essi comparsi a Calcedonia, avrebbe ascoltato in persona, e decise le loro querele. Ma tosto che furono sbarcati, mandò un ordine assoluto che vietava a' marinari di trasportare a Costantinopoli Egizio veruno; e così ritenne i suoi sconcertati clienti sul lido Asiatico, finchè dopo d'aver esausta tutta la lor pazienza, e il denaro, furon costretti a tornare con isdegnosi lamenti al nativo loro paese[371]. Il numeroso esercito di spie, di agenti, e di delatori, ascoltati da Costanzo per assicurare il riposo di un uomo solo, e per turbar quello di milioni d'uomini, fu immediatamente disperso dal generoso di lui successore. Giuliano era lento ne' sospetti, e mite nelle pene, ed il suo disprezzo de' tradimenti era un risultato di giudizio, di vanità e di coraggio. Sapendo di avere un preminente merito, egli era persuaso che pochi fra' suoi sudditi avrebbero ardito d'affrontarlo in campo, d'insidiar la sua vita, o anche di occupare il vacante suo trono. Come filosofo potea scusare le precipitate imprudenze del malcontento; e com'Eroe potea disprezzar gli ambiziosi progetti, che sorpassavano la fortuna o l'abilità di temerari cospiratori. Un cittadino d'Ancira s'era preparato un abito di porpora; e questa imprudente azione, che sotto il regno di Costanzo si sarebbe risguardata come un delitto capitale[372], fu riferita a Giuliano dall'officiosa importunità d'un privato nemico. Il Monarca, fatta qualche ricerca intorno al grado ed al carattere del suo rivale, rimandò l'accusatore col presente d'un paio di scarpe di porpora per compir la magnificenza dell'Imperiale sua veste. Si formò una cospirazione più pericolosa da dieci guardie domestiche, le quali avean risoluto di ammazzar Giuliano nel campo degli esercizi vicino ad Antiochia. La loro intemperanza rivelò il delitto; ed essi furon condotti in catene alla presenza dell'ingiuriato loro Sovrano, che dopo una viva rappresentazione della malvagità e follìa di loro intrapresa, invece d'una tormentosa morte ch'essi meritavano ed aspettavano, pronunziò la sentenza d'esilio contro i due rei principali. L'unico fatto in cui parve che Giuliano si scostasse dalla solita sua clemenza, fu la esecuzione d'un temerario giovane, che aspirato aveva con una debole mano a prender le redini dell'Impero. Ma questo giovane era figlio di Marcello, Generale di cavalleria, che nella prima campagna della guerra Gallica avea disertato dalle bandiere di Cesare e della Repubblica. Senz'apparire di secondare il personale suo sdegno, Giuliano potea facilmente confondere il delitto del figlio e del padre; ma fu acquietato dal dolore di Marcello, e la generosità dell'Imperatore procurò di medicar la ferita ch'era stata fatta dalla mano della giustizia[373]. Giuliano non era insensibile a' vantaggi della libertà[374]. Mercè de suoi studi aveva succhiato lo spirito degli antichi Saggi ed Eroi; la sua vita e fortuna era stata sottoposta al capriccio d'un tiranno; e quando salì sul trono, la sua vanità veniva qualche volta mortificata dalla riflessione che schiavi, i quali non avessero ardito di censurare i suoi difetti, non erano degni d'applaudire alle sue virtù[375]. Egli sinceramente abborriva il sistema d'oriental dispotismo, che Diocleziano, Costantino, e la paziente abitudine d'ottanta anni avevano stabilito nell'Impero. Un motivo di superstizione lo distornò da eseguire il disegno, che più volte avea meditato, di sgravare il suo capo dal peso d'un grave diadema[376]: ma ricusò assolutamente il titolo di -Dominus- o di -Signore-[377], voce, ch'era diventata sì famigliare agli orecchi de' Romani, che non si ricordavano più della servile ed umiliante sua origine. S'amava l'uffizio o piuttosto il nome di Console da un Principe, che contemplava con rispetto le rovine della Repubblica; e l'istesso contegno, che Augusto aveva tenuto per prudenza, fu da Giuliano adottato per scelta e per inclinazione. Nelle calende di Gennaio, allo spuntar del giorno, i nuovi Consoli, Mammertino e Nevitta, s'affrettarono d'andare al palazzo per salutare l'Imperatore. Tosto che fu informato del loro arrivo, scese dal trono, s'avanzò in fretta ad incontrarli, e costrinse i Magistrati, pieni di rossore, a ricevere le dimostrazioni della sua affettata umiltà. Dal palazzo si portarono al Senato. L'Imperatore andò a piedi avanti alle loro lettighe, e la moltitudine, osservandolo, ammirava l'immagine dei tempi antichi, ovvero segretamente biasimava una condotta che a' lor occhi avviliva la maestà della porpora[378]. Ma il contegno di Giuliano fu sostenuto con uniformità. Nel tempo de' giuochi del Circo egli aveva, o a caso, o premeditatamente, fatta la manumissione d'uno schiavo alla presenza del Console. Ma quando si sovvenne d'aver invasa la giurisdizione di un -altro- Magistrato, si condannò al pagamento di dieci libbre d'oro; e prese quest'occasione, per dichiarar pubblicamente al Mondo, ch'egli era soggetto come gli altri suoi concittadini, alle leggi[379] ed anche alle formalità della Repubblica. Lo spirito della sua amministrazione ed il riguardo ch'ebbe al luogo della sua nascita, mossero Giuliano a conferire al Senato di Costantinopoli gli stessi onori, privilegi, ed autorità, che tuttavia si godevano dal Senato dell'antica Roma[380]. Fu introdotta, ed appoco appoco stabilita una finzione legale, che la metà del consiglio nazionale fosse passata in Oriente; e i dispotici successori di Giuliano, accettando il titolo di Senatori, si riconoscevano membri d'un rispettabile Corpo, a cui era permesso di rappresentare la maestà del nome Romano. Da Costantinopoli s'estese l'attenzion del Monarca a' Senati Municipali delle Province. Abolì con più editti le ingiuste e perniciose esenzioni, che avevano tolto tanti oziosi cittadini al servigio della patria; ed imponendo una distribuzione eguale di pubblici tributi, restituì la forza, lo splendore, o secondo la viva espression di Libanio[381], l'anima alle spiranti città dell'Impero. La venerabile antichità della Grecia eccitava nell'animo di Giuliano la più tenera compassione; egli si sentiva rapire, quando si rammentava degli Dei, degli Eroi, e degli uomini superiori agli Eroi ed agli Dei, che avevan lasciato all'ultima posterità i monumenti del loro genio, e l'esempio delle loro virtù. Sollevò le angustie, e restituì la bellezza alle città d'Epiro, e del Peloponeso[382]. Atene lo riconobbe per suo benefattore; Argo per liberatore. L'orgoglio di Corinto, che risorgeva dalle sue rovine con gli onori di colonia Romana, esigeva un tributo dalle vicine Repubbliche per le spese de' giuochi dell'Istmo, che si celebravano nell'anfiteatro con la caccia di orsi, e pantere. Le città d'Elide, di Delfo, e d'Argo, le quali avevano ereditato da' remoti loro Maggiori il sacro uffizio di perpetuare i giuochi Olimpici, Pitj, e Nemei, pretendevano una giusta esenzione da questo tributo. I Corintj rispettarono l'immunità d'Elide, e di Delfo; ma la povertà d'Argo tentò l'insolenza della oppressione, e fu imposto silenzio alle deboli querele de' suoi deputati dal decreto d'un Magistrato provinciale, che pare avesse consultato soltanto l'interesse della capitale in cui risiedeva. Sette anni dopo questa sentenza, Giuliano[383] concesse che la causa fosse rivista in un tribunal superiore; e s'interpose la sua eloquenza, molto probabilmente con successo felice, in difesa