ed una sufficiente quantità di grano e di bestiame. Aggiunse però, in un
segreto colloquio di confidenziale amicizia, che gli esacerbati Barbari
erano alieni da tali ragionevoli condizioni, e che Fritigerno stava in
dubbio se potesse condurre a fine la conclusione del trattato, qualora
egli non si trovasse sostenuto dalla presenza e dal terrore di un
esercito Imperiale. Verso l'istesso tempo tornò dall'Occidente il Conte
Ricomero ad annunziar la disfatta e la sommissione degli Alemanni, a far
sapere a Valente che il suo nipote avanzavasi con rapide marce alla
testa delle veterane e vittoriose legioni della Gallia; ed a richiedere
in nome di Graziano e della Repubblica, che si sospendesse qualunque
passo pericoloso e decisivo, finattantochè la congiunzione dei due
Imperatori assicurasse il buon successo della guerra Gotica. Ma sul
debole Sovrano dell'Oriente non agivano che le illusioni fatali della
gelosia e dell'orgoglio. Sdegnò l'importuno avviso; rigettò l'umiliante
soccorso; segretamente paragonò l'ignominioso o almeno non glorioso
corso del proprio regno con la fama di un giovane imberbe; e corse al
campo per innalzarsi un immaginario trofeo, prima che la diligenza del
suo collega potesse aver parte veruna nei trionfi della battaglia.
Il nove d'Agosto, giorno che ha meritato d'avere luogo fra i più
malaugurati del calendario Romano[395], l'Imperator Valente, lasciato
sotto una forte guardia il suo bagaglio e la cassa militare, si partì da
Adrianopoli per attaccare i Goti, ch'erano accampati alla distanza di
circa dodici miglia dalla città[396]. Per qualche sbaglio degli ordini,
o per l'ignoranza del luogo, l'ala destra, o la colonna di cavalleria
giunse a vista del nemico, mentre la sinistra era sempre in una
considerabil distanza; i soldati furon costretti nell'affannoso caldo
della state ad affrettare il passo; e si formò la linea di battaglia con
un tedioso disordine ed una irregolar dilazione. S'era distaccata la
cavalleria Gotica per cercar foraggio nelle vicine campagne; e
Fritigerno tuttavia continuava a praticare i soliti suoi artifizi. Spedì
egli dei Messaggieri di pace, fece proposizioni, richiese ostaggi, e
consumò il tempo a tal segno, che i Romani, esposti senza riparo ai
cocenti raggi del sole, restarono esausti dalla sete, dalla fame e
dall'intollerabil fatica. L'Imperatore si indusse a mandare un
Ambasciatore nel campo Gotico: fu applaudito lo zelo di Ricomero, che
solo ebbe il coraggio d'accettare questa pericolosa commissione; ed il
Conte dei domestici, adornato con le splendide insegne della sua
dignità, erasi già qualche tratto avanzato fra le due armate, quando fu
improvvisamente richiamato indietro dal suono della battaglia. Fu fatto
il precipitoso ed imprudente attacco da Bacurio l'Ibero, che comandava
un corpo di arcieri e di targettieri; ed in quella guisa che
s'avanzarono temerariamente, ritiraronsi ancora con perdita e con
vergogna. Nel momento stesso gli squadroni volanti di Alateo e di
Safrace, dei quali ansiosamente s'aspettava l'arrivo dal Generale dei
Goti, scenderono come un turbine dalle montagne, attraversarono il
piano, ed aggiunsero nuovi terrori al tumultuario, ma irresistibile
incontro dell'esercito Barbaro. In poche parole si può descriver
l'evento della battaglia d'Adrianopoli, sì fatale a Valente ed
all'Impero. La cavalleria Romana si diede alla fuga; l'infanteria restò
abbandonata, circondata e tagliata a pezzi. Le più abili evoluzioni, il
più fermo coraggio appena son sufficienti a distrigare un corpo
d'infanteria, circondato in un piano aperto da un maggior numero di
cavalli; ma le truppe di Valente, oppresse dal peso dei nemici e dei
propri lor timori, si trovavano strette in un piccolo spazio, dov'era
per loro impossibile d'estender le file, o anche di servirsi con effetto
delle spade e dei giavellotti. In mezzo al tumulto, alla strage ed al
disordine, l'Imperatore, abbandonato dalle sue guardie e ferito, come si
suppone, da un dardo, cercò rifugio fra i -Lancearj- ed i -Mattiarj-,
che tuttavia mantenevano il loro posto con qualche apparenza d'ordine e
di fermezza. I fedeli Generali, Traiano e Vittore, che videro il suo
pericolo, altamente gridarono che era tutto perduto, se non si poteva
salvar la persona dell'Imperatore. Alcune truppe, animate dalle loro
esortazioni, s'avanzarono in soccorso di lui; ma non trovarono che un
sanguinoso tratto di terra, coperto di un mucchio di armi spezzate e di
laceri corpi, senza potere scuoprir l'infelice lor Principe nè fra i
vivi nè fra i morti. Infatti non potevano essi trovarlo, se vere sono le
circostanze, con le quali hanno alcuni Storici riferito la morte
dell'Imperatore. La cura de' suoi ministri condusse Valente dal campo di
battaglia in una vicina capanna, dove procuravasi di medicare la sua
ferita e di provvedere alla futura salvezza di lui. Ma fu ad un tratto
circondato dai nemici quest'umile asilo; tentarono essi di forzarne la
porta; ma, provocati da una scarica di dardi scagliati dal tetto, ed
impazienti di più indugiare, misero fuoco ad un mucchio di secche legna,
e distrussero la capanna insieme coll'Imperatore ed i suoi famigliari.
Valente perì nelle fiamme, e non iscampò che un sol giovane, il quale
saltando dalla finestra contò la trista novella, ed informò i Goti
dell'inestimabile preda, che avevan perduto per causa della loro
inconsideratezza. Nella battaglia d'Adrianopoli perì un gran numero di
prodi e distinti Uffiziali, ed essa uguagliò nell'effettiva perdita, e
molto sorpassò nelle fatali conseguenze la disgrazia, che Roma una volta
soffrì nei campi di Canne[397].
Si trovarono fra i morti due Generali della cavalleria e della
infanteria, due grand'Uffiziali del palazzo e trentacinque Tribuni, e la
morte di Sebastiano mostrò al Mondo che se egli fu l'autore, fu pure la
vittima della pubblica calamità. Fu distrutto per più di due terzi
l'esercito Romano, e le tenebre della notte vennero tenute per molto
propizie, come quelle che servirono a coprire la fuga della moltitudine,
ed a proteggere la più ordinata ritratta di Vittore e di Ricomero, che
soli, in mezzo alla generale costernazione, mantennero il vantaggio di
un tranquillo valore e di una regolar disciplina[398].
Mentre erano ancora fresche nelle menti degli uomini le impressioni del
dolore e dello spavento, l'oratore più celebre di quel tempo compose
l'orazione funebre d'un esercito superato e d'un odioso Principe, il
trono del quale era già stato occupato da uno straniero. «Non mancan
persone (dice l'ingenuo Libanio) che incolpano la prudenza
dell'Imperatore, o che attribuiscono la pubblica disgrazia al difetto di
coraggio e di disciplina nelle truppe. Quanto a me, io venero la memoria
delle lor precedenti azioni; venero la gloriosa morte, che valorosamente
soffrirono, stando salde e combattendo nei loro posti: venero il campo
di battaglia, asperso del sangue loro e di quello dei Barbari. Questi
onorevoli segni sono già stati cancellati dalle piogge; ma i superbi
monumenti delle ossa loro, di quelle dei generali, dei centurioni e de'
valenti soldati meritano una più lunga durata. Il Sovrano medesimo pugnò
e cadde nelle prime file dell'esercito. I suoi famigliari gli
presentarono i più veloci destrieri della stalla Imperiale, che presto
l'avrebbero liberato dalla persecuzion del nemico; essi lo stimolarono
in vano a conservare l'importante sua vita pel futuro servigio della
Repubblica. Ei fu costante nella protesta d'essere indegno di
sopravvivere a tanti de' più valorosi e fedeli suoi sudditi; ed il
Monarca restò nobilmente sepolto sotto un monte di uccisi. Non vi sia
dunque chi ardisca d'attribuir la vittoria dei Barbari al timore, alla
debolezza o alla imprudenza delle truppe Romane. I Capitani ed i soldati
animati furono dal valore dei loro maggiori, de' quali uguagliavan la
disciplina e l'arte militare. La generosa loro emulazione fu sostenuta
dall'amore della gloria, che li pose in istato di contendere nel tempo
istesso con la fame e con la sete, col ferro e col fuoco, ed a
volentieri abbracciare una morte onorata, come un refugio contro la fuga
e l'infamia. Lo sdegno degli Dei è stata la sola cagione del buon
successo dei nostri nemici». La verità dell'istoria può disapprovar
qualche parte di questo panegirico, che a rigore non si può conciliare
col carattere di Valente o con le circostanze della battaglia; è dovuta
però la più giusta lode all'eloquenza, e molto più alla generosità del
Sofista d'Antiochia[399].
