Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 5 (of 13)
Author: Edward Gibbon
Translator: Davide Bertolotti
STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
TRADUZIONE DALL'INGLESE
VOLUME QUINTO
MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXI
STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
CAPITOLO XXV.
-Governo e morte di Gioviano. Elezione di Valentiniano che
associa il fratello Valente all'Impero, e fa la final divisione
degl'Imperi dell'Oriente e dell'Occidente. Ribellione di
Procopio. Amministrazione civile ed ecclesiastica. La Germania.
La Gran-Brettagna. L'Affrica. L'Oriente. Il Danubio. Morte di
Valentiniano. I due suoi figli Graziano e Valentiniano II
succedono all'Impero Occidentale.-
La morte di Giuliano aveva lasciato in una situazione molto dubbia e
pericolosa gli affari dell'Impero. S'era salvato il Romano esercito per
mezzo di un ignominioso e forse necessario trattato[1]; ed i primi
momenti di pace del pietoso Gioviano, destinati furono a restaurare la
domestica tranquillità della Chiesa e dello Stato. L'indiscretezza del
suo predecessore, invece di conciliare, aveva fomentato ad arte la
guerra di religione, e la bilancia, che affettò di mantenere fra le
ostili fazioni, non servì che a perpetuar la contesa, con le vicende di
speranza e di timore, e con le reciproche pretensioni di antico possesso
e di favore presente. I Cristiani avean dimenticato lo spirito del
Vangelo; ed i Pagani s'erano imbevuti di quel della Chiesa. Nelle
famiglie private si arano estinti i sentimenti della natura dal cieco
furore dello zelo e della vendetta; era violata la maestà delle leggi, o
se ne abusava; le città dell'Oriente venivan macchiate di sangue; ed i
più implacabili nemici de' Romani si trovavano in seno al loro paese;
Gioviano era stato educato nella professione del Cristianesimo; e nella
marcia, che fece da Nisibi ad Antiochia, lo stendardo della croce, il
Labaro di Costantino, che fu di nuovo spiegato alla testa delle Legioni,
annunziò al popolo la fede del nuovo Imperatore. Appena salito sul trono
mandò una circolare a tutti i Governatori delle Province, in cui
confessava la divina verità, ed assicurava il legittimo stabilimento
della religione Cristiana. Furono aboliti gl'insidiosi editti di
Giuliano, le immunità Ecclesiastiche furono restituite ed ampliate; e
Gioviano condiscese sino a dolersi, che le angustie de' tempi
l'obbligassero a diminuir la dose delle caritatevoli distribuzioni[2]. I
Cristiani eran tutti concordi nell'alto e sincero applauso, che davano
al pio successor di Giuliano. Ma tuttavia ignoravano qual formula di
fede o qual sinodo avrebbe scelto per norma dell'ortodossia; e la pace
della Chiesa fece immediatamente risorgere le ardenti dispute, che si
eran sospese nel tempo della persecuzione. I Vescovi, capi delle Sette
contrarie fra loro, convinti dall'esperienza, che la lor sorte
moltissimo dipendeva dalle prime impressioni, che si sarebbero fatte
nella mente d'un ignorante soldato, si affrettarono di giungere alla
Corte d'Edessa o d'Antiochia. Eran piene le pubbliche vie dell'Oriente
di Vescovi Omousj, Arriani, Semiarriani ed Eunomiani, che procuravano di
sorpassarsi l'uno l'altro nella santa carriera; gli appartamenti del
palazzo risonavano dei loro clamori; e le orecchie del Principe venivano
assalite, e forse rendute attonite pel singolar mescuglio di argomenti
metafisici e di appassionate invettive[3]. La moderazione di Gioviano,
che raccomandava la concordia e la carità, e rimetteva i contendenti
alla decisione d'un futuro Concilio, era interpretata come un sintomo
d'indifferenza; ma finalmente si scoprì e si dichiarò il suo
attaccamento alla fede Nicena dalla riverenza ch'ei dimostrò per le
virtù -celestiali- del grande Atanasio[4]. L'intrepido veterano della
fede, al primo avviso della morte del tiranno, era uscito all'età di
settanta anni dal suo ritiro. Le acclamazioni del popolo un'altra volta
lo collocarono sulla sede Archiepiscopale; ed egli saviamente accettò o
prevenne l'invito di Gioviano. Il venerabile aspetto, il tranquillo
coraggio, e l'insinuante eloquenza d'Atanasio sostennero la riputazione
ch'erasi già acquistato nelle Corti di quattro successivi Principi[5].
Tosto ch'egli ebbe guadagnato la confidenza, ed assicurata la fede del
Cristiano Imperatore, tornò in trionfo alla propria Diocesi, e continuò
per altri dieci anni[6] a regolar con prudenti consigli e con
instancabil vigore l'Ecclesiastico governo di Alessandria, dell'Egitto e
della Chiesa Cattolica. Avanti di partire d'Antiochia, egli accertò
Gioviano, che l'ortodossa sua devozione sarebbe stata premiata con un
lungo e pacifico regno. Atanasio avea motivo di sperare, ch'egli avrebbe
ottenuto o il merito d'una predizione adempita, o la scusa d'una grata,
quantunque inefficace preghiera[7].
La forza più tenue, quando è applicata ad aiutare e dirigere la naturale
inclinazione del suo oggetto, opera con irresistibile peso; e Gioviano
ebbe la buona fortuna d'abbracciar le opinioni religiose, che erano
sostenute dallo spirito di quel tempo e dallo zelo e dal numero del più
potente partito[8]. Sotto il regno di lui il Cristianesimo ottenne una
facile e durevol vittoria; ed appena cessò il favore della reale
protezione, il genio del Paganesimo, che ardentemente si era innalzato e
favorito dagli artifizi di Giuliano, cadde irreparabilmente a terra. In
molte città i tempj furono chiusi o abbandonati; i filosofi, che aveano
abusato della passeggiera loro potenza, stimaron prudente consiglio
quello di radersi la barba, e di mascherare la lor professione; ed i
Cristiani godevano d'essere in grado allora di perdonare o di vendicare
le ingiurie, che avean sofferte nel regno antecedente[9]. Fu dissipata
però la costernazione del Mondo Pagano mediante un savio e grazioso
editto di tolleranza, in cui Gioviano espressamente dichiarò, che
sebbene avrebbe severamente punito i sacrileghi riti della magia, pure i
suoi sudditi potevan liberamente e con sicurezza esercitare le cerimonie
dell'antico culto. Ci si è conservata la memoria di questa legge
dall'oratore Temistio, che dal Senato di Costantinopoli fu deputato ad
esporre il suo fedele omaggio al nuovo Imperatore. Temistio si diffonde
sulla clemenza della Natura Divina, sulla facilità degli errori umani,
su' diritti della coscienza, e sull'indipendenza dello spirito; ed
inculca eloquentemente i principj d'una filosofica tolleranza, di cui la
superstizione medesima non ha rossore d'implorar l'aiuto nel tempo della
sua calamità. Egli osserva giustamente, che nelle recenti mutazioni ambe
le religioni erano state alternativamente disonorate dagli apparenti
acquisti d'indegni proseliti, di que' divoti della regnante porpora, che
passavano senza ragione e senza vergogna dalla chiesa al tempio, e dagli
altari di Giove alla sacra mensa de' Cristiani[10].
Nello spazio di sette mesi le truppe Romane, che allora eran tornate ad
Antiochia, aveano fatto una marcia di mille cinquecento miglia, nella
quale avevan sofferto tutti i travagli della guerra, della fame e del
clima. Nonostanti i loro servigi, le loro fatiche e l'approssimarsi
dell'inverno, il timido ed impaziente Gioviano non concedette agli
uomini ed ai cavalli che un riposo di sei settimane. L'Imperatore non
potè soffrire le indiscrete e maliziose satire del popolo
d'Antiochia[11]. Era egli ansioso di occupare il palazzo di
Costantinopoli, e di prevenir l'ambizione di qualche competitore, che
avrebbe potuto aspirare al vacante omaggio dell'Europa. Ma ricevè ben
presto la grata notizia, che si riconosceva la sua sovranità dal Bosforo
Tracio fino all'oceano Atlantico. Con le prime lettere, che spedì dal
campo della Mesopotamia, egli avea delegato il comando militare della
Gallia e dell'Illirico a Malarico, prode e fedele uffiziale della
nazione dei Franchi; ed al Conte Luciliano, suo suocero, che si era già
segnalato per coraggio e buona condotta nella difesa di Nisibi. Malarico
avea ricusato un impiego, di cui non si credeva capace, e Luciliano era
stato trucidato a Reims in un accidentale ammutinamento delle coorti
Batave[12].
