421. Edit. Haverc. Sembra che Orosio, quantunque pinzochero e
controversista ne abbia rossore.
[612] Eunapio, nelle vite d'Antonino e d'Edesio, detesta la sacrilega
rapina di Teofilo. Il Tillemont (-Mem. Eccl. T.- XIII. p. 453) cita una
lettera d'Isidoro di Pelusio, che accusa il Primate del culto
-idolatrico- dell'oro, dell'-auri sacra fames-.
[613] Ruffino nomina un Sacerdote di Saturno, che sotto la forma di quel
Dio conversava famigliarmente con molte pie donne di qualità,
finattantochè si tradì da se stesso in un momento di trasporto, in cui
non potè mascherare il tuono della sua voce. L'autentica ed imparziale
narrazione d'Eschine (Vedi Bayle -Diction. Cri. Scamandre-) e
l'avventure di Mondo (Gioseff. -Ant. Giud. l.- XVIII. c. 3. p. 877.
-Edit. Haverc.-) possono provare che tali amorose frodi si son praticate
con buon successo.
[614] Si vedano le immagini di Serapide appresso Montfaucon (-Tom-. II.
p. 296), ma la descrizione di Macrobio (-Saturnal-. l. I. c. 20.) è
molto più pittoresca e soddisfacente.
[615]
-Sed fortes tremuere manus, motique verenda-
-Majestate loci, si robora sacra ferirent,-
-In sua credebant redituras membra secures-.
(Lucan. III. 429). È vero, disse Augusto ad un veterano di Italia, in
casa del quale cenava, -che quello, che diede il primo colpo alla statua
d'oro d'Anaitide, restò immediatamente privo degli occhi e della vita?
Io fui quello-, rispose l'illuminato veterano, -e voi presentemente
cenate sopra una gamba della Dea-. Plin. -Hist. Nat. XXXIII. 24-.
[616] Sozomeno lib. VII. c. 20. Io ho supplito la misura. La stessa
misura dell'inondazione, e per conseguenza del cubito, è durata uniforme
fino dal tempo d'Erodoto. Vedi Freret nelle -Mem. de l'Acad. des Inscr.
Tom-. XVI. 344-353. Greaves -Oper. miscellan. vol. I. p. 233-. Il cubito
Egiziano è circa ventidue pollici del piede Inglese.
[617] Libanio, (-pro Templis- p. 15. 16. 17) difende la loro causa con
delicata ed insinuante rettorica. Fino dai più antichi tempi avevano
tali feste ravvivato la campagna; e quelle di Bacco (-Georg-. II. 380)
avevan prodotto il teatro d'Atene. Vedi Gotofredo -ad Liban. e Cod.
Teod-. VI. p. 284.
[618] Onorio tollerò queste rustiche feste, an. 309. -Absque ullo
sacrificio, atque ulla superstitione damnabili-. Ma nove anni dopo credè
necessario di rinnovare ed invigorire la stessa costituzione. -Cod.
Teod. l. XVI. tit. X. leg. 17. 19-.
[619] -Cod. Teod. l. XVI. Tit. X. leg. 12-. Jortin (-Osserv. sull'Istor.
Eccl. vol. IV. p. 134-) censura con asprezza lo stile ed i sentimenti di
questa intollerante legge.
[620] Non dovrebbe leggermente darsi un'accusa di tal sorta: ma può
sicuramente giustificarsi coll'autorità di S. Agostino, il quale così
parla ai Donatisti. -Quis nostrum, quis vestrum non laudat leges ab
Imperatoribus datas adversus sacrificia Paganorum? Et certe longe ibi
poena severior constituta est: illius quippe impietatis capitale
supplicium est. Epist. 93. n. 10-. citata dal Leclerc, (-Bibl. Chois.
Tom. VIII. p. 277-) il quale aggiunge alcune riflessioni
sull'intolleranza de' vittoriosi Cristiani.
[621] Orosio -l. VII. c. 28. p. 537-. Agostino (-Enarr. in Ps.- 140. ap.
Lardner -Testim. Pag. volum. IV. p. 458.-) insulta la lor codardia;
-Quis eorum comprehensus est in sacrificio (cum his legibus ista
prohiberentur) et non negavit?-
[622] Libanio (-pro Templis. p. 17. 18.-) fa menzione dell'accidentale
conformità di quest'ipocriti, come d'una scena teatrale, senza
censurarla.
[623] Libanio termina la sua apologia (p. 32.) con dichiarare
all'Imperatore, che qualora egli espressamente non garantisca la
distruzione dei tempj, i proprietari difenderanno se stessi e le leggi;
ισθι του των αγρων δεσποτας καί αυτοις, καί τῳ νομω βοηθησοντας.
-Sappi che i Signori delle campagne provederanno a se stessi ed alla
legge.-
[624] Paolin. -in. vit. Ambros. c. 26.- Agostino -de Civ. Dei l. V. c.
26.- Teodoret. l. V. c. 24.
[625] Libanio suggerisce la forma di un editto di persecuzione, che
Teodosio avrebbe potuto fare (-pro Templis- p. 32.); scherzo imprudente,
ed esperienza pericolosa! Qualche altro Principe potrebbe aver preso il
suo consiglio.
[626]
-Denique pro meritis terrestribus aeque rependens-
-Munera, sacricolis summos impertit honores-
· · · · · · · · · · · · ·
-Ipse magistratum tibi Consulis, ipse tribunal-
-Contulit.- (Prudent. -in Symmach.- I. 617. ec.)
[627] Libanio (-pro Templis- c. 32) s'insuperbisce, che Teodosio
distinguesse in tal modo uno, che anche alla sua -presenza- giurasse per
Giove. Pure questa presenza non sembra esser altro che una figura
rettorica.
[628] Zosimo, che chiama se stesso Conte ed Ex-avvocato del Tesoro, con
indecente e parzial bacchettoneria maltratta i Principi Cristiani, ed
eziandio il padre del proprio Sovrano. L'opera di lui dev'essere andata
in giro privatamente, poichè ha scansato le invettive degli Istorici
Ecclesiastici anteriori ad Evagrio (l. III. c. 40. 42.) che visse verso
il fine del sesto secolo.
[629] Ciò non ostante, i Pagani dell'Affrica si dolevano che i tempi non
permettessero loro di risponder con libertà alla città di Dio: nè S.
Agostino (V. 26.) contraddice all'accusa.
[630] I Mori della Spagna, che conservarono segretamente la
religione Maomettana per più d'un secolo, onde evitare il rigore
dell'inquisizione, avevano il Koran, coll'uso loro proprio della lingua
Arabica. Vedasi la curiosa ed ingenua storia della loro espulsione
appresso Geddes, -Miscell. vol. I. p. 1-198-.
[631] -Paganos, qui supersunt, quamquam jam nullos esse credamus. Cod.
Theod. lib. XVI. Tit. X. leg. 22. an. 423.- Teodosio il Giovane restò in
seguito persuaso che il suo giudizio era stato un poco immaturo.
[632] Vedi Eunapio nella vita del sofista Edesio; in quella d'Eustazio
ei predice la rovina del Paganesimo, και τι μυθωδες και αειδες σκοτος
τυραννησει τα επι γης καχλισα; -E carte favolose, ed oscure
tenebre domineranno la miglior parte della terra.-
[633] Cajo (ap. Euseb. -Hist. Eccl. l. II. c. 25.-) Prete Romano, che
visse al tempo di Zeffirino (an. 202-219.) è un antico testimone di
questa superstiziosa costumanza.
[634] Chrysost. -Quod Christus sit Deus. Tom. I. nov. Edit.- n. 9. Io
son debitore di questa citazione alla lettera pastorale di Benedetto
XIV. in occasione del giubbileo del 1750. Vedi le piacevoli e curiose
lettere di M. Chais; Tom. 3.
