di rispetto, gli diede un foglio, che indicava la dimissione da tutti i suoi impieghi. «La mia autorità» (rispose Arbogaste con insultante freddezza) «non dipende dal sorriso o dal sopracciglio di un Monarca»; e con disprezzo gettò il foglio sul suolo. L'irato Monarca s'attaccò alla spada di una delle guardie, che si sforzò di trarre dal fodero; e non fu senza qualche sorta di violenza, che gli fu impedito di usar quell'arme fatale contro il suo nemico o se stesso. Pochi giorni dopo tale straordinario contrasto, in cui si era manifestato il risentimento e la debolezza dell'infelice Valentiniano, si trovò strangolato nel suo quartiere; e s'impiegò qualche cura per cuoprire il manifesto delitto di Arbogaste, e persuadere il Mondo, che la morte del giovane Imperatore era stato il volontario effetto della propria disperazione[546]. Il corpo di lui fu con decente pompa condotto a sepellirsi in Milano, e l'Arcivescovo recitò un'orazione funebre, per rammentarne le virtù e le sventure[547]. In quest'occasione la umanità d'Ambrogio l'indusse a sconvolgere in singolar modo il suo sistema teologico, ed a confortare le piangenti sorelle di Valentiniano, con assicurarle che il pio lor fratello, quantunque non avesse ricevuto il sacramento del Battesimo, era stato introdotto senza difficoltà nelle sedi della beatitudine eterna[548]. La prudenza d'Arbogaste aveva preparato il successo dei suoi ambiziosi disegni; ed i Provinciali, nei petti dei quali era già estinto qualunque sentimento di patriottismo o di fedeltà, con mansueta rassegnazione aspettavano l'ignoto Signore, che la scelta di un Franco avrebbe posto sul trono Imperiale. Ma qualche residuo di orgoglio e di pregiudizio tuttavia s'opponeva all'elevazione d'Arbogaste medesimo; ed il giudizioso Barbaro stimò consiglio migliore quello di regnare sotto il nome di qualche dipendente Romano. Ei diede la porpora al Retore Eugenio[549], ch'esso aveva già promosso dal posto di suo Segretario domestico, a quello di Maestro degli Uffizi. Nel corso dei privati e dei pubblici impieghi, il Conte aveva sempre approvato l'attaccamento e l'abilità di Eugenio; la sua dottrina ed eloquenza, sostenuta dalla gravità dei costumi, gli conciliava la stima del popolo; e la ripugnanza, con cui parve salire sul trono, può inspirare una favorevole prevenzione della virtù e moderazione di esso. Furono immediatamente spediti alla Corte di Teodosio gli Ambasciatori del nuovo Imperatore, per fargli sapere con affettata mestizia l'infelice accidente della morte di Valentiniano, e per chiedere, senza rammentare il nome d'Arbogaste, che il Monarca Orientale abbracciasse per suo legittimo collega il rispettabile cittadino, che aveva ottenuto l'unanime suffragio degli eserciti e delle Province occidentali[550]. Teodosio fu giustamente irritato, che la perfidia d'un Barbaro avesse in un momento distrutto le fatiche ed il frutto delle sue precedenti vittorie; e fu eccitato dalle lacrime dell'amata sua moglie[551] a vendicare la morte dello sfortunato fratello di lei, ed a sostenere un'altra volta con le armi la violata Maestà del Trono. Ma siccome una seconda conquista dell'Occidente era un'impresa pericolosa e difficile, rimandò con splendidi doni e con ambigua risposta gli Ambasciatori di Eugenio, e furono impiegati quasi due anni nei preparativi della guerra civile. Avanti di appigliarsi ad alcun decisivo partito, il pietoso Imperatore bramava di sapere la volontà del Cielo, e poichè il progresso del Cristianesimo aveva fatto tacere gli oracoli di Delfo e di Dodona, consultò un Monaco Egiziano il quale secondo l'opinione d'allora, godeva del dono dei miracoli e della cognizion del futuro. Eutropio, uno degli Eunuchi favoriti del palazzo di Costantinopoli, s'imbarcò per Alessandria, di dove navigò su pel Nilo fino alla città di Licopoli o dei Lupi, situata nella remota provincia della Tebaide[552]. Nelle vicinanze di quella città e sulla cima di un alto monte, il Santo Giovanni[553], aveva fabbricato con le sue proprie mani un'umil cella, nella quale era dimorato più di cinquant'anni senz'aprire la porta, senza veder la faccia di alcuna donna, e senza gustar cibo, che si fosse preparato per mezzo del fuoco o qualche arte umana. Egli consumava cinque giorni della settimana in preghiere e meditazioni; ma il sabbato e la domenica ordinariamente apriva una piccola finestra, e dava udienza alla folla dei supplicanti, che continuamente vi concorrevano da tutte le parti del Mondo. S'accostò alla finestra in rispettoso portamento l'Eunuco di Teodosio, propose le sue dimande intorno all'evento della guerra civile, ed in breve tornò con un favorevole oracolo, che animò il coraggio dell'Imperatore con la sicurezza d'una sanguinosa ma infallibil vittoria[554]. Fu preceduto l'adempimento della predizione da tutti quei mezzi, che somministrar poteva l'umana prudenza. Si scelse l'industria dei due generali, Stilicone e Timasio, per compire il numero, e ristabilir la disciplina delle legioni Romane. Marciarono le formidabili truppe dei Barbari, sotto le insegne dei nativi lor Capitani. Erano arrolati al servizio del medesimo Principe l'Ibero, l'Arabo, e il Goto, che si miravan l'un l'altro con vicendevol sorpresa; ed il famoso Alarico acquistò nella scuola di Teodosio quella cognizione dell'arte della guerra, che poi esercitò con tanta fatalità per la distruzione di Roma[555]. L'Imperatore Occidentale, o per dir meglio il suo Generale Arbogaste era stato istruito dalla mala condotta e dalla disgrazia di Massimo di quanto poteva riuscir pericoloso l'estender la linea di difesa contro un abil nemico, il quale era in libertà di spignere o di sospendere, di ristringere o di moltiplicare i suoi diversi modi d'attacco[556]. Arbogaste piantò il suo quartiere nei confini dell'Italia; lasciò senza resistenza occupare alle truppe di Teodosio le province della Pannonia fino a piè delle alpi Giulie; ed anche i passaggi delle montagne negligentemente, o forse ad arte furono abbandonati all'audace invasore. Questi discese dai monti, ed osservò con qualche sorpresa il formidabile campo dei Galli e dei Germani, che occupava con le armi e con le tende l'aperta campagna, che si estende fino alle mura d'Aquileia, ed alle rive del Frigido[557] o del fiume freddo[558]. Questo angusto teatro della guerra, circoscritto dalle Alpi e dall'Adriatico, non dava molto luogo alle operazioni della militare perizia; lo spirito d'Arbogaste avrebbe sdegnato un perdono; la sua colpa toglieva ogni speranza di negoziazione; e Teodosio era impaziente di soddisfare la propria gloria e vendetta col punir gli assassini di Valentiniano. Senza considerare gli ostacoli, che la natura e l'arte opponevano ai suoi sforzi, l'Imperatore d'Oriente attaccò subito le fortificazioni dei