Si esaltò l'orgoglio de' Goti per questa memorabile vittoria, ma restò
sconcertata la loro avidità dalla mortificante scoperta, che la più
ricca porzione delle spoglie Imperiali era stata riposta dentro le mura
di Adrianopoli. Essi affrettaronsi a godere il premio del lor valore; ma
s'opposero loro i residui d'un vinto esercito con intrepida fermezza,
che fu l'effetto della disperazione e l'unica speranza che avessero di
salute. Le mura della città, ed i ripari del campo addiacente, furono
guerniti di macchine militari, che scagliavano pietre d'enorme peso, e
spaventavano gl'ignoranti Barbari più con lo strepito e con la velocità,
che coll'effetto reale della scarica. S'erano uniti nel pericolo e nella
difesa i soldati, i cittadini, i provinciali e i domestici del palazzo;
tornò rispinto il furioso assalto de' Goti; le segrete loro arti di
perfidia e di tradimento furono scoperte; e dopo un ostinato
combattimento di più ore, si ritirarono alle loro tende, convinti per
esperienza, che sarebbe stato migliore partito per essi l'osservare il
trattato, che il sagace lor Condottiero aveva tacitamente stipulato con
le fortificazioni delle grandi e popolate città. Dopo il precipitoso e
non politico macello di trecento disertori, atto di giustizia sommamente
utile alla disciplina degli eserciti Romani, i Goti levarono sdegnati
l'assedio d'Adrianopoli. Lo spettacolo della guerra e del tumulto si
convertì ad un tratto in un tacito orrore solingo; immediatamente sparì
la moltitudine; i segreti sentieri de' boschi, e de' monti eran segnati
dalle vestigia de' fuggitivi tremanti, che cercavan rifugio nelle
distanti città dell'Illirico e della Macedonia; ed i fedeli ministri
della casa e del tesoro Imperiale cautamente andavano in cerca
dell'Imperatore, del quale tuttora ignoravan la morte. La corrente
dell'inondazione Gotica scorse dalle mura d'Adrianopoli fino ai
sobborghi di Costantinopoli. I Barbari furon sorpresi dallo splendido
aspetto della capitale dell'Oriente, dall'altezza ed estension delle
mura, dalle migliaia di ricchi e spaventati cittadini, che coronavano i
forti, e dalla varia veduta della terra e del mare. Nel tempo, che
stavano ammirando con inutile desiderio le inaccessibili bellezze di
Costantinopoli, una truppa di Saracini[400], che fortunatamente s'erano
arruolati al servigio di Valente, fece una sortita da una porta della
città. La cavalleria della Scizia dovè cedere alla mirabil velocità ed
al brio de' cavalli Arabi; quelli che li cavalcavano erano abili
nell'evoluzioni della guerra irregolare; ed i Barbari settentrionali
restarono attoniti e sconcertati dall'inumana ferocia de' Barbari del
Mezzodì. Un soldato Gotico, essendo stato ucciso dal pugnale d'un Arabo,
il chiomato e nudo selvaggio, ponendo le labbra alla ferita di esso,
esprimeva un orribil diletto nel succiar che faceva il sangue del vinto
di lui nemico[401]. L'armata Gotica, carica delle spoglie de' ricchi
sobborghi e del territorio addiacente, con lentezza si mosse dal Bosforo
verso i monti, che formano il confine Occidentale della Tracia. Fu
abbandonato l'importante passo di Succi dal timore o dalla mala condotta
di Mauro; ed i Barbari, che non avevano più da temere alcuna resistenza
dalle disperse e vinte truppe dell'Oriente, si diffusero sulla
superficie d'una fertile e coltivata regione, sino ai confini
dell'Italia e del mare Adriatico[402].
[A. 378-379]
I Romani, che narrano con tanta freddezza e brevità gli atti di
giustizia esercitati dalle legioni[403], riservano la lor pietà ed
eloquenza per le angustie, che soffrirono essi, allorchè le Province
furono invase e desolate dalle armi fortunate de' Barbari. La semplice
ben circostanziata istoria (se pure una tal istoria esistesse) della
rovina d'una sola città, delle disgrazie d'una sola famiglia[404]
potrebbe rappresentare un'interessante ed istruttiva pittura de' costumi
umani; ma la tediosa ripetizione di vaghi e declamatori lamenti
stancherebbe l'attenzione del più paziente lettore. Si può applicare la
stessa censura, quantunque forse non in grado uguale agli scrittori sì
profani che ecclesiastici di quegl'infelici tempi, vale a dire che i
loro animi erano accesi da una religiosa e volgare animosità, e che
s'alterava la vera grandezza e il colore di ogni oggetto
dall'esagerazioni della corrotta loro eloquenza. Potè l'ardente
Girolamo[405] deplorar con ragione le calamità apportate da' Goti, e da'
Barbari loro alleati nel nativo suo paese della Pannonia e nella vasta
estensione delle Province, che sono fra le mura di Costantinopoli e il
piè delle alpi Giulie; le rapine, le stragi, gl'incendi, e sopra tutto
la profanazion delle Chiese, che si convertirono in stalle, e
l'irriverente trattamento delle reliquie de' Santi Martiri. Ma il Santo
si lascia trasportare oltre i confini della natura e dell'istoria,
quando asserisce «che non rimase in quelle deserte regioni altro che il
cielo e la terra; che distrutte le città ed estirpata la razza umana, il
suolo era tutto ingombrato da folte selve e d'inestricabili boschi; e
che s'adempiva la universal desolazione, annunziata dal Profeta Sofonia,
nella scarsità delle bestie, degli uccelli e fino de' pesci». Si
esposero tali querele circa vent'anni dopo la morte di Valente; e le
Province Illiriche, le quali furono sempre soggette all'invasione ed al
passaggio de' Barbari, continuarono dopo un calamitoso corso di dieci
secoli a somministrar nuovi materiali di rapina e di distruzione.
Quand'anche si potesse supporre, che un ampio tratto di paese fosse
lasciato inculto e senz'abitanti, le conseguenze di ciò non avrebber
potuto essere tanto fatali alle inferiori produzioni dell'animata
natura. Gli utili e deboli animali, che si nutriscon dalla mano degli
uomini, posson soffrire e distruggersi, qualora sieno privati della lor
protezione; ma le bestie della foresta, nemiche o vittime dell'uomo, si
debbon piuttosto moltiplicare nel libero e non disturbato possesso de'
solitari loro dominj. Le varie tribù, che popolano l'aria o l'acqua,
sono anche meno connesse colla sorte della specie umana; ed è molto
probabile, che i pesci del Danubio dovessero sentire maggior terrore ed
angustia dall'avvicinarsi loro un vorace luccio, che dalle ostili
scorrerie d'un'armata di Goti.