[635] -Male fecit ergo Romanus Episcopus? qui super mortuorum hominum,
Petri et Pauli, secundum nos ossa veneranda...... offert Domino
sacrificia, et tumulos eorum Christi arbitratur altaria.- Girol. -Tom.
II. adv. Vigilant.- p. 153.
[636] Girolamo (-Tom. II. p. 122.-) fa fede di tali traslazioni, che son
trascurate dagli Istorici Ecclesiastici. La passione di S. Andrea a
Patra vien descritta in una lettera dal Clero dell'Acaia, che il Baronio
(-Annal. Eccl. an. 60.- n. 34.) desidera d'ammettere, e il Tillemont è
costretto a rigettare. S. Andrea fu adottato per fondatore spirituale di
Costantinopoli (-Mem. Eccl. Tom. II. p. 317-325. 188-594-).
[637] Girolamo (-T. II. p. 122.-) pomposamente riferisce la traslazione
di Samuel, di cui si fa menzione in tutte le croniche di quei tempi.
[638] Il Prete Vigilanzio, che fu il protestante del suo secolo,
fortemente, quantunque senza effetto, s'oppose alla introduzione de'
Monaci, delle reliquie dei santi, dei digiuni ec.; per lo che Girolamo
lo paragona all'Idra, al Cerbero, a' Centauri ec.; e lo considera solo
come l'organo del demonio (-Tom. II. p. 120-126-). Chiunque leggerà la
controversia fra S. Girolamo e Vigilanzio, e la narrazione che fa S.
Agostino dei miracoli di S. Stefano, può prendere in breve qualche idea
dello spirito dei Padri.
[639] Il Beausobre (-Hist. du Manich. Tom II. p. 648.-) applicò un senso
mondano alla pia osservazione del Clero di Smirne, che diligentemente
conservò le reliquie di S. Policarpio martire.
[640] Martino di Tours (vedi la sua vita c. 8. scritta da Sulpicio
Severo) ne trasse la confessione dalla bocca del morto. Si accorda che
l'errore sia naturale; la scoperta di esso è supposta miracolosa. Quale
di queste due cose è verisimile che sia seguita più frequentemente?
[641] Luciano compose in Greco la sua narrazione originale, che fu
tradotta da Avito, e pubblicata dal Baronio (-An. Eccl. An. 325. n.
7-16.-). Gli Editori Benedettini di S. Agostino ne hanno dato (al fin
dell'opera -de Civitate Dei-) due diverse copie con molte varianti. Il
carattere della falsità è la sconnessione e l'incoerenza. Le parti più
incredibili della leggenda son mitigate, e rese più probabili dal
Tillemont -Mem. Eccl. Tom. II. p. 9- ec.
[642] A Napoli si liquefaceva ogni anno una boccetta del sangue di S.
Stefano, fintantochè non gli successe quello di S. Gennaro: Ruinart
-Hist. Pers. Vandal. p. 529.-
[643] Agostino compose i ventidue libri -de Civitate Dei- nello spazio
di tredici anni, dal 413 al 426. (Tillemont -Mem. Eccl. Tom. XIV. p.
608.- ec.) Ei troppo spesso prende da altri la sua erudizione, e da se
stesso i suoi argomenti: ma tutta l'opera ha il merito di un magnifico
disegno, vigorosamente ed abilmente eseguito.
[644] Vedi Agostino (-de Civ. Dei. l. XXII. c. 22.-) e l'appendice che
contiene due libri de' miracoli di S. Stefano, fatta da Evodio Vescovo
d'Uzalis. Freculso (ap. Basnag. -Hist. des Juifs Tom. VIII. p. 249.-) ci
ha conservato un proverbio Gallico o Spagnuolo: -chi pretende d'aver
letto tutti i miracoli di S. Stefano è bugiardo-.
[645] Burnet (-de statu mortuor. p. 56-85.-) raccoglie le opinioni dei
Padri, che sostenevano il sonno o riposo delle anime umane sino al
giorno del giudizio. In seguito espone (p. 91.) gli inconvenienti, che
dovrebbero nascere, se avessero un'esistenza più attiva e sensibile.
[646] Vigilanzio poneva le anime dei Profeti e dei Martiri o nel seno
d'Abramo (-in loco refrigerii-) o anche sotto l'altare di Dio, -nec
posse suis tumulis, et ubi voluerunt adesse praesentes-. Ma Girolamo
(Tom. II. p. 122.) fortemente confuta questa bestemmia: -Tu Deo legem
pones? Tu Apostolis vincula injices, ut usque ad Diem judicii teneantur
custodia, nec sint cum Domino suo, de quibus scriptum est;- sequuntur
agnum quocumque vadit. -Si agnus ubique, ergo et hi, qui cum agno sunt,
ubique esse credendi sunt. Et cum diabolus et daemones toto vagentur in
orbe etc.-
[647] Fleury, -Disc. sur l'Ist. Eccl. III p. 80-.
[648] In Minorca, le reliquie di S. Stefano convertirono in otto giorni
540 Ebrei, coll'aiuto in vero di qualche severità, come di bruciare la
Sinagoga, di cacciare gli ostinati a soffrir la fame fra scogli ec.
Vedasi la lettera originale di Severo Vescovo di Minorca (-ad calc. 3.
Augustin. de Civ. Dei-), e le giudiziose osservazioni del Basnagio (T.
VIII. p. 245-251).
[649] David Hume (-Sagg. vol. 3 p. 474-) osserva, come filosofo, il
natural flusso e riflusso del Politeismo e del Teismo.
[650] D'Aubignè (Vedi -le sue Memorie p. 156-160-) francamente offerì,
col consenso dei ministri Ugonotti, d'accordare i primi 400 anni per
servir di regola della fede. Il Cardinal du Perron chiese quarant'anni
di più, che imprudentemente furon concessi. Nessuno però dei due partiti
si sarebbe trovato contento di questo folle accordo.
[651] Il culto praticato ed inculcato da Tertulliano e da Lattanzio, è
tanto puro e spirituale, che le loro declamazioni contro le cerimonie
Pagane alle volte attaccano anche le Giudaiche.
[652] Fausto Manicheo accusa i Cattolici d'idolatria; -Vertitis idola in
Martyres..... quos votis similibus colitis.- Il Beausobre (-Hist. Crit.
du Manich. Tom. II. p. 629. 700-) Protestante, ma filosofo, ha
rappresentato con candore e dottrina l'introduzione della -Cristiana
idolatria- nel quarto e nel quinto secolo.
[653] Può vedersi la somiglianza della superstizione, che non potrebbe
ascriversi all'imitazione, dal Giappone al Messico. Warburton ha
fatt'uso di quest'idea, ch'egli contorce per volerla rendere troppo
generale ed assoluta (-Div. Legaz. V. IV p. 126. ec.-).
[654] L'imitazione del Paganesimo forma il soggetto di una piacevol
lettera, che il Dot. Middleton scrisse da Roma. Le osservazioni di
Warburton l'obbligarono ad unire (Vol. III. p. 120-152) l'istoria delle
due religioni, ed a provare l'antichità della copia Cristiana.
RIFLESSIONI
D'IGNOTO AUTORE
SOPRA I CAPITOLI
XXVI, XXVII E XXVIII
DELLA STORIA DELLA DECADENZA
E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
DIVISE IN TRE LETTERE
DIRETTE
AI SIGG. FOOTHEAD E KIRK
INGLESI CATTOLICI
LETTERA I.
