adopera la voce Ομοουσιον. Apparisce al presente, non so negarlo, fatta in Nicea quella formula: ma che sia questo un errore degli Amanuensi il prova il silenzio di Gelasio Ciziceno presso Fozio, e l'espressa testimonianza del sinodo generale Efesino[262]. Per quello poi che riguarda i motivi, che indussero i Padri Niceni ad adottare il vocabolo Ομοουσιον, egli è tanto difficile il persuader un animo non preoccupato da massime eterodosse a giudicar di quel venerando Consesso, come ne giudica il sig. Gibbon, quanto è malagevole l'atterrare i più stimabili fondamenti della certezza storica. «Erano dispostissimi, siccome attestano S. Atanasio[263] e Teodoreto[264], quei rispettabili Vescovi ad inserire nella professione di fede quelle espressioni soltanto, che si trovavano in termini nelle S. Scritture, cioè che Gesù Cristo è da Dio, è Verbo e Sapienza, e proprio Germe del divin Padre; ma non essendo possibile rinvenirne alcuna che gli Arriani non adattassero al Verbo egualmente, che alle creature, avvedutisi i Padri della lor frode ed empia astuzia -furon costretti- ad esporre con parole più chiare ciò che intendessero con quella espressione -esser da Dio-, ed a scrivere per conseguenza, che il -Figlio è della sostanza di Dio-: affinchè la detta espressione -esser da Dio- non si credesse accomunata al Figlio ed alle creature, e propria egualmente di loro. In fatti l'esser della divina sostanza non è proprio di creatura veruna, ma unicamente del Verbo... Parimenti quando trattossi d'inserir, nel formulario di fede, che il Figlio è la vera potenza ed immagin del Padre, a lui somigliante, immutabile onninamente, eterno, ed indiviso nel Padre, tanto bisbigliarono gli Eusebiani, tanto mostrarono di applaudirsi scambievolmente con le occhiate e con i cenni, che ben si comprese, che l'espressioni -esser simile a Dio, essere in Dio, esser la potenza di Dio- eran da essi accomunate al Figlio, ed agli uomini, leggendosi nelle Sacre Scritture, che l'uomo è l'immagine e la gloria di Dio.... Quindi è che i Vescovi, considerata la loro ipocrisia e maliziosa indole, furono anch'essi COSTRETTI DALLA NECESSITÀ a raccogliere il senso di quelle espressioni dalle Scritture, ripetendo con più chiari termini ciò che avanti avevano detto scrivere che il Figlio è ομοουσιος Consustanziale al Padre ec.». Questo medesimo vien ripetuto dal S. Primate nella sua Epistola agli Affricani[265], e da S. Gregorio Nazianzeno[266]. Adunque non -per nascondere le lor differenze, non per sospendere le loro dispute-, -non per unire i loro partiti- divisi tra il Sabellianismo ed il Triteismo i Padri Niceni adottarono l'-Homoousion-; ma per recidere COSTRETTI DALLA NECESSITÀ con un colpo solo la nefanda testa dell'Arrianesimo. Ma vi era poi realmente quel gran numero di fautori di una Trinità nominale magnificato da Gibbon nell'assemblea, che introdusse quella voce nel simbolo? I -Santi-, che a detta del nostro rispettosissimo Critico, -erano più alla moda al tempo degli Arriani Atanasio, Gregorio Nazianzeno-, a cui si aggiungono -il Nisseno e Cirillo l'Alessandrino[267] favorirono- veramente -l'ipotesi delle tre menti, o sostanze, e dei tre esseri coeguali e coerenti mediante la perpetua concordia di loro amministrazione e l'essenzial conformità del loro volere-? Dio buono! E come può essere ignoto al sig. Gibbon, che presentatosi S. Illario al Sinodo di Seleucia[268] -primum quaesitum est ab eo, quae esset Gallorum fides; quia tum Arrianis prava de nobis vulgantibus ab Orientalibus suspecti habebamur- TRINONYMAM SOLITARII DEI UNIONEM -secundum- SABELLIUM -credidisse-? Ma quando ancora egli ignori un tal fatto, da quelle -oscure dispute, e certi notturni combattimenti- da lui rammentati coi termini stessi di Socrate, non credo di fargli ingiuria a dedurne, che esso abbia letto il Cap. VIII del I Libro di quello storico. Ivi dunque avrà letto altresì le parole: -qui- του ομοουσιοου την λεξιν -Consubstantialis vocem aversabantur SABELLII DOGMA ab iis qui vocem illam probabant, induci arbitrabantur. Atque idcirco impios illos vocabant, utpote qui Filii Dei existentiam tollerent-[269]. Or perchè non inferirne, che quel Sabellianismo è una mera calunnia, di cui i nemici della divina natura di Gesù Cristo, od almeno di quella voce, che tanto ben l'esprimeva, caricarono i Padri Ortodossi difensori dei termini precisi del Concilio Niceno? Come può dunque vantar rispetto pel Santuario chi rinnova le antiche calunnie contro di quelli, che sì gelosamente ne conservarono lo splendore? E non è un rinnovare con Clerc le antiche calunnie il tacciare di fautori del Triteismo i due Gregori, Atanasio e Cirillo l'Alessandrino a cui (non già a S. Basilio) vuolsi attribuire il Libro Περι της αγιας Τριαδος ec. -de S. Trinitate ec. Tres Deos a nobis coli causantur... eamque CALUMNIAM probabiliter struere non intermittunt... Sed veritas pugnat pro nobis-[270]. Sia pure un -actum agere-, come dice il sig. Gibbon -il provare, che Homoousios significhi una sostanza in specie, che secondo Aristotele le stelle sono homoousie, e che tre uomini sono consustanziali in quanto appartengono alla medesima specie-; sarebbe ancora per altro un -actum agere- il dimostrare, che i Padri Niceni affissero a quel celebre termine una significazione diversa da quella, in cui usavasi o nel comune linguaggio, od in quello della filosofia dei Gentili, come fin d'allora S. Atanasio rispondeva agli Arriani[271]: -Haec sunt Ethicorum interpretationes, nosque nihil eorum egemus, quae ipsi afferunt-; essendo già state raccolte le chiarissime testimonianze di Socrate[272], di S. Atanasio medesimo[273], e dell'istesso Eusebio di Cesarea[274], il quale scrisse: -Homoousion esse Filium Patri, cum adlatis rationibus discussum esset- (nel sinodo di Nicea) -convenit non juxta corporum modum, neque instar mortalium animantium accipi debere-[275]. Sarebbe molto più un -actum agere- l'allegare una lunga serie dei luminosissimi resti di quei Santi amatori della dottrina Apostolica, non della -moda-, che apertamente dimostrarono la loro Ortodossia intorno al mistero della Santissima Trinità, specialmente scrivendo a Voi, che sì di proposito vi applicate agli studi Sacri con la guida di dotti Maestri, e sotto gli auspicj di un illuminato e religiosissimo Cardinale Protettore della vostra nazione. Sarò pertanto brevissimo su questo articolo; ed in difesa del Nazianzeno riferirò solamente quelle parole dell'Orazione XXXVII, in cui ragiona quel Santo Padre della Trinità contro i Macedoniani e gli Arriani, le quali per esser decisive furono artificiosamente omesse dal Clerc, che ad inganno dei semplici non ebbe rossore di confermare il suo falso sistema con passi tratti da quell'Orazione medesima. -Horum quodlibet Unitatem habet non minus ejus cum quo conjungitum, quam sui ipsius respectu propter essentiae et potentiae IDENTITATEM- τω ταυτω της ουσιας, και της δυναμεως. -Atque haec unionis hujus ratio est, quantum quidem ipsi percipimus.