adopera la voce Ομοουσιον. Apparisce al presente, non so negarlo,
fatta in Nicea quella formula: ma che sia questo un errore
degli Amanuensi il prova il silenzio di Gelasio Ciziceno presso Fozio, e
l'espressa testimonianza del sinodo generale Efesino[262].
Per quello poi che riguarda i motivi, che indussero i Padri Niceni ad
adottare il vocabolo Ομοουσιον, egli è tanto difficile il
persuader un animo non preoccupato da massime eterodosse a giudicar di
quel venerando Consesso, come ne giudica il sig. Gibbon, quanto è
malagevole l'atterrare i più stimabili fondamenti della certezza
storica. «Erano dispostissimi, siccome attestano S. Atanasio[263] e
Teodoreto[264], quei rispettabili Vescovi ad inserire nella professione
di fede quelle espressioni soltanto, che si trovavano in termini nelle
S. Scritture, cioè che Gesù Cristo è da Dio, è Verbo e Sapienza, e
proprio Germe del divin Padre; ma non essendo possibile rinvenirne
alcuna che gli Arriani non adattassero al Verbo egualmente, che alle
creature, avvedutisi i Padri della lor frode ed empia astuzia -furon
costretti- ad esporre con parole più chiare ciò che intendessero con
quella espressione -esser da Dio-, ed a scrivere per conseguenza, che il
-Figlio è della sostanza di Dio-: affinchè la detta espressione -esser
da Dio- non si credesse accomunata al Figlio ed alle creature, e propria
egualmente di loro. In fatti l'esser della divina sostanza non è proprio
di creatura veruna, ma unicamente del Verbo... Parimenti quando
trattossi d'inserir, nel formulario di fede, che il Figlio è la vera
potenza ed immagin del Padre, a lui somigliante, immutabile onninamente,
eterno, ed indiviso nel Padre, tanto bisbigliarono gli Eusebiani, tanto
mostrarono di applaudirsi scambievolmente con le occhiate e con i cenni,
che ben si comprese, che l'espressioni -esser simile a Dio, essere in
Dio, esser la potenza di Dio- eran da essi accomunate al Figlio, ed agli
uomini, leggendosi nelle Sacre Scritture, che l'uomo è l'immagine e la
gloria di Dio.... Quindi è che i Vescovi, considerata la loro ipocrisia
e maliziosa indole, furono anch'essi COSTRETTI DALLA NECESSITÀ a
raccogliere il senso di quelle espressioni dalle Scritture, ripetendo
con più chiari termini ciò che avanti avevano detto scrivere che il
Figlio è ομοουσιος Consustanziale al Padre ec.». Questo
medesimo vien ripetuto dal S. Primate nella sua Epistola agli
Affricani[265], e da S. Gregorio Nazianzeno[266]. Adunque non -per
nascondere le lor differenze, non per sospendere le loro dispute-, -non
per unire i loro partiti- divisi tra il Sabellianismo ed il Triteismo i
Padri Niceni adottarono l'-Homoousion-; ma per recidere COSTRETTI DALLA
NECESSITÀ con un colpo solo la nefanda testa dell'Arrianesimo.
Ma vi era poi realmente quel gran numero di fautori di una Trinità
nominale magnificato da Gibbon nell'assemblea, che introdusse quella
voce nel simbolo? I -Santi-, che a detta del nostro rispettosissimo
Critico, -erano più alla moda al tempo degli Arriani Atanasio,
Gregorio Nazianzeno-, a cui si aggiungono -il Nisseno e Cirillo
l'Alessandrino[267] favorirono- veramente -l'ipotesi delle tre menti, o
sostanze, e dei tre esseri coeguali e coerenti mediante la perpetua
concordia di loro amministrazione e l'essenzial conformità del loro
volere-? Dio buono! E come può essere ignoto al sig. Gibbon, che
presentatosi S. Illario al Sinodo di Seleucia[268] -primum quaesitum est
ab eo, quae esset Gallorum fides; quia tum Arrianis prava de nobis
vulgantibus ab Orientalibus suspecti habebamur- TRINONYMAM SOLITARII DEI
UNIONEM -secundum- SABELLIUM -credidisse-? Ma quando ancora egli ignori
un tal fatto, da quelle -oscure dispute, e certi notturni combattimenti-
da lui rammentati coi termini stessi di Socrate, non credo di fargli
ingiuria a dedurne, che esso abbia letto il Cap. VIII del I Libro di
quello storico. Ivi dunque avrà letto altresì le parole: -qui- του ομοουσιοου την λεξιν -Consubstantialis vocem aversabantur SABELLII
DOGMA ab iis qui vocem illam probabant, induci arbitrabantur. Atque
idcirco impios illos vocabant, utpote qui Filii Dei existentiam
tollerent-[269]. Or perchè non inferirne, che quel Sabellianismo è una
mera calunnia, di cui i nemici della divina natura di Gesù Cristo, od
almeno di quella voce, che tanto ben l'esprimeva, caricarono i Padri
Ortodossi difensori dei termini precisi del Concilio Niceno? Come può
dunque vantar rispetto pel Santuario chi rinnova le antiche calunnie
contro di quelli, che sì gelosamente ne conservarono lo splendore? E non
è un rinnovare con Clerc le antiche calunnie il tacciare di fautori del
Triteismo i due Gregori, Atanasio e Cirillo l'Alessandrino a cui (non
già a S. Basilio) vuolsi attribuire il Libro Περι της αγιας Τριαδος
ec. -de S. Trinitate ec. Tres Deos a nobis coli causantur...
eamque CALUMNIAM probabiliter struere non intermittunt... Sed veritas
pugnat pro nobis-[270]. Sia pure un -actum agere-, come dice il sig.
