteva in dugento monete d'oro, che aveva prese in prestito da un
amico. Passò diciannove anni al domestico e militar servizio d'Aspar e
d'Ardaburio, suo figlio; seguitò quei potenti Generali nella guerra
Persiana ed Affricana; ed ottenne per loro mezzo l'onorevole posto di
Tribuno e di Senatore. La sua dolce disposizione e gli utili suoi
talenti, senza eccitare la gelosia dei suoi Signori, procurarono a
Marciano la stima ed il favore di essi; egli aveva veduto e forse
provato gli abusi d'una oppressiva e venale amministrazione; ed il
proprio suo esempio diede peso ed energia alle leggi, che ei promulgò
per la riforma dei costumi[697].
NOTE:
[646] Si posson trovare i materiali autentici per l'istoria di Attila
presso Giornandes (-de reb. Get. c. 34, 50. p. 660, 668. Edit. Grot.-),
e Prisco (-Excerpta de Legation. p. 33, 76. Paris 1648-). Io non ho
veduto le vite d'Attila composte da Giovenco Celio Calano Dalmatino nel
XII secolo, o da Nicola Olao Arcivescovo di -Gran- nel XVI. Vedi
Mascov., -Istor. de' German-. IX. 23, e Maffei, -Osservaz. letterar.
Tom. 1. p. 88, 89-. Tuttociò, che vi hanno aggiunto i moderni Ungheri,
dev'esser favoloso. Suppongono questi, che quando Attila invase la
Gallia e l'Italia, sposò innumerabili donne etc., avesse l'età di
centoventi anni. Thwrocz., -Chron. p. 1 c. 22 in Script. Hund. Tom. 1.
p. 76.-
[647] L'Ungheria è stata successivamente occupata da tre colonie Scite,
1. dagli Unni d'Attila; 2. dagli Arabi nel sesto secolo; e 3. da' Turchi
o Magiari l'anno 889 che sono gl'immediati e genuini maggiori de'
moderni Ungheri, la connessione de' quali co' due Popoli precedenti è
sommamente debole e lontana. Sembra che il -Prodromus- e la -Notitia- di
Matteo Belio contenga un ricco fondo di cognizione intorno all'Ungheria
antica e moderna. Io ne ho veduti gli estratti nella Biblioteca antica e
moderna (-Tom. XXII. p. 1, 51-) e nella Biblioteca ragionata (-Tom. XVI.
p. 127, 175-).
[648] Socrate -l. VII c. 43-. Teodoreto -l. 5. c. 36-. Il Tillemont, che
sempre s'appoggia alla fede de' suoi autori Ecclesiastici, vigorosamente
sostiene (-Hist. des Emper. T. VI. p. 136, 607-), che le guerre e le
persone non erano le medesime.
[649] Vedi Prisco -p. 47, 48- ed -Hist. des Peuples de l'Europe Tom.
VII. c. XII, XIII, XIV, XV.-
[650] Prisc. p. 39. I moderni Ungheri ne hanno fatta la genealogia, che
ascende nel trentesimo quinto grado a Cham figlio di Noè; non sanno però
il vero nome di suo padre (De Guignes, -Hist. des Huns. Tom. II. p.
297-).
[651] Si paragoni Giornandes (-cap. 35. p. 661-) con Buffon (-Hist. nat.
Tom. III. p. 380-). Il primo avea diritto d'osservare, -originis suae
signa restituens-. Il carattere ed il ritratto d'Attila sono
probabilmente trascritti da Cassiodoro.
[652] Abulpharag., -Dynast. vers. Procock. p. 281-. Istoria genealogica
de' Tartari d'Abulghazi Bahader Kan -part. III c. 15, part. IV. c. 3-.
Vita di Gengis-khan, di Petit de la Croix -l. 1 c. 1, 6-. Le relazioni
de' Missionari, che visitarono la Tartaria nel secolo XIII (Vedi il
settimo volume dell'Istoria de' viaggi) esprimono il linguaggio e le
opinioni popolari. Gengis è chiamato il figlio di Dio ec.
