Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 6 (of 13)
Author: Edward Gibbon
Translator: Davide Bertolotti
STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
TRADUZIONE DALL'INGLESE
VOLUME SESTO
MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXI
STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
CAPITOLO XXIX.
-Ultima divisione dell'Impero Romano tra i figli di Teodosio.
Regno d'Arcadio, e d'Onorio. Amministrazione di Ruffino e di
Stilicone. Ribellione e disfatta di Gildone in Affrica.-
[A. 395]
Con Teodosio spirò il genio di Roma, poichè fu esso l'ultimo dei
successori d'Augusto e di Costantino, che conducesse in campo gli
eserciti e vedesse la sua autorità riconosciuta per tutta l'estensione
dell'Impero. La memoria però delle sue virtù continuò tuttavia a
difendere la debole ed inesperta età dei suoi figli. Dopo la morte del
padre, Arcadio ed Onorio furono per unanime consenso del Mondo salutati
come Imperatori legittimi dell'Oriente e dell'Occidente; fu ardentemente
preso il giuramento di fedeltà da ogni ordine dello Stato, dai Senati
dell'antica e della nuova Roma, dal Clero, dai Magistrati, da' Soldati e
dal Popolo. Arcadio, che in quel tempo aveva l'età di circa diciotto
anni, era nato in Ispagna nell'umile abitazione di una privata famiglia.
Ma ricevè un'educazione principesca nel Palazzo di Costantinopoli; e
passò l'ignobil sua vita in quella pacifica e splendida sede della real
dignità, dalla quale pareva che regnasse sulle Province della Tracia,
dell'Asia Minore, della Siria e dell'Egitto, dal Basso Danubio sino ai
confini della Persia e dell'Etiopia. Onorio, fratello minore di lui,
assunse, all'età d'undici anni, solo di nome il governo dell'Italia,
dell'Affrica, della Gallia, della Spagna e della Britannia; e le truppe,
che guardavano le frontiere del suo regno, s'opponevano ai Caledonj da
una parte, ed ai Mori dall'altra. La grande e marzial Prefettura
dell'Illirico restò divisa fra' due Principi: la difesa ed il possesso
delle Province del Norico, della Pannonia e della Dalmazia sempre
appartennero all'Impero Occidentale; ma le due vaste Diocesi della Dacia
e della Macedonia, che Graziano aveva affidate al valor di Teodosio,
furono per sempre unite all'Impero d'Oriente. I loro confini in Europa
non eran molto diversi da quelli che ora separano i Germani dai Turchi,
ed in quest'ultima e permanente divisione del Romano Impero furono ben
bilanciati e compensati i rispettivi vantaggi del territorio, delle
ricchezze, della popolazione e della forza militare. Parve che Io
scettro ereditario dei figli di Teodosio fosse un dono della natura, e
del padre loro; i Generali ed i Ministri erano assuefatti ad adorar la
maestà dei reali fanciulli; e l'esercito ed il popolo non erano
avvertiti dei loro diritti e del lor potere dal pericoloso esempio di
una recente elezione. La scoperta, che appoco appoco si fece della
debolezza d'Arcadio o d'Onorio, e le replicate calamità del lor Regno
non furon bastanti a cancellare le profonde ed antiche impressioni della
fedeltà. I sudditi Romani, che sempre venerarono le persone, o piuttosto
i nomi dei loro Principi, riguardarono con uguale abborrimento i
ribelli, che si opposero all'autorità del Trono, ed i ministri che ne
abusarono.
[A. 386-395]
Teodosio aveva oscurato la gloria del suo Regno coll'elevazion di
Ruffino, odioso favorito, che in un secolo di civile e religiosa fazione
ha meritato da tutte le parti l'imputazione d'ogni delitto. Il forte
impulso dell'ambizione e dell'avarizia[1] aveva tratto Ruffino ad
abbandonare il suo paese natìo, oscuro angolo della Gallia[2], per
avanzare la sua fortuna nella Capital dell'Oriente: il talento di
un'ardita e facile elocuzione[3] l'abilitò a riuscire nella lucrosa
profession della legge; ed il buon successo, ch'egli ebbe in tal
professione, lo fece regolarmente passare agl'impieghi più onorevoli ed
importanti dello Stato. Fu egli a grado a grado innalzato fino al posto
di Maestro degli Uffizi. Nell'esercizio delle sue varie funzioni, tanto
essenzialmente connesse con tutto il sistema del governo civile,
acquistò la confidenza di un Monarca, che presto conobbe la sua
diligenza e capacità negli affari, e che rimase lungo tempo
nell'ignoranza dell'orgoglio, della malizia e dell'avidità, a cui esso
era disposto. Si nascondevano questi vizi sotto la maschera di una
grandissima dissimulazione[4]; le passioni di lui non servivano che a
quelle del suo Signore: pure nell'orrida strage di Tessalonica il crudel
Ruffino infiammò il furore, senz'imitare il pentimento di Teodosio. Il
Ministro, che rimirava con altiera indifferenza il resto dell'uman
genere, non perdonò mai neppure l'apparenza di un'ingiuria; ed i suoi
personali nemici avevan perduto secondo lui il merito di tutti i servigi
pubblici. Promoto, Generale dell'infanteria, avea salvato l'Impero
dall'invasione degli Ostrogoti; ma di mal animo soffriva la superiorità
di un rivale, di cui sprezzava la professione e il carattere; e
l'impaziente soldato in mezzo ad una pubblica assemblea fu provocato a
punir con un colpo l'indecente orgoglio del favorito. Si rappresentò
all'Imperatore quest'atto di violenza come un insulto, che alla sua
dignità toccava di castigare. Si seppe la disgrazia e l'esilio di
Promoto per mezzo di un ordine perentorio di portarsi senza dilazione ad
un quartier militare sulle rive del Danubio; e la morte di quel Generale
(quantunque restasse ucciso in una scaramuccia coi Barbari) fu imputata
alle perfide arti di Ruffino[5]. Il sacrifizio di un Eroe soddisfece la
sua vendetta; gli onori del Consolato elevaron la sua vanità; ma la sua
potenza era sempre imperfetta e precaria; finattantochè gli importanti
posti di Prefetto dell'Oriente e di Prefetto di Costantinopoli furon
occupati da Taziano[6] a da Procolo suo figlio; l'autorità unita dei
quali bilanciò per qualche tempo l'ambizione e il favore del Maestro
degli Uffizi. I due Prefetti furono accusati di rapina e di corruzione
nell'amministrazione della giustizia e delle finanze. L'Imperatore
costituì una speciale deputazione per fare il processo di quest'illustri
delinquenti; furono eletti vari giudici ad aver parte nel delitto e nel
rimorso dell'ingiustizia, ma il diritto di pronunziar la sentenza fu
riservato al solo Presidente, e questi fu Ruffino medesimo. Il padre,
spogliato della Prefettura dell'Oriente, fu cacciato in una prigione; ma
il figlio, sapendo che pochi sono i ministri che si possano trovare
innocenti, allorchè un nemico è loro giudice, era segretamente fuggito;
e Ruffino avrebbe dovuto contentarsi della vittima meno colpevole, se il
dispotismo non si fosse piegato ad usare il più basso e vile artifizio.