- Questa non è certamente -la pericolosa ipotesi delle tre menti o sostanze, o di tre esseri coeguali ec.- Il Nazianzeno asserisce, che tra le Divine Persone non solo vi è uguaglianza di potenza e natura, ma IDENTITA'. Confermiamolo. Se l'Unità di natura nelle Divine Persone al parere del S. Padre consistesse in una mera coeguaglianza, e nella sola conformità del loro valore, quell'Unità resterebbe, quand'anche si concepisse mancante d'una delle tre Menti, o Sostante Divine. Ma egli -nullo modo-, soggiunge esclamando, -UNAM ILLAM NATURAM, ac peraeque venerandam trunca. Alioqui si quid ex Tribus everteris, TOTUM everteris, imo a TOTO excideris-. È dunque patente l'Ortodossia di S. Gregorio Nazianzeno. Può egli inoltre confessarsi più chiaramente, che il Figlio non è una seconda Mente o Sostanza, ma bensì il Verbo, o la Sapienza del Padre, ed -una Sostanza istessa- con lui di quello che lo confessi Cirillo l'Alessandrino? Si può mai più nettamente asserire, che la Divina -sostanza è una sola-, benchè distinta in tre Persone di quel che faccialo S. Atanasio? Ecco le parole del primo[276]: -Intelligendum sic ex Patre natum Filium, ut Sapientia ex mente, quae sicut et alia quodammodo esse a mente per expressionem ipsius videtur, et in ipsa vere est; non enim SEPARABILITER ab ea prodit-. I termini del secondo son questi[277]. -Neque tres hypostases per se ipsas DIVISAS, ut in hominibus pro natura corporum accidit fas est in Deo cogitare: ne ut gentes Deorum multitudinem inducamus... Laudanda colendaque et adoranda Trinitas UNA et INDIVIDUA est, nec ullam figuram habet, sed sine confusione CONJUNGITUR; quemadmodum ejusdem UNITAS distinguitur sine DIVISIONE.- Quindi è manifesto non potersi sfuggir la taccia di calunniatore da chiunque asserisce, che i Padri soprallodati favorissero il Triteismo. Egli è poi tanto falso che l'-Homoousion potesse essere caro ed ai Triteisti, ed ai fautori di una Trinità nominale-, che nel linguaggio Teologico a norma delle espressioni di G. Cristo medesimo -Ego, et Pater unum sumus... Ego in Patre, et Pater in me est-[278], si credeva piuttosto capace di non conciliare i due supposti contrari partiti, ma di distruggerli. -Vox ista- ομοουσιον, -et SABELLII impietatem corrigit, tollit enim hypostaseos identitatem, et perfectam Personarum intelligentiam introducit. Non enim aliquid idem est sibi ipsi Homoousion, sed alterum alteri. Itaque rectissime, et cum pietate conjunctissime hypostaseon dividuntur proprietates, et immutabilitas naturae inalterabilis repraesentatur-. Così S. Basilio Magno[279], a cui egregiamente uniformasi S. Ambrogio scrivendo[280]. -Frustra autem verbum istud propter SABELLIANOS declinare se dicunt et in eo suam impietatem produnt. Homoousion enim aliud alii non ipsum est sibi. Recte ergo Homoousion Patri Filium dicimus quia eo verbo, et PERSONARUM DISTINCTIO- (contro Sabellio), -et NACTURAE UNITAS- (contro i Politeisti e gli Arriani) -significatur-. Ma se così grande era la forza di quel vocabolo, e sì ben fissata la significazione, perchè mai tanti sinodi -lo rigettarono, l'ammisero, l'interpretarono-? Il Sig. Gibbon istesso mi presenta in gran parte come rispondervi. Ciò avvenne perchè -gli Arriani sempre stimaron prudente consiglio quello di mascherare con ambigue parole i lor sentimenti e disegni, avvenne per l'astuzia dei loro Capi, per il loro odio verso Atanasio, ed in modo singolarissimo per il minuto e capriccioso gusto dell'Imperator Costanzo[281], che perseguitava con egual zelo quelli, che difendevan la simil sostanza, quelli che sostenevano la Consustanzialità, e quelli che negavano la somiglianza del Figlio di Dio-. Anderebbe ingannato a partito chi credesse in quel passo del S. Vescovo di Poitiers[282] delineato il carattere dei difensori del simbolo di Nicea egualmente che quello dei nemici dell'-Homoousion-: e molto più chi volesse dedurne l'estinzione o l'incertezza della vera credenza nel vasto Impero Romano. Non è però nuovo l'abuso dei libri di S. Illario per quest'oggetto. Anche Vincenzo Rogatista vi si faceva forte disputando contro S. Agostino sulla Cattolicità della Chiesa. Dico che sarebbe un abusare delle opere di quel S. Padre a pensare in tal modo, poichè intorno a quei tempi medesimi per la testimonianza di Socrate[283] -Achajae et Illyrici civitates, et reliquae Occiduarum partium Ecclesiae tranquillae adhuc erant, et inconcussae, tum quod inter se consentirent, tum quod fidei regulam a Nicaeno Concilio traditam constantissime retinerent-, ed Illario nel IV. Libro -de Trinitate-[284] provoca gli Eretici alla fede della Chiesa universale, in cui -omne os credentium Christum Deum loquitur-. Il parlare come se uno avesse parte a un disordine, da cui si vogliano ritrar coloro, coi quali si forma una società, è forse il più efficace linguaggio per l'intento, che sappia dettar l'umiltà e la prudenza. Vedendo pertanto lo zelantissimo Vescovo, che nel Conciliabolo Costantinopolitano sotto gli occhi dell'Augusto Sovrano si erano soscritti gli Arriani decreti fatti in Rimini[285] dopo la partenza dei Legati, e non ancor disperando del ravvedimento dei -dissidenti- e del Principe, intende realmente in quella Rappresentanza di rimproverar questo e quelli perchè convochino tanti Sinodi, e con tante formule -vadano in traccia della fede, come se non vi fosse-[286]; ma lo fa in termini, i quali denotando che ciò avvenisse per comun colpa di tutti i Cristiani, non irritassero i veri colpevoli ed il prepotente lor fautore. In fatti confrontate il passo trascritto da Gibbon, ed inserito nel suo Repertorio da Locke con quel che scrisse San Illario probabilmente[287] pochi mesi dopo, e giustificate a chi egli imputasse la colpa di sì scandaloso disordine, dicendo all'Imperatore quando ei si fu tratta la maschera: -Synodo contrahis, et Occidentalium fidem ad impietatem compellis.... Orientalis autem dissensione artifex nutris-[288]. -Namque post primam vere- -Synodi Nicaenae... novis vetera subvertis, nova ipsa rursum innovata emendatione rescindis, emendata autem iterum emendando condemnas... His quidem ego intra Nicaeam scripta a Patribus fide fundatus, manensque non egeo-[289]. Quindi ancora deducesi, che l'-Homoousion- fu riguardato con savissima avvedutezza da S. Illario sotto diversi aspetti, ora cioè come inutile, or come pio e religioso, ed or come scandaloso ed empio. Riguardollo siccome ozioso ed inutile per coloro, -i quali erano immobilmente fondati nella sostanza della fede Nicena-, dicendo: -his quidem... ego non egeo-, e in appresso[290]. -Quod tametsi nobis ad fidem otiosum sit ec.