[A. 364]
Ma la moderazione di Giovino, maestro generale della cavalleria, che
seppe dimenticare il disegno della sua disgrazia, presto quietò il
tumulto, e confermò i dubbiosi animi dei soldati. Fu dato e preso con
leali acclamazioni il giuramento di fedeltà; e i deputati degli eserciti
Occidentali[13] salutarono il nuovo loro Sovrano, come scendeva dal
monte Tauro verso la città di Tiana nella Cappadocia. Da Tiana continuò
la sua frettolosa marcia verso Ancira, capitale della provincia di
Galazia, dove Gioviano assunse, insieme col piccol suo figliuolino, il
nome e le insegne del Consolato[14]. Dadastana[15], oscura città quasi
ad uguale distanza tra Ancira e Nicea, era destinata per fatale termine
del viaggio e della vita di esso. Dopo una copiosa e forse intemperante
cena andò a riposare, e la mattina seguente l'Imperator Gioviano fu
trovato morto nel letto. In diverse maniere fu esposta la causa di
quest'improvvisa morte. Alcuni la riguardarono come l'effetto d'una
indigestione cagionata o dalla quantità del vino, o dalla qualità dei
funghi ch'egli aveva golosamente mangiati la sera. Secondo altri, fu
soffocato nel sonno dal vapore del carbone, cui trasse dalle muraglie
della camera la dannosa umidità d'un intonaco fresco[16]. Ma la mancanza
di una regolare inquisizione intorno alla morte di un Principe, il regno
e la persona del quale andaron presto in obblio, sembra che fosse la
sola circostanza che sostenesse i maliziosi susurri di veleno e di
domestico tradimento[17]. Il corpo di Gioviano fu mandato a
Costantinopoli per esser sepolto coi suoi predecessori; ed incontrossi
per via la mesta processione da Carito sua moglie, figlia del Conte
Luciliano, che tuttavia piangeva la recente morte del padre, e
s'affrettava ad asciugare le lacrime fra gli abbracciamenti di un
Imperiale marito. Amareggiavasi lo sconcerto ed il dolore di essa
dall'ansietà della tenerezza materna. Sei settimane avanti la morte di
Gioviano, il piccolo suo figlio era stato posto nella sedia curule,
adornato del titolo di -Nobilissimo-, e delle vane insegne del
Consolato. Non essendo il real fanciullo, che avea preso dall'avo il
nome di Varroniano, consapevole di sua fortuna, la sola gelosia del
Governo si rammentava ch'egli era figlio d'un Imperatore. Sedici anni
dopo viveva ancora, ma era già stato privato d'un occhio; e l'afflitta
sua madre ad ogni momento aspettava, che le fosse strappata
quell'innocente vittima dalle braccia, per tranquillare col proprio
sangue i sospetti del regnante Sovrano[18].
Dopo la morte di Gioviano rimase il trono Romano per dieci giorni[19]
senza Signore. I Ministri ed i Generali continuarono ad unirsi in
consiglio, ad esercitare le respettive loro funzioni, a mantener
l'ordine pubblico, ed a condurre pacificamente l'esercito verso la città
di Nicea nella Bitinia, che si era scelta per luogo della nuova
elezione[20]. In una solenne adunanza delle civili e militari potestà
dell'Impero, fu di nuovo concordemente offerto il diadema al Prefetto
Sallustio. Egli ebbe la gloria di farne un secondo rifiuto; e quando
allegate furono le virtù del padre in favore del figlio, il Prefetto con
la fermezza d'un generoso patriota dichiarò agli Elettori, che la debole
vecchiezza dell'uno, e l'inesperta gioventù dell'altro erano ugualmente
incapaci dei laboriosi doveri del governo. Si proposero diversi
candidati: e dopo ponderate le obbiezioni al carattere od alla
situazione di essi, furono l'un dopo l'altro rigettati; ma tosto che
venne pronunziato il nome di Valentiniano, il merito di quest'uffiziale
riunì i suffragi di tutta l'assemblea, ed ottenne la sincera
approvazione di Sallustio medesimo. Valentiniano[21] era figliuolo del
Conte Graziano, nativo di Cibali nella Pannonia, il quale da un'oscura
condizione si era innalzato, mediante un'incomparabil destrezza e
vigore, al comando militare dell'Affrica e della Gran Brettagna, da cui
erasi ritirato con ampie ricchezze e con sospetta integrità. Il grado
però ed i servigi di Graziano contribuirono a favorire i primi passi
della promozione di suo figlio; e gli porsero un'opportuna occasione di
spiegar quelle sode ed utili qualità, che ne sollevarono il carattere
sopra l'ordinario livello dei suoi compagni soldati. Valentiniano era
alto di statura, grazioso e maestoso. Il virile suo aspetto, che portava
impressi alti segni di sentimento e di spirito, inspirava fiducia agli
amici, ed ai nemici timore; e per secondare gli sforzi dell'indomito suo
valore, il figlio di Graziano aveva ereditato i vantaggi di una forte e
sana costituzione. Coll'abitudine della castità e temperanza, che
raffrena gli appetiti ed invigorisce le forze, Valentiniano si mantenne
la propria e la pubblica stima. Le occupazioni di una vita militare
avean distratto la sua gioventù dall'eleganti ricerche della
letteratura; egli ignorava la lingua Greca e le arti della Rettorica: ma
siccome l'animo dell'oratore non era mai sconcertato da timida
perplessità, egli era capace, ogni volta che l'occasione lo richiedeva,
d'esporre i risoluti suoi sentimenti con facile ed ardita eloquenza. Le
uniche leggi, che esso aveva studiato, eran quelle della marzial
disciplina; e presto si distinse per la laboriosa diligenza e
l'inflessibil severità, con cui adempiva e sosteneva i doveri del campo.
Al tempo di Giuliano egli si espose al pericolo della disgrazia, pel
disprezzo che dimostrò in pubblico verso la religion dominante[22]; ma
dalla successiva condotta di lui parrebbe, che l'indiscreta ed
inopportuna libertà di Valentiniano fosse stata l'effetto di militar
baldanza, piuttosto che di uno zelo Cristiano. N'ebbe per altro il
perdono, e fu sempre impiegato da un Principe che stimava il suo
merito[23]; e nei vari successi della guerra Persiana egli accrebbe
quella riputazione, che erasi già acquistato sulle rive del Reno. La
prestezza e felicità, con cui eseguì un'importante commissione, gli aprì
l'adito al favor di Gioviano ed all'onorevol comando della seconda
-scuola-, o compagnia dei -Targettieri-, o sia delle guardie domestiche.
Nel marciar che faceva da Antiochia, era giunto ai suoi quartieri
d'Ancira, quando gli fu inaspettatamente significato, senz'arte o
intrigo veruno, d'assumere nel quarantesimo terzo anno della sua età,
l'assoluto governo del Romano Impero.
[A. 364]
L'invito dei Ministri e dei Generali a Nicea sarebbe stato di poco
rilievo, se non si fosse confermato dalla voce dell'esercito. Il vecchio
Sallustio, che aveva frequentemente osservate le irregolari fluttuazioni
delle adunanze popolari, propose che nissuna di quelle persone, la cui
militar dignità poteva eccitare un partito in loro favore, comparisse in
pubblico, sotto pena di morte, nel giorno dell'inaugurazione. Pure tanto
prevalse l'antica superstizione, che a questo pericoloso intervallo
volontariamente s'aggiunse tutto un giorno, perchè in esso appunto
cadeva l'intercalazione dell'anno bisestile[24]. Finalmente, quando si
suppose che l'ora fosse propizia, Valentiniano comparve sopra un alto
Tribunale; fu applaudita la giudiziosa elezione; ed il nuovo Principe
venne solennemente adornato del diadema e della porpora in mezzo alle
acclamazioni delle truppe, che eran disposte in ordine di guerra intorno
al Tribunale. Ma stendendo egli la mano per parlare all'armata
moltitudine, ad un tratto eccitossi un ansioso mormorio nelle file, che
appoco appoco scoppiò in un alto ed imperioso grido, ch'ei nominasse
immediatamente un collega nell'Impero. La intrepida tranquillità di
Valentiniano ottenne silenzio ed impose rispetto. Egli così parlò
all'assemblea: «Pochi momenti fa, o miei compagni soldati, era in
-vostro- potere di lasciarmi nell'oscurità di una condizione privata.
