giorni s'asteneva dall'uso di alcuni particolari cibi, che avrebber
potuto dispiacere alle sue tutelari Divinità. Per mezzo di questi
volontari digiuni egli preparava i sensi e l'intelletto alle frequenti e
famigliari visite, colle quali veniva onorato dai celesti Poteri. Non
ostante il modesto silenzio di Giuliano medesimo, possiamo apprendere
dall'oratore Libanio, suo fedele amico, ch'egli viveva in perpetuo
commercio con gli Dei e con le Dee; ch'essi discendevano in terra per
godere la conversazione dell'eroe lor favorito; che interrompevan
gentilmente i suoi sonni toccandogli la mano o i capelli; che
l'avvertivano di ogni imminente pericolo, e lo dirigevano con la loro
infallibil sapienza in ogni azione della sua vita; e che aveva egli
acquistato un'intima cognizione sì grande de' celesti suoi ospiti, che
facilmente distingueva la voce di Giove da quella di Minerva, e la
figura di Apollo da quella d'Ercole[415]. Tali visioni, o nel sonno o
nella vigilia, che sono gli effetti ordinari dell'astinenza e del
fanatismo, abbasserebbero quasi l'Imperatore al livello d'un monaco
Egizio. Ma le inutili vite d'Antonio e di Panomio si consumarono in
queste vane occupazioni, laddove Giuliano potea dal sogno della
superstizione passare ad armarsi per la battaglia, e dopo aver vinto in
campo i nemici di Roma, tranquillamente ritirarsi nella sua tenda a
dettare savie e salutari leggi a un Impero, od a secondare il suo genio
in eleganti ricerche di letteratura e di filosofia.
L'importante segreto dell'apostasia di Giuliano era affidato alla
fedeltà degl'-iniziati-, co' quali era egli unito pe' sacri vincoli
dell'amicizia e della religione[416]. Cautamente spargevasi questo
piacevol rumore fra' seguaci dell'antico culto, e la futura grandezza di
lui divenne l'oggetto delle speranze, delle preghiere e delle predizioni
de' Pagani in ogni Provincia dell'Impero. Dallo zelo e dalle virtù del
loro reale proselito, essi ansiosamente aspettavano la medicina d'ogni
male e la restaurazione d'ogni bene, ed invece di disapprovare l'ardore
de' loro pii desiderj, Giuliano ingenuamente confessava d'esser
ambizioso di giugnere a tal situazione da poter esser utile alla sua
patria ed alla sua religione. Ma questa religione medesima si guardava
con occhio nemico dal successore di Costantino, le capricciose passioni
del quale alternativamente salvarono e minacciaron la vita di Giuliano.
Eran severamente proibite le arti magiche e divinatorie sotto un governo
dispotico, ch'era portato a temerle; e sebbene a' Pagani fosse di mala
voglia permesso l'esercizio della loro superstizione, il grado di
Giuliano l'avrebbe eccettuato dalla general tolleranza. L'apostata
presto divenne l'erede presuntivo della Monarchia, e la sua morte
solamente avrebbe potuto quietare le apprensioni de' Cristiani[417]. Ma
il giovane Principe, che aspirava alla gloria d'eroe piuttosto che a
quella di martire, provvide alla propria salvezza col mascherar la sua
religione, e l'indulgente natura del politeismo gli permetteva d'unire
ad esso il Culto pubblico d'una Setta, che internamente spregiava.
Libanio ha risguardato l'ipocrisia del suo amico, come un soggetto non
di censura, ma di lode. «Siccome le Statue degli Dei (dice
quell'oratore) che sono state contaminate con lordure, vengono poste di
nuovo in magnifici tempj; così la bellezza della verità era collocata
nella mente di Giuliano, poscia che fu essa purificata dagli errori e
dalle follie della sua educazione. Aveva mutato i sentimenti; ma siccome
sarebbe stato pericoloso il manifestarli, continuò nell'istessa
condotta. Molto diverso dall'asino di Esopo, che si cuoprì con la pelle
d'un leone, il nostro leone fu costretto a nascondersi sotto la pelle
d'un asino: e mentre abbracciava i dettami della ragione, dovè ubbidire
alle leggi della prudenza e della necessità[418]». La dissimulazione di
Giuliano durò più di dieci anni, dalla sua segreta iniziazione in Efeso
fino al principio della guerra civile, allorchè si dichiarò nell'istesso
tempo implacabil nemico di Cristo e di Costanzo. Questo stato di
violenza potè contribuire ad avvalorar la sua devozione; ed appena egli
avea soddisfatto all'obbligo d'assistere, nelle feste solenni,
all'assemblee de' Cristiani, tornava coll'impazienza d'un amante ad
ardere il libero e volontario incenso nelle domestiche sue cappelle di
Giove e di Mercurio. Ma ogni atto di dissimulazione dee riuscir penoso
per un animo ingenuo, ond'è che la professione del Cristianesimo
accrebbe l'avversion di Giuliano verso una religione, che opprimeva la
libertà di sua mente, e lo costringeva a tenere un contegno ripugnante
alla sincerità ed al coraggio, che sono gli attributi più nobili della
natura umana.
Potè l'inclinazione di Giuliano fargli preferire gli Dei d'Omero e degli
Scipioni alla nuova fede, che il suo zio avea stabilito nel Romano
Impero, e nella quale s'era egli santificato col sacramento del
Battesimo. Ma come a filosofo, gl'incumbeva di giustificare il proprio
dissenso dal Cristianesimo, ch'era sostenuto dal numero de' convertiti,
dalla catena delle profezie, dallo splendor de' miracoli e dal peso
della evidenza. L'elaborata opera[419], ch'egli compose in mezzo a'
preparativi della guerra Persiana, conteneva la sostanza di quegli
argomenti, ch'esso avea lungamente meditati nell'animo. Ne trascrisse, e
ce ne conservò alcuni frammenti il veemente Cirillo d'Alessandria[420]
suo nemico; e questi presentano una mistura ben singolare d'ingegno e di
dottrina, di arte sofistica e di fanatismo. L'eleganza dello stile ed il
grado dell'autore conciliarono a questi scritti l'attenzione del
pubblico[421]; e nella lista de' nemici del Cristianesimo fu cancellato
il celebre nome di Porfirio dal merito o dalla riputazione maggiore di
Giuliano. Gli animi de' Fedeli furono o sedotti, o scandalizzati, o
commossi a timore; ed i Pagani, che alle volte ardivano di impegnarsi in
una disputa disuguale, trassero dalle popolari opere del loro Imperial
Missionario un inesausto sussidio di fallaci obbiezioni. Ma nel continuo
proseguimento di tali teologici studj, l'Imperator de' Romani contrasse
gl'illiberali pregiudizi e le passioni d'un teologo polemico. Si credè
irrevocabilmente obbligato a sostenere e propagare le sue religiose
opinioni; e nel tempo stesso che segretamente applaudiva la forza e
destrezza con cui maneggiava le armi della controversia, era tentato a
diffidare della sincerità, o a disprezzare l'ingegno dei suoi
antagonisti, che ostinatamente resistevano alla forza della ragione e
dell'eloquenza.
I Cristiani, che vedevano con orrore e con isdegno l'apostasia di
Giuliano, avevano molto più a temere dalla sua potenza che da' suoi
argomenti. I Pagani, che erano consapevoli del fervente suo zelo,
aspettavano forse con impazienza, che immediatamente s'accendesser le
fiamme della persecuzione contro i nemici degli Dei; e che l'ingegnosa
malizia di Giuliano inventasse crudeli e raffinate maniere di morti e di
tormenti, che non si fosser conosciute dal rozzo ed inesperto furore de'
suoi predecessori. Ma, in apparenza, deluse rimasero le speranze
ugualmente che i timori delle religiose fazioni, dalla prudente umanità
di un Principe[422], che aveva a cuore la sua fama, la pubblica pace e i
diritti del genere umano. Istruito dall'istoria e dalla riflessione,
Giuliano era persuaso che se i mali del corpo si possono qualche volta
curare con una salutevol violenza, nè il ferro nè il fuoco valgono a
sradicar dalla mente l'erronee opinioni. Può strascinarsi la ripugnante
vittima a piè dell'altare; ma il cuore sempre abborrisce e disapprova il
sacrilego atto della mano. La religiosa ostinazione s'indura e si
esacerba per l'oppressione; e tosto che la persecuzione cessa, quelli
che hanno ceduto, ricevono il perdono come penitenti, e quelli che han
resistito, vengono onorati come martiri e santi. Se Giuliano avesse
adottato l'infruttuosa crudeltà di Diocleziano e de' suoi colleghi,
sentiva bene che avrebbe infamato la sua memoria col nome di tiranno, ed
avrebbe accresciute nuove glorie alla Chiesa Cattolica, che avea tratto
forza ed aumento dalla severità de' Magistrati Pagani. Mosso da questi
motivi, e temendo di turbare il riposo d'un regno non ancora ben fermo,
Giuliano sorprese il Mondo con un editto non indegno d'un politico o
d'un filosofo. Egli estese a tutti gli abitanti del Mondo Romano i
benefizi d'una libera ed ugual tolleranza; e l'unico aggravio, che
impose a' Cristiani, fu di privarli del potere di tormentare gli altri
sudditi, a' quali davano gli odiosi titoli d'idolatri e di eretici. Ai
Pagani si diede graziosamente permissione, o piuttosto un ordine
d'aprire tutti i lor tempj[423]; e furono ad un tratto liberati dalle
leggi oppressive e dalle arbitrarie vessazioni, che avevan sofferto
sotto il regno di Costantino e de' suoi figli. Nel medesimo tempo i
Vescovi e Cherici, ch'erano stati banditi dall'Arriano Monarca, furon
richiamati dall'esiglio, e restituiti alle respettive lor Chiese, i
Donatisti, i Novaziani, i Macedoniani, gli Eunomiani, e quelli che con
miglior fortuna aderivano alla dottrina del Concilio Niceno ebbero una
sorte medesima. Giuliano che intendeva e derideva le lor teologiche
dispute, invitò alla reggia i Capi delle Sette contrarie per poter
godere il piacevole spettacolo de' loro furiosi conflitti. Il clamor
della controversia qualche volta eccitò l'Imperatore a gridare:
«Uditemi; i Franchi e gli Alemanni mi hanno ascoltato»; ma presto
conobbe, che allora trattava con nemici più ostinati ed implacabili, e
quantunque impiegasse la forza dell'eloquenza a persuaderli di vivere in
concordia, o almeno in pace, avanti di licenziarli dalla sua presenza
restò perfettamente convinto, ch'ei non aveva che temere dall'unione de'
Cristiani. L'imparziale Ammiano attribuì quest'affettata clemenza al
desiderio di fomentar l'interne divisioni della Chiesa, ed infatti
l'insidioso disegno di sottominare il Cristianesimo era inseparabilmente
connesso con lo zelo che Giuliano professava, di restaurar l'antica
religion dell'Impero[424].