rivali, assegnò ai Goti il posto d'un onorevol pericolo, e nutriva un segreto desiderio, che la sanguinosa battaglia diminuisse l'orgoglio ed il numero dei vincitori. Diecimila di quegli ausiliari, e Bacurio, Generale degl'Iberi, valorosamente restaron morti sul campo. Ma il loro sangue non servì a comprar la vittoria: i Galli mantennero il vantaggio che avevano, e la sopravvegnente notte protesse la disordinata fuga o ritirata delle truppe di Teodosio. L'Imperatore si riparò sui monti vicini, dove passò una trista notte senza dormire, senza provvisioni, e senza speranze[559]; eccettuata quella forte sicurezza, che nelle circostanze più disperate un animo indipendente può trarre dal disprezzo della fortuna e della vita. Si celebrava il trionfo d'Eugenio dall'insolente e dissoluta gioia del suo campo, mentre l'attivo e vigilante Arbogaste segretamente distaccava un corpo considerabil di truppe ad oggetto d'occupare i passi dei monti, e circondare la retroguardia dell'esercito Orientale. Allo spuntare del giorno, Teodosio vide la grandezza e l'estremità del pericolo: ma ne furon tosto dissipati i timori da un amichevol messaggio, spedito dai condottieri di quelle truppe, che gli espose l'inclinazione che avevano d'abbandonare lo stendardo del Tiranno. Furono senza esitare accordati gli onorevoli e lucrosi premi che essi richiesero in prezzo del lor tradimento; e siccome non si poteva facilmente aver foglio ed inchiostro, l'Imperatore sottoscrisse sul suo medesimo libretto de' ricordi la ratifica del trattato. Si ravvivò da quest'opportuno rinforzo lo spirito dei suoi soldati; e con nuovo coraggio marciarono a sorprendere il campo di un Tiranno, i primi Uffiziali del quale pareva che diffidassero o della giustizia o del buon successo delle sue armi. Nel calor della pugna, ad un tratto, come suole spesso accadere fra le alpi, si suscitò dall'Oriente una furiosa tempesta. L'esercito di Teodosio era difeso per la sua situazione dall'impetuosità del vento, che gettò un nuvol di polvere in faccia ai nemici, disordinò le loro file, fece cadere loro i dardi di mano, e rispinse o diresse altrove gli inefficaci lor giavellotti. Si trasse abilmente profitto di quest'accidental vantaggio: la violenza della tempesta fu magnificata dai superstiziosi terrori dei Galli, i quali cederono senza vergogna all'invisibil potere del Cielo, che sembrava militare dalla parte del pio Imperatore[560]. La sua vittoria fu intera; ed i suoi rivali non si distinsero nella morte che per la differenza dei loro caratteri. Il Rettore Eugenio, che aveva quasi acquistato il dominio del Mondo, si ridusse ad implorar la misericordia del vincitore; e gli impazienti soldati, nel tempo che ei stava prostrato ai piè di Teodosio, gli tagliaron la testa. Arbogaste, dopo aver perduto una battaglia, in cui adempiuto aveva i doveri di soldato e di generale, andò vagando più giorni fra le montagne. Ma quando restò convinto, che il caso era disperato, ed impraticabile la fuga, l'intrepido Barbaro imitò l'esempio degli antichi Romani, e rivolse contro il proprio petto la spada. Fu deciso il destino dell'Impero in un angusto canto dell'Italia; ed il legittimo successore della casa di Valentiniano abbracciò l'Arcivescovo di Milano, e ricevè graziosamente la sommissione delle Province occidentali. Erano queste restate involte nella colpa della ribellione; mentre l'inflessibil coraggio dell'unico Ambrogio avea resistito alle pretensioni d'una felice usurpazione. L'Arcivescovo con una viril libertà, che avrebbe potuto esser fatale ad ogni altro suddito, rigettò i doni d'Eugenio, evitò la sua corrispondenza, e si ritirò da Milano per fuggire l'odiosa presenza d'un Tiranno, di cui predisse in ambiguo e discreto linguaggio la perdita. Fu applaudito il merito d'Ambrogio dal vincitore, che si assicurò l'affetto del popolo mediante la sua union con la Chiesa: e s'attribuisce la clemenza di Teodosio alla pietosa intercessione dell'Arcivescovo di Milano[561]. Dopo la disfatta d'Eugenio, tutti gli abitanti del Mondo Romano di buona voglia riconobbero il merito non meno che l'autorità di Teodosio. L'esperienza della sua condotta passata favoriva le più lusinghiere speranze del futuro suo regno; e l'età dell'Imperatore, che non passava cinquant'anni, pareva che allargasse il prospetto della pubblica felicità. La sua morte, che seguì non più di quattro mesi dopo l'esposta vittoria, fu riguardata dal popolo come un evento non preveduto e fatale, che in un momento distruggeva le speranze della nascente generazione. Ma l'amore del comodo e del lusso aveva segretamente nutrito i principj della malattia[562]. La forza di Teodosio non fu capace di sostenere il subitaneo, e violento passaggio dal palazzo al campo; ed i sintomi di una idropisia, che andavan sempre crescendo, annunziarono la pronta fine dell'Imperatore. L'opinione e forse l'interesse del pubblico avea confermato la divisione degli Imperi d'Oriente e d'Occidente; e i due reali giovani, Arcadio ed Onorio, che avevano già ottenuto dalla tenerezza del genitore il titolo di Augusti, furon destinati ad occupare i troni di Costantinopoli e di Roma. Non fu permesso a questi Principi di esser partecipi del pericolo e della gloria della guerra civile[563], ma tosto che Teodosio ebbe trionfato degli indegni suoi rivali, chiamò Onorio, suo figlio minore, a godere i frutti della vittoria, ed a ricever lo scettro dell'Occidente dalle mani dello spirante suo padre. Si celebrò l'arrivo d'Onorio a Milano con una splendida rappresentazione di giuochi nel Circo, e l'Imperatore, quantunque oppresso dal peso del male, contribuì con la sua presenza alla pubblica gioia. Ma si esaurì la forza, che gli restava, dai penosi sforzi che fece per assistere agli spettacoli della mattina. Onorio, nel rimanente del giorno, tenne il luogo del padre; ed il Gran Teodosio spirò nella notte seguente. Nonostante le recenti animosità d'una guerra civile, la sua morte fu generalmente compianta. I Barbari ch'egli avea vinti, e gli Ecclesiastici, dai quali era stato vinto egli stesso, celebrarono con alto e sincero applauso le qualità del morto Imperatore, che più sembravano valutabili ai lor occhi. I Romani si spaventarono all'imminente pericolo d'una debole e divisa amministrazione, ed ogni disgraziato accidente degli infelici regni d'Arcadio e d'Onorio ravvivò la memoria della loro irreparabil perdita. Nella fedel pittura delle virtù di Teodosio, non si sono dissimulate le sue imperfezioni, l'atto di crudeltà e l'abitudine dell'indolenza, che oscurarono la gloria d'uno dei più grandi fra i Principi Romani. Un istorico, perpetuo nemico della fama di Teodosio, ha esagerato i suoi vizi ed i lor perniciosi effetti; egli audacemente asserisce, che i sudditi di ogni ceto imitavano