Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 4 (of 13) Author: Edward Gibbon Translator: Davide Bertolotti STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO DI EDOARDO GIBBON TRADUZIONE DALL'INGLESE VOLUME QUARTO MILANO PER NICOLÒ BETTONI M.DCCC.XXI STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO CAPITOLO XX. -Motivi, progresso ed effetti della conversione di Costantino. Legittimo stabilimento, e costituzione della Chiesa Cristiana, o Cattolica.- Si può risguardare il pubblico stabilimento del Cristianesimo, come una di quelle importanti e domestiche rivoluzioni, che eccitano la più viva curiosità, e somministrano la più efficace istruzione. Le vittorie ed il governo civile di Costantino non influiscono ora più sopra lo stato dell'Europa; ma una considerabil parte del globo ritien tuttavia l'impressione, che ricevè dalla conversione di quel Monarca; e l'ecclesiastiche istituzioni, fatte sotto il suo regno, son sempre connesse, mediante un'indissolubil catena, colle opinioni, colle passioni, e cogl'interessi della presente generazione. [A. D. 306-312] Nella considerazione d'un soggetto, che si può esaminare senza parzialità, ma non può riguardarsi con indifferenza, nasce subito una difficoltà inaspettata, cioè quella di determinare il vero e preciso tempo della conversione di Costantino. L'eloquente Lattanzio, in mezzo alla Corte di lui, sembra impaziente[1] di pubblicare al Mondo il glorioso esempio del Sovrano della Gallia, che fin da' primi momenti del suo regno conobbe e adorò la maestà dell'unico e vero Dio[2]. Il dotto Eusebio attribuì la fede di Costantino al segno miracoloso, che si fece veder in Cielo, mentr'egli meditava e preparava la spedizione dell'Italia[3]. L'istorico Zosimo asserisce maliziosamente, ch'esso aveva imbrattato le mani nel sangue del suo figlio maggiore, avanti di rinunziar pubblicamente agli Dei di Roma e de' suoi maggiori[4]. La dubbiezza, che producono queste discordi autorità, nasce dalla condotta di Costantino medesimo. Secondo il rigore del linguaggio ecclesiastico il primo Imperator Cristiano non fu degno di tal nome che al momento della sua morte; giacchè solo nell'ultima sua malattia ricevè come catecumeno l'imposizion delle mani[5], e quindi fu ammesso, mediante l'iniziante rito del Battesimo, nel numero de' Fedeli[6]. Conviene concedere a Costantino la qualità di Cristiano in un senso molto più vago ed esteso, e si richiede la più minuta esattezza nel determinare i lenti, e quasi impercettibili gradi, pe' quali il Monarca si dichiarò protettore, e finalmente proselito della Chiesa. Era una difficile impresa quella di sradicare gli abiti, ed i pregiudizi della sua educazione, di riconoscere il divino potere di Cristo, e d'intendere che la verità della sua Rivelazione era incompatibile col culto degli Dei. Gli ostacoli, che aveva probabilmente sperimentati nell'animo suo, lo istruirono a procedere con cautela nel momentaneo cangiamento d'una religion nazionale; ed appoco appoco scopriva le sue nuove opinioni, a misura che si trovava in grado di sostenerle con sicurezza e con effetto. In tutto il corso del suo regno, il Cristianesimo s'avanzò con un placido, sebbene accelerato moto; ma la generale progressione di esso fu alle volte raffrenata ed alle volte deviata dalle accidentali circostanze de' tempi, e dalla prudenza, o forse anche dal capriccio del Monarca. Fu permesso a' suoi Ministri d'indicar le intenzioni del Principe nel vario linguaggio, che più si accomodava a' respettivi loro principj[7]; ed egli artificiosamente bilanciò le speranze ed i timori de' propri sudditi, pubblicando nel medesimo anno due editti, l'uno de' quali comandava la solenne osservanza della Domenica[8], ed il secondo dirigeva la regolar consultazione degli Aruspici[9]. Mentre stava tuttavia sospesa quest'importante rivoluzione, i Cristiani ed i Pagani spiavano la condotta del loro Sovrano colla medesima ansietà, ma con sentimenti del tutto contrari. I primi eran mossi da ogni motivo di zelo, non men che di vanità, ad esagerare i segni del suo favore, e le prove della sua fede. Gli altri, finattanto che i loro giusti timori non furon cangiati in disperazione ed in isdegno, procuravano di nascondere al Mondo ed a loro medesimi, che gli Dei di Roma non contavan più l'Imperatore nel numero dei loro devoti. Le stesse passioni e gli stessi pregiudizi hanno impegnato gli scrittori parziali di varj tempi ad unire la pubblica professione del Cristianesimo colla più gloriosa o colla più ignominiosa epoca del regno di Costantino. Per quanto si potessero scorgere ne' discorsi o nelle azioni di Costantino sintomi di cristiana pietà, ciò nonostante perseverò egli fino all'età di quasi quarant'anni nella pratica della religione stabilita[10]; e quella stessa condotta, che nella Corte di Nicomedia si sarebbe potuta imputare al suo timore, non si poteva attribuire che all'inclinazione o alla politica, quando fu divenuto Sovrano della Gallia. La sua liberalità restaurò ed arricchì i tempj degli Dei; le medaglie, che uscirono dall'Imperiale sua zecca, hanno impresse le figure e gli attributi di Giove e d'Apollo, di Marte e d'Ercole; e la sua figlial pietà, mediante la solenne apoteosi di suo padre Costanzo, accrebbe l'assemblea dell'Olimpo[11]. Ma la devozione di Costantino era particolarmente diretta al genio del Sole, l'Apollo della Greca e Romana mitologia; e si compiaceva di farsi rappresentare co' simboli del Dio della luce e della poesia. Gl'infallibili dardi di quel Nume, lo splendor de' suoi occhi, la sua corona d'alloro, l'immortal bellezza, e gli eleganti ornamenti che l'accompagnano, sembra che lo costituiscano come il Dio tutelare d'un giovane Eroe. Gli altari d'Apollo eran coronati dalle votive offerte di Costantino; e la credula moltitudine inducevasi a pensare, che fosse concesso all'Imperatore di vedere con occhi mortali la visibile maestà del tutelare lor Nume; e che, o vegliando, o in visione, venisse felicitato da' prosperi augurj d'un lungo e vittorioso regno. Si celebrava universalmente il Sole, come la guida invincibile, ed il protettore di Costantino, ed i Pagani avevan ragione d'aspettare, che l'insultata Divinità perseguitato avrebbe con inesorabil vendetta l'empietà dell'ingrato suo favorito[12]. Finattanto che Costantino esercitò una sovranità limitata nelle Province della Gallia, i suoi sudditi Cristiani furon protetti coll'autorità, e forse colle leggi d'un Principe, che saggiamente lasciava agli Dei la cura di vendicare il loro proprio onore. Se si dee prestar fede all'asserzione di Costantino medesimo, egli era stato con isdegno spettatore delle barbare crudeltà che soffrirono per mano de' soldati Romani que' cittadini, l'unico delitto de' quali consisteva nella lor religione[13]. Tanto nell'Oriente quanto nell'Occidente, aveva egli veduto i diversi effetti della severità e dell'indulgenza; e siccome la prima rendevasi viepiù odiosa dall'esempio di Galerio, suo implacabil nemico, così veniva portato ad