qualunque specie d'indegnità e di tortura per forzare i prigionieri a scuoprire i nascosti loro tesori. La severa politica di Genserico giustificò i suoi frequenti esempi d'esecuzione militare: ei non era sempre padrone delle sue passioni, o di quelle de' suoi seguaci; e le calamità della guerra furono aggravate dalla licenza dei Mori, e dal fanatismo de' Donatisti. Pure io non mi persuaderò facilmente, che i Vandali avessero comunemente in uso di sradicare gli ulivi, e gli altri alberi fruttiferi d'un paese, dov'essi avevano intenzione di stabilirsi; e sembra incredibile che fosse un ordinario loro stratagemma d'uccidere un gran numero di prigionieri avanti le mura d'un'assediata città, col solo fine d'infettar l'aria, e di produrre una pestilenza, di cui essi medesimi sarebbero stati le prime vittime[621]. [A. 430] Lo spirito generoso del Conte Bonifazio era tormentato dall'estremo rammarico di veder la rovina, ch'esso avea cagionato, e di cui non era capace di raffrenare il rapido progresso. Dopo la perdita d'una battaglia, si ritirò ad Ippona -Regia-, dove fu immediatamente assediato da un nemico, che la risguardava come il vero baloardo dell'Affrica. La colonia marittima d'-Ippona-[622] circa dugento miglia all'occidente di Cartagine, aveva anticamente acquistato il distinto epiteto di -regia- dalla residenza de' Re Numidi; e son tuttavia restati nella moderna città, che è conosciuta in Europa col nome corrotto di Bona, alcuni avanzi di popolazione e di commercio. Le militari fatiche, e le ansiose riflessioni del Conte Bonifazio venivano alleggerite e temperate dall'edificante conversazione di S. Agostino[623], suo amico; finattantochè quel Vescovo, lume e colonna della Chiesa Cattolica, non fu dolcemente liberato, nel terzo mese dell'assedio e nel settantesimo sesto anno della sua età, dalle presenti ed imminenti calamità della patria. La gioventù d'Agostino fu macchiata di vizi e di errori, ch'egli confessa con tanta ingenuità; ma dal momento della sua conversione a quello della sua morte, i costumi del Vescovo d'Ippona furono puri ed austeri: e la più cospicua delle sue virtù era un ardente zelo contro gli eretici d'ogni denominazione; ed in modo speciale contro i Manichei, i Donatisti, ed i Pelagiani, contro de' quali agitò una controversia perpetua. Allorchè la città, pochi mesi dopo la sua morte, fu bruciata dai Vandali, fortunatamente si salvò la libreria, che conteneva i voluminosi suoi scritti; cioè dugento trenta due libri o trattati diversi sopra materie teologiche, oltre una compita esposizione del Salterio e dell'Evangelio, ed un copioso magazzino di lettere e di omilie[624]. Secondo il giudizio de' più imparziali critici, la superficial erudizione d'Agostino fu ristretta alla lingua Latina[625]; ed il suo stile, quantunque alle volte animato dall'eloquenza della passione, è quasi sempre adombrato da una falsa ed allettata rettorica. Ma egli aveva uno spirito forte, vasto, ed acuto e arditamente scandagliò l'oscuro abisso della grazia, della predestinazione, della libertà, e del peccato originale[626]; ed il rigido sistema del Cristianesimo, ch'egli formò, o ristaurò, si è ritenuto con pubblicò applauso e con segreta ripugnanza dalla Chiesa Latina[627]. [A. 431] Per l'abilità di Bonifazio, e forse per l'ignoranza de' Vandali, fu prolungato l'assedio d'Ippona più di quattordici mesi: era il mare continuamente aperto; e quando restò esausta l'adiacente campagna da un'irregolare rapina, gli assedianti medesimi furon costretti dalla fame ad abbandonare la loro impresa. L'Amministratrice dell'Occidente sentì bene l'importanza e il pericolo dell'Affrica. Placidia implorò l'assistenza dell'Orientale suo alleato, e la flotta ed armata Italiana ebbero un rinforzo da Aspar, che partì da Costantinopoli con un potente armamento. Appena furon riunite le forze de' due Imperi sotto il comando di Bonifazio, egli arditamente marciò contro i Vandali; e la perdita d'una seconda battaglia irreparabilmente decise il destino dell'Affrica. Ei s'imbarcò con una precipitazione da disperato; e fu concesso al Popolo di Ippona d'occupare con le proprie famiglie e facoltà il posto vacante de' soldati, la maggior parte de' quali erano stati uccisi, o fatti prigionieri da' Vandali. Il Conte, di cui la fatale credulità aveva offeso le parti vitali della Repubblica, entrò nel palazzo di Ravenna col cuore perplesso; ma tosto liberato fu dal timore per la cortese accoglienza che Placidia gli fece. Bonifazio accettò con riconoscenza il grado di Patrizio, e la dignità di Generale degli eserciti Romani; ma egli dovè senza dubbio arrossire alla vista di quelle medaglie, nelle quali esso veniva rappresentato col nome e cogli attributi della vittoria[628]. L'orgoglioso e perfido animo d'Ezio fu esacerbato dalla scoperta della sua frode, dallo sdegno dell'Imperatrice, e dal distinto favore del suo rivale. Tornò in fretta dalla Gallia in Italia, con un seguito o piuttosto con un esercito di Barbari suoi seguaci; e tal era la debolezza del governo, che i due Generali decisero la privata loro contesa in una sanguinosa battaglia. Bonifazio ebbe il vantaggio; ma nella pugna ricevè dalla lancia del suo nemico una mortal ferita, della quale dentro pochi giorni morì, con tali cristiani e caritatevoli sentimenti, ch'egli esortò la sua moglie, ricca erede Spagnuola, a prender Ezio per suo secondo marito. Ma questi non potè ritrarre alcun immediato vantaggio dalla generosità del suo spirante nemico; ei fu dalla giustizia di Placidia dichiarato ribelle, e quantunque tentasse di difendere alcune fortezze erette ne' suoi fondi patrimoniali, la forza Imperiale tosto lo costrinse a ritirarsi nella Pannonia alle tende de' fedeli suoi Unni. La repubblica restò priva de' suoi due più illustri campioni[629] a causa della mutua loro discordia. [A. 431-439] Dopo la ritirata di Bonifazio potrebbe naturalmente aspettarsi che i Vandali terminassero senza resistenza o dilazione la conquista dell'Affrica. Eppure passarono otto anni dall'abbandonamento d'Ippona alla prosa di Cartagine. In questo spazio di tempo l'ambizioso Genserico, in tutto il colmo d'un'apparente prosperità, concluse un trattato di pace, in cui diede per ostaggio Unnerico suo figlio; ed acconsentì a lasciare l'Imperatore occidentale nel pacifico possesso delle tre Mauritanie[630]. Tal moderazione, che non può imputarsi alla giustizia del conquistatore, si deve attribuire alla sua politica. Era circondato il suo trono da nemici domestici, che accusavano la bassezza della sua nascita, o sostenevano i legittimi diritti de' figli di Gonderico, suoi nipoti. In fatti ei li sacrificò alla propria salvezza; e la vedova del defunto Re, loro madre, fu di suo ordine precipitata nel fiume Ampsaga. Ma si palesò la pubblica malcontentezza in pericolose e frequenti cospirazioni; e si suppone, che il guerriero tiranno spargesse più sangue Vandalo per mano del carnefice, che nel campo di battaglia[631]. Le convulsioni dell'Affrica, che avevano favorito il suo attacco, si opposero al pieno stabilimento del suo potere; e le varie sedizioni de' Mori o de' Germani, de' Donatisti e de' Cattolici continuamente turbavano o minacciavano l'incerto regno del conquistatore. A misura che s'avanzò verso Cartagine, fu costretto a ritirar le sue truppe dalle Province Occidentali; la costa marittima fu esposta alle imprese navali de' Romani di Spagna e d'Italia; e nel cuore della Numidia la forte mediterranea città di Cirta continuò sempre in un'ostinata indipendenza[632]. Queste difficoltà furono ad una ad una superate dal coraggio, dalla perseveranza e dalla crudeltà di Genserico, il quale usava a vicenda le arti della pace e della guerra per istabilire il