d'una città ch'era stata la sede reale d'Agamennone[384], ed avea dato alla Macedonia una stirpe di conquistatori e di Re[385]. La faticosa amministrazione degli affari militari e civili, ch'eran moltiplicati a misura dell'estensione dell'Impero, esercitò l'abilità di Giuliano; ma egli di più frequentemente assumeva i caratteri di Oratore[386], e di Giudice[387], che son quasi incogniti a' moderni Sovrani d'Europa. Le arti della persuasione, sì diligentemente coltivate da' primi Cesari, si trascurarono dalla militar ignoranza e dall'Asiatico orgoglio de' lor successori; e se condiscendevano ad arringare i soldati, ch'essi temevano, trattavan con tacito orgoglio i Senatori, che disprezzavano. Le assemblee del Senato, che s'erano evitate da Costanzo, si risguardarono da Giuliano come il luogo dove spiegar potesse con la maggior decenza le massime di un repubblicano, ed i talenti di un retore. Alternativamente praticava, come in una scuola di declamazione, le varie maniere di lode, di censura, di esortazione; ed il suo amico Libanio ha osservato, che lo studio d'Omero insegnogli ad imitare il semplice e conciso stile di Menelao, la copia di Nestore, di cui le parole cadevano come fiocchi di neve nell'inverno, o la forte e patetica eloquenza d'Ulisse. Le funzioni di Giudice, che sono alle volte incompatibili con quelle di Principe, s'esercitavano da esso non solo come un dovere, ma eziandio come un divertimento; e sebbene potesse fidarsi dell'integrità, e del discernimento de' suoi Prefetti del Pretorio, spesso tuttavia ponevasi loro a lato sul tribunale. L'acuta penetrazione della sua mente piacevolmente s'occupava in discoprire, ed abbattere i cavilli degli Avvocati, che si studiavano di mascherare la verità de' fatti, e di pervertire il senso delle leggi. Qualche volta per altro dimenticò la gravità del suo posto, fece questioni indiscrete o inopportune, e dimostrò coll'alto suo tuono di voce, e coll'agitazione del corpo l'ardente veemenza con cui sosteneva la sua opinione contro i Giudici, gli Avvocati e i loro clienti. Ma la cognizione che avea del proprio temperamento, fece sì che incoraggiasse, ed anche sollecitasse la riprensione de' suoi ministri ed amici; ed ogni volta ch'essi osavano d'opporsi all'impeto sregolato di sue passioni, gli spettatori poterono osservare il rossore, ugualmente che la riconoscenza del loro Monarca. I decreti di Giuliano eran quasi sempre appoggiati a' principi di giustizia; ed egli avea la fermezza di resistere alle più pericolose tentazioni, che assalgono il tribunal d'un Sovrano sotto le speciose apparenze di compassione, e d'equità. Decideva il merito della causa senza pesare le circostanze delle parti; ed il povero, ch'esso desiderava di sollevare, veniva condannato a soddisfar le giuste domande di un nobile e ricco avversario. Distingueva con esattezza il giudice dal legislatore[388]; e quantunque meditasse di fare una riforma necessaria alla Romana Giurisprudenza, pure pronunziava le sentenze secondo la stretta e letterale interpretazione di quelle leggi, che i magistrati obbligati erano ad eseguire, ed i sudditi ad osservare. In generale, se i Principi, spogliati della porpora, fosser gettati nudi nel Mondo, essi cadrebbero immediatamente nella classe più bassa della società, senza speranza d'uscire dall'oscurità loro. Ma il merito personale di Giuliano era in qualche modo indipendente dalla sua fortuna. Qualunque genere di vita avesse egli scelto, per la forza dell'intrepido suo coraggio, dello spirito vivace, e dell'intensa applicazione, avrebbe ottenuto, o almeno meritato i più alti onori della professione, che avesse abbracciato. Giuliano avrebbe potuto per se stesso innalzarsi al grado di Ministro o di Generale in quello Stato, in cui fosse nato privato cittadino. Se il geloso capriccio del potere avesse deluso le sue speranze; o s'egli avesse prudentemente deviato dal sentiero della grandezza, l'uso degli stessi talenti in una studiosa solitudine avrebbe posto la sua felicità presente e la sua fama immortale al di sopra della giurisdizione dei Re. Quando noi guardiamo con minuta, o forse malevola attenzione il ritratto di Giuliano, sembra che manchi qualche cosa alla grazia, e perfezione dell'intiera figura. Il suo genio era meno potente e sublime di quello di Cesare, nè possedeva la consumata prudenza d'Augusto; le virtù di Traiano appariscono più stabili e naturali, e la filosofia di Marco è più semplice e soda. Nondimeno Giuliano sostenne l'avversità con fermezza, e la prosperità con moderazione. Dopo lo spazio di centoventi anni dalla morte d'Alessandro Severo, i Romani videro un Imperatore, che non distingueva i propri doveri da' suoi piaceri; che procurava di sollevare le angustie, e di far risorgere lo spirito de' suoi sudditi; e che cercava sempre d'unire l'autorità con il merito e la felicità con la virtù. Anche la fazione, e la fazion religiosa fu costretta a riconoscere la superiorità del suo genio in pace ed in guerra, ed a confessare sospirando, che l'apostata Giuliano fu amante della sua patria, e meritò l'Impero del Mondo[389]. NOTE: [305] -Omnes qui plus poterant in palatio, adulandi professores jam docti, recte consulta prospereque completa vertebant in deridiculum, talia sine modo strepentes insulse; in odium venit cum victoriis suis; capella, non homo; ut hirsutum Julianum carpentes, appellantesque loquacem talpam, et purpuratam simiam, et litterionem Graecum: et his congruentia plurima atque vernacula Principi resonantes, audire haec taliaque gestienti, virtutes ejus obruere verbis impudentibus conabantur, et segnem incessentes, et timidum et umbratilem, gestaque secus verbis comptioribus exornantem.- Ammian. XVIII. 11. [306] Ammiano XVI. 12. L'oratore Temistio (IV. -p.- 56, 57) credè tutto ciò che si conteneva nelle lettere Imperiali, spedite al Senato di Costantinopoli. Aurelio Vittore, che pubblicò il suo compendio nell'ultimo anno di Costanzo, attribuisce le vittorie Germaniche alla -saviezza- dell'Imperatore ed alla -fortuna- di Cesare. Pure l'Istorico poco dopo fu debitore al favore o alla stima di Giuliano dell'onore di una statua di rame, e degl'importanti uffizj di Consolare della seconda Pannonia e di Prefetto di Roma. Ammiano XXI. 10. [307] -Callido nocendi artificio accusatoriam diritatem laudum titulis peragebant... Hae voces fuerunt ad inflammanda odia probris omnibus potentiores.- Vedi Mammertino -in act. Gratiar. in Vet. Paneg.- XI. 5. 6. [308] Il piccolo intervallo, che passa fra l'-hyeme adulta-, ed il -primo vere- d'Ammiano (XX. I. 4) invece di dare un sufficiente spazio per una marcia di tremila miglia renderebbe gli ordini di Costanzo altrettanto stravaganti, quanto erano ingiusti. Le truppe della Gallia non potevan giungere in Siria che al fino dell'autunno. Bisogna che le memorie d'Ammiano fossero inesatte, o le sue espressioni scorrette. [309] Ammiano XXI. Si riconosce il valore, e la militar perizia di Lupicino dall'Istorico, il quale nell'affettato sua stile accusa il Generale d'innalzar le corna del suo orgoglio, ruggendo con tragico tuono, e facendo dubitar s'egli fosse più crudele o più avaro. Il pericolo eccitato dagli Scoti, e da' Pitti era tanto serio, che Giuliano medesimo ebbe qualche idea di passare in persona nell'Isola. [310] Ei loro permise il -cursus clavularis-, o -clabularis-. Di questi carri di posta si fa spesso menzione nel Codice, e si suppone, che portassero mille cinquecento libbre di peso. Vedi Vales. -ad Ammian.