imitar la seconda dall'autorità e dal consiglio d'un genitor moribondo. Il figlio di Costanzo immediatamente sospese, o rivocò gli editti di persecuzione, o concesse a tutti quelli, che s'erano già dichiarati membri della Chiesa, il libero esercizio delle religiose lor ceremonie. Essi furon ben presto incoraggiati a fidar nel favore non meno che nella giustizia del loro Sovrano, che aveva concepito una segreta e sincera venerazione pel nome di Cristo e pel Dio de' Cristiani[14]. [A. D. 313] Intorno a cinque mesi dopo la conquista dell'Italia, l'Imperatore fece una solenne ed autentica dichiarazione de' suoi sentimenti, per mezzo del celebre editto di Milano, che restituì la pace alla Chiesa Cattolica. Nel personal congresso de' due Principi Occidentali, Costantino, per l'ascendente del suo genio e della sua potenza, ottenne facilmente l'assenso del suo collega Licinio; l'unione e l'autorità de' lor nomi disarmò il furore di Massimino, e dopo la morte del Tiranno dell'Oriente fu ricevuto l'editto di Milano come una legge generale fondamentale del Mondo Romano[15]. La saviezza degl'Imperatori ordinò la reintegrazione di tutti i diritti sì civili che religiosi, de' quali i Cristiani erano stati sì ingiustamente spogliati. Fu stabilito, che i luoghi di culto e le pubbliche terre che erano state confiscate, si restituissero alla Chiesa senza disputa, senza dilazione e senza spesa; e questo severo comando fu accompagnato da una graziosa promessa, che se alcuno de' possessori ne avesse sborsato un giusto e adeguato prezzo, ne verrebbe indennizzato dal tesoro Imperiale. I salutevoli regolamenti, che riguardavano la futura tranquillità del Fedele, furon formati su' principj d'una larga ed ugual tolleranza; e tal uguaglianza dovè da una recente Setta interpretarsi come una vantaggiosa ed onorevole distinzione. I due Imperatori manifestano al Mondo, ch'essi hanno conceduto una libera ed assoluta facoltà sì a' Cristiani che a tutti gli altri di seguitar quella religione, che ognuno crede proprio di preferire, che si è posta nel cuore, e che stima la più conveniente al proprio uso. Spiegano esattamente ogni parola ambigua, tolgono ogni eccezione, ed esigono da' Governatori delle Province una rigorosa obbedienza al vero e semplice senso d'un Editto, che tendeva a stabilire e ad assicurare senz'alcun limite i diritti della libertà religiosa. Si compiacciono d'assegnare due forti ragioni, che gli hanno indotti a concedere questa universale tolleranza, cioè la benigna intenzione di provvedere alla pace e felicità del lor popolo, e la pia speranza, che per mezzo di tal condotta saranno per calmare e rendersi propizia la -Divinità-, che ha la propria sede nel Cielo. Riconoscono con animo grato le molte segnalate prove che han ricevuto del favor Divino, o confidano che la medesima Providenza continuerà sempre a proteggere la prosperità del Principe e del Popolo. Da queste vaghe indeterminate espressioni di pietà posson dedursi tre supposizioni di una diversa, ma non incompatibil natura. Poteva l'animo di Costantino esser fluttuante fra le religioni Cristiana e Pagana. Secondo le libere e condiscendenti nozioni del Politeismo poteva egli riconoscere il Dio de' Cristiani come -una- delle -molte- Divinità, che componevano la gerarchia del Cielo; o poteva per avventura aver abbracciato la filosofica e gradevole idea, che nonostante la varietà de' nomi, de' riti, e delle opinioni tutte le Sette e Nazioni del Mondo s'uniscono a venerare il comun Padre e Creatore dell'Universo[16]. Ma influiscono più frequentemente ne' consigli dei Principi le mire del temporale vantaggio, che le considerazioni d'un verità speculativa ed astratta. Il parziale e crescente favore di Costantino può naturalmente attribuirsi alla stima, ch'egli aveva del moral carattere de' Cristiani, ed alla ferma credenza, che la propagazione dell'Evangelio avrebbe inculcata la pratica della pubblica e privata virtù. Sia quanto si voglia estesa la potenza di un assoluto Monarca, sia egli quanto si voglia indulgente per le proprie passioni, è senza dubbio suo interesse che tutti i sudditi rispettino le naturali e civili obbligazioni della società. Ma l'azione delle più savie leggi è imperfetta e precaria. Di rado esse inspirano la virtù; sempre non posson reprimere il vizio. La loro forza non è sufficiente a proibire tutto ciò che condannano, nè posson sempre punire le azioni, che esse proibiscono. I Legislatori dell'antichità chiamarono in loro aiuto il potere dell'educazione e dell'opinione. Ma in un Impero decadente e dispotico era già da gran tempo estinto ogni principio, che aveva mantenuto una volta il vigore e la purità di Roma e di Sparta. La filosofia esercitava sempre il suo moderato dominio sullo spirito umano, ma la Pagana superstizione assai debolmente influiva nella causa della virtù. In tali circostanze, che scoraggiavano, un Magistrato prudente doveva osservar con piacere il progresso d'una religione, che diffondeva nel popolo un puro, benefico ed universal sistema di morale, adattata ad ogni dovere e ad ogni condizione, raccomandata come la volontà e la ragione della Suprema Divinità, ed invigorita dall'espettazione de' premi o gastighi eterni. L'esperienza dell'Istoria Greca e Romana non era da tanto di far conoscere al mondo, quanto si potesse riformare e migliorare il sistema de' costumi nazionali mediante i precetti di una Divina Rivelazione; e Costantino potè con fiducia prestare orecchio alle lusinghiere e in verità ragionevoli assicurazioni di Lattanzio. Pareva che l'eloquente Apologista aspettasse per fermo, e s'arrischiasse quasi a promettere, che lo stabilimento del Cristianesimo avrebbe restituita l'innocenza e la felicità de' primitivi tempi; che il culto del vero Dio avrebbe estinto la guerra e la dissensione fra quelli i quali si risguardavan fra loro come figli d'un comun Padre; che per la cognizione dell'Evangelio si sarebbe tenuto a freno qualunque impuro appetito, qualunque passione d'ira o d'amor proprio, e che i Magistrati avrebber potuto porre nel fodero la spada della giustizia fra un popolo, che tutto quanto sarebbe stato retto da sentimenti di verità e di pietà, di equità e di moderazione, di armonia e d'amore universale[17]. La passiva e docile obbedienza, che si piega sotto il giogo dell'autorità o anche dell'oppressione, dovè apparire, agli occhi di un assoluto Monarca, tra le virtù Evangeliche la più cospicua o vantaggiosa[18]. I primitivi Cristiani facevan derivare l'istituzione del Governo civile non già dal consenso del Popolo, ma da' decreti del Cielo. Quantunque l'Imperatore, che regnava, usurpato avesse lo scettro per mezzo del tradimento e della strage, egli assumeva tuttavia subito il sacro carattere di Vicegerente della Divinità. A questa soltanto dovea render conto dell'abuso del suo potere; ed i suoi sudditi erano, pel giuramento di fedeltà, indissolubilmente legati ad un Tiranno, che avesse violato qualunque legge di natura e di società. Gli umili Cristiani eran