Giudicando dalla testimonianza della passata mia vita, che io meritassi
di regnare, mi avete posto sul trono. Adesso è mio dovere di provvedere
alla salute ed al vantaggio della Repubblica. Il peso dell'Universo è
troppo grande, senza dubbio, per le mani d'un debol mortale. Io so quali
sono i limiti delle mie forze e l'incertezza della mia vita; e lungi
dallo sfuggire, io sono ansioso di sollecitare l'aiuto di un degno
collega. Ma dove la discordia può esser fatale, la scelta di un fedele
amico richiede una matura e seria deliberazione. Di questo io avrò cura.
La -vostra- condotta sia fedele e costante. Ritiratevi ai vostri
quartieri; rinfrescate gli spiriti ed i corpi; ed attendete il solito
donativo in occasione dell'innalzamento al trono d'un nuovo
Imperatore[25]». Le attonite truppe con una mescolanza d'orgoglio, di
soddisfazione e di terrore ubbidirono alla voce del loro Signore. Le
ardenti lor grida si convertirono in una tacita riverenza; e
Valentiniano, circondato dalle aquile delle legioni e dalle diverse
bandiere della cavalleria e della infanteria, fu condotto con pompa
militare al palazzo di Nicea. Siccome però conosceva l'importanza di
prevenire qualche imprudente dichiarazion de' soldati, consultò
l'assemblea de' suoi capitani, e furono brevemente espressi i veri lor
sentimenti dalla generosa libertà di Dagalaifo: «Ottimo Principe» (disse
questo uffiziale) «se avete riguardo solo alla vostra famiglia, voi
avete un fratello; ma se amate la Repubblica, cercate il più meritevole
fra i Romani[26]». L'Imperatore, che soppresse il dispiacere senza
alterare la sua intenzione, s'avanzò lentamente da Nicea verso Nicomedia
o Costantinopoli. In uno dei sobborghi di quella capitale[27], trenta
giorni dopo la sua promozione, diede il titolo di Augusto a Valente suo
fratello; e poichè i più arditi patriotti erano persuasi, che la loro
opposizione, senza esser giovevole alla patria, sarebbe riuscita fatale
a loro medesimi, fu ricevuta la dichiarazione dell'assoluta sua volontà
con una tacita sommissione. Valente allora trovavasi nell'anno
trentesimo sesto dell'età sua; ma non aveva mai esercitata la sua
abilità in alcun impiego militare o civile; ed il suo carattere non
aveva eccitato nel Mondo alcuna viva espettazione. Aveva però una
qualità, che molto si valutava da Valentiniano, e che mantenne la pace
domestica dell'Impero; vale a dire un grato e rispettoso attaccamento al
suo benefattore, di cui Valente umilmente e di buona voglia riconobbe la
superiorità, sì nel genio che nel potere, in ogni azione della sua
vita[28].
[A. 364]
Prima di dividere le Province dell'Impero, Valentiniano volle riformarne
l'amministrazione. Furono invitati ad intentar pubblicamente le loro
accuse i sudditi di ogni classe, ch'erano stati oppressi o tribolati nel
regno di Giuliano. Il silenzio universale attestò l'irreprensibile
integrità del Prefetto Sallustio[29]; e Valentiniano con le più
onorevoli espressioni d'amicizia e di stima rigettò le pressanti
sollecitazioni di lui, che gli fosse conceduto di ritirarsi
dall'amministrazion dello Stato. Ma tra i favoriti dell'ultimo
Imperatore se ne trovarono molti, che avevano abusato della sua
credulità o superstizione; e che non potevano più sperare di esser
protetti dal favore o dalla giustizia[30]. Per la maggior parte i
Ministri del Palazzo e i Governatori delle Province furon rimossi dai
rispettivi lor posti; ma il merito sublime di alcuni Uffiziali fu
distinto dalla folla dei colpevoli; e non ostanti le grida in contrario
dello zelo e dello sdegno, sembra che tutte le parti di questo delicato
processo fossero eseguite con una ragionevol dose di saviezza e
moderazione[31]. La gioia del nuovo regno ebbe un breve e sospetto
interrompimento dalla improvvisa malattia dei due Principi; ma tosto che
si furono essi ristabiliti in salute, lasciaron Costantinopoli al
principio di primavera, e nel castello, o nel palazzo di Mediana,
distante da Naisso tre miglia, eseguirono la solenne e final divisione
dell'Impero Romano[32]. Valentiniano cedè al fratello la ricca
Prefettura dell'Oriente, dal basso Danubio sino ai confini della Persia;
riservandosi pel proprio immediato governo le guerriere Prefetture
dell'Illirico, dell'Italia e della Gallia, dall'estremità della Grecia
fino al muro Caledonio, e da questo fino al piè del monte Atlante.
L'amministrazione delle Province restò sull'antica base; ma vi fu
bisogno d'un doppio numero di Generali e di Magistrati per due consigli
e due Corti: se ne fece la distribuzione, avuto un giusto riguardo al
merito particolare ed alla situazione di ciascheduno, e furono tosto
creati sette generali sì di cavalleria che d'infanteria. Terminato
amichevolmente quest'importante affare, Valentiniano e Valente
s'abbracciaron per l'ultima volta. L'Imperator d'Occidente fissò la sua
residenza per un tempo a Milano; e l'Imperatore di Oriente tornò a
Costantinopoli per assumere il dominio di cinquanta Province, il
linguaggio delle quali eragli del tutto ignoto[33].
[A. 365]
Presto fu disturbata la tranquillità dell'Oriente dalla ribellione; e fu
minacciato il trono di Valente dagli audaci attentati di un rivale, che
non aveva altro merito che una parentela coll'Imperator Giuliano[34], e
questa era stata l'unico suo delitto. Procopio era stato ad un tratto
promosso dall'oscuro posto di Tribuno o di Notaro, al comando di tutto
l'esercito della Mesopotamia; la pubblica opinione lo dichiarava già
successore di un Principe privo di eredi naturali; ed i suoi amici o
avversari propagavano un vano romore, che Giuliano avanti l'altar della
Luna a Carre avea privatamente investito Procopio della porpora
Imperiale[35]. Egli procurò, mediante la sua leale e sommessa condotta,
di disarmare la gelosia di Gioviano: senza ostacolo dimesse il comando
militare; e con la sua moglie e famiglia si ritirò a coltivare l'ampio
patrimonio, che possedeva nella provincia della Cappadocia. Furono
interrotte queste utili ed innocenti occupazioni dall'arrivo di un
uffiziale, che a nome dei nuovi Sovrani Valentiniano e Valente fu
spedito con una truppa di soldati per condurre l'infelice Procopio o ad
una prigione perpetua o ad una ignominiosa morte. La sua presenza di
spirito gli procurò una maggior dilazione, ed un fato più splendido.