-; come pio e religioso poi -per quegli stessi-, qualora lo usassero a solo oggetto di evitare la confusione Sabelliana, che i maligni Settari spargevano, che si celasse nell'-Homoousion- dagli Ortodossi, come sopra osservammo[291]. -Mihi quidem similitudo ne UNIONI detur occasio sancta est.- E qui dee notarsi che dal S. Vescovo della Gallia non differisce di troppo l'immortale Primate d'Egitto, giacchè protestasi di riguardare i medesimi come fratelli nella credenza, mentre scrive[292]: -Adversus autem eos,- -qui omnia Synodi Nicaenae scripta recipiunt, de solo autem CONSUBSTANTIALI ambigunt, non ut adversus inimicos affici nos decet... Sed veluti fratres cum fratribus disceptamus, ut cum quibus nobis eadem sit sententia, controversia autem de Verbis-. Onde si vede chiaro quanto sia -rispettoso- il Critico a giudicare Atanasio -attaccato dal contagio del fanatismo-, e a darci i due opposti partiti, come -egualmente agitati dallo spirito d'intolleranza-. Riguardavasi finalmente come scandaloso ed empio in bocca di quegli impugnatori della -Consustanzialità-, che lo prendevano in opposizione all'eguaglianza perfetta del Figlio col Padre e all'unità dell'essenza, come porta la sua genuina e nuda significazione. -Et me movet (cum scandalo) homoousii nuditas-[293]. Così il S. Vescovo di Poitiers, il quale prosiegue[294]. -Multa saepe fallunt, quae similia sunt... similitudo vera in veritate naturae est. Veritas autem in utroque naturae non negatur HOMOOUSION-, come leggesi concordemente nei Codici MSS. ed esige il buon senso. -Has enim similitudines, quae non ex unitate naturae sint, metuo.- Così pure S. Atanasio -de Synod. Qui secundum substantiam simile dicit, participationem quadam simile esse definit... Hoc vero factarum rerum est, quae propter participationem fiunt similes Deo-. Così l'A. -de Filii Divinit.-[295]. -Denique sublato Homoousion idest unius substantiae vocabulo, Homoousion, idest similem (Filium) factori suo posuerunt, cum aliud sit similitudo, aliud veritas.- Ed in tal caso non fa di mestiero di un occhio teologico delicato gran fatto per distinguere la differenza tra quei due famosi vocaboli[296]: e perciò S. Illario soggiunse[297]. -Non puto quemquam admonendum in hoc loco ut expendat, quare dixerim SIMILIS SUBSTANTIAE PIAM INTELLIGENTIAM nisi quia intelligerem et IMPIAM, et idcirco similem, non solum aequalem, sed etiam eamdem dixisse, ut neque similitudinem, quam tu frater Lucifer praedicari volueras, improbarem, et tamen SOLAM PIAM esse similitudinis intelligentiam admonerem, quae UNITATEM Substantiae praedicaret.- Che questo poi fosse il caso di una gran parte dei Vescovi dell'Oriente io lo deduco dal ripeter che fa Sant'Illario per ben due volte nel Libro -de Synodis-[298], che a proporzione delle molte Chiese che vi erano, -pochi- professavano la -vera fede-, e dal dir loro, apostrofandoli, che gli avevan dato speranza di richiamare la -vera fede-, (opponendosi, com'è verisimile, agli Anomei) non già che l'avessero richiamata[299]. Ma che tale fosse altresì l'-Homoousion- sostenuto da Macedonio, non ardisco asserirlo[300]. So però con certezza che esso uscì dalla scuola degli Arriani, che da loro fu ordinato Vescovo, e che fu Eresiarca nell'impugnare la Divinità dello Spirito Santo; che il suo odio contro il Patriarca Paolo ed i fautori di lui fu intestino, e la sua ambizione senza misura[301], e francamente asserisco, che l'esecrande tirannie dei Macedoni e dei Giorgi di Cappadocia, che la squisita malignità degli Eusebi, che gl'intrighi dei Valenti e degli Ursaci non si trovaron giammai nei -Santi alla moda- del tempo loro[302], e so per fede divina che quei Settari avrebbon potuto apprendere -dalle pure e semplici massime dell'Evangelio- ad unire alla prudenza del serpe la semplicità di colomba, ad esser miti ed umili di cuore come fu Gesù Cristo, egregiamente imitato dai due distinti Campioni della Fede Nicena Atanasio[303] ed Illario[304], e a dar la loro vita per la lor greggia, non a toglierla altrui. Perciò riconosco in chi asserisce che -tutti egualmente erano agitati nel tempo della Controversia Arriana dallo spirito intollerante, che avevano tratto dall'Evangelio-, non uno Storico, il quale tiri -rispettosamente il velo del Santuario-, ma sivvero (per usare un'espressione suggeritami dal Sig. Gibbon istesso) un Profano. Ho, per quanto mi sembra, adempiute le mie promesse. Tocca ora a voi, intraprendendo un'ampia confutazione degli errori del Sig. Gibbon, a vendicare l'onore della Religione oltraggiata, e a sostenere il decoro del partito Cattolico della nazione; giacchè avete ambedue ed acutezza d'ingegno e cognizione delle lingue erudite ed ogni dì più divenite valenti nelle Ecclesiastiche Controversie. Avvertite però, il vostro Avversario è un Proteo, il quale -Omnia transformat se se in miracula rerum,- -Ignemque horribilemque feram fluviumque liquentem.- NOTE: [158] L'A. allude a mio credere al celebre -Galilaee vicisti, satiare ec.- ed al racconto, che Giuliano volesse precipitarsi nel fiume vicino per celar la sua morte, e così passar, come Romolo, per un Dio. Ma S. Gregorio (-Orat. IV. p.- 290. -Edit. Paris.- 1583) non dice cosa veruna delle bestemmie di quell'Imperatore, nè del sangue gettato contro al Cielo; e benchè accenni il secondo fatto, osserva in generale, che le circostanze della morte di Giuliano erano incertissime. Sozomeno poi (l. VI. c. 2), e Teodoreto (l. 30. c. 25. -Ed. Vales.-) parlano del primo come di cosa non ben sicura, e come un discorso di pochi. Vedi della Bleterie pag. 495 e segg. Se il sig. Gibbon avesse ben ponderata la forza del titolo di -Calunniatore- si sarebbe astenuto dal darlo a Gregorio ed ai Santi più moderni, per non meritarlo egli stesso. Vedi Filostorgio H. E. l. 7. in fogl. [159] Che dirà dunque l'Autore dell'Apocalisse, in cui i Vescovi son distinti col nome di Angeli? Che di G. C. medesimo, mentre disse di loro nella persona degli Apostoli; -qui vos audit, me audit, qui vos spernit, me spernit?