[653] -Nec Templum apud eos visitur, aut delubrum, ne tugurium quidem,
culmo tectum cerni usquam potest; sed- gladius -Barbarico ritu humi
figitur nudus, eumque ut Martem regionum, quas circumcircant praesulem
verecundius colant.- Ammian. Marcellin. XXXI. 2. con le dotte note del
Lindenbrogio, e del Valesio.
[654] Prisco riferisce questa notabile istoria tanto nel suo proprio
testo (-p. 65-), quanto nella citazione che ne fa Giornandes (-c. 35. p.
662-). Egli avrebbe potuto spiegare la tradizione o la favola, che
caratterizzava questa famosa spada, ed il nome non meno che gli
attributi della Divinità Scita, che ha traslatato nel Marte de' Greci e
de' Romani.
[655] Erodoto (-L. IV. c. 62-). Per amore d'economia ho fatto il calcolo
secondo lo stadio minore. Ne' sacrifizi umani essi tagliavano la spalla
ed il braccio della vittima, che gettavano in aria, e traevano auspici e
presagi dalla maniera, con cui cadeva sulla catasta.
[656] Prisco (-p. 55-). Anche un eroe più civilizzato, lo stesso
Augusto, si compiaceva se la persona, sulla quale fissava gli occhi,
pareva inabile a sostenere il divino loro splendore. Sueton., -in August
c. 79-.
[657] Il Conte di Buat (-Hist. des Peuples de l'Europe Tom. VII. p. 428,
429-) tenta di purgare Attila dall'uccisione del fratello; ed è quasi
inclinato il rigettare la concorde testimonianza di Giornandes, e delle
Croniche di quel tempo.
[658] -Fortissimarum gentium dominus, qui inaudita ante se potentia
solus Scythica et Germanica regna possedit.- Giornandes -c. 49. p. 684-.
Prisco p. 64, 65. Il Guignes, mediante la sua cognizione del Chinese, ha
acquistato (Tom. II. p. 295-301) una giusta idea dell'Impero d'Attila.
[659] Vedi -Hist. des Huns Tom. II. p. 296-. I Geugensi credevano, che
gli Unni potessero eccitare a lor piacimento, tempeste di vento e di
pioggia. Questo fenomeno era prodotto dalla pietra -Gezi-, alla magica
forza della quale fu attribuita la perdita d'una battaglia da' Tartari
Maomettani del decimoquarto secolo. Vedi Cherefeddin Ali, -Hist. de
Timur Bec. Tom. 1. p. 82, 83-.
[660] Giornandes -c. 35. p. 661. c. 37. p. 667-. Vedi Tillemont -Hist.
des Emper. Tom. VI. p. 129, 138-. Cornelio ha rappresentato l'orgoglio
d'Attila verso i Re suoi sottoposti; e principia la sua tragedia con
questi ridicoli versi.
-Ils ne sont pas venus nos deux Rois! qu'on leur die-
-Qu'ils se font trop attendre, et qu'Attilla s'ennuie.-
I due Re de' Gepidi e degli Ostrogoti son profondi politici e sensibili
amanti; e tutta l'opera presenta i difetti senza il genio del Poeta.
[661]
-.... Alii per Caspia claustra-
-Armeniasque nives inopino tramite ducti-
-Invadunt Orientis opes: jam pascua fumant-
-Capadocum, volucrumque parens Argaeus equorum-
-Jam rubet altus Halys; nec se defendit iniquo-
-Monte Cilix: Syriae tractus vastantur amaeni;-
-Assuetumque choris et lauta plebe canorum-
-Proterit imbellem sonipes hostilis Orontem.-
Claudian. -in Rufin. l. II. 28, 35-. Vedi ancora il medesimo -in Eutrop.
l. I, 243, 251- e la forte descrizione di Girolamo che scriveva per
propria esperienza -Tom. I. p. 26. ad Heliodor. p. 200, ad Oceanum-.
Filostorgio (-l. IX. c. 8-) fa menzione di tal invasione.
[662] Vedi l'originale conversazione appresso Prisco p. 64, 65.