L'amorevolezza, con cui accoglieste le brevi e semplici mie riflessioni
sul VI. e VII. Tomo della Storia del Sig. Gibbon della traduzione
Pisana, le quali v'indirizzai sì per rendervi cauti nella lettura di
un'opera pericolosa, che per varj titoli doveva sollecitare la vostra
letteraria curiosità, come ancora per animarvi a far uso in difesa della
Religione Cattolica del vostro raro talento e sapere: ed inoltre il
compatimento, che elleno meritarono presso il dotto ed illustre Prelato
della vostra nazione, Monsignor Stonor,[655] mi rendono coraggioso ad
indirizzarvene, unicamente pei fini medesimi, alcune altre poche, le
quali mi son presentate alla mente in leggendo l'ottavo Tomo uscito ora
alla luce. Ma in questo ancora sono tanto gli abbagli del Sig. Gibbon e
tanto varj, che senza nojarvi, censurandoli ad uno ad uno, vi mostrerò
soltanto l'Autore sempre coerente a se stesso nel pungere ed avvilire il
partito Cattolico; non accorgendosi egli per avventura, quanto, così
adoperando, ponga in diritto i suoi leggitori di applicare ai suoi libri
i giudiziosi canoni fissati da Plutarco nel suo aureo Opuscolo -de
Malignitate Herodoti-, per giudicare del merito di uno Storico.
Siccome un adulatore artificioso ed astuto frammischia talora tra molte
e lunghe lodi qualche ombra di biasimo[656], così la malignità ai
delitti medesimi accoppia la lode, affinchè quelli ritrovino più
agevolmente credenza. Vediamo se il Sig. Gibbon usa un cotal modo tanto
coi Padri Greci che coi Latini. «-Basilio e Gregorio Nazianzeno- (egli
dice) -eran distinti sopra tutti i loro contemporanei per la rara unione
di profana eloquenza e di ortodossa pietà. Essi avevano coltivato i
medesimi studj liberali nelle scuole di Atene, si erano ritirati con
egual divozione alla solitudine... e pareva totalmente spenta ogni
scintilla di emulazione e d'invidia nei santi ed ingenui petti di
Gregorio e Basilio-». Ma che? -l'esaltazion di Basilio alla sede
Archiepiscopale di Cesarea scuoprì al Mondo, e forse a lui medesimo
l'orgoglio del suo carattere. Il primo favore, che Basilio fece
all'amico, fu preso per un insulto, e s'ebbe forse l'intenzione di
farlo. Invece d'impiegare i sublimi talenti di Gregorio in qualche utile
e cospicuo posto, l'altiero Prelato- (Basilio) -diè il Vescovado del
miserabil villaggio di Sasima- al Nazianzeno: -e questi dopo di essersi
sottomesso con ripugnanza a tale umiliante esilio, e- dopo di aver
ajutato il proprio padre -nel governo della nativa sua Chiesa,
conoscendo bene di meritare un'altra udienza ed altro teatro, accettò
con lodevole ambizione l'onorevole invito, che gli fu fatto dal partito
ortodosso di Costantinopoli.- L'istesso Gregorio -sotto il modesto- velo
d'un sogno -descrive il proprio buon successo nella predicazione,- che
ivi ebbe, -con qualche umana compiacenza; ivi il Santo, che non avea
superate le imperfezioni dell'umana virtù, fu profondamente sensibile al
mortificante riflesso, che l'entrar che fece nell'ovile era piuttosto da
lupo che da pastore:- ivi infine dopo molto -l'orgoglio o l'umiltà gli
fece evitare una contesa, che avrebbe potuto imputarsi ad ambizione ed
avarizia, e propose pubblicamente, non senza qualche dose di sdegno, di
rinunziare al governo di una Chiesa, che era risorta, e quasi creata per
le sue fatiche; e fu accettata la rinunzia dal Sinodo e dall'Imperatore
più facilmente di quello, che sembra che ei si aspettasse in quel tempo,
nel quale egli avea forse sperato di godere i frutti della vittoria.-
Ecco dove vanno a finire le lodi del Sig. Gibbon! -Nei santi ed ingenui
petti- di Gregorio e Basilio ascondevasi la radice di tutti i mali, la
superbia, ed il più abbominevol del vizi, l'ipocrisia. Si può egli mai
con più sottile scaltrimento attaccare la santità di due tra i più
illustri Dottori della Chiesa, e come tali riconosciuti dalla
medesima[657] per lo spazio non interrotto di quattordici secoli?
Nè io vo' già negare, che il Nazianzeno adoperasse dei modi non
plausibili per sottrarsi alle cure del litigioso Vescovado di Sasima, nè
che egli giungesse perfino sul primo fervore a rampognare Basilio, che
l'eminenza della sua sede lo avesse reso orgoglioso; ma non per questo
Basilio era tale, come lo afferma francamente il Sig. Gibbon, nè tale in
realtà reputavasi da Gregorio. Imperocchè questi medesimo giustificò di
poi bastevolmente Basilio[658] dicendo, che egli in quella occasione
avea preferito, senza riguardo agl'interessi dell'amicizia, tutto ciò,
che a suo avviso poteva contribuire al divino servigio; ed in un'arringa
fatta nell'adunanza dei Vescovi[659] intervenuti alla sua consacrazione
tessè un elogio eccellente a quel grande Arcivescovo, ragionando delle
virtù episcopali, che egli poteva apprender da esso; tra le quali e'
parrebbe che l'alterezza, l'invidia, l'emulazione e l'orgoglio tanto
meno si potessero annoverare, quanto più debbono i Vescovi
rassomigliarsi al divino Pastore e Maestro mansuetissimo ed umil di
cuore.
Sarà poi almen vero, che Gregorio per l'alto concetto, che avea di se
stesso, ricusasse il governo di Sasima e di Nazianzo, ed accettasse
quello della nuova Capital dell'Impero? Per verità fino ai dì nostri si
era creduto, che il Nazianzeno avesse cercato mai sempre di ascondersi
agli occhi degli uomini, a segno tale da venirgli imputato da taluno a
delitto[660] un soverchio amore per la solitudine. Da questo amore si
ripetevano unicamente le acerbe querele fatte all'amico sul Vescovado di
Sasima, a cui aveva sovente[661] manifestato il suo disegno di ritirarsi
totalmente dal Mondo, morti che fossero i suoi genitori, e da cui ne
aveva riscossi dei segni di approvazione. Ci confermava in tale opinione
il leggere nella mentovata Orazione[662], che Gregorio, quanto maggiori
lumi acquistava, tanto più si alienava coll'animo dalle dignità della
Chiesa, che tutte riputava sublimi per timore di esserne indegno, o di
addivenirne superbo, e cadere come Saulle: ben persuasi di non poter
ritrovare miglior testimone dei sentimenti del Nazianzeno, tranne colui
ch'è il solo scrutatore dei cuori umani, del Nazianzeno medesimo[663].
Ma quelle, mi si dirà, son parole. Son parole, egli è vero, ma
dimostrate per sincerissime da una serie costante di azioni, che son
quei frutti, dai quali siamo istruiti a discernere la santità
dall'ipocrisia. Non vi volle forse tutta la violenza e la tenerezza di
un genitore cadente per trar Gregorio dalla sua solitudine, ed
indurlo[664] a divider con esso il governo della nativa sua diocesi? E
non protestossi, nell'occasione di arrendersi a tai premure, di non
volergli succedere in conto alcuno dopo la morte, protesta che ei
rinnovò alla presenza dei Vescovi, i quali assisterono ai funerali del
padre defunto, contestandone l'ingenuità e colle replicate suppliche per
far eleggere il nuovo Pastore a Nazianzo[665], e colla sua ritirata nel
Monastero di S. Tecla e Seleucia?
Ma che forse non accettò l'onorevole invito, che gli fu fatto dal
partito ortodosso di Costantinopoli? Sì lo accettò; ma fu di mestiero
svellerlo a forza dal suo ritiro, dov'ei ritrovava le sue delizie[666].
Sì lo accettò; ma per terger le lagrime di tanti fedeli[667], che si
dolevano della sua renitenza: lo accettò finalmente, ma non già prima
che molti tra i suoi amici medesimi[668] lo riprendessero e lo
condannassero come poco curante del ben della Chiesa[669].