- E come non sapere che di tutti i buoni si legge: -Ego dixi, Dii estis- ec.? Lo sa benissimo: ma è tanto prevenuto contro Gioviano, che unitamente al merito di Confessore nel precedente regno gli nega quello di aver esatto dall'esercito che lo proclamò Imperatore la professione del Cristianesimo, benchè ne sian testimoni Socrate, Sozomeno e Teodoreto (l. IV. c. 1. ex Vales.) sol perchè Ammiano dice (l. XXV. c. 6) -hostiis pro Joviano, extisque inspectis pronunciatum est- etc. Alle osservazioni del Baronio (ad Ann. 363. §. 118) sul testo citato, aggiungo col Tillemont, che forse alcuni pochi ostinati Pagani compiron quel rito superstizioso senza saputa dell'Imperatore, e che -Ammiano avea una cognizione molto oscura e superficiale della Storia Ecclesiastica-. È Gibbon istesso che parla in tal modo; perchè in quell'occasione l'ignoranza di Ammiano torna in discredito dei Cattolici. [160] Grot. L. I. c. 4. Bossuet Var. l. 10. [161] V. Athan. Epist. ad Lucif. et Serapion. [162] Vedi Hermant Vie de S. Athanas. [163] Vedi Baron. ad an. 356. n. 85. Tillemont Tom. VIII. N. 74. Fleury l. 13. n. 32. [164] L. I. c. XIII. de Trin. §. 6. [165] Sec. IV. diss. 30. [166] V. Bern. Montf. -Diatriba de Causa- Marcelli Ancyr. T. 2. Coll. Nov. PP. et Script. Graecor. [167] Il Garner. Diss. ad Mart. Mercat. Opera T. III. p. 312 chiama la medesima causa -difficile ed oscura-. [168] Vedi Mamachi T. I. Orig. et Antiq. Christ. i PP. di Trevoux Febr. 1708. Arti 26. Claud. Molinet. 1681, nel Giornale dei dotti di Parigi ec. ec. Tra i Protestanti Gio. Reischko 1681. Gian Cristof. Wolf. 1706. -De visione Crucis, etc.- [169] -Syntagma, quo apparientis M. Costantino Crucis historia complexa est universa. Romae 1595.- [170] Euseb. loc. cit. [171] Controv. Rob. Bell. defens. T. II. Col. 1044. [172] Saec. IV. Diss. 32. [173] Dissertation Crit. etc. et hist. sur le P. Libere, dans laquelle on fait voir, qu'il n'est jamais tombé. A Paris 1736. [174] Pap. 185. Tom. II. Venet. 1757. [175] L. 2. C. 17. Hist. Eccles. [176] L. 5. C. 18. Hist. Tripart. [177] De div. et multipl. rat. Animae. c. 2. [178] Praef. T. 5. Bibl. PP. p. 652. [179] Sozom. L. 4. 15. Ed. Vales. [180] Theodoret Hist. l. 2. c. 17. [181] Labbé T. 2. Conc. p. 655. [182] Hieron. Dial. adv. Lucifer. Damas. presso Teodoret. L. 2. Hist. Eccl. c. 22. Lib. med. presso Socr. l. 4. Hist. XII. [183] Nei Framm. di S. Ilario pag. 1357. Ediz. dei Mon. Benedet. [184] Sulpic. Sever. Hist. Sacr. L. 2. c. 39. Socr. Hist. E. L. 2. c. 37. [185] Vedi il Cap. IV. e V. della cit. Dissert. -De Comment. ec.- [186] L. I. Hist. c. 27. [187] L'A. non ha troppo buon sangue coi Papi. -Il carattere di Damaso è molto ambiguo, e tre parole di Girolamo Sanctae Memoriae Damasus, lavano tutte le sue macchie, ed abbagliano i devoti occhi del Tillemont.- Si trovan però dileguate presso questo Scrittore le calunnie, dalle quali fu attaccato quel Santo Pontefice. Si cita inoltre Teodoreto L. V. c. 2., che parla così di Damaso: -Is erat Episcopus Romae vita laudabili conspicuus, quique sibi dicenda, faciendaque omnia pro Apostolicis dogmatis statuerat.-, e nel L. IV. c. 30 lo pone nella classe medesima con i due SS. Gregorio, e con S. Ambrogio. Allega ancora l'autorità del Concilio Calcedonese che nell'allocuzione all'Imperatore Marciano si espresse in questi termini. -Sic quoque Damasus Romanae urbis decus ad justitiam, ovvero Romanae urbis Episcopus, et justitia decus.- Appella per fine a non pochi antichissimi Martirologi, nei quali con S. Girolamo si legge nominato S. Damaso. Non sono dunque tre parole quelle che hanno abbagliato gli occhi devoti del Tillemont. Vedi T. VIII. Memor. [188] Vie de l'Empereur Julien L. V. p. 396. [189] Marc. L. XIII. V. 1. 2. [190] Lib. 23. c. 1. [191] L. I. c. 38, 39. [192] L. 3. c. 17. [193] L. 3. c. 17. [194] L. V. c. ult. [195] Adv. Judeos Orat. 2, Hom. 4 in Matth.; Homil. 41 in Act. Apost. [196] Greg. Naz. Orat. 2. in Julian. [197] Sec. IV. 1. p. n. 14. [198] L. IV. c. 27. [199] M. della Bleterie pag. 399 in una Nota. [200] -Adv. Parmentanum.- [201] -De Unit. Eccl., Cont. Petilian., Cont. Cresc. in Epist. et alibi passim.- [202] Nat. Aless. Saec. IV. pag. 15. Tillem. Tom. VI. Vales. etc. [203] Can. 8. [204] Can. 19. cum not. Christ. [205] S. Ag. De haeres. ad Quod vult Deus. L. 69. [206] Fleury L. XI. §. 53. [207] V. Tillem. T. 3. Les Novatiens. [208] -Quodcumque solveris etc. Quorum remiseritis peccata remittuntur eis etc.- Jo. 30. Matth. 16. [209] -Quod si dormierit vir ejus, liberata est etc.- -Cui vult nubat.- ad Corinth. I. c. 7. [210] Sess. 23. c. 17. de Reformat. [211] Sess. 23. c. 17. de Reformat. [212] S. Ambros. L. 2. de Off. Eccles. L. 6. ex A. malar. Fortun. v. Morin. part. 2. De Sac. Ordin. [213] L'Autore in ciò si conforma a Clerc Epist. Cr. 7, 8, 9 ed al Mosem. -Dissert. de turb. per Plat. Ecclesia.- [214] P. 1049. [215] P. 1042. [216] P. 1049. [217] Tim. p. 1049. [218] Cic. L. I. de Nat. Deor. [219] P. 1052. [220] Lib. II. -de Nat. Deor.- [221] L. I. C. 10. -de Plat. Philos.- [222] Orig. L. V. p. 307. [223] Vedi la Pref. degli Edit. Bened. di S. Giustino Part. 2. c. 1. [224] Not. -ad Petav. de Trinit.- L. I. c. 1. [225] -Divinitas J. C. manifesta in Script. et. tradit.- Vedi Praef. -ad S. Justini oper.- part. II. C. 1. §. V. e Bossuet -Elevazioni alla SS. Trinità- II. Settimana. [226] Pag. 95. T. V. Il Critico segue l'opinion del Lamy -Praef. apparat.- C. 7. Calmet però dà per ricevuta dalla maggior parte l'epoca dell'ann. 98 di G. C. I. di Traiano -In Evang. S. Joan. Proleg.- [227] Dissert. -De Verbo Dei- §. 3. 4. [228] Non si nega a Clerc, che Filone fosse un Platonico celebre: ma si ha diritto di esiger da lui, che non dia una mentita a Filone stesso, il quale nel Lib. de Opif. Mundi attesta di aver appresa la dottrina del Logos περί τῦ λὸγου non da Platone, ma da Mosè. Μωσεῶς ἔστι τὸ υόγμα τουτο, ουκ εμον. Vedi -Joh. Lami de recta Christ. in eo quod myster. Div. Tri. adtinet Sententia.- L. 4. c. 8. [229] Dissert. cit. §. 5. [230] Haeres. V. [231] Luc. C. 1. v. 26. [232] I MSS. Greci portan per data l'anno di G. C. ma la più verisimile può fissarsi verso l'an. 53 vedi -Calm. in Ev. Luc. Proleg.- [233] Luc. C. 5. v. 47. [234] Luc. C. 1. v. 45. [235] Luc. C. 1. v. 76. e seg. [236] Luc. C. 2. v. 30. e seg. [237] V. Simon. Hist. Crit. N. T. C. 15. Calmet in -Evang. S. Matth. Prolegom.- [238] Matth. C. 3. V. 17. Marc. C. 3. v. 11. Luc. 3. v. 23. [239] -Dilectus ibi sonare potest unigenitus: vox enim Jachid idest unicus filius, saepius redditur a LXX. ἁγάπητος Lamy Comment. in Harm. c. V.