[663] Prisco p. 331. La sua storia conteneva un copioso ed elegante
ragguaglio della guerra (-Evagr. l. 1. c. 17-), ma gli estratti,
relativi alle ambasciate, sono le uniche parti, che son giunte fino ai
nostri tempi. Potè riscontrarsi però l'opera originale dagli scrittori,
dai quali prendiamo le nostre imperfette notizie, cioè da Giornandes, da
Teofane, dal Conte Marcellino, da Prospero Tirone, e dall'Autore della
Cronica Alessandrina o Pasquale. Il Buat (-Hist. des Peuples de l'Europe
Tom. VII. c. 15-) ha esaminato la causa, le circostanze e la durata di
questa guerra, e non accorda, che s'estendesse oltre l'anno 444.
[664] Procop. -de aedific. l. IV. c. 9-. Queste fortezze furono di poi
restaurate, fortificate ed ampliate dall'Imperator Giustiniano; ma
presto vennero distrutte dagli Abari, che succederono al potere ed al
dominio degli Unni.
[665] -Septuaginta civitates- (dice Prospero Tirone) -depraedatione
vastatae-. L'espressione del Conte Marcelli non è anche più forte, -Pene
totam Europam, invasis- excisisque -civitatibus atque castellis-,
conrasit.
[666] Il Tillemont (-Hist. des Emper. Tom. VI. p. 106, 107-) ha fatto
grand'attenzione a questo memorabile terremoto, che fu sentito da
Costantinopoli sino ad Antiochia ed Alessandria, ed è celebre presso
tutti gli Scrittori Ecclesiastici. Nelle mani di un Predicator popolare
un terremoto è uno stromento di mirabil effetto.
[667] Ei rappresentò all'Imperator de' Mogolli, che le quattro Province
(Petheli, Chantong, Chansi e Leaotong) che già possedeva, potevan
rendere annualmente, sotto una dolce amministrazione, cinquecentomila
once d'argento, 400,000 misure di riso e 800,000 pezze di seta. Gaubil
-Hist. de la Dynast. des Mongous p. 58, 59-. Yelutchousay (così
chiamavasi il Mandarino) era un saggio e virtuoso Ministro, che salvò la
sua patria, e ne incivilì i conquistatori. Vedi -p. 102, 103-.
[668] Sarebbero infiniti gli esempi, che potremmo addurre; ma il curioso
lettore può consultare la vita di Gengis-khan fatta da Petit de la
Croix, l'-Histoire des Mongous-, ed il lib. 15 dell'Istoria degli Unni.
[669] A Maru 1,300000; ad Herat 1,600000; a Neisabour 1,747000.
D'Herbelot, -Biblioth. Orient. p. 380, 381-. Io mi servo dell'ortografia
delle carte di Danville. Bisogna confessare però, che i Persiani eran
disposti ad esagerar le loro perdite, ed i Mogolli a magnificare le loro
imprese.
[670] Chereffeddin Ali, suo servile panegirista, ci somministrerebbe
degli esempi altrettanto orribili. Nel suo campo avanti Delhi Timur
trucidò 100,000 prigionieri Indiani, che avevano sorriso, quando fu alle
viste l'armata de' lor nazionali, -Hist. de Timur Bec. Tom. III, p. 90-.
Il popolo d'Ispahan somministrò 70,000 teschi umani per la costruzione
di varie alte torri (-Id. Tom. I, p. 434-). Un simile tributo fu levato
in occasione della rivolta di Bagdad (-T. III, p. 370-); e l'esatto
numero, che Chereffeddin non potè sapere dai propri Ufiziali, si fissa
da un altro Istorico (Alimed Arabsiada -Tom. II, pag. 175 Vedi Manger-)
a 90,000 teste.
[671] Gli antichi Giornandes, Prisco ec. non fanno menzione di
quest'epiteto. I moderni Ungheri hanno immaginato, che fosse dato ad
Attila da un eremita della Gallia, e ch'ei si dilettava d'inserirlo fra'
titoli della sua real dignità. Mascou IX. 25 e Tillemont, -Hist. des
Emper. Tom. VI, p. 143-.
[672] I Missionari di S. Gio. Grisostomo avevan convertito un gran
numero di Sciti, che abitavano di là dal Danubio in tende e carri.
Teodoreto lib. V c. 31. Foz. -pag. 1517-. I Maomettani, i Nestoriani ed
i Cristiani Latini si crederono sicuri di guadagnare i figli ed i nipoti
di Gengis, che trattò con imparzial favore que' Missionari rivali fra
loro.