gli effemminati costumi del loro Sovrano, che ogni specie di corruzione macchiava il corso della vita sì pubblica che privata; e che i deboli freni dell'ordine e della decenza non eran sufficienti ad impedire il progresso di quello spirito depravato, che sacrifica senza rossore la considerazione del dovere e dell'utile alla vile soddisfazione dell'ozio e dell'appetito[564]. Le querele degli Scrittori contemporanei, che deplorano l'accrescimento del lusso, e la depravazione dei costumi, ordinariamente indicano la particolare loro indole e situazione. Vi sono pochi osservatori, che abbiano una chiara ed estesa veduta delle rivoluzioni di una società; e che sieno capaci di scuoprire i tenui e segreti motivi d'agire, che spingono ad un'istessa uniforme direzione le capricciose e cieche passioni d'una moltitudine d'individui. Se può affermarsi con qualche grado di verità, che la lussuria dei Romani fosse più vergognosa o dissoluta nel regno di Teodosio, che al tempo di Costantino, o forse d'Augusto, non può attribuirsi tale alterazione ad alcuna vantaggiosa circostanza, che avesse accresciuto la copia delle nazionali ricchezze. Un lungo periodo di calamità o di decadenza dovè opporsi alla industria, e diminuir l'opulenza del popolo; ed il profuso lusso deve essere stato l'effetto di quella indolente disperazione, che gode il bene presente, e scaccia i pensieri del futuro. L'incerta condizione del loro stato disanimava i sudditi di Teodosio dall'impegnarsi in quelle utili e laboriose imprese, che richiedono una spesa immediata, e promettono un lento e lontano vantaggio. I frequenti esempi di desolazione e rovina li tentavano a non risparmiare gli avanzi di un patrimonio, che ad ogni momento potea divenire la preda dei rapaci Goti. E la pazza prodigalità, che prevale nella confusione d'un naufragio o d'un assedio, può servire a spiegare il progresso del lusso fra le disgrazie ed i terrori d'una cadente nazione. Il lusso effemminato, che infestava i costumi delle Corti e delle città, aveva instillato un veleno distruttivo e segreto nei corpi delle legioni; e si è notata la degenerazione di esse dalla penna d'uno scrittore militare, che aveva diligentemente studiato i genuini ed antichi principj della disciplina Romana. È una giusta ed importante osservazione di Vegezio, che la infanteria fu invariabilmente coperta con armi difensive, dalla fondazione della città fino al regno dell'Imperator Graziano. Il rilassamento della disciplina e la mancanza d'esercizio rendè i soldati meno atti e meno disposti a sostener le fatiche militari: si dolevano essi del peso dell'armatura, che di rado portavano; ed ottennero in seguito la permissione di deporre le corazze e gli elmetti. I pesanti dardi dei loro maggiori, la spada corta, ed il formidabile pilo, che avea soggiogato il Mondo, caddero insensibilmente dalle lor deboli destre. Siccome non è compatibile l'uso dello scudo con quello dell'arco, essi marciavano mal volentieri nel campo; condannati a soffrire o il dolore delle ferite o l'ignominia della fuga, erano sempre disposti a preferire l'alternativa più vergognosa. La cavalleria dei Goti, degli Unni e degli Alani aveva sentito il benefizio, ed adottato l'uso delle armi difensive; ed essendo eccellenti nel maneggiare le armi da scagliare, facilmente opprimevano le tremanti e nude legioni, che avevan le teste ed i petti esposti senza difesa alle frecce dei Barbari. La perdita degli eserciti, la distruzione delle città, ed il disonore del nome Romano indussero dipoi inutilmente i successori di Graziano a ristabilir l'uso degli elmi e delle corazze nell'infanteria. Gli snervati soldati abbandonarono la propria e la pubblica difesa; e la pusillanime loro indolenza può risguardarsi come l'immediata cagione della caduta dell'Impero[565]. NOTE: [441] Valentiniano fu meno sollecito della religion del suo figlio, poichè affidò l'educazion di Graziano ad Ausonio, dichiarato Pagano (-Mem. de l'Academ. des Inscr. T. XV. p. 125-138-). La fama poetica d'Ausonio condanna il gusto del suo secolo. [442] Ausonio fu gradatamente promosso alla Prefettura del Pretorio dell'Italia (nell'anno 377) e della Gallia (nell'anno 378) ed in fine fu insignito del Consolato (l'anno 379). Egli espresse la sua gratitudine con un servile ed insipido tratto d'adulazione (-Actio gratiarum p. 699-736-), che è sopravvissuto ad altre produzioni più degne. [443] -Disputare de principali judicio non opportet: sacrilegii enim instar est dubitare, an is dignus sit, quem elegerit Imperator: Cod. Justin. l. IX. Tit. XXIX. leg. 3-. Questa legge sì ragionevole fu confermata e pubblicata dopo la morte di Graziano dalla debole Corte di Milano. [444] Ambrogio compose per istruzione di lui un trattato teologico sulla fede della Trinità: e Tillemont (-Hist. des Emper. Tom. V. p. 158. 169-) attribuisce all'Arcivescovo il merito delle intolleranti leggi di Graziano. [445] -Qui divinae legis sanctitatem nesciendo omittunt, aut negligendo violant et offendunt, sacrilegium committunt: Cod. Just. l. IX. Tit. XXIX. leg-. Teodosio invero può pretender la sua parte nel merito di questa estesa legge. [446] Ammiano (XXXI. 10) e Vittore il Giovane riconoscono le virtù di Graziano, ed accusano o piuttosto deplorano il depravato suo gusto. L'odioso paralello di Commodo è addolcito dall'espressione: -licet incruentus-, e forse Filostorgio (l. X. c. 10. -col Gotofred. pag. 412-) ha mitigato con qualche riserva simile la comparazion di Nerone. [447] Zosimo (l. IV. p. 247) e Vittore il Giovane attribuiscono la rivoluzione al favor degli Alani ed al disgusto delle truppe Romane. -Dum exercitum negligeret, et paucos ex Alanis, quos ingenti auro ad se transtulerat, anteferret veteri ac Romano militi.- [448] -Britannia fertilis provincia tyrannorum:- È una memorabile espressione adoperata da Girolamo nella controversia Pelagiana, e variamente interpretata nelle dispute dei nazionali nostri Antiquari. Pare che le rivoluzioni del secolo passato giustifichino l'immagine del sublime Bossuet: «Cette isle plus orageuse que les mers qui l'environnent». [449] Zosimo dice dei soldati Britannici: των αλλων απαντων πλεον αυθαδεια και θυμῳ: -son molto superiori a tutti gli altri in arroganza ed in ardire.- [450] Elena figlia d'Eudda. Può vedersi ancora la sua cappella a Caer-Segont, ora Caer-Noarvon (-Carte Istor. d'Inghil. Vol. I. p. 168- dalla Mona antiqua di Rowland). Il prudente lettore non sarà probabilmente soddisfatto di tal testimonianza Gallese. [451] Cambden (-Vol. I. Introd.