Gibbon -il provare, che Homoousios significhi una sostanza in specie,
che secondo Aristotele le stelle sono homoousie, e che tre uomini sono
consustanziali in quanto appartengono alla medesima specie-; sarebbe
ancora per altro un -actum agere- il dimostrare, che i Padri Niceni
affissero a quel celebre termine una significazione diversa da quella,
in cui usavasi o nel comune linguaggio, od in quello della filosofia dei
Gentili, come fin d'allora S. Atanasio rispondeva agli Arriani[271]:
-Haec sunt Ethicorum interpretationes, nosque nihil eorum egemus, quae
ipsi afferunt-; essendo già state raccolte le chiarissime testimonianze
di Socrate[272], di S. Atanasio medesimo[273], e dell'istesso Eusebio di
Cesarea[274], il quale scrisse: -Homoousion esse Filium Patri, cum
adlatis rationibus discussum esset- (nel sinodo di Nicea) -convenit non
juxta corporum modum, neque instar mortalium animantium accipi
debere-[275]. Sarebbe molto più un -actum agere- l'allegare una lunga
serie dei luminosissimi resti di quei Santi amatori della dottrina
Apostolica, non della -moda-, che apertamente dimostrarono la loro
Ortodossia intorno al mistero della Santissima Trinità, specialmente
scrivendo a Voi, che sì di proposito vi applicate agli studi Sacri con
la guida di dotti Maestri, e sotto gli auspicj di un illuminato e
religiosissimo Cardinale Protettore della vostra nazione. Sarò pertanto
brevissimo su questo articolo; ed in difesa del Nazianzeno riferirò
solamente quelle parole dell'Orazione XXXVII, in cui ragiona quel Santo
Padre della Trinità contro i Macedoniani e gli Arriani, le quali per
esser decisive furono artificiosamente omesse dal Clerc, che ad inganno
dei semplici non ebbe rossore di confermare il suo falso sistema con
passi tratti da quell'Orazione medesima. -Horum quodlibet Unitatem habet
non minus ejus cum quo conjungitum, quam sui ipsius respectu propter
essentiae et potentiae IDENTITATEM- τω ταυτω της ουσιας, και της
δυναμεως. -Atque haec unionis hujus ratio est, quantum quidem ipsi
percipimus.- Questa non è certamente -la pericolosa ipotesi delle tre
menti o sostanze, o di tre esseri coeguali ec.- Il Nazianzeno asserisce,
che tra le Divine Persone non solo vi è uguaglianza di potenza e natura,
ma IDENTITA'. Confermiamolo. Se l'Unità di natura nelle Divine Persone
al parere del S. Padre consistesse in una mera coeguaglianza, e nella
sola conformità del loro valore, quell'Unità resterebbe, quand'anche si
concepisse mancante d'una delle tre Menti, o Sostante Divine. Ma egli
-nullo modo-, soggiunge esclamando, -UNAM ILLAM NATURAM, ac peraeque
venerandam trunca. Alioqui si quid ex Tribus everteris, TOTUM everteris,
imo a TOTO excideris-. È dunque patente l'Ortodossia di S. Gregorio
Nazianzeno. Può egli inoltre confessarsi più chiaramente, che il Figlio
non è una seconda Mente o Sostanza, ma bensì il Verbo, o la Sapienza del
Padre, ed -una Sostanza istessa- con lui di quello che lo confessi
Cirillo l'Alessandrino? Si può mai più nettamente asserire, che la
Divina -sostanza è una sola-, benchè distinta in tre Persone di quel che
faccialo S. Atanasio? Ecco le parole del primo[276]: -Intelligendum sic
ex Patre natum Filium, ut Sapientia ex mente, quae sicut et alia
quodammodo esse a mente per expressionem ipsius videtur, et in ipsa vere
est; non enim SEPARABILITER ab ea prodit-. I termini del secondo son
questi[277]. -Neque tres hypostases per se ipsas DIVISAS, ut in
hominibus pro natura corporum accidit fas est in Deo cogitare: ne ut
gentes Deorum multitudinem inducamus... Laudanda colendaque et adoranda
Trinitas UNA et INDIVIDUA est, nec ullam figuram habet, sed sine
confusione CONJUNGITUR; quemadmodum ejusdem UNITAS distinguitur sine
DIVISIONE.- Quindi è manifesto non potersi sfuggir la taccia di
calunniatore da chiunque asserisce, che i Padri soprallodati favorissero
il Triteismo. Egli è poi tanto falso che l'-Homoousion potesse essere
caro ed ai Triteisti, ed ai fautori di una Trinità nominale-, che nel
linguaggio Teologico a norma delle espressioni di G. Cristo medesimo
-Ego, et Pater unum sumus... Ego in Patre, et Pater in me est-[278], si
credeva piuttosto capace di non conciliare i due supposti contrari
partiti, ma di distruggerli. -Vox ista- ομοουσιον, -et SABELLII
impietatem corrigit, tollit enim hypostaseos identitatem, et
perfectam Personarum intelligentiam introducit. Non enim aliquid idem
est sibi ipsi Homoousion, sed alterum alteri. Itaque rectissime, et cum
pietate conjunctissime hypostaseon dividuntur proprietates, et
immutabilitas naturae inalterabilis repraesentatur-. Così S. Basilio
Magno[279], a cui egregiamente uniformasi S. Ambrogio scrivendo[280].
-Frustra autem verbum istud propter SABELLIANOS declinare se dicunt et
in eo suam impietatem produnt. Homoousion enim aliud alii non ipsum est
sibi. Recte ergo Homoousion Patri Filium dicimus quia eo verbo, et
PERSONARUM DISTINCTIO- (contro Sabellio), -et NACTURAE UNITAS- (contro i
Politeisti e gli Arriani) -significatur-.
Ma se così grande era la forza di quel vocabolo, e sì ben fissata la
significazione, perchè mai tanti sinodi -lo rigettarono, l'ammisero,
l'interpretarono-? Il Sig. Gibbon istesso mi presenta in gran parte come
rispondervi. Ciò avvenne perchè -gli Arriani sempre stimaron prudente
consiglio quello di mascherare con ambigue parole i lor sentimenti e
disegni, avvenne per l'astuzia dei loro Capi, per il loro odio verso
Atanasio, ed in modo singolarissimo per il minuto e capriccioso gusto
dell'Imperator Costanzo[281], che perseguitava con egual zelo quelli,
che difendevan la simil sostanza, quelli che sostenevano la
Consustanzialità, e quelli che negavano la somiglianza del Figlio di
Dio-. Anderebbe ingannato a partito chi credesse in quel passo del S.
Vescovo di Poitiers[282] delineato il carattere dei difensori del
simbolo di Nicea egualmente che quello dei nemici dell'-Homoousion-: e
molto più chi volesse dedurne l'estinzione o l'incertezza della vera
credenza nel vasto Impero Romano. Non è però nuovo l'abuso dei libri di
S. Illario per quest'oggetto. Anche Vincenzo Rogatista vi si faceva
forte disputando contro S. Agostino sulla Cattolicità della Chiesa. Dico
che sarebbe un abusare delle opere di quel S. Padre a pensare in tal
modo, poichè intorno a quei tempi medesimi per la testimonianza di
Socrate[283] -Achajae et Illyrici civitates, et reliquae Occiduarum
partium Ecclesiae tranquillae adhuc erant, et inconcussae, tum quod
inter se consentirent, tum quod fidei regulam a Nicaeno Concilio
traditam constantissime retinerent-, ed Illario nel IV. Libro -de
Trinitate-[284] provoca gli Eretici alla fede della Chiesa universale,
in cui -omne os credentium Christum Deum loquitur-. Il parlare come se
uno avesse parte a un disordine, da cui si vogliano ritrar coloro, coi
quali si forma una società, è forse il più efficace linguaggio per
l'intento, che sappia dettar l'umiltà e la prudenza. Vedendo pertanto lo
zelantissimo Vescovo, che nel Conciliabolo Costantinopolitano sotto gli
occhi dell'Augusto Sovrano si erano soscritti gli Arriani decreti fatti
in Rimini[285] dopo la partenza dei Legati, e non ancor disperando del
ravvedimento dei -dissidenti- e del Principe, intende realmente in
quella Rappresentanza di rimproverar questo e quelli perchè convochino
tanti Sinodi, e con tante formule -vadano in traccia della fede, come se
non vi fosse-[286]; ma lo fa in termini, i quali denotando che ciò
avvenisse per comun colpa di tutti i Cristiani, non irritassero i veri
colpevoli ed il prepotente lor fautore. In fatti confrontate il passo
trascritto da Gibbon, ed inserito nel suo Repertorio da Locke con quel
che scrisse San Illario probabilmente[287] pochi mesi dopo, e
giustificate a chi egli imputasse la colpa di sì scandaloso disordine,
dicendo all'Imperatore quando ei si fu tratta la maschera: -Synodo
contrahis, et Occidentalium fidem ad impietatem compellis.... Orientalis
autem dissensione artifex nutris-[288]. -Namque post primam vere-
-Synodi Nicaenae... novis vetera subvertis, nova ipsa rursum innovata
emendatione rescindis, emendata autem iterum emendando condemnas... His
quidem ego intra Nicaeam scripta a Patribus fide fundatus, manensque non
egeo-[289]. Quindi ancora deducesi, che l'-Homoousion- fu riguardato con
savissima avvedutezza da S. Illario sotto diversi aspetti, ora cioè come
inutile, or come pio e religioso, ed or come scandaloso ed empio.
