421. Edit. Haverc. Sembra che Orosio, quantunque pinzochero e controversista ne abbia rossore. [612] Eunapio, nelle vite d'Antonino e d'Edesio, detesta la sacrilega rapina di Teofilo. Il Tillemont (-Mem. Eccl. T.- XIII. p. 453) cita una lettera d'Isidoro di Pelusio, che accusa il Primate del culto -idolatrico- dell'oro, dell'-auri sacra fames-. [613] Ruffino nomina un Sacerdote di Saturno, che sotto la forma di quel Dio conversava famigliarmente con molte pie donne di qualità, finattantochè si tradì da se stesso in un momento di trasporto, in cui non potè mascherare il tuono della sua voce. L'autentica ed imparziale narrazione d'Eschine (Vedi Bayle -Diction. Cri. Scamandre-) e l'avventure di Mondo (Gioseff. -Ant. Giud. l.- XVIII. c. 3. p. 877. -Edit. Haverc.-) possono provare che tali amorose frodi si son praticate con buon successo. [614] Si vedano le immagini di Serapide appresso Montfaucon (-Tom-. II. p. 296), ma la descrizione di Macrobio (-Saturnal-. l. I. c. 20.) è molto più pittoresca e soddisfacente. [615] -Sed fortes tremuere manus, motique verenda- -Majestate loci, si robora sacra ferirent,- -In sua credebant redituras membra secures-. (Lucan. III. 429). È vero, disse Augusto ad un veterano di Italia, in casa del quale cenava, -che quello, che diede il primo colpo alla statua d'oro d'Anaitide, restò immediatamente privo degli occhi e della vita? Io fui quello-, rispose l'illuminato veterano, -e voi presentemente cenate sopra una gamba della Dea-. Plin. -Hist. Nat. XXXIII. 24-. [616] Sozomeno lib. VII. c. 20. Io ho supplito la misura. La stessa misura dell'inondazione, e per conseguenza del cubito, è durata uniforme fino dal tempo d'Erodoto. Vedi Freret nelle -Mem. de l'Acad. des Inscr. Tom-. XVI. 344-353. Greaves -Oper. miscellan. vol. I. p. 233-. Il cubito Egiziano è circa ventidue pollici del piede Inglese. [617] Libanio, (-pro Templis- p. 15. 16. 17) difende la loro causa con delicata ed insinuante rettorica. Fino dai più antichi tempi avevano tali feste ravvivato la campagna; e quelle di Bacco (-Georg-. II. 380) avevan prodotto il teatro d'Atene. Vedi Gotofredo -ad Liban. e Cod. Teod-. VI. p. 284. [618] Onorio tollerò queste rustiche feste, an. 309. -Absque ullo sacrificio, atque ulla superstitione damnabili-. Ma nove anni dopo credè necessario di rinnovare ed invigorire la stessa costituzione. -Cod. Teod. l. XVI. tit. X. leg. 17. 19-. [619] -Cod. Teod. l. XVI. Tit. X. leg. 12-. Jortin (-Osserv. sull'Istor. Eccl. vol. IV. p. 134-) censura con asprezza lo stile ed i sentimenti di questa intollerante legge. [620] Non dovrebbe leggermente darsi un'accusa di tal sorta: ma può sicuramente giustificarsi coll'autorità di S. Agostino, il quale così parla ai Donatisti. -Quis nostrum, quis vestrum non laudat leges ab Imperatoribus datas adversus sacrificia Paganorum? Et certe longe ibi poena severior constituta est: illius quippe impietatis capitale supplicium est. Epist. 93. n. 10-. citata dal Leclerc, (-Bibl. Chois. Tom. VIII. p. 277-) il quale aggiunge alcune riflessioni sull'intolleranza de' vittoriosi Cristiani. [621] Orosio -l. VII. c. 28. p. 537-. Agostino (-Enarr. in Ps.- 140. ap. Lardner -Testim. Pag. volum. IV. p. 458.-) insulta la lor codardia; -Quis eorum comprehensus est in sacrificio (cum his legibus ista prohiberentur) et non negavit?- [622] Libanio (-pro Templis. p. 17. 18.-) fa menzione dell'accidentale conformità di quest'ipocriti, come d'una scena teatrale, senza censurarla. [623] Libanio termina la sua apologia (p. 32.) con dichiarare all'Imperatore, che qualora egli espressamente non garantisca la distruzione dei tempj, i proprietari difenderanno se stessi e le leggi; ισθι του των αγρων δεσποτας καί αυτοις, καί τῳ νομω βοηθησοντας. -Sappi che i Signori delle campagne provederanno a se stessi ed alla legge.- [624] Paolin. -in. vit. Ambros. c. 26.- Agostino -de Civ. Dei l. V. c. 26.- Teodoret. l. V. c. 24. [625] Libanio suggerisce la forma di un editto di persecuzione, che Teodosio avrebbe potuto fare (-pro Templis- p. 32.); scherzo imprudente, ed esperienza pericolosa! Qualche altro Principe potrebbe aver preso il suo consiglio. [626] -Denique pro meritis terrestribus aeque rependens- -Munera, sacricolis summos impertit honores- · · · · · · · · · · · · · -Ipse magistratum tibi Consulis, ipse tribunal- -Contulit.- (Prudent. -in Symmach.- I. 617. ec.) [627] Libanio (-pro Templis- c. 32) s'insuperbisce, che Teodosio distinguesse in tal modo uno, che anche alla sua -presenza- giurasse per Giove. Pure questa presenza non sembra esser altro che una figura rettorica. [628] Zosimo, che chiama se stesso Conte ed Ex-avvocato del Tesoro, con indecente e parzial bacchettoneria maltratta i Principi Cristiani, ed eziandio il padre del proprio Sovrano. L'opera di lui dev'essere andata in giro privatamente, poichè ha scansato le invettive degli Istorici Ecclesiastici anteriori ad Evagrio (l. III. c. 40. 42.) che visse verso il fine del sesto secolo. [629] Ciò non ostante, i Pagani dell'Affrica si dolevano che i tempi non permettessero loro di risponder con libertà alla città di Dio: nè S. Agostino (V. 26.) contraddice all'accusa. [630] I Mori della Spagna, che conservarono segretamente la religione Maomettana per più d'un secolo, onde evitare il rigore dell'inquisizione, avevano il Koran, coll'uso loro proprio della lingua Arabica. Vedasi la curiosa ed ingenua storia della loro espulsione appresso Geddes, -Miscell. vol. I. p. 1-198-. [631] -Paganos, qui supersunt, quamquam jam nullos esse credamus. Cod. Theod. lib. XVI. Tit. X. leg. 22. an. 423.- Teodosio il Giovane restò in seguito persuaso che il suo giudizio era stato un poco immaturo. [632] Vedi Eunapio nella vita del sofista Edesio; in quella d'Eustazio ei predice la rovina del Paganesimo, και τι μυθωδες και αειδες σκοτος τυραννησει τα επι γης καχλισα; -E carte favolose, ed oscure tenebre domineranno la miglior parte della terra.- [633] Cajo (ap. Euseb. -Hist. Eccl. l. II. c. 25.-) Prete Romano, che visse al tempo di Zeffirino (an. 202-219.) è un antico testimone di questa superstiziosa costumanza. [634] Chrysost. -Quod Christus sit Deus. Tom. I. nov. Edit.- n. 9. Io son debitore di questa citazione alla lettera pastorale di Benedetto XIV. in occasione del giubbileo del 1750. Vedi le piacevoli e curiose lettere di M. Chais; Tom. 3. [635] -Male fecit ergo Romanus Episcopus? qui super mortuorum hominum, Petri et Pauli, secundum nos ossa veneranda...... offert Domino sacrificia, et tumulos eorum Christi arbitratur altaria.- Girol. -Tom. II. adv. Vigilant.- p. 153. [636] Girolamo (-Tom. II. p. 122.-) fa fede di tali traslazioni, che son trascurate dagli Istorici Ecclesiastici. La passione di S. Andrea a Patra vien descritta in una lettera dal Clero dell'Acaia, che il Baronio (-Annal. Eccl. an. 60.- n. 34.) desidera d'ammettere, e il Tillemont è costretto a rigettare. S. Andrea fu adottato per fondatore spirituale di Costantinopoli (-Mem. Eccl. Tom. II. p. 317-325. 188-594-). [637] Girolamo (-T. II. p. 122.