-Aestii-, i costumi e la situazione dei quali si rappresentano dal
pennello di Tacito (-Germ. c.- 45).
[143] Ammiano (XXXI. 3) osserva in termini generali: -Ermenrichi...
nobilissimi Regis, et per multa fortiter facta, vicinis gentibus
formidati, ec.-
[144] -Valens... docetur relationibus Ducum, gentem Gothorum ea
tempestate intactam, ideoque saevissimam, conspirantem in unum ad
pervadendum parari collimitia Thraciarum.- Ammiano XXVI. 6.
[145] Il Buat (-Hist. des Peuples de l'Europ. Tom. VI. p.- 332) ha con
esattezza determinato il vero numero di questi ausiliari. I tremila
d'Ammiano, ed i diecimila di Zosimo non erano che le prime divisioni
dell'armata Gotica.
[146] Si trova descritta questa marcia e la successiva negoziazione nei
Frammenti d'Eunapio (-Excerpt. legat. p.- 18. -Edit. Louvr.-). I
Provinciali, che in seguito divennero famigliari coi Barbari, trovarono
la loro forza più apparente che reale. Essi erano alti di statura, ma
avevano le gambe grosse, e le spalle anguste.
[147] -Valens enim, ut consulto placuerat fratri, cujus regebatur
arbitrio, arma concussit in Gothos ratione justa permotus-: Ammiano
(XXVII. 4.) poi continua a descrivere non già il paese dei Goti, ma la
pacifica ed obbediente provincia della Tracia, che non era attaccata
dalla guerra.
[148] Eunap. -in Excerpt. Leg. pag. 18 19.- Bisogna che il Greco Sofista
risguardasse come una medesima guerra tutta la serie dell'istoria
Gotica, sino alle vittorie, ed alla pace di Teodosio.
[149] La guerra Gotica è descritta da Ammiano, (XXVII. 5) da Zosimo (l.
IV. p. 211 214) e da Temistio (-Orat. X. p. 129 141-). L'oratore
Temistio fu invitato dal Senato di Costantinopoli a congratularsi col
vittorioso Imperatore; e la sua servile eloquenza paragona Valente sul
Danubio ad Achille sullo Scamandro. Giornandes ha tralasciato una guerra
particolare ai Visigoti, e non gloriosa pel nome Gotico. Mascou -Istor.
dei Germani VII. 3.-
[150] Ammiano (XXIX. 6) e Zosimo (l. IV. p. 119 220) notano esattamente
l'origine ed il progresso della guerra dei Quadi e de' Sarmati.
[151] Ammiano, che (XXX. 5) confessa il merito di Petronio Probo, ne ha
con giusta asprezza censurato l'oppressivo governo. Quando Girolamo
tradusse e continuò la Cronica d'Eusebio an. 380 (Vedi Tillemont Mem.
-Eccl. Tom. XII. p. 53 626-) espresse la verità o almeno la pubblica
opinione del paese con queste parole; -Probus P. P. Illirici
iniquissimis tributorum exactionibus ante provincias, quas regebat, quam
a Barbaris vastarentur, erasit: Chron. Edit. Scaliger. p. 187. Animad. p
259.- Il Santo contrasse in seguito un'intima e tenera amicizia con la
vedova di Probo; ed il nome del Conte Equizio, meno a proposito in vero,
ma senza molta ingiustizia è stato sostituito nel testo.
[152] Giuliano (-Orat. VI. p. 298-) descrive il suo amico Ificle come un
uomo virtuoso e di merito, che erasi reso ridicolo ed infelice,
adottando l'abito ed i costumi stravaganti de' Cinici.
[153] Ammiano XXX. 5. Girolamo, che esagera la disgrazia di
Valentiniano, gli nega sino quest'ultima consolazione della vendetta:
-Genitali vastato solo et inultam Patriam derelinquens: Tom. I. p. 26.-
[154] Vedasi quanto alla morte di Valentiniano, Ammiano (XXX. 6), Zosimo
(l. IV. p. 221), Vittore (-in Epitom.-), Socrate (l. IV. c. 31) e
Girolamo (-in Chron. p. 187, e Tom. I. p. 26 ad Heliodor.-). Fra loro si
trova gran varietà di circostanze; ed Ammiano è tanto eloquente che
scrive senza alcun senso.
[155] Socrate (l. IV. c. 31) è l'unico testimone originale di questa
stolta istoria, sì repugnante alle leggi ed ai costumi de' Romani, che
appena merita la formale ed elaborata dissertazione del Bonamy (-Mem. de
l'Acad. Tom. XXX. p. 394 405-). Pure io riterrei la natural circostanza
del bagno, piuttosto che seguitare Zosimo, che rappresenta Giustina,
come una vecchia vedova di Magnenzio.
[156] Ammiano (XXVII. 6) descrive la forma di questa militar elezione ed
-augusta- investitura. Pare che Valentiniano non consultasse, e neppur
ne informasse il Senato di Roma.
[157] Ammiano XXX. 10. Zosimo l. IV. pag. 222, 223. Il Tillemont ha
provato (-Hist. des Emper. T. V. p. 707, 709-) che Graziano regnò
nell'Italia, nell'Affrica e nell'Illirico. Io ho procurato di esprimere
la sua autorità negli stati del Fratello, in uno stile ambiguo, simile
alla maniera con cui l'usava.
RIFLESSIONI
D'IGNOTO AUTORE
SOPRA I CAPITOLI
XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV E XXV
DELLA STORIA DELLA DECADENZA
E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
DIVISE IN TRE LETTERE
DIRETTE
AI SIGG. FOOTHEAD E KIRK
INGLESI CATTOLICI
LETTERA I.
So per lunga esperienza, che l'amore del vero, e lo zelo per la Santa
Religione Cattolica, che vi siete obbligati con giuramento solenne di
propagare nella Inghilterra, dove nasceste, prevalgon di molto in cuore
vostro allo spirito di patriottismo: e però non temo di confessarvi, che
quanto più mi vado inoltrando nella lettura della Storia Romana del
vostro Gibbon, tanto meno mi sembra meritevole di quelle lodi, che io
sull'altrui relazione in presenza vostra incautamente gli tributai. A me
par di vedere nel Sig. Gibbon uno scrittore per verità elegante ed
erudito; ma che ora vergognosamente si contraddice, ora dà per
indubitati dei fatti di Storia Ecclesiastica; i quali se non sono
falsissimi, sono almeno dubbi, e non bene decisi; e per l'opposto nega
ed oscura i meglio autenticati e i più certi, e ciò sempre a danno ed
avvilimento del partito Cattolico; mostrando sempre un indicibil
dispregio dei Santi Padri, depositari fedeli e sostenitori indefessi di
quei venerabili dogmi, che egli malamente conosce, e sfigura. Non è già
intenzione mia di tener dietro al Sig. Gibbon in tutti i suoi
traviamenti: se io lo facessi, vi stancherebbero le mie riflessioni per
la moltitudine e la lunghezza, e vi priverei di quel piacere che si
gusta nel rilevare da se medesimo gli sbagli degli uomini, che menan
rumore nella Repubblica letteraria. Ne farò adunque quante possan
bastare a porre in chiaro l'asserzion mia: e per quel che riguarda la
prima parte di essa mi ristringo a S. Atanasio, a Giuliano l'Apostata,
ed al carattere generale dei Cristiani dei loro tempi.
Ecco adunque come il Sig. Gibbon parla del primo. -L'immortal nome di
Atanasio non potrà mai separarsi dalla Dottrina Cattolica della
Trinità.- Quindi è, che -essendo la causa di lui quella della verità, e
della giustizia quella-, io dico, -della verità religiosa, il regno
dell'Imperadore Costanzo restò infamato dalla ingiusta persecuzione del
grande Arcivescovo intrepido campion della Fede Nicena, ed ospite
venerando di Costantino- il figlio, il quale -colla decenza del suo
contegno si conciliò l'affezione del Clero non men che del popolo-: e
rei pur furono di solenne -ingiustizia quelli Ecclesiastici Giudici-,
che lo condannarono in Tiro.
Or se io dicessi, che noi -possiam diffidare delle proteste di rispetto,
che quell'istesso Atanasio faceva all'Imperatore Costanzo-; che -egli in
quel modesto equipaggio, solito ad affettarsi dalla politica e
dall'orgoglio, faceva le visite Episcopali-; che -Arsenio era
un'immaginaria sua vittima e suo segreto amico-; che -egli sì abbondante
di difese rispetto ad Arsenio medesimo ed al calice, lasciò la grave
accusa di aver fatto battere, ed imprigionare sei Vescovi senza
risposta-; se io mettessi in -forse-, che -la ragione fosse veramente
dalla parte di Atanasio-: se finalmente decidessi, che -la differenza
tra homoousion, ed homoiusion essendo quasi invisibile all'occhio
Teologico più delicato-, Atanasio mostrossi -avido di fama ed attaccato
dal contagio del fanatismo-; neghereste voi mai, che io fossi
oppostissimo di sentimento al Sig. Gibbon in riguardo a quel celebre
Primate di Egitto? E come negarlo? Asserisce l'Autore, che il Clero
deposto sotto Costanzo era -Ortodosso-, che la dottrina di Atanasio era
-Cattolica-, che i Giudici di lui furono -ingiusti-; io per lo contrario
direi, che buona parte di quella disputa fu più grammaticale che
teologica, e che Atanasio fu ben fanatico a sacrificarsi se non per un
dittongo, almeno per un vocabolo -proibito dal Concilio d'Antiochia-. Il
Sig. Gibbon afferma, che il contegno di quel Santo era decente, ed
attissimo a conciliarsi l'affetto universale: ed io in quel modesto
equipaggio ravviserei l'orgoglio, la politica, e l'avidità della fama.
Il Sig. Gibbon ripete sovente, che la giustizia e la verità, e per
conseguenza la ragione assistevano la causa di Atanasio: io dubiterei se
la ragione fosse veramente dalla sua parte: il Sig. Gibbon profonde per
Atanasio luminosi titoli di -grande, d'immortale, di venerando-, io gli
darei quelli di finto, di adulatore o di subdolo. Non valuto però molto
quell'ultimo, perchè essendo lo stesso, che -Venerabile-, questo
l'Autore lo trova benissimo conciliabile in S. Gregorio Nazianzeno con
l'altro di -stolto- e di -calunniatore-[158]. Nell'esporvi la mia
ipotesi non ho fatto altra cosa, che trascrivervi letteralmente le
parole del Sig. Gibbon, che voi potete riscontrare nel libro. Vi sarà
dunque facile il conchiudere, che il Sig. Gibbon è in opposizione con se
medesimo.
Dovremo noi credere a questo A. nel primo caso o sibben nel secondo? Io
per me voglio credergli assolutamente nel primo; perocchè il carattere,
che ivi fa di Atanasio è conforme a quello, che fanno di lui il
Tillemont ed i Monaci Benedettini: ed egli stesso m'insegna, che -la
diligenza del Tillemont e degli Editori Benedettini ha raccolto tutti i
fatti ed esaminata ogni difficoltà concernente la vita del grande
Atanasio-: e mi maraviglio che dimenticatosi di una regola così giusta,
tratti Gioviano d'-adulatore, empio e stravagante- per aver detto
celestiali le virtù del S. Arcivescovo, ed averlo chiamato figura della
Divinità[159], e con una nuova opposizione con se medesimo -non ammetta
la delicatezza del Baronio, del Valesio-, e precisamente -del Tillemont
nel rigettare l'aneddoto del rifugio di Atanasio in casa della bella
vedova Alessandrina-, indegno certamente della gravità della Storia
Ecclesiastica, ingiurioso alla memoria di un Santo sì illustre, e forse
inventato dal livor degli Arriani. Ma che volete aspettarvi di coerente
da un Autore, il quale ad onta degli -originali ed autentici monumenti,
onde confessa esser giustificate le apologie e le lettere ai Monaci di
Atanasio- ha la stravaganza di dichiararsi di -prestarvi minor fede:
perchè egli troppo vi apparisce, innocente e troppo assurdi gli
avversari di lui-? Intanto con questo suo modo di pensare e di scrivere
ci fa toccar con mano, come non vi ha assurdo delirio, di cui non sia
capace un uomo preoccupato dallo spirito di religioso partito, o di una
tolleranza sfrenata. Osservatelo più distintamente in Giuliano
l'Apostata.
Già v'immaginerete, che egli debba esser l'Eroe del Sig. Gibbon, ed in
sostanza è così. -Erano inimitabili-, dice egli, -le virtù di Giuliano-,
ed il suo trono era -la sede della ragione, della virtù, e forse della
vanità-, vanità, che il medesimo nostro Critico non si risovvenendo del
-forse- chiama -eccessiva-. Io non istarò a discutere quale alleanza
possa darsi tra la vera virtù e la vanità: Teologia sarebbe questa
troppo sublime per uno che applaude ai -Protestanti della Francia, della
Germania, e dell'Inghilterra per aver sostenuta con l'armi la civile e
religiosa lor libertà- contro la teoria e la pratica costante dei primi
Cristiani, e che giudica lo stesso Giuliano -tollerabil Teologo- sebben
sostenga che -Cristo è uomo puro, e che la Trinità non è dottrina nè di
Paolo, nè di Gesù, nè di Mosè-. Chiederò solo al Sig. Gibbon
primieramente, se Giuliano costantemente, o spesso almeno -si rammentava
di quella fondamental massima di Aristotele, che la vera virtù si trova
in ugual distanza fra gli opposti vizi-? Ora ei mi risponde, che
-l'indole di Giuliano era di rammentarsene rare volte-. Dunque il trono
di lui non era la sede della ragione e della virtù, ed il Sig. Gibbon si
contraddice[160]. Domando a voi in secondo luogo, se l'ingiustizia,
l'ingratitudine, la mala fede, la leggerezza di naturale siano
ragionevoli e virtuose? Una simile domanda ecciterà forse le vostre
risa, e forse il vostro sdegno. Incolpatene il Sig. Gibbon: egli è che
mi obbliga a farvela. Imperciocchè se la -giustizia medesima parve che
piangesse il fato di Ursulo tesorier dell'Impero, ed il suo sangue
accusò l'ingratitudine di Giuliano, di cui si erano opportunamente
sollevate le angustie dall'intrepida liberalità di quell'onesto
Ministro-; se l'Imperatore stesso restò -profondamente colpito dai
propri rimorsi- per un attentato, che Ammiano (L. XX.) chiama
-impurgabile-, o conviene ammettere un'ingiustizia ed una ingratitudine
ragionevole e virtuosa, o d'uopo è confessare, che il trono di Giuliano
non fu la sede della ragione e della virtù. Si obbligò ancora Giuliano
con una promessa, che -avrebbe dovuto esser sempre inviolabile-, che se
gli Egizi, i quali altamente richiedevano i doni fatti o
illegittimamente o per imprudenza, -fosser comparsi in Calcedonia,
avrebbe ascoltato in persona, e decise le lor querele-; ma intanto dal
trono, che era la sede della ragione e della virtù, -partì un ordine
assoluto, che vietando di trasportare a Costantinopoli Egizio veruno,
esausta la loro pazienza e il denaro, furono costretti a tornare con
isdegnosi lamenti al nativo loro paese-. Ma vi è di più. L'Imperatore,
che occupava quel trono, sede della ragione e della virtù, sostenne
-l'ingiustizia di escludere- i Cristiani da tutti gli uffizi di fedeltà
e di profitto, -maliziosamente- rammentando loro, che non era lecito ad
un Cristiano di usar la spada o della giustizia o della guerra, e
-dissimulando più che potè l'ingiustizia-, che esercitavasi in nome di
lui dai Ministri, (per quanta tara si debba fare all'espressioni degli
Storici Ecclesiastici) -esprimeva il suo real sentimento intorno alla
loro condotta con dolci riprensioni e con reali premi- e per finirla,
quell'Imperatore medesimo -leggiero di naturale ordinò senza prove-, che
fosse immediatamente eseguita -la vendetta contro i Cristiani, ai quali
un leggierissimo rumore- imputava -l'incendio del Tempio di Dafne-. Con
tutto ciò -affinchè sembri mancar qualche cosa alla grazia e perfezione
della intera figura, bisogna guardare con minuta e forse malevola
attenzione il ritratto di Giuliano-, poichè ei cercò sempre di unire
l'-autorità- con il -merito-, e la -felicità colla virtù-.
Siccome questo giudizio intorno a Giuliano è espresso da Gibbon in un
paragrafo a parte, il quale ha per titolo (-il suo carattere-), però mi
azzardai di asserire, che questo Imperatore è il suo Eroe. Non lo è per
altro del Mosheim dottissimo Protestante ancor esso. Fate di grazia il
confronto di questi giudizi: «Per collocare (dice questo Scrittore,
Storia Eccl. Sec. I. part. n. 13.) Giuliano tra i più grandi uomini,
conviene essere od acciecato all'eccesso dai propri pregiudizi, o non
aver letto giammai con attenzione le opere di lui, o non aver finalmente
alcuna giusta idea della vera grandezza. Il carattere di Giuliano
presenta pochi di quei tratti, che contraddistinguono un uomo grande...
Egli era superstizioso all'eccesso; prova ben chiara di un intelletto
limitato e di uno spirito basso e superficiale... Aggiungete a ciò
l'ignoranza la più perfetta della vera filosofia, e giudicate se
Giuliano quand'anche fosse superiore in alcuna cosa ai figli di
Costantino, non è però al di sotto di Costantino medesimo ad onta delle
ingiurie con cui l'opprime, e del disprezzo che ne mostra in
qualsivoglia occasione». Voi forse potrete dirmi, letta che avrete la
storia del Sig. Gibbon, che ancora egli confessa essere stato Giuliano
credulo all'-arte divinatoria- quant'altri mai, -dissimulatore- solenne
in fatto di Religione, per -una strana contraddizione avere sdegnato il
giogo salutare del Vangelo, mentre fece una volontaria offerta di sua
ragione sugli altari di Giove e di Apollo e preferì gli Ancili alla
Croce-, essersi -per fine avvilito- con le -visioni e coi sogni- e con
una -superstizione- che pose in -pericolo la sorte dell'Impero Romano-.
Che se è così, perchè dunque per una più strana contraddizione asserire
che -inimitabili furono le virtù- di Giuliano, e che -bisogna riguardare
con minuta, e forse con malevola attenzione il ritratto di lui, affinchè
sembri mancar qualche cosa alla grazia e perfezione dell'intera figura-?
O fidatevi del Sig. Gibbon, quando si tratta di formare i caratteri!
Finisco con fare una osservazione di quello, che ei fece in generale
delle Sette Cristiane, cioè di -quegli ostili Settari, che prendevano i
nomi di Ortodossi e di Eretici; ai quali la nostra tranquilla ragione, a
suo dire, imputerà un uguale, o almeno «non molto diversa dose di bene e
di male .... poichè sì dall'una che dall'altra parte poteva esser lo
sbaglio innocente, la fede sincera, la pratica meritoria o corrotta»-.
Qui sicuramente si parla degli Atanasiani od Omousiani, e degli Arriani
loro avversari. Ma questi servironsi per ripetute confessioni del Sig.
Gibbon -dell'ambiguità dell'ingegnosa malizia-, di -una squisita
malignità dell'inganno, dei destri maneggi, dell'arte sofistica-;
questi, che al Concilio di Tiro -avevan segretamente determinato di fare
apparir delinquente, e di condannare il lor nemico- Atanasio,
-procurarono di mascherare la loro INGIUSTIZIA coll'imitazione della
forma giudiciaria-. Questi, opponendosi alla causa di Atanasio,
opponevansi ancora alla -Fede Nicena-, di cui egli era il campione, ed
-alla verità religiosa-. Ed in uomini di tal tempra -poteva esser lo
sbaglio innocente, la fede sincera-? E questo non è un contraddirsi, ed
un abusarsi della pazienza d'un onorato lettore?
LETTERA II.
Vi ho fatto osservare nella mia prima lettera, che il Sig. Gibbon si
protesta di non poter ammettere la -delicatezza del Baronio, del
Valesio, e del Tillemont, che quasi rigettano- il racconto di Palladio
intorno al rifugio di S. Atanasio in casa della Vergine Alessandrina,
che egli con ogni scaltrezza vorrebbe pure far credere una lunga
corrispondenza amorosa. E che? Sarebbe forse un troppo gran torto fatto
a Palladio, il preferire alla sua l'autorità di S. Gregorio Nazianzeno,
e di Atanasio medesimo, il quale attesta, che subito dopo l'invasione
della Chiesa di Alessandria fatta da Siriano fuggissi nell'Eremo? Che
ivi poi si trattenesse per lungo tempo il dimostrano le lettere, che ei
di colà scrisse, come ne fa fede la data[161], e il conferma la minuta
descrizion del saccheggio dato a quei Monasteri dai furibondi soldati,
che l'obbligarono a ricovrarsi in un orrido nascondiglio. Ma quando
fosse stato sì scrupoloso il Sig. Gibbon da negar tutto a Palladio,
perchè invece di far una vana pompa di delicatezza di stile non ha
piuttosto avvertito, che non apparteneva alle vergini il -lavare i piedi
dei Santi, che l'intrepido Campion della fede Nicena- non era sì molle
da esigere da una vergine un tale uffizio in mancanza di vedove[162],
che quella vergine inerendo al racconto dello stesso Palladio doveva
essere allora non di venti anni, ma quasi quadragenaria, e che
finalmente brevissima e transitoria dovette essere la dimora del S.
Arcivescovo presso di lei, essendo fuor di ogni dubbio, che egli visse
nel deserto presso a sei anni, e che intruso appena Giorgio di
Cappadocia nella sua sede, sotto pretesto di andare in traccia di lui,
furono saccheggiate le case, ed aperte perfino le sepolture; e le
vergini, altre svelte dalle braccia dei genitori, altre insultate per le
pubbliche vie di Alessandria (Athan. ad solit. p. 849. a 53.)? Or come
persuadersi, che fosse dalla sfrenata licenza di mal credenti soldati
rispettata la casa di colei, che descrivesi come un prodigio di bellezza
notissimo? Il Sig. Gibbon però, tacendo tutto questo, chiude la sua
narrazione con asserire senz'altra testimonianza, fuor di quella del suo
capriccio, che nel -tempo della sua persecuzione ed esilio, Atanasio
replicò sovente le sue visite alla bella e fedele amica-[163].
Almeno il Sig. Gibbon contentandosi di calunniare così audacemente nella
condotta morale il -grande- ed -immortale- Atanasio, lo risparmiasse
nella credenza! Ma no: Atanasio, secondo lui, -difese più di vent'anni
il Sabellianismo di Marcello di Ancira, ed il Petavio dopo un lungo ed
accurato esame ha pronunziato con ripugnanza la condanna di Marcello.-
Io confesso, che il Petavio[164] enumera vari Scrittori gravissimi del
secolo di Marcello, dai quali esso fu tenuto per vero eretico
Sabelliano. Egli però in tuono molto diverso da quello del Sig. Gibbon
parla di lui; poichè trova di malagevole discussione la causa di quel
Vescovo: -Minus explicatu facilis est Causa Marcelli Ancyrani- (§. 1.
ivi), e così conchiude il §. V: «-Quare digna est ea res, de qua amplius
cogitent eruditi, ed antiquitatis Ecclesiasticae periti.-» Questo
appunto io vedo eseguito dal Ch. Natale Alessandro[165] nella
dissertazione -de Fide Marcelli Ancyrani-, in cui dimostra l'integrità
della dottrina di quel Prelato, bersaglio delle calunnie Eusebiane, sì
con la confessione di fede da lui presentata al Pontefice Giulio
riferita da S. Epifanio (haeres. 72.), come dalla esposizione di fede,
che da lui ricevuta, i suoi discepoli presentarono ai Vescovi Ortodossi,
ed ai Confessori, in cui si anatematizza, tra le altre distintamente,
l'eresia di Sabellio, per tacere le testimonianze di S. Atanasio ed il
giudizio del Concilio Sardicese: e fa eziandio svanire le difficoltà
dedotte dagli Scrittori enumerati dal Petavio[166]. A me però basta, che
gli argomenti di quel dotto Domenicano e del Montfaucon vaglian soltanto
a lasciare il fatto di Marcello nell'antica dubbiezza[167] per
verificare, che il Sig. Gibbon per iscreditare il partito Cattolico pone
per indubitati dei fatti, che non lo sono. Ma quand'ancora si potesse
provar chiaramente, che l'Ancirano sostenne il Sabellianismo, resterebbe
pure da mostrare a Gibbon, che S. Atanasio difese il medesimo errore, ed
il difese per più di vent'anni, ed io lo sfido a citarmi un sol
testimone in suo favore. Ma gli spiriti filosofici dei nostri giorni si
arrogano l'altissimo privilegio di asserir senza prove, ed in bocca loro
un'espressione enfatica, od un motto pungente ha da passare per una
perfetta dimostrazione. Uditelo infatti: Il -celebre sogno di Costantino
può spiegarsi o colla politica, o coll'entusiasmo dell'Imperatore, e la
famosa apparizion della Croce è una favola Cristiana, che potè trarre la
sua origine dal sogno, e si mantenne un onorevole posto nelle leggende
di superstizione, finattanto che l'ardito e sagace spirito di critica
osò di non apprezzare il trionfo, e di attaccar la veracità del primo
Imperatore Cristiano.-
Chi non crederebbe a sentir parlare in un tuono sì decisivo, che questo
avvenimento si dimostrasse falso al dì d'oggi come si è dimostrata falsa
la storiella della Papessa Giovanna? Non sono già leggende di
superstizione a giudizio del Sig. Gibbon medesimo le opere del
Tillemont, del Fleury, del Noris[168]: eppure ed il -celebre sogno, e la
famosa apparizion della Croce- vi trovan luogo tuttora. Non è una
leggenda di superstizione la bella dissertazione del Benedettino Matteo
Jaccuzzi[169], nè troppo superstiziosi,
- cred'io, si diranno gli Autori della -Storia Universale-; eppur questi
ed altri moltissimi ricevon tutto il racconto di Eusebio (L. I. C.
XXVIII. in V. -Constantini-). Ed a ragione: poichè se la -politica- e
l'-entusiasmo- avesser potuto indurre il primo Imperatore Cristiano ad
uno spergiuro sacrilego, avrebbe almeno egli avuta tanta politica da non
allegare per testimone della visione tutto l'esercito, che lo seguiva.
Che se Costantino non solo narrò al suo confidente Eusebio il prodigio,
ma soggiunse: -eo viso et seipsum, et milites omnes qui ipsum
sequebantur, et qui spectatores miraculi fuerant, vehementer
obstupefactos-: ecco migliaia di persone atte a scoprir l'impostura del
primo già morto, mentre Eusebio scriveva, ed a rilevare e decidere la
credulità del secondo. Il fatto si e però che -id quod subsecutum est
tempus sermonis hujus veritatem testimonio suo confirmavit.- Lo
confermarono le vittorie e la conversione di Costantino, lo confermarono
il Labaro, e l'iscrizione conservataci da Eusebio, e lo confermarono con
ogni apparenza di verità molti di quegli spettatori, che, quando scrisse
Eusebio[170] tai cose, sopravvivevano. Nè starò ad allegare gli atti del
Martire Artemio, rigettati senza -però sospirare-, come afferma
falsamente il Sig. Gibbon, dal Tillemont: il Cronico Alessandrino,
Lattanzio, Filostorgio, Socrate, Niceforo, Gelasio Ciziceno, e molti
altri Scrittori di ogni nazione ed età, e di religione diversa: le
pitture dell'Effemeridi Greco-Moscovite, una antica lucerna, nella
quale sotto il monogramma di Cristo si legge: ἐν τουτω νικα: son
testimoni e monumenti, i quali dal più ardito e -sagace spirito di
Critica- non si abbatteranno giammai con puri argomenti negativi, quali
sono gli addotti dal Sig. Gibbon: ciò non ostante ha da essere un tale
avvenimento una -favola Cristiana-, ed -una leggenda di superstizione-,
solo perchè il Sig. Gibbon decide così: come pure per la ragione
medesima noi dobbiam credere, che -la fermezza di Liberio fosse superata
dai travagli dell'esilio, e che quel Romano Pontefice comprasse il suo
ritorno a prezzo di alcune ree condiscendenze.- Qui però mi aspetto, che
voi prendendo le parti del vostro compatriota vi maravigliate, come io
ardisca rimproverarlo intorno ad un fatto, di cui tra i Protestanti del
pari che tra i Cattolici comunemente si è convenuto, e parmi di vedervi
stendere la mano alla penna per tessere il numeroso Catalogo degli
Scrittori che sostengono la caduta di quel Pontefice. Vi prego però a
voler sospendere questa inutil fatica, ed a riassumer piuttosto l'esame
di questo fatto con quella maturità di riflessione, la quale è sì
propria di voi. Quali adunque mai furono queste ree condiscendenze di
Liberio? Soscrisse egli forse qualche formula di Fede eretica? Questa
opinione, che fu già dei Centuriatori Magdeburgesi, di Giunio, di
Chamber ec. è stata omai confutata pienamente dal Gretsero[171] e da
Natale Alessandro[172] per tacere degli altri, nè ardirei mai di
attribuirla al Sig. Gibbon. Forse Liberio, sorpreso dagli artifizi dei
Semiarriani, gli ammise alla sua comunione, soscrivendo la personal
condanna di S. Atanasio? Questo appunto sembra essere il sentimento del
nostro Storico, e questa è stata sempre, io nol niego, la comune
opinione. Non la pensano però così il Ch. Corgnio Canonico di
Soissons[173], non l'eloquentissimo Card. Orsi[174], non l'eruditissimo
Zaccaria nell'appendice alla Teologia del Petavio in una Dissertazione:
-De Commentitio Liberii lapsu-. Ed eccone le principali ragioni.
Teodoreto[175] versatissimo nelle storie, che chiama Liberio nell'atto
di andare in esilio -gloriosum veritatis Athletam-, lo chiama poi di
ritorno, -egregium omni laude dignissimum, admirandum-: Son eglino
titoli questi, che convenissero a Liberio, il quale -avesse comprato il
suo ritorno a prezzo di alcune ree condiscendenze?- Cassiodoro[176]
detto da Incmaro Remense[177] -virum acerrimi ingenii, et insignis
eruditionis- pensa, e scrive nei termini di Teodoreto. Altrimenti
vogliamo noi credere, che il popolo Romano avesse accolto Liberio
siccome avvenne per testimonianza di S. Girolamo, e di Marcellino[178]
in aria di trionfante? Quel popolo, io dico, a cui esso era carissimo
appunto per la sua fermezza in resistere all'Imperatore Costanzo[179],
che era amantissimo di S. Atanasio, e che non odiava l'intruso Felice,
se non perchè comunicava con gli Arriani, quantunque -formulam fidei a
Nicenis Patribus expositae integram quidem, et inviolatam
servabat-[180]. Che se Liberio vinto dai travagli dell'esilio avesse
condisceso a Costanzo a danno della causa del -grande Atanasio, e della
verità religiosa-, ed a prezzo sì indegno avesse comprato il suo
ritorno, avrebbe pur anche -espiata con opportuna penitenza la propria
colpa-; e la prima e necessaria testimonianza di pentimento sarebbe
stata una ritrattazione o dichiarazione del suo operato: ed il Sig.
Gibbon istesso par che ne abbia veduta la necessità, come ancora la vide
quell'impostore, che ci ha lasciato un frammento di una lettera
comunicatoria sotto il nome di quel Pontefice diretta a S.
Atanasio[181]. Ora il pentimento dei Vescovi ingannati a Rimini vien
contestato da molti Autori contemporanei[182]; ma nè Sulpizio Severo, nè
Socrate, nè Sozomeno, nè Teodoreto fanno menzione di quel di Liberio.
Aggiungete, che questo Papa scrivendo ai Vescovi dell'Italia[183] dopo
il Concilio Riminese, dice che sebbene vi fossero alcuni di parere -non
esse parcendum his qui apud Ariminum ignorantes egerunt-, ei però pensa
diversamente, così esprimendosi: -sed mihi, cui convenit omnia MODERATE
perpendere, maxime cum et Egyptii omnes et Achivi hanc adunati
sententiam receperint- (secondo la correzione degli Editori Benedettini)
-visum est parcendum quidem his, de quibus supra tractavimus.- Qui pone
in veduta Liberio, che il Sovrano Pontefice debba essere moderato: qui
egli sembra determinarsi pel perdono a contemplazione ancora dei Greci e
degli Egiziani. Ma come avrebbe potuto mostrar di esitare a concedere
perdonanza a dei Vescovi pentiti di ciò che -ignorantes egerant- in una
causa, in cui egli medesimo avesse lasciata -vincere la sua fermezza- e
fosse stato -colpevole condiscendente-? E come ostentare moderazione
senza esporsi alle risa, ed alle invettive degli emuli, e forse di quei
medesimi, a cui accordava il perdono? Unite tali riflessioni alle
testimonianze degli Storici sopraccitati[184], e decidete se la caduta
di Liberio non debba aversi per favolosa, giacchè quello, che si ha di
essa in S. Atanasio, ed ha fatto illusione a tanti illustri Scrittori,
si dimostra esser parto di una mano ignorante o maligna; e supposti
eziandio interpolati, ed indegni di S. Ilario si provano quei testi, che
per essere stati da molti tenuti per genuini, rendevano indubitata la
caduta di Liberio[185]. Io però mi sarei contentato[186], che il Sig.
Gibbon avesse citato Ruffino là dove dice[187]; -Liberius Romae
Episcopus, Costantio vivente, regressus est. Sed hoc utrum quod
acquieverit voluntati suae ad subscribendum, an ad populi R. gratiam, a
quo proficiscens fuerat exoratus, indulgens pro certo compertum non
habeo.- Non è però da pretendersi questa sincerità e moderazione da chi
mette in dubbio i fatti più certi, e che talora anche li nega od oscura.
Incominciamo dalla riedificazione del tempio di Gerusalemme tentata in
van da Giuliano. «La demolizione dell'antico tempio, dice il Sig. della
Bleterie[188], era terminata, e senza pensarvi si erano rigorosamente
adempiute le parole di Cristo: -non relinquetur lapis super lapidem, qui
non destruatur-[189]. Si vollero gettar le nuove fondamenta, ma usciron
dal luogo medesimo vortici spaventosi di fiamme, che con formidabili
slanci divorarono i lavoranti. Lo stesso accadde diverse volte, e
l'ostinazione del fuoco rendendo inaccessibile quel luogo, costrinse ad
abbandonare per sempre l'impresa». Son questi gli stessi termini di
Ammiano Marcellino, autore contemporaneo[190]. Ruffino[191],
Teodoreto[192], Socrate[193], Sozomeno[194], Filostorgio confermano il
fatto attestato altresì da tre Padri coetanei ancor essi Gio.
Grisostomo, Ambrogio e Gregorio Nazianzeno, dal primo vent'anni dopo
davanti a tutta Antiochia[195], dal secondo non molto dopo, come cosa
notissima scrivendo all'Imperatore Teodosio; dal terzo in uno[196] dei
suoi discorsi contro Giuliano composto l'anno medesimo. Non vi è
adunque, conchiude il Mosemio[197], avvenimento certo sì come è questo.
Tuttavolta a sentimento di Gibbon, -un Filosofo potrà sempre domandare
l'original testimonianza d'intelligenti ed imparziali Spettatori-. Sì
certamente potrà domandar un filosofo Spinosista, od uno che sembra
insultare i Santi Ortodossi sfidandoli a scegliere intorno alla celebre
morte d'Arrio -o il veleno o un miracolo-, quand'ei fu sempre attorniato
da una folla di Eusebiani; sì uno che ha la franchezza di domandare col
Sig. Jortin chi prova la verità dei miracoli dei Monaci antichi
Egiziani, mentre quello, che asserisce Teodoreto[198] del Monaco S.
Giuliano, può con ragione asserirsi di quasi tutti: -magnitudinis autem
miracolorum factorum ab illo testes etiam sunt hostes veritatis-. Qui
non si tratta di un fenomeno passaggiero, come è un fuoco fatuo, od una
stella cadente; i vortici di fuoco si videro diverse volte: -metuendi
globi flammarum prope fundamenta crebris assultibus erumpentes fecere
locum exustis ALIQUOTIES operantibus inaccessum-. Nè i testimoni del
fatto son puri Cattolici, e però tali -da non dispiacer loro un
miracolo-. Ve n'ha degli Eterodossi, ve n'è un -Pagano giudizioso e
candido storico- per confessione del Sig. Gibbon, -e spettatore
IMPARZIALE della vita e della morte di Giuliano-, per non contarsi
Giuliano medesimo[199]. Considerate poi se la nazione Giudaica, -di cui
gli uomini si erano dimenticati della loro avarizia, e le donne della
loro delicatezza- per agevolare la sospirata intrapresa; se il Monarca,
-che si proponeva di stabilire in quel tempo un ordine di Sacerdoti,
l'interessato zelo dei quali scuoprisse le arti, e resistesse
all'ambizion dei Cristiani loro rivali, ed invitarvi gli Ebrei, il forte
fanatismo dei quali sarebbe sempre stato pronto a secondare ed anche
prevenire le ostili misure dal Paganesimo; se il virtuoso, dotto,
fortissimo Alipio-, che presiedeva coraggiosamente a quell'opera; se
Libanio l'adulatore più sfacciato, che abbian conosciuto le Corti,
sarebber sempre rimasti in un vergognoso silenzio, quando tante bocche
Cristiane gridarono altamente al miracolo? Conchiuderò dunque col lodato
Mosemio: «Chiunque esaminerà questo fatto con attenzione e senza
parzialità, troverà le più forti ragioni di aderire all'opinion di
coloro, che lo attribuiscono all'azione immediata della Divinità. Gli
argomenti, che si propongono per provare che fu un fenomeno naturale, o
come altri il pretendono, effetto dell'arte e dell'impostura, non hanno
solidità, e si possono confutare con la maggiore facilità».
Un altro -fatto oscuro- pel Sig. Gibbon è lo scisma dei Donatisti.
-Forse-, egli dice, -la loro causa fu decisa giustamente, e forse non
era priva di fondamento la lor querela, che si fosse ingannata la
credulità dell'Imperatore-: Due cose però egli tiene per ferme, la prima
-che il vantaggio, che Ceciliano poteva trarre dall'anteriorità della
sua Ordinazione veniva tolto di mezzo dall'illegittima od almeno
indecente fretta, con cui si era fatta senza aspettare l'arrivo dei
Vescovi della Numidia-; la seconda è che -i due partiti non ostante il
loro irreconciliabile odio avevan gli stessi costumi, lo stesso zelo e
dottrina, la istessa fede e lo stesso culto-. Ma per quanta oscurità
possa trovarsi in tal fatto sappiamo da S. Ottato Milevitano[200] e da
S. Agostino[201], cioè da scrittori i meglio informati di tutta la
controversia, che l'ambizion di Bostro e Celesio, i quali con Lucilla
formarono il rabbiosissimo scisma, impedì l'intervento dei Vescovi della
Numidia all'elezione di Ceciliano: che questi fu eletto con i suffragi
di tutto il popolo, e quindi ordinato dal Vescovo di -Aptonga-, città
vicina a Cartagine, e conseguentemente a norma del costume vegliante, in
quel modo appunto che il Vescovo Romano si consacrava da quello d'Ostia.
E ciò è tanto vero, che cent'anni dopo pretendendo i Donatisti, che
Ceciliano fosse stato condannato per non aver ricevuta l'ordinazione dal
Primate Numida, S. Agostino fu in grado di sostenere, che questa
ommissione neppur gli era stata obiettata. Infatti Ceciliano all'arrivo
dei Vescovi della Numidia era già unito con tutta Cartagine, trattine
pochi Scismatici, e per mezzo delle usate lettere comunicatorie con la
Chiesa di Roma, con tutte quelle dell'Affrica e dell'Universo. Non
credeva adunque la Chiesa Cattolica, che l'-anteriorità dell'ordinazione
di Ceciliano venisse tolta di mezzo- dall'assenza dei Numidi, nè poteva
crederlo per le ragioni addotte, e nol credevano gli stessi faziosi:
perocchè, non trovando delitto da rimproverare a Ceciliano, si ridussero
ad asserire contro la verità che il Vescovo Aptungitano Consecrante era
uno dei traditori.
Con qual fronte poi osa il Sig. Gibbon di decantare nei due partiti
tanta -uniformità di costumi, di zelo, di dottrina e di fede-? I
Donatisti rovesciavano gli altari, o li purgavano come contaminati da
quei che si dicevan Cattolici: frangevano i sacri vasi e li fondevano,
infierivano contro i vivi e contro i defunti, gettavano il Crisma per le
finestre, ed ai cani la Sacratissima Eucaristia, come attestano i Padri
sopra lodati, ed espone il medesimo Sig. Gibbon[202]. Ora dove si legge
che fossero somiglianti costumi nel partito Cattolico? Qui si chiedono
al Sig. Gibbon testimonianze da stare a confronto con quelle di Ottato e
di Agostino. Ma non allegandone, e non potendone allegare veruna: qual
concetto formerete del vostro Gibbon? E per riguardo alla dottrina e
alla fede non erano i Donatisti quei soli, che ribattezzando negavano
l'efficacia del battesimo amministrato fuor della vera Chiesa contro i
decreti dei Concili di Arles[203] e di Nicea[204]? E non riputavano una
meretrice la Chiesa Cattolica, pretendendo che la vera ed immacolata
fosse riconcentrata nella fazion di Donato, e pronunziando nel tempo
medesimo la condanna della loro eresia con quelle solenni parole
liturgiche, con cui dicevano di offerire il Sacrificio per l'unica
Chiesa, -la quale è sparsa per tutta la terra-? Ommetto, che Donato il
Cartaginese era Arriano di sentimento, perchè la moltitudine dei
Donatisti non vi aderiva[205]: essendo assai manifesto e per le cose già
dette e per essere stati refrattari i Donatisti ad ambedue le legittime
Potestà, il Sacerdozio e l'Impero, aver eglino avuto una Fede ed una
Dottrina molto diversa da quella dei loro avversari.
Avendo il Sig. Gibbon intrapresa in qualche modo la difesa dei
Donatisti, con quanta ragione però già l'avete veduto: credete voi che
ei volesse abbandonare la causa dei Novaziani? Pensate: essa è la
migliore del Mondo, perciocchè -ortodossa era la loro fede e sol
dissentivano dalla Chiesa in alcuni articoli di disciplina, i quali
forse non erano essenziali per la salute-. A dir vero, sulle prime,
Novaziano si contentò di dolersi, che in Roma i caduti si ricevessero
alla Comunione con soverchia facilità, e questo potè passare per uno
zelo di disciplina[206], ed anche sedurre alcuni Santi allor prigionieri
per la fede. Ma quindi ed egli, e molto più apertamente i seguaci di
lui[207] unirono allo scisma l'eresia negando alla Chiesa la potestà di
riconciliare i caduti in tempo di persecuzione per qualsivoglia
penitenza che essi facessero contro le generali ed illimitate
espressioni di Gesù Cristo[208], e condannando le seconde nozze per modo
da dichiarare adultere quelle vedove che si rimaritavano, come se
avesser preteso di saperne più di S. Paolo[209], dice S. Agostino, ed
avere una dottrina più pura di quella degli Apostoli. Senza che io mi
dilunghi a noverare gli altri errori dei Novaziani ed intorno
all'assoluzione dei peccati gravi commessi dopo il battesimo stesso, al
culto delle reliquie, il Canone VIII. del I. Concilio Niceno basta per
sè solo a distruggere affatto la loro pretesa -Ortodossia. Haec autem
prae omnibus eos-, (Cioè i Novaziani, i quali avevano assunto
l'orgoglioso nome di Catari) -convenit profiteri, quod Catholicae et
Apostolicae Ecclesiae Dogmata suscipiant et sequantur, idest et bigamis
se communicare, et his qui in persecutione prolapsi sunt-. Non ho avuto
difficoltà ad allegare l'autorità di un Concilio, primieramente perchè
il mio disegno scrivendo è di premunir voi, che vi gloriate di esser
Cattolici contro gli errori del Sig. Gibbon; ed in secondo luogo perchè
egli per quanto ironicamente possa chiamarne -infallibili i Decreti-,
trattandosi dei -generali- pur si confessa ben soddisfatto dell'articolo
-Concile- nella Enciclopedia e ne cita ancor esso le decisioni, quando
gli torna in acconcio. Sarebbe pure stato considerabile in uno storico
giudizioso e sincero, che ne avesse allegata alcuna per confermare, che
-la superstizione de' tempi abbia insensibilmente moltiplicati gli
ordini, giacchè nella Chiesa Romana oltre il carattere Episcopale se n'è
stabilito il numero di sette, tra i quali però i quattro minori son
presentemente ridotti a vuoti ed inutili titoli-. Per altro pur troppo è
giusta riguardo a molte Chiese particolari quest'ultima riflessione:
comecchè dai Padri Tridentini[210] fosse fatta ai Vescovi una gravissima
esortazione, ed un positivo comando, che nelle sacre funzioni si
rendessero attivi i Chierici dal Diacono fino all'Ostiario. Ma questo
istesso dimostra, che la Chiesa universale rappresentata da quel sacro
Consesso, contro l'avviso del Sig. Gibbon è persuasa che tutti questi
Ordini, benchè sia forse soverchio il numero degli Ordinati, non sono un
-parto della superstizione-. Erano forse tempi di superstizione i primi
tre secoli della Chiesa e l'età degli Apostoli? Or di quei tempi appunto
gloriosissimi per Santa Chiesa s'introdussero questi ordini per
sentimento del medesimo S. Concilio: -Sanctorum Ordinum a Diaconatu ad
Ostiariatus functiones ab Apostolorum temporibus in Ecclesia
laudabiliter receptae in usum juxta Sacros Canones revocentur-. Non
ignoravano quei venerabili Padri, che fino dalla metà del terzo secolo
Cornelio R. Pontefice scrivendo a Fabio Antiocheno[211] numera sette
Suddiaconi, 42. Accoliti, e tra Esorcisti, Lettori, ed Ostiari 52: e che
S. Ignazio Patriarca antichissimo di Antiochia scrive in una lettera:
-saluto Sanctum Presbyterium, saluto Sacros Diaconos, saluto
Subdiaconos, Lectores, Exorcistas...- Li vedevano rammentati nel quarto
secolo dai Concili Laodiceno e Cartaginese come cosa già da gran tempo
stabilita, e per conseguenza eran convinti, che -non per superstizione-
tali Ordini -sunt adjecti-, ma bensì -propter utilitatem ministerii,
quod propter multitudinem credentium per alteros postea impleri debere
necessitas flagitavit-[212].
Ciò che finora io sono andato divisando, benchè di volo, può, cred'io,
bastare a convincervi, che il Sig. Gibbon dà per indubitati alcuni fatti
di Storia Ecclesiastica, che se non son falsi, sono almen dubbi ed
indecisi, e che per l'opposto i meglio autenticati e più certi o niega
od oscura sempre a danno ed avvilimento del partito Cattolico. Leggetelo
con attenzione, e troverete altri esempi per confermare la verità della
mia asserzione.
LETTERA III.
Chi ha del Vangelo la stranissima idea, che esso -apra un infinito
prospetto d'invisibili mondi, e spieghi la misteriosa essenza della
Divinità-, la quale abitando in mezzo ad una luce inaccessibile noi
viatori non possiam vedere che di riflesso ed in enimma, non dee recar
maraviglia se mal conosca e sfiguri i Dommi della nostra SS. Religione
quantunque fondamentali. Tal è il Sig. Gibbon. Primieramente è suo
disegno l'inculcare, che quello, che dai Cristiani si crede del Divin
Verbo, altro non è se non se -un Domma già maravigliosamente annunziato
da Platone- anzi il -fondamental principio della Teologia di quel
Filosofo-: il quale però -non si stabilì sufficientemente, come una
verità, o trovossi in stato di restar sempre confuso con le filosofiche
visioni dell'Accademia ... finchè il nome, ed i divini attributi del
Logos non furono confermati dalla celeste penna dell'ultimo e del più
sublime fra gli Evangelisti-.
Secondariamente si lusinga nella controversia Arriana di andare
-seguendo il progresso della ragione e della Fede, dell'errore e della
passione in un modo- da farsi credere uno storico, -il quale tiri
rispettosamente il velo del Santuario- (p. 90.).
Nella presente lettera farò alcune riflessioni su questi due punti: e
riguardo al λογος, asserisco I. che il Domma Cristiano del
Divin Verbo -non è maravigliosamente annunziato da Platone-, e che
verisimilmente neppure il nome λογος è stato preso da lui[213].
II. Che prima dell'Evangelo di S. Giovanni per -divina rivelazione era
stato scoperto al Mondo il sorprendente segreto, che il- λογος,
-che era con Dio, fu dal principio, che era Dio ec. Si era incarnato
ec.-
Esaminando senza prevenzione le opere di Platone egli è ben difficile,
per non dire impossibile, il persuadersi, che esso distinguesse l'idea,
il λογος dal sommo Dio. Infatti in quel libro, in cui riferisce
ciò che egli aveva appreso da Timeo Locrese, Pitagorico illustre,
fissando che due son le cagioni di tutte le cose, stabilisce, che -di
quelle, le quali si fanno secondo la ragione ella è una mente- Νὸον
μἐν των κατὰ λογον γιγνομενων, -la quale chiamasi Dio, è cagione
delle cagioni- θέον τε ὀνομαὶσερ θαι, ἀρχην τε τὦν ἀρχὦν, e
-che questo Dio è un Essere improdotto ed immutabile ed intelligibile
esemplare di quante cose soggiacciono a mutazione- καὶ τὸ μὲνεὶμεν
αγενατον τε καὶ ἀχινάτον... νοατον τε καὶ παραδεῖγμα τὸν γεννωμένων,
όπὸσα ὲν μετὰβολα ἑντε e per fine questa mente, questa Idea,
questo Dio, questo Esemplare non stassi ozioso ma -tien la ragione
di maschio, e di padre- ὥ τό μέν ἓιδος λόγος εχει ἆρρενος τε καί
πὰτρος. Fin qui adunque non sembra aver neppur sospettato Platone,
che l'Idea, il Verbo, od il λὸγος si distingua da Dio Sovrano.
Indi prosegue a dire, che prima della disposizione dei Cieli fatta
λὸγω altro non vi era che -Idea, materia-: ma che ο Φὲος δημιῦργος
-Iddio sommo Artefice-: ordinò la seconda, sottoponendola a certe
determinate leggi. Se adunque il Cielo od il Mondo secondo quel
Filosofo è formato λὸγω, e questo λὸγος è l'idea ίδεα, e l'idea,
la quale esso chiama in appresso, -intelligibile essenza... ed
esemplare, che in sè contiene tutti gli animali intellegibili- τὰν
νοητὰν ουσιὰν… καί τὸ παρὰδειγμα περὶεχον πὰντα τὰ νοατὰξῶα ὲν ὰυτῶ,
e l'Idea, io dico non è punto distinta da Dio; si rende manifesto,
che Platone non fa distinzione alcuna tra il -Logos-, e -Dio-.
Il Dialogo intitolato il Timeo, in cui più diffusamente si espongono i
pensamenti di quel filosofo conferma ciò che abbbiamo veduto finora. E
come non vedere che il -Logos- non è una persona distinta da Dio, ma o
il -raziocinio di lui- λυγισμος θεοῦ[214] -o la Idea, la Nozione,
il pensiero di Dio- ἔξ οὔν λόγου καί διάνοιας θεου ec.[215] è infine
Dio stesso che -avendo pensata- λογισαμένος, e che per tal -pensiero,
o ragione- διὰ τόν λογισμον τὸν δὲ[216] formò l'Universo?
Una maggior somiglianza della dottrina Platonica con la Cristiana
apparisce nella lettera, in cui Platone invita Ermia, Erasto, e Corisco
ad unirsi in amicizia -chiamando in testimone Dio regolatore delle cose
tutte esistenti e future, e Padre Signore del Regolatore e Principio-.
καί τὸν τῶν πὰντον θεὸν ἡγέμονα τῶν τε οντῶνκαί τῶν μελλόνκων τε
ἡγέμονός καί αιτίου πατέρα κυρίον νἓπομνύτας. Egli è però
certo, che quel Filosofo per figlio di Dio, non intende altro che il
Mondo, come ei dichiara nell'Epimonide, dicendo: -E quale Dio mai vado
io celebrando? Il Cielo senza fallo.- τινά δη καί σεμνυνῶν ποτὲ λεγῶ
θεον: σχὲδον ούράνον. Sì il Cielo od il Mondo, come si spiega in
più luoghi del Timeo, lì è Figlio di Dio, del quale parla il filosofo
Ateniese, generato dalla prima ed immutabile cagione[217], figlio
Unigenito, immagine di Dio, e Dio perfettissimo, perchè creduto da lui
di una perfettissima somiglianza non colla sola eterna idea del sommo
Fattore, ma col sommo Fattore medesimo. Di qui lo scherzo di Velleio
Epicureo nel chiamare rotondo il Dio di Platone[218]. È poi ciò tanto
vero, che Platone per prevenire l'obbiezione, che poteva farsegli contro
la pretesa perfettissima somiglianza del Mondo con Dio, essendo questo
sempiterno, e quello formato, soggiunge[219] che siccome il -solo
prototipo Dio esiste da tutta l'eternità: così il Mondo è il solo ad
essere stato, ad essere attualmente, e che sarà per tutto il tempo-.