suo regno Affricano. Ei sottoscrisse un solenne trattato con la speranza di trarre qualche vantaggio dal termine della continuazione di esso, e dal momento della rottura. Si diminuì la vigilanza de' suoi nemici dalle proteste d'amicizia, che coprivano l'ostile suo avvicinamento; e Cartagine alla fine fu sorpresa da' Vandali, cinquecento ottantacinque anni dopo la distruzione, che fece della città e della Repubblica Scipione il Giovane[633]. [A. 439] Dalle sue rovine s'era innalzata una nuova città col titolo di colonia; e quantunque Cartagine cedesse alle reali prerogative di Costantinopoli, e forse al commercio d'Alessandria, o allo splendor d'Antiochia, essa teneva sempre il secondo posto nell'Occidente, come la Roma (se ci è permesso d'usar la frase dei contemporanei) nel Mondo Affricano. Quella ricca ed opulenta Metropoli[634] spiegava, in uno stato di dipendenza, l'immagine d'una florida Repubblica. Cartagine conteneva le manifatture, le armi, e le ricchezze di sei Province. Una regolare gradazione di onori civili ascendeva dai Procuratori delle strade e de' quartieri della città fino al tribunale del sommo Magistrato, che rappresentava, col titolo di Proconsole, lo stato e la dignità d'un Console dell'antica Roma. V'erano instituite scuole e Ginnasi per educazione della gioventù Affricana; e pubblicamente s'insegnavano le arti liberali, i costumi, la grammatica, la rettorica, e la filosofia nelle lingue Greca e Latina. Le fabbriche di Cartagine erano uniformi e magnifiche; nel mezzo della Capitale sorgeva un ombroso bosco; il nuovo porto serviva di sicuro e capace ricetto per la commerciante industria de' cittadini e degli stranieri; e si rappresentavano gli splendidi giuochi del Circo e del Teatro quasi in presenza de' Barbari. La riputazione de' Cartaginesi non corrispondeva a quella del loro paese; e tuttavia si attribuiva al loro sottile ed infedele carattere[635] la taccia della fede Punica. L'abitudine del commercio, e l'abuso del lusso avevan corrotto i loro costumi; ma l'empio loro disprezzo de' Monaci e l'uso sfacciato di non naturali piaceri sono le due abbominazioni, ch'eccitano la pia veemenza di Salviano predicatore di quel tempo[636]. Il Re de' Vandali riformò severamente i vizi d'un Popolo voluttuoso, e l'antica, nobile, ingenua libertà di Cartagine (tali espressioni di Vittore non mancano d'energia) fu ridotta da Genserico ad uno stato d'ignominiosa servitù. Dopo d'aver permesso alle licenziose sue truppe di saziare il furore e l'avarizia loro, introdusse un più regolar sistema di rapina e d'oppressione. Fu promulgato un editto, che ordinava a tutti di consegnare senza frode o dilazione l'oro, l'argento, le gioie, ed ogni arnese o adornamento di valore, che avevano, a' Ministri Regi, ed il tentativo di nascondere qualche parte del lor patrimonio era inesorabilmente punito con la morte e co' tormenti, come un atto di perfidia contro lo Stato. Furono esattamente misurate e divise fra' Barbari le addiacenti parti della Numidia e della Getulia[637]. Egli era ben naturale, che Genserico odiasse quelli che aveva ingiuriato: la nobiltà ed i Senatori di Cartagine furon esposti alla gelosia e allo sdegno di esse; e tutti quelli, che ricusavano le vergognose proposizioni, che l'onore e la religione impediva loro d'accettare, venivan costretti dall'Arriano Tiranno a prendere il partito d'un perpetuo esilio. Roma, l'Italia e le Province dell'Oriente si empirono d'una folla di esuli, di fuggitivi, e d'illustri schiavi, ch'esigevano la pubblica compassione: e le umane lettere di Teodoreto ci hanno conservato i nomi e le sventure di Celestiano, e di Maria[638]. Il Vescovo Siro deplora le disgrazie di Celestiano, che dallo stato di nobile ed opulento Senator di Cartagine s'era ridotto con la propria moglie, la famiglia ed i servi a mendicare il pane in un paese straniero: ma egli fa plauso alla rassegnazione dell'esule cristiano, ed alla sua filosofica indole, che nelle angustie di tali calamità potea godere una felicità reale, maggiore di quella, che ordinariamente producano la prosperità e la ricchezza. La storia di Maria, figlia del magnifico Eudemone, è singolare ed interessante. Nel sacco di Cartagine i Vandali la venderono a certi mercanti di Siria, i quali di poi la rivenderono, come una schiava, tornati al loro paese. Una sua domestica trasportata nella medesima nave, e venduta nell'istessa famiglia, continuò sempre a rispettare una padrona, che la fortuna aveva ridotto al medesimo livello di schiavitù; e la figlia d'Eudemone dal grato suo affetto riceveva i medesimi servigi, che soleva già esigere dalla sua ubbidienza. Questo notabil contegno divulgò la real condizione di Maria; che nell'assenza del Vescovo di Cirro fu redenta dalla generosità di alcuni soldati della guarnigione. La liberalità di Teodoreto provvide al suo decente mantenimento; ed essa passò dieci mesi fra le Diaconesse della Chiesa, finattantochè fu inaspettatamente informata, che suo padre, il quale era scampato dalla rovina di Cartagine, si trovava in un onorevol ufizio in una delle Province Occidentali. La sua filiale impazienza fu secondata dal pietoso Vescovo; Teodoreto in una lettera, che tuttavia sussiste, raccomanda Maria al Vescovo d'Ege, città marittima della Cilicia, in cui nell'annua fiera capitavano molti vascelli dell'Occidente, pregando con la maggior caldezza il suo collega a trattar la fanciulla con quell'accoglienza, che conveniva alla sua nascita, e ad affidarla alla custodia di tali fedeli mercanti, che avessero stimato sufficiente guadagno, se avessero riportato nelle braccia dell'afflitto padre una figlia fuor d'ogni umana speranza già perduta. Fra le insipide leggende dell'Istoria Ecclesiastica io son tentato a distinguere la memorabil novella dei sette Dormienti[639]; l'immaginaria data de' quali corrisponde al regno di Teodosio il Giovane, e all'epoca della conquista dell'Affrica fatta da' Vandali[640]. Quando l'Imperator Decio perseguitava i Cristiani, sette nobili giovani d'Efeso si nascosero in una spaziosa caverna nel declive d'una vicina montagna, dove furono condannati a perire dal Tiranno, che diede ordine, che ne fosse fortemente chiuso l'ingresso con un cumulo di grosse pietre. Caddero essi immediatamente in un profondo sonno, che fu miracolosamente prolungato, senza offendere le facoltà della vita, pel corso di cento ottantasette anni. Al termine del qual tempo gli schiavi d'Adolfo, il quale aveva ereditato la montagna, tolsero quelle pietre onde servirsene di materiali per una fabbrica di campagna: penetrò la luce del Sole nella caverna; ed i sette Dormienti si risvegliarono. Dopo un sonno, com'essi credevano, di poche ore, si sentirono stimolati dalla fame; e risolvettero, che Jamblico, uno di loro, tornasse segretamente alla città a comprare del pane per uso de' suoi compagni. Il giovane (se ci è permesso di continuare a chiamarlo così) non sapeva più riconoscere l'aspetto una volta a lui famigliare del suo nativo paese; e se ne accrebbe la sorpresa nel vedere una gran croce trionfalmente innalzata sopra la porta principale di Efeso. Il singolare suo abito e l'antiquato linguaggio confusero il fornaio, al quale presentò un'antica medaglia di Decio, come una moneta corrente dell'Impero; e Jamblico, sul dubbio che avesse trovato un tesoro nascosto, fu condotto avanti al Giudice. Le vicendevoli loro interrogazioni produssero la maravigliosa scoperta, che erano quasi passati due secoli, da che Jamblico ed i suoi compagni si erano sottratti al furore d'un Tiranno pagano. Il Vescovo d'Efeso, il Clero, i Magistrati, il Popolo, e, per quanto si dice, l'istesso Imperator Teodosio corsero a veder la caverna de' sette Dormienti, i quali