Riguardollo siccome ozioso ed inutile per coloro, -i quali erano
immobilmente fondati nella sostanza della fede Nicena-, dicendo: -his
quidem... ego non egeo-, e in appresso[290]. -Quod tametsi nobis ad
fidem otiosum sit ec.-; come pio e religioso poi -per quegli stessi-,
qualora lo usassero a solo oggetto di evitare la confusione Sabelliana,
che i maligni Settari spargevano, che si celasse nell'-Homoousion- dagli
Ortodossi, come sopra osservammo[291]. -Mihi quidem similitudo ne UNIONI
detur occasio sancta est.- E qui dee notarsi che dal S. Vescovo della
Gallia non differisce di troppo l'immortale Primate d'Egitto, giacchè
protestasi di riguardare i medesimi come fratelli nella credenza, mentre
scrive[292]: -Adversus autem eos,- -qui omnia Synodi Nicaenae scripta
recipiunt, de solo autem CONSUBSTANTIALI ambigunt, non ut adversus
inimicos affici nos decet... Sed veluti fratres cum fratribus
disceptamus, ut cum quibus nobis eadem sit sententia, controversia autem
de Verbis-. Onde si vede chiaro quanto sia -rispettoso- il Critico a
giudicare Atanasio -attaccato dal contagio del fanatismo-, e a darci i
due opposti partiti, come -egualmente agitati dallo spirito
d'intolleranza-. Riguardavasi finalmente come scandaloso ed empio in
bocca di quegli impugnatori della -Consustanzialità-, che lo prendevano
in opposizione all'eguaglianza perfetta del Figlio col Padre e all'unità
dell'essenza, come porta la sua genuina e nuda significazione. -Et me
movet (cum scandalo) homoousii nuditas-[293]. Così il S. Vescovo di
Poitiers, il quale prosiegue[294]. -Multa saepe fallunt, quae similia
sunt... similitudo vera in veritate naturae est. Veritas autem in
utroque naturae non negatur HOMOOUSION-, come leggesi concordemente nei
Codici MSS. ed esige il buon senso. -Has enim similitudines, quae non ex
unitate naturae sint, metuo.- Così pure S. Atanasio -de Synod. Qui
secundum substantiam simile dicit, participationem quadam simile esse
definit... Hoc vero factarum rerum est, quae propter participationem
fiunt similes Deo-. Così l'A. -de Filii Divinit.-[295]. -Denique sublato
Homoousion idest unius substantiae vocabulo, Homoousion, idest similem
(Filium) factori suo posuerunt, cum aliud sit similitudo, aliud
veritas.- Ed in tal caso non fa di mestiero di un occhio teologico
delicato gran fatto per distinguere la differenza tra quei due famosi
vocaboli[296]: e perciò S. Illario soggiunse[297]. -Non puto quemquam
admonendum in hoc loco ut expendat, quare dixerim SIMILIS SUBSTANTIAE
PIAM INTELLIGENTIAM nisi quia intelligerem et IMPIAM, et idcirco
similem, non solum aequalem, sed etiam eamdem dixisse, ut neque
similitudinem, quam tu frater Lucifer praedicari volueras, improbarem,
et tamen SOLAM PIAM esse similitudinis intelligentiam admonerem, quae
UNITATEM Substantiae praedicaret.- Che questo poi fosse il caso di una
gran parte dei Vescovi dell'Oriente io lo deduco dal ripeter che fa
Sant'Illario per ben due volte nel Libro -de Synodis-[298], che a
proporzione delle molte Chiese che vi erano, -pochi- professavano la
-vera fede-, e dal dir loro, apostrofandoli, che gli avevan dato
speranza di richiamare la -vera fede-, (opponendosi, com'è verisimile,
agli Anomei) non già che l'avessero richiamata[299]. Ma che tale fosse
altresì l'-Homoousion- sostenuto da Macedonio, non ardisco
asserirlo[300]. So però con certezza che esso uscì dalla scuola degli
Arriani, che da loro fu ordinato Vescovo, e che fu Eresiarca
nell'impugnare la Divinità dello Spirito Santo; che il suo odio contro
il Patriarca Paolo ed i fautori di lui fu intestino, e la sua ambizione
senza misura[301], e francamente asserisco, che l'esecrande tirannie dei
Macedoni e dei Giorgi di Cappadocia, che la squisita malignità degli
Eusebi, che gl'intrighi dei Valenti e degli Ursaci non si trovaron
giammai nei -Santi alla moda- del tempo loro[302], e so per fede divina
che quei Settari avrebbon potuto apprendere -dalle pure e semplici
massime dell'Evangelio- ad unire alla prudenza del serpe la semplicità
di colomba, ad esser miti ed umili di cuore come fu Gesù Cristo,
egregiamente imitato dai due distinti Campioni della Fede Nicena
Atanasio[303] ed Illario[304], e a dar la loro vita per la lor greggia,
non a toglierla altrui. Perciò riconosco in chi asserisce che -tutti
egualmente erano agitati nel tempo della Controversia Arriana dallo
spirito intollerante, che avevano tratto dall'Evangelio-, non uno
Storico, il quale tiri -rispettosamente il velo del Santuario-, ma
sivvero (per usare un'espressione suggeritami dal Sig. Gibbon istesso)
un Profano.
Ho, per quanto mi sembra, adempiute le mie promesse. Tocca ora a voi,
intraprendendo un'ampia confutazione degli errori del Sig. Gibbon, a
vendicare l'onore della Religione oltraggiata, e a sostenere il decoro
del partito Cattolico della nazione; giacchè avete ambedue ed acutezza
d'ingegno e cognizione delle lingue erudite ed ogni dì più divenite
valenti nelle Ecclesiastiche Controversie. Avvertite però, il vostro
Avversario è un Proteo, il quale
-Omnia transformat se se in miracula rerum,-
-Ignemque horribilemque feram fluviumque liquentem.-
NOTE:
[158] L'A. allude a mio credere al celebre -Galilaee vicisti, satiare
ec.- ed al racconto, che Giuliano volesse precipitarsi nel fiume vicino
per celar la sua morte, e così passar, come Romolo, per un Dio. Ma S.
Gregorio (-Orat. IV. p.- 290. -Edit. Paris.- 1583) non dice cosa veruna
delle bestemmie di quell'Imperatore, nè del sangue gettato contro al
Cielo; e benchè accenni il secondo fatto, osserva in generale, che le
circostanze della morte di Giuliano erano incertissime. Sozomeno poi (l.
VI. c. 2), e Teodoreto (l. 30. c. 25. -Ed. Vales.-) parlano del primo
come di cosa non ben sicura, e come un discorso di pochi. Vedi della
Bleterie pag. 495 e segg. Se il sig. Gibbon avesse ben ponderata la
forza del titolo di -Calunniatore- si sarebbe astenuto dal darlo a
Gregorio ed ai Santi più moderni, per non meritarlo egli stesso. Vedi
Filostorgio H. E. l. 7. in fogl.
[159] Che dirà dunque l'Autore dell'Apocalisse, in cui i Vescovi son
distinti col nome di Angeli? Che di G. C. medesimo, mentre disse di loro
nella persona degli Apostoli; -qui vos audit, me audit, qui vos spernit,
me spernit?- E come non sapere che di tutti i buoni si legge: -Ego dixi,
Dii estis- ec.? Lo sa benissimo: ma è tanto prevenuto contro Gioviano,
che unitamente al merito di Confessore nel precedente regno gli nega
quello di aver esatto dall'esercito che lo proclamò Imperatore la
professione del Cristianesimo, benchè ne sian testimoni Socrate,
Sozomeno e Teodoreto (l. IV. c. 1. ex Vales.) sol perchè Ammiano dice
(l. XXV. c. 6) -hostiis pro Joviano, extisque inspectis pronunciatum
est- etc. Alle osservazioni del Baronio (ad Ann. 363. §. 118) sul testo
citato, aggiungo col Tillemont, che forse alcuni pochi ostinati Pagani
compiron quel rito superstizioso senza saputa dell'Imperatore, e che
-Ammiano avea una cognizione molto oscura e superficiale della Storia
Ecclesiastica-. È Gibbon istesso che parla in tal modo; perchè in
quell'occasione l'ignoranza di Ammiano torna in discredito dei
Cattolici.
