giavellotto, avendogli raso la pelle del braccio gli trafisse le coste, e si piantò nella inferior parte del fegato. Giuliano tentò di trarsi la mortale arme dal fianco, ma gli si tagliaron le dita dall'acutezza del ferro, e cadde privo di sensi da cavallo. Le guardie corsero in aiuto di esso, ed il ferito Imperatore fu gentilmente alzato da terra, e trasportato fuor del tumulto della battaglia in una tenda vicina. Passò di fila in fila la nuova del tristo caso; ma il dolor dei Romani inspirò loro un invincibil valore e il desiderio della vendetta. Continuò il sanguinoso ed ostinato combattimento fra le due armate, finattanto che non furon separate dalla totale oscurità della notte. I Persiani riportarono qualche onore dal vantaggio che ottennero contro l'ala sinistra, dove Anatolio maestro degli Uffizi fu ucciso, ed al Prefetto Sallustio appena riuscì di scappare. Ma l'evento della giornata fu contrario ai Barbari. Essi abbandonarono il campo; perderono i due lor Generali, Merane e Noordate[624], cinquanta nobili o Satrapi, ed una gran quantità dei lor più bravi soldati; ed il buon successo dei Romani, se Giuliano fosse sopravvissuto, avrebbe potuto riuscire in una decisiva ed util vittoria. Le prime parole, che pronunziò Giuliano dopo che fu rinvenuto dal deliquio, nel quale era caduto per la perdita del sangue, servono ad esprimere il marziale suo spirito. Egli chiese il cavallo e le armi, ed era impaziente di correre alla battaglia. Si esaurì la forza che gli restava pel penoso sforzo che fece, ed i chirurghi, ch'esaminavan la sua ferita, vi scuoprirono i sintomi d'una vicina morte. Passò egli quei terribili momenti col fermo contegno d'un savio e d'un eroe; i filosofi, che l'avevano accompagnato in quella fatale spedizione, paragonavan la tenda di Giuliano alla prigione di Socrate; e gli spettatori, che per dovere, per amicizia o per curiosità si erano adunati attorno al suo letto, udivano con rispettoso cordoglio l'orazion funerea del morente loro Imperatore[625]. «Amici e miei militari compagni (diss'egli), è giunto adesso il tempo opportuno alla mia partenza, ed io pago ciò che domanda la natura con quella gioia che ha un buon debitore. Ho appreso dalla filosofia, quanto l'anima è più eccellente del corpo; e che la separazione della sostanza più nobile dovrebbe piuttosto esser motivo d'allegrezza che d'afflizione. Ho appreso dalla religione che una presta morte spesso è stata il premio della pietà[626]; ed accetto, come un favore degli Dei, il mortal colpo, che mi libera dal pericolo di disonorare un carattere, che fino qui è stato sostenuto dalla virtù e dalla fortezza. Siccome son vissuto senza colpa, così muoio senza rimorso. Io mi compiaccio nel pensare all'innocenza della mia vita privata; e posso affermare con sicurezza, che l'autorità suprema, quell'emanazione cioè del potere Divino, si è conservata pura ed immacolata nelle mie mani. Detestando le corrotte e rovinose massime del dispotismo, ho risguardato la felicità del popolo come lo scopo del governo. Sottoponendo le mie azioni alle leggi della prudenza, della giustizia e della moderazione, ne ho lasciato l'evento alla cura della Providenza. Finattanto che la pace fu coerente al pubblico bene, fu essa l'oggetto de' miei consigli; ma quando l'imperiosa voce della patria m'invitò alle armi, esposi la mia persona ai pericoli della guerra, chiaramente prevedendo (come aveva conosciuto mediante la divinazione) che era destinato che io morissi per mezzo della spada. Offro adesso i miei rendimenti di grazie all'Ente supremo, che non ha permesso che io perissi nè per la crudeltà d'un tiranno, nè per le segrete insidie d'una cospirazione, nè pei lenti tormenti d'una languida malattia. Ei mi ha concesso una splendida e gloriosa partenza da questo Mondo, in mezzo ad una onorevol carriera, ed io stimo ugualmente assurdo che vile il sollecitare o fuggire il colpo del fato... Non posso favellar più oltre; mi mancan le forze, e sento l'approssimarsi della morte... mi guarderò cautamente da ogni parola, che possa tendere ad influire sui vostri voti nella elezione d'un Imperatore. La mia scelta potrebbe essere imprudente o non giudiziosa, e se non venisse confermata dal consenso dell'esercito, potrebbe tornar funesta a quello che avessi raccomandato. Io non farò ch'esprimere da buon cittadino i miei voti, che possano i Romani esser felici sotto il governo d'un virtuoso Sovrano». Dopo questo discorso, che Giuliano pronunziò con un costante e fermo tuono di voce, egli distribuì, un testamento militare[627], i residui delle sue facoltà private; e dimandando perchè non si trovasse presente Anatolio, quando seppe da Sallustio che Anatolio era morto, pianse con un'amabile incoerenza la perdita dell'amico. Nel tempo stesso egli biasimava lo smoderato dolore degli astanti, e gli scongiurava a non disonorare con deboli lagrime il destino d'un Principe, che in breve si sarebbe unito col cielo e con le stelle[628]. Gli spettatori stavano in silenzio; e Giuliano entrò in una metafisica discussione coi filosofi Prisco e Massimo sopra la natura dell'anima. Gli sforzi, ch'ei fece di spirito, non men che di corpo, probabilmente ne affrettaron la morte. Incominciò la sua ferita a versare sangue con maggior forza; dal gonfiamento delle vene gli s'impediva il respiro, chiese un sorso di acqua fresca, e tosto che l'ebbe presa, spirò senza pena verso la mezza notte. Tale fu il termine di questo uomo straordinario nel trentesimo secondo anno della sua età, dopo un regno di un anno, e circa otto mesi dalla morte di Costanzo. Negli ultimi suoi momenti dimostrò, forse con qualche ostentazione, l'amore della virtù e della fama, ch'erano state le passioni dominanti della sua vita[629]. [A. D. 363] Possono in qualche modo attribuirsi a Giuliano stesso il trionfo del Cristianesimo e le calamità dell'Impero pur aver egli trascurato di assicurare in futuro l'esecuzione dei suoi disegni, mediante l'opportuna e giudiziosa scelta d'un collega e successore. Ma la reale stirpe di Costanzo Cloro s'era ridotta alla sua sola persona; e se gli passò per la mente qualche serio pensiero d'investir della porpora il più degno fra' Romani, fu distolto da tale risoluzione per la difficoltà della scelta, per la gelosia della potenza, pel timore dell'ingratitudine e per la natural presunzione di salute, di gioventù e di prosperità. L'inaspettata sua morte lasciò l'Impero senza Signore e senza erede in uno stato di perplessità e di pericolo, che non s'era provato per lo spazio d'ottant'anni dopo l'elezione di Diocleziano. In un Governo, che aveva quasi dimenticato la distinzione del sangue puro e nobile, era di poca importanza la superiorità della nascita; i diritti del grado militare erano accidentali e precari; ed i candidati, che aspirar potevano a salir sul trono vacante, non potevano esser sostenuti che dalla coscienza del loro merito personale, o dalle speranze del favore del popolo. Ma la situazione di un esercito affamato, circondata per ogni parte dai Barbari, abbreviò i momenti del lutto e della deliberazione. In quello spettacolo di terrore e d'angustia, il corpo del morto Principe fu, secondo i suoi propri ordini, decentemente imbalsamato; ed allo spuntar del giorno i Generali adunaronsi in un Senato militare, a cui furono invitati i Comandanti delle Legioni e gli Uffiziali sì di cavalleria che d'infanteria. Non erano anche passate tre o quattr'ore della notte, che s'era già formata qualche segreta cabala, e quando si propose la scelta d'un