Il processo fu fatto con tale apparenza d'equità e di moderazione, che
lusingò Taziano della speranza di un favorevole evento; la sua fiducia
s'accrebbe per le solenni assicurazioni ed i perfidi giuramenti del
Presidente, che ardì mescolarvi il sacro nome di Teodosio medesimo, e
l'infelice padre s'indusse finalmente a richiamare con una privata
lettera il fuggitivo Procolo. Questi fu immediatamente arrestato,
sottoposto all'esame, condannato e decapitato in uno dei sobborghi di
Costantinopoli con una precipitazione che sconcertò la clemenza
dell'Imperatore. Senza rispettar le disgrazie di un Senator Consolare, i
crudeli giudici di Taziano lo costrinsero a rimirare l'esecuzione del
suo figlio: era già stata posta al collo di lui stesso la corda fatale:
ma nel momento, in cui aspettava, e forse desiderava il sollievo di una
pronta morte, gli fu permesso di passare il misero avanzo di sua
vecchiezza nella povertà e nell'esilio[7]. La pena dei due Prefetti si
poteva per avventura scusare con le parti riprensibili di lor condotta;
poteva palliarsi l'inimicizia di Ruffino con la gelosa ed insociabil
natura dell'ambizione. Ma egli si lasciò trasportare da uno spirito di
vendetta ugualmente contrario alla prudenza, che alla giustizia, quando
tolse al natìo loro paese di Licia il grado di provincia Romana; notò un
innocente popolo di una marca d'ignominia; e dichiarò che i concittadini
di Taziano e di Procolo dovessero per sempre restare incapaci di godere
alcun impiego d'onore o vantaggio sotto il governo Imperiale[8]. I più
rei fatti però non impedivano al nuovo Prefetto dell'Oriente (poichè
Ruffino immediatamente successe agli onori vacanti del suo avversario)
di eseguire quei religiosi doveri, che in quel tempo si risguardavano
come più essenziali per la salute. Aveva fabbricato nel sobborgo di
Calcedonia, chiamato la Quercia, una magnifica villa, alla quale aveva
devotamente aggiunto una splendida Chiesa consacrata agli Apostoli S.
Pietro e S. Paolo, e continuamente santificata dalle preghiere e dalla
penitenza di una regolare società di Monaci. Si convocò un numeroso e
quasi general concilio dei Vescovi dell'Impero Orientale per celebrare
nel medesimo tempo la dedicazion della Chiesa ed il Battesimo del
Fondatore. Si fece questa doppia ceremonia con pompa straordinaria; e
quando Ruffino fu purgato nel sacro fonte da tutte le colpe, che aveva
fin allora commesse, un venerabil eremita dell'Egitto imprudentemente si
presentò per mallevadore di un altiero ed ambizioso politico[9].
[A. 395]
Il carattere di Teodosio obbligò il suo Ministro all'ipocrisia, che
mascherò, ed alle volte impedì l'abuso del potere; e Ruffino temeva di
sturbare l'indolente sonnolenza di un Principe tuttavia capace di far
uso dell'abilità e della virtù, che innalzato l'avevano al trono[10]. Ma
l'assenza, e poco dopo, la morte dell'Imperatore confermò l'assoluta
autorità di Ruffino sulla persona e gli stati d'Arcadio, giovane debole,
che l'orgoglioso Prefetto considerava come suo pupillo, piuttosto che
suo Sovrano. Non curando la pubblica fama, soddisfaceva egli le proprie
passioni senza rimorso e senza resistenza; ed il maligno e rapace suo
spirito rigettava qualunque passione che avesse potuto contribuire alla
propria gloria, o alla pubblica felicità. L'avarizia di lui,[11] che
sembra esser prevalsa nella corrotta sua mente sopra ogni altro
sentimento, tirò a sè la ricchezza dell'Oriente per mezzo dei varj
artifizj di una particolar e general estorsione, come di tasse
oppressive, di scandalose corruzioni, di smoderate pene pecuniarie,
d'ingiuste confiscazioni, di testamenti forzati o fittizi, coi quali il
Tiranno spogliava i figli degli stranieri o dei suoi nemici della lor
legittima eredità; e per mezzo della pubblica vendita della giustizia e
del favore; infame traffico ch'ei stabilì nel palazzo di Costantinopoli.
L'ambizioso candidato a spese della miglior parte del suo patrimonio
ardentemente sollecitava gli onori ed i vantaggi di qualche provinciale
governo; s'abbandonavano al più liberal compratore le vite ed i beni
dell'infelice popolo; e la pubblica scontentezza alle volte veniva
quietata dal sacrificio d'un delinquente non popolare, di cui la pena
era sol vantaggiosa al Prefetto dell'Oriente, complice e giudice di esso
ad un tempo. Se l'avarizia non fosse la più cieca fra le umane passioni,
i motivi di Ruffino potrebbero eccitar la nostra curiosità; e saremmo
tentati a cercare per qual fine violasse ogni principio d'umanità e di
giustizia onde accumular quegl'immensi tesori, che egli non poteva
spendere senza follia, nè possedere senza pericolo. Forse vanamente
s'immaginava d'affaticarsi per l'utilità d'una sua figlia unica, alla
quale aveva intenzione di dare in isposo il suo real pupillo, e
l'augusto grado d'Imperatrice dell'Oriente. S'ingannò forse
coll'opinione, che l'avarizia fosse l'istrumento della sua ambizione.
Aspirava egli a stabilire la sua fortuna sopra una base indipendente e
sicura, che non fosse più sottoposta al capriccio del giovane
Imperatore; pure trascurò di conciliarsi la benevolenza de' soldati e
del popolo mediante una generosa distribuzione di quelle ricchezze, che
aveva acquistate con tanta fatica e con tante colpe. L'estrema
parsimonia di Ruffino non gli lasciò che il rimprovero e l'invidia d'una
male acquistata dovizia; i suoi domestici lo servivano senz'affezione; e
l'odio universale dell'uman genere non era frenato che dall'influenza
d'un timore servile. Il destino di Luciano mostrò all'Oriente, che il
Prefetto, l'industria del quale era molto diminuita nella spedizione
degli ordinari negozj, era instancabile ed attivo nel procurar la
vendetta. Luciano, figlio del Prefetto Florenzio, oppressor della Gallia
e nemico di Giuliano, aveva impiegato una parte considerabile del suo
patrimonio, frutto della rapina e della corruzione, a comprar l'amicizia
di Ruffino e l'alto uffizio di Conte dell'Oriente. Ma il nuovo
Magistrato imprudentemente abbandonò le massime della Corte e di quel
tempo, disonorò il suo benefattore col contrasto d'una virtuosa e
moderata amministrazione, e pretese di ricusar di fare un atto
d'ingiustizia, che avrebbe potuto tendere al vantaggio dello zio
dell'Imperatore. Arcadio facilmente fu persuaso a punire il supposto
insulto; ed il Prefetto dell'Oriente risolvè di eseguire in persona la
crudel vendetta, che meditava contro quell'ingrato ministro del suo
potere. Fece con gran fretta il viaggio di sette o ottocento miglia da
Costantinopoli ad Antiochia, entrò in tempo di notte nella capital della
Siria, e sparse una costernazione universale nel popolo, che non sapeva
il disegno di lui, ma ne conosceva l'indole. Il Conte delle quindici
Province dell'Oriente fu tratto, come il più vil malfattore, avanti
all'arbitrario tribunal di Ruffino. Non ostante la più chiara evidenza
della sua integrità, che non fu alterata neppur dalla voce d'un
accusatore, Luciano fu condannato, quasi senza processo, a soffrire una
crudele ed ignominiosa pena. I Ministri del tiranno, per ordine ed in
presenza di esso, lo batteron sul collo con strisce di cuoio armate di
piombo; e quando per la violenza del tormento incominciava a mancare, fu
chiuso in una lettiga, ed allontanato per nascondere le sue agonie di
morte agli occhi della sdegnata città. Appena ebbe Ruffino eseguito
quest'atto inumano, che era l'unico oggetto della sua spedizione, tornò
fra le segrete e profonde maledizioni d'un tremante popolo da Antiochia
a Costantinopoli; e fu accelerata la sua diligenza dalla speranza di
celebrar senza dilazione le nozze della sua figlia coll'Imperator
dell'Oriente[12].