Τό μέν γὰρ δὴ παρα. δειγμα πάντα ἄιωνα εδίν ον. ὸ δ’ αὺδιὰ τέλους τον
απαντα χρονον γεγωνος (ουρα ος) τε και ῶν, καί ἔσομὲνος ἔδι μόνος.
E poichè tuttavolta dopo la produzione del tempo mancava ancor
qualche cosa al Mondo per essere somigliantissimo al suo esemplare Dio;
questi al parer di Platone vi fece altrettante specie di animali, quante
corrispondessero alle sue idee, essendo egli l'-eterno animale-.
Aggiungete, che niuno degli antichi i più versati nelle opere di quel
creduto Dio de' filosofi vi ha ravvisato giammai che il -Logos- sia
figlio vero di Dio, ed una persona da lui distinta. Non Cicerone, il
quale chiamando la vera legge: -mentem omnia ratione aut cogentis, aut
vetantis Dei-: e dicendola -nata simul cum mente- -divina-, conchiude
che ella è in sostanza -Ratio recta summa Jovis-[220]. Non Plutarco;
poichè sebbene attribuisca il sistema di tre principi a Platone, cioè
Dio, la materia, e l'Idea che egli chiama -essenza incorporea-; ciò
nonostante non la distingue da Dio, ma la pone esistente nei -concetti e
nell'immaginazione del medesimo Dio- ὲν νομάσι καὶ φαντάσιαις τοῦ
θεοῦ[221]. Non Celso finalmente, il quale sebben sovente deridesse
i Cristiani come plagiari di Platone, e mille volte li rampognasse della
loro credenza intorno al Figlio di Dio G. C., confessa chiaramente,
accennando senza dubbio Platone, che gli -antichi chiamavano il Mondo
figlio di Dio, perchè esso è prodotto da Dio-: ὰνδρες παλαιοὶ τὸν δὲ
τόν κόσμον ὡς ἑκ θεοῦ γεγομένον, παιδὰ τὲ αὐτοῦ ἤιθεον προσείπον[222].
Ciò presupposto, vi par egli che la fede Cattolica del Divin Verbo
-sia un Domma già maravigliosamente annunziato da Platone, anzi il
fondamental principio della Teologia di quel filosofo-? Quando
non fosser giustissime le spiegazioni dei luoghi sopraccitati[223], e si
temesse di fare ingiuria ai Padri della Chiesa[224] (scrupolo che se è
potuto cadere nel Ch. Zaccaria, è del tutto fuori del carattere dei Sig.
Gibbon) a non concedere a quel filosofo alcun'ombra d'idea dell'arcano,
di cui ragiono; non basterebbe a smentire la proposizione dello storico,
e mostrare che ei non conosce, o sfigura i nostri dommi veramente
-fondamentali-, e la discordia che osservasi tra gl'interpreti più
celebri della dottrina Platonica, Plotino, Numenio, Proclo, ed altri da
quest'ultimo confutati, e quel che ne dice nella sua -stupenda opera- il
P. Petavio, anzi quel che ne dice il Sig. Gibbon istesso? Il -Logos- di
Platone è per il Sig. Gibbon -una metafisica astrazione animata dalla
sua poetica immaginazione, con cui rappresentosselo sotto il più
accessibil carattere di Figlio di un Eterno Padre Creatore e Governatore
del Mondo-. Ma il -Logos-, di cui S. Giovanni -ha sì chiaramente
definita la precedente esistenza, e le divine perfezioni-, è per Domma
Cattolico vero figlio di Dio, ed è una Persona distinta dall'Eterno suo
Genitore. Dove è dunque -tanto maravigliosamente annunziato da Platone-
questo Domma Cattolico? Ella è poi un'altra quistione di pura critica,
se S. Giovanni togliesse da Platone questo vocabolo λόγος: il
che sebben sia facilissimo l'asserire, tanto è lontano da potersi provar
chiaramente, che anzi le congetture son del tutto contrarie. Basti
riflettere, che Platone era il favorito dei Farisei, e degli Eretici
contemporanei degli Apostoli. Questi adunque per l'uno e per l'altro
motivo dovevan guardarsi dal far uso a bella posta sì delle dottrine,
che delle espressioni Platoniche. Vero è però, che in progresso di tempo
Ammonio, fondatore della scuola Alessandrina, volendo formare un
sincretismo universale filosofico e teologico, pretese che Platone
avesse insegnata la Trinità: ed i Padri della Chiesa se ne persuasero
per la lusinga di far ricevere ai Gentili i nostri misteri coll'autorità
dei medesimi loro filosofi. Così le oscurissime idee di Platone furon
determinate nel senso Cristiano. Ma quanto la Trinità di Platone sia
lontana dalla nostra Cristiana pochi vi sono che nol sappiano,
specialmente dopo la celebre opera del P. Mairan[225].
Vediamo adesso, se prima del Vangelo scritto da S. Giovanni nel regno di
Nerva[226] fosse ancor rivelato, che il -Logos che era con Dio fin dal
principio, che era Dio, che aveva fatto tutte le cose, e per cui tutte
le cose erano state fatte, si era incarnato nella persona di Gesù di
Nazaret, era nato da una Vergine e morto sulla croce-. Avvertite bene:
io non metto in questione se S. Giovanni fosse primo tra gli Scrittori
inspirati dalla nuova alleanza ad usare la voce λὸγος; pretendo
solo contro il Sig. Gibbon, che il soggetto, o la persona, a cui
l'applicò S. Giovanni fosse già nota per divina rivelazione, pretendo in
somma, che la dottrina, che assegna a Dio un figlio da Lui distinto,
eterno, ed a Lui eguale fosse rivelata bastantemente molto prima
dell'ultimo Evangelista. Ciò poi dovrà intendersi dimostrato quando si
provi, che in quel medesimo Gesù di Nazaret la rivelazione divina aveva
fatto conoscere riuniti quegli stessi caratteri ed attributi, che si
ravvisano nel -Logos- di S. Giovanni.
Io non istarò ad insistere con il dotto Lamy[227] sulle testimonianze di
Filone[228] per mostrar che gli antichi Giudei avevano la stessa nozione
del -Verbo Divino- ιοῦ λόγου θεἰου, la qual ce ne danno gli
scritti dei Cristiani, nè sulle parafrasi Caldaiche del V. T. le quali
in cento luoghi insinuano, che il -Membra- corrispondente al λόγος
dei Giudei Ellenisti è distinto da Dio Padre, è Dio, e mediatore
tra Dio e gli uomini. Osserverò bensì col Ch. vostro Pocok nelle sue
note ad -Portam Mosis-, che tutti gli antichi Ebrei interpretarono il
secondo Salmo Davidico del Messia (e conseguentemente di G. C.) tenuto
sempre per vero figlio di Dio[229] finchè non si videro costretti ad
interpretarlo altrimenti, -ut respondeatur Minacis seu haereticis-, cioè
a noi Cristiani, secondo l'espressione di R. Jarchi. Mi unisco ancora
col soprallodato Lamy a maravigliarmi come chi ha dato un'occhiata al
Vangelo possa esser d'avviso, contro la testimonianza di S.
Epifanio[230], che fosse ignota ai buoni antichi Israeliti la Trinità:
mentre l'Angelo Gabriele nell'annunziazion della Vergine abitante in
Nazaret[231], le ne ragiona come di cosa notissima. E notate che
l'ossequio di lei alla fede era quale l'esige S. Paolo da tutti i
Cristiani, non cieco, ma ragionevole. La difficoltà da lei opposta sulla
propria fecondità ne sia la riprova. Eppur ella non chiese chi fosse lo
Spirito S. fecondatore, non chi il figlio dell'Altissimo Salvatore, e Re
Sempiterno, mistero per lo meno tanto sublime ed astruso, quanto la
fecondità di una Vergine. Ma checchesia della credenza Giudaica prima
della venuta di Gesù Cristo, certo è che S. Luca riferì molto prima[232]
del Vangelo di S. Giovanni questa celeste ambasceria, ed inserì ancora
nella sua narrazione il Cantico di Maria, il colloquio di lei con
Elisabetta, e l'altro Cantico di Zaccaria. Ora nel primo la Vergine
esulta alla vista del suo -Salvatore vicino-[233] σοτηρί μου,
Elisabetta si umilia profondamente alla -madre del suo Signore-[234], e
Zaccaria chiama il suo neonato -Profeta dell'Altissimo e Precursor del
Signore[235] disceso dall'alto de' Cieli ad illuminare l'uman genere
sedente nelle tenebre e nell'ombra di morte. Lume illustratore delle
nazioni e Salvatore- fu detto Gesù ancora dal buon Simeone[236], quando
colle tremule braccia se lo strinse al seno, allorchè Maria presentollo
al Tempio: come forse prima ancor di S. Luca, e certamente non molto
dopo narrò S. Matteo[237]. E che diremo poi di quella voce celeste, che
in occasione del battesimo di G. Cristo pubblicamente lo autenticò per
figlio di Dio: -Hic est filius meus dilectus in quo mihi bene
complacui-[238]? Mi si opporrà forse coi Sociniani, che si parla in quel
luogo di una figliuolanza di adozione? Ma quelle parole, specialmente
coll'enfasi del testo Greco ὸ υἰόςμου, ὁ ἀγάπητος -ille est
filius meus, ille dilectus-[239], non indicano la preesistenza della
persona, a cui son dirette, ed alludendo chiaramente al Cap. VIII. dei
Proverbi, ove parla la Sapienza medesima, o il λὸγος divino non
coincidono con l'espression del Salmista[240] -Dominus dixit ad me:
filius meus es tu, ego hodie genui te?- Espressioni applicate a G.