[673] I Germani, ch'esterminarono Varo e le sue legioni erano
particolarmente irritati contro le leggi ed i legali Romani. Uno dei
Barbari, dopo l'efficaci precauzioni di tagliar la lingua, e cucir la
bocca d'un avvocato, osservò con molta soddisfazione, che la vipera non
potea più fischiare. Flor. IV. 12.
[674] Prisco -p. 59-. Pare che gli Unni preferissero la lingua Gotica e
la Latina alla propria, ch'era probabilmente un duro e sterile idioma.
[675] Filippo di Comines, nell'ammirabile sua pittura degli ultimi
momenti di Luigi XI. (-memor. lib. VI, c. 12-), rappresenta l'insolenza
del suo medico, il quale, in cinque mesi, estorse 54,000 luigi ed un
ricco Vescovato da quel fiero ed avaro tiranno.
[676] Prisco (-p. 61-), inalza l'equità delle leggi Romane, che
difendevano la vita d'uno schiavo. -Occidere solent-, dice Tacito de'
Germani, -non disciplina et severitate, sed impetu et ira, ut inimicum,
nisi quod impune. De morib. Germanor. c. 15-. Gli Eruli, che erano
sudditi d'Attila, s'arrogavano ed esercitavano il potere di vita e di
morte su' loro schiavi. Se ne veda un notabil esempio nel secondo libro
di Agatia.
[677] Vedasi l'intera conversazione presso Prisco -p. 59, 62-.
[678] -Nova iterum Orienti assurgit ruina... cum nulla ab Occidentalibus
ferrentur auxilia.- Prospero Tirone compose la sua Cronica
nell'Occidente, e quest'osservazione contiene una censura.
[679] Secondo la descrizione o piuttosto l'invettiva del Grisostomo, un
incanto del lusso Bizantino doveva dare un gran prodotto. Ogni casa
ricca possedeva una tavola semicircolare d'argento massiccio, che appena
due uomini potevano alzare, un vaso d'oro sodo del peso di quaranta
libbre, de' bicchieri, de' piatti dell'istesso metallo ec.
[680] Gli articoli del Trattato, esposti senza grand'ordine o
precisione, si posson vedere appresso Prisco, -p. 34, 35, 36, 37, 53
ec.- Il Conte Marcellino dà qualche conforto coll'osservare, I. che
Attila stesso sollecitò la pace ed i presenti, che prima avea ricusato;
e II. che verso il medesimo tempo gli Ambasciatori dell'India
presentarono all'Imperator Teodosio una molto grossa tigre
addomesticata.
[681] Prisco -p. 35, 36-. Fra le cent'ottantadue fortezze o castella
della Tracia enumerate da Procopio (-de Aedific. l. IV, c. XI, Tom. II,
pag. 92 edit. Paris-), ve n'è una col nome di -Esimontou-, la cui
posizione è indicata dubbiosamente nelle vicinanze d'Anchialo e del
Ponto Eussino. Il nome e le mura d'Azimunzio sussisterono forse fino al
regno di Giustiniano; ma la gelosia dei Principi Romani si era presa la
cura d'estirpare la razza de' bravi suoi difensori.
[682] La disputa fra S. Girolamo e S. Agostino, che cercavano con
diversi espedienti di conciliare l'apparente contesa dei due Appostoli
S. Pietro e S. Paolo, dipende dallo scioglimento d'un'importante
questione (Middleton, -Oper. vol. II, p. 5, 10-), che si è
frequentemente agitata fra' Teologi Cattolici e Protestanti, ed anche
fra' giurisconsulti e filosofi d'ogni secolo.
[683] Montesquieu (-Considérations sur la grandeur etc. c. 19-), ha
dipinto con audace e felice pennello alcune delle più forti circostanze
dell'orgoglio d'Attila e del disonore dei Romani. Ei merita lode per
aver letto i Frammenti di Prisco, che erano stati troppo trascurati.
[684] Vedi Prisco -pag. 69, 71, 72- ec. Io mi sarei quasi indotto a
credere, che questo avventuriero fosse di poi crocifisso per ordine
d'Attila sul sospetto di tradimento, ma Prisco ha troppo chiaramente
distinto -due- persone col nome di Costanzo, che pei simili avvenimenti
della loro vita si sarebber potuti facilmente confondere.