[A. 378]
Per quanto fosse stato grande il numero delle calamità dell'Europa,
v'era motivo di temere che in breve le stesse disgrazie s'estenderebbero
alle pacifiche regioni dell'Asia. I figli de' Goti erano stati
giudiziosamente distribuiti per le città dell'Oriente; e si erano
impiegate le cure dell'educazione per vincere ed ingentilire la nativa
fierezza della loro indole. Nello spazio di circa dodici anni era
continuamente cresciuto il lor numero; ed i fanciulli, che nella prima
emigrazione erano stati mandati sopra l'Ellesponto, avevano acquistato
con rapido avanzamento la forza e lo spirito di una perfetta
virilità[406]. Era impossibile di impedir che sapessero gli eventi della
guerra Gotica; e siccome quegli arditi giovani non aveano studiato il
linguaggio della dissimulazione, dimostravano il desiderio, la brama, e
forse l'intenzione, che avevano, d'emulare il glorioso esempio de' loro
padri. Pareva che il pericolo di que' tempi giustificasse i gelosi
sospetti dei Provinciali; e furono ammessi tali sospetti come
indubitabili prove, che i Goti dell'Asia formato avessero una segreta e
pericolosa cospirazione contro la pubblica sicurezza. La morte di
Valente avea lasciato l'Oriente senza Sovrano; e Giulio, che occupava
l'importante posto di General delle truppe con un'alta riputazione di
diligenza e d'abilità, si credè in dovere di consultare il Senato di
Costantinopoli, che nella vacanza del Trono si considerava da esso, come
l'assemblea rappresentante della nazione. Appena ebbe ottenuto la libera
facoltà di operare come giudicava espediente pel bene della Repubblica,
che convocò i primi uffiziali, e segretamente concertò i mezzi opportuni
per eseguire il sanguinario suo disegno. Fu immediatamente pubblicato un
ordine, che in un dato giorno si unisse la Gioventù Gotica nelle città
capitali delle respettive loro Province; e siccome si fece a bella posta
spargere una voce, che si convocavano per dar loro un liberal donativo
di terre e di danaro, la piacevole speranza mitigò il furore del loro
sdegno, e forse sospese i moti della cospirazione. Nel giorno
determinato tutta la gioventù Gotica fu diligentemente raccolta
senz'armi in una piazza; le strade ed i passi della medesima erano
occupati dalle truppe Romane, ed i tetti delle case coperti di arcieri e
frombolieri. In tutte le città dell'Oriente fu dato alla medesima ora il
segnale dell'indistinto macello; e la crudel prudenza di Giulio liberò
le Province dell'Asia da un domestico nemico, che in pochi mesi avrebbe
potuto portare il ferro ed il fuoco dall'Ellesponto all'Eufrate[407].
L'urgente considerazione della sicurezza pubblica può senza dubbio
autorizzare la violazione di ogni legge positiva. Ma fino a qual segno
questa od altra simil considerazione possa valere a disciogliere le
naturali obbligazioni d'umanità e di giustizia, è dessa una dottrina,
che io desidero di sempre ignorare.
[A. 379]
L'Imperator Graziano erasi molto avanzato nella sua marcia verso le
pianure d'Adrianopoli, quando fu informato, a principio dalla voce
confusa della fama, ed in seguito dai più esatti ragguagli di Vittore e
di Ricomero, che l'impaziente collega di lui era stato ucciso in
battaglia, e che la spada dei vittoriosi Goti aveva esterminato due
terzi dell'armata Romana. Per quanto sdegno meritasse la temeraria e
gelosa vanità dello zio, l'ira di un animo generoso è facilmente vinta
dai più dolci moti di dolore e di compassione; ed anche i sentimenti di
pietà presto andarono a perdersi nella seria e formidabile
considerazione dello stato attuale della Repubblica. Graziano non era
più in tempo d'assistere, ed era troppo debole per vendicare il suo
disgraziato Collega, ed il valoroso e modesto giovane sentì se stesso
incapace a sostenere un Mondo cadente. Una formidabil tempesta di
Barbari della Germania sembrava pronta ad invader le Province della
Gallia; e lo spirito di Graziano era oppresso e distratto
dall'amministrazione dell'Impero Occidentale. In quest'importante crisi,
il Governo dell'Oriente, e la condotta della guerra Gotica esigevano
tutta intera l'attenzione d'un Eroe e d'un politico. Un suddito,
investito di sì ampio comando, non avrebbe lungamente conservato la sua
fedeltà ad un distante benefattore; ed il consiglio Imperiale abbracciò
la savia e virile risoluzione di acquistarsi una riconoscenza, piuttosto
che cedere ad un insulto. Graziano desiderava di donare la porpora come
un premio della virtù: ma non è facile per un Principe, educato nel
supremo posto, di conoscere alla età di diciannove anni i veri caratteri
dei propri Generali e ministri. Procurò di pesare con imparziale
bilancia i diversi loro meriti e difetti; e mentre frenava il temerario
ardire dell'ambizione, diffidava di quella cauta saviezza, che induce a
disperare della Repubblica. Siccome ogni momento di dilazione faceva
perdere qualche parte del potere e de' ripieghi del futuro Sovrano
d'Oriente, la situazione delle circostanze non permetteva un tedioso
dibattimento. Graziano tosto dichiarò la sua scelta in favore d'un
esule, il padre del quale, non più che tre anni avanti, aveva sofferto,
esercitando esso l'autorità sovrana, un'ingiusta ed ignominiosa morte.
Il Gran Teodosio, nome celebre nell'Istoria e caro alla Chiesa
Cattolica[408], fu chiamato alla Corte Imperiale, che appoco appoco
erasi ritirata dai confini della Tracia al più sicuro quartiere di
Sirmio. Cinque mesi dopo la morte di Valente, l'Imperator Graziano
produsse in presenza alle truppe adunate il -suo- Collega e -loro-
Signore, che dopo una modesta e forse sincera resistenza, fu costretto
ad accettare, in mezzo alle generali acclamazioni, il diadema, la
porpora e l'ugual titolo d'Augusto[409]. Destinate furono al governo del
nuovo Imperatore le Province della Tracia, dell'Asia e dell'Egitto,
sopra le quali avea regnato Valente; ma siccome ad esso era specialmente
affidata la condotta della guerra Gotica, fu smembrata la Prefettura
dell'Illirico; e furono aggiunte agli stati dell'Impero d'Oriente le due
gran diocesi della Dacia e della Macedonia[410].
L'istessa Provincia, e forse anche l'istessa città[411], che aveva dato
al trono le virtù di Trajano ed i talenti d'Adriano, fu la sede
originale d'un'altra famiglia di Spagnuoli, che in un secolo meno felice
tenne per quasi ottant'anni il decadente Impero di Roma[412]. Questa
uscì dall'oscurità degli onori municipali mediante l'attivo spirito del
vecchio Teodosio, Generale le cui imprese nella Britannia e nell'Affrica
formarono una delle più splendide parti degli annali di Valentiniano. Il
figlio di quel Generale, che aveva parimente il nome di Teodosio, fu
educato da abili professori negli studi liberali della gioventù; ma
nell'arte della guerra fu istruito dalla tenera cura e dalla severa
disciplina del proprio padre[413]. Sotto lo stendardo di tal
condottiere, il giovane Teodosio andò in cerca di gloria e di cognizioni
nei più lontani teatri dell'azione militare; assuefece il suo corpo alla
diversità delle stagioni e dei climi; distinse il suo valore per mare e
per terra; ed osservò la differente maniera di guerreggiare degli Scoti,
dei Sassoni e dei Mori. Il proprio merito e la raccomandazione del
conquistatore dell'Affrica l'elevarono in breve ad un comando separato;
e fatto Duce della Mesia, vinse una armata di Sarmati, salvò la
Provincia, meritò l'amor dei soldati, e provocò l'invidia della
Corte[414]. La sua nascente fortuna ben presto decadde per la disgrazia
e l'esecuzione dell'illustre suo padre; e Teodosio ricevè come un favore
la permissione di ritirarsi a fare una vita privata nella nativa sua
Provincia di Spagna. Ei dimostrò un fermo e moderato carattere nella
calma, con cui s'adattò a questa nuova situazione. Il suo tempo era
quasi ugualmente diviso fra la città e la campagna; lo spirito, che
aveva animato la sua condotta pubblica, si fece conoscere anche
nell'attivo e premuroso adempimento di ogni dover sociale; e con
vantaggio applicossi la diligenza del soldato a migliorare il vasto suo
patrimonio[415], che era fra Vagliadolid e Segovia in mezzo ad un
fertile territorio, tuttavia famoso per la più squisita razza di
pecore[416]. Dagl'innocenti ma utili lavori delle sue possessioni,
Teodosio in meno di quattro mesi fu trasferito al trono dell'Impero
Orientale; e tutta la serie dell'istoria degli uomini non potrà forse
somministrare un esempio simile d'innalzamento nell'istesso tempo sì
puro e sì onorevole. I Principi, che ereditano pacificamente lo scettro
dei loro padri, pretendono e godono un diritto legittimo, tanto più
sicuro, quanto è assolutamente distinto dai meriti del lor carattere
personale. I sudditi, che in una Monarchia o in uno stato popolare
acquistano la suprema potestà, possono elevarsi colla superiorità del
genio o della virtù sopra i loro simili; ma rare volte la loro virtù è
libera dall'ambizione, e frequentemente la causa del candidato, che
ottiene il suo intento, è macchiata dalla colpa della cospirazione o
della guerra civile. Eziandio in que' Governi, che permettono al Monarca
regnante di nominare un collega o successore, la parziale sua scelta,
nella quale possono influire le più cieche passioni, è spesso diretta ad
un indegno soggetto. Ma la più sospettosa malignità non potè attribuire
a Teodosio nell'oscura sua solitudine di Cauca, gli artifizi, i
desiderj, e neppure le speranze d'un ambizioso politico, ed il nome
stesso dell'esule da gran tempo sarebbe andato in dimenticanza, se le
vere e distinte virtù di lui non avesser lasciato una profonda
impressione nella Corte Imperiale. Il sublime suo merito, nel tempo
della prosperità, non si era curato; ma nelle pubbliche angustie fu
generalmente riconosciuto o sentito. Qual fiducia mai non doveva esser
posta nella sua integrità, mentre Graziano potè fidarsi, che un pietoso
figlio per amore della Repubblica perdonato avrebbe l'uccisione del
padre! Qual espettazione dovevasi avere della sua abilità per sostener
la speranza, che un solo uomo potesse salvare e restaurar l'Impero
dell'Oriente! Teodosio fu decorato della porpora nell'anno
trentesimoterzo della sua età. Il volgo guardava con ammirazione la
virile bellezza del sembiante e la graziosa maestà della persona di lui,
che si compiaceva di paragonare con le pitture e medaglie dell'Imperator
Trajano; mentre gl'intelligenti osservatori scuoprivano nelle sue
qualità del cuore e dello spirito una ben più importante rassomiglianza
all'ottimo ed al più grande fra i Principi Romani.