- p. 101) lo caratterizza governatore della Britannia, ed il padre delle nostre antichità vien seguitato, com'è solito, dai ciechi suoi figli. Pacato e Zosimo avean preso qualche cura per impedir quest'errore o favola; ed io mi difenderò con le decisive loro testimonianze. -Regali habitu exulem suum, illi exules orbis induerunt (in Paneg. vet. XII. 23-) e l'Istorico Greco con molto minor equivoco, αυτοϛ (Maximus) δε ουδου εις αρχην εντιμον ετυχη προελθων (-lib. IV. p. 248) esso poi non era costituito in onorevol comando-. [452] Sulpic. Sever. -Dial-. II. 7. Orosio l. VII. c. 34. p. 556. Ambidue riconoscono (Sulpicio era stato suo suddito) l'innocenza ed il merito d'esso. Egli è ben singolare, che Massimo sia stato trattato meno favorevolmente da Zosimo, parziale avversario del suo rivale. [453] L'Arcivescovo Usserio (-Antiq. Britann. Eccl. p. 107, 108-) ha diligentemente raccolto le leggende dell'Isola e del Continente. Tutta l'emigrazione consisteva in 30000 soldati e 100000 plebei, che si stabilirono nella Brettagna. Le spose loro destinate, cioè S. Orsola con 11000 nobili Vergini, e 60000 plebee, sbagliarono la strada, preser terra a Colonia, e furono crudelissimamente trucidate dagli Unni. Ma le sorelle plebee vennero defraudate di tal onore: e quel che è più strano, Giovanni Tritemio pretende di far menzione dei -figli- di queste Vergini Britanniche. [454] Zosimo (l. IV. p. 248. 249) ha trasferito la morte di Graziano da -Lugdunum- (Lione) nella Gallia a -Singidunum- nella Mesia. Possono rilevarsi alcuni cenni dalle Croniche, e scuoprirsi alcune falsità in Sozomeno (l. VII. c. 13) ed in Socrate (l. V. c. 11). Ambrogio è la nostra guida più autentica (Tom. I. -Enarrat. in Psalm.- 61. p. 961. Tom. II. Epist. 24. p. 888, ec. -et de Obitu. Valent. Consol.- n. 28. p. 1182). [455] Pacato (XII. 68) celebra la fedeltà di Mellobaude, mentre nella Cronica di Prospero si nota il suo tradimento come la causa della rovina di Graziano. Ambrogio, che ha motivo di pensare a scolpare se stesso, non condanna che la morte di Vallio, servo fedele di Graziano (Tom. II. ep. 24 p. 891. -Ed. Benedict.-) [456] Egli si protesta, -nullum ex adversariis nisi in acie occubuisse-: Sulpic. Sever. -in vit. B. Martin, a. 23.- L'orator di Teodosio accorda una ripugnante, e pure autorevol lode alla clemenza di Massimo: -si cui ille, pro ceteris sceleribus suis, minus crudelis fuisse videtur. Paneg. vet. XII. 28.- [457] Ambrogio fa menzione di quelle leggi di Graziano, -quas non abrogavit hostis: Tom.- II. -epist.- 17. -p.- 827. [458] Zosimo l. IV. p. 251. 252. Noi possiamo ben disapprovare questi odiosi sospetti; ma non possiamo tralasciare il trattato di pace, che gli amici di Teodosio hanno assolutamente dimenticato, o ne han fatta leggiera menzione. [459] L'Arcivescovo di Milano, oracolo del Clero, assegnò al suo discepolo Graziano un sublime e rispettabile posto nel Cielo. Tom. II. -de Obit. Val. Consol. p.- 1193. [460] Pel Battesimo di Teodosio vedansi Sozomeno (l. VII c. 4) Socrate (l. V. c. 6) e Tillemont (-Hist. des Emper. Tom.- V. -p.- 728). [461] Ascolio o Acolio fu onorato dall'amicizia e dalle lodi d'Ambrogio, che lo chiama: -murus fidei atque sanctitatis- (Tom. II. ep. 15 p. 820), e quindi celebra la sua prontezza e diligenza in correre da Costantinopoli in Italia, ec. (-epist.- 16. -p.- 822) virtù, che non conviene nè ad un -muro- nè ad un -Vescovo-. [462] -Cod. Teod. lib.- XVI. -Tit.- I. -leg.- 2. -col Comment. del- Gotofredo -Tom.- VI. -p.- 5-9. Tale editto meritava le più alte lodi del Baronio: -auream sanctionem, edictum pium et salutare. Sic itur ad astra-. [463] Sozomeno l. VII. c. 6. Teodoreto l. V. c. 16. Al Tillemont (-Mem. Eccles. Tom.- VI. -p.- 627, 628) dispiacciono i termini di -rozzo Vescovo, e d'oscura città-. Pure bisogna che mi si permetta di credere, che Anfilochio ed Icone fosser oggetti d'inconsiderabil grandezza nell'Impero Romano. [464] Sozomeno l. VII. c. 5. Socrat. l. V. c. 7. Marcellin. -in Chron.- Bisogna cominciare il computo dei quarant'anni dall'elezione o intrusione d'Eusebio, che saggiamente cambiò il Vescovato di Nicomedia con la sede di Costantinopoli. [465] Vedi Jortin -Osservaz. sull'Istor. Eccl. Vol. IV. p.- 71. L'Orazione trentesimaterza di Gregorio Nazianzeno somministra invero qualche idea simile, ed alcune anche più ridicole; ma io non ho potuto trovar le parole di questo notabile passo, che adduco sulla fede d'un esatto ed ingenuo erudito. [466] Vedi l'Orazione 32 di Gregorio Nazianzeno, ed il racconto ch'egli ha fatto della sua vita in 1800 versi jambici. Pure ogni Medico è disposto ad esagerare l'inveterata natura della malattia ch'egli ha curata. [467] Io mi confesso altamente obbligato alle due vite di Gregorio Nazianzeno, composte, con molto diverse mire dal Tillemont (-Mem. Eccles. Tom.- IX. -p.- 305-560, 695-741) e dal Le Clerc. (-Bibliot. Univ. Tom.- XVII. -p.- 1. 128). [468] A meno che Gregorio Nazianzeno non abbia fatto l'error di trent'anni nella sua propria età, egli era nato, ugualmente che Basilio, suo amico, circa l'anno 329. L'anticipata cronologia di Suida si è ricevuta favorevolmente, perchè toglie lo scandalo, che il padre di Gregorio, ancor egli santo, generasse figli dopo d'esser divenuto Vescovo (Tillemont -Mem. Eccles. Tom.- IX. -p.- 693-769). [469] Il Poema di Gregorio sulla propria vita contiene alcuni bei versi (Tom. II. p. 9), che nascono dal cuore, ed esprimono i torti d'una ingiuriata e perduta amicizia. .... πονοι κονοι λογων, Ομοςεγος τε και σινεςιος βιος Νους εις εν αμφοιν Διεσκεδασαι παντα ερριπται χαμαι Αυραι φερουσι τας παλαιας ελπιδας ... -Eran comuni le fatiche dai ragionamenti, famigliare e congiunta la vita, un animo in ambidue ... Tutto si è dissipato, è caduto a terra, i venti portano via le antiche speranze.- Nel Sogno della Notte di Mezza State, Elenia fa l'istesso patetico lamento all'amico Ermia. -Is all the counsel that we two have shared,- -The sister's vows, ecc.- «Fra noi due comune abbiamo ogni consiglio, i voti della sorella ec.» Shakespeare non aveva mai letto i poemi di Gregorio Nazianzeno, egli non sapeva la lingua Greca: ma la sua madre lingua, cioè quella della natura, è l'istessa nella Cappadocia e nell'Inghilterra. [470] Questo svantaggioso ritratto di Sasima è preso da Gregorio Nazianzeno (-Tom.- II. -de vita sua p.- 7. 8). Nell'Itinerario d'Antonino se ne fissa la situazione precisa in distanza di quarantanove miglia da Archelaide, e di trentadue da Tiana. (-p.- 144. -Edit. Wesseling.-). [471] Si è reso immortale da Gregorio il nome di Nazianzo, ma si fa menzione della sua patria sotto il nome Greco o Romano di Diocesarea da Tillemont (-Memoir. Eccles. T.- IX. -p.- 692), da Plinio (VI. 3), da Tolomeo e da Ierocle (-Itin. Wesseling p.- 709 ). Sembra che fosse situata sul confine dell'Isauria. [472] Vedi Du Cange -Const. Christ.- l. IV. p. 141. 142. La Θεια δυναμις -Divina forza- di Sozomeno (l. VII. c. 5) viene interpretata per Maria Vergine. [473] Tillemont (-Mem. Eccl. Tom.- IX. -p.