[685] Nel trattato di Persia concluso l'anno 422 il savio ed eloquente
Massimino era stato assessore d'Ardaburio (Socrate, lib. VII, c. 20).
Quando fu inalzato al trono Marciano, fu dato l'ufizio di gran
Ciamberlano a Massimino, che in un pubblico editto è posto fra' quattro
principali Ministri di Stato (-Novell. ad Calc. Cod. Theod. p. 31-).
Egli eseguì una militare e civil commissione nelle Province Orientali; e
la sua morte dispiacque ai Selvaggi dell'Etiopia, dei quali esso avea
represso le scorrerie. Vedi Prisco -p. 40, 41-.
[686] Prisco era nativo di -Panium- nella Tracia, e meritò per la sua
eloquenza un onorevole posto fra' Sofisti di quel tempo. La sua storia
Bizantina, che appartiene ai propri suoi tempi, era contenuta in sette
libri. Vedi Fabricio, -Bibl. Graec. VI, p. 235, 236-. Nonostante il
caritatevol giudizio dei Critici, io sospetto, che Prisco fosse Pagano.
[687] Gli Unni continuavano tuttavia a disprezzare i lavori
dell'agricoltura; essi abusavano del privilegio di una nazione
vittoriosa; ed i Goti, loro industriosi sudditi, che coltivavano la
terra, temevano la lor vicinanza come quella di tanti lupi rapaci
(Prisco p. 45). Nell'istessa guisa i Sarti ed i Tadgici provvedono alla
propria lor sussistenza, ed a quella dei Tartari Usbecchi, lor oziosi e
rapaci Sovrani. Vedi -Ist. Genealog. dei Tartari p. 423, 456 ec-.
[688] È certo che Prisco passò il Danubio ed il Teiss, e che non arrivò
al piè dei monti Carpazi. Agria, Tokai e Giasberin sono situate nei
piani circonscritti da questi limiti. Il Buat (-Hist. des Peuples ec.
Tom. VII, pag. 461-) ha scelto Tokai; Otrokosci, erudito Unghero (-p.
180 ap. Mascou IX, 23-), ha preferito Giasberin, luogo circa trenta sei
miglia all'occidente di Buda e del Danubio.
[689] Il real villaggio d'Attila si può paragonare alla città di
Karacorum, residenza dei successori di Gengis; la quale, sebbene sembri,
che fosse un'abitazione più stabile, pure non uguagliava la grandezza o
lo splendore della città ed Abbazia di S. Dionigi nel secolo XIII. (Vedi
Rubruquis nell'-Istor. general. dei viaggi Tom. VII, p. 286-). Il campo
d'Aurengzebe, quale viene sì piacevolmente descritto da Bernier (-Tom.
II, p. 217, 235-), mescolò i costumi della Scizia con la magnificenza ed
il lusso dell'Indostan.
[690] Allorchè i Mogolli facevan mostra delle spoglie dell'Asia nella
Dieta di Toncal, il Trono di Gengis era sempre coperto di quel primo
tappeto di lana nera, sul quale fu collocato, quando fu inalzato al
comando dei guerrieri suoi nazionali. Vedi -Vie de Gengiscan l. IV, c.
9-.
[691] Se prestiam fede a Plutarco (-in Demetrio Tom. V, p. 24-) gli
Sciti avevano per costume, allorchè si davano al piacere della tavola,
di risvegliare il languido loro coraggio con la marziale armonia, che
veniva dal suono delle corde dei loro archi.
[692] Si può vedere presso Prisco (p. 49, 70) la curiosa narrazione di
quest'Ambasceria, che richiedeva poche osservazioni, e non era
suscettibile d'alcuna prova di Autori contemporanei. Ma non mi son
limitato all'ordine di quella, e ne avea precedentemente tratte le
circostante istoriche, che erano meno intrinsecamente connesse col
viaggio e coll'affare dei Romani Ambasciatori.
[693] Il Tillemont ha dato molto esattamente la serie dei Ciamberlani,
che regnarono in nome di Teodosio. Crisafio fu l'ultimo, e secondo
l'unanime testimonianza dell'Istoria, il più cattivo di questi favoriti
(Vedi -Hist. des Emper. Tom. VI. p. 117-119. Mem. Eccl. Tom. XV. p.