Appena salito sul Trono, secondo il costume de' suoi predecessori,
assunse il carattere di Pontefice Massimo non solo come il più onorevole
titolo della grandezza Imperiale, ma eziandio come un sacro ed
importante uffizio, i doveri del quale era egli risoluto d'eseguire con
pia diligenza. Poichè gli affari dello Stato impedivano all'Imperatore
d'unirsi ogni giorno negli atti di pubblica devozione co' suoi sudditi,
dedicò una cappella domestica al Sole suo Dio tutelare; i suoi giardini
eran pieni di statue e di altari degli Dei; ed ogni appartamento del
Palazzo avea l'apparenza d'un magnifico tempio. Ogni mattina ei salutava
il padre della luce con un sacrifizio; si spargeva il sangue d'un'altra
vittima nel momento, in cui il Sole cadeva sotto l'orizzonte; e la Luna,
le Stelle ed i Genj della notte ricevevano i lor respettivi ed opportuni
onori dall'instancabile devozione di Giuliano. Nelle feste solenni
regolarmente visitava il tempio del Dio o della Dea, a cui quel giorno
era particolarmente dedicato, e procurava d'eccitar la religione de'
Magistrati e del Popolo coll'esempio del suo proprio zelo. Invece di
sostener l'alto stato d'un Monarca, distinto dallo splendor della
porpora, e circondato dagli aurei scudi delle sue guardie, Giuliano con
rispettoso ardore s'esercitava ne' minimi uffizi che appartenevano al
culto degli Dei. In mezzo alla sacra ma licenziosa folla di Sacerdoti,
d'inferiori ministri e di femmine danzanti, ch'erano addette al servizio
del tempio, l'occupazione dell'Imperatore era quella di portar le legna,
di soffiar nel fuoco, di prendere il coltello, d'uccider la vittima, e
ponendo le sanguinose sue mani nelle viscere dello spirante animale, di
tirar fuori il cuore o il fegato per leggervi, con la consumata abilità
d'un aruspice, gl'immaginari segni degli eventi futuri. I più savj fra'
Pagani censuravano tale stravagante superstizione, che affettava di
disprezzare i ritegni della prudenza e del decoro. Nel regno d'un
Principe, che praticava le rigide massime d'economia, la spesa del Culto
religioso consumava una gran parte dell'entrata; si trasportava
continuamente una quantità de' più rari e più begli uccelli da remoti
paesi per ucciderli sugli altari degli Dei; frequentemente si
sacrificavano da Giuliano cento bovi nel medesimo giorno; e presto si
sparse un detto scherzoso fra il popolo, che se tornava dalla guerra di
Persia colla vittoria, la razza del bestiame cornuto insensibilmente
sarebbesi estinta. Pure questa spesa può sembrare di niun conto, qualora
si paragoni con gli splendidi donativi, che offerti furono dalle mani
dell'Imperatore, o per ordine di lui, a tutti i luoghi celebri di
devozione nel Mondo Romano; e con le somme concesse per restaurare ed
ornare gli antichi tempj, che avevan sofferto o la tacita decadenza del
tempo, o le recenti ingiurie dello zelo Cristiano. Incoraggiate
dall'esempio, dall'esortazione e dalla liberalità del pio loro Sovrano,
le città e le famiglie ripresero la pratica delle trascurate lor
ceremonie. «Ogni parte del Mondo (esclama Libanio con devoto trasporto)
spiegava il trionfo della Religione, il grato prospetto di altari
ardenti e di uccise vittime, il fumo dell'incenso; ed un solenne ordine
di Sacerdoti e di Profeti senza timore e senza pericolo. S'udivan sulla
cima delle più alte montagne il suono delle preci e della musica, ed il
medesimo bove serviva di sacrifizio agli Dei, e di cena pe' lieti loro
devoti[425].»
Ma il genio e la potenza di Giuliano non furono sufficienti per
l'impresa di restaurare una religione, ch'era mancante di principj
teologici, di precetti morali e d'ecclesiastica disciplina; che tendeva
rapidamente alla decadenza ed allo scioglimento; e che non era
suscettibile d'alcuna solida o stabile riforma. La giurisdizione del
Pontefice Massimo, dopo che specialmente quell'uffizio erasi unito
all'Imperial dignità, s'estendeva a tutto l'Impero Romano. Giuliano
elesse per suoi vicarj nelle diverse Province i Sacerdoti e Filosofi,
che stimò più idonei a cooperare all'esecuzione del suo gran disegno; e
le sue lettere pastorali[426], s'è permesso d'usare tal nome, tuttora
presentano una prova molto curiosa de' suoi desiderj e disegni. Egli
ordinò che in ogni città l'ordin Sacerdotale venisse composto, senza
distinzione alcuna di nascita o di ricchezze, da quelle persone che
fossero le più cospicue pel loro amore verso gli Dei e verso gli uomini.
«Se i medesimi (continua) son rei di qualche scandaloso delitto potranno
esser censurati o degradati dal Pontefice superiore; ma fintanto che
ritengono il loro grado, hanno diritto al rispetto de' Magistrati e del
Popolo. Posson dimostrare la lor umiltà nella schiettezza delle
domestiche vesti e la dignità nella pompa delle sacre. Quando son
chiamati, secondo l'ordine, ad uffiziare avanti all'altare, non
dovrebbero pel determinato numero di giorni partirsi dal recinto del
tempio; nè soffrir dovrebbero, che passasse un sol giorno senza le
preghiere ed il sacrifizio che son obbligati ad offerire per la
prosperità dello Stato e degl'individui. L'esercizio delle sacre loro
funzioni esige un'immacolata purità sì di mente che di corpo; ed anche
allorchè son fuori del tempio, nelle occupazioni della vita comune,
incombe loro l'obbligo di sorpassare in decenza e in virtù gli altri
loro concittadini. Il Sacerdote degli Dei non dovrebbe mai vedersi ne'
teatri o nelle taverne. La sua conversazione dovrebbe esser casta, il
suo cibo temperato, i suoi amici d'onesta riputazione; e se qualche
volta si fa vedere nel Foro o nel Palazzo, non dovrebbe comparirvi che
come avvocato di quelli che hanno chiesto in vano giustizia o pietà. I
suoi studj dovrebbero esser coerenti alla santità della sua professione.
Le novelle licenziose, le commedie e le satire dovrebbero esser bandite
dalla sua libreria, che solo dovrebbe esser composta di scritti storici
e filosofici; di storia fondata sulla verità, e di filosofia connessa
con la religione. L'empie opinioni degli Epicurei e degli Scettici
meritano il suo abborrimento e disprezzo[427]; ma dovrebbe
diligentemente studiare i sistemi di Pitagora, di Platone e degli
Stoici, che insegnano concordemente, che vi sono gli Dei; che il Mondo è
governato dalla lor providenza; che la lor bontà è la sorgente d'ogni
bene temporale; e che hanno essi preparato per l'anima umana uno stato
futuro di premio o di pena». L'Imperial Pontefice inculca ne' più
persuasivi termini i doveri della beneficenza e dell'ospitalità; esorta
l'inferiore suo clero a raccomandare la pratica universale di queste
virtù; promette d'assister la loro indigenza col tesoro pubblico; e
dichiarasi risoluto di stabilire degli ospedali in ogni città, ne' quali
potesse il povero esser ricevuto senz'alcuna odiosa distinzione di
religione o di patria. Giuliano vedeva con invidia i savj ed umani
regolamenti della Chiesa, ed assai francamente confessa l'intenzione che
aveva di spogliare i Cristiani dell'applauso e del vantaggio, ch'essi
aveano acquistato mediante la pratica esclusiva della carità e della
beneficenza[428]. Il medesimo spirito d'imitazione potè disporre
l'Imperatore ad adottare varie istituzioni ecclesiastiche, l'uso ed
importanza delle quali confermavasi dal buon successo de' suoi nemici.