Ma Ruffino sperimentò ben presto, che un prudente Ministro dovrebbe
assicurarsi costantemente del reale suo schiavo per mezzo della forte,
quantunque invisibile, catena dell'abitudine; e che il merito, e molto
più facilmente il favore dell'assente si cancella in breve tempo dalla
mente d'un capriccioso e debol Sovrano. Mentre il Prefetto soddisfaceva
in Antiochia la sua vendetta, una segreta cospirazione degli eunuchi
favoriti, diretta da Eutropio gran Ciamberlano, rovinava i fondamenti
del suo potere nel palazzo di Costantinopoli. Scuoprirono essi, che
Arcadio non era inclinato ad amare la figlia di Ruffino, che senza suo
consenso gli si era destinata per moglie, e pensarono di sostituire in
luogo di lei la bella Eudossia, figlia di Bautone[13], Generale de'
Franchi al servizio di Roma, la quale, dopo la morte del padre, era
stata educata nella famiglia de' figli di Promoto. Il giovane
Imperatore, di cui si era diligentemente guardata la castità dalla pia
cura d'Arsenio suo tutore[14], prestò ardentemente orecchio alle
artificiose e lusinghiere descrizioni delle grazie d'Eudossia; ne vide
con impaziente ardore il ritratto; e conobbe la necessità di nascondere
i suoi amorosi disegni ad un Ministro, che era sì altamente interessato
ad opporsi all'esecuzione della sua felicità. Poco dopo il ritorno di
Ruffino, fu annunciata la prossima cerimonia delle nozze reali al popolo
di Costantinopoli che preparavasi a celebrare con false e finte
acclamazioni la fortuna della figlia di esso. Uscì dalle porte del
palazzo nella matrimonial pompa uno splendido corteggio di eunuchi e di
uffiziali, che portavano alto il diadema, le vesti, ed i preziosi
ornamenti della futura Imperatrice. Passò la solenne processione per le
contrade della città, che erano adornate di ghirlande, e piene di
spettatori; ma quando giunse alla casa dei figli di Promoto, il
principal eunuco v'entrò rispettosamente, vestì la bella Eudossia degli
abiti Imperiali, e la condusse in trionfo al palazzo e al letto
d'Arcadio[15]. La segretezza e la felicità, con cui era stata condotta
questa cospirazione contro Ruffino, impresse un indelebile nota di
ridicolo sopra il carattere d'un ministro, che s'era lasciato ingannare
in un posto, in cui le arti dell'inganno e della dissimulazione formano
il merito più segnalato. Ei risguardò, con isdegno e con timore, la
vittoria d'un ambizioso Eunuco, il quale s'era segretamente conciliato
il favore del suo Sovrano; e la disgrazia della propria figlia,
l'interesse della quale era inseparabilmente connesso col proprio, ferì
la tenerezza o almeno la vanità di Ruffino. Nel momento, in cui si
lusingava di divenire il padre d'una serie di Re, una fanciulla
straniera, che era stata educata in casa degl'implacabili suoi nemici,
fu introdotta nel talamo Imperiale; ed Eudossia dimostrò ben tosto una
superiorità di senso e di spirito, che accrebbe l'ascendente, cui la sua
bellezza dovè acquistare sull'animo d'un appassionato e giovane marito.
L'Imperatore in breve fu indotto ad odiare, a temere, e a distruggere il
potente suddito, che aveva ingiuriato; e la coscienza del delitto privò
Ruffino d'ogni speranza di salute o di conforto nel ritiro d'una vita
privata. Ma egli aveva sempre in mano mezzi più efficaci di difendere la
propria dignità, e forse d'opprimere i suoi nemici. Il Prefetto
esercitava tuttora un'autorità senza contrasto sul governo civile e
militare dell'Oriente; ed impiegar potea i suoi tesori (se si fosse
potuto risolvere a farne uso) a procacciar gl'istrumenti più propri per
eseguire i più neri disegni, che l'orgoglio, l'ambizione e la vendetta
suggerir potessero a un disperato Ministro. Sembra, che il carattere di
Ruffino giustifichi le accuse, ch'ei cospirasse contro la persona del
suo Sovrano per occupare il trono vacante, e che avesse invitato
secretamente gli Unni ed i Goti ad invadere la Province dell'Impero, e
ad accrescere la pubblica confusione. L'astuto Prefetto, che consumato
avea la sua vita negl'intrighi del Palazzo, con armi uguali affrontò le
artificiose misure dell'Eunuco Eutropio; ma fu sorpreso il timido
spirito di Ruffino dall'ostile approssimazione d'un rivale più
formidabile, del grande Stilicone, generale o piuttosto padrone
dell'Impero dell'Occidente[16].
[A. 385-408]
Il celeste dono goduto da Achille, e da Alessandro invidiato, d'un poeta
degno di celebrare le azioni degli Eroi, si ebbe da Stilicone in un
grado molto maggiore di quello, che si sarebbe potuto aspettare dallo
stato decadente del genio e dell'arte. La musa di Claudiano[17],
consacrata al suo servizio, era sempre pronta a notare gli avversari di
lui, Ruffino o Eutropio, d'eterna infamia, od a rappresentar con i
colori più splendidi le vittorie e le virtù d'un potente benefattore.
Nelle ricerche intorno ad un periodo di tempo sufficientemente sfornito
di autentici materiali, noi non possiamo a meno di non illustrare gli
annali di Onorio con le invettive o co' panegirici d'uno scrittore
contemporaneo; ma siccome par che Claudiano siasi servito del più ampio
privilegio di poeta e di cortigiano, bisognerà usar della critica per
convenire il linguaggio della finzione o dell'esagerazione nella verità
e semplicità d'un'istorica prosa. Il silenzio di esso intorno alla
famiglia di Stilicone può ammettersi come una prova, che il suo Signore
non era capace, nè bramoso di vantare una lunga serie d'illustri
antenati; e la passeggiera menzione, che fa di suo padre, uffiziale di
cavalleria barbara al servizio di Valente, sembra sostener l'asserzione,
che quel Generale, il quale per tanto tempo comandò gli eserciti di
Roma, era disceso dalla selvaggia e perfida stirpe de' Vandali[18]. Se
Stilicone non avesse goduto gli esterni vantaggi della forza e della
statura, il più adulante poeta non si sarebbe arrischiato d'asserire
alla presenza di tante migliaia di spettatori, ch'ei sorpassava la
misura de' Semidei dell'Antichità, e che dovunque andava con maestosi
passi per le strade della Capitale, l'attonita moltitudine faceva luogo
allo straniero, che in una condizione privata spiegava la reverenda
maestà d'un Eroe. Fin dalla prima sua gioventù si diede alla professione
delle armi; la sua prudenza e valore si fece tosto distinguere in campo;
i cavalieri e gli arcieri orientali ne ammirarono la superiore
destrezza; ed in ogni promozione, che si fece di lui ai gradi militari,
sempre il pubblico giudizio prevenne ed approvò la scelta del Sovrano.
Fu nominato da Teodosio per andare a ratificare un solenne trattato col
Monarca della Persia; sostenne in quella importante ambasceria la
dignità del nome Romano; e dopo il suo ritorno a Costantinopoli, fu
premiato il suo merito, mediante un'intima ed onorevole parentela con la
famiglia Imperiale. Teodosio, per un pio motivo d'affezione fraterna,
s'era mosso ad adottare la figlia d'Onorio, fratello suo; la bellezza ed
i pregi di Serena[19] eran generalmente ammirati dalla Corte ossequiosa;
e Stilicone ottenne la preferenza sopra una folla di rivali, che
ambiziosamente si disputavano la mano della Principessa, ed il favore
del padre adottivo della medesima[20].La sicurezza, che il marito di
Serena sarebbe fedele al Trono, al quale avea avuto l'onore
d'avvicinarsi, impegnò l'Imperatore ad accrescere i beni, e ad impiegare
l'abilità del sagace ed intrepido Stilicone. Ei s'avanzò pei successivi
gradi di Maestro di cavalleria e di Conte de' domestici, fino al supremo
posto di Generale di tutta la cavalleria ed infanteria del Romano, o
almeno dell'Occidentale Impero[21]; ed i suoi nemici medesimi
confessavano, che egli sempre sdegnò di accordare all'oro i premj dovuti
al merito, o di defraudare i soldati della paga e delle gratificazioni,
che meritavano o esigevano dalla liberalità dello Stato[22]. Il valore e
la condotta, che in seguito ei dimostrò nella difesa dell'Italia contro
le armi d'Alarico e di Radagasio, posson giustificare la fama delle sue
prime azioni, ed in un secolo, in cui si faceva meno attenzione alle
leggi d'onore o d'orgoglio, i Generali Romani potevano far cedere la
preeminenza del grado all'ascendente d'un genio superiore[23]. Compianse
e vendicò l'uccisione di Promoto, suo rivale ed amico; ed il macello di
molte migliaia di fuggitivi Bastarni vien rappresentato dal poeta come
un sanguinoso sacrifizio, che il Romano Achille offerì all'ombra d'un
altro Patroclo. Le virtù e le vittorie di Stilicone meritarono l'odio di
Ruffino: ed avrebber potuto aver effetto gli artifizi della calunnia, se
la tenera e vigilante Serena non avesse protetto il marito contro i
domestici suoi nemici, mentr'egli vinceva nel campo i nemici
dell'Impero[24]. Teodosio continuò a soffrire un indegno ministro, alla
diligenza del quale commise il governo del palazzo e dell'Oriente; ma,
quando marciò contro il tiranno Eugenio, associò il fedele suo generale
alle fatiche ed alle glorie della guerra civile; e negli ultimi momenti
della sua vita il moribondo Monarca raccomandò a Stilicone la cura de'
suoi figli e della Repubblica[25]. L'ambizione e l'abilità di Stilicone
non erano inferiori a tale importante fiducia: ed egli pretese la tutela
dei due Imperj, durante la minorità d'Arcadio e d'Onorio[26]. Il primo
passo della sua amministrazione o piuttosto del suo regno dimostrò alle
nazioni l'attività ed il vigore d'uno spirito degno di comandare. Passò
le alpi nel colmo dell'inverno; scese lungo il corso del Reno, dalla
fortezza di Basilea fino alle paludi di Batavia; osservò lo stato delle
guarnigioni; represse le imprese de' Germani; e, dopo avere stabilito
lungo le coste una ferma ed onorevol pace, tornò con incredibil
prestezza al Palazzo di Milano[27]. La persona e la Corte d'Onorio eran
sottoposte al Generale dell'Occidente; e le armate e le Province
d'Europa obbedivano senza esitare ad una regolare autorità, che
s'esercitava in nome del giovane loro Sovrano. Non restavano che due
rivali a disputare i diritti, ed a provocar la vendetta di Stilicone.