-) pomposamente riferisce la traslazione di Samuel, di cui si fa menzione in tutte le croniche di quei tempi. [638] Il Prete Vigilanzio, che fu il protestante del suo secolo, fortemente, quantunque senza effetto, s'oppose alla introduzione de' Monaci, delle reliquie dei santi, dei digiuni ec.; per lo che Girolamo lo paragona all'Idra, al Cerbero, a' Centauri ec.; e lo considera solo come l'organo del demonio (-Tom. II. p. 120-126-). Chiunque leggerà la controversia fra S. Girolamo e Vigilanzio, e la narrazione che fa S. Agostino dei miracoli di S. Stefano, può prendere in breve qualche idea dello spirito dei Padri. [639] Il Beausobre (-Hist. du Manich. Tom II. p. 648.-) applicò un senso mondano alla pia osservazione del Clero di Smirne, che diligentemente conservò le reliquie di S. Policarpio martire. [640] Martino di Tours (vedi la sua vita c. 8. scritta da Sulpicio Severo) ne trasse la confessione dalla bocca del morto. Si accorda che l'errore sia naturale; la scoperta di esso è supposta miracolosa. Quale di queste due cose è verisimile che sia seguita più frequentemente? [641] Luciano compose in Greco la sua narrazione originale, che fu tradotta da Avito, e pubblicata dal Baronio (-An. Eccl. An. 325. n. 7-16.-). Gli Editori Benedettini di S. Agostino ne hanno dato (al fin dell'opera -de Civitate Dei-) due diverse copie con molte varianti. Il carattere della falsità è la sconnessione e l'incoerenza. Le parti più incredibili della leggenda son mitigate, e rese più probabili dal Tillemont -Mem. Eccl. Tom. II. p. 9- ec. [642] A Napoli si liquefaceva ogni anno una boccetta del sangue di S. Stefano, fintantochè non gli successe quello di S. Gennaro: Ruinart -Hist. Pers. Vandal. p. 529.- [643] Agostino compose i ventidue libri -de Civitate Dei- nello spazio di tredici anni, dal 413 al 426. (Tillemont -Mem. Eccl. Tom. XIV. p. 608.- ec.) Ei troppo spesso prende da altri la sua erudizione, e da se stesso i suoi argomenti: ma tutta l'opera ha il merito di un magnifico disegno, vigorosamente ed abilmente eseguito. [644] Vedi Agostino (-de Civ. Dei. l. XXII. c. 22.-) e l'appendice che contiene due libri de' miracoli di S. Stefano, fatta da Evodio Vescovo d'Uzalis. Freculso (ap. Basnag. -Hist. des Juifs Tom. VIII. p. 249.-) ci ha conservato un proverbio Gallico o Spagnuolo: -chi pretende d'aver letto tutti i miracoli di S. Stefano è bugiardo-. [645] Burnet (-de statu mortuor. p. 56-85.-) raccoglie le opinioni dei Padri, che sostenevano il sonno o riposo delle anime umane sino al giorno del giudizio. In seguito espone (p. 91.) gli inconvenienti, che dovrebbero nascere, se avessero un'esistenza più attiva e sensibile. [646] Vigilanzio poneva le anime dei Profeti e dei Martiri o nel seno d'Abramo (-in loco refrigerii-) o anche sotto l'altare di Dio, -nec posse suis tumulis, et ubi voluerunt adesse praesentes-. Ma Girolamo (Tom. II. p. 122.) fortemente confuta questa bestemmia: -Tu Deo legem pones? Tu Apostolis vincula injices, ut usque ad Diem judicii teneantur custodia, nec sint cum Domino suo, de quibus scriptum est;- sequuntur agnum quocumque vadit. -Si agnus ubique, ergo et hi, qui cum agno sunt, ubique esse credendi sunt. Et cum diabolus et daemones toto vagentur in orbe etc.- [647] Fleury, -Disc. sur l'Ist. Eccl. III p. 80-. [648] In Minorca, le reliquie di S. Stefano convertirono in otto giorni 540 Ebrei, coll'aiuto in vero di qualche severità, come di bruciare la Sinagoga, di cacciare gli ostinati a soffrir la fame fra scogli ec. Vedasi la lettera originale di Severo Vescovo di Minorca (-ad calc. 3. Augustin. de Civ. Dei-), e le giudiziose osservazioni del Basnagio (T. VIII. p. 245-251). [649] David Hume (-Sagg. vol. 3 p. 474-) osserva, come filosofo, il natural flusso e riflusso del Politeismo e del Teismo. [650] D'Aubignè (Vedi -le sue Memorie p. 156-160-) francamente offerì, col consenso dei ministri Ugonotti, d'accordare i primi 400 anni per servir di regola della fede. Il Cardinal du Perron chiese quarant'anni di più, che imprudentemente furon concessi. Nessuno però dei due partiti si sarebbe trovato contento di questo folle accordo. [651] Il culto praticato ed inculcato da Tertulliano e da Lattanzio, è tanto puro e spirituale, che le loro declamazioni contro le cerimonie Pagane alle volte attaccano anche le Giudaiche. [652] Fausto Manicheo accusa i Cattolici d'idolatria; -Vertitis idola in Martyres..... quos votis similibus colitis.- Il Beausobre (-Hist. Crit. du Manich. Tom. II. p. 629. 700-) Protestante, ma filosofo, ha rappresentato con candore e dottrina l'introduzione della -Cristiana idolatria- nel quarto e nel quinto secolo. [653] Può vedersi la somiglianza della superstizione, che non potrebbe ascriversi all'imitazione, dal Giappone al Messico. Warburton ha fatt'uso di quest'idea, ch'egli contorce per volerla rendere troppo generale ed assoluta (-Div. Legaz. V. IV p. 126. ec.-). [654] L'imitazione del Paganesimo forma il soggetto di una piacevol lettera, che il Dot. Middleton scrisse da Roma. Le osservazioni di Warburton l'obbligarono ad unire (Vol. III. p. 120-152) l'istoria delle due religioni, ed a provare l'antichità della copia Cristiana. RIFLESSIONI D'IGNOTO AUTORE SOPRA I CAPITOLI XXVI, XXVII E XXVIII DELLA STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO DI EDOARDO GIBBON DIVISE IN TRE LETTERE DIRETTE AI SIGG. FOOTHEAD E KIRK INGLESI CATTOLICI LETTERA I. L'amorevolezza, con cui accoglieste le brevi e semplici mie riflessioni sul VI. e VII. Tomo della Storia del Sig. Gibbon della traduzione Pisana, le quali v'indirizzai sì per rendervi cauti nella lettura di un'opera pericolosa, che per varj titoli doveva sollecitare la vostra letteraria curiosità, come ancora per animarvi a far uso in difesa della Religione Cattolica del vostro raro talento e sapere: ed inoltre il compatimento, che elleno meritarono presso il dotto ed illustre Prelato della vostra nazione, Monsignor Stonor,[655] mi rendono coraggioso ad indirizzarvene, unicamente pei fini medesimi, alcune altre poche, le quali mi son presentate alla mente in leggendo l'ottavo Tomo uscito ora alla luce. Ma in questo ancora sono tanto gli abbagli del Sig. Gibbon e tanto varj, che senza nojarvi, censurandoli ad uno ad uno, vi mostrerò soltanto l'Autore sempre coerente a se stesso nel pungere ed avvilire il partito Cattolico; non accorgendosi egli per avventura, quanto, così adoperando, ponga in diritto i suoi leggitori di applicare ai suoi libri i giudiziosi canoni fissati da Plutarco nel suo aureo Opuscolo -de Malignitate Herodoti-, per giudicare del merito di uno Storico. Siccome un adulatore artificioso ed astuto frammischia talora tra molte e lunghe lodi qualche ombra di biasimo[656], così la malignità ai delitti medesimi accoppia la lode, affinchè quelli ritrovino più agevolmente credenza. Vediamo se il Sig. Gibbon usa un cotal modo tanto coi Padri Greci che coi Latini. «-Basilio e Gregorio Nazianzeno- (egli dice) -eran distinti sopra tutti i loro contemporanei per la rara unione di profana eloquenza e di ortodossa pietà. Essi avevano coltivato i medesimi studj liberali nelle scuole di Atene, si erano ritirati con egual divozione alla solitudine... e pareva totalmente spenta ogni scintilla di emulazione e d'invidia nei santi ed ingenui petti di Gregorio e Basilio-». Ma che? -l'esaltazion di Basilio alla sede Archiepiscopale di Cesarea scuoprì al Mondo, e forse a lui medesimo l'orgoglio del suo carattere. Il primo favore, che Basilio fece all'amico, fu preso per un insulto, e s'ebbe forse l'intenzione di farlo. Invece d'impiegare i sublimi talenti di Gregorio in qualche utile e cospicuo posto, l'altiero Prelato- (Basilio) -diè il Vescovado del miserabil villaggio di Sasima- al Nazianzeno: -e questi dopo di essersi sottomesso con ripugnanza a tale umiliante esilio, e- dopo di aver ajutato il proprio padre -nel governo della nativa sua Chiesa, conoscendo bene di meritare un'altra udienza ed altro teatro, accettò con lodevole ambizione l'onorevole invito, che gli fu fatto dal partito ortodosso di Costantinopoli.