Ma se si fossero realizzati questi immaginari divisamenti di riforma,
tal imperfetta e forzata copia sarebbe stata meno giovevole al
Paganesimo che onorevole pe' Cristiani[429]. I Gentili, che
pacificamente seguivano i costumi de' loro maggiori, restarono piuttosto
sorpresi che edificati dall'introduzione di usi stranieri; e nel breve
periodo del suo regno Giuliano ebbe frequenti occasioni di dolersi della
mancanza di fervore del suo partito[430].
L'entusiasmo di Giuliano gli facea risguardar gli amici di Giove come
suoi personali amici e fratelli; e quantunque trascurasse con parzial
disprezzo il merito della costanza Cristiana, ammirava e premiava la
nobil perseveranza di que' Gentili, che preferito avevano il favor degli
Dei a quello dell'Imperatore[431]. Se oltre la religione coltivavano
anche la letteratura de' Greci acquistavano un diritto maggiore
all'amicizia di Giuliano, che poneva le Muse nel numero delle sue
Divinità tutelari. Nella religione, ch'egli aveva abbracciato, eran
quasi sinonimo pietà ed erudizione[432]; e una folla di poeti, di
retori, e di filosofi correva alla Corte Imperiale ad occupare i posti
vacanti dei Vescovi che avean sedotto la credulità di Costanzo. Il suo
successore stimava i vincoli dell'iniziazione molto più sacri di quelli
della consanguineità, scelse i più favoriti fra' savj, ch'eran
profondamente periti nelle occulte scienze della magia e della
divinazione; ed ogn'impostore, che pretendea di rivelare i segreti
futuri, era sicuro di godere l'accesso agli onori ed alle
ricchezze[433]. Fra' filosofi, Massimo ottenne il grado più eminente
nell'amicizia del suo reale discepolo, che ad esso comunicava con intera
confidenza le sue azioni, i sentimenti ed i religiosi disegni che aveva
nel tempo che restava sospesa la guerra civile[434]. Tosto che Giuliano
ebbe preso possesso del palazzo di Costantinopoli, mandò un onorevole e
pressante invito a Massimo, che in quel tempo dimorava a Sardi nella
Lidia con Crisantio, suo compagno nell'arte e negli studi. Il prudente e
superstizioso Crisantio ricusò d'intraprendere un viaggio che appariva,
secondo le regole della divinazione, in un aspetto il più minaccioso e
maligno; ma il compagno, ch'era d'un fanatismo di tempra più ardita,
persistè nelle interrogazioni fintanto che non ebbe estorto dagli Dei un
apparente consenso a' suoi desiderj ed a quelli dell'Imperatore. Il
viaggio di Massimo per le città dell'Asia spiegava il trionfo della
filosofica vanità; ed i Magistrati gareggiavan fra loro negli onori che
preparavano per ricever l'amico del loro Sovrano. Giuliano, al momento
che seppe l'arrivo di Massimo, recitava un'orazione in Senato;
immediatamente interruppe il discorso, corse ad incontrarlo, e dopo un
tenero abbraccio lo condusse per mano in mezzo dell'assemblea, dove
pubblicamente confessò i vantaggi, che aveva tratti dall'istruzioni del
filosofo. Massimo[435], che presto acquistò la confidenza di Giuliano,
ed influiva ne' suoi consigli, fu insensibilmente corrotto dalle
tentazioni d'una Corte. Il suo vestire divenne più splendido, il suo
portamento più altero, e sotto un altro regno fu esposto all'odiosa
investigazione de' mezzi, co' quali il discepolo di Platone aveva
accumulato, nella breve durata del suo favore, una molto scandalosa
quantità di ricchezze. Dagli altri Filosofi e Sofisti, che furono
invitati alla Corte Imperiale o dalla scelta di Giuliano o dal buon
successo di Massimo, ben pochi furono capaci di conservare la loro
innocenza o riputazione[436]. I generosi doni di danaro, di terre e di
case non furono sufficienti a saziare la rapace loro avarizia; ed era
giustamente eccitato lo sdegno del popolo dalla rimembranza
dell'abbietta lor povertà e delle disinteressate loro proteste. Non potè
sempre ingannarsi la penetrazion di Giuliano; ma ei non voleva avvilire
il carattere di quelli, i talenti de' quali meritavano la sua stima;
voleva evitare la doppia taccia d'imprudenza e d'incostanza; e temeva
d'abbassare, agli occhi de' profani, l'onor delle lettere e della
religione[437].
Il favor di Giuliano era quasi ugualmente diviso fra i Pagani, ch'erano
stati fermamente attaccati al culto de' loro maggiori, ed i Cristiani
che prudentemente abbracciavano la religione del loro Sovrano.
L'acquisto di nuovi proseliti[438] soddisfaceva la superstizione e la
vanità, dominanti passioni dell'animo suo; e s'udì protestare,
coll'entusiasmo d'un Missionario, che quando egli avesse potuto rendere
ogn'individuo più ricco di Mida, ed ogni città più grande di Babilonia,
non si sarebbe creduto il benefattore dell'uman genere, se nel tempo
stesso non avesse anche potuto richiamare i suoi sudditi dall'empia lor
ribellione contro gli Dei immortali[439]. Un Principe, che avea studiato
la natura umana, e che possedeva i tesori del Romano Impero, poteva
adattare gli argomenti, le promesse ed i premj ad ogni ordine di
Cristiani[440]; ed il merito d'un'opportuna conversione serviva a
supplire a' difetti d'un candidato, o anche ad espiare il delitto d'un
reo. Siccome l'esercito è la più forte macchina del potere assoluto,
Giuliano applicossi con particolar diligenza a corrompere la religione
delle sue truppe, senza il cordial concorso delle quali ogni passo
doveva esser pericoloso ed inutile, e l'indole natural de' soldati rendè
tal conquista altrettanto facile, quanto era importante. Le legioni
della Gallia s'attaccarono alla fede ugualmente che alla fortuna del
vittorioso lor Capitano; ed anche avanti la morte di Costanzo egli ebbe
il piacere d'annunziare a' suoi amici, ch'essi assistevano con fervente
devozione e vorace appetito a' sacrifizj, i quali più volte s'offerirono
nel suo campo, d'intere ecatombe di grassi bovi[441]. Gli eserciti
dell'Oriente, ch'erano stati tratti allo stendardo della croce e di
Costanzo, richiesero una più sottile e dispendiosa specie di
persuasione. L'Imperatore, ne' giorni di pubbliche e solenni feste,
riceveva l'omaggio, e premiava il merito delle truppe. Il suo trono era
circondato dall'insegne militari di Roma e della Repubblica; il santo
nome di Cristo era cancellato dal -Labaro-; ed eran così destramente
mescolati i simboli di guerra, di Maestà e di Pagana superstizione, che
il suddito fedele incorreva il delitto d'idolatria, quando
rispettosamente salutava la persona o l'immagine del suo Sovrano. I
soldati passavano, l'un dopo l'altro, avanti di lui; ed a ciascheduno di
essi, prima che dalla man di Giuliano ricevesse un liberal donativo
proporzionato al suo grado ed a' suoi servigi, imponevasi di gettar
pochi grani d'incenso nella fiamma che ardeva sopra l'altare. Alcuni
confessori Cristiani poteron resistere, ed altri pentirsi di tal atto;
ma la massima parte, allettata dalla vista dell'oro, ed intimorita dalla
presenza dell'Imperatore, contrasse il colpevole impegno; ed ogni
considerazione di dovere e d'interesse li confortava a perseverare in
futuro nel culto degli Dei. Con la frequente ripetizione di tali
artifizj, ed a spese di somme che sarebber servite a comprare i servigi
della metà delle nazioni della Scizia, Giuliano appoco appoco acquistò
l'immaginaria protezion degli Dei per le sue truppe, e per sè lo stabile
e reale sostegno delle Romane Legioni[442]. In fatti egli è più che
probabile, che la restaurazione e l'incoraggiamento del Paganesimo
dovesse scoprire una moltitudine di pretesi Cristiani, i quali per
motivi di vantaggi temporali aveano aderito alla religione del
precedente regno; e che dopo, con la medesima flessibilità di coscienza,
tornarono alla fede professata da' successori di Giuliano.