Senza mostrare di porre in dubbio il mandato reale, chiese la grazia di
pochi momenti per abbracciare la sua dolente famiglia; e mentre una
lauta mensa tratteneva la vigilanza delle sue guardie, esso destramente
si rifuggì nelle coste marittime dell'Eussino, dalle quali passò nella
regione del Bosforo. In quel remoto paese dimorò molti mesi esposto ai
travagli dell'esilio, della solitudine e del bisogno; mentre il
malinconico temperamento di lui fomentava le sue disgrazie, ed agitata
era la sua mente dal giusto timore, che se qualche accidente scoperto
avesse il suo nome, i Barbari senza grande scrupolo avrebbero
infedelmente violate le leggi dell'ospitalità. In un punto d'impazienza
e di disperazione, Procopio s'imbarcò sopra un vascello mercantile che
facea vela per Costantinopoli; ed aspirò arditamente al grado di
Sovrano, giacchè non gli era permesso di godere con sicurezza quello di
suddito. Da principio si nascose nei villaggi della Bitinia,
continuamente cangiando d'abitazione e di vesti[36]. Appoco appoco si
arrischiò ad entrare nella Capitale affidò la propria vita e fortuna
alla fedeltà di due amici, uno Senatore e l'altro eunuco, e concepì
qualche speranza di buon successo dalla notizia ch'ebbe dello stato
attuale de' pubblici affari. Il Corpo del popolo era infetto da uno
spirito di malcontentezza, che gli faceva desiderar la giustizia e
l'abilità di Sallustio, che era stato imprudentemente dimesso dalla
Prefettura dell'Oriente. Si disprezzava il carattere di Valente, rozzo
senza vigore, e debole senza dolcezza. Temevasi l'influenza del patrizio
Petronio suo suocero, crudele e rapace ministro, che rigorosamente
esigeva i tributi rimasti arretrati fin dal regno dell'Imperatore
Aureliano. Le circostanze eran propizie ai disegni di un usurpatore. La
condotta ostile dei Persiani richiedeva la presenza di Valente nella
Siria; dal Danubio all'Eufrate le truppe erano in moto; e la Capitale in
tale occasione era piena di soldati che passavano e ripassavano il
Bosforo Tracio. Furono indotte due coorti di Galli a dare orecchio alle
segrete proposizioni dei cospiratori, sostenute dalla promessa d'un
liberal donativo; e siccome veneravano ancora la memoria di Giuliano,
facilmente acconsentirono a difender l'ereditaria pretensione del
proscritto parente di lui. Allo spuntar del giorno vennero esse
schierate vicino ai Bagni d'Anastasia; e Procopio, vestito di un abito
di porpora più conveniente ad un commediante che a un Principe, comparve
come se fosse risuscitato da morte in mezzo a Costantinopoli. I soldati,
ch'erano preparati a riceverlo, salutarono il tremante lor Principe con
acclamazioni di gioia e con voti di fedeltà. Fu tosto accresciuto il lor
numero da un'insolente truppa di villani raccolti nella adiacente
campagna; e Procopio, difeso dalle armi dei suoi aderenti, venne
successivamente condotto al Tribunale, al Senato ed al Palazzo. Nei
primi momenti del tumultuario suo regno egli rimase attonito e
spaventato dal cupo silenzio del popolo, che o non sapeva la causa di
tal novità o temea dell'evento. Ma la sua forza militare era superiore
ad ogni attuale resistenza; i malcontenti correvano in folla allo
stendardo della ribellione; i poveri erano eccitati dalle speranze, ed i
ricchi intimoriti dal pericolo di un saccheggio universale; e l'ostinata
credulità della moltitudine fu ingannata un'altra volta dai promessi
vantaggi della ribellione. S'arrestarono i Magistrati; si aprirono con
diligenza le porte della città e l'ingresso del porto; ed in poche ore
Procopio divenne assoluto, quantunque precario, padrone della Imperiale
città. L'usurpatore sostenne quest'inaspettato successo con qualche
specie di coraggio e di destrezza. Egli propagò ad arte i rumori e le
opinioni più favorevoli al suo interesse, nel tempo che deludeva la
plebe col dare udienza ai frequenti, ma immaginari ambasciatori delle
remote nazioni. Restarono appoco appoco involti nella colpa della
ribellione i grossi Corpi di truppe, che si trovavano nelle città della
Tracia e nelle fortezze del basso Danubio; ed i Principi Goti
acconsentirono d'aiutare il Sovrano di Costantinopoli con la formidabile
forza di più migliaia di ausiliari. I Generali di esso passarono il
Bosforo e sottomisero senza fatica le disarmate, ma ricche Province
della Bitinia e dell'Asia. La città e l'isola di Cizico, dopo una
onorevol difesa, cedè al suo potere; le famose legioni dei Gioviani e
degli Erculei abbracciaron la causa dell'usurpatore, ch'essi avevano
avuto ordine d'opprimere; e perchè i veterani venivano continuamente
aumentati da nuove leve, in poco tempo ei si vide alla testa d'un
esercito, il valore ed il numero del quale corrispondeva all'importanza
della contesa. Il figlio d'Ormisda[37], giovane intelligente ed animoso,
si condusse a trarre la spada contro il legittimo Imperatore
dell'Oriente, ed il Principe Persiano fu immediatamente investito
dell'antico e straordinario potere di Romano Proconsole. La parentela di
Faustina, vedova dell'Imperator Costanzo, che pose nelle mani
dell'usurpatore se stessa e la propria figlia, aggiunse alla causa di
lui dignità e reputazione. La Principessa Costanza, che allora aveva
circa cinque anni, accompagnava in una lettiga la marcia dell'esercito.
Essa veniva mostrata al popolo nelle braccia dell'adottivo suo padre; ed
ogni volta che passava per le file, accendevasi la tenerezza dei soldati
in furore marziale[38]; si rammentavano essi le glorie della casa di
Costantino, e dichiaravano con sincere acclamazioni, che avrebbero
sparso l'ultima goccia del loro sangue in difesa della fanciulla
reale[39].
Frattanto Valentiniano trovavasi agitato e perplesso per la dubbiosa
notizia della ribellione dell'Oriente. Le difficoltà d'una guerra nella
Germania lo costringevano ad impiegar le immediate sue cure nella
salvezza dei proprj Stati; e siccome veniva impedito o corrotto ogni
canale di comunicazione, egli dava orecchio con dubbiosa ansietà ai
romori che si andavano artificiosamente spargendo, che la disfatta e la
morte di Valente avesse lasciato Procopio solo Signore delle Province
Orientali. Valente non era morto; ma alla nuova della ribellione, ch'ei
ricevè in Cesarea, disperò vilmente della sua vita e dello Stato;
propose d'entrare in trattato coll'usurpatore, e scuoprì una segreta
inclinazione a deporre la porpora Imperiale. La fermezza de' suoi
Ministri salvò il timido Monarca dal disonore e dalla rovina, e
l'abilità loro tosto decise in suo favore l'evento della guerra civile.
In un tempo di tranquillità, Sallustio si era dimesso dal suo posto
senza parlare; ma appena fu attaccata la sicurezza pubblica, egli
ambiziosamente sollecitò la preminenza nella fatica e nel pericolo; e la
restituzione della Prefettura dell'Oriente a quel virtuoso ministro fu
il primo passo, che indicò il pentimento di Valente, e soddisfece gli
animi del popolo. Il regno di Procopio in apparenza era sostenuto da
poderose armate e da ubbidienti Province; ma molti dei primi uffiziali,
sì militari che civili, si erano indotti o per motivi di dovere, o
d'interesse a sottrarsi da quella rea scena, o a spiare l'occasione di
tradire o di abbandonare la causa dell'usurpatore. Lupicino con marcie
affrettate s'avanzò a condurre le legioni della Siria in aiuto di
Valente. Arinteo, che in forza, in beltà, ed in valore superava tutti
gli Eroi di quel tempo, con una piccola truppa attaccò un corpo
superiore di ribelli. Quando egli si vide a fronte di quei soldati, che
avevano militato sotto le sue bandiere, ad alta voce comandò loro
d'arrestare e consegnargli nelle mani il preteso lor condottiere; e tale
fu l'ascendente del suo genio, che un ordine sì straordinario fu
immediatamente obbedito[40]. Arbezione, rispettabile veterano di
Costantino Magno, che era stato distinto con gli onori del Consolato, fu
persuaso a lasciare il suo ritiro, ed a condurre un'altra volta
l'esercito in campo. Nel calor dell'azione, trattosi l'elmo
tranquillamente di capo, mostrò la canizie ed il suo venerabile aspetto;
salutò i soldati di Procopio coi teneri nomi di figli e di compagni; e
gli esortò a non più sostenere la causa disperata di un disprezzabil
tiranno, ma seguir piuttosto il vecchio loro capitano, che gli avea
tante volte condotti alla vittoria e all'onore. Nelle due battaglie di
Tiatira[41] e di Nicosia, l'infelice Procopio fu abbandonato dalle sue
truppe, che restaron sedotte dalle istruzioni e dall'esempio dei perfidi
loro uffiziali. Dopo d'aver vagato per qualche tempo nei boschi e nelle
montagne della Frigia, fu tradito dai timidi suoi seguaci, condotto al
campo Imperiale, ed immediatamente decapitato. Egli ebbe la sorte
ordinaria degli usurpatori, a cui mal succedono lo loro imprese; ma gli
atti di crudeltà, esercitati dal vincitore sotto l'orma di legittima
giustizia, eccitarono la compassione e lo sdegno dell'universo[42].