- L'istesso Gregorio -sotto il modesto- velo d'un sogno -descrive il proprio buon successo nella predicazione,- che ivi ebbe, -con qualche umana compiacenza; ivi il Santo, che non avea superate le imperfezioni dell'umana virtù, fu profondamente sensibile al mortificante riflesso, che l'entrar che fece nell'ovile era piuttosto da lupo che da pastore:- ivi infine dopo molto -l'orgoglio o l'umiltà gli fece evitare una contesa, che avrebbe potuto imputarsi ad ambizione ed avarizia, e propose pubblicamente, non senza qualche dose di sdegno, di rinunziare al governo di una Chiesa, che era risorta, e quasi creata per le sue fatiche; e fu accettata la rinunzia dal Sinodo e dall'Imperatore più facilmente di quello, che sembra che ei si aspettasse in quel tempo, nel quale egli avea forse sperato di godere i frutti della vittoria.- Ecco dove vanno a finire le lodi del Sig. Gibbon! -Nei santi ed ingenui petti- di Gregorio e Basilio ascondevasi la radice di tutti i mali, la superbia, ed il più abbominevol del vizi, l'ipocrisia. Si può egli mai con più sottile scaltrimento attaccare la santità di due tra i più illustri Dottori della Chiesa, e come tali riconosciuti dalla medesima[657] per lo spazio non interrotto di quattordici secoli? Nè io vo' già negare, che il Nazianzeno adoperasse dei modi non plausibili per sottrarsi alle cure del litigioso Vescovado di Sasima, nè che egli giungesse perfino sul primo fervore a rampognare Basilio, che l'eminenza della sua sede lo avesse reso orgoglioso; ma non per questo Basilio era tale, come lo afferma francamente il Sig. Gibbon, nè tale in realtà reputavasi da Gregorio. Imperocchè questi medesimo giustificò di poi bastevolmente Basilio[658] dicendo, che egli in quella occasione avea preferito, senza riguardo agl'interessi dell'amicizia, tutto ciò, che a suo avviso poteva contribuire al divino servigio; ed in un'arringa fatta nell'adunanza dei Vescovi[659] intervenuti alla sua consacrazione tessè un elogio eccellente a quel grande Arcivescovo, ragionando delle virtù episcopali, che egli poteva apprender da esso; tra le quali e' parrebbe che l'alterezza, l'invidia, l'emulazione e l'orgoglio tanto meno si potessero annoverare, quanto più debbono i Vescovi rassomigliarsi al divino Pastore e Maestro mansuetissimo ed umil di cuore. Sarà poi almen vero, che Gregorio per l'alto concetto, che avea di se stesso, ricusasse il governo di Sasima e di Nazianzo, ed accettasse quello della nuova Capital dell'Impero? Per verità fino ai dì nostri si era creduto, che il Nazianzeno avesse cercato mai sempre di ascondersi agli occhi degli uomini, a segno tale da venirgli imputato da taluno a delitto[660] un soverchio amore per la solitudine. Da questo amore si ripetevano unicamente le acerbe querele fatte all'amico sul Vescovado di Sasima, a cui aveva sovente[661] manifestato il suo disegno di ritirarsi totalmente dal Mondo, morti che fossero i suoi genitori, e da cui ne aveva riscossi dei segni di approvazione. Ci confermava in tale opinione il leggere nella mentovata Orazione[662], che Gregorio, quanto maggiori lumi acquistava, tanto più si alienava coll'animo dalle dignità della Chiesa, che tutte riputava sublimi per timore di esserne indegno, o di addivenirne superbo, e cadere come Saulle: ben persuasi di non poter ritrovare miglior testimone dei sentimenti del Nazianzeno, tranne colui ch'è il solo scrutatore dei cuori umani, del Nazianzeno medesimo[663]. Ma quelle, mi si dirà, son parole. Son parole, egli è vero, ma dimostrate per sincerissime da una serie costante di azioni, che son quei frutti, dai quali siamo istruiti a discernere la santità dall'ipocrisia. Non vi volle forse tutta la violenza e la tenerezza di un genitore cadente per trar Gregorio dalla sua solitudine, ed indurlo[664] a divider con esso il governo della nativa sua diocesi? E non protestossi, nell'occasione di arrendersi a tai premure, di non volergli succedere in conto alcuno dopo la morte, protesta che ei rinnovò alla presenza dei Vescovi, i quali assisterono ai funerali del padre defunto, contestandone l'ingenuità e colle replicate suppliche per far eleggere il nuovo Pastore a Nazianzo[665], e colla sua ritirata nel Monastero di S. Tecla e Seleucia? Ma che forse non accettò l'onorevole invito, che gli fu fatto dal partito ortodosso di Costantinopoli? Sì lo accettò; ma fu di mestiero svellerlo a forza dal suo ritiro, dov'ei ritrovava le sue delizie[666]. Sì lo accettò; ma per terger le lagrime di tanti fedeli[667], che si dolevano della sua renitenza: lo accettò finalmente, ma non già prima che molti tra i suoi amici medesimi[668] lo riprendessero e lo condannassero come poco curante del ben della Chiesa[669]. E qual città era ella mai a quei giorni Costantinopoli da stimolar l'ambizione di Gregorio già vecchio, mal sano, ed infievolito dalle austerità della penitenza[670]? I Macedoniani, gli Apollinaristi, gli Eunomiani, e gli Arriani principalmente vi trionfavano: nè ciò è attestato dal solo Gregorio, il quale insolentemente da Gibbon vien paragonato ad -un medico sempre disposto ad esagerare l'inveterata malattia, che egli ha curata-, ma da Sozomeno, da Ruffino, e da Filostorgio medesimo[671]. Ivi i Cattolici omai ridotti ad un piccol drappello erano divenuti soli il bersaglio della più fiera persecuzione, di cui Gregorio stesso provò ben tosto il furore, essendo lapidato villanamente[672]: ed ivi pure nel tempo di -Eudosso e Demofilo godeva- (son parole del Sig. Gibbon) -una libera introduzione il vizio e l'errore da ogni Provincia dell'Impero-[673]. E questa poteva esser l'-udienza-, questo il -teatro-, questo l'-utile e cospicuo posto- da soddisfare -la vanità e l'ambizione?- Ma volete ancor meglio conoscere quanto codesto spirito dominasse Gregorio? Il Cinico Massimo colle arti più inique si fa ordinar Vescovo di Costantinopoli, e Gregorio risolvè tosto di ritirarsi da quella città; nè per distorlo dal suo disegno vi volle meno, che un popolo si confinasse nella Chiesa, ove egli era adunato, per un'intiera giornata a pregarlo e scongiurarlo, e protestasse di volergli impedir la partenza a costo ancor della vita[674]. Espulso Demofilo, e condannato dal Sinodo di Costantinopoli il perfido usurpatore, Teodosio[675], giusto estimatore del merito di Gregorio, lo chiede per Vescovo di quella Capitale, e Melezio e gli altri Prelati dell'Oriente violentano replicatamente la sua modestia, e lo collocano sul trono Arcivescovile altra volta da lui rifiutato[676], malgrado i suoi gemiti e le sue grida[677]. L'Imperatore, il quale ebbe parte alla sua istallazione, fu altresì testimone della sua resistenza[678]; la quale sarebbe anche stata maggiore, se Gregorio non avesse sperato di contribuire alla pace di Antiochia e del Mondo Cristiano nel grado di Vescovo d'una città situata tra l'Oriente e l'Occaso. Ed infatti presentatasi in breve l'occasion favorevole di stabilirla per la morte del Patriarca