Dentro i confini dell'Affrica Gildone il Mauritano manteneva un'altiera
e pericolosa indipendenza; ed il Ministro di Costantinopoli sosteneva
l'uguale suo regno sull'Imperatore e l'Impero dell'Oriente.
[A. 395]
L'imparzialità, che Stilicone affettava, come comune tutore de' reali
fratelli, lo mosse a regolare l'ugual divisione delle armi, delle gioie
e della magnifica guardaroba e suppellettile del defunto Imperatore[28].
Ma l'oggetto più importante dell'eredità consisteva nelle numerose
legioni, coorti e squadroni di Romani e di Barbari, che l'evento della
guerra civile avea riuniti sotto lo stendardo di Teodosio. Le diverse
truppe dell'Europa e dell'Asia, irritate fra loro da recenti animosità,
eran tenute in timore dall'autorità d'un solo uomo; e la rigorosa
disciplina di Stilicone difese le terre del cittadino dalla rapina del
licenzioso soldato[29]. Ansioso però ed impaziente di sollevar l'Italia
dalla presenza di questo formidabil esercito, che poteva solo esser
utile alle frontiere dell'Imperio, diede orecchio alla giusta richiesta,
del Ministro d'Arcadio; dichiarò la sua intenzione di ricondurre in
persona le truppe Orientali; e si servì destramente del rumore d'un
tumulto Gotico per coprire i suoi privati disegni d'ambizione e di
vendetta[30]. L'anima rea di Ruffino si pose in agitazione
all'avvicinarsi d'un guerriero e d'un rivale, di cui meritava
l'inimicizia; vide con gran terrore lo stretto spazio di vita e di
grandezza che gli restava; ed interpose l'autorità dell'Imperatore
Arcadio, come l'ultima speranza di salute. Stilicone, il quale pare che
dirigesse la sua marcia lungo la costa marittima dell'Adriatico, non era
molto distante dalla città di Tessalonica, quando ricevè un ordine
perentorio, che richiamava le truppe dell'Oriente, e dichiarava che un
ulteriore avvicinamento -di lui- si sarebbe risguardato dalla Corte di
Bisanzio come un atto di ostilità. La pronta ed inaspettata ubbidienza
del Generale dell'Occidente convinse il volgo della sua fedeltà e
moderazione, e siccome s'era già conciliato l'affetto delle truppe
Orientali, raccomandò al loro zelo l'esecuzione del suo sanguinoso
disegno, che eseguir si poteva nella sua assenza forse con minor
pericolo e rimprovero. Stilicone lasciò il comando della milizia
d'Oriente a Gaina, Goto, sulla fede del quale stabilmente si riposava,
con la sicurezza almeno, che l'audace Barbaro non avrebbe mai deviato
dal suo scopo per alcuna considerazione di timore o di rimorso. I
soldati furono facilmente indotti a punire il nemico di Stilicone e di
Roma; e tal era l'odio generale, che Ruffino erasi eccitato contro, che
fedelmente si conservò il segreto fatale, comunicato a migliaia di
persone nella lunga marcia che si fece da Tessalonica fino alle porte di
Costantinopoli. Tosto che risoluta fu la sua morte, si condiscese a
lusingarne l'orgoglio. L'ambizioso Prefetto s'indusse a credere, che
que' potenti ausiliarj avrebber potuto tentarsi a porgli il diadema sul
capo; ed i tesori, ch'egli distribuì con lenta e ripugnante mano,
s'accettarono dall'irata moltitudine come un insulto piuttosto che come
un dono. Le truppe si fermarono alla distanza d'un miglio dalla Capitale
nel campo di Marte, avanti al palazzo dell'Ebdomone; e l'Imperatore,
insieme col suo Ministro, secondo l'antico uso, avanzaronsi a salutar
rispettosamente la forza, che sostenevano il trono. Mentre Ruffino
passava lungo le file, e con affettata cortesia mascherava la sua innata
alterigia, le ali appoco appoco girarono da destra a sinistra, ed
inchiusero la condannata lor vittima dentro il cerchio delle loro armi.
Prima che potesse riflettere al pericolo della sua situazione, Gaina
diede il segnale di morte; un ardito soldato, avanzandosi, immerse la
spada nel seno del reo Prefetto, e Ruffino cadde, gemè, e spirò ai piedi
dell'atterrito Imperatore. Se le agonie d'un momento espiar potessero i
delitti di tutta la vita, o se gli oltraggi fatti ad un insensibil
cadavere potessero esitar oggetto di compassione, potrebbe forse la
nostra umanità esser commossa dalle orride circostanze, che
accompagnarono l'uccision di Ruffino. Il lacero corpo di lui fu
abbandonato al brutal furore della plebaglia d'ambedue i sessi, che
corse in folla da ogni quartiere della città ad incrudelir sugli avanzi
del superbo ministro, al sopracciglio del quale tanto poco tempo avanti
avevan tremato. Gli fu tagliata la mano destra e portata in giro per le
strade di Costantinopoli ad estorcere con crudel beffa delle
contribuzioni per l'avaro tiranno, il capo del quale s'espose
pubblicamente, innalzato sulla punta d'una lunga lancia[31]. Secondo le
selvagge massime delle Repubbliche Greche, l'innocente famiglia di lui
avrebbe dovuto partecipare della pena de' suoi delitti. La moglie e la
figlia di Ruffino dovettero la loro salvezza all'influenza della
religione. Il suo santuario le protesse dalla rabbiosa frenesia del
popolo; e fu permesso loro di passare il resto della vita in esercizj di
Cristiana devozione in un ritiro di Gerusalemme[32].
[A. 396]
Il servil Poeta di Stilicone applaudisce con feroce giubilo a questo
orrido fatto, che sebbene fosse giusto in se stesso, violò per altro
qualunque legge di natura e di società, profanò la maestà del Principe,
e rinnovò i pericolosi esempj della militare licenza. La contemplazione
dell'ordine e dell'armonia universale aveva convinto Claudiano
dell'esistenza di Dio; ma pareva, che la prospera impunità del vizio
contraddicesse a' suoi morali attributi, ed il fato di Ruffino fu
l'unico evento, che dissipar potesse i religiosi dubbj del Poeta[33].