- 432. ec. ) diligentemente raccoglie, estende e spiega gli oratorj e poetici tratti di Gregorio medesimo. [474] Ei recitò un'orazione (-Tom.- I. -Orat.- XXIII. -p.- 409) in sua lode; ma dopo la lor contesa fu mutato il nome di Massimo in quello di Erone (Vedi Girolamo -T.- I. -in Catal. Script. Eccles.- p. 301). Io tocco di volo tali personali ed oscure discordie. [475] Sotto il modesto velo d'un sogno, Gregorio (T. II. -Carm.- IX. -p.- 78) descrive il proprio buon successo con qualche umana compiacenza. Pure dalla famigliare conversazione di lui con S. Girolamo, suo discepolo (-Tom. I. Epist. ad Nepotian. p.- 14), parrebbe, che il predicatore sapesse il vero valore dell'applauso popolare. [476] -Lacrymae auditorum laudes tuae sint-: questo è il vivace e giudizioso parere di S. Girolamo. [477] Socrate (l. V. c. 7) e Sozomeno (l. VII. c. 5) riferiscono l'evangeliche parole ed azioni di Damofilo, senza neppure una parola d'approvazione. Egli riflettè, dice Socrate, ch'è difficile -resistere- ai potenti: ma era facile, e sarebbe stato vantaggioso il -sottomettersi-. [478] Vedi Gregor. Naz. -Tom.- II. -de vita sua p.- 21. 22. Il Vescovo di Costantinopoli, per istruzione della posterità, fa menzione di uno stupendo prodigio. Nel mese di Novembre era una mattinata nuvolosa; ma quando la processione entrò in Chiesa, comparve il Sole. [479] Frai tre storici Ecclesiastici, il solo Teodoreto (l. V. c. 2) ha rammentato quest'importante commissione di Sapore, che il Tillemont (-Hist. des Emper. Tom.- V. p. 728) ha giudiziosamente trasferito dal regno di Graziano a quello di Teodosio. [480] Io non fo conto di Filostorgio, quantunque faccia egli menzione dell'espulsion di Damofilo (I. c. 19). L'Istorico Eunomiano si è diligentemente fatto passare per un crivello cattolico. [481] Le Clerc ha dato un curioso estratto (-Bibl. Univ. Tom.- XVIII. p. 91-105) dei discorsi Teologici che Gregorio Nazianzeno recitò a Costantinopoli contro gli Arriani, gli Eunomiani, i Macedoniani ec. Ei dice ai Macedoniani, che divinizzavano il Padre ed il Figlio senza lo Spirito Santo, che essi potevano chiamarsi -Triteisti- così bene che -Diteisti-. Gregorio medesimo era quasi un triteista; e la sua monarchia del Cielo somiglia una ben regolata aristocrazia. [482] Il primo Concilio Generale di Costantinopoli adesso trionfa nel Vaticano; ma i Papi lungamente avevano esitato sopra di esso, e la lor dubbiezza rende perplesso, e fa quasi vacillare l'umile Tillemont -Mem. Eccl. Tom.- IX. p. 499-500. [483] Avanti la morte di Melezio, sei o otto de' suoi Preti più popolari, fra' quali era Flaviano, avean rinunziato con giuramento, per amor della pace, al Vescovato d'Antiochia. (-Sozomeno- l. VII. c. 3. 11. -Socrate- l. V. c. 5). Il Tillemont si crede in dovere di non prestar fede all'istoria; ma confessa che nella vita di Flaviano si trovano molte circostanze, che non sembrano coerenti alle lodi del Grisostomo ed al carattere d'un santo. (-Mem. Eccl.- T. X. p. 541). [484] Si consulti Gregorio Nazianzeno (-de vita sua T.- II. p. 25-28). Può vedersi la sua generale e particolare opinione del Clero e delle adunanze di esso, tanto in verso quanto in prosa (-Tom. I. Orat. I. p.- 33. -epist. LV.- p. 814. -T. II. carm. X-. p. 81). Tali passi vengono leggermente indicati dal Tillemont, ed ingenuamente prodotti dal le Clerc. [485] Vedi Gregorio -Tom.- II. -de vita sua p.- 28-31. Le orazioni 17. 28. 32. furono pronunziate nelle varie scene di quest'azione. La perorazione dell'ultima (Tom. I. p. 528) in cui dà un solenne addio agli uomini ed agli Angeli, alla Città ed all'Imperatore, all'Oriente ed all'Occidente ec., è patetica e quasi sublime. [486] Sozomeno attesta la capricciosa ordinazion di Nettario (l. VII. c. 8), ma il Tillemont osserva (-Memoir. Eccles. Tom.- IX. -p.- 719) che «après tout, ce narré de Sozomene est si honteux pour tous ceux qu'il y mèle, et sur-tout pour Théodose, qu'il vaut mieux travailler à le détruire, qu'à le soutenir»: ammirabile regola di critica! [487] Io intendo solamente di dire, che tale era la naturale sua indole, quando non era infiammata o indurita dallo zelo religioso. Dal suo ritiro, egli esorta Nettario a perseguitar gli Eretici di Costantinopoli. [488] Vedi -Cod. Teodos, lib. XVI. Tit. V. leg. 6. 23- col commento del Gotofredo a ciascheduna legge, ed il suo sommario generale o -Paratitlo: Tom. VI. pag. 104-110.- [489] Essi facevan sempre la Pasqua, come gli Ebrei, nel decimoquarto giorno del primo mese dopo l'equinozio di primavera, e così pertinacemente opponevansi alla Chiesa Romana ed al Concilio Niceno, che avea fissato la Pasqua in Domenica. Bingham. -Ant.- l. XX. c. 5. Vol. II. p. 309. fol. [490] Sozomeno l. VII. c. 12. [491] Vedi l'Istoria Sacra di Sulpizio Severo (l. II. p. 447-455 -ed. Lugd. Batav.- 1647) scrittore corretto ed originale. Il Dottor Lardner (-Credibil ec. Part. II. Vol. IX. p. 256, 340-) ha lavorato quest'articolo con pura erudizione, con moderazione e buon senso. Il Tillemont (-Mem. Eccles. T. VIII. p. 491-527-) ha ammucchiato tutta la spazzatura dei Padri: l'utile spazzino! [492] Severo Sulpizio parla con istima e pietà dell'arcieretico: -Felix profecto, si non pravo studio corrupisset optimum ingenium: prorsus multa in eo animi et corporis bona cerneres- (-Hist. Sacr. l. II. p. 439-). Anche Girolamo (-Tom. I. in Script. Eccl. p. 202-) parla con moderazione di Priscilliano e di Latroniano. [493] Questo Vescovato (nella vecchia Castiglia) rende presentemente 20000 ducati l'anno (Busching -Geog. Vol. II. p. 308-), ed è perciò assai meno atto a produrre l'autore d'una nuova eresia. [494] -Exprobabatur mulieri viduae nimia religio et diligentius culta divinitas- (Pacat. -in paneg. vet. XII. 29-). Tal era l'idea d'un umano, quantunque ignorante politeista. [495] Uno di essi fu mandato -in Syllinam insulam, quae ultra Britanniam est.- Qual esser doveva l'antico stato degli scogli di Scilly (Cambden -Britann. Vol. II. p. 1519-)? [496] Le scandalose calunnie di Agostino, di Leone Papa ec. che il Tillemont ingoia come un fanciullo, e Lardner confuta da uomo, possono suggerire qualche ingenuo sospetto in favore degli antichi Gnostici. [497] Ambrog. Tom. II. -epist.- 24. P. 891. [498] Sulpizio Severo nell'Istoria Sacra, e nella vita di S. Martino usa qualche cautela; ma si dichiara più liberamente nei dialoghi (III. 15). Martino però fu ripreso dalla propria coscienza e da un Angelo; nè potè in seguito far de' miracoli sì facilmente. [499] Tanto il Prete Cattolico (-Sulpic. Sev. l.- II. -p.- 448) quanto l'Oratore Pagano (-Pacat. in Paneg. vet.