I. Gli Ambasciatori degli Alemanni erano stati offesi dalla dura ed altiera condotta di Ursacio, Maestro degli Uffizi[88], che per un atto d'inopportuna parsimonia avea diminuito il valore e la quantità dei presenti, ai quali essi avevan diritto, o per uso o per trattato, nell'innalzamento al trono dei nuovi Imperatori. Espressero e comunicarono essi a' loro nazionali un forte sentimento dell'affronto che facevasi alla nazione. Gli animi dei loro Capi, facilmente irritabili, furono inaspriti dal sospetto di esser disprezzati; e la marzial gioventù corse in folla a' loro stendardi. Avanti che Valentiniano fosse in istato di passare le alpi, i villaggi della Gallia erano in fiamme; e prima che il suo general Dagalaifo potesse andare incontro agli Alemanni, questi avevano già posto in sicuro gli schiavi e le spoglie nelle foreste della Germania. Al principio dell'anno seguente la militar forza di tutta la nazione ruppe in profonde e sode colonne il riparo del Reno nel mezzo al rigore d'un inverno settentrionale. Furon disfatti e feriti mortalmente due Conti Romani; e le bandiere degli Eruli e dei Batavi caddero nelle mani dei vincitori, che spiegarono con insultanti clamori e minacce il trofeo della loro vittoria. Le bandiere furono ricuperate: ma i Batavi non si eran purgati dalla macchia del disonore e della fuga loro agli occhi del severo lor giudice. Valentiniano era d'opinione, che i suoi soldati dovessero apprendere a temere il lor comandante, prima che potessero cessare di temere il nemico. Furono solennemente adunate le truppe, ed i tremanti Batavi circondati dall'esercito Imperiale. Valentiniano allora, salito sul Tribunale, quasi che sdegnasse di punir la codardia con la morte, impresse una nota d'indelebile ignominia negli uffiziali, la cattiva condotta e pusillanimità de' quali si trovò essere stata la prima occasione della disfatta. I Batavi furon deposti dal loro grado, spogliati delle armi, e condannati ad esser venduti per ischiavi al maggiore offerente. A questa tremenda sentenza le truppe caddero prostrate a terra; supplicarono che si calmasse lo sdegno del loro Sovrano; e si protestarono, che se gli avesse accordato loro di fare un'altra prova, si sarebbero dimostrati non indegni del nome di Romani e di suoi soldati. Valentiniano, che affettava ripugnanza, finalmente cedè alle loro istanze: i Batavi ripresero le armi, e con esse l'invincibil risoluzione di lavare il lor disonore nel sangue degli Alemanni[89]. Dagalaifo aveva scansato il principal comando, e quest'esperto Generale da cui erano rappresentate forse con troppa prudenza l'estreme difficoltà dell'impresa, ebbe la mortificazione di vedere avanti il termine della campagna, che il suo rivale Giovino cangiò quegli ostacoli in decisivi vantaggi sopra le forze disperse dei Barbari. Alla testa d'un ben disciplinato esercito di cavalleria, di infanteria e di truppe leggiere, Giovino s'avanzò con cauti e rapidi passi fino a Scarponna[90], nel territorio di Metz, dove sorprese una grossa divisione di Alemanni, prima che avessero tempo di prender le armi; ed animò i suoi soldati con la fiducia di una facile e non sanguinosa vittoria. Un'altra divisione o piuttosto armata nemica, dopo una crudele e licenziosa devastazione dell'adiacente paese, si riposava sulle ombrose rive della Mosella. Giovino, che aveva osservato il terreno coll'occhio di Generale, tacitamente si approssimò per mezzo d'una profonda e selvosa valle, fino a poter distintamente conoscere l'indolente sicurezza dei Germani. Alcuni stavan bagnando le robuste lor membra nel fiume: altri pettinavano i lunghi e biondi loro capelli; ed altri bevevano gran quantità di prezioso e delicato vino. Ad un tratto essi udirono il suono della tromba Romana; e videro nel loro campo il nemico. Lo stupore produsse il disordine; a questo successe la fuga e l'abbattimento; e la confusa moltitudine dei più bravi guerrieri fu trafitta dalle spade e dai giavelotti dei legionari e degli ausiliari. I fuggitivi corsero al terzo e più considerabile corpo, che si trovava nelle pianure Catalaunie vicino a Scialons nella Sciampagna; furono in fretta richiamati i distaccamenti sparsi ai loro stendardi, ed i Capi dei Barbari, ammoniti ed irritati dal fato dei loro compagni, si prepararono ad incontrare in una decisiva battaglia le vittoriose forze del Luogotenente di Valentiniano. Il sanguinoso ed ostinato combattimento durò tutta una giornata di state con egual valore e con dubbio successo. Ma prevalsero finalmente i Romani con la perdita di mille dugento soldati. Vi restarono morti seimila degli Alemanni, e quattromila feriti; ed il valente Giovino, dopo avere inseguito i fuggitivi residui del loro esercito fino alle sponde del Reno, tornò a Parigi a ricever l'applauso del suo Sovrano e le insegne del Consolato pel seguente anno[91]. Il trionfo dei Romani fu macchiato in vero dal trattamento che fecero al Re prigioniero, il quale fu da essi appiccato ad un patibolo, senza che lo sapesse lo sdegnato loro Generale. Questo vergognoso atto di crudeltà, che potrebbe imputarsi al furor delle truppe, fu seguito dalla deliberata uccisione di Witicab figlio di Vadomairo, Principe Germano, di costituzione di corpo debole ed infermiccia, ma d'ardimentoso e formidabile spirito. Il domestico assassino di lui fu instigato e protetto da' Romani[92]; e la violazione delle leggi d'umanità e di giustizia dimostra la segreta loro apprensione della debolezza del cadente Impero. Rade volte nei pubblici consigli si adotta l'uso del pugnal traditore, sin tanto che si conserva qualche fiducia nella forza aperta del brando. [A. 368] Mentre gli Alemanni sembravano umiliati dalle recenti loro calamità, restò mortificato l'orgoglio di Valentiniano dall'inaspettata sorpresa di Mogunziaco o Magonza, città principale dell'alta Germania. Nel tempo meno sospetto d'una solennità Cristiana, Rando ardito ed abile Capitano, che aveva lungamente premeditato l'attacco, passò improvvisamente il Reno; entrò nella non difesa città, e ritirossi con una gran quantità di schiavi d'ambedue i sessi. Valentiniano risolvè di prendere una severa vendetta sopra tutto il corpo della nazione. Fu ordinato al Conte Sebastiano d'invadere il loro paese con le truppe dell'Italia e dell'Illirico probabilmente dalla parte della Rezia. L'Imperatore in persona, accompagnato da Graziano suo figlio, passò il Reno alla testa d'un formidabile esercito, che era sostenuto d'ambe le parti da Gioviano e da Severo, Generali della cavalleria e dell'infanteria dell'Occidente. Gli Alemanni, essendo incapaci di impedire la devastazione dei loro villaggi, piantarono il campo sopra un'alta e quasi inaccessibil montagna nel moderno ducato di Virtemberga, e con fermezza aspettarono l'avvicinarsi dei Romani. Valentiniano espose la propria vita ad un imminente pericolo per l'intrepida curiosità, con cui volle persistere ad esplorare un passo segreto e non guardato. Una truppa di Barbari uscì ad un tratto da un'imboscata; e l'Imperatore, che spronò fortemente il cavallo verso una ripida e sdrucciolevole scesa, dovè lasciarsi dietro il proprio scudiere, e l'elmetto magnificamente ornato d'oro e di pietre preziose. Al segno di un assalto generale, le truppe Romane circondarono e salirono da tre diverse parti la montagna di Solicinio. Ogni passo che facevano, accresceva loro l'ardore, ed abbatteva la resistenza del nemico; e poscia che le riunite lor forze ebbero occupata la sommità del monte, impetuosamente spinsero i Barbari verso il declive settentrionale, dove era situato il Conte Sebastiano per impedir loro la ritirata. Dopo tal segnalata vittoria Valentiniano tornò ai suoi quartieri d'inverno a Treveri; dove promosse la pubblica gioia colla rappresentazione di trionfali e splendidi giuochi[93]. Ma il saggio Monarca, invece d'aspirare alla conquista della Germania, limitò la sua attenzione all'importante e laboriosa difesa della frontiera Gallica contro un nemico, la forza di cui era rinnovata da uno sciame di coraggiosi volontari, che di continuo venivano dalle più lontane tribù del Settentrione[94]. Sulle rive del Reno, dalla sua sorgente fino allo stretto dell'Oceano, s'eressero frequenti e considerabili fortezze ed opportune torri; l'ingegno d'un Principe, abile nelle arti meccaniche, inventò nuove operazioni e novelle armi; e le sue numerose reclute di gioventù, sì Romana che Barbara, venivano esercitate rigorosamente in tutti gli esercizi di guerra. Il progresso dell'opera, alla quale si opposero ora le modeste rappresentanze, ed ora gli attacchi dei nemici, assicurò la tranquillità della Gallia pei nove seguenti anni dell'amministrazione di Valentiniano[95]. [A. D. 371] Questo prudente Imperatore, che diligentemente praticava le savie massime di Diocleziano, procurava di fomentare e d'eccitar le interne divisioni delle tribù della Germania. Verso la metà del quarto secolo il paese (probabilmente della Lusazia e della Turingia) da ambe le parti dell'Elba era occupato dall'incostante dominio dei Borgognoni, guerriero e numeroso popolo della razza dei Vandali[96], l'oscuro nome del quale appoco appoco s'estese ad un potente regno, e finalmente è restato ad una florida Provincia. Sembra, che la circostanza più considerabile negli antichi costumi dei Borgognoni fosse la diversità della civile ed ecclesiastica loro costituzione. Si dava il nome di -Hendino- al Re o Generale, e quello di -Sinisto- al sommo Sacerdote della nazione. La persona di quest'ultimo era sacra, e perpetua la sua dignità; ma il governo temporale tenevasi con un titolo molto precario. Se i successi della guerra intaccavano il coraggio o la condotta del Re, egli veniva immediatamente deposto; e l'ingiustizia dei propri sudditi lo faceva responsabile della fertilità della terra e della regolarità delle stagioni, che pareva dovere più propriamente spettare al dipartimento Sacerdotale[97]. Il dibattuto possesso di alcune saline[98] impegnava gli Alemanni ed i Borgognoni a frequenti contese; questi secondi facilmente furon tentati dalle sollecitazioni segrete e dalle generose offerte dell'Imperatore; e con vicendevol credulità s'ammise la favolosa lor discendenza dai soldati Romani, che erano stati anticamente lasciati di guarnigione nelle fortezze di Druso, come quella ch'era coerente al mutuo loro interesse[99]. Tosto comparve un'armata di ottantamila Borgognoni sulle rive del Reno; e con impazienza chiedevan l'aiuto ed i sussidi che Valentiniano avea loro promesso; ma lusingati furono a forza di scuse o dilazioni, finchè dopo avere inutilmente aspettato, furon costretti al fine di ritirarsi. Le armi e le fortificazioni della frontiera Gallica frenarono il furore del lor giusto sdegno; e la strage, che fecero dei prigionieri, servì ad inasprire l'odio ereditario dei Borgognoni e degli Alemanni. Si può spiegar forse l'incostanza del savio Principe, per qualche alterazione delle circostanze; e può anche darsi che il primo disegno di Valentiniano fosse quello di spaventare piuttosto che di distruggere; giacchè si sarebbe tolto ugualmente l'equilibrio del potere coll'estirpazione sì dell'una che dell'altra nazione Germanica. Fra i Principi Alemanni, Macriano, che col nome Romano apprese avea le arti di soldato e di politico, meritò l'odio e la stima di Valentiniano. L'Imperatore s'indusse a passare in persona con una leggiera e spedita truppa il Reno, si avanzò per cinquanta miglia nell'interno del paese, ed avrebbe infallibilmente ottenuto l'oggetto delle sue ricerche, se le giudiziose misure di lui non si fossero sconcertate dall'impazienza delle sue truppe. Macriano in seguito fu ammesso all'onore di una personale conferenza coll'Imperatore: ed i favori che ne ricevè, lo assodarono fino alla morte nella sincera e costante amicizia della Repubblica[100]. Era il paese coperto dalle fortificazioni di Valentiniano; ma le coste marittime della Gallia e della Britannia rimanevano esposte alle depredazioni dei Sassoni. Questo celebre nome, pel quale noi abbiamo un dolce e domestico interesse, sfuggì di vista a Tacito; e nelle carte di Tolomeo appena s'indica l'angusto collo della penisola Cimbrica, e le tre piccole isole verso la bocca dell'Elba[101]. Questo piccolo territorio, corrispondente al moderno Ducato di Slevvig o forse d'Holstein, non era capace di produrre quegli immensi sciami di Sassoni, che dominarono sull'Oceano, che empirono le isole Britanniche del proprio linguaggio, delle loro leggi e colonie, e che per tanto tempo difesero la libertà del Settentrione dalle armi di Carlo Magno[102]. Facilmente trarremo la soluzione di questa difficoltà dalla somiglianza dei costumi e dalla libera costituzione delle tribù della Germania, che si univano l'una coll'altra nelle più minute occorrenze di amicizia o di guerra. La situazione dei primitivi Sassoni li disponeva ad abbracciar le pericolose professioni di soldati o di pirati; ed il buon successo delle loro avventure doveva eccitare naturalmente la emulazione dei loro più bravi paesani, che erano disgustati della trista solitudine delle loro boscaglie e montagne. In ogni stagione scorrevano giù per l'Elba intere flotte di barche, piene di valorose ed intrepide compagnie, che aspiravano a vedere l'immenso aspetto dell'Oceano, ed a gustare la ricchezza ed il lusso di incogniti Mondi. Sembrerebbe però verosimile, che i più copiosi ausiliari dei Sassoni fossero somministrati dalle nazioni, che abitavan lungo i lidi del Baltico. Avevano esse armi e navi, l'arte della navigazione e l'abitudine della guerra marittima; ma la difficoltà di passar le colonne d'Ercole settentrionali[103], le quali per più mesi dell'anno eran chiuse dal ghiaccio, limitava la loro perizia e il loro coraggio dentro i confini d'uno spazioso lago. La fama dei fortunati successi di quelli, che navigavano dalla bocca dell'Elba, dovea ben presto incitarli ad attraversare lo stretto istmo di Slesvvig, ed a lanciare le loro navi nell'ampio mare. Le varie truppe di pirati e di avventurieri che combattevano sotto l'istesso stendardo, appoco appoco s'unirono in una società permanente, di ruberie a principio, e di governo in appresso. D'una confederazion militare a grado a grado formossi un corpo di nazione, mediante le dolci operazioni del matrimonio e della consanguineità; e le circonvicine tribù, che ne sollecitavano l'alleanza, presero il nome e le leggi dei Sassoni. Se il fatto non fosse renduto certo dalle più indubitabili prove, parrebbe che noi ci abusassimo della credulità dei nostri lettori, descrivendo i vascelli, nei quali i Sassoni pirati arrischiaronsi a scherzare coi flutti dell'Oceano Germanico, del canale Britannico, e della baia di Biscaglia. La chiglia delle lor larghe e piatte barche era formata di leggiero legname; ma i lati e le opere morte non eran che di vimini con una coperta di forti pelli[104]. Nel corso delle tarde loro e distanti navigazioni dovettero sempre trovarsi esposti a' pericoli, e molto spesso alla disgrazia del naufragio, e gli annali marittimi dei Sassoni furon senza dubbio ripieni di ragguagli delle perdite che essi fecero sulle coste della Britannia e della Gallia. Ma l'audace spirito dei pirati affrontò i pericoli tanto del mare che del lido; la lor perizia fu confermata dall'abitudine delle imprese; l'infimo dei loro marinari era ugualmente capace di maneggiare un remo e d'alzare una vela, che di regolare un vascello; ed i Sassoni si rallegravano all'aspetto d'una tempesta, che occultava i loro disegni, e dispergeva le flotte nemiche[105]. Dopo d'aver acquistato un'esatta cognizione delle Province marittime d'Occidente, estesero più oltre le loro depredazioni, ed i luoghi più remoti avean ragion di temere per la lor sicurezza. I navigli Sassoni pescavan sì poco, che potevan facilmente rimontar quaranta o cento miglia su pei gran fiumi; tanto piccolo era il loro peso, che trasportavansi sopra dei carri da un fiume all'altro; ed i pirati, che erano entrati nell'imboccatura della Senna o del Reno, potevan discendere pel rapido corso del Rodano giù nel Mediterraneo. Le Province marittime della Gallia furon molestate dai Sassoni sotto il regno di Valentiniano; fu posto un Conte militare a difesa della costa o del confine Armorico; e quest'uffiziale che non trovò la sua forza o abilità sufficiente all'impresa, implorò l'aiuto di Severo, Generale dell'infanteria. I Sassoni, circondati ed oppressi dal numero, furon costretti ad abbandonare le loro spoglie, ed a cedere una scelta truppa dell'alta loro e robusta gioventù per militare negli eserciti Imperiali. Essi non stipularono che una sicura ed onorevole ritirata; e facilmente accordossi tal condizione dal Generale Romano, che meditava un atto di perfidia[106] non meno inumano che imprudente, finchè restava in vita ed in armi un solo Sassone, che vendicar potesse la sorte dei suoi nazionali. Il prematuro ardore de' fanti, che erano stati posti segretamente in una profonda valle, manifestò l'imboscata: e sarebbero forse restati vittime del lor tradimento, se un grosso corpo di corazze, eccitato dallo strepito della pugna, non si fosse velocemente avanzato a trar d'angustia i compagni, e ad opprimere l'indomito valore dei Sassoni. Si salvarono alcuni prigionieri dal furor della spada per spargere il sangue nell'anfiteatro; e l'oratore Simmaco si duole, che ventinove di quei disperati selvaggi, strangolandosi con le proprie mani, avessero impedito il divertimento del Pubblico. Ciò nondimeno i filosofi ed i culti cittadini di Roma concepirono un profondo orrore, quando furono informati che i Sassoni consacravano agli Dei la decima delle loro prede -umane-, e che determinavano a sorte gli oggetti del barbaro sacrifizio[107]. II. Le favolose colonie degli Egizj e dei Troiani, degli Scandinavi e degli Spagnuoli, che lusingavano l'ambizione, e divertivano la credulità dei nostri rozzi antenati, sono insensibilmente svanite alla luce della scienza e della filosofia[108]. Il presente secolo è persuaso della semplice e ragionevole opinione, che le isole della Gran Brettagna e dell'Irlanda fossero appoco appoco popolate dal vicino continente della Gallia. Si è conservata la distinta memoria d'un'origine Celtica dalla costa di Kent fino all'estremità di Catness e d'Ulster nella costante somiglianza della lingua, della religione e dei costumi; ed i caratteri particolari delle tribù Britanniche possono attribuirsi naturalmente all'influenza di circostanze accidentali e locali[109]. La provincia Romana era ridotta allo stato di civile e pacifica servitù; i diritti della selvaggia libertà s'eran ristretti agli angusti confini della Caledonia. Gli abitanti di quella Settentrionale regione fino dal regno di Costantino eran divisi nelle due grandi tribù degli Scoti e dei Pitti[110], che dopo hanno avuto una sorte molto diversa. È restata estinta la potenza e quasi anche la memoria dei Pitti dai fortunati loro rivali; e gli Scoti, dopo d'aver conservato per più secoli la dignità d'un regno indipendente, hanno, mercè di un'uguale e volontaria unione, accresciuto l'onore del nome Inglese. La mano della natura aveva contribuito a fissare l'antica distinzione degli Scoti e dei Pitti. I primi abitavan nei monti, ed i secondi nel piano. La costa orientale della Caledonia può risguardarsi come un uguale e fertile paese, che anche in un rozzo stato d'agricoltura poteva produrre una quantità considerabile di grano; e l'epiteto di -cruitnich-, o mangiatori di frumento, esprimeva il disprezzo o l'invidia dei carnivori montanini. Può la cultura della terra introdurre una separazione più esatta di beni, e l'abitudine di una vita sedentaria; ma la passion dominante dei Pitti era sempre l'amore delle armi e della rapina; ed i loro guerrieri, che nel tempo della battaglia solevan nudarsi, eran distinti agli occhi dei Romani per uno strano costume che avevano, di colorire i lor corpi con vivi colori e con capricciose figure. La parte occidentale della Caledonia s'innalza irregolarmente in selvagge e nude montagne, che scarsamente compensano il travaglio dell'agricoltore, e sono con maggiore vantaggio impiegate nella pastura dei greggi. I montanari si diedero dunque alle occupazioni di pastori e di cacciatori; e siccome rade volte si fissavano in alcuna stabile abitazione, acquistarono l'espressivo nome di Scoti, che nella lingua Celtica dicesi equivalere a quello di ambulatori vagabondi. Gli abitanti di uno steril terreno furon costretti a cercare un altro sussidio di cibo nell'acqua. I profondi laghi, e le baie, che intersecano il loro paese, sono abbondantemente provvedute di pesce; ed appoco appoco s'arrischiarono a gettar le reti nell'Oceano. La vicinanza dell'Ebridi, sparse in tanta copia lungo la costa occidentale della Scozia, tentò la curiosità e migliorò la perizia loro; ed a grado a grado appresero l'arte o piuttosto l'abitudine di maneggiare le loro barche in un mar tempestoso, e di regolare il notturno loro corso col lume delle stelle ben note. I due acuti promontori della Caledonia quasi toccano i lidi di una spaziosa isola, a cui per la sua lussureggiante vegetazione fu dato il nome di -verde-, ed ha conservato con una piccola differenza lo denominazione d'-Erin- o -Jerne-, o -Irlanda-. Egli è -probabile-, che in qualche distante periodo d'antichità le fertili pianure d'Ulster ricevessero una colonia di affamati Scoti, e che gli stranieri del Norte, che avevano ardito d'affrontare le armi delle legioni, dilatassero le loro conquiste sopra i selvaggi e non guerrieri abitanti d'un'isola solitaria. Egli è certo, che nella decadenza del Romano Impero, la Caledonia, l'Irlanda e l'isola di Man erano abitate dagli Scoti, e che quelle congiunte Tribù, spesso associate fra loro nelle imprese militari, erano altamente impegnate nei vari accidenti della respettiva loro fortuna. Essi tennero lungamente cara la viva tradizione del comune lor nome ed origine; ed i Missionari dell'isola de' Santi, che sparser la luce del Cristianesimo nella Britannia Settentrionale, stabilirono la vana opinione, che gli Irlandesi lor nazionali fossero i padri naturali non meno che spirituali della stirpe Scozzese. Ci è stata conservata questa incerta ed oscura tradizione dal venerabile Beda, che sparse qualche raggio di luce fra le tenebre dell'ottavo secolo. Su questo debole fondamento a grado a grado s'eresse una grossa fabbrica di favole dai Bardi e dai Monaci; due specie di persone, che ugualmente abusarono del privilegio di fingere. La nazione Scozzese, con orgoglio male inteso, adottò la sua Irlandese genealogia; e si sono adornati gli annali di una lunga serie di Re immaginari dalla fantasia di Boezio, e dalla classica eleganza di Bucanano[111]. [A. D. 343-366] Sei anni dopo la morte di Costantino, le rovinose irruzioni degli Scoti e dei Pitti richiesero la presenza del suo figlio minore, che regnava nell'Impero occidentale. Costante visitò i suoi stati Britannici; ma possiam formare qualche giudizio dell'importanza delle sue operazioni dal linguaggio del panegirico, che celebra soltanto il suo trionfo sugli elementi, o in altri termini la buona fortuna d'un salvo e felice passaggio dal porto di Bologna a quello di Sandwich[112]. Le calamità, che i miseri Provinciali continuavano a soffrire per la guerra di fuori, e per la domestica tirannia, furono aggravate dalla debole e corrotta amministrazione degli eunuchi di Costanzo; ed il passeggiero sollievo, che aver poterono dalle virtù di Giuliano, tosto svanì per l'assenza e la morte del loro benefattore. Le somme d'argento e d'oro, che erano state a gran fatica raccolte o generosamente trasmesse pel pagamento delle truppe, furono intercettate dall'avarizia de' Comandanti; pubblicamente vendevansi le dimissioni, o almen l'esenzioni dal servizio militare; la miseria dei soldati, che erano ingiustamente spogliati della legittima e scarsa lor sussistenza, gl'induceva a spesse diserzioni; erano rilassati i nervi della disciplina; e le pubbliche strade infestate dai ladroni[113]. L'oppressione dei buoni e l'impunità dei malvagi contribuivano ugualmente a sparger nell'isola uno spirito di malcontentezza e di ribellione; ed ogni suddito ambizioso, ogni esule disperato poteva concepire una ragionevole speranza di sovvertire il debole e distratto governo della Britannia. Le nemiche tribù Settentrionali, che destavan l'orgoglio e il potere del Re del Mondo, sospesero i domestici loro odj; ed i Barbari della terra e del mare, gli Scoti cioè i Pitti ed i Sassoni, si diffuser con rapido ed irresistibil furore dalla muraglia d'Antonino fino ai lidi di Kent. Nella ricca e fertil provincia della Britannia erasi accumulata ogni produzione della natura e dell'arte, ogni oggetto di comodità o di lusso, che quelli erano incapaci di formar col lavoro, o di procurarsi per via del commercio[114]. Un filosofo può deplorare in vero l'eterna discordia del genere umano; ma dovrà confessare, che la brama della preda è un eccitamento più ragionevole che la vanità della conquista. Dal tempo di Costantino fino a quello dei Plantageneti, questo rapace spirito continuò a dominare i poveri e robusti Caledoni; ma quell'istesso popolo, la generosa umanità del quale pare che inspirasse i canti d'Ossian, fu disonorato da una selvaggia ignoranza delle virtù della pace e delle leggi della guerra. I loro meridionali vicini han provato e forse esagerato le crudeli depredazioni degli Scoti e de' Pitti[115]; e gli Attacotti[116], valorosa tribù della Caledonia, prima nemici e poi soldati di Valentiniano, da un testimone di veduta sono accusati di essersi deliziati nel gustare la carne umana. Si dice, che quando andavano a caccia nei boschi, attaccavano più i pastori che il bestiame, e che avidamente sceglievano le più delicate e carnose parti, sì degli uomini che delle donne, cui essi preparavano per gli orridi loro conviti[117]. Se realmente si è trovata nelle vicinanze della commerciante e letterata città di Glascovia una razza di cannibali, si possono ravvisare nel corso dell'istoria Scozzese gli opposti estremi d'una vita selvaggia ed incivilita. Queste riflessioni tendono ad ampliare il giro delle nostre idee, ed a secondare la piacevole speranza, che la nuova Zelanda in qualche secolo futuro possa produrre l'Hume dell'emisfero Meridionale. Ogni messaggio, che attraversar poteva il canale Britannico, portava alle orecchie di Valentiniano le più triste e terribili nuove; e l'Imperatore fu tosto informato, che i due militari Comandanti della Provincia erano stati sorpresi e tagliati a pezzi dai Barbari. Fu spedito in fretta Severo, Conte dei domestici, e con ugual celerità richiamato, dalla Corte di Treveri. Le rappresentanze di Giovino non servirono che ad indicar la grandezza del male; e dopo una lunga e seria deliberazione, fu affidata la difesa o piuttosto la ricuperazione della Britannia all'abilità del valoroso Teodosio. Le imprese di tal Generale, che fu padre d'una serie d'Imperatori, si son celebrate con particolar compiacenza dagli scrittori di quel tempo: era però degno del loro applauso il reale suo merito; e fu ricevuta dall'esercito e dalla provincia la scelta di lui, come un sicuro presagio di vicina vittoria. Ei prese il momento favorevole alla navigazione; e pose in terra sicure le numerose e veterane truppe degli Eruli e dei Batavi, de' Gioviani e dei Vittori. Nella sua marcia da Sandwich a Londra, Teodosio disfece vari corpi di Barbari, liberò una moltitudine di schiavi, e dopo aver distribuito ai soldati una piccola parte della preda, acquistossi la fama d'una disinteressata giustizia con restituire il rimanente ai legittimi proprietari. I cittadini di Londra, che avevan quasi disperato della loro salute, spalancaron le porte; ed appena Teodosio ebbe ottenuto dalla Corte di Treveri l'importante aiuto di un Luogotenente militare, e d'un Governatore civile, eseguì con saviezza e vigore il laborioso disegno di liberare la Britannia. Si richiamarono ai loro stendardi i soldati vaganti; un editto di general perdono dissipò i pubblici timori; ed il gradito suo esempio alleggerì il rigore della marzial disciplina. Il variabile metodo di guerreggiare dei Barbari, che divisi in più corpi infestavan la terra ed il mare, lo privò della gloria d'una segnalata vittoria; ma si conobbe il prudente spirito e la consumata perizia d'un Generale Romano nelle operazioni di due campagne, che liberarono l'una dopo l'altra ogni parte della provincia dalle mani d'un crudele e rapace nemico. Fu diligentemente restituito lo splendore alle città e la sicurezza alle fortificazioni dalla paterna cura di Teodosio, il quale con la forte sua destra confinò i Caledoni tremanti nell'angolo settentrionale dell'isola, e perpetuò col nome e con lo stabilimento della nuova provincia di -Valenza- le glorie del regno di Valentiniano[118]. La voce della poesia e del panegirico può aggiungere forse con qualche grado di verità, che le incognite regioni di Tule imbrattate furon dal sangue dei Pitti; che i remi di Teodosio percossero i flutti dell'Oceano iperboreo; e che le remote Orcadi furon la scena della sua vittoria navale sopra i pirati Sassoni[119]. Ei lasciò la provincia con una buona e splendida reputazione, e fu immediatamente promosso al posto di Generale della cavalleria da un Principe, che applaudir poteva senza invidia al merito dei propri sudditi. Nell'importante posto dell'alto Danubio il conquistatore della Britannia represse e disfece le armate degli Alemanni, avanti d'esser destinato a sopprimere la ribellione dell'Affrica. [A. 366] III. Il Principe, che ricusa d'esser il giudice, insegna al popolo di risguardarlo come il complice dei suoi ministri. Si era per lungo tempo esercitato il comando militare dell'Affrica dal Conte Romano, ed a quel posto non era inferiore la sua abilità; ma siccome il sordido interesse era l'unico motivo di sua condotta, egli diportavasi in molte occasioni come se fosse stato nemico della provincia, ed amico dei Barbari del deserto. Le tre floride città di Oea, di Leptis, e di Sabrata, che sotto il nome di Tripoli avevano già da gran tempo stabilita una unione federativa[120], furon costrette per la prima volta a chiudere le porte contro un'ostile invasione; molti dei loro più onorevoli cittadini furon sorpresi e trucidati, saccheggiati i villaggi ed anche i sobborghi; ed estirpate le viti e gli alberi fruttiferi di quel ricco territorio dai maliziosi selvaggi della Getulia. I miseri Provinciali implorarono la protezione di Romano; ma presto si accorsero che il loro Governatore militare non era meno crudele e rapace dei Barbari. Poichè non erano essi capaci di somministrare i quattromila cammelli, e l'esorbitante donativo, che egli esigeva prima di marciare in soccorso di Tripoli, la sua domanda equivaleva a un rifiuto, e poteva esser giustamente accusato come l'autore della pubblica calamità. Nella annuale assemblea delle tre città, furono eletti due Deputati per portare a' piedi di Valentiniano la solita offerta di una vittoria d'oro, ed accompagnar questo tributo di dovere, piuttosto che di gratitudine, coll'umile loro querela di essere rovinati dal nemico e traditi dal loro Governatore. Se la severità di Valentiniano fosse stata ben regolata, avrebbe dovuto cadere sulla rea testa di Romano. Ma il Conte, molto esperto nelle arti della corruzione, avea mandato un veloce e fedel messaggiero per assicurarsi della venale amicizia di Remigio, Maestro degli Uffizi. La saviezza del consiglio Imperiale fu ingannata dall'artifizio, e raffreddatone il giusto sdegno dalla dilazione. Finalmente, quando la replica delle doglianze fu giustificata dalla reiterazione delle pubbliche angustie, fu spedito dalla Corte di Treveri il notaro Palladio ad esaminare lo Stato dell'Affrica e la condotta di Romano. Facilmente si disarmò la rigida imparzialità di Palladio; fu egli tentato a riservare per sè una parte del tesoro pubblico, che portava seco pel pagamento delle truppe; e dal momento, in cui fu testimone a se stesso del proprio delitto, non potè più ricusar d'attestare l'innocenza ed il merito del Conte. Si dichiarò frivola e falsa l'accusa dei Tripolitani; e da Treveri fu rimandato nell'Affrica Palladio stesso con una speciale commissione per iscuoprire e perseguitare gli autori di quell'empia cospirazione contro i rappresentanti del Sovrano. Le sue ricerche maneggiate furono con tanta destrezza e felicità, che obbligò i cittadini di Leptis, i quali di fresco avean sostenuto un assedio di otto giorni, a contraddire la verità dei propri loro decreti, ed a censurar la condotta dei lor deputati. Dalla temeraria e caparbia crudeltà di Valentiniano si pronunziò senza esitare una sanguinosa sentenza. Per espresso comando dell'Imperatore fu pubblicamente decapitato in Utica il presidente di Tripoli, che aveva preteso di aver compassione delle angustie della provincia; furon posti a morte quattro distinti cittadini come complici dell'immaginaria frode; e a due altri fu tagliata la lingua. Romano, superbo per l'impunità, ed irritato dalla resistenza continuò a godere il comando militare, finattanto che gli Affricani provocati furono dall'avarizia di lui ad unirsi allo stendardo ribelle di Firmo il Mauritano[121]. [A. D. 372] Nabal, padre di lui, era uno dei più ricchi e potenti Principi Mauritani che riconoscessero la Sovranità di Roma. Siccome però aveva lasciato dalle sue mogli o concubine una numerosa prole, ardentemente si disputava intorno alla ricca sua eredità; e Zamma, uno de' suoi figli, in una domestica rissa fu ucciso da Firmo di lui fratello. L'implacabile zelo, col quale Romano procedè alla legittima vendetta di questo omicidio, si potrebbe attribuire soltanto ad un motivo di avarizia o di odio personale: ma in quest'occasione le sue pretensioni eran giuste; la sua influenza era potente; e Firmo chiaramente conobbe che egli o doveva presentare il collo al carnefice, o appellare dalla sentenza del concistoro Imperiale alla sua spada ed al popolo[122]. Esso fu ricevuto come il liberator della patria; ed appena si vide, che Romano non era formidabile che ad una sommessa Provincia, il Tiranno dell'Affrica divenne un oggetto d'universale disprezzo. La rovina di Cesarea, che fu saccheggiata e bruciata dai licenziosi Barbari, convinse le città refrattarie del pericolo che correvano resistendo; la potenza di Firmo si stabilì, almeno nelle Province della Mauritania e della Numidia; e pareva che egli non fosse più dubbioso che nell'assumere o il diadema di Re Mauritano o la porpora di Romano Imperatore. Ma gl'imprudenti ed infelici Affricani presto s'accorsero, che in questa inconsiderata rivoluzione non avevano a sufficienza esaminata la propria loro forza o l'abilità del lor condottiero. Avanti che questi aver potesse alcuna certa notizia, che l'Imperator d'Occidente avesse determinata la scelta di un Generale, o che si fosse preparata una flotta di trasporti alla bocca del Rodano, ad un tratto egli seppe che il Gran Teodosio con una piccola truppa di veterani avea preso terra presso a Igilgiti o Gigeri sulla costa dell'Affrica; ed il timido usurpatore fu oppresso dalla superiorità del valore e del genio militare. Quantunque Firmo avesse armi e danaro, pure la disperazione di vincere lo ridusse immediatamente all'uso di quegli artifizi che nel medesimo luogo ed in simili circostanze si erano praticati dall'astuto Giugurta. Ei tentò d'ingannare con un'apparente sommissione la vigilanza del Generale Romano, di sedurre la fedeltà delle sue truppe, e di prolungar la durata della guerra coll'impegnar l'una dopo l'altra le tribù indipendenti dell'Affrica ad abbracciare il partito, ed a proteggere la fuga di esso. Teodosio imitò l'esempio, ed ebbe il successo del suo predecessore Metello. Quando Firmo in aria di supplicante accusò la sua temerità, ed umilmente sollecitò la clemenza dell'Imperatore, il Luogotenente di Valentiniano lo accolse, e lo licenziò con un amichevole abbraccio; ma premurosamente richiese i sodi e sostanziali contrassegni d'un pentimento sincero; nè dalle assicurazioni di pace si potè mai persuadere a sospendere per un momento le operazioni d'un'attiva guerra. Dalla penetrazione di Teodosio fu scoperta un'oscura cospirazione; ed egli soddisfece, senza molta ripugnanza, il pubblico sdegno, che segretamente aveva eccitato. Molti de' rei complici di Firmo furono abbandonati, secondo il costume antico, al tumulto d'una esecuzion militare; molti altri più, mediante l'amputazione di ambe le mani, continuarono a presentare un istruttivo spettacolo d'orrore; l'odio dei ribelli era accompagnato da timore; ed il timore, che avevano dei soldati Romani, era mescolato con una rispettosa ammirazione. Fra le immense pianure della Getulia, e le innumerabili valli del monte Atlante era impossibile d'impedir la fuga di Firmo; e se avesse l'usurpatore potuto stancare la pazienza del nemico, avrebbe posto in sicuro la sua persona in fondo a qualche remota solitudine, ed avrebbe potuto aspettar la speranza di una ribellione futura. Ei fu vinto però dalla perseveranza di Teodosio, che avea fatto un'inflessibile risoluzione di non terminare la guerra che con la morte del tiranno, e d'involger nella rovina di lui qualunque nazione Affricana, che avesse ardito di sostenerne la causa. Alla testa d'un piccolo corpo di truppe, che rare volte eccedevano il numero di tremila cinquecento uomini, il Generale Romano avanzavasi con una costante prudenza, senza temerità e senza timore, nel cuore d'un paese, in cui veniva attaccato alle volte da eserciti di ventimila Mauritani. La fermezza della sua disciplina disordinava l'irregolarità dei Barbari; essi erano sconcertati dalle opportune ed ordinate sue ritirate; restavan continuamente delusi dagli ignoti ripieghi dell'arte militare, e sentirono e confessarono la giusta superiorità che aveva sopra di loro il Capitano d'una incivilita nazione. Allorchè Teodosio entrò negli estesi dominj d'Igmazen Re degli Isaflensi, l'altiero Selvaggio domandò in termini di diffidenza il suo nome, e l'oggetto di sua spedizione: «Io sono (replicò il forte e non timido Conte) io sono il Generale di Valentiniano, Signore del Mondo, che qua mi ha spedito a perseguitare e punire un disperato ladrone. Dàllo subito nelle mie mani; e sia certo, che se non obbedirai agli ordini dell'invincibile mio Sovrano, tu ed il popolo, su cui regni, sarete totalmente distrutti». Tosto che Igmazen fu convinto, che il suo nemico avea forza e risolutezza capace d'eseguire quella fatal minaccia, consentì a comprare una pace necessaria col sacrifizio d'un reo fuggitivo. Le guardie, che furon poste alla custodia della persona di Firmo, gli tolsero qualunque speranza di fuga; ed il Mauritano Tiranno, dopo d'aver estinto col vino il sentimento del pericolo, deluse l'insultante trionfo dei Romani, strangolandosi da se stesso la notte. Il suo cadavere, unico presente che Igmazen potè offerire all'Imperatore, fu con disprezzo gettato sopra un cammello; e Teodosio riconducendo le sue vittoriose truppe a Sitifi, fu salutato dalle più vive acclamazioni di gioia e di fedeltà[123]. [A. 376] S'era perduta l'Affrica pe' vizi di Romano e ricuperata per le virtù di Teodosio: ora la nostra curiosità può vantaggiosamente occuparsi in investigare il trattamento che i due Generali rispettivamente ottennero dalla Corte Imperiale. Era stata sospesa l'autorità del Conte Romano dal Comandante generale della cavalleria; egli era stato posto in sicura ed onorevol custodia fino al termine della guerra. I suoi delitti eran dimostrati con le più autentiche prove; ed il pubblico aspettava con impazienza il decreto di una rigorosa giustizia. Ma il parziale e potente favore di Mellobaude l'animò a ricusare i legittimi suoi giudici, ad ottenere replicate dilazioni a fine di procurarsi una folla di favorevoli testimonianze, e finalmente a cuoprire la rea sua condotta coll'altro delitto della frode e della finzione. Verso il medesimo tempo, il restauratore della Britannia e dell'Affrica, sopra un incerto sospetto, che il nome ed i servigi di lui fossero superiori al grado di suddito, fu ignominiosamente decapitato a Cartagine. Non regnava più Valentiniano; e la morte di Teodosio non meno che l'impunità di Romano si può giustamente attribuire alle arti dei Ministri, che abusarono della confidenza, ed ingannarono l'inesperta gioventù dei suoi figli[124]. Se Ammiano avesse usato la geografica sua esattezza nel descrivere le operazioni Affricane di Teodosio, noi avremmo con ardente curiosità seguitato i distinti e domestici passi della sua marcia. Ma la tediosa enumerazione delle incognite e non interessanti tribù dell'Affrica, si può ridurre alla generale osservazione, che esse erano tutte della nera stirpe dei Mori, che abitavano gl'interni stabilimenti delle province della Mauritania e della Numidia, paese (come in seguito si è chiamato dagli Arabi) dei datteri e dello locuste[125]; e che come andava nell'Affrica decadendo la potenza Romana, insensibilmente si ristringevano i limiti della civiltà e dell'agricoltura. Oltre gli ultimi confini de' Mauritani, il vasto ed inospito deserto del Sud s'estende più di mille miglia fino alle rive del Nigro. Gli Antichi, i quali avevano una cognizione molto debole ed imperfetta della gran Penisola dell'Affrica, furono alle volte indotti a credere, che dovesse la zona torrida restare perpetuamente priva di abitatori[126]; ed alle volte divertivano la lor fantasia con empire quel voto intervallo di uomini o piuttosto di mostri[127], di satiri con le corna e col piede forcuto[128], di favolosi centauri[129], e di umani pimmei, che facevano un'audace e dubbiosa guerra contro le grue[130]. Cartagine avrebbe tremato alla strana notizia che le terre di là dall'equatore eran piene d'innumerabili popoli, i quali non differivano dall'ordinaria figura della specie umana, che nel colore; ed i sudditi del Romano Impero avrebbero potuto affannosamente aspettare, che quegli sciami di Barbari, che uscivan dal Settentrione, presto incontrassero dalla parte del Mezzogiorno nuovi sciami di Barbari ugualmente formidabili e fieri. Tali oscuri terrori si sarebbero invero dissipati dalla più esatta cognizione del carattere degli Affricani loro nemici. L'inazione per altro dei Neri non sembra che sia l'effetto nè della virtù, nè della pusillanimità loro. Soddisfano essi, come il resto degli uomini, le loro passioni ed appetiti; e le vicine tribù si trovan frequentemente impegnate in atti d'ostilità[131]. Ma la rozza loro ignoranza non ha inventata mai verun arme efficace di difesa o di distruzione; pare che siano incapaci di formare alcun piano esteso di governo o di conquista; e le nazioni della zona temperata facilmente hanno scoperta l'inferiorità delle loro potenze intellettuali; e ne hanno abusato. Ogni anno s'imbarcano dalla costa della Guinea sessantamila Neri per non tornar mai più al nativo loro paese; ma sono imbarcati in catene[132]; e tal continua emigrazione che nello spazio di due secoli avrebbe potuto somministrar eserciti da soggiogar tutto il globo, accusa la reità dell'Europa e la debolezza dell'Affrica. [A. 365-378] IV. Era stato fedelmente eseguito dalla parte dei Romani l'ignominioso trattato, che salvò l'esercito di Gioviano; e siccome avevano essi rinunziato solennemente alla sovranità ed alleanza dell'Armenia e dell'Iberia, quei tributari due regni si trovarono esposti senza protezione alle armi del Monarca Persiano[133]. Entrò Sapore nel territorio dell'Armenia, conducendo un formidabile esercito di corazze, di arcieri e d'infanteria mercenaria; ma era un invariabile suo costume il mescolare la guerra con la negoziazione, e risguardar la falsità e lo spergiuro, come gli istrumenti più efficaci della reale politica. Egli affettò di lodare la prudente e moderata condotta del Re d'Armenia; ed il non diffidente Tiranno si lasciò persuadere dalle replicate assicurazioni d'un'insidiosa amicizia a dar la propria persona in mano ad un infido e crudele nemico. In mezzo ad uno splendido convito fu posto in catene d'argento, quasi fosse un onore dovuto al sangue degli Arsacidi; e dopo una breve dimora nella Torre dell'Oblivione ad Ecbatana, fu liberato dalle miserie della vita per mezzo o del suo proprio pugnale, o di quello d'un assassino. Il regno dell'Armenia fu ridotto alla condizione d'una provincia Persiana; ne fu divisa l'amministrazione fra un nobile Satrapo, ed un favorito Eunuco; e Sapore senza indugio marciò a soggiogare il marziale spirito degli Iberi. Sauromace, che per concessione degl'Imperatori vi regnava, fu espulso dalla forza superiore; ed il Re dei Re, insultando alla maestà di Roma, pose il diadema sul capo all'abbietto suo vassallo Aspacura. La città d'Artogerassa[134] fu l'unico luogo dell'Armenia, che ardisse resistere allo sforzo delle sue armi. Il tesoro depositato in quella forte rocca tentava l'avarizia di Sapore; ma il pericolo d'Olimpiade, moglie o vedova del Re d'Armenia, eccitò la pubblica compassione, ed animò il disperato valore dei sudditi e soldati di essa. I Persiani furon sorpresi e rispinti sotto le mura d'Artogerassa da una coraggiosa e ben concertata sortita che fecero gli assediati. Ma di continuo si rinnovavano ed accrescevan le forze di Sapore; s'esaurì finalmente il disperato coraggio della guarnigione; cederono all'assalto le mura; e l'altiero vincitore, dopo d'aver messo a ferro e fuoco la ribelle città, condusse via schiava una sfortunata Regina, che in un più prospero tempo era stata destinata per isposa del figlio di Costantino[135]. Se però Sapore trionfava già della facil conquista di due dipendenti regni, presto s'accorse che non può dirsi soggiogato un paese, fin tanto che infierisce negli animi del popolo uno spirito d'ostilità e di contumacia. I Satrapi, ai quali fu egli costretto d'affidarsi, abbracciaron la prima occasione che ebbero di riguadagnar l'affezione dei loro compatriotti, e di segnalare l'odio immortale che portavano al nome Persiano. Gli Armeni e gl'Iberi, dopo la lor conversione, risguardavano i Cristiani come i favoriti, ed i Magi come i nemici dell'Ente Supremo; l'influenza parimente del Clero sopra un popolo superstizioso si esercitava in favore di Roma, e finchè i successori di Costantino disputarono con quelli d'Artaserse la sovranità delle intermedie Province, la connessione religiosa portò sempre un vantaggio decisivo dalla parte dell'Impero. Un numeroso ed attivo partito riconobbe Para, figlio di Tirano, per legittimo Sovrano d'Armenia; ed il diritto di esso al trono avea le sue profonde radici nell'ereditaria successione di cinquecento anni. Per unanime consenso degl'Iberi fu diviso ugualmente il paese fra' rivali due Principi; ed Aspacura che era debitor del diadema all'elezione di Sapore, fu costretto a dichiarare, che il riguardo pe' suoi figliuoli ch'eran ritenuti in ostaggio dal Tiranno, era l'unico riflesso che l'impediva di rinunziare apertamente all'alleanza della Persia. L'Imperator Valente che rispettava le convenzioni del trattato, e temeva d'impegnar l'Oriente in una pericolosa guerra, tentò con lenti e cauti passi di sostenere il partito Romano nei Regni d'Iberia e d'Armenia. Dodici Legioni stabilirono l'autorità di Sauromace sulle rive del Ciro. L'Eufrate era difeso dal valore d'Arinteo. Un potente esercito sotto il comando del Conte Trajano, e di Vadomairo, Re degli Alemanni, pose il campo nei confini dell'Armenia. Ma fu strettamente ordinato loro di non essere i primi a commettere ostilità, che potessero interpretarsi come un'infrazione del trattato: e tale fu l'implicita obbedienza del Generale Romano, che i soldati si ritirarono con esemplare pazienza sotto una pioggia di dardi Persiani, insino a che avessero chiaramente acquistato un giusto diritto ad una legittima ed onorevol vittoria. Queste apparenze di guerra però insensibilmente si ridussero ad una vana e tediosa negoziazione. Ambe le parti sostenevan le lor pretensioni con mutui rimproveri di ambizione e di perfidia; e sembra che il trattato originale fosse espresso in termini molto oscuri, giacchè furono esse ridotte alla necessità d'inconcludentemente appellarsi alla parzial testimonianza de' Generali di ambedue le nazioni, che si erano trovati presenti al trattato medesimo[136]. L'invasione dei Goti e degli Unni, che poco dopo scosse i fondamenti del Romano Impero, espose le Province dell'Asia alle armi di Sapore. Ma l'età cadente e forse le infermità del Monarca gli suggeriron nuove massime di moderazione e di pace. La sua morte, che accadde nella piena maturità d'un regno di settanta anni, cangiò in un istante la Corte ed i consigli della Persia; e probabilmente ne fu impiegata l'attenzione nelle domestiche turbolenze, e nei distanti sforzi di una guerra Carmania[137]. Nel godimento della pace si perdè la rimembranza delle antiche ingiurie; fu permesso ai Regni dell'Armenia e dell'Iberia pel reciproco, sebbene tacito, consenso di ambi gl'Imperi di riprendere la dubbiosa loro neutralità; e nei primi anni del regno di Teodosio, giunse a Costantinopoli un'ambasceria Persiana per iscusare i mal giustificabili passi del precedente regno; e per offerire, come un tributo d'amicizia o anche di rispetto, uno splendido donativo di gemme, di seta e di elefanti dell'India[138]. [A. 384] Nella general pittura degli affari Orientali sotto il regno di Valente, le avventure di Para formano uno degli oggetti più singolari e di maggior effetto. Il nobile Giovane, cedendo alle persuasioni d'Olimpia sua madre, era fuggito attraverso l'oste Persiana, che assediava Artogerassa, ed aveva implorato la protezione dell'Imperator dell'Oriente. Pei timidi suoi consigli, Para fu alternativamente sostenuto e richiamato, restituito ai suoi Stati, e tradito. Furono per qualche tempo eccitate le speranze degli Armeni dalla presenza del lor naturale Sovrano; ed i Ministri di Valente si persuadevano di mantenere l'integrità della fede pubblica, se non concedeva egli al suo vassallo di prendere il diadema ed il titolo di Re. Ma presto si pentirono della loro imprudenza. Restaron confusi dai rimproveri e dalle minacce del Monarca Persiano. Ebbero anche ragione di diffidare dell'indole crudele ed incostante di Para medesimo, che sacrificava le vite dei suoi sudditi più fedeli ai più tenui sospetti, e teneva una segreta e vergognosa corrispondenza coll'assassino del proprio padre e col nemico della sua patria. Para, collo specioso pretesto di deliberare coll'Imperatore intorno ai comuni loro interessi, fu indotto a discendere dalle montagne dell'Armenia, dove il suo partito era in armi, e ad affidare la propria indipendenza e salute alla discrezione d'una perfida Corte. Il Re dell'Armenia (giacchè tale appariva egli ai propri occhi, ed a quelli della sua nazione) fu ricevuto coi dovuti onori da' Governatori delle Province per le quali passava; ma quando arrivò a Tarso nella Cilicia, sotto vari pretesti fu arrestato il progresso del suo viaggio; si guardavano con rispettosa vigilanza i suoi movimenti; ed appoco appoco s'accorse d'esser prigioniero in balìa dei Romani. Egli soppresse allora lo sdegno, coprì i suoi timori, e dopo d'essersi preparata segretamente la fuga, montò a cavallo con trecento de' suoi fedeli seguaci. L'uffiziale, che stava alla porta del suo appartamento, immediatamente partecipò tal fuga al Consolare della Cilicia, che lo sopraggiunse nei sobborghi, e tentò senza effetto di dissuaderlo dal proseguire quel temerario e pericoloso disegno. Fu ordinato ad una legione d'inseguire il fuggitivo Reale; ma l'inseguimento dell'infanteria non poteva dare gran fastidio ad un corpo di cavalleria leggiera, e dopo il primo nuvolo di dardi che furono scagliati nell'aria, precipitosamente si ritirarono alle porte di Tarso. Dopo una continua marcia di due giorni e due notti, Para giunse co' suoi Armeni alle sponde dell'Eufrate; ma il passaggio del fiume, che doverono traversare a nuoto, portò seco qualche dilazione e qualche perdita. Il paese era in armi; e le due strade, non separate che da uno spazio di tre miglia, erano state prese da mille arcieri a cavallo sotto gli ordini di un Conte e d'un Tribuno. Para avrebbe dovuto cedere alla maggior forza, se l'accidentale arrivo d'un viaggiatore suo amico non gli avesse manifestato il pericolo ed i mezzi per evitarlo. Un oscuro e quasi impraticabil sentiero per un folto bosco condusse in sicuro la truppa Armena, e Para si era lasciati dietro il Conte ed il Tribuno, mentre stavano essi pazientemente aspettando l'arrivo di lui per le pubbliche strade. Tornarono dunque alla Corte Imperiale, scusando la loro mancanza di diligenza o di successo; e seriamente addussero in lor difesa, che il Re d'Armenia, il quale era un abile Mago, aveva trasformato se stesso ed i compagni, ed era passato avanti ai lor occhi sotto un'altra figura. Tornato Para al nativo suo regno, tuttavia continuò a professarsi amico ed alleato dei Romani; ma questi troppo aspramente l'avevano ingiuriato per lasciarlo in pace, e fu pronunziata nel consiglio di Valente la segreta sentenza della sua morte. Fu commessa la fatale esecuzione di essa alla sottil prudenza del Conte Trajano; ed egli ebbe il merito d'insinuarsi nella confidenza del credulo Principe in modo, che potè trovar la comodità di trafiggergli il cuore. Para fu invitato ad un banchetto Romano che era stato preparato con tutta la pompa e tutto il lusso Orientale; la sala risuonava di grata musica, e la compagnia era già riscaldata dal vino, allorchè il Conte ritirossi per un momento, sfoderò la spada, e diede il segno dell'uccisione. Immediatamente corse addosso al Re d'Armenia un robusto e disperato Barbaro; e quantunque egli bravamente difendesse la propria vita con la prima arma che a caso gli capitò nelle mani, la mensa dell'Imperial comandante restò macchiata dal sangue reale d'un ospite e d'un alleato. Tanto eran deboli e malvagie le massime del governo Romano, che per giungere ad un fine dubbioso di politico interesse, crudelmente si violavano in faccia al Mondo le leggi delle nazioni ed i sacri diritti dell'ospitalità[139]. V. Nel pacifico intervallo di trent'anni i Romani assicuraron le loro frontiere, ed i Goti estesero i loro dominj. Le vittorie del grand'Ermanrico[140], Re degli Ostrogoti, ed il più nobile nella stirpe degli Amali, si son paragonate dall'entusiasmo dei suoi nazionali alle imprese d'Alessandro, con questa singolare e quasi incredibile differenza, che lo spirito marziale dell'Eroe Gotico, invece di esser sostenuto dal vigore della gioventù, si manifestò con gloria e successo nell'ultimo periodo della vita umana, fra l'età di ottanta e di centodieci anni. Le indipendenti tribù furon persuase o costrette a riconoscere il Re degli Ostrogoti per Sovrano della nazione Gotica: i Capi dei Visigoti o dei Tervingi rinunziarono al titolo Reale, ed assunsero il più basso nome di -Giudici-; e fra questi Atanarico, Fritigerno, ed Alvavivo erano i più illustri pel personale lor merito, non meno che per la vicinanza alle province Romane. Quelle domestiche conquiste, le quali accrebbero la forza militare d'Ermanrico, ingrandirono anche gli ambiziosi disegni di lui. Esso invase gli addiacenti paesi del Nord, e dodici considerabili nazioni, delle quali non si possono esattamente definire i nomi ed i limiti, l'una dopo l'altra cederono alla superiorità delle armi Gotiche[141]. Gli Eruli, che abitavano le pantanose terre vicine alla palude Meotide, eran celebri per la loro forza ed agilità; ed in tutte le guerre dei Barbari veniva con ardore sollecitato, ed altamente stimato l'aiuto della loro infanteria leggiera. Ma lo spirito attivo degli Eruli fu soggiogato dalla lenta e costante perseveranza dei Goti; e dopo una sanguinosa azione in cui restò morto il Re, i residui di quella guerriera tribù divennero un utile aumento all'esercito di Ermanrico. Marciò egli allora contro dei Venedi, non abili nell'uso delle armi, e solo formidabili pel loro numero, i quali occupavano la vasta estensione delle pianure della moderna Polonia. I vittoriosi Goti, che non eran di numero inferiori ad essi, prevalsero nella pugna mercè dei vantaggi decisivi della disciplina e dell'esercizio. Dopo d'aver sottomesso i Venedi, s'avanzò il conquistatore senza alcuna resistenza fino ai confini degli Estj[142], antico popolo, di cui tuttavia conservasi il nome nella Provincia d'Estonia. Quei remoti abitanti della costa Baltica si sostenevano mediante i lavori dell'agricoltura, s'arricchivano col commercio dell'ambra, ed erano addetti al culto speciale della madre degli Dei. Ma la scarsità del ferro costringeva i guerrieri Estj a contentarsi di clave di legno; e si attribuisce la riduzione di quel ricco paese alla prudenza piuttosto che all'armi d'Ermanrico. I suoi stati che s'estendevano dal Danubio al Baltico, includevano le native regioni, ed i moderni acquisti dei Goti; ed esso regnava sopra la maggior parte della Germania e della Scizia coll'autorità di un conquistatore e qualche volta con la crudeltà di un tiranno; ma regnava sopra una parte del globo incapace di perpetuare e di adornare la gloria de' suoi Eroi. Il nome d'Ermanrico è quasi sepolto nell'obblivione; appena si ha notizia delle sue imprese; e pare che i Romani stessi ignorassero i progressi d'un'intraprendente potenza, che minacciava la libertà del Settentrione e la pace dell'Impero[143]. [A. 366] I Goti avevano contratto un ereditario attaccamento all'Imperial casa di Costantino, che tante segnalate prove avea lor date di liberalità e di potenza. Essi rispettavano la pubblica pace; e se alle volte qualche truppa ostile ardiva di passare il confine Romano, tale irregolare condotta candidamente si attribuiva all'indomito spirito della Barbara gioventù. Il disprezzo, che avevano per due Principi nuovi ed oscuri, innalzati al trono per una popolare elezione, inspirò ai Goti più ardite speranze; e mentre formavano disegni di riunire le confederate loro forze sotto il medesimo stendardo della nazione[144], furono facilmente tentati ad abbracciare il partito di Procopio, ed a fomentare col pericoloso loro soccorso la discordia civile dei Romani. Il pubblico trattato non avrebbe richiesto più di diecimila ausiliari; ma con tanto zelo adottossi questo disegno dai Capi de' Visigoti, che l'armata, la quale passò il Danubio, ascese al numero di trentamila uomini[145]. Essi marciarono con la superba persuasione, che l'invincibile loro valore avrebbe decisa la sorte del Romano Impero; e le Province della Tracia gemerono sotto il peso dei Barbari, che spiegavano l'insolenza di padroni e la licenziosa condotta di nemici. Ma l'intemperanza che sollecitava i loro appetiti, ne ritardò il progresso; e prima che i Goti potessero avere alcuna certa notizia della disfatta e della morte di Procopio, conobbero dallo stato di difesa, in cui si trovava il paese, che il fortunato rivale di lui aveva ripresa la civile e la militar potestà. Una catena di torri e di fortificazioni, abilmente disposte da Valente o dai suoi Generali, arrestò la loro marcia, ne impedì la ritirata, e ne intercettò la sussistenza. La fierezza dei Barbari fu domata e sospesa dalla fame; posero essi dispettosamente le loro armi ai piedi del vincitore, che offrì loro cibo e catene; i numerosi schiavi furon distribuiti in tutte le città dell'Oriente; ed i provinciali, che ben presto si famigliarizzarono col loro aspetto selvaggio, appoco appoco arrischiaronsi a misurare le forze con quei formidabili avversari, il nome de' quali era stato sì lungamente l'oggetto del loro terrore. Il Re della Scizia (ed il solo Ermanrico potea meritare tal sublime titolo) sentì dispiacere ed ira per tal disgrazia della nazione. I suoi Ambasciatori fecero alte doglianze alla Corte di Valente della violazione dell'antica e solenne alleanza, che per tanto tempo era sussistita fra i Romani ed i Goti. Dicevano essi d'avere adempito il dovere di alleati assistendo il parente e successore dell'Imperator Giuliano; richiedevano l'immediata restituzione dei nobili schiavi; ed insistevano sopra una ben singolar pretensione, che i Generali Goti, che marciavano in armi ed in ostile ordinanza, avesser diritto al sacro carattere ed ai privilegi di ambasciatori. Un decente ma perentorio rifiuto di tali stravaganti domande venne significato ai Barbari da Vittore, Generale della cavalleria, che rappresentò con forza e dignità le giuste querele dell'Imperatore d'Oriente[146]. Fu interrotto il trattato: e le virili esortazioni di Valentiniano incoraggiarono il timido suo fratello a vendicare l'insultata maestà dell'Impero[147]. [A. 367-368-369] Un istorico di quel tempo celebra lo splendore e la grandezza di questa guerra Gotica[148]; ma l'evento di essa appena merita l'attenzione della posterità, qualora non voglia risguardarsi come un passo preliminare dell'imminente decadenza e rovina dell'Impero. In cambio di condurre le nazioni della Germania e della Scizia alle rive del Danubio, o anche alle porte di Costantinopoli, il vecchio Monarca dei Goti rassegnò al bravo Atanarico il pericolo e la gloria d'una guerra difensiva contro un nemico che maneggiava con debole destra le forze d'un grande stato. Fu eretto un ponte di barche sopra il Danubio; la presenza di Valente animava le sue truppe; e la sua ignoranza nell'arte della guerra veniva compensata in esso dalla personal bravura, e da una savia deferenza ai consigli di Vittore e d'Arinteo, suoi Generali di cavalleria e d'infanteria. Le operazioni della campagna regolate furono dalla loro abilità ed esperienza; ma fu loro impossibile di trarre i Visigoti dai forti posti delle montagne; e la devastazione delle pianure obbligò i Romani medesimi a ripassare il Danubio all'approssimarsi dell'inverno. Le continue piogge che fecer gonfiare le acque del fiume, produssero una tacita sospension di armi, e confinarono l'Imperator Valente in tutta la seguente state nel suo campo di Marcianopoli. Il terzo anno della guerra fu più favorevole pe' Romani, e dannoso pe' Goti. L'interrompimento del commercio privò i Barbari degli oggetti di lusso, che essi già confondevano con le necessità della vita, e la desolazione d'un molto esteso tratto di paese gli minacciava degli orrori della carestia. Atanarico fu provocato o costretto ad arrischiare una battaglia, che ei perdè, nella pianura; e la crudel precauzione dei vittoriosi Generali, che avevano promesso un grosso premio per la testa di ogni Goto, che portata fosse nel campo Imperiale, rendè più sanguinosa la caccia dei vinti. La sommissione dei Barbari quietò lo sdegno di Valente e del suo consiglio; l'Imperatore diede orecchio con piacere all'adulatrice ed eloquente rimostranza del Senato di Costantinopoli, che per la prima volta ebbe parte nelle pubbliche deliberazioni; ed i medesimi Generali Vittore ed Arinteo, che avean felicemente diretta la condotta della guerra, ebbero la facoltà di regolare le condizioni della pace. La libertà del commercio, che i Goti avevano fin allora goduta, fu ristretta a due sole città sul Danubio; fu severamente punita la temerità dei lor Capi con la soppressione delle pensioni e dei sussidi che ricevevano; e l'eccezione che fu stipulata in favore del solo Atanarico, fu più vantaggiosa che onorevole al Giudice dei Visigoti. Atanarico, il quale sembra che in quest'occasione consultasse il suo privato interesse senza aspettar gli ordini del Sovrano, sostenne la propria dignità e quella della sua tribù nel personal congresso, che fu proposto dai Ministri di Valente. Ei persistè nella dichiarazione, che era impossibile per lui senza incorrere nella colpa di spergiuro, il porre mai piede sul territorio dell'Impero; ed è più che probabile che il riguardo, che aveva per la santità del giuramento, fosse confermato dai recenti e fatali esempi della Romana perfidia. Fu scelto il Danubio che separava i dominj delle due indipendenti nazioni, per luogo della conferenza. L'Imperator d'Oriente ed il Giudice dei Visigoti, accompagnati da un ugual numero di loro seguaci armati, s'avanzarono nei respettivi loro battelli fino alla metà del fiume. Dopo la ratifica del trattato e la consegna degli ostaggi, Valente tornò in trionfo a Costantinopoli, ed i Goti rimaser tranquilli circa sei anni, finchè a forza non furono spinti contro l'Impero Romano da un'innumerabile armata di Sciti, che sboccarono dalle gelate regioni del Norte[149]. [A. 374] L'Imperator d'Occidente, che aveva lasciato al fratello il comando del basso Danubio, riservò immediatamente a se stesso la difesa delle Province Retiche e Illiriche, che per tante centinaia di miglia estendevansi lungo il maggior fiume dell'Europa. L'attiva politica di Valentiniano era continuamente occupata in aggiunger nuove fortificazioni alla sicurezza della frontiera; ma l'abuso di tal politica provocò il giusto risentimento dei Barbari. I Quadi si dolsero che era stato preso dal lor territorio il suolo per una fortezza che si meditava di fare; e sostennero con tanta ragione e moderatezza le loro querele, che Equizio, Generale dell'Illirico, acconsentì a sospendere il proseguimento dell'opera, finattanto che fosse più chiaramente informato del volere del suo Sovrano. Questa bella occasione di far ingiuria a un rivale, e di avanzare la fortuna del proprio figlio, fu ardentemente abbracciata dal crudele Massimino, Prefetto o piuttosto tiranno della Gallia. Le passioni di Valentiniano non soffrivan opposizioni; ed egli prestò con credulità orecchio alle assicurazioni del suo favorito, che se fosse affidato allo zelo di Marcellino, suo figlio, il governo di Valeria e la direzione dell'opera, l'Imperatore non sarebbe stato più importunato dalle audaci rimostranze dei Barbari. I sudditi di Roma ed i nativi della Germania furono insultati dall'arroganza d'un giovane e indegno Ministro, che risguardava la rapida sua elevazione come la prova ed il premio del sublime suo merito. Egli affettò, per altro, d'ammettere la modesta istanza di Gabino, Re de' Quadi, con attenzione e riguardo: ma quest'artificiosa cortesia celava un oscuro e sanguinario disegno, ed il credulo Principe s'indusse ad accettare il premuroso invito di Marcellino. Io non so come variare la narrazione di delitti fra loro simili, o come riferire che nel corso d'un medesimo anno, ma in diverse lontane parti dell'Impero, l'inospita mensa di due Comandanti Imperiali fosse macchiata dal regio sangue di due ospiti ed alleati, crudelmente uccisi per ordine ed in presenza di essi. L'istesso fu il destino di Gabinio e quello di Para; ma in maniera molto diversa la 1 . 2 , [ ] , 3 ' 4 , , , 5 ' . 6 ' ' 7 . , 8 , ; 9 ' . 10 , 11 ; 12 , 13 . 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