riferirono la loro Istoria, diedero ad essi la loro benedizione, e nel medesimo istante tranquillamente spirarono. Non si può attribuir l'origine di questa maravigliosa favola alla pia frode e credulità de' Greci moderni, poichè se ne può rintracciare l'autentica tradizione circa mezzo secolo in vicinanza del supposto miracolo. Jacopo di Sarug, Vescovo Siriaco, il quale era nato solo due anni dopo la morte di Teodosio il Giovane, ha consacrato una delle sue dugento trenta omilie alle lodi de' Giovani d'Efeso[641]. Avanti la fine del sesto secolo la loro leggenda fu dalla lingua Siriaca tradotta nella Latina per opera di Gregorio di Tours. Le Congregazioni Orientali, fra loro nemiche, venerano con ugual riverenza la lor memoria; e sono inseriti onorevolmente i lor nomi ne' Calendari Romano, Abissinio, e Russo[642]. Nè la lor fama si è limitata al Mondo cristiano. È stata introdotta nel Koran[643] come una rivelazione divina questa popolar novella, che Maometto probabilmente apprese, quando guidava i suoi cammelli alle fiere della Siria. È stata ammessa e adornata la storia dei sette Dormienti dalle nazioni, che professano la religion Maomettana[644] da Bengala fino all'Affrica; e si son trovati alcuni vestigi d'una simile tradizione fino nelle remote estremità della Scandinavia[645]. Questa facile ed universal credenza, che tanto esprime i sentimenti del genere umano, si può attribuire al genuino merito della favola stessa. Noi ci avanziamo senz'accorgercene dalla gioventù alla vecchiaia, senz'osservare l'insensibile ma continuo cangiamento delle cose umane; ed anche nella nostra più estesa esperienza dell'Istoria, l'immaginazione, mediante una perpetua serie di cause e di effetti, è solita d'unire insieme le più distanti rivoluzioni. Ma se ad un tratto si potesse toglier di mezzo l'intervallo fra due memorabili epoche, se fosse possibile, dopo un momentaneo sonno di dugent'anni, presentare il -nuovo- Mondo agli occhi d'uno spettatore, che tuttavia ritenesse una viva e fresca impressione del -vecchio-, la sua sorpresa, e le riflessioni somministrerebbero un piacevol soggetto ad un romanzo filosofico. Non poteva porsi la scena più vantaggiosamente, che ne' due secoli, che passarono fra' regni di Decio e di Teodosio il Giovane. In questo spazio di tempo erasi trasferita la sede del Governo da Roma in una nuova città sulle rive del Bosforo Tracio; e si era soppresso l'abuso dello spirito militare mediante un artificial sistema d'umile e cerimoniosa servitù. Il trono del persecutor Decio era occupato da una serie di Principi cristiani ed ortodossi, che avevan distrutti i favolosi Dei dell'antichità; e la pubblica devozione di quel tempo era impaziente di esaltare i Santi ed i Martiri della Chiesa Cattolica sopra gli altari di Diana e d'Ercole. S'era sciolta l'unione dell'Impero Romano; era caduto a terra il suo genio; ed eserciti d'incogniti Barbari, venendo fuori dalle gelate regioni del Norte, avevano stabilito il vittorioso lor regno sulle più belle Province dell'Europa e dell'Affrica. NOTE: [598] Τα συνεχη κατα στομα φιληματα è l'espressione di Olimpiodoro (-ap. Photium p. 197-), che intende forse di descrivere le stesse carezze, che Maometto faceva alla sua -figlia- Fatima. Quando (dice il profeta), quando subit mihi desiderium Paradisi, osculor eam et ingero linguam meam in os ejus. Ma questa sensuale dilettazione era giustificata dal miracolo e dal misterio. Tal aneddoto è stato comunicato al Pubblico dal Rev. P. Maracci nella sua versione, e confutazione del Koran -Tom. I. p. 39-. [599] Per queste rivoluzioni dell'Impero Occidentale si consultino Olimpiodoro, -ap. Foz. p. 192, 193, 196, 197, 200-, Sozomeno, -l. IX, c. 16-, Socrate, -l. VII. 23, 24-, Filostorgio, l-. XII c. 10, 11-, e Gotofredo, -dissert. p. 486-, Procopio, -de Bell. Vand. l. 1. c. 3. p. 182, 183-. Teofane, -in Chronograph. p. 72, 73-, e le Croniche. [600] Vedi Grozio, -de Jur. Bell. et Pac. l. 11. c. 7-. Egli ha laboriosamente, ma invano, tentato di formare un ragionevol sistema di Giurisprudenza da' varj e fra loro contrari modi di real successione, che si sono introdotti dalla frode o dalla forza, dal tempo o dall'accidente. [601] Gli Scrittori originali non convengono (Vedi Muratori, -Annali d'Ital. Tom. IV. p. 139-) se Valentiniano ricevesse il diadema Imperiale a Roma, o a Ravenna. In questa incertezza io voglio credere, che si dimostrasse qualche rispetto al Senato. [602] Il Conte di Buat (-Hist. des Peuples de l'Europe Tom. VII. p. 292, 300-) ha stabilito la verità di questa notabil cessione, spiegatine i motivi, e rintracciatene le conseguenze. [603] Vedi la primo novella di Teodosio, con cui ratifica e comunica (l'anno 438) il Codice Teodosiano. Circa quaranta anni prima di quel tempo si era provato l'unità della Legislazione per mezzo d'un'eccezione. Gli Ebrei, ch'erano assai numerosi nelle città della Puglia e della Calabria, produssero una legge dell'Oriente per giustificare la loro esenzione dagli ufizj municipali (-Cod. Theodos. lib. XII. Tit. VIII, leg. 13-); e l'Imperatore occidentale fu obbligato a derogare con uno special editto ad una legge, -quam constat meis partibus esse damnosam-. Cod. Theodos. -lib. XI. Tit. 1. leg. 158-. [604] Cassiodoro (-Variar. l. IX. epist. 1 p. 238-) ha paragonato fra loro i governi di Placidia e d'Amalasunta. Egli attacca la debolezza della madre di Valentiniano, e loda le virtù della sua real Signora. In tale occasione sembra, che l'adulazione abbia preso il linguaggio della verità. [605] Filostorgio -lib. XII. c. 12 col. Gotofred. dissert. p. 493- e Renato Frigerido, ap. Gregor. Turon. -l. II. c. 8. in tom II. p. 163-. Gaudenzio, illustre cittadino della Provincia della Scizia e Generale di cavalleria, fu il padre d'Ezio: sua madre fu una ricca e nobile Italiana. Fin dalla sua più tenera gioventù, aveva Ezio, e come soldato e come ostaggio, conversato co' Barbari. [606] Quanto al carattere di Bonifazio, vedi Olimpiodoro, -ap. Foz. p. 196- e S. Agostino ap. Tillemont, -Mem. Eccl. T. XII. p. 712, 715, 886-. Il Vescovo d'Ippona deplora a lungo la caduta del suo amico, che dopo un voto solenne di castità avea preso una seconda moglie della setta Arriana, e ch'era sospetto di tenere nella sua casa più concubine. [607] Procopio (-de Bell. Vandal. l. 1. c. 3. p. 182, 186-) riporta la frode d'Ezio, la rivolta di Bonifazio e la perdita dell'Affrica. Quest'aneddoto, ch'è sostenuto dalla testimonianza di alcuni contemporanei (Vedi Ruinart, -Hist. Persecut. Vandal. p. 420, 421-) sembra coerente alla pratica delle antiche e moderne Corti, e naturalmente si sarebbe reso palese dal pentimento di Bonifazio. [608] Vedi le Croniche di Prospero e d'Idazio. Salviano (-de Gubern. Dei l. VII. p. 246. Par. 1608-) attribuisce la vittoria de' Vandali alla superiore loro pietà. Essi digiunarono, pregarono, portaron la Bibbia alla testa dell'esercito, con intenzione forse di rinfacciar la perfidia ed il sacrilegio ai loro nemici. [609] -Gizericus- (il suo nome vien espresso in varie maniere) -statura mediocris et equi casu claudicans, animo profundus, sermone rarus, luxuriae contemptor, ira turbidus, habendi cupidus, ad solicitandus gentes providentissimus, semina contentionum jacere, odia miscere paratus-; Giornandes, -de reb. Get. c. 33. p. 657-. Questo ritratto, ch'è fatto con qualche arte e con forte verisimiglianza, dev'essere stato copiato dall'istoria Gotica di Cassiodoro. [610] Vedi la Cronica d'Idazio. Questo Vescovo, Spagnuolo e contemporaneo, pone il passaggio de' Vandali nel mese di Maggio dell'anno d'Abramo (che comincia d'Ottobre) 2444. Tal data, che combina coll'anno 429, vien confermata da Isidoro, altro Vescovo Spagnuolo, ed è giustamente