mandati nel Mondo, come pecore in mezzo a' lupi; e poichè non era loro permesso d'impiegar la forza, neppure in difesa della lor religione, molto più sarebbero stati rei, se tentato avessero di spargere il sangue de' loro prossimi nel disputare i vani privilegi o i sordidi beni di questa vita transitoria. Attaccati alla dottrina dell'Apostolo, che nel regno di Nerone avea predicato il dovere di una sommissione illimitata, i Cristiani de' primi tre secoli mantennero pura ed innocente la lor coscienza dalla colpa di qualunque segreta cospirazione, non meno che di ogni aperta rivolta. Mentre provavano il rigore della persecuzione, non furono mai tentati o d'affrontare in campo di battaglia i loro tiranni, o di ritirarsi sdegnati in qualche remoto e separato canto del globo[19]. Si sono insultati i protestanti della Francia, della Germania, e dell'Inghilterra, che sostennero sì coraggiosi ed intrepidi la civile e religiosa lor libertà, con l'odioso paragone fra la condotta de' Cristiani primitivi e quella de' riformati[20]. Forse, invece di censura, si sarebbe dovuto applaudire a' sentimenti e allo spirito superiore de' nostri maggiori, che si eran persuasi, che la religione non può abolire gl'inalienabili diritti della natura umana[21]. Può forse attribuirsi la pazienza della primitiva Chiesa alla debolezza, ugualmente che alla sua virtù. Una setta di indisciplinati plebei, senza condottieri, senz'armi, senza fortificazioni, sarebbe stata inevitabilmente distrutta, se avesse fatta una temeraria ed inutile resistenza a chi disponeva delle legioni Romane. Ma quando i Cristiani esecravano la rabbia di Diocleziano, o sollecitavano il favore di Costantino, potevano addurre con verità e fiducia, ch'essi tenevano il principio d'una passiva obbedienza, e che nello spazio di tre secoli la lor condotta era sempre stata conforme a' loro principj. Potevano anche aggiungere, che il trono degli Imperatori si sarebbe stabilito sopra una base fissa e durevole, se tutti i lor sudditi, abbracciando la fede Cristiana, imparato avessero a tollerare e ad ubbidire. Nell'ordine generale della Previdenza, i Principi ed i Tiranni si risguardan come ministri del Cielo, destinati a regolare, o a gastigar le nazioni della terra. Ma l'Istoria Sacra somministra molti illustri esempi d'una interposizione più immediata della Divinità nel governo del suo popolo eletto. Si affidava lo scettro e la spada alle mani di Mosè, di Giosuè, di Gedeone, di David, de' Maccabei. Le virtù di questi Eroi erano il motivo o l'effetto del favore divino, ed il successo delle loro armi era destinato ad effettuar la liberazione o il trionfo della Chiesa. Se i Giudici di Israello erano accidentali e temporanei Magistrati, i Re di Giuda traevano dalla reale unzione del loro grande Antenato un ereditario ed inviolabil diritto, che non poteva mancare pe' loro vizi, nè revocarsi dal capriccio de' loro sudditi. La medesima straordinaria Providenza, che non si limitava più al popolo Giudaico, potè sceglier Costantino e la sua famiglia per proteggere il mondo Cristiano; ed il devoto Lattanzio annuncia in un tuono profetico le future glorie dell'universale e lungo suo regno[22]. Galerio e Massimino, Massenzio e Licinio erano i rivali, che si dividevan col favorito del Cielo le Province dell'Impero. Le tragiche morti di Galerio e di Massimino presto soddisfecero lo sdegno e adempirono le ardenti speranze de' Cristiani. Il successo di Costantino contro Massenzio e Licinio rimosse i due formidabili competitori, che sempre s'opposero al trionfo del secondo David, e la sua causa pareva che avesse diritto alla particolare interposizione della Providenza. Il carattere del Tiranno di Roma infamò la porpora e la natura umana; e quantunque i Cristiani goder potessero del precario favore di lui, pure si trovavano, col resto de' suoi sudditi, esposti agli effetti della sua lasciva e capricciosa crudeltà. La condotta di Licinio tosto scoprì, che aveva con ripugnanza consentito ai savj ed umani regolamenti dell'editto di Milano. Fu ne' suoi dominj proibita la convocazione de' Concilj Provinciali; i suoi uffiziali Cristiani furon cassati con ignominia; e quantunque egli evitasse la colpa, o piuttosto il pericolo d'una persecuzione generale, le sue particolari oppressioni si rendevano sempre più odiose per la violazione d'un solenne e volontario impegno[23]. Mentre l'Oriente, secondò la viva espressione d'Eusebio, era involto nelle ombre d'una infernale oscurità, i favorevoli raggi di celeste luce riscaldavano ed illuminavan le Province dell'Occidente. Si risguardava la pietà di Costantino come una piena prova della giustizia delle sue armi; e l'uso, ch'ei fece, della vittoria, confermò l'opinion de' Cristiani, che il loro Eroe veniva inspirato e condotto dal Signor degli Eserciti. La conquista dell'Italia produsse un general editto di tolleranza; e tosto che la disfatta di Licinio ebbe investito Costantino solo nel dominio di tutto il Mondo Romano, egli per mezzo di circolari esortò immediatamente tutti i suoi sudditi ad imitare senza dilazione l'esempio del loro Sovrano, e ad abbracciar la divina verità del Cristianesimo[24]. La sicurezza, che l'elevazione di Costantino fosse intimamente connessa co' disegni della Providenza, instillava negli animi de' Cristiani due opinioni, che per mezzi molto diversi fra loro, contribuivano all'adempimento della profezia. L'ardente loro ed attiva lealtà esauriva in favore di lui ogni ripiego dell'industria umana; ed essi aspettavano con fiducia che i gagliardi loro sforzi verrebbero secondati da qualche aiuto divino e miracoloso. I nemici di Costantino hanno imputato a motivi d'interesse la lega, ch'egli contrasse insensibilmente colla Chiesa Cattolica, e che in apparenza contribuì al buon successo della sua ambizione. Al principio del quarto secolo, i Cristiani erano sempre in una piccola proporzione rispetto agli abitatori dell'Impero; ma in mezzo ad un popolo degenerato, che vedeva il cangiamento de' suoi Signori coll'indifferenza propria degli schiavi, lo spirito e l'unione d'un partito religioso poteva assistere il Condottier popolare, al servizio del quale avevan essi per principio di religione consacrato le vite e gli averi[25]. L'esempio del padre aveva ammaestrato Costantino a stimare ed a premiare il merito de' Cristiani; e nella distribuzione de' pubblici uffizi aveva esso il vantaggio di fortificare il suo governo mediante la scelta di Ministri o di Generali, nella fedeltà de' quali poteva egli riporre senza riserva una giusta fiducia. Per l'influsso di questi qualificati Missionari dovevan moltiplicare nella Corte e nell'armata i proseliti della nuova fede; i Barbari della Germania, ch'empivano gli ordini delle legioni, erano d'un'indole negligente, che s'accomodava senza resistenza alla religione del lor comandante; e può ragionevolmente presumersi, che quando passaron le alpi, un gran numero di soldati avesser già consacrato le loro spade al servizio di Cristo e di Costantino[26]. L'abitudine