[160] Grot. L. I. c. 4. Bossuet Var. l. 10.
[161] V. Athan. Epist. ad Lucif. et Serapion.
[162] Vedi Hermant Vie de S. Athanas.
[163] Vedi Baron. ad an. 356. n. 85. Tillemont Tom. VIII. N. 74. Fleury
l. 13. n. 32.
[164] L. I. c. XIII. de Trin. §. 6.
[165] Sec. IV. diss. 30.
[166] V. Bern. Montf. -Diatriba de Causa- Marcelli Ancyr. T. 2. Coll.
Nov. PP. et Script. Graecor.
[167] Il Garner. Diss. ad Mart. Mercat. Opera T. III. p. 312 chiama la
medesima causa -difficile ed oscura-.
[168] Vedi Mamachi T. I. Orig. et Antiq. Christ. i PP. di Trevoux Febr.
1708. Arti 26. Claud. Molinet. 1681, nel Giornale dei dotti di Parigi
ec. ec. Tra i Protestanti Gio. Reischko 1681. Gian Cristof. Wolf. 1706.
-De visione Crucis, etc.-
[169] -Syntagma, quo apparientis M. Costantino Crucis historia complexa
est universa. Romae 1595.-
[170] Euseb. loc. cit.
[171] Controv. Rob. Bell. defens. T. II. Col. 1044.
[172] Saec. IV. Diss. 32.
[173] Dissertation Crit. etc. et hist. sur le P. Libere, dans laquelle
on fait voir, qu'il n'est jamais tombé. A Paris 1736.
[174] Pap. 185. Tom. II. Venet. 1757.
[175] L. 2. C. 17. Hist. Eccles.
[176] L. 5. C. 18. Hist. Tripart.
[177] De div. et multipl. rat. Animae. c. 2.
[178] Praef. T. 5. Bibl. PP. p. 652.
[179] Sozom. L. 4. 15. Ed. Vales.
[180] Theodoret Hist. l. 2. c. 17.
[181] Labbé T. 2. Conc. p. 655.
[182] Hieron. Dial. adv. Lucifer. Damas. presso Teodoret. L. 2. Hist.
Eccl. c. 22. Lib. med. presso Socr. l. 4. Hist. XII.
[183] Nei Framm. di S. Ilario pag. 1357. Ediz. dei Mon. Benedet.
[184] Sulpic. Sever. Hist. Sacr. L. 2. c. 39. Socr. Hist. E. L. 2. c.
37.
[185] Vedi il Cap. IV. e V. della cit. Dissert. -De Comment. ec.-
[186] L. I. Hist. c. 27.
[187] L'A. non ha troppo buon sangue coi Papi. -Il carattere di Damaso è
molto ambiguo, e tre parole di Girolamo Sanctae Memoriae Damasus, lavano
tutte le sue macchie, ed abbagliano i devoti occhi del Tillemont.- Si
trovan però dileguate presso questo Scrittore le calunnie, dalle quali
fu attaccato quel Santo Pontefice. Si cita inoltre Teodoreto L. V. c.
2., che parla così di Damaso: -Is erat Episcopus Romae vita laudabili
conspicuus, quique sibi dicenda, faciendaque omnia pro Apostolicis
dogmatis statuerat.-, e nel L. IV. c. 30 lo pone nella classe medesima
con i due SS. Gregorio, e con S. Ambrogio. Allega ancora l'autorità del
Concilio Calcedonese che nell'allocuzione all'Imperatore Marciano si
espresse in questi termini. -Sic quoque Damasus Romanae urbis decus ad
justitiam, ovvero Romanae urbis Episcopus, et justitia decus.- Appella
per fine a non pochi antichissimi Martirologi, nei quali con S. Girolamo
si legge nominato S. Damaso. Non sono dunque tre parole quelle che hanno
abbagliato gli occhi devoti del Tillemont. Vedi T. VIII. Memor.
[188] Vie de l'Empereur Julien L. V. p. 396.
[189] Marc. L. XIII. V. 1. 2.
[190] Lib. 23. c. 1.
[191] L. I. c. 38, 39.
[192] L. 3. c. 17.
[193] L. 3. c. 17.
[194] L. V. c. ult.
[195] Adv. Judeos Orat. 2, Hom. 4 in Matth.; Homil. 41 in Act. Apost.
[196] Greg. Naz. Orat. 2. in Julian.
[197] Sec. IV. 1. p. n. 14.
[198] L. IV. c. 27.
[199] M. della Bleterie pag. 399 in una Nota.
[200] -Adv. Parmentanum.-
[201] -De Unit. Eccl., Cont. Petilian., Cont. Cresc. in Epist. et alibi
passim.-
[202] Nat. Aless. Saec. IV. pag. 15. Tillem. Tom. VI. Vales. etc.
[203] Can. 8.
[204] Can. 19. cum not. Christ.
[205] S. Ag. De haeres. ad Quod vult Deus. L. 69.
[206] Fleury L. XI. §. 53.
[207] V. Tillem. T. 3. Les Novatiens.
[208] -Quodcumque solveris etc. Quorum remiseritis peccata remittuntur
eis etc.- Jo. 30. Matth. 16.
[209] -Quod si dormierit vir ejus, liberata est etc.-
-Cui vult nubat.- ad Corinth. I. c. 7.
[210] Sess. 23. c. 17. de Reformat.
[211] Sess. 23. c. 17. de Reformat.
[212] S. Ambros. L. 2. de Off. Eccles. L. 6. ex A. malar. Fortun. v.
Morin. part. 2. De Sac. Ordin.
[213] L'Autore in ciò si conforma a Clerc Epist. Cr. 7, 8, 9 ed al
Mosem. -Dissert. de turb. per Plat. Ecclesia.-
[214] P. 1049.
[215] P. 1042.
[216] P. 1049.
[217] Tim. p. 1049.
[218] Cic. L. I. de Nat. Deor.
[219] P. 1052.
[220] Lib. II. -de Nat. Deor.-
[221] L. I. C. 10. -de Plat. Philos.-
[222] Orig. L. V. p. 307.
[223] Vedi la Pref. degli Edit. Bened. di S. Giustino Part. 2. c. 1.
[224] Not. -ad Petav. de Trinit.- L. I. c. 1.
[225] -Divinitas J. C. manifesta in Script. et. tradit.- Vedi Praef. -ad
S. Justini oper.- part. II. C. 1. §. V. e Bossuet -Elevazioni alla SS.
Trinità- II. Settimana.
[226] Pag. 95. T. V. Il Critico segue l'opinion del Lamy -Praef.
apparat.- C. 7. Calmet però dà per ricevuta dalla maggior parte l'epoca
dell'ann. 98 di G. C. I. di Traiano -In Evang. S. Joan. Proleg.-
[227] Dissert. -De Verbo Dei- §. 3. 4.
[228] Non si nega a Clerc, che Filone fosse un Platonico celebre: ma si
ha diritto di esiger da lui, che non dia una mentita a Filone stesso, il
quale nel Lib. de Opif. Mundi attesta di aver appresa la dottrina del
Logos περί τῦ λὸγου non da Platone, ma da Mosè. Μωσεῶς ἔστι τὸ υόγμα
τουτο, ουκ εμον. Vedi -Joh. Lami de recta Christ. in eo quod myster.