Tal atto potea vendicar l'onore della Providenza, ma non contribuì molto
alla felicità del popolo. In meno di tre mesi fu questo informato delle
massime del nuovo governo per mezzo d'un singolare editto, che stabiliva
il diritto esclusivo del fisco sulle spoglie di Ruffino, ed imponeva
sotto gravi pene silenzio a' presuntuosi reclami de' sudditi dell'Impero
Orientale, che erano stati lesi dalla rapace sua tirannia[34]. Neppure
Stilicone potè ritrarre dalla morte del suo rivale quel frutto, che
s'ero proposto; e quantunque soddisfacesse la propria vendetta, ne
rimase però sconcertata l'ambizione. La debolezza d'Arcadio avea bisogno
d'un padrone sotto il nome di favorito; ma esso preferì le arti
ossequiose dell'Eunuco Eutropio, che aveva acquistato la domestica sua
confidenza; e l'Imperatore mirava con terrore ed avversione il forte
genio d'uno straniero soldato. Finattantochè divise furono dalla gelosia
del potere, la spada di Gaina e le grazie d'Eudossia sostennero il
favore del Gran Ciambellano del palazzo: il perfido Goto, che fu fatto
Generale dell'Oriente, senza scrupolo tradì l'interesse del suo
benefattore, e le medesime truppe, che sì recentemente avevano ucciso il
nemico di Stilicone, furono impegnato a sostenere contro di esso
l'indipendenza del trono di Costantinopoli. I favoriti d'Arcadio
fomentarono una segreta ed irreconciliabile guerra contro un formidabil
eroe, che aspirava a governare e a difendere i due imperj di Roma, e i
due figli di Teodosio. Essi continuamente si sforzavano, per mezzo di
oscure e perfide macchinazioni, di privarlo della stima del Principe,
del rispetto del popolo e dell'amicizia de' Barbari. Si tesero più volte
insidie alla vita di Stilicone per mezzo del ferro di mercenari
assassini, e si ottenne dal Senato di Costantinopoli un decreto, che lo
dichiarava nemico della Repubblica, e confiscava le vaste possessioni,
che aveva nelle Province Orientali. In un tempo, in cui l'unica speranza
di differir la rovina del nome Romano dipendeva dalla stabil unione e
dal reciproco aiuto di tutte le nazioni, alle quali appoco appoco era
stato quel nome comunicato, i sudditi d'Arcadio e d'Onorio venivano
indotti dai rispettivi loro Signori a risguardarsi l'un l'altro con
occhio di stranieri, ed ancor di nemici, a rallegrarsi delle lor
vicendevoli calamità, e ad abbracciare come fedeli alleati i Barbari,
ch'eccitavano ad invadere gli stati dei lor nazionali[35]. I nativi
dell'Italia affettavano di sprezzare i servili ed effemminati Greci di
Bizanzio, che pretendevano d'imitar l'abito, e d'usurpare la dignità di
Senatori Romani[36]; ed i Greci non avevano ancora deposto i sentimenti
di odio e di disprezzo, che i culti loro maggiori avevano sì lungamente
nudrito pei rozzi abitatori dell'Occidente. La distinzione di due
governi, che ben tosto produsse quella di due nazioni, giustificherà il
mio disegno di sospender la serie dell'istoria Bizantina per proseguire
senz'interrompimento il disgraziato, ma memorabile regno d'Onorio.
[A. 386-398]
Il prudente Stilicone, invece di persistere a forzare le inclinazioni di
un Principe e di un popolo, che rigettavano il suo governo, saviamente
abbandonò Arcadio agl'indegni suoi favoriti; e la ripugnanza, che egli
ebbe ad involgere in una guerra civile i due Imperj, fece conoscere la
moderazione di un ministro, che avea tante volte segnalato il suo
spirito e saper militare. Ma se Stilicone avesse più lungamente sofferto
la ribellione dell'Affrica, avrebbe tradito la sicurezza della Capitale,
ed abbandonato la maestà dell'Imperatore dell'Occidente alla capricciosa
insolenza di un Mauritano ribelle. Gildone[37], fratello del tiranno
Firmo, avea conservato ed ottenuto in premio dell'apparente sua fedeltà
l'immenso patrimonio, ch'era stato confiscato per causa di tradimento;
un lungo e meritevol servizio negli eserciti Romani l'aveva inalzato
alla dignità di Conte militare; la ristretta politica della Corte di
Teodosio aveva adottato il dannoso espediente di sostenere un governo
legittimo mediante l'interesse di una potente famiglia; ed il fratello
di Firmo fu investito del comando dell'Affrica. La sua ambizione tosto
usurpò l'amministrazion della giustizia e delle finanze, senza renderne
conto ad alcuno e senza contrasto; e conservò per dodici anni il
possesso di un ufizio, da cui era impossibile rimuoverlo senza il
rischio di una guerra civile. In quei dodici anni gemerono le province
Affricane sotto il dominio di un tiranno, che pareva unisse l'insensibil
natura di uno straniero ai parziali risentimenti di una domestica
fazione. Spesso trascuranvansi le formalità legali coll'uso del veleno,
e se i tremanti convitati alla tavola di Gildone ardivano d'esprimere i
loro timori, ad altro non serviva l'insolente sospetto, che ad eccitare
il suo furore, ed altamente chiamava i ministri di morte. Gildone
alternativamente soddisfaceva le passioni dell'avarizia e della
lascivia[38]; e se i suoi giorni eran terribili pei ricchi, le sue notti
non erano meno spaventose pei mariti e pei genitori. Si prostituivano le
più belle lor mogli e figliole agli abbracciamenti del tiranno; e quindi
venivano abbandonate ad una feroce truppa di barbari ed assassini, neri
o mulatti, nativi del deserto, che Gildone risguardava come i soli
custodi del suo trono. Nella guerra civile fra Teodosio ed Eugenio, il
Conte, o piuttosto il Sovrano dell'Affrica, osservò una superba e
sospetta neutralità; ricusò d'aiutare alcuna delle parti con truppe o
con navi, aspettò la dichiarazione della fortuna, e riservò pel
vincitore le vane proteste del suo omaggio. Tali proteste non sarebbero
servite a soddisfare il padrone del Mondo Romano, ma la morte di
Teodosio, e la debolezza e discordia de' suoi figli confermarono la
potenza del Mauritano, il quale, in prova di sua moderazione, si
contentò d'astenersi dall'uso del diadema, e di somministrare a Roma il
consueto tributo o piuttosto sussidio di grano. In ogni division
dell'Impero le cinque Province dell'Affrica erano sempre state assegnate
all'Occidente; e Gildone avea consentito di governare quell'esteso paese
in nome d'Onorio, ma la cognizione, che aveva del carattere e de'
disegni di Stilicone, presto l'impegnarono a prestare omaggio ad un più
distante e più debole Sovrano. I ministri d'Arcadio abbracciaron la
causa di un perfido ribelle; e la seducente speranza d'aggiungere
all'Impero Orientale le copiose città dell'Affrica, li tentò ad
arrogarsi un diritto, che non eran capaci di sostenere nè colla ragione,
nè colle armi[39].
[A. 397]
Dopo che Stilicone ebbe data una ferma e decisiva risposta alle
pretensioni della Corte Bizantina, solennemente accusò il tiranno
dell'Affrica avanti a quel tribunale, che aveva una volta giudicato i Re
e le nazioni della terra; e dopo un lungo intervallo si ravvisò
l'immagine della Repubblica sotto il regno d'Onorio. L'Imperatore
trasmise al Senato Romano un esatto ed ampio ragguaglio delle querele
dei provinciali, e dei delitti di Gildone; e si richiese a' membri di
quella venerabile assemblea che pronunziassero la condanna del ribelle.
