famiglie, sebbene alquanto ingiusto, fu esteso anche di più
negl'interdetti nazionali.
[121] Vedi Sinesio -Epist. 47. p. 186, 187. Epist. 72. p. 218, 219.
Epist. 89. p. 230-231-.
[122] Vedi il Tomassino (-Discipl. Eccles. Tom.- II. -lib.- III. -c.-
83. -p.- 1761-1770) e il Bingamo (-Antiq. Vol.- I, -l.- XIV. -c.- 4.
-p.- 688-717). Si risguardava la predicazione come l'uffizio più
importante del Vescovo; ma qualche volta s'affidava questa funzione ad
alcuni Preti, quali erano Crisostomo ed Agostino.
[123] La regina Elisabetta usava quest'espressione, e praticava
quest'artifizio ogni volta che desiderava di preoccupar gli animi del
popolo in favore di qualche passo straordinario del Governo. Il suo
successore ebbe occasione di temere gli ostili effetti di questa
-musica-, ed il figlio di lui ne provò il rigore «allorchè il pulpito,
il tamburo Ecclesiastico ec.» Vedi Heilyn, -Vit. dell'Arcivescovo Laud.
p.- 153.
[124] Que' modesti Oratori confessavano, che, mancando essi del dono de'
miracoli, procuravano di acquistar le arti della eloquenza.
[125] Il Concilio Niceno fece ne' Canoni 4, 5, 6 e 7 alcuni regolamenti
fondamentali sopra i Sinodi, i Metropolitani ed i Primati. Di questi
Canoni si è in varie guise abusato, se n'è contorto il senso, si sono
interpolati, e se ne son finti dei nuovi secondo l'interesse del Clero.
Le Chiese -Suburbicarie-, assegnate da Ruffino al Vescovo di Roma, hanno
dato occasione ad una veemente controversia. Vedi Sirmond, -Oper. Tom.-
IV. -p.- 1-238.
[126] Non abbiamo che trentatre o quarantasette soscrizioni Episcopali;
ma Adone, autore veramente di poco credito, conta seicento Vescovi nel
Concilio d'Arles. Tillemont, -Mem. Eccl. Tom. VI. p.- 422.
[127] Vedi Tillemont (-Tom.- VI. -p.- 915) e Beausobre (-Hist. du
Manicheisme Tom.- I. -p.- 529). Il nome di Vescovo dato da Eutichio ai
2048. Ecclesiastici (-Annal. Tom.- I. -p.- 440. -vers. Pocock-) si deve
estendere molto al di là de' limiti d'una ordinazione ortodossa o anche
Episcopale.
[128] Vedi Eusebio -in vit. Const. lib.- III. -c.- 6-21. Tillemont,
-Mem. Eccl. Tom.- VI. -p.- 669-759.
[129] -Sancimus igitur vicem legum obtinere, quae a quatuor Sanctis
Conciliis... expositae sunt aut firmatae. Praedictarum enim quatuor
Synodorum dogmata sicut Sanctas Scripturas, et regulas sicut leges
observamus.- Giustiniano -Nov.- 131. Il Beveregio (-ad Pandect. Proleg.
p.- 2) osserva, che gl'Imperatori non fecero mai leggi nuove nelle
materie Ecclesiastiche; e Giannone avverte con uno spirito molto
diverso, ch'essi diedero la sanzione legale a' Canoni de' Concilj.
(-Ist. Civ. di Nap. T.- I. -p.- 136)
[130] Vedi l'art. -Concile- nell'Enciclopedia -Tom.- III. -p.- 668, 679.
-ediz. di Lucca-. Il dottor Bouchand, autore di esso, ha discusso, a
norma de' principj della Chiesa Gallicana, le principali questioni
relative alla forma e costituzione de' Concili generali, e provinciali.
Gli Editori (-Preface p.- XVI) han ragione di gloriarsi di
quest'articolo. Di rado quelli, che consultano l'immensa loro
compilazione, restano sì ben soddisfatti.
CAPITOLO XXI.
-Eresia perseguitata. Scisma de' Donatisti. Controversia
Arriana. Atanasio. Stato della Chiesa e dell'Impero, turbato
sotto Costantino ed i suoi figli. Tolleranza del Paganesimo.-
L'applauso del Clero, grato ad un Principe che ne secondò le passioni, e
ne promosse il vantaggio, ha consacrato la memoria di Costantino. Questi
gli procurò sicurezza, beni, onori e vendetta; e risguardò la difesa
della fede ortodossa come il più sacro ed importante dovere d'un civil
Magistrato. L'editto di Milano, quella gran carta di tolleranza, avea
confermato ad ogni individuo del Mondo Romano il privilegio di scegliere
e di professare la propria sua religione. Ma fu ben presto violato
questo inestimabile privilegio; l'Imperatore, insieme colla cognizione
della verità, apprese anche le massime della persecuzione; e le Sette,
discordi dalla Chiesa Cattolica, furono afflitte ed oppresse dal trionfo
del Cristianesimo. Costantino crede facilmente che gli Eretici, i quali
pretendevano d'opporsi a' comandi, o disputar contro le opinioni -di
lui-, fosser colpevoli della più assurda e rea ostinazione; e che l'uso
opportuno di moderati gastighi avrebbe potuto salvare quegl'infelici dal
pericolo di un'eterna condanna. Non si perdè un momento ad escludere i
ministri e i predicatori delle separate congregazioni da ogni
partecipazione delle ricompense e delle immunità, che l'Imperatore aveva
sì liberamente concesse al Clero ortodosso. Ma siccome i Settarj potevan
tuttavia sussistere sotto il peso della disgrazia reale, si fece
immediatamente seguire alla conquista dell'Oriente un editto, che
annunziava la totale lor distruzione[131]. Dopo un preambolo pieno di
passione e di rimproveri, Costantino assolutamente proibisce le
assemblee degli Eretici, e confisca i comuni lor beni, applicandoli o al
Fisco o alla Chiesa Cattolica. Le Sette, contro delle quali era diretta
la Imperiale severità, pare che fosser composte dagli aderenti di Paolo
di Samosata; da' Montanisti della Frigia, che conservavano
un'entusiastica successione di profezia; da' Novaziani, che fieramente
rigettavano la temporal efficacia della penitenza; da' Marcioniti e
Valentiniani, sotto i principali stendardi de' quali appoco appoco
riunite s'erano le diverse specie di Gnostici dell'Egitto e dell'Asia; e
forse da' Manichei, che di fresco avevan portato dalla Persia una più
artificiosa composizione di Teologia Orientale e Cristiana[132]. Si
eseguì con vigore e con effetto il disegno di estirpare il nome, o
almeno d'impedire i progressi di quegli odiosi Eretici. Si copiarono
dagli editti di Diocleziano alcuni regolamenti penali, e tal metodo di
conversione fu applaudito da quegli stessi Vescovi, che avevan provato
il peso dell'oppressione, e difesi i diritti dell'umanità. Due
particolari circostanze, per altro, posson servire a provare che lo
spirito di Costantino non era interamente corrotto dallo zelo e dal
bigottismo. Avanti di condannare i Manichei e le Sette ad essi aderenti,
esaminar volle diligentemente la natura de religiosi loro principj.
Siccome diffidava dell'imparzialità de' suoi consiglieri Ecclesiastici,
diede tal delicata commissione ad un Magistrato civile, di cui egli
giustamente stimava la moderazione e il sapere, e probabilmente ne
ignorava il venale carattere[133]. Tosto restò l'Imperatore convinto,
che aveva con troppa fretta proscritta l'ortodossa fede e gli esemplari
costumi de' Novaziani, che dissentivano dalla Chiesa in alcuni articoli
di disciplina, i quali forse non erano essenziali per l'eterna salute.
Onde con un editto particolare gli esentò dalle pene generali della
legge[134]; compartì loro la facoltà di erigere una Chiesa in
Costantinopoli, rispettò i miracoli de' loro Santi; invitò al Concilio
di Nicea il loro Vescovo Acesio; e pose gentilmente in ridicolo le
rigorose opinioni della sua Setta con un famigliar motto, che dalla
bocca d'un Sovrano si dovè ricevere con applauso e gratitudine[135].
[A. D. 312]
Le querele e le vicendevoli accuse, che assalirono il trono di
Costantino, dopo che la morte di Massenzio ebbe sottoposto l'Affrica
alle vittoriose sue armi, eran mal acconce a edificare un imperfetto
proselito. Ei seppe con sua maraviglia, che le Province di quella gran
regione, da' confini di Cirene fino alle Colonne d'Ercole, eran divise
per discordie di religione[136]. L'origine della divisione proveniva da
una doppia elezione fatta nella Chiesa di Cartagine, che tanto per
grado, quanto per ricchezze era la seconda fra le sedi Ecclesiastiche
dell'Occidente. I due rivali Primati dell'Affrica eran Ceciliano e
Maiorino; e la morte di questo ultimo tosto diede luogo a Donato, che a
motivo della sua maggiore abilità ed apparente virtù fu il più stabil
sostegno del suo partito. Il vantaggio, che Ceciliano poteva trarre
dall'anteriorità della sua ordinazione, veniva tolto di mezzo
dall'illegittima o almeno indecente fretta, con cui s'era fatta,
senz'aspettare l'arrivo de' Vescovi della Numidia. L'autorità poi di
questi Vescovi, che nel numero di settanta condannarono Ceciliano, e
consacrarono Maiorino, viene pur anche indebolita dall'infamia di varj
loro caratteri personali e dagl'intrighi muliebri, dalle sacrileghe
convenzioni e dal tumultuoso procedere, che sogliono imputarsi a questo
Concilio Numidico[137]. I Vescovi delle contrarie parti sostenevano con
ugual ostinazione ed ardore, che i loro avversari dovessero degradarsi,
o almeno infamarsi per l'odioso delitto d'aver date in mano agli
uffiziali di Diocleziano le Sante Scritture. Da' rimproveri, che
vicendevolmente si fecero, non meno che dall'istoria di quest'oscuro
fatto può giustamente inferirsi, che l'ultima persecuzione aveva
invelenito lo zelo de' Cristiani dell'Affrica, senza riformarne i
costumi. La Chiesa, in tal maniera divisa, non era capace di rendere un
giudizio imparziale; la controversia dunque fu solennemente agitata in
cinque Tribunali diversi, che furono assegnati dall'Imperatore; e tutta
la processura, dal primo appello fino alla definitiva sentenza, durò più
di tre anni. Una vigorosa inquisizione fatta dal Vicario Pretoriano e
dal Proconsole dell'Affrica; la relazione di due Visitatori Episcopali,
che furon mandati a Cartagine; i decreti dei Concili di Roma e d'Arles;
ed il giudizio supremo di Costantino medesimo nel sacro suo Concistoro,
furono tutti favorevoli alla causa di Ceciliano, ed egli venne di comun
consenso riconosciuto dalla civile e dalla ecclesiastica potestà come il
vero e legittimo Primate dell'Affrica. Si diedero gli onori ed i beni
della Chiesa a' Vescovi suffraganei di lui, e non senza difficoltà
Costantino si contentò di punir coll'esilio i principali capi della
fazion Donatista. Siccome la loro causa fu esaminata con attenzione,
forse fu anche giustamente decisa; e forse non era priva di fondamento
la loro querela, che si fosse ingannata la credulità dell'Imperatore
dagl'insidiosi artifizi d'Osio suo favorito. L'influenza della falsità o
della corruzione potè procurare la condanna dell'innocente, o aggravar
la sentenza del reo. Tal atto però d'ingiustizia, se avesse terminato
un'importuna disputa, avrebbe potuto annoverarsi fra que' mali
transitorj d'un governo dispotico, che non più si risentono, nè si
rammentano dalla posterità.
[A. D. 315]
Ma quest'incidente sì piccolo per se stesso, che appena merita luogo
nell'istoria, produsse un memorabile scisma, che afflisse le Province
dell'Affrica più di trecento anni, e non vi fu estinto che insieme col
Cristianesimo stesso. L'inflessibile zelo di libertà e di fanatismo
animava i Donatisti a ricusar d'ubbidire agli usurpatori, de' quali
disputavano l'elezione, e negavano la spiritual potestà. Esclusi dal
civile e religioso commercio degli uomini, essi arditamente
scomunicarono il resto del genere umano, che aveva abbracciato l'empio
partito di Ceciliano e de' traditori, da' quali traeva la pretesa sua
ordinazione. Asserivano con sicurezza e quasi esultando, che s'era
interrotta la successione Apostolica; che tutti i Vescovi dell'Europa e
dell'Asia erano infetti dal contagio della colpa e dello scisma; e che
le prerogative della Chiesa Cattolica si ristringevano a quella scelta
porzione di credenti Affricani, che soli avean conservata intatta la
integrità della fede e della disciplina. Questa rigida teoria veniva
sostenuta da una men caritatevole condotta. Ogni volta che acquistavano
un proselito, anche dalle distanti Province dell'Oriente, reiteravano
scrupolosamente i sacri riti del Battesimo[138] e dell'Ordinazione,
rigettando la validità di quelli ch'esso avea ricevuti dalle mani degli
Eretici o degli Scismatici. I Vescovi, le vergini ed eziandio
gl'innocenti bambini eran sottoposti al peso di una penitenza pubblica,
prima d'essere ammessi alla comunione de' Donatisti. Se ottenevano il
possesso d'una Chiesa, di cui avesser fatto uso i Cattolici loro
avversari, essi purificavano il profanato edifizio con la medesima
gelosa cura, che avrebbe potuto richiedere un tempio d'idoli. Lavavano
il pavimento, radevano le mura, bruciavano l'altare, che ordinariamente
era di legno, fondevano i sacri vasi; e gettavano a' cani la santa
Eucaristia con tutte le circostanze d'ignominia, che provocar potevano,
e perpetuare l'animosità delle religiose fazioni[139]. Nonostante
quest'irreconciliabile odio, i due partiti, che insieme trovavansi
mescolati e sparsi per tutte le città dell'Affrica, avevano l'istesso
linguaggio, gli stessi costumi, l'istesso zelo, la stessa dottrina,
l'istessa fede e l'istesso culto. Proscritti dalle potestà civile ed
ecclesiastica dell'Impero, i Donatisti si mantennero sempre superiori di
numero in alcune Province, specialmente nella Numidia; e quattrocento
Vescovi riconoscevano la giurisdizione del loro Primate. Ma
l'invincibile spirito di tal Setta qualche volta attaccò anche le sue
proprie viscere; ed il seno della scismatica loro Chiesa fu lacerato da
intestine contese. Un quarto de' Vescovi Donatisti seguì l'indipendente
stendardo de' Massimianisti. Lo stretto e solitario sentiero, che avevan
segnato i primi lor Capi, continuava a deviare dalla gran società del
genere umano. Anche l'impercettibile Setta de' Rogaziani ardiva
d'asserire senza rossore, che quando Cristo sarebbe sceso a giudicare la
terra, non avrebbe mantenuta la vera sua religione che in pochi ignoti
villaggi della Cesarea Mauritania[140].
Lo scisma de' Donatisti limitavasi all'Africa; ma il male più facile a
spargersi della controversia intorno alla Trinità, a grado a grado
penetrò in ogni parte del Mondo Cristiano. Il primo fu una querela
accidentale cagionata dall'abuso della libertà; il secondo fu un alto e
misterioso argomento derivato dall'abuso della Filosofia. Dal tempo di
Costantino fino a quello di Clodoveo e di Teodorico, gl'interessi
temporali sì dei Romani che de' Barbari furon profondamente involti
nelle teologiche dispute dell'Arrianesimo. Può dunque permettersi ad un
Istorico di tirar rispettosamente il velo del Santuario, o di seguire il
progresso della ragione e della fede, dell'errore e della passione,
dalla scuola di Platone fino alla decadenza e rovina dell'Impero.
[A. A. C. 360]
Il genio di Platone, diretto dalla sua propria meditazione o dalla
tradizionale scienza de' Sacerdoti dell'Egitto[141] aveva osato
d'esplorare la misteriosa natura della Divinità. Dopo d'aver elevato la
sua mente alla sublime contemplazione della necessaria causa
dell'universo esistente da se medesima, il saggio Ateniese non era
capace d'intendere, come la semplice unità della sua essenza potesse
ammetter l'infinita varietà delle distinte e successive idee, che
compongono il sistema del Mondo intellettuale; come un Ente puramente
incorporeo eseguir ne potesse il perfetto modello, e con mano creatrice
dar forma al rozzo e indipendente caos. La vana speranza di sbrigarsi da
queste difficoltà, che sempre debbon opprimere le deboli facoltà della
mente umana, potè indur Platone a considerar la natura Divina sotto la
triplice modificazione, di prima causa, di ragione o di -Logos-, e di
anima o spirito dell'Universo. La sua poetica immaginazione fissò
talvolta ed animò queste metafisiche astrazioni; si rappresentano i tre
archici, o sia originali principj nel sistema di Platone, come tre Dei,
uniti l'uno coll'altro mediante una misteriosa ed ineffabil generazione;
ed il Logos fu particolarmente considerato sotto il più accessibil
carattere di Figlio di un eterno Padre Creatore e Governatore del Mondo.
Tali pare che fossero le segrete dottrine, che venivano misteriosamente
insegnate ne' giardini dell'Accademia, e che, secondo i più recenti
discepoli di Platone, non potevano perfettamente intendersi che dopo un
assiduo studio di trent'anni[142].
[A. A. C. 300]
Le armi de' Macedoni sparsero la lingua e la dottrina della Grecia
nell'Asia e nell'Egitto; e s'insegnava con poca riserva e forse con
qualche aggiunta il sistema teologico di Platone nella celebre scuola di
Alessandria[143]. Il favore de' Tolomei aveva invitato una colonia
numerosa di Ebrei a stabilirsi nella nuova lor capitale[144]. Nel tempo
che il grosso della nazione praticava le ceremonie legali, ed attendeva
alle lucrose occupazioni del commercio, alcuni pochi Ebrei d'uno spirito
più coltivato, si consacravano alla religiosa e filosofica
contemplazione[145]. Studiarono essi con diligenza, ed abbracciarono con
ardore il sistema teologico del Savio d'Atene. Ma il nazional loro
orgoglio, sarebbe rimasto mortificato da una chiara confessione
dell'antica lor povertà, e arditamente spacciarono come una sacra
eredità de' loro maggiori l'oro e le gioie, che avevano sì recentemente
involato agli Egizi loro Signori. Cent'anni avanti la nascita di Cristo
gli Ebrei d'Alessandria pubblicarono un trattato filosofico, che
manifestamente dimostra lo stile ed i sentimenti della scuola di
Platone, e fu di unanime consenso ricevuto come una genuina e stimabil
reliquia dell'inspirata sapienza di Salomone[146]. Una simigliante
unione della fede Mosaica e della filosofia Greca distingue le opere di
Filone, che per la massima parte furon composte nel regno
d'Augusto[147].
L'anima materiale dell'Universo[148] poteva offendere la pietà degli
Ebrei. Ma essi applicarono il carattere del -Logos- al -Jehovah- di Mosè
e de' Patriarchi; e fu introdotto il -Figlio di Dio- sulla terra sotto
una visibile ed anche umana figura, per fare que' famigliari uffizi, che
sembrano incompatibili colla natura e cogli attributi della Causa
Universale[149].
[A. A. C. 97]
L'eloquenza di Platone, il nome di Salomone, l'autorità della scuola
d'Alessandria, ed il consenso dei Greci e degli Ebrei non erano
sufficienti a stabilire la verità d'una misteriosa dottrina, che
potrebbe piacere ad una mente ragionevole, ma non soddisfarla. Solo un
Profeta o un Apostolo, inspirato dalla Divinità, può esercitare un
legittimo potere sulla fede degli uomini; e la teologia di Platone
sarebbe restata per sempre confusa con le filosofiche visioni
dell'Accademia, del Portico e del Liceo, se il nome e i divini attributi
del -Logos-, non si fossero confermati dalla celeste penna dell'ultimo e
del più sublime fra gli Evangelisti[150]. La rivelazione Cristiana, che
fu consumata sotto il regno di Nerva, scuoprì al Mondo il sorprendente
segreto, che il -Logos-, ch'era con Dio fin dal principio, ed era Dio,
che aveva fatto tutte le cose; e per cui tutte le cose erano state
fatte, s'era incarnato nella persona di Gesù di Nazaret, che era nato da
una Vergine, e morto sulla croce. Oltre il general disegno di stabilire
sopra una perpetua base gli onori divini di Cristo, i più antichi e
rispettabili Scrittori Ecclesiastici hanno attribuito al Teologo
Evangelico l'intenzione particolare di confutar due opposte eresie, che
disturbavano la pace della primitiva Chiesa[151]. In primo luogo, la
fede degli Ebioniti[152], e forse de' Nazareni[153], era grossolana ed
imperfetta. Essi veneravan Gesù, come il più grande fra' Profeti, dotato
di virtù e potere soprannaturale. Attribuivano alla persona ed al regno
futuro di esso tutte le predizioni degli oracoli Ebrei, che si
riferiscono allo spirituale ed eterno regno del promesso Messia[154].
Alcuni fra loro confessavano forse, ch'egli era nato da una Vergine; ma
ostinatamente rigettavano la precedente esistenza e le divine perfezioni
del -Logos-, o del Figlio di Dio, che sì chiaramente son definite nel
Vangelo di S. Giovanni. Circa cinquant'anni dopo, gli Ebioniti, gli
errori de' quali son rammentati da Giustino Martire con minore severità
di quella che sembrerebbero meritare[155] formavano una parte molto poco
considerabile del nome Cristiano. In secondo luogo, i Gnostici, che si
distinguevano coll'epiteto di -Dociti-, caddero nell'estremo contrario;
e volendo sostener la natura divina di Cristo, ne abbandonarono l'umana.
Educati nella scuola di Platone ed assuefatti alla sublime idea del
-Logos-, facilmente concepivano, che il più luminoso -Eone-, o
-Emanazione- della Divinità, potesse assumer l'esterna figura, e le
apparenze visibili di un mortale[156]; ma vanamente pretendevano che le
imperfezioni della materia fossero incompatibili colla purità di una
sostanza celeste. Mentre ancor fumava il sangue di Cristo sul monte
Calvario, i Dociti inventarono l'empia e stravagante ipotesi, che invece
d'esser nato dal seno della Vergine[157], fosse disceso sulle rive del
Giordano in forma d'uomo perfetto; che avesse ingannato i sensi de' suoi
nemici e de' suoi discepoli; e che i Ministri di Pilato esercitato
avessero l'impotente lor rabbia sopra un aereo fantasma, il quale
-parve- che spirasse sopra la croce, e dopo tre giorni risuscitasse da
morte[158].
La sanzione Divina, che l'Apostolo avea comunicata al fondamental
principio della Teologia di Platone, trasse gli eruditi proseliti del
secondo e del terzo secolo ad ammirare e studiar gli scritti del savio
Ateniese, che aveva tanto maravigliosamente annunziato una delle più
sorprendenti scoperte della rivelazione Cristiana. Gli ortodossi fecero
uso[159], e gli Eretici abuso[160] del nome rispettabile di Platone,
come d'un comun sostegno della verità e dell'errore: s'adoperò
l'autorità degli abili comentatori di lui per giustificare le remote
conseguenze delle sue opinioni, e per supplire al discreto silenzio
degli scrittori inspirati. Si agitavano le medesime sottili e profonde
questioni sopra la natura, la generazione, la distinzione e
l'uguaglianza delle tre Divine persone della misteriosa Triade o
Trinità[161], nelle filosofiche e nelle Cristiane scuole d'Alessandria.
Un ardente spirito di curiosità le spingeva ad esplorare i segreti
dell'abisso; e soddisfacevasi con una scienza di parole l'orgoglio de'
professori e de' loro discepoli. Ma il più sagace fra i Teologi
Cristiani, l'istesso grande Atanasio, ha candidamente confessato[162]
che ogni volta che sforzò la sua mente a meditare sulla divinità del
-Logos-, i suoi laboriosi sforzi riuscirono vani ed inefficaci; che
quanto più vi pensava, tanto meno capiva; e che quanto più scriveva,
tanto era meno capace d'esprimere i suoi pensieri. Ad ogni passo di tal
ricerca noi siam costretti a sentire ed a confessare l'immensa
sproporzione che passa fra la natura del soggetto e la capacità della
mente umana. Possiam tentare d'astrarre le nozioni di tempo, di spazio e
di materia, che sono tanto strettamente congiunte con tutte le
percezioni del nostro sperimentale conoscimento. Ma quando pretendiamo
di ragionare di sostanza infinita, di generazione spirituale; quando
vogliam dedurre qualche conclusione positiva da un'idea negativa,
restiamo involti in oscurità, in dubbiezze ed in sicure contraddizioni.
Poichè tali difficoltà provengono dalla natura del soggetto, esse
opprimono col medesimo insuperabile peso tanto i filosofi quanto i
teologi disputanti; ma possiamo peraltro osservare due particolari ed
essenziali circostanze, che rendono diverse le dottrine della Chiesa
Cattolica dalle opinioni della Platonica scuola.
I. Una scelta società di filosofi, uomini educati liberamente e disposti
alla curiosità, poteva meditare in silenzio, o tranquillamente discutere
ne' giardini di Atene o nella libreria d'Alessandria le astruse
questioni della scienza metafisica. Le sublimi speculazioni, che non
convincevano l'intelletto, nè agitavano le passioni degli stessi
Platonici, venivan trascurate dalla parte sì oziosa che attiva ed anche
studiosa dell'umano genere[163]. Ma dopo che il -Logos- fu rivelato come
il sacro oggetto della fede, della speranza e del religioso culto de'
Cristiani, fu abbracciato quel misterioso sistema da una copiosa e
sempre crescente moltitudine in ogni Provincia del Mondo Romano. Quelli,
che per l'età, pel sesso, o per le occupazioni loro erano i meno atti a
giudicare, ed i meno esercitati nell'abitudine di ragionare
astrattamente, aspiravano essi pure a contemplar l'economia della natura
divina: e Tertulliano[164] vanta che un artefice Cristiano potea
facilmente rispondere a tali questioni, che avrebbero imbarazzato il più
acuto de' Greci Sapienti. Dove il soggetto è tanto al di là delle nostre
forze, la differenza fra il più sublime ed il più debole degli umani
ingegni può in vero computarsi per un infinitamente piccolo; pure si può
forse misurare il grado di debolezza dal grado d'ostinazione e di
dogmatica sicurezza. Queste speculazioni, invece d'esser risguardate
come divertimenti di qualche ora disoccupata, divennero l'affare più
serio della vita presente, e la preparazione più vantaggiosa per la
futura. Una teologia ch'era obbligo credere, di cui era empietà il
dubitare, ed intorno a cui sarebbe stato pericoloso ed anche fatale ogni
sbaglio, divenne il famigliar argomento delle private meditazioni e de'
popolari discorsi. La fredda indifferenza della Filosofia era infiammata
dal fervente spirito di devozione; ed eziandio le metafore del
linguaggio comune suggerivano fallaci pregiudizi di senso e
d'esperienza. I Cristiani, che abborrivano la grossolana ed impura
generazione della mitologia Greca[165] furon tentati di trarre argomento
dalla famigliare analogia delle relazioni filiale e paterna. Il
carattere di -figlio- pareva che includesse una perpetua subordinazione
al volontario autore della sua esistenza[166]; ma siccome bisogna
supporre, che l'atto di generare, nel più spirituale ed astratto senso,
trasfonda le proprietà d'una natura comune[167], non ardirono di limitar
la potenza o la durata del Figlio di un onnipotente ed eterno Padre.
Ottant'anni dopo la morte di Cristo, i Cristiani della Bitinia
dichiararono avanti al Tribunale di Plinio, ch'essi l'invocavano come
Dio; ed in ogni secolo e paese gli si son continuati gli onori divini
dalle varie Sette, che hanno assunto il nome di suoi discepoli[168]. La
tenera loro venerazione per la memoria di Cristo, e l'orrore che avevano
pel culto profano di ogni Ente creato, gli avrebbe impegnati a sostenere
l'uguale ed assoluta Divinità del -Logos-, se il rapido loro volo verso
il trono del Cielo non si fosse insensibilmente frenato dal timore di
violar l'unità e la sola superiorità del gran Padre di Cristo e
dell'Universo. Si può veder la sospensione e l'ondeggiamento prodotto
negli animi dei Cristiani da queste contrarie inclinazioni negli scritti
de' Teologi, che fiorirono dopo il tempo degli Apostoli, ed avanti
l'origine della controversia Arriana. Tanto gli ortodossi quanto gli
eretici pretendono con ugual sicurezza d'averli in loro favore; ed i più
diligenti critici vanno pienamente d'accordo, che se essi ebber la buona
fortuna di conoscer la Cattolica verità, almeno hanno espresso i loro
sentimenti con parole indeterminate, inesatte ed alle volte
contraddittorie[169].
II. La devozione degl'individui era la prima circostanza che distingueva
i Cristiani da' Platonici; la seconda era l'autorità della Chiesa. I
discepoli della Filosofia sostenevano i diritti dell'intellettual
libertà; ed il rispetto, che avevano pe' sentimenti de' loro maestri,
era un libero e volontario tributo che offerivano alla superiorità della
religione. Ma i Cristiani formavano una società numerosa e disciplinata;
e rigorosamente s'esercitava sugli animi de' Fedeli la giurisdizione
delle leggi e de' Magistrati. I liberi voli dell'immaginazione venivano
di mano in mano ristretti dalle formule e dalle confessioni di
fede[170]; la libertà del giudizio privato era sottoposta alla pubblica
dottrina de' Sinodi; l'autorità di un Teologo veniva determinata dal
grado che esso tenea nella Chiesa; e gli Episcopali successori degli
Apostoli soggettavano all'Ecclesiastiche censure coloro, che deviavan
dalla Fede ortodossa. Ma in un tempo di controversie religiose ogni atto
d'oppressione accresceva nuova forza all'elastico vigor dello spirito;
ed alle volte anche lo zelo o l'ostinazione d'un ribelle spirituale si
fomentava da segreti motivi d'ambizione o d'avarizia. Un argomento
metafisico diveniva la causa, o il pretesto di contese politiche; si
usavan le sottigliezze della scuola Platonica come le insegne delle
fazioni popolari, e la differenza, che separava le rispettive loro
opinioni, si accresceva o magnificava dall'acrimonia della disputa.
Finattanto che l'oscura eresia di Prassea e di Sabellio procurò di
confondere il Padre col Figlio[171], il partito Ortodosso fu degno di
scusa, se aderiva con maggior vigore ed impegno alla -distinzione- che
all'-uguaglianza- delle persone divine. Ma tosto che fu sopito il calor
della controversia, ed il progresso dei Sabelliani non dava più motivo
di temere alle Chiese di Roma, dell'Affrica o dell'Egitto, la corrente
della opinione teologica cominciò a voltarsi con un dolce ma costante
moto verso l'estremo contrario; ed i più Ortodossi Dottori non si
guardarono dall'usare i termini e le definizioni, che in bocca de'
Settari s'erano censurate[172]. Dopo che l'Editto di tolleranza ebbe
restituito la pace a' Cristiani, insorse di nuovo la controversia della
Trinità nell'antica sede del Platonismo, nella dotta, opulenta e
tumultuosa città d'Alessandria; e la fiamma della discordia religiosa
rapidamente si comunicò dalle scuole al Clero, al Popolo, alla Provincia
ed all'Oriente. Si agitaron le astruse questioni dell'eternità del
-Logos- nell'Ecclesiastiche conferenze e ne' discorsi popolari; e furon
ben presto fatte pubbliche l'eterodosse opinioni d'Arrio[173] dal
proprio zelo di lui, e da quello de' suoi avversari. I più implacabili
nemici suoi hanno riconosciuto la dottrina e la vita incorrotta di
quell'eminente Prete, che in un'antecedente elezione aveva dichiarate, e
forse generosamente soppresse, le sue pretensioni alla sede
Episcopale[174], Alessandro, competitore di lui, prese le parti di suo
giudice. Fu agitata l'importante causa avanti di esso; e sebbene a
principio sembrasse dubbioso, finalmente pronunziò la sua definitiva
sentenza, come un'assoluta regola di fede[175]. L'indomito Prete, che
ardì resistere all'autorità del suo ardente Vescovo, fu separato dalla
comunione della Chiesa. Ma l'orgoglio d'Arrio era sostenuto
dall'applauso d'un numeroso partito. Egli contava fra' suoi immediati
seguaci due Vescovi dell'Egitto, sette Preti, dodici Diaconi, e (quel
che sembra quasi incredibile) settecento Vergini. Un grandissimo numero
de' Vescovi Asiatici parve che ne sostenesse, o favorisse la causa; ed i
loro passi eran condotti da Eusebio di Cesarea, il più dotto de' Prelati
Cristiani, e da Eusebio di Nicomedia, che aveva acquistato la
riputazione di uomo di stato senza perder quella di Santo. Si opposero
nella Palestina e nella Bitinia de' Sinodi a quelli dell'Egitto. Questa
teologica disputa s'attirò l'attenzione del Sovrano e del Popolo, ed al
termine di sei anni[176] ne fu rimessa la decisione alla suprema
autorità del generalo Concilio di Nicea.
[A. D. 318-325]
Allorchè i misterj della Fede Cristiana pericolosamente s'esposero alla
pubblica discussione, si potè osservare, che l'intelletto umano era
capace di formare tre distinti, quantunque imperfetti, sistemi sopra la
natura della Trinità di Dio; e fu pronunziato, che nessuno di questi,
preso in un senso puro ed assoluto, era esente dall'eresia e
dall'errore[177]. Primieramente, secondo l'ipotesi sostenuta da Arrio e
da' suoi discepoli, il -Logos- era una produzione dipendente e
spontanea, creata dal nulla per la volontà del Padre. Il Figlio, da cui
s'eran fatte tutte le cose[178], era stato generato prima di tutti i
Mondi, ed il più lungo periodo astronomico non potea comparire che un
passeggiero momento relativamente all'estensione della durata di lui;
tal durata però non era infinita[179], e vi era stato un tempo che avea
preceduto l'ineffabil generazione del -Logos-. In quest'unigenito Figlio
l'onnipotente Padre avea trasfuso l'ampio suo spirito, ed impresso lo
splendore della sua gloria. Visibile immagine di un'invisibile
perfezione, vedeva ad un'immensa distanza sotto i suoi piedi i troni de'
più fulgidi Arcangeli; pure non risplendeva che una luce riflessa, e
simile a' figli de' Romani Imperatori, ch'erano investiti de' titoli di
Cesare o d'Augusto[180], ei governava l'universo con ubbidire alla
volontà del suo Padre e Monarca. Nella Seconda ipotesi il -Logos- godeva
tutte le inerenti incomunicabili perfezioni, che la Religione e la
Filosofia attribuiscono al sommo Dio. La Divina essenza componevasi da
tre distinte infinite menti o sostanze, da tre esseri coeguali e
coeterni[181] e sarebbe stata una contraddizione che alcuno di loro
dovesse non essere stato, o che dovesse mai cessare di esistere[182]. I
difensori del sistema, che pareva che stabilisse tre indipendenti
Divinità, tentavano di conservar l'unità della prima causa così patente
nel disegno e nell'ordine del Mondo, mediante la perpetua concordia di
loro amministrazione e l'essenziale conformità del loro volere. Si può
vedere (dicevano essi) una debole somiglianza di tale unità d'azione
nelle società degli uomini, ed anche degli animali. Le cause, che
disturbano la loro armonia, non provengono che dall'imperfezione e
disuguaglianza delle lor facoltà; ma l'onnipotenza, ch'è guidata da
infinito sapere e bontà, non può mancare di scegliere gli stessi mezzi
per l'adempimento de' medesimi fini. In terzo luogo tre Enti, che per
propria original necessità di loro esistenza posseggono tutti i divini
attributi nel grado più perfetto; che sono eterni nella durata, infiniti
nello spazio, ed intimamente presenti l'uno all'altro ed a tutto
l'universo; irresistibilmente forzano l'attonita mente a crederli uno
stesso Ente[183], che nell'economia della grazia ugualmente che in
quella della natura si possa manifestare sotto differenti forme, ed
esser considerato in differenti aspetti. Con questa ipotesi una vera
sostanzial Trinità si riduce ad una Trinità di nomi e di astratte
modificazioni, che sussistono soltanto nella mente che le concepisce. Il
-Logos- non è più una persona, ma un attributo, e non può applicarsi più
che in un senso figurato l'epiteto di Figlio all'eterna ragione, che era
un Dio fin dal principio, e -da cui-, non -per mezzo di cui- furon fatte
tutte le cose. L'incarnazione del -Logos- riducevasi ad una mera
inspirazione della Divina Sapienza, che riempì l'anima, e diresse tutte
le azioni dell'Uomo Gesù. Così dopo d'aver percorso tutto il cerchio
teologico, restiam sorpresi al vedere che il Sabelliano va a terminare
dove incominciato avea l'Ebionita, e che l'incomprensibil mistero,
ch'eccita la nostra adorazione, sfugge alle nostre ricerche[184].
[A. D. 325]
Se fosse stato permesso a' Vescovi del Concilio di Nicea[185] di seguire
gl'imparziali dettami di lor coscienza, Arrio ed i suoi compagni
avrebbero appena potuto lusingarsi con la speranza d ottenere una
pluralità di voti a favor d'un'ipotesi tanto direttamente contraria alle
due popolari opinioni del Mondo Cattolico. Gli Arriani tosto s'accorsero
della pericolosa loro situazione, e prudentemente si vestirono di quelle
modeste virtù, che, nel furore delle dissensioni civili o religiose,
rare volte son praticate, o anche lodate da altri che dalla parte più
debole. Raccomandavano essi l'esercizio della carità e moderazione
Cristiana; insistevano nell'incomprensibile natura dello controversia;
disapprovavan l'uso di termine, o di definizione alcuna, che non potesse
trovarsi nelle Scritture; ed offerivano con proteste molto liberali di
soddisfare gli avversari senza rinunziare alla sostanza de' propri loro
principj. La fazione vittoriosa ricevè tutte queste proposizioni con
altiera diffidenza: ed ansiosamente cercava qualche irreconciliabile
segno di distinzione, la condanna di cui potesse involger gli Arriani
nella colpa e nelle conseguenze dell'eresia. Fu pubblicamente letta, ed
ignominiosamente lacerata una lettera, nella quale il loro Avvocato,
Eusebio di Nicomedia, ingenuamente confessava, ch'era incompatibile co'
principj del teologico loro sistema l'ammettere la parola -Homoousion-,
o -Consustanziale-, termine già famigliare ai Platonici. Fu ardentemente
abbracciata la favorevole occasione da' Vescovi, che dirigevano le
deliberazioni del Sinodo; e secondo la viva espressione d'Ambrogio[186]
si servirono della spada, che l'eresia medesima avea tirato dal fodero,
per tagliar la testa all'odioso mostro. Dal Concilio Niceno fu stabilita
la consustanzialità del Padre e del Figlio, ed è stata la medesima
concordemente ricevuta, come un fondamentale articolo della Fede
Cristiana, dal consenso delle Chiese Greca e Latina, Orientale e
Protestante. Ma se la stessa parola non fosse stata sufficiente a
diffamare gli Eretici, e ad unire i Cattolici, non si sarebbe ottenuto
l'intento della maggior parte di quell'assemblea, da cui fu introdotta
nel simbolo ortodosso. Questa parte maggiore si divideva in due classi,
distinte fra loro mediante una contraria inclinazione a' sentimenti dei
Triteisti e de' Sabelliani. Ma siccome sembrava, che quegli opposti
estremi rovinassero i fondamenti della religione sì naturale che
rivelata, essi convenner fra loro di moderare il rigore dei loro
principj, e di negare in tal modo le giuste, ma odiose conseguenze, che
avrebber potuto trarsi da' loro avversarj. L'interesse della causa
comune li faceva inclinare ad unire i loro partiti, ed a nasconder le
lor differenze; fu ammollita l'animosità loro da salutari consigli di
tolleranza, e restaron sospese le loro dispute mediante l'uso del
misterioso -Homoousion-, che ognuno era libero d'interpretare secondo le
proprie particolari opinioni. Il senso Sabelliano, che circa
cinquant'anni prima aveva obbligato il Concilio d'Antiochia[187] a
proibir quel celebre termine, lo rendeva caro a que' Teologi, che
mantenevano una segreta, ma parziale affezione per una Trinità nominale.
Ma i Santi, ch'erano più alla moda ne' tempi degli Arriani, l'intrepido
Atanasio, il dotto Gregorio Nazianzeno, e le altre colonne della Chiesa,
che sostennero con abilità ed effetto la dottrina Nicena, par che
risguardassero l'espression di -Sostanza-, come un sinonimo di quella di
-Natura-; e si avventurarono ad illustrare il loro pensiero con
affermare, che tre uomini, in quanto appartengono alla stessa specie
loro comune, sono consustanziali, o sia -homoousii- l'uno
coll'altro[188]. Questa pura e distinta uguaglianza, per una parte,
veniva temperata dall'interna connessione e penetrazione spirituale, che
indissolubilmente unisce le persone divine[189]; e per l'altra dalla
preminenza del Padre, che si confessava per quanto essa è compatibile
coll'indipendenza del Figliuolo[190]. Dentro questi limiti si lasciò
muover con sicurezza la quasi invisibile e tremula palla
dell'ortodossia; ed intorno di questo sacro recinto stavano in agguato
gli Eretici, ed i demonj per sorprendere e divorare quegl'infelici che
gli oltrepassavano. Ma siccome i gradi dell'odio teologico dipendono
piuttosto dallo spirito di guerra che dall'importanza della
controversia, gli Eretici che degradavan la persona del Figlio, eran
trattati con maggior severità di quelli che l'annichilavano. Atanasio
consumò la sua vita nell'irreconciliabile opposizione all'empia -pazzia-
degli Arriani[191]; ma difese più di venti anni il Sabellianismo di
Marcello d'Ancira; e quando alla fine fu costretto a ritirarsi dalla
comunione di lui, rammentava sempre con ambiguo sorriso i veniali errori
del suo rispettabile amico[192].
L'autorità d'un Concilio generale, a cui gli Arriani stessi erano stati
costretti a sottomettersi, delineò sulle bandiere della parte ortodossa
i misteriosi caratteri della parola -Homoousion-, la quale nonostanti
alcune oscure dispute, e certi notturni dibattimenti, essenzialmente
contribuì a mantenere e perpetuar l'uniformità della fede, o almen del
linguaggio. I Consustanzialisti, che pel loro buon successo avean
meritato e conseguito il titolo di Cattolici, si gloriavano della
semplicità e fermezza del loro proprio simbolo, ed insultavano le
replicate variazioni de' loro avversari, ch'eran privi d'una certa
regola di fede. La sincerità o l'astuzia de' Capi Arriani, il timor
delle leggi o del popolo, la reverenza che aveano per Cristo, il loro
odio verso Atanasio, tutte in somma le cause umane e divine, che possono
influire e indur varietà ne' consigli d'un partito teologico,
introdussero fra i Settari uno spirito di discordia e d'incostanza, che
nel corso di pochi anni produsse diciotto diverse formule di
religione[193], e vendicò la violata dignità della Chiesa. Lo zelante
Ilario[194], che per causa della particolar durezza di sua situazione
era inclinato a diminuire piuttosto che ad aggravare gli errori del
Clero dell'Oriente, dichiara che nella vasta estensione delle dieci
Province dell'Asia, nelle quali esso era stato esule, potean trovarsi
ben pochi Prelati, che avessero mantenuta la cognizione del vero
Dio[195]. L'oppressione, che avea provato, i disordini, de' quali era
stato spettatore e vittima, quietarono per breve tempo le fervide
passioni nell'animo suo; e nel seguente passo, di cui non farò che
trascrivere pochi versi, il Vescovo di Poitiers s'abbandona,
senz'avvedersene, allo stile d'un Cristiano filosofo; «È una cosa» dice
Ilario «ugualmente deplorabile e pericolosa, che vi siano tanti simboli,
quante son le opinioni fra gli uomini, tante dottrine, quante
inclinazioni, e tante sorgenti di bestemmie, quanti difetti si trovan
fra noi, perchè facciamo i simboli arbitrariamente e gli spieghiamo
ancora a capriccio. Varj Sinodi hanno successivamente rigettato, ammesso
ed interpretato il termine -Homoousion-. La parziale e total somiglianza
del Padre e del Figlio in questi infelici tempi è un soggetti di
disputa. Ogni anno, anzi ogni mese facciamo de' nuovi simboli per
esporre de' misteri invisibili. Ci pentiamo di ciò, che abbiam fatto,
difendiamo quelli che che si pentono, ed anatematizziamo quelli che
prima difendevamo. O condanniamo la dottrina degli altri in noi stessi,
o la nostra in quella degli altri; e reciprocamente lacerandoci l'uno
coll'altro, siamo stati la causa della nostra vicendevol rovina»[196].
Non si aspetterà, e forse neppure si soffrirebbe, che io ampliassi
questa teologica digressione con un minuto esame de' diciotto simboli,
gli autori de' quali per la maggior parte ricusavano l'odioso nome del
loro padre Arrio. Il delineare la forma e descriver la vegetazione d'una
pianta riesce assai piacevole; ma il noioso ragguaglio delle foglie
senza fiori e de' rami senza frutti stancherebbe tosto la pazienza, e
sconcerterebbe la curiosità del laborioso studente. Non deve però
tralasciarsi la notizia d'una questione, che in seguito nacque dalla
controversia Arriana, mentre servì essa a produrre e distinguer fra loro
tre Sette, le quali non convenivano in altro che in una comune
avversione all'-Homoousion- del Sinodo Niceno. 1. Alla questione se
fosse il Figlio -simile- al Padre, risolutamente si rispondeva per la
negativa da quegli Eretici, che aderivano a' principj d'Arrio, o anche a
quelli della filosofia, che sembra porro un'infinita differenza fra il
Creatore e la più eccellente delle sue creature. Si sosteneva quella
ovvia conseguenza da Aezio[197], a cui lo zelo de' suoi nemici diede il
soprannome di Ateo. Il suo spirito inquieto ed intraprendente lo indusse
a provare quasi tutte le professioni della vita umana. Egli fu in
diversi tempi schiavo o almeno lavoratore di terra, venditore di vasi
per le strade, orefice, medico, maestro di scuola, teologo, e finalmente
Apostolo di una nuova Chiesa, che propagossi mediante l'abilità del suo
discepolo Eunomio[198]. Armato di testi scritturali, e di arguti
sillogismi, presi dalla logica d'Aristotele, il sottil Aezio aveva
acquistato la fama d'invincibil disputatore, che non si poteva nè
ridurre al silenzio, nè convincere. Tali doti s'attiraron l'amicizia de'
Vescovi Arriani, fino a tanto che non furon essi costretti a ricusare,
ed anche a perseguitare un pericoloso alleato, che per l'esattezza del
suo raziocinio aveva pregiudicato la lor causa nell'opinion popolare, ed
offeso la pietà de' loro più devoti seguaci. 2. L'onnipotenza del
Creatore somministrava una speciosa e riverente soluzione della
-somiglianza- del Padre e del Figlio; e la fede poteva umilmente
ammettere ciò, che la ragione non avrebbe ardito di negare, vale a dire,
che il supremo Dio potesse comunicar le infinite sue perfezioni, e
creare un Ente simile unicamente a se stesso[199]. Questi Arriani furon
potentemente sostenuti dal peso e dall'abilità dei lor Capi, ch'eran
successi al maneggio del partito Eusebiano, e che occupavan le sedi
principali dell'Oriente. Detestavano essi forse con qualche affettazione
l'empietà d'Aezio e professavan di credere, o senza riserva o secondo le
Scritture, che il Figlio fosse differente da tutte -le altre- creature,
e simile soltanto al Padre. Ma negavano, ch'egli fosse o della medesima,
o di simile sostanza, giustificando alle volte arditamente il loro
dissenso, ed alle volte opponendosi all'uso della parola -sostanza-, che
sembra includere un'adeguata, o almeno distinta nozione della natura di
Dio. 3. La Setta, che sosteneva la dottrina d'una -simil- sostanza, era
la più numerosa, almeno nelle Province dell'Asia; e quando si adunarono
i Capi di ambe le parti nel Concilio di Seleucia[200], potè prevalere la
lor opinione mediante il suffragio di cento cinque Vescovi sopra
quarantatre. Il Greco vocabolo, che si scelse per esprimere tal
misteriosa -somiglianza-, ha un'affinità così grande al simbolo
ortodosso, che i profani d'ogni tempo hanno deriso le furiose dispute,
che la differenza d'un semplice dittongo eccitò tra gli -Homoousii-, e
gli -Homoiousii-. Siccome però frequentemente accade che i suoni ed i
caratteri, che sono più vicini fra loro, accidentalmente rappresentano
le più opposte idee, tal osservazione sarebbe per se stessa ridicola, se
fosse possibile di notare alcuna reale e sensibile distinzione fra la
dottrina de' semi-Arriani, come impropriamente si appellano, e quella
de' Cattolici medesimi. Il Vescovo di Poitiers che nel suo esilio di
Frigia tentò molto saviamente di riunire le parti, procura di provare,
che mediante una pia e fedele interpretazione[201] la parola
-Homoiousion- può ridursi al senso di consustanziale. Pure confessa, che
tal parola porta un'aria di oscurità e di sospetto, e come se l'oscurità
fosse congenita alle dispute teologiche, i semi-Arriani, che più
s'accostavano alle porte della Chiesa, le assalirono col più inflessibil
furore.
Le Province dell'Egitto e dell'Asia, che apprendevano la lingua ed i
costumi de' Greci, avevan profondamente bevuto il veleno della
controversia Arriana. Lo studio ad essi famigliare del sistema
Platonico, una disposizione alla vanità e all'argomentazione, un copioso
e pieghevole idioma somministravano al Clero ed al Popolo dell'Oriente
un'inesauribile quantità di parole e di distinzioni; ed in mezzo alle
fiere loro contese, facilmente obbliavano il dubitare che si raccomanda
dalla filosofia, e la sommissione che dalla religione è comandata. Gli
abitanti dell'Occidente erano d'uno spirito meno investigatore; le loro
passioni non eran sì fortemente mosse dagli oggetti invisibili; i loro
animi eran meno esercitati dall'abitudine di disputare; e tal era la
felice ignoranza della Chiesa Gallicana, che Ilario medesimo più di
trent'anni dopo il primo Concilio Generale non avea cognizione del
simbolo Niceno[202]. I Latini avevan ricevuto il lume della cognizione
divina per l'oscuro e dubbioso mezzo di una traduzione. La povertà e
durezza della nativa loro lingua non era sempre capace di somministrare
i giusti vocaboli, equivalenti a' Greci ed alle voci tecniche della
Platonica filosofia[203], che s'erano consacrate dal Vangelo o dalla
Chiesa per esprimere i misteri della fede Cristiana; ed un difetto
verbale poteva introdurre nella teologia Latina una lunga serie
d'errori, o d'ambiguità[204]. Ma poichè le Province dell'Occidente
avevano la fortuna di trarre la lor Religione da una sorgente ortodossa,
esse mantennero con fermezza la dottrina, che avean ricevuto con
docilità; e quando la peste Arriana s'accostò alle loro frontiere, fu
applicato ad esse l'opportuno preservativo dell'Homoousion per le
paterne cure del Romano Pontefice.
[A. D. 360]
Si spiegarono i sentimenti, e l'indole loro nel memorabil Sinodo di
Rimini, che sorpassò in numero il Concilio di Nicea, mentre vi si
trovarono più di quattrocento Vescovi dell'Italia, dell'Affrica, della
Spagna, della Gallia, della Gran-Brettagna, e dell'Illirico. Fino da'
primi dibattimenti si vide che soli ottanta Prelati aderivano al partito
d'Arrio, quantunque affettassero di anatematizzarne la memoria ed il
nome. Ma quest'inferiorità era compensata da' vantaggi della perizia,
dell'esperienza e della disciplina; ed il minor numero era condotto da
Valente ed Ursacio Vescovi dell'Illirico, che avean consumato le loro
vite negli intrighi delle Corti e de' Concilj, e che nelle religiose
guerre dell'Oriente erano stati attirati sotto la bandiera Eusebiana.
Essi per mezzo de' loro argomenti e negoziati imbarazzarono, confusero,
ed al fine ingannarono l'onesta semplicità de' Vescovi Latini, che si
lasciarono strappar dalle mani il Palladio della fede, più per frode ed
importunità, che per aperta violenza. Non fu permesso che si separasse
il Concilio di Rimini, finchè i membri di esso non ebbero
imprudentemente soscritto un ingannevole simbolo, nel quale furono
inserite in luogo dell'-Homoousion- alcune espressioni, suscettibili
d'un senso ereticale. Allora fu che, secondo Girolamo[205], il Mondo con
sua maraviglia si trovò Arriano. Ma appena i Vescovi delle Province
Latine furon giunti alle respettive lor Diocesi, conobbero il loro
sbaglio e si pentirono della lor debolezza. Fu rigettata con
abborrimento e con isdegno l'ignominiosa capitolazione; e lo stendardo
-Homoousio-, ch'era stato scosso, ma non atterrato, fu più stabilmente
ripiantato in tutte le Chiese Occidentali[206].
Tale fu l'origine ed il progresso, e tali furono le naturali rivoluzioni
di quelle teologiche dispute, che disturbaron la pace del Cristianesimo
sotto i regni di Costantino e de' suoi figli. Ma siccome questi Principi
presunsero di estendere il lor dispotismo sopra la fede non meno che
sulle vite e sostanze de' loro sudditi, il peso del loro voto qualche
volta fece pender la bilancia Ecclesiastica; e le prerogative del Re del
Cielo furono stabilite, cangiate o modificate nel gabinetto d'un Monarca
terreno.
[A. D. 324]
L'infelice spirito di discordia, che invase le Province dell'Oriente,
interruppe il trionfo di Costantino; ma l'Imperatore per qualche tempo
continuò a guardare con fredda e non curante indifferenza il soggetto
della disputa. Ignorando egli ancora la difficoltà di quietare le
contese de' Teologi, indirizzò ad ambi i contendenti, Alessandro ed
Arrio, una moderata lettera[207] che può attribuirsi con più ragione al
libero senso d'un soldato e d'un politico che a' dettami di alcuno de'
Vescovi suoi consiglieri. Egli attribuisce l'origine di tutta la
controversia ad una minuta e sottile questione intorno ad un punto
incomprensibile della legge, questione che fu scioccamente promossa dal
Vescovo, e sciolta imprudentemente dal Prete. Si duole, che il popolo
Cristiano, che aveva lo stesso Dio, la stessa religione e lo stesso
culto, fosse diviso da tali meschine distinzioni; e seriamente
raccomanda al Clero d'Alessandria di seguir l'esempio de' Greci
filosofi, i quali sapevan sostenere i loro argomenti senza perder la
tranquillità, e conservar la libertà propria senza violar l'amicizia.
L'indifferenza ed il disprezzo del Sovrano sarebbe forse stato il metodo
più efficace di por silenzio alla disputa, se la corrente popolare fosse
stata meno rapida e impetuosa, e se Costantino medesimo in mezzo alla
fazione ed al fanatismo avesse potuto conservar la calma ed il possesso
della sua mente. Ma i suoi Ministri Ecclesiastici presto tentarono di
sedurre l'imparzialità del Magistrato, e d'infiammare lo zelo del
proselito. Fu egli provocato dagl'insulti fatti alle proprie statue; fu
commosso dalla reale o immaginaria grandezza del male, che andava
dilatandosi; ed estinse ogni speranza di pace e di tolleranza, dal
momento che adunò trecento Vescovi dentro le mura d'un istesso palazzo.
La presenza del Monarca accrebbe l'importanza della disputa; la sua
attenzione fece moltiplicarne gli argomenti; ed egli espose la sua
persona con un'intrepidezza sì paziente, che animò il valore de'
combattenti. Nonostante l'applauso, che si è fatto all'eloquenza e
sagacità di Costantino[208], un Generale Romano, la cui religione poteva
esser sempre dubbiosa, e la cui mente non era stata illuminata nè dallo
studio, nè dall'inspirazione, doveva esser poco acconcio a discutere in
Greco linguaggio una questione metafisica o un articolo di fede. Ma il
credito d'Osio suo favorito, il quale sembra che presedesse al Concilio
di Nicea, potè disporre l'Imperatore a favor della parte ortodossa; ed
una osservazione fatta a tempo, che quel medesimo Eusebio di Nicomedia,
il quale allora proteggeva gli Eretici, aveva innanzi assistito il
Tiranno[209], potè inasprirlo contro gli avversari. Il Simbolo Niceno fu
ratificato da Costantino, e la sua ferma dichiarazione, che quelli che
resistito avessero al divino giudizio del Sinodo, potean prepararsi
immediatamente all'esilio, annientò i romori di una debole opposizione,
che da diciassette Vescovi Protestanti fu quasi ad un tratto ridotta a
due. Eusebio di Cesarea prestò un ripugnante ed ambiguo consenso
all'-Homoousion-[210]; e l'equivoca condotta d'Eusebio di Nicomedia non
servì che a differire circa tre mesi la sua disgrazia, ed il suo
esilio[211]. L'empio Arrio fu bandito in una delle remote Province
dell'Illirico; la sua persona ed i suoi discepoli furono infamati dalla
legge coll'odioso nome di -Porfiriani-; i suoi scritti furon condannati
alle fiamme; e fu stabilita la pena capitale contro coloro, appresso i
quali si fosser trovati. L'Imperatore s'era allora investito dello
spirito di controversia, e l'ardente e satirico stile de' suoi editti
era diretto ad inspirare ne' sudditi l'odio che egli avea concepito
contro i nemici di Cristo[212].
[A. D. 328-337]
Ma come se la condotta dell'Imperatore avesse avuto per guida piuttosto
la passione che un vero principio, appena eran passati tre anni dopo il
Concilio Niceno, ch'ei dimostrò alcuni sintomi di misericordia ed
eziandio d'indulgenza verso la setta proscritta, ch'era segretamente
protetta dalla sorella sua favorita. Si richiamarono gli esuli; ed
Eusebio che appoco appoco riprese la sua autorità sulla mente di
Costantino, fu restituito alla Sede Episcopale, da cui era stato
ignominiosamente deposto. Arrio stesso fu trattato da tutta la Corte con
quel rispetto, che si sarebbe dovuto ad un innocente oppresso. La sua
fede fu approvata dal Sinodo di Gerusalemme, e l'Imperatore parve
impaziente di riparar l'ingiustizia fattagli, con emanare un assoluto
comando, ch'egli fosse solennemente ammesso alla comunione nella
Cattedrale di Costantinopoli. Nel medesimo giorno, ch'era stato
stabilito pel trionfo d'Arrio, questi spirò; e le strane ed orride
circostanze della sua morte potrebbero eccitare qualche sospetto, che i
santi Ortodossi avessero contribuito più efficacemente che con le pure
preghiere a liberar la Chiesa dal più formidabile de' suoi nemici[213].
I principali tre Capi de' Cattolici, Atanasio d'Alessandria, Eustazio
d'Antiochia e Paolo di Costantinopoli sopra varie accuse furon deposti
per decreto di numerosi Concilj; ed in seguito furon banditi in lontani
paesi dal primo degl'Imperatori Cristiani, che negli ultimi momenti
della sua vita ricevè i riti del battesimo dall'Arriano Vescovo di
Nicomedia. Non può veramente salvarsi l'ecclesiastico governo di
Costantino dalla taccia di leggerezza e di debolezza. Ma il credulo
Monarca, inesperto degli stratagemmi nella maniera di guerreggiare
teologico, potè restar ingannato dalle modeste e speciose proteste degli
Eretici, de' quali non aveva egli mai perfettamente capiti i sentimenti;
e nel tempo che proteggeva Arrio, e perseguitava Atanasio, risguardava
sempre il Concilio Niceno come il baloardo della fede Cristiana, e la
gloria principal del suo regno[214].
[A. D. 337-361]
I figli di Costantino furono certamente ammessi fino dalla lor
fanciullezza nell'elenco de' Catecumeni, ma nel differire il Battesimo
imitarono l'esempio del loro Padre. Al pari di lui, essi pretesero di
pronunziar il loro giudizio intorno a que' misteri, ne' quali non erano
mai stati regolarmente iniziati[215]; ed il destino della controversia
sulla Trinità dipendeva in gran parte dai sentimenti di Costanzo,
ch'ereditò le Province dell'Oriente, ed acquistò poi tutto l'Impero. Il
Prete o Vescovo Arriano, che si era servito in suo vantaggio del segreto
del testamento del defunto Imperatore, profittò della fortunata
occasione, che avevalo ammesso alla famigliarità d'un Principe, le
pubbliche deliberazioni del quale erano sempre dominate da' domestici
suoi favoriti. Gli eunuchi e gli schiavi sparsero pel palazzo il veleno
spirituale, e fu comunicata la pericolosa infezione dalle serventi alle
guardie, e dall'Imperatrice al non sospettoso marito di lei[216]. La
parzialità che Costanzo dimostrò sempre verso la fazione d'Eusebio, fu
insensibilmente fortificata da' destri maneggi de' capi di essa; e la
vittoria, che riportò contro il tiranno Magnenzio, accrebbe la sua
inclinazione e la sua abilità in impiegar le armi della forza nella
causa dell'Arrianismo. Nel tempo che combattevano i due eserciti nella
pianura di Mursa, e dipendeva il destino de' due rivali dalla sorte
della guerra, il figlio di Costantino stava ansioso aspettando in una
Chiesa di Martiri, sotto le mura della Città. Il suo spirituale
confortatore, Valente, Vescovo Arriano della Diocesi, prese le più
artificiose cautele per essere informato del successo in tempo da potere
assicurarsi o il favore di lui, o la fuga. Una secreta catena di veloci
e fedeli nunzj lo rendeva inteso delle vicende della battaglia; e mentre
i cortigiani stavan tremanti attorno lo spaventato loro Signore, Valente
l'assicurò che le Galliche legioni cedevano; e con qualche presenza di
spirito gli fece credere, che gli era stato rivelato il glorioso fatto
da un Angelo. Il grato Imperatore attribuì la sua fortuna a' meriti ed
all'intercessione del Vescovo di Mursa, la cui fede aveva meritamente la
pubblica e miracolosa approvazione del Cielo[217]. Gli Arriani, che
risguardavan la vittoria di Costanzo come propria di loro, preferivano
la gloria di lui a quella del Padre[218]. Cirillo, Vescovo di
Gerusalemme, immediatamente compose la descrizione d'una croce celeste
circondata da una splendida iride, che nella festa di Pentecoste, circa
l'ora terza del giorno, era apparsa sul monte Oliveto per edificare i
devoti pellegrini ed il popolo della santa città[219]. La figura della
meteora fu appoco appoco ingrandita; e l'istorico Arriano avventurò di
asserire, ch'essa fu visibile nelle pianure della Pannonia ad ambo gli
eserciti; e che il Tiranno, ch'egli a bella posta rappresenta come
idolatra, fuggì davanti al fausto segno dell'Ortodossa Cristianità[220].
I sentimenti d'un giudizioso straniero, che imparzialmente ha
considerato il progresso della discordia civile o ecclesiastica, hanno
sempre diritto alla nostra cognizione, ed un breve passo d'Ammiano, che
militò nelle armate, e studiò il carattere di Costanzo, è forse più
valutabile di molte pagine piene d'invettive teologiche. «-Egli- confuse
(dice quel moderato Istorico) la religione Cristiana, che in se stessa è
piana e semplice, co' delirj della superstizione. Invece di conciliare
le parti col peso della sua autorità, applaudiva e propagava per mezzo
di verbose dispute le differenze che aveva eccitate la sua vana
curiosità. Le pubbliche strade eran coperte da truppe di Vescovi che
correvano da ogni parte alle assemblee, ch'essi chiamano Sinodi; e
mentre ciascheduno procurava di trarre tutta la Setta alle proprie
particolari opinioni, da' precipitosi replicati loro viaggi era quasi
rovinato il pubblico regolamento delle poste[221]». La nostra più intima
cognizione dell'istoria Ecclesiastica del regno di Costanzo ci
somministrerebbe un ampio comentario a questo notabile passo, il quale
giustifica i ragionevoli timori d'Atanasio, che l'inquieta attività del
Clero, il quale andava girando attorno in cerca della vera fede, non
eccitasse il disprezzo e le risa del Mondo infedele[222]. Tosto che
l'Imperatore rimase libero da' terrori della guerra civile, consacrò
l'ozio de' suoi quartieri d'inverno in Arles, in Milano, in Sirmio ed in
Costantinopoli al divertimento ed a' travagli della controversia; fu
sguainata la spada del Magistrato ed eziandio del Tiranno per sostenere
a viva forza le ragioni del Teologo; e poichè s'opponeva alla fede
Ortodossa di Nicea, si convien facilmente che la sua incapacità ed
ignoranza ne pareggiavano la presunzione[223]. Gli eunuchi, le donne ed
i Vescovi, che regolavano il vano e debole spirito dell'Imperatore, gli
avevano inspirato un insuperabil disgusto per l'-Homoousion-; ma la sua
timida coscienza era agitata dall'empietà di Aezio. Si aggravava la
colpa di quell'ateo dal sospetto favore dell'infelice Gallo; ed anche le
morti de' ministri Imperiali, ch'erano stati trucidati in Antiochia,
vennero imputate alle suggestioni di quel pericoloso sofista. Lo spirito
di Costanzo, che non poteva esser nè moderato dalla ragione, nè
determinato dalla fede, era ciecamente spinto all'uno o all'altro lato
dall'orrore che aveva degli opposti estremi; egli abbracciava e
condannava le opinioni a vicenda, bandiva e successivamente richiamava i
Capi dell'Arriana e Semiarriana fazione[224]. Nel tempo delle
occupazioni o solennità pubbliche esso consumava gl'interi giorni ed
anche le notti nello scegliere le parole, ed in pesar le sillabe, che
componevano i fluttuanti suoi simboli. Il soggetto delle sue meditazioni
accompagnava sempre ed occupava i leggieri suoi sonni; si ricevevano
gl'incoerenti sogni dell'Imperatore come visioni celesti, ed egli
accettava con compiacenza il sublime titolo di Vescovo de' Vescovi da
quegli Ecclesiastici, che dimenticavano l'interesse dell'ordine loro per
soddisfare le proprie passioni. Il disegno di stabilire una dottrina
uniforme che l'aveva impegnato a convocar tanti Sinodi nella Gallia,
nell'Italia, nell'Illirico e nell'Asia, restò più volte deluso per la
propria sua leggerezza, per le divisioni degli Arriani e per la
resistenza de' Cattolici; onde risolvè per un ultimo e decisivo sforzo
d'imperiosamente dettare i decreti d'un Concilio generale. Il rovinoso
terremoto di Nicomedia, la difficoltà di trovare un luogo conveniente, e
forse qualche secreto motivo di politica, servirono ad alterarne
l'intimazione. Ai Vescovi dell'Oriente fu ordinato di unirsi a Seleucia
in Isauria: mentre quelli dell'Occidente tenevan le loro sessioni a
Rimini sulla costa dell'Adriatico; ed invece di due o tre Deputati
d'ogni Provincia si volle, che v'intervenisse tutto quanto il ceto de'
Vescovi. Il Concilio dell'Oriente, dopo d'aver consumato quattro giorni
in fieri ed inutili contrasti, si separò senz'alcuna decisiva
conclusione. L'Occidentale fu prolungato fino al settimo mese. Tauro,
prefetto del Pretorio, aveva ordine di non lasciar partire i Prelati
fino a tanto che non si fossero tutti uniti nella stessa opinione; ed i
suoi sforzi furono sostenuti con la facoltà di bandire quindici de' più
refrattari, e con la promessa del Consolato, se conduceva a termine
un'impresa così difficile.
[A. D. 360]
Le sue preghiere e minacce, l'autorità del Sovrano, l'arte sofistica di
Valente e d'Ursacio, gl'incomodi della fame e del freddo, ed il tristo
pensiero d'un esilio senza speranza estorsero alla fine il ripugnante
consenso de' Vescovi di Rimini. I Deputati sì dell'Oriente che
dell'Occidente si raccolsero intorno all'Imperatore nel Palazzo di
Costantinopoli; ed egli ebbe la soddisfazione di dettare al Mondo una
professione di fede che stabilirà la -somiglianza-, senz'esprimer la
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