temperamenti infiammavano le passioni dei Vescovi: e quelle che in essi dominavano erano l'amor dell'oro e l'amor della disputa. Molti di que' Prelati, che allora facevano plauso all'ortodossa pietà di Teodosio, avevan più volte cangiato con prudente flessibilità i loro simboli e le loro opinioni; e nelle diverse rivoluzioni della Chiesa e dello Stato, la religione del Sovrano era la regola dell'ossequiosa lor fede. Allorchè l'Imperatore sospendeva la sua preponderante influenza, il turbolento Sinodo veniva ciecamente spinto dagli assurdi e superbi motivi di orgoglio, d'odio e di sdegno. La morte di Melezio, che accadde nel tempo del Concilio di Costantinopoli, presentava la più favorevole occasione di terminare lo scisma d'Antiochia, lasciando finire pacificamente all'avanzato rivale di lui, Paolino, i suoi giorni nella cattedra Episcopale. La fede e le virtù di Paolino erano irreprensibili: ma la sua causa era sostenuta dalle Chiese occidentali: ed i Vescovi del Sinodo risolvettero di perpetuare il male della discordia, mediante la precipitosa ordinazione d'un candidato spergiuro[483], piuttosto che tradire l'immaginata dignità dell'Oriente, che era stato illustrato dalla nascita e dalla morte del Figlio di Dio. Sì disordinato ed ingiusto procedere forzò i più gravi membri dell'assemblea a dissentire ed a separarsi dagli altri; e la clamorosa turba, che restò padrona del campo di battaglia, non potè paragonarsi che a vespe od a gazze, ad una moltitudine di grue o ad una truppa di oche[484]. [A. 381] Potrebbe forse nascere il sospetto, che sia stata fatta una pittura sì svantaggiosa de' Concili Ecclesiastici dalla parzial mano di qualche ostinato eretico o d'un malizioso infedele. Ma il nome del sincero Istorico, che ha preservato quest'istruttiva lezione alla cognizione dei posteri, deve impor silenzio all'impotente bisbiglio della superstizione e della ipocrisia. Egli era uno dei più eloquenti e pii Vescovi di quel tempo; un santo ed un dottor della Chiesa; la sferza dell'Arrianesimo, e la colonna della fede ortodossa; un membro distinto del Concilio di Costantinopoli, in cui, dopo la morte di Melezio, esercitò l'uffizio di presidente, in una parola, Gregorio Nazianzeno medesimo. L'aspro ed indecente trattamento, ch'ei ne ebbe[485], lungi dal derogare alla verità della sua testimonianza, somministra una prova di più dello spirito che animava le deliberazioni del Sinodo. I concordi voti di questo avevan confermato i diritti che il Vescovo di Costantinopoli traeva dall'elezione del popolo e dal consenso dell'Imperatore. Ma Gregorio divenne tosto la vittima della malizia e dell'invidia. I Vescovi Orientali, suoi valorosi aderenti, provocati dalla moderazione di lui nell'affare di Antiochia, lo abbandonarono senza difesa alla contraria fazione degli Egiziani, che posero in dubbio la validità della sua elezione, e rigorosamente sostennero l'antiquato canone che proibiva la licenziosa pratica delle traslazioni Episcopali. L'orgoglio o l'umiltà di Gregorio gli fece evitare una contesa, che avrebbe potuto imputarsi ad ambizione ed avarizia; ed egli pubblicamente propose, non senza qualche dose di sdegno, di rinunziare al governo d'una Chiesa, che era risorta e quasi creata per le sue fatiche. Fu accettata la rinunzia dal Sinodo e dall'Imperatore, più facilmente di quello che sembra ch'ei si aspettasse. Nel tempo in cui aveva egli forse sperato di godere i frutti della vittoria, fu occupata la sua sede Episcopale dal Senatore Nettario; ed il nuovo Arcivescovo che aveva per accidente il vantaggio d'un buon naturale e d'un venerabile aspetto, fu obbligato a differir la ceremonia della consacrazione per aver comodo di eseguir prima quella del suo Battesimo[486]. Dopo questa notabile esperienza dell'ingratitudine dei Principi e dei Prelati, Gregorio si ritirò un'altra volta all'oscura sua solitudine della Cappadocia, dove impiegò il rimanente della sua vita, circa otto anni, in esercizi di poesia e di divozione. Si è aggiunto al suo nome il titolo di Santo; ma la tenerezza del cuore[487] e l'eleganza dell'ingegno riflettono un più vago splendore sulla memoria di Gregorio Nazianzeno. [A. 380-394] Teodosio non era contento d'aver soppresso l'insolente regno dell'Arrianesimo, nè d'avere sovrabbondantemente vendicato le ingiurie che avevan sofferto i Cattolici dallo zelo di Costanzo e di Valente. L'ortodosso Imperatore considerava ogni eretico come un ribelle alle supreme potestà del cielo e della terra; e credeva che ciascheduna di queste potesse esercitare la propria particolar giurisdizione sull'anima e sul corpo del reo. I decreti del Concilio di Costantinopoli avevan determinato la vera norma della fede; e gli Ecclesiastici, che governavano la coscienza di Teodosio, gli suggerirono i più efficaci mezzi di persecuzione. Nello spazio di quindici anni ei promulgò almeno quindici severi editti contro gli eretici[488], specialmente contro quelli che rigettavano la dottrina della Trinità; e per privarli d'ogni speranza di rifugio duramente ordinò, che se fosse allegata in loro favore qualche legge o rescritto, non dovessero dai giudici risguardarsi, che come illegittime produzioni della frode e della falsità. Gli statuti penali erano diretti contro i ministri, le adunanze, e le persone degli eretici; e le passioni del legislatore erano espresse nello stile della declamazione e dell'invettiva. In primo luogo gli eretici dottori, che usurpavano i sacri nomi di Vescovi o di Preti, non solo erano spogliati dei privilegi ed emolumenti sì liberalmente accordati al clero ortodosso; ma si esponevano anche alle gravi pene dell'esilio e della confiscazione, se pretendevano di predicar la dottrina o di praticare i riti delle -maledette- lor Sette. Fu imposta una pena di dieci libbre d'oro (sopra ottocento zecchini) ad ogni persona, che avesse ardito di conferire, di ricevere, o di favorire un'ordinazione di eretici; e con ragione speravasi, che se si fosse potuta estinguere la razza dei pastori, gli abbandonati lor greggi sarebbero stati costretti, dall'ignoranza e dalla fame, a tornare in seno alla Chiesa Cattolica. Secondariamente la rigorosa proibizione delle conventicole fu minutamente estesa ad ogni possibile circostanza, in cui gli eretici avesser potuto adunarsi coll'intenzione di adorare Dio e Cristo, secondo i dettami della loro coscienza. Tutte le religiose loro adunanze, o pubbliche o segrete che fossero, di giorno o di notte, nelle città o nella campagna, erano ugualmente vietate dagli editti di Teodosio, e la fabbrica o il suolo che si adoprava per tale illegittimo uso, era confiscato a profitto del demanio imperiale. In terzo luogo, si supponeva che l'error degli eretici non provenisse che dall'ostinazione degli animi loro, e che tal ostinazione giustamente meritasse censura e gastigo. Gli anatemi della Chiesa venivano invigoriti da una specie di scomunica civile, che separava gli eretici da' loro concittadini mediante una particolar nota d'infamia; e questa dichiarazione del sommo Magistrato tendeva a giustificare o almeno a scusare gl'insulti d'una plebe fanatica. I Settari furono appoco appoco renduti incapaci di possedere impieghi onorevoli o lucrosi, e Teodosio applaudivasi della sua giustizia quando comandò, che siccome gli Eunomiani distinguevano la natura del Figlio da quella del Padre, fossero incapaci di far testamento o di ricevere alcun vantaggio dalle donazioni testamentarie. Il delitto dell'eresia Manichea si stimava tanto enorme che non si potesse espiare se non con la morte del reo; e l'istessa pena capitale fu inflitta agli Audiani o -Quartodecimani-[489], che avessero ardito di commetter l'atroce misfatto di celebrare in giorno improprio la festa di Pasqua. Ogni Romano poteva fare da pubblico accusatore; ma sotto il regno di Teodosio fu per la prima volta instituito l'uffizio degl'-Inquisitori- della fede, nome sì meritamente abborrito. Ciò nonostante si assicura che rade volte si dava esecuzione a' suoi editti penali, e che il pio Imperatore sembrava meno bramoso di punire, che di correggere o di spaventare i disubbidienti suoi sudditi[490]. [A. 385] La teoria della persecuzione fu stabilita da Teodosio, alla giustizia e pietà del quale si è fatto applauso da' Santi; ma