Cristo negli atti Apostolici[241], e da S. Paolo nella sua sublime
Epistola agli Ebrei[242]. Seguiamo pertanto la sicura traccia di quel
gran Dottor delle genti. Egli è fuor di dubbio, che l'intenzion
dell'Apostolo nel domandare: -Cui enim dixit aliquando Angelorum, filius
meus es tu, ego hodie genui te?- Ella è di confermare, che Cristo è
figlio di Dio in un modo distinto e del tutto singolare. Ma gli Angeli
ancora son detti nelle Sacre Scritture figli di Dio[243], perchè son
tali per adozione. Dunque se Cristo è quell'unico figlio, che dicesi
generato da Dio Padre, e generato -hodie-, avverbio attissimo ed usato
nel sacro linguaggio[244] ad esprimere l'eternità; egli debbe essere
necessariamente figlio non adottivo, ma per natura[245]. Ed invero nel
capo ottavo della lettera ai Romani, dove il medesimo Apostolo parla
diffusamente della figliuolanza di adozione di tutti i credenti, quando
rammenta Gesù Cristo, che ce l'ha meritata sottoponendosi alla morte di
Croce, lo chiama in opposizione -Figlio proprio- dell'eterno Genitore.
ὀς γε τοῦ ἰδίου υὕου ούκ ὲφείσατο[246]. -Qui etiam proprio
Filio- (suo) -non pepercit-: espressione esattamente corrispondente a
quella di S. Giovanni, là dove ei dice, che i Giudei cercavano di
uccidere Gesù Cristo non tanto come violatore del Sabato, quanto
perchè[247] diceva Iddio πατέρα ἰδίον -Padre proprio-, agguagliandosi
in tal maniera a Dio stesso: dritto però che secondo il medesimo
Apostolo giustamente arrogavasi[248]: -Qui cum in forma Dei
esset non rapinam arbitratus est se aequalem Deo.- E come non dovea
credersi proprio, e natural figlio di Dio quello, che vien chiamato
dall'istesso San Paolo assolutamente tale le tante volte[249],
Immutabile e Sempiterno[250]? Quello di cui dice: -portans omnia verbo
virtutis suae[251], omnia per ipsum et in ipso- -creata sunt-[252], -per
quem fecit et saecula[253]?- Quello che viene intimato agli Angeli di
adorare[254], ed è chiamato -super omnia Deus benedictus in saecula, e
Dio-[255] -sedente sopra un eterno trono-[256]? Ecco adunque manifestato
per una divina rivelazione anteriore di non poco a quella fatta per
mezzo di San Giovanni in Gesù di Nazaret un figlio di Dio, Luce vera, un
figlio proprio e naturale, Dio ancor esso eguale al Padre, che ha fatto
tutte le cose, e per cui tutte le cose sono state fatte, incarnatosi, e
nato da una Vergine, e morto sulla Croce. Ma questi sono i caratteri del
λόγος di S. Giovanni. Ecco adunque atterrata la proposizione
del Critico: ed altro non si può per conseguenza conchiudere se non che
l'ultimo Evangelista introdusse una nuova parola, ma esprimente l'idea
comune, e ischiarò la materia, spiegando la generazione divina di G.
Cristo contro l'oscura e scarsa setta degli Ebioniti, confusi a torto da
Gibbon[257] coi Nazareni, con quella esattezza, con cui gli altri tre
Evangelisti ne avevano narrata la generazione carnale.
Ci resta ora ad esaminare, se il sig. Gibbon nel seguire il progresso
della controversia Arriana abbia tirato il velo del Santuario con quel
rispetto che vanta. Già voi sareste in grado di giudicarne sì dalla
taccia di Sabellianismo, e da quella di fanatismo data ad un Santo, -il
cui zelo era temperato dalla discrezione- (son parole dell'Autore), e
che fu tanto alieno dal tumulto, che dovette perfino difendersi dalla
calunnia di codardia che gli procurò la sua fuga[258], come pure dalla
caduta di Liberio asserita con tanta franchezza. Ma poichè trattasi del
principal Capo di nostra fede, come osservarono ancora i Vescovi adunati
in Ancira[259], mi convien darvi una più chiara riprova del rispetto del
nostro Storico pel Santuario.
Egli pertanto vuol proibito l'uso dell'-Homoousion- dal sinodo
Antiocheno, e considera quel -termine misterioso, che ognuno era libero
d'interpretare secondo le proprie opinioni-, come un temperamento
politico della -maggior parte- dei Vescovi presenti al Concilio Niceno,
-alcuni dei quali inclinavano ad una Trinità nominale-, ed altri che
erano i -Santi allor più alla moda, il dotto Gregorio Nazianzeno, e
l'intrepido Atanasio favorivano il Triteismo.- Quindi a scorno dei
-Consustanzialisti, che pel loro buon successo avevan meritato il nome
di Cattolici- reca in trionfo un passo di S. Ilario -trascritto da Locke
nel modello del suo nuovo repertorio-, in cui si duole che -tanti sinodi
rigettassero, ammettessero, ed interpretassero quel celebre termine-: e
sembra che si compiaccia nel rammentar -le furiose dispute-, che quegli
ebbero -con gli Homoiousii- i quali tanto -accostavansi-, al parer suo,
-alle porte della Chiesa-, che narrando le crudeltà di Macedonio -in
difesa- (com'ei dice) -dell-'ομοιουσιον, -non può ritenersi-
dal -rammentare che la differenza tra Homoiousion, e Homoousion è quasi
invisibile all'occhio teologico più delicato-: conchiudendo in fine che
-tutti erano egualmente agitati dallo spirito intollerante, che avevano
tratto dalle pure e semplici massime dell'Evangelio-.
È verissimo che il Bull come ancora i nostri teologi si son creduti in
dovere di conciliare fra loro i due sinodi Antiocheno e Niceno,
osservando che i Santi Atanasio, Basilio ed Illario rammentano la
proibizione della voce Ομόουσιον fatta dal primo; ma egli è
vero egualmente, che niuno di essi attesta di averla letta nell'Epistola
Sinodica: ond'è che essi ne parlarono solo in supposizione, che ella vi
fosse, come andavano divulgando i Semi-Arriani, ma falsamente ed a solo
oggetto di mostrar che gli -Homoousiasti- o -Consustanzialisti-, come
per dispregio essi chiamavano gli Ortodossi[260], avevan cambiato
dottrina. Imperciocchè se otto, o nove anni prima di quel sinodo i
Pentapolitani avevano accusato Dionigi Alessandrino lor Vescovo al
Romano Pontefice del medesimo nome come impugnatore dell'Eternità, e
-Consustanzialità- del Figlio col divin Padre, e tal dottrina aveva
irritato quel Pontefice, ed il Concilio da esso a bella posta adunato in
Roma: se l'accusato avevala rigettata siccome erronea prima in una
lettera, e quindi più ampiamente in quattro Libri, rendendo palese la
calunnia dei suoi malevoli; mi sembra chiaro, che la credenza della
-Consustanzialità- del Figlio col Padre era fin d'allora comune, come
potè sovente S. Atanasio rinfacciare agli Arriani. Or come è mai
verisimile, che il sinodo Antiocheno -Ortodosso- volesse dar sospetto di
opporsi in qualche maniera ed alla credenza comune, ed al Romano
Pontefice, ed a tutto il suo sinodo condannando la voce Ομοόυσιον?
Osservate inoltre che non cominciossi a rammentar tal decreto prima
del Concilio Aneirano del 358, vale a dire intorno a novant'anni dopo.
Vi par egli che i refrattarj al Concilio Niceno maestri d'inganni,
intrighi e sofismi avesser taciuto per sì lungo tempo un Decreto,
che gli avrebbe tanto, almeno apparentemente favoriti? L'avrebbe mai
od ignorato o taciuto uno dei principali sostegni del partito Ariano,
Eusebio di Cesarea, secondo Gibbon, -il più dotto dei Prelati
Cristiani-? Anzi egli medesimo nel Lib. VII della sua storia
inserì una gran parte della lettera dei PP. Antiocheni, eppure ivi non
ne fa cenno: ed in una, che esso ne scrisse poco dopo al Concilio
Niceno[261], limpidamente confessa che i Padri antichi si eran serviti
di quella voce. Che se realmente si fosse fatta in quel sinodo tal
condanna, come mai pochi anni dopo S. Pamfilo nell'Apologia per Origene
avrebbe inserito un intero Capitolo per dimostrare la -Consustanzialità-
del Verbo? Ne volete di più? Nella professione di fede opposta dal
sinodo Antiocheno medesimo agli errori di Paolo di Samosata più volte si
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