Melezio, vedendo Gregorio riuscire inutili tutti i suoi sforzi, e defraudate le sue speranze, non esitò punto ad abbandonare l'abitazion vescovile, ed a proporre di lasciar la sua sede. Accettata la proposizione dal Sinodo, restava l'assenso Imperiale. Le preghiere del Santo furono così vive e pressanti, che Teodosio si arrese, ma non già volentieri, nè -più facilmente di quel che egli credeva-. Questa è una voce maligna, che sparsero allora i nemici del Nazianzeno[679] -Imperator... cedit ac votis meis- -Ille haud libenter-, ut ferunt, cedit tamen, la quale riproducendosi ora dal Sig. de Gibbon non recherà maraviglia s'ei tace, e che i personaggi più riguardevoli della città, portatisi da Gregorio a scongiurarlo, piangendo, di non abbandonare il suo popolo, lo intenerirono con le loro lacrime, ma non lo piegarono[680]; e che i più gravi membri del Sinodo non tanto -per il disordinato procedere contro Paolino-, quanto per non udire la proposizion di rinunzia del Nazianzeno, si chiuser le orecchie, batteron le mani, e si separaron dagli altri; e qual giudizio per fine formi un istorico (da lui sovente allegato, ma non già in un tal fatto) di quest'azione, la quale fu certamente una delle più eroiche in tutta la Storia Ecclesiastica[681]. Ma se il Sig. Gibbon avesse indicati tai fatti, io avrei molto men ragione di asserire, che egli si trova delineato in Plutarco. Lo scrittore di cui parla quel Savio, debbe intrudere nella sua storia, benchè poco a proposito (e qui rammentatevi, che il Sig. Gibbon si propone di far la storia della decadenza e rovina dell'Impero Romano) le disavventure, le azioni vituperevoli, e le scelleraggini delle persone[682], e per lo contrario dee omettere ciò che avvi di buono, quantunque abbia relazione al racconto già incominciato: anzi egli dee attribuire le belle e notabili azioni ad una cagione viziosa, interpretarne sinistramente i disegni, e sempre crederne il peggio, od almen sospettarlo[683]. Per questo appunto l'A. attribuisce ad alterezza ed orgoglio in S. Basilio l'elezione che fece di Gregorio al Vescovado di Sasima, e la ripugnanza di questo per Sasima e per Nazianzo ad -emulazione- ed -invidia-, ed -alla cognizione, che aveva di meritare altra udienza ed altro teatro-: perciò vuol che Gregorio stesso -descriva il proprio buon successo nella predicazione con qualche umana compiacenza-, tuttochè nel medesimo luogo ei protesti[684] di non insuperbirsene neppur in sogno; nè sa decidere se l'-orgoglio- o -l'umiltà- lo inducesse a ceder la cattedra di Costantinopoli e per questo istesso, invece di osservare, che -generalmente- fu accettata la rinunzia più agevolmente di quello che si doveva da un'adunanza di Vescovi, gli piace di dire -più facilmente di quello che sembra, che ei s'aspettasse-. Ma che si pretende dal Sig. Gibbon, potrebbe dirmi un lettore poco avveduto, mentre egli confessa che -Gregorio era uno dei più eloquenti e pii Vescovi di quel tempo, un Santo, un Dottor della Chiesa, la sferza dell'Arrianesimo, la colonna della Fede ortodossa, un membro distinto del Concilio di Costantinopoli, in cui dopo la morte di Melezio esercitò l'uffizio di Presidente?- Si pretende, per dirlo in breve, meno ironia, e più buona fede. Ed infatti se un tal elogio fosse sincero, come oserebbe, oltre il già divisato, di porre in ridicolo il Nazianzeno per aver raccontato -come uno stupendo prodigio, che nella nuvolosa mattina della sua istallazione, quando la processione entrò in Chiesa, comparve il sole-; mentre egli dichiarasi[685] di narrarlo soltanto per esser sembrato a molte persone un tratto di Provvidenza, avendo tanto contribuito a tranquillare gli animi dei Cattolici, ed a sedare il tumulto? E come potrebbe conchiudere la storia che riguarda Gregorio medesimo, dicendo che -la tenerezza del cuore e l'eleganza del genio riflette un più brillante splendore sulla memoria di lui, che il titol di Santo, che si è aggiunto al suo nome-[686]. Ma il fine che il Sig. Gibbon si è proposto con quel cumulo di titoli luminosi dati in quel luogo a Gregorio, ei medesimo lo manifesta, ed è per -impor silenzio all'importante bisbiglio della superstizione e del bigottismo-, argomentando -ad hominem-, come suol dirsi, sull'autorità delle adunanze del Clero[687] derise dal Santo e specialmente dal Concilio di Costantinopoli, -che ora trionfa nel Vaticano-, ma -su di cui i Papi lungamente avevano esitato-, di modo che -la loro dubbiezza rende perplesso, e quasi vacillante l'umile Tillemont-. E qui appunto è dove trionfa la malignità dello Storico. Imperciocchè se -la sobria testimonianza della storia dee accordare alla personale autorità dei Padri-, adunati in un Sinodo, un peso proporzionato al merito loro, leggete Teodoreto[688], e il Baronio[689], e vedrete che non vi è forse stato Concilio composto di un numero maggiore di Santi e di Confessori, quanto quello, di cui si ragiona. Ve ne furono certamente di qualità assai differenti, onde venne trattato con tal disprezzo dal Nazianzeno «jusqu'à l'appeller une assemblée d'oisons, et de grues, qui se bottoient, et se dechiroient sans discretion, une troupe de geais, et un essaim des guespes, qui sautoient au visage dés qu'on s'opposoit à eux». Cito la versione del testo fatta dal Tillemont[690], affinchè in secondo luogo osserviate, che egli -leggermente-, ma -ingenuamente- al pari di -le Clerc-, ma però con minore impudenza, -indica tali passi-. E finalmente era pur necessario ad uno storico ingenuo l'avvertire, che quella lunga dubbiezza dei Papi intorno alle decisioni di quel Concilio è stata unicamente in rapporto alla disciplina ed alla polizia della Chiesa, e non intorno alla Fede: distinzione essenzialissima e già fatta dal S. Pontefice Gregorio M.[691]. Che poi il simbolo Costantinopolitano sia stato costantemente fin dalla più remota antichità riguardato dalla Chiesa universale siccome Regola inconcussa di Fede, dimostrasi ad evidenza coll'autorità del Concilio ecumenico Calcedonese celebrato soli ottant'anni dopo, di Gelasio Pontefice del V. secolo[692], di S. Gregorio M. che si protesta di venerare i quattro primi Concilj, numerando il Costantinopolitano in secondo luogo, come i quattro Evangelj[693], del V. Concilio ecumenico, in cui ciascuno dei Padri così professò: -suscipio Sanctas quatuor Synodos, et quae ab ipsis de una eademque fide definita sunt-; e per tacere le molte altre testimonianze arrecate da Lupo e Natale Alessandro[694], con quella di Fozio, il quale dice nel Libro -de Synod.