- XX. 4. [311] Ch'era molto probabilmente il palazzo de' bagni (-Thermarum-) di cui sussiste ancora una solida ed alta stanza nella via -De la Harpe-. Quelle fabbriche cuoprivano un considerabile spazio del moderno quartiere dell'Università; ed i giardini sotto i Re Merovingi comunicavano coll'abbazia di S. Germano -des Prez-. Dalle ingiurie del tempo, e de' Normanni quest'antico palazzo fu ridotto nel duodecimo secolo ad un mucchio di rovine, gli oscuri nascondigli del quale servivan di scena a' licenziosi amori. -Explicat aula sinus, montemque amplectitur alis;- -Multiplici latebra scelerum tersura ruborem.- - . . . . pereuntis saepe pudoris.- -Celatura nefas, Venerisque accommoda- furtis. Questi versi son presi dall'-Architrenius lib. IV. c. 8.- opera poetica di Giovanni di Hauteville, o Hauville Monaco di S. Albano verso l'anno 1190. Vedi Warton -Istor. della Poes. Ingl. Vol. 1 dissert. 2-. Tali -furti- però erano forse meno perniciosi per il genere umano delle Teologiche dispute della Sorbona, che di poi si sono agitate sul medesimo terreno. Bonamy -Mem. de l'Acad. Tom.- XX. -p.- 678-682. [312] Anche in quel tumultuoso momento Giuliano badò alla formalità della superstiziosa cerimonia; ed ostinatamente ricusò l'infausto uso d'una collana femminile, o d'un collare da cavalli, che gl'impazienti soldati volevano adoperare in luogo di diadema. [313] Cioè un'ugual porzione d'oro e d'argento, cinque monete di quello, ed una libbra di questo, che in tutto ascendeva a circa cinque lire Sterline, e dieci Scellini. [314] Per l'intera narrativa di questa ribellione possiamo rimetterci a materiali originali ed autentici, quali sono Giuliano medesimo (-ad S. P. Q. Athen. pag.- 282, 283, 284). Libanio (-Orat. Parent. c.- 44-48. -in Fabric. Bibliot. Graec. Tom.- VII. -p.- 269-273) Ammiano (XX. 4) e Zosimo (-l.- III. -p.- 151, 152, 153) che nel regno di Giuliano par che seguiti l'autorità più rispettabile d'Eunapio. Con tali guide potremmo fare di meno degli abbreviatori e degl'Istorici Ecclesiastici. [315] Eutropio ch'è un rispettabile testimone, usa la dubbiosa espressione -consensu militum- (X. 15). Gregorio Nazianzeno di cui l'ignoranza potrebbe scusare il fanatismo, direttamente accusa l'apostata di presunzione, d'empietà e d'empia ribellione. αυθαδεια, απονοια, ασεβεια -Orat.- III. -p.- 67. [316] Juliano -ad S. P. Q. Athen. p.- 284. Il -divoto- Abbate de la Bleterie (-Vit. di Giuliano p.- 159) è quasi disposto a rispettare le divote proteste d'un Pagano. [317] Ammiano XX. 5 con l'annotazione di Lindenbrogio sul Genio dell'Impero. Giuliano medesimo in una lettera confidenziale ad Oribasio, amico e medico suo, (Epist. XVII. -p.- 384) fa menzione d'un altro sogno a cui prima dell'avvenimento ei prestò fede, cioè d'un grosso albero gettato a terra, e di una piccola pianta che gettava in terra profonde radici. Anche nel sonno la mente di Cesare doveva essere agitata dalle speranze e da' timori di sua fortuna. Zosimo (-l.- III. -p.- 155) riporta un sogno fatto dopo. [318] Tacito (-Hist.- I. 80-85) egregiamente descrive la difficile situazione del Principe di un'armata ribelle. Ma Ottone era molto più reo e molto meno abile di Giuliano. [319] A questa lettera ostensibile dice Ammiano, che ne aggiunse delle private -objurgatorias et mordaces-, che l'Istorico non aveva vedute, e non avrebbe neppur pubblicate. Forse non sussisterono giammai. [320] Vedi le prime azioni del suo Regno appresso Giuliano medesimo -ad S. P. Q. Athen. pag.- 285, 286. Ammiano XX. 5, 8. Liban. -Orat. parent. c.- 49, 50. -pag.- 273-275. [321] Liban. -Orat. parent. c.- 50. -pag.- 275, 276. Fu questo uno strano disordine, poichè continuò più di sette anni. Nelle fazioni delle Repubbliche Greche gli esiliati ascendevano a 20,000 persone; ed Isocrate assicura Filippo, che sarebbe stato più facile di levar un'armata fra vagabondi, che dalle città. Vedi Hume. -Saggi Tom.- I. -p.- 426-427. [322] Giuliano (-Epist.- 38. -p.- 44) fa una breve descrizione di Vesonzio, o Besanzone come di una sassosa penisola quasi circondata dal fiume Doubs, una volta magnifica Città piena di tempj ec., e poi ridotta ad una piccola terra, che risorgeva però dalle sue rovine. [323] Vadomair entrò nella milizia Romana, e dal grado di Re barbaro fu promosso a quello di Duce di Fenicia. Egli mantenne sempre il medesimo artificioso carattere (Ammiano XXI. 4). Ma sotto il Regno di Valente segnalò il suo valore nella guerra d'Armenia (XXIX. 1). [324] Ammiano XX. 10. XXI. 3. 4. Zosimo -lib.- III. -p.- 155. [325] Il suo corpo fu mandato a Roma, e sotterrato vicino a quello di Costantina sua sorella nel sobborgo della via -Nomentana-. Ammiano XX. 1. Libanio ha composto una ben debole apologia per giustificare il suo Eroe da un'accusa molto assurda, vale a dire d'avere avvelenato la propria moglie, e premiato il medico di essa con le gioie di sua madre (Vedi la settima delle diciassette nuove Orazioni pubblicate a Venezia nel 1754 da un MS. della libreria di S. Marco -p.- 117-127). Elpidio, Prefetto del Pretorio d'Oriente, alla testimonianza del quale s'appella l'accusator di Giuliano, si caratterizza da Libanio per un -effeminato- ed ingrato; si loda però la religione d'Elpidio da Girolamo (-Tom.- I. -p.- 243) e la sua umanità da Ammiano (XXI. 6). [326] «Feriarum die, quem celebrantes mense Januario Christiani -Epiphania- dictitant, progressus in eorum Ecclesiam, solemniter numine orato discessit» Ammiano XXI. 2. Zonara osserva, che ciò seguì nel giorno di Natale; e può la sua asserzione esser vera; mentre le Chiese d'Egitto, d'Asia, e forse di Gallia celebravano il medesimo giorno (sei di Gennaro) la natività ed il Battesimo del Salvatore. I Romani, ugualmente ignoranti che i lor confratelli della vera data della sua nascita ne fissarono la solenne festa a' 25 di Decembre -Brumalia-, o solstizio d'inverno, quando i Pagani annualmente celebravan la nascita del sole. Vedi Bingam. -Antich. della Chies. Cristian lib.- XX. -c.- 4. e Beausobre -Hist. Critic. du Manic. T.- II. -p.- 690-700. [327] Le pubbliche e segrete negoziazioni fra Costanzo e Giuliano debbono trarsi con qualche cautela da Giuliano medesimo (-Orat. ad S. P. Q. Athen. pag.- 286), da Libanio (-Orat. parent. cap.- 61. -pag.- 276), da Ammiano (XX. 9.), da Zosimo (-lib.- III -p.- 154), ed anche da Zonara (-T.- II -lib.- XIII. -p.- 20 ec.), che in questo proposito pare, che avesse ed usasse dei valutabili materiali. [328] Trecento miriadi, ovvero tre milioni di -medimni-, misura comune appresso gli Ateniesi, che conteneva sei -modj- Romani. Giuliano dimostra da Soldato e da Politico il rischio della sua situazione e la necessità ed i vantaggi di una guerra offensiva (-ad S. P. Q. Athen. pag.- 286. 287). [329] Vedi la sua orazione ed il contegno delle truppe appresso Ammiano XXI. 5. [330] Egli aspramente ricusò la sua mano al supplichevole Prefetto, che fu mandato in Toscana (Ammiano XXI. 5). Libanio con barbaro furore insulta Nebridio, applaude ai soldati, e quasi censura l'umanità di Giuliano (-Orat. Parent. c.- 53. -p.