E qual città era ella mai a quei giorni Costantinopoli da stimolar
l'ambizione di Gregorio già vecchio, mal sano, ed infievolito dalle
austerità della penitenza[670]? I Macedoniani, gli Apollinaristi, gli
Eunomiani, e gli Arriani principalmente vi trionfavano: nè ciò è
attestato dal solo Gregorio, il quale insolentemente da Gibbon vien
paragonato ad -un medico sempre disposto ad esagerare l'inveterata
malattia, che egli ha curata-, ma da Sozomeno, da Ruffino, e da
Filostorgio medesimo[671]. Ivi i Cattolici omai ridotti ad un piccol
drappello erano divenuti soli il bersaglio della più fiera persecuzione,
di cui Gregorio stesso provò ben tosto il furore, essendo lapidato
villanamente[672]: ed ivi pure nel tempo di -Eudosso e Demofilo godeva-
(son parole del Sig. Gibbon) -una libera introduzione il vizio e
l'errore da ogni Provincia dell'Impero-[673]. E questa poteva esser
l'-udienza-, questo il -teatro-, questo l'-utile e cospicuo posto- da
soddisfare -la vanità e l'ambizione?-
Ma volete ancor meglio conoscere quanto codesto spirito dominasse
Gregorio? Il Cinico Massimo colle arti più inique si fa ordinar Vescovo
di Costantinopoli, e Gregorio risolvè tosto di ritirarsi da quella
città; nè per distorlo dal suo disegno vi volle meno, che un popolo si
confinasse nella Chiesa, ove egli era adunato, per un'intiera giornata a
pregarlo e scongiurarlo, e protestasse di volergli impedir la partenza a
costo ancor della vita[674]. Espulso Demofilo, e condannato dal Sinodo
di Costantinopoli il perfido usurpatore, Teodosio[675], giusto
estimatore del merito di Gregorio, lo chiede per Vescovo di quella
Capitale, e Melezio e gli altri Prelati dell'Oriente violentano
replicatamente la sua modestia, e lo collocano sul trono Arcivescovile
altra volta da lui rifiutato[676], malgrado i suoi gemiti e le sue
grida[677]. L'Imperatore, il quale ebbe parte alla sua istallazione, fu
altresì testimone della sua resistenza[678]; la quale sarebbe anche
stata maggiore, se Gregorio non avesse sperato di contribuire alla pace
di Antiochia e del Mondo Cristiano nel grado di Vescovo d'una città
situata tra l'Oriente e l'Occaso.
Ed infatti presentatasi in breve l'occasion favorevole di stabilirla per
la morte del Patriarca Melezio, vedendo Gregorio riuscire inutili tutti
i suoi sforzi, e defraudate le sue speranze, non esitò punto ad
abbandonare l'abitazion vescovile, ed a proporre di lasciar la sua sede.
Accettata la proposizione dal Sinodo, restava l'assenso Imperiale. Le
preghiere del Santo furono così vive e pressanti, che Teodosio si
arrese, ma non già volentieri, nè -più facilmente di quel che egli
credeva-. Questa è una voce maligna, che sparsero allora i nemici del
Nazianzeno[679]
-Imperator... cedit ac votis meis-
-Ille haud libenter-, ut ferunt, cedit tamen,
la quale riproducendosi ora dal Sig. de Gibbon non recherà maraviglia
s'ei tace, e che i personaggi più riguardevoli della città, portatisi da
Gregorio a scongiurarlo, piangendo, di non abbandonare il suo popolo, lo
intenerirono con le loro lacrime, ma non lo piegarono[680]; e che i più
gravi membri del Sinodo non tanto -per il disordinato procedere contro
Paolino-, quanto per non udire la proposizion di rinunzia del
Nazianzeno, si chiuser le orecchie, batteron le mani, e si separaron
dagli altri; e qual giudizio per fine formi un istorico (da lui sovente
allegato, ma non già in un tal fatto) di quest'azione, la quale fu
certamente una delle più eroiche in tutta la Storia Ecclesiastica[681].
Ma se il Sig. Gibbon avesse indicati tai fatti, io avrei molto men
ragione di asserire, che egli si trova delineato in Plutarco.
Lo scrittore di cui parla quel Savio, debbe intrudere nella sua storia,
benchè poco a proposito (e qui rammentatevi, che il Sig. Gibbon si
propone di far la storia della decadenza e rovina dell'Impero Romano) le
disavventure, le azioni vituperevoli, e le scelleraggini delle
persone[682], e per lo contrario dee omettere ciò che avvi di buono,
quantunque abbia relazione al racconto già incominciato: anzi egli dee
attribuire le belle e notabili azioni ad una cagione viziosa,
interpretarne sinistramente i disegni, e sempre crederne il peggio, od
almen sospettarlo[683]. Per questo appunto l'A. attribuisce ad alterezza
ed orgoglio in S. Basilio l'elezione che fece di Gregorio al Vescovado
di Sasima, e la ripugnanza di questo per Sasima e per Nazianzo ad
-emulazione- ed -invidia-, ed -alla cognizione, che aveva di meritare
altra udienza ed altro teatro-: perciò vuol che Gregorio stesso
-descriva il proprio buon successo nella predicazione con qualche umana
compiacenza-, tuttochè nel medesimo luogo ei protesti[684] di non
insuperbirsene neppur in sogno; nè sa decidere se l'-orgoglio- o
-l'umiltà- lo inducesse a ceder la cattedra di Costantinopoli e per
questo istesso, invece di osservare, che -generalmente- fu accettata la
rinunzia più agevolmente di quello che si doveva da un'adunanza di
Vescovi, gli piace di dire -più facilmente di quello che sembra, che ei
s'aspettasse-.
Ma che si pretende dal Sig. Gibbon, potrebbe dirmi un lettore poco
avveduto, mentre egli confessa che -Gregorio era uno dei più eloquenti e
pii Vescovi di quel tempo, un Santo, un Dottor della Chiesa, la sferza
dell'Arrianesimo, la colonna della Fede ortodossa, un membro distinto
del Concilio di Costantinopoli, in cui dopo la morte di Melezio esercitò
l'uffizio di Presidente?- Si pretende, per dirlo in breve, meno ironia,
e più buona fede. Ed infatti se un tal elogio fosse sincero, come
oserebbe, oltre il già divisato, di porre in ridicolo il Nazianzeno per
aver raccontato -come uno stupendo prodigio, che nella nuvolosa mattina
della sua istallazione, quando la processione entrò in Chiesa, comparve
il sole-; mentre egli dichiarasi[685] di narrarlo soltanto per esser
sembrato a molte persone un tratto di Provvidenza, avendo tanto
contribuito a tranquillare gli animi dei Cattolici, ed a sedare il
tumulto? E come potrebbe conchiudere la storia che riguarda Gregorio
medesimo, dicendo che -la tenerezza del cuore e l'eleganza del genio
riflette un più brillante splendore sulla memoria di lui, che il titol
di Santo, che si è aggiunto al suo nome-[686]. Ma il fine che il Sig.
Gibbon si è proposto con quel cumulo di titoli luminosi dati in quel
luogo a Gregorio, ei medesimo lo manifesta, ed è per -impor silenzio
all'importante bisbiglio della superstizione e del bigottismo-,
argomentando -ad hominem-, come suol dirsi, sull'autorità delle adunanze
del Clero[687] derise dal Santo e specialmente dal Concilio di
Costantinopoli, -che ora trionfa nel Vaticano-, ma -su di cui i Papi
lungamente avevano esitato-, di modo che -la loro dubbiezza rende
perplesso, e quasi vacillante l'umile Tillemont-. E qui appunto è dove
trionfa la malignità dello Storico. Imperciocchè se -la sobria
testimonianza della storia dee accordare alla personale autorità dei
Padri-, adunati in un Sinodo, un peso proporzionato al merito loro,
leggete Teodoreto[688], e il Baronio[689], e vedrete che non vi è forse
stato Concilio composto di un numero maggiore di Santi e di Confessori,
quanto quello, di cui si ragiona. Ve ne furono certamente di qualità
assai differenti, onde venne trattato con tal disprezzo dal Nazianzeno
«jusqu'à l'appeller une assemblée d'oisons, et de grues, qui se
bottoient, et se dechiroient sans discretion, une troupe de geais, et un
essaim des guespes, qui sautoient au visage dés qu'on s'opposoit à eux».