- delle decisioni drammatiche del Concilio Costantinopolitano: -Quibus haud multo post et Damasius Episcopus Romae- (allora vivente) -eadem confirmans, atque eadem sentiens accessit-. Una somigliante misura di lodi e d'ingiurie possiam rilevarla eziandio relativamente ad Ambrogio, S. Arcivescovo di Milano. Poichè in un luogo asserisce il Sig. Gibbon che -l'attività del suo genio presto lo pose in istato di esercitare con zelo e con prudenza i doveri dell'Ecclesiastica potestà-: in un altro confessa che -egli nel più eminente grado riuniva in sè tutte le virtù Episcopali-, ed intanto ora il dileggia per aver encomiato il S. Vescovo Ascolio coi titoli di -murus fidei, gratiae, et sanctitatis,- osservando con insulso e puerile motteggio, che -la prontezza e la diligenza di lui in correre a Costantinopoli, in Italia ec. non è virtù che convenga nè ad un muro, nè ad un Vescovo-; quasi che disdicesse ad un Vescovo l'intervenire ai Concilj, l'opporsi con intrepidezza Apostolica al furor degli Eretici, ed il non risparmiar fatiche e disagi per la tranquillità della Chiesa Universale[695]. Ora l'accusa per essersi -contraddetto ed avere sconvolto il suo sistema- -teologico; assicurando- che Valentiniano, quantunque non battezzato, -era stato introdotto senza difficoltà nelle sedi della beatitudine eterna: - ora con la -sua ragionevolezza incredulo al par di Giustina sulla- illuminazione del cieco Severo -deride le teatrali rappresentazioni, che si facevano per l'artifizio ed a spese dell'Arcivescovo-: ed ora infine pretende, che, insieme con gli altri Vescovi, Ambrogio fosse animato da uno spirito di persecuzione così crudele da procurare un -editto Imperiale per punire come capital delitto la violazione, la negligenza e anche l'ignoranza della divina legge-. Fermiamoci brevemente sopra ciascuno di questi articoli. E primieramente qual contraddizione vi è mai a negare che senza il lavacro battesimale si dia la rigenerazione, e la remission dei peccati negl'infanti ed eziandio negli adulti, i quali quantunque credano, e facciano buone opere o senza cagione legittima lo differiscono o mancano di quella carità, che si domanda perfetta; e per lo contrario ad affermarlo di quelli, i quali, ardendo di carità, hanno un desiderio vivissimo di battezzarsi, ed in tale disposizione son colti da una morte non aspettata? Così conciliasi -senza stento- S. Ambrogio con se medesimo da Chardon, e dagli altri Teologi, come sapete[696]. Aveva pertanto[697] ragione il S. Arcivescovo di consolare le Principesse Giusta e Grata, le quali erano dolentissime, che il loro fratello Valentiniano fosse morto senza battesimo, perchè ei conosceva a fondo la carità di quel Principe, il quale aveva esposta la propria vita per la salvezza degli uffiziali, contro i quali aveva macchinato il Conte Arbogaste: -Quid illud quod mori non timuit? Imo pro omnibus se obtulit... occidit itaque pro omnibus, quos diligebat-[698]; e sapeva altresì quanto ardentemente egli avesse bramato di battezzarsi: -Atqui etiam dudum hoc voti habuit, ut et antequam in Italiam venisset, initiaretur, et proxime baptizari a se velle significavit, et ideo prae ceteris causis me accersendum putavit-[699]. Del resto il linguaggio del Santo non è quello di uno che sia sicuro, che -Valentiniano fosse stato introdotto senza difficoltà nelle sedi della beatitudine eterna-, ma di uno che spera soltanto, benchè con fiducia, della salute di quel Sovrano: altrimenti sarebbe stato inutile il celebrare i sacri misterj per esso, ed il pregare dì e notte per lui e pel fratello, com'ei promette dicendo[700]. -Nulla nox non donatos aliqua precum mearum contextione transcurret, omnibus vos oblationibus frequentabo-. Ma siccome questo è un luminoso testo per provare la pratica già introdotta nel IV. secolo di pregare e di offerire il sacrifizio pei defunti; così conveniva o dissimularlo, o maliziosamente stravolgerlo. Secondariamente io protesto di rinunziare -alla ragionevolezza del nostro secolo- quand'io debba credere, ciò che raccontasi del cieco illuminato, nella scoperta dei corpi de' SS. Gervasio e Protasio -una teatrale rappresentazione che si faceva per l'artifizio, ed a spese dell'Arcivescovo-, e per conseguenza unirmi con gli Arriani a deriderla[701]. Sia pure testimone del fatto -Ambrogio medesimo-. Ma qui si trattava di una persona notissima: era noto il suo nome, nota la professione, note le sue vicende, noti coloro, che lo avevan soccorso nella sua cecità. Lo sia Paolino -Segretario- di Ambrogio. Non avrà dunque la vita di S. Ambrogio scritta da esso il pregio -di una testimonianza originale- accordatole liberamente dal Sig. Gibbon solo perchè un tal -miracolo proverebbe il culto delle Reliquie ugualmente che la fede Nicena?- Di grazia permettetemi di esclamare con esso ad altro proposito: -oh! l'ammirabil regola di Critica!- Lo sia per fine Agostino -proselito- del medesimo. Sarà per questo la testimonianza di lui tanto sospetta da dover credere Ambrogio un impostore solenne? Eppure egli parla di un tal prodigio non solo nelle sue confessioni[702], ma ancora nella grand'Opera -de Civitate Dei-[703]; ed ivi ne parla come di un fatto avvenuto -immenso populo teste-, e nuovamente in un sermone recitato in Affrica lo ratifica come testimone -oculato-[704]. Nè vi deste a credere, che io pretendessi di sostener questo fatto come un articol di Fede[705]: esigo solo, che si ponga in bilancia tuttociò che lo rende credibile come quello che ad esso si oppone, e mi lusingo, che la ragionevolezza di qualunque lettore, non prevenuto contro i miracoli[706], avrà una conferma, che nella storia del Sig. Gibbon vi è il quarto tra i segni di malignità divinati di sopra[707]. Passiamo ora all'editto Imperiale rappresentatoci da questo novello Demade come una legge di Dracone vergata -non atramento sed sanguine-. Comprende forse quella porzione di legge generalmente tutti i sudditi dell'Impero, come li comprende il principio della celebre Costituzione -cunctos populos-, a cui ella appartiene, od almeno tutti i Cristiani? No certamente. Ella non altri riguarda, che i soli Vescovi, uffizio de' quali è, secondo l'Apostolo, -exhortari in doctrina sana, et eos qui contradicunt arguere-: e ciò deducesi dall'esser posta nel Codice Teodosiano[708] sotto il titolo = -de munere seu officio Episcoporum in praedicando verbo Dei- =, ed è confermato dall'espressioni d'-ignoranza- e di -negligenza-, le quali risguardano chi è destinato alla pubblica istruzione. Imperocchè i veri termini della legge non son già quelli del Codice di Giustiniano[709] contro la fede dei manoscritti, e del testo Greco allegati dal Sig. Gibbon, ma sono i seguenti = Qui divinae legis sanctitatem aut -nesciendo- confundunt, aut -negligendo- violant et offendunt, sacrilegium committunt =. Siccome poi il ministero dei Vescovi è sacrosanto, così gl'ignoranti, ed i trascurati ονομα Ψιλὸν περιφεροντες secondo l'espressione di S. Basilio, son dichiarati saviamente sacrileghi, cioè profanatori, ed indegni del lor ministero. Questa, e non altra, è la pena capitale minacciata dai Cesari in quell'editto. E poichè tra le quattro leggi, che son sotto il titolo -de crimine sacrilegii- nel Codice di Giustiniano, appena una se ne ravvisa, che tratti del vero e proprio capital delitto del sacrilegio, rifletteremo col Ch. Gotofredo nel Comentario alla nostra = -Quo etiam exemplo liquet de erroribus dicam ne an fraudibus Triboniani?