- XII. 29) disapprovano con uguale indignazione il carattere e la condotta d'Itacio. [500] La vita di S. Martino, ed i dialoghi intorno a' suoi miracoli, contengono fatti adattati alla più grossolana ignoranza, in uno stile non indegno del secolo d'Augusto. È così naturale la connessione fra il buon gusto ed il buon senso, che mi fa sempre stupore questo contrasto. [501] La breve e superficial vita di S. Ambrogio, scritta da Paolino suo Diacono (-Append. ad edit. Bened. p. I. XV-) ha il pregio d'una testimonianza originale. Il Tillemont (-Mem. Eccles. Tom. X.- p. 78-306) e gli Editori Benedettini (p XXXI-LXIII) vi hanno lavorato con la solita lor diligenza. [502] Ambrogio medesimo (-Tom. II. ep. XXIV.- p. 888. 891) dà all'Imperatore un assai spiritoso ragguaglio della sua ambasceria. [503] La rappresentazione, ch'egli stesso fa dei suoi principj e della sua condotta (-Tom. II. ep. XX. XXI. XXII. p. 851-880-), è uno dei più curiosi monumenti d'antichità ecclesiastica. Essa contiene due lettere a Marcellina sua sorella con una supplica a Valentiniano, ed il discorso -de Basilicis non tradendis.- [504] Il Cardinale di Retz ebbe una simile ambasciata della Regina, affinchè quietasse il tumulto di Parigi. Ciò non era più in suo potere: -à quoi j'ajoutai tout ce que vous pouvez vous imaginer de respect, de douleur, de regret et de soumission etc.- (Mém. T. I. p. 140). Io non paragono certamente fra loro nè le cause nè le persone; ma il Coadiutore medesimo aveva qualche idea (p. 84) d'imitar S. Ambrogio. [505] Il solo Sozomeno (l. VII. c. 13), involge questo luminoso fatto in una oscura e dubbiosa narrazione. [506] -Excubabat pia plebs in Ecclesia mori parata cum Episcopo suo.... Nos adhuc frigidi excitabamur tamen civitate attonita atque turbata.- August. -Conf. l. IX. c. 7.- [507] Tillemont -Mem. Eccl. Tom.- II. p. 78, 498. Furono consacrate molte Chiese in Italia, nella Gallia ec. a quest'incogniti Martiri, fra' quali sembra che S. Gervasio sia stato più fortunato del suo compagno. [508] -Invenimus mirae magnitudinis viros duos, ut prisca aetas ferebat. Tom. II. epist. XXII. p. 875.- La grandezza di questi scheletri era fortunatamente o artificiosamente adattata al popolar pregiudizio della successiva decadenza della statura umana, ch'è prevalso in ogni secolo fin dal tempo d'Omero. -Grandiaque effossis mirabitur ossa sepulchris.- [509] Ambros. -T. II. ep.- XXII. p. 875. August. -Confess.- l. IX. c. 7 -de Civ. Dei- l. XXII. c. 8. Paulin. -in vit. S. Ambros.- c. 14 -in append. Bened. p. 4.- Il cieco aveva nome Severo, ei toccò la sacra veste, ricuperò la vista, e consacrò il resto della sua vita (almeno per venticinque anni) al servizio della Chiesa. Io raccomanderei questo miracolo a' nostri Teologi, se non provasse il culto delle reliquie, ugualmente che la fede Nicena. [510] Paulin. -in vit. S. Ambros. c. 5. in app. Bened. p. 5.- [511] Tillemont. -Mem. Eccl. Tom. X.- p. 190, 750. Egli accorda parzialmente la mediazione di Teodosio, e capricciosamente rigetta quella di Massimo, quantunque si attesti da Prospero, da Sozomeno e da Teodoreto. [512] La modesta censura di Sulpicio (-Dial.- III. 15) gli porta una ferita molto più profonda, che la debole declamazione di Pacato (XII. 25, 26). [513] -Esto tutior adversus hominem pacis involucro tegentem.- Tale fu il prudente avviso d'Ambrogio (-Tom. II. p. 891-) dopo che fu tornato dalla sua seconda ambasceria. [514] Il Baronio (an. 387. n. 63) applica a questo tempo di pubblica calamità alcuni de' sermoni penitenziali dell'Arcivescovo. [515] Zosimo riferisce la fuga di Valentiniano, e l'amor di Teodosio per la sorella di esso (l. IV. p. 263. 264). Il Tillemont produce alcune deboli ed ambigue testimonianze per anticipare il secondo matrimonio di Teodosio (-Hist. des Emper. Tom. V.- p. 740), e conseguentemente per confutare -ces contes de Zosime, qui seroient trop contraires à la piété de Théodose.- [516] Vedi Gotofred. -Cronol. delle leggi Cod. Theod. T. I. p. XCIX.- [517] Oltre i cenni che possono raccogliersi dalle croniche e dall'Istoria Ecclesiastica, Zosimo (l. IV. p. 259. 267), Orosio (l. VII. c. 35.) e Pacato (-Paneg. vet-. XII. 30. 48) somministrano gli sconnessi e scarsi materiali di questa guerra civile. Ambrogio (Tom. II. -Epist-. 40. p. 952-953.) allude oscuramente ai ben noti fatti della sorpresa d'un magazzino, d'un'azione a Petavio, d'una vittoria, forse navale, nella Sicilia ec. Ausonio applaudisce al merito singolare ed alla buona fortuna d'Aquileia. [518] -Quam promptum laudare Principem, tam tutum siluisse de Principe- (Pacat. -in Paneg. vet. XII. 2-). Latino Pacato Drepanio, nativo della Gallia, recitò quest'orazione a Roma (l'anno 388). Egli di poi fu Proconsole dell'Affrica: ed Ausonio, suo amico, lo loda come un Poeta, inferiore solo a Virgilio, (Vedi Tillemont -Hist. des Emper. Tom. V. p. 303-). [519] Vedasi un bel ritratto di Teodosio fatto da Vittore il Giovane; i delineamenti sono distinti, ed i colori ben fusi. La lode di Pacato è troppo generale, e Claudiano pare che sempre tema d'esaltare il padre sopra il figlio. [520] Ambrog. Tom. II. -epist-. 40. p. 955. Pacato, per mancanza di cognizione o di coraggio, tralascia questa gloriosa circostanza. [521] Pacat. -in Paneg. vet. XII. 20-. [522] Zosimo l. IV. p. 271. 272. La sua parziale testimonianza porta seco l'aria di verità e di candore. Ei nota queste vicende di pigrizia e di attività non già come un vizio, ma come una singolarità nel carattere di Teodosio. [523] Tal collerico temperamento si confessa e si scusa da Vittore. -Sed habes- (dice S. Ambrogio con decente e viril contegno al suo Sovrano) -naturae impetum, quem si quis lenire velit, cito vertes ad misericordiam: si quis stimulet, in magis exsuscitas, ut eum revocare vix possis: (Tom. II. Epist. 51. p. 998-), Teodosio (ap. Claudian. -in IV. Cons. Hon. 866. etc-.) esorta il figlio a moderar la sua collera. [524] Tanto i Cristiani che i Pagani erano d'accordo nel credere che i demonj suscitato avessero la sedizione d'Antiochia. Si facea veder per le strade, dice Sozomeno (l. VII. c. 23), una donna gigantesca con una sferza in mano. Un vecchio, dice Libanio (-Orat-. XII. p. 396) si trasformò in giovane, e quindi in fanciullo. [525] Zosimo nel suo breve e non ingenuo racconto (l. IV. p. 258. 259), erra sicuramente in mandare Libanio stesso a Costantinopoli. Le proprie orazioni di lui indicano, che restò in Antiochia. [526] Libanio (-Orat. I. p. 6. Edit. Venet-.) dichiara, che sotto un regno di quella sorte, il timor del macello era senza fondamento ed assurdo, specialmente, nell'assenza dell'Imperatore, poichè la sua presenza, secondo l'eloquente schiavo, avrebbe potuto legittimare gli atti più sanguinosi. [527] Laodicea sulla costa marittima, settantacinque miglia distante da Antiochia (vedi Noris -Epoch. Syro-Maced. Diss. 3. p. 230-). Gli Antiocheni si stimarono offesi, che la città di Seleucia, lor dipendente, ardisse d'interceder per loro. [528] Siccome i giorni del tumulto dipendono dalla festa mobile di Pasqua, essi non si posson determinare, se non ne venga prima fissato l'anno. Dopo ricerche assai laboriose si è preferito l'anno 387 dal Tillemont (-Hist. des Emper. Tom. V. p. 741. 