- 278). [331] Ammiano XXI. 8. In tal promozione osservò Giuliano la legge che aveva pubblicamente imposto a se stesso: -Neque civilis quisdam Judex, nec militaris rector, alio quodam praeter merita suffragante, ad potiorem veniat gradum- (Ammiano XX. 5). L'assenza non indebolì il suo riguardo per Sallustio, col nome del quale onorò il Consolato dell'anno 363. [332] Ammiano (XXI. 8) attribuisce ad Alessandro Magno, e ad altri abili Generali la stessa pratica e l'istesso motivo. [333] Questo bosco era una parte della gran foresta Ercinia, che al tempo di Cesare s'estendeva dal paese de' Rauraci, -Basilea-, sino alle indefinite regioni del Nort. Vedi Cluver. -German. antiq. l. III. c. 47-. [334] Si paragoni Libanio -Orat. Parent. c. 53. p. 278-279-, con Gregorio Nazianzeno -Orat. III. p. 68-... Anche il Santo ammira la celerità e la segretezza della sua marcia. Un moderno Teologo forse applicherebbe al progresso di Giuliano que' versi, che originalmente appartengono ad un altro apostata (-Milton-). . . . . . . . . In questa guisa il truce Viandante infernal per l'aspro e 'l piano, Il denso, il raro, i ripidi, i burroni Capo e mani, ali e piedi oprando a gara, Il suo cammin sospinge, ed or s'attuffa, Ora nuota, ora striscia, or guazza, or vola. [335] In quello spazio la -Notizia- colloca due o tre flotte, la -Lauriacense- (a Lauriacum o Lorch) l'-Arlapense-, la -Maginense-; e fa menzione di cinque legioni o coorti di Liburnarj, che dovevano essere una specie di soldati di marina. -Sect. 58. Edit. Labb-. [336] Il solo Zosimo (-l. III. p. 156-) ha specificato quest'interessante circostanza. Mammertino (-in Paneg. vet. XI. 6, 7, 8-) che accompagnava Giuliano come Conte delle sacre largizioni, descrive questo viaggio in una florida e pittoresca maniera, sfida Trittolemo e gli argonauti di Grecia ec. [337] La descrizione d'Ammiano, che può esser fiancheggiata da altre prove, assicura la situazione precisa delle -Angustiae Succorum-, o passo di Succi. Danville per una debole somiglianza di nomi l'ha posto fra Sardica e Naisso. Io son costretto per giustificarmi a far menzione dell'-unico- errore, che ho scoperto nelle carte o negli scritti di quell'ammirabil Geografo. [338] Per quante circostanze possiamo prendere altrove, Ammiano (XXI. 8, 9, 10) somministra sempre la sostanza della narrazione. [339] Ammiano XXI. 9, 10. Liban. -Orat. Parent. c. 54. p. 279. 280.- Zosimo -lib. III p. 157.- [340] Giuliano (-ad S. P. Q. Athen. p. 286-) positivamente asserisce, che aveva intercettate le lettere di Costanzo a' Barbari; e Libanio afferma con ugual sicurezza che nella sua marcia le lesse alle truppe ed alle città. Contuttocciò Ammiano XXI. 4 s'esprime con una fredda ed ingenua dubbiezza: -Si famae solius admittenda est fides.- Specifica però una lettera intercetta e scritta da Vadomair a Costanzo, che suppone un'intima corrispondenza fra loro; -Caesar tuus disciplinam non habet.- [341] Zosimo rammenta le lettere di Giuliano agli Ateniesi, a' Corintj, ed a' Lacedemoni. La sostanza era probabilmente l'istessa, quantunque ne fosse variata la direzione. L'epistola agli Ateniesi tuttavia sussiste p. 268-287, ed ha somministrato notizie assai valutabili. Essa merita le lodi dell'Abbate della Bleterie (-Pref. a l'Hist. de Jovien. p. 24, 25-) ed è uno de' migliori manifesti, che si possano trovare in qualsivoglia linguaggio. [342] -Auctori tuo reverentiam rogamus.- Ammiano XXI 10. È molto piacevole l'osservare i segreti contrasti del Senato fra l'adulazione ed il timore. Vedi Tacito -Hist. I. 85.- [343] -Tamquam venaticam praedam caperet; hoc enim ad leniendum suorum metum subinde praedicabat-. Ammiano XXI. 7. [344] Vedi il discorso ed i preparativi in Ammiano XXI 13. Il vil Teodoto implorò in seguito ed ottenne il perdono dal pietoso conquistatore, che indicò il desiderio che aveva di scemare il numero de' nemici e di accrescere quello degli amici (XXII 14). [345] Ammiano XXI. 7. 11. 12. Par ch'ei descriva con fatica superflua le operazioni dell'assedio d'Aquileia, che in quest'occasione mantenne la sua fama d'insuperabile. Gregorio Nazianzeno (-Orat. III. p.68-.) attribuisce quest'accidentale rivolta all'abilità di Costanzo, di cui annunzia la sicura vittoria con qualche apparenza di verità. -Constantio quem credebat procul dubio fore victorem: nemo enim omnium tunc ab hac constanti sententia discrepebat-. Ammiano -XXI. 7-. [346] Ammiano rappresenta fedelmente la morte ed il carattere d'esso (XXI. 14. 156.) ed abbiam motivo di non ammettere, e di detestar la stolta calunnia di Gregorio (-Orat. III. p. 68-.) che accusa Giuliano d'aver macchinata la morte del suo benefattore. Il privato pentimento dell'Imperatore d'aver risparmiato, e promosso Giuliano (-p. 69. ed Orat. XXI. p. 389-.) in se stesso non è improbabile, nè incompatibile col pubblico suo verbal Testamento, che potè negli ultimi momenti della sua vita esser dettato da considerazioni prudenziali. [347] Nel descrivere il trionfo di Giuliano, Ammiano (XXI, 1, 2.) assume il sublime accento di oratore, o di poeta; mentre Libanio (-Orat. parent. c. 56. p. 281-) cade nella grave semplicità d'un Istorico. [348] I funerali di Costanzo vengon descritti da Ammiano (-XXI 16-), da Gregorio Nazianzeno (-Or. VI. p. 119-), da Mammertino (-in Paneg. vet. XI. 27-), da Libanio (-Orat. parent. c. 56. p. 283-), ed a Filostorgio (-l. VI. c. 6. con le dissertaz. del Gottofredo p. 265-). Questi Scrittori, e quelli, che gli han seguitati, secondo la propria professione di Pagani, di Cattolici, e di Arriani, osservano l'Imperatore sì vivo che morto con occhi assai differenti. [349] Non sono ben determinati l'anno ed il giorno della nascita di Giuliano. Il giorno è probabilmente il sei di Novembre, e l'anno dev'essere il 331, o il 332. Tillemont. -Hist. des Emper. T. IV. p. 693-. Ducange -Fam. Byzant. p. 50-. Io ho preferito la data più antica. [350] Giuliano medesimo -p. 253-259-. ha espresso queste idee filosofiche con molta eloquenza, e con qualche affettazione in una lettera molto elaborata a Temistio. L'Ab. della Bleterie (-Tom. II. p. 146-183-.) che ne ha fatta un'eloquente traduzione, è inclinato a credere, che questi fosse il celebre Temistio, di cui tuttavia sussistono le orazioni. [351] Julian. -ad Temist. p. 258-. Il Petavio -not. p. 95-. osserva, che questo passo è preso dal -libro quarto De Legibus-; ma o Giuliano citava a mente, o i suoi manoscritti eran diversi da' nostri. Senofonte incomincia la Ciropedia con una riflessione simile. [352] Ο δε ανθρωπον κελευων αρχειν τροστιθησι και θηριον (-chi esorta l'uomo a comandare l'insuperbisce, e lo muta in fiera-.) Arist. -ap. Julian. p. 261.- Il MS. di Vossio, non contento d'una sola bestia, somministra la più forte lezione di θηρια -fiere-, che può garantirsi dall'esperienza del dispotismo. [353] Libanio -Orat. parent. c. 84, 85. p. 310, 311-312- ci ha dato quest'interessante ragguaglio della vita privata di Giuliano. Egli stesso in -Misopogon p. 350-. fa menzione del suo cibo vegetabile, e biasima il grossolano e sensuale appetito del popolo d'Antiochia. [354] -Lectulus... Vestalium toris purior-. È la lode, che Mammertino (-Paneg. vet. XI. 13-.) indirizza a Giuliano medesimo. Libanio afferma in un semplice e perentorio linguaggio che Giuliano non ebbe mai commercio con donne, prima del suo matrimonio, o dopo la morte della sua moglie (-Orat. parent. c. 88. p. 323-). La castità di Giuliano vien confermata dall'imparzial testimonianza d'Ammiano (-XXV. 4-.) e dal parzial silenzio de' Cristiani. Pure Giuliano ironicamente insiste sul rimprovero del Popolo d'Antiochia, che esso -quasi sempre- ωϛ επιπαν (-in Misopogon p. 345-) stava solo. L'Ab. della Bleterie spiega questa sospettosa espressione (-Hist. de Jovien. Tom. II. p. 103-109-.) con candore ed ingenuità. [355] Vedi Salmas. -ad Sueton. in Claud. 