umana e l'interesse di religione appoco appoco tolsero quell'orrore contro la guerra ed il sangue, ch'era tanto prevalso fra' Cristiani; e ne' Concilj, che s'adunarono sotto la graziosa protezione di Costantino, fu opportunamente impiegata l'autorità de' Vescovi per confermare l'obbligazione del giuramento militare, e per dar la pena di scomunica a que' soldati, che durante la pace della Chiesa gettavan le armi[27]. Mentre Costantino accresceva ne' suoi dominj il numero e lo zelo de' suoi fedeli aderenti, poteva contar nell'aiuto d'una potente fazione anche in quelle Province, ch'erano sempre possedute o usurpate da' suoi rivali. Era sparsa fra i sudditi Cristiani di Massenzio e di Licinio una malcontentezza segreta; e lo sdegno, che quest'ultimo non poteva nascondere, non serviva che a sempre più profondamente impegnarli negl'interessi del suo competitore. Quella regolar corrispondenza, che univa insieme i Vescovi delle più distanti Province, li poneva in istato di potersi liberamente comunicare i lor desiderj e disegni; e di trasmetter senza pericolo qualunque utile avviso o delle pie contribuzioni che promuover potessero il servizio di Costantino, il quale dichiarava pubblicamente di avere preso le armi per la liberazione della Chiesa[28]. L'entusiasmo, che ispirava le truppe e forse l'Imperatore medesimo, aveva aguzzate le spade loro nel tempo che soddisfaceva la loro coscienza. Marciavano essi alla guerra con la piena sicurezza, che il medesimo Dio, che aveva già aperto il passaggio agl'Israeliti pel Giordano, e gettato a terra le mura di Gerico al suono delle trombe di Giosuè, avrebbe mostrato la visibile sua maestà e potenza nella vittoria di Costantino. L'istoria ecclesiastica è pronta a far fede, che furon giustificate le loro speranze da quel cospicuo miracolo, al quale si è quasi concordemente attribuita la conversione del primo Imperatore Cristiano. La causa reale o immaginaria d'un fatto così importante merita ed esige l'attenzione della posterità; ed io procurerò di formare una giusta idea della famosa visione di Costantino, mediante un distinto esame dello stendardo, del sogno, e del segno celeste, separando fra loro le parti istoriche, naturali, e maravigliose di questo racconto straordinario, le quali artificiosamente si sono confuse por comporne la splendida e fragile mole di uno specioso argomento. I. Un istrumento, che serviva per tormentare solamente gli schiavi e gli stranieri, era un oggetto d'orrore agli occhi d'un cittadino Romano; ed erano intimamente connesse coll'idea della croce l'idee di delitto, di pena e d'ignominia[29]. La divozione piuttosto che la clemenza di Costantino abolì ben presto nei suoi dominj quella pena, che s'era compiaciuto di soffrire il Salvatore del Mondo[30]; ma l'Imperatore, prima d'avere appreso a disprezzare i pregiudizi della sua educazione e del suo popolo, non potea risolversi ad erigere nel mezzo di Roma la propria statua con una croce nella destra e con una iscrizione, che riferiva la vittoria delle sue armi e la liberazione di Roma alla virtù di quel segno salutare, vero simbolo della forza e del coraggio[31]. Il medesimo simbolo significava le armi de' soldati di Costantino; la croce risplendeva sopra i loro elmi, era impressa ne' loro scudi, tessuta nelle loro bandiere; ed i sacri emblemi, che adornavano la persona stessa dell'Imperatore, non eran distinti che per la materia più ricca e pel più squisito lavoro[32]. Ma lo stendardo principale, che spiegava il trionfo della croce, chiamavasi -Labarum-[33]; oscuro, quantunque celebre nome, che in vano si è fatto derivare da quasi tutti i linguaggi del Mondo. Vien questo descritto[34], come una lunga picca intersecata da un'asta traversa. Il velo di seta, che pendeva dall'asta, era elegantemente adornato dalle immagini del Monarca regnante e de' suoi figli. La sommità della picca sosteneva una corona d'oro, che conteneva il misterioso monogramma esprimente nel tempo stesso la figura della croce, e le lettere iniziali del nome di Cristo[35]. Si confidava la sicurezza del Labaro a cinquanta guardie di sperimentato valore e fedeltà; il loro posto era distinto con onori ed emolumenti; e ben presto alcuni accidenti fortunati fecero nascere l'opinione, che finattanto che le guardie del Labaro s'esercitavano in eseguire il loro uffizio, eran sicure ed invulnerabili in mezzo a' dardi dell'inimico. Nella seconda guerra civile, Licinio provò ed ebbe occasione di temere la forza di questa sacra bandiera, la vista della quale, nel forte della battaglia, infiammò d'invincibil entusiasmo i soldati di Costantino, e sparse il terrore e il disordine fra le file delle nemiche legioni[36]. Gl'Imperatori Cristiani, che rispettavan l'esempio di Costantino, spiegavano in tutte le loro militari spedizioni lo stendardo della Croce; ma quando i degenerati successori di Teodosio ebber finito di comparire in persona alla testa de' loro eserciti, il Labaro fu depositato, come una venerabile ma inutil reliquia, nel palazzo di Costantinopoli[37]. Si è sempre conservato l'onore di esso nelle medaglie della famiglia Flavia. La grata lor devozione pose il monogramma di Cristo in mezzo alle insegne di Roma. Si trovano applicati ugualmente sì a' religiosi che a' militari trofei i solenni epiteti di salvezza della Repubblica, di gloria dell'esercito, di restaurazione della pubblica felicità; e tuttavia esiste una medaglia dell'Imperator Costanzo, in cui lo stendardo del Labaro è accompagnato da queste memorabili parole: «mercè di questo segno vincerai[38]». II. In ogni occasione di pericolo o d'angustia solevano i primitivi Cristiani fortificare gli spiriti ed i corpi loro col segno della Croce, ch'essi usavano in tutti i riti Ecclesiastici ed in tutte le quotidiane occorrenze della vita, come un infallibil preservativo da ogni sorta di male spirituale o temporale[39]. La sola autorità della Chiesa potè aver avuto sufficiente peso da giustificar la devozione di Costantino, che coll'istesso prudente e gradual progresso riconobbe la verità, ed assunse il simbolo del Cristianesimo. Ma la testimonianza d'uno scrittore contemporaneo, che in un trattato apposta ha difeso la causa della religione, compartisce alla pietà dell'Imperatore un più stupendo e sublime carattere. Afferma egli colla più perfetta sicurezza, che nella notte precedente l'ultima battaglia contro Massenzio, Costantino fu ammonito in sogno di fare imprimere sugli scudi de' suoi soldati il -celeste segno di Dio-, cioè il sacro monogramma del nome di Cristo; ch'esso eseguì gli ordini del Cielo; o che fu premiato il valore e l'obbedienza di lui colla decisiva vittoria sul ponte Milvio. Alcuni riflessi potrebbero forse indurre uno spirito scettico a sospettare del giudizio o della veracità dell'Oratore, la penna del quale, o per zelo o per interesse, era addetta alla causa della fazion vittoriosa[40]. Pare che egli pubblicasse le sue -Morti de' Persecutori- a Nicomedia circa tre anni dopo la vittoria di Roma; la