essi comparsi a Calcedonia, avrebbe ascoltato in persona, e decise le
loro querele. Ma tosto che furono sbarcati, mandò un ordine assoluto che
vietava a' marinari di trasportare a Costantinopoli Egizio veruno; e
così ritenne i suoi sconcertati clienti sul lido Asiatico, finchè dopo
d'aver esausta tutta la lor pazienza, e il denaro, furon costretti a
tornare con isdegnosi lamenti al nativo loro paese[371].
Il numeroso esercito di spie, di agenti, e di delatori, ascoltati da
Costanzo per assicurare il riposo di un uomo solo, e per turbar quello
di milioni d'uomini, fu immediatamente disperso dal generoso di lui
successore. Giuliano era lento ne' sospetti, e mite nelle pene, ed il
suo disprezzo de' tradimenti era un risultato di giudizio, di vanità e
di coraggio. Sapendo di avere un preminente merito, egli era persuaso
che pochi fra' suoi sudditi avrebbero ardito d'affrontarlo in campo,
d'insidiar la sua vita, o anche di occupare il vacante suo trono. Come
filosofo potea scusare le precipitate imprudenze del malcontento; e
com'Eroe potea disprezzar gli ambiziosi progetti, che sorpassavano la
fortuna o l'abilità di temerari cospiratori. Un cittadino d'Ancira s'era
preparato un abito di porpora; e questa imprudente azione, che sotto il
regno di Costanzo si sarebbe risguardata come un delitto capitale[372],
fu riferita a Giuliano dall'officiosa importunità d'un privato nemico.
Il Monarca, fatta qualche ricerca intorno al grado ed al carattere del
suo rivale, rimandò l'accusatore col presente d'un paio di scarpe di
porpora per compir la magnificenza dell'Imperiale sua veste. Si formò
una cospirazione più pericolosa da dieci guardie domestiche, le quali
avean risoluto di ammazzar Giuliano nel campo degli esercizi vicino ad
Antiochia. La loro intemperanza rivelò il delitto; ed essi furon
condotti in catene alla presenza dell'ingiuriato loro Sovrano, che dopo
una viva rappresentazione della malvagità e follìa di loro intrapresa,
invece d'una tormentosa morte ch'essi meritavano ed aspettavano,
pronunziò la sentenza d'esilio contro i due rei principali. L'unico
fatto in cui parve che Giuliano si scostasse dalla solita sua clemenza,
fu la esecuzione d'un temerario giovane, che aspirato aveva con una
debole mano a prender le redini dell'Impero. Ma questo giovane era
figlio di Marcello, Generale di cavalleria, che nella prima campagna
della guerra Gallica avea disertato dalle bandiere di Cesare e della
Repubblica. Senz'apparire di secondare il personale suo sdegno, Giuliano
potea facilmente confondere il delitto del figlio e del padre; ma fu
acquietato dal dolore di Marcello, e la generosità dell'Imperatore
procurò di medicar la ferita ch'era stata fatta dalla mano della
giustizia[373].
Giuliano non era insensibile a' vantaggi della libertà[374]. Mercè de
suoi studi aveva succhiato lo spirito degli antichi Saggi ed Eroi; la
sua vita e fortuna era stata sottoposta al capriccio d'un tiranno; e
quando salì sul trono, la sua vanità veniva qualche volta mortificata
dalla riflessione che schiavi, i quali non avessero ardito di censurare
i suoi difetti, non erano degni d'applaudire alle sue virtù[375]. Egli
sinceramente abborriva il sistema d'oriental dispotismo, che
Diocleziano, Costantino, e la paziente abitudine d'ottanta anni avevano
stabilito nell'Impero. Un motivo di superstizione lo distornò da
eseguire il disegno, che più volte avea meditato, di sgravare il suo
capo dal peso d'un grave diadema[376]: ma ricusò assolutamente il titolo
di -Dominus- o di -Signore-[377], voce, ch'era diventata sì famigliare
agli orecchi de' Romani, che non si ricordavano più della servile ed
umiliante sua origine. S'amava l'uffizio o piuttosto il nome di Console
da un Principe, che contemplava con rispetto le rovine della Repubblica;
e l'istesso contegno, che Augusto aveva tenuto per prudenza, fu da
Giuliano adottato per scelta e per inclinazione. Nelle calende di
Gennaio, allo spuntar del giorno, i nuovi Consoli, Mammertino e Nevitta,
s'affrettarono d'andare al palazzo per salutare l'Imperatore. Tosto che
fu informato del loro arrivo, scese dal trono, s'avanzò in fretta ad
incontrarli, e costrinse i Magistrati, pieni di rossore, a ricevere le
dimostrazioni della sua affettata umiltà. Dal palazzo si portarono al
Senato. L'Imperatore andò a piedi avanti alle loro lettighe, e la
moltitudine, osservandolo, ammirava l'immagine dei tempi antichi, ovvero
segretamente biasimava una condotta che a' lor occhi avviliva la maestà
della porpora[378]. Ma il contegno di Giuliano fu sostenuto con
uniformità. Nel tempo de' giuochi del Circo egli aveva, o a caso, o
premeditatamente, fatta la manumissione d'uno schiavo alla presenza del
Console. Ma quando si sovvenne d'aver invasa la giurisdizione di un
-altro- Magistrato, si condannò al pagamento di dieci libbre d'oro; e
prese quest'occasione, per dichiarar pubblicamente al Mondo, ch'egli era
soggetto come gli altri suoi concittadini, alle leggi[379] ed anche alle
formalità della Repubblica. Lo spirito della sua amministrazione ed il
riguardo ch'ebbe al luogo della sua nascita, mossero Giuliano a
conferire al Senato di Costantinopoli gli stessi onori, privilegi, ed
autorità, che tuttavia si godevano dal Senato dell'antica Roma[380]. Fu
introdotta, ed appoco appoco stabilita una finzione legale, che la metà
del consiglio nazionale fosse passata in Oriente; e i dispotici
successori di Giuliano, accettando il titolo di Senatori, si
riconoscevano membri d'un rispettabile Corpo, a cui era permesso di
rappresentare la maestà del nome Romano. Da Costantinopoli s'estese
l'attenzion del Monarca a' Senati Municipali delle Province. Abolì con
più editti le ingiuste e perniciose esenzioni, che avevano tolto tanti
oziosi cittadini al servigio della patria; ed imponendo una
distribuzione eguale di pubblici tributi, restituì la forza, lo
splendore, o secondo la viva espression di Libanio[381], l'anima alle
spiranti città dell'Impero. La venerabile antichità della Grecia
eccitava nell'animo di Giuliano la più tenera compassione; egli si
sentiva rapire, quando si rammentava degli Dei, degli Eroi, e degli
uomini superiori agli Eroi ed agli Dei, che avevan lasciato all'ultima
posterità i monumenti del loro genio, e l'esempio delle loro virtù.
Sollevò le angustie, e restituì la bellezza alle città d'Epiro, e del
Peloponeso[382]. Atene lo riconobbe per suo benefattore; Argo per
liberatore. L'orgoglio di Corinto, che risorgeva dalle sue rovine con
gli onori di colonia Romana, esigeva un tributo dalle vicine Repubbliche
per le spese de' giuochi dell'Istmo, che si celebravano nell'anfiteatro
con la caccia di orsi, e pantere. Le città d'Elide, di Delfo, e d'Argo,
le quali avevano ereditato da' remoti loro Maggiori il sacro uffizio di
perpetuare i giuochi Olimpici, Pitj, e Nemei, pretendevano una giusta
esenzione da questo tributo. I Corintj rispettarono l'immunità d'Elide,
e di Delfo; ma la povertà d'Argo tentò l'insolenza della oppressione, e
fu imposto silenzio alle deboli querele de' suoi deputati dal decreto
d'un Magistrato provinciale, che pare avesse consultato soltanto
l'interesse della capitale in cui risiedeva. Sette anni dopo questa
sentenza, Giuliano[383] concesse che la causa fosse rivista in un
tribunal superiore; e s'interpose la sua eloquenza, molto probabilmente
con successo felice, in difesa d'una città ch'era stata la sede reale
d'Agamennone[384], ed avea dato alla Macedonia una stirpe di
conquistatori e di Re[385].
La faticosa amministrazione degli affari militari e civili, ch'eran
moltiplicati a misura dell'estensione dell'Impero, esercitò l'abilità di
Giuliano; ma egli di più frequentemente assumeva i caratteri di
Oratore[386], e di Giudice[387], che son quasi incogniti a' moderni
Sovrani d'Europa. Le arti della persuasione, sì diligentemente coltivate
da' primi Cesari, si trascurarono dalla militar ignoranza e
dall'Asiatico orgoglio de' lor successori; e se condiscendevano ad
arringare i soldati, ch'essi temevano, trattavan con tacito orgoglio i
Senatori, che disprezzavano. Le assemblee del Senato, che s'erano
evitate da Costanzo, si risguardarono da Giuliano come il luogo dove
spiegar potesse con la maggior decenza le massime di un repubblicano, ed
i talenti di un retore. Alternativamente praticava, come in una scuola
di declamazione, le varie maniere di lode, di censura, di esortazione;
ed il suo amico Libanio ha osservato, che lo studio d'Omero insegnogli
ad imitare il semplice e conciso stile di Menelao, la copia di Nestore,
di cui le parole cadevano come fiocchi di neve nell'inverno, o la forte
e patetica eloquenza d'Ulisse. Le funzioni di Giudice, che sono alle
volte incompatibili con quelle di Principe, s'esercitavano da esso non
solo come un dovere, ma eziandio come un divertimento; e sebbene potesse
fidarsi dell'integrità, e del discernimento de' suoi Prefetti del
Pretorio, spesso tuttavia ponevasi loro a lato sul tribunale. L'acuta
penetrazione della sua mente piacevolmente s'occupava in discoprire, ed
abbattere i cavilli degli Avvocati, che si studiavano di mascherare la
verità de' fatti, e di pervertire il senso delle leggi. Qualche volta
per altro dimenticò la gravità del suo posto, fece questioni indiscrete
o inopportune, e dimostrò coll'alto suo tuono di voce, e coll'agitazione
del corpo l'ardente veemenza con cui sosteneva la sua opinione contro i
Giudici, gli Avvocati e i loro clienti. Ma la cognizione che avea del
proprio temperamento, fece sì che incoraggiasse, ed anche sollecitasse
la riprensione de' suoi ministri ed amici; ed ogni volta ch'essi osavano
d'opporsi all'impeto sregolato di sue passioni, gli spettatori poterono
osservare il rossore, ugualmente che la riconoscenza del loro Monarca. I
decreti di Giuliano eran quasi sempre appoggiati a' principi di
giustizia; ed egli avea la fermezza di resistere alle più pericolose
tentazioni, che assalgono il tribunal d'un Sovrano sotto le speciose
apparenze di compassione, e d'equità. Decideva il merito della causa
senza pesare le circostanze delle parti; ed il povero, ch'esso
desiderava di sollevare, veniva condannato a soddisfar le giuste domande
di un nobile e ricco avversario. Distingueva con esattezza il giudice
dal legislatore[388]; e quantunque meditasse di fare una riforma
necessaria alla Romana Giurisprudenza, pure pronunziava le sentenze
secondo la stretta e letterale interpretazione di quelle leggi, che i
magistrati obbligati erano ad eseguire, ed i sudditi ad osservare.
In generale, se i Principi, spogliati della porpora, fosser gettati nudi
nel Mondo, essi cadrebbero immediatamente nella classe più bassa della
società, senza speranza d'uscire dall'oscurità loro. Ma il merito
personale di Giuliano era in qualche modo indipendente dalla sua
fortuna. Qualunque genere di vita avesse egli scelto, per la forza
dell'intrepido suo coraggio, dello spirito vivace, e dell'intensa
applicazione, avrebbe ottenuto, o almeno meritato i più alti onori della
professione, che avesse abbracciato. Giuliano avrebbe potuto per se
stesso innalzarsi al grado di Ministro o di Generale in quello Stato, in
cui fosse nato privato cittadino. Se il geloso capriccio del potere
avesse deluso le sue speranze; o s'egli avesse prudentemente deviato dal
sentiero della grandezza, l'uso degli stessi talenti in una studiosa
solitudine avrebbe posto la sua felicità presente e la sua fama
immortale al di sopra della giurisdizione dei Re. Quando noi guardiamo
con minuta, o forse malevola attenzione il ritratto di Giuliano, sembra
che manchi qualche cosa alla grazia, e perfezione dell'intiera figura.
Il suo genio era meno potente e sublime di quello di Cesare, nè
possedeva la consumata prudenza d'Augusto; le virtù di Traiano
appariscono più stabili e naturali, e la filosofia di Marco è più
semplice e soda. Nondimeno Giuliano sostenne l'avversità con fermezza, e
la prosperità con moderazione. Dopo lo spazio di centoventi anni dalla
morte d'Alessandro Severo, i Romani videro un Imperatore, che non
distingueva i propri doveri da' suoi piaceri; che procurava di sollevare
le angustie, e di far risorgere lo spirito de' suoi sudditi; e che
cercava sempre d'unire l'autorità con il merito e la felicità con la
virtù. Anche la fazione, e la fazion religiosa fu costretta a
riconoscere la superiorità del suo genio in pace ed in guerra, ed a
confessare sospirando, che l'apostata Giuliano fu amante della sua
patria, e meritò l'Impero del Mondo[389].
NOTE:
[305] -Omnes qui plus poterant in palatio, adulandi professores jam
docti, recte consulta prospereque completa vertebant in deridiculum,
talia sine modo strepentes insulse; in odium venit cum victoriis suis;
capella, non homo; ut hirsutum Julianum carpentes, appellantesque
loquacem talpam, et purpuratam simiam, et litterionem Graecum: et his
congruentia plurima atque vernacula Principi resonantes, audire haec
taliaque gestienti, virtutes ejus obruere verbis impudentibus
conabantur, et segnem incessentes, et timidum et umbratilem, gestaque
secus verbis comptioribus exornantem.- Ammian. XVIII. 11.
[306] Ammiano XVI. 12. L'oratore Temistio (IV. -p.- 56, 57) credè tutto
ciò che si conteneva nelle lettere Imperiali, spedite al Senato di
Costantinopoli. Aurelio Vittore, che pubblicò il suo compendio
nell'ultimo anno di Costanzo, attribuisce le vittorie Germaniche alla
-saviezza- dell'Imperatore ed alla -fortuna- di Cesare. Pure l'Istorico
poco dopo fu debitore al favore o alla stima di Giuliano dell'onore di
una statua di rame, e degl'importanti uffizj di Consolare della seconda
Pannonia e di Prefetto di Roma. Ammiano XXI. 10.
[307] -Callido nocendi artificio accusatoriam diritatem laudum titulis
peragebant... Hae voces fuerunt ad inflammanda odia probris omnibus
potentiores.- Vedi Mammertino -in act. Gratiar. in Vet. Paneg.- XI. 5.
6.
[308] Il piccolo intervallo, che passa fra l'-hyeme adulta-, ed il
-primo vere- d'Ammiano (XX. I. 4) invece di dare un sufficiente spazio
per una marcia di tremila miglia renderebbe gli ordini di Costanzo
altrettanto stravaganti, quanto erano ingiusti. Le truppe della Gallia
non potevan giungere in Siria che al fino dell'autunno. Bisogna che le
memorie d'Ammiano fossero inesatte, o le sue espressioni scorrette.
[309] Ammiano XXI. Si riconosce il valore, e la militar perizia di
Lupicino dall'Istorico, il quale nell'affettato sua stile accusa il
Generale d'innalzar le corna del suo orgoglio, ruggendo con tragico
tuono, e facendo dubitar s'egli fosse più crudele o più avaro. Il
pericolo eccitato dagli Scoti, e da' Pitti era tanto serio, che Giuliano
medesimo ebbe qualche idea di passare in persona nell'Isola.
[310] Ei loro permise il -cursus clavularis-, o -clabularis-. Di questi
carri di posta si fa spesso menzione nel Codice, e si suppone, che
portassero mille cinquecento libbre di peso. Vedi Vales. -ad Ammian.-
XX. 4.
[311] Ch'era molto probabilmente il palazzo de' bagni (-Thermarum-) di
cui sussiste ancora una solida ed alta stanza nella via -De la Harpe-.
Quelle fabbriche cuoprivano un considerabile spazio del moderno
quartiere dell'Università; ed i giardini sotto i Re Merovingi
comunicavano coll'abbazia di S. Germano -des Prez-. Dalle ingiurie del
tempo, e de' Normanni quest'antico palazzo fu ridotto nel duodecimo
secolo ad un mucchio di rovine, gli oscuri nascondigli del quale
servivan di scena a' licenziosi amori.
-Explicat aula sinus, montemque amplectitur alis;-
-Multiplici latebra scelerum tersura ruborem.-
- . . . . pereuntis saepe pudoris.-
-Celatura nefas, Venerisque accommoda- furtis.
Questi versi son presi dall'-Architrenius lib. IV. c. 8.- opera poetica
di Giovanni di Hauteville, o Hauville Monaco di S. Albano verso l'anno
1190. Vedi Warton -Istor. della Poes. Ingl. Vol. 1 dissert. 2-. Tali
-furti- però erano forse meno perniciosi per il genere umano delle
Teologiche dispute della Sorbona, che di poi si sono agitate sul
medesimo terreno. Bonamy -Mem. de l'Acad. Tom.- XX. -p.- 678-682.
[312] Anche in quel tumultuoso momento Giuliano badò alla formalità
della superstiziosa cerimonia; ed ostinatamente ricusò l'infausto uso
d'una collana femminile, o d'un collare da cavalli, che gl'impazienti
soldati volevano adoperare in luogo di diadema.
[313] Cioè un'ugual porzione d'oro e d'argento, cinque monete di quello,
ed una libbra di questo, che in tutto ascendeva a circa cinque lire
Sterline, e dieci Scellini.
[314] Per l'intera narrativa di questa ribellione possiamo rimetterci a
materiali originali ed autentici, quali sono Giuliano medesimo (-ad S.
P. Q. Athen. pag.- 282, 283, 284). Libanio (-Orat. Parent. c.- 44-48.
-in Fabric. Bibliot. Graec. Tom.- VII. -p.- 269-273) Ammiano (XX. 4) e
Zosimo (-l.- III. -p.- 151, 152, 153) che nel regno di Giuliano par che
seguiti l'autorità più rispettabile d'Eunapio. Con tali guide potremmo
fare di meno degli abbreviatori e degl'Istorici Ecclesiastici.
[315] Eutropio ch'è un rispettabile testimone, usa la dubbiosa
espressione -consensu militum- (X. 15). Gregorio Nazianzeno di cui
l'ignoranza potrebbe scusare il fanatismo, direttamente accusa
l'apostata di presunzione, d'empietà e d'empia ribellione. αυθαδεια,
απονοια, ασεβεια -Orat.- III. -p.- 67.
[316] Juliano -ad S. P. Q. Athen. p.- 284. Il -divoto- Abbate de la
Bleterie (-Vit. di Giuliano p.- 159) è quasi disposto a rispettare le
divote proteste d'un Pagano.
[317] Ammiano XX. 5 con l'annotazione di Lindenbrogio sul Genio
dell'Impero. Giuliano medesimo in una lettera confidenziale ad Oribasio,
amico e medico suo, (Epist. XVII. -p.- 384) fa menzione d'un altro sogno
a cui prima dell'avvenimento ei prestò fede, cioè d'un grosso albero
gettato a terra, e di una piccola pianta che gettava in terra profonde
radici. Anche nel sonno la mente di Cesare doveva essere agitata dalle
speranze e da' timori di sua fortuna. Zosimo (-l.- III. -p.- 155)
riporta un sogno fatto dopo.
[318] Tacito (-Hist.- I. 80-85) egregiamente descrive la difficile
situazione del Principe di un'armata ribelle. Ma Ottone era molto più
reo e molto meno abile di Giuliano.
[319] A questa lettera ostensibile dice Ammiano, che ne aggiunse delle
private -objurgatorias et mordaces-, che l'Istorico non aveva vedute, e
non avrebbe neppur pubblicate. Forse non sussisterono giammai.
[320] Vedi le prime azioni del suo Regno appresso Giuliano medesimo -ad
S. P. Q. Athen. pag.- 285, 286. Ammiano XX. 5, 8. Liban. -Orat. parent.
c.- 49, 50. -pag.- 273-275.
[321] Liban. -Orat. parent. c.- 50. -pag.- 275, 276. Fu questo uno
strano disordine, poichè continuò più di sette anni. Nelle fazioni delle
Repubbliche Greche gli esiliati ascendevano a 20,000 persone; ed
Isocrate assicura Filippo, che sarebbe stato più facile di levar
un'armata fra vagabondi, che dalle città. Vedi Hume. -Saggi Tom.- I.
-p.- 426-427.
[322] Giuliano (-Epist.- 38. -p.- 44) fa una breve descrizione di
Vesonzio, o Besanzone come di una sassosa penisola quasi circondata dal
fiume Doubs, una volta magnifica Città piena di tempj ec., e poi ridotta
ad una piccola terra, che risorgeva però dalle sue rovine.
[323] Vadomair entrò nella milizia Romana, e dal grado di Re barbaro fu
promosso a quello di Duce di Fenicia. Egli mantenne sempre il medesimo
artificioso carattere (Ammiano XXI. 4). Ma sotto il Regno di Valente
segnalò il suo valore nella guerra d'Armenia (XXIX. 1).
[324] Ammiano XX. 10. XXI. 3. 4. Zosimo -lib.- III. -p.- 155.
[325] Il suo corpo fu mandato a Roma, e sotterrato vicino a quello di
Costantina sua sorella nel sobborgo della via -Nomentana-. Ammiano XX.
1. Libanio ha composto una ben debole apologia per giustificare il suo
Eroe da un'accusa molto assurda, vale a dire d'avere avvelenato la
propria moglie, e premiato il medico di essa con le gioie di sua madre
(Vedi la settima delle diciassette nuove Orazioni pubblicate a Venezia
nel 1754 da un MS. della libreria di S. Marco -p.- 117-127). Elpidio,
Prefetto del Pretorio d'Oriente, alla testimonianza del quale s'appella
l'accusator di Giuliano, si caratterizza da Libanio per un -effeminato-
ed ingrato; si loda però la religione d'Elpidio da Girolamo (-Tom.- I.
-p.- 243) e la sua umanità da Ammiano (XXI. 6).
[326] «Feriarum die, quem celebrantes mense Januario Christiani
-Epiphania- dictitant, progressus in eorum Ecclesiam, solemniter numine
orato discessit» Ammiano XXI. 2. Zonara osserva, che ciò seguì nel
giorno di Natale; e può la sua asserzione esser vera; mentre le Chiese
d'Egitto, d'Asia, e forse di Gallia celebravano il medesimo giorno (sei
di Gennaro) la natività ed il Battesimo del Salvatore. I Romani,
ugualmente ignoranti che i lor confratelli della vera data della sua
nascita ne fissarono la solenne festa a' 25 di Decembre -Brumalia-, o
solstizio d'inverno, quando i Pagani annualmente celebravan la nascita
del sole. Vedi Bingam. -Antich. della Chies. Cristian lib.- XX. -c.- 4.
e Beausobre -Hist. Critic. du Manic. T.- II. -p.- 690-700.
[327] Le pubbliche e segrete negoziazioni fra Costanzo e Giuliano
debbono trarsi con qualche cautela da Giuliano medesimo (-Orat. ad S. P.
Q. Athen. pag.- 286), da Libanio (-Orat. parent. cap.- 61. -pag.- 276),
da Ammiano (XX. 9.), da Zosimo (-lib.- III -p.- 154), ed anche da Zonara
(-T.- II -lib.- XIII. -p.- 20 ec.), che in questo proposito pare, che
avesse ed usasse dei valutabili materiali.
[328] Trecento miriadi, ovvero tre milioni di -medimni-, misura comune
appresso gli Ateniesi, che conteneva sei -modj- Romani. Giuliano
dimostra da Soldato e da Politico il rischio della sua situazione e la
necessità ed i vantaggi di una guerra offensiva (-ad S. P. Q. Athen.
pag.- 286. 287).
[329] Vedi la sua orazione ed il contegno delle truppe appresso Ammiano
XXI. 5.
[330] Egli aspramente ricusò la sua mano al supplichevole Prefetto, che
fu mandato in Toscana (Ammiano XXI. 5). Libanio con barbaro furore
insulta Nebridio, applaude ai soldati, e quasi censura l'umanità di
Giuliano (-Orat. Parent. c.- 53. -p.- 278).
[331] Ammiano XXI. 8. In tal promozione osservò Giuliano la legge che
aveva pubblicamente imposto a se stesso: -Neque civilis quisdam Judex,
nec militaris rector, alio quodam praeter merita suffragante, ad
potiorem veniat gradum- (Ammiano XX. 5). L'assenza non indebolì il suo
riguardo per Sallustio, col nome del quale onorò il Consolato dell'anno
363.
[332] Ammiano (XXI. 8) attribuisce ad Alessandro Magno, e ad altri abili
Generali la stessa pratica e l'istesso motivo.
[333] Questo bosco era una parte della gran foresta Ercinia, che al
tempo di Cesare s'estendeva dal paese de' Rauraci, -Basilea-, sino alle
indefinite regioni del Nort. Vedi Cluver. -German. antiq. l. III. c.
47-.
[334] Si paragoni Libanio -Orat. Parent. c. 53. p. 278-279-, con
Gregorio Nazianzeno -Orat. III. p. 68-... Anche il Santo ammira la
celerità e la segretezza della sua marcia. Un moderno Teologo forse
applicherebbe al progresso di Giuliano que' versi, che originalmente
appartengono ad un altro apostata (-Milton-).
. . . . . . . . In questa guisa il truce
Viandante infernal per l'aspro e 'l piano,
Il denso, il raro, i ripidi, i burroni
Capo e mani, ali e piedi oprando a gara,
Il suo cammin sospinge, ed or s'attuffa,
Ora nuota, ora striscia, or guazza, or vola.
[335] In quello spazio la -Notizia- colloca due o tre flotte, la
-Lauriacense- (a Lauriacum o Lorch) l'-Arlapense-, la -Maginense-; e fa
menzione di cinque legioni o coorti di Liburnarj, che dovevano essere
una specie di soldati di marina. -Sect. 58. Edit. Labb-.
[336] Il solo Zosimo (-l. III. p. 156-) ha specificato
quest'interessante circostanza. Mammertino (-in Paneg. vet. XI. 6, 7,
8-) che accompagnava Giuliano come Conte delle sacre largizioni,
descrive questo viaggio in una florida e pittoresca maniera, sfida
Trittolemo e gli argonauti di Grecia ec.
[337] La descrizione d'Ammiano, che può esser fiancheggiata da altre
prove, assicura la situazione precisa delle -Angustiae Succorum-, o
passo di Succi. Danville per una debole somiglianza di nomi l'ha posto
fra Sardica e Naisso. Io son costretto per giustificarmi a far menzione
dell'-unico- errore, che ho scoperto nelle carte o negli scritti di
quell'ammirabil Geografo.
[338] Per quante circostanze possiamo prendere altrove, Ammiano (XXI. 8,
9, 10) somministra sempre la sostanza della narrazione.
[339] Ammiano XXI. 9, 10. Liban. -Orat. Parent. c. 54. p. 279. 280.-
Zosimo -lib. III p. 157.-
[340] Giuliano (-ad S. P. Q. Athen. p. 286-) positivamente asserisce,
che aveva intercettate le lettere di Costanzo a' Barbari; e Libanio
afferma con ugual sicurezza che nella sua marcia le lesse alle truppe ed
alle città. Contuttocciò Ammiano XXI. 4 s'esprime con una fredda ed
ingenua dubbiezza: -Si famae solius admittenda est fides.- Specifica
però una lettera intercetta e scritta da Vadomair a Costanzo, che
suppone un'intima corrispondenza fra loro; -Caesar tuus disciplinam non
habet.-
[341] Zosimo rammenta le lettere di Giuliano agli Ateniesi, a' Corintj,
ed a' Lacedemoni. La sostanza era probabilmente l'istessa, quantunque ne
fosse variata la direzione. L'epistola agli Ateniesi tuttavia sussiste
p. 268-287, ed ha somministrato notizie assai valutabili. Essa merita le
lodi dell'Abbate della Bleterie (-Pref. a l'Hist. de Jovien. p. 24, 25-)
ed è uno de' migliori manifesti, che si possano trovare in qualsivoglia
linguaggio.
[342] -Auctori tuo reverentiam rogamus.- Ammiano XXI 10. È molto
piacevole l'osservare i segreti contrasti del Senato fra l'adulazione ed
il timore. Vedi Tacito -Hist. I. 85.-
[343] -Tamquam venaticam praedam caperet; hoc enim ad leniendum suorum
metum subinde praedicabat-. Ammiano XXI. 7.
[344] Vedi il discorso ed i preparativi in Ammiano XXI 13. Il vil
Teodoto implorò in seguito ed ottenne il perdono dal pietoso
conquistatore, che indicò il desiderio che aveva di scemare il numero
de' nemici e di accrescere quello degli amici (XXII 14).
[345] Ammiano XXI. 7. 11. 12. Par ch'ei descriva con fatica superflua le
operazioni dell'assedio d'Aquileia, che in quest'occasione mantenne la
sua fama d'insuperabile. Gregorio Nazianzeno (-Orat. III. p.68-.)
attribuisce quest'accidentale rivolta all'abilità di Costanzo, di cui
annunzia la sicura vittoria con qualche apparenza di verità. -Constantio
quem credebat procul dubio fore victorem: nemo enim omnium tunc ab hac
constanti sententia discrepebat-. Ammiano -XXI. 7-.
[346] Ammiano rappresenta fedelmente la morte ed il carattere d'esso
(XXI. 14. 156.) ed abbiam motivo di non ammettere, e di detestar la
stolta calunnia di Gregorio (-Orat. III. p. 68-.) che accusa Giuliano
d'aver macchinata la morte del suo benefattore. Il privato pentimento
dell'Imperatore d'aver risparmiato, e promosso Giuliano (-p. 69. ed
Orat. XXI. p. 389-.) in se stesso non è improbabile, nè incompatibile
col pubblico suo verbal Testamento, che potè negli ultimi momenti della
sua vita esser dettato da considerazioni prudenziali.
[347] Nel descrivere il trionfo di Giuliano, Ammiano (XXI, 1, 2.) assume
il sublime accento di oratore, o di poeta; mentre Libanio (-Orat.
parent. c. 56. p. 281-) cade nella grave semplicità d'un Istorico.
[348] I funerali di Costanzo vengon descritti da Ammiano (-XXI 16-), da
Gregorio Nazianzeno (-Or. VI. p. 119-), da Mammertino (-in Paneg. vet.
XI. 27-), da Libanio (-Orat. parent. c. 56. p. 283-), ed a Filostorgio
(-l. VI. c. 6. con le dissertaz. del Gottofredo p. 265-). Questi
Scrittori, e quelli, che gli han seguitati, secondo la propria
professione di Pagani, di Cattolici, e di Arriani, osservano
l'Imperatore sì vivo che morto con occhi assai differenti.
[349] Non sono ben determinati l'anno ed il giorno della nascita di
Giuliano. Il giorno è probabilmente il sei di Novembre, e l'anno
dev'essere il 331, o il 332. Tillemont. -Hist. des Emper. T. IV. p.
693-. Ducange -Fam. Byzant. p. 50-. Io ho preferito la data più antica.
[350] Giuliano medesimo -p. 253-259-. ha espresso queste idee
filosofiche con molta eloquenza, e con qualche affettazione in una
lettera molto elaborata a Temistio. L'Ab. della Bleterie (-Tom. II. p.
146-183-.) che ne ha fatta un'eloquente traduzione, è inclinato a
credere, che questi fosse il celebre Temistio, di cui tuttavia
sussistono le orazioni.
[351] Julian. -ad Temist. p. 258-. Il Petavio -not. p. 95-. osserva, che
questo passo è preso dal -libro quarto De Legibus-; ma o Giuliano citava
a mente, o i suoi manoscritti eran diversi da' nostri. Senofonte
incomincia la Ciropedia con una riflessione simile.
[352] Ο δε ανθρωπον κελευων αρχειν τροστιθησι και θηριον (-chi esorta
l'uomo a comandare l'insuperbisce, e lo muta in fiera-.) Arist. -ap.
Julian. p. 261.- Il MS. di Vossio, non contento d'una sola bestia,
somministra la più forte lezione di θηρια -fiere-, che può garantirsi
dall'esperienza del dispotismo.
[353] Libanio -Orat. parent. c. 84, 85. p. 310, 311-312- ci ha dato
quest'interessante ragguaglio della vita privata di Giuliano. Egli
stesso in -Misopogon p. 350-. fa menzione del suo cibo vegetabile, e
biasima il grossolano e sensuale appetito del popolo d'Antiochia.
[354] -Lectulus... Vestalium toris purior-. È la lode, che Mammertino
(-Paneg. vet. XI. 13-.) indirizza a Giuliano medesimo. Libanio afferma
in un semplice e perentorio linguaggio che Giuliano non ebbe mai
commercio con donne, prima del suo matrimonio, o dopo la morte della sua
moglie (-Orat. parent. c. 88. p. 323-). La castità di Giuliano vien
confermata dall'imparzial testimonianza d'Ammiano (-XXV. 4-.) e dal
parzial silenzio de' Cristiani. Pure Giuliano ironicamente insiste sul
rimprovero del Popolo d'Antiochia, che esso -quasi sempre- ωϛ επιπαν
(-in Misopogon p. 345-) stava solo. L'Ab. della Bleterie spiega
questa sospettosa espressione (-Hist. de Jovien. Tom. II. p. 103-109-.)
con candore ed ingenuità.
[355] Vedi Salmas. -ad Sueton. in Claud. 21-. Vi fu aggiunta una
ventesima quinta corsa, o missus, per compire il numero di cento cocchi,
quattro de' quali, distinti da quattro colori, correvano ad ogni corsa.
-Centum quadrijugos agitabo ad flumina cursus.-
Sembra che corressero cinque o sette volte intorno alla -meta-. Svet.
-in Domit. c. 4-. E secondo la misura del Circo Massimo a Roma,
dell'Ippodromo a Costantinopoli ec. poteva essere un corso di circa
quattro miglia.
[356] Juliano -in Misopogon p. 340-. Giulio Cesare aveva offeso il
Popolo Romano leggendo le lettere nel tempo della corsa. Augusto secondò
il genio di esso ed il proprio con una costante attenzione
all'importante affare del Circo, per cui dichiarava d'avere la più forte
inclinazione; -vet. in August. c. 45-.
[357] La riforma del Palazzo è descritta da Ammiano (-XXII. 4-), da
Libanio (-Orat. parent. c. 62. p. 288-), da Mammertino (-in paneg. Vet.
11-.), da Socrate (-l. III. c. 1-), e da Zonara (-Tom. II. l. 13, p.
24-).
[358] -Ego non Rationalem jussi, sed tonsorem accivi-. Zonara usa
l'immagine meno naturale d'un senatore. Pure un uffizial di finanze,
saziato dalle ricchezze, desiderar poteva ed ottener gli onori del
Senato.
[359] Μαγειρους μεν χιλιουσ, κουρεας δε ουκ ουλαττους, οινοχοους δε
πλειους, σμηνη τραπεζοποιων, ευνουχους υπερ τας μυιας παρα τοις ποιμεσι
εν ηρι -Mille cuochi, non minor numero di tonsori, maggiore di
coppieri, sciami di serventi alle tavole, eunuchi più delle mosche
intorno a' greggi nell'estate-. Queste son le parole originali di
Libanio, che ho fedelmente citate affinchè non si sospettasse, che io
avessi amplificato gli abusi della casa Reale.
[360] L'espressioni di Mammertino son forti e vivaci. -Quin etiam
prandiorum et coenarum laboratas magnitudines Romanus Populus sensit;
cum quaesitissimae dapes non gustui sed difficultatibus aestimarentur;
miracula avium, longinquae maris pisces; alieni temporis poma, aestive
nives, hybernae rosae-.
[361] Nondimeno Giuliano medesimo fu accusato di aver concesso delle
intiere città agli Eunuchi (-Orat. VII. contr. Policlet. pag. 117-127-).
Libanio si contenta d'una fredda ma positiva negazione del fatto, che
realmente sembra piuttosto appartenere a Costanzo. Tale accusa però si
può riferire a qualche incognita circostanza.
[362] Nel -Misopogon- (-p. 338, 339-) fa una pittura molto singolare di
se stesso, e le seguenti parole sono caratteristiche al sommo αυτος
προσεθεικα τον βαθον τουτονι τωγονα... ταυτα τοι διαθεοντων ανεχομαι
των φθειρων οσπερ εν λοχμη των θηριων. -Ho fatto crescere questa
profonda barba.... così difendo gl'insetti, che trattan fra loro, come
in un recinto di fiere.- Gli amici dell'Ab. della Bleterie lo
scongiurarono, in nome della nazione Francese, a non tradur
questo passo che così offendeva la loro delicatezza. -Hist. de Jovien-.
T. II. p. 94. Io mi son contentato, come egli fa, d'una passeggiera
allusione; ma il piccolo animale, che Giuliano -nomina-, è il più
famigliare all'uomo, e significa amore.
[363] Julian -Epist.- XXIII. p. 389. Egli adopera le parole πολυκε φαλον
ὑδραν scrivendo al suo amico Ermogene, che conversava com'esso co' Poeti
Greci.
[364] Si debbon diligentemente distinguere i due Sallustj, il Prefetto
di Gallia e quello d'Oriente (-Hist. des Emper.- Tom. IV. p. 696). Ho
usato il soprannome di secondo come conveniente epiteto. Il secondo
Sallustio godè la stima dei Cristiani medesimi: e Gregorio Nazianzeno,
che condannava la sua religione, ha celebrato le sue virtù -Orat.- III.
p. 90. Vedi una curiosa nota dell'Ab. della Bleterie -Vie de Julien-. p.
463.
[365] Mammertino loda l'Imperatore (-XI.- 1.) per aver dati gli uffizi
di Tesoriere e di Prefetto ad un uomo d'abilità, di fermezza,
d'integrità come egli stesso. Pure anche Ammiano lo pone (XX. 1) fra'
ministri di Giuliano -quorum merita, norat et fidem-.
[366] Le processure di questo Tribunal di giustizia son riferite da
Ammiano (XXII. 3.) e lodate da Libanio (-Orat. parent. c. 74.- p. 299.
300).
[367] -Ursuli vero necem ipsa mihi videtur flesse justitia.- Libanio,
che attribuisce tal morte a' soldati, tenta di accusare anche il Conte
delle largizioni.
[368] Si conservava sempre tal venerazione per li rispettabili nomi
della repubblica, che il Pubblico fu sorpreso, e scandalizzato nell'udir
Tauro, citato come reo, sotto il consolato di Tauro. La citazione del
collega Florenzio probabilmente fu differita fino al principio dell'anno
seguente.
[369] Ammiano XX. 7.
[370] Intorno ai delitti ed alla punizione di Artemio, vedi Giuliano
(-Epist. X p. 379-) ed Ammiano (XXII. 6 e -Vales. ivi-). Il merito di
Artemio, che consiste nell'aver demolito templi, ed essere stato posto a
morte da un apostata, ha tentato le Chiese Greca e Latina ad onorarlo
come un martire. Ma l'istoria ecclesiastica afferma ch'egli non solo fu
un tiranno, ma anche un Arriano, onde non è troppo agevole il
giustificare questa promozione indiscreta. Tillemont, -Mem. Eccl. T.
VII. p. 1319-.
[371] Vedi Ammiano XXII. 6. Valesio -Iv.- il Cod. Teodosiano lib. II.
Tit. XXXIX. leg. 1 e Gottofredo -Comment. Iv. Tom. 1. v. 218-.
[372] Il presidente di Montesquieu (-Consider. sur la Grand. des Rom. c.
14. nelle sue opere Tom. III. p. 448. 449-) scusa tal minuta, ed assurda
tirannia col supporre, che azioni le più indifferenti a' nostri occhi
dovevano eccitare in una mente Romana l'idea di delitto e di pericolo.
Questa strana apologia vien sostenuta da una strana mal'interpretazione
delle leggi Inglesi: -Chez une nation.... où il est défendu de boire à
la santé d'une certaine personne-.
[373] La clemenza di Giuliano, e la cospirazione, che si formò contro di
lui ad Antiochia, si descrivono da Ammiano (-XXII 9, 10 c. Vales. Iv-.)
e da Libanio (-Orat. parent. c. 99. p. 323-).
[374] Secondo alcuni, dice Aristotile (come vien citato da Giuliano -ad
Themist-. pag. 261), la forma d'un assoluto Governo, la παμβασιλεια è
contraria alla natura. Sì il Principe, che il Filosofo però vogliono
avvolger questa verità eterna in un'artificiosa elaborata oscurità.
[375] Tal sentimento è espresso quasi nei termini di Giuliano medesimo.
Ammiano XXII. 10.
[376] Libanio (-Orat. Parent. c. 95, p. 320-) che fa menzione del
desiderio, e del disegno di Giuliano indica in un misterioso linguaggio
θεων, ουτω γνοντων..... αλλ’ ην αμεινον ὁ κωλυων -Così
disponendo gli Dei.... Ma era miglior consiglio quello d'impedirlo- che
l'Imperatore fu ritenuto da qualche speciale rivelazione.
[377] Juliano -in Misopogon p. 343-. Siccome non abolì mai con alcuna
pubblica legge i superbi nomi di -despota-, o -dominus-, questi tuttavia
sussistono nelle sue medaglie (Du Cange -Fam. p. 38, 39-); ed il privato
dispiacere, che affettava d'esprimere, non fece che dare uno stile
diverso alla servil maniera della Corte. L'Ab. della Bleterie (-Hist. de
Jovien. Tom. II p. 99-102-) ha curiosamente investigato l'origine, ed il
progresso della parola -dominus- sotto il governo Imperiale.
[378] Ammiano XXII. 7. Il Console Mammertino (-in Paneg. vet. XI 28, 29,
30-) celebra quel fausto giorno, come un eloquente schiavo, attonito ed
inebbriato per la condiscendenza del suo signore.
[379] La satira personale si condannava dalle leggi delle dodici tavole:
-si mala condiderit in quem quis carmina, jus est, judiciumque-.
Giuliano (-in Misopogon p. 337-) si confessa sottoposto alla legge; e
l'Ab. della Bleterie (-Hist. de Jov. Tom. II. p. 92-.) ha prontamente
abbracciato una dichiarazione sì favorevole al suo sistema, ed al vero
spirito dell'Imperiale costituzione.
[380] Zosimo -l. III. p. 158-.
[381] ἡ της βουλης ισχυς ψυχη πολεως εστιν -La forza del
Senato è l'anima della città-. Vedi Libanio (-Orat. parent. c. 71. p.
296-). Ammiano (XXII. 9.) ed il Codice Teodosiano (-lib. XII. Tit. I.
leg. 50-55. col Coment. del Gottofredo Tom. IV. p. 390-402-). Pure tutto
il soggetto delle Curie, non ostanti gli ampi materiali che vi sono,
rimane sempre il più oscuro nell'Istoria legale dell'Impero.
[382] -Quae paulo ante arida, et sibi anhelantia visebantur, ea nunc
perlui, mundari, madere; fora, deambulacra, gymnasia laetis et
gaudentibus Populis frequentari; dies festos et celebrari veteres et
novos in honorem Principis consecrari- (Mammertino XI. 9). Esso
particolarmente restaurò la città di Nicopoli, ed i giuochi Aziaci
instituiti da Augusto.
[383] Juliano -Ep. XXXV. p. 407-411-. Questa lettera, che illustra la
decadente età della Grecia, è omessa dall'Ab. della Bleterie, e
stranamente sfigurata dal traduttore latino, che indicando ατελεια
-immunità- per -tributo- e ιδιωται -privati- per -populus-,
direttamente contraddice al senso dell'Originale.
[384] Esso regnò in Micene alla distanza di cinquanta stadi, o di sei
miglia da Argo, ma queste Città che fiorirono alternativamente, son
confuse fra loro da' Poeti Greci. Strab. -l. VIII. p. 879. edit. Amstel.
1707-.
[385] Marsham. -Can. Chron. p. 420-. Questa provenienza da Temeno ed
Ercole può esser sospetta; pure fu accordata dopo un rigoroso esame da'
giudici de' giuochi Olimpici (Erodoto -l. V. c. 22-.) in un tempo nel
quale i Re di Macedonia eran oscuri, e non popolari nella Grecia. Quando
la lega Achea si dichiarò contro Filippo, fu creduto conveniente, che i
deputati d'Argo si ritirassero. T. Liv. -XXXII-.
[386] È celebrata la sua eloquenza da Libanio (-Orat. parent. c. 75. 76.
p. 300. 301-.) che fa menzione distintamente degli Oratori d'Omero.
Socrate (-l. III c. 1.-) ha imprudentemente affermato, che Giuliano fu
il solo Principe dopo Giulio Cesare, che arringò nel Senato. Tutti i
predecessori di Nerone, (Tacit. -Annal. XIII. 3-) e molti de' suoi
successori possederono la facoltà di parlare in pubblico; e si potrebbe
provare con varj esempj, ch'essi l'esercitarono frequentemente in
Senato.
[387] Ammiano (XXII. 10.) ha imparzialmente narrati i meriti, ed i
difetti delle sue processure giudiciali. Libanio (-Orat. parent. c. 90.
91. p. 315-.) ha veduto solo il lato buono, e la sua pittura, se adula
la persona, esprime almeno i doveri del giudice. Gregorio Nazianzeno
(-Orat. IV. p. 120-.) che sopprime le virtù, ed esagera eziandio i più
piccoli difetti dell'apostata, trionfalmente domanda, se un tal giudice
fosse atto a sedere fra Minosse e Radamanto ne' campi elisi.
[388] Delle leggi, che Giuliano fece in un regno di sedici mesi,
cinquantaquattro sono state ammesse ne' codici di Teodosio, e di
Giustiniano (-Gothofr. Chron. Leg. p. 64-67-.) L'Ab. della Bleterie (T.
II. p. 329-336.) ha scelto una di queste leggi per dare un'idea dello
stile latino di Giuliano, ch'è forte ed elaborato, ma men puro del suo
stile Greco.
CAPITOLO XXIII.
-Religione di Giuliano. Tolleranza universale. Tenta di
restaurare il culto Pagano: di rifabbricare il tempio di
Gerusalemme. Persecuzione artificiosa de' Cristiani. Zelo ed
ingiustizia vicendevole.-
Il carattere d'Apostata ha oltraggiato la riputazione di Giuliano; e
l'entusiasmo, che ne adombrò le virtù, ha esagerato la reale o apparente
grandezza de' suoi difetti. La nostra parziale ignoranza ce lo può
rappresentare come un filosofo Sovrano, che procurò di proteggere con
ugual favore le religiose fazioni dell'Impero, e mitigare la teologica
febbre, che aveva infiammato le menti del popolo, dagli editti di
Diocleziano sino all'esilio d'Atanasio. Un esame però più accurato del
carattere e della condotta di Giuliano ci toglierà questa favorevole
prevenzione per un Principe, che non fu esente dal general contagio de'
suoi tempi. Abbiamo il singolar vantaggio di poter confrontare fra loro
le pitture, che ne sono state fatte, sì da' suoi più appassionati
ammiratori, che dagl'implacabili suoi nemici. Le azioni di Giuliano son
fedelmente riferite da un giudizioso e candido Istorico, imparziale
spettatore della vita e della morte di esso. L'unanime testimonianza de'
suoi contemporanei viene confermata dalle pubbliche e private
dichiarazioni dell'Imperatore medesimo; ed i suoi varj scritti esprimono
l'uniforme tenore de' religiosi sentimenti di lui, che la politica
avrebbe dovuti fargli piuttosto dissimulare che affettare. Un divoto e
sincero attaccamento agli Dei d'Atene e di Roma formava la dominante
passion di Giuliano[390]; le facoltà d'un intelletto illuminato furon
tradite e corrotte dalla forza d'un superstizioso pregiudizio; ed i
fantasmi, ch'esistevano soltanto nella mente dell'Imperatore, produssero
un reale e pernicioso effetto sul governo dell'Impero. Il veemente zelo
de' Cristiani, che disprezzavano il culto, e rovesciavan gli altari di
quelle favolose divinità, trasse il loro devoto in uno stato
d'irreconciliabile ostilità con una numerosa porzione di sudditi; ed
egli fu qualche volta tentato dal desiderio della vittoria, dalla
vergogna della ripulsa, a violar le leggi della prudenza ed anche della
giustizia. Il trionfo del partito, ch'egli abbandonò ed a cui s'oppose,
ha stampato una macchia d'infamia sul nome di Giuliano; ed il
disgraziato Apostata è stato oppresso da un torrente di pie invettive,
il segnal delle quali fu dato dalla sonora tromba[391] di Gregorio
Nazianzeno[392]. L'interessante natura degli avvenimenti, ammucchiati
nel breve regno di quest'operativo Imperatore, merita una giusta e
circostanziata narrazione. I motivi, i consigli e le azioni del
medesimo, in quanto sono connesse coll'istoria della religione,
formeranno il soggetto del presente capitolo.
Può esser derivata la causa della strana e fatale apostasia di Giuliano
dal tempo della sua più tenera età, in cui restò orfano nelle mani degli
uccisori di sua famiglia. S'associarono tosto i nomi di Cristo e di
Costanzo, le idee di schiavitù e di religione in una giovenil
immaginativa, suscettibile delle più vive impressioni. Fu affidata la
cura della sua puerizia ad Eusebio Vescovo di Nicomedia[393], che gli
era congiunto per parte di madre; e fino all'età di vent'anni ricevè da'
Cristiani suoi precettori l'educazione non già da eroe, ma da santo.
L'Imperatore, meno geloso della corona celeste, che della terrena, si
contentava dell'imperfetto carattere di catecumeno, mentre largiva i
vantaggi del battesimo[394] a' nipoti di Costantino[395]. I quali furono
ammessi fino agli uffizi minori dell'Ordine ecclesiastico; e Giuliano
pubblicamente lesse le sacre scritture nella Chiesa di Nicomedia. Lo
studio della religione, che assiduamente facevano, parve che producesse
i più bei frutti di fede e di devozione[396]. Essi pregavano,
digiunavano, dispensavano elemosine a' poveri, doni al Clero, ed
oblazioni alle tombe de' martiri, e lo splendido monumento di S. Mamas a
Cesarea fu eretto, o almeno intrapreso, congiuntamente per opera di
Gallo e di Giuliano[397]; conversavan rispettosamente co' Vescovi più
eminenti per la lor santità, e chiedevano la benedizione a' Monaci ed
agli eremiti, che avevano introdotto in Cappadocia i volontari travagli
della vita ascetica[398]. A misura che i due Principi s'avanzavano verso
la virilità, dimostravano ne' religiosi lor sentimenti la differenza de'
loro caratteri. Il tardo ed ostinato ingegno di Gallo con implicito zelo
abbracciò le dottrine del Cristianesimo, che non influirono mai sulla
sua condotta, nè moderarono le sue passioni. La mansueta indole del
fratello minore fu meno ripugnante a' precetti del Vangelo, e la sua
attiva curiosità potè restar soddisfatta da un sistema teologico, che
spiega la misteriosa essenza di Dio, ed apre un infinito prospetto
d'invisibili e futuri Mondi. Ma l'indipendente spirito di Giuliano
ricusò di cedere alla passiva ed irresistente obbedienza, ch'esigevasi a
nome della Religione dagli altieri Ministri della Chiesa. Imponevano
essi le loro speculative opinioni come leggi positive, sostenute da
terrori di eterne pene; ma mentre prescrivevano il rigido formulario de'
pensieri, delle parole, e delle azioni del giovane Principe; mentre
facevan tacere le sue obbiezioni; e severamente frenavan la libertà
delle sue ricerche, segretamente provocavano l'impaziente suo ingegno a
ricusar l'autorità delle sue ecclesiastiche guide. Era egli educato
nell'Asia Minore fra gli scandali della controversia Arriana[399]. Le
fiere contese de' Vescovi Orientali, le continue alterazioni de' loro
simboli ed i motivi profani, che sembravano agire sulla lor condotta,
insensibilmente fortificarono il pregiudizio di Giuliano, che essi non
intendessero nè credessero la Religione, per la quale sì ardentemente
combattevano. In vece di dar orecchio alle prove del Cristianesimo con
quella favorevole attenzione che aggiunge peso alla testimonianza più
rispettabile, egli ascoltava con sospetto, poneva in dubbio con
ostinazione ed acutezza le dottrine, per le quali aveva già concepito
un'avversione invincibile. Ogni volta che si faceva comporre ai giovani
Principi qualche declamazione sopra le controversie allora correnti,
Giuliano si dichiarava sempre avvocato del Paganesimo sotto lo spezioso
pretesto, che la sua dottrina o cultura si sarebbe esercitata e spiegata
più vantaggiosamente in difesa della causa più debole.
Appena Gallo fu investito dell'onor della porpora, venne permesso a
Giuliano di respirar l'aria della libertà, della letteratura, e del
Paganesimo[400]. La schiera de' sofisti, ch'erano attratti dal gusto e
dalla liberalità del loro Allievo reale, avea formato una stretta lega
fra il sapere e la religione della Grecia; ed i poemi d'Omero, invece
d'esser ammirati come originali produzioni dell'ingegno umano, venivano
seriamente attribuiti alla celeste inspirazione d'Apollo e delle Muse.
Le deità dell'Olimpo, quali sono dipinte dal vate immortale, s'imprimono
nelle menti anche le meno portate alla superstiziosa credulità. La
famigliar cognizione, che abbiamo de' loro nomi e caratteri, le loro
forme ed attributi, -pare- che diano a questi aerei soggetti una reale e
sostanzial esistenza, ed il piacevol incanto produce un imperfetto e
momentaneo assenso dell'immaginazione a quelle favole, che sono le più
ripugnanti alla nostra ragione ed esperienza. Nell'età di Giuliano i
magnifici tempj della Grecia e dell'Asia; le opere di quegli artefici,
che avevano espresso colla pittura o colla scultura i divini concetti
del Poeta; la pompa delle feste e de' sacrifizj; le arti fortunate della
divinazione; le popolari tradizioni degli oracoli e de' prodigi,
l'antica pratica di duemila anni, ogni circostanza in somma contribuiva
ad accrescere e fortificar l'illusione. La debolezza del politeismo era
in qualche modo scusata dalla moderazione di ciò che esigeva, e la
devozione de' Pagani non era incompatibile col più libero
scetticismo[401]. Invece d'un indivisibile e regolar sistema che occupa
tutta l'estensione della mente che crede, la mitologia de' Greci era
composta di mille sciolte e flessibili parti, ed il servo degli Dei
poteva liberamente determinare il grado e la misura della religiosa sua
fede. Il simbolo che Giuliano adottò per suo uso, aveva le più ampie
dimensioni; e, per una strana contraddizione, sdegnò il giogo salutare
del Vangelo, mentre fece una volontaria offerta della sua ragione su gli
altari di Giove e d'Apollo. Una delle orazioni di Giuliano è consacrata
in onore di Cibele, madre degli Iddii, ch'esigeva dagli effeminati
sacerdoti suoi il sanguinoso sacrifizio, sì temerariamente fatto dalla
pazzia del fanciullo di Frigia. Il pio Imperatore condiscende fino a
riferire senza rossore e senza riso il viaggio della Dea da' lidi di
Pergamo all'imboccatura del Tevere, e lo stupendo miracolo, che convinse
il Senato ed il Popolo di Roma che il pezzo di terra, che i loro
ambasciatori avean trasportato sul mare, avea vita e sentimento e divino
potere[402]. Per la verità di tal prodigio egli si appella a' pubblici
monumenti della città, e censura, con qualche acrimonia, l'infermo ed
affettato gusto di quelli, che impertinentemente deridono le sacre
tradizioni de' loro Maggiori[403].
Ma il devoto Filosofo, che sinceramente abbracciava, e caldamente
incoraggiava la superstizione del popolo, a se stesso riservava il
privilegio di una libera interpretazione; e passava in silenzio dal piè
dell'altare all'interior santuario del Tempio. La stravaganza della
Greca mitologia proclamava con chiara ed intelligibile voce, che il pio
investigatore invece di scandalizzarsi, o soddisfarsi del senso
letterale, dovesse diligentemente esplorar la occulta sapienza che s'era
nascosta dalla prudenza dell'Antichità sotto la maschera della favola e
della follia[404]. I Filosofi della scuola Platonica[405], Plotino,
Porfirio, ed il divino Jamblico erano ammirati come i più dotti maestri
di quest'allegorica scienza, che cercava di mitigare, e di render
coerenti le deformi fattezze del Paganesimo. Giuliano medesimo, che fu
diretto nella misteriosa ricerca da Edesio, venerabile successore di
Jamblico, aspirava al possesso d'un tesoro, che (se dee credersi alle
sue solenni asserzioni) egli stimava molto più dell'Impero del
Mondo[406]. In fatti era un tesoro che traeva il suo valore solo
dall'opinione; ed ogni artefice che si lusingava d'aver estratto il
prezioso metallo dalle scorie che lo circondavano, avea un egual diritto
di dargli la figura ed il nome, che più piaceva alla sua particolar
fantasia. La favola d'Ati e di Cibele s'era già spiegata da Porfirio; ma
le sue fatiche non servirono che ad animar la pietosa industria di
Giuliano, che inventò e pubblicò la nuova sua allegoria di quella
mistica ed antica favola. Questa libertà d'interpretazione, che parea
soddisfare l'orgoglio de' Platonici, manifestò la vanità di lor arte.
Senza un noioso ragguaglio, il moderno lettore formar non si potrebbe
una giusta idea delle strane allusioni, delle forzate etimologie, delle
solenni inezie e dell'impenetrabile oscurità di que' Savi, che si
protestavan di rivelare il sistema dell'Universo. Siccome le tradizioni
della mitologia Pagana si riferirono in varie maniere, i sacri
interpreti erano in libertà di scegliere le circostanze più convenienti;
ed interpretando essi una cifra arbitraria, da -ogni- favola potevan
trarre -ogni- senso che si adattasse al lor favorito sistema di
religione e di filosofia. La lasciva figura d'una Venere nuda riducevasi
alla scoperta di qualche precetto morale o di qualche fisica verità; e
la castrazione di Ati spiegava la rivoluzione del sole fra' tropici, e
la separazione dell'anima umana dal vizio e dall'errore[407].
Sembra che il sistema Teologico di Giuliano contenesse i sublimi ed
importanti principj della religion naturale. Ma siccome la fede, che non
è fondata sulla rivelazione, dee rimaner priva d'ogni stabile sicurezza,
il discepolo di Platone imprudentemente ricadde nell'abitudine della
volgar superstizione: e pare che si confondessero insieme l'idea
popolare e la filosofica della Divinità nella pratica, negli scritti ed
eziandio nello spirito di Giuliano[408]. Riconosceva e adorava il pio
Imperatore l'Eterna Causa dell'Universo, alla quale attribuiva tutte le
perfezioni, d'un'infinita natura, invisibile agli occhi, ed
inaccessibile all'intelletto de' deboli mortali. Il supremo Dio, secondo
lui, avea creato, o piuttosto, nel linguaggio Platonico, avea generato
la successiva serie dogli spiriti dipendenti, degli Dei, de' demonj,
degli eroi e degli uomini; ed ogni ente, che immediatamente traeva la
propria esistenza dalla Prima Cagione, riceveva inerente a sè il dono
dell'immortalità. Affinchè sì prezioso vantaggio non cadesse sopra
indegni soggetti, il Creatore affidato aveva all'abilità ed al potere
degl'inferiori Dei l'incumbenza di formare il corpo umano, e d'ordinar
la bell'armonia de' regni animale, vegetabile e minerale. Alla condotta
di tali divini Ministri commise il governo temporale di questo basso
Mondo; ma l'imperfetta loro amministrazione non va esente dalla
discordia o dall'errore. Si dividon fra loro la terra ed i suoi
abitanti, e si posson distintamente rintracciare i caratteri di Marte o
di Minerva, di Mercurio o di Venere nelle leggi e ne' costumi de'
particolari loro devoti. Finchè le immortali nostre anime sono confinate
in una prigione mortale, è nostro interesse e dovere di sollecitare il
favore, ed allontanar l'ira delle potestà celesti, l'orgoglio delle
quali si compiace della divozione degli uomini; e può supporsi, che le
loro parti più grosse ricevan qualche nutrimento dal fumo de'
sacrifizi[409]. Gli Dei minori potevano alle volte condiscendere ad
animare le statue, e ad abitare i tempj dedicati al lor culto. Potevano
accidentalmente visitare la terra, ma i Cieli erano il proprio trono, ed
il simbolo della lor gloria. L'ordine invariabile del sole, della luna,
e delle stelle fu precipitosamente ammesso da Giuliano come una prova
della eterna loro durata; e tal eternità era una sufficiente
contrassegno, ch'essi eran l'opera non già d'una Divinità inferiore, ma
del Re onnipotente. Nel sistema de' Platonici, il Mondo visibile era una
figura dell'invisibile. I corpi celesti essendo animati da uno spirito
divino, si potevan considerare come gli oggetti più degni del Culto
religioso. Il -Sole-, di cui la lieta influenza penetra e sostien
l'universo, giustamente esigeva l'adorazione degli uomini, come lo
splendido rappresentante del -Logos-, viva, ragionevole e benefica
immagine del Padre intellettuale[410].
In ogni tempo si supplisce alla mancanza d'una genuina inspirazione
colle forti illusioni dell'entusiasmo e colle comiche arti
dell'impostura. Se, al tempo di Giuliano, queste arti non si fossero
praticate che da' sacerdoti Pagani per sostenere una causa spirante, si
potrebbe forse usar qualche indulgenza all'interesse ed all'abitudine
del carattere sacerdotale. Ma può esser soggetto di sorpresa e di
scandalo, il vedere che i Filosofi stessi contribuissero ad ingannar la
superstiziosa credulità dell'uman genere[411], e che fossero sostenuti i
misteri Greci dalla magia o teurgia de' moderni Platonici. Essi
arrogantemente pretendevano di sconvolger l'ordine della natura,
d'esplorare i segreti del futuro, di comandare agli spiriti inferiori,
di goder della vista e della conversazion degli Dei superiori; e
sciogliendo l'anima da' materiali suoi vincoli, di riunir quell'immortal
particella allo Spirito infinito e divino.
La devota e coraggiosa curiosità di Giuliano tentò i filosofi colla
speranza d'una facil conquista; che, attesa la situazione del giovane
loro proselito, poteva produrre le più importanti conseguenze[412].
Giuliano apprese i primi rudimenti delle dottrine Platoniche dalla bocca
d'Esedio, che avea fissato a Pergamo la perseguitata e vagabonda sua
scuola. Ma siccome la decadente forza di quel venerabile Savio non era
corrispondente all'ardore, alla diligenza ed alla rapida penetrazione
dello scolare, due de' suoi più dotti discepoli, Crisante ed Eusebio,
supplirono, secondo il proprio desiderio di lui, all'attempato loro
maestro. Sembra che questi filosofi avesser già preparate e si fosser
distribuite le respettive lor parti; ed artificiosamente procurarono per
mezzo di oscuri cenni e di affettate dispute d'eccitare le impazienti
speranze dell'-aspirante-, finattanto che lo consegnarono al loro
compagno Massimo, il più ardito ed il più abile maestro della scienza
teurgica. Dalle sue mani Giuliano fu segretamente iniziato in Efeso, nel
ventesim'anno della sua età. La permanenza, ch'ei fece in Atene,
confermò questa non naturale alleanza di filosofia e di superstizione.
Egli ottenne il privilegio d'esser solennemente iniziato a' Misteri
d'Eleusi, che nella general decadenza del Culto della Grecia ritenevan
qualche vestigio della primiera lor santità; e tale fu lo zelo di
Giuliano, che in seguito invitò il Pontefice Eleusino alla Corte della
Gallia, pel solo fine di perfezionare mercè di sacrifizi e di riti la
grand'opera di sua santificazione. Poichè tali ceremonie si facevano in
profonde caverne e nel silenzio della notte, e che la discretezza
dell'iniziato conservò l'inviolabil segreto dei Misteri, io non
pretenderò di descrivere gli orridi suoni o le apparizioni di fuoco, che
si presentarono a' sensi o all'immaginazione del credulo aspirante[413],
insino a che non comparvero le visioni di conforto e di cognizione in
una fiamma di celeste luce[414]. Nelle caverne d'Efeso e d'Eleusi la
mente di Giuliano fu penetrata da un sincero, profondo ed inalterabil
entusiasmo; quantunque dimostrasse alle volte le vicende della pia frode
e dell'ipocrisia, che osservar si possono, o almen sospettarsi ne'
caratteri de' più scrupolosi fanatici. Fino da quel momento esso
consacrò la sua vita al servizio degli Dei, e mentre pareva che le
occupazioni della guerra, del governo e dello studio richiedessero tutto
il suo tempo, era invariabilmente riservata una certa porzione dell'ore
della notte per l'esercizio della privata sua devozione. La temperanza,
che adornava i rigorosi costumi del soldato e del filosofo, era
accompagnata da varie frivole e strette regole di religiosa astinenza; e
Giuliano, in onore di Pane e di Mercurio, d'Ecate o d'Iside, in certi
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