L'unanime lor sentimento lo dichiarò nemico della Repubblica; ed il
decreto del Senato aggiunse una sacra e legittima sanzione alle armi
Romane[40]. Un popolo che sempre si rammentava, che i suoi antenati
erano stati padroni del Mondo, avrebbe con segreto orgoglio applaudito
alla rappresentazione dell'antica libertà, se non fosse stato da gran
tempo assuefatto a preferire la stabile sicurezza del pane alle
immaginarie visioni di libertà e di grandezza. La sussistenza di Roma
dipendeva dalle raccolte dell'Affrica; ed era evidente, che una
dichiarazione di guerra sarebbe stata il segnale della carestia. Il
Prefetto Simmaco, il quale presedeva alle deliberazioni del Senato,
avvertì il ministro del suo giusto timore, che appena il vendicativo
Moro avesse proibito l'esportazione del grano, si sarebbe minacciata la
tranquillità, e forse la salute della Capitale dall'affamato furore di
una turbolenta moltitudine[41]. La prudenza di Stilicone immaginò ed
eseguì senza dilazione il più efficace disegno per sostenere il popolo
Romano. Una grande ed opportuna copia di grano, raccolta nelle interne
province della Gallia, si fece calare pel rapido corso del Rodano, e per
mezzo di una facil navigazione fu trasportata dal Rodano al Tevere. In
tutto il tempo della guerra Affricana, i granai di Roma furon
continuamente pieni, la sua dignità restò libera da un'umiliante
dipendenza; e gli animi d'un immenso popolo erano quieti pel tranquillo
aspetto della pace e dell'abbondanza[42].
[A. 398]
La causa di Roma e la condotta della guerra dell'Affrica furono affidate
da Stilicone ad un Generale attivo e bramoso di vendicare le private sue
ingiurie sul capo del tiranno. Lo spirito di discordia, che prevalse
nella casa di Nabal, avea eccitato una mortal contesa fra' due suoi
figli Gildone e Mascezel[43]. L'usurpatore insidiava con implacabile
rabbia la vita del suo minor fratello, di cui temeva l'abilità ed il
coraggio; e Mascezel, oppresso dalla superior forza, si riparò alla
Corte di Milano, dove tosto ricevè la crudel notizia, che due suoi
innocenti e miseri figli erano stati trucidati dall'inumano loro zio.
L'afflizione del padre non fu sospesa, che dalla brama della vendetta.
Il vigilante Stilicone già preparavasi a raccogliere le forze militari e
marittime dell'Impero Occidentale; ed avea risoluto, qualora il tiranno
facesse un'eguale e dubbiosa guerra, di marciare contro di esso in
persona; ma siccome l'Italia esigeva la sua presenza, e poteva esser
pericoloso l'indebolir la difesa della frontiera, giudicò miglior
consiglio, che Mascezel s'assumesse questa difficile impresa alla testa
di uno scelto corpo di veterani Galli, che avevan ultimamente servito
sotto le bandiere d'Eugenio. Tali truppe, che furono esortate a
convincere il Mondo, ch'esse potevano rovesciare ugualmente, che
difendere il trono di un usurpatore, eran composte delle legioni
-Gioviane-, -Augustane ed Erculee-; degli Ausiliarj -Nerviani-, dei
soldati, che nei loro stendardi portavano il simbolo di un -Leone-, e
delle truppe, che si distinguevano coi ben augurati nomi di -Fortunata-
e d'-Invincibile-. Pure tal era la tenuità dei loro battaglioni, o la
difficoltà di reclutare, che questi sette corpi[44] di alta reputazione
e dignità nella milizia Romana, non montavano a più di cinquemila uomini
effettivi[45]. La flotta delle galere e delle barche da trasporto fece
vela in una tempestosa stagione dal porto di Pisa in Toscana, e diresse
il suo corso alla piccola isola di Capraia, che avea preso il nome dalle
capre salvatiche, che in origine l'abitavano, e delle quali occupavasi
allora il posto da nuova colonia di strana e selvaggia apparenza. «Tutta
l'isola (dice un ingegnoso viaggiator di quei tempi) è piena o piuttosto
contaminata da uomini, che fuggon la luce. Si danno il nome di Monaci o
di solitarj, perchè vogliono viver soli senz'alcun testimone delle loro
azioni. Temono i doni della fortuna pel timore di perderli; e per paura
d'esser miserabili, abbracciano una vita di volontaria miseria. Quanto è
assurda la loro scelta, quanto cieco il loro intelletto a temere i mali
senza esser capaci di godere i beni dell'umana condizione! O questa
malinconica frenesia è l'effetto di una malattia, oppure la coscienza
della reità spinge questi infelici ad esercitare contro i propri lor
corpi i tormenti, che si danno agli schiavi fuggitivi per mezzo della
giustizia[46]». Tal era il disprezzo di un Magistrato profano pei Monaci
della Capraja, che si venerarono dal pietoso Mascezel come gli eletti
servi di Dio[47]. Alcuni di loro s'indussero per le sue preghiere ad
imbarcarsi sopra la flotta; ed è stato osservato in onore del Generale
Romano, che impiegava i giorni e le notti in preghiere, in digiuni, e
nell'occuparsi a cantare i Salmi. Il devoto condottiere, che con tale
rinforzo pareva che confidasse della vittoria, evitò gli scogli
pericolosi della Corsica, costeggiò lungo la parte Orientale della
Sardegna, e difese le sue navi dalla violenza del vento meridionale,
gettando le ancore nel sicuro o capace porto di Cagliari alla distanza
di quaranta miglia da' lidi dell'Affrica[48].
[A. 398]
Gildone s'era preparato a far fronte all'invasione con tutte le forze
dell'Affrica. Con la liberalità dei doni e delle promesse procurò
d'assicurarsi la dubbiosa fedeltà de' soldati Romani, mentre attirava
alle sue bandiere le remote tribù della Getulia e dell'Etiopia. Mise in
ordine un'armata di sessantamila uomini, ed altamente vantavasi con
quella temeraria presunzione, che suol precorrere la disgrazia, che la
sua numerosa cavalleria calpestato avrebbe le truppe di Mascezel, ed
involto in un nuvolo di ardente sabbia i nativi delle fredde regioni
della Gallia e della Germania[49]. Ma il Mauritano, che comandava le
legioni d'Onorio, era troppo bene informato delle maniere de' suoi
nazionali per concepire alcun serio timore di un disordinato e nudo
esercito di Barbari, il braccio sinistro dei quali invece di scudo non
era difeso che da un mantello; che, appena scagliato aveano con la
destra il lor giavelotto, restavano totalmente disarmati; ed i cui
cavalli non erano mai stati ammaestrati a soffrir l'impaccio della
briglia, o ad obbedirne la guida. Egli fermò il suo campo di cinquemila
veterani in faccia ad un superiore nemico, e dopo la dilazione di tre
giorni diede il segno di una generale battaglia[50]. Avanzandosi
Mascezel sulla fronte con belle offerte di perdono e di pace, incontrò
uno dei primi che portava lo stendardo Affricano, e ricusando questo di
cedere, gli tagliò il braccio con la sua spada. Cadde a quel colpo
insieme col braccio l'insegna; e subito fu replicato da tutte le
bandiere della fila quel supposto atto di sommissione. A questo segno le
disaffezionate coorti proclamarono il nome del legittimo loro Sovrano; i
Barbari, sorpresi per la diserzione dei Romani loro alleati, si
dispersero, secondo il loro costume, in una tumultuaria fuga; e Mascezel
ottenne l'onore di una facile e quasi non sanguinosa vittoria[51]. Il
tiranno dal campo di battaglia fuggì al lido del mare; e si gettò in un
piccol vascello con la speranza di giugner sicuro a qualche amico porto
dell'Impero Orientale; ma l'ostinazione del vento lo rispinse nel porto
di Trabaca[52], che aveva riconosciuto insieme col resto della provincia
il dominio d'Onorio, e l'autorità del suo vicario. Gli abitanti, in
prova del pentimento e della fedeltà loro, arrestarono la persona di
Gildone, e lo posero in carcere; ma la propria disperazione lo liberò
dall'intollerabil tormento di soffrir la presenza di un ingiuriato e
vittorioso fratello[53]. Si portarono al piè dell'Imperatore i
prigionieri e le spoglie dell'Affrica: ma Stilicone, la moderazione del
quale appariva sempre più cospicua e più sincera in mezzo della
prosperità, tuttavia affettò di osservar le leggi della Repubblica: e
deferì al Senato ed al Popolo Romano il giudizio de' più illustri
delinquenti[54]. Fu pubblico e solenne il loro processo; ma i Giudici
nell'esercizio di quell'antiquata e precaria giurisdizione, erano
impazienti di punire i Magistrati Affricani, che avevano intercettato la
sussistenza del Popolo Romano. Quella ricca e colpevol Provincia fu
oppressa dai ministri Imperiali, che avevano un interesse visibile a
moltiplicare il numero dei complici di Gildone; e quantunque sembri, che
un editto d'Onorio freni la maliziosa industria degli accusatori, un
altro editto, alla distanza di dieci anni, continua e rinnova la
processura di que' danni, che furon fatti nel tempo della general
ribellione[55]. Gli aderenti del tiranno, che scamparono dal primo
impeto dei soldati e dei giudici, poteron trarre qualche consolazione
dal tragico fine del fratello di lui, che non potè mai ottenere il
perdono per gli straordinari servigi, che avea prestati. Dopo d'aver
terminato un'importante guerra nello spazio di un solo inverno, Mascezel
fu ricevuto alla Corte di Milano con grande applauso, con affettata
gratitudine e con segreta gelosia[56], e si è risguardata la sua morte,
che forse fu l'effetto del caso, come un delitto di Stilicone. Nell'atto
di passare un ponte, il Principe Mauritano, ch'era in compagnia del
Generale dell'Occidente, fu ad un tratto gettato dal suo cavallo nel
fiume; restò impedita l'officiosa premura dei famigliari da un crudele e
perfido sorriso, che videro in volto a Stilicone; e mentr'essi
differivano il necessario soccorso, l'infelice Mascezel rimase
annegato[57].