In vero tali sono i frutti comuni e naturali del dispotismo e della
ribellione. Ma l'inquisizione contro il delitto di magia, che nel regno
dei due fratelli fu sì rigorosamente perseguitato sì in Roma che in
Antiochia, s'interpetrò come un fatal sintomo o dell'ira del cielo o
della depravazione degli uomini[43]. Non dubitiamo di generosamente
applaudirci, che nel secolo presente la parte più illuminata dell'Europa
ha tolto di mezzo[44] un odioso e crudele pregiudizio, che regnava in
ogni clima del globo, ed era inerente ad ogni sistema di religiose
opinioni[45]. Le nazioni e le Sette del Mondo Romano ammettevano con
ugual credulità e abborrimento l'esistenza di quell'arte infernale[46],
che si credeva capace di sovvertire l'ordine eterno dei pianeti e le
volontarie operazioni dello spirito umano. Temevano il misterioso potere
dei caratteri magici e delle incantazioni, di potenti erbe e di
esecrabili riti, che potevan togliere o richiamare la vita, infiammar,
le passioni dell'animo, guastar le opere della creazione, ed estorcere
dai ripugnanti demoni i segreti del futuro. Credevano, con la più strana
incoerenza, che questo soprannatural dominio dell'aria, della terra e
dell'inferno si esercitasse pei bassi motivi di malizia o di lucro da
grinzose vecchie, o da vagabondi stregoni, che passavano le oscure lor
vite nella miseria e nel disprezzo[47]. Le arti della magia eran
condannate ugualmente dalla pubblica opinione e dalle leggi di Roma; ma
siccome tendevano a soddisfare le più imperiose passioni del cuore
umano, così erano continuamente proscritte e continuamente
praticate[48]. Una causa immaginaria è capace di produrre i più serj e
dannosi effetti. Le oscure predizioni della morte d'un Imperatore o del
buon successo d'una cospirazione non erano dirette che a stimolar le
speranze dell'ambizione o a sciogliere i vincoli della fedeltà; ed il
delitto, che in se stessa conteneva la magia, veniva aggravato dagli
attuali reati del tradimento e del sacrilegio[49]. Questi vani terrori
disturbavano la pace della società e la felicità degli individui; e
l'innocente fiamma, che appoco appoco struggeva un'immagin di cera,
dalla spaventata fantasia della persona, che si voleva maliziosamente
rappresentare, potea trarre una potente e perniciosa energia[50].
Dall'infusione di quell'erbe, che si supponeva avessero una forza
soprannaturale, si potea facilmente passare all'uso di veleni più
sostanziali; e la follìa degli uomini divenne alle volte l'istrumento e
la maschera dei più atroci delitti. Poichè dai Ministri di Valentiniano
e di Valente fu incoraggiato lo zelo degli accusatori, non poterono essi
ricusare di prestare orecchio ad un'altra accusa, che troppo spesso avea
parte nelle scene di domestiche colpe; accusa d'una più mite e meno
cattiva natura, per la quale il pio, ma eccessivo rigore di Costantino
avea recentemente stabilita la pena di morte[51]. Questa fatale ed
incoerente mescolanza di tradimento e di magia, di veleno e di adulterio
somministrava infiniti gradi di delitto e d'innocenza, di scusa e di
aggravio, che in queste processure pare che fossero confusi dalle
ardenti o corrotte passioni dei giudici. Essi facilmente s'accorsero,
che tanto più si stimava dalla Corte Imperiale l'industria ed il
discernimento loro, quanto maggiore era il numero delle esecuzioni che
si facevano pe' decreti dei respettivi loro Tribunali. Non senza
un'estrema ripugnanza pronunziavano qualche sentenza d'assoluzione, ma
con ardore ammettevano testimonianze anche macchiate da spergiuri ed
estorte per via di tormenti a provare le più improbabili accuse contra
le persone più rispettabili. Il progresso dell'inquisizione apriva
sempre nuova materia di processi criminali; l'audace delatore, di cui si
fosse scoperta la falsità, si ritirava impunemente; ma alla misera
vittima, che palesava dei reali o supposti complici, rade volte
accordavasi premio della sua infamia. Dall'estremità dell'Italia e
dell'Asia erano tratti giovani e vecchi in catene ai tribunali di Roma e
d'Antiochia. Senatori, Matrone e Filosofi spirarono in mezzo ad
ignominiosi e crudeli tormenti. I soldati, destinati alla guardia delle
prigioni, dichiararono con voci di compassione e di sdegno, che il loro
numero non era sufficiente ad impedire la fuga o la resistenza della
moltitudine dei prigionieri. Le famiglie più ricche erano rovinate dalle
confiscazioni ed ammende; i più innocenti cittadini tremavano per la
loro salute; e possiam formare qualche idea dell'estensione del male
dalla stravagante asserzione d'un antico Scrittore, che nelle soggette
Province i prigionieri, gli esuli ed i fuggitivi formavano la maggior
parte degli abitanti[52].
[A. D. 364-375]
Quando Tacito descrive le morti degli innocenti ed illustri Romani, che
furon sacrificati alla crudeltà dei primi Cesari, l'arte dell'Istorico o
il merito dei pazienti eccita nei nostri petti i più vivi sentimenti di
terrore, d'ammirazione e di pietà. Il volgare ed indistinto pennello
d'Ammiano ha dipinto queste sanguinose scene con tediosa e non piacevole
esattezza. Ma siccome non è più impegnata la nostra attenzione dal
contrasto di libertà e di servitù, di recente grandezza e di attual
miseria, dovremmo con orrore torcer lo sguardo dalle frequenti
esecuzioni, che disonorarono in Roma ed Antiochia il regno dei due
fratelli[53]. Valente era timido[54] di naturale, e Valentiniano
collerico[55]. Il principio dominante dell'amministrazione del primo era
un ansioso riguardo per la sua personal sicurezza. Da privato egli avea
con tremante rispetto baciato la mano dell'oppressore; e quando salì sul
trono, con ragione aspettava che gli stessi timori, di cui egli avea
portato il giogo, dovessero assicurargli la paziente sommissione del
popolo. I favoriti di Valente ottennero, mediante il privilegio della
rapacità e della confiscazione, quella ricchezza che non avrebber potuto
ottenere dalla sua economia[56]. Gli insinuavano essi con persuadente
eloquenza, che in ogni caso di ribellione il sospetto equivale alla
prova; che il potere suppone l'intenzione del delitto; che l'intenzione
non è meno colpevole dell'atto; e che un suddito non dee più vivere,
qualora la sua vita può minacciare la salute, o turbare il riposo del
suo Sovrano. Fu alle volte ingannato il giudizio di Valentiniano, e si
abusò della sua confidenza; ma egli avrebbe con uno sprezzante sorriso
imposto silenzio ai delatori, se avessero preteso di porre in agitazione
la sua fortezza con rappresentargli il pericolo. Essi lodavano
l'inflessibile amore che aveva per la giustizia; e nell'esercizio di
essa era l'Imperatore facilmente indotto a risguardar la clemenza come
una debolezza, e la passione come una virtù. Finattanto che non ebbe a
contendere che con gli uguali nei fieri incontri di una vita attiva ed
ambiziosa, Valentiniano fu rare volte ingiuriato, e non insultato mai
impunemente: se attaccavasi la sua prudenza, s'applaudiva il suo
spirito; ed i più altieri e potenti Generali temevano di provocar lo
sdegno di un soldato imperterrito. Dopo esser divenuto Signore del
Mondo, gli uscì per disgrazia di mente, che dove non ha luogo la
resistenza, non può esercitarsi il coraggio; ed invece di consultare i
dettami della ragione, secondava i furiosi moti del suo temperamento, in
un tempo in cui erano essi vergognosi per lui, e fatali pe' miseri
oggetti dell'ira sua. Tanto nel governo della propria casa che
dell'Impero, piccole o anche immaginarie mancanze, una parola
inconsiderata, un'accidentale ommissione, un indugio involontario si
punivano con immediate sentenze di morte. L'espressioni che più
comunemente uscivano di bocca all'Imperator dell'Occidente, eran queste:
«Gli si tagli la testa: sia bruciato vivo: sia battuto con verghe fino
alla morte[57]»: ed i più favoriti Ministri presto impararono, che col
temerariamente procurar di sospendere o d'esaminare l'esecuzione dei
sanguinarj comandi di lui, potevano essi medesimi restare involti nella
colpa o nel gastigo della disubbidienza. Le replicate soddisfazioni di
questa rozza giustizia indurirono il cuore di Valentiniano contro la
compassione ed il rimorso; ed i trasporti della passione vennero
confermati dall'abitudine della crudeltà[58]. Poteva egli mirare con
fredda soddisfazione le convulsive agonie della tortura e della morte;
donava la sua amicizia a quei servi fedeli, l'indole dei quali era più
coerente alla propria. Il merito di Massimino, che avea fatto strage
delle più nobili famiglie di Roma fu premiato con la real approvazione e
con la Prefettura della Gallia. Non poterono aver la sorte di
partecipare del favore di Massimino, che due feroci ed enormi orsi
distinti coi nomi d'-Innocenza-, e di -Mica aurea-. Eran sempre vicine
alla camera di Valentiniano le gabbie di tali favorite guardie; e spesso
egli si dilettava del grato spettacolo di vedere sbranare e divorar da
loro le palpitanti membra dei malfattori abbandonati alla furia di esse.
Il Romano Imperatore prendevasi gran cura del loro cibo e dei loro
esercizi; e quando -Innocenza- ebbe adempito con una lunga serie di
meritevoli servigi il suo uffizio, al fedele animale fu restituita la
libertà dei nativi suoi boschi[59].
Ma nei tranquilli momenti della riflessione, allorchè lo spirito di
Valente non era agitato dal timore, o quello di Valentiniano dall'ira, i
tiranni riassumevano i sentimenti o almeno la condotta di padri della
patria. Lo spassionato giudizio dell'Imperator d'Occidente era in grado
di conoscer chiaramente e di procurar con ardore il bene proprio e del
pubblico; ed il Sovrano d'Oriente, che imitava con ugual docilità i varj
esempi, che riceveva dal suo fratello maggiore, veniva alle volte
guidato dalla saviezza e virtù del Prefetto Sallustio. Ambidue i
Principi invariabilmente ritennero nella porpora la modesta e regolata
semplicità, che adornato avevano la privata lor vita; e sotto il regno
di essi i piaceri della Corte non costarono mai al popolo rossore o
sospiri. Essi appoco appoco riformarono molti abusi dei tempi di
Costanzo; adottarono giudiziosamente e migliorarono i disegni di
Giuliano e del suo Successore; e spiegarono uno stile ed uno spirito di
legislazione, che può risvegliare nella posterità l'opinione più
favorevole del carattere e del governo loro. Non si sarebbe aspettato
mai dal padrone d'-Innocenza- quella tenera cura pel bene dei sudditi,
che mosse Valentiniano a condannare l'esposizione dei bambini nati di
fresco[60], ed a stabilire con stipendi e privilegi quattordici abili
Medici nei quattordici quartieri di Roma. Il buon senso di un ignorante
soldato immaginò un utile e liberale Instituto per l'educazione della
gioventù e pel sostegno delle scienze allor decadenti[61]. Era sua
intenzione che s'insegnassero le arti della rettorica e della grammatica
in lingua Greca e Latina nelle Metropoli di ogni Provincia; e poichè
ordinariamente la grandezza e la dignità della scuola era proporzionata
a quella della città in cui si trovava, le Accademie di Roma e di
Costantinopoli vantavano una giusta e singolar preeminenza. I frammenti
degli editti letterari di Valentiniano rappresentano imperfettamente la
scuola di Costantinopoli, che fu a grado a grado perfezionata dai
successivi regolamenti. Era essa composta di trent'uno Professori,
distribuiti in diversi rami di scienze; vale a dire un filosofo e due
legali, cinque sofisti e dieci grammatici per la lingua Greca, tre
oratori ed altri dieci grammatici per la Latina, oltre sette scrivani, o
come in quel tempo si chiamavano antiquari, le laboriose penne dei quali
provvedevano le pubbliche Biblioteche di buone e corrette copie dei
classici Autori. La regola di condotta, che fu allora prescritta agli
studenti, è tanto più curiosa che somministra i primi sbozzi della forma
e della disciplina di una moderna Università. Si richiedeva, che essi
portassero gli opportuni attestati dei Magistrati delle native loro
Province. Regolarmente si notavano in pubblici registri i nomi, le
professioni e le abitazioni loro. Era severamente proibito alla studiosa
gioventù di perdere il tempo in conviti o nei teatri, ed era limitato il
termine della loro educazione all'età di vent'anni. Il Prefetto della
città poteva gastigar gli oziosi ed i refrattari con le verghe e
coll'espulsione; ed aveva ordine di riferire ogni anno al Maestro degli
Uffizi, quali scolari per le cognizioni ed abilità loro si potessero
utilmente impiegare in servizio pubblico. Gli instituti di Valentiniano
contribuirono ad assicurare i vantaggi della pace e dell'abbondanza; e
servì a guardar le città lo stabilimento dei -Difensori-[62], eletti
liberamente come Tribuni ed Avvocati del popolo per sostenere i diritti,
ed esporre gli aggravj di esso avanti ai Tribunali dei Magistrati
civili, o anche al piè del Trono Imperiale. Si amministravano
diligentemente le finanze da due Principi, che per tanto tempo erano
stati assuefatti alla rigorosa economia di una condizione privata; ma
nell'incassamento e nell'impiego della pubblica entrata un occhio
discernitore potrebbe osservare qualche differenza fra il governo
d'Oriente e quel d'Occidente. Valente era persuaso che non si potesse
sostenere la liberalità reale per mezzo della pubblica oppressione; e
non ebbe mai l'ambizione di aspirare ad assicurare, mediante le presenti
angustie, la futura forza e prosperità del suo popolo. Invece di
accrescere il peso delle tasse, che nello spazio di quaranta anni a
grado a grado si erano raddoppiate, nei primi quattro anni del suo regno
diminuì la quarta parte del tributo dell'Oriente[63]. Sembra che
Valentiniano fosse meno attento ed ansioso di sollevare i pesi del suo
popolo. Potè in vero riformare gli abusi dell'amministrazione fiscale,
ma esigeva senza scrupolo una gran parte dei beni dei privati, essendo
convinto, che le rendite, le quali sostenevano il lusso degl'individui,
si sarebbero con molto maggior vantaggio impiegate nel difendere e
migliorare lo Stato. I sudditi Orientali, che abitualmente godevano il
benefizio della condotta del loro Principe, applaudivano alla
beneficenza di esso, e la seguente generazione sentì e riconobbe il
solido, quantunque meno splendido, merito di Valentiniano[64].
[A. D. 364-375]
Ma la più onorevol particolarità del carattere di Valentiniano è quella
costante e moderata imparzialità, che egli sempre mantenne in un tempo
di religiose contese. Il suo buon senso, non illuminato in vero, ma
neppure corrotto dallo studio, evitava con rispettosa indifferenza le
sottili questioni Teologiche. Il governo della -Terra- esigeva la sua
vigilanza, e soddisfaceane l'ambizione; e nel tempo che si rammentava
d'esser discepolo della Chiesa, non si dimenticò mai che era Sovrano del
Clero. Nel regno d'un Apostata, egli avea segnalato il suo zelo per
l'onore del Cristianesimo; concesse dunque ai suoi sudditi il privilegio
che aveva assunto per se medesimo; ed essi accettar potevano con
gratitudine e con fiducia la general tolleranza, permessa da un Principe
dominato dalle passioni, ma incapace di timore o di simulazione[65]. I
Pagani, gli Ebrei e tutte le varie Sette, che ammettevano l'autorità
divina di Cristo, eran protetti, dalle leggi contro il potere arbitrario
o il popolare insulto; nè ci aveva specie alcuna di culto che fosse
proibita da Valentiniano, eccettuate quelle segrete e ree pratiche, le
quali abusavano del nome di religione per cuoprir gli oscuri disegni del
vizio e del disordine. L'arte magica, siccome si puniva più crudelmente,
così veniva proscritta con più rigore; ma l'Imperatore adottò una formal
distinzione per protegger gli antichi metodi di divinazione approvati
dal Senato, ed esercitati dagli Aruspici Toscani. Col consenso dei
Pagani più ragionevoli avea condannato la licenza dei sacrifizi
notturni; ma immediatamente ammesso l'istanza di Pretestato Proconsole
dell'Acaia, il quale rappresentò che la vita dei Greci sarebbe divenuta
misera e disgustosa, qualora fossero essi restati privi dell'inestimabil
vantaggio dei misteri Eleusini. La sola filosofia può vantarsi (e forse
non è più che un semplice vanto della filosofia) che la gentile sua mano
è capace di sradicare dalla mente umana i segreti e fatali principj del
fanatismo. Ma questa tregua di dodici anni, che acquistò maggior forza
dal saggio e vigoroso governo di Valentiniano, sospendendo la
ripetizione delle vicendevoli ingiurie, contribuì ad addolcire i
costumi, e ad abbattere i pregiudizi delle religiose fazioni.
[A.D. 363-378]
L'amico della tolleranza trovavasi per disgrazia distante dal teatro
delle più fiere controversie. Appena i Cristiani dell'Occidente si furon
distrigati dai lacci della formola di Rimini, felicemente ricaddero nel
letargo dell'ortodossia; ed i piccoli residui del partito Arriano, che
tuttavia sussistevano in Milano e in Sirmio, potevano risguardarsi come
oggetti piuttosto di disprezzo che di sdegno. Ma nelle province
Orientali, dall'Eussino fino all'estremità della Tebaide, la forza ed il
numero delle ostili fazioni si bilanciava con maggiore uguaglianza; e
questa, invece di secondare i consigli di pace, non serviva che a
perpetuar gli orrori della guerra di religione. I Monaci ed i Vescovi
sostenevano i loro argomenti con invettive; e le loro invettive alle
volte venivano accompagnate dalle percosse. Atanasio dominava sempre in
Alessandria; le Sedi di Costantinopoli e d'Antiochia erano occupate dai
Prelati Arriani, ed ogni vacanza di Vescovato era l'occasione di un
tumulto popolare. Gli -Homousiani- furon fortificati dalla
riconciliazione di cinquantanove Vescovi Macedoniani o Semiarriani; la
segreta ripugnanza, che avevano d'abbracciare la divinità dello Spirito
Santo, oscurava lo splendore di tal trionfo; e la dichiarazion di
Valente, che nei primi anni del suo regno aveva imitato l'imparzial
condotta del fratello, fu un importante vittoria dalla parte
dell'Arrianismo. I due fratelli avean passata la privata lor vita nello
stato di catecumeni; ma la pietà di Valente lo mosse a chiedere il
Sacramento del Battesimo avanti d'esporsi ai pericoli della guerra
Gotica. Egli si rivolse naturalmente ad Eudosso[66] Vescovo della città
Imperiale; e se l'ignorante Monarca fu istruito da quell'Arriano Pastore
nei principj della Teologia eterodossa, l'inevitabile conseguenza
dell'erronea sua scelta dee in lui risguardarsi piuttosto come una
disgrazia che come un delitto. Qualunque fosse stata la determinazione
dell'Imperatore, dovea sempre disgustare una gran parte dei Cristiani
suoi sudditi; giacchè i Capi tanto degli Homousiani che degli Arriani
credevano, che se non si lasciavano dominare, si facesse loro una
crudele ingiuria ed oppressione. Dopo aver fatto questo decisivo passo,
era molto difficile per esso il conservare la virtù o la riputazione
d'imparziale. Veramente non aspirò mai, come Costanzo, alla fama di
profondo Teologo; ma siccome avea ricevuto con semplicità e rispetto le
opinioni di Eudosso, Valente rimise la sua coscienza alla direzione
dell'Ecclesiastiche sue guide, e coll'influenza della propria autorità
promosse la riunione degli eretici -Atanasiani- al corpo della Chiesa
Cattolica. Da principio ebbe compassione di lor cecità; in seguito
appoco appoco fu provocato dalla loro ostinazione; ed insensibilmente
incominciò ad odiar quei Settari, pei quali era egli stesso un argomento
di odio[67]. Era sempre dominato il debole spirito di Valente dalle
persone, colle quali famigliarmente conversava; e l'esilio o la
prigionia d'un privato son favori che facilissimamente si accordano in
una Corte dispotica. Si davano tali pene frequentemente ai Capi del
partito -Homousiano-; e la disgrazia di ottanta Ecclesiastici di
Costantinopoli, che forse per accidente bruciarono sopra una nave,
imputossi alla crudele e premeditata malizia dell'Imperatore e de' suoi
Arriani ministri. In ogni contesa i Cattolici (se ci è permesso di
anticipar questo nome) eran costretti a pagar la pena delle mancanze
loro e di quelle degli avversari. In ogni elezione il Candidato Arriano
aveva la preferenza; e se gli si opponeva il maggior partito del popolo,
era comunemente sostenuto dall'autorità del Magistrato civile, o anche
dai terrori di una forza militare. I nemici d'Atanasio tentarono di
turbar gli ultimi anni della venerabil vecchiezza di lui; ed il suo
breve ritirarsi al sepolcro del proprio padre si celebrò come un quinto
esilio. Ma lo zelo di un gran popolo, che immediatamente corse alle
armi, pose in timore il Prefetto, ed all'Arcivescovo si lasciò finir la
vita in pace ed in gloria dopo quarantasette anni di Vescovato. La morte
d'Atanasio fu il segnale della persecuzione dell'Egitto; ed il ministro
Pagano di Valente, che a forza collocò l'indegno Lucio nella sede
Archiepiscopale, si procacciò il favore del partito dominante per mezzo
del sangue e dei patimenti dei Cristiani loro fratelli. Amaramente
dolevansi questi della libera tolleranza in favore del Culto Pagano e
Giudaico, come d'una circostanza aggravante la miseria dei Cattolici e
la reità dell'empio Tiranno dell'Oriente[68].
Il trionfo del partito ortodosso ha lasciato sopra la memoria di Valente
una profonda macchia di persecuzione; ed il carattere di un Principe,
che traeva le sue virtù ed i suoi vizi da un debole intelletto e da
un'indole pusillanime, appena merita che ci prendiamo la pena di farne
l'apologia. Ciò nonostante, il candore può scoprire motivi di
sospettare, che i Ministri Ecclesiastici di Valente spesso eccedessero
gli ordini o anche le intenzioni del loro Signore; e che la verità dei
fatti siasi molto magnificata dalla veemente declamazione e dalla facile
credulità dei suoi antagonisti[69]. In primo luogo, il silenzio di
Valentiniano può suggerire un probabile argomento, che i parziali
rigori, esercitati nelle Province ed in nome del suo collega, soltanto
si riducessero ad alcune oscure ed inconsiderabili deviazioni dallo
stabilito sistema di tolleranza religiosa; e quel giudizioso Istorico,
che ha lodato la temperata natura del fratello maggiore, non si è
creduto in dovere di porre a contrasto la tranquillità dell'Occidente
con la crudele persecuzione dell'Oriente[70]. Secondariamente, per
quanto vogliam prestar fede alle incerte e lontane relazioni, si può
distintamente conoscere il carattere o almeno la condotta di Valente
negli affari che trattò personalmente coll'eloquente Basilio Arcivescovo
di Cesarea, che era succeduto ad Atanasio nel maneggio della causa
spettante alla Trinità[71]. Se ne fece la circostanziata narrazione
dagli amici ed ammiratori di Basilio; e spogliata che sia da un
grossolano abbigliamento di rettorica e di miracoli, resteremo sorpresi
dall'inaspettata dolcezza del tiranno Arriano, che ammirò la fermezza
del suo animo, o temè, facendogli violenza, una rivoluzione generale
nella provincia della Cappadocia. L'Arcivescovo, che sosteneva con
inflessibile alterigia[72] la verità delle sue opinioni e la dignità del
suo posto, fu lasciato nel libero possesso della sua coscienza e della
sua sede. L'Imperatore devotamente assistè nella Cattedrale alla messa
solenne: ed in luogo di una Sentenza di esilio, sottoscrisse la
donazione di considerabili beni per uso di uno spedale, che Basilio
aveva ultimamente fondato nelle vicinanze di Cesarea[73]. In terzo
luogo, non ho potuto trovare, che da Valente fosse fatta contro gli
Atanasiani alcuna legge, come quella che in seguito fece Teodosio contro
gli Arriani; e l'editto, che suscitò i più violenti clamori, non sembra
poi tanto degno di riprensione. L'Imperatore aveva osservato, che molti
dei suoi sudditi, seguitando la pigra loro inclinazione, si erano
associati, sotto pretesto di religione, ai Monaci dell'Egitto; e diede
ordine al Conte dell'Oriente di trarli fuori della lor solitudine, e
costringere quei disertori della società ad accettare la giusta
alternativa, o di rinunziare ai temporali lor beni, o di adempire i
pubblici doveri degli uomini e dei cittadini[74]. Sembra che i Ministri
di Valente estendessero il senso di questo penale statuto, giacchè si
arrogarono il diritto di arrolare nelle armate Imperiali i Monaci
giovani e di forte corporatura. Fu spedito da Alessandria nel vicino
deserto di Nitria[75], popolato da cinquemila Monaci, un distaccamento
di cavalleria e d'infanteria consistente in tremila soldati. Erano essi
guidati da Preti Arriani, e si racconta, che fu fatta una considerabile
strage nei Monasteri, nei quali non si ubbidiva ai comandi del
Principe[76].