- e noi diremo del Sig. Gibbon[710]. Fin qui possiam dire che il Sig. Gibbon denigra la fama dei Santi con qualche arte ed astuzia; ma nella causa dei Priscillianisti -Agostino e Leone- spacciano intorno ad essi -scandalose calunnie, e il Tillemont, l'utile spazzino! che su questo punto ha ammucchiato tutta la spazzatura dei Padri, le ingoia come un fanciullo-. Or che sarà mai di Agostino, il quale ripete sì -scandalose calunnie- e nella risposta al -Commonitorio- di Orosio[711], e nell'Epistola al Vescovo Cerezio[712] e nel Libro -de Haeresibus-[713], ed in quello -ad Consentium-[714]; e non solo non le ritratta, ma nelle -Ritrattazioni- medesime le rinnova[715]? Siamo ben da compiangere noi -Papisti-, i quali decantiamo per luminari di S. Chiesa uomini di tal carattere! Si cancellino adunque dai nostri fasti i nomi di Agostino e Leone, e non si alleghi mai più nelle cattedre l'autorità di -calunniatori sì scandalosi-. Ma insieme con essi cancellisi quello di S. Filastrio Vescovo di Brescia; giacchè nel suo libro -de Haeresibus- sotto il nome di -occulti-, ed -astinenti Manichei-[716] affermò che i Priscillianisti = -resurrectionem negantes, sub figura confessionis Christianae multorum animas mendacio, ac pecudiali turpidine non desinunt captivare-: e cancellisi insieme con S. Delfino, che Priscilliano e due suoi seguaci ebber contrario a -Bordeaux-, con S. Ambrogio, che lor si oppose a Milano, e con il S. Pontefice Damaso, il quale essendo stati già condannati dal Sinodo di Saragozza ricusò per fin di vederli[717], cancellisi, io dico, con tutti questi ancor S. Girolamo. Ma perchè? dee soggiungere il Sig. Gibbon con Beausobre, di cui adotta la critica su questo fatto[718]. «Quel témoignage que celui de S. Jèrome, écrivant de sang froid, et en Historien! Priscillien, dit il, fut opprimè par la -faction-, par les -machinations- d'Ithace, et d'Idace. Parle-t-on ainsi d'un homme coupable de prophaner la Religion par les plus infames cérémonies, et d'enseigner la perfidie, et les parjures?»[719]. Attenzione miei Signori: Itacio fu sin d'allora ripreso da tutti i Santi, ai quali dispiacquero egualmente gli accusatori che i rei[720], e fu ancora severamente punito per aver preso le parti di accusatore, contro il mansuetissimo spirito della Chiesa[721], ed il carattere Episcopale, non tanto per zelo di Religione quanto per odio, e forse anche per interesse in un giudizio di morte. Il linguaggio adunque di S. Girolamo, che disapprova in quel luogo la condotta della fazione Itaciana non giustifica Priscilliano per verun conto; tanto più che in quel luogo medesimo siamo avvertiti da lui, che Priscilliano veniva accusato da alcuni come sostenitore dell'eresia delli Gnostici, e da altri difeso: parole, che dai nostri Avversarj prudentemente si omettono. Quindi è che noi dubiteremmo tuttora ciò che S. Girolamo abbia creduto di Priscilliano, se dopo qualche tempo non avesse scritto così a Ctesifonte = -Priscillianus pars Manichaei, de turpitudine cujus te discipuli diligunt plurimum... soli cum solis clauduntur mulierculis, et illud inter coitum, amplexumque decantant-[722]. «Tum pater omnipotens, foecundis imbribus aether etc.... -qui quidem partem habent Gnosticae haereseos de Basilidis impietate venientem etc.- Quel témoignage que celui de Jèrome, che parla meglio informato con questo tuono di sicurezza! -Quid loquar de Priscilliano et saeculi gladio, et TOTIUS ORBIS auctoritate damnatus-[723]? Si parla forse così di un uomo, che credasi messo a morte più per le -cabale- altrui, che per i proprj delitti? E qual testimonianza non è mai quella di Sulpizio Severo contemporaneo, -scrittore corretto ed originale-, il quale -parla da Storico, e a sangue freddo- per modo da non defraudar Priscilliano di quelle lodi, che a lui si dovevano? Ora egli attesta[724] che la causa di quell'eretico essendo stata commessa ad Evodio uomo ardente e severo, ma giusto al sommo, -quo nihil umquam justius fuit[725], egli Priscillianum gemino judicio auditum, convictumque maleficii, nec diffitentem obscoenis se studuisse doctrinis, nocturnos etiam turpium foeminarum egisse conventus, nudumque orare solitum, nocentem pronuntiavit-. Notaste? Priscilliano, non in giudizio tumultuario, ma in -due formali giudizj ascoltato da un giustissimo giudice- fu dichiarato reo e perchè così fu -convinto-, e perchè tale si -confessò-. Si parla così di chi è condannato per -confessioni estorte dal timore, o dalla pena, o per vaghe narrazioni figlie della malizia, e della credulità-? E perchè non osservare, giacchè il Sig. Gibbon -inciderat in locum, qui ad historiam pertinet-[726], che fu ripetuto il terzo giudizio, e non più sostenendo le parti di querelante l'indegno Vescovo Itacio, ma l'Avvocato del Fisco Patricio, in esso l'eretico subì la condanna? Perchè non far avvertire, che colui che parla di tortura in quell'occasione è Pacato, cioè a dire -un ignorante, quantunque umano Politeista- (per confessione fatta dal Sig. Gibbon senza tormenti), e che esso ne parla da Oratore ed in termini molto vaghi[727]; e per lo contrario Sulpizio rispetto alla confessione di Priscilliano, già -pienamente convinto- non ne fa motto: anzi scrive che tre persone, benchè più vili -ante quaestionem-[728] manifestarono i proprj delitti, e quei dei compagni? Poteva ancora, e doveva avvertire scrivendo senza malizia, che Massimo stesso, inviando, per quanto sembra, il processo dei Manichei, com'egli chiama i Priscillianisti[729], al Papa Siricio, senza parlar di tormenti, dà tanto peso alle lor confessioni, che non le stima soggette ad eccezione veruna[730]: e poteva e doveva finalmente osservare, che Leone Papa non fece uso sicuramente della tortura nei suoi diligentissimi esami: eppure non esitò di asserire pubblicamente nei suoi sermoni[731] dei Manichei dei suoi tempi = Prosit universae Ecclesiae, quod multi ipsorum ... in quibus sacrilegiis viverent eorumdem confessione patefactum est =. Sicut proxima eorum confessione patefactum est ut animi, ita et corporis pollutione laetantur[732], = e per imporre un eterno silenzio all'importante bisbiglio della malignità, ne fece spargere gli atti per tutti i Vescovadi d'Italia[733]. Onde quando noi non avessimo altra testimonianza che quella di S. Leone intorno agli errori, ed alla condotta dei Priscillianisti, e fosse del tutto improbabile, che sotto il nome di Manichei quelli ancora si comprendessero, ragion vorrebbe tuttavolta, che noi giudicassimo, non aver lui senza esame diligentissimo accusato i Priscillianisti, come non osò di accusare i Manichei. Ma poichè una congettura sì forte viene autenticata dal fatto, siccome è evidente dalla lettera di quel S. Pontefice a Turibio di Astorga intorno ai Priscillianisti propriamente detti[734]; cesseranno, a mio credere, le meraviglie che -Tillemont abbia ingojate come un fanciullo le scandalose calunnie d'Agostino, e Leone-, tanto più che le osservo ingojate con pari facilità, non vi dirò dal Baronio[735], da Graveson[736], da Natale Alessandro[737], da Fleury[738], da Racine[739], dall'Orsi[740] forse -superstiziosi e bigotti-; ma da un Alberto Fabricio[741], da un Cave[742], da un Spanemio[743], da un Erasmo[744], dai Centuriatori di Magdeburgo[745], e perfin da Basnage[746]. O vedete quanti fanciulli và indiscretamente a percuotere la rigida sferza del Sig. Gibbon. Conchiudiamo pertanto col nostro Plutarco, che egli «=Quid ni? Homo est scribendi gnarus, oratio jucunda, venustate et vi quadam praedita, et narrationibus inest elegantia, ac -Sermonem veluti cantor.- non quidem scite, sed tamen suaviter proposuit. Verum sicut in rosa cantharides, ita hic cavendae sunt CALUMNIAE ejus, et INVIDENTIA sub laevibus, et teneris latentes figuris verborum: ne per imprudentiam absurdas, et falsas de praestantissimis (Ecclesiae) viris opiniones concipiamus». FINE DEL VOLUME QUINTO. NOTE: [655] Il Sig. Giovanni Kirk in data di Roma dei 12 Giugno 1784 scrisse all'Autore delle Riflessioni in questi termini. Monsig. Stonor is Wholly of your mind, that Gibbon of all other Libertines or Deists is the most dangerous, as he has disguised himself under the cloak of authority...... Hence it is that he approves of your having published a precaution, that heedless readers may not be deceived with his fluid and nervous style, and with the fame, that he has acquired. He was pleased with... and desired me, if you should send any thing else of that nature to give him the satisfaction of the perusal of it. ec. ec. [656] Plut. Ex versione Xylandri Itasil. 