la pratica di essa nella sua maggior estensione riserbavasi a Massimo, di lui rivale e collega, il primo fra' Principi Cristiani, che spargesse il sangue de' Cristiani suoi sudditi, per motivo delle religiose lor opinioni. La causa dei Priscillianisti[491], recente Setta di eretici, che disturbava le Province della Spagna, fu per appello trasportata dal Sinodo di Bordò all'Imperial Concistoro di Treveri; e per sentenza del Prefetto del Pretorio, sette persone furono torturate, condannate e poste a morte. Il primo fra loro fu Priscilliano medesimo[492], Vescovo d'Avila[493] in Ispagna, che aggiungeva a' vantaggi della nascita e della fortuna gli ornamenti dell'eloquenza e dell'erudizione. Due Preti e due Diaconi furon compagni nella morte, ch'essi reputavano un glorioso martirio, dell'amato loro maestro; ed il numero delle religiose vittime si compì coll'esecuzione di Latroniano, poeta rivale in fama agli antichi, e di Eucrocia, nobile matrona di Bordò, vedova dell'oratore Delfidio[494]. Due Vescovi che avevano abbracciato i sentimenti di Priscilliano, furono condannati ad un lontano ed orrido esilio[495], e si usò qualche indulgenza verso i meno colpevoli, che ebbero il merito d'un pronto pentimento. Se prestar si dee qualche fede alle confessioni estorte dal timore o dalla pena, ed alle vaghe narrazioni, figlie della malizia e della credulità, l'eresia dei Priscillianisti conterrebbe le diverse abominazioni di magia, d'empietà e di dissolutezza[496]. Priscilliano, che andava girando pel Mondo in compagnia delle sue spirituali sorelle, veniva accusato di pregar tutto nudo in mezzo alla congregazione, ed arditamente asserivasi, che era stato soppresso il prodotto del suo reo commercio con la figlia d'Eucrocia per mezzi anche più odiosi e malvagi. Ma un'esatta o piuttosto ingenua ricerca farà conoscere, che se i Priscillianisti violavano le leggi di natura, ciò avveniva non già per la dissolutezza, ma per l'austerità del vivere. Essi condannavano assolutamente l'uso del letto maritale, e spesso disturbavasi la pace delle famiglie da indiscrete separazioni. Prescrivevano o commendavano una totale astinenza da ogni cibo animale, e le continue loro preghiere, digiuni e vigilie inculcavano una regola di stretta e perfetta devozione. Le opinioni speculative di questa Setta intorno alla persona di Cristo ed alla natura dell'anima umana erano tratte dal sistema Gnostico o Manicheo; e questa vana filosofia, che dall'Egitto erasi trasferita nella Spagna, era male adattata agli spiriti più grossolani dell'Occidente. Gli oscuri discepoli di Priscilliano soffrirono, languirono, ed appoco appoco disparvero; le sue opinioni rigettate furono dal Clero e dal popolo: ma la sua morte diede motivo ad una lunga ed ardente controversia, mentre alcuni attaccavano, altri applaudivano la giustizia di tale sentenza. Noi possiamo osservar con piacere l'umana incoerenza dei Santi e dei Vescovi più illustri, d'Ambrogio di Milano[497], e di Martino di Tours[498], i quali sostennero in quest'occasione la causa della tolleranza. Essi compassionarono quegl'infelici che avevan sofferto il supplizio a Treveri; ricusarono di comunicare coi loro Episcopali uccisori; e se Martino deviò da tal generosa risoluzione, lodevoli ne furon le cause, ed il pentimento esemplare. I Vescovi di Tours e di Milano pronunciarono, senza esitare, l'eterna dannazione degli eretici; ma restarono sorpresi e scossi dalla sanguinosa immagine della morte lor temporale, e gli onesti sentimenti della natura resisterono agli artificiali pregiudizi della teologia. L'umanità di Ambrogio e di Martino fu confermata dalla scandalosa irregolarità dei processi fatti contro Priscilliano ed i suoi aderenti. I ministri civili ed ecclesiastici avevano oltrepassato i limiti delle respettive loro Province. Il giudice secolare aveva ricevuto un appello, e pronunziata una sentenza definitiva in materia di fede e di giurisdizione Episcopale. I Vescovi s'erano disonorati esercitando l'uffizio di accusatori in una causa criminale. La crudeltà d'Itacio[499], che vide le torture, e sollecitò la morte degli Eretici, provocò il giusto sdegno del Mondo: ed i vizi di quel malvagio Vescovo si risguardarono come una prova, che il suo zelo fosse inspirato da sordidi motivi d'interesse. Dopo la morte di Priscilliano si son raffinati e ridotti a metodo i barbari attentati della persecuzione nel Santo Uffizio, che assegna la distinta sua parte alla potestà ecclesiastica ed alla secolare. La vittima, condannata regolarmente, si consegna dal sacerdote al magistrato, e dal magistrato all'esecutore; e l'inesorabil sentenza della Chiesa, che dichiara la spiritual colpa del reo, vien espressa nel dolce linguaggio della pietà e dell'intercessione. [A. 374-397] Fra gli Ecclesiastici, che illustrarono il regno di Teodosio, Gregorio Nazianzeno era distinto per l'abilità d'eloquente predicatore; la fama di doni miracolosi accresceva peso e dignità alle virtù monastiche di Martino di Tours[500]; ma giustamente si pretendeva la palma dell'Episcopal vigore e capacità dall'intrepido Ambrogio[501]. Discendeva egli da una nobil famiglia Romana; suo padre aveva esercitato l'importante uffizio di Prefetto del Pretorio della Gallia; e ben presto, dopo aver atteso agli studi d'una liberal educazione, giunse nella regolar carriera degli onori civili al posto di Consolare della Liguria, Provincia, che includeva l'Imperial residenza di Milano. All'età di trentaquattro anni, ed avanti che avesse ricevuto il Sacramento del Battesimo, Ambrogio con sorpresa di se stesso e del Mondo fu ad un tratto di Governatore trasformato in Arcivescovo. Senza che vi avesse parte veruna, per quanto si dice, l'arte o l'intrigo, tutto il corpo del popolo concordemente lo salutò col titolo Episcopale, la concordia e la perseveranza delle loro acclamazioni fu attribuita ad un impulso soprannaturale; ed il ripugnante Magistrato fu costretto ad intraprendere un uffizio spirituale, per cui non era preparato dalle abitudine ed occupazioni della precedente sua vita. Ma l'attività del suo genio presto lo pose in istato di esercitare con zelo e con prudenza i doveri dell'Ecclesiastica potestà; e mentre di buona voglia rinunziò a' vani e splendidi ornamenti della grandezza temporale, condiscese, pel ben della Chiesa, a dirigere la coscienza degl'Imperatori, ed a criticare l'amministrazione dell'Impero. Graziano lo amava e lo rispettava come un padre; e l'elaborato trattato della fede della Trinità era destinato per istruzione di quel giovane Principe. Dopo la tragica morte di lui, allorchè l'Imperatrice Giustina tremava per la salvezza propria e di Valentiniano suo figlio, fu spedito l'Arcivescovo di Milano in due diverse ambascerie alla Corte di Treveri. Egli esercitò con ugual fermezza e sagacità le forze del proprio carattere sì spirituale che politico; e forse contribuì con la sua autorità ed eloquenza a frenare l'ambizione di Massimo, ed a protegger la pace dell'Italia[502]. Ambrogio consacrato aveva la propria vita e tutti i suoi talenti al servizio della Chiesa. Le ricchezze per lui erano un oggetto di disprezzo; aveva rinunziato al privato suo patrimonio; e vendè senza esitare i vasi sacri per riscattare degli schiavi. Il Clero ed il popolo di Milano erano attaccati al loro Arcivescovo, ed ei meritava la stima senza sollecitare il favore o temere il disgusto de' suoi deboli Sovrani. [A. 385] Era naturalmente appoggiato il governo d'Italia e del giovane Imperatore a Giustina sua madre, donna dotata di beltà e d'ingegno; ma che in mezzo ad un popolo ortodosso avea la disgrazia di professare l'eresia Arriana, che essa procurava d'instillare nell'animo del figlio. Giustina era persuasa che un Imperator Romano potesse, nei propri dominj, pretendere l'esercizio pubblico della sua religione; e propose all'Arcivescovo, come una moderata e ragionevol domanda, ch'ei le rilasciasse l'uso d'una sola Chiesa o nella città o nei sobborghi di Milano. Ma la condotta d'Ambrogio era diretta secondo principj molto diversi[503]. Potevano invero nel suo sistema appartenere a Cesare i palazzi della terra; ma le Chiese erano case di Dio; e dentro i limiti della sua diocesi, egli solo, come legittimo successor degli Apostoli, era il