Cito la versione del testo fatta dal Tillemont[690], affinchè in secondo
luogo osserviate, che egli -leggermente-, ma -ingenuamente- al pari di
-le Clerc-, ma però con minore impudenza, -indica tali passi-. E
finalmente era pur necessario ad uno storico ingenuo l'avvertire, che
quella lunga dubbiezza dei Papi intorno alle decisioni di quel Concilio
è stata unicamente in rapporto alla disciplina ed alla polizia della
Chiesa, e non intorno alla Fede: distinzione essenzialissima e già fatta
dal S. Pontefice Gregorio M.[691]. Che poi il simbolo Costantinopolitano
sia stato costantemente fin dalla più remota antichità riguardato dalla
Chiesa universale siccome Regola inconcussa di Fede, dimostrasi ad
evidenza coll'autorità del Concilio ecumenico Calcedonese celebrato soli
ottant'anni dopo, di Gelasio Pontefice del V. secolo[692], di S.
Gregorio M. che si protesta di venerare i quattro primi Concilj,
numerando il Costantinopolitano in secondo luogo, come i quattro
Evangelj[693], del V. Concilio ecumenico, in cui ciascuno dei Padri così
professò: -suscipio Sanctas quatuor Synodos, et quae ab ipsis de una
eademque fide definita sunt-; e per tacere le molte altre testimonianze
arrecate da Lupo e Natale Alessandro[694], con quella di Fozio, il quale
dice nel Libro -de Synod.- delle decisioni drammatiche del Concilio
Costantinopolitano: -Quibus haud multo post et Damasius Episcopus Romae-
(allora vivente) -eadem confirmans, atque eadem sentiens accessit-.
Una somigliante misura di lodi e d'ingiurie possiam rilevarla eziandio
relativamente ad Ambrogio, S. Arcivescovo di Milano. Poichè in un luogo
asserisce il Sig. Gibbon che -l'attività del suo genio presto lo pose in
istato di esercitare con zelo e con prudenza i doveri dell'Ecclesiastica
potestà-: in un altro confessa che -egli nel più eminente grado riuniva
in sè tutte le virtù Episcopali-, ed intanto ora il dileggia per aver
encomiato il S. Vescovo Ascolio coi titoli di -murus fidei, gratiae, et
sanctitatis,- osservando con insulso e puerile motteggio, che -la
prontezza e la diligenza di lui in correre a Costantinopoli, in Italia
ec. non è virtù che convenga nè ad un muro, nè ad un Vescovo-; quasi che
disdicesse ad un Vescovo l'intervenire ai Concilj, l'opporsi con
intrepidezza Apostolica al furor degli Eretici, ed il non risparmiar
fatiche e disagi per la tranquillità della Chiesa Universale[695]. Ora
l'accusa per essersi -contraddetto ed avere sconvolto il suo sistema-
-teologico; assicurando- che Valentiniano, quantunque non battezzato,
-era stato introdotto senza difficoltà nelle sedi della beatitudine
eterna: - ora con la -sua ragionevolezza incredulo al par di Giustina
sulla- illuminazione del cieco Severo -deride le teatrali
rappresentazioni, che si facevano per l'artifizio ed a spese
dell'Arcivescovo-: ed ora infine pretende, che, insieme con gli altri
Vescovi, Ambrogio fosse animato da uno spirito di persecuzione così
crudele da procurare un -editto Imperiale per punire come capital
delitto la violazione, la negligenza e anche l'ignoranza della divina
legge-. Fermiamoci brevemente sopra ciascuno di questi articoli.
E primieramente qual contraddizione vi è mai a negare che senza il
lavacro battesimale si dia la rigenerazione, e la remission dei peccati
negl'infanti ed eziandio negli adulti, i quali quantunque credano, e
facciano buone opere o senza cagione legittima lo differiscono o mancano
di quella carità, che si domanda perfetta; e per lo contrario ad
affermarlo di quelli, i quali, ardendo di carità, hanno un desiderio
vivissimo di battezzarsi, ed in tale disposizione son colti da una morte
non aspettata? Così conciliasi -senza stento- S. Ambrogio con se
medesimo da Chardon, e dagli altri Teologi, come sapete[696]. Aveva
pertanto[697] ragione il S. Arcivescovo di consolare le Principesse
Giusta e Grata, le quali erano dolentissime, che il loro fratello
Valentiniano fosse morto senza battesimo, perchè ei conosceva a fondo la
carità di quel Principe, il quale aveva esposta la propria vita per la
salvezza degli uffiziali, contro i quali aveva macchinato il Conte
Arbogaste: -Quid illud quod mori non timuit? Imo pro omnibus se
obtulit... occidit itaque pro omnibus, quos diligebat-[698]; e sapeva
altresì quanto ardentemente egli avesse bramato di battezzarsi: -Atqui
etiam dudum hoc voti habuit, ut et antequam in Italiam venisset,
initiaretur, et proxime baptizari a se velle significavit, et ideo prae
ceteris causis me accersendum putavit-[699]. Del resto il linguaggio del
Santo non è quello di uno che sia sicuro, che -Valentiniano fosse stato
introdotto senza difficoltà nelle sedi della beatitudine eterna-, ma di
uno che spera soltanto, benchè con fiducia, della salute di quel
Sovrano: altrimenti sarebbe stato inutile il celebrare i sacri misterj
per esso, ed il pregare dì e notte per lui e pel fratello, com'ei
promette dicendo[700]. -Nulla nox non donatos aliqua precum mearum
contextione transcurret, omnibus vos oblationibus frequentabo-. Ma
siccome questo è un luminoso testo per provare la pratica già introdotta
nel IV. secolo di pregare e di offerire il sacrifizio pei defunti; così
conveniva o dissimularlo, o maliziosamente stravolgerlo.
Secondariamente io protesto di rinunziare -alla ragionevolezza del
nostro secolo- quand'io debba credere, ciò che raccontasi del cieco
illuminato, nella scoperta dei corpi de' SS. Gervasio e Protasio -una
teatrale rappresentazione che si faceva per l'artifizio, ed a spese
dell'Arcivescovo-, e per conseguenza unirmi con gli Arriani a
deriderla[701]. Sia pure testimone del fatto -Ambrogio medesimo-. Ma qui
si trattava di una persona notissima: era noto il suo nome, nota la
professione, note le sue vicende, noti coloro, che lo avevan soccorso
nella sua cecità. Lo sia Paolino -Segretario- di Ambrogio. Non avrà
dunque la vita di S. Ambrogio scritta da esso il pregio -di una
testimonianza originale- accordatole liberamente dal Sig. Gibbon solo
perchè un tal -miracolo proverebbe il culto delle Reliquie ugualmente
che la fede Nicena?- Di grazia permettetemi di esclamare con esso ad
altro proposito: -oh! l'ammirabil regola di Critica!- Lo sia per fine
Agostino -proselito- del medesimo. Sarà per questo la testimonianza di
lui tanto sospetta da dover credere Ambrogio un impostore solenne?
Eppure egli parla di un tal prodigio non solo nelle sue
confessioni[702], ma ancora nella grand'Opera -de Civitate Dei-[703]; ed
ivi ne parla come di un fatto avvenuto -immenso populo teste-, e
nuovamente in un sermone recitato in Affrica lo ratifica come testimone
-oculato-[704].
Nè vi deste a credere, che io pretendessi di sostener questo fatto come
un articol di Fede[705]: esigo solo, che si ponga in bilancia tuttociò
che lo rende credibile come quello che ad esso si oppone, e mi lusingo,
che la ragionevolezza di qualunque lettore, non prevenuto contro i
miracoli[706], avrà una conferma, che nella storia del Sig. Gibbon vi è
il quarto tra i segni di malignità divinati di sopra[707].