Imperatore, lo spirito di partito incominciò ad agitar l'Assemblea. Vittore ed Arinteo riunirono i residui della Corte di Costanzo; gli amici di Giuliano s'attaccarono a Dagalaifo e Nevitta, capitani Galli; e potean temersi le più fatali conseguenze dalla discordia di due fazioni così opposte fra loro nel carattere ed interesse, nelle massime di governo, e forse anche ne' princìpi di religione. Le sole sublimi virtù di Sallustio avrebber potuto conciliarne le divisioni, ed unire i lor voti, ed il venerabil Prefetto immediatamente sarebbe stato dichiarato successor di Giuliano, se da se medesimo con sincera e modesta fermezza non avesse addotto la sua età e mancanza di salute, che lo rendeano incapace di sostenere il peso del diadema. I Generali, che restarono sorpresi e perplessi dal suo rifiuto, mostraron qualche disposizione ad ammettere il salutar consiglio d'un uffiziale inferiore[630], che operassero come avrebbero fatto nell'assenza dell'Imperatore; che dimostrassero la loro abilità nello strigar l'esercito dalle presenti strettezze: e se eran tanto felici da giungere a' confini della Mesopotamia, avrebbero allora potuto devenire con unanimi e maturi consigli all'elezione d'un legittimo Sovrano. Mentre deliberavano, alcune poche voci salutaron Gioviano, il quale non era più che il -Primo- de' domestici[631], ne' nomi d'Imperatore e d'Augusto. Fu immediatamente ripetuta quella tumultuaria acclamazione dalle guardia, che circondavan la tenda, e passò in pochi minuti fino all'estremità della fila. Il nuovo Principe, attonito della sua fortuna, fu precipitosamente vestito degli ornamenti Imperiali, e ricevè il giuramento di fedeltà da que' Duci, de' quali tanto poco tempo avanti sollecitava il favore e la protezione. La più forte raccomandazione di Gioviano fu il merito del Conte Varroniano suo padre, che in onorato ritiro godeva il frutto de' suoi lunghi servigi. Nell'oscura libertà d'una condizione privata, il figlio secondò il proprio genio per le donne e pel vino; ma sostenne con riputazione il carattere di Cristiano[632] e di soldato. Senza esser cospicuo per alcuna di quelle ambiziose qualità, che risvegliavan l'ammirazione e l'invidia degli uomini, la persona ben fatta di Gioviano, il piacevol temperamento ed il famigliare suo spirito avean guadagnato l'affetto dei suoi compagni, ed i Generali d'ambedue le parti acconsentirono ad un'elezion popolare, che non era stata diretta dalle arti dei respettivi nemici. La vanità, che potea nascere da questa inaspettata elevazione, veniva moderata dal giusto timore, che quell'istesso giorno potea finir la vita ed il regno del nuovo Imperatore. Si obbedì senza dilazione alla voce imperiosa, della necessità, ed i primi ordini dati da Gioviano, poche ore dopo ch'era spirato il suo predecessore, furono di continuare una marcia, che sola distrigar potea i Romani dalle attuali loro strettezze[633]. I timori d'un nemico esprimono con la maggiore sincerità la sua stima; e si può esattamente misurare il grado del suo timore dalla gioia, con cui celebra la propria liberazione. La gradita nuova della morte di Giuliano, che un disertore portò al campo di Sapore, inspirò nel disanimato Monarca una subitanea fiducia di vincere. Immediatamente distaccò la regia cavalleria, formata forse da diecimila -Immortali-[634], per secondare e sostenere la caccia de' nemici, e scaricò tutto il peso delle riunite sue forze sulla retroguardia Romana. Fu essa posta in disordine; le famose legioni, che portavano il nome di Diocleziano e del guerriero collega di lui, furono rotte e calpestate dagli elefanti; e perderono la vita tre Tribuni, che tentavano di fermar la fuga de' loro soldati. La battaglia però in seguito fu rimessa dal costante valor de' Romani; i Persiani vennero rispinti con un gran macello di uomini e di elefanti; e l'esercito dopo aver marciato e combattuto per tutta una giornata di state, arrivò la sera a Samara sulle rive del Tigri circa cento miglia sopra Ctesifonte[635]. Il giorno seguente i Barbari, invece di sturbare la marcia, attaccarono il campo di Gioviano, che s'era situato in una profonda e remota valle. Gli arcieri Persiani insultavano e molestavano dalle altezze gli stanchi legionari; ed un corpo di cavalleria, che con disperato coraggio era penetrato nella porta Pretoria, fu dopo un dubbioso combattimento tagliato a pezzi vicino alla tenda Imperiale. Nella notte di poi, il campo di Carche fu difeso dalle alte dighe del fiume; e l'esercito Romano, sebbene continuamente esposto al molesto inseguimento de' Saracini, piantò le sue tende presso la città di Dura[636] quattro giorni dopo la morte di Giuliano. Esso aveva sempre il Tigri a sinistra; erano quasi tutte consumate le sue provvisioni e speranze; e gl'impazienti soldati, che s'erano fortemente persuasi, che le frontiere dell'Impero non fosser molto distanti, chiedevano al nuovo lor Principe la permissione di tentare il passo del fiume. Gioviano, coll'aiuto de' suoi più savi Uffiziali, procurò di frenarne la temerità, rappresentando loro, che quando avessero avuto sufficiente abilità e vigore da vincere l'impetuosità di una rapida e profonda corrente, non avrebber fatto altro che andare a porsi nudi e senza difesa nelle mani de' Barbari, che avevano occupato le opposte rive. Cedendo però finalmente alla clamorosa loro importunità, acconsentì con ripugnanza, che cinquecento Galli e Germani, assuefatti fin da fanciulli alle acque del Reno e del Danubio, tentassero l'ardita impresa, che sarebbe servita o d'incoraggiamento o d'avviso pel resto dell'esercito. Nel silenzio della notte passarono a nuoto il Tigri, sorpresero un posto non guardato dal nemico, e spiegarono allo spuntar del giorno il segno di lor risolutezza e fortuna. L'evento di tale sperimento dispose l'Imperatore a prestare orecchio alle promesse de' suoi architetti, che proposero di costruire un mobile ponte di gonfiate pelli di pecore, di bovi e di capre coperte con uno strato di terra e di fascine[637]. Si consumarono due importanti giornate in quell'inutil lavoro; ed i Romani, che già provavano le miserie della fame, gettavano sguardi di disperazione sul Tigri o su' Barbari, il numero e l'ostinazione dei quali andava crescendo coll'angustie dell'armata Imperiale[638]. In questa disperata situazione il nome di pace ravvivò gl'indeboliti spiriti de' Romani. Era già svanita la transitoria presunzione di Sapore; osservò egli con seria ponderazione, che replicando le dubbiose battaglie, aveva perduti i suoi più fedeli ed intrepidi nobili, le truppe più brave e la maggior parte degli elefanti; e l'esperto Monarca temè di provocare la resistenza della disperazione, le vicende della fortuna e l'inesausta potenza del Romano Impero, che poteva in breve soccorrere o vendicare il successor di Giuliano. Comparve nel campo di Gioviano il Surenas medesimo accompagnato da un altro Satrapo[639]; ed espose che la clemenza del suo Sovrano non era aliena dell'indicare le condizioni, colle quali avrebbe acconsentito a risparmiare e lasciare in libertà Cesare, co' residui del disastrato suo esercito. Le speranze di salute vinsero la fermezza dei Romani; l'Imperatore fu costretto dal parere del suo consiglio e dai clamori dei soldati ad ammetter l'offerta di pace; e fu immediatamente spedito il Prefetto Sallustio col Generale Arinteo per intendere qual fosse la volontà del gran Re. L'astuto Persiano differì sotto vari pretesti la conclusion del trattato; oppose difficoltà, chiese schiarimenti, suggerì impedienti, ristrinse quel che aveva concesso, accrebbe le sue domande, e consumò quattro giorni negli artifizi della negoziazione, finattanto che fossero terminate le provvisioni, che restavano ancora nel campo Romano. Se Gioviano fosse stato capace d'eseguire un ardito e prudente divisamento, avrebbe dovuto continuar la sua marcia con assidua diligenza; il progresso del trattato avrebbe sospeso gli attacchi dei Barbari; e prima che spirasse il quarto giorno, sarebbe giunto salvo alla fertil Provincia di Corduena, che non era distante più di cento miglia[640]. L'irresoluto Imperatore, invece di rompere le reti del nemico, aspettò con paziente rassegnazione il suo fato, ed accettò le umilianti condizioni di pace, le quali non era in suo poterò di ricusare. Furono restituite alla Monarchia Persiana le cinque Province di là dal Tigri, che dall'avo di Sapore erano state cedute. Per un articolo separato acquistò egli anche l'inespugnabile città di Nisibi, che in tre successivi assedi aveva sostenuto lo sforzo delle sue armi. Singara ed il castello de' Mori, una delle più forti piazze della Mesopotamia, si smembrarono parimente dall'Impero. Fu considerata come una largità, che fosse permesso agli abitanti di quelle fortezze di ritirarsi coi loro effetti; ma il vincitore fortemente insistè, che i Romani dovesser per sempre abbandonare il Re ed il regno dell'Armenia. Stipulossi fra le nemiche Nazioni una pace o piuttosto una lunga tregua di trent'anni; con solenni giuramenti e con cerimonie religiose si ratificò la fede de' trattati; e reciprocamente si diedero ostaggi di ragguardevol grado per assicurare l'esecuzione de' patti[641]. Il Sofista d'Antiochia, che vide con isdegno lo scettro del suo eroe nelle deboli mani d'un successore Cristiano, protesta d'ammirar la moderazione di Sapore in contentarsi d'una sì piccola parte dell'Impero Romano. S'egli avesse esteso fino all'Eufrate le ambiziose sue pretensioni, sarebbe stato sicuro, dice Libanio, di non incontrare opposizione alcuna. S'egli avesse fissato per confini della Persia l'Oronte, il Cidno, il Sangario, o anche il Bosforo Tracio, non sarebber mancati nella Corte di Gioviano gli adulatori per convincere quel timido Principe, che le sue rimanenti Province gli avrebbero tuttavia somministrato il modo d'ampiamente soddisfare la potenza ed il lusso[642]. Senza interamente ammettere questa maliziosa osservazione, dobbiam confessare però che la privata ambizion di Gioviano facilitò la conclusione d'un trattato così vergognoso. Un oscuro domestico, innalzato al trono dalla fortuna piuttosto che dal merito, era impaziente di sottrarsi dalle mani dei Persiani per poter prevenire i disegni di Procopio, che comandava l'esercito della Mesopotamia, e stabilire il dubbioso suo regno sulle Legioni e Province, che tuttavia ignoravano la precipitosa e tumultuaria elezione, fatta nel campo di là dal Tigri[643]. In vicinanza del medesimo fiume, ad una distanza non molto grande dalla fatale stazione di Dura[644], i diecimila Greci restarono abbandonati senza Generali, senza guide e senza provvisioni, più di dugento miglia lontani dal loro paese, allo sdegno d'un vittorioso Monarca. La differenza della condotta ed il successo di essi è più da imputarsi al loro carattere, che alla situazione in cui si trovarono. In vece di ciecamente abbandonarsi alle deliberazioni segrete ed alle private mire d'una sola persona, i consigli riuniti dei Greci venivano inspirati dal generoso entusiasmo di una popolare assemblea, dove lo spirito d'ogni cittadino è pieno d'amore della gloria, d'orgoglio della libertà e di disprezzo della morte. Consapevoli della loro superiorità nella disciplina e nelle armi sopra de' Barbari, sdegnarono di cedere, e ricusarono di capitolare; fu sormontato qualunque ostacolo dalla loro pazienza, dal coraggio e dalla militare perizia; e la memorabile ritirata dei diecimila schiarì e svergognò la debolezza della Monarchia Persiana[645]. Per prezzo delle vergognose sue concessioni l'Imperatore avrà forse stipulato, che fosse abbondantemente fornito di viveri il campo degli affamati Romani[646]; e che fosse loro permesso di passare il Tigri sul ponte ch'era stato costrutto dai Persiani. Ma se Gioviano ardiva di sollecitare l'osservanza di tali eque convenzioni, altieramente si ricusavano esse dal superbo Tiranno dell'Oriente, la clemenza del quale avea perdonato agl'invasori delle sue terre. I Saracini alle volte intercettavano quelli che si staccavano dall'esercito; ma i Generali ed i soldati di Sapore rispettavan la sospensione delle armi; e si tollerò, che Gioviano esplorasse il luogo più comodo pel passaggio del fiume. Le piccole barche, che si eran salvate dall'incendio della flotta, furono in quest'occasione di grandissimo aiuto. Con esse fu trasportato prima lo Imperatore ed i suoi cortigiani; ed in seguito, facendo molti viaggi successivamente, una gran parte dell'esercito. Ma siccome ognuno avea premura della propria personale salvezza, o temeva di essere abbandonato sul lido nemico, i soldati, troppo impazienti d'aspettare il tardo ritorno delle barelle, s'arrischiavano audacemente di passare sopra leggieri graticci o sopra pelli gonfiate di aria; e traendosi dietro i cavalli tentavano con vario successo di attraversare quel fiume. Molti di questi arditi avventurieri furono ingoiati dalle onde; molti altri, trasportati via dalla violenza della corrente, divennero una facile preda dell'avarizia o della crudeltà degli Arabi selvaggi; e la perdita, che soffrì l'esercito nel paesaggio del Tigri, non fu inferiore al macello d'una giornata campale. Quando i Romani ebber posto il piede sulla riva Occidentale, restaron liberi dall'ostile inseguimento dei Barbari; ma in una laboriosa marcia di dugento miglia per le pianure della Mesopotamia provarono le ultime estremità della sete e della fame. Furono essi costretti a traversare un arenoso deserto, che per lo spazio di settanta miglia non somministrava neppure un filo di erba da mangiare, nè alcuna sorgente d'acqua; e nel rimanente di quell'inospita solitudine non vedevasi alcun vestigio nè di amici nè di nemici. Se potea trovarsi nel campo una piccola dose di farina, volentieri se ne compravan venti libbre per dieci monete di oro[647]; furon uccise e divorate le bestie da soma; ed il deserto era sparso di armi e del bagaglio dei soldati Romani, i laceri vestimenti ed i magri aspetti dei quali dimostravano quel che avevano sofferto, e la miseria in cui si trovavano. Un piccol convoglio di provvisioni s'avanzò incontro all'armata fino al castello di Ur, e tal soccorso riuscì tanto più gradito, che dichiarava la fedeltà di Sebastiano e di Procopio. A Tilsafata[648] l'Imperatore accolse molto graziosamente i Generali della Mesopotamia; e finalmente i residui d'un esercito una volta sì florido, si riposarono sotto le mura di Nisibi. I messaggi di Gioviano avevano già pubblicato con le frasi dell'adulazione l'innalzamento, il trattato ed il ritorno di esso; ed il nuovo Principe aveva preso le più efficaci misure per assicurarsi la fedeltà degli eserciti e delle Province dell'Europa, dando il comando militare a quegli Uffiziali, che per motivo d'interesse o d'inclinazione avrebbero costantemente sostenuto la causa del loro benefattore[649]. Gli amici di Giuliano avevano altamente annunziato il felice successo della sua spedizione. Erano essi fortemente persuasi, che si sarebbero arricchiti i tempj degli Dei con le spoglie dell'Oriente; che la Persia si sarebbe ridotta all'umile stato di una Provincia tributaria, governata dalle leggi e dai Magistrati di Roma; che i Barbari adottato avrebbero l'abito, i costumi e la lingua dei loro conquistatori; e che la gioventù di Ecbatana e di Susa venuta sarebbe a studiar la rettorica nelle scuole de' Greci[650]. I progressi delle armi di Giuliano interruppero la comunicazione di lui coll'Impero; e dal momento che passò il Tigri, gli affezionati suoi sudditi non seppero più la sorte e gli accidenti del loro Principe. La contemplazione degl'immaginati trionfi venne sturbata dalla trista fama della sua morte; e persisterono a dubitare della verità di quel fatale avvenimento, anche dopo che non potevano più negarlo[651]. I messaggieri di Gioviano promulgarono la speciosa novella di una prudente e necessaria pace: ma la voce della fama, più alta e più sincera, manifestò il disonor dell'Imperatore e le condizioni dell'ignominioso trattato. Gli animi del popolo si riempirono di stupore e di affanno, di sdegno e di terrore, quando seppero che l'indegno successor di Giuliano abbandonava le cinque Province, che acquistate aveva la vittoria di Galerio; e che vergognosamente rendeva ai Barbari l'importante città di Nisibi, ch'era il più stabile baloardo delle Province Orientali[652]. Nelle popolari conversazioni agitavasi liberamente la profonda e pericolosa questione, se la fede pubblica si dovesse osservare, quando essa è incompatibile con la pubblica sicurezza; ed avevasi qualche speranza, che l'Imperatore avrebbe rimediato alla pusillanime sua condotta con uno splendido atto di patriottica perfidia. Lo spirito inflessibile del Senato Romano aveva in altri tempi disapprovato le ingiuste condizioni estorte dalle angustie delle oppresse sue armate; e se vi fosse stato bisogno di soddisfare all'onore della nazione con dare il Generale colpevole nelle mani de' Barbari, la maggior parte de' sudditi di Gioviano avrebbe volentieri acconsentito a seguire l'esempio de' tempi antichi[653]. Ma l'Imperatore, per quanto stretti fossero i limiti della sua costitutiva autorità, era padrone assoluto delle leggi e delle armi dello Stato; e gli stessi motivi, che l'avevan forzato a sottoscrivere il trattato di pace, lo affrettavano ad eseguirlo. Egli era impaziente d'assicurarsi un Impero a costo di poche Province; ed i nomi rispettabili di religione d'onore coprivano i timori personali e l'ambizion di Gioviano. Non ostanti le umili sollecitazioni degli abitanti, il decoro ugualmente che la prudenza impediron l'Imperatore dal prendere alloggio nel palazzo di Nisibi; ma la mattina dopo il suo arrivo, Binese, Ambasciatore di Persia, entrò nella piazza, spiegò dalla fortezza la bandiera del gran Re, e pubblicò in nome di esso la crudele alternativa della servitù o dell'esilio. I principali cittadini di Nisibi, che fino a quel fatal momento avevan confidato nella protezione del loro Sovrano, gli si gettarono a' piedi. Lo scongiurarono a non abbandonare o almeno a non consegnare una fedele colonia al furore d'un Barbaro tiranno, esacerbato da tre successive sconfitte ricevute sotto le mura di Nisibi. Essi avevano ancora armi e coraggio per rispingere gl'invasori della patria; chiedevano soltanto la permissione di servirsene in loro difesa; e tosto che avessero assicurata la propria indipendenza, avrebbero implorato il favore di essere nuovamente ammessi nel numero de' suoi sudditi. Gli argomenti, la eloquenza e le lacrime loro furono inefficaci. Gioviano con qualche rossore allegò la santità de' giuramenti; e quando la ripugnanza, con cui accettò il dono d'una corona d'oro, convinse i cittadini del disperato lor caso, l'avvocato Silvano proruppe in tal esclamazione: «O Imperatore, così possiate voi essere incoronato da tutte le città do' vostri Stati!» A Gioviano, che in poche settimane aveva preso le abitudini di Principe[654], dispiacque la libertà, e si offese del vero; e poichè a ragione suppose che la malcontentezza del popolo potesse farlo inclinare a sottomettersi al governo Persiano, pubblicò un editto, che nel termine di tre giorni dovessero tutti, sotto pena di morte, lasciar la città. Ammiano ha descritto con vivaci colori la scena della disperazione universale, di cui sembra essere stato spettatore con occhio di compassione[655]. La vigorosa gioventù abbandonava con isdegnoso cordoglio le mura, che aveva sì gloriosamente difese; le sconsolate donne spargevano le ultime lagrime sulla tomba del figlio o del marito, che in breve doveva essere profanata dalle rozze mani di un Barbaro possessore; ed i vecchi cittadini baciavano le spoglie, e stavano attaccati alle porte delle case, dove passato avevano le care e liete ore della puerizia. Eran piene le pubbliche strade d'una tremante moltitudine; e nell'universale calamità non si faceva distinzione alcuna di grado, di sesso o di età. Ognuno procurava di portar via qualche frammento dal naufragio de' propri beni; e siccome non era possibile d'aver subito un sufficiente numero di cavalli o di carri, furono costretti a lasciarsi dietro la massima parte de' loro effetti preziosi. La dura insensibilità di Gioviano sembra che aggravasse i travagli di quegli esuli sfortunati. Furon posti però in un quartiere nuovamente fabbricato d'Amida; e quella rinascente città, col rinforzo d'una considerabil colonia, presto ricuperò il suo antico splendore, e divenne la capitale della Mesopotamia[656]. Si mandarono simili ordini dall'Imperatore per l'evacuazione di Singara e del castello de' Mori e per la restituzione delle cinque Province al di là del Tigri. Sapore godè la gloria ed i frutti della sua vittoria; e questa ignominiosa pace si è giustamente risguardata come una memorabile epoca nella decadenza e rovina del Romano Impero. I predecessori di Gioviano avevano alle volte abbandonato il dominio di lontane inutili Province; ma dalla fondazione della città, il Genio di Roma, il Dio Termine, che guardava i confini della Repubblica, non si era mai ritirato in faccia alla spada di un vittorioso nemico[657]. Dopo che Gioviano ebbe adempito quelle obbligazioni, che la voce del suo popolo avrebbe potuto tentarlo a violare, s'affrettò di sottrarsi alla scena della sua vergogna, e passò con tutta la Corte a godere le delizie d'Antiochia[658]. Senza consultare i dettami di un religioso zelo, egli fu indotto dall'umanità e dalla gratitudine a prestar gli ultimi onori al corpo del suo defunto Sovrano[659]; e Procopio, che sinceramente piangeva la perdita del suo congiunto, fu rimosso dal comando dell'esercito sotto il decente pretesto di aver cura de' funerali. Fu trasportato il cadavere di Giuliano da Nisibi a Tarso, in una lenta marcia di quindici giorni; e nel passare che fece per le città dell'Oriente, veniva salutato dalle fazioni fra loro contrarie o con luttuosi lamenti o con grida d'insulto. I Pagani già collocavano il loro diletto Eroe nel grado di quegli Dei, de' quali aveva restaurato il culto; mentre le invettive de' Cristiani perseguitavan l'anima dell'Apostata fino all'inferno ed il corpo di esso fino al sepolcro[660]. Gli uni compiangevano l'imminente rovina dei loro altari; gli altri celebravano la maravigliosa liberazion della Chiesa. I Cristiani applaudivano, con alti ed ambigui cantici, al colpo della divina vendetta ch'era stata sì lungo tempo sospesa sopra il reo capo di Giuliano. Assicuravano che nell'istante in cui Giuliano spirò di là dal Tigri, era stata rivelata la morte del tiranno a' Santi dell'Egitto, della Siria e della Cappadocia[661]; ed invece di accordare che fosse perito per mezzo de' dardi Persiani, la loro indiscretezza attribuiva l'eroico fatto all'oscura mano di qualche mortale o immortale campion della fede[662]. Tali imprudenti dichiarazioni furono ardentemente adottate dalla malizia o dalla credulità de' loro avversarj[663], che oscuramente insinuavano, o con sicurezza asserivano, che i Moderatori della Chiesa avevano instigato e diretto il fanatismo di un assassino domestico[664]. Più di sedici anni dopo la morte di Giuliano, tale accusa fu solennemente e con ardore sostenuta in una pubblica orazione, diretta da Libanio all'Imperatore Teodosio. I suoi sospetti non sono appoggiati su fatto o argomento veruno; e non possiamo far altro che stimare il generoso zelo del Sofista d'Antiochia per le fredde e neglette ceneri del suo amico[665]. V'era un costume antico ne' funerali, non meno che ne' trionfi de' Romani, che la voce degli encomj venisse corretta da quella della satira e del ridicolo; e che in mezzo alle splendide pompe, che spiegavan la gloria del vivente o del defunto, non fosser nascoste agli occhi del Mondo le sue imperfezioni[666]. Tale uso fu praticato anche nell'esequie di Giuliano. I Comici, ch'erano irritati dal disprezzo ed avversione di lui pel teatro, rappresentarono con applauso dell'udienza Cristiana la viva ed esagerata pittura delle follie e de' difetti del morto Imperatore. Il vario carattere ed i singolari costumi di lui fornirono ampia materia di motteggi e di ridicolo[667]. Nell'esercizio de' propri non ordinari talenti, spesse volte, abbassava la maestà del suo posto. Alessandro trasformavasi in Diogene, il Filosofo diveniva Sacerdote. La purità della sua virtù era macchiata da un'eccessiva vanità; la sua superstizione disturbò la pace, e pose in rischio la salute d'un vasto Impero; e gl'irregolari trasporti di lui tanto meno eran degni d'indulgenza, che sembravano laboriosi sforzi dell'arte o dell'affettazione. Il cadavere di Giuliano fu sepolto a Tarso nella Cilicia; ma il magnifico sepolcro, che gli fu innalzato in quella città sulle rive del fresco e limpido Cidno[668], dispiacque agli amici fedeli, che amavano e rispettavano la memoria di quell'uomo straordinario. Il filosofo dimostrò un desiderio assai ragionevole, che il discepolo di Platone riposasse in mezzo a' giardini dell'Accademia[669]; mentre il soldato esclamò in più forti accenti, che le ceneri di Giuliano dovevano unirsi a quelle di Cesare nel campo di Marte, e fra gli antichi monumenti del Romano valore[670]. L'istoria dei Principi non somministra frequentemente esempi di tale contrasto. FINE DEL VOLUME QUARTO. NOTE: [531] Vedasi questa favola o satira a p. 306-336 delle opere di Giuliano dell'edizione di Lipsia. La traduzione Francese del dotto Ezechiele Spanemio (-Parigi- 1683) è squallida, languida e corretta; e vi sono ammassate tante note, prove ed illustrazioni, che formano una mole di 557 pagine in quarto di minuta stampa. L'Abbate della Bleterie (-vit. di Gioviano Tom.- I. -p.- 241-393) ha espresso più felicemente lo spirito non meno che il senso dell'originale, che da esso viene illustrato con alcune brevi e curiose note. [532] Lo Spanemio, nella sua Prefazione, ha molto eruditamente discusso l'etimologia, l'origine, la somiglianza fra loro e la diversità delle -satire- Greche (drammatici componimenti, che si rappresentavan dopo le tragedie) e delle -satire- Latine (così dette da -Satura-) composizioni miste in prosa e in versi. Ma i Cesari di Giuliano sono d'una specie così originale, che il Critico resta dubbioso in qual classe debbano collocarsi. [533] Questo misto carattere di Sileno è delicatamente espresso nell'Egloga sesta di Virgilio. [534] Ogni lettore imparziale deve conoscere e condannare la parzialità di Giuliano contro Costantino suo zio, e contro la religion Cristiana. In quest'occasione gl'interpreti vengono astretti da un più sacro interesse a ricusare il loro omaggio all'Autore, e ad abbandonarne la causa. [535] Giuliano era segretamente inclinato a preferire un Greco a un Romano. Ma quando seriamente confrontava un Eroe con un filosofo, sentiva che il genere umano aveva obbligazioni molto maggiori a Socrate che ad Alessandro: -Orat. ad Themist. p.- 264. [536] -Inde nationibus Indicis certatim cum donis Optimates mittentibus.... ab usque Divis et Serendivis-. Ammiano XX 7. Quest'isola, a cui si son dati successivamente i nomi di -Taprobana-, di -Serendib- e di -Ceilan-, dimostra, quanto imperfettamente si conoscessero da' Romani i mari e le terre a Levante del Capo Comorin. In primo luogo nel regno di Claudio un liberto, che aveva in affitto le dogane del mar Rosso, fu accidentalmente trasportato da' venti su quell'estranea e sconosciuta costa; conversò per sei mesi con gli abitanti di essa; ed il Re di Ceilan, che per la prima volta udì parlare della potenza o della giustizia di Roma, s'indusse a mandare Ambasciatori all'Imperatore (Plin. -Hist. Nat.- VI. 24). Secondariamente i Geografi (e Tolomeo stesso) hanno fatto più di quindici volte più grande del vero questo nuovo Mondo, che fu da' medesimi esteso fino all'Equatore, ed alle vicinanze della China. [537] Erano state mandate a Costanzo tali ambascerie. Ammiano, che, senz'accorgersene, discende ad una bassa adulazione, doveva essersi dimenticato della lunghezza del viaggio, e della breve durata del Regno di Giuliano. [538] -Gothos saepe fallaces et perfidos; hostes quaerere se meliores ajebat; illis enim sufficere mercatores Galatas, per quos ubique sine conditionis discrimine venundantur.- In meno di quindici anni questi schiavi Goti minacciarono e vinsero i loro padroni. [539] Alessandro rammenta a Cesare, suo rivale, il qual disprezzava la fama ed il merito d'una vittoria Asiatica, che Crasso ed Antonio avevan sentiti i dardi persiani, e i Romani, in una guerra di trecento anni, non avevano ancora soggiogato la sola Provincia della Mesopotamia, o dell'Assiria. -Caesar. p.- 324. [540] Si espone il disegno della guerra Persiana da Ammiano (XXII. 7. 12), da Libanio (-Orat. parent. c.- 79, 80. -p.- 305, 306), da Zosimo (l. III. -p.- 158), e da Socrate (l. III. c. 19). [541] Tanto la satira di Giuliano, quanto le Omelie di S. Gio. Grisostomo fanno l'istessa pittura d'Antiochia. La miniatura, che quindi ha ritratto l'Ab. della Bleterie (-Vit. di Giuliano p.- 330) è corretta ed elegante. [542] Laodicea somministrava i cocchieri; Tiro e Berito i commedianti; Cesarea i pantomimi; Eliopoli i cantori; Gaza i gladiatori; Ascalona i lottatori; e Castabala i ballerini di corda. Vedi -Exposit. totius Mundi p.- 6 -nel terzo tomo dei Geografi minori di Hudson-. [543] Χριστὀν δε ἀγαθὠντγες, εχετε πολιουχον αντι του Διος, -amando voi Cristo, tenetelo per tutelare invece di Giove-. Il popolo d'Antiochia ingegnosamente professava il suo attaccamento al -Chi, X- (Christo), ed al -Kappa, K- (Costanzo), Giuliano -in Misopogon p.- 357. [544] Lo scisma d'Antiochia, che durò ottantacinque anni (dal 330 al 415), s'accese nel tempo, che Giuliano risedeva in quella città, per l'imprudente ordinazione di Paolino. Vedi Tillemont -Mem. Eccl. Tom.- VII. -pag.- 803. -dell'ediz. in quarto Parig.- 1701 -ec.-, della quale io mi servirò da qui avanti nelle citazioni. [545] Giuliano stabilisce tre diverse proporzioni di cinque, di dieci, o di quindici modj di frumento per una moneta d'oro secondo i gradi d'abbondanza, o di scarsità (-in Misopogon p.- 369). Da questo fatto e da altri esempi del medesimo tempo rilevo, che sotto i successori di Costantino il prezzo moderato del grano era di circa trentadue scellini il sacco Inglese, che è uguale al prezzo medio de' primi sessantaquattro anni del presente secolo (-il secolo- 18). Vedi Arbuthnot -Tavola di monete, pesi e misure p.- 88, 89. Plin. -Hist. Nat.- XVIII. 12. -Mem. de l'Acad. des Inscript. Tom.- XXVIII. -p.- 718, 721. Smith. -Ricerca su la natura e le cause della ricchezza delle Nazioni vol.- I. -p.- 246. Io mi fo pregio di citar quest'ultima come l'opera d'un dotto e d'un amico. [546] -Numquam a proposito declinabat, Galli similis fratris, licet incruentus-. Ammiano XXII. 14. L'ignoranza dei più illuminati Principi può ammettere qualche scusa; ma non possiamo esser soddisfatti della difesa propria di Giuliano (-in Misopogon p. 368, 369-) o dell'elaborata apologia di Libanio (-Orat. parent. c. XCVII. p. 321-). [547] Libanio tocca gentilmente il loro breve e mite arresto (-Orat. parent. c. XCVIII. p. 322. 323-). [548] Libanio (-ad Antiochenos de Imperatoris ira c. 17, 18, 19. ap. Fabric. Biblioth. Graec. T. VII. p. 221-223-) a guisa di abile Avvocato severamente censura la follia del popolo, che soffriva pel delitto di pochi oscuri ed ebrj miserabili. [549] Libanio (-ad Antiochen. c. VII. p. 213-) rammenta ad Antiochia il recente gastigo di Cesare: e Giuliano stesso (-in Misopogon p. 335-) accenna con quanto rigore Taranto aveva espiato l'insulto fatto agli Ambasciatori Romani. [550] Quanto al Misopogon vedasi Ammiano (XXII. 14). Libanio (-Orat. parent. c. XCIX. p. 323-), Gregorio Nazianzeno (-Orat. IV. p. 133-) e la Cronica d'Antiochia di Gio. Malala (-Tom. II. p. 15, 16-). Ho grandi obbligazioni alla traduzione e alle note dell'Ab. della Bleterie (-vit. di Giovian. Tom. II. p. 1-138-). [551] Ammiano avverte assai giustamente, che -coactus dissimulare pro tempore, ira sufflabatur interna-. L'ironia elaborata di Giuliano alla fine prorompe in serie e dirette invettive. [552] -Ipse autem Antiochiam egressurus, Heliopoliten quemdam Alexandrum Syriacae Jurisdictioni praefecit turbulentum et saevum; dicebatque non illum meruisse, sed Antiochensibus avaris et contumeliosis hujusmodi Judicem convenire-. Ammiano XXIII. 2. Libanio (-Epist. 722. pag. 346, 347-), che confessa a Giuliano medesimo, che aveva esso avuto parte nel generale disgusto, pretende, che Alessandro fosse un utile, quantunque austero riformatore de' costumi e della religione d'Antiochia. [553] Juliano -in Misopogon p. 364-. Ammiano XXIII. 2, e Vales. -ib-. Libanio in un'orazione, espressamente scritta, lo invita a tornare alla sua leale e pentita città d'Antiochia. [554] Liban. -Orat. parent. c. VIII. p. 230, 231-. [555] Eunapio riferisce che Libanio ricusò l'onorevol grado di Prefetto del Pretorio come meno illustre del titolo di Sofista (-Vit. Sofist. p.- 135). I Critici hanno osservato un sentimento simile in un'epistola (XVIII dell'-Ediz. Wolf.-) di Libanio medesimo. [556] Ci son rimaste, e son già pubblicate quasi duemila delle sue lettere; specie di composizione, in cui Libanio si reputava eccellente. Possono i Critici lodar la sottile ed elegante lor brevità; ma il D. Bentley (-Dissert. sopra Falar. p.- 487) potè giustamente, ma non gentilmente, osservare, che «si sente dal voto e dalla mancanza d'anima in esse, che si conversa con un pedante, il quale va sognando appoggiato sulla sua cattedra». [557] Si pone la sua nascita nell'anno 314. Ei fa menzione del settantesimo sesto anno della sua età, anno 390, e sembra, che alluda ad alcuni avvenimenti d'una data eziandio posteriore. [558] Libanio ha fatta la vana e prolissa, ma curiosa narrazione della sua vita (-Tom.- II. -p.- 1-84. -Ed: Morell.-), della quale ci ha lasciato Eunapio (-p.- 130-135) un breve e svantaggioso ragguaglio. Fra' moderni il Tillemont (-Hist. des Emper. Tom.- IV. -p.- 571-576), il Fabricio (-Bibl. Graec. Tom.- VII. -p.- 378-414), e Lardner (-Testim. Pagan. T.- IV. -p.- 127-163) hanno illustrato il carattere e gli scritti di questo celebre Sofista. [559] La strada da Antiochia a Litarbe, nel territorio di Calcide, per monti e per paludi, era estremamente cattiva; e le pietre slegate non avevano altro cemento che la sabbia. Juliano -Epist.- XXVII. Egli è molto strano che i Romani trascurassero la gran comunicazione fra Antiochia e l'Eufrate. Vedi Wesseling. -Itiner. p.- 290. Bergier. -Histoire des grands Chemins Tom.- II. -p.- 200. [560] Giuliano allude a quest'accidente nell'-Epist.- 27, che più distintamente viene riferito da Teodoreto (-l. III. c 2.-). Applaudisce allo spirito intollerante del padre il Tillemont (-Hist. des Emp. Tom.- IV. -p.- 534), ed anche la Bleterie (-Vit. di Giuliano p.- 413). [561] Vedi il curioso trattato -de Dea Syria-, inserito fra le opere di Luciano (Tom. III. p. 451-490. -Edit. Reitz.-). La singolare denominazione di -Ninus vetus- (Ammiano XIV. 8) potrebbe far sospettare, che Jerapoli fosse stata la sede reale dell'Assiria. [562] Giuliano (-Epist.- 28) tenne un esatto conto di tutti gli augurj fortunati, ma soppresse gl'infelici, che sono diligentemente rammentati da Ammiano (XXIII. 2). [563] Juliano -Epist.- XXVII. -p.- 399-402. [564] Io prendo la prima occasione che mi si presenta di confessare le mie obbligazioni verso il Danville per la recente sua geografia dell'Eufrate e del Tigri (-Par.- 1780. in 4.) che particolarmente illustra la spedizione di Giuliano. [565] Vi sono tre passaggi, distanti poche miglia l'uno dall'altro: 1. Zeugma, celebre presso gli antichi: 2. Bir, frequentato da' moderni: e 3. il ponte di Menbigz, o sia Gerapoli alla distanza di quattro parasanghe dalla città. [566] -Haran-, o -Carre- fu l'antica residenza de' Sabei e di Abramo. Vedasi l'Indice Geografico di Schultens, (-ad calc. vit. Saladini-), opera da cui ho ricavato molte notizie Orientali intorno all'antica e moderna Geografia della Siria e degli adiacenti paesi. [567] Vedi Senofonte -Ciroped. l. III. p. 189. Edit. Hutchinson-. Artavasde avrebbe potuto soccorrere Marco Antonio con 16000 cavalli armati e disciplinati secondo la maniera dei Parti. Plutarco -in M. Antonio Tom. V. p. 117-. [568] Mosè di Corene (-Hist. Armen. l. III c. 11. p. 242-) pone il suo innalzamento al trono nell'anno 354 decimo settimo di Costanzo. [569] Ammiano XX. 11. Atanasio (Tom. I. -p. 856-.) dice in termini generali, che Costanzo diede la vedova del suo fratello τοις βαρβαροις -a' Barbari-, espressione più conveniente a un Romano che ad un Cristiano. [570] Ammiano (XXIII. 2.) si serve d'un termine troppo mite in quest'occasione, -monuerat-. Il Muratori (-Fabr. Biblioth. Graec. Tom. VII. p. 86-) ha pubblicato una lettera scritta da Giuliano al Satrapo Arsace, impetuosa, bassa, e (sebbene abbia potuto ingannare Sozomeno l. VI. c. 5.) molto probabilmente spuria. La Bleterie (-Hist. de Jovien Tom. II p. 339-) la traduce e la rigetta. [571] -Latissimum flumen Eufratem artabat-. Ammiano XXIII. 3. Un poco di sopra, al guado di Tapsaco, il fiume è largo quattro stadi, ovvero 800 braccia, quasi mezzo miglio Inglese (-Xenof. Anabas-. lib. I. -p. 41. Edit. Hutch. colle osserv. di Foster. p. 28. ec. nel secondo volume della Traduzione di Spelman-). Se la larghezza dell'Eufrate a Bir ed a Zeugma non è maggiore di 130 braccia (-Viag. di Niebuhr Tom. II. p. 335-.), tal enorme differenza deve specialmente nascere dalla profondità del canale. [572] -Monumentum tutissimum, et fabre politum, cujus moenia Abora- (gli Orientali l'aspirano dicendo -Cabora- o -Cabor-) -et Euphrates ambiunt flumina velut spatium insulare fingentes-. Ammiano XXIII. 5. [573] Si descrivono l'impresa e l'armamento di Giuliano da lui stesso (-Epist. XXVII-.), da Ammiano Marcellino (XXIII. 3, 4, 5.), da Libanio (-Orat. parent. c. 108. 109. p. 332. 333-.), da Zosimo (lib. III. p. 160, 161, 162.), da Sozomeno (lib. VI. c. 1.) e da Gio. Malala (Tom. II. p. 17.). [574] Prima d'entrar nella Persia, Ammiano descrive ampiamente (XXIII. 6. p. 369-419. -Edit. Gronov. in 4-.) le otto gran Satrapie o Province (fino alle frontiere Seriche, o Chinesi) che erano sottoposte ai Sassanidi. [575] Ammiano (XXIV. 1.) e Zosimo (-lib. III. pag. 162. 163.-) hanno accuratamente esposto tal ordine. [576] Si raccontano le avventure d'Ormisda con qualche miscuglio di favola da Zosimo (-l. II. p. 100-102.-) e dal Tillemont (-Hist. des Emper. T. IV. p. 188.-). Egli è impossibile, che ei fosse il fratello (-frater germanus-) di un primogenito postumo; nè io mi ricordo che Ammiano gli abbia mai dato quel titolo. [577] Vedi il primo libro dell'Anabasi p. 45. 46. Questa piacevole opera è originale ed autentica; pure la memoria di Senofonte, forse molti anni dopo la spedizione, qualche volta l'ha tradito; e le distanze, ch'ei nota, sono spesso maggiori di quel che possa accordare un soldato o un geografo. [578] M. Spelman, traduttore inglese dell'-Anabasi- (-Vol. I. p. 151.-), confonde la gazzella col capriolo, e l'asino selvaggio collo zebra. [579] Vedi -Viag. di Tavernier P. I. l. III. p. 316-. e più specialmente i -Viaggi di Pietro della Valle T. I. let. XVII. p. 671-. Egli non sapeva l'antico nome e la condizione di Annah. I ciechi nostri viaggiatori hanno rare volte alcuna previa notizia dei paesi che visitano. Meritano però un'onorevol eccezione Shaw e Tournefort. [580] -Famosi nominis latro-, dice Ammiano, ch'è un grande encomio per un Arabo. La tribù di Gassan era stabilita sul confine della Siria, e regnò qualche tempo in Damasco sotto una Dinastia di trentun Re, o Emiri, dal tempo di Pompeo fino a quello del Califfo Omar. D'Herbelot Bibl-. Orient. p. 360-. Pocock -Specim. Histor. Arab. p. 76. 78-. Nella lista però di essi non si trova il nome di Rodosace. [581] Ved. Ammiano (XXIV. I. 2). Libanio (-Orat. parent. c. 110. 111. p. 334-.), Zosimo (-l. III p. 164-168-). [582] Ci vien somministrata la descrizione dell'Assiria da Erodoto (lib. I. c. 192.), che ora scrive pe' fanciulli, ed ora pe' filosofi; da Strabone (lib. XVI. p. 1070, 1082.) e da Ammiano (lib. XXIII. c. 6). Fra' moderni viaggiatori i migliori sono Tavernier (-Part. I. l. II. p. 226-258.-), Otter. (-T. II. p. 35-69.- e -189-224-.) e Niebuhr (-Tom. II. p. 172-288-.). Nondimeno mi rincresce assai che non sia stato tradotto l'-Irak Arabi- di Albufeda. [583] Ammiano osserva, che l'Assiria primitiva, la quale comprendeva Nino (Ninive) ed Arbella, aveva preso la più moderna e special denominazione d'Adiabene, e sembra che ponga Teredone, Vologesia, ed Apollonia come le -ultime- città dell'attual Provincia dell'Assiria. [584] I due fiumi si uniscono ad Apamea, o Corna (cento miglia distante dal golfo Persico) nel largo canale del -Pasitigris-, o -Shat-ul-Arab-. L'Eufrate anticamente arrivava al mare per una bocca separata, che fu chiusa, e deviatone il corso da' cittadini di Orcoe, circa venti miglia al Sud-est della moderna Basra. Danville -nelle memor. dell'Accad. delle inscriz. Tom. XXX. p. 170-191-. [585] Il dotto Kaempfer ha esaurito come botanico, come antiquario, e come viaggiatore il soggetto delle palme. -Amoenit. exoticae Fascicul. IV. p. 660-674-. [586] L'Assiria pagava ogni giorno al Satrapo della Persia un artaba d'argento. La nota proporzione de' pesi e delle misure (Vedi l'elaborata ricerca del Vescovo Hooper) la gravità specifica dell'acque e dell'argento, ed il valore di questo metallo dopo un breve conteggio daranno l'annua rendita da me fissata. Pure il gran Re non riceveva dall'Assiria più di mille talenti Euboici o Tiri (252,000. lire sterl.). Il paragone di due passi d'Erodoto (lib. I. c. 192. lib. III. c. 89-96) dimostra un'importante differenza fra l'entrata -lorda- e -netta- della Persia; fra le somme pagate dalle Province, e l'oro e l'argento che entrava nel Regio Erario. Dei diciassette o diciotto milioni, che si esigevan dal popolo il Monarca avrà realizzati annualmente solo tre milioni seicento mila lire. [587] Sono circostanziatamente riferite le operazioni della guerra d'Assiria da Ammiano (XXIV. 2. 3, 4. 5.), da Libanio (-Orat. parent. c. 112-123. p. 335-347.-), da Zosimo (l. III. p. 168-180.), e da Gregorio Nazianzeno (-Orat. IV. p. 113. 144-). La critica -militare- del Santo è devotamente copiata dal Tillemont, fedele suo seguace. [588] Liban. -de ulciscenda Juliani nece c. 13. p. 162-. [589] I famosi esempi di Ciro, di Alessandro, e di Scipione furono atti di giustizia; ma la castità di Giuliano era volontaria, e secondo la sua opinione, meritoria. [590] Sallustio (-ap. vet. Scholiast. Juvenal. Sat. 1. 104-) osserva, che -nihil corruptius moribus-. Le matrone e le vergini di Babilonia si mescolavan liberamente con gli uomini in licenziosi banchetti, e quando si sentivan toccate dalla forza del vino e dell'amore, appoco appoco si spogliavano quasi interamente dell'incomodo delle vesti: -ad ultimum ima corporum velamenta projiciunt- Q. Curt. V. I. [591] -Ex virginibus autem, quae speciosae sunt capta, et in Perside, ubi foeminarum pulchritudo excellit, nec contrectare aliquam voluit, nec videre:- Ammian. XXIV. 4. La razza naturale de' Persiani è piccola e brutta; ma si è migliorata per la perpetua mescolanza del sangue Circasso: -Herod. l. III. c. 97, Buffon Histoir. natur. Tom. III. p. 420-. [592] -Obsidionalibus coronis donati.- Ammiano XXIV. 4. O Giuliano, o l'Istorico era un imperito antiquario. Avrebbe dovuto dar corone -murali-. -L'obsidionale- era il premio d'un Generale, che liberato avesse una città assediata. -Aul. Gell. Noct. Attic. V. 6-. [593] Io reputo questo discorso originale e genuino. Ammiano potè averlo udito e trascritto, ed era incapace d'inventarlo. Mi son preso alcune piccole libertà, e lo concludo con la più vigorosa sentenza. [594] Ammiano XXIV. 3. Liban. -Orat. parent. c. 122. p. 346-. [595] Danville (-Mem. de l'Acad. des Inscr. Tom. XXVIII. p. 246-259.-) ha determinato la vera posizione e distanza fra loro di Babilonia, di Seleucia, di Ctesifonte, di Bagdad ec. Il viaggiatore Romano, Pietro della Valle (-Tom. I. lett. 17. p. 650-780.-) sembra l'osservatore più diligente di quella famosa Provincia. Egli è un gentiluomo erudito, ma intollerabilmente vano e prolisso. [596] Il real canale -Nahar-Malcha- potè in diversi tempi esser restaurato, alterato, diviso ec. (Cellario -Geogr. ant. T. II. p. 453-); e questi cangiamenti servir possono a spiegare le apparenti contraddizioni dell'antichità. Al tempo di Giuliano dovea cader nell'Eufrate sotto Ctesifonte. [597] Καὶ μελεθεσιν ελεφαντων, οισ ισον εργόν διὰ σαχυῶν ἐλθειν, και Φαλανγος: -e di grandi elefanti, pe' quali è l'istesso camminare sopra le spighe, o sopra una falange.- «Rien n'est beau que le vrai»: massima che dovrebb'essere scritta sulla cattedra d'ogni retore. [598] Libanio indica il più potente fra' Generali. Io mi sono arrischiato a nominar Sallustio. Ammiano asserisce di tutti i condottieri, -quod acri metu territi duces concordi precatu fieri prohibere tentarent-. [599] -Hinc Imperator....- (dice Ammiano) -ipse cum levis armaturae auxiliis per prima postremaque discurrens-. Contuttociò Zosimo, suo amico, dice, che non passò il fiume se non due giorni dopo la battaglia. [600] -Secundum Homericam dispositionem.- Si attribuisce tal distribuzione al savio Nestore nel quarto libro dell'Iliade; ed Omero non era mai lontano dalla mente di Giuliano. [601] -Persas terrore subito miscuerunt, versisque agminibus totius gentis, apertas Ctesiphontis portas victor miles intrasset, ni major praedarum occasio fuisset, quam cura victoriae- (Sest. Ruf. -de Provinc. c.- 28). La loro avarizia potè disporli a dare orecchio al consiglio di Vittore. [602] Il lavoro del canale, il passaggio del Tigri e la vittoria si descrivon da Ammiano (XXIV. 5. 6.), da Libanio (-Orat. parent. c.- 124-128. -p.- 347, 353), da Gregorio Nazianzeno (-Orat. IV. p.- 115.), da Zosimo (-l.- III. -p.- 181-183.) e da Sesto Rufo (-de Prov. c.- 28). [603] La flotta e l'esercito erano disposti in tre divisioni una sola delle quali era passata nella notte (Ammiano XXIV. 6.); παση δορυφορια (-tutto il seguito-), che Zosimo fa passare il terzo giorno (-l. III p.- 183.), poteva esser composto dai protettori, fra' quali in quell'era militavan l'Istorico Ammiano e Gioviano futuro Imperatore, di alcune truppe di domestici, e, forse de' Gioviani e degli Erculei, che spesso facevan l'uffizio di guardie. [604] Mosè di Corene (-Hist. Armen. l. III c. 15 p. 246.-) ci somministra una tradizione del paese, ed una lettera spuria. Io non ho ammesso che la principal circostanza, la quale è coerente alla verità, alla verisimiglianza ed a Libanio (-Orat. parent. c. 131 p. 355-). [605] -Civitas inexpugnabilis, facinus audax et importunum.- Ammian. XXIV. 7. Eutropio, collega di lui nella milizia, evita la difficoltà: -Assiriamque populatus castra apud Ctesiphontem stativa aliquandiu habuit; remeansque victor etc.- X. 16. Zosimo è artificioso o ignorante, e Socrate inesatto. [606] Liban. -Orat. parent. c. 130. p. 354. c. 139. p. 361-. Socrate -l. III. c. 21-. L'Istorico Ecclesiastico attribuisce al consiglio di Massimo il rifiuto della pace. Tal consiglio era indegno d'un filosofo; ma il filosofo era anche un incantatore, che lusingava le speranze e le passioni del suo Signore. [607] Le arti di questo nuovo Zopiro (Greg. Nazianzeno -Orat. IV p. 115. 156-) possono meritare qualche credenza per la testimonianza de' due abbreviatori (Sesto Rufo e Vittore) e pei cenni che accidentalmente ne danno Libanio -(Orat. parent. c. 134. p. 157.-) ed Ammiano XXIV. 7. Viene interrotto il corso dell'istoria genuina da una molto inopportuna mancanza nel testo d'Ammiano medesimo. [608] Vedi Ammiano (XXIV. 7), Libanio (-Orat. parent. c. 132. 133, p. 356. 357-), Zosimo (l. III. p. 185.), Zonara (Tom. II. l. XIII. p. 26), Gregorio (-Orat.- IV. p. 116), Agostino (-de Civ. Dei.- l. IV. c. 29. l. V. c. 21). Fra questi Libanio solo tenta di fare una debole apologia pel suo Eroe, che secondo Ammiano pronunziò la propria condanna, con un tardo ed efficace tentativo d'estinguer le fiamme. [609] Vedi Erodoto (l. I. c. 194.), Strabone (l. XIV. p. 1074.) e Tavernier (p. I. l. II. p. 152.). [610] -A celeritate Tigris incipit vocari, ita appellant Medi sagittam: Plin. Histor. nat. VI. 31.- [611] Una di quelle dighe, che produce una cascata o cateratta artificiale, vien descritta dal Tavernier (P. I. l. II. p. 226.) e dal Thevenot (P. II. l. I. p. 193). I Persiani o gli Assirj procurarono d'interrompere la navigazione del fiume: Strabone l. XV. pag. 1975. Danville -L'Euphrate et le Tigre- p. 98, 99. [612] Rammentiamoci la felice ed applaudita temerità d'Agatocle e di Cortes, che abbruciarono le loro navi sulla costa dell'Affrica e del Messico. [613] Vedi le giudiziose riflessioni dell'Autore del saggio sulla Tattica (Tom. II. pag. 287-354.) e le dotte osservazioni del Guichardt (-Nouveaux memoires militaires.- Tom. I. pag. 351-382.) sul bagaglio e la sussistenza degli eserciti Romani. [614] Il Tigri sorge al mezzodì, l'Eufrate al settentrione delle montagne d'Armenia. Il primo dà fuori nel Marzo, ed il secondo nel mese di Luglio. Tali circostanze vengon bene spiegate nella dissertazione Geografica di Foster inserita nella -Spedizione di Ciro- di Spelman (Vol. II p. 26.) [615] Ammiano (XXIV. 8.) descrive, come sentì egli stesso, l'incomodo dell'acqua, del caldo e degli insetti. I terreni dell'Assiria, sotto l'oppressione de' Turchi, e la devastazione de' Curdi o Arabi, moltiplican dieci, quindici e venti volte il seme, che un miserabile ed imperito agricoltore vi getta. Viag. di Niebuhr -Tom.- II. -p.- 27. 285. [616] Isidoro di Carax (-Mansion. Parthic. pag. 5. 6. ap. Hudson. Geogr. min. Tom. II.-) computa 129. scheni da Seleucia, e Thevenot (-Par. I. lib. II. p. 209-245.-) un cammino di ore 128 da Bagdad ad Ecbatana, o Hamadam. Quelle misure non possono eccedere una parasanga ordinaria, o tre miglia Romane. [617] Descrivono circostanziatamente, non però con chiarezza, il cammino che fece Giuliano da Ctesifonte, Ammiano (XXIV. 7, 8), Libanio (-Orat. parent. c. 134. p. 357.-) e Zosimo (lib. III. p. 183.). Gli ultimi due par che ignorassero, che il loro conquistatore si ritirasse; e Libanio assurdamente lo limita alle sponde del Tigri. [618] Chardin, ch'è il più giudizioso tra' viaggiatori moderni, descrive (-Tom.- III -p.- 57-58. ec. -edit.- in 4.) l'educazione e la destrezza de' cavalieri Persiani. Brissonio (-de Regn. Pers. p.- 650-661 ec.) ha raccolto le testimonianze dell'antichità. [619] Nella ritirata di Marc'Antonio una misura Attica si vendeva cinquanta dramme, o in altri termini una libbra di farina dodici o quattordici scellini; il pane d'orzo era venduto per tanto argento quanto erane il peso. Non si può leggere l'interessante narrazione di Plutarco (-Tom.- V. -pag.- 102-116.) senz'accorgersi, che Marc'Antonio e Giuliano erano perseguitati dall'istesso nemico, ed involti nelle medesime angustie. [620] Ammiano XXIV. 8. XXV. 1. Zosimo lib. III. -p.- 184, 185, 186. Libanio -Orat, parent.- c. 134. 135. -p.- 357, 358, 359. Sembra che il Sofista d'Antiochia ignorasse la fame delle truppe. [621] Ammiano XXV 2. Giuliano aveva giurato in un punto di passione; -numquam se Marti sacra facturum- XXIV. 6. Non erano infrequenti queste capricciose contese fra gli Dei e gl'insolenti loro devoti: e fino il prudente Augusto, dopo che la sua flotta ebbe fatto due volte naufragio, escluse Nettuno dagli onori delle pubbliche feste. Vedi le filosofiche Riflessioni di Hume -Sagg. Vol.- II. -p.- 418. [622] Essi tuttavia conservavano il monopolio della vana ma lucrosa scienza della divinazione, ch'era stata inventata in Etruria, e si , , 1 . 2 , ' 3 , . 4 , , 5 . 6 ; 7 . 8 , 9 . 10 ' 11 , , 12 . ' 13 . ; 14 , [ ] , , 15 ; , 16 , 17 . 18 19 , 20 , , 21 . , 22 . 23 , , ' 24 , ' . 25 ' ' ; , 26 ' , 27 ; , 28 , 29 , ' 30 [ ] . « ( ' ) , 31 , 32 . 33 , ' ; 34 35 ' ' . 36 [ ] ; , 37 , , 38 , 39 . , 40 . ' 41 ; , ' , 42 ' , 43 . 44 , 45 . , 46 , ' 47 . , 48 ' ' ; ' 49 ' , , 50 ( ) 51 . 52 ' , 53 ' , ' 54 , ' . 55 , 56 , 57 . . . ; 58 , ' . . . 59 , 60 ' . 61 , 62 ' , . 63 ' , 64 ' » . 65 , , 66 , [ ] , 67 ; , 68 , ' 69 ' . 70 , 71 ' , 72 [ ] . ; 73 74 ' . , ' , 75 , . 76 ; 77 ' , , 78 ' , . 79 80 , , 81 . , 82 , ' , ' 83 [ ] . 84 85 [ . . ] 86 87 88 ' 89 ' , ' 90 ' . 91 ' ; 92 ' 93 ' , 94 , , ' 95 , . 96 ' ' 97 , ' 98 ' ' ' . , 99 , 100 ; 101 ; , 102 , 103 , 104 . , 105 , 106 . ' , 107 , , 108 ; 109 , 110 ' . 111 ' , ' , 112 ' , 113 ' . 114 ; ' 115 , ; 116 117 , , ' 118 . 119 , , 120 , 121 122 , 123 . , , 124 ' 125 [ ] , 126 ' ' ; 127 ' : 128 ' , 129 ' ' . 130 , , 131 - - ' [ ] , ' ' 132 ' . 133 , , 134 ' . , , 135 , 136 ' , ' 137 . 138 , 139 ' . 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