1570. Sicut..... qui ex arte et callide adulantur aliquando multis et longis laudationibus vituperationes admiscent leviculas..... ita -malignitas-; ut fidem criminibus faciat, laudem simul ponit. [657] V. Tillem. Mem. Eccl. T. IX. p. 132. e 134. Bolland. 9. May p. 370. [658] S. Greg. Naz. Orat. V. p. 135. «-spiritum- amicitiae posthabere minime sustinuisti, quandoquidem pluris nos fortasse, quam alios omnes ducis: ita rursum -spiritum- nobis longe anteponis». Parlò anche più chiaro nell'Orazione funebre 20. p. 357. Vedi la Vita di S. Basilio Tom. III. Ediz. de Bened. p. 112. [659] S. Greg. Naz. Orat. 7. [660] Tillem. Mem. Eccl. T. IX. p. 558. Du Pin. 656. [661] Carm. I. p. 7. [662] Or. VII. p. 142-43. etc. [663] Leggete di grazia la sua Oraz. Apologetica. Tom. I. Orat. I. [664] Carm. I. p. 8. 9. Carm. VI. p. 74. Orat. 8. p. 147-48. [665] Carm. I. p. 9. Epist. 65. p. 824. Epist. 222. p. 900. [666] Orat. 25. p. 439. [667] Ep. 222 p. 910. [668] Ep. 14 p. 777. [669] Tillem. Mem. Ecclesiastic. Tom. IX. p. 412 T. IV. [670] Vedi l'Oraz. 27 de se ipso et ad eos, qui ipsum Cathedram Constantinopol. affectare dicebant. [671] Soz. l. 4. C. 2. 7. Ruff. L. 1. c. 25. Philost. l. 8 c. 2, Greg. Carm. 1 p. 10. Orat. 32 pag. 525. [672] Tillem. Mem. Eccles. T. IX. pag. 407 e pag. 431. [673] Sozom. l. VII. c. V. Suida in V. Δημοφιλος Niceph. L. 12 c. 8. [674] Carm. I. p. 17. 18. Orat. 28 p. 483. [675] Soz. L. 7. C. 7. [676] Vedi l'Oraz. 27 sopracc. [677] Carm. I. p. 24. [678] d. Carm. p. 30. [679] Carm. I. p. 30. [680] Carm. I. p. 30. [681] Sozom. L. 7. c. 7 ex Vales. Ac mihi quidem sapientissimum hunc virum tum ob alia multa, cum maxime in hoc negotio mirari subit. -Nam neque fasta elatus propter facundiam, nec inanis gloriae studio- ei Ecclesiae praesidere concupivit, quam pene extinctam ac mortuam ipse regendam susceperat. Sed reposcentibus Episcopis depositum reddidit, nihil de multis laboribus conquestus, nihil de periculis, quae adversus haereses decertans subierat etc. V. Tillem. Tom. I. Mem. Eccl. p. 479. e Basnage Annal. V. III p. 76. ec. [682] Jam quod ab altera parte huic respondet, nemo non videt, bonum scilicet aliquod videri impune posse omitti. Sed tamen malitiose hoc fit, quando quod omittitur in locum incidit, qui ad historiam pertinet. Illibenter enim laudare non est, quam libenter vituperare, honestius, fortasse etiam turpius. Plutar. de Herod. Malignit. [683] Id ibid. Quartum ergo signum est ingenii in historia scribenda parum aequi, cum duo sunt aut plures una de re sermones, deteriorem amplecti... Ac de rebus, quas gestas fuisse constat, caussa autem et institutum actionis in obscuro est; -malignus est-, qui in deteriorem partem conjecturas facit ... tum qui praeclaris factis caussam subjiciunt vitiosam, calumniandoque in sinistras abducunt suspiciones de latente ejus, qui rem gessit, consilio; quando ipsum factum palam vituperare non possunt.... hos liquet -ad summam invidentiam et nequitiam- nihil sibi fecisse reliquum. [684] Orat. 19. p. 78. [685] Carm. I. de V. S. p. 22. 21. [686] Neppur questo elogio è senza eccezione. Nel N. 1. intende di dir solamente, che tal'era -l'indole naturale di Gregorio, quando non era infiammata o indurita dallo zelo religioso-. Il fondamento dell'eccezione è l'-esortazione fatta a Nettadio di perseguitare gli Eretici di Costantinopoli-. Perchè dunque non citare nè le parole, nè il luogo? La ragione è patente. Perchè tutta la persecuzione doveva consistere in pregare l'Imperatore a non permettere, che gli Apollinaristi colla loro libertà di predicare, e con la loro licenza rovesciassero un domma fondamentale. Vedi la Lett. a Nettar. indic. col tit. di Orazione 46. La mansuetudine di S. Gregorio verso gli Eretici è sorprendente. Vedi la sua Ep. 81. e Tillem. nella sua vita art. 67. [687] Il disprezzo dell'A. pe' Sinodi quantunque legittimi ed ecumenici è già manifesto dal Cap. 20. della sua Stor. T. IV. in f. Vedi -la Confutazione- del Ch. Sig. Ab. Spedalieri P. 1. Sez. 5 c. 4. [688] L. V. C. 7 e 8. [689] Ad. an. 381. §. 22. V. Basnage Annal. Vol. III. p. 76. [690] T. IX. M. Eccl. V. de S. Gregoire de Naz. art. 69. p. 473. [691] Lib. VI. Ep. 31. [692] Can. Sancta Romana Dist. 15. Sancta R. Ecclesia post illas veteris testamenti et novi scripturas... etiam has suscipi non prohibet. S. Synodum Constantinopolitanam, mediante Theodosio Seniore A., in qua Macedonius haereticus debitam damnationem excepit. [693] L. I. ep. 23 p. 390. [694] Lup. in Schol. T. I. p. 368. Nat. Alex. Diss. 37. ad saec. IV. [695] Ita ne raptus est murus fidei gratiae et sanctitatis, quem toties ingruentibus Gothorum catervis, nequaquam tamen potuerunt barbarica penetrare tela, expugnare multarum gentium bellicus furor?... Urgebat et praeliabatur S. Acholius non gladiis, sed orationibus, non telis, sed meritis percurrebat omnia excursu frequenti Costantinopolim, Achajam, Epirum, Italiam. -Venit enim tamquam David ad pacem populi reformandam.- V. Ep. XV. et XVI. S. Ambros. Hermant. V. de S. Ambr. L. 3 c. 6. Till. T. 9. M. Eccl. pag 478. Vedi Van-Espen. de Cura Episcop. Part. I. Tom. 16. cap. 3. etc. [696] Chardon. T. I. p. 86. etc. L'A. de Re Sacramentar. L. 2. Quaest. 6. Append. §. I. Berti de Theol. discipl. L. 31. c. 23. Prop. 2. [697] V. Trident. Syn. Sess. 6. cap. 4. et Sess. 7. c. 4. [698] De Ob. Valent. Consol. T. 2. p. 1188. etc. [699] Ibid. §. 53 ivi S. Ambr. porta la parità del Martirio. «Quid aliud in nobis est nisi voluntas, nisi petitio? Si quia solemniter non sunt celebrata mysteria hoc movet: ergo nec martyres, si cathecumeni fuerint, coronentur... Quod si suo abluuntur sanguine, et hunc sua pietas abluit et voluntas. Nel qual luogo notano gli eruditi Editori Benedettini: Idem sensus fuit totius Christianae antiquitatis, circa Martyres... Et certe ne Ambrosius videatur hic loqui ad gratiam. Vide Serm. 3. in Psalm. 118. N. 14. Sed ei praeiverat Tertull. L. de Bapt. c. 16. Cyprian. Ep. 73 ad Juba. jan. et al. sicut eosdem Augustinus, posterioresque in hoc secuti sunt.» [700] P. 1194. § 76. l. cit. V. Not. B. Editor. [701] S. Ambros Serm. 2. Negant coecum illuminatum, sed ille non negat se sanatum. Notus homo est, publicis cum valeret mancipatus obsequiis, Severus nomine, lanius ministerio. Deposuerat officium postquam inciderat impedimentum. Vocat ad testimonium homines, quorum ante substentabatur obsequiis etc. [702] S. Aug. lib. 9. Cons. C. 7. [703] Lib. 22. C. 8. [704] Serm. 39 de divers. «Ibi eram, Mediolani eram, facta miracula VIDI, novi attestantem Deum pretiosis mortibus sanctorum suorum. -Coecus notissimus universae Civitati illuminatus est.- Cucurrit, adduci se fecit, forte adhuc vivit. In ipsa eorum Basilica, ubi sunt corpora totam vitam suam se serviturum esse devovit». [705] V. Franc. Veron. Reg. Fid. Cath. §. 