Passiamo ora all'editto Imperiale rappresentatoci da questo novello
Demade come una legge di Dracone vergata -non atramento sed sanguine-.
Comprende forse quella porzione di legge generalmente tutti i sudditi
dell'Impero, come li comprende il principio della celebre Costituzione
-cunctos populos-, a cui ella appartiene, od almeno tutti i Cristiani?
No certamente. Ella non altri riguarda, che i soli Vescovi, uffizio de'
quali è, secondo l'Apostolo, -exhortari in doctrina sana, et eos qui
contradicunt arguere-: e ciò deducesi dall'esser posta nel Codice
Teodosiano[708] sotto il titolo = -de munere seu officio Episcoporum in
praedicando verbo Dei- =, ed è confermato dall'espressioni d'-ignoranza-
e di -negligenza-, le quali risguardano chi è destinato alla pubblica
istruzione. Imperocchè i veri termini della legge non son già quelli del
Codice di Giustiniano[709] contro la fede dei manoscritti, e del testo
Greco allegati dal Sig. Gibbon, ma sono i seguenti = Qui divinae legis
sanctitatem aut -nesciendo- confundunt, aut -negligendo- violant et
offendunt, sacrilegium committunt =. Siccome poi il ministero dei
Vescovi è sacrosanto, così gl'ignoranti, ed i trascurati ονομα Ψιλὸν
περιφεροντες secondo l'espressione di S. Basilio, son dichiarati
saviamente sacrileghi, cioè profanatori, ed indegni del lor
ministero. Questa, e non altra, è la pena capitale minacciata dai Cesari
in quell'editto. E poichè tra le quattro leggi, che son sotto il titolo
-de crimine sacrilegii- nel Codice di Giustiniano, appena una se ne
ravvisa, che tratti del vero e proprio capital delitto del sacrilegio,
rifletteremo col Ch. Gotofredo nel Comentario alla nostra = -Quo etiam
exemplo liquet de erroribus dicam ne an fraudibus Triboniani?- e noi
diremo del Sig. Gibbon[710].
Fin qui possiam dire che il Sig. Gibbon denigra la fama dei Santi con
qualche arte ed astuzia; ma nella causa dei Priscillianisti -Agostino e
Leone- spacciano intorno ad essi -scandalose calunnie, e il Tillemont,
l'utile spazzino! che su questo punto ha ammucchiato tutta la spazzatura
dei Padri, le ingoia come un fanciullo-. Or che sarà mai di Agostino, il
quale ripete sì -scandalose calunnie- e nella risposta al -Commonitorio-
di Orosio[711], e nell'Epistola al Vescovo Cerezio[712] e nel Libro -de
Haeresibus-[713], ed in quello -ad Consentium-[714]; e non solo non le
ritratta, ma nelle -Ritrattazioni- medesime le rinnova[715]? Siamo ben
da compiangere noi -Papisti-, i quali decantiamo per luminari di S.
Chiesa uomini di tal carattere! Si cancellino adunque dai nostri fasti i
nomi di Agostino e Leone, e non si alleghi mai più nelle cattedre
l'autorità di -calunniatori sì scandalosi-. Ma insieme con essi
cancellisi quello di S. Filastrio Vescovo di Brescia; giacchè nel suo
libro -de Haeresibus- sotto il nome di -occulti-, ed -astinenti
Manichei-[716] affermò che i Priscillianisti = -resurrectionem negantes,
sub figura confessionis Christianae multorum animas mendacio, ac
pecudiali turpidine non desinunt captivare-: e cancellisi insieme con S.
Delfino, che Priscilliano e due suoi seguaci ebber contrario a
-Bordeaux-, con S. Ambrogio, che lor si oppose a Milano, e con il S.
Pontefice Damaso, il quale essendo stati già condannati dal Sinodo di
Saragozza ricusò per fin di vederli[717], cancellisi, io dico, con tutti
questi ancor S. Girolamo. Ma perchè? dee soggiungere il Sig. Gibbon con
Beausobre, di cui adotta la critica su questo fatto[718]. «Quel
témoignage que celui de S. Jèrome, écrivant de sang froid, et en
Historien! Priscillien, dit il, fut opprimè par la -faction-, par les
-machinations- d'Ithace, et d'Idace. Parle-t-on ainsi d'un homme
coupable de prophaner la Religion par les plus infames cérémonies, et
d'enseigner la perfidie, et les parjures?»[719]. Attenzione miei
Signori: Itacio fu sin d'allora ripreso da tutti i Santi, ai quali
dispiacquero egualmente gli accusatori che i rei[720], e fu ancora
severamente punito per aver preso le parti di accusatore, contro il
mansuetissimo spirito della Chiesa[721], ed il carattere Episcopale, non
tanto per zelo di Religione quanto per odio, e forse anche per interesse
in un giudizio di morte. Il linguaggio adunque di S. Girolamo, che
disapprova in quel luogo la condotta della fazione Itaciana non
giustifica Priscilliano per verun conto; tanto più che in quel luogo
medesimo siamo avvertiti da lui, che Priscilliano veniva accusato da
alcuni come sostenitore dell'eresia delli Gnostici, e da altri difeso:
parole, che dai nostri Avversarj prudentemente si omettono. Quindi è che
noi dubiteremmo tuttora ciò che S. Girolamo abbia creduto di
Priscilliano, se dopo qualche tempo non avesse scritto così a Ctesifonte
= -Priscillianus pars Manichaei, de turpitudine cujus te discipuli
diligunt plurimum... soli cum solis clauduntur mulierculis, et illud
inter coitum, amplexumque decantant-[722].
«Tum pater omnipotens, foecundis imbribus aether etc.... -qui quidem
partem habent Gnosticae haereseos de Basilidis impietate venientem etc.-
Quel témoignage que celui de Jèrome, che parla meglio informato con
questo tuono di sicurezza! -Quid loquar de Priscilliano et saeculi
gladio, et TOTIUS ORBIS auctoritate damnatus-[723]? Si parla forse così
di un uomo, che credasi messo a morte più per le -cabale- altrui, che
per i proprj delitti? E qual testimonianza non è mai quella di Sulpizio
Severo contemporaneo, -scrittore corretto ed originale-, il quale -parla
da Storico, e a sangue freddo- per modo da non defraudar Priscilliano di
quelle lodi, che a lui si dovevano? Ora egli attesta[724] che la causa
di quell'eretico essendo stata commessa ad Evodio uomo ardente e severo,
ma giusto al sommo, -quo nihil umquam justius fuit[725], egli
Priscillianum gemino judicio auditum, convictumque maleficii, nec
diffitentem obscoenis se studuisse doctrinis, nocturnos etiam turpium
foeminarum egisse conventus, nudumque orare solitum, nocentem
pronuntiavit-. Notaste? Priscilliano, non in giudizio tumultuario, ma in
-due formali giudizj ascoltato da un giustissimo giudice- fu dichiarato
reo e perchè così fu -convinto-, e perchè tale si -confessò-. Si parla
così di chi è condannato per -confessioni estorte dal timore, o dalla
pena, o per vaghe narrazioni figlie della malizia, e della credulità-? E
perchè non osservare, giacchè il Sig. Gibbon -inciderat in locum, qui ad
historiam pertinet-[726], che fu ripetuto il terzo giudizio, e non più
sostenendo le parti di querelante l'indegno Vescovo Itacio, ma
l'Avvocato del Fisco Patricio, in esso l'eretico subì la condanna?