Mentre il dovuto Monarca continuamente s'affaticava a restaurare e
propagar la religione de' suoi antenati, concepì lo straordinario
disegno di rifabbricare il tempio di Gerusalemme. In una pubblica
lettera[443] alla nazione o comunità degli Ebrei, dispersi per le
Province, compassiona le loro disgrazie, ne condanna gli oppressori, ne
loda la costanza, si dichiara grazioso lor protettore, ed esprime una
pia speranza, che dopo il ritorno dalla guerra Persiana gli sarà
permesso di tributare i suoi voti all'Onnipotente nella santa sua città
di Gerusalemme. La cieca superstizione e l'abbietta servitù di que'
miserabili esuli avrebbe dovuto eccitare il disprezzo d'un filosofo
Imperatore; ma essi meritarono l'amicizia di Giuliano pel loro
implacabil odio al nome di Cristo. La sterile sinagoga abborriva ed
invidiava la fecondità della ribelle Chiesa; la forza degli Ebrei non
era uguale alla loro malizia; ma i lor più gravi Rabbini approvavano la
privata uccision d'un apostata[444]; ed i lor sediziosi clamori aveano
spesso svegliata l'indolenza dei Magistrati Pagani. Sotto il regno di
Costantino, gli Ebrei divennero sudditi de' lor ribelli figliuoli; nè
passò lungo tempo, che provarono l'amarezza della domestica tirannia. Le
immunità civili, che loro erano state concesse o confermate da Severo,
furono appoco appoco rivocate da' Principi Cristiani; ed un temerario
tumulto eccitato dagli Ebrei della Palestina[445] parve che
giustificasse le lucrose maniere d'oppressione, inventate da' Vescovi e
dagli Eunuchi della Corte di Costanzo. L'Ebraico Patriarca, al quale
veniva sempre permesso d'esercitare una precaria giurisdizione, teneva
la sua residenza in Tiberiade[446]; e le vicine città della Palestina
erano pieno de' residui d'un popolo, ch'era fortemente attaccato alla
Terra Promessa. Ma fu rinnovato ed invigorito l'editto d'Adriano; ed
essi guardavano da lontano le mura della santa Città, profanate sotto i
loro occhi dal trionfo della croce e dalla devozion de' Cristiani[447].
In mezzo ad un sassoso e steril paese, le mura di Gerusalemme[448]
contenevano le due montagne di Sion e d'Acra dentro un ovale recinto di
circa tre miglia Inglesi[449]. Verso il mezzodì sorgevano sull'alto del
monte Sion la parte più elevata della città e la torre di David; al
Settentrione, le fabbriche della più bassa parte cuoprivano la spaziosa
cima del monte Acra; ed una parte del colle, distinto col nome di
Moriah, e posto a livello dall'industria umana, era coronata dal
magnifico tempio della nazione Giudaica. Dopo l'ultima distruzione del
tempio operata dalle armi di Tito e d'Adriano, si fece passar l'aratro
sopra la Terra Sacra come un segno di perpetuo interdetto. Sionne fu
abbandonato, e fu ripieno il voto della più bassa parte della città con
pubblici e privati edifizi della Colonia Elia, che si sparsero
sull'addiacente monte Calvario. I santi luoghi restaron contaminati da
monumenti d'idolatria; e fu dedicata, o a bella posta, o per accidente,
a Venere una cappella, in quel luogo appunto ch'era stato santificato
dalla morte e dalla resurrezione di Cristo[450]. Quasi trecent'anni dopo
tali stupendi avvenimenti, fu demolita la profana cappella di Venere per
ordine di Costantino; e lo smuover che si fece della terra e delle
pietre scuoprì agli occhi dell'uman genere il santo Sepolcro. Fu eretta
una magnifica Chiesa su quella mistica terra dal primo Imperatore
Cristiano; e gli effetti della sua pia munificenza s'estesero ad ogni
luogo ch'era stato consacrato dalle vestigia de' Patriarchi, de' Profeti
e del figlio di Dio[451].
L'ardente desiderio di contemplare i monumenti originali della
redenzione tirò a Gerusalemme una folla continua di pellegrini da' lidi
del mare Atlantico e dai più distanti paesi dell'Oriente[452]; e la lor
pietà fu autorizzata dall'esempio dell'Imperatrice Elena, la quale
sembra che unisse la credulità della vecchiezza coi fervidi sentimenti
d'una conversione recente. I savi e gli Eroi, che hanno visitato le
memorabili scene della gloria o del sapere antico, han confessato di
sentire l'inspirazione del Genio del luogo[453]; ed i Cristiani, che si
prostravano avanti al santo sepolcro, attribuivano la loro viva fede e
fervente devozione all'influsso più immediato del Divino Spirito. Lo
zelo, e forse l'avarizia, del clero di Gerusalemme promuoveva e
moltiplicava tali benefiche visite. Si fissava, per mezzo d'indubitabile
tradizione, la scena d'ogni memorabile avvenimento. Si facean veder
gl'istrumenti, ch'erano stati usati nella passione di Cristo; i chiodi e
la lancia che ne avea trafitto le mani, i piedi ed il petto; la corona
di spine che gli fu posto sul capo; la colonna alla quale fu flagellato;
e sopra tutto la croce su cui soffrì, e che era stata dissotterrata nel
regno di que' Principi, che inserirono il simbolo del Cristianesimo
nelle bandiere delle Romane legioni[454]. Si propagarono appoco appoco
senza opposizione tutti que' miracoli, che parvero necessari per render
ragione della straordinaria conservazione, e dell'opportuna scoperta di
tali cose. La custodia della -vera Croce-, che solennemente nella
Domenica di Pasqua esponevasi al popolo, era affidata al Vescovo di
Gerusalemme; ed egli solo potea soddisfare la curiosa devozione de'
pellegrini con darne loro piccoli pezzi, ch'essi incassavano in gemme o
in oro, e seco portavano in trionfo a' respettivi loro paesi. Ma siccome
questo lucroso ramo di commercio avrebbe dovuto presto finire, si trovò
conveniente di supporre che quel maraviglioso legno godesse una segreta
forza di vegetazione; e che la sua sostanza, quantunque continuamente
diminuita, restasse sempre intera e l'istessa[455]. Si sarebbe forse
aspettato che l'influsso del luogo e la fede d'un perpetuo miracolo
dovessero aver prodotto qualche salutevol effetto ne' costumi e nella
fede del popolo. Pure i più rispettabili fra gli scrittori Ecclesiastici
sono stati costretti a confessare non solamente che le strade di
Gerusalemme eran piene d'un continuo tumulto di negozi e di
piaceri[456]; ma che ogni specie di vizio, l'adulterio, il furto,
l'idolatria, il veneficio, l'omicidio ec. era famigliare agli abitanti
della Santa Città[457]. La ricchezza e preeminenza della Chiesa di
Gerusalemme eccitava l'ambizione de' candidati Arriani e degli
Ortodossi; e le virtù di Cirillo, che dopo la sua morte è stato onorato
col titolo di santo, si fecero conoscer piuttosto nell'esercizio che
nell'acquisto della sua Episcopal dignità[458].
Potè la vana ed ambiziosa mente di Giuliano aspirare a ristabilire
l'antica gloria del tempio di Gerusalemme[459]. Siccome i Cristiani eran
fermamente persuasi, che si fosse pronunziata una sentenza d'eterna
distruzione contro tutta la fabbrica della legge Mosaica, il Sofista
Imperiale avrebbe convertito il successo della sua impresa in uno
specioso argomento contro la fede della profezia e la verità della
rivelazione[460]. Gli dispiaceva lo spiritual culto della sinagoga; ma
approvava le instituzioni di Mosè, che non avea sdegnato d'adottar molti
riti e ceremonie dell'Egitto[461]. La locale e nazional Divinità degli
Ebrei era sinceramente adorata da un politeista, che desiderava soltanto
di moltiplicare il numero degli Dei[462]; e tal era l'appetito di
Giuliano pe' sacrifizi di sangue, che la pietà di Salomone, il quale
nella festa della dedicazione aveva offerto ventiduemila bovi, e
centoventimila pecore[463], avrebbe potuto eccitar la sua emulazione.
Tali riflessioni poterono influire ne' suoi disegni; ma il prospetto
d'un immediato ed importante vantaggio non soffriva che l'impaziente
Monarca aspettasse il lontano ed incerto evento della guerra Persiana.
Ei risolse d'erigere senza dilazione, sulla dominante cima del Moriah,
un magnifico tempio; che potesse ecclissar lo splendore della Chiesa
della Resurrezione, situata sull'addiacente colle del Calvario; di
ristabilirvi un ordine di Sacerdoti, l'interessato zelo de' quali
scoprisse le arti, e resistesse all'ambizione de' Cristiani loro rivali;
e d'invitarvi una colonia numerosa di Ebrei, il forte fanatismo de'
quali sarebbe sempre stato pronto a secondare, ed anche a prevenire le
ostili misure del governo Pagano. Fra gli amici dell'Imperatore (se non
sono incompatibili i nomi d'Imperatore e d'amico) s'assegnava da
Giuliano medesimo il primo luogo al virtuoso e dotto Alipio[464].