3. in Append. ad Natal. Alexand. [706] Il Sig. Gibbon non vuol miracoli di veruna sorta, nè in verun tempo: egli investe quelli degli Apostoli, e di Gesù Cristo medesimo. Vedi il Saggio di Confutazione di Niccola Spedalieri ec. [707] Quantum ergo signum est etc. Vedi il Muratori De Ingenior. moderat. in Relig. neg. l. 3. C. 11. [708] Lib. 16. Tit. 2. L. 25. p. 64. In quello del Cuiacio -Lugduni- 1566 si legge sotto il tit. generale -de Episcop. et Cler-. [709] Lib. 9. T. 29. L. 1. [710] V. Sulle leggi contro gli Eretici Enr. Cocc. de Hug. Grot. Lib. 2. cap. 20. §. 50, il quale cita le dissertazioni di B. Par. Tom. 2. Ed. Lausan. 1752. p. 403. Ita jure communi, et legibus primorum Christianissimorum Imperatorum tota haec causa accuratissime saeculo IV, et V definita est, et omni ex parte pro natura delicti, et modo circumstantiarum aequa justaque satis severitate in haereticos a Catholicae Ecclesiae regula deviantes animadvertitur. Vedi ancora Not. Vales. ad cap. 3. L. 7. H. E. Socrat. Si conviene però del principio Platonico, che la pena della ignoranza, e del -semplice- errore sia l'istruzione: onde sono lodevolissimi que' Sovrani i quali con una giusta tolleranza provvedono egualmente alla Religione e allo Stato. [711] T. 8. p. 811. Ed. de' Maur. [712] T. 2. Ep. 237. p. 850. [713] Haeres. 70. [714] Contr. Mendac. T. 6. [715] L. 2. Retract. C. 60. Tunc et contra mendacium scripsi librum, cujus operis ea causa extitit, quod ad Priscillianistas investigandos, qui haeresim suam non solum negando, atque -mentiendo-, verum etiam -pejerando- existimant occulendam, visum est quibusdam Catholicis Priscillianistas se debere simulare, ut eorum latebras penetrarent. Quod ego fieri prohibens hunc librum condidi. -- Un nemico così giurato della menzogna, e della simulazione dovremo dirlo calunniatore? È ella questa -la ragionevolezza del nostro secolo?- [716] Jo. Albert. Fabric. collect. veter. PP. Brixieni. p. 45. [717] Sulp. Sever. Hist. Sacr. L. 2. Edit. Hieron. de Prato T. 2. §. 47. 48. [718] Histoire des dogm. de Manich. T. 2. I. 9. p. 755. [719] Hieron. in Catalog. Script. N. CXXI [720] Sulp. L. 2. Hist. S. §. 50. [721] Socrat. H. E. Lib. 7. C. 3. S. Leon. Ep. 15. Ediz. del Cacc. v. Hermant. V. de S. Ambroise L. 5. C. 4. e L. 7. C. 1. [722] Epist. ad Ctesiph. adv. Pelag. [723] Ibid. [724] Lib. 2. Hist. Sac. §. 50. Ed. Hieron. de Prato. . . . , 1 . 2 3 [ ] , ' ' , 4 . ( - . . . - . . ) 5 ' , 6 - - ' , ' - - . 7 8 [ ] , 9 , 10 , 11 . ' 12 ' ( - . . - ) 13 ' ( . - . . . - . . . . . 14 - . . - ) 15 . 16 17 [ ] ( - - . . 18 . ) , ( - - . . . . . ) 19 . 20 21 [ ] 22 23 - , - 24 - , , - 25 - - . 26 27 ( . . ) . , , 28 , - , 29 ' ' , ? 30 - , ' , - 31 - . . - . . . - . 32 33 [ ] . . . . . 34 ' , , 35 ' . - . ' . . 36 - . . - . - . . . . . - . 37 . 38 39 [ ] , ( - - . . . ) 40 . 41 ; ( - - . . ) 42 ' . - . . 43 - . . . . 44 45 [ ] , . . - 46 , - . 47 . - . 48 . . . . . . . - . 49 50 [ ] - . . . . . . . - . ( - . ' . 51 . . . . - ) 52 . 53 54 [ ] ' : 55 ' . , 56 . - , 57 ? 58 : 59 . . . . - . , ( - . . 60 . . . - ) 61 ' ' . 62 63 [ ] - . . . . . - . ( - . . - . . 64 - . . . . . . - ) ; 65 - ( 66 ) ? - 67 68 [ ] ( - . . . . - ) ' 69 ' , ' , 70 . 71 72 [ ] ( . . ) 73 ' , 74 , ; 75 , . 76 - 77 . - 78 79 [ ] . - . . . . . - - . . . . 80 . - . . . . . 81 82 [ ] , 83 ( - - . . ) ; , 84 ! 85 . 86 87 [ ] 88 89 - - 90 - , - 91 92 - , - 93 - . - ( . - . - . . . ) 94 95 [ ] ( - - . ) ' , 96 , - - 97 . 98 . 99 100 [ ] , - , 101 , 102 . ' ' 103 , 104 ( . . . . . ) 105 . 106 107 [ ] , ' 108 : . 109 ( . . ) ' . 110 111 [ ] , 112 ' , 113 ' , , ' 114 . 115 , - . . . . - - . 116 117 [ ] - , , . . 118 . . . . . . . . . - 119 . 120 121 [ ] ; ' 122 , 123 ; - , 124 . - 125 126 [ ] ( . . - . . . . . . - ) , 127 ( . - . ) 128 . 129 130 [ ] . - . . . . . - . . 131 132 . . 133 . ; . . 134 135 [ ] - ? , 136 , . . . . . . 137 , . - . - . 138 . . . - . . 139 140 [ ] ( - . . . . - ) , 141 . . 142 ' , 143 ( - . . . . - . . ) ' , 144 . . 145 ( - . . . . . - . - - ) . 146 147 [ ] ( - . . . . - ) 148 , . 149 150 [ ] , , 151 , , ' ' 152 , , . ; 153 ' , , ' . ; 154 ' ( - . . . - - ) . 155 . , . 156 . , 157 . 158 159 [ ] ( - . . . . . - ) 160 , 161 . . 162 163 [ ] ( . . 164 ) . 165 ' ; . 166 ? 167 168 [ ] , 169 , ( - . . . . . 170 - . - ) . . ( 171 ' - - ) . 172 ' . 173 , 174 - . . . . . - . 175 176 [ ] . 177 , . : 178 - . . . . . - 179 180 [ ] - - 181 , . 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' 302 , ' - ( ) - 303 - : - 304 , - 305 - , 306 ' , 307 ' , 308 . - ' - - 309 ' - , - 310 , - ; , 311 ' , 312 , ' ' 313 : - - ' ' 314 , 315 , , , 316 , , 317 ; ' 318 , , 319 . - 320 . ! - 321 - , 322 , , ' . 323 324 , 325 [ ] ? 326 327 ' , 328 , 329 , 330 ' ; 331 , . , 332 . 333 [ ] , 334 , ' ' , , 335 ; ' 336 ' [ ] 337 , 338 , ; ' 339 ' , ' , ' ' 340 , 341 342 . 343 344 , ' , 345 , , 346 ' ? 347 , 348 , 349 [ ] . 350 ' 351 , [ ] 352 , , 353 . 354 [ ] , , 355 , ' 356 , , 357 , : 358 , 359 ' , [ ] . 360 , , . , , 361 , 362 , 363 ' . 364 , 365 [ ] ? 366 , ' , 367 , 368 , 369 , ' 370 [ ] , 371 . ? 372 373 ' , 374 ? ; 375 , ' [ ] . 376 ; [ ] , 377 : , 378 [ ] 379 [ ] . 380 381 382 ' , , 383 [ ] ? , , 384 , : 385 , 386 - ' 387 , - , , , 388 [ ] . 389 , 390 , 391 [ ] : - - 392 ( . ) - 393 ' ' - [ ] . 394 ' - - , - - , ' - - 395 - ' ? - 396 397 398 ? 399 , 400 ; , 401 , , ' 402 , 403 [ ] . , 404 , [ ] , 405 , 406 , ' 407 , 408 [ ] , 409 [ ] . ' , , 410 [ ] ; 411 , 412 ' 413 ' ' . 414 415 ' 416 , 417 , , 418 ' , . 419 , ' . 420 , 421 , , - 422 - . , 423 [ ] 424 425 - . . . - 426 - - , , , 427 . 428 ' , , 429 , , , 430 , [ ] ; 431 - 432 - , 433 , , , 434 ; ( 435 , ) ' , 436 [ ] . 437 . , 438 , . 439 440 , , 441 ( , . 442 ' ) 443 , , 444 [ ] , , 445 : 446 , 447 , , 448 [ ] . ' . 449 . ' 450 , 451 - - - - , - , 452 - : 453 - 454 - , [ ] 455 ; ' - - 456 - ' - 457 , , - - 458 ' 459 , - , 460 ' - . 461 462 . , 463 , - 464 , , , 465 ' , , 466 , 467 ' ? - , , , 468 . , 469 , , 470 - , 471 , , 472 - ; [ ] 473 , 474 , 475 ? 476 , - ' 477 , 478 , - [ ] . . 479 480 , , - 481 ' - , 482 - - , , ' 483 [ ] 484 , - - , - 485 - , - 486 , ' - . 487 . - 488 489 - , , , 490 [ ] , [ ] , 491 , 492 , . 493 , 494 « ' ' ' , , 495 , , , 496 , ' ' » . 497 [ ] , 498 , - - , - - 499 - - , , - - . 500 ' , 501 502 503 , : 504 . . [ ] . 505 506 , 507 ' 508 ' , . 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' ! - 589 - - . 590 ? 591 592 [ ] , ' - - [ ] ; 593 - - , 594 595 - - [ ] . 596 597 , 598 [ ] : , 599 , , 600 , 601 [ ] , , . 602 [ ] . 603 604 ' 605 - - . 606 607 ' , 608 - - , , ? 609 . , , ' 610 , ' , - , 611 - : ' 612 [ ] = - 613 - = , ' ' - - 614 - - , 615 . 616 [ ] , 617 . , = 618 - - , - - 619 , = . 620 , ' , 621 ' . , 622 , , 623 . , , 624 ' . , 625 - - , 626 , , 627 . = - 628 ? - 629 . [ ] . 630 631 . 632 ; - 633 - - , , 634 ' ! 635 , - . , 636 - - - - 637 [ ] , ' [ ] - 638 - [ ] , - - [ ] ; 639 , - - [ ] ? 640 - - , . 641 ! 642 , 643 ' - - . 644 . ; 645 - - - - , - 646 - [ ] = - , 647 , 648 - : . 649 , 650 - - , . , , . 651 , 652 [ ] , , , 653 . . ? . 654 , [ ] . « 655 . , , 656 ! , , - - , 657 - - ' , ' . - - ' 658 , 659 ' , ? » [ ] . 660 : ' , 661 [ ] , 662 , 663 [ ] , , 664 , 665 . . , 666 667 ; 668 , 669 ' , : 670 , . 671 . 672 , 673 = - , 674 . . . , 675 , - [ ] . 676 677 « , . . . . - 678 . - 679 , 680 ! - 681 , - [ ] ? 682 , - - , 683 ? 684 , - - , - 685 , - 686 , ? 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