distanza però di mille miglia e di mille giorni concede un vasto campo all'invenzione de' declamatori, alla credulità del partito ed alla tacita approvazione dell'Imperatore medesimo, che poteva senza sdegnarsi prestare orecchio ad una maravigliosa novella ch'esaltava la fama, e promoveva i disegni di lui. Anche in favor di Licinio, che tuttavia dissimulava la sua animosità contro i Cristiani, l'istesso Autore produsse una simile visione, indicante uno specie di preghiera, che fu comunicata da un Angelo, e ripetuta da tutto l'esercito prima d'attaccare le legioni del tiranno Massimino. La frequente ripetizione de' miracoli, quando non sottomette la ragione umana, non serve che ad irritarla[41]; ma se voglia considerarsi a parte il sogno di Costantino, può naturalmente spiegarsi o colla politica o coll'entusiasmo dell'Imperatore. Essendo sospesa da un breve ed interrotto sonno la sua ansietà per la prossima giornata, che dovea decidere del destino dell'Impero, potè per avventura presentarsi all'attiva fantasia d'un Principe, che venerava il nome, e forse aveva secretamente implorato il potere del Dio dei Cristiani, la venerabile immagin di Cristo ed il ben noto simbolo della sua religione. Con ugual facilità potè ancora un consumato Politico usare uno di quei militari stratagemmi, una di quelle pie frodi, che avevano adoperate con tant'arte ed effetto Filippo e Sertorio[42]. Generalmente ammettevasi dalle nazioni antiche l'origine soprannaturale de' sogni, ed una gran parte dell'esercito della Gallia era già preparata a collocare la sua fiducia nel segno salutare della religione Cristiana. La segreta visione di Costantino non poteva esser confutata che dall'evento; ma quell'intrepido Eroe, che aveva passato le alpi e l'apennino, poteva risguardare con non curante disperazione le conseguenze d'una disfatta, che gli fosse toccata sotto le mura di Roma. Il Senato ed il Popolo, esultando per la loro liberazione da un odioso tiranno, riconobbero che la vittoria di Costantino sorpassava le forze umane, senz'ardire però di attribuirla alla protezione degli Dei. L'arco trionfale, che fu innalzato circa tre anni dopo il fatto espone con frasi ambigue, ch'egli salvata aveva e vendicata la Repubblica Romana per la grandezza della sua mente e per un istinto o impulso della Divinità[43]. L'oratore Pagano, che antecedentemente avea preso l'opportunità di celebrar le virtù del Conquistatore, suppone ch'egli solo godesse un segreto ed intimo commercio coll'Ente Supremo, il quale ha delegata la cura de' mortali agli altri subordinati suoi Dei; e così viene ad assegnare una ragione molto plausibile, per la quale i sudditi di Costantino non dovessero presumere d'abbracciare la nuova religione del loro Sovrano[44]. III. Il filosofo, che con tranquilla cautela esamina i sogni o gli augurj, i miracoli ed i prodigi della storia profana, ed anche dell'Ecclesiastica, probabilmente concluderà, che se gli occhi degli spettatori sono stati qualche volta ingannati dalla frode, molto più spesso l'intelligenza de' lettori è stata insultata dalla finzione. Ogni avvenimento, apparenza, o accidente, che sembri deviare dall'ordinario corso della natura, s'è temerariamente attribuito all'immediata azione della Divinità; e la sorpresa fantasia della moltitudine qualche volta ha dato figura e colore, linguaggio e movimento alle momentanee ma insolite meteore dell'aria[45]. Nazario ed Eusebio sono i due più celebri oratori che con istudiati panegirici si sono adoperati ad esaltare la gloria di Costantino. Nove anni dopo la vittoria romana, Nazario[46] descrive un esercito di guerrieri divini, che sembravano scender dal cielo; egli ne nota la bellezza, lo spirito, le figure gigantesche, i raggi di luce che uscivano dalle celesti loro armature, la pazienza che avevano in farsi vedere e udir da' mortali, ed il dichiarar che facevano d'essere mandati, e di volare ad assistere il gran Costantino. Per la verità di questo prodigio il Pagano oratore chiama in testimonianza tutta la nazione Gallica, in presenza della quale allora parlava, e sembra, che da questo recente e pubblicato fatto prenda occasione di sperare, che sia per prestarsi fede alle antiche apparizioni[47]. La favola Cristiana d'Eusebio, che nello spazio di ventisei anni potè trarre la sua origine dal sogno, è gettata in una forma più corretta ed elegante. Si dice, che Costantino, in una delle sue marce, vedesse co' propri occhi il trofeo luminoso della Croce posta sopra il sole nel mezzogiorno, colla seguente iscrizione. «Per mezzo di questo vinci». Tal sorprendente oggetto nel cielo fece stupire tutto l'esercito non meno che l'Imperatore medesimo, ch'era tuttavia dubbioso intorno alla scelta d'una religione; ma il suo stupore si convertì in fede, mediante la visione della notte seguente. Comparve Cristo avanti a' suoi occhi, e tenendo il medesimo celeste segno della Croce, ordinò a Costantino di formare uno stendardo simile a quello, e di muovere, sicuro della vittoria, contro Massenzio e tutti gli altri nemici[48]. Sembra che l'erudito Vescovo di Cesarea siasi accorto, che la recente scoperta di questo maraviglioso aneddoto avrebbe eccitato qualche sorpresa e diffidenza anche fra' suoi più devoti lettori. Pure, in cambio di assegnare le precise circostanze del tempo e del luogo, che ordinariamente servono a scuoprire la falsità, od a stabilire la certezza de' fatti[49]; in cambio di raccogliere e di citar la testimonianza di tante persone viventi, che dovettero essere spettatrici di tale stupendo miracolo[50], Eusebio si contenta d'addurre una testimonianza molto singolare, cioè quella di Costantino già morto, il quale molti anni dopo quell'avvenimento, discorrendo famigliarmente con esso, gli aveva raccontato quest'accidente straordinario della sua vita, e con solenne giuramento ne aveva confermata la verità. La prudenza e la gratitudine del dotto Prelato non gli permisero di sospettare della veracità del suo vittorioso Signore; ma egli dà chiaramente a conoscere che, in un fatto di tal natura, non avrebbe prestato fede a qualunque altra minore autorità. Sì fatto motivo di credibilità non potea sopravvivere alla potenza della famiglia Flavia; ed il segno celeste che si poteva in seguito porre in ridicolo dagl'Infedeli[51], fu trascurato da' Cristiani del secolo che immediatamente seguì la conversione di Costantino[52]. Ma la Chiesa Cattolica, sì dell'Oriente che dell'Occidente, ha adottato un prodigio, che favorisce o sembra favorire il popolar culto della croce. La visione di Costantino si mantenne un onorevole posto nelle leggende della superstizione, finattanto che l'ardito e sagace spirito di critica ebbe la fermezza di non apprezzare il trionfo, e di attaccare la veracità del primo Imperatore Cristiano[53]. I lettori protestanti e filosofici del presente secolo saranno disposti a credere che Costantino, raccontando la sua conversione, volontariamente attestasse una falsità con un solenne e deliberato spergiuro. Essi non