Div. Tri. adtinet Sententia.- L. 4. c. 8.
[229] Dissert. cit. §. 5.
[230] Haeres. V.
[231] Luc. C. 1. v. 26.
[232] I MSS. Greci portan per data l'anno di G. C. ma la più verisimile
può fissarsi verso l'an. 53 vedi -Calm. in Ev. Luc. Proleg.-
[233] Luc. C. 5. v. 47.
[234] Luc. C. 1. v. 45.
[235] Luc. C. 1. v. 76. e seg.
[236] Luc. C. 2. v. 30. e seg.
[237] V. Simon. Hist. Crit. N. T. C. 15. Calmet in -Evang. S. Matth.
Prolegom.-
[238] Matth. C. 3. V. 17. Marc. C. 3. v. 11. Luc. 3. v. 23.
[239] -Dilectus ibi sonare potest unigenitus: vox enim Jachid idest
unicus filius, saepius redditur a LXX. ἁγάπητος Lamy Comment.
in Harm. c. V.-
[240] Psalm. II. v. 7.
[241] C. 4. V. 25 e seg.
[242] C. I. Il Blondello, lo Spanemio, il Tillemont tengono con la
massima parte degli antichi, che la lettera agli Ebrei sia scritta
l'Anno di C. 63. Vedi Calm. Proleg. Art. III.
[243] Psalm. 87. Job. 1 6. 11. 1.
[244] S. August. in psalm. 2.
[245] Vedi Abbadie T. III. Traité de la Divinité de J. C.
[246] C. 8. v. 37.
[247] Joh. V. 18.
[248] Ad Philippens. C. 2. v. 6.
[249] Ad Rom. C. 1. v. 4. C. 8. v. 3. Ad Hebr. C. 1. v. 2. C. 5. v. 8.
C. 6. v. 6. C. 7. v. 3. C. 10, v. 29. ec.
[250] Ad Hebr. C. 1. v. 11.
[251] d. C. 1. v. 3.
[252] Ad Colos. C. 1. v. 16.
[253] Ad Hebr. C. 1. v. 2.
[254] d. C. 1. v. 6.
[255] Ad Roman. C. 9. v. 3.
[256] d. C. 1. v. 8.
[257] I Nazareni per testimonianza di S. Girolamo: -credebant in
Christum Filium Dei.- Ora secondo la semplicità di quei tempi, ed a
norma del simbolo Apostolico il credere in Cristo Figlio di Dio era lo
stesso che crederlo propriamente Dio, generato da Dio Padre. Perciò
soggiunge S. Girolamo -in quem et nos credimus.- Vedi Lo Quien Diss. VII
Damasc., e la solida confutazion di Freret del Ch. Padre Fassini
Profess. di S. Scrittura in Pisa: -De Apostolica Evangeliorum Origine-
n. 25 e 26 dove risponde al Mosemio citato da Gibbon.
[258] Vedi -Athanas. De fuga sua.-
[259] An. 358. V. N. Ales. Sec. 4. Dissert. 15. e cap. 3. §. 22.
[260] Vedi Bingham. Orig. Eccl. L. 1. C. 2. §. 13.
[261] Ap. Socr. L. I. H. E.
[262] Vedi la Dissert. del P. D. Prudenzio Mairan sopra i Semi-Arriani.
Parigi 1722 e l'altra -de voce Homoousion- ec. -Aucto. Liberato Fassoni
ec-. Romae 1753. V. ancora S. Atanas. -De Sent. Dionys-. n. 18. Nov.
edit. Tom. I. p. 256.
[263] -De Nicaen. Syn. Decret-. p. 115.
[264] Lib. I. H. E. C. 8.
[265] Pag. 709.
[266] Orat. 49.
[267] Ometto Gio. Damasceno, come appartenente al VII. Secolo. V. gli
Aut. cit. di sotto.
[268] Sulpic. Sever. L. 2. Vet. Ed.
[269] Socr. d. C. 8. L. I. H. E. ex Vales. Fu questo il Sofisma d'Arrio
medesimo, cattivo Dialettico, Socr. L. 1. C. 5.
[270] Vedi il C. 14 e 26. De recta PP. Necaenor. Fide Jo. Lami.
[271] Lib. 1. de Synod §. 31.
[272] L. I. H. E. C. 25.
[273] De Synod. c. 45.
[274] Apud Socr. L. 1. H. E. C. 8.
[275] Vedi Bull. -Defens. Fid. Nicaen.- e la cit. Dissert. di D. Gio.
Lami -De recta Patrum Nicaenorum Fide.- Venet. 1733. C. 2.
[276] S. Cyrill. Alex. Lib. I. Thes. C. 7.
[277] -S. Athan. in exposit. Fid.-
[278] -S. Athanas. Lib. de Synod.- §. 20. -Verum cum Filii ex Patre
generatio alia plane sit a natura hominum, nec solum similis ille sit
substantiae Patris, sed DIVIDI ab eo non queat, quum item unum ipse, et
Pater sit, ut idem dixit, SEMPERQUE VERBUM SIT IN PATRE, ET PATER IN
VERBO, eo modo quo splendor se habet ad lucem... idcirco Synodus ea re
perspecta eum esse CONSUBSTANTIALEM recte scripsit.- Questi non son
termini favorevoli a la moda del Triteismo.
[279] Epist. 300.
[280] Lib. 3. de -Fid.- C. 7.
[281] -Ad Constantium Aug. L.- 2.
[282] V. Fleury Hist. Eccl. l. 13. §. 43. e l'Avvertim. degli Edit.
Bened. -ad- 2 -Lib. ad Constant. A.-
[283] H. E. L. 2. C. 27.
[284] §. 30.
[285] Nat. Alex. H. E. Saec. IV. §. 25.
[286] Ad Const. A. Lib. 2. §. 6.
[287] Vedi la Dissert. premessa dagli Edit. Bened. al Lib. -Contr.
Const.- Aug.
[288] L. 2. Constant. A. §. 7. Sono ancora notabili quelle espressioni
presso Fozio sulla morte di Costanzo, dicendo: -Imperium pariter ac
vitam, et Synodos ad stabiliendam impietatem dereliquit-. Philost. l. 6.
n. 5.
[289] Lib. cit. §. 23. Vedi ancora il Lib. -de Syn. seu de Fide Orient.-
§. 63.
[290] Lib. cit. §. 27.
[291] Quello però riputavasi dal S. Padre un timor vano, mentre nel Lib.
de Synod. §. 91 così parla: -Interpretati Patres nostri sunt post
Synodum Nicaenam ec. Homoousii proprietatem religiose, extant libri,
manet conscientia ec.-
[292] De Synod. pag. 703. Vedi N. Aless. Dissert. XV. -de voce-
Ομοιουσιον -ad Saec. IV-.
[293] S. Hilar. -Apol. ad Reprehens.- VIII.
[294] Lib. de Synod. §. 89. Nat. etc.
[295] Tra le op. di S. Ambrogio C. 2.
[296] V. Mar. Victor. L. 1. -adv. Arrium-, e Greg. Naz. Or. 21. p. 26.
[297] -Apolog. ad Reprehens.- III.
[298] §. 66.
[299] -De Synod.- §. 79. Vedi Apolog. IV. Vedi la Diss. cit. di Nat.
Aless. in cui son pochissimi gli Homoousiani difesi come Ortodossi da
quel dotto Scrittore. Aezio, che senza raggiro professava la
-dissomiglianza- ανομοιον, rimproverava in faccia a Costanzo i
sostenitori dell'ομοιουσιν....... -Asserens idem se profiteri
ac sentire cum illis omnibus. Verum, inquiebat, quod penes me verum est
isti dissimulant, et quod ego prae me fero ac palam confiteor, illi
omnes non diffitentur, sed fraudulenter obtegunt. Epiph. haeres. l. 3.