Perchè non far avvertire, che colui che parla di tortura in
quell'occasione è Pacato, cioè a dire -un ignorante, quantunque umano
Politeista- (per confessione fatta dal Sig. Gibbon senza tormenti), e
che esso ne parla da Oratore ed in termini molto vaghi[727]; e per lo
contrario Sulpizio rispetto alla confessione di Priscilliano, già
-pienamente convinto- non ne fa motto: anzi scrive che tre persone,
benchè più vili -ante quaestionem-[728] manifestarono i proprj delitti,
e quei dei compagni? Poteva ancora, e doveva avvertire scrivendo senza
malizia, che Massimo stesso, inviando, per quanto sembra, il processo
dei Manichei, com'egli chiama i Priscillianisti[729], al Papa Siricio,
senza parlar di tormenti, dà tanto peso alle lor confessioni, che non le
stima soggette ad eccezione veruna[730]: e poteva e doveva finalmente
osservare, che Leone Papa non fece uso sicuramente della tortura nei
suoi diligentissimi esami: eppure non esitò di asserire pubblicamente
nei suoi sermoni[731] dei Manichei dei suoi tempi = Prosit universae
Ecclesiae, quod multi ipsorum ... in quibus sacrilegiis viverent
eorumdem confessione patefactum est =. Sicut proxima eorum confessione
patefactum est ut animi, ita et corporis pollutione laetantur[732], = e
per imporre un eterno silenzio all'importante bisbiglio della malignità,
ne fece spargere gli atti per tutti i Vescovadi d'Italia[733]. Onde
quando noi non avessimo altra testimonianza che quella di S. Leone
intorno agli errori, ed alla condotta dei Priscillianisti, e fosse del
tutto improbabile, che sotto il nome di Manichei quelli ancora si
comprendessero, ragion vorrebbe tuttavolta, che noi giudicassimo, non
aver lui senza esame diligentissimo accusato i Priscillianisti, come non
osò di accusare i Manichei. Ma poichè una congettura sì forte viene
autenticata dal fatto, siccome è evidente dalla lettera di quel S.
Pontefice a Turibio di Astorga intorno ai Priscillianisti propriamente
detti[734]; cesseranno, a mio credere, le meraviglie che -Tillemont
abbia ingojate come un fanciullo le scandalose calunnie d'Agostino, e
Leone-, tanto più che le osservo ingojate con pari facilità, non vi dirò
dal Baronio[735], da Graveson[736], da Natale Alessandro[737], da
Fleury[738], da Racine[739], dall'Orsi[740] forse -superstiziosi e
bigotti-; ma da un Alberto Fabricio[741], da un Cave[742], da un
Spanemio[743], da un Erasmo[744], dai Centuriatori di Magdeburgo[745], e
perfin da Basnage[746]. O vedete quanti fanciulli và indiscretamente a
percuotere la rigida sferza del Sig. Gibbon. Conchiudiamo pertanto col
nostro Plutarco, che egli «=Quid ni? Homo est scribendi gnarus, oratio
jucunda, venustate et vi quadam praedita, et narrationibus inest
elegantia, ac
-Sermonem veluti cantor.-
non quidem scite, sed tamen suaviter proposuit. Verum sicut in rosa
cantharides, ita hic cavendae sunt CALUMNIAE ejus, et INVIDENTIA sub
laevibus, et teneris latentes figuris verborum: ne per imprudentiam
absurdas, et falsas de praestantissimis (Ecclesiae) viris opiniones
concipiamus».
FINE DEL VOLUME QUINTO.
NOTE:
[655] Il Sig. Giovanni Kirk in data di Roma dei 12 Giugno 1784 scrisse
all'Autore delle Riflessioni in questi termini. Monsig. Stonor is Wholly
of your mind, that Gibbon of all other Libertines or Deists is the most
dangerous, as he has disguised himself under the cloak of
authority...... Hence it is that he approves of your having published a
precaution, that heedless readers may not be deceived with his fluid and
nervous style, and with the fame, that he has acquired. He was pleased
with... and desired me, if you should send any thing else of that nature
to give him the satisfaction of the perusal of it. ec. ec.
[656] Plut. Ex versione Xylandri Itasil. 1570. Sicut..... qui ex arte et
callide adulantur aliquando multis et longis laudationibus
vituperationes admiscent leviculas..... ita -malignitas-; ut fidem
criminibus faciat, laudem simul ponit.
[657] V. Tillem. Mem. Eccl. T. IX. p. 132. e 134. Bolland. 9. May p.
370.
[658] S. Greg. Naz. Orat. V. p. 135. «-spiritum- amicitiae posthabere
minime sustinuisti, quandoquidem pluris nos fortasse, quam alios omnes
ducis: ita rursum -spiritum- nobis longe anteponis». Parlò anche più
chiaro nell'Orazione funebre 20. p. 357. Vedi la Vita di S. Basilio Tom.
III. Ediz. de Bened. p. 112.
[659] S. Greg. Naz. Orat. 7.
[660] Tillem. Mem. Eccl. T. IX. p. 558. Du Pin. 656.
[661] Carm. I. p. 7.
[662] Or. VII. p. 142-43. etc.
[663] Leggete di grazia la sua Oraz. Apologetica. Tom. I. Orat. I.
[664] Carm. I. p. 8. 9. Carm. VI. p. 74. Orat. 8. p. 147-48.
[665] Carm. I. p. 9. Epist. 65. p. 824. Epist. 222. p. 900.
[666] Orat. 25. p. 439.
[667] Ep. 222 p. 910.
[668] Ep. 14 p. 777.
[669] Tillem. Mem. Ecclesiastic. Tom. IX. p. 412 T. IV.
[670] Vedi l'Oraz. 27 de se ipso et ad eos, qui ipsum Cathedram
Constantinopol. affectare dicebant.
[671] Soz. l. 4. C. 2. 7. Ruff. L. 1. c. 25. Philost. l. 8 c. 2, Greg.
Carm. 1 p. 10. Orat. 32 pag. 525.
[672] Tillem. Mem. Eccles. T. IX. pag. 407 e pag. 431.
[673] Sozom. l. VII. c. V. Suida in V. Δημοφιλος Niceph. L. 12 c. 8.
[674] Carm. I. p. 17. 18. Orat. 28 p. 483.
[675] Soz. L. 7. C. 7.
[676] Vedi l'Oraz. 27 sopracc.
[677] Carm. I. p. 24.
[678] d. Carm. p. 30.
[679] Carm. I. p. 30.
[680] Carm. I. p. 30.
[681] Sozom. L. 7. c. 7 ex Vales. Ac mihi quidem sapientissimum hunc
virum tum ob alia multa, cum maxime in hoc negotio mirari subit. -Nam
neque fasta elatus propter facundiam, nec inanis gloriae studio- ei
Ecclesiae praesidere concupivit, quam pene extinctam ac mortuam ipse
regendam susceperat. Sed reposcentibus Episcopis depositum reddidit,
nihil de multis laboribus conquestus, nihil de periculis, quae adversus
haereses decertans subierat etc. V. Tillem. Tom. I. Mem. Eccl. p. 479. e
Basnage Annal. V. III p. 76. ec.
[682] Jam quod ab altera parte huic respondet, nemo non videt, bonum
scilicet aliquod videri impune posse omitti. Sed tamen malitiose hoc
fit, quando quod omittitur in locum incidit, qui ad historiam pertinet.
Illibenter enim laudare non est, quam libenter vituperare, honestius,
fortasse etiam turpius. Plutar. de Herod. Malignit.
[683] Id ibid. Quartum ergo signum est ingenii in historia scribenda
parum aequi, cum duo sunt aut plures una de re sermones, deteriorem
amplecti... Ac de rebus, quas gestas fuisse constat, caussa autem et
institutum actionis in obscuro est; -malignus est-, qui in deteriorem
partem conjecturas facit ... tum qui praeclaris factis caussam
subjiciunt vitiosam, calumniandoque in sinistras abducunt suspiciones de
latente ejus, qui rem gessit, consilio; quando ipsum factum palam
vituperare non possunt.... hos liquet -ad summam invidentiam et
nequitiam- nihil sibi fecisse reliquum.
[684] Orat. 19. p. 78.
[685] Carm. I. de V. S. p. 22. 21.