438-). La parzialità, che aveva per l'Eresiarca Eutiche, suo compare,
l'impegnò a perseguitare il partito cattolico.
[694] Può vedersi questa segreta cospirazione, e le importanti sue
conseguenze nei frammenti di Prisco p. 37, 38, 39 54, 70, 71, 72. La
Cronologia di quell'Istorico non è stabilita da veruna data precisa; ma
la serie delle negoziazioni fra Attila e l'Impero Orientale dee porsi
dentro i tre o quattro anni, che precederono la morte di Teodosio,
seguita nel 450.
[695] Teodoro Lettore (Vedi Vales., -Hist. Eccl. Tom. III. p. 563-) e la
Cronica Pasquale fanno menzione della caduta senza specificare il male;
ma la conseguenza di ciò era così facile a vedersi, e tanto improbabile
che fosse inventata, che possiamo sicuramente credere a Niceforo
Callisto, Greco del decimo quarto secolo.
[696] -Pulcheriae nutu- (dice il Conte Marcellino) -sua cum avaritia
interemptus est.- Essa abbandonò l'Eunuco alla pia vendetta d'un figlio,
il padre del quale aveva sofferto ad istigazione del medesimo.
CAPITOLO XXXV.
-Attila invade la Gallia. È rispinto da Ezio, e da' Visigoti.
Invade, ed abbandona l'Italia. Morte d'Attila, di Ezio, e di
Valentiniano III.-
[A. 450]
Marciano era di opinione, che fosse da evitarsi la guerra, finattantochè
si poteva mantenere una sicura, ed onorevole pace; ma credeva altresì,
che la pace non avrebbe mai potuto essere onorevole o sicura, se il
Principe avesse dimostrato una pusillanime avversione alla guerra.
Questo suo moderato coraggio gli dettò la risposta alle domande
d'Attila, che insolentemente chiedeva il pagamento dell'annuo tributo.
L'Imperatore fece sapere a' Barbari, ch'essi non dovevano più insultare
la Maestà di Roma col far menzione di tributi; ch'egli era disposto a
premiare, con decente generosità, la fedele amicizia de' suoi alleati;
ma che se ardivano di violar la pubblica tranquillità, avrebbe loro
fatto sentire, ch'esso aveva truppe, armi, e fermezza capace di
rispingere i loro assalti. Usò l'istesso linguaggio nel campo stesso
degli Unni Apollonio, suo ambasciatore, che arditamente ricusando di
consegnare i presenti, finattantochè non fu ammesso alla personale
udienza del Re, dimostrò un sentimento di dignità, ed un disprezzo del
pericolo, che Attila non avrebbe mai aspettato da' degenerati
Romani[698]. Ei minacciò di gastigare l'ardito successor di Teodosio; ma
stava dubbioso, se doveva prima rivolgere le invitte sue armi contro
l'Impero d'Oriente, o d'Occidente. Mentre il Mondo sospeso aspettava con
timore la sua decisione, egli mandò una ugual disfida sì alla Corte di
Ravenna, che a quella di Costantinopoli; ed i suoi Ministri salutarono i
due Imperatori con la stessa superba dichiarazione di questo tenore:
«Attila, -mio e tuo- Signore, ti comanda di preparargli un palazzo per
immediatamente riceverlo»[699]. Ma siccome il Barbaro disprezzava, o
affettava di disprezzare i Romani Orientali, che tante volte avea
superato, ben tosto dichiarò la sua risoluzione di sospendere quella
facil conquista, finattantochè non avesse condotto a fine una più
importante e gloriosa impresa. Nelle memorabili invasioni della Gallia e
dell'Italia, gli Unni erano naturalmente attratti dalla ricchezza e
dalla fertilità di quelle Province; ma non si possono rilevare i
particolari motivi ed incitamenti d'Attila, che dallo stato dell'Impero
occidentale sotto il regno di Valentiniano, o per parlare più
esattamente, sotto l'amministrazione d'Ezio[700].