[A. 379-382]
Non senza il più sincero dispiacere debbo adesso prender licenza da
un'esatta e fedel guida, che ha composto l'istoria de' suoi tempi senza
secondare i pregiudizi e le passioni che ordinariamente influiscono
sulla mente di uno scrittore contemporaneo. Ammiano Marcellino, che
termina l'utile sua opera con la disfatta e con la morte di Valente,
raccomanda il soggetto più glorioso del seguente regno al fresco vigore
ed all'eloquenza della nuova generazione[417]. Ma questa non fu disposta
ad accettarne il consiglio o ad imitarne l'esempio[418], e nello studio
del regno di Teodosio noi siamo ridotti ad illustrare la parzial
narrazione di Zosimo con oscuri barlumi di frammenti e di croniche, col
figurato stile della poesia o del panegirico, e col precario aiuto degli
Ecclesiastici, che nel calore della fazion religiosa son portati a
disprezzare le virtù profane della sincerità e della moderazione.
Consapevole di tali svantaggi, che continueranno ad involgere una parte
considerabile dell'istoria della decadenza e rovina del Romano Impero,
io camminerò con dubbiosi e timidi passi. Può affermarsi però
arditamente, che non fu mai vendicata la battaglia d'Adrianopoli da
veruna segnalata o decisiva vittoria di Teodosio contro i Barbari: e
l'espressivo silenzio dei venali oratori di lui si può confermare
dall'osservazione dello stato e delle circostanze dei tempi. La fabbrica
d'un potente Impero, che era sorto coll'opera di più secoli, non poteva
rovesciarsi dalla disgrazia di una sola giornata, se la forza fatale
dell'immaginazione non avesse esagerato la vera misura della calamità.
La perdita di quarantamila Romani, che perirono nelle pianure
d'Adrianopoli, poteva presto ripararsi nelle popolate Province
dell'Oriente, che contenevano tanti milioni di abitatori. Il coraggio di
un soldato è la qualità più a buon mercato e più comune della natura
umana; ed una sufficiente perizia per affrontare un nemico
indisciplinato, poteva in breve acquistarsi mediante la cura dei
Centurioni, che in vita eran rimasti. Se i Barbari s'erano impossessati
dei cavalli e delle armi dei vinti loro nemici, le copiose razze della
Cappadocia e della Spagna somministrar potevano nuovi squadroni di
cavalleria; i trentotto arsenali dell'Impero erano abbondantemente
forniti di magazzini di armi offensive e difensive; e la ricchezza
dell'Asia potea sempre concedere un ampio fondo per le spese della
guerra. Ma gli effetti, che produsse la battaglia d'Adrianopoli negli
animi dei Barbari o de' Romani estesero la vittoria de' primi, e la
disfatta de' secondi molto al di là dei limiti d'una sola giornata. Si
udì un Capitano Gotico protestare con insolente moderazione, che quanto
a sè era stanco della strage; ma si maravigliava come un popolo, che
fuggiva d'avanti a lui come un branco di pecore, ardisse ancora di
disputargli il possesso dei propri beni e delle Province[419]. Gli
stessi terrori, che aveva sparso fra le tribù Gotiche il nome degli
Unni, s'erano inspirati dal formidabil nome dei Goti fra' sudditi ed i
soldati dell'Impero Romano[420]. Se Teodosio avesse precipitosamente
raccolto le sparse sue truppe, e le avesse condotte in campo a fronte
d'un vittorioso nemico, il suo esercito sarebbe restato vinto dai propri
timori, nè l'incerta sorte del successo avrebbe scusato l'imprudenza del
Capitano. Ma il Gran Teodosio, titolo che onorevolmente si meritò in
questa importante occasione, si condusse da costante e fedel custode
della Repubblica. Piantò i suoi principali quartieri a Tessalonica,
capitale della Diocesi di Macedonia[421], d'onde poteva osservare gli
irregolari movimenti dei Barbari, e diriger le operazioni dei suoi
Luogotenenti, dalle porte di Costantinopoli fino ai lidi dell'Adriatico.
Si rinforzarono le guarnigioni e fortificazioni delle città; e le
truppe, nelle quali fu ravvivato un sentimento d'ordine e di disciplina,
ripresero insensibilmente coraggio per la confidenza della propria
salvezza. Da questi sicuri posti arrischiaronsi a fare delle frequenti
sortite su' Barbari, che infestavano l'addiacente campagna; e siccome
rare volte permettevasi loro l'attacco senza qualche decisivo vantaggio
o nel terreno o nel numero, le loro imprese furono per lo più fortunate,
e presto restarono persuasi per la propria esperienza della possibilità
di vincere gl'-invincibili- loro nemici. Appoco appoco riunironsi in
piccole armate i distaccamenti di quelle divise guarnigioni; si
proseguirono i medesimi cauti passi a forma d'un esteso e ben concertato
piano di operazioni; i quotidiani successi accrescevan forza e coraggio
alle armi Romane, e l'artificiosa diligenza dell'Imperatore, che facea
circolare i più favorevoli ragguagli degli avvenimenti della guerra,
contribuì a domar l'orgoglio dei Barbari, e ad animar le speranze e
l'ardire dei proprj sudditi. Se in luogo di questi deboli ed imperfetti
delineamenti, si potessero con esattezza rappresentare i consigli e le
azioni di Teodosio in quattro successive campagne, vi è ragione di
credere, che la consumata perizia di lui meriterebbe l'applauso d'ogni
militare lettore. Le dilazioni di Fabio avevano anticamente salvato la
Repubblica; e mentre gli splendidi trofei di Scipione nella campagna di
Zama tirano a sè gli occhi della posterità, gli accampamenti e le marce
del Dittatore fra i colli della Campania hanno un ben giusto diritto a
quell'indipendente e solida fama, che il Generale non è costretto a
dividere nè con la fortuna nè con le truppe. Di tal sorta fu il merito
ancor di Teodosio; e la debolezza del suo corpo, che fu molto
inopportunamente attaccato da una lunga e pericolosa malattia, non potè
opprimere il vigore della sua mente, o deviarne l'attenzione dal
pubblico servigio[422].
[A. 379-382]
La liberazione e la pace delle Province Romane[423] fu opera più della
prudenza che del valore; la prudenza di Teodosio fu secondata dalla
fortuna; e l'Imperatore non mancò mai di trar profitto e vantaggio da
ogni favorevole circostanza. Finattantochè il superior genio di
Fritigerno conservò l'unione, e diresse i movimenti dei Barbari, la loro
forza fu capace della conquista d'un grande Impero. La morte di
quell'Eroe, predecessore e maestro del famoso Alarico, liberò
un'impaziente moltitudine dall'intollerabile giogo della disciplina e
della discrezione. I Barbari, ch'erano stati tenuti in freno dalla sua
autorità, s'abbandonarono ai dettami delle loro passioni; e queste di
rado erano coerenti o uniformi. Un'armata di conquistatori si divise in
molte disordinate bande di selvaggi ladroni; e la cieca ed irregolare
lor furia non fu meno dannosa a loro medesimi che ai nemici. Si vedeva
la cattiva loro disposizione nel distrugger che essi facevano qualunque
oggetto, che non avevan forza di trasportare, o buon gusto da godere; e
spesso consumarono con improvvida rabbia le raccolte o i granai, che
poco dopo divennero necessari alla lor sussistenza. Eccitossi uno
spirito di discordia fra quelle indipendenti nazioni e tribù, che non
s'erano unite che per mezzo dei vincoli d'una libera e volontaria
alleanza. Le truppe degli Unni e degli Alani dovevan naturalmente
rinfacciare a' Goti la fuga; e questi non eran disposti ad usar con
moderazione i vantaggi della fortuna: non potea più lungamente restar
sospesa l'antica gelosia fra gli Ostrogoti ed i Visigoti; ed i superbi
Capitani tuttora si rammentavan gl'insulti e le ingiurie che si eran
fatte reciprocamente, allorchè la nazione trovavasi al di là del
Danubio. Il progresso delle particolari fazioni abbatteva il più general
sentimento dell'animosità nazionale; e gli uffiziali di Teodosio avevan
ordine di comprare con liberali doni e promesse la ritirata o i servigi
del malcontento partito. L'acquisto di Modar, principe del sangue reale
degli Amali, diede un ardito e fedel campione alla parte Romana.