21-. Vi fu aggiunta una ventesima quinta corsa, o missus, per compire il numero di cento cocchi, quattro de' quali, distinti da quattro colori, correvano ad ogni corsa. -Centum quadrijugos agitabo ad flumina cursus.- Sembra che corressero cinque o sette volte intorno alla -meta-. Svet. -in Domit. c. 4-. E secondo la misura del Circo Massimo a Roma, dell'Ippodromo a Costantinopoli ec. poteva essere un corso di circa quattro miglia. [356] Juliano -in Misopogon p. 340-. Giulio Cesare aveva offeso il Popolo Romano leggendo le lettere nel tempo della corsa. Augusto secondò il genio di esso ed il proprio con una costante attenzione all'importante affare del Circo, per cui dichiarava d'avere la più forte inclinazione; -vet. in August. c. 45-. [357] La riforma del Palazzo è descritta da Ammiano (-XXII. 4-), da Libanio (-Orat. parent. c. 62. p. 288-), da Mammertino (-in paneg. Vet. 11-.), da Socrate (-l. III. c. 1-), e da Zonara (-Tom. II. l. 13, p. 24-). [358] -Ego non Rationalem jussi, sed tonsorem accivi-. Zonara usa l'immagine meno naturale d'un senatore. Pure un uffizial di finanze, saziato dalle ricchezze, desiderar poteva ed ottener gli onori del Senato. [359] Μαγειρους μεν χιλιουσ, κουρεας δε ουκ ουλαττους, οινοχοους δε πλειους, σμηνη τραπεζοποιων, ευνουχους υπερ τας μυιας παρα τοις ποιμεσι εν ηρι -Mille cuochi, non minor numero di tonsori, maggiore di coppieri, sciami di serventi alle tavole, eunuchi più delle mosche intorno a' greggi nell'estate-. Queste son le parole originali di Libanio, che ho fedelmente citate affinchè non si sospettasse, che io avessi amplificato gli abusi della casa Reale. [360] L'espressioni di Mammertino son forti e vivaci. -Quin etiam prandiorum et coenarum laboratas magnitudines Romanus Populus sensit; cum quaesitissimae dapes non gustui sed difficultatibus aestimarentur; miracula avium, longinquae maris pisces; alieni temporis poma, aestive nives, hybernae rosae-. [361] Nondimeno Giuliano medesimo fu accusato di aver concesso delle intiere città agli Eunuchi (-Orat. VII. contr. Policlet. pag. 117-127-). Libanio si contenta d'una fredda ma positiva negazione del fatto, che realmente sembra piuttosto appartenere a Costanzo. Tale accusa però si può riferire a qualche incognita circostanza. [362] Nel -Misopogon- (-p. 338, 339-) fa una pittura molto singolare di se stesso, e le seguenti parole sono caratteristiche al sommo αυτος προσεθεικα τον βαθον τουτονι τωγονα... ταυτα τοι διαθεοντων ανεχομαι των φθειρων οσπερ εν λοχμη των θηριων. -Ho fatto crescere questa profonda barba.... così difendo gl'insetti, che trattan fra loro, come in un recinto di fiere.- Gli amici dell'Ab. della Bleterie lo scongiurarono, in nome della nazione Francese, a non tradur questo passo che così offendeva la loro delicatezza. -Hist. de Jovien-. T. II. p. 94. Io mi son contentato, come egli fa, d'una passeggiera allusione; ma il piccolo animale, che Giuliano -nomina-, è il più famigliare all'uomo, e significa amore. [363] Julian -Epist.- XXIII. p. 389. Egli adopera le parole πολυκε φαλον ὑδραν scrivendo al suo amico Ermogene, che conversava com'esso co' Poeti Greci. [364] Si debbon diligentemente distinguere i due Sallustj, il Prefetto di Gallia e quello d'Oriente (-Hist. des Emper.- Tom. IV. p. 696). Ho usato il soprannome di secondo come conveniente epiteto. Il secondo Sallustio godè la stima dei Cristiani medesimi: e Gregorio Nazianzeno, che condannava la sua religione, ha celebrato le sue virtù -Orat.- III. p. 90. Vedi una curiosa nota dell'Ab. della Bleterie -Vie de Julien-. p. 463. [365] Mammertino loda l'Imperatore (-XI.- 1.) per aver dati gli uffizi di Tesoriere e di Prefetto ad un uomo d'abilità, di fermezza, d'integrità come egli stesso. Pure anche Ammiano lo pone (XX. 1) fra' ministri di Giuliano -quorum merita, norat et fidem-. [366] Le processure di questo Tribunal di giustizia son riferite da Ammiano (XXII. 3.) e lodate da Libanio (-Orat. parent. c. 74.- p. 299. 300). [367] -Ursuli vero necem ipsa mihi videtur flesse justitia.- Libanio, che attribuisce tal morte a' soldati, tenta di accusare anche il Conte delle largizioni. [368] Si conservava sempre tal venerazione per li rispettabili nomi della repubblica, che il Pubblico fu sorpreso, e scandalizzato nell'udir Tauro, citato come reo, sotto il consolato di Tauro. La citazione del collega Florenzio probabilmente fu differita fino al principio dell'anno seguente. [369] Ammiano XX. 7. [370] Intorno ai delitti ed alla punizione di Artemio, vedi Giuliano (-Epist. X p. 379-) ed Ammiano (XXII. 6 e -Vales. ivi-). Il merito di Artemio, che consiste nell'aver demolito templi, ed essere stato posto a morte da un apostata, ha tentato le Chiese Greca e Latina ad onorarlo come un martire. Ma l'istoria ecclesiastica afferma ch'egli non solo fu un tiranno, ma anche un Arriano, onde non è troppo agevole il giustificare questa promozione indiscreta. Tillemont, -Mem. Eccl. T. VII. p. 1319-. [371] Vedi Ammiano XXII. 6. Valesio -Iv.- il Cod. Teodosiano lib. II. Tit. XXXIX. leg. 1 e Gottofredo -Comment. Iv. Tom. 1. v. 218-. [372] Il presidente di Montesquieu (-Consider. sur la Grand. des Rom. c. 14. nelle sue opere Tom. III. p. 448. 449-) scusa tal minuta, ed assurda tirannia col supporre, che azioni le più indifferenti a' nostri occhi dovevano eccitare in una mente Romana l'idea di delitto e di pericolo. Questa strana apologia vien sostenuta da una strana mal'interpretazione delle leggi Inglesi: -Chez une nation.... où il est défendu de boire à la santé d'une certaine personne-. [373] La clemenza di Giuliano, e la cospirazione, che si formò contro di lui ad Antiochia, si descrivono da Ammiano (-XXII 9, 10 c. Vales. Iv-.) e da Libanio (-Orat. parent. c. 99. p. 323-). [374] Secondo alcuni, dice Aristotile (come vien citato da Giuliano -ad Themist-. pag. 261), la forma d'un assoluto Governo, la παμβασιλεια è contraria alla natura. Sì il Principe, che il Filosofo però vogliono avvolger questa verità eterna in un'artificiosa elaborata oscurità. [375] Tal sentimento è espresso quasi nei termini di Giuliano medesimo. Ammiano XXII. 10. [376] Libanio (-Orat. Parent. c. 95, p. 320-) che fa menzione del desiderio, e del disegno di Giuliano indica in un misterioso linguaggio θεων, ουτω γνοντων..... αλλ’ ην αμεινον ὁ κωλυων -Così disponendo gli Dei.... Ma era miglior consiglio quello d'impedirlo- che l'Imperatore fu ritenuto da qualche speciale rivelazione. [377] Juliano -in Misopogon p. 343-. Siccome non abolì mai con alcuna pubblica legge i superbi nomi di -despota-, o -dominus-, questi tuttavia sussistono nelle sue medaglie (Du Cange -Fam. p. 38, 39-); ed il privato dispiacere, che affettava d'esprimere, non fece che dare uno stile diverso alla servil maniera della Corte. L'Ab. della Bleterie (-Hist. de Jovien. Tom. II p. 99-102-) ha curiosamente investigato l'origine, ed il progresso della parola -dominus- sotto il governo Imperiale. [378] Ammiano XXII. 7. Il Console Mammertino (-in Paneg. vet. XI 28, 29, 30-) celebra