- [240] Psalm. II. v. 7. [241] C. 4. V. 25 e seg. [242] C. I. Il Blondello, lo Spanemio, il Tillemont tengono con la massima parte degli antichi, che la lettera agli Ebrei sia scritta l'Anno di C. 63. Vedi Calm. Proleg. Art. III. [243] Psalm. 87. Job. 1 6. 11. 1. [244] S. August. in psalm. 2. [245] Vedi Abbadie T. III. Traité de la Divinité de J. C. [246] C. 8. v. 37. [247] Joh. V. 18. [248] Ad Philippens. C. 2. v. 6. [249] Ad Rom. C. 1. v. 4. C. 8. v. 3. Ad Hebr. C. 1. v. 2. C. 5. v. 8. C. 6. v. 6. C. 7. v. 3. C. 10, v. 29. ec. [250] Ad Hebr. C. 1. v. 11. [251] d. C. 1. v. 3. [252] Ad Colos. C. 1. v. 16. [253] Ad Hebr. C. 1. v. 2. [254] d. C. 1. v. 6. [255] Ad Roman. C. 9. v. 3. [256] d. C. 1. v. 8. [257] I Nazareni per testimonianza di S. Girolamo: -credebant in Christum Filium Dei.- Ora secondo la semplicità di quei tempi, ed a norma del simbolo Apostolico il credere in Cristo Figlio di Dio era lo stesso che crederlo propriamente Dio, generato da Dio Padre. Perciò soggiunge S. Girolamo -in quem et nos credimus.- Vedi Lo Quien Diss. VII Damasc., e la solida confutazion di Freret del Ch. Padre Fassini Profess. di S. Scrittura in Pisa: -De Apostolica Evangeliorum Origine- n. 25 e 26 dove risponde al Mosemio citato da Gibbon. [258] Vedi -Athanas. De fuga sua.- [259] An. 358. V. N. Ales. Sec. 4. Dissert. 15. e cap. 3. §. 22. [260] Vedi Bingham. Orig. Eccl. L. 1. C. 2. §. 13. [261] Ap. Socr. L. I. H. E. [262] Vedi la Dissert. del P. D. Prudenzio Mairan sopra i Semi-Arriani. Parigi 1722 e l'altra -de voce Homoousion- ec. -Aucto. Liberato Fassoni ec-. Romae 1753. V. ancora S. Atanas. -De Sent. Dionys-. n. 18. Nov. edit. Tom. I. p. 256. [263] -De Nicaen. Syn. Decret-. p. 115. [264] Lib. I. H. E. C. 8. [265] Pag. 709. [266] Orat. 49. [267] Ometto Gio. Damasceno, come appartenente al VII. Secolo. V. gli Aut. cit. di sotto. [268] Sulpic. Sever. L. 2. Vet. Ed. [269] Socr. d. C. 8. L. I. H. E. ex Vales. Fu questo il Sofisma d'Arrio medesimo, cattivo Dialettico, Socr. L. 1. C. 5. [270] Vedi il C. 14 e 26. De recta PP. Necaenor. Fide Jo. Lami. [271] Lib. 1. de Synod §. 31. [272] L. I. H. E. C. 25. [273] De Synod. c. 45. [274] Apud Socr. L. 1. H. E. C. 8. [275] Vedi Bull. -Defens. Fid. Nicaen.- e la cit. Dissert. di D. Gio. Lami -De recta Patrum Nicaenorum Fide.- Venet. 1733. C. 2. [276] S. Cyrill. Alex. Lib. I. Thes. C. 7. [277] -S. Athan. in exposit. Fid.- [278] -S. Athanas. Lib. de Synod.- §. 20. -Verum cum Filii ex Patre generatio alia plane sit a natura hominum, nec solum similis ille sit substantiae Patris, sed DIVIDI ab eo non queat, quum item unum ipse, et Pater sit, ut idem dixit, SEMPERQUE VERBUM SIT IN PATRE, ET PATER IN VERBO, eo modo quo splendor se habet ad lucem... idcirco Synodus ea re perspecta eum esse CONSUBSTANTIALEM recte scripsit.- Questi non son termini favorevoli a la moda del Triteismo. [279] Epist. 300. [280] Lib. 3. de -Fid.- C. 7. [281] -Ad Constantium Aug. L.- 2. [282] V. Fleury Hist. Eccl. l. 13. §. 43. e l'Avvertim. degli Edit. Bened. -ad- 2 -Lib. ad Constant. A.- [283] H. E. L. 2. C. 27. [284] §. 30. [285] Nat. Alex. H. E. Saec. IV. §. 25. [286] Ad Const. A. Lib. 2. §. 6. [287] Vedi la Dissert. premessa dagli Edit. Bened. al Lib. -Contr. Const.- Aug. [288] L. 2. Constant. A. §. 7. Sono ancora notabili quelle espressioni presso Fozio sulla morte di Costanzo, dicendo: -Imperium pariter ac vitam, et Synodos ad stabiliendam impietatem dereliquit-. Philost. l. 6. n. 5. [289] Lib. cit. §. 23. Vedi ancora il Lib. -de Syn. seu de Fide Orient.- §. 63. [290] Lib. cit. §. 27. [291] Quello però riputavasi dal S. Padre un timor vano, mentre nel Lib. de Synod. §. 91 così parla: -Interpretati Patres nostri sunt post Synodum Nicaenam ec. Homoousii proprietatem religiose, extant libri, manet conscientia ec.- [292] De Synod. pag. 703. Vedi N. Aless. Dissert. XV. -de voce- Ομοιουσιον -ad Saec. IV-. [293] S. Hilar. -Apol. ad Reprehens.- VIII. [294] Lib. de Synod. §. 89. Nat. etc. [295] Tra le op. di S. Ambrogio C. 2. [296] V. Mar. Victor. L. 1. -adv. Arrium-, e Greg. Naz. Or. 21. p. 26. [297] -Apolog. ad Reprehens.- III. [298] §. 66. [299] -De Synod.- §. 79. Vedi Apolog. IV. Vedi la Diss. cit. di Nat. Aless. in cui son pochissimi gli Homoousiani difesi come Ortodossi da quel dotto Scrittore. Aezio, che senza raggiro professava la -dissomiglianza- ανομοιον, rimproverava in faccia a Costanzo i sostenitori dell'ομοιουσιν....... -Asserens idem se profiteri ac sentire cum illis omnibus. Verum, inquiebat, quod penes me verum est isti dissimulant, et quod ego prae me fero ac palam confiteor, illi omnes non diffitentur, sed fraudulenter obtegunt. Epiph. haeres. l. 3. T.- 1. -haer.- 76. [300] Theodor. H. E. Lib. 2. C. 6. Vedi Fleury Lib. 15. §. 30. H. E. [301] Socr. L. I. C 17. H. E. Soz. L. 3. C. 9. [302] Uomini alla moda χρονιτας chiamò Aezio per ludibrio gli Arriani suoi persecutori, poichè si accomodavano al tempo e alla Corte. Vedi Germon. de Veter. haeres. etc. L. 2. Quando poi si pretendesse dato da quel Capo degli Anomei un tal nome ai -Consustanzialisti-, molto più risalterebbe il rispetto dell'Autore per il Santuario. [303] Vedi Tillem. T. 8. S. Athanas. Art. 117. «Il avoit soutenu la verité de la Trinité moins par sa plume que par ses souffrances, et par le Martyre continuel de sa vie». [304] -Olim in ipso Sacrosancti Sacrificii meditullio, in praefactione scilicet ante canonem Hilarium morum lenitate pollentem (Ecclesia) decantabant.- Vedi la Dissert. de Maur. in Lib. Contr. Constant. §. 3. CAPITOLO XXVI. -Costumi dei popoli pastori. Progresso degli Unni dalla China in Europa. Fuga dei Goti. Passano il Danubio. Guerra Gotica. Disfatta e morte di Valente. Graziano investe Teodosio dell'Impero Orientale: suo carattere e fine. Pace e stabilimento dei Goti.