L'illustre disertore ottenne subito il posto di Generale con un
importante comando; sorprese un'armata di suoi nazionali, che erano
immersi nel sonno e nel vino; e dopo una crudele strage degli attoniti
Goti tornò con un'immensa preda di quattromila carri al campo
Imperiale[424]. Nelle mani d'un avveduto politico i mezzi più differenti
si possono utilmente dirigere ai medesimi fini; e la pace dell'Impero,
cominciata dalla divisione, fu compiuta dalla riunione dei Goti.
Atanarico il quale era stato paziente spettatore di quegli straordinari
avvenimenti, alla fine dell'evento delle armi fu tratto fuor dagli
oscuri nascondigli dei boschi di Caucaland. Egli non esitò più a passare
il Danubio, ed una parte molto considerabile dei sudditi di Fritigerno,
che aveva già provato gli incomodi dell'anarchia, facilmente s'indusse a
riconoscer per Re un Giudice Gotico, del quale rispettava la nascita, e
spesso aveva sperimentato l'abilità. Ma l'età avea raffreddato l'ardente
spirito d'Atanarico; ed invece di condurre il suo popolo al campo della
battaglia e della vittoria, diede orecchio prudentemente all'opportuna
proposizione d'un onorevole e vantaggioso trattato. Teodosio, che
conosceva il merito ed il potere del suo nuovo alleato, condiscese ad
incontrarlo alla distanza di più miglia da Costantinopoli; e lo trattò
nella città Imperiale con la confidenza d'un amico o colla magnificenza
d'un Monarca. «Il Barbaro Principe con curiosa attenzione osservò la
varietà degli oggetti, che a sè traevano i suoi occhi, e finalmente
proruppe in questa sincera e patetica esclamazione di meraviglia: Adesso
io miro, ciò che non avrei mai creduto, le glorie di questa Capitale
stupenda! E girando attorno gli occhi vide ed ammirò la dominante
situazione della città, la forza e bellezza delle mura e dei pubblici
edifizi, il capace porto, coronato d'innumerabili navi, il continuo
commercio di remote nazioni, e le armi e la disciplina delle truppe. In
verità, proseguì Atanarico, l'Imperator dei Romani è un Dio sopra la
terra; e l'uomo presontuoso, che ardisce d'alzar la mano contro di lui,
è reo del proprio sangue[425].» Il Gotico Re non potè goder lungamente
di quell'onorevol e splendido trattamento, e poichè la temperanza non
era la virtù della sua nazione, giustamente si può sospettare che la
mortale malattia di lui derivasse da' piaceri degl'Imperiali banchetti.
Ma la politica di Teodosio trasse un più solido vantaggio dalla morte di
lui che non avrebbe potuto aspettare dai più fedeli servigi del suo
alleato. Con solenni ceremonie si fece il funerale d'Atanarico, nella
capitale dell'Oriente; fu eretto un magnifico monumento alla sua
memoria; e tutta l'armata di esso, vinta dalla liberal cortesia e dal
decente lutto di Teodosio, s'arrolò sotto gli stendardi dell'Imperio
Romano[426]. La sommissione d'un corpo di Visigoti sì grande produsse le
più salutevoli conseguenze; e l'influsso della forza, della ragione e
della corruzione, unite insieme, divenne sempre più potente ed esteso.
Ogni Capitano indipendente affrettossi a fare un trattato a parte, pel
timore che un ostinato indugio non l'esponesse solo e senza difesa alla
vendetta o alla giustizia del vincitore. Si può fissare la data della
generale o piuttosto finale capitolazione dei Goti a quattro anni, un
mese e venticinque giorni dopo la disfatta e la morte dell'Imperator
Valente[427].
[A. 386]
Le Province del Danubio erano già sollevate dall'opprimente peso dei
Grutungi od Ostrogoti mediante la volontaria ritirata d'Alateo e di
Safrace, lo spirito inquieto dei quali avevagli mossi a cercare nuove
scene di rapina e di gloria. Il distruttivo loro corso era diretto verso
l'Occidente; ma noi dobbiamo contentarci d'un'oscura ed imperfetta
cognizione delle varie loro avventure. Gli Ostrogoti spinsero varie
tribù Germaniche nelle Province della Gallia; conclusero e tosto
violarono un trattato coll'Imperator Graziano; avanzaronsi nelle
incognite regioni del Norte; e dopo uno spazio di quattro anni tornarono
con maggiori forze alle rive del basso Danubio. Avevano reclutato i più
feroci guerrieri della Germania e della Scizia; ed i soldati o almeno
gli Istorici dell'Impero non conoscevan più il nome e gli aspetti dei
primi loro nemici[428]. Il Generale, che comandava le forze terrestri e
marittime della frontiera della Tracia, tosto s'accorse che la propria
superiorità sarebbe svantaggiosa pel pubblico servigio; e che i Barbari,
spaventati dalla presenza delle sue flotte e legioni, avrebbero
probabilmente differito il passaggio del fiume fino al prossimo inverno.
La destrezza delle spie, che esso mandò nel campo dei Goti, attirò i
Barbari in una rete fatale. Si lasciarono persuadere, che mediante un
ardito tentativo avrebber potuto sorprendere nel silenzio e
nell'oscurità della notte l'addormentato esercito dei Romani; e fu
precipitosamente imbarcata tutta la moltitudine in una flotta di tremila
canoe[429]. I più prodi fra gli Ostrogoti conducevano la vanguardia: il
corpo di mezzo era composto del rimanente dei loro sudditi e soldati; e
le femmine ed i fanciulli seguivano con sicurezza nella retroguardia.
Era stata scelta una notte senza luna per eseguire il disegno; ed erano
quasi giunti alla sponda meridionale del Danubio con la ferma fiducia di
trovare un facile sbarco ed un campo non guardato. Ma s'arrestò ad un
tratto il progresso dei Barbari da un ostacolo inaspettato, vale a dire
da una triplice fila di navi fortemente connesse l'una coll'altra, che
formavano un'impenetrabil catena di due miglia e mezzo lungo il fiume.
Mentre tentavano essi di aprirsi per forza la strada in un disuguale
combattimento, fu oppresso il lor destro fianco dall'irresistibile
attacco di una flotta di galere, che erano spinte giù pel fiume dalla
forza insieme dei remi e della corrente. Il peso e la velocità di quelle
navi da guerra ruppe, gettò a fondo, e disperse le rozze e deboli canoe
dei Barbari: inefficace tornò ad essi il loro valore; ed Alateo, Re o
Generale degli Ostrogoti, perì con le brave sue truppe, o sotto la spada
dei Romani, o nelle acque del Danubio. L'ultima divisione di
quell'infelice flotta poteva riguadagnare l'opposto lido; ma l'angustia
ed il disordine della moltitudine la rendè incapace di azione e di
consiglio; e tosto implorarono la clemenza dei vittoriosi nemici. In
questa occasione, ugualmente che in molte altre, è difficile di
conciliar le passioni ed i pregiudizi degli scrittori del secolo di
Teodosio. Il parziale e maligno Istorico, che altera qualunque azione
del suo regno, asserisce, che l'Imperatore non comparve nel campo di
battaglia, finattantochè i Barbari non furon vinti dal valore e dalla
condotta di Promoto, suo luogotenente[430]. L'adulante Poeta, che
celebrò nella Corte d'Onorio le glorie del padre e del figlio,
attribuisce la vittoria al personale valore di Teodosio; e quasi vuole
insinuare che il Re degli Ostrogoti fosse ucciso per mano
dell'Imperatore[431]. Si potrebbe forse trovare la verità dell'istoria
in un giusto mezzo fra queste estreme e contradditorie asserzioni.