[A. 398]
La gioja del trionfo Affricano felicemente s'unì colle nozze
dell'Imperatore Onorio e della sua cugina Maria, figlia di Stilicone: e
quest'uguale ed onorevole parentela parve che investisse il potente
ministro dell'autorità di padre sopra il sommesso pupillo di lui. Non
tacque in giorno sì propizio la musa di Claudiano[58]: cantò in vari e
vivaci metri la felicità della coppia reale e la gloria dell'Eroe, che
confermava la lor unione, e sosteneva il lor trono. Il genio poetico
salvò dall'obblivione le antiche favole della Grecia, che avevan quasi
finito d'esser l'oggetto di una fede religiosa. La pittura del bosco di
Cipro, sede dell'armonia e dell'amore, il trionfante progresso di Venere
sopra i nativi suoi mari, e la dolce influenza, che sparse la presenza
di lei nel palazzo di Milano, esprimono ad ogni età i naturali
sentimenti del cuore nel giusto e piacevol linguaggio di un'allegorica
finzione. Ma l'amorosa impazienza, che Claudiano attribuisce al giovine
Principe[59], dovè eccitare il riso della Corte; e la sua bella sposa
(se pur meritava la lode della beltà) non avea molto da temere o da
sperare dalle passioni del suo amante. Onorio non avea che l'età di
quattordici anni; Serena, madre della sposa, differì per arte, o per
mezzo di persuasioni la consumazione delle nozze Reali. Maria morì
vergine dopo essere stata moglie dieci anni; e fu assicurata la castità
dell'Imperatore dalla freddezza, o forse anche dalla debolezza della sua
costituzione[60]. I suoi sudditi, che attentamente studiavano il
carattere del giovane loro Sovrano, conobbero, che Onorio era senza
passioni, e conseguentemente senza talenti; e che la debole e languida
di lui natura era ugualmente incapace di adempire i doveri del suo grado
che di godere i piaceri dell'età sua. Nella prima sua gioventù fece
qualche profitto nell'esercizio di cavalcare e di tirar l'arco: ma
presto abbandonò quelle faticose operazioni, ed il divertimento di
nutrir uccelli divenne la seria e quotidiana cura del Monarca
dell'Occidente[61], il quale rimise le redini dell'Imperio nella ferma
ed abile mano di Stilicone di lui tutore. L'esperienza dell'istoria,
potrà confermare il sospetto, che un Principe, nato nella porpora, ebbe
un'educazione peggiore dell'infimo dei suoi sudditi; e che l'ambizioso
ministro lo lasciò arrivare all'età virile senza procurar d'eccitarne il
coraggio, o d'illuminarne l'intelletto[62]. I predecessori d'Onorio eran
soliti d'animare col loro esempio, o almeno con la presenza il valore
delle legioni; e le date delle lor leggi attestano la perpetua attività
dei loro movimenti per le Province del Mondo Romano. Ma il figlio di
Teodosio passò il sonno della sua vita, come uno schiavo nel suo
palazzo, come uno straniero nel suo paese, e come un paziente e quasi
indifferente spettatore della rovina dell'Impero Occidentale, che fu più
volte attaccato, e finalmente distrutto dalle armi dei Barbari.
Nell'istoria, piena di eventi, di un regno di vent'otto anni, rare volte
sarà necessario di rammentare il nome dell'Imperatore Onorio.
NOTE:
[1] Aletto, invidiosa della pubblica felicità, convoca un concilio
infernale, Megera le raccomanda Ruffino suo allievo e l'eccita a far del
male ec. Ma v'è tanta differenza fra la furia di Claudiano e quella di
Virgilio, quanta n'è fra i caratteri di Turno e di Ruffino.
[2] Egli è evidente (Tillemont -Hist. des Emp. Tom. V. p. 770-),
quantunque il de Marca si vergogni di tal compatriota, che Ruffino era
nato in Elusa, Metropoli della Novempopulania, ora piccolo villaggio
della Guascogna: Danville -Notic. de l'anc. Gaul. p. 289-.
[3] Filostorg. l. XI, c. III. -colle Dissertazioni del Gotofred. p.
440.-
[4] Un passo di Suida esprime la sua profonda dissimulazione; Βαθυγνωμων
αυθρωπος και κρυψὶνος; -uomo taciturno e cupo-.
[5] Zosimo l. IV. p. 272, 273.
[6] Zosimo, che descrive la caduta di Taziano e del suo figlio (l. V. p.
273, 274), asserisce la loro innocenza; e può anche la sua testimonianza
preponderare alle accuse dei loro nemici (-Cod. Teod. T. IV. p. 489-)
che gli accusano d'aver oppresso le Curie. La connessione, ch'ebbe
Taziano con gli Arriani, quando fu Prefetto d'Egitto (an. 373), fa
inclinare il Tillemont a credere, che fosse reo d'ogni delitto. -Hist.
des Emp. Tom. V. p. 360 Mem. Eccl. Tom. VI. p. 589-.
[7]
-Juvenum rorantia colla-
-Ante patrum vultus stricta cecidere securi.-
-Ibat grandaevus nato moriente superstes-
-Post trabeas exul-....
In Ruffin. I. 248.
I fatti di Zosimo spiegano le allusioni di Claudiano; ma i principali
suoi interpreti non conoscevano la storia del quarto secolo. Io trovo
coll'aiuto del Tillemont la -fatal corda- in un discorso di S. Asterio
d'Amasca.
[8] Quest'odiosa legge vien riferita e confermata da Arcadio (an. 396)
nel codice Teodosiano lib. IX. Tit. XXXVIII. leg. 9. Il senso della
medesima come viene spiegato da Claudiano (-in Ruffin. I. 234-) e dal
Gotofredo (Tom. III p. 279), è perfettamente chiaro.
-........ Exscindere cives-
-Funditus, et nomen gentis delere laborat.-
Gli scrupoli del Pagi e del Tillemont non posson nascere che dal loro
zelo per la gloria di Teodosio.
[9] -Amonius... Ruffinum propriis manibus suscepit sacro fonte
mundatum-. Vedi Rosweyde -Vit. Patrum p. 947-. Sozomeno (l. VIII c. 17)
fa menzione della Chiesa e del Monastero, ed il Tillemont (-Mem. Eccl.
Tom. IX. p. 593-) rammenta questo sinodo, in cui S. Gregorio Nisseno
fece una cospicua figura.
[10] Montesquieu (-Espr. des Loix l. 12 c. 12-) loda una legge di
Teodosio indirizzata al Prefetto Ruffino (lib. IX. Tit. IV. leg. unic.)
per incoraggiare l'accusa delle parole contro il Principe o contro la
Religione. Una legge tirannica prova l'esistenza della tirannia; ma un
editto lodevole può solamente contenere le speciose proteste, o le
inefficaci brame del Principe o dei suoi Ministri. Ho paura, che questo
sia un giusto, sebbene mortificante, canone di critica.