- [A. 365] Nel secondo anno del regno di Valentiniano e di Valente, la mattina del dì ventuno di Luglio, la maggior parte del Mondo Romano fu scossa da un violento e rovinoso terremoto. Se ne comunicò l'impressione anche alle acque; i lidi del Mediterraneo restarono in secco per la subitanea ritirata del mare; con le mani si prendevano i pesci in gran copia; dei grossi vascelli restaron piantati nel fango; ed un curioso spettatore[305] divertiva gli occhi o piuttosto la fantasia contemplando il vario aspetto di valli e di monti, che dopo la formazione del globo non erano mai stati esposti alla vista del Sole. Ma presto ritornaron le acque con un immenso ed irresistibil diluvio, che fece grandissimo danno sulle coste della Sicilia, della Dalmazia, della Grecia e dell'Egitto; alcune grosse barche furon trasportate sui tetti delle case o alla distanza di due miglia dal lido; i flutti trascinaron via il popolo con le sue abitazioni; e la città d'Alessandria faceva ogni anno la commemorazione di quella fatal giornata, in cui eran perite nell'inondazione cinquantamila anime. Questa calamità, il racconto della quale da una provincia all'altra s'andava magnificando, sorprese e spaventò i sudditi di Roma; e l'atterrita loro immaginazione amplificò la grandezza reale di quel momentaneo flagello. Rifletterono essi ai precedenti terremoti che avevan rovinato le città della Palestina e della Bitinia; risguardarono tali fieri colpi come puri preludi di più terribili calamità; e la timida lor vanità era inclinata a confondere i sintomi di un Impero decadente con quelli della rovina del Mondo[306]. Era uso di quei tempi l'attribuire qualunque notabile avvenimento al volere speciale della Divinità; le alterazioni della natura dovevano essere connesse, mediante un'invisibil catena, con le opinioni metafisiche e morali della mente umana; ed i più sagaci divinatori sapean distinguere, secondo il colore dei respettivi lor pregiudizi, che lo stabilimento della eresia tendeva a produrre un terremoto, o che un diluvio era l'inevitabile conseguenza del progresso della colpa e dell'errore. Senza pretendere di esaminar la verità e la convenienza di queste alte speculazioni, l'Istorico può contentarsi d'una riflessione, che sembra giustificata dall'esperienza, vale a dire che l'uomo ha molto più da temere dalle passioni delle creature della sua specie, che dalle convulsioni degli elementi[307]. I dannosi effetti d'un terremoto, di un diluvio, d'un oragano, o dell'eruzion di un Vulcano hanno una proporzione ben piccola con le ordinarie calamità della guerra; per quanto siano adesso moderate dalla prudenza o dall'umanità dei Principi dell'Europa, che divertono se stessi, ed esercitano il coraggio dei loro sudditi, nella pratica dell'arte militare. Ma le leggi ed i costumi delle nazioni moderne almeno proteggono la sicurezza e la libertà del vinto soldato; ed il pacifico cittadino rare volte ha motivo di dolersi, che la sua vita o i suoi beni siano esposti al furor della guerra. Nell'infelice periodo della caduta del Romano Impero, di cui può giustamente porsi l'epoca nel regno di Valente, era personalmente attaccata la felicità e sicurezza d'ogni individuo; e le arti e le fatiche di più secoli furono crudelmente sfigurate dai Barbari della Scizia e della Germania. L'invasione degli Unni fece precipitare sulle province Occidentali la nazione Gotica, che s'avanzò in meno di quaranta anni dal Danubio al mare Atlantico, e col buon successo delle sue armi aprì la strada alle aggressioni di tante altre ostili tribù, più selvagge di essa. L'original principio di tali moti era nascosto nelle remote regioni del Norte; ed una curiosa investigazione della vita pastorale degli Sciti[308], o dei Tartari[309] illustrerà l'occulta causa di quelle rovinose emigrazioni. I differenti caratteri, che distinguono le nazioni civili del globo, si possono attribuire all'uso e all'abuso della ragione, che modifica sì variamente, e con tant'arte compone i costumi e le opinioni d'un Europeo o d'un Chinese. Ma l'azione dell'istinto è più sicura e più semplice che quella della ragione; è molto più facile il determinar gli appetiti d'un quadrupede, che le speculazioni d'un filosofo; e le selvagge tribù del genere umano quanto più si accostano alla condizione degli animali, tanto più forti conservano la somiglianza l'una coll'altra. L'uniforme stabilità dei loro costumi è la natural conseguenza dell'imperfezione della loro facoltà. Ridotti ad una simile situazione, i bisogni, i desiderj, i piaceri loro continuano sempre gli stessi; e l'influenza del cibo o del clima, che in un più perfetto stato della società vien sospesa o anche tolta da tante cause morali, potentissimamente contribuisce a formare e a mantenere il carattere nazionale dei Barbari. In ogni tempo le immense pianure della Scizia o della Tartaria sono state abitate da vaganti tribù di cacciatori e di pastori, l'indolenza dei quali ricusa di coltivare la terra, e l'inquieto loro spirito sdegna il riposo di una vita sedentaria. In ogni tempo gli Sciti ed i Tartari sono stati famosi pel loro invincibile coraggio, e per le rapide conquiste che hanno fatto. I troni dell'Asia furono più volte rovesciati dai pastori del Norte, e le loro armi hanno sparso il terrore e la devastazione sulle più fertili e guerriere contrade dell'Europa[310]. In quest'occasione ugualmente che in molte altre il sobrio storico viene a forza riscosso da una grata visione; e con qualche ripugnanza è costretto a confermare, che i costumi pastorali, che si sono adornati coi più belli attributi della pace e dell'innocenza, sono molto più atti alle fiere e crudeli abitudini di una vita militare. Per illustrare quest'osservazione, io prenderò adesso a considerare una nazione di pastori e di guerrieri nei tre importanti articoli 1. del cibo, 2. dell'abito e 3. degli esercizi loro. I racconti dell'antichità vengono confermati dall'esperienza dei moderni tempi[311]; e le rive del Boristene, del Volga o del Selinga ci presenteranno ugualmente l'istesso uniforme spettacolo di simili nativi costumi[312]. I. Il grano od anche il riso, che forma l'ordinario e sano cibo dei popoli culti non si può ottenere che mediante il paziente travaglio dell'agricoltore. Alcuni fortunati selvaggi, che abitano fra i Tropici, sono abbondantemente nutriti dalla liberalità della natura; ma nei climi Settentrionali una nazione di pastori è ridotta ai soli suoi greggi ed armenti. Gli abili professori dell'arte medica determineranno (seppure sono in grado di farlo) quanta influenza può aver l'uso del cibo animale o vegetabile sull'indole dello spirito umano, e se l'associazione, che si fa comunemente, di carnivoro e di crudele, meriti d'esser considerata in altro aspetto, che in quello di un innocente e forse salutar pregiudizio d'umanità[313]. Pure se è vero che la vista e la pratica d'una famigliar crudeltà indebolisca, senz'accorgersene, i sentimenti di compassione, possiamo osservare, che gli orridi oggetti, mascherati dalle arti del raffinamento Europeo, si presentano nella tenda di un pastore Tartaro nella nuda loro e più disgustosa semplicità. Si macella il bove o la pecora da quell'istessa mano, dalla quale solea ricevere il quotidiano suo cibo: e le palpitanti membra dell'animale con piccolissima preparazione si pongono sulla mensa dell'insensibile uccisore. Nella