Ministro divino. I privilegi sì temporali che spirituali del Cristianesimo erano ristretti ai veri credenti; ed Ambrogio godeva, che le teologiche sue opinioni fossero il modello della verità e dell'ortodossia. L'Arcivescovo che ricusava d'entrare in alcuna conferenza o negoziazione con gl'istrumenti di Satana, dichiarò con moderata fermezza la sua risoluzione di ricevere il martirio, piuttosto che cedere all'empio sacrilegio; e Giustina, che risguardava tal rifiuto come un atto d'insolenza e di ribellione, precipitosamente determinossi a far uso dell'Imperial prerogativa del proprio figlio. Bramando essa di fare pubblicamente nella prossima festa di Pasqua i suoi atti di devozione, fu ordinato ad Ambrogio di comparire avanti al Consiglio. Obbedì egli alla citazione col rispetto d'un suddito fedele; ma fu seguitato, senza il suo consenso, da un popolo innumerabile, che affollavasi con impetuoso zelo alle porte del palazzo: e gli spaventati ministri di Valentiniano, in vece di pronunziare una sentenza di esilio contro l'Arcivescovo Milanese, umilmente lo supplicarono, che volesse interporre la sua autorità per difender la persona dell'Imperatore e restituir la pace alla Capitale. Ma le promesse, che Ambrogio ebbe e comunicò al popolo, furon tosto violate da una perfida Corte; e ne' sei più solenni giorni, che la cristiana pietà ha destinato all'esercizio della religione, la città fu agitata da irregolari convulsioni di tumulto e di fanatismo. Si mandarono gli Uffiziali del palazzo a preparare prima la Basilica Porziana, poi la nuova, per immediatamente ricevervi l'Imperatore colla sua madre. Si disposero al solito le splendide suppellettili ed il baldacchino per la sede Reale; ma vi fu bisogno di porvi una forte guardia per difenderla dagl'insulti della plebaglia. Gli Ecclesiastici Arriani, che s'arrischiavano a farsi veder nelle strade, furono esposti ai più imminenti pericoli di vita: ed Ambrogio godè il merito e la riputazione di liberare i suoi personali nemici dalle mani della moltitudine irata. Ma nel tempo che si affaticava a raffrenare gli effetti del loro zelo, la patetica veemenza de' suoi discorsi continuamente infiammava l'ardente e sediziosa indole del popolo di Milano. Venivano indecentemente applicati alla madre dell'Imperatore i caratteri d'Eva, della moglie di Giob, di Gezabel, di Erodiade; e la brama che aveva essa d'ottenere una Chiesa per gli Arriani, era paragonata alle più crudeli persecuzioni, che avessero sofferto i Cristiani sotto il regno del Paganesimo. I provvedimenti che prendea la Corte non servivano che a far conoscere la grandezza del male. Fu imposta una tassa di dugento libbre d'oro sul corpo dei mercanti e degli artefici: fu intimato a nome dell'Imperatore un ordine a tutti gli Uffiziali ed inferiori ministri de' tribunali di giustizia, che finattantocchè duravano i pubblici disordini, dovessero star chiusi nelle loro case: ed i ministri di Valentiniano imprudentemente confessarono, che la più rispettabile parte de' cittadini Milanesi favoriva la causa del proprio Arcivescovo. Egli fu di nuovo sollecitato a restituire la quiete del paese, mediante un'opportuna compiacenza alla volontà del Sovrano. La risposta d'Ambrogio fu concepita nei termini più umili e rispettosi, che potevano però interpretarsi come una seria dichiarazione di guerra civile. Espose «che la propria vita ed i suoi beni erano in mano dell'Imperatore, ma ch'esso non avrebbe mai tradito la Chiesa di Cristo, o avvilito la dignità del carattere Episcopale. In una causa di tal sorta era preparato a soffrire qualunque danno la malizia del demonio avesse potuto apportargli; e solo desiderava di morire in presenza del fedele suo gregge ed appiè dell'Altare; ei non aveva contribuito ad eccitar la furia del popolo, ma era solo in potere di Dio l'acquietarla; abborriva le scene di sangue e di confusione che probabilmente sarebber seguite; e la sua più calda preghiera era quella di non sopravvivere a veder la rovina d'una florida città, e forse la desolazione di tutta l'Italia[504]». L'ostinata bacchettoneria di Giustina avrebbe posto a rischio l'Impero del suo figlio, se in questa disputa con la Chiesa e col popolo di Milano avesse potuto contare sull'attiva ubbidienza delle truppe del palazzo. Era marciato un grosso corpo di Goti ad occupar la Basilica, che era l'oggetto della contesa; ed avrebbe potuto aspettarsi dagli Arriani principj, e dai barbari costumi di questi mercenari stranieri, che non avrebbero essi avuto alcuno scrupolo ad eseguire i più sanguinari comandi. Si fece loro incontro l'Arcivescovo sulla sacra soglia, e fulminando contro di essi una sentenza di scomunica, domandò loro in tuono di padre e di signore, se era per invader la casa di Dio, ch'essi aveano implorato l'ospital protezione della Repubblica? La sospensione de' Barbari concesse qualche ora per un più efficace trattato; e l'Imperatrice fu persuasa dal parere dei più savi suoi consiglieri a lasciare ai Cattolici il possesso di tutte le Chiese di Milano, e a dissimulare fino ad un'occasione più opportuna i suoi pensieri di vendetta. La madre di Valentiniano non potè mai perdonare ad Ambrogio simil trionfo; ed il giovane Reale esclamò nell'impeto della passione, che i suoi propri servi erano pronti a darlo nelle mani d'un insolente Prete. [A. 386] Le leggi dell'Impero, alcune delle quali portavano in fronte il nome di Valentiniano, condannavano tuttavia l'eresia d'Arrio, e sembrava che scusassero la resistenza de' Cattolici. Giustina fece sì che fosse promulgato in tutte le Province, sottoposte alla Corte di Milano, un editto di tolleranza; fu concesso a tutti quelli che professavano la fede di Rimini, l'esercizio libero di lor religione; e l'Imperatore dichiarò, che tutti coloro, che avessero trasgredito questa sacra e salutare costituzione, sarebbero stati puniti di morte, come nemici della pubblica pace[505]. Il linguaggio ed il carattere dell'Arcivescovo di Milano possono giustificare il sospetto, che la sua condotta presto somministrasse un ragionevole fondamento, o almeno uno specioso pretesto ai ministri Arriani, che spiavano l'occasion di sorprenderlo in qualche atto di disubbidienza ad una legge, ch'ei stranamente rappresenta come una legge di sangue e di tirannide. Si emanò una sentenza di mite ed onorevol esilio, che ordinava ad Ambrogio di partir subito da Milano, mentre gli permetteva di scegliere il luogo di sua dimora ed il numero de' propri compagni. Ma l'autorità dei Santi, che hanno predicato ed eseguito le massime di una piena sommissione, parve ad Ambrogio di minor peso che l'estremo ed urgente pericolo della Chiesa. Egli arditamente ricusò d'obbedire, e tal passo fu sostenuto dall'unanime consenso del suo popolo[506]. Faceva esso a vicenda la guardia alla persona del proprio Arcivescovo; furono bene assicurate le porte della Cattedrale e del palazzo Vescovile; e le truppe dell'Imperatore, che ne avevan formato il blocco, non ardirono d'arrischiar l'attacco di quella inespugnabil fortezza. I numerosi poveri, che la liberalità d'Ambrogio avea sollevati, abbracciaron questa bella occasione di segnalare lo zelo la gratitudin loro; e siccome avrebbe potuto stancarsi la pazienza della moltitudine per la lunghezza ed uniformità delle notturne vigilie, egli prudentemente introdusse nella Chiesa di Milano l'utile instituzione di un'alta e regolar salmodia. Nel tempo che Ambrogio sosteneva quest'ardua contesa, fu avvertito in sogno a scavar la terra in un luogo, dove più di trecent'anni prima erano state depositate le spoglie dei due martiri, Gervasio e Protasio[507]. Si trovarono subito sotto il pavimento della Chiesa due perfetti scheletri[508] con le teste separate dai loro corpi ed un'abbondante copia di sangue. Con solenne pompa si esposero le sante reliquie alla venerazione del popolo; ed ogni circostanza di questa fortunata scoperta fu mirabilmente atta a promuovere i disegni d'Ambrogio. Si suppose che le ossa dei Martiri, il sangue e le vesti loro avessero le virtù di risanare dai mali, e tal soprannatural potenza si comunicasse ai più distanti oggetti senza perdere in minima cosa la primiera sua attività. Parve che la straordinaria cura di un cieco[509] e le forzate confessioni di varj