744-), e dal Montfaucon (-Chrys. T. XIII. p. 105-110-). [529] Grisostomo contrappone il loro coraggio, che non portava seco gran rischio, alla codarda fuga dei Cinici. [530] Si rappresenta la sedizione d'Antiochia in una maniera vivace, e quasi drammatica da due Oratori, ciascheduno dei quali ha la sua dose d'interesse e di merito. Vedasi Libanio (-Orat. XIV. XV. p. 389. 420. Edit. Morel, Orat. I. p. 1-14. Venet. 1754-), e le venti orazioni di S. Gio. Grisostomo -de statuis- (T. II. p. 1-225. -edit. Montfaucon-). Io non pretendo ad una gran famigliarità personale con Grisostomo: ma il Tillemont (-Hist. des Emper. Tom. V. p. 263. 283-), e l'Hermant (-Vie de S. Chrysost. Tom. I. p. 137-224-) l'avevan letto con più curiosità e diligenza. [531] La testimonianza originale d'Ambrogio (T. II. ep. 51, p. 998), d'Agostino (de Civ. Dei v. 26) e di Paolino (in vit. Ambros. c. 24), si manifesta in generali espressioni di orrore e di compassione. Essa poi viene illustrata dalle successive e disuguali autorità di Sozomeno (l. VII. c. 25), di Teodoreto (l. V. c. 17), di Teofane, (Chronogr. p. 62), di Cedreno (p. 317), e di Zonara (Tom. II. l. 13. p. 34). Il solo Zosimo, parzial nemico di Teodosio, non si sa per qual causa passa sotto silenzio la peggiore delle sue azioni. [532] Vedasi tutto questo fatto appresso Ambrogio (-Tom. II. epist. 60. 61. p. 946-956-), e Paolino di lui biografo (c. 23). Bayle e Barbeirac (-Moral des Peres c. 17. p. 325-. ec.) hanno giustamente condannato l'Arcivescovo. [533] Il suo discorso è una strana allegoria della verga di Geremia, di un albero di mandorle, della donna che bagnò ed unse i piedi di Cristo: ma la perorazione è diretta e personale. [534] -Hodie, Episcope, de me proposuisti-. Ambrogio lo confessò modestamente; ma con forza riprese Timesto, Generale di Cavalleria e d'infanteria, che aveva ardito di dire, che i Monaci di Callinico meritavan d'esser puniti. [535] Ma cinque anni dopo, essendo lontano Teodosio dalla spirituale sua guida, tollerò gli Ebrei, e condannò la distruzione delle loro sinagoghe. (-Cod. Teod. l. XVI. Tit. VIII. leg. 9 col comment. del Gotofredo Tom. VI. p. 225-). [536] Ambros. -Tom. II. Ep. 51 p. 997-1001-. La sua lettera è una miserabile cantilena sopra un nobil soggetto. Ambrogio sapeva meglio operare, che scrivere. Le sue composizioni sono prive di gusto o di genio, senza lo spirito di Tertulliano, la copiosa eleganza di Lattanzio, il vivace sapere di Girolamo o la grave energia di Agostino. [537] Secondo la disciplina di S. Basilio (-can. 56-), l'omicida volontario per -quattro- anni era piangente: -cinque- audiente, -sette- prostrato; e -quattro- consistente. Io ho l'originale (Beveridge -Pand. Tom. 2. p. 47, 151)- ed una traduzione (Chardon -Hist. des Sacrem. T. 4, p. 219-277-) delle Epistole Canoniche di S. Basilio. [538] La penitenza di Teodosio viene autenticamente descritta da Ambrogio (-Tom. VI. de obit. Theod. c. 34. p. 1207-), da Agostino (-de civ. Dei v. 26-), e da Paolino (-in vit. Ambros. c. 24-). Socrate è ignorante, e Sozomeno (-l. VII. c. 25-) succinto; e bisogna servirsi con cautela della copiosa narrazione di Teodoreto. [539] -Cod. Theod. l. IX. tit. 40. leg. 13.- La data e le circostanze di questa legge portano seco delle difficoltà; ma io mi sento inclinato a favorire gli onesti sforzi del Tillemont (-Hist. des Emp. Tom. V. p. 721-), e del Pagi, (-Crit. Tom. I. p. 158-). [540] -Un prince, qui aime la religion, et qui la craint, est un lion qui cède à la main qui le flatte, ou à la voix qui l'appaise.- Esprit des loix l. XXIV. c. 2. [541] Τουτο περι τους ευερλνειας καθηκον εδοξεν ειναι, -ciò parve che fosse decente verso i benefattori-. Tal'è l'avara lode di Zosimo stesso (l. IV. p. 267). Agostino dice con qualche felicità d'espressione: -Valentinianum... misericordissima veneratione restituit-. [542] Sozomeno l. VII. c. 14. La sua cronologia è molto irregolare. [543] Vedi Ambrogio, -Tom. II. de obit. Valentin. c. 15. ec. p. 1178. c. 36. ec. p. 1184-. Allorchè il giovane Imperatore faceva un trattamento, digiunava egli stesso; ricusò di vedere una bella attrice ec. Poichè ordinò che le sue fiere fossero uccise, il rimprovero d'aver amato quel divertimento appresso Filostorgio (l. XI. c. 1.) non è generoso. [544] Zosimo (l. IV. p. 275) loda il nemico di Teodosio. Ma egli è detestato da Socrate (l. V. c. 25) e da Orosio (l. VII. c. 35). [545] Gregorio di Tours (-l. 2. c. 9. p. 165. nel secondo volume degli Istorici di Francia-) ci ha conservato un curioso frammento di Sulpicio Alessandro, istorico molto più valutabile di lui medesimo. [546] Il Gotofredo (-dissert. ad Philostorg. p. 428-434-) ha diligentemente raccolto tutte le circostanze della morte di Valentiniano II. Le variazioni e l'ignoranza degli scrittori contemporanei provano che essa fu segreta. [547] -De obitu Valentin. Tom. II: p. 1173. 1196-. Egli è costretto ad usare un linguaggio discreto ed oscuro: pure è molto più ardito di quello che alcun laico, o forse qualunque altro Ecclesiastico si sarebbe arrischiato di essere. [548] Vedi c. 51. -p. 1188. c. 75. p. 1193-. Dom Chardon (-Hist. des Sacrem. Tom. I. p. 86-), che confessa che S. Ambrogio sostiene col maggior vigore l'-indispensabile- necessità del Battesimo, stenta a conciliare la contraddizione. [549] -Quem sibi Germanus famulum delegerat exul-. Tal'è la disprezzante espressione di Claudiano (-IV Cons. Hon. 74-). Eugenio professava il Cristianesimo; ma è probabile in un grammatico, che fosse in segreto attaccato al Paganesimo (Sozomen. l. VII. c. 22 Filostorg. l. XI. c. 2), e quasi l'assicurerebbe l'amicizia di Zosimo (l. IV. p. 276, 277). [550] Zosimo (l. IV. p. 278) fa menzione di quest'ambasceria; ma un'altra storia lo distrae dal riferirne l'evento. [551] Συνεταραξεν η τουτου γαμετη Γαλλα βασιληια τον αδελφον ολοφυρομενη: -l'eccitò l'Imperatrice Galla, sua moglie, che piangeva il fratello-. Zosimo l. IV. p. 278. In seguito dice (p. 280), che Galla morì di parto, e riferisce che fu estrema l'afflizione del marito, ma breve. [552] Licopoli è la moderna -Siut-, ossia -Osiot-, città di Said, della grandezza incirca di S. Denis, che fa un vantaggioso commercio col regno di Sennaar; ed ha una molto conveniente fontana, -cujus potu signa virginitatis eripiuntur-. Vedi Danville (-Descr. de l'Egypt. p. 171-), Abulfeda (-Desc. Aegipt. p. 74-) e le curiose annotazioni (p. 25. 