Dopo la morte di Bonifazio suo rivale, si era Ezio prudentemente
ritirato alle tende degli Unni; ed alla loro alleanza doveva la sua
salvezza, ed il suo ristabilimento. Invece di prendere il supplichevole
tuono d'un esule delinquente, domandava il perdono alla testa di
sessantamila Barbari; e l'Imperatrice Placidia con una debole resistenza
fece conoscere, che la sua condiscendenza, la quale avrebbe potuto
attribuirsi a clemenza, fu l'effetto della debolezza o del timore.
Abbandonò se stessa, il proprio figlio Valentiniano, e l'Impero
dell'Occidente nelle mani d'un insolente suddito, nè Placidia potè
difendere il virtuoso e fedel Sebastiano, genero di Bonifazio[701],
dall'implacabile persecuzione, che lo cacciò da un regno in un altro,
finattantochè non perì miserabilmente al servizio dei Vandali. Il
fortunato Ezio, che fu immediatamente promosso al grado di Patrizio, ed
investito per tre volte degli onori del Consolato, assunse col titolo di
Generale della cavalleria e dell'infanteria, tutto il potere militare
dello Stato; e dagli scrittori contemporanei tal volta si nomina il
Duce, o il Generale dei Romani d'Occidente. La sua politica, piuttosto
che la virtù, l'impegnò a lasciare il nipote di Teodosio in possesso
della porpora; e fu permesso a Valentiniano di godere la pace ed il
lusso d'Italia, mentre il Patrizio faceva la luminosa comparsa d'un eroe
e d'un difensor della patria, che sostenne quasi venti anni le rovine
dell'Impero Occidentale. L'istorico Goto confessa ingenuamente ch'Ezio
era nato per la salvezza della Repubblica Romana[702]; ed il seguente
ritratto, ch'ei ne fa, quantunque ornato de' più be' colori, bisogna
confessare, che contiene una porzione maggiore di verità che di
adulazione: «sua madre era una ricca e nobile Italiana, e Gaudenzio suo
padre, che aveva un posto distinto nella Provincia della Scizia,
s'inalzò a grado a grado dallo stato di -domestico- militare alla
dignità di Generale di cavalleria. Il loro figlio, che fu arrolato quasi
nella sua infanzia fra le guardie, fu dato come ostaggio prima ad
Alarico, e di poi agli Unni; e successivamente ottenne gli onori civili
e militari del Palazzo, a sostenere i quali era ugualmente atto pel
superiore suo merito. La graziosa figura d'Ezio non eccedeva la statura
mezzana; ma le virili sue membra eran meravigliosamente formate per la
forza, per la bellezza, e per l'agilità; ed egli era eccellente ne'
marziali esercizi di maneggiare i cavalli, di tender l'arco, e di
scagliare i dardi. Esso era capace di soffrir pazientemente la mancanza
del cibo o del sonno, ed aveva lo spirito ugualmente che il corpo
suscettibile degli sforzi più laboriosi. Era dotato di quel verace
coraggio, che sa disprezzare non solamente i pericoli, ma anche le
ingiurie; ed era impossibile il corrompere, l'ingannare, o l'intimorire
la costante integrità dell'animo suo[703]». I Barbari, che si erano
stabiliti nelle Province Orientali, appoco appoco impararono a
rispettare la fede, ed il valore del Patrizio Ezio. Egli addolcì le loro
passioni, studiò i lor pregiudizi, ne bilanciò gl'interessi, e ne frenò
l'ambizione. Un opportuno trattato, ch'ei fece con Genserico, difese
l'Italia dalle depredazioni de' Vandali; gl'indipendenti Brettoni
implorarono e provarono il salutare suo aiuto; fu ristabilita e
mantenuta l'autorità Imperiale nella Gallia e nella Spagna; ed esso
costrinse i Franchi e gli Svevi, che aveva superati in battaglia, a
divenire utili confederati della Repubblica.
Per un principio d'interesse non meno che di gratitudine, Ezio coltivò
assiduamente l'amicizia degli Unni. Allorchè dimorava nelle loro tende,
in ostaggio o com'esule, aveva famigliarmente conversato con Attila
stesso, nipote del suo benefattore; e sembra che questi due famosi
antagonisti fossero uniti con una personale e militare amicizia, che di
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