quel fausto giorno, come un eloquente schiavo, attonito ed inebbriato per la condiscendenza del suo signore. [379] La satira personale si condannava dalle leggi delle dodici tavole: -si mala condiderit in quem quis carmina, jus est, judiciumque-. Giuliano (-in Misopogon p. 337-) si confessa sottoposto alla legge; e l'Ab. della Bleterie (-Hist. de Jov. Tom. II. p. 92-.) ha prontamente abbracciato una dichiarazione sì favorevole al suo sistema, ed al vero spirito dell'Imperiale costituzione. [380] Zosimo -l. III. p. 158-. [381] ἡ της βουλης ισχυς ψυχη πολεως εστιν -La forza del Senato è l'anima della città-. Vedi Libanio (-Orat. parent. c. 71. p. 296-). Ammiano (XXII. 9.) ed il Codice Teodosiano (-lib. XII. Tit. I. leg. 50-55. col Coment. del Gottofredo Tom. IV. p. 390-402-). Pure tutto il soggetto delle Curie, non ostanti gli ampi materiali che vi sono, rimane sempre il più oscuro nell'Istoria legale dell'Impero. [382] -Quae paulo ante arida, et sibi anhelantia visebantur, ea nunc perlui, mundari, madere; fora, deambulacra, gymnasia laetis et gaudentibus Populis frequentari; dies festos et celebrari veteres et novos in honorem Principis consecrari- (Mammertino XI. 9). Esso particolarmente restaurò la città di Nicopoli, ed i giuochi Aziaci instituiti da Augusto. [383] Juliano -Ep. XXXV. p. 407-411-. Questa lettera, che illustra la decadente età della Grecia, è omessa dall'Ab. della Bleterie, e stranamente sfigurata dal traduttore latino, che indicando ατελεια -immunità- per -tributo- e ιδιωται -privati- per -populus-, direttamente contraddice al senso dell'Originale. [384] Esso regnò in Micene alla distanza di cinquanta stadi, o di sei miglia da Argo, ma queste Città che fiorirono alternativamente, son confuse fra loro da' Poeti Greci. Strab. -l. VIII. p. 879. edit. Amstel. 1707-. [385] Marsham. -Can. Chron. p. 420-. Questa provenienza da Temeno ed Ercole può esser sospetta; pure fu accordata dopo un rigoroso esame da' giudici de' giuochi Olimpici (Erodoto -l. V. c. 22-.) in un tempo nel quale i Re di Macedonia eran oscuri, e non popolari nella Grecia. Quando la lega Achea si dichiarò contro Filippo, fu creduto conveniente, che i deputati d'Argo si ritirassero. T. Liv. -XXXII-. [386] È celebrata la sua eloquenza da Libanio (-Orat. parent. c. 75. 76. p. 300. 301-.) che fa menzione distintamente degli Oratori d'Omero. Socrate (-l. III c. 1.-) ha imprudentemente affermato, che Giuliano fu il solo Principe dopo Giulio Cesare, che arringò nel Senato. Tutti i predecessori di Nerone, (Tacit. -Annal. XIII. 3-) e molti de' suoi successori possederono la facoltà di parlare in pubblico; e si potrebbe provare con varj esempj, ch'essi l'esercitarono frequentemente in Senato. [387] Ammiano (XXII. 10.) ha imparzialmente narrati i meriti, ed i difetti delle sue processure giudiciali. Libanio (-Orat. parent. c. 90. 91. p. 315-.) ha veduto solo il lato buono, e la sua pittura, se adula la persona, esprime almeno i doveri del giudice. Gregorio Nazianzeno (-Orat. IV. p. 120-.) che sopprime le virtù, ed esagera eziandio i più piccoli difetti dell'apostata, trionfalmente domanda, se un tal giudice fosse atto a sedere fra Minosse e Radamanto ne' campi elisi. [388] Delle leggi, che Giuliano fece in un regno di sedici mesi, cinquantaquattro sono state ammesse ne' codici di Teodosio, e di Giustiniano (-Gothofr. Chron. Leg. p. 64-67-.) L'Ab. della Bleterie (T. II. p. 329-336.) ha scelto una di queste leggi per dare un'idea dello stile latino di Giuliano, ch'è forte ed elaborato, ma men puro del suo stile Greco. CAPITOLO XXIII. -Religione di Giuliano. Tolleranza universale. Tenta di restaurare il culto Pagano: di rifabbricare il tempio di Gerusalemme. Persecuzione artificiosa de' Cristiani. Zelo ed ingiustizia vicendevole.- Il carattere d'Apostata ha oltraggiato la riputazione di Giuliano; e l'entusiasmo, che ne adombrò le virtù, ha esagerato la reale o apparente grandezza de' suoi difetti. La nostra parziale ignoranza ce lo può rappresentare come un filosofo Sovrano, che procurò di proteggere con ugual favore le religiose fazioni dell'Impero, e mitigare la teologica febbre, che aveva infiammato le menti del popolo, dagli editti di Diocleziano sino all'esilio d'Atanasio. Un esame però più accurato del carattere e della condotta di Giuliano ci toglierà questa favorevole prevenzione per un Principe, che non fu esente dal general contagio de' suoi tempi. Abbiamo il singolar vantaggio di poter confrontare fra loro le pitture, che ne sono state fatte, sì da' suoi più appassionati ammiratori, che dagl'implacabili suoi nemici. Le azioni di Giuliano son fedelmente riferite da un giudizioso e candido Istorico, imparziale spettatore della vita e della morte di esso. L'unanime testimonianza de' suoi contemporanei viene confermata dalle pubbliche e private dichiarazioni dell'Imperatore medesimo; ed i suoi varj scritti esprimono l'uniforme tenore de' religiosi sentimenti di lui, che la politica avrebbe dovuti fargli piuttosto dissimulare che affettare. Un divoto e sincero attaccamento agli Dei d'Atene e di Roma formava la dominante passion di Giuliano[390]; le facoltà d'un intelletto illuminato furon tradite e corrotte dalla forza d'un superstizioso pregiudizio; ed i fantasmi, ch'esistevano soltanto nella mente dell'Imperatore, produssero un reale e pernicioso effetto sul governo dell'Impero. Il veemente zelo de' Cristiani, che disprezzavano il culto, e rovesciavan gli altari di quelle favolose divinità, trasse il loro devoto in uno stato d'irreconciliabile ostilità con una numerosa porzione di sudditi; ed egli fu qualche volta tentato dal desiderio della vittoria, dalla vergogna della ripulsa, a violar le leggi della prudenza ed anche della giustizia. Il trionfo del partito, ch'egli abbandonò ed a cui s'oppose, ha stampato una macchia d'infamia sul nome di Giuliano; ed il disgraziato Apostata è stato oppresso da un torrente di pie invettive, il segnal delle quali fu dato dalla sonora tromba[391] di Gregorio Nazianzeno[392]. L'interessante natura degli avvenimenti, ammucchiati nel breve regno di quest'operativo Imperatore, merita una giusta e circostanziata narrazione. I motivi, i consigli e le azioni del medesimo, in quanto sono connesse coll'istoria della religione, formeranno il soggetto del presente capitolo. Può esser derivata la causa della strana e fatale apostasia di Giuliano dal tempo della sua più tenera età, in cui restò orfano nelle mani degli uccisori di sua famiglia. S'associarono tosto i nomi di Cristo e di Costanzo, le idee di schiavitù e di religione in una giovenil immaginativa, suscettibile delle più vive impressioni. Fu affidata la cura della sua puerizia ad Eusebio Vescovo di Nicomedia[393], che gli era congiunto per parte di madre; e fino all'età di vent'anni ricevè da' Cristiani suoi precettori l'educazione non già da eroe, ma da santo. L'Imperatore, meno geloso della corona celeste, che della terrena, si contentava dell'imperfetto carattere di catecumeno, mentre largiva i vantaggi del battesimo[394] a' nipoti di Costantino[395]. I quali furono ammessi fino agli uffizi minori dell'Ordine ecclesiastico; e Giuliano pubblicamente lesse le sacre scritture nella Chiesa di Nicomedia. Lo studio della religione, che assiduamente facevano, parve che producesse i più bei frutti di fede e di devozione[396]. Essi