tutti i Kan, che regnano, dalla Crimea fino alla muraglia della China,
sono i successivi discendenti del famoso Gengis[317]. Ma siccome è
indispensabil dovere d'un Sovrano Tartaro quello di condurre i guerrieri
suoi sudditi in campo, spesse volte son trascurati fra loro i diritti
d'un fanciullo; ed a qualche regio congiunto, riguardevole per l'età e
pel coraggio, s'affida la spada e lo scettro del suo predecessore. Si
levano sulle tribù due tasse regolari e distinte, per sostenere la
dignità sì del nazionale comune Monarca, che del loro Capo speciale; e
ciascheduna di queste contribuzioni ascende alla decima parte dei beni e
delle prede loro. Un Sovrano Tartaro gode la decima parte della
ricchezza del suo popolo; e siccome s'accrescono in una molto maggior
proporzione le sue domestiche facoltà di greggi e di armenti, egli è in
istato di copiosamente mantenere il rustico splendore della sua Corte,
di premiare i più meritevoli o più favoriti fra i suoi seguaci, e
d'ottenere dal dolce influsso della corruzione l'ubbidienza, che
potrebbe alle volte negarsi ai rigorosi comandi dell'autorità. I costumi
dei propri sudditi, assuefatti, com'esso, al sangue ed alla rapina,
possono scusare ai loro occhi certi particolari atti di tirannide, che
ecciterebber l'orrore d'un popolo incivilito; ma nei deserti della
Scizia non si è mai riconosciuto il potere dispotico. L'immediata
giurisdizione del Kan è ristretta dentro i confini della propria tribù;
e si è moderato l'esercizio della sua reale prerogativa dall'antico
istituto di un concilio nazionale. Tenevasi regolarmente il
-Coroultai-[318], o la dieta dei Tartari nella primavera o nell'autunno,
in mezzo ad una pianura, dove potevano intervenire, secondo i lor gradi,
a cavallo i Principi della Famiglia regnante ed i Mursi delle respettive
tribù, col marziale e numeroso loro treno, e l'ambizioso Monarca potea
consultare le inclinazioni d'un armato popolo, di cui osservava la
forza. Nella costituzione delle nazioni Tartare o Scite si possono
scuoprire i principj d'un governo feudale; ma il perpetuo contrasto di
quelle nemiche tribù è andato alle volte a finire nello stabilimento
d'un potente dispotico Impero. Il vincitore, arricchito dal tributo, e
fortificato dalle armi de' Re dipendenti, ha esteso le sue conquiste
sull'Europa e sull'Asia: i felici pastori del Norte si son sottoposti a'
vincoli delle arti, delle leggi e delle città; e l'introduzione del
lusso, dopo aver distrutto la libertà del popolo, ha rovesciato i
fondamenti del Trono[319].
Nelle frequenti e remote emigrazioni degl'ignoranti Barbari non si può
lungamente conservar la memoria de' passati eventi. I moderni Tartari
non sanno le conquiste de' loro antichi[320]; e la notizia, che noi
abbiamo dell'istoria degli Sciti, proviene dal loro commercio co' Greci,
co' Persiani e co' Chinesi, culte e civili nazioni del Mezzodì. I Greci,
che navigavano per l'Eussino, e fondavano colonie lungo le coste
marittime, fecero appoco appoco un'imperfetta scoperta della Scizia,
scorrendo dal Danubio e da' confini della Tracia fino all'agghiacciata
Meotide, sede d'un perpetuo inverno, ed al Monte Caucaso, che nel
linguaggio poetico si rappresentava come l'ultimo limite della terra.
Celebravano essi con semplice credulità le virtù della vita
pastorale[321], ed avevano un timore più ragionevole della forza e del
numero de' bellicosi Barbari[322], che con disprezzo burlavansi
dell'immenso armamento di Dario, figlio d'Idaspe[323]. I Monarchi
Persiani avevano esteso le lor occidentali conquiste fino alle rive del
Danubio ed a' confini della Scizia Europea. Le Province Orientali del
loro Impero erano esposte agli Sciti dell'Asia, selvaggi abitanti delle
pianure al di là dell'Osso e del Giassurte, due ampi fiumi, che dirigono
il corso verso il mar Caspio. La lunga e memorabil contesa d'Iran e
Turan è sempre un argomento d'istorie o di romanzi; il celebre e forse
favoloso valore de' Persiani Eroi, Rustano ed Asfendiar, si segnalò
nella difesa della patria contro gli Afrasiabi del Settentrione[324]; e
l'invincibil coraggio de' medesimi Barbari sul suolo stesso resistè alle
vittoriose armi di Ciro e d'Alessandro[325]. Agli occhi de' Greci e de'
Persiani, la vera geografia della Scizia era terminata a Levante dal
Monte Imao o Caf; ed il distante prospetto delle ultime ed inaccessibili
parti dell'Asia era coperto dall'ignoranza, o renduto ambiguo dalla
finzione. Ma queste inaccessibili regioni sono l'antica sede d'una
potente e culta nazione[326], la cui esistenza rimonta per mezzo di una
probabile tradizione a più di quaranta secoli[327]; e ch'è in grado di
verificare una serie di quasi due mill'anni, mediante la perpetua
testimonianza di esatti storici contemporanei[328]. Gli annali[329]
della China illustrano lo stato e le rivoluzioni delle Tribù pastorali,
che si posson sempre distinguere coll'indeterminato nome di Sciti o di
Tartari, vassalli, nemici ed alle volte conquistatori d'un grand'Impero,
la politica del quale si è costantemente opposta al cieco ed impetuoso
valore de' Barbari Settentrionali. Dall'imbocccatura del Danubio fino al
mar del Giappone, tutta la lunghezza della Scizia è di circa cento dieci
gradi, che in quel paralello, corrispondono a più di cinquemila miglia.
Non si può così facilmente o con tanta esattezza misurar la latitudine
di quei vasti deserti; ma dal quarantesimo grado, che tocca la muraglia
della China, possiamo sicuramente avanzarci verso il Norte più di mille
miglia, fintantochè non siamo arrestati dall'eccessivo freddo della
Siberia. In quell'orrido clima, in vece della vivace pittura d'un campo
Tartaro, il fumo ch'esce fuori dalla terra o piuttosto dalla neve,
scuopre le sotterranee abitazioni de' Tongusi e de' Samojedi; alla
mancanza de' cavalli e de' bovi viene imperfettamente supplito dall'uso
de' rangiferi e di grossi cani; ed i conquistatori della terra vanno
insensibilmente degenerando in una razza di deformi e piccoli selvaggi,
che tremano al suon delle armi[330].
Gli Unni, che nel regno di Valente minacciarono l'Impero di Roma, in un
tempo molto anteriore si erano renduti formidabili a quel della
China[331]. La loro antica e forse original sede era un esteso,
quantunque arido e nudo tratto di paese al Norte, immediatamente dopo la
gran muraglia. Il luogo di essi è presentemente occupato da quarantanove
Orde o compagnie de' -Mongussi-, nazione pastorale composta di circa
dugentomila famiglie[332]. Ma il valore degli Unni estese gli angusti
limiti de' loro Stati, ed i rozzi lor Capi, che presero il nome di
-Tangiù-, appoco appoco divennero conquistatori o Sovrani di un
formidabile Impero. A Levante le vittoriose loro armi non furono
arrestate che dall'Oceano; e le rare tribù, che si trovavano sparse fra
l'Amur e l'ultima penisola di Corea, si unirono con ripugnanza alle
bandiere degli Unni. A Ponente, vicino all'origine dell'Irtis e nelle
valli dell'Imao, trovarono uno spazio più ampio, e più numerosi nemici.
Uno de' Luogotenenti del -Tangiù-, soggiogò in una sola spedizione
ventisei popoli; gl'Iguri[333] distinti sopra la stirpe Tartara per
l'uso delle lettere, furono nel numero de' suoi vassalli; e per una
strana connessione delle cose umane la fuga di una di quelle vagabonde
tribù richiamò i vittoriosi Parti dall'invasione della Siria[334]. Al
Settentrione fu assegnato per limite alla potenza degli Unni l'Oceano.
Senza nemici, che resister potessero ai lor progressi, o senza
testimoni, che contraddicessero la lor vanità, poterono sicuramente
condurre a fine una reale o immaginaria conquista delle gelate regioni
della Siberia. Il -mar Settentrionale- era fissato per ultimo termine
del loro Impero. Ma il nome di quel mare, sui lidi del quale il
patriotta Sovou abbracciò la vita di pastore e d'esule[335], con
probabilità molto maggiore può trasferirsi al Baikal, capace ricettacolo
di acque di più di trecento miglia in lunghezza, che sdegna il modesto
nome di -Lago-[336], e che presentemente comunica co' mari del Nord
mediante il lungo corso dell'Angara, del Tonguska e del Genissì. La
sommissione di tante remote nazioni potea lusingare l'orgoglio del
-Tangiù-; ma non poteva esser premiato il valore degli Unni, che
coll'acquisto del ricco e lussurioso Impero del Mezzogiorno. Nel terzo
secolo avanti l'Era Cristiana, fu costrutta una muraglia lunga
millecinquecento miglia per difendere le frontiere della China contro le
incursioni degli Unni[337]; ma tale stupendo lavoro, che tiene un luogo
cospicuo nella carta del Mondo, non ha mai contribuito alla sicurezza di
un popolo non guerriero. La cavalleria del Tangiù era spesse volte
composta di dugento o trecentomila uomini, formidabili per
l'incomparabil destrezza, con cui maneggiavano gli archi e i cavalli;
per l'indurata lor pazienza nel sopportar l'intemperie dell'aria, e per
l'incredibil velocità della lor marcia, che rare volte veniva sospesa da
torrenti o precipizj, dai fiumi più profondi, o dalle più alte montagne.
Si sparsero essi ad un tratto sulla superficie del paese; ed il rapido
loro impeto sorprese, rendè inattiva, e sconcertò l'elaborata e grave
tattica d'un armata Chinese. L'Imperator Kaoti[338], soldato di fortuna,
innalzato dal personale suo merito al trono, mosse contro gli Unni con
quelle truppe veterane, che avean militato nelle guerre civili della
China. Ma egli fu tosto circondato dai Barbari, e dopo un assedio di
sette giorni, il Monarca, senza speranza di alcun soccorso, fu ridotto a
comprarsi lo scampo con un'ignominiosa capitolazione. I successori di
Kaoti, le vite dei quali eran dedite alle arti della pace o al lusso
della Reggia, furono sottoposti ad una più durevol vergogna. Con troppa
fretta confessarono essi l'insufficienza delle fortificazioni e delle
armi loro. Troppo facilmente si convinsero, che mentre gli incendi
annunziavano da ogni parte l'approssimarsi degli Unni, le truppe
Chinesi, che dormivano coll'elmo in capo, e con la corazza indosso,
venivano distrutte dalla continua fatica d'inutili marce[339]. Fu
stipulato un regolar pagamento di danaro e di seta per prezzo di una
breve e precaria pace; e si usò dagl'Imperatori della China, ugualmente
che da quei di Roma, il meschino espediente di mascherare un real
tributo sotto nome di donativo o di sussidio. Vi restava però un'altra
specie di tributo più vergognosa, che violava i sacri sentimenti
dell'umanità e della natura. Le fatiche della vita selvaggia, che
nell'infanzia distruggono i figli di costituzione meno sana e robusta,
formano una notabile sproporzione nel numero dei due sessi. I Tartari
sono d'ingrata ed anche deforme figura, e risguardando essi le loro
donne come istrumenti delle domestiche fatiche, i desiderj o piuttosto
gli appetiti loro si dirigono al godimento di più eleganti bellezze. Una
scelta truppa delle più belle fanciulle della China fu annualmente
destinata ai rozzi abbracciamenti degli Unni[340]; e si assicurò
l'alleanza dei superbi Tangiu per mezzo del lor matrimonio con le figlie
o naturali o adottive della famiglia Imperiale, che invano tentavano di
fuggire quella sacrilega unione. È descritta la situazione di queste
infelici vittime nei versi d'una Principessa Chinese, che si lagna
d'essere stata condannata dai suoi parenti ad un lontano esilio sotto un
Barbaro marito; si duole che l'unica sua bevanda era latte inacidito,
carne cruda il solo suo cibo, e che una tenda era il suo palazzo; ed
esprime con un accento di patetica semplicità il natural desiderio di
trasformarsi in uccello per volarsene alla cara sua patria, oggetto
delle sue tenere e perpetue brame[341].
[A. A. C. 146-87]
Due volte si è fatta la conquista della China dalle tribù pastorali del
Nord; le forze degli Unni non erano inferiori a quelle dei Mogolli o dei
Mantsciù; e la loro ambizione poteva nutrir le più ardenti speranze di
buon successo. Ma ne restò umiliato l'orgoglio, ed arrestato il
progresso, dalle armi e dalla politica di Vouti[342], quinto
Imperatore della potente dinastia di Ilan. Nel lungo suo regno di
cinquantaquattr'anni, i Barbari delle Province meridionali si
sottoposero alle leggi ed ai costumi della China, e furono estesi gli
antichi limiti della Monarchia, dal gran fiume di Kiang fino al porto di
Canton. Invece di ristringersi alle timide operazioni d'una guerra
difensiva, i suoi Luogotenenti penetrarono per più centinaia di miglia
nel paese degli Unni. In quegl'immensi deserti, dov'è impossibile formar
magazzini, e difficile trasportare una sufficiente quantità di
provvisioni, le armate di Vouti furono esposte più volte ad
intollerabili travagli; e di centoquarantamila soldati, che marciarono
contro i Barbari, soli trentamila tornarono salvi ai piedi del loro
Sovrano. Queste perdite però vennero compensate da una splendida e
decisiva fortuna. I Generali Chinesi trasser vantaggio dalla superiorità
che avevano per la natura delle loro armi, pei loro carri da guerra e
per l'aiuto dei Tartari loro alleati. Fu sorpreso il campo del Tangiù in
mezzo all'intemperanza ed al sonno: e quantunque il Monarca degli Unni
si facesse bravamente strada per le file nemiche, lasciò sopra mille
cinquecento dei suoi soldati sul campo. Ciò nonostante, questa segnalata
vittoria, che fu preceduta e seguitata da molti sanguinosi
combattimenti, assai meno contribuì alla distruzione della potenza degli
Unni, che l'efficace politica, usata per distaccare dalla loro
ubbidienza le tributarie nazioni. Intimorite dalle armi, o allettate
dalle promesse di Vouti e dei suoi successori, le più considerabili
tribù, sì Orientali che Occidentali, scossero il giogo del Tangiù.
Mentre alcune di esse si professarono alleate o suddite dell'Impero,
divennero tutte implacabili nemiche degli Unni; ed il numero di
quell'altiero popolo, ridotto che fu alle naturali sue forze, si potea
forse contenere nelle mura di una delle grandi e popolate città della
China[343]. La diserzione dei propri sudditi, e l'incertezza d'una
guerra civile finalmente costrinsero il Tangiù stesso a rinunziare alla
dignità d'indipendente Sovrano ed alla libertà regolare di una guerriera
e coraggiosa nazione. Fu egli ricevuto a Sigan, capitale della
Monarchia, dalle truppe, dai Mandarini e dall'Imperatore medesimo con
tutti gli onori, che adornar potevano, e mascherare il trionfo della
vanità Chinese[344]. Fu preparato un palazzo magnifico per riceverlo;
gli fu assegnato il posto sopra tutti i Principi della Famiglia Reale; e
fu tratta all'estremo la pazienza d'un Barbaro Re dalle cerimonie di un
banchetto composto di otto portate di vivande e di nove solenni cantate
di musica. Ma egli pagò inginocchioni il debito di un rispettoso omaggio
all'Imperatore della China; pronunziò in nome di se stesso e de' suoi
successori un perpetuo giuramento di fedeltà, e volentieri accettò un
sigillo, che gli fu dato come emblema della sua real dipendenza. Dopo
quest'umiliante sommissione i Tangiù alle volte mancaron di fede, e
profittarono dei favorevoli momenti della guerra e della rapina; ma la
monarchia degli Unni appoco appoco decadde, finattanto che dalla
discordia civile restò divisa in due separati regni, fra loro nemici.
Uno dei Principi della nazione fu spinto dall'ambizione o dal timore a
ritirarsi verso il Mezzodì con otto Orde, che comprendevano fra quaranta
e cinquantamila famiglie. Egli ottenne insieme col titolo di Tangiù un
sufficiente territorio sul confine delle Province Chinesi; e fu
assicurato il costante suo attaccamento al servizio dell'Impero dalla
debolezza e dal desiderio di vendicarsi. Dopo questa fatal divisione gli
Unni del Nord continuarono a languire intorno a cinquant'anni,
finattanto che da ogni parte restarono oppressi dai loro esterni ed
interni nemici. La superba Inscrizione[345] d'una colonna, eretta sopra
un'alta montagna, annunzia alla posterità che un esercito Chinese avea
marciato settecento miglia nell'interno del paese degli Unni. I
Sienpi[346], tribù di Tartari orientali, si vendicarono delle ingiurie
che anticamente avevano ricevute; e la potenza dei Tangiù, dopo un regno
di mille trecento anni, fu totalmente distrutta, avanti il fine del
primo secolo dell'Era Cristiana[347].
[A. 93-100]
Fu variata la sorte dei soggiogati Unni dalla varia influenza del
carattere e della situazione[348]. Più di centomila persone, le più
povere invero e le più imbecilli della nazione, si contentarono di
restare nel loro nativo paese, di rinunziare al nome e all'origine loro
particolare, e d'essere incorporate al vittorioso popolo dei Sienpi.
Cinquant'otto Orde, che sono circa dugentomila uomini, ambiziosi d'una
più onorevole servitù, si ritirarono verso il Sud; imploraron la
protezione degli Imperatori della China; e fu loro permesso d'abitare e
di guardare le ultime frontiere della Provincia di Chansi ed il
territorio di Ortous. Ma le tribù più guerriere e potenti degli Unni
mantennero, nell'avversa fortuna, l'indomito spirito dei loro antichi.
Il Mondo occidentale era aperto al loro valore e risolverono di
scuoprire e soggiogare, sotto la condotta degli ereditari lor Capitani,
qualche remota regione, tuttavia inaccessibile alle armi dei Sienpi ed
alle leggi della China[349]. Il corso della loro emigrazione presto li
portò oltre le montagne dell'Imao, ed i confini della Geografia Chinese;
ma noi possiamo distinguer fra loro le due gran divisioni di questi
formidabili esuli, che diressero la loro marcia verso l'Osso e verso il
Volga. La prima di tali colonie si stabilì nelle fertili e vaste pianure
della Sogdiana sulla parte orientale del mar Caspio, dove conservarono
il nome di Unni con l'epiteto di Eutaliti, o Neftaliti. Ne furono
mitigati i costumi, ed anche insensibilmente migliorati gli aspetti
dalla dolcezza del clima e dalla lunga dimora che fecero in una florida
provincia[350], che poteva tuttavia ritenere una debole impressione
delle arti della Grecia[351]. Gli Unni -bianchi-, nome che trassero dal
cangiamento delle loro carni, presto abbandonaron la vita pastorale
degli Sciti. Gorgo, che sotto il nome di Carizmo, ha poi goduto un
temporaneo splendore, era la resistenza del Re, che esercitava una
legittima autorità sopra un obbediente popolo. Il loro lusso era
mantenuto dal lavoro dei Sogdiani; e l'unico vestigio dell'antica loro
barbarie era l'uso che obbligava tutti i compagni, alle volte fino al
numero di venti, che avevan partecipato della generosità d'un ricco
Signore, ad esser sepolti vivi nell'istesso sepolcro di lui[352]. La
vicinanza degli Unni alle Province della Persia gli espose a frequenti e
sanguinosi contrasti con la potenza di quella Monarchia. Ma essi
rispettavano in tempo di pace la fede dei trattati, ed in guerra i
dettami dell'umanità; e la loro memorabil vittoria sopra Perose o Firuz
dimostrò la moderazione ugualmente che il valore dei Barbari. Il secondo
corpo degli Unni, che appoco appoco s'avanzarono verso il Nord-ovest, fu
soggetto ai travagli d'un più freddo clima, e di una marcia più
laboriosa. La necessità li costrinse a mutar le sete della China con le
pelli della Siberia; si cancellarono in essi gl'imperfetti principj di
una vita tendente a civiltà; e la natural fierezza degli Unni divenne
maggiore pel commercio con le selvagge tribù, che con qualche ragione
paragonate furono alle bestie feroci del deserto. Il loro spirito
indipendente rigettò ben presto l'ereditaria successione dei Tangiù; ed
essendo ciascheduna Orda governata dai particolari suoi Mursi, la
tumultuaria loro assemblea dirigeva i pubblici passi di tutta la
nazione. Fino al secolo XII il nome di Grande Ungheria[353] provava la
passeggiera loro residenza sulle sponde orientali del Volga.
Nell'inverno discendevano coi loro greggi ed armenti verso la bocca di
quel gran fiume; e le loro estive correrie giungevano fino alla
latitudine di Saratoff, o forse all'unione del Kama. Tali per lo meno
erano i moderni confini dei Calmucchi neri[354], che rimasero per circa
un secolo sotto la protezione della Russia, e che sono di poi ritornati
alle native loro sedi sulle frontiere dell'Impero Chinese. La marcia ed
il ritorno di quei Tartari vagabondi, il campo riunito dei quali è
composto di cinquantamila tende o famiglie, serve a schiarire le
distanti emigrazioni degli antichi Unni[355].
È impossibile riempire quell'oscuro intervallo di tempo, che scorse da
che gli Unni del Volga furono perduti di vista dai Chinesi, fino al
comparire che fecero agli occhi dei Romani. V'è qualche ragione però di
sospettare, che quella medesima forza, che tratti gli aveva dalle native
lor sedi, sempre continuasse a spinger la lor marcia verso le frontiere
dell'Europa. La potenza dei Sienpi, loro implacabili nemici, che
s'estendeva più di tremila miglia da Levante a Ponente[356], doveva
gradatamente opprimerli col peso e col terrore d'una formidabil
vicinanza; e la fuga delle tribù della Scizia doveva tendere
inevitabilmente ad accrescere la forza, o a restringere i territori
degli Unni. I difficili ed oscuri nomi di quelle tribù offenderebber
l'orecchio senza illuminar l'intelletto del lettore; ma io non posso
tacere il sospetto assai naturale, che gli Unni del Nord traessero un
rinforzo considerabile dalla rovina della dinastia del Sud, la quale nel
corso del terzo secolo si sottopose al dominio della China; che i
guerrieri più prodi andassero in cerca dei liberi e fortunati lor
nazionali: e che siccome s'eran divisi per la prosperità, così fossero
facilmente riuniti dai comuni travagli della loro avversa fortuna[357].
Gli Unni co' loro greggi ed armenti, colle loro mogli e figliuoli, coi
loro dipendenti ed alleati si trasferirono all'occidental parte del
Volga, ed arditamente avanzaronsi a invadere il paese degli Alani,
popolo pastorale che occupava o devastava un esteso tratto dei deserti
della Scizia. Le tende degli Alani occupavano le pianure fra il Volga ed
il Tanai, ma il nome e gli usi di essi erano sparsi per l'ampia
estensione dalle loro conquiste, e le dipinte tribù degli Agatirsi e dei
Geloni si confondevano fra' loro vassalli. Verso il Nord penetrarono
nelle agghiacciate regioni della Siberia fra quei selvaggi che
nell'impeto del furore o della fame erano assuefatti a cibarsi di carne
umana; e le loro incursioni meridionali giungevano fino ai confini della
Persia e dell'India. La mescolanza col sangue Sarmatico e Germanico
aveva contribuito a migliorare la figura degli Alani, a schiarirne
l'oscura carnagione, ed a tingere i loro capelli d'un color biondo, che
di rado si trova nella razza dei Tartari. Essi erano meno deformi nelle
persone, e meno brutali nei costumi degli Unni; ma non cedevan punto a
quei formidabili Barbari nel loro marziale indipendente coraggio,
nell'amor della libertà, che rigettava fin l'uso degli schiavi
domestici, e nella passione per le armi, che considerava la guerra e la
rapina come il piacere e la gloria dell'uman genere. Una scimitarra nuda
piantata in terra era l'unico oggetto del religioso lor culto; i crani
dei nemici formavano i sontuosi ornamenti dei loro cavalli; e miravan
con occhio di pietà e di disprezzo i pusillanimi guerrieri, che
pazientemente aspettavano la infermità della vecchiezza o i tormenti
d'una lenta malattia[358]. Sulle rive del Tanai la forza militare degli
Unni affrontossi con quella degli Alani con ugual valore, ma con sorte
diversa. Gli Unni prevalsero nel sanguinoso combattimento; vi restò
ucciso il Re degli Alani; ed i residui della vinta nazione furon
dispersi dall'ordinaria alternativa della fuga o della sommissione[359].
Una colonia di esuli trovò rifugio sicuro nelle montagne del Caucaso fra
il Ponto Eussino e il mar Caspio, dove conservano tuttavia il proprio
nome e la loro indipendenza. Un'altra colonia s'avanzò con coraggio più
intrepido verso i lidi del Baltico, unissi alle settentrionali tribù
della Germania, e partecipò delle spoglie delle Province Romane della
Gallia e della Spagna. Ma la maggior parte della nazione degli Alani
abbracciò le offerte d'una onorevole ed utile unione, e gli Unni, che
stimavano il valore dei loro men fortunati nemici, passarono con un
aumento di numero e di sicurezza ad invadere i confini del Gotico
Impero.
[A. 375]
Il grand'Ermanrico, gli stati del quale s'estendevan dal Baltico
all'Eussino, godeva in una piena maturità di vecchiezza e di riputazione
il frutto delle sue vittorie, allorchè fu agitato dal formidabile
aspetto di un esercito d'ignoti nemici[360], ai quali potevano i suoi
barbari sudditi senza ingiustizia dare il nome di Barbari. Il numero, la
forza, i rapidi movimenti, e l'implacabile crudeltà degli Unni si
provarono, si temettero e si amplificarono dagli attoniti Geti, che
videro i loro campi e villaggi consumati dalle fiamme, ed oppressi da
ogni genere di stragi. A questi reali terrori aggiungevasi la sorpresa e
l'abborrimento, che eccitavano la strillante voce, i rozzi gesti e la
strana deformità degli Unni. Questi selvaggi della Scizia furon
paragonati (e la pittura aveva qualche rassomiglianza) agli animali che
camminano assai sconciamente sopra due gambe; ed alle malfatte figure
(-Termini-), che solevano collocarsi dagli antichi sui ponti. Erano essi
distinti dal resto della specie umana per le larghe spalle, i nasi
schiacciati, ed i piccoli occhi neri profondamente sepolti nel capo; ed
essendo quasi privi di barba, non godevan giammai nè le grazie virili
della gioventù, nè il venerabile aspetto della vecchiezza[361].
S'assegnò loro un'origine favolosa, degna della figura e dei costumi che
avevano, vale a dire che le streghe della Scizia, che per le maligne
loro o mortifere azioni erano state cacciate dalla società, si fosser
congiunte nel deserto con spiriti infernali, e che gli Unni fossero la
prole di quell'esecrabile congiunzione[362]. Questa favola, sì piena
d'orrore e di assurdità, fu facilmente abbracciata dal credulo odio de'
Goti; ma nel tempo che soddisfaceva il loro abborrimento, ne accresceva
il timore; mentre poteva supporsi che la posterità dei demoni e delle
streghe avesse ereditato qualche parte della forza soprannaturale non
meno che dell'indole maligna dei suoi genitori. Contro nemici di questa
sorte Ermanrico preparossi ad esercitare le riunite forze del dominio
Gotico; ma presto conobbe, che le suddite sue tribù, irritate
dall'oppressione, eran più inclinate a secondar che a rispingere
l'invasione degli Unni. Uno dei Capi de' Rossolani[363] aveva già
disertato dallo stendardo d'Ermanrico, ed il crudel Tiranno aveva
condannato la moglie innocente del traditore ad essere fatta in pezzi da
indomiti cavalli. I fratelli di quell'infelice donna presero il
favorevol momento di vendicarsi. Il vecchio Re de' Goti languì qualche
tempo dopo la pericolosa ferita che ricevè da' loro pugnali; ma
ritardossi la condotta della guerra per la sua infermità; ed i pubblici
consigli della nazione furono divisi da uno spirito di gelosia e di
discordia. La morte di esso, che fu attribuita alla sua propria
disperazione, lasciò le redini del governo in mano a Vitimero, il quale
col dubbioso aiuto di alcuni mercenari Sciti, mantenne la disugual
contesa fra le armi degli Unni e degli Alani, finattanto che fu egli
disfatto ed ucciso in una decisiva battaglia. Gli Ostrogoti si
sottomisero al loro destino; e da ora in poi troverassi la regia stirpe
degli Amali fra' sudditi del superbo Attila. Ma la persona del fanciullo
Re Viterico fu salvata dalla diligenza di Alateo e di Safrace, due
guerrieri di sperimentata bravura e fedeltà, che per mezzo di caute
marce condussero gl'indipendenti residui della nazione degli Ostrogoti
verso il Danasto o il Niester, fiume considerabile, che ora separa gli
stati Turchi dall'Impero della Russia. Il prudente Atanarico, più
attento alla propria che alla generale salvezza, aveva stabilito il
campo dei Visigoti sulle rive del Niester, con la ferma risoluzione
d'opporsi ai vittoriosi Barbari, che stimò imprudenza di provocare.
L'ordinaria velocità degli Unni era impedita dal peso del bagaglio e
dall'impaccio degli schiavi; ma la loro perizia militare ingannò, e
quasi distrusse l'armata d'Atanarico. Mentre il Giudice dei Visigoti
difendeva le rive del Niester, fu circondato da un numeroso
distaccamento di cavalleria, che al lume della luna aveva passato a
guado il fiume; e d'uopo gli furono estremi sforzi di coraggio e di
condotta per effettuar la sua ritirata verso la montagna. L'indomito
Generale aveva già formato un nuovo e giudizioso piano di guerra
difensiva; e le forti linee, che si preparava a tirare fra i monti, il
Pruth, ed il Danubio, avrebbero assicurato l'esteso e fertile
territorio, che adesso porta il nome di Valachia dalle rovinose
incursioni degli Unni[364]. Ma le speranze e le misure del Giudice dei
Visigoti furono presto sconcertate dalla tremante impazienza de' suoi
scoraggiati compagni, persuasi dal lor timore che l'interposizione del
Danubio fosse l'unico baluardo, che salvar li potesse dalla rapida
caccia e dall'invincibil valore dei Barbari della Scizia. Sotto il
comando di Fritigerno e d'Alavivo[365], il corpo della nazione s'avanzò
in fretta verso le rive del gran fiume, ed implorò la protezione del
Romano Imperatore dell'Oriente. Atanarico medesimo, sempre ansioso
d'evitare il delitto di spergiuro, si ritirò con una truppa di fedeli
seguaci nella montuosa regione di Caucaland, che sembrava esser guardata
e quasi nascosta dalle impenetrabili foreste della Transilvania[366].
[A. 376]
Dopo che Valente ebbe terminato la guerra Gotica con qualche apparenza
di gloria e di buon successo, passò pe' suoi dominj dell'Asia; e
finalmente fissò la sua residenza nella Capitale della Siria. I cinque
anni[367], che ei consumò in Antiochia, furono impiegati a spiare in una
sicura distanza gli ostili disegni del Monarca Persiano, a frenare le
ruberie dei Saracini e degl'Isauri[368], a confermare con argomenti più
forti di quelli della ragione a dell'eloquenza la fede della teologia
Arriana, ed a quietare i suoi ansiosi sospetti cogl'indistinti supplizi
dell'innocente e del reo. Ma s'eccitò l'attenzione più seria
dell'Imperatore per l'importante notizia, che ei ricevè dagli ufficiali
militari e civili, ai quali affidato avea la difesa del Danubio. Egli fu
informato che il Settentrione agitavasi da una furiosa tempesta; che
l'irruzione degli Unni, incognita e mostruosa razza di selvaggi, avea
rovesciato la potenza de' Goti; e che una supplichevole moltitudine di
quella bellicosa nazione, l'orgoglio di cui era in quel tempo umiliato
all'eccesso, occupava uno spazio di più miglia lungo le rive del fiume.
Con le braccia stese e con patetici lamenti, ad alta voce deploravano le
passate loro disgrazie ed il presente pericolo; confessavano che la
unica loro speranza di salute era posta nella clemenza del Governo
Romano; e con la maggior solennità protestavano, che se la graziosa
liberalità dell'Imperatore avesse loro permesso di coltivare le ampie
terre della Tracia, si sarebbero tenuti obbligati dai più forti vincoli
di dovere e di gratitudine ad obbedire alle leggi, ed a difendere i
confini della Repubblica. Tali assicurazioni confermate furono dagli
Ambasciatori dei Goti, i quali con impazienza aspettavano dalla bocca di
Valente una risposta, che finalmente determinasse la sorte degl'infelici
lor nazionali. L'Imperatore Orientale non era più guidato dalla saviezza
ed autorità del suo fratello maggiore, ch'era morto verso il fine
dell'anno precedente; e siccome la misera situazione de' Goti richiedeva
un'instantanea e perentoria decisione, gli mancò il favorito spediente
degli spiriti deboli e timidi, che riguardano l'uso de' passi dilatorj
ed ambigui, come i più ammirabili sforzi d'una consumata prudenza.
Finattantochè sussisteranno fra gli uomini le medesime passioni ed
interessi, si presenteranno frequentemente, come soggetto di moderne
deliberazioni, le quistioni di guerra e di pace, di giustizia e di
politica, che agitavansi nei consigli della Antichità. Ma a' più
sperimentati Politici dell'Europa non è stato giammai commesso
d'investigare la convenienza o il pericolo di rigettare o d'ammettere
una innumerabile moltitudine di Barbari, che son tratti dalla
disperazione e dalla fame a cercare uno stabilimento negli Stati d'una
incivilita nazione. Allorchè fu riferita ai Ministri di Valente
quest'importante proposizione, sì essenzialmente connessa con la
pubblica sicurezza, essi rimasero perplessi e divisi, ma presto
convennero nel lusinghiero sentimento che pareva più favorevole
all'orgoglio, all'indolenza, ed all'avarizia del loro Sovrano. Gli
schiavi, ch'erano decorati coi titoli di Prefetti e di Generali,
dissimularono o non curarono il timore di questa nazional emigrazione,
tanto diversa dalle particolari ed accidentali colonie, che si erano
ammesse negli ultimi confini dell'Impero. Anzi applaudirono alla buona
fortuna, che avea condotto dalle più distanti regioni del globo una
numerosa ed invincibile armata di stranieri a difendere il trono di
Valente, il quale aggiunger poteva al tesoro Imperiale le immense somme
d'oro somministrate dai Provinciali per compensare l'annua loro dose di
reclute. Si esaudirono le preghiere dei Goti, e dalla Corte Imperiale
s'accettò il loro servigio; e furono immediatamente spediti ordini a'
Governatori civili e militari della diocesi della Tracia onde fare i
preparativi necessari pel passaggio, e per la sussistenza di un gran
popolo, insino a che destinato gli fosse un proprio e sufficiente
territorio per la futura sua residenza. Fu accompagnata però la
liberalità dell'Imperatore da due rigorose e dure condizioni, che la
prudenza giustificar potea dalla parte dei Romani, ma che non altro che
la necessità poteva estorcere dagli sdegnosi Goti. Prima che passassero
il Danubio, si volle che consegnassero le loro armi; e che tolti loro i
figli, si spargessero per le Province dell'Asia, dove potessero ridursi
a civiltà mercè dell'educazione, e servire di ostaggi per assicurare la
felicità dei loro genitori.
Nella sospensione, che produceva un dubbioso e distante trattato,
gl'impazienti Goti fecero qualche temerario tentativo di passare il
Danubio senza la permissione del Governo, del quale implorato avevano la
protezione. Furono diligentemente osservati i loro movimenti dalla
vigilanza delle truppe acquartierate lungo il fiume, ed i loro primi
distaccamenti andarono disfatti con notabile strage; pure tanto eran
timide le deliberazioni del regno di Valente, che i probi Uffiziali, che
avean servito la patria nell'adempimento del loro dovere, furon puniti
con la perdita degli impieghi, e poco mancò che non fossero privati di
vita. Giunse finalmente l'ordine Imperiale per trasportare sopra il
Danubio tutto il corpo della nazione Gotica[369]; ma l'esecuzione di tal
ordine fu laboriosa e difficile. Le acque del Danubio, che in quel luogo
ha più d'un miglio di larghezza[370], erano gonfie per le continue
piogge, ed in quel tumultuario passaggio, molti restaron dispersi ed
annegati dalla rapida violenza della corrente. Fu messa in ordine una
grossa flotta di navi, di barche e di battelli; s'impiegarono più giorni
e più notti nel passare e ripassare con istancabil travaglio; e gli
Uffiziali di Valente usarono la maggior diligenza, affinchè neppure uno
di quei Barbari, che erano destinati a rovesciare i fondamenti di Roma,
rimanesse sull'opposta sponda. Fu creduto espediente di prendere
un'esatta notizia del loro numero; ma le persone, a ciò deputate, ben
presto abbandonarono con maraviglia e sconcerto il proseguimento
d'un'infinita ed ineseguibile impresa[371], ed il principale Istorico di
quel tempo asserisce con la maggior serietà, che i prodigiosi eserciti
di Dario e di Serse, che si erano sì lungamente risguardati come favole
della vana e credula antichità, allora furono giustificati agli occhi
del Mondo dall'evidenza del fatto e dell'esperienza. Un probabile
testimone ha determinato il numero dei soldati Goti a dugentomila
uomini; e se vogliamo aggiungervi una dose proporzionata di donne, di
fanciulli e di schiavi, tutta la massa del popolo, che componeva tal
formidabile emigrazione, dovè montare a quasi un milione di persone di
ambedue i sessi e di ogni età. I figli dei Goti, almeno quelli d'un
grado distinto, furono separati dalla moltitudine. Essi vennero senza
dilazione condotti a remoti luoghi, assegnati per la loro dimora ed
educazione; e quando quel numeroso corpo di ostaggi o di schiavi passava
per le città, il loro gaio e splendido abbigliamento, la robusta e
marzial loro figura, eccitava la sorpresa e l'invidia dei Provinciali.
Ma la stipulazione più offensiva pe' Goti, e più importante pe' Romani,
vergognosamente fu elusa. I Barbari, che risguardavano le loro armi come
insegne di onore e pegni di sicurezza, si disposero ad offerire per esse
un prezzo, che la licenza o l'avarizia dei Ministri Imperiali fu
facilmente tentata di accettare. I superbi guerrieri, ad oggetto di
conservare le armi, acconsentirono con qualche ripugnanza a prostituire
le mogli o le figlie; e le bellezze d'una vaga donzella o d'un piacevol
fanciullo assicurarono la connivenza degl'Inspettori, che alle volte
gettavano un occhio d'avidità sui frangiati tappeti o sulle vesti di
lino dei nuovi loro alleati[372], o che sacrificavano il loro dovere al
vil desiderio d'empire le loro stalle di bestiame e le case di schiavi.
Fu permesso ai Goti d'entrar nelle barche con le armi in mano; e quando
la lor forza fu riunita all'altra parte del fiume, l'immenso esercito,
che si sparse nei piani e nei colli della bassa Mesia prese un ostile e
minaccevole aspetto. Poco dopo comparvero, sulle rive Settentrionali del
Danubio, Alateo e Safrace, tutori del fanciullo loro Sovrano, e
condottieri degli Ostrogoti; ed immediatamente spedirono ambasciatori
alla Corte di Antiochia per sollecitare con le medesime proteste di
alleanza e di gratitudine l'istesso favore, che era stato concesso ai
supplichevoli Visigoti. L'assoluta negativa di Valente sospese il loro
progresso, manifestò il pentimento, i sospetti ed i timori del consiglio
Imperiale.
Una indisciplinata e vagante nazione di Barbari esigeva le più ferme
disposizioni ed il maneggio più destro. Non potea supplirsi al
quotidiano mantenimento di quasi un milione di sudditi straordinari,
senza una costante ed abile diligenza, e questa poteva continuamente
venire interrotta dal caso o dagli sbagli. L'insolenza o lo sdegno dei
Goti, se accorgevansi di essere soggetti di timore o di disprezzo,
poteva spingerli agli estremi più disperati, e sembra, che il destino
dello Stato dipendesse dalla prudenza ed integrità de' Generali di
Valente. In quest'importante crisi tenevano il governo militare della
Tracia Lupicino e Massimo, nelle cui venali menti la più tenue speranza
di privato guadagno prevaleva a qualunque considerazione di pubblico
vantaggio; e la cui reità non era diminuita, che dall'incapacità di
conoscere i perniciosi effetti della temeraria e colpevole loro
amministrazione. Invece d'ubbidire agli ordini del Sovrano, e di
soddisfare con decente liberalità le domande dei Goti, imposero un vile
ed opprimente tributo sulle necessità degli affamati Barbari. Vendevasi
loro ad un prezzo esorbitante il più basso cibo; ed in luogo di sane e
sostanziose provvisioni eran pieni i mercati di carne di cani, e di
animali immondi, che erano morti di malattia. Per fare il considerabile
acquisto d'una libbra di pane, i Goti si privavano del possesso d'un
dispendioso, quantunque utile, schiavo; e volentieri compravasi una
piccola quantità di cibo per dieci libbre d'un prezioso, ma inutil
metallo[373]. Quando esaurite furono le loro facoltà, continuarono tale
necessario commercio con la vendita dei loro figli e delle figlie; e non
ostante l'amor della libertà, che animava ogni petto Gotico, si
sottoposero alla massima umiliante, che era meglio pei loro figliuoli di
esser mantenuti in una condizione servile, che perire in uno stato di
misera e disperata indipendenza. Viene eccitato il risentimento più vivo
dalla tirannia di pretesi benefattori, i quali esigono fieramente il
debito di gratitudine, cui hanno cancellato con le posteriori ingiurie.
Appoco appoco si suscitò nel campo dei Barbari, che inutilmente
adducevano il merito della paziente e rispettosa loro condotta, uno
spirito di malcontentezza, ed altamente si dolsero dell'inumano
trattamento che avean ricevuto dai nuovi alleati. Si vedevano attorno la
dovizia ed abbondanza di una fertil provincia, in mezzo alla quale
soffrivano gl'intollerabili travagli d'un'artificial carestia. Avevano
però nelle mani i mezzi di trovare sollievo ed anche vendetta, giacchè
la rapacità dei loro Tiranni avea rilasciato ad un offeso popolo il
possesso e l'uso delle armi. I clamori d'una moltitudine, che non sa
mascherare i suoi sentimenti, annunziarono i primi sintomi di
resistenza; e posero in agitazione i timidi o colpevoli amici di
Lupicino e di Massimo. Questi artificiosi Ministri, che sostituirono le
astuzie di momentanei espedienti ai savi e salutari consigli di una
estesa politica, tentarono di rimuovere i Goti dalla pericolosa lor
situazione sulle frontiere dell'Impero, e dispergerli per le province
interiori in quartieri di accantonamento separati fra loro. Siccome
sapevano quanto male avevan meritato il rispetto o la confidenza dei
Barbari, diligentemente raccolsero da ogni parte delle forze militari,
che spinger potessero la lenta e ripugnante marcia di un popolo, che
ancora non avea rinunziato al titolo o ai doveri di suddito di Roma. Ma
nel tempo che l'attenzione dei Generali di Valente non applicavasi che
ai malcontenti Visigoti, disarmavano essi imprudentemente le navi ed i
Forti, che formavano la difesa del Danubio. Alateo e Safrace videro il
fatale sbaglio, e ne profittarono, mentre ansiosamente spiavano la
favorevole occasione di sottrarsi all'inseguimento degli Unni. Per mezzo
di quelle navi e barchette, che precipitosamente poteron trovare i
condottieri degli Ostrogoti, trasportarono senza ostacolo il Re e
l'esercito loro, ed arditamente piantarono un ostile e indipendente
campo sul territorio dell'Impero[374].
Alavivo e Fritigerno, sotto nome di giudici, erano i condottieri dei
Visigoti in pace ed in guerra; e l'autorità, che essi traevano dalla
nascita, era confermata dal libero consenso della nazione. In un tempo
di tranquillità, il governo loro aveva potuto essere uguale, non meno
che il grado che avevano; ma tosto che i lor nazionali furono esacerbati
dalla fame e dall'oppressione, la superiore abilità di Fritigerno
assunse il militar comando che egli aveva diritto di esercitare pel
pubblico bene. Ei raffrenò lo spirito impaziente dei Visigoti,
finattanto che le ingiurie e gl'insulti dei loro tiranni giustificassero
nell'opinione degli uomini la lor resistenza; ma non era disposto a
sagrificare alcun reale vantaggio alla pura lode di moderazione e di
giustizia. Conoscendo l'utile che potea trarre dall'unione delle forze
Gotiche sotto lo stesso stendardo, segretamente coltivò l'amicizia degli
Ostrogoti; e mentre professava un'implicita obbedienza agli ordini dei
Generali Romani, avanzavasi a piccole giornate verso Marcianopoli,
capitale della bassa Mesia, circa settanta miglia distante dalle rive
del Danubio. In quel luogo fatale, scoppiarono le fiamme della discordia
e dell'odio reciproco in un terribile incendio. Lupicino aveva invitato
i Capitani Goti ad uno splendido convito, ed il militare lor seguito era
rimasto in armi all'ingresso del palazzo. Ma erano strettamente guardate
le porte della città; ed erano i Barbari assolutamente esclusi dal
comodo d'un abbondante mercato, al quale avevano ugual diritto e come
sudditi e come alleati. Le umili loro suppliche si rigettarono con
insolenza e derisione; e siccome esausta ormai era la loro pazienza, i
paesani, i soldati ed i Goti presto si trovarono involti in un
combattimento di appassionate altercazioni, e di ardenti rimproveri.
Inconsideratamente diedesi un colpo; si trasse precipitosamente una
spada; ed il primo sangue, che videsi uscire in quest'accidentale
contesa, divenne il segnale d'una lunga e rovinosa guerra. In mezzo allo
strepito ed alla brutale intemperanza, fu riportato a Lupicino da un
segreto messo, che molti de' suoi soldati erano stati uccisi e spogliati
delle loro armi, ed essendo egli già infiammato dal vino ed oppresso dal
sonno, diede l'ordine temerariamente che se ne vendicasse la morte con
la strage delle guardie di Fritigerno e d'Alavivo. Le clamorose strida
ed i lamenti di quei, che morivano, scoprirono a Fritigerno il suo
estremo pericolo; e siccome esso possedeva il freddo ed intrepido
spirito d'un Eroe, vide ch'egli era perduto, se lasciava deliberare un
momento quell'uomo che l'aveva sì altamente ingiuriato. «Una piccola
contesa (disse il Capitano Goto con un fermo, ma piacevol tuono di voce)
par che sia insorta fra le due nazioni; essa potrebbe produrre le più
pericolose conseguenze, qualora non sia subito quietato il tumulto dalla
sicurezza della nostra salute e dall'autorità della nostra presenza».
Dette queste parole, Fritigerno ed i suoi compagni, sguainate le spade,
s'aprirono il passo per mezzo all'irresistente folla che empiva il
palazzo, le strade e le porte di Marcianopoli, e montando sui loro
cavalli, scomparvero in fretta dagli occhi degli stupefatti Romani. I
Generali dei Goti vennero salutati dalle fiere, e liete acclamazioni del
campo; immediatamente fu risoluta la guerra, e senza differire s'eseguì
tale risoluzione: si spiegarono le bandiere della nazione, secondo l'uso
dei loro antenati; e risuonò l'aria della terribile e lugubre musica
della barbara tromba[375]. Il debole e reo Lupicino, che aveva osato di
provocare, trascurato di distruggere, e che tuttavia presumeva di
sprezzare il formidabile suo nemico, marciò contro i Goti alla testa di
quella milizia, che potè raccogliere in tal subitanea occorrenza. I
Barbari aspettarono che s'avvicinasse circa nove miglia in distanza da
Marcianopoli, ed in quest'occasione si vide che l'abilità del Generale
era di maggior efficacia che le armi e la disciplina delle truppe. Il
valore dei Goti fu con tanta perizia diretto dal genio di Fritigerno,
che in uno stretto e vigoroso attacco rupper le file delle Legioni
Romane. Lupicino abbandonò le armi e le insegne, i Tribuni ed i più
bravi soldati che aveva, nel campo di battaglia; ed il loro inutil
coraggio non servì che a proteggere la vergognosa fuga del Capitano.
«Quel fortunato giorno pose fine alle angustie dei Barbari ed alla
sicurezza de' Romani; da quel giorno in poi rinunziando i Goti alla
precaria condizione di esuli e di stranieri, assunsero il carattere di
cittadini e di padroni, s'attribuirono un assoluto dominio sopra i
possessori delle terre, e ritennero in lor potere le province
Settentrionali dell'Impero, che hanno per confine il Danubio». Tali son
le parole d'un Istorico Goto[376], che celebra con rozza eloquenza la
gloria dei suoi nazionali. Ma i Barbari non esercitarono il loro
dominio, che ad oggetto di predare o di distruggere. Poichè i Ministri
dell'Imperatore gli avean privati dei benefizi comuni di natura, e del
libero commercio della vita sociale, vendicarono essi tale ingiustizia
contro i sudditi dell'Impero, e furono espiati i delitti di Lupicino con
la rovina dei pacifici agricoltori della Tracia, coll'incendio dei loro
villaggi e con la strage o la schiavitù delle innocenti loro famiglie.
Tosto si sparse nei luoghi vicini la nuova della vittoria dei Goti; e
riempiendo essa di terrore e di sconcerto gli animi dei Romani, la
precipitosa loro imprudenza contribuì ad accrescer le forze di
Fritigerno e le calamità della provincia. Qualche tempo avanti questa
grand'emigrazione, era stato ricevuto sotto la protezione ed al servizio
dell'Impero un numeroso corpo di Goti condotti da Suerido e da
Colia[377]. Erano questi accampati sotto le mura d'Adrianopoli; ma i
ministri di Valente desideravano ansiosamente di mandarli di là
dall'Ellesponto per allontanarli dalla pericolosa tentazione, a cui
potevano sì facilmente esser soggetti per la vicinanza ed il buon
successo dei lor nazionali. La rispettosa sommissione, con la quale
acquietaronsi all'ordine della loro marcia, avrebbe potuto considerarsi
come una prova della lor fedeltà; e la moderata richiesta, che fecero
d'un sufficiente sussidio di provvisioni e della dilazione di soli due
giorni fu espressa nei termini più doverosi. Ma il primo Magistrato di
Adrianopoli, irritato per causa di alcuni disordini commessi nella sua
villa, negò di compiacergli, ed armando contro di loro gli abitanti e
gli artefici di una popolata città, insistè con ostili minacce
nell'immediata loro partenza. I Barbari si rimasero in silenzio e
sospesi, finattanto che non furono esacerbati dagl'insultanti clamori e
da' dardi della plebaglia; ma stancata che fu la loro pazienza o non
curanza, scagliaronsi contro l'indisciplinata moltitudine, percossero
con molte vergognose ferite i dorsi dei fuggitivi loro nemici, e gli
spogliarono delle splendide armi[378], che erano indegni di portare. La
somiglianza delle offese e delle azioni presto riunì questo vittorioso
distaccamento alla nazione dei Visigoti; le truppe di Colia e di Suerido
aspettarono l'arrivo del gran Fritigerno, si raccolsero sotto i suoi
stendardi, e segnalarono il loro ardore nell'assedio di Adrianopoli. La
resistenza però della guarnigione fece conoscere ai Barbari che
nell'attacco delle regolari fortificazioni rare volte hanno effetto gli
sforzi d'un imperito coraggio. Il lor Generale conobbe l'errore, levò
l'assedio, e dichiarò «d'essere in pace con le mura di pietra[379],» e
si vendicò del mancato colpo sull'addiacente campagna. Egli accettò con
piacere l'utile rinforzo degl'indurati lavoratori, che scavavano le
miniere d'oro della Tracia[380] per vantaggio e sotto la sferza d'un
insensibil padrone[381]; e questi nuovi compagni condussero i Barbari
per segreti sentieri ai luoghi più remoti, che erano stati scelti per
porre in sicuro gli abitanti, le bestie ed i magazzini di grano.
Coll'aiuto di tali guide, niente rimase nascosto o inaccessibile; era
fatale la resistenza, la fuga ineseguibile, e la paziente sommissione
della disperata innocenza rare volte trovava pietà nei Barbari
conquistatori. Nel corso di tali depredazioni si restituirono agli
abbracciamenti degli afflitti genitori in gran numero i figli dei Goti,
che erano stati venduti per ischiavi, ma questi teneri incontri, che
avrebbero dovuto ravvivare nei loro animi e far loro gustare qualche
sentimento di umanità, non tendevano che a stimolare la nativa loro
fierezza col desiderio della vendetta. Essi con grande attenzione
prestavano orecchio ai lamenti dei loro figli, che nella schiavitù avean
sofferto le più crudeli indegnità dalle licenziose o ardenti passioni
dei loro padroni; ed usavan le medesime crudeltà, gli stessi indegni
trattamenti con gran rigore verso i figli e le figlie dei Romani[382].
[A. 377]
L'imprudenza di Valente e dei suoi ministri aveva introdotto nel cuor
dell'Impero un popolo di nemici; pure si sarebber potuti riconciliare
gli animi dei Visigoti mediante un'ingenua confessione dei passati
errori, ed un sincero adempimento degli antichi trattati. Sembrava che
tali salutari e moderate provvisioni fosser coerenti alla timida
disposizione del Monarca orientale; ma in questa sola occasione Valente
fece il bravo, e tale inopportuna bravura tornò fatale a lui stesso ed
a' sudditi. Ei dichiarò la sua intenzione di marciare da Antiochia a
Costantinopoli per reprimere quella pericolosa ribellione; e siccome
conosceva le difficoltà dell'impresa, sollecitò l'assistenza
dell'Imperatore Graziano suo nipote, che comandava le forze
dell'Occidente. Si richiamarono in fretta dalla difesa dell'Armenia le
truppe veterane; abbandonossi alla discrezione di Sapore
quell'importante frontiera; e fu affidata, nell'assenza di Valente,
l'immediata condotta della guerra Gotica a' suoi Luogotenenti Traiano e
Profuturo, Generali che nutrivano una favorevole e ben falsa opinione
della loro abilità. Arrivati che furono nella Tracia s'unì ad essi
Ricomero, Conte dei domestici, e gli ausiliari dell'Occidente, che
marciavano sotto la sua bandiera, sostenevano le legioni Galliche,
ridotte però da uno spirito di diserzione a vane apparenze di forza e di
numero. In un consiglio di guerra, nel quale influiva più l'orgoglio che
la ragione, fu risoluto di cercare ed affrontare i Barbari, che stavano
accampati nei fertili e spaziosi prati vicino alla più meridionale delle
sei bocche del Danubio[383]. Il loro campo era circondato dalla solita
fortificazione de' carri[384]; ed i Barbari, sicuri dentro il vasto
cerchio di quel recinto, godevano i frutti del loro valore e le spoglie
della Provincia. In mezzo alla disordinata intemperanza, il vigilante
Fritigerno osservava i movimenti, e penetrava i disegni dei Romani. Egli
si accorse che il numero de' nemici andava sempre crescendo; e siccome
conobbe l'intenzione che avevano d'attaccar la sua retroguardia, subito
che la mancanza del cibo lo costringesse a muovere il campo, richiamò i
suoi predatorj distaccamenti, che occupavano l'addiacente campagna.
Appena scuoprirono essi i concertati fuochi[385], che obbedirono con
incredibile prestezza al segnale del lor Capitano; il campo fu ripieno
d'una marzial folla di Barbari; le impazienti lor grida chiedevano la
battaglia, e quel tumultuario zelo fu approvato ed animato dallo spirito
dei loro Capi. Era già molto avanzata la sera; e le due armate si
prepararono al combattimento, che fu differito soltanto fino allo
spuntare del nuovo giorno. Mentre le trombe incitavano alle armi, fu
invigorito l'indomito coraggio dei Goti dalla reciproca obbligazione
d'un solenne giuramento; e nell'avanzarsi che facevano incontro al
nemico, i rozzi cantici, che celebravano la gloria dei loro maggiori,
eran mescolati con dissonanti e feroci strida, che s'opponevano
all'artificiosa armonia delle acclamazioni Romane. Fritigerno dimostrò
qualche perizia militare nel guadagnar che fece il vantaggio d'una
dominante altura; ma la sanguinosa pugna, che principiò e finì
col giorno, si mantenne da ambe le parti mediante i personali ed
ostinati sforzi di robustezza, di valore e d'agilità. Le legioni
dell'Armenia sostennero la loro fama nelle armi; ma furono oppresse
dall'irresistibile peso della moltitudine dei nemici; fu posta in
disordine l'ala sinistra dei Romani, ed i loro corpi, tagliati a pezzi,
restarono sparsi nel campo. Questa particolare disfatta, per altro, fu
bilanciata da un particolar successo; e quando i due eserciti ad un'ora
tarda della sera si ritirarono ai respettivi lor campi, niuno di loro
potè vantare gli onori o gli effetti di una decisiva vittoria. La
perdita reale fu più sensibile pe' Romani a cagione della piccolezza del
loro numero; ma i Goti restarono tanto confusi e sconcertati per questa
vigorosa e forse inaspettata resistenza, che rimasero sette giorni
dentro le loro fortificazioni. Ad alcuni uffiziali di grado distinto
furono piamente fatte quelle ceremonie funebri, che permettevan le
circostanze del tempo e del luogo; ma l'indistinto volgo fu lasciato
insepolto sul campo. Ne fu avidamente divorata la carne dagli uccelli di
rapina, che in quel tempo godevano di molto frequenti e deliziosi pasti,
e molti anni dopo le bianche o nude ossa, che cuoprivano l'ampia
estensione dei campi, presentarono agli occhi d'Ammiano un terribile
monumento della battaglia di Salice[386].
S'era interrotto il progresso dei Goti dal dubbioso evento di questa
sanguinosa giornata; ed i Generali dell'Imperatore, il cui Esercito
sarebbe rimasto distrutto da un'altra battaglia di simil fatta,
adottarono il più ragionevole disegno di rovinare i Barbari per mezzo
dei bisogni e delle strettezze della stessa loro moltitudine. Si
preparavano essi a confinare i Visigoti nell'angusto angolo di terra,
che è fra il Danubio, il deserto della Scizia ed il monte Emo,
finattantochè insensibilmente se ne consumasse la forza e lo spirito
dall'inevitabile azion della fame. Fu eseguito il disegno con qualche
condotta ed effetto; i Barbari avevan quasi dato fondo ai lor magazzini
ed ai ricolti del paese; e la diligenza di Saturnino, Generale di
cavalleria, si impiegava in accrescer la forza, e ristringere
l'estensione delle fortificazioni Romane. Furono però interrotte le sue
fatiche dall'inquietante notizia, che nuovi sciami di Barbari aveano
passato il non difeso Danubio, affine o di sostenere la causa o d'imitar
l'esempio di Fritigerno. La giusta apprensione di potere egli stesso
venir circondato ed oppresso dalle armi di ostili ed ignote nazioni,
obbligò Saturnino ad abbandonare l'assedio del campo de' Goti; ed essi
nell'uscire sdegnati dal confino in cui erano, saziaron la fame e la
vendetta loro con la replicata devastazione della fertil campagna, che
s'estende più di trecento miglia dalle rive del Danubio fino allo
stretto dell'Ellesponto[387]. L'accorto Fritigerno si era fortunatamente
applicato a secondar le passioni e l'interesse dei Barbari suoi alleati;
e l'amore della rapina e l'odio di Roma favorirono o prevennero
l'eloquenza de' suoi ambasciatori. Egli strinse una forte e vantaggiosa
alleanza col gran corpo de' suoi nazionali, che obbediva ad Alateo ed a
Safrace, custodi del fanciullo loro Sovrano; il sentimento del comune
loro interesse fece sospendere la lunga animosità delle rivali tribù; si
associò sotto un solo stendardo la parte indipendente della nazione; e
sembra che i Capitani degli Ostrogoti cedessero al superior genio del
Generale de' Visigoti. Ottenne il formidabile aiuto dei Taifali, la
militar fama dei quali era disonorata e avvilita dalla pubblica infamia
dei domestici loro costumi. Ogni giovane, all'entrar che faceva nel
Mondo, era unito con vincoli di onorevole amicizia e di brutale amore a
qualche guerriero della tribù; nè sperar potea di restar libero da
questa non natural connessione, finattantochè non avesse provata la sua
virilità coll'uccidere da solo a solo un grand'orso o un selvaggio
cignale[388]. Ma i più potenti ausiliari dei Goti si trassero dal campo
di quegli stessi nemici, che gli avevano espulsi dalle native lor sedi.
La libera subordinazione, ed i vasti territorj degli Unni e degli Alani
differivano le conquiste, e dividevano i consigli di quei popoli
vittoriosi. Più Orde furono allettate dalle generose promesse di
Fritigerno, e la rapida cavalleria della Scizia aggiunse peso ed energia
ai costanti e valorosi sforzi dell'infanteria Gotica. I Sarmati, che non
la poteron mai perdonare al successore di Valentiniano, goderono della
general confusione, e l'accrebbero; ed un'opportuna irruzione degli
Alemanni nelle Province della Gallia impegnò l'attenzione e divertì le
forze dell'Imperator d'Occidente[389].
Uno dei più gravi danni, che si risentisse dall'introduzione de' Barbari
nell'esercito e nel palazzo, fu la corrispondenza che tenevano coi
nemici lor nazionali, ai quali o per imprudenza o per malizia
manifestavano la debolezza dell'Impero Romano. Un soldato della guardia
del corpo di Graziano era di nazione Alemanno e della tribù dei
Lenziensi, che abitavano di là dal lago di Costanza. Alcuni affari
domestici l'obbligarono a domandar licenza d'assentarsi. In una breve
visita, che fece alla famiglia ed ai suoi amici, fu esposto alle curiose
loro interrogazioni; e la vanità del loquace soldato tentollo a spiegar
l'intima cognizione che aveva dei segreti di Stato e dei disegni del suo
Signore. La notizia, che Graziano si preparava a condurre le forze
militari della Gallia e dell'Occidente in soccorso di Valente suo zio,
additò all'inquieto spirito degli Alemanni il momento ed il modo di fare
una felice invasione. L'impresa di alcuni piccoli distaccamenti, che nel
mese di Febbraio passarono il Reno sul ghiaccio, fu preludio d'una più
importante guerra. Le audaci speranze di preda, e forse di conquista,
vinsero le riflessioni della timida prudenza o della fedeltà nazionale.
Ogni foresta, ogni villaggio somministrò una truppa di forti
avventurieri, e la grand'armata degli Alemanni, che al suo avvicinarsi
fu dal timore del popolo considerata di quarantamila soldati, venne in
seguito amplificata sino a settantamila dalla vana e credula adulazione
della Corte Imperiale. Le legioni, alle quali si era ordinato di
marciare nella Pannonia, furono immediatamente richiamate o ritenute per
la difesa della Gallia; il comando militare fu diviso fra Nanieno e
Mellobaude; e sebbene il giovane Imperatore rispettasse la lunga
esperienza e la sobria saviezza del primo, era però più inclinato ad
ammirare e seguire il marziale ardore del suo compagno, al quale si
permetteva di riunire in sè gl'incompatibili caratteri di Conte dei
domestici e di Re dei Franchi. Priario, Re degli Alemanni, rivale di
lui, era guidato o piuttosto spinto dall'istesso ostinato valore; e
poichè le loro truppe erano animate dallo spirito dei condottieri,
s'incontrarono, si videro e s'attaccarono fra loro vicino alla città
d'Argentaria o Colmar[390] nelle pianure dell'Alsazia. Fu giustamente
attribuita la gloria di tal giornata alle armi da lanciare ed alle ben
eseguite evoluzioni dei soldati Romani: gli Alemanni, che lungamente si
mantennero saldi, furono trucidati con instancabil furore; soli
cinquemila Barbari si rifuggiaron nei boschi e nelle montagne: e la
morte gloriosa del loro Principe sul campo di battaglia lo salvò dai
rimproveri del popolo, che sempre è disposto ad accusar la giustizia o
la condotta d'una guerra infelice. Dopo questa segnalata vittoria, che
assicurava la pace della Gallia, e sosteneva l'onore delle armi Romane,
l'Imperator Graziano finse di procedere immediatamente alla sua
spedizione orientale; ma giunto a' confini degli Alemanni voltossi ad un
tratto a sinistra, li sorprese coll'improvviso passaggio del Reno, ed
arditamente avanzossi nel cuore del loro paese. I Barbari opposero al
suo progresso gli ostacoli della natura e del coraggio; e continuarono
sempre a ritirarsi da un colle all'altro, finattantochè dalle replicate
prove restaron convinti della forza e della perseveranza dei loro
nemici. Fu accettata la lor sommissione come un segno non già del
sincero lor pentimento, ma dell'angustia, in cui allor si trovavano; e
si volle dall'infedele nazione uno scelto numero di bravi e robusti loro
giovani, come un pegno più sostanziale della futura loro moderazione. I
sudditi dell'Impero, che avevano tante volte sperimentato che gli
Alemanni non potevano esser soggiogati dalle armi, nè tenuti a freno dai
trattati, non potevano promettersi alcuna solida e durevol tranquillità;
ma nelle virtù del giovane loro Sovrano videro il prospetto di un lungo
e prospero regno. Allorchè le legioni si rampicavano su pei monti, e
scalavano le fortezze dei Barbari, si distingueva nelle prime file il
valor di Graziano; e la dorata e variamente colorita armatura delle sue
guardie era trafitta e lacerata dai colpi che avean ricevuti nel
costante attaccamento alla persona del loro Sovrano. All'età di
diciannove anni parve che il figlio di Valentiniano possedesse già i
talenti della guerra e della pace; ed il suo personal successo contro
gli Alemanni fu interpretato come un sicuro presagio dei Gotici suoi
trionfi[391].
Mentre Graziano meritava e godeva l'applauso dei suoi sudditi,
l'Imperator Valente, che avea finalmente mosso la sua Corte ed armata da
Antiochia, fu ricevuto dal popolo di Costantinopoli come l'autore della
pubblica calamità. Non erasi anche riposato dieci giorni nella Capitale,
che dai licenziosi clamori dell'Ippodromo venne spinto a marciar contro
i Barbari che aveva invitati nei suoi dominj; ed i cittadini, che sono
sempre valorosi, quando son lontani dal pericolo reale, dichiaravano con
sicurezza, che se fossero loro date le armi, avrebbero essi soli
intrapreso di liberar la Provincia dalle devastazioni d'un insultante
nemico[392]. I vani rimproveri d'un'ignorante moltitudine affrettarono
la caduta del Romano Impero; questi provocarono la disperata imprudenza
di Valente, che non trovava o nella propria riputazione o nel suo
spirito motivo alcuno da sostener con fermezza il pubblico dispregio.
Egli presto s'indusse pei felici successi dei suoi Luogotenenti a
sprezzare il potere dei Goti, che mediante la diligenza di Fritigerno
trovavansi allora uniti nelle vicinanze di Adrianopoli. Il valente
Frigerido aveva intercettato la marcia dei Taifali; il Re di quei
licenziosi Barbari era stato ucciso in battaglia; e gli schiavi
supplichevoli erano stati mandati in un lontano esilio a coltivar le
terre d'Italia, che furono assegnate loro nei territorj vacanti di Parma
e di Modena[393]. Le azioni di Sebastiano[394], che di fresco erasi
posto al servizio di Valente, ed era stato promosso al grado di Generale
d'infanteria, erano vie più onorevoli ad esso e vantaggiose per la
Repubblica. Egli ottenne la permissione di scegliere da ciascheduna
legione trecento soldati, e questo separato distaccamento in breve
acquistò lo spirito di disciplina e l'esercizio delle armi, che erano
quasi dimenticati sotto il regno di Valente. Atteso il vigore e la
condotta di Sebastiano, fu sorpreso nel proprio campo un grosso corpo di
Goti, e l'immenso bottino, che ricuperossi dalle lor mani, empì la città
d'Adrianopoli e le addiacenti pianure. Gli splendidi racconti, che fece
il Generale delle sue imprese, inquietaron la Corte Imperiale per
l'apparenza d'un merito superiore; e quantunque egli cautamente
insistesse sopra le difficoltà della guerra Gotica, ne fu lodato il
valore, e rigettato il consiglio; e Valente, che ascoltava con vanità e
con piacere le adulatrici suggestioni degli eunuchi del palazzo, era
impaziente d'assicurarsi la gloria d'una facile e sicura conquista. Il
suo esercito fu invigorito da un numeroso rinforzo di veterani; e fu
condotta la sua marcia da Costantinopoli ad Adrianopoli con tanta
perizia militare, che prevenne l'attività dei Barbari, i quali avean
disegnato d'occupare i passi di mezzo per intercettare o le truppe
medesime o i convogli e le provvisioni di esse. Il campo, che Valente
avea piantato sotto le mura d'Adrianopoli, fu, secondo l'uso dei Romani,
fortificato con un fosso ed un recinto, e convocossi un importantissimo
consiglio di guerra per decidere della sorte dell'Imperatore e
dell'Impero. Vittore fortemente sostenne il partito più ragionevole
della dilazione, avendo egli con l'esperienza corretto la natural
fierezza del carattere Sarmatico, mentre Sebastiano con la pieghevole ed
ossequiosa eloquenza di un Cortigiano, rappresentava ogni precauzione ed
ogni misura, che contenesse qualche dubbio d'immediata vittoria, come
indegna del coraggio e della maestà del loro invincibil Monarca. Fu
precipitata la rovina di Valente dalle ingannevoli arti di Fritigerno, e
dalle prudenti ammonizioni dell'Imperatore Occidentale. Il Generale dei
Barbari era perfettamente informato dei vantaggi della negoziazione in
mezzo alla guerra; e fu spedito un Ecclesiastico Cristiano, come sacro
ministro di pace, per iscuoprire e render dubbiosi i consigli del
nemico. Si esposero con forza e con verità le disgrazie non meno che le
ingiurie della nazione Gotica dall'Ambasciatore, il quale si protestò in
nome di Fritigerno, che egli era sempre disposto a deporre le armi o ad
impiegarle solo in difesa dell'Impero, se assicurar poteva un tranquillo
stabilimento a' vaganti suoi nazionali nelle terre incolte della Tracia,
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