[A. 383-395]
Il trattato originale, che fissò lo stabilimento dei Goti, che assicurò
i lor privilegi, e ne determinò le obbligazioni, servirebbe ad
illustrare la storia di Teodosio e de' suoi successori. La serie di
questa non ha che imperfettamente conservato lo spirito e la sostanza di
quel singolare accordo[432]. Le devastazioni della guerra e della
tirannide preparato avevano molti ampi tratti di fertile ma incolto
terreno per uso di quei Barbari, che non isdegnavano d'esercitarsi
nell'agricoltura. Fu posta una Colonia numerosa di Visigoti nella
Tracia; il resto degli Ostrogoti si trapiantò nella Frigia e nella
Lidia: si supplì agl'immediati loro bisogni con una distribuzione, che
loro si fece di bestiame e di grano; e se ne incoraggiò l'industria in
futuro, mercè di un'esenzione dai tributi per un certo numero di anni. I
Barbari avrebbero meritato di provare la perfida e crudel politica della
Corte Imperiale, se si fossero piegati ad esser dispersi per le
Province. Essi chiesero ed ottennero separatamente il possesso dei
villaggi e distretti, assegnati per loro abitazione: ritennero sempre e
propagarono il linguaggio ed i costumi loro nativi; sostennero in seno
del dispotismo la libertà del domestico loro governo; e riconobbero la
sovranità dell'Imperatore, senza sottoporsi all'inferior giurisdizione
delle leggi e dei magistrati di Roma. Fu sempre permesso ai Capi
ereditari delle tribù e delle famiglie di comandare in pace ed in guerra
i loro seguaci; ma fu abolita la dignità reale, ed i generali dei Goti
erano eletti e rimossi ad arbitrio dell'Imperatore. Si mantenne al
servizio continuo dell'Impero d'Oriente un'armata di quarantamila Goti;
queste superbe truppe, che prendevano il nome di -Foederati-, o alleati,
si distinguevano per le auree loro collane, per la generosa paga, e pei
larghi privilegi che avevano. S'accrebbe il nativo loro coraggio per
l'uso delle armi e per la cognizione della disciplina, e mentre la
Repubblica era difesa o minacciata dalla dubbiosa spada dei Barbari,
vennero finalmente ad estinguersi negli animi dei Romani le ultime
scintille dell'ardor militare[433]. Teodosio ebbe la destrezza di
persuadere ai suoi alleati, che le condizioni di pace, a cui l'avevano
tratto la necessità e la prudenza, non erano che volontarie espressioni
della sua sincera amicizia per la nazione dei Goti[434]. Si oppose poi
una maniera diversa di difesa o d'apologia alle querele del popolo, che
altamente censurava tali vergognose e pericolose concessioni[435]. Si
dipinsero coi più vivi colori le calamità della guerra; e diligentemente
s'esagerarono i primi sintomi della restaurazione del buon ordine,
dell'abbondanza e della sicurezza. Gli avvocati di Teodosio affermar
potevano con qualche apparenza di verità e di ragione, che era
impossibile d'estirpare tante bellicose tribù, ridotte alla disperazione
per la perdita del nativo loro paese; e che l'esauste Province sarebbero
tornate a vita, mediante un fresco sussidio di soldati e di agricoltori.
I Barbari serbavano sempre un acerbo ed ostile aspetto; ma la esperienza
del passato poteva animar la speranza, che avrebbero acquistato in
seguito l'abitudine dell'industria e dell'obbedienza; che si sarebbero
inciviliti i loro costumi mercè del tempo, dell'educazione e della forza
del Cristianesimo; e che la loro posterità si sarebbe appoco appoco fusa
nel gran Corpo del popolo Romano[436].
Non ostanti questi speciosi argomenti e queste grate speranze, ogni
occhio illuminato chiaramente vedeva, che i Goti sarebbero lungamente
restati nemici, e ben presto sarebber divenuti conquistatori del Romano
Impero. Il rozzo ed insolente loro contegno esprimeva il disprezzo, che
avevano dei cittadini e dei provinciali, che impunemente
insultavano[437]. Teodosio fu debitore del buon successo delle sue armi
allo zelo ed al valore dei Barbari, ma era precaria la loro assistenza;
e qualche volta furono indotti da una ribelle ed incostante disposizione
ad abbandonare i suoi stendardi, nel momento in cui v'era maggior
bisogno del loro servigio. Nella guerra civile contro Massimo, un gran
numero di disertori Goti si ritirò nelle paludose terre della Macedonia;
saccheggiarono le addiacenti Province, ed obbligarono l'intrepido
Monarca ad esporre la propria persona, e ad esercitar la sua forza per
sopprimere la nascente fiamma della ribellione[438]. Le pubbliche
apprensioni venivano confermate dal forte sospetto, che quei tumulti non
fossero l'effetto d'un accidentale trasporto, ma il risultato di un
profondo e premeditato disegno. Si credeva generalmente, che i Goti
avessero sottoscritto il trattato di pace con un'ostile ed insidiosa
intenzione; e che i loro Capi si fossero precedentemente legati fra loro
con un solenne e segreto giuramento di non mantener mai la fede ai
Romani, di mostrar la più bella apparenza di fedeltà e d'amicizia, e di
spiare il momento favorevole alla rapina, alla conquista ed alla
vendetta. Ma siccome gli animi dei Barbari non erano affatto insensibili
alla forza della gratitudine, molti condottieri Gotici sinceramente
attaccaronsi al servizio dell'Impero, o almeno dell'Imperatore; il corpo
della nazione fu appoco appoco diviso in due contrari partiti, e gran
sottigliezza impiegossi nella conversazione e nella disputa in
paragonare fra loro le obbligazioni del primo e del secondo dei loro
vincoli. I Goti, che si riguardavano come amici della pace, della
giustizia e di Roma, eran diretti dall'autorità di Fravitta, valoroso ed
onorato giovane, spettabile sopra gli altri suoi nazionali per la
gentilezza dei costumi, pei generosi sentimenti, e per le dolci virtù
della vita sociale. Ma la fazione più numerosa aderiva al fiero ed
infedele Priulfo, che infiammava le passioni, e sosteneva l'indipendenza
dei suoi guerrieri seguaci. In una delle feste solenni, essendo i Capi
di ambe le parti stati invitati alla mensa Imperiale, furono riscaldati
appoco appoco dal vino a tal segno, che dimenticarono i consueti
riguardi di discrezione e di rispetto, e scuoprirono alla presenza di
Teodosio il fatal segreto delle domestiche loro dispute. L'Imperatore,
ch'era stato contro sua voglia testimone di tale straordinaria
controversia, dissimulò i timori e lo sdegno, e tosto licenziò la
tumultuosa assemblea. Fravitta, agitato ed inasprito dall'insolenza del
suo rivale, la cui partenza dal palazzo avrebbe potuto essere il segno
d'una guerra civile, arditamente lo seguitò, e sfoderata la spada, stese
morto Priulfo ai suoi piedi. I loro compagni corsero alle armi; ed il
fedel campione di Roma sarebbe restato oppresso dal maggior numero, se
non fosse stato difeso dall'opportuna interposizione delle guardie
Imperiali[439]. Tali erano le scene del furore dei Barbari, che
disonoravano il palazzo e la mensa dell'Imperatore di Roma; e poichè
gl'impazienti Goti non potevano esser tenuti a freno, che dal fermo e
moderato carattere di Teodosio, pareva che la pubblica salute dipendesse
dalla vita e dall'abilità di un solo uomo[440].
NOTE:
[305] È tale il cattivo gusto d'Ammiano (XXVI; 10) che non è facile il
distinguere in esso i fatti dalle metafore. Pure egli positivamente
asserisce d'aver veduto lo scheletro imputridito d'una nave -ad secundum
lapidem-, a Metone o Modona nel Peloponneso.
[306] I terremoti e le innondazioni sono in varie guise descritte da
Libanio (-Orat. de ulcisc. Juliani nece. c. X. ap. Fabric. Biblioth.
Graec. Tom. VII. p. 158 con una dotta nota d'Oleario-,) da Zosimo (-l.
IV. p. 221-), da Sozomeno (-l. VI. c. 2-), da Cedreno (-p. 310-314-) e
da Girolamo (-in Chron. p. 186 e Tom. I. p. 250 in vit. Hilarion-.). La
città d'Epidauro sarebbe restata distrutta, se i prudenti cittadini non
avesser posto S. Illarione, monaco Egizio, sul lido. Egli vi fece il
segno della croce, la montagna si scosse, si fermò, piegossi, e tornò al
suo posto.