L'umanità d'Alipio era moderata da una severa giustizia e da una virile
fortezza, e nel tempo ch'esercitava la sua abilità nella civile
amministrazione della Gran-Brettagna, imitava nelle sue poetiche
composizioni l'armonia e dolcezza delle odi di Saffo. Questo Ministro,
al quale Giuliano comunicava senza riserva le sue più minute leggerezze
ed i suoi più serj disegni, ricevè la straordinaria commissione di
ristabilire nella sua primiera bellezza il tempio di Gerusalemme; e la
diligenza d'Alipio richiese ed ottenne il vigoroso aiuto del Governatore
della Palestina. Alla chiamata del loro gran liberatore, gli Ebrei da
tutte le Province dell'Impero si unirono sulla santa montagna de' loro
padri; ed il loro insolente trionfo commosse ed esacerbò i Cristiani
abitanti di Gerusalemme. Il desiderio di riedificare il tempio in ogni
secolo è stata la passion dominante de' figli d'Israele. In tale
propizio momento gli uomini si dimenticaron della loro avarizia, e le
donne della loro delicatezza; dalla vanità de' ricchi si provvidero
zappe e picconi d'argento, e si trasportavano i sassi in mantelli di
seta e di porpora. S'aprì ogni borsa a liberali contribuzioni, ogni mano
volle aver parte nel pio lavoro, ed i comandi d'un gran Monarca furono
eseguiti dall'entusiasmo d'un intero popolo[465].
Pure in quest'occasione i congiunti sforzi del potere e dell'entusiasmo
riuscirono inutili: ed il suolo del tempio Giudaico, che adesso è
coperto da una Moschea Maomettana[466], continuò sempre a presentare lo
stesso edificante spettacolo di rovina e desolazione. Forse l'assenza e
la morte dell'Imperatore, e le nuove massime d'un regno Cristiano
spiegar potrebbero l'interrompimento d'una difficile opera, la quale non
fu intrapresa che negli ultimi sei mesi della vita di Giuliano[467]. Ma
i Cristiani avevano una pia e naturale speranza, che in questa memorabil
contesa si sarebbe vendicato l'onor della religione da qualche segnalato
miracolo. Che un terremoto, un turbine, ed una eruzione di fuoco
rovesciassero e disperdessero i nuovi fondamenti del tempio, s'attesta
con qualche variazione da contemporanei e rispettabili testimoni[468].
Questo pubblico fatto è descritto da Ambrogio[469] Vescovo di Milano in
una lettera all'Imperator Teodosio, che doveva provocare la severa
critica degli Ebrei; dall'eloquente Crisostomo[470], che poteva
appellarsene alla memoria de' più vecchi nella sua congregazione
d'Antiochia, e da Gregorio Nazianzeno[471], il quale pubblicò il suo
ragguaglio del miracolo avanti che spirasse il medesimo anno. L'ultimo
di questi Scrittori coraggiosamente ha dichiarato, che questo
soprannaturale avvenimento non si contrastava neppure dagl'Infedeli; e
per quanto strana sembrar possa tale asserzione, vien confermata
dall'indubitabil testimonianza d'Ammiano Martellino[472]. Il filosofo
soldato che amava le virtù senza adottare i pregiudizi del suo Signore,
ha riportato, nella giudiziosa e candida storia de' suoi tempi gli
straordinari ostacoli, che interruppero la restaurazione del tempio di
Gerusalemme: «Mentre Alipio, assistito dal Governatore della Provincia,
promuoveva con vigore e diligenza l'esecuzione dell'opera, venendo fuori
degli orribili globi di fuoco vicino a' fondamenti, renderono quel luogo
inaccessibile agli artefici, varie volte da essi abbruciati; e
continuando il vittorioso elemento in tale modo ad ostinatamente
rispingerli indietro, l'impresa fu abbandonata». Tale autorità deve
soddisfare un credente, e sorprendere un incredulo. Pure un filosofo
potrà sempre domandare l'original testimonianza d'intelligenti ed
imparziali spettatori. In quella crisi importante, ogni singolare
accidente di natura potrebbe assumere l'apparenza, e produrre gli
effetti di un vero prodigio. Tal gloriosa liberazione si sarebbe messa
tosto a profitto, e magnificata dalla pia sagacità del Clero di
Gerusalemme, e dall'attiva credulità del mondo Cristiano; ed alla
distanza di vent'anni un Istorico Romano, non curante di teologiche
dispute, potè bene adornar la sua opera con quello splendido e specioso
miracolo[473].
La restaurazione del tempio Giudaico era segretamente connessa con la
rovina della Chiesa Cristiana. Giuliano continuava sempre a mantenere la
libertà del culto religioso, senza distinguere se questa universale
tolleranza dipendeva dalla giustizia o dalla clemenza di lui. Affettava
di aver pietà degl'infelici Cristiani, che s'ingannavano sul punto più
importante di loro vita; ma la sua pietà era avvilita dal disprezzo, il
disprezzo era invelenito dall'odio, e Giuliano esprimeva i suoi
sentimenti in uno stile di spirito satirico, il quale cagiona profonde e
mortali ferite, quando viene dalla bocca d'un Sovrano. Siccome sapeva
che i Cristiani si gloriavano nel nome del loro Redentore, soleva usare,
e forse ordinò che si desse loro il titolo men onorevole di
-Galilei-[474]. Dichiarò che per la follia de' Galilei, quali esso
descrive come una Setta di fanatici disprezzabili dagli uomini ed odiosi
agli Dei, erasi ridotto sull'orlo della distruzione l'Impero, ed in un
pubblico editto insinua che un frenetico ammalato può alle volte curarsi
con salutare violenza[475]. Giuliano aveva adottato nell'animo e ne'
consigli una illiberal distinzione, che secondo la differenza de'
religiosi loro sentimenti, una parte de' suoi sudditi meritasse il suo
favore e la sua amicizia, mentre l'altra non avesse diritto, che a'
comuni benefizi, cui la sua giustizia ricusar non poteva ad un popolo
ubbidiente[476]. A norma d'un principio fecondo d'oppressioni e di mali,
trasferì a' Pontefici della sua religione il maneggio delle generose
prestazioni, che dal pubblico erario avea concesse alla Chiesa la pietà
di Costantino e de' suoi figliuoli. L'orgoglioso sistema degli onori e
delle immunità clericali, che s'era stabilito con tant'arte e fatica, fu
gettato a terra; si tolsero dal rigor delle leggi le speranze delle
testamentarie donazioni; ed i Sacerdoti della Setta Cristiana rimaser
confusi colla ultima e più ignominiosa classe del popolo. Fra questi
regolamenti, quelli che parvero necessari a frenare l'ambizione e
l'avarizia degli Ecclesiastici, furon poco dopo imitati dalla saviezza
d'un Principe ortodosso. Le speciali distinzioni, introdotte dalla
politica, o dalla superstizione profuse nell'ordine Sacerdotale, debbono
ristringersi a que' Sacerdoti, che professano la religione dello Stato.
Ma la volontà del Legislatore non era esente dal pregiudizio e dalla
passione; e l'insidiosa politica di Giuliano tendeva a spogliare i
Cristiani di tutti gli onori e vantaggi temporali, che li rendevano
rispettabili agli occhi del Mondo[477].
Si è fatta una giusta e severa censura a quella legge, che proibiva a'
Cristiani d'apprender le arti della grammatica e della rettorica[478]. I
motivi allegati dall'Imperatore per giustificare tal atto parziale ed
oppressivo, poterono, durante la sua vita soltanto, imporre silenzio
agli schiavi, e riscuoter applauso dagli adulatori. Giuliano abusò
dell'ambiguo senso di una parola, che poteva indifferentemente
applicarsi alla lingua ed alla religione de' -Greci-: egli osserva con
disprezzo che gli uomini, i quali esaltano il merito d'una implicita
fede, non debbon pretendete di godere i vantaggi della scienza; e
vanamente sostiene che se ricusano d'adorare gli Dei d'Omero e di
Demostene, debbon contentarsi d'esporre Luca e Matteo nelle Chiese de'
Galilei[479]. In tutte le città del mondo Romano, s'affidava
l'educazione della gioventù a' maestri di grammatica e di rettorica,
ch'erano eletti da' Magistrati, mantenuti a pubbliche spese, e distinti
con molti lucrosi ed onorevoli privilegi. L'editto di Giuliano pare che
includesse anche i medici ed i professori di tutte le arti liberali; e
l'Imperatore, che riservò a se stesso l'approvazione de' candidati, fu
autorizzato dalle leggi a corrompere o a punire la religiosa costanza
de' più dotti fra' Cristiani[480]. Tosto che la dimissione de' più
ostinati[481] maestri ebbe stabilito senza rivali il dominio de' sofisti
Pagani, Giuliano invitò la nascente generazione a frequentar con libertà
le pubbliche scuole, nella giusta fiducia che le tenere menti avrebber
ricevuto le impressioni della letteratura e dell'idolatria. Se poi la
maggior parte della gioventù Cristiana pe' propri scrupoli o per quelli
de' lor genitori si fosse ritenuta dall'abbracciare tale pericolosa
maniera d'istruzione, dovea nel tempo stesso rinunziare a' vantaggi
d'un'educazion liberale. Giuliano avea motivo di sperare che, nello
spazio di pochi anni, la Chiesa ricaduta sarebbe nella sua primiera
semplicità, e che a' Teologi, che possedevano un'adequata porzione della
dottrina e dell'eloquenza di quel secolo, sarebbe successa una
generazione di ciechi od ignoranti fanatici, incapaci di difender la
verità dei loro principj, e d'esporre le varie follie del
politeismo[482].