[686] Neppur questo elogio è senza eccezione. Nel N. 1. intende di dir
solamente, che tal'era -l'indole naturale di Gregorio, quando non era
infiammata o indurita dallo zelo religioso-. Il fondamento
dell'eccezione è l'-esortazione fatta a Nettadio di perseguitare gli
Eretici di Costantinopoli-. Perchè dunque non citare nè le parole, nè il
luogo? La ragione è patente. Perchè tutta la persecuzione doveva
consistere in pregare l'Imperatore a non permettere, che gli
Apollinaristi colla loro libertà di predicare, e con la loro licenza
rovesciassero un domma fondamentale. Vedi la Lett. a Nettar. indic. col
tit. di Orazione 46. La mansuetudine di S. Gregorio verso gli Eretici è
sorprendente. Vedi la sua Ep. 81. e Tillem. nella sua vita art. 67.
[687] Il disprezzo dell'A. pe' Sinodi quantunque legittimi ed ecumenici
è già manifesto dal Cap. 20. della sua Stor. T. IV. in f. Vedi -la
Confutazione- del Ch. Sig. Ab. Spedalieri P. 1. Sez. 5 c. 4.
[688] L. V. C. 7 e 8.
[689] Ad. an. 381. §. 22. V. Basnage Annal. Vol. III. p. 76.
[690] T. IX. M. Eccl. V. de S. Gregoire de Naz. art. 69. p. 473.
[691] Lib. VI. Ep. 31.
[692] Can. Sancta Romana Dist. 15. Sancta R. Ecclesia post illas veteris
testamenti et novi scripturas... etiam has suscipi non prohibet. S.
Synodum Constantinopolitanam, mediante Theodosio Seniore A., in qua
Macedonius haereticus debitam damnationem excepit.
[693] L. I. ep. 23 p. 390.
[694] Lup. in Schol. T. I. p. 368. Nat. Alex. Diss. 37. ad saec. IV.
[695] Ita ne raptus est murus fidei gratiae et sanctitatis, quem toties
ingruentibus Gothorum catervis, nequaquam tamen potuerunt barbarica
penetrare tela, expugnare multarum gentium bellicus furor?... Urgebat et
praeliabatur S. Acholius non gladiis, sed orationibus, non telis, sed
meritis percurrebat omnia excursu frequenti Costantinopolim, Achajam,
Epirum, Italiam. -Venit enim tamquam David ad pacem populi reformandam.-
V. Ep. XV. et XVI. S. Ambros. Hermant. V. de S. Ambr. L. 3 c. 6. Till.
T. 9. M. Eccl. pag 478. Vedi Van-Espen. de Cura Episcop. Part. I. Tom.
16. cap. 3. etc.
[696] Chardon. T. I. p. 86. etc. L'A. de Re Sacramentar. L. 2. Quaest.
6. Append. §. I. Berti de Theol. discipl. L. 31. c. 23. Prop. 2.
[697] V. Trident. Syn. Sess. 6. cap. 4. et Sess. 7. c. 4.
[698] De Ob. Valent. Consol. T. 2. p. 1188. etc.
[699] Ibid. §. 53 ivi S. Ambr. porta la parità del Martirio. «Quid aliud
in nobis est nisi voluntas, nisi petitio? Si quia solemniter non sunt
celebrata mysteria hoc movet: ergo nec martyres, si cathecumeni fuerint,
coronentur... Quod si suo abluuntur sanguine, et hunc sua pietas abluit
et voluntas. Nel qual luogo notano gli eruditi Editori Benedettini: Idem
sensus fuit totius Christianae antiquitatis, circa Martyres... Et certe
ne Ambrosius videatur hic loqui ad gratiam. Vide Serm. 3. in Psalm. 118.
N. 14. Sed ei praeiverat Tertull. L. de Bapt. c. 16. Cyprian. Ep. 73 ad
Juba. jan. et al. sicut eosdem Augustinus, posterioresque in hoc secuti
sunt.»
[700] P. 1194. § 76. l. cit. V. Not. B. Editor.
[701] S. Ambros Serm. 2.
Negant coecum illuminatum, sed ille non negat se sanatum. Notus homo
est, publicis cum valeret mancipatus obsequiis, Severus nomine, lanius
ministerio. Deposuerat officium postquam inciderat impedimentum. Vocat
ad testimonium homines, quorum ante substentabatur obsequiis etc.
[702] S. Aug. lib. 9. Cons. C. 7.
[703] Lib. 22. C. 8.
[704] Serm. 39 de divers. «Ibi eram, Mediolani eram, facta miracula
VIDI, novi attestantem Deum pretiosis mortibus sanctorum suorum. -Coecus
notissimus universae Civitati illuminatus est.- Cucurrit, adduci se
fecit, forte adhuc vivit. In ipsa eorum Basilica, ubi sunt corpora totam
vitam suam se serviturum esse devovit».
[705] V. Franc. Veron. Reg. Fid. Cath. §. 3. in Append. ad Natal.
Alexand.
[706] Il Sig. Gibbon non vuol miracoli di veruna sorta, nè in verun
tempo: egli investe quelli degli Apostoli, e di Gesù Cristo medesimo.
Vedi il Saggio di Confutazione di Niccola Spedalieri ec.
[707] Quantum ergo signum est etc. Vedi il Muratori De Ingenior.
moderat. in Relig. neg. l. 3. C. 11.
[708] Lib. 16. Tit. 2. L. 25. p. 64. In quello del Cuiacio -Lugduni-
1566 si legge sotto il tit. generale -de Episcop. et Cler-.
[709] Lib. 9. T. 29. L. 1.
[710] V. Sulle leggi contro gli Eretici Enr. Cocc. de Hug. Grot. Lib. 2.
cap. 20. §. 50, il quale cita le dissertazioni di B. Par. Tom. 2. Ed.
Lausan. 1752. p. 403.
Ita jure communi, et legibus primorum Christianissimorum Imperatorum
tota haec causa accuratissime saeculo IV, et V definita est, et omni ex
parte pro natura delicti, et modo circumstantiarum aequa justaque satis
severitate in haereticos a Catholicae Ecclesiae regula deviantes
animadvertitur. Vedi ancora Not. Vales. ad cap. 3. L. 7. H. E. Socrat.
Si conviene però del principio Platonico, che la pena della ignoranza, e
del -semplice- errore sia l'istruzione: onde sono lodevolissimi que'
Sovrani i quali con una giusta tolleranza provvedono egualmente alla
Religione e allo Stato.
[711] T. 8. p. 811. Ed. de' Maur.
[712] T. 2. Ep. 237. p. 850.
[713] Haeres. 70.
[714] Contr. Mendac. T. 6.
[715] L. 2. Retract. C. 60. Tunc et contra mendacium scripsi librum,
cujus operis ea causa extitit, quod ad Priscillianistas investigandos,
qui haeresim suam non solum negando, atque -mentiendo-, verum etiam
-pejerando- existimant occulendam, visum est quibusdam Catholicis
Priscillianistas se debere simulare, ut eorum latebras penetrarent. Quod
ego fieri prohibens hunc librum condidi. -- Un nemico così giurato della
menzogna, e della simulazione dovremo dirlo calunniatore? È ella questa
-la ragionevolezza del nostro secolo?-
[716] Jo. Albert. Fabric. collect. veter. PP. Brixieni. p. 45.
[717] Sulp. Sever. Hist. Sacr. L. 2. Edit. Hieron. de Prato T. 2. §. 47.
48.
[718] Histoire des dogm. de Manich. T. 2. I. 9. p. 755.
[719] Hieron. in Catalog. Script. N. CXXI
[720] Sulp. L. 2. Hist. S. §. 50.
[721] Socrat. H. E. Lib. 7. C. 3. S. Leon. Ep. 15. Ediz. del Cacc. v.
Hermant. V. de S. Ambroise L. 5. C. 4. e L. 7. C. 1.
[722] Epist. ad Ctesiph. adv. Pelag.
[723] Ibid.
[724] Lib. 2. Hist. Sac. §. 50. Ed. Hieron. de Prato.
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