92) del suo editore Michaelis. [553] Fu descritta la vita di Giovanni di Licopoli da due dei suoi amici, da Ruffino (l. II. c. 1. p. 449) e da Palladio (Hist. Laus. c. 43 p. 738) nella gran Collezione delle Vitae Patrum di Rosvveide. Il Tillemont (-Mem. Eccles. T. X. p. 718. 720-) ne ha determinata la cronologia. [554] Sozomeno l. VII. c. 22. Claudiano (-in Eutrop. l. I. 311-) fa menzione del viaggio dell'Eunuco: ma deride col maggior disprezzo i sogni Egiziani, e gli oracoli del Nilo. [555] Zosimo l. IV. p. 280. Socrat. l. VII. 10,. Alarico medesimo (de bello Get. 524) si ferma con più compiacenza sulle sue prime imprese contro i Romani. .... -Tot Augustos Hebro qui teste fugavi-: Pure la sua vanità difficilmente avrebbe potuto provare questa -pluralità- d'Imperatori fuggitivi. [556] Claudiano -in IV. Cons. Honor-. 77. ec. pone a confronto i disegni militari dei due usurpatori. -.... Novitas audere priorem- -Suadebat, cautumque dabant exemplo sequentem.- -Hic nova moliri praeceps: hic quaerere tuta- -Providus. Hic fusis; collectis viribus ille.- -Hic vagus excurrens; hic intra claustra reductus.- -Dissimiles; sed morte pares...- [557] Il Frigido, piccolo, quantunque memorabile fiume nella Gorizia, ora chiamato Vipao, si getta nel Sonzio, o Lisonzo sopra Aquileia in distanza di qualche miglio dal mare Adriatico. Vedi Danville -Cart. Antich. Mod. e l'Italia Antiqua- del Cluverio Vol. I. p. 188. [558] Lo spirito di Claudiano è intollerabile: la neve era tinta di rosso; il freddo fiume fumava; ed il canale avrebbe dovuto riempirsi di cadaveri, se non si fosse accresciuta la corrente dal sangue. [559] Teodoreto asserisce, che comparvero al vigilante o addormentato Imperatore S. Giovanni e S. Filippo a cavallo. Questo è il primo esempio della cavalleria apostolica, che divenne poscia sì popolare in Ispagna ed al tempo delle Crociate. [560] -Te propter gelidis Aquilo de monte procellis- -Obruit adversus acies, revolutaque tela- -Vertit in auctores, et turbine repulit hastas,- -O nimium dilecte Deo, cui fundit ab antris- -Aeolus armatas hyemes, cui militat aether,- -Et conjurati veniunt ad classica venti!- Questi famosi versi di Claudiano (-in III. Cons. Hono. 93. an. 396-) son riferiti dai suoi contemporanei Agostino ed Orosio, che sopprimono la Pagana Divinità d'Eolo; ed aggiungono alcune circostanze, che avevan sapute dai testimoni di veduta. Dentro i quattro mesi dopo la vittoria, fu essa paragonata da Ambrogio alle vittorie miracolose di Mosè e di Giosuè. [561] Hanno raccolto gli avvenimenti di questa guerra civile Ambrogio (Tom. II. ep. 62 p. 1022), Paolino (-in vit. Ambros.- c. 26-34), Agostino (-De Civ. Dei- V. 26), Orosio (l. VII. c. 35), Sozomeno (l. VII. c. 24). Teodoreto (l. V. c. 24), Zosimo (l. IV. p. 281 ec.), Claudiano (-in III. Con. Hon. 63-105. in IV. Cons. Honor. 70-117-) e le Croniche pubblicate dallo Scaligero. [562] Questa malattia, da Socrate (l. V. c. 26) attribuita alle fatiche della guerra, si rappresenta da Filostorgio (l. XI. c. 2) come un effetto di pigrizia e d'intemperanza; perlochè Fozio lo chiama uno sfacciato mentitore; (Gotofredo -Diss. p. 438-). [563] Zosimo suppone, che il fanciullo Onorio accompagnasse suo padre (l. IV. p. 280). Pure l'espressione -quanto flagrabant pectora voto-, è tutto quello che l'adulazione potè permettere ad un poeta contemporaneo, il quale chiaramente descrive la negativa dell'Imperatore, ed il viaggio d'Onorio -dopo- la vittoria (Claudiano -in III. Cons. 78-125-). [564] Zosimo l. IV. p. 244. [565] Veget. -de re milit.- l. I. c. 10. La serie delle calamità, che egli nota, ci costringe a credere, che l'Eroe a cui dedica il suo libro, sia l'ultimo ed il meno glorioso dei Valentiniani. CAPITOLO XXVIII. -Distruzione finale del Paganesimo. Introduzione del culto dei Santi, e delle reliquie fra i Cristiani.- La rovina del Paganesimo, seguita ai tempi di Teodosio, è forse l'unico esempio dell'intiero annientamento di un'antica e popolare superstizione; e può meritare per conseguenza di esser considerata come un evento singolare nell'istoria dello spirito umano. I Cristiani, e specialmente il Clero, avevan sofferto con impazienza le prudenti dilazioni di Costantino, e l'ugual tolleranza di Valentiniano il Vecchio; nè potevan creder perfetta o sicura la lor conquista, finattantochè fosse permesso agli avversari di esistere. Impiegossi l'autorità che Ambrogio ed i suoi fratelli aveano acquistato sopra la gioventù di Graziano e la pietà di Teodosio, per inspirare massime di persecuzione nei petti degl'Imperiali proseliti. Si stabilirono due speciosi principj di religiosa giurisprudenza, dai quali deducevasi un'immediata e rigorosa conseguenza contro i sudditi dell'Impero, che continuavano ad osservare le ceremonie dei loro maggiori: vale a dire, che il Magistrato in qualche modo si fa reo dei delitti che trascura di proibire o di gastigare, e che il culto idolatrico delle favolose Divinità e dei veri demonj è il delitto più abominevole contro la suprema Maestà del Creatore. S'applicavano senza riflessione, e forse erroneamente dal Clero le leggi di Mosè, e gli esempi della Storia Giudaica[566] all'universale e dolce regno del Cristianesimo[567]. Fu eccitato lo zelo degl'Imperatori a vendicare il proprio onore e quello di Dio; e circa sessant'anni dopo la conversione di Costantino, si rovesciarono i templi del Mondo Romano. Dai giorni di Numa fino al regno di Graziano, i Romani mantennero la regolar successione dei vari collegi dell'Ordine Sacerdotale[568]. Quindici Pontefici esercitavano la suprema loro giurisdizione su tutte le persone e le cose dedicate al servizio degli Dei, e le varie questioni, che continuamente nascevano in un sistema tradizionale e mal collegato, eran sottoposte al giudizio del sacro lor Tribunale. Quindici gravi ed eruditi Auguri osservavano l'aspetto dei Cieli, e determinavano le azioni degli Eroi, secondo il volo degli uccelli. Quindici Custodi dei libri Sibillini (che dal loro numero prendevano il nome di Quindecimviri) alle occasioni consultavan l'istoria del futuro, e per quanto sembra, delle cose contingenti. Sei Vestali consacravano la loro verginità alla guardia del fuoco sacro e degli ignoti pegni della durata di Roma, i quali a nessun mortale era stato permesso di rimirare impunemente[569]. Sette Epuloni preparavano la mensa degli Dei, , , 1 . « » ( 2 ) « » ; 3 . ' ' 4 , ; 5 , ' 6 . 7 , 8 ' , 9 ; ' 10 , , 11 [ ] . 12 , 13 ' ' , 14 [ ] . ' ' ' 15 , 16 , 17 , , 18 19 [ ] . 20 21 ' 22 ; , 23 , 24 ' , 25 . 26 ' ' ' ; 27 28 . 29 [ ] , ' 30 , . 31 , ' 32 ' ; , 33 , ; 34 , , 35 . 36 , 37 ' 38 , , 39 ' , 40 , ' 41 [ ] . 42 , ' 43 ; 44 ' [ ] 45 , ' 46 . 47 ' ' , 48 , 49 . 50 51 , 52 , 53 , 54 ' ' , 55 . , 56 , ' 57 , 58 , [ ] . 59 , 60 [ ] , ' , 61 ' ' , 62 , , 63 . 64 ; 65 , 66 , 67 . ' 68 ' , ' 69 , , 70 ' ' 71 [ ] . ' 72 , ' . 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