dubiteranno forse di pronunziare, che nello scegliere una religione fosse determinato l'animo suo solo da un sentimento d'interesse; e che (secondo l'espressione d'un Poeta[54] profano) si servisse degli altari della Chiesa, come di un conveniente gradino al trono dell'Impero. Una conclusione però così aspra ed assoluta non è coerente alla cognizione che abbiamo della natura umana di Costantino o del Cristianesimo. In un tempo di religioso fervore si osserva che i più artificiosi politici sentono in se stessi qualche parte di quell'entusiasmo, che inspirano agli altri; ed i Santi più ortodossi assumono il pericoloso privilegio di difender la causa della verità colle armi della falsità e dell'inganno. Spesso l'interesse personale è lo stendardo della nostra fede, non meno che della nostra condotta, e gli stessi motivi di vantaggi temporali, che valsero ad influire sul contegno pubblico e sulla professione di Costantino, poterono anche insensibilmente disporne lo spirito ad abbracciare la religione così favorevole alla sua fama ed alla sua fortuna. Soddisfacevasi alla sua vanità colla lusinghiera asserzione, ch'egli era stato scelto dal Cielo a regnare sopra la terra; l'evento aveva giustificato il divino di lui titolo al trono, e questo titolo stesso era fondato sulla verità della Rivelazione Cristiana. Siccome qualche volta segue che l'applauso non meritato eccita la vera virtù, così l'apparente pietà di Costantino (se pure a principio fu solo apparente) potè a grado a grado per la forza della lode, dell'abito e dell'esempio ridursi ad una seria fede, e ad una fervorosa divozione. I Vescovi e Dottori della nuova setta, l'abito ed i costumi de' quali non eran molto adattati per comparire in una Corte, furono ammessi alla mensa Imperiale; essi accompagnavano il Monarca nelle sue spedizioni, e l'ascendente, che uno di loro, Egizio o Spagnuolo[55] che fosse, acquistò sopra di lui, attribuivasi da' Pagani all'effetto della magia[56]. Furono ammessi all'amicizia e famigliarità del Sovrano tanto Lattanzio, che adornò i precetti del Vangelo colla eloquenza di Cicerone[57], quanto Eusebio, che in servigio della Religione adoprò la dottrina e la filosofia de' Greci[58]; e questi abili maestri di controversie potevano pazientemente aspettare le facili ed opportune occasioni di persuadere e di applicar con destrezza quegli argomenti, ch'erano più acconci al carattere e all'intendimento di esso. Vantaggi d'ogni sorta potevano trarsi dall'acquisto d'un proselito Imperiale, e lo splendor della porpora, piuttosto che la superiorità nel sapere o nella virtù, lo distingueva dalle molte migliaia di sudditi, che avevano abbracciato le dottrine del Cristianesimo. Nè si dee stimare incredibile che la mente d'un ignorante soldato avesse potuto cedere al peso dell'evidenza, che in un secolo più illuminato ha soddisfatto o sottomesso la ragione d'un Grozio, d'un Pascal, o d'un Locke. Questo soldato, fra i continui travagli del suo grand'uffizio, impiegava o affettava d'impiegar le ore della notte a diligentemente studiare la Scrittura, ed a comporre discorsi teologici, che dipoi recitava ad una copiosa udienza, la quale facevagli applauso. In un discorso assai lungo, che tuttavia sussiste, si diffonde il reale Predicatore sulle diverse prove della Religione: ma si ferma con particolar compiacenza su' versi Sibillini[59] e sull'Egloga quarta di Virgilio[60]. Quaranta anni prima della nascita di Cristo, il vate Mantovano, quasi inspirato dalla celeste musa d'Isaia, aveva celebrato con tutta la pompa della metafora Orientale il ritorno della Vergine, la caduta del serpente, la prossima nascita d'un fanciullo divino, prole del gran Giove, che doveva espiare la colpa dell'uman genere, e governar l'universo pacificamente colle virtù di suo padre; lo spuntare e l'apparire d'una razza celeste, una primitiva nazione sparsa pel Mondo, e la successiva restaurazione dell'innocenza e felicità del secolo d'oro. Il Poeta non sapeva forse il segreto senso ed oggetto di tali sublimi predizioni, che si son tanto indegnamente applicate al piccolo figlio d'un Console o d'un Triumviro[61]; ma se una più splendida e veramente speciosa interpretazione della quarta Egloga contribuì alla conversione del primo Imperator Cristiano, Virgilio merita d'esser posto fra' più efficaci Missionari dell'Evangelio[62]. Si nascondevano i venerandi misteri della fede e del Culto Cristiano agli occhi degli stranieri ed eziandio de' Catecumeni con un'affettata segretezza, la quale non serviva che ad eccitare la lor maraviglia e curiosità[63]. Ma le regole di severa disciplina, che la prudenza de' Vescovi avea stabilite; dalla prudenza medesima vennero mitigate in favore d'un proselito Imperiale, che tanto importava d'indurre ad entrare, mediante ogni gentile condescendenza, nel sen della Chiesa; ed a Costantino fu permesso, almeno con una tacita dispensa, di godere -moltissimi- privilegi di Cristiano, prima di averne contratta -veruna- obbligazione. Invece di ritirarsi dall'assemblea, quando la voce del Diacono licenziava la moltitudine profana, esso pregava co' Fedeli, disputava co' Vescovi, predicava sopra i più sublimi ed intricati argomenti di Teologia, celebrava secondo i riti sacri la vigilia di Pasqua, e si dichiarava pubblicamente non solo partecipante, ma in qualche modo sacerdote e gerofante de' misteri Cristiani[64]. La vanità di Costantino potè arrogarsi qualche straordinaria distinzione, ed i suoi servigi l'avevano meritata. Un rigore inopportuno avrebbe potuto annebbiare i frutti non per anche maturi della sua conversione; e se rigorosamente si fosser chiuse le porte della Chiesa in faccia ad un Principe che aveva abbandonato gli altari degli Dei, il dominator dell'Impero sarebbe restato privo d'ogni specie di Culto religioso. Nell'ultima sua visita a Roma disapprovò egli piamente ed insultò la superstizione de' suoi maggiori, ricusando di porsi alla testa della militar processione dell'ordine equestre, e di offerire pubblici voti al Giove del colle Capitolino[65]. Costantino, molti anni prima del suo battesimo e della sua morte, aveva pubblicato al mondo, che non si sarebbe più veduta nè la sua persona nè la sua immagine dentro le mura d'un tempio d'idoli, mentre spargeva per le Province una quantità di medaglie e di pitture, che lo rappresentavano in una umile e supplichevol positura di devozione Cristiana[66]. Non si può facilmente spiegare e scusar l'orgoglio di Costantino, allorchè ricusò i soli diritti di Catecumeno; ma può ben giustificarsi la dilazione del suo battesimo colle massime e colla pratica dell'antica Chiesa. Il Sacramento del battesimo[67] s'amministrava regolarmente dal Vescovo stesso coll'assistenza del Clero nella Chiesa Cattedrale della Diocesi nello spazio de' cinquanta giorni, che passano fra le solennità della Pasqua e della Pentecoste, ed in questo sacro tempo si ammetteva un gran numero d'infanti e di adulti nel seno della Chiesa. La discrezione de' genitori spesse volte sospendeva