pregavano, digiunavano, dispensavano elemosine a' poveri, doni al Clero, ed oblazioni alle tombe de' martiri, e lo splendido monumento di S. Mamas a Cesarea fu eretto, o almeno intrapreso, congiuntamente per opera di Gallo e di Giuliano[397]; conversavan rispettosamente co' Vescovi più eminenti per la lor santità, e chiedevano la benedizione a' Monaci ed agli eremiti, che avevano introdotto in Cappadocia i volontari travagli della vita ascetica[398]. A misura che i due Principi s'avanzavano verso la virilità, dimostravano ne' religiosi lor sentimenti la differenza de' loro caratteri. Il tardo ed ostinato ingegno di Gallo con implicito zelo abbracciò le dottrine del Cristianesimo, che non influirono mai sulla sua condotta, nè moderarono le sue passioni. La mansueta indole del fratello minore fu meno ripugnante a' precetti del Vangelo, e la sua attiva curiosità potè restar soddisfatta da un sistema teologico, che spiega la misteriosa essenza di Dio, ed apre un infinito prospetto d'invisibili e futuri Mondi. Ma l'indipendente spirito di Giuliano ricusò di cedere alla passiva ed irresistente obbedienza, ch'esigevasi a nome della Religione dagli altieri Ministri della Chiesa. Imponevano essi le loro speculative opinioni come leggi positive, sostenute da terrori di eterne pene; ma mentre prescrivevano il rigido formulario de' pensieri, delle parole, e delle azioni del giovane Principe; mentre facevan tacere le sue obbiezioni; e severamente frenavan la libertà delle sue ricerche, segretamente provocavano l'impaziente suo ingegno a ricusar l'autorità delle sue ecclesiastiche guide. Era egli educato nell'Asia Minore fra gli scandali della controversia Arriana[399]. Le fiere contese de' Vescovi Orientali, le continue alterazioni de' loro simboli ed i motivi profani, che sembravano agire sulla lor condotta, insensibilmente fortificarono il pregiudizio di Giuliano, che essi non intendessero nè credessero la Religione, per la quale sì ardentemente combattevano. In vece di dar orecchio alle prove del Cristianesimo con quella favorevole attenzione che aggiunge peso alla testimonianza più rispettabile, egli ascoltava con sospetto, poneva in dubbio con ostinazione ed acutezza le dottrine, per le quali aveva già concepito un'avversione invincibile. Ogni volta che si faceva comporre ai giovani Principi qualche declamazione sopra le controversie allora correnti, Giuliano si dichiarava sempre avvocato del Paganesimo sotto lo spezioso pretesto, che la sua dottrina o cultura si sarebbe esercitata e spiegata più vantaggiosamente in difesa della causa più debole. Appena Gallo fu investito dell'onor della porpora, venne permesso a Giuliano di respirar l'aria della libertà, della letteratura, e del Paganesimo[400]. La schiera de' sofisti, ch'erano attratti dal gusto e dalla liberalità del loro Allievo reale, avea formato una stretta lega fra il sapere e la religione della Grecia; ed i poemi d'Omero, invece d'esser ammirati come originali produzioni dell'ingegno umano, venivano seriamente attribuiti alla celeste inspirazione d'Apollo e delle Muse. Le deità dell'Olimpo, quali sono dipinte dal vate immortale, s'imprimono nelle menti anche le meno portate alla superstiziosa credulità. La famigliar cognizione, che abbiamo de' loro nomi e caratteri, le loro forme ed attributi, -pare- che diano a questi aerei soggetti una reale e sostanzial esistenza, ed il piacevol incanto produce un imperfetto e momentaneo assenso dell'immaginazione a quelle favole, che sono le più ripugnanti alla nostra ragione ed esperienza. Nell'età di Giuliano i magnifici tempj della Grecia e dell'Asia; le opere di quegli artefici, che avevano espresso colla pittura o colla scultura i divini concetti del Poeta; la pompa delle feste e de' sacrifizj; le arti fortunate della divinazione; le popolari tradizioni degli oracoli e de' prodigi, l'antica pratica di duemila anni, ogni circostanza in somma contribuiva ad accrescere e fortificar l'illusione. La debolezza del politeismo era in qualche modo scusata dalla moderazione di ciò che esigeva, e la devozione de' Pagani non era incompatibile col più libero scetticismo[401]. Invece d'un indivisibile e regolar sistema che occupa tutta l'estensione della mente che crede, la mitologia de' Greci era composta di mille sciolte e flessibili parti, ed il servo degli Dei poteva liberamente determinare il grado e la misura della religiosa sua fede. Il simbolo che Giuliano adottò per suo uso, aveva le più ampie dimensioni; e, per una strana contraddizione, sdegnò il giogo salutare del Vangelo, mentre fece una volontaria offerta della sua ragione su gli altari di Giove e d'Apollo. Una delle orazioni di Giuliano è consacrata in onore di Cibele, madre degli Iddii, ch'esigeva dagli effeminati sacerdoti suoi il sanguinoso sacrifizio, sì temerariamente fatto dalla pazzia del fanciullo di Frigia. Il pio Imperatore condiscende fino a riferire senza rossore e senza riso il viaggio della Dea da' lidi di Pergamo all'imboccatura del Tevere, e lo stupendo miracolo, che convinse il Senato ed il Popolo di Roma che il pezzo di terra, che i loro ambasciatori avean trasportato sul mare, avea vita e sentimento e divino potere[402]. Per la verità di tal prodigio egli si appella a' pubblici monumenti della città, e censura, con qualche acrimonia, l'infermo ed affettato gusto di quelli, che impertinentemente deridono le sacre tradizioni de' loro Maggiori[403]. Ma il devoto Filosofo, che sinceramente abbracciava, e caldamente incoraggiava la superstizione del popolo, a se stesso riservava il privilegio di una libera interpretazione; e passava in silenzio dal piè dell'altare all'interior santuario del Tempio. La stravaganza della Greca mitologia proclamava con chiara ed intelligibile voce, che il pio investigatore invece di scandalizzarsi, o soddisfarsi del senso letterale, dovesse diligentemente esplorar la occulta sapienza che s'era nascosta dalla prudenza dell'Antichità sotto la maschera della favola e della follia[404]. I Filosofi della scuola Platonica[405], Plotino, Porfirio, ed il divino Jamblico erano ammirati come i più dotti maestri di quest'allegorica scienza, che cercava di mitigare, e di render coerenti le deformi fattezze del Paganesimo. Giuliano medesimo, che fu diretto nella misteriosa ricerca da Edesio, venerabile successore di Jamblico, aspirava al possesso d'un tesoro, che (se dee credersi alle sue solenni asserzioni) egli stimava molto più dell'Impero del Mondo[406]. In fatti era un tesoro che traeva il suo valore solo dall'opinione; ed ogni artefice che si lusingava d'aver estratto il prezioso metallo dalle scorie che lo circondavano, avea un egual diritto di dargli la figura ed il nome, che più piaceva alla sua particolar fantasia. La favola d'Ati e di Cibele s'era già spiegata da Porfirio; ma le sue fatiche non servirono che ad animar la pietosa industria di Giuliano, che inventò e pubblicò la nuova sua allegoria di quella mistica ed antica favola. Questa libertà d'interpretazione, che parea soddisfare l'orgoglio de' Platonici, manifestò la vanità di lor arte. Senza un noioso ragguaglio, il moderno lettore formar non si potrebbe una giusta idea delle strane allusioni, delle forzate etimologie, delle solenni inezie e dell'impenetrabile oscurità di que' Savi, che si protestavan di rivelare il sistema dell'Universo. Siccome