[307] Dicearco Peripatetico compose un trattato a posta per provare
questa verità ovvia, che non è la più onorevole alla specie umana:
Cicer. -de Offic-. II. 5.
[308] I primitivi Sciti d'Erodoto (l. IV. c. 47-57. 99. 101) avevano per
confini il Danubio e la palude Meotide, occupando uno spazio di 400
stadi (o 400 miglia Romane). Vedi Dauville -Mem. de l'Acad. Tom. XXV. p.
573-571-. Diodoro Siculo (Tom. I. -l. II. p. 155. Edit. Wesseling-) ha
notato i successivi progressi del nome e della nazione degli Sciti.
[309] I -Tatars- o Tartari furono in origine una tribù; in seguito
rivali, e finalmente sudditi dei Mògolli. Nelle vittoriose armate di
Gengis-Kan e dei suoi successori, i Tartari formavano la vanguardia; ed
applicavasi a tutta la nazione il nome, che prima degli altri giungeva
alle orecchie degli stranieri: Freret -Hist. de l'Acad. Tom. XXV. p.
60-. Parlando di tutti o di alcuno dei popoli pastori settentrionali
dell'Europa o dell'Asia, promiscuamente mi servo dei nomi di -Sciti- o
di -Tartari-.
[310] -Imperium Asiae ter quaesivere: ipsi perpetuo ab alieno Imperio
aut intacti aut invicti mansere-. Dal tempo di Giustino (II. 2.) in poi
essi hanno moltiplicato questo numero. Voltaire ha compendiato in poche
parole (Tom. X. p. 65. -Hist. Gener. c. 156-) le conquiste dei Tartari.
«Spesso sulle tremanti nazioni da lontano
«Ha la Scizia spirato il vivo nembo di guerra.
[311] Il quarto libro d'Erodoto somministra un curioso, benchè
imperfetto, ritratto degli Sciti. Fra' moderni che descrivono l'uniforme
loro vita, il Kan di Kowaresm Abulgazi Bahadur esprime i naturali suoi
sentimenti; e la sua storia genealogica dei Tartari è stata copiosamente
illustrata dagli editori Francesi e Inglesi. Carpin, Ascelin e Rubruquis
(-nell'Istor. dei viaggi Tom. VII-.) rappresentano i Mogolli del secolo
XIV. A queste guide ho aggiunto Gerbillon, e gli altri Gesuiti
(-Descript. de la Chine par du Halde Tom. IV-.) che hanno esattamente
osservato la Tartaria Chinese, e l'onesto ed intelligente viaggiatore
Bell d'Antermony (2. Vol. in 4. -Glasg-. 1763).
[312] Gli Usbecchi son quelli che più si sono allontanati dai lor
primitivi costumi 1. per causa della religion Maomettana che professano,
2. per il possesso che hanno delle città e delle raccolte della gran
Bucaria.
[313] -Il est certain, que, les grands mangeurs de viande sont en
général cruels et féroces plus que les autres hommes. Cette observation
est de tous les lieux et de tous les temps: la barbarie Anglaise est
connue: Emil. de Rousseau Tom. I. p. 274-. Qualunque sia l'opinione che
abbiamo di questa osservazione in generale, non accorderemo facilmente
la verità dell'esempio addotto. Le oneste querele di Plutarco ed i
patetici lamenti di Ovidio ci seducono la ragione con eccitar la nostra
sensibilità.
[314] Tali emigrazioni Tartare si sono scoperte dal sig. di Guignes
(-Hist. des Huns Tom.- I. II.) abile e laborioso interprete della lingua
Chinese, il quale ha aperto in tal guisa nuove ed importanti scene
nell'istoria dell'uman genere.
[315] I Missionari trovarono, che una pianura nella Tartaria Chinese,
distante non più d'ottanta leghe dalla gran muraglia, era superiore
tremila passi geometrici al livello del mare. Montesquieu, il quale ha
fatto uso ed abuso delle relazioni dei viaggiatori, deduce le
rivoluzioni dell'Asia da questa importante circostanza, che il caldo ed
il freddo, la debolezza e la forza si toccano fra loro senza una zona
temperata di mezzo: (-Esprit des Loix l. XXII. c. 3-).
[316] Petit de la Croix (-vie de Gengiskan l. III. c. 7-) rappresenta
tutta la gloria ed estensione della caccia Mogolla. I Gesuiti Gerbillon
e Verbiest seguivano l'Imperatore Kamhi nella caccia di Tartaria
(Duhalde -Descritp. de la Chine- T. IV p. 81, 290. -edit. in fol.-).
Kienlong, nipote di lui, che congiunge la disciplina dei Tartari con le
leggi e la cultura della China, descrive da poeta (-Elog. de Moukden- p.
273. 285) i piaceri, che aveva spesso goduto alla caccia.
[317] Vedi il Tomo II. dell'Istoria genealogica dei Tartari, e le liste
dei Kan, al fine della vita di Gengis o Zingis. Nel regno di Timur, o
Tamerlano, uno de' suoi soggetti, discendente di Gengis, usava sempre il
regio nome di Kan, ed il conquistatore dell'Asia contentossi del titolo
d'Emir, o di Sultano. Abulgazi P. V. c. 4. D'Herbelot. -Bibl. Orien. p.
878.-
[318] Vedi le diete dogli antichi Unni (De Guignes Tom. II. p. 26), ed
una curiosa descrizione di quelle di Gengis (-vie de Gengiskan. l. I. c
6. l. IV. c. 11-). Si fa menzione di tali assemblee frequentemente
nell'istoria Persiana di Timur, quantunque non servissero esse che a
confermar le risoluzioni del loro Signore.
[319] Montesquieu s'affatica per ispiegare una differenza, che non
sussiste, fra la libertà degli Arabi e la -perpetua- schiavitù de'
Tartari (-Espr. des Loix l. XVII. c. 5. l. XVIII. c. 19 ec.-).
[320] Abulgazi Kan riferisce, nelle prime due parti della sua storia
Genealogica, le misere favole e tradizioni de' Tartari Usbecchi, intorno
a' tempi anteriori al regno di Gengis.
[321] Nel XIII. libro dell'Iliade Giove da' sanguinosi campi di Troja
rivolge gli occhi alle pianure della Tracia e della Scizia. Cangiando
ogggetto, ei non potea vedere una scena più piacevole o più innocente.
[322] Tucidide -l. II c. 97.-
[323] Vedi il lib. IV. d'Erodoto. Allorchè Dario avanzossi nel deserto
di Moldavia, fra il Danubio ed il Niester, il Re degli Sciti gli mandò
un topo, una rana, un uccello e cinque dardi: formidabile allegoria!
[324] Posson trovarsi tali guerre ed eroi sotto i respettivi lor titoli
nella Biblioteca orientale dell'Herbelot. Se ne sono celebrate le geste
in un poema epico di sessantamila coppie di versi rimati da Ferdusi,
l'Omero Persiano. Vedi l'Istoria di Nader Shah p. 145, 165. Il Pubblico
si dee dolere che il sig. Jones abbia sospeso le sue ricerche
d'erudizione orientale.
[325] S'illustra laboriosamente il mar Caspio co' suoi fiumi e le
addiacenti Tribù nell'-Esame critico degli Storici d'Alessandro-, dove
si paragona la vera geografia con gli errori prodotti dalla vanità o
dalla ignoranza de' Greci.
[326] Sembra che la sede originale della nazione fosse al Norte-Ovest
della China nelle province di -Chensi o Chansi-. Sotto le due prime
Dinastie, la città principale fu sempre un campo amovibile; eran sparsi
raramente i villaggi; s'impiegava più terra in pasture, che per
l'agricoltura: l'esercizio della caccia era diretto a purgare il paese
dalle bestie selvagge; Petcheli (dove ora è Pekino) era un deserto: e le
province meridionali eran popolate da selvaggi Indiani. La dinastia di
Han (206 anni avanti Cristo) diede all'Impero la forma ed estensione
attuale.
[327] Si è fissata in diverse guise l'Era della Monarchia Chinese
dell'anno 2952 fino al 2132 avanti Cristo; e si è scelto per legittima
epoca l'anno 2637 per ordine dell'Imperatore presente. Tal differenza
nasce dall'incerta durata delle prime due Dinastie, e dallo spazio
vacante fra loro sino a veri o favolosi tempi di Fohi o Hoangti.
Sematsien principia la autentica sua cronologia dall'anno 841. Le
trentasei ecclissi di Confucio (trentuna delle quali si sono verificate)
s'osservarono fra gli anni 722 e 480 avanti Cristo. Il -periodo
Istorico- della China non ascende più alto delle Olimpiadi Greche.