T.- 1. -haer.- 76.
[300] Theodor. H. E. Lib. 2. C. 6. Vedi Fleury Lib. 15. §. 30. H. E.
[301] Socr. L. I. C 17. H. E. Soz. L. 3. C. 9.
[302] Uomini alla moda χρονιτας chiamò Aezio per ludibrio gli
Arriani suoi persecutori, poichè si accomodavano al tempo e alla Corte.
Vedi Germon. de Veter. haeres. etc. L. 2. Quando poi si pretendesse dato
da quel Capo degli Anomei un tal nome ai -Consustanzialisti-, molto più
risalterebbe il rispetto dell'Autore per il Santuario.
[303] Vedi Tillem. T. 8. S. Athanas. Art. 117. «Il avoit soutenu la
verité de la Trinité moins par sa plume que par ses souffrances, et par
le Martyre continuel de sa vie».
[304] -Olim in ipso Sacrosancti Sacrificii meditullio, in praefactione
scilicet ante canonem Hilarium morum lenitate pollentem (Ecclesia)
decantabant.- Vedi la Dissert. de Maur. in Lib. Contr. Constant. §. 3.
CAPITOLO XXVI.
-Costumi dei popoli pastori. Progresso degli Unni dalla China in
Europa. Fuga dei Goti. Passano il Danubio. Guerra Gotica.
Disfatta e morte di Valente. Graziano investe Teodosio
dell'Impero Orientale: suo carattere e fine. Pace e stabilimento
dei Goti.-
[A. 365]
Nel secondo anno del regno di Valentiniano e di Valente, la mattina del
dì ventuno di Luglio, la maggior parte del Mondo Romano fu scossa da un
violento e rovinoso terremoto. Se ne comunicò l'impressione anche alle
acque; i lidi del Mediterraneo restarono in secco per la subitanea
ritirata del mare; con le mani si prendevano i pesci in gran copia; dei
grossi vascelli restaron piantati nel fango; ed un curioso
spettatore[305] divertiva gli occhi o piuttosto la fantasia contemplando
il vario aspetto di valli e di monti, che dopo la formazione del globo
non erano mai stati esposti alla vista del Sole. Ma presto ritornaron le
acque con un immenso ed irresistibil diluvio, che fece grandissimo danno
sulle coste della Sicilia, della Dalmazia, della Grecia e dell'Egitto;
alcune grosse barche furon trasportate sui tetti delle case o alla
distanza di due miglia dal lido; i flutti trascinaron via il popolo con
le sue abitazioni; e la città d'Alessandria faceva ogni anno la
commemorazione di quella fatal giornata, in cui eran perite
nell'inondazione cinquantamila anime. Questa calamità, il racconto della
quale da una provincia all'altra s'andava magnificando, sorprese e
spaventò i sudditi di Roma; e l'atterrita loro immaginazione amplificò
la grandezza reale di quel momentaneo flagello. Rifletterono essi ai
precedenti terremoti che avevan rovinato le città della Palestina e
della Bitinia; risguardarono tali fieri colpi come puri preludi di più
terribili calamità; e la timida lor vanità era inclinata a confondere i
sintomi di un Impero decadente con quelli della rovina del Mondo[306].
Era uso di quei tempi l'attribuire qualunque notabile avvenimento al
volere speciale della Divinità; le alterazioni della natura dovevano
essere connesse, mediante un'invisibil catena, con le opinioni
metafisiche e morali della mente umana; ed i più sagaci divinatori
sapean distinguere, secondo il colore dei respettivi lor pregiudizi, che
lo stabilimento della eresia tendeva a produrre un terremoto, o che un
diluvio era l'inevitabile conseguenza del progresso della colpa e
dell'errore. Senza pretendere di esaminar la verità e la convenienza di
queste alte speculazioni, l'Istorico può contentarsi d'una riflessione,
che sembra giustificata dall'esperienza, vale a dire che l'uomo ha molto
più da temere dalle passioni delle creature della sua specie, che dalle
convulsioni degli elementi[307]. I dannosi effetti d'un terremoto, di un
diluvio, d'un oragano, o dell'eruzion di un Vulcano hanno una
proporzione ben piccola con le ordinarie calamità della guerra; per
quanto siano adesso moderate dalla prudenza o dall'umanità dei Principi
dell'Europa, che divertono se stessi, ed esercitano il coraggio dei loro
sudditi, nella pratica dell'arte militare. Ma le leggi ed i costumi
delle nazioni moderne almeno proteggono la sicurezza e la libertà del
vinto soldato; ed il pacifico cittadino rare volte ha motivo di dolersi,
che la sua vita o i suoi beni siano esposti al furor della guerra.
Nell'infelice periodo della caduta del Romano Impero, di cui può
giustamente porsi l'epoca nel regno di Valente, era personalmente
attaccata la felicità e sicurezza d'ogni individuo; e le arti e le
fatiche di più secoli furono crudelmente sfigurate dai Barbari della
Scizia e della Germania. L'invasione degli Unni fece precipitare sulle
province Occidentali la nazione Gotica, che s'avanzò in meno di quaranta
anni dal Danubio al mare Atlantico, e col buon successo delle sue armi
aprì la strada alle aggressioni di tante altre ostili tribù, più
selvagge di essa. L'original principio di tali moti era nascosto nelle
remote regioni del Norte; ed una curiosa investigazione della vita
pastorale degli Sciti[308], o dei Tartari[309] illustrerà l'occulta
causa di quelle rovinose emigrazioni.
I differenti caratteri, che distinguono le nazioni civili del globo, si
possono attribuire all'uso e all'abuso della ragione, che modifica sì
variamente, e con tant'arte compone i costumi e le opinioni d'un Europeo
o d'un Chinese. Ma l'azione dell'istinto è più sicura e più semplice che
quella della ragione; è molto più facile il determinar gli appetiti d'un
quadrupede, che le speculazioni d'un filosofo; e le selvagge tribù del
genere umano quanto più si accostano alla condizione degli animali,
tanto più forti conservano la somiglianza l'una coll'altra. L'uniforme
stabilità dei loro costumi è la natural conseguenza dell'imperfezione
della loro facoltà. Ridotti ad una simile situazione, i bisogni, i
desiderj, i piaceri loro continuano sempre gli stessi; e l'influenza del
cibo o del clima, che in un più perfetto stato della società vien
sospesa o anche tolta da tante cause morali, potentissimamente
contribuisce a formare e a mantenere il carattere nazionale dei Barbari.
In ogni tempo le immense pianure della Scizia o della Tartaria sono
state abitate da vaganti tribù di cacciatori e di pastori, l'indolenza
dei quali ricusa di coltivare la terra, e l'inquieto loro spirito sdegna
il riposo di una vita sedentaria. In ogni tempo gli Sciti ed i Tartari
sono stati famosi pel loro invincibile coraggio, e per le rapide
conquiste che hanno fatto. I troni dell'Asia furono più volte rovesciati
dai pastori del Norte, e le loro armi hanno sparso il terrore e la
devastazione sulle più fertili e guerriere contrade dell'Europa[310]. In
quest'occasione ugualmente che in molte altre il sobrio storico viene a
forza riscosso da una grata visione; e con qualche ripugnanza è
costretto a confermare, che i costumi pastorali, che si sono adornati
coi più belli attributi della pace e dell'innocenza, sono molto più atti
alle fiere e crudeli abitudini di una vita militare. Per illustrare
quest'osservazione, io prenderò adesso a considerare una nazione di
pastori e di guerrieri nei tre importanti articoli 1. del cibo, 2.
dell'abito e 3. degli esercizi loro. I racconti dell'antichità vengono
confermati dall'esperienza dei moderni tempi[311]; e le rive del
Boristene, del Volga o del Selinga ci presenteranno ugualmente l'istesso
uniforme spettacolo di simili nativi costumi[312].
I. Il grano od anche il riso, che forma l'ordinario e sano cibo dei
popoli culti non si può ottenere che mediante il paziente travaglio
dell'agricoltore. Alcuni fortunati selvaggi, che abitano fra i Tropici,
sono abbondantemente nutriti dalla liberalità della natura; ma nei climi
Settentrionali una nazione di pastori è ridotta ai soli suoi greggi ed
armenti. Gli abili professori dell'arte medica determineranno (seppure
sono in grado di farlo) quanta influenza può aver l'uso del cibo animale
o vegetabile sull'indole dello spirito umano, e se l'associazione, che
si fa comunemente, di carnivoro e di crudele, meriti d'esser considerata
in altro aspetto, che in quello di un innocente e forse salutar
pregiudizio d'umanità[313]. Pure se è vero che la vista e la pratica
d'una famigliar crudeltà indebolisca, senz'accorgersene, i sentimenti di
compassione, possiamo osservare, che gli orridi oggetti, mascherati
dalle arti del raffinamento Europeo, si presentano nella tenda di un
pastore Tartaro nella nuda loro e più disgustosa semplicità. Si macella
il bove o la pecora da quell'istessa mano, dalla quale solea ricevere il
quotidiano suo cibo: e le palpitanti membra dell'animale con
piccolissima preparazione si pongono sulla mensa dell'insensibile
uccisore. Nella professione militare, e specialmente nella condotta di
un numeroso esercito l'uso esclusivo del cibo animale sembra che produca
i più sodi vantaggi. Il grano è una merce voluminosa e facile a
guastarsi; ed i gran magazzini, che sono indispensabilmente necessari
per la sussistenza delle nostre truppe, lentamente si debbono
trasportare a forza di uomini e di cavalli. Ma gli armenti ed i greggi,
che accompagnano la marcia dei Tartari, somministrano una sicura e
copiosa quantità di carne e di latte: nella massima parte delle incolte
solitudini è florida e lussureggiante la vegetazione dell'erba; e pochi
sono i luoghi tanto sterili, dove l'indurato bestiame del Norte non
possa trovare una sufficiente pastura. Si moltiplica il vitto, e se ne
prolunga la durata dall'indistinto appetito e dalla sofferente astinenza
dei Tartari. Si cibano essi con indifferenza della carne tanto di quegli
animali che si sono uccisi per la tavola, quanto di quelli che son morti
per malattia. Gustano con particolar piacere la carne di cavallo, che in
ogni tempo ed in ogni paese è stata proscritta dalle incivilite nazioni
dell'Europa e dell'Asia; e questo singolar genio facilita il successo
delle lor militari operazioni. L'attiva cavalleria della Scizia è sempre
seguitata nelle più distanti e rapide loro incursioni da un adeguato
numero di cavalli scossi, che alle occorrenze posson servire o a
raddoppiare la velocità o a soddisfare la fame dei Barbari. Molti sono i
ripieghi del coraggio e della povertà. Quando il foraggio all'intorno
del campo dei Tartari è quasi consumato, essi ammazzano la maggior parte
del loro bestiame, e ne conservan la carne o affumicata o secca al sole.
Nelle subitanee occasioni di precipitose marce, si provvedono d'una
sufficiente quantità di piccoli globi di cacio o piuttosto di cattivo
latte accagliato, che essi sciogliono alle occorrenze nell'acqua; e
questo non sostanzioso cibo sostiene per molti giorni la vita od anche
il coraggio del paziente guerriero. Ma comunemente a tale straordinaria
astinenza, che si approverebbe da uno Stoico, e da un Eremita sarebbe
invidiata, succede la piena soddisfazione del più vorace appetito. I
vini dei climi più dolci sono i più grati presenti o la più stimabil
merce che ai Tartari offerire si possa; e l'unico esempio di loro
industria pare che consista nell'arte d'estrarre dal latte di cavalla un
liquor fermentato, che ha un fortissimo poter d'inebriare. I selvaggi sì
del vecchio che del nuovo Mondo, provano, come gli animali di rapina, le
alternative vicende della carestia e dell'abbondanza; ed il loro stomaco
è assuefatto a sostenere, senza molto incomodo, gli opposti estremi
dell'intemperanza e della fame.
II. Nei tempi di rustica e marziale semplicità si trova sparso nel giro
di un esteso e coltivato paese un popolo di soldati e di agricoltori; e
ben dovè passar qualche tempo avanti che la guerriera gioventù della
Grecia e dell'Italia si potesse unire sotto l'istessa bandiera o per
difendere i propri confini, o per invadere i territori delle vicine
tribù. Il progresso delle manifatture e del commercio insensibilmente
raccoglie una gran moltitudine dentro le mura d'una città; ma questi
cittadini non son più soldati; e le arti, che adornano e perfezionano lo
stato della civil società, corrompono le abitudini della vita militare.
I costumi pastorali degli Sciti par che congiungano i diversi vantaggi
della semplicità e della coltura. Sono costantemente uniti insieme
gl'individui della stessa tribù, ma sono uniti in un campo; ed il
naturale spirito di quest'indomiti pastori, è animato dal vicendevol
aiuto e dall'emulazione. Le case dei Tartari non sono altro che piccole
tende di forma ovale, che offrono una fresca ed asciutta abitazione per
la mista gioventù di ambi i sessi. I palazzi dei ricchi consistono in
capanne di legno di tal grandezza, che si possan comodamente posare
sopra gran carri, e tirare da una serie, forse di venti o di trenta
bovi. Gli armenti ed i greggi dopo aver pasciuto tutto il giorno nelle
adiacenti pasture, si ritirano all'avvicinarsi della notte sotto la
protezione del campo. La necessità d'impedire la più dannosa confusione
di tal perpetua mescolanza di uomini e di animali, deve a grado a grado
introdurre nella disposizione, nell'ordine e nella guardia
dell'accampamento, i principj dell'arte militare. Quando è consumato il
foraggio d'un dato distretto, la tribù o piuttosto l'armata dei pastori
muove regolarmente in cerca di altri pascoli; e così acquista
nell'ordinarie occupazioni della vita pastorale la cognizione pratica
d'una delle più importanti e difficili operazioni di guerra. La scelta
dei posti si regola secondo la differenza delle stagioni; nella state i
Tartari si avanzano verso tramontana, e piantano le loro tende sulle
rive di un fiume o almeno nelle vicinanze di un'acqua corrente. Ma
nell'inverno tornano al Mezzodì, e mettono il campo dietro a qualche
comoda altura al riparo dai venti, che si rendono più crudi nel passare
che fanno per le bianche e ghiacciate regioni della Siberia. Usi di tal
sorta sono mirabilmente adattati a spargere fra le vagabonde tribù lo
spirito di emigrazione e di conquista. La connessione fra il popolo ed
il suo territorio è sì fragile che si può rompere al più leggiero
accidente. Il campo, non già il suolo, è il paese nativo del vero
Tartaro. Nel recinto del campo si contengon sempre la famiglia, i
compagni, i beni di esso; e nelle marce ancor più distanti è sempre
circondato dagli oggetti più cari, più preziosi, o più famigliari ai
suoi occhi. La sete della preda, il timore o la vendetta delle ingiurie,
la intolleranza della servitù sono in ogni tempo state cause sufficienti
per muovere le tribù della Scizia ad avanzarsi arditamente in qualche
ignoto paese, dove sperar potessero di trovare una più copiosa
sussistenza o un meno formidabil nemico. Le rivoluzioni del Norte hanno
spesso determinato la sorte del Sud; e nel contrasto delle ostili
nazioni il vincitore ed il vinto o hanno espulso, o sono stati
alternativamente scacciati, dai confini della China a quelli della
Germania[314]. Queste grandi emigrazioni, che alle volte si sono
eseguite con una quasi incredibil prestezza, si rendevan più facili
dalla particolar natura del clima. Si sa che il freddo della Tartaria è
molto più crudo di quello che si potrebbe ragionevolmente aspettare in
mezzo ad una zona temperata: si attribuisce tale straordinario rigore
all'altezza delle pianure, che si alzano, specialmente a levante, più di
mezzo miglio sopra il livello del mare, ed alla quantità di salnitro, di
cui è profondamente impregnato il terreno[315]. Nell'inverno, i larghi e
rapidi fiumi, che scaricano le loro acque nell'Eussino, nel mar Caspio e
nel Glaciale, sono fortemente agghiacciati; i campi son coperti da un
letto di neve; e le fuggitive o vittoriose tribù posson traversare
sicuramente colle loro famiglie, coi loro carriaggi e bestiami la
sdrucciolevole e dura superficie d'un'immensa pianura.
III. La vita pastorale, paragonata coi travagli dell'agricoltura e delle
manifatture, è senza dubbio una vita d'oziosità, e siccome i pastori più
considerabili della stirpe dei Tartari lasciano agli schiavi la cura
domestica del bestiame, la loro quiete rare volte viene disturbata da
alcuna servile o continua sollecitudine. Ma quest'ozio, invece di esser
consacrato ai molli piaceri dell'amore e dell'armonia, utilmente si
spende nei violenti e sanguinosi esercizi della caccia. Le pianure della
Tartaria sono piene di forti e vantaggiose razze di cavalli, che si usan
comodamente sì nelle operazioni della guerra che nel cacciare. Gli Sciti
sono stati sempre celebri per l'ardire e destrezza loro nel cavalcare: e
la costante abitudine gli aveva sì stabilmente fissati sui lor cavalli,
che gli stranieri supponevano ch'essi facessero le ordinarie funzioni
della vita civile, che mangiassero, bevessero, e fino dormissero senza
smontar da cavallo. Sono eccellenti nel maneggiar destramente la lancia;
il lungo arco Tartaro è teso da un robusto braccio, ed il pesante dardo
è diretto al suo scopo con infallibile mira ed irresistibile forza.
Questi dardi sono spesse volte scagliati contro gl'innocenti animali del
deserto, che crescono e si moltiplicano nell'assenza del loro più
formidabil nemico, vale a dire contro le lepri, le capre, i capriuoli, i
cervi, gli alci e le gazzelle. Continuamente si esercita il vigore e la
pazienza sì degli uomini che dei cavalli nelle fatiche della caccia; e
l'abbondante copia di selvaggiume contribuisce alla sussistenza ed anche
al lusso d'un campo Tartaro. Ma le imprese dei cacciatori Sciti non si
ristringono alla distruzione solo di timidi o innocenti animali; essi
affrontano con coraggio l'orso irritato, allorchè si rivolta contro i
suoi persecutori; eccitano l'infingardo ardire del cignale, e provocano
il furor della tigre, quando sta dormendo nel folto dei boschi. Dove si
trova pericolo, per loro ivi è gloria; e la maniera di cacciare, che
apre il più bel campo all'esercizio del valore, può risguardarsi a
ragione come l'immagine e la scuola della guerra. Le generali partite di
caccia, che formano l'ambizione e il diletto dei Principi Tartari,
compongono un istruttivo esercizio per la numerosa loro cavalleria.
Descrivesi un cerchio di molte miglia in circonferenza per circondare la
cacciagione d'esteso distretto; e le truppe, che formano il cerchio,
s'avanzano regolarmente verso il comun centro, dove gli animali
prigionieri, circondati da ogni parte, restano abbandonati a' dardi dei
cacciatori. In tal marcia, che spesso continua per più giorni, la
cavalleria dee rampicarsi pei colli, passare a nuoto i fiumi, e girare
attorno alle valli, senza interrompere l'ordine stabilito del proprio
successivo progresso. Acquistano così la pratica di diriger l'occhio ed
i passi ad un oggetto lontano; di conservare le giuste distanze fra
loro; di sospendere o d'affrettare il passo a misura dei movimenti di
quelli che sono a destra e a sinistra; e di conoscere e ripetere i segni
dei lor condottieri. Questi ultimi studiano in tal pratica scuola le più
importanti lezioni dell'arte militare, ed un pronto ed esatto
discernimento del terreno, della distanza e del tempo. Nella vera guerra
non si richiede altra variazione, che quella d'impiegar la stessa
pazienza e valore, la stessa perizia e disciplina contro un nemico
umano; e i divertimenti della caccia servono come di preludio alla
conquista d'un Impero[316].
La società politica degli antichi Germani ha l'apparenza d'una
volontaria confederazione d'indipendenti guerrieri. Le tribù della
Scizia, distinte con la moderna denominazione di -Orde-, prendon la
forma d'una crescente numerosa famiglia, che nel corso di più
generazioni si è propagata dalla medesima origine. Gl'infimi ed i più
ignoranti fra i Tartari conservano con scrupolosa vanità l'inestimabil
tesoro della loro genealogia, e per quante distinzioni di gradi si
possano essere introdotte dalla disugual distribuzione delle pastorali
ricchezze, essi vicendevolmente rispettansi l'uno coll'altro; come
discendenti del primo fondatore della Tribù. L'uso, che sempre sussiste,
di adottare i fedeli e più valorosi lor prigionieri, può confermare il
sospetto molto probabile che quell'estesa consanguineità sia in gran
parte legale e fittizia. Ma tale utile pregiudizio, approvato dal tempo
e dall'opinione, produce gli effetti della verità. Gli altieri Barbari
prestano una pronta e volontaria ubbidienza al Capo del loro sangue; ed
il loro Capo o -Mursa-, come rappresentante il primo lor Padre, esercita
la autorità di giudice in tempo di pace e di condottiere in tempo di
guerra. Nel primitivo stato del Mondo pastorale, ogni -Mursa- (s'è
permesso di usare il nome moderno) era il Capo indipendente d'una vasta
e separata famiglia; ed i limiti del suo particolar territorio furono
gradatamente stabiliti dalla maggior forza o dal mutuo consenso. Ma
l'azione costante di varie permanenti cause contribuì ad unire le -Orde-
vaganti in comunità nazionali, sotto il comando d'un supremo Capo. I
deboli desideravan soccorso, ed i forti erano ambiziosi di dominio; la
potenza, che è il risultato dell'unione, oppresse e raccolse le forze
divise delle addiacenti tribù; e siccome i vinti furon liberamente
ammessi a partecipare i vantaggi della vittoria, i più valorosi Capi
s'affrettarono a costituire se stessi ed i lor seguaci sotto il
formidabile stendardo d'una nazione confederata. Il più fortunato fra i
Principi Tartari assunse il militar comando, al quale aveva diritto per
la superiorità del merito o del potere. Egli fu innalzato al trono dalle
acclamazioni de' suoi uguali; ed il titolo di Kan esprime, nel
linguaggio dell'Asia Settentrionale, la piena estensione della reale
dignità. Fu per lungo tempo ristretto il diritto dell'ereditaria
successione al sangue del fondator della Monarchia, e fino al presente
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