ossessi giustificassero la fede e la santità dell'Arcivescovo; e la verità di questi miracoli viene attestata da Ambrogio medesimo, da Paolino suo segretario e dal celebre Agostino, di lui proselito, che in quel tempo professava rettorica in Milano. La ragionevolezza del nostro secolo può approvare per avventura l'incredulità di Giustina e dell'Arriana sua Corte, la quale derise le teatrali rappresentazioni, che si facevano per l'artifizio ed a spese dell'Arcivescovo[510]. L'effetto, per altro, ch'ebbero sull'animo del popolo, fu rapido ed invincibile; ed il debole Sovrano dell'Italia si trovò incapace di contendere col favorito del Cielo. Anche le potestà della terra s'interposero in difesa d'Ambrogio; il disinteressato avviso di Teodosio fu il genuino risultato della pietà e dell'amicizia, e la maschera dello zelo religioso coprì gli ostili ed ambiziosi disegni del tiranno della Gallia[511]. [A. 387] Avrebbe Massimo potuto finire il suo regno in pace e prosperamente, se avesse saputo contentarsi del possesso di quelle tre vaste regioni, che adesso formano i tre più floridi regni dell'Europa. Ma l'intraprendente usurpatore, la sordida ambizione del quale non era nobilitata dall'amor della gloria e delle armi, risguardò le attuali sue forze, come istrumenti soltanto di sua futura grandezza, ed il successo da lui ottenuto, divenne la causa immediata della sua distruzione. Furono impiegate le somme ch'egli estorse[512] dalle oppresse Province della Gallia, della Spagna e della Britannia, in arrolare e mantenere una formidabile armata di Barbari, presi per la maggior parte dalle più fiere nazioni della Germania. L'oggetto dei preparativi e delle speranze di esso era la conquista d'Italia; e segretamente meditava la rovina d'un innocente giovane, il governo del quale abborrivasi e disprezzavasi da' suoi Cattolici sudditi. Ma poichè Massimo desiderava d'occupare senza resistenza il passaggio delle alpi, accolse con perfide carezze Donnino della Siria, ambasciator di Valentiniano, e lo sollecitò ad accettare il soccorso d'un corpo considerabil di truppe per servire nella guerra Pannonica. La penetrazione d'Ambrogio aveva scoperto, sotto le proteste d'amicizia, le insidie d'un nemico[513]; ma Donnino della Siria fu corrotto o ingannato da' liberali favori della Corte di Treveri; ed il Consiglio di Milano rigettò pertinacemente il sospetto di pericolo, con una cieca fiducia ch'era un effetto non già di coraggio, ma di timore. L'ambasciatore medesimo servì di scorta alla marcia degli ausiliari; e senza diffidenza veruna questi furono ammessi nelle fortezze delle alpi. Ma l'astuto tiranno seguitonne con celeri e taciti passi la retroguardia; e siccome diligentemente impedì ogni cognizione dei suoi movimenti, lo splendore delle armi, e la polvere che s'innalzava dalla cavalleria, diedero il primo annunzio dell'ostile avvicinamento d'uno straniero alle porte di Milano. In tal estremità, Giustina ed il suo figlio potevano accusare la propria imprudenza, ed i perfidi artifizi di Massimo; ma loro mancavano il tempo, la risolutezza e la forza per opporsi a' Germani ed a' Galli, sì nella campagna che dentro le mura d'una vasta e disaffezionata città. La fuga fu l'unica loro speranza, ed Aquileia l'unico refugio loro; ed avendo Massimo allora spiegato il proprio genuino carattere, il fratello di Graziano aspettare poteva la medesima sorte dalle mani dell'assassino medesimo. Massimo entrò in Milano trionfante; e se il saggio Arcivescovo ricusò una pericolosa e rea connessione coll'usurpatore, potè almeno indirettamente contribuire al buon successo delle sue armi con inculcare dal pulpito il dovere della rassegnazione, piuttosto che quella della resistenza[514]. L'infelice Giustina giunse salva in Aquileia; ma non si fidò delle fortificazioni di quella città, temè l'evento d'un assedio, e risolvè d'implorare la protezione del Gran Teodosio, di cui la virtù e la forza eran celebri in ogni parte dell'Occidente. Fu segretamente preparato un vascello per trasportare l'Imperial famiglia, che precipitosamente imbarcossi in uno degli oscuri porti di Venezia o dell'Istria, traversò tutta l'estensione de' mari Adriatico e Jonico, girò attorno all'estremo promontorio del Peloponneso, e, dopo una lunga ma fortunata navigazione, si riposò nel porto di Tessalonica. Tutti i sudditi di Valentiniano abbandonarono la causa di un Principe che colla sua ritirata gli aveva assoluti dal dovere di fedeltà; e se la piccola città d'Emona in Italia non avesse preteso d'arrestare la non gloriosa vittoria di Massimo, egli avrebbe ottenuto senza verun contrasto l'intero possesso dell'Impero d'Occidente. [A. 387] In luogo d'invitare i reali suoi ospiti nel palazzo di Costantinopoli, Teodosio ebbe delle ignote ragioni di farli restare a Tessalonica; queste ragioni però non provenivano da disprezzo nè da indifferenza, poichè andò immediatamente a visitarli in quella città accompagnato dalla maggior parte della sua corte e del Senato. Dopo le prime tenere espressioni di amicizia e di condoglianza, il pio Imperatore dell'Oriente ammonì gentilmente Giustina, che alle volte il delitto d'eresia veniva punito in questo Mondo e nell'altro; e che il passo più efficace a promuovere lo ristabilimento del Figlio sarebbe stata la pubblica professione della Fede Nicena, per la soddisfazione che avrebbe dato quest'atto sì alla terra che al Cielo. Fu da Teodosio rimessa l'importante questione della guerra o della pace alla deliberazione del suo Consiglio; e gli argomenti che potevano addursi per la parte dell'onore e della giustizia, dopo la morte di Graziano avevano acquistato un grado considerabile di maggior peso. La persecuzione della famiglia Imperiale, a cui Teodosio stesso era debitore della sua fortuna, veniva in tal occasione aggravata da fresche e replicate ingiurie. Nè giuramenti, nè trattati frenar potevano l'insaziabile ambizione di Massimo; e la dilazione di vigorosi e decisivi partiti, invece di prolungare il ben della pace, avrebbe esposto l'Impero orientale al pericolo d'una ostile invasione. I Barbari, che aveano passato il Danubio, avevano finalmente assunto il carattere di soldati e di sudditi, ma era tuttavia indomita la nativa loro fierezza; e le operazioni d'una guerra, ch'esercitato ne avrebbe il valore, e diminuitone il numero, poteva ottenere il fine di sollevar le Province da un'intollerabile oppressione. Nonostanti queste sode e speziose ragioni, ch'erano approvate dalla maggior parte del Consiglio, Teodosio pendeva sempre dubbioso, se trar doveva la spada in una contesa, che dopo tal atto non avrebbe più ammesso termine alcuno di riconciliazione; nè s'avviliva il magnanimo di lui carattere dai timori, che aveva per la salute dei piccoli suoi figli e pel bene dell'esausto suo popolo. In tal momento d'ansiosa dubbiezza, mentre il destino del Mondo Romano dipendeva dalla risoluzione d'un solo uomo, le grazie della Principessa Galla patrocinaron con la massima efficacia la causa di Valentiniano fratello di lei[515]. Restò ammollito il cuor di Teodosio dalle lacrime della beltà; furono insensibilmente legati i suoi affetti dalle grazie della gioventù e dell'innocenza; l'arte di Giustina maneggiò e diresse l'impulso della passione, e la celebrazione delle nozze reali fu la sicurezza ed il segno della guerra civile. Gl'insensibili critici, che risguardano qualunque amorosa debolezza come una macchia indelebile alla memoria del grande ed ortodosso Imperatore, in quest'occasione sono inclinati a porre in dubbio la sospetta autorità dell'istorico Zosimo. Quanto a me, confesserò francamente, che mi dà piacere il trovare ed anche l'andar ricercando nelle rivoluzioni del Mondo qualche traccia dei dolci e teneri sentimenti della vita domestica; ed in mezzo ad una folla di fieri ed ambiziosi conquistatori io provo una particolar compiacenza a distinguere un gentile eroe, che vi sia motivo di supporre, che ricevuto abbia le armi dalle mani d'amore. La fede de' trattati assicurava la pace col Re della Persia; i bellicosi Barbari si lasciavan persuadere a seguir lo stendardo o a rispettar le frontiere d'un attivo e generoso Monarca; e gli stati di Teodosio, dall'Eufrate sino all'Adriatico, risuonavano sì per terra che per mare de' preparativi di guerra. Parve che la buona disposizione delle forze orientali ne moltiplicasse il numero, e distraesse l'attenzione di Massimo. Aveva egli ragion di temere, che uno scelto corpo di truppe sotto il comando dell'intrepido Arbogaste dirigesse la marcia lungo le rive del Danubio, ed arditamente penetrasse per le Province della Rezia nel centro della Gallia. Fu equipaggiata nei porti della Grecia e dell'Epiro una potente flotta coll'apparente disegno che, dopo di avere aperto il passo con una vittoria navale, Valentiniano e sua madre sbarcassero nell'Italia, senza dilazione passassero a Roma, ed occupassero la sede maestosa della Religione e dell'Impero. Intanto Teodosio medesimo alla testa d'un valoroso e disciplinato esercito s'avanzava incontro al suo indegno rivale, che dopo l'assedio d'Emona aveva piantato il suo campo nelle vicinanze di Scizia, città della Pannonia ben fortificata dal largo e rapido corso del Savo. [A. 388] I veterani che tuttavia si ricordavano della lunga resistenza e del successivo risorgere del tiranno Magnenzio, si preparavano forse a' travagli di tre sanguinose campagne. Ma la contesa col successore di esso, che come egli aveva usurpato il trono dell'Occidente, restò facilmente decisa nel termine di due mesi[516], e dentro lo spazio di dugento miglia. Il superior genio dell'Imperatore orientale potè prevalere sul debole Massimo, che in questa importante crisi dimostrossi privo di abilità militare o di personale coraggio; ma la perizia di Teodosio fu secondata dal vantaggio che aveva d'un'attiva e numerosa cavalleria. Si erano formati degli Unni, degli Alani, e, dietro il loro esempio, degli stessi Goti, tanti squadroni di arcieri che combattevano a cavallo e confondeano il costante valore de' Galli e de' Germani, mediante i rapidi movimenti d'una tartara maniera di guerreggiare. Dopo la fatica d'una lunga marcia nel colmo della state, spronarono i focosi loro cavalli nelle acque del Savo, passarono il fiume a nuoto in presenza del nemico, ed immediatamente attaccarono, e posero in rotta le truppe che dominavano il lido dall'altra parte. Marcellino, fratello del Tiranno, avanzossi per sostenerle con le più scelte coorti, che si consideravano come la speranza e la forza dell'esercito. L'azione, che s'era interrotta per l'avvicinarsi della notte, si rinnovò la mattina seguente; e dopo una sanguinosa battaglia i residui dei più bravi soldati di Massimo, che sopravvissero, deposero le armi a' piedi del vincitore. Senza sospendere la sua marcia a ricevere le leali acclamazioni dei cittadini d'Emona, Teodosio inoltrossi avanti per finir la guerra, mediante la morte o la presa del suo rivale, che fuggiva d'avanti a lui con la diligenza che inspira il timore. Dalla sommità delle Alpi Giulie discese con tale incredibil prestezza nelle pianure dell'Italia, che egli giunse ad Aquileia la sera medesima del primo giorno; e Massimo, che si trovò circondato da tutte le parti, appena ebbe tempo di chiuder le porte della città. Queste però non poteron lungamente resistere agli sforzi d'un vittorioso nemico, e la disperazione, il disamore e l'indifferenza de' soldati e del popolo accelerarono la caduta del misero Massimo. Fu egli tratto giù dal trono, violentemente spogliato degli ornamenti Imperiali, del manto, del diadema e dei calcetti purpurei; e come un malfattore condotto al campo ed alla presenza di Teodosio in un luogo distante circa tre miglia da Aquileia. La condotta dell'Imperatore non fu insultante, e dimostrò qualche disposizione a compatire ed a perdonare al Tiranno dell'Occidente, che non era mai stato suo personale nemico, ed era divenuto allora l'oggetto del suo disprezzo. Si eccita in noi con gran forza la compassione per le disgrazie, alle quali siam sottoposti noi stessi; e lo spettacolo d'un altiero competitore, prostrato ai suoi piedi, non poteva mancar di produrre pensieri molto gravi ed importanti nell'animo del vittorioso Imperatore. Ma fu frenata la debole commozione d'una involontaria pietà dal riguardo che ebbe alla pubblica giustizia ed alla memoria di Graziano; ed abbandonò quella vittima al pietoso zelo dei soldati che la trassero dalla presenza Imperiale, ed immediatamente le spiccarono il capo dal busto. La notizia della disfatta e della morte di Massimo fu ricevuta con sincero, o ben simulato piacere. Vittore, suo figlio, al quale avea conferito il titolo d'Augusto, morì per ordine e forse per mano del feroce Arbogaste; e tutti i disegni militari di Teodosio furono felicemente eseguiti. Dopo d'aver terminato in tal modo la guerra civile, con minor difficoltà e strage di quello che naturalmente avrebbe aspettato, impiegò i mesi dell'invernal sua residenza in Milano a ristabilire lo stato delle afflitte Province; e sul principio della primavera, ad esempio di Costantino e di Costanzo, fece il suo trionfale ingresso nell'antica Capitale del Romano Impero[517]. L'oratore che può tacere senza pericolo, può anche lodare senza difficoltà e ripugnanza[518]; ed i posteri confessarono che il carattere di Teodosio potè somministrare il soggetto d'un ampio e sincero panegirico[519]. La saviezza delle leggi ed il buon successo delle armi di lui, ne rendettero il governo rispettabile agli occhi tanto de' sudditi che de' nemici. Egli amò e rispettò le virtù della vita domestica, che di rado soggiornano nei palazzi de' Principi. Teodosio fu casto e temperato; godè senza eccesso i delicati e sociali piaceri della mensa, ed il calore delle sue passioni amorose non fu mai diretto che ad oggetti legittimi. Venivano adornati i sublimi titoli della grandezza Imperiale da' teneri nomi di marito fedele e di padre indulgente; e dall'affettuosa sua stima fu innalzato lo zio al grado di secondo padre. Teodosio abbracciò come suoi i figli del fratello e della sorella; ed estese l'espressioni del suo riguardo fino ai più oscuri e distanti rami della numerosa sua parentela. Sceglieva i suoi famigliari amici giudiziosamente fra quelle persone, che nell'ugual commercio della vita privata gli eran comparse d'avanti senza maschera; la propria coscienza di un personale superior merito lo pose in grado di sprezzare l'accidental distinzione della porpora; e provò con la sua condotta, che aveva dimenticato tutte le ingiurie, nel tempo che con la maggior gratitudine si rammentava di tutti i favori e servigi, che avea ricevuto prima di salire sul trono dell'Impero Romano. Il tuono serio o vivace della sua conversazione era adattato all'età, al grado, o al carattere dei sudditi, che vi ammetteva; e l'affabilità delle maniere spiegava l'immagine della sua mente. Teodosio rispettava la semplicità dei buoni e dei virtuosi; ogni arte, ogni talento d'un utile o anche indifferente natura veniva premiato dalla sua giudiziosa liberalità; ed eccettuati gli eretici, ch'ei perseguitò con implacabile odio, il vasto cerchio della sua benevolenza non fu circoscritto che da' limiti della specie umana. Il governo d'un potente Impero può sicuramente servire ad occupare il tempo e l'abilità d'un uomo; pure il diligente Principe, senz'aspirare alla fama, ad esso non conveniente, di profondo erudito, riserbava sempre qualche momento d'ozio per l'istruttivo divertimento della lettura. Il suo studio favorito era l'Istoria, che ne dilatò l'esperienza. Gli annali di Roma, nel lungo periodo di undici secoli, presentavano ad esso una varia e splendida pittura della vita umana; ed è stato particolarmente osservato, che quando leggeva i crudeli fatti di Cinna, di Mario, o di Silla, esprimeva con gran forza l'odio generoso che aveva per quei nemici dell'umanità e della libertà. Egli si serviva utilmente della propria spassionata opinione intorno agli avvenimenti passati, come di regola per le sue azioni; ed ha meritato questa singolar lode, che pare che le sue virtù siansi allargate con la sua fortuna: il tempo della prosperità era per lui quello della moderazione, ed apparve più cospicua la sua clemenza dopo il pericolo ed il buon successo della guerra civile. Nel primo calore della vittoria, si trucidarono le guardie Mauritane del Tiranno, ed un piccol numero dei più colpevoli soggiacque alla pena della legge. Ma l'Imperatore si dimostrò molto più attento a sollevar l'innocente, che a gastigare il reo. I sudditi oppressi dell'Occidente, che si sarebbero stimati felici al solo ricuperare le proprie terre, furon sorpresi al ricever che fecero una somma di denaro equivalente alle loro perdite; e la generosità del vincitore protesse la vecchia madre, ed educò le orfane figlie di Massimo[520]. Un carattere così virtuoso potrebbe quasi scusare la stravagante supposizione dell'Oratore Pacato, che se al vecchio Bruto fosse stato permesso di tornare sulla terra avrebbe quel rigido Repubblicano deposto a' piè di Teodosio l'odio che nutriva pei Re; ed avrebbe ingenuamente confessato, che tal Monarca era il custode più fedele della felicità e della dignità del popolo Romano[521]. Pure l'occhio penetrante del fondatore della Repubblica avrebbe dovuto discernere due imperfezioni essenziali, che avrebber forse diminuito il recente suo amore pel dispotismo. Il virtuoso animo di Teodosio spesse volte si rilassava per indolenza[522], e qualche volta infiammavasi dalla passione[523]. L'attivo coraggio di lui era capace degli sforzi più vigorosi, quando si trattava d'ottenere un oggetto importante; ma tosto che avea eseguito il suo disegno, o superato il pericolo, l'eroe s'abbandonava ad un non glorioso riposo, e dimenticatosi che il tempo d'un Principe è dovuto al suo popolo, si dava tutto al godimento degl'innocenti, ma vani piaceri d'una lussuriosa Corte. La natural disposizione di Teodosio era precipitosa e collerica; ed in uno stato, in cui nessuno poteva resistere alle fatali conseguenze dell'ira sua, e pochi sapevano avvertirlo, l'umano Monarca era con ragione agitato dalla coscienza della propria debolezza e della sua forza. Si studiò sempre di sopprimere o di moderare gl'impeti sregolati della passione; ed il buon successo dei suoi sforzi accrebbe il merito della sua clemenza. Ma una difficil virtù, che pretende al merito della vittoria, giace esposta al pericolo di essere vinta; ed il regno d'un savio e misericordioso Principe fu macchiato da un atto di crudeltà, che avrebbe infamato gli Annali di Nerone o di Domiziano. Dentro lo spazio di tre anni l'incostante Istorico di Teodosio è costretto a riferire il generoso perdono dei cittadini d'Antiochia, e la barbara strage del popolo di Tessalonica. [A. 387] La vivace impazienza degli abitanti d'Antiochia non mostravasi mai contenta della situazione, in cui erano, o del carattere e della condotta, dei propri Sovrani. I sudditi Arriani di Teodosio deploravan la perdita delle lor Chiese; e siccome la sede d'Antiochia era disputata da tre Vescovi, rivali fra loro, la sentenza, che decise le pretensioni loro, eccitò le doglianze delle due congregazioni che l'ebbero in disfavore. I bisogni della guerra Gotica e l'inevitabile spesa, che accompagnò la conclusione della pace, avea costretto l'Imperatore ad aggravare il peso delle pubbliche imposizioni; e siccome le Province dell'Asia non avevan provato le calamità dell'Europa, così eran meno disposte a contribuire al sollievo di essa. S'avvicinava già l'avventuroso periodo del decimo anno del suo regno: festa più grata ai soldati, che ricevevano un liberal donativo, che ai sudditi, le volontarie offerte dei quali si eran da lungo tempo convertite in uno straordinario ed opprimente peso. Gli editti della tassazione interruppero il riposo ed i piaceri di Antiochia; ed il Tribunale del Magistrato fu assediato da una supplichevole folla, che in un patetico, ma da principio rispettoso linguaggio chiedeva la riforma de' propri aggravj. Essi furono appoco appoco infiammati dall'orgoglio degli altieri governatori, che trattavano i loro lamenti di colpevole resistenza; il satirico loro sale degenerò in aspre e rabbiose invettive; e le invettive del popolo insensibilmente dalle potestà subordinate del governo giunsero ad attaccare il sacro carattere dell'Imperatore medesimo. Il furore, provocato da una debole opposizione, si scaricò sulle immagini della Famiglia Imperiale, che si erano innalzate come oggetti di pubblica venerazione nei luoghi più cospicui della città. Furono insolentemente gettate a terra dai loro piedestalli le statue di Teodosio, di suo padre, di Flaccilla sua moglie, dei due suoi figli Arcadio ed Onorio; queste furono spezzate o strascinate con disprezzo per le strade: e le indegnità commesse contro le rappresentazioni della Maestà Imperiale, sufficientemente spiegavano gli empj e ribelli desiderj della plebe. Il tumulto fu quasi subito soppresso dall'arrivo d'un corpo d'arcieri; ed Antiochia ebbe agio di riflettere alla natura ed alle conseguenze del suo delitto[524]. Il Governatore della provincia, com'esigeva il suo uffizio, mandò all'Imperatore un fedele ragguaglio di tutto il fatto; mentre i cittadini tremanti affidaron la confessione del delitto e le proteste del pentimento allo zelo di Flaviano loro Vescovo, ed all'eloquenza del Senatore Ilario, amico e probabilissimamente discepolo di Libanio; i talenti del quale non furono in quella trista occasione inutili alla sua patria[525]. Ma le due capitali Antiochia e Costantinopoli eran fra loro distanti ottocento miglia; e nonostante la diligenza delle poste Imperiali, la colpevol città restò severamente punita da una lunga e terribile sospensione. Ogni romore agitava le speranze ed i timori degli Antiocheni; ed udirono con terrore, che il loro Sovrano, esacerbato dall'insulto fatto alle proprie statue, e più specialmente a quelle della diletta sua moglie, avea risoluto di far livellare al suolo quella delinquente città e trucidarne senza distinzione di età o di sesso i colpevoli abitatori[526], molti dei quali erano già tratti dalle loro apprensioni a cercare un rifugio nelle montagne della Siria, e nel vicino deserto. Finalmente, ventiquattro giorni dopo la sedizione, il Generale Ellebico, e Cesario Maestro degli Uffizi dichiararono la volontà dell'Imperatore, e la sentenza d'Antiochia. Quella superba Capitale restò degradata dallo stato di città; e la metropoli dell'Oriente, spogliata delle sue terre, dei suoi privilegi e delle sue rendite, fu sottoposta, coll'umiliante denominazion di villaggio, alla giurisdizione di Laodicea[527]. Chiusi furono i bagni, i teatri ed il circo; ed affinchè rimanesse nell'istesso tempo sospesa ogni sorgente di abbondanza e di piacere, fu abolita dalle rigide istruzioni di Teodosio la distribuzione del grano. Si procedè in seguito da' commissari di esso ad investigare la colpa di ciascheduno, sì di quelli che distrutto avevano le sacre statue, che di quelli che non l'aveano impedito. S'alzò in mezzo del Foro il tribunale di Ellebico e di Cesario, circondato da soldati armati. Comparivano in catene avanti di loro i più nobili e più ricchi cittadini d'Antiochia, s'accompagnava l'esame dall'uso della tortura, e secondo il giudizio di quegli straordinari Magistrati veniva pronunziata o sospesa la lor sentenza. Le case dei rei furono esposte alla vendita, le loro mogli e figliuoli furono ad un tratto ridotti dall'abbondanza e dal lusso alla più abbietta miseria; e si aspettava, che una sanguinosa esecuzione finisse gli orrori d'un giorno[528], che il predicatore d'Antiochia, l'eloquente Grisostomo, ha rappresentato come una viva immagine dell'ultimo ed universal giudizio del Mondo. Ma i Ministri di Teodosio eseguivano con ripugnanza il crudele uffizio che era stato loro commesso: spargevano lacrime compassionevoli sulle calamità del popolo; e riverentemente dieder orecchio alle pressanti sollecitazioni dei monaci e degli eremiti, che scesero a sciami dalle montagne[529]. Ellebico e Cesario si lasciarono persuadere a sospendere l'esecuzione di lor sentenza; e fu convenuto, che il primo restasse in Antiochia, mentre l'altro tornava con tutta la possibil celerità a Costantinopoli, ed arrischiavasi di consultare un'altra volta la volontà del Sovrano. L'ira di Teodosio erasi già calmata; tanto il Vescovo che l'oratore, deputati del popolo, avevano avuto una favorevole udienza; ed i rimproveri dell'Imperatore eran piuttosto le querele d'una ingiuriata amicizia, che le fiere minacce dell'orgoglio e del potere. Fu accordato un libero e general perdono alla città ed a' cittadini d'Antiochia; s'apriron le porte della prigione; i Senatori, che disperavano delle proprie vite, ricuperarono il possesso delle case e dei beni loro; ed alla capitale dell'Oriente fu restituita l'antica sua dignità e lo splendore. Teodosio degnossi perfino di lodare il Senato di Costantinopoli, che avea generosamente intercesso pei propri angustiati fratelli; premiò l'eloquenza di Ilario col governo della Palestina; e licenziò il Vescovo d'Antiochia coll'espressioni più tenere di rispetto e di gratitudine. S'eressero mille nuove statue alla clemenza di Teodosio; l'applauso dei sudditi veniva confermato dall'approvazione del proprio suo cuore; e l'Imperatore confessò, che se l'esercizio della giustizia è il più importante dovere d'un Sovrano la indulgenza però della misericordia n'è il piacer più squisito[530]. [A. 390] La sedizione di Tessalonica si attribuisce ad una causa più vergognosa, e produsse molto più terribili conseguenze. Quella gran città, metropoli di tutte le Province Illiriche, era stata difesa dai pericoli della guerra Gotica con forti ripari e con numerosa guarnigione. Boterico, Generale di quelle truppe, e per quanto apparisce dal nome stesso, Barbaro di nazione, aveva fra i suoi schiavi un bel fanciullo, ch'eccitò gl'impuri desideri d'uno dei cocchieri del circo. Per ordine di Boterico fu posto in carcere l'insolente e brutale amante; e pertinacemente si rigettarono gl'importuni clamori della moltitudine, che in occasione dei pubblici giuochi dolevasi dell'assenza del suo favorito, e risguardava l'abilità d'un cocchiere come un oggetto di maggiore importanza che la sua virtù. Lo sdegno del popolo era già irritato da alcune precedenti contese; e siccome s'era tratto di là il più forte della guarnigione pel servizio della guerra Italica, i deboli residui, ch'erano ancora diminuiti di numero per la diserzione, non poteron salvar l'infelice Generale dalla licenziosa lor furia. Boterico, insieme con alcuni dei suoi primi uffiziali, restarono crudelmente uccisi; i lacerati lor corpi strascinati furono per le strade; e l'Imperatore, che in quel tempo risedeva in Milano, fu sorpreso dalla notizia dell'audace e sfrenata barbarie del popolo di Tessalonica. La sentenza di qualunque Giudice spassionato avrebbe dovuto infliggere una severa pena agli autori del delitto; ed anche il merito di Boterico potè contribuire ad esacerbare il dispiacere e lo sdegno del suo Signore. Il focoso e collerico temperamento di Teodosio fu impaziente delle dilatorie formalità d'un processo criminale; e precipitosamente risolvè, che s'espiasse il sangue del suo Luogotenente con quello del popolo reo. Pure il suo spirito pendea tuttora dubbioso fra i consigli di clemenza e di vendetta; lo zelo dei Vescovi avea quasi strappato dal ripugnante Imperatore la promessa di un generale perdono. Ma fu di nuovo infiammata la sua passione dalle adulanti suggestioni di Ruffino ministro di lui; e dopo che Teodosio ebbe spedito i messaggi di morte, tentò, ma troppo tardi, d'impedire l'esecuzione dei suoi ordini. Fu ciecamente commesso il gastigo di una città Romana alla spada, che senza distinzione alcuna operasse, de' Barbari; e si concertarono gli ostili preparativi coll'oscuro e perfido artifizio di un'illegittima cospirazione. A tradimento si invitò il popolo di Tessalonica in nome del suo Sovrano ai giuochi del Circo; e tal era l'insaziabile avidità loro per questi divertimenti, che da un gran numero di spettatori fu trascurata qualunque considerazione di timore o di sospetto. Appena fu ripieno quel luogo, i soldati, che erano stati posti segretamente intorno al Circo, riceverono il segnale non già della corsa, ma di un generale macello. Continuò quella promiscua carnificina per tre ore senza differenza di stranieri o di nazionali, di sesso o di età, d'innocenza o di colpa; i ragguagli più moderati fanno ascendere a settemila il numero degli uccisi; ed alcuni scrittori asseriscono, che furono sacrificate più di quindicimila vittime all'ombra di Boterico. Un mercante forastiero, che probabilmente non aveva avuto parte nell'uccisione di esso, offerì la propria vita e tutte le sue ricchezze per salvare uno dei suoi due figli; ma mentre il padre stava esitando con uguale tenerezza, mentr'era dubbioso nella scelta, e ripugnante alla condanna, i soldati posero fine alla sua sospensione coll'immergere nel momento stesso i lor ferri nei petti dei miseri giovani. L'apologia degli assassini, che erano cioè obbligati a produrre un determinato numero di teste, non serve che ad accrescere, coll'apparenza dell'ordine e della premeditazione, gli orrori della strage, che fu eseguita per comandamento di Teodosio. S'aggrava la colpa dell'Imperatore dalla lunga e frequente residenza di lui in Tessalonica. Eran famigliari, e tuttora presenti all'immaginazione di esso la situazione di quella sfortunata città, l'aspetto delle contrade e delle fabbriche, le vesti ed i volti degli abitatori e Teodosio aveva un forte e vivo sentimento dell'esistenza di quel popolo ch'egli distrusse[531]. [A. 338] Il rispettoso attaccamento dell'Imperatore pel Clero Cattolico l'aveva disposto ad amare ed ammirare il carattere d'Ambrogio, che nel più eminente grado riuniva in sè tutte le virtù Episcopali. Gli amici ed i ministri di Teodosio imitavan l'esempio del loro Sovrano; ed egli vedeva con maggior sorpresa che dispiacere, che tutti i suoi consigli segreti venivano immediatamente comunicati all'Arcivescovo, il quale agiva nella lodevole persuasione, che qualunque passo del governo civile può aver qualche connessione con la gloria di Dio o coll'interesse della vera religione. I Monaci e la plebe di Callinico, oscura città sulle frontiere della Persia, eccitati dal proprio fanatismo, e da quello del loro Vescovo, avevan tumultuariamente abbruciato un luogo d'adunanza dei Valentiniani, ed una sinagoga di Ebrei. Il sedizioso Prelato fu condannato dal magistrato della provincia o a rifabbricare la sinagoga, o a risarcirne il danno; e questa moderata sentenza fu confermata dall'Imperatore, ma non dall'Arcivescovo di Milano[532]. Ei dettò una lettera di censura e di rimprovero, che più sarebbe stata forse a proposito, se l'Imperatore avesse ricevuto la circoncisione, e rinunciato alla fede del suo Battesimo. Ambrogio considera la tolleranza della religione Giudaica come una persecuzione della Cristiana; arditamente dichiara, ch'egli stesso ed ogni vero fedele avrebbe ardentemente disputato al Vescovo di Callinico il merito del fatto e la corona del martirio, e si duole ne' termini più patetici, che la esecuzione della sentenza sarebbe stata fatale alla fama ed alla salvazione di Teodosio. Poichè questo privato avvertimento non produsse immediatamente l'effetto, l'Arcivescovo pubblicamente dal pulpito[533] diresse il discorso all'Imperatore sul Trono[534], nè volle offrir l'oblazione dell'altare, finattantochè non ebbe ottenuto da Teodosio una solenne e positiva dichiarazione, che assicurasse l'impunità del Vescovo e dei Monaci di Callinico. Fu sincera la ritrattazione di Teodosio[535]; e nel tempo della sua residenza in Milano continuamente andò crescendo l'affetto, che avea verso d'Ambrogio per l'abitudine di una pia e famigliare conversazione. Quando Ambrogio seppe la strage di Tessalonica, il suo spirito fu ripieno d'orrore e di angustia. Ritirossi alla campagna per soddisfare il proprio dolore, e per evitar la presenza di Teodosio. Ma siccome l'Arcivescovo era persuaso, che un timido silenzio lo avrebbe renduto complice del misfatto, rappresentò in una privata lettera l'enormità del delitto, che non potea cancellarsi che mediante le lacrime della penitenza. L'Episcopal vigore d'Ambrogio fu temperato dalla prudenza, e si contentò d'indicargli[536] una specie di scomunica indiretta, assicurandolo, che era stato avvertito in visione di non offerire il sacrifizio in nome o in presenza di Teodosio; ed avvisandolo, che si limitasse all'uso delle preghiere, senz'ardire d'accostarsi all'altare di Cristo, o di ricevere la santa Eucarestia con quelle mani che erano tuttavia contaminate dal sangue di un innocente popolo. Era l'Imperatore profondamente agitato dai propri rimproveri e da quelli del suo padre spirituale; e dopo d'avere pianto le dannose ed irreparabili conseguenze del suo precipitoso furore, si dispose a fare, giusta l'usata forma, le sue devozioni nella Chiesa maggiore di Milano. Fu egli arrestato nel vestibolo dall'Arcivescovo, che col tuono e col linguaggio di un Ambasciatore del Cielo, dichiarò al suo Sovrano, che la contrizione privata non era sufficiente a purgare un delitto pubblico, o a soddisfar la giustizia dell'offesa Divinità. Teodosio umilmente rappresentò, che se egli aveva commesso il delitto dell'omicidio, David, che era l'uomo secondo il cuore di Dio, era stato non solo reo d'omicidio, ma ancor d'adulterio. «Tu hai imitato Davide nel delitto, imitalo dunque nella penitenza»: tale fu la risposta dell'inflessibile Ambrogio. Si accettarono le rigorose condizioni del perdono e della pace; ed è riportata la pubblica penitenza dell'Imperator Teodosio come uno dei più onorevoli avvenimenti negli annali della Chiesa. Secondo le regole più moderate della disciplina ecclesiastica, ch'era in vigore nel quarto secolo, s'espiava il delitto d'omicidio con la penitenza di vent'anni[537]; e siccome nel corso della vita umana era impossibile di purgare il moltiplice reato della strage di Tessalonica, il delinquente avrebbe dovuto escludersi dalla santa comunione fino all'ora della sua morte. Ma l'Arcivescovo, consultando le massime di una religiosa politica, accordò qualche indulgenza al grado dell'illustre penitente, che umiliò fino alla polvere la sublimità del diadema, e potè ammettersi la pubblica edificazione come un forte motivo per abbreviar la durata della sua pena. Era abbastanza, che l'Imperator dei Romani, spogliato delle insegne Reali, comparisse nella positura di dolente e di supplichevole, e che in mezzo alla Chiesa di Milano umilmente chiedesse, con singhiozzi e con lacrime, il perdono delle sue colpe[538]. In questa cura spirituale, Ambrogio impiegò i diversi metodi della dolcezza e della severità. Dopo una dilazione di circa otto mesi, fu restituita a Teodosio la comunion dei fedeli; e l'editto, che frappone un salutevole spazio di trenta giorni fra la sentenza e l'esecuzione di essa, può riguardarsi come il degno frutto della sua penitenza[539]. I posteri hanno applaudito alla virtuosa fermezza dell'Arcivescovo, e l'esempio di Teodosio può servire a provare la vantaggiosa influenza di quei principj, che possono sforzare un Monarca, superiore ai timori delle pene umane, a rispettare le leggi e i ministri d'un Giudice invisibile. «Un Principe (dice Montesquieu) sul quale hanno forza le speranze ed i timori della religione, si può paragonare ad un leone, docile soltanto alla voce ed alla mano del suo custode»[540]. I moti dunque di una reale fiera dipenderanno e dall'inclinazione e dall'interesse dell'uomo, che ha acquistato una sì pericolosa autorità sopra di essa, ed il sacerdote, che ha nelle mani la coscienza di un Re, può accenderne o moderarne le ardenti passioni. Il medesimo Ambrogio ha sostenuto la causa dell'umanità e quella della persecuzione con ugual energia e con uguale successo. [A. 388-391] Dopo la disfatta e la morte del Tiranno della Gallia, il Mondo Romano restò in possesso di Teodosio. Dalla scelta di Graziano ei traeva l'onorevol suo diritto alle province dell'Oriente: egli aveva acquistato l'Occidente, per mezzo della vittoria, ed i tre anni, che passò nell'Italia, furono utilmente impiegati a ristabilire l'autorità delle leggi, ed a corregger gli abusi, che erano impunemente prevalsi durante l'usurpazione di Massimo e la minorità di Valentiniano. Il nome di questo era inserito regolarmente nei pubblici atti; ma sembrava, che la tenera età e la dubbiosa fede del figliuolo di Giustina esigessero la prudente cura di un custode Ortodosso; e l'ingegnosa ambizione di Teodosio avrebbe potuto escludere l'infelice giovane senza contesa e quasi senza una parola, dall'amministrazione, ed anche dall'eredità dell'Impero. Se Teodosio avesse consultato le rigide massime dell'interesse e della politica, la sua condotta sarebbe stata giustificata dai suoi amici; ma la generosità del suo contegno in questa memoranda occasione ha vinto anche l'applauso dei suoi più inveterati nemici. Ei collocò Valentiniano sul trono di Milano, e senza stipulare alcun presente o futuro vantaggio, gli restituì l'assoluto dominio di tutte le Province, delle quali era stato spogliato dalle armi di Massimo. Alla restituzione dell'ampio suo patrimonio, Teodosio aggiunse il libero e generoso dono dei paesi oltre le Alpi, che il suo fortunato valore avea ricuperati dall'assassino di Graziano[541]. Contento della gloria che aveva acquistato nel vendicare la morte del suo benefattore e nel liberar l'Occidente dal giogo della tirannide, l'Imperatore tornò da Milano a Costantinopoli; e pacifico possessor dell'Oriente insensibilmente ricadde negli antichi suoi abiti di lusso e d'indolenza. Teodosio adempì la sua obbligazione verso il fratello di Valentiniano, compartì la coniugal sua tenerezza alla sorella di esso; e la posterità, che ammira la pura e singolar gloria dell'elevazione di lui, dee fare applauso all'incomparabil sua generosità nell'uso della vittoria. [A. 391] L'Imperatrice Giustina non sopravvisse lungamente al suo ritorno nell'Italia, e quantunque vedesse il trionfo di Teodosio, non le fu permesso d'influire sul governo del proprio figlio[542]. Il pernicioso attacco alla setta Arriana, che Valentiniano aveva imbevuto dall'esempio e dalle istruzioni di lei, fu presto tolto via dalle lezioni di una educazione più ortodossa. Il crescente suo zelo per la fede Nicena, e la sua filiale riverenza pel carattere e l'autorità d'Ambrogio, dispose i Cattolici a formare la più favorevol opinione delle virtù del giovane Imperatore d'Occidente[543]. Applaudivano essi alla sua castità e temperanza, al disprezzo che aveva del piacere, all'applicazione per gli affari, ed alla tenera affezione di lui per le due sue sorelle, le quali però non poterono indurre l'imparzial giustizia di lui a pronunziare un'ingiusta sentenza contro l'infimo dei suoi sudditi. Ma quest'amabile giovane, prima di finire il ventesim'anno della sua età, fu oppresso da un tradimento domestico, e l'impero fu involto di nuovo negli orrori di una guerra civile. Arbogaste[544], valente soldato della nazione dei Franchi, teneva il secondo posto nella milizia di Graziano. Dopo la morte del suo Signore s'unì allo stendardo di Teodosio; contribuì col suo valore e colla sua condotta militare alla distruzion del tiranno, e fu dichiarato, dopo la vittoria, Generale dell'esercito della Gallia. Il real suo merito e l'apparente sua fedeltà avean guadagnato la confidenza del Principe e del popolo; l'illimitata sua liberalità corruppe i soldati; e mentre generalmente stimavasi come la colonna dello Stato, l'ardito ed astuto Barbaro s'era segretamente determinato o a regolare o a rovinar l'Impero d'Occidente. Si distribuirono i più importanti posti dell'esercito tra i Franchi; furon promosse le creature d'Arbogaste a tutti gli onori ed uffizi del governo civile; il progresso della cospirazione allontanò dalla presenza di Valentiniano qualunque servo fedele; e l'Imperatore, senza forza e senza cognizione, cadde appoco appoco nella precaria dipendente condizione di schiavo[545]. Lo sdegno, che egli manifestò, quantunque potesse nascere solo dall'impaziente e precipitosa indole giovanile, può però ingenuamente anche attribuirsi allo spirito generoso di un Principe, che sentiva di non essere indegno di regnare. Secretamente invitò l'Arcivescovo di Milano ad intraprendere l'uffizio di mediatore, come guarante della sua sincerità, e custode della sua salute. Pensò d'informare l'Imperatore d'Oriente dell'infelice situazione, in cui si trovava; e dichiarò, che, se Teodosio non avesse potuto marciar prontamente in suo soccorso, egli avrebbe dovuto tentare di fuggir dal palazzo, o piuttosto dalla prigione di Vienna in Gallia, dove imprudentemente avea stabilito la sua residenza in mezzo alla nemica fazione. Ma le speranze d'aiuto eran lontane e dubbiose; e siccome ogni giorno somministrava qualche nuova provocazione, l'Imperatore, senza forza o consiglio, con troppa fretta risolvè di arrischiare un'immediata contesa col potente suo Generale. Ricevè Arbogaste sul trono, e mentre il Conte s'accostava con qualche apparenza : 1 ' ' ' . 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