[328] Dopo vari secoli d'anarchia e di despotismo la Dinastia di Han
(206 anni avanti Cristo) fu l'epoca del risorgimento delle lettere.
Furon ristaurati i frammenti dell'antica letteratura; migliorato e
fissato il carattere; ed assicurata in futuro la conservazione de' libri
mercè delle utili invenzioni dell'inchiostro, della carta e della
stampa. Novantasette anni prima di Cristo, Sematsien pubblicò la prima
storia della China. Lo sue fatiche furono illustrate e continuate da una
serie di cent'ottanta Storici. Tuttavia sussiste la sostanza delle
opere, e si trovano attualmente depositate le più considerabili di esse
nella libreria del Re di Francia.
[329] La China è stata illustrata dalle fatiche de' Francesi, vale a
dire de' Missionari a Pekino e de' Sigg. Freret e de Guignes a Parigi.
Le precedenti tre note son tratte dal -Chouking- con la prefazione e le
note di Guignes, Parigi 1770, dal -Tong-kien-kang-mou- tradotto dal P.
de Mailla col titolo d'-Hist. générale de la Chine Tom.- I. -p.- XLIX.
-CC.-, dalle -memorie sulla China Parigi- 1776. -ec. Tom.- I. -p.-
1-323. -Tom.- II -p.- 5-56, dall'-Istoria degli Unni Tom.- I. -p.-
6-131. -Tom.- V. -p.- 345-362 e dalle -Memorie dell'Accad. delle Iscriz.
Tom.- X. -p.- 377-402. -Tom.- XV -p.- 495-564. -Tom.- XVIII. -p.-
178-295. -Tom.- XXXVI. -p.- 164-238.
[330] Vedi l'-Istor. gener. de' Viaggi Tom.- XVIII. e l'-Istoria
Genealogica vol.- II. -p.- 620-664.
[331] Il Guignes (-Tom.- II. -p.- 1-124) ha fatto l'istoria originale
degli antichi Hiong-nou o Unni. La geografia Chinese del lor territorio,
(-Tom. I. Part.- II. -p.- LV. LXIII) par che contenga una parte delle
loro conquiste.
[332] Vedasi appresso Duhalde (-Tom.- IV. -p.- 28-65) una circostanziata
descrizione con una corretta carta del paese de' Mongussi.
[333] Gl'Iguri o Viguri eran divisi in tre classi; in cacciatori,
pastori ed agricoltori, e quest'ultima era sprezzata dalle altre due.
Vedi Abulgazi -Par.- II. -c.- 7.
[334] -Memoir. de l'Acad. des Inscript. Tom.- XXV. -p.- 17-33. L'estesa
veduta del Guignes ha confrontato questi lontani avvenimenti fra loro.
[335] Sono tuttavia celebri nella China la fama di Sovou o So-ou, il suo
merito e le singolari di lui avventure. Vedi l'-elogio di Moukden p.-
20. -net. p.- 241-247. e le -Memoir. sur la Chine Tom.- III. -p.-
317-360.
[336] Vedi Isbrand Jves nella collezione d'Harris -vol.- II. -p.- 931, i
viaggi di Bell -vol.- I. -p.- 247-254 e Gmelin nell'-Ist. gen. de'
viaggi Tom.- XVII. -p.- 283 329. Notano tutti la volgare opinione, che
il -mar Santo- diviene torbido e tempestoso, se alcuno ardisce di
chiamarlo -Lago-. Questa minuzia grammaticale eccita spesse dispute fra
l'assurda superstizione dei marinari e l'assurda ostinazione de'
viaggiatori.
[337] La costruzione della muraglia della China vien mentovata dal
Duhalde (Tom. II. p. 45), e dal Guignes (T. II. p. 59).
[338] Vedi la vita di Lieoupang o Kaoti nell'-Istoria della, China-
pubblicata a Parigi 1777 cc. T. I. p. 441, 522. Quest'opera voluminosa è
la traduzione fatta dal P. Mailla del -Tong-kien-kang-Mou-, che è il
celebre compendio della grande storia di Sema Kouang (an. 1084) e dei
suoi continuatori.
[339] Vedasi un libero ed ampio memoriale presentato da un Mandarino
all'Imperator Vouti (an. avanti Cristo 180, 157) appresso Duhalde (Tom.
II. p. 412-426) tratto da una raccolta di fogli pubblici notati col
pennello rosso da Kamhi medesimo (p. 384-612). Un altro memoriale fatto
dal ministro di guerra Kan-Mou (Tom. II. p. 555) somministra varie
curiose circostanze de' costumi degli Unni.
[340] Si fa menzione di una quantità di donne come d'un articolo
consueto di trattato o di tributo: -Storia della conquista della China
fatta dai Tartari Mantsciù, Tom.- I. -p.- 186. 187 -con la nota
dell'Editore-.
[341] De Guignes -Hist. des Huns- Tom. II. p. 62.
[342] Vedi il regno dell'Imperator Vouti nel -Kang-Mou- Tom. III, p.
1-98. Sembra, che il vario ed incoerente carattere di lui sia
imparzialmente delineato.
[343] Si usa tale espressione nel memoriale all'Imperator Vouti:
-Duhalde Tom.- IV. -p.- 417. Senza adottare l'esagerazioni di Marco Polo
e d'Isacco Vossio, noi possiamo ragionevolmente accordare a Pekino due
milioni d'abitatori. Le città Meridionali, che contengono le manifatture
della China, sono anche più popolate.
[344] Vedi il Kang-Mou Tom. III. p. 150 ed i fatti successivi, sotto i
respettivi lor anni. Questa memorabile festa è celebrata nell'elogio di
Moukden, e spiegata in una nota dal P. Gaubil p. 89, 90.
[345] Quest'inscrizione fu composta sul luogo medesimo da Pankou,
Presidente del Tribunale d'Istoria (Kang-Mou T. III. p. 392). Si sono
scoperti altri simili monumenti in molte parti della Tartaria (-Hist.
des Huns- Tom. II. p. 122).
[346] Il Guignes ha inserito nel T. I. p. 189 una breve notizia de'
Sienpi.
[347] L'Era degli Unni si fissa dai Chinesi all'anno 1210 prima di
Cristo. Ma la serie dei loro Re non comincia che all'anno 230 (-Hist.
des Huns- Tom. II. p. 21. 123).
[348] Si riferiscono i vari accidenti della caduta e della fuga degli
Unni nel Kang-Mou Tom. III. p. 88, 91, 95, 139: il piccolo numero di
ciascheduna Orda si può attribuire alle loro perdite e divisioni.
[349] Il Guignes ha dottamente investigato le tracce degli Unni per i
vasti deserti della Tartaria. Tom. II. p. 123, 277, 225, ec.
[350] Regnava nella Sogdiana Maometto, Sultano di Carizme, quando essa
fu invasa (l'anno 1218) da Gengis e dai suoi Mogolli. Gl'istorici
Orientali (Vedi d'Herbelot, Petit della Croix ec.) celebrano le popolate
città, che ei rovinò, e le fertili campagne da lui devastate. Nel
seguente secolo furon descritte le medesime province di Corasmia e di
Maccaralnahr da Abulfeda (Hudson -Geog. minor. Tom.- III). Se ne può
veder la presente miseria nell'-Istoria genealogica dei Tartari, pag.-
423-469.
[351] Giustino (XLI. 6.) ha fatto un breve compendio dei Re Greci della
Battriana. Io attribuirei all'industria loro il nuovo e straordinario
commercio, che trasportava le mercanzie dell'India nell'Europa per mezzo
dell'Osso, del mar Caspio, del Ciro, dal Fasi e del ponto Eussino. Le
altre strade sì terrestri che marittime erano in possesso dei Seleucidi
e dei Tolomei. Vedi -l'Esprit des Loix l.- 21.
[352] Procopio: -de Bello Persic. l.- I. c. 3. p. 5.
[353] Nel secolo decimoterzo il Monaco Rubruguis (che attraversò
l'immensa pianura di Kipzak nel suo viaggio alla Corte del gran Kan)
osservò il nome speciale di -Ungheria- coi vestigi d'una lingua ed
origine comune. -Hist. des Voyag. Tom. VII. p. 269.-
[354] Bell (Vol. I. p. 29-34), e gli Editori dell'Istoria Genealogica
(p. 539) hanno descritto i Calmucchi del Volga nel principio del
presente secolo.
[355] Questa gran transmigrazione di 300000 Calmucchi o Torguti seguì
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