le tradizioni della mitologia Pagana si riferirono in varie maniere, i sacri interpreti erano in libertà di scegliere le circostanze più convenienti; ed interpretando essi una cifra arbitraria, da -ogni- favola potevan trarre -ogni- senso che si adattasse al lor favorito sistema di religione e di filosofia. La lasciva figura d'una Venere nuda riducevasi alla scoperta di qualche precetto morale o di qualche fisica verità; e la castrazione di Ati spiegava la rivoluzione del sole fra' tropici, e la separazione dell'anima umana dal vizio e dall'errore[407]. Sembra che il sistema Teologico di Giuliano contenesse i sublimi ed importanti principj della religion naturale. Ma siccome la fede, che non è fondata sulla rivelazione, dee rimaner priva d'ogni stabile sicurezza, il discepolo di Platone imprudentemente ricadde nell'abitudine della volgar superstizione: e pare che si confondessero insieme l'idea popolare e la filosofica della Divinità nella pratica, negli scritti ed eziandio nello spirito di Giuliano[408]. Riconosceva e adorava il pio Imperatore l'Eterna Causa dell'Universo, alla quale attribuiva tutte le perfezioni, d'un'infinita natura, invisibile agli occhi, ed inaccessibile all'intelletto de' deboli mortali. Il supremo Dio, secondo lui, avea creato, o piuttosto, nel linguaggio Platonico, avea generato la successiva serie dogli spiriti dipendenti, degli Dei, de' demonj, degli eroi e degli uomini; ed ogni ente, che immediatamente traeva la propria esistenza dalla Prima Cagione, riceveva inerente a sè il dono dell'immortalità. Affinchè sì prezioso vantaggio non cadesse sopra indegni soggetti, il Creatore affidato aveva all'abilità ed al potere degl'inferiori Dei l'incumbenza di formare il corpo umano, e d'ordinar la bell'armonia de' regni animale, vegetabile e minerale. Alla condotta di tali divini Ministri commise il governo temporale di questo basso Mondo; ma l'imperfetta loro amministrazione non va esente dalla discordia o dall'errore. Si dividon fra loro la terra ed i suoi abitanti, e si posson distintamente rintracciare i caratteri di Marte o di Minerva, di Mercurio o di Venere nelle leggi e ne' costumi de' particolari loro devoti. Finchè le immortali nostre anime sono confinate in una prigione mortale, è nostro interesse e dovere di sollecitare il favore, ed allontanar l'ira delle potestà celesti, l'orgoglio delle quali si compiace della divozione degli uomini; e può supporsi, che le loro parti più grosse ricevan qualche nutrimento dal fumo de' sacrifizi[409]. Gli Dei minori potevano alle volte condiscendere ad animare le statue, e ad abitare i tempj dedicati al lor culto. Potevano accidentalmente visitare la terra, ma i Cieli erano il proprio trono, ed il simbolo della lor gloria. L'ordine invariabile del sole, della luna, e delle stelle fu precipitosamente ammesso da Giuliano come una prova della eterna loro durata; e tal eternità era una sufficiente contrassegno, ch'essi eran l'opera non già d'una Divinità inferiore, ma del Re onnipotente. Nel sistema de' Platonici, il Mondo visibile era una figura dell'invisibile. I corpi celesti essendo animati da uno spirito divino, si potevan considerare come gli oggetti più degni del Culto religioso. Il -Sole-, di cui la lieta influenza penetra e sostien l'universo, giustamente esigeva l'adorazione degli uomini, come lo splendido rappresentante del -Logos-, viva, ragionevole e benefica immagine del Padre intellettuale[410]. In ogni tempo si supplisce alla mancanza d'una genuina inspirazione colle forti illusioni dell'entusiasmo e colle comiche arti dell'impostura. Se, al tempo di Giuliano, queste arti non si fossero praticate che da' sacerdoti Pagani per sostenere una causa spirante, si potrebbe forse usar qualche indulgenza all'interesse ed all'abitudine del carattere sacerdotale. Ma può esser soggetto di sorpresa e di scandalo, il vedere che i Filosofi stessi contribuissero ad ingannar la superstiziosa credulità dell'uman genere[411], e che fossero sostenuti i misteri Greci dalla magia o teurgia de' moderni Platonici. Essi arrogantemente pretendevano di sconvolger l'ordine della natura, d'esplorare i segreti del futuro, di comandare agli spiriti inferiori, di goder della vista e della conversazion degli Dei superiori; e sciogliendo l'anima da' materiali suoi vincoli, di riunir quell'immortal particella allo Spirito infinito e divino. La devota e coraggiosa curiosità di Giuliano tentò i filosofi colla speranza d'una facil conquista; che, attesa la situazione del giovane loro proselito, poteva produrre le più importanti conseguenze[412]. Giuliano apprese i primi rudimenti delle dottrine Platoniche dalla bocca d'Esedio, che avea fissato a Pergamo la perseguitata e vagabonda sua scuola. Ma siccome la decadente forza di quel venerabile Savio non era corrispondente all'ardore, alla diligenza ed alla rapida penetrazione dello scolare, due de' suoi più dotti discepoli, Crisante ed Eusebio, supplirono, secondo il proprio desiderio di lui, all'attempato loro maestro. Sembra che questi filosofi avesser già preparate e si fosser distribuite le respettive lor parti; ed artificiosamente procurarono per mezzo di oscuri cenni e di affettate dispute d'eccitare le impazienti speranze dell'-aspirante-, finattanto che lo consegnarono al loro compagno Massimo, il più ardito ed il più abile maestro della scienza teurgica. Dalle sue mani Giuliano fu segretamente iniziato in Efeso, nel ventesim'anno della sua età. La permanenza, ch'ei fece in Atene, confermò questa non naturale alleanza di filosofia e di superstizione. Egli ottenne il privilegio d'esser solennemente iniziato a' Misteri d'Eleusi, che nella general decadenza del Culto della Grecia ritenevan qualche vestigio della primiera lor santità; e tale fu lo zelo di Giuliano, che in seguito invitò il Pontefice Eleusino alla Corte della Gallia, pel solo fine di perfezionare mercè di sacrifizi e di riti la grand'opera di sua santificazione. Poichè tali ceremonie si facevano in profonde caverne e nel silenzio della notte, e che la discretezza dell'iniziato conservò l'inviolabil segreto dei Misteri, io non pretenderò di descrivere gli orridi suoni o le apparizioni di fuoco, che si presentarono a' sensi o all'immaginazione del credulo aspirante[413], insino a che non comparvero le visioni di conforto e di cognizione in una fiamma di celeste luce[414]. Nelle caverne d'Efeso e d'Eleusi la mente di Giuliano fu penetrata da un sincero, profondo ed inalterabil entusiasmo; quantunque dimostrasse alle volte le vicende della pia frode e dell'ipocrisia, che osservar si possono, o almen sospettarsi ne' caratteri de' più scrupolosi fanatici. Fino da quel momento esso consacrò la sua vita al servizio degli Dei, e mentre pareva che le occupazioni della guerra, del governo e dello studio richiedessero tutto il suo tempo, era invariabilmente riservata una certa porzione dell'ore della notte per l'esercizio della privata sua devozione. La temperanza, che adornava i rigorosi costumi del soldato e del filosofo, era accompagnata da varie frivole e strette regole di religiosa astinenza; e Giuliano, in onore di Pane e di Mercurio, d'Ecate o d'Iside, in certi , , 1 . , 2 ' ; 3 , 4 ' , , 5 [ ] . 6 7 , , , 8 , 9 ' , 10 . ' , , 11 ' , 12 . , 13 ' ' , 14 ' , . 15 ; 16 ' , 17 ' . 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