preferita all'opinione di quegli scrittori, che hanno assegnato a tal fatto uno de' due precedenti anni. (Vedi Pagi, -Critica Tom. II. p. 205-) [611] Si confronti Procopio (-de Bell. Vand. l. 1. c. 5, p. 190-) con Vittore Vitense (-de persecut. Vand. l. 1. c. 1. p. 3. Edit. Ruinart-). Siamo assicurati da Idazio, che Genserico abbandonò la Spagna -cum Vandalis omnibus, eorumque familiis-; e Possidio (-in vit. August. c. 28. ap. Ruinart. p. 427-) descrive la sua armata, come, -manus ingens immanium gentium Vandalorum et Alanorum commixtam secum habens Gothorum gentem, aliarumque diversarum personas-. [612] Quanto a' costumi de' Mori vedi Procopio (-de Bell. Vandal. l. 2. c. 6. n. 249-), quanto alla figura e carnagione di essi il Buffon (-Hist. natur. Tom. III. p. 430-), Procopio dice in generale, che i Mori s'erano uniti a' Vandali avanti la morte di Valentiniano (-de Bell. Vandal. l. 1. c. 5. p. 190-) ed è probabile, che le indipendenti Tribù non abbracciassero alcun sistema uniforme di politica. [613] Vedi Tillemont (-Memoir. Eccl. Tom. XIII. p. 516, 558-), e tutta la serie della persecuzione ne' monumenti originali pubblicati dal Dupin al fine d'Ottato p. 323, 515. [614] I Vescovi Donatisti nella conferenza di Cartagine, ascendevano a 279 ed asserirono, che tutto il lor numero non era meno di 400. I Cattolici ne avevano 286 presenti, e 120 assenti, oltre sessantaquattro Vescovati vacanti. [615] Il quinto Titolo del XVI libro del Codice Teodosiano Somministra una serie di leggi Imperiali contro i Donatisti dall'anno 400 all'anno 428. Di queste la legge 54 promulgata da Onorio l'anno 414 è la più severa ed efficace. [616] S. Agostino variò la sua opinione intorno al modo con che si dovean trattare gli Eretici. La sua patetica dichiarazione di pietà e d'indulgenza verso i Manichei è stata inserita dal Locke (-vol. III. p. 469-) fra gli scelti saggi del suo Repertorio. Un altro Filosofo, il celebre Bayle (-Tom. II, p. 445, 496-), ha ribattuti con superflua diligenza e candore gli argomenti, coi quali il Vescovo d'Ippona giustificò, nella sua vecchiezza, la persecuzione de' Donatisti. [617] Vedi Tillemont (-Mem. Eccl. Tom. XIII. p. 586, 592, 806-). I Donatisti vantavano delle -migliaia- di questi martiri volontari. Agostino asserisce, e probabilmente con verità, che questo numero era molto esagerato; e fieramente sostiene, esser meglio, che -alcuni- si tormentassero in questo Mondo, piuttosto che -tutti- dovessero bruciare nelle fiamme dell'inferno. [618] Secondo S. Agostino e Teodoreto i Donatisti erano inclinati a' principj, o almeno al partito degli Arriani sostenuto da Genserico. Tillemont, -Mem. Eccl. Tom. VI. p. 67-. [619] Vedi Baron., -Annal. Eccl. an. 428 n. 7 an. 439 n. 35-. Il Cardinale, benchè più inchinato a cercare la cagione dei grandi avvenimenti nel cielo che sulla terra, ha osservato l'apparente connessione de' Vandali e de' Donatisti. Sotto il regno de' Barbari, gli Scismatici dell'Affrica goderono un'oscura pace di cento anni, al termine de' quali possiamo di nuovo rintracciarli al lume delle Imperiali persecuzioni. Vedi Tillem., -Mem. Eccl. Tom. VI. p. 192-. [620] S. Agostino, in una lettera confidenziale al Conte Bonifazio, senza esaminare i fondamenti della contesa, piamente l'esorta a soddisfare i doveri di Cristiano e di suddito, a tirarsi fuori senza dilazione da quella pericolosa e rea situazione, ed anche, se poteva ottenere il consenso della sua moglie, ad abbracciare il celibato e la penitenza (Tillemont, -Mem. Ecci. Tom. XIII. p. 890-). Il Vescovo era intimamente vincolato con Dario, Ministro della pace. (Ivi, Tom. XIII. p. 928). [621] Le originali querele della desolazione dell'Affrica si contengono: 1. in una lettera di Capreolo, Vescovo di Cartagine per iscusar la sua assenza dal Concilio d'Efeso (-ap. Ruinart p. 429-): 2. nella vita di S. Agostino scritta dal suo amico e collega Possidio (-ap. Ruinart p. 427-): 3. nell'istoria della persecuzione Vandalica fatta da Vittore Vitense (-l. 1. c. 1, 2, 3, edit. Ruinart-). L'ultima pittura, che fu fatta sessant'anni dopo l'evento, esprime più le passioni dell'Autore che la verità de' fatti. [622] Vedi Cellar., -Geogr. antiq. Tom. 2. P. II. 112-, Leone Affricano, -in Ramusio Tom. 1. fol. 70-, l'Affrica di Marmol -Tom. II. p. 434, 437-, i viaggi di Shavv. -p. 46, 47-. L'antica Ippona Regia fu finalmente distrutta dagli Arabi nel settimo secolo; ma con que' materiali fu fabbricata una nuova città alla distanza di due miglia, e questa conteneva nel decimo sesto secolo circa trecento famiglie d'industriosi, ma turbolenti manifattori. Il territorio addiacente è famoso per un'aria pura, un fertile suolo, ed un'abbondanza, di squisiti frutti. [623] La vita di S. Agostino fatta dal Tillemont, empie un volume in quarto (-Tom. XIII delle Mem. Eccl.-) di più di mille pagine, e la diligenza di quell'erudito Giansenista fu eccitata, in quest'occasione, dal fazioso e devoto zelo pel fondatore della sua Setta. [624] Tale almeno è il ragguaglio che ne dà Vittore Vitense (-de Persec. Vandal. l. 1. c. 3-) quantunque sembri che Gennadio dubiti, se alcuno abbia letto, o anche raccolto tutte le opere di S. Agostino (Vedi -Hieronym. oper. T. 1. p. 319 in catalog. scriptor. Eccles.-). Queste si sono stampate più volte; e il Dupin (-Biblioth. Eccl. Tom. III. p. 158, 257-) ha fatto un esteso e soddisfacente estratto delle medesime, come stanno nell'ultima edizione de' Benedettini. La mia personal conoscenza col Vescovo d'Ippona non s'estende oltre le -Confessioni-, e la -Città di Dio-. [625] Nella prima sua gioventù (-Confess. I. 24-) S. Agostino non ebbe gusto allo studio del Greco, e lo trascurò; e francamente confessa, ch'ei lesse i Platonici in una versione Latina (-Confess. VIII. 9-). Alcuni moderni critici hanno pensato, che la sua ignoranza del Greco lo rendesse incapace d'esporre la Scrittura; e Cicerone o Quintiliano avrebbero richiesto la cognizione di questa lingua in un Professor di Rettorica. [626] Siffatte quistioni furono di rado agitate dal tempo di S. Paolo a quello di S. Agostino. Ho saputo che i Patriarchi greci adottavano i sentimenti de' semi-pelagiani, e che l'ortodossia di S. Agostino era tratta dalla scuola de' Manichei. [627] La Chiesa di Roma ha canonizzato Agostino, e riprovato Calvino. Eppure come la -reale- differenza tra loro è invisibile anche ad un microscopio teologico, i Molinisti sono oppressi dall'autorità del Santo, ed i Giansenisti disonorati dalla loro somiglianza coll'eretico. Frattanto i Protestanti Arminiani stanno in disparte, e deridono la reciproca perplessità de' disputanti. (Vedi una curiosa Rivista della controversia, nella -Biblioteca Universale- di Le Clerc, Tom. XIV. p. 144-398). Forse un ragionatore, più indipendente ancora, potrebbe ridere, a sua volta, nel leggere un Comentario Arminiano sopra l'Epistola ai Romani. [628] Du Cange, -Fam. Byzant. p. 67-. Da una parte v'è la testa di Valentiniano, e nel rovescio Bonifazio con una sferza in una mano, e con una palma nell'altra, che sta sopra un carro trionfale tirato da quattro cavalli, e in un'altra medaglia da quattro cervi: sfortunato emblema! Io dubiterei se si trovi altro esempio della testa d'un suddito nel rovescio d'una medaglia Imperiale. Vedi la scienza delle medaglie del P. Jobert -Tom. I. p. 132, 150 ediz. del 1739 fatta dal Barone de la Bastie-. [629] Procopio (-de Bell. Vandal. l. 1 c. 3 p. 145-) non continua l'istoria di Bonifazio oltre il suo ritorno in Italia. Fanno menzione della sua morte Prospero e Marcellino; la espressione di quest'ultimo, ch'Ezio il giorno avanti s'era provisto d'una -lunga- lancia, ha qualche cosa di simile ad un regolar duello. [630] Vedi Procop., -de