professione militare, e specialmente nella condotta di un numeroso esercito l'uso esclusivo del cibo animale sembra che produca i più sodi vantaggi. Il grano è una merce voluminosa e facile a guastarsi; ed i gran magazzini, che sono indispensabilmente necessari per la sussistenza delle nostre truppe, lentamente si debbono trasportare a forza di uomini e di cavalli. Ma gli armenti ed i greggi, che accompagnano la marcia dei Tartari, somministrano una sicura e copiosa quantità di carne e di latte: nella massima parte delle incolte solitudini è florida e lussureggiante la vegetazione dell'erba; e pochi sono i luoghi tanto sterili, dove l'indurato bestiame del Norte non possa trovare una sufficiente pastura. Si moltiplica il vitto, e se ne prolunga la durata dall'indistinto appetito e dalla sofferente astinenza dei Tartari. Si cibano essi con indifferenza della carne tanto di quegli animali che si sono uccisi per la tavola, quanto di quelli che son morti per malattia. Gustano con particolar piacere la carne di cavallo, che in ogni tempo ed in ogni paese è stata proscritta dalle incivilite nazioni dell'Europa e dell'Asia; e questo singolar genio facilita il successo delle lor militari operazioni. L'attiva cavalleria della Scizia è sempre seguitata nelle più distanti e rapide loro incursioni da un adeguato numero di cavalli scossi, che alle occorrenze posson servire o a raddoppiare la velocità o a soddisfare la fame dei Barbari. Molti sono i ripieghi del coraggio e della povertà. Quando il foraggio all'intorno del campo dei Tartari è quasi consumato, essi ammazzano la maggior parte del loro bestiame, e ne conservan la carne o affumicata o secca al sole. Nelle subitanee occasioni di precipitose marce, si provvedono d'una sufficiente quantità di piccoli globi di cacio o piuttosto di cattivo latte accagliato, che essi sciogliono alle occorrenze nell'acqua; e questo non sostanzioso cibo sostiene per molti giorni la vita od anche il coraggio del paziente guerriero. Ma comunemente a tale straordinaria astinenza, che si approverebbe da uno Stoico, e da un Eremita sarebbe invidiata, succede la piena soddisfazione del più vorace appetito. I vini dei climi più dolci sono i più grati presenti o la più stimabil merce che ai Tartari offerire si possa; e l'unico esempio di loro industria pare che consista nell'arte d'estrarre dal latte di cavalla un liquor fermentato, che ha un fortissimo poter d'inebriare. I selvaggi sì del vecchio che del nuovo Mondo, provano, come gli animali di rapina, le alternative vicende della carestia e dell'abbondanza; ed il loro stomaco è assuefatto a sostenere, senza molto incomodo, gli opposti estremi dell'intemperanza e della fame. II. Nei tempi di rustica e marziale semplicità si trova sparso nel giro di un esteso e coltivato paese un popolo di soldati e di agricoltori; e ben dovè passar qualche tempo avanti che la guerriera gioventù della Grecia e dell'Italia si potesse unire sotto l'istessa bandiera o per difendere i propri confini, o per invadere i territori delle vicine tribù. Il progresso delle manifatture e del commercio insensibilmente raccoglie una gran moltitudine dentro le mura d'una città; ma questi cittadini non son più soldati; e le arti, che adornano e perfezionano lo stato della civil società, corrompono le abitudini della vita militare. I costumi pastorali degli Sciti par che congiungano i diversi vantaggi della semplicità e della coltura. Sono costantemente uniti insieme gl'individui della stessa tribù, ma sono uniti in un campo; ed il naturale spirito di quest'indomiti pastori, è animato dal vicendevol aiuto e dall'emulazione. Le case dei Tartari non sono altro che piccole tende di forma ovale, che offrono una fresca ed asciutta abitazione per la mista gioventù di ambi i sessi. I palazzi dei ricchi consistono in capanne di legno di tal grandezza, che si possan comodamente posare sopra gran carri, e tirare da una serie, forse di venti o di trenta bovi. Gli armenti ed i greggi dopo aver pasciuto tutto il giorno nelle adiacenti pasture, si ritirano all'avvicinarsi della notte sotto la protezione del campo. La necessità d'impedire la più dannosa confusione di tal perpetua mescolanza di uomini e di animali, deve a grado a grado introdurre nella disposizione, nell'ordine e nella guardia dell'accampamento, i principj dell'arte militare. Quando è consumato il foraggio d'un dato distretto, la tribù o piuttosto l'armata dei pastori muove regolarmente in cerca di altri pascoli; e così acquista nell'ordinarie occupazioni della vita pastorale la cognizione pratica d'una delle più importanti e difficili operazioni di guerra. La scelta dei posti si regola secondo la differenza delle stagioni; nella state i Tartari si avanzano verso tramontana, e piantano le loro tende sulle rive di un fiume o almeno nelle vicinanze di un'acqua corrente. Ma nell'inverno tornano al Mezzodì, e mettono il campo dietro a qualche comoda altura al riparo dai venti, che si rendono più crudi nel passare che fanno per le bianche e ghiacciate regioni della Siberia. Usi di tal sorta sono mirabilmente adattati a spargere fra le vagabonde tribù lo spirito di emigrazione e di conquista. La connessione fra il popolo ed il suo territorio è sì fragile che si può rompere al più leggiero accidente. Il campo, non già il suolo, è il paese nativo del vero Tartaro. Nel recinto del campo si contengon sempre la famiglia, i compagni, i beni di esso; e nelle marce ancor più distanti è sempre circondato dagli oggetti più cari, più preziosi, o più famigliari ai suoi occhi. La sete della preda, il timore o la vendetta delle ingiurie, la intolleranza della servitù sono in ogni tempo state cause sufficienti per muovere le tribù della Scizia ad avanzarsi arditamente in qualche ignoto paese, dove sperar potessero di trovare una più copiosa sussistenza o un meno formidabil nemico. Le rivoluzioni del Norte hanno spesso determinato la sorte del Sud; e nel contrasto delle ostili nazioni il vincitore ed il vinto o hanno espulso, o sono stati alternativamente scacciati, dai confini della China a quelli della Germania[314]. Queste grandi emigrazioni, che alle volte si sono eseguite con una quasi incredibil prestezza, si rendevan più facili dalla particolar natura del clima. Si sa che il freddo della Tartaria è molto più crudo di quello che si potrebbe ragionevolmente aspettare in mezzo ad una zona temperata: si attribuisce tale straordinario rigore all'altezza delle pianure, che si alzano, specialmente a levante, più di mezzo miglio sopra il livello del