Il desiderio e l'intenzion di Giuliano era senza dubbio di privare i
Cristiani de' vantaggi, delle ricchezze, delle cognizioni e del potere;
ma l'ingiustizia di escluderli da tutti gli uffizi di fedeltà e di
profitto, sembra che fosse il risultato della sua generale politica
piuttosto che l'immediata conseguenza d'alcuna legge positiva[483]. Potè
un merito superiore stimarsi degno di qualche straordinaria eccezione ma
la maggior parte de' ministri Cristiani furono appoco appoco rimossi da'
loro impieghi nello Stato, nell'esercito o nelle Province. S'estinsero
le speranze de' futuri candidati dalla dichiarata parzialità d'un
Principe, che maliziosamente rammentava loro, non esser lecito ad un
Cristiano di usare la spada o della giustizia o della guerra, e che
premurosamente muniva il campo ed i tribunali con le insegne
dell'idolatria. Il potere del Governo fu affidato a' Pagani, che
professavano un ardente zelo per la religione de' loro Maggiori; e
poichè la scelta dell'Imperatore spesso dipendeva dalle regole della
divinazione, i favoriti ch'ei preferiva come i più grati agli Dei, non
ottenevan sempre l'approvazione degli uomini[484]. I Cristiani, sotto
l'amministrazione de' loro nemici, molto ebbero da soffrire e più da
temere. L'indole di Giuliano era contraria alla crudeltà; e la cura
della sua riputazione, esposta agli occhi dell'Universo, riteneva il
filosofo Monarca dal violare le leggi della giustizia e della
tolleranza, che egli stesso sì recentemente avea stabilito. Ma i
Ministri provinciali della sua autorità si trovavano in un posto meno
cospicuo; nell'esercizio dell'arbitrario potere essi consultavano i
desiderj piuttosto che gli ordini del loro Sovrano; ed osavano
d'esercitare una segreta e vessante tirannia contro i Settari, a' quali
non era loro concesso di conferire l'onor del Martirio. L'Imperatore, il
quale dissimulò più che potè la cognizione dell'ingiustizia,
ch'esercitavasi in nome suo, espresse il suo real sentimento intorno
alla condotta de' suoi Ministri con dolci espressioni o con premj
effettivi[485].
Il più poderoso istrumento d'oppressione, con cui si armavano tali
Ministri, era la legge che obbligava i Cristiani a far piene ed ampie
riparazioni pe' tempj, ch'essi aveano distrutti sotto il regno
antecedente. Lo zelo della trionfante Chiesa non aveva sempre aspettato
la sanzione della pubblica autorità; ed i Vescovi, sicuri dell'impunità,
spesso eran marciati alla testa delle loro congregazioni ad attaccare e
demolir le Fortezze del Principe delle tenebre. Furono chiaramente
determinate, e facilmente restituite le terre sacre, che avevano
impinguato il patrimonio del Sovrano o del Clero. Ma su quelle terre, e
sulle rovine della superstizione Pagana, i Cristiani avevano
frequentemente innalzati i religiosi loro edifizi; e siccome bisognava
distrugger la chiesa, prima che si potesse rifabbricare il tempio, da
una parte applaudivasi alla giustizia ed alla pietà dell'Imperatore,
mentre dall'altra si deplorava e detestava la sacrilega violenza di
lui[486]. Dopo ch'era purgata la terra, il ristabilimento di quelle
magnifiche moli, che si erano gettate a terra, e de' preziosi ornamenti
che si erano convertiti in usi Cristiani, ascendeva a somme assai
considerabili di danni e di debito. Gli autori del male non avevano nè
abilità nè voglia di soddisfare a tali accumulate richieste; e si
sarebbe fatta conoscere la imparzial saviezza di un legislatore col
bilanciare le vicendevoli pretensioni e querele, mediante un equo e
moderato arbitrio. Ma tutto l'Impero, e specialmente l'Oriente, cadde in
confusione per gl'imprudenti editti di Giuliano, ed i Magistrati Pagani,
accesi di zelo e di vendetta, abusavan del rigoroso privilegio della
legge Romana, che sostituisce la persona del debitore insolvente alle
sue non sufficienti sostanze. Sotto l'antecedente regno, Marco, Vescovo
d'Aretusa[487], avea atteso alla conversion del suo popolo con armi più
efficaci di quelle della persuasione[488]. I Magistrati richiesero
l'intera valuta del tempio, che era stato distratto dall'intollerante
suo zelo; ma essendo convinti della sua povertà, bramavano sol di piegar
l'inflessibile animo di lui alla promessa di una tenuissima
compensazione. Essi presero il vecchio Prelato, crudelmente lo
flagellarono, gli strapparono la barba, e nudato il suo corpo ed unto di
mele, lo sospesero in una rete fra il cielo e la terra, esponendolo alle
punture degl'insetti ed a' raggi d'un sole di Siria[489]. Da quell'alto
luogo, Marco persistè sempre a gloriarsi del suo delitto, e ad insultar
l'impotente rabbia de' suoi persecutori. Finalmente fu liberato dalle
lor mani, e mandato a godere l'onore del suo divino trionfo. Gli Arriani
celebravano la virtù del pio lor Confessore; i Cattolici ambivano la sua
alleanza[490]; ed i Pagani, ch'eran suscettibili di vergogna o di
rimorso, furon rattenuti dal replicare tali crudeltà infruttuose[491].
Giuliano risparmiò ad esso la vita; ma se il Vescovo d'Aretusa avea
salvato l'infanzia di Giuliano[492], la posterità dovrà condannare
l'ingratitudine piuttosto che lodar la clemenza dell'Imperatore.
Alla distanza di cinque miglia d'Antiochia i Re Macedoni della Siria
avean consacrato ad Apollo uno de' più eleganti luoghi di devozione nel
Mondo Pagano[493]. Vi sorgeva un magnifico tempio in onore del Dio della
luce; e la sua colossal figura[494] quasi occupava tutto il vasto
santuario, ch'era arricchito d'oro e di gemme, e adornato dalla perizia
de' Greci artefici. Era il Nume rappresentato in uno positura curva con
una coppa d'oro in mano in atto di versare una libazione sopra la terra;
quasi che supplicasse la venerabil Madre a porre la fredda e bella Dafne
nelle sue braccia; e quanto al luogo erasi nobilitato per mezzo d'una
finzione, avendo la fantasia de' poeti Sirj trasportato l'amorosa favola
dalle rive del Peneo a quelle dell'Oronte. Dalla real colonia di
Antiochia s'erano imitati gli antichi riti della Grecia. Scorreva dal
-Castalio- fonte di Dafne una profetica onda, rivale dell'oracolo
Delfico, per la verità e la fama[495]. Nella vicina campagna s'era
fabbricato uno stadio per uno special privilegio[496] comprato da Elide;
vi si celebravano a spese della città i giuochi Olimpici; ed ogni anno
s'impiegava pel pubblico piacere un'entrata di trentamila zecchini[497].
Il perpetuo concorso di pellegrini e di spettatori formò insensibilmente
nelle vicinanze del tempio il magnifico e popolato villaggio di Dafne,
ch'emulava lo splendore senz'avere il titolo d'una città provinciale. Il
tempio ed il villaggio eran situati nel fondo d'un folto bosco di lauri
e di cipressi, che aveva una circonferenza di dieci miglia, e nella più
calda state formava una fresca ed impenetrabile ombra. Mille rivi
dell'acqua più pura, scorrendo giù da più colli, conservavano il verde
della terra e la temperatura dell'aria; i sensi venivano allettati con
armoniosi suoni ed aromatici odori; ed il quieto bosco era consacrato
alla comodità, al piacere, ed all'amore. Il vigoroso giovane come Apollo
seguitava l'oggetto de' suoi desiderj, e la rubiconda fanciulla era
avvertita dal destino di Dafne a fuggir la follia d'una inopportuna
durezza. Dal soldato e dal filosofo prudentemente evitavasi la
tentazione di questo sensual paradiso[498], dove il piacere, prendendo
il carattere di religione, insensibilmente rilassava la fermezza della
virile virtù. Ma i boschi di Dafne continuarono per molti secoli a
godere la venerazione de' nazionali e degli stranieri; furono ampliati i
privilegj di quel sacro luogo dalla munificenza de' successivi
Imperatori; ed ogni generazione aggiungeva nuovi ornamenti allo
splendore del Tempio[499].
Allorchè Giuliano s'affrettò, nel giorno dell'annua festa, ad adorare
l'Apollo di Dafne, la sua devozione era giunta al più alto segno
d'ardore e d'impazienza. La vivace immaginazione di lui già gli pingeva
la grata pompa delle vittime, delle libazioni e dell'incenso, una lunga
processione di giovani e di fanciulle con bianche vesti, simbolo della
loro innocenza, ed il tumultuoso concorso d'un innumerabile popolo. Ma
lo zelo d'Antiochia, dopo il regno del Cristianesimo, avea preso una
direzione diversa. Invece d'ecatombe di grassi bovi, sacrificati dalle
tribù d'una ricca città al loro Dio tutelare, l'Imperatore si duole di
non avervi trovato che una sola oca, provvista a spese di un sacerdote,
pallido e solitario abitante del tempio cadente in rovina[500]. Era
abbandonato l'altare, l'oracolo ridotto al silenzio, e la sacra terra
profanata per l'introduzione di riti Cristiani e funebri. Dopo che
Babila[501], Vescovo d'Antiochia, il quale morì in carcere nella
persecuzione di Decio, era stato più d'un secolo nel suo sepolcro, ne fu
trasportato il corpo per ordine di Gallo Cesare nel mezzo del bosco di
Dafne. Su quelle reliquie si eresse una magnifica Chiesa; si usurpò una
porzione di sacre terre pel mantenimento del Clero e per la sepoltura
de' Cristiani d'Antiochia, i quali erano ambiziosi di giacere a' piè del
loro Vescovo; ed i sacerdoti d'Apollo si ritirarono insieme co' loro
intimoriti e sdegnati seguaci. Subito che un'altra rivoluzione parve che
ristabilisse la fortuna del Paganesimo, la Chiesa di S. Babila fu
demolita, e furono aggiunte nuove fabbriche al rovinante edifizio,
innalzato dalla pietà de' Re della Siria. Ma la prima e più seria cura
di Giuliano fu quella di liberare la sua oppressa Divinità dall'odiosa
presenza de' Cristiani sì vivi che morti, i quali avevano tanto
efficacemente soppressa la voce della frode o dell'entusiasmo[502]. Il
luogo infetto fu purificato, secondo le formalità degli antichi rituali;
i corpi furono decentemente rimossi, ed a' Ministri della Chiesa fu
permesso di trasferir le reliquie di S. Babila all'antica loro
abitazione dentro le mura d'Antiochia. In quest'occasione lo zelo de'
Cristiani trascurò quel modesto contegno, che avrebbe potuto quietare la
gelosia d'un governo nemico. L'alto carro che trasportava le reliquie di
Babila, fu seguito, accompagnato e ricevuto da un'innumerabile
moltitudine, che cantava con strepitose acclamazioni i salmi di David, i
più espressivi del suo disprezzo per gl'idoli e per gl'idolatri. Il
ritorno del Santo fu un trionfo, ed il trionfo un insulto alla religion
dell'Imperatore, che fece pompa della sua vanità per dissimulare lo
sdegno. Nella notte medesima, in cui terminò questa processione, il
tempio di Dafne andò in fiamme; la statua d'Apollo fu consumata; e le
mura dell'edifizio restarono un nudo ed orrido monumento di rovina. I
Cristiani d'Antiochia asserivano, con religiosa sicurezza, che la
potente intercessione di S. Babila avea diretto i fulmini del cielo
contro quel dannato tetto; ma trovandosi Giuliano ridotto
all'alternativa di credere o un delitto o un miracolo, volle piuttosto
senza esitare, senza prove, ma con qualche apparenza di probabilità,
imputare l'incendio di Dafne alla vendetta de' Galilei[503]. Se si fosse
sufficientemente provato il loro delitto, questo avrebbe potuto
giustificar la vendetta, che fu immediatamente eseguita per ordine di
Giuliano, di chiuder le porte, e di confiscare i beni della Cattedrale
d'Antiochia. Per iscoprire i rei del tumulto e dell'incendio, e
dell'occultazione delle ricchezze della Chiesa, furon tormentati varj
Ecclesiastici[504]; e fu decapitato un prete, chiamato Teodoro, per
sentenza del Conte d'Oriente. Ma questo precipitoso atto fu biasimato
dall'Imperatore, che si dolse con reale o affettato interesse, che
l'imprudente zelo de' suoi Ministri avrebbe macchiato il suo regno colla
taccia della persecuzione[505].
Lo zelo de' Ministri di Giuliano fu subito raffrenato dalla
disapprovazione del loro Principe; ma quando il padre d'uno Stato si
dichiara Capo d'una fazione, non può facilmente ritenersi, nè punirsi
efficacemente la licenza del furor popolare. Giuliano, in un pubblico
componimento, applaude alla devozione e fedeltà delle sante città della
Siria, i pietosi abitanti delle quali avevano al primo segnale distrutto
i sepolcri de' Galilei; e debolmente si lagna, che vendicato avessero
l'ingiurie degli Dei con minor moderazione di quella ch'esso avrebbe
raccomandata[506]. Può sembrar, che tale imperfetta e ripugnante
confessione confermi le narrazioni ecclesiastiche, che nelle città di
Gaza, d'Ascalona, di Cesarea, d'Eliopoli ec., i Pagani abusassero senza
prudenza o rimorso del momento di loro prosperità; che gl'infelici
oggetti di lor crudeltà non finissero d'esser tormentati che colla
morte; che i loro laceri corpi essendo trascinati per le strade (tal era
la rabbia universale) si pungessero dagli spiedi de' cuochi e dalle
rocche delle infuriate donne, e che dopo d'essersi gustate da quegli
inumani fanatici le viscere di preti e di vergini Cristiane, venisser
mescolate con orzo, ed ignominiosamente gettate agl'immondi animali
delta città[507]. Tali scene di religiosa pazzia presentano la più
dispregevole ed odiosa pittura della natura umana; ma la strage di
Alessandria richiama anche maggiore attenzione per la certezza del
fatto, per la qualità delle vittime e per lo splendore della Capitale
d'Egitto.
Giorgio[508], pe' suoi genitori o per l'educazione soprannominato il
Cappadoce, era nato a Epifania in Cilicia nella bottega d'un purgatore
di panni. Da tale oscura e servile origine s'innalzò colle arti di
parassito; ed i padroni, ch'esso continuamente adulava, procurarono per
l'indegno lor dipendente una lucrosa commissione o impiego di provvedere
il lardo per l'esercito. Il suo uffizio era basso, ma ei lo rendè
infame. Accumulò ricchezze colle arti più vili della frode e della
corruzione; e furono così notori i suoi inganni, che Giorgio fu
costretto a fuggire dalle ricerche della giustizia. Dopo questa
disgrazia, nella quale sembra che salvasse la sua ricchezza a spese
dell'onore, abbracciò con reale od affettato zelo la professione
dell'Arrianismo. Per amore, o per ostentazion di dottrina, raccolse una
stimabile libreria d'istoria, di rettorica, di filosofia e di
teologia[509], e la scelta del partito, che prevaleva, promosse al posto
d'Atanasio Giorgio di Cappadocia. L'ingresso del nuovo Arcivescovo fu
quello d'un barbaro conquistatore; ed ogni momento del suo regno fu
contaminato dalla crudeltà e dall'avarizia. I Cattolici d'Alessandria e
dell'Egitto restarono abbandonati ad un tiranno, inclinato per natura e
per educazione ad esercitar l'uffizio di persecutore; ma egli oppresse
con mano imparziale tutti i varj abitanti della sua estesa Diocesi. Il
Primate dell'Egitto assunse la pompa e l'insolenza dell'alto suo posto;
ma sempre fece conoscere i vizj della sua bassa e servii estrazione.
S'impoverirono i mercanti d'Alessandria per l'ingiusto e quasi universal
monopolio, ch'egli acquistò del nitro, e del sale, della carta, de'
funerali ec., ed il padre spirituale d'un gran popolo s'abbassava a
praticar le vili e perniciose arti di delatore. Gli Alessandrini non
poterono mai dimenticare o perdonargli la tassa, ch'ei suggerì sopra
tutte le case della città, sotto l'antiquato pretesto che il real
fondatore di essa avea trasferito ne' Tolomei e ne' Cesari, suoi
successori, la perpetua proprietà del suolo. I Pagani, a cui
lusinghevolmente s'era fatto sperare libertà e tolleranza, eccitarono la
sua devota avarizia, ed i ricchi tempj d'Alessandria furono o
saccheggiati o insultati dall'altero Prelato, ch'esclamava con alta e
minacciante voce. «E fino a quando si permetterà, che questi sepolcri
sussistano?» Sotto il regno di Costanzo, egli fu scacciato dal furore o
piuttosto dalla giustizia del popolo; e non senza un violento contrasto,
la forza civile e militare dello Stato potè ristabilire l'autorità, e
soddisfare la sua vendetta. Il corriere, che promulgò in Alessandria
l'avvenimento di Giuliano al trono, annunziò anche la caduta
dell'Arcivescovo. Giorgio, insieme con due dei suoi ossequiosi ministri,
il conte Diodoro e Draconzio soprintendente della zecca, furono
ignominiosamente condotti in catene nelle pubbliche carceri. Al termine
di ventiquattro giorni, fu aperta per forza la prigione dal furore d'una
superstiziosa moltitudine, impaziente delle noiose formalità delle
processure giudiciali. I nemici degli Dei, e degli uomini spirarono fra'
loro crudeli insulti; i morti corpi dell'Arcivescovo e de' suoi compagni
furon portati in trionfo per le strade sul dorso d'un cammello: e
l'inattività del partito d'Atanasio[510] fu stimata uno splendido
esempio d'Evangelica pazienza. Gli avanzi di questi rei miserabili furon
gettati nel mare; ed i Capi del popolar tumulto dichiararono il loro
disegno d'impedir la devozione de' Cristiani ed i futuri onori di questi
-martiri-, ch'erano stati puniti, come i loro predecessori, da' nemici
della lor religione[511]. I timori de' Pagani eran giusti, ma non
servirono le loro precauzioni. La meritata morte dell'Arcivescovo
cancellò la memoria della sua vita. Il rival d'Atanasio era caro e sacro
agli Arriani, e l'apparente conversione di questi Settarj introdusse il
culto di lui nel seno della Chiesa Cattolica[512]. L'odioso straniero,
dissimulata ogni circostanza di tempo e di luogo, assunse la maschera di
martire, di santo, e d'eroe Cristiano[513], e l'infame Giorgio di
Cappadocia fu trasformato[514] nel celebre S. Giorgio d'Inghilterra,
avvocato dell'armi, della cavalleria e dell'ordine della
giarrettiera[515].