Bell. Vandal. l. 1. c. 4. p. 186-. Valentiniano fece varie discrete leggi per sollevare le angustie de' propri sudditi Numidi e Mauritani: gli assolvè in gran parte dal pagamento de' loro debiti; ridusse il loro tributo ad un ottavo; e diede loro il diritto d'appellare da' propri Magistrati Provinciali al Prefetto di Roma. (-Cod. Theodos. Tom. VI. Novell. p. 11, 12-). [631] Vittore Vitense, -de persec. Vandal. l. 2. cap. 5. p. 26-. Le crudeltà di Genserico verso i suoi sudditi sono espresse con forza nella Cronica di Prospero An. 442. [632] Possid., -in vit. Aug. c. 28, ap. Ruinart p. 428-. [633] Vedi le Croniche d'Idazio, d'Isidoro, di Prospero, e di Marcellino. Essi notano il medesimo anno, ma diversi giorni, per la sorpresa di Cartagine. [634] La pittura di Cartagine nello stato, in cui trovavasi nel quarto e quinto secolo, è presa dall'-Esposit. totius mundi p. 17, 18-, nel terzo tomo de' Geografi minori di Hudson, da Ausonio, -de claris urbibus p. 228, 229-., e specialmente da Salviano, -De Gubernat. Dei l. VII. p. 257, 258-. Mi fa maraviglia, che la -Notitia- non abbia posto nè una zecca, nè un arsenale in Cartagine, ma solo un -Gynecaeum- o fabbrica per le donne. [635] L'autore anonimo dell'-Exposit. totius mundi- confronta nel suo barbaro Latino il paese cogli abitatori; e dopo aver notato la lor mancanza di fede, freddamente conclude -difficile autem inter eos invenitur bonus, tamen in multis pauci boni esse possunt. p. 18.- [636] Ei dichiara che i vizi particolari d'ogni paese erano raccolti nella sentina di Cartagine (-l. VII. p. 257-). Gli Affricani s'applaudivano del maschio loro vigore nell'esercizio de' vizi. -Et illi se magis virilis fortitudinis esse crederent, qui maxime viros foeminei usus probrositate fregissent p. 268-. Le strade di Cartagine eran contaminate da effemminati miserabili, che pubblicamente prendevano l'aria, le vesti ed il carattere di donne. (p. 264). Se compariva un Monaco nella città, il sant'uomo veniva oltraggiato con empio disprezzo e derisione, -detestantibus ridentium cacchinis p. 289-. [637] Si paragoni Procopio, -de Bell. Vandal. lib. 1. c. 5. p. 189, 190- con Vittore Vitense, -de persecut. Vandal. l. 1. c. 4.- [638] Il Ruinart (-p. 444, 457-) ha raccolto da Teodoreto e da altri autori le disgrazie reali e favolose degli abitanti di Cartagine. [639] La scelta delle circostanze favolose è di poca importanza; pure mi son limitato alla narrazione che fu tradotta dal Siriaco per opera di Gregorio di Tours (-de gloria martyr. l. 1. c. 95 in maxima Biblioth. Patr. T. XI. p. 856-), agli atti Greci del loro martirio (-ap. Phot. p. 1400, 1401-), ed agli annali del Patriarca Eutichio (-T. 1. p. 391, 531, 532, 535 vers. Pocock-). [640] Due Scrittori Siriaci, come sono citati dall'Assemanni (-Biblioth. Orient. Tom. 1. p. 336, 338-) pongono la risurrezione de' sette Dormienti nell'anno 736 (-an. di G. C. 425-) o 748, (-an. di Gesù Cristo 437-) -dell'era de' Seleucidi-. I loro atti Greci, che Fozio avea letti, assegnano la data dell'anno trentesim'ottavo del regno di Teodosio che può coincidere coll'anno di Cristo 439 o col 446. Può facilmente determinarsi il tempo, che passò da questo alla persecuzione di Decio e non vi voleva di meno che l'ignoranza di Maometto, o de' leggendari per supporre un intervallo di tre o quattrocent'anni. [641] Jacopo, uno de' Padri ortodossi della Chiesa Siriaca, era nato l'anno 452, principiò a comporre i suoi discorsi l'anno 474, fu fatto vescovo di Barne nel distretto di Sarug e nella Provincia della Mesopotamia l'anno 519 e morì l'anno 521 (Assemanni -Tom-. 1. p. 268, 289). Quanto all'omilia -de pueris Ephesinis-, vedi p. 335, 339; sebbene avrei desiderato, che l'Assemanni avesse piuttosto tradotto il testo di Jacopo di Sarug, invece di rispondere alle obiezioni del Baronio. [642] Vedi -Acta Sanctorum- de' Bollandisti (-mens. Jul. T. VI. p. 375-397-). Quest'immenso calendario di Santi in centoventi sei anni (1644, 1770) ed in cinquanta volumi in foglio non ha progredito oltre il dì 7 d'Ottobre. La soppressione dei Gesuiti ha probabilmente arrestato un'opera, che in mezzo alle favole ed alle superstizioni, somministra molte istoriche e filosofiche notizie. [643] Vedi Maracci, -Alcoran, Sura XVIII. Tom. II. p. 420, 427 e Tom. I. part. IV, p. 103-. Con un privilegio sì ampio Maometto non ha dimostrato molto gusto ed ingegno. Egli ha inventato il cane de' sette Dormienti (al Rakim); il rispetto del sole, che alterò il suo corso due volte in un giorno per non entrare nella caverna; e la cura di Dio medesimo, che preservò i loro corpi dalla putrefazione, rivoltandoli a destra e a sinistra. [644] Vedi d'Herbelot, -Biblioth. Orient-. p. 139 e Renaudot, -Hist. Patriarch. Alexand. p. 39, 40.- [645] Paolo Diacono d'Aquileia (-de Gestis Langobard. l. 1. c. 4. p. 745, 746. edit. Grot.-), che visse verso il fine dell'ottavo secolo, ha posto in una caverna sotto un masso sulla riva dell'Oceano i sette Dormienti del Norte, il lungo riposo de' quali fu rispettato da' Barbari. Il loro abito li dimostrava Romani; ed il Diacono congettura, che dalla Provvidenza vennero riservati per essere i futuri Apostoli di quegl'infedeli paesi. CAPITOLO XXXIV. -Carattere, conquiste e Corte d'Attila Re degli Unni. Morte di Teodosio il Giovane. Innalzamento di Marciano all'Impero dell'Oriente.- [A. 376-433] Il Mondo occidentale fu oppresso da' Goti e dai Vandali, che fuggivano gli Unni; ma le imprese degli Unni medesimi non corrisposero alla loro potenza e prosperità. Lo vittoriose lor Orde si erano sparse dal Volga al Danubio; ma la pubblica forza fu esausta dalla discordia degl'indipendenti lor capitani; il lor valore si consuma oziosamente in oscure e predatorie scorrerie; e spesso avvilirono la nazionale lor dignità, contentandosi per la speranza della preda d'arrolarsi sotto le bandiere de' lor fuggitivi nemici. Nel regno d'Attila[646] gli Unni divennero di nuovo il terrore del Mondo; ed io descriverò adesso il carattere e le azioni di quel formidabil Barbaro, che insultò ed invase a vicenda l'Oriente e l'Occidente, e sollecitò la rapida caduta del Romano Impero. Nel corso dell'emigrazione, che impetuosamente si fece da' confini della China a quelli della Germania, le più potenti e popolate Tribù ordinariamente si trovarono sulle frontiere delle Province Romane. Fu per qualche tempo da ripari artificiali sostenuto il peso, che andava sempre crescendo; e la facile condiscendenza degl'Imperatori invitava, senza soddisfare, le insolenti domande de' Barbari, che avevano acquistato un ardente appetito pei comodi della vita civile. Gli Ungheri, che sono ambiziosi d'inserire il nome d'Attila fra' nativi loro Sovrani, possono asserire con verità, che le Orde sottoposte a Roas o Rugilas suo zio, avevan formato i loro accampamenti dentro i limiti della moderna Ungheria[647], in una fertil campagna, che abbondantemente suppliva a' bisogni d'una nazione di cacciatori e di pastori. In tal vantaggioso posto Rugilas, ed i suoi valorosi fratelli, de' quali continuamente cresceva il potere e la riputazione, disponevano alternativamente della guerra e della pace co' due Imperi. La sua alleanza co' Romani dell'Occidente veniva secondata dalla personale amicizia, che aveva pel Grande Ezio, ch'era sempre sicuro di trovare nel campo Barbaro un ospitale ricevimento ed un potente sostegno. Ad istanza di esso, ed in nome dell'usurpatore Giovanni, sessantamila Unni avanzaronsi verso i confini dell'Italia; la marcia e la ritirata loro fu ugualmente dispendiosa per lo Stato, e la riconoscente politica d'Ezio abbandonò il possesso della Pannonia a' suoi fedeli confederati. I Romani Orientali non erano meno timorosi delle armi di Rugilas, che ne minacciava le Province od anche la Capitale. Alcuni Storici Ecclesiastici hanno distrutto i Barbari co' fulmini e con la peste[648]; ma Teodosio fu ridotto al più umile espediente di stipulare un annuo pagamento di trecento cinquanta libbre d'oro, e di mascherare questo vergognoso tributo col titolo di Generale, che il Re degli Unni condiscese a ricevere. Era spesso interrotta la pubblica tranquillità dalla feroce impazienza de' Barbari, e da' perfidi intrighi della Corte di Bisanzio. Quattro dipendenti nazioni, fra le quali possiamo distinguere i Bavari, si sottrassero alla sovranità degli Unni; e la loro rivolta fu incoraggita e protetta da un'alleanza co' Romani; finattantochè le giuste pretensioni e la formidabil potenza di Rugilas furono con effetto esposte dalla voce di Eslao suo ambasciatore. La pace fu l'unanime desiderio del Senato: ne venne ratificato il decreto dall'Imperatore; e furono eletti due ambasciatori, cioè Plinta Generale d'origine Scita, ma di grado Consolare, ed il Questore Epigene, savio e sperimentato politico, a cui fu procurato tal ufizio dal suo ambizioso collega. [A. 443-453] La morte di Rugilas sospese il proseguimento del trattato. I due suoi nipoti, Attila e Bleda, che successero al trono dello zio, acconsentirono ad un personale abboccamento con gli ambasciatori di Costantinopoli; ma siccome orgogliosamente ricusarono essi di smontar da cavallo, il negozio fu trattato a cavallo, in una spaziosa pianura vicino alla città di Margus nella Mesia superiore. I Re degli Unni si presero i reali vantaggi non meno che i vani onori della negoziazione. Essi dettaron le condizioni della pace, ed ogni condizione fu un insulto alla Maestà dell'Impero. Oltre la libertà d'un sicuro ed abbondante mercato sulle rive del Danubio, richiesero che fosse aumentata l'annua contribuzione da trecento cinquanta fino a sette cento libbre d'oro; che si pagasse una multa o riscatto d'otto monete d'oro per ogni schiavo Romano che fosse fuggito dal Barbaro suo Signore; che l'Imperatore dovesse rinunziare a tutti i trattati ed impegni co' nemici degli Unni; e che tutti i fuggitivi, che si erano rifuggiti alla Corte o nelle Province di Teodosio, fossero consegnati alla giustizia del loro offeso Sovrano. Questa giustizia fu rigorosamente esercitata contro alcuni sfortunati giovani di stirpe reale. Furono essi per comando d'Attila crocifissi dentro il territorio dell'Impero: e tosto che il Re degli Unni ebbe impresso ne' Romani il terror del suo nome, concesse loro un breve ed arbitrario respiro, mentre soggiogava le ribelli o indipendenti nazioni della Scizia o della Germania[649]. Attila, figlio di Mundzuk, traeva la sua nobile e forse regia origine[650] dagli antichi Unni, che avevano una volta conteso co' Monarchi della China. La sua figura, secondo l'osservazione d'un Istorico Goto, portava l'impronta della nazionale sua stirpe; ed il ritratto d'Attila presenta la vera deformità d'un moderno Calmucco[651]; cioè un grosso capo, una carnagione ulivastra, piccoli occhi molto incavati, un naso schiacciato, pochi peli in luogo di barba, larghe spalle, ed un breve corpo quadrato, di nerboruta forza, quantunque di forma sproporzionata. L'altiero passo e portamento del Re degli Unni esprimeva la coscienza della sua superiorità sopra il resto dell'uman genere; ed era solito di girar fieramente gli occhi, come se avesse desiderato di godere del terrore che inspirava. Pure questo selvaggio Eroe non era inaccessibile alla pietà: i supplichevoli suoi nemici potevano confidare nella sicurezza della pace o del perdono; ed Attila fu risguardato da' suoi sudditi come un giusto ed indulgente Signore. Si dilettava della guerra; ma dopo che fu salito sul trono in un'età matura, terminò col senno più che con la mano la conquista del Settentrione; e la fama di avventuroso soldato fu vantaggiosamente cambiata in quella di prudente e felice Generale. Gli effetti del valor personale sono di così poco momento, fuorchè nella poesia o ne' romanzi, che anche fra' Barbari la vittoria dee dipendere dal grado d'abilità, con cui si combinano e si guidano le passioni della moltitudine pel servizio d'un sol uomo. I conquistatori Sciti, Attila e Gengis, superavano i rozzi lor nazionali nell'arte piuttosto che nel coraggio, e si può notare che le monarchie tanto degli Unni che de' Mogolli furono inalzate da' lor fondatori sulla base della popolare superstizione. Il miracoloso concepimento, che la credulità e la frode attribuirono alla vergine madre di Gengis, l'elevò sopra il livello della natura umana; e il nudo profeta, che in nome della Divinità l'investì dell'Impero della terra, infiammò il valore de' Mogolli con un irresistibil entusiasmo[652]. Gli artifizi religiosi d'Attila non furono meno abilmente adattati al carattere del suo secolo e del suo paese. Era ben naturale, che gli Sciti adorassero con particolar devozione il Dio della guerra; ma siccome essi erano incapaci di formare o un'idea astratta, o un'immagine corporea, veneravano la lor tutelare Divinità sotto il simbolo d'una scimitarra di ferro[653]. Uno de' pastori degli Unni vide che una vitella, che pascolava, si era ferita in un piede, e per curiosità seguitò la traccia del sangue, finattantochè fra l'erba trovò la punta d'un'antica spada, ch'ei trasse dalla terra, e la presentò ad Attila. Quel magnanimo, o piuttosto artificioso Principe accettò con pia gratitudine questo celeste favore; e come il legittimo possedere della -spada di Marte- sostenne il suo divino ed invincibil diritto al dominio della terra[654]. Se in questa solenne occasione si praticarono i riti della Scizia, s'alzò in una spaziosa pianura un grand'altare, o piuttosto una catasta di legna, trecento braccia lunga ed altrettanto larga; e fu collocata la spada di Marte sulla cima di questo rustico altare, ch'era ogni anno consacrato dal sangue di pecore, di cavalli e della centesima parte degli schiavi[655]. O sia che i sacrifizi umani facessero una parte del culto d'Attila, o ch'ei si rendesse propizio il Dio della guerra con le vittime, che continuamente offeriva nel campo di battaglia, il favorito di Marte acquistò ben tosto un carattere sacro, che rendè le sue conquiste più facili e più durevoli; ed i Principi Barbari confessavano, nel linguaggio della devozione o dell'adulazione, che non potevano ardire di mirare con occhio fisso la divina maestà del Re degli Unni[656]. Bleda suo fratello, che regnava sopra una parte considerabile della nazione, fu costretto a cedergli lo scettro e la vita. Pure anche quest'atto crudele fu attribuito ad un soprannaturale impulso; ed il vigore, con cui Attila maneggiava la spada di Marte, convinse il Mondo, ch'essa era stata riservata solo per l'invincibil suo braccio[657]. Ma l'estensione del suo Impero somministra l'unica prova, che ci resti, del numero e dell'importanza delle sue vittorie; ed il Monarca Scita, per quanto ignorante si fosse del valor della scienza e della filosofia, potrebbe forse dolersi che gl'imperiti suoi sudditi fossero privi dell'arte, che avrebbe potuto perpetuar la memoria delle sue imprese. Se si fosse tirata una linea di separazione fra gli inciviliti e selvaggi climi del globo, fra gli abitanti della città, che coltivavan la terra, ed i cacciatori e pastori, che abitavano nelle tende, Attila avrebbe potuto aspirare al titolo di supremo ed unico Monarca de' Barbari[658]. Egli solo, fra' conquistatori de' tempi antichi e moderni, riunì i due vasti regni della Germania e della Scizia; e queste incerte denominazioni, applicate al suo regno, possono intendersi in un ampio senso. La Turingia, che s'estendeva oltre i presenti suoi limiti fino al Danubio, era nel numero delle sue Province; ei s'interpose, coll'autorità di potente vicino, ne' domestici affari de' Franchi; ed uno de' suoi luogotenenti gastigò, e quasi esterminò i Borgognoni del Reno. Soggiogò le isole dell'Oceano, i regni della Scandinavia, circondati e divisi dalle acque del Baltico; e gli Unni poterono trarre un tributo di pelli da quella settentrionale ragione, che il rigore del clima, ed il coraggio degli abitanti ha difeso da tutti gli altri conquistatori. Verso l'Oriente è difficile di circoscrivere il dominio d'Attila sopra i deserti Scitici; pure possiamo assicurarci, che regnò sulle rive del Volga; che il Re degli Unni era temuto non solo come un guerriero, ma come un mago[659]; che insultò e vinse il Kan dei formidabili Geugensi; e che mandò Ambasciatori per trattare un'uguale alleanza coll'Impero della China. Nella superba rivista delle nazioni, che riconobbero la sovranità d'Attila, e che nel tempo della sua vita non ebbero neppure il pensiero di ribellarsi, i Gepidi e gli Ostrogoti si distinsero pel numero, per la bravura e pel merito personale de' loro Capi. Il celebre Ardarico, Re de' Gepidi, era il fedele e sagace consigliere del Monarca, che stimava l'intrepido suo genio, mentre amava le dolci e discrete virtù del nobile Valamiro, Re degli Ostrogoti. Una folla di Re volgari, condottieri di altrettante guerriere tribù, che militavano sotto lo stendardo d'Attila, era disposta ne' gradi inferiori di guardie e domestici intorno alla persona del loro Signore. Essi attendevano i suoi cenni; tremavano al suo sguardo; ed al primo segno della sua volontà eseguivano, senza parlare o esitare, i suoi vigorosi ed assoluti comandi. In tempo di pace, i Principi dipendenti, con le nazionali lor truppe, seguivano il campo Reale in regolare ordinanza; ma quando Attila univa le militari sue forze, poteva mettere in campo un'armata di cinquecento, o secondo un altro computo, di settecentomila Barbari[660]. [A. 430-440] Gli Ambasciatori degli Unni potevano risvegliar l'attenzione di Teodosio, rammentandogli, ch'essi erano suoi vicini tanto in Europa, che in Asia; poichè toccavano il Danubio da una parte, e giungevan dall'altra fino al Tanai. Al tempo d'Arcadio suo padre, una truppa di venturieri Unni avea devastato le Province dell'Oriente, dalle quali essi avevan portato via ricche spoglie ed innumerabili schiavi[661]. S'avanzarono, per un segreto sentiero, lungo i lidi del mar Caspio; traversarono le nevose montagne dell'Armenia; passarono il Tigri, l'Eufrate e l'Alis; reclutarono la stanca loro cavalleria con le generose razze de' cavalli della Cappadocia; occuparono il montuoso paese della Cilicia; e disturbarono i festosi canti e balli dei cittadini di Antiochia. L'Egitto tremò all'avvicinarsi di essi, e i monaci ed i pellegrini della Terra Santa si preparavano ad evitare il loro furore con prontamente imbarcarsi. La memoria di tale invasione era tuttavia fresca negli animi degli Orientali. I sudditi d'Attila potevano seguire con superiori forze il disegno, che questi venturieri avevano sì arditamente tentato; e presto divenne un soggetto di dubbiosa congettura, se la tempesta fosse per cadere sugli Stati Romani o della Persia. Si erano mandati alcuni grandi vassalli del Re degli Unni, ch'erano essi medesimi nel numero dei potenti Principi, a ratificare un'alleanza o società di armi coll'Imperatore, o piuttosto col Generale dell'Occidente. Nel tempo della loro residenza a Roma, essi riferirono le circostanze d'una spedizione, che avevano ultimamente fatta nell'Oriente. Dopo aver passato un deserto ed una palude, supposta dai Romani la Palude Meotide, penetrarono nelle montagne, ed arrivarono nel termine di quindici giorni di cammino a' confini della Media, dove s'avanzarono fino alle ignote città di Basic e di Cursic. Nelle pianure della Media incontrarono un'armata Persiana; e l'aria, secondo le loro espressioni, fu oscurata da un nuvolo di frecce. Ma gli Unni furon costretti a ritirarsi pel numero dei nemici. Eseguirono l'incomoda lor ritirata per una strada diversa; perdettero la maggior parte del loro bottino; e finalmente tornarono al campo Reale con qualche cognizione del paese e con una impaziente brama di vendetta. Nella libera conversazione degli Ambasciatori Imperiali, che esaminarono alla Corte d'Attila il carattere e i disegni del loro formidabil nemico, i Ministri di Costantinopoli espressero la speranza, in cui erano, che la sua forza si sarebbe impiegata e divisa in una lunga e dubbiosa contesa coi Principi della casa di Sassan. Ma gl'Italiani, più accorti, avvertirono gli Orientali loro fratelli della follia e del pericolo di tale speranza, e li convinsero, che i Medi ed i Persiani erano incapaci di resistere alle armi degli Unni, e che una facile ed importante conquista avrebbe accresciuto l'orgoglio non meno che il potere del vincitore. Attila invece di contentarsi di una moderata contribuzione e di un titolo militare, che l'uguagliava solo ai Generali di Teodosio, si sarebbe avanzato ad imporre un vergognoso ed intollerabile giogo sul collo degli abbattuti e schiavi Romani, che allora sarebbero stati circondati da ogni parte dall'Impero degli Unni[662]. [A. 441] Mentre le potenze dell'Europa e dell'Asia procuravano d'allontanare l'imminente pericolo, l'alleanza d'Attila mantenne i Vandali nel possesso dell'Affrica. Erasi concertata fra le Corti di Ravenna e di Costantinopoli un'impresa per la ricuperazione di quella valutabil Provincia; ed i porti della Sicilia erano già pieni delle forze militari e navali di Teodosio. Ma il sottil Genserico, ch'estendeva le sue negoziazioni a tutto il Mondo, prevenne i loro disegni, eccitando il Re degli Unni ad invader l'Impero Orientale; ed un accidente di poco momento divenne tosto il motivo o il pretesto d'una guerra distruttiva[663]. Sotto la fede del trattato di Margo si teneva un mercato libero dalla parte settentrionale del Danubio, ch'era difeso da una fortezza Romana chiamata Costanza. Una truppa di Barbari violò la sicurezza del commercio; uccise o disperse i mercanti, che niente sospettavano di questo; e gettò a terra la fortezza. Gli Unni giustificarono quest'oltraggio come un atto di rappresaglia; dissero, che il Vescovo di Margo era entrato nel loro territorio per iscoprire e rubare un tesoro nascosto de' loro Re; e vigorosamente richiedevano il colpevol Prelato, la sacrilega preda ed i sudditi fuggitivi, che s'eran sottratti alla giustizia d'Attila. Il rifiuto della Corte di Bizanzio fu il segnal della guerra; ed i Mesj a principio applaudirono la generosa fermezza del loro Sovrano. Ma furono tosto spaventati dalla distruzione di Viminiaco e delle vicine città; ed il Popolo fu persuaso ad abbracciare l'utile massima, che può giustamente sacrificarsi un cittadino privato, per quanto sia rispettabile ed innocente, alla salvezza della patria. Il Vescovo di Margo, che non aveva lo spirito d'un martire, risolvè di prevenire i disegni, che sospettava. Egli trattò arditamente co' Principi degli Unni, si assicurò per mezzo di solenni giuramenti del perdono e del premio; pose un numeroso distaccamento di Barbari in una segreta imboscata sulle rive del Danubio; ed all'ora stabilita aprì con le proprie mani le porte della sua città Episcopale. Questo vantaggio, che s'era ottenuto per tradimento, servì come di preludio a più onorevoli e decisive vittorie. La frontiera Illirica era coperta da una catena di castelli e di fortezze; e quantunque la maggior parte di esse non fossero che semplici torri con una piccola guarnigione, ordinariamente servivano a rispingere o impedire le scorrerie d'un nemico, che non sapeva l'arte d'un assedio regolare, e non ne tollerava la lunghezza. Ma questi piccoli ostacoli furono tolti ad un tratto di mezzo dall'inondazione degli Unni[664]. Essi distrussero col ferro e col fuoco le popolate città di Sirmio e di Singiduno, di Raziaria e di Marcianopoli, di Naisso e di Sardica, dove ogni circostanza, nella disciplina del Popolo e nella costruzion delle fabbriche, era stata appoco appoco adattata al solo oggetto della difesa. Tutta la larghezza dell'Europa, che s'estende più di cinquecento miglia dall'Eussino all'Adriatico, fu nell'istesso tempo invasa, occupata e desolata da migliaia di Barbari, che Attila condusse in campo. Il pericolo però e l'angustia pubblica non poterono muover Teodosio ad interrompere i suoi divertimenti e la sua devozione, o a comparire in persona alla testa delle legioni Romane. Ma furono in fretta richiamate dalla Sicilia le truppe, ch'erano state mandate contro Genserico; furono sprovviste le guarnigioni dalla parte della Persia; e fu raccolto in Europa un esercito, formidabile per le armi ed il numero, se i Generali avessero avuto la scienza del comando, ed i soldati osservato il dovere dell'ubbidienza. Furono vinte le armate dell'Impero Orientale in tre successive battaglie; e si può descrivere il progresso di Attila osservando i campi, ne' quali fu combattuto. I due primi conflitti, sulle rive dell'Uto e sotto le mura di Marcianopoli, si fecero nell'estese pianure fra il Danubio ed il monte Emo. Essendo incalzati i Romani da un vittorioso nemico, appoco appoco ed ignorantemente si ritirarono verso il Chersoneso della Tracia; e quell'angusta penisola, ultima estremità della terra, fu segnata dalla terza loro irreparabil disfatta. Mediante la distruzione di quest'esercito, Attila acquistò l'incontrastabil possesso del campo. Dall'Ellesponto fino alle Termopile ed ai sobborghi di Costantinopoli, saccheggiò senza resistenza e senza pietà le Province della Tracia e della Macedonia. Eraclea ed Adrianopoli poterono forse evitare questa terribile invasione degli Unni; ma si usano le parole più espressive di total estirpazione e rovina per indicar le calamità, ch'essi apportarono a settanta città dell'Impero Orientale[665]. Teodosio, la sua Corte e l'imbelle Popolo, furono difesi dalle mura di Costantinopoli; ma queste mura erano state scosse di fresco da un terremoto, e la caduta di cinquant'otto torri vi aveva aperto una grande e terribile breccia. Il danno in vero fu prontamente riparato; ma l'accidente aggravavasi da un superstizioso timore, che il Cielo stesso aveva abbandonato la città Imperiale ai pastori della Scizia, che non conoscevano le leggi, il linguaggio e la religion dei Romani[666]. In tutte le invasioni, che i pastori Sciti hanno fatto ne' civili Imperi del mezzogiorno, si mostrano essi uniformemente dominati da uno spirito selvaggio e distruttivo. Le leggi di guerra, che frenano l'esercizio della rapina e della strage delle nazioni, son fondate su due principj di sostanziale interesse; cioè sulla cognizione dei vantaggi durevoli, che si possono ottenere per mezzo d'un uso moderato della conquista, e sopra un giusto timore, che la desolazione, che si cagiona al paese nemico, possa esercitarsi a vicenda sul proprio. Ma tali considerazioni di speranza e di timore sono quasi ignote nello stato delle nazioni pastorali. Gli Unni d'Attila possono senza ingiustizia paragonarsi a' Mogolli ed ai Tartari, avanti che i primitivi loro costumi fosser cangiati dalla religione e dal lusso; e la prova dell'Istoria Orientale può spargere qualche lume su' brevi ed imperfetti annali di Roma. Dopo che i Mogolli ebbero soggiogate le Province settentrionali della China, fu seriamente proposto, non già nel tempo della vittoria e della passione, ma in un tranquillo Consiglio adunato per deliberare, d'esterminar tutti gli abitanti di quella popolata regione per potere convenire il terreno vacante in pascolo pei bestiami. La fermezza d'un Mandarino Chinese[667], che insinuò alcuni principj di ragionevol politica nella mente di Gengis, lo distolse dall'esecuzione di tale orribil disegno. Ma nelle città dell'Asia, che si presero da' Mogolli, fu esercitato l'inumano abuso de' diritti della guerra con una forma regolare di disciplina, che con ugual ragione, quantunque senza uguale autorità, può attribuirsi ai vittoriosi Unni. Agli abitanti, sottoposti alla lor discrezione, ordinavano di abbandonare le loro case, e d'adunarsi in qualche pianura vicina alla città, dove facevasi una divisione dei vinti in tre parti. La prima era formata da' soldati della guarnigione e da' giovani capaci di portar le armi; e subito se ne decideva il destino: o venivano essi arrolati fra' Mogolli, o erano messi a morte sul luogo medesimo dalle truppe, che con le lancie in resta e con gli archi tesi formavano un cerchio attorno la moltitudine degli schiavi. La seconda parte, composta di giovani e belle donne, di artefici d'ogni grado e professione, e dei più ricchi ed onorevoli cittadini, dai quali poteva sperarsi un privato riscatto, era distribuita in uguali o proporzionati lotti. Ai rimanenti, la vita o la morte de' quali era ugualmente inutile pei conquistatori, si permetteva di tornare alla città, che in quel tempo era stata spogliata d'ogni cosa che avesse valore; ed imponevasi a que' miserabili abitatori una tassa per la permissione di respirare la nativa loro aria. Tal era il contegno de' Mogolli, quando non volevan usare alcun rigore straordinario[668]. Ma il più casuale eccitamento, il più tenue motivo di capriccio o di convenienza, spesso li provocava ad involgere un intero Popolo in un promiscuo macello; e fu eseguita la rovina di più floride città con tale instancabil perseveranza, che, secondo la propria loro espressioni, i cavalli potevan correre senz'arrestarsi sul suolo dove esse una volta erano state. Le tre grandi Capitali del Khorasan, Maru, Neisabur ed Herat, furon distrutte dalle armi di Gengis; e l'esatto calcolo, che fu fatto degli uccisi montò a quattro milioni trecento quarantasettemila persone[669]. Timur, o Tamerlano fu educato in un secolo meno barbaro, e nella professione della religione Maomettana: pure se Attila uguagliò le ostili devastazioni di Tamerlano[670], tanto il Tartaro, quanto l'Unno potrebbero meritare ugualmente l'epiteto di -flagello di Dio-[671]. Si può asserire, con maggior sicurezza, che gli Unni spopolassero le Province dell'Impero pel numero de' sudditi Romani, che condussero in ischiavitù. Nelle mani d'un savio Legislatore tale industriosa colonia avrebbe potuto contribuire a spargere pei deserti della Scizia i semi delle arti utili e di lusso; ma questi schiavi, ch'erano stati presi in guerra, furono a caso dispersi fra le orde, che dipendevano dall'Impero d'Attila. La stima del respettivo loro valore formavasi dal semplice giudizio degl'incolti e spregiudicati Barbari. Non potevano forse conoscere il merito d'un Teologo, profondamente perito nelle controversie della Trinità e dell'Incarnazione; rispettavano però i Ministri d'ogni religione, e l'attivo zelo de' Missionari Cristiani, senz'accostarsi alla persona o al palazzo del Monarca, promuoveva con buon successo la propagazione dell'Evangelio[672]. Le tribù pastorali, che non sapevano la distinzione della proprietà delle terre, dovevano trascurar l'uso ugualmente che l'abuso della civile giurisprudenza; e l'abilità d'un eloquente Giuresconsulto non poteva che eccitarne il ' 1 . 2 ' : 3 , ' ; 4 , 5 ' . , 6 , 7 ' , ' ; 8 ' 9 ' ' , 10 ' ' , , 11 [ ] . 12 13 [ . ] 14 15 ' 16 , ' , 17 . ' 18 , - - , 19 , ' . 20 ' - - [ ] ' 21 , - - 22 ' ; 23 , , 24 . , 25 26 ' . [ ] , ; 27 , , 28 , ' 29 , 30 . ' , ' 31 ; 32 , ' 33 : 34 ' ; , 35 , , ' 36 . , , 37 , , 38 ; 39 , 40 ' , 41 [ ] . 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