mare, ed alla quantità di salnitro, di cui è profondamente impregnato il terreno[315]. Nell'inverno, i larghi e rapidi fiumi, che scaricano le loro acque nell'Eussino, nel mar Caspio e nel Glaciale, sono fortemente agghiacciati; i campi son coperti da un letto di neve; e le fuggitive o vittoriose tribù posson traversare sicuramente colle loro famiglie, coi loro carriaggi e bestiami la sdrucciolevole e dura superficie d'un'immensa pianura. III. La vita pastorale, paragonata coi travagli dell'agricoltura e delle manifatture, è senza dubbio una vita d'oziosità, e siccome i pastori più considerabili della stirpe dei Tartari lasciano agli schiavi la cura domestica del bestiame, la loro quiete rare volte viene disturbata da alcuna servile o continua sollecitudine. Ma quest'ozio, invece di esser consacrato ai molli piaceri dell'amore e dell'armonia, utilmente si spende nei violenti e sanguinosi esercizi della caccia. Le pianure della Tartaria sono piene di forti e vantaggiose razze di cavalli, che si usan comodamente sì nelle operazioni della guerra che nel cacciare. Gli Sciti sono stati sempre celebri per l'ardire e destrezza loro nel cavalcare: e la costante abitudine gli aveva sì stabilmente fissati sui lor cavalli, che gli stranieri supponevano ch'essi facessero le ordinarie funzioni della vita civile, che mangiassero, bevessero, e fino dormissero senza smontar da cavallo. Sono eccellenti nel maneggiar destramente la lancia; il lungo arco Tartaro è teso da un robusto braccio, ed il pesante dardo è diretto al suo scopo con infallibile mira ed irresistibile forza. Questi dardi sono spesse volte scagliati contro gl'innocenti animali del deserto, che crescono e si moltiplicano nell'assenza del loro più formidabil nemico, vale a dire contro le lepri, le capre, i capriuoli, i cervi, gli alci e le gazzelle. Continuamente si esercita il vigore e la pazienza sì degli uomini che dei cavalli nelle fatiche della caccia; e l'abbondante copia di selvaggiume contribuisce alla sussistenza ed anche al lusso d'un campo Tartaro. Ma le imprese dei cacciatori Sciti non si ristringono alla distruzione solo di timidi o innocenti animali; essi affrontano con coraggio l'orso irritato, allorchè si rivolta contro i suoi persecutori; eccitano l'infingardo ardire del cignale, e provocano il furor della tigre, quando sta dormendo nel folto dei boschi. Dove si trova pericolo, per loro ivi è gloria; e la maniera di cacciare, che apre il più bel campo all'esercizio del valore, può risguardarsi a ragione come l'immagine e la scuola della guerra. Le generali partite di caccia, che formano l'ambizione e il diletto dei Principi Tartari, compongono un istruttivo esercizio per la numerosa loro cavalleria. Descrivesi un cerchio di molte miglia in circonferenza per circondare la cacciagione d'esteso distretto; e le truppe, che formano il cerchio, s'avanzano regolarmente verso il comun centro, dove gli animali prigionieri, circondati da ogni parte, restano abbandonati a' dardi dei cacciatori. In tal marcia, che spesso continua per più giorni, la cavalleria dee rampicarsi pei colli, passare a nuoto i fiumi, e girare attorno alle valli, senza interrompere l'ordine stabilito del proprio successivo progresso. Acquistano così la pratica di diriger l'occhio ed i passi ad un oggetto lontano; di conservare le giuste distanze fra loro; di sospendere o d'affrettare il passo a misura dei movimenti di quelli che sono a destra e a sinistra; e di conoscere e ripetere i segni dei lor condottieri. Questi ultimi studiano in tal pratica scuola le più importanti lezioni dell'arte militare, ed un pronto ed esatto discernimento del terreno, della distanza e del tempo. Nella vera guerra non si richiede altra variazione, che quella d'impiegar la stessa pazienza e valore, la stessa perizia e disciplina contro un nemico umano; e i divertimenti della caccia servono come di preludio alla conquista d'un Impero[316]. La società politica degli antichi Germani ha l'apparenza d'una volontaria confederazione d'indipendenti guerrieri. Le tribù della Scizia, distinte con la moderna denominazione di -Orde-, prendon la forma d'una crescente numerosa famiglia, che nel corso di più generazioni si è propagata dalla medesima origine. Gl'infimi ed i più ignoranti fra i Tartari conservano con scrupolosa vanità l'inestimabil tesoro della loro genealogia, e per quante distinzioni di gradi si possano essere introdotte dalla disugual distribuzione delle pastorali ricchezze, essi vicendevolmente rispettansi l'uno coll'altro; come discendenti del primo fondatore della Tribù. L'uso, che sempre sussiste, di adottare i fedeli e più valorosi lor prigionieri, può confermare il sospetto molto probabile che quell'estesa consanguineità sia in gran parte legale e fittizia. Ma tale utile pregiudizio, approvato dal tempo e dall'opinione, produce gli effetti della verità. Gli altieri Barbari prestano una pronta e volontaria ubbidienza al Capo del loro sangue; ed il loro Capo o -Mursa-, come rappresentante il primo lor Padre, esercita la autorità di giudice in tempo di pace e di condottiere in tempo di guerra. Nel primitivo stato del Mondo pastorale, ogni -Mursa- (s'è permesso di usare il nome moderno) era il Capo indipendente d'una vasta e separata famiglia; ed i limiti del suo particolar territorio furono gradatamente stabiliti dalla maggior forza o dal mutuo consenso. Ma l'azione costante di varie permanenti cause contribuì ad unire le -Orde- vaganti in comunità nazionali, sotto il comando d'un supremo Capo. I deboli desideravan soccorso, ed i forti erano ambiziosi di dominio; la potenza, che è il risultato dell'unione, oppresse e raccolse le forze divise delle addiacenti tribù; e siccome i vinti furon liberamente ammessi a partecipare i vantaggi della vittoria, i più valorosi Capi s'affrettarono a costituire se stessi ed i lor seguaci sotto il formidabile stendardo d'una nazione confederata. Il più fortunato fra i Principi Tartari assunse il militar comando, al quale aveva diritto per la superiorità del merito o del potere. Egli fu innalzato al trono dalle acclamazioni de' suoi uguali; ed il titolo di Kan esprime, nel linguaggio dell'Asia Settentrionale, la piena estensione della reale dignità. Fu per lungo tempo ristretto il diritto dell'ereditaria successione al sangue del fondator della Monarchia, e fino al presente . , , 1 : 2 , 3 ' [ ] . 4 5 , 6 , 7 8 , . , 9 ' 10 . « , . [ ] 11 [ ] , 12 , 13 . , , , 14 ; 15 , 16 , - 17 - 18 - - , , 19 - - : - 20 - , 21 . 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