Verso quel tempo stesso, che Giuliano seppe il tumulto d'Alessandria,
ebbe notizia da Edessa, che la superba e ricca fazione degli Arriani
aveva insultato la debolezza de' Valentiniani, e commesso tali
disordini, che non si doveano impunemente soffrire in uno Stato ben
regolato. Senz'aspettare le lente formalità della giustizia,
l'esacerbato Principe diresse i suoi ordini a' Magistrati d'Edessa[516],
co' quali confiscava tutti i beni della Chiesa: il danaro fu distribuito
a' soldati, e le terre addette al fisco; e quest'atto d'oppressione fu
aggravato dalla più bassa ironia. «Io mi dimostro» dice Giuliano: «il
vero amico de' Galilei. L'ammirabile lor legge ha promesso il regno de'
Cieli al povero, ed essi potranno avanzarsi con maggior facilità nel
cammino della virtù e della salute, qualora siano, mediante la mia
assistenza, sollevati dal peso de' beni temporali. Guardate bene»
prosegue il Monarca in un tuono più serio «guardate bene di non provocar
la mia pazienza e mansuetudine. Se continuano questi disordini, io
vendicherò i delitti del popolo sui Magistrati; e voi avrete motivo di
temere non solo la confiscazione e l'esilio, ma eziandio il ferro ed il
fuoco». I tumulti d'Alessandria eran senza dubbio d'una più atroce e
pericolosa natura; ma era stato ucciso un Vescovo Cristiano per le mani
de' Pagani, e la pubblica lettera di Giuliano somministra una viva prova
dello spirito parziale del suo governo. Le sue riprensioni ai Cittadini
d'Alessandria son mescolate con espressioni di stima e di tenerezza; e
si duole che in questa occasione si fossero allontanati dalle gentili e
generose maniere, che indicano la lor Greca origine. Gravemente censura
la colpa che avevan commessa contro le leggi di giustizia e di umanità;
ma ricapitola con visibile compiacenza le intollerabili provocazioni che
avevan sì lungamente sofferte dall'empia tirannia di Giorgio di
Cappadocia. Giuliano ammette il principio, che un saggio e vigoroso
governo dovrebbe gastigar l'insolenza del popolo; pure in considerazione
del lor fondatore Alessandro e di Serapide lor Divinità tutelare,
concede un libero e grazioso perdono alla colpevole città, per la quale
di nuovo sente l'affezione di fratello[517].
Quietato che fu il tumulto d'Alessandria, Atanasio, in mezzo alle
pubbliche acclamazioni, s'assise sulla cattedra, dalla quale il suo
indegno competitore l'aveva precipitato; e siccome lo zelo
dell'Arcivescovo era temperato dalla discrezione, così l'esercizio della
sua autorità tendeva non ad accendere, ma a riconciliare le menti del
popolo. Le sue pastorali fatiche non si limitavano agli angusti confini
dell'Egitto. Era presente all'attivo e capace suo spirito lo stato del
Mondo Cristiano; e l'età, il merito, la riputazione d'Atanasio
l'abilitarono a prendere in un momento di pericolo il posto
d'Ecclesiastico Dittatore[518]. Non erano ancor passati tre anni, da che
la maggior parte dei Vescovi dell'Occidente aveva per ignoranza o contro
voglia soscritto la confessione di Rimini. Se ne pentivano essi,
credevano, ma temevan l'inopportuno rigore dei loro ortodossi fratelli;
e se la vanità fosse stata in essi più forte della fede, potevano anche
gettarsi in braccio agli Arriani per evitare l'indegnità d'una pubblica
penitenza, che li avrebbe ridotti allo stato d'oscuri laici. Nel tempo
stesso, agitavansi con qualche calore fra i dottori Cattolici le
domestiche differenze intorno all'unione e distinzione delle persone
Divine; e pareva che il progresso di tal metafisica disputa minacciasse
una pubblica e costante divisione delle Chiese, Greca e Latina. Dalla
saviezza d'uno scelto Sinodo, a cui la presenza ed il nome d'Atanasio
diede l'autorità d'un Concilio Generale, i Vescovi, ch'erano
imprudentemente deviati nell'errore, furono ammessi alla comunion della
Chiesa con la facile condizione di soscrivere il Simbolo Niceno, senza
prendere alcuna formal cognizione della passata loro mancanza, o
d'alcuna minuta definizione dei loro scolastici sentimenti. L'avviso del
Primate d'Egitto avea già preparato il Clero della Gallia e della
Spagna, dell'Italia e della Grecia, ad ammetter questo salutevole
regolamento; e nonostante l'opposizione di alcuni fervidi spiriti[519],
il timore del comun nemico promosse la pace e l'armonia dei
Cristiani[520].
L'abilità e la diligenza del Primate d'Egitto avea profittato dal tempo
di tranquillità, avanti che fosse interrotto dagli ostili editti
dell'Imperatore[521]. Giuliano, che deprezzava i Cristiani, onorava
Atanasio del sincero e particolare suo odio. Solo per causa di lui
introdusse una distinzione arbitraria, che ripugnava almeno allo spirito
delle sue precedenti dichiarazioni. Sostenne, che i Galilei, che avea
richiamati dall'esilio, non venivano ristabiliti, mediante quella
generale indulgenza, nel possesso delle respettive lor Chiese; e si
dimostrò sorpreso, che un reo, che era stato più volte condannato dal
giudizio degl'Imperatori, ardisse d'insultare la maestà delle leggi, ed
insolentemente usurpare la sede Archiepiscopale d'Alessandria,
senz'aspettar gli ordini del suo Sovrano. In pena dell'immaginario
delitto, bandì Atanasio di nuovo dalla città, e si compiacque di
supporre, che questo atto di giustizia sarebbe stato sommamente grato ai
devoti suoi sudditi. Le vive sollecitazioni del popolo tosto lo
convinsero, che la maggior parte degli Alessandrini eran Cristiani, e
che la massima parte dei Cristiani era stabilmente attaccata alla causa
dell'oppresso loro Primate. Ma la cognizione dei loro sentimenti, invece
di persuaderlo a revocare il decreto, lo trasse ad estendere a tutto
l'Egitto il termine dell'esilio d'Atanasio. Lo zelo della moltitudine
rendè Giuliano sempre più inesorabile; lo mise in agitazione il pericolo
di lasciare alla testa d'una tumultuosa città un Capo intraprendente o
popolare, ed il linguaggio della sua collera scuopre l'opinione che egli
aveva del coraggio e dell'abilità d'Atanasio. Era tuttavia differita
l'esecuzione della sentenza per la cautela o negligenza d'Ecdicio,
Prefetto dell'Egitto, che finalmente fu svegliato dal suo letargo con
una riprensione severa. «Quantunque voi trascuriate (dice Giuliano) di
scrivermi sopra qualunque altro soggetto, almeno è vostro dovere
d'informarmi della vostra condotta verso Atanasio, nemico degli Dei. Vi
è stata da gran tempo comunicata la mia intenzione. Giuro pel gran
Serapide, che se alle calende di Decembre Atanasio non è partito da
Alessandria, anzi dall'Egitto, i Ministri del vostro governo pagheranno
una pena di cento libbre d'oro. Voi conoscete il mio naturale: io son
lento a condannare, ma sempre più lento a perdonare». A questa lettera
s'aggiunse vigore con tal breve poscritto di carattere dell'Imperatore
medesimo. «Il disprezzo, che si dimostra verso tutti gli Dei, mi riempie
di dispiacere e di sdegno. Non v'è cosa, che io vedessi, o ascoltassi
con maggiore piacere, che l'espulsion d'Atanasio da tutto l'Egitto.
Abbominevole scellerato! Sotto il mio regno le sue persecuzioni han
cagionato il battesimo di più Dame Greche del più alto grado[522]». Non
fu -espressamente- comandata la morte d'Atanasio, ma il Prefetto
dell'Egitto comprese, che era più sicuro per lui l'eccedere che il
trascurare i comandi d'uno sdegnato Signore. L'Arcivescovo prudentemente
si ritirò ai monasteri del deserto; eluse con la solita sua destrezza i
lacci del nemico; e visse per trionfar sulle ceneri di un Principe, che
in termini di formidabil trasporto avea dichiarato di bramare, che tutto
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