[A. 370]
Gli stretti regolamenti, che la saviezza dei moderni Legislatori ha
fatti per frenare la ricchezza e l'avarizia del Clero, in origine si
posson dedurre dall'esempio dell'Imperatore Valentiniano. Il suo
editto[77], indirizzato a Damaso Vescovo di Roma, fu pubblicamente letto
nelle Chiese della città. Egli ammoniva gli Ecclesiastici ed i Monaci a
non frequentare le case delle vedove e delle vergini, e ne minacciava la
disubbidienza con pene civili. Al Direttore non fu più permesso di
ricevere alcun donativo, legato, o eredità dalle figlie spirituali; ogni
testamento contrario a quest'editto fu dichiarato nullo, e ciò che si
fosse illegittimamente donato, dovea confiscarsi in benefizio del tesoro
pubblico. Sembra che con una successiva costituzione fossero estesi gli
stessi provvedimenti alle Monache e ai Vescovi, e che tutte le persone
dell'ordine Ecclesiastico si rendessero incapaci di ricevere alcuna
donazione testamentaria, e rigorosamente fossero limitate ai naturali e
legittimi diritti della successione. Valentiniano, come custode della
domestica felicità e virtù, applicò al male nascente questo rigoroso
rimedio. Nella Capitale dell'Impero le donne di case nobili e ricche
possedevano vastissimi e indipendenti patrimonj: e molte di quelle
devote femmine avevano abbracciato le dottrine del Cristianesimo, non
solamente col freddo assenso dell'intelletto, ma eziandio col calore
dell'affezione, e forse coll'ardor della moda. Sacrificavano esse i
piaceri della pompa e del lusso; e rinunziavano per amor della castità
alle dolci lusinghe della società conjugale. Si deputava qualche
Ecclesiastico, di reale o di apparente santità, per diriger la timorosa
loro coscienza, e per occupare la tenerezza vacante del loro cuore; e
spesso qualche furbo o entusiasta, che dall'estremità dell'Oriente
correva a godere in uno splendido teatro i privilegj della professione
Monastica, si abusava dell'illimitata confidenza che esse
precipitosamente accordavangli. Mediante il disprezzo, che questi avevan
del Mondo, insensibilmente acquistavano i più desiderabili vantaggi di
esso, come il vivo attaccamento di una forse giovane e bella donna, la
delicata abbondanza d'una casa opulenta, ed il rispettoso omaggio degli
schiavi, dei liberti e dei clienti d'una Senatoria famiglia. Le immense
ricchezze delle Dame Romane appoco appoco si consumavano in prodighe
elemosine e in dispendiosi pellegrinaggi; e l'artificioso Monaco, che
aveva assegnato a se stesso il primo e, se era possibile, il solo posto
nel testamento della spirituale sua figlia, pretendeva sempre di
dichiarare, con la dolce apparenza dell'ipocrisia, che egli era il solo
strumento della carità, e l'amministratore dei beni dei poveri. Quel
lucroso ma disonorevol commercio[78], che si esercitava dal Clero per
defraudare l'espettazione degli eredi naturali, avea provocato fino lo
sdegno d'un secolo superstizioso; e due dei più rispettabili Padri
Latini molto ingenuamente confessano, che l'ignominioso editto di
Valentiniano fu giusto e necessario; e che i Sacerdoti Cristiani avean
meritato di perdere un privilegio, che tuttavia si godeva dai
commedianti, dai cocchieri e dai ministri degli idoli. Ma la saviezza e
l'autorità del legislatore di rado son vittoriose, quando combattono la
vigilante destrezza dell'interesse privato; e Girolamo o Ambrogio
potevano con pazienza acquietarsi nella giustizia di una legge salutare,
ma inefficace. Se raffrenavansi gli Ecclesiastici negli acquisti di
personali emolumenti, essi non lasciavano d'esercitare una più lodevole
industria in accrescere la ricchezza comune della Chiesa, ed in decorare
la loro avidità coi nomi speciosi di pietà e di patriottismo[79].
[A. 366-384]
Damaso, Vescovo di Roma, che dovè svergognare l'avarizia del suo Clero
pubblicando la legge di Valentiniano, ebbe il buon senso o la buona
fortuna di impegnare in suo servizio lo zelo e l'abilità del dotto
Girolamo; e questo grato Santo ha celebrato il merito e la purità d'un
carattere molto ambiguo[80]. Ma curiosamente ha osservato gli splendidi
vizj della Chiesa Romana sotto il regno di Valentiniano e di Damaso
l'istorico Ammiano, che indica l'imparziale suo sentimento in queste
espressive parole. «La Prefettura di Juvenzio godeva il vantaggio della
pace e dell'abbondanza; ma presto fu disturbata la tranquillità del suo
governo da una sanguinosa sedizione del diviso popolo. L'ardore di
Damaso e di Orsino, per occupare la sede Episcopale, sorpassò
l'ordinaria misura dell'ambizione umana. Essi contendevano col furor di
parte; era sostenuta la disputa con le ferite o con la morte dei loro
seguaci; ed il Prefetto, incapace d'impedire o d'acquietare il tumulto,
fu costretto dalla forza maggiore a ritirarsi nei sobborghi. Damaso
prevalse: la vittoria, molto contrastata, finalmente rimase dalla parte
della fazione di lui; furon trovati nella Basilica di Sicinino[81], dove
i Cristiani tenevano le religiose loro adunanze, centotrentasette corpi
morti[82]; e passò molto tempo avanti che gli animi riscaldati del
popolo riprendessero la solita loro tranquillità. Considerando lo
splendore della Capitale, non mi fa maraviglia, che un premio sì
valutabile accendesse le brame di uomini ambiziosi, e producesse le più
fiere ed ostinate contese. Il candidato, che ottiene l'intento, è sicuro
d'esser arricchito dalle offerte delle matrone[83]; e vestito con
decente cura ed eleganza può passeggiar nel suo cocchio per le strade di
Roma[84]; e la sontuosità della mensa Imperiale non uguaglierà i copiosi
e delicati conviti apparecchiati dal gusto ed a spese dei Romani
Pontefici. Con quanto più di ragione (continua il buon Pagano)
provvederebbero questi Pontefici alla vera loro felicità, se invece
d'allegare la grandezza della città come una scusa dei loro costumi,
imitasser la vita esemplare di alcuni Vescovi delle province, nei quali
la sobrietà e temperanza, il moderato equipaggio, e gli umili sguardi
rendono la modesta e pura loro virtù commendabile alla Divinità ed ai
veri adoratori di essa[85]». Fu estinto lo scisma di Damaso e di Orsino
mediante l'esilio di questo ultimo; e la saviezza del Prefetto
Pretestato[86] restituì la calma alla città. Pretestato era un Pagano
filosofo, un uomo erudito, di buon gusto e culto, che cuoprì sotto
l'aria di scherzo un rimprovero, allorchè assicurò Damaso, che avrebbe
subito abbracciato egli stesso la religione Cristiana, se avesse
ottenuto il Vescovato di Roma[87]. Questa viva pittura della ricchezza e
del lusso dei Papi nel quarto secolo, tanto più riesce curiosa, in
quanto che ci rappresenta il grado medio fra l'umile povertà del
pescatore Apostolico, e la regia condizione d'un Principe temporale, i
dominj del quale s'estendono dai confini di Napoli fino alle rive del
Po.
[A. 364-375]
Quando il voto dei Generali e dell'esercito pose nelle mani di
Valentiniano lo scettro del Romano Impero, la sua riputazione nelle
armi, la militar perizia ed esperienza che aveva, ed il rigido suo
attaccamento ai costumi, ugualmente che allo spirito dell'antica
disciplina, furono i principali motivi della giudiziosa loro elezione.
L'ardor delle truppe, che lo costrinsero a nominare un collega, fu
giustificato dalla pericolosa situazione dei pubblici affari; e
Valentiniano medesimo sapeva, che le forze di uno spirito anche il più
attivo non servivano per difendere le remote frontiere di una Monarchia
sottoposta alle invasioni. Appena la morte di Giuliano ebbe liberato i
Barbari dal terrore del suo nome, che le più vive speranze di rapine e
di conquiste eccitarono le nazioni dell'Oriente, del Settentrione e del
Mezzogiorno.
[A. 364-375]
Le loro scorrerie furono spesso moleste ed alle volte formidabili; ma
nei dodici anni del regno di Valentiniano, la sua fermezza e vigilanza
difese i proprj Stati, e parve che il vigoroso genio di lui inspirasse e
dirigesse i deboli consigli del fratello. Il metodo in forma di annali
esprimerebbe con più forza le urgenti e divise cure dei due Imperatori;
ma l'attenzione del lettore sarebbe ugualmente distratta da una tediosa
ed incostante narrazione. Un separato prospetto dei cinque gran teatri
di guerra, cioè della Germania, della Britannia, dell'Affrica,
dell'Oriente e del Danubio, darà un'idea più distinta dello stato
militare dell'Impero nei regni di Valentiniano e di Valente.
[A. 365]
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