[11]
-........ Fluctibus auri-
-Expleri ille calar nequit-
· · · · · · · · · · · · · ·
-Congestae cumulantur opes, orbisque rapinas-
-Accipit una domus......-
Questo carattere (Claudian. -in Ruffin. 2. 184-220-) vien confermato da
Girolamo, testimone disinteressato (-dedecus insatiabilis avaritiae Tom.
I ad Heliodor. p. 26-), da Zosimo (-l. V. p. 286-) e da Suida, che copiò
l'istoria d'Eunapio.
[12]
-.... Caetera segnis;-
-Ad facinus velox; penitus regione remotas-
-Impiger ire vias......-
Quest'allusione di Claudiano (in Rufin., I. 241.) parimente si spiega
dalla circostanziata narrazione di Zosimo, lib. V. p. 288.
[13] Zosimo (l. IV. 243.) loda il valore, la prudenza, e l'integrità di
Bautone Franco. Vedi Tillemont, -Hist. des Emp. T. V., p. 771-.
[14] Arsenio fuggì dal palazzo di Costantinopoli, e passò
cinquantacinque anni in rigida penitenza ne' monasteri dell'Egitto. Vedi
Tillemont, -Mem. Eccles. Tom. XIV, p. 676., e 702-, e Fleury, -Hist.
Eccles.- Tom. V. p. 1, etc. Ma quest'ultimo per mancanza di autentici
materiali ha creduto troppo alla leggenda del Metafraste.
[15] Quest'istoria (Zosimo l. V. p. 290) prova, che tuttavia s'usavano
senz'idolatria i riti matrimoniali dell'antichità dai Cristiani
orientali; e la sposa era condotta -per forza- dalla casa de' proprj
parenti a quella del marito. La forma del matrimonio, che usiamo noi,
esige con minor delicatezza il pubblico ed espresso consenso d'una
vergine.
[16] Zosimo (l. V p. 290), Orosio.(l. VII. c. 37) e la cronica di
Marcellino, Claudiano (-in Ruffin. II 7-100-) dipinge con vivi colori le
angustie e le colpe del Prefetto.
[17] Stilicone o direttamente o indirettamente forma il tema perpetuo di
Claudiano. La gioventù e la vita privata dell'Eroe vengono senza
connessione espresse nel poema, che fece sul primo suo consolato 35-140.
[18] -Vandalorum, imbellis, avarae, perfidae, et dolosae gentis genere
editus-: Orosio l. VII. c. 38. Girolamo (Tom. I. -ad Geront. p. 93-) lo
chiama un -Semi-barbaro-.
[19] Claudiano, in un poema imperfetto, fa un bello, e forse adulante
ritratto di Serena. Questa favorita nipote di Teodosio era nata, come la
sua sorella Termanzia, in Ispagna, di dove nella più tenera lor gioventù
erano state onorevolmente condotte al palazzo di Costantinopoli.
[20] Si potrebbe aver qualche dubbio, se quest'adozione fosse legale, o
solo metaforica (Vedi du Cange -Famil. Byzant. p. 75-) Un'antica
iscrizione dà a Stilicone il singolar titolo di -Progener Divi
Theodosii-.
[21] Claudiano (-Laus Serenae- 190-193) esprime in linguaggio poetico il
-dilectus equorum-, ed il -gemino mox idem culmine duxit agmina-.
L'iscrizione aggiunge -Conte de' domestici-: importante comando che
Stilicone prudentemente potè ritenere nel colmo della sua grandezza.
[22] I bei versi di Claudiano (-in I. Cons. Stilic. II. 113-) palesano
il suo ingegno; ma l'integrità di Stilicone (nell'amministrazion
militare) si stabilisce con molto maggior fermezza dall'involontaria
testimonianza di Zosimo (lib. V. p. 245).
[23]
-... Si bellica moles-
-Ingrueret, quamvis annis et jure minori,-
-Cedere grandaevos equitum peditumque magistros-
-Adspiceres...-
(Claudiano, -Laus Seren. p. 196-).
Un Generale moderno stimerebbe la lor sommissione o un eroico
patriottismo o un'abbietta servitù.
[24] Si confronti il poema sul primo Consolato (I. 95-115). coll'altro
intitolato -Laus Serenae- (227, 237) dove disgraziatamente finisce. Noi
possiamo scorgervi la profonda inveterata malizia di Ruffino.
[25]
-... Quem fratribus ipse-
-Discendens, clypeumque defensoremque dedisti.-
Pure tal deputazione fu privata (-IV. Cons. Hon. III. Cons. Honor. 142-)
-cunctos discedere.... jubet-, e perciò può esser sospetta. Zosimo e
Suida applicano a Stilicone e a Ruffino l'istesso ugual titolo di
Επιτροποι -guardiani o tutori-.
[26] La legge Romana distingue due sorte di -minorità-, una che spirava
all'età di quattordici e l'altra di venticinque anni. La prima era
sottoposta al tutore, o guardiano della persona; la seconda al curatore,
o custode de' beni (Heinec. -Ant. Rom. Ad Jurispr. pertin. lib. I. Tit.
XXII XXIII. p. 218, 232-). Ma queste idee legali non furono mai
esattamente applicate alla costituzione d'una Monarchia elettiva.
[27] Vedi Claudiano (I, -Cons. Stilic. I. 188 242-), ma bisogna che
accordi più di 15 giorni pel viaggio e ritorno; da Milano a Leida.
[28] I. -Cons. Stil. II. 88. 94-. Non solamente le vesti ed i diademi
del morto Imperatore, ma eziandio gli elmetti, le guardie delle spade, i
bodrieri, le corazze ec. erano arricchite di perle, di smeraldi e di
diamanti.
[29]
-.... Tantoque remoto-
-Principe, mutatas orbis non sensit habenas.-
Quest'alta lode (I. -Cons. Stilich. I. 149-) si può giustificare da'
timori del moribondo Imperatore (-De Bell. Gildon. 292-301-), e dalla
pace e buon ordine, che si goderono dopo la sua morte I. -Cons. Stil. I.
150-168-.
[30] La marcia di Stilicone e la morte di Ruffino son descritte da
Claudiano (-in Ruffin. l. II. 101-453-), da Zosimo (l. V. p. 296. 297),
da Sozomeno (l. VIII. c. 1), da Socrate (VI. c. 1), da Filostorgio (l.
XI. c. 3 col Gotofredo p. 441) e dalla Cronica di Marcellino.
[31] La sezione di Ruffino, che Claudiano eseguisce con la cruda
freschezza d'un anatomico (-in Ruffin II. 405, 415-) viene anche
indicata da Zosimo e da Girolamo, T. I. p. 16.
[32] Il pagano Zosimo fa menzione del santuario e del pellegrinaggio di
esse. Silvania, sorella di Ruffino, che passò la sua vita in
Gerusalemme, è celebre nell'istoria Monastica. Primieramente la studiosa
vergine avea diligentemente ed anche più volte letti i Commentatori
della Bibbia, come Origene, Gregorio, Basilio ec., le opere de' quali
ascendevano a cinque milioni di versi. In secondo luogo all'età di
sessant'anni potea vantarsi di non essersi mai lavata le mani, la
faccia, o alcun'altra parte di tutto il suo corpo, eccettuate le punte
delle dita per ricever la Comunione. Vedi -Vit. Patr. p. 779. 977.-
[33] Si veda il bell'esordio di quest'invettiva contro Ruffino, che si
discute curiosamente dal Bayle -Dict. Crit. Ruffin. not. E.-
[34] Vedi -Cod. Teod. lib. IX. Tit. 42. Leg. 14. 15-. I nuovi Ministri
procurarono, con incoerente avarizia, di prender le spoglie del loro
predecessore e di provvedere alla futura lor sicurezza.
[35] Vedi Claudiano (I. -Cons. Stilic. l. I. 275. 292. 296, l. II. 83-),
Zosimo l. V. p. 302.
[36] Claudiano dirige il Consolato dell'Eunuco Eutropio ad una
riflessione nazionale (l. II. 134).
-... Plaudentem cerne Senatum-
-Et Byzantinos Proceres, Grajosque Quirites-
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