il battesimo de' loro figliuoli, finattanto che potessero intendere quali obbligazioni per mezzo di esso si contraevano; la severità degli antichi Vescovi esigeva da' nuovi convertiti un noviziato di due o tre anni; ed i Catecumeni stessi, per diversi o temporali o spirituali motivi, di rado erano impazienti di ricevere il carattere di perfetti ed iniziati Cristiani. Si supponeva, che il Sacramento del battesimo contenesse una piena ed assoluta purgazion di ogni colpa; e che l'anima riacquistasse istantaneamente l'originale sua purità ed il diritto alla promessa della eterna salute. Fra' proseliti del Cristianesimo v'erano molti, che stimavano un'imprudenza il precipitare un rito salutevole, che non potea più ripetersi, e lo spogliarsi d'un inestimabile privilegio, che non potea più riacquistarsi. Differendo il battesimo, potevano arrischiarsi a soddisfare liberamente le loro passioni col godere di questo Mondo, giacchè avevano sempre in mano i mezzi d'una sicura e facile assoluzione[68]. La sublime teoria del Vangelo aveva fatto un'impressione molto più debole nel cuore che nella mente di Costantino medesimo. Egli tendeva al grand'oggetto della sua ambizione pe' sanguinosi ed oscuri sentieri della guerra e della politica, e dopo la vittoria s'abbandonava senza moderazione all'abuso della sua fortuna. Invece di sostenere la sua giusta superiorità sopra l'imperfetto eroismo e la profana filosofia di Traiano e degli Antonini, l'età matura di Costantino distrusse la riputazione che aveva acquistata nella sua gioventù. A misura che di grado in grado avanzava nella cognizione della verità, declinava nella pratica della virtù: e quel medesimo anno del suo regno, in cui convocò il Concilio di Nicea, fu macchiato dalla esecuzione o piuttosto dall'assassinio del suo maggior figlio. Questa data è per sè sola sufficiente a confutare le maliziose ed ignoranti suggestioni di Zosimo[69], il quale asserisce, che dopo la morte di Crispo, il rimorso del padre ricevè da' ministri del Cristianesimo quell'espiazione, che aveva inutilmente richiesta ai Pontefici Pagani. Al tempo della morte di Crispo, l'Imperatore non poteva più essere dubbioso intorno la scelta d'una religione, e non poteva più ignorare che la Chiesa possedeva un infallibil rimedio, quantunque egli volesse differirne l'applicazione insino a che l'approssimarsi della morte avesse allontanato il pericolo e la tentazione di ricadere. I Vescovi, che nell'ultima sua malattia aveva chiamati al palazzo di Nicomedia, restarono edificati dal fervore, con cui egli chiese e ricevè il Sacramento del battesimo, dalle solenni proteste, che il rimanente della sua vita sarebbe stato degno d'un discepolo di Cristo, e dall'umil proposito che fece di non portar più la porpora Imperiale dopo d'essersi poste le bianche vesti di neofito. Parve che l'esempio e la riputazione di Costantino rendesse plausibile la dilazione del battesimo[70]. I tiranni, che vennero dopo di lui, presero animo a credere che le macchie del sangue innocente, che avessero potuto spargere in un lungo regno, si sarebbero ad un tratto lavate nelle acque di rigenerazione; e l'abuso della religione pericolosamente attaccava i fondamenti della virtù morale. La gratitudine della Chiesa ha esaltato le virtù, e scusati i difetti d'un generoso protettore, che collocò il Cristianesimo sul trono del Mondo Romano; ed i Greci, che celebrano la festa del Santo Imperiale, rare volte rammentano il nome di Costantino senza aggiungervi il titolo di -uguale agli Apostoli-[71]. Tale paragone, se allude al carattere di que' Missionari divini, non può attribuirsi che alla stravaganza d'una empia adulazione; ma se ristringasi all'estensione ed al numero dell'Evangeliche loro vittorie, il successo di Costantino potrebbe forse uguagliarsi a quello degli Apostoli stessi. Cogli editti di tolleranza egli tolse que' temporali svantaggi, che avevan ritardato fin'allora il progresso del Cristianesimo, e gli attivi e numerosi Ministri di questo ebbero una libera permissione ed un generoso incoraggiamento per insinuare le salutari verità della Rivelazione con qualunque sorta d'argomento, che potesse muovere la ragione o la pietà del genere umano. Non sussistè più che un momento la bilancia esatta fra le due religioni; e l'occhio penetrante dell'ambizione e dell'avarizia scoprì ben presto, che la professione del Cristianesimo potea contribuire al vantaggio della vita presente non meno che della futura[72]. Le speranze di ricchezze e di onori, l'esempio d'un Imperatore, e le sue esortazioni, gli irresistibili suoi allettamenti convincevano la venale ossequiosa turba, che ordinariamente riempie gli appartamenti della reggia. Le città che con un pronto zelo si segnalavano, mediante la volontaria distruzione de' loro templi, venivan distinte con privilegi municipali, e premiate con popolari donativi; e la nuova Capitale dell'Oriente gloriavasi del singolar pregio, che Costantinopoli non era stata mai profanata dal culto degl'idoli[73]. Siccome le classi inferiori della società non regolate dall'imitazione, così la conversione di quelli, che avevano qualche superiorità di nascita, di potere o di ricchezze veniva tosto seguìta dalla dipendente moltitudine[74]. Era molto facile conseguir la salvazione del comun popolo, se è vero che a Roma in un anno si battezzarono dodicimila uomini, oltre un proporzionato numero di donne e di fanciulli, e che l'Imperatore aveva promesso ad ogni convertito un abito bianco con venti monete d'oro[75]. Il potente influsso di Costantino non fu ristretto agli angusti limiti della sua vita o de' suoi dominj. L'educazione, ch'egli diede a' suoi figli e nipoti, assicurò all'Impero una famiglia di Principi, la fede de' quali riusciva sempre più viva e sincera, poichè nella più tenera infanzia s'insinuava loro lo spirito, o almeno la dottrina del Cristianesimo. La guerra ed il commercio avevano sparso la cognizione dell'Evangelio oltre i confini delle Province Romane; ed i Barbari, che avevano sdegnato di seguire una setta umile e proscritta, ben presto appresero a stimare una religione, che si era di fresco abbracciata dal Monarca più grande, e della nazione più culta del globo[76]. I Goti ed i Germani, che s'arrolavano sotto gli stendardi di Roma, veneravan la croce, che risplendeva alla testa delle legioni, ed i fieri lor Nazionali ricevevan nel tempo stesso le lezioni della fede e quelle dell'umanità. I Re dell'Iberia e dell'Armenia adoravano il Dio del lor protettore; ed i loro sudditi, che hanno invariabilmente conservato il nome di Cristiani, tosto formarono una sacra e perpetua connessione co' Romani loro fratelli. I Cristiani della Persia in tempo di guerra si sospettava che preferissero la religione alla patria; ma finchè sussisteva la pace fra i due Imperi, lo spirito persecutore de' Magi veniva efficacemente represso dall'intercessione di Costantino[77]. I raggi del Vangelo illuminarono la costa dell'India. Le colonie di Ebrei, ch'erano penetrate nell'Arabia e nell'Etiopia[78], s'opposero al progresso del Cristianesimo; ma il lavoro de' Missionari fu in qualche modo facilitato da una precedente cognizione della Rivelazione Mosaica; e l'Abissinia venera tuttavia la memoria di Frumenzio, che nel tempo di Costantino sacrificò la sua vita per la conversione di que' remoti paesi. Sotto il Regno del suo figlio Costanzo, Teofilo[79], ch'era Indiano d'origine, fu investito del doppio carattere d'Ambasciatore e di Vescovo. Egli s'imbarcò sul mar Rosso con dugento cavalli delle razze più pure della Cappadocia, i quali eran mandati dall'Imperatore al Principe de' Sabei o degli Omeriti. A Teofilo furono affidati molti altri utili o curiosi regali, che potevano eccitare l'ammirazione, e conciliar l'amicizia de' Barbari, ed esso impiegò con vantaggio molti anni in una visita pastorale alle Chiese della Zona torrida[80]. Nell'importante e pericoloso cambiamento della Religion nazionale si manifestò l'irresistibile potere degl'Imperatori Romani. I terrori d'una forza militare imposero silenzio al debole e non sostenuto mormorar de' Pagani, e v'era motivo di credere, che una volontaria sommissione del Clero non men che del popolo Cristiano sarebbe stata l'effetto della coscienza e della gratitudine. Da lungo tempo era già stabilito come una massima fondamentale della costituzione di Roma, che ogni classe di cittadini fosse ugualmente sottoposta alle leggi, e che la cura della Religione fosse un diritto ed un dovere del Magistrato civile. Costantino ed i suoi successori non potevan facilmente persuadersi di aver perduto, mediante la lor conversione, parte veruna delle prerogative Imperiali, o di essere inabili a dar leggi ad una Religione, ch'essi avevan protetta ed abbracciata. Gl'Imperatori continuarono sempre ad esercitare una suprema giurisdizione sopra il ceto Ecclesiastico; ed il libro decimosesto del Codice Teodosiano dimostra in vari Titoli l'autorità, ch'essi assunsero nel governo della Chiesa Cattolica. Ma il legittimo stabilimento del Cristianesimo introdusse e confermò la distinzione fra la potestà spirituale e la temporale[81], che non erasi mai potuta imporre sullo spirito libero della Grecia e di Roma. L'uffizio di Sommo Pontefice, che dal tempo di Numa fino ad Augusto s'era sempre esercitato da uno dei più eminenti Senatori, restò finalmente unito all'Imperial dignità. Il primo Magistrato dello Stato, ogni volta che la superstizione o la politica lo richiedeva, faceva in persona le funzioni sacerdotali[82]; nè trovavasi o a Roma o nelle Province alcun ordine di sacerdoti, che s'attribuissero un carattere più sacro fra gli uomini, o una più intima comunicazione cogli Dei. Ma nella Chiesa Cristiana, che affida il ministero dell'Altare ad una perpetua successione di sacri Ministri, il Monarca, la cui dignità spirituale è meno onorevole di quella del minimo Diacono, era collocato fuori del recinto del Santuario, e confuso col resto della moltitudine fedele[83]. Pareva salutarsi l'Imperatore come Padre del suo Popolo, ma esso dovea prestare un rispetto ed una reverenza filiale a' Padri della Chiesa; e ben presto l'orgoglio dell'Ordine Episcopale pretese i medesimi segni di ossequio, che Costantino aveva usato verso le persone de' Santi e dei Confessori[84]. Un segreto contrasto fra la Giurisdizione Civile e l'Ecclesiastica imbarazzava le operazioni del Governo Romano; e la colpa ed il pericolo di toccar con mano profana l'arca del Testamento agitava un pio Imperatore. La separazione in vero degli uomini ne' due ordini dello stato clericale e laicale era comune appresso molte antiche Nazioni; ed i Sacerdoti dell'India, della Persia, dell'Assiria, della Giudea, della Etiopia, dell'Egitto e della Gallia riconoscevano da un'origine celeste il poter temporale, ed i beni che avevano acquistati. Queste venerabili istituzioni s'erano a grado a grado assimilate a' costumi e al governo de' respettivi loro paesi[85]; ma l'opposizione o il disprezzo della potestà civile servì ad assodare la disciplina della primitiva Chiesa. I Cristiani erano stati costretti ad eleggere i loro Magistrati, ad esigere e distribuire certe tasse particolari, ed a regolar l'interno governo della loro Repubblica con un codice di leggi, ch'erano state confermate dal consenso del popolo e dalla pratica di trecent'anni. Quando Costantino abbracciò la Fede Cristiana, parve che contraesse una lega perpetua con una distinta e indipendente società; ed i privilegi conceduti o confermati da quell'Imperatore o da' suoi successori si accettavano, non già come favori precarj della Corte, ma come giusti ed inalienabili diritti dell'Ordine Ecclesiastico. Si amministrava la Chiesa Cattolica dalla spirituale e legittima giurisdizione di mille ottocento Vescovi[86]; mille de' quali trovavansi nelle Province Greche dell'Impero, ed ottocento nelle Latine. L'estensione ed i confini delle respettive lor Diocesi si erano in varie maniere accidentalmente stabiliti dallo zelo e dall'incontro de' primi Missionari, dai desiderj del Popolo, e dalla propagazione del Vangelo. Eransi fondate in abbondanza, le Chiese Vescovili lungo le rive del Nilo, e sulle coste dell'Affrica, nell'Asia Proconsolare, e nelle Province Meridionali dell'Italia. I Vescovi della Gallia e della Spagna, della Tracia e del Ponto, dominavano sopra vasti territorj, e delegavano i rurali, loro suffraganei ad eseguire gl'inferiori doveri dell'uffizio pastorale[87]. Poteva una Diocesi Cristiana estendersi ad una intera Provincia o ridursi ad un solo villaggio, ma tutti i Vescovi godevano un uguale indelebil carattere; traevano tutti le medesime facoltà e privilegi dagli Apostoli, dal Popolo e dalle Leggi. Nel tempo che la politica di Costantino separava la profession militare dalla civile, stabilivasi nella Chiesa e nello Stato un nuovo e perpetuo ordine di Ministri Ecclesiastici, sempre rispettabile, e qualche volta pericoloso. Ciò che v'è da osservar d'importante, rispetto alla costituzione e a' diritti di essi, può ridursi a' seguenti capi: I. all'elezione popolare: II. all'ordinazione del Clero: III. alle sostanze di esso: IV. alla giurisdizione civile: V. alle censure spirituali: VI. all'esercizio di predicar pubblicamente: VII. al privilegio delle assemblee legislative. I. Durò la libertà dell'elezioni lungo tempo dopo il legale stabilimento del Cristianesimo[88]; ed i sudditi Romani godevano nella Chiesa il privilegio, che avevan perduto nella Repubblica, di eleggere i Magistrati, a' quali dovevano ubbidire. Appena era morto un Vescovo, il Metropolitano dava la commissione ad uno de' suoi suffraganei d'amministrare la sede vacante, e di preparare dentro un certo tempo la futura elezione. Il diritto di dare il voto risedeva nel Clero inferiore, ch'era il più adatto a giudicare del merito de' candidati; ne' Senatori o nobili della città, persone distinte per la dignità o per le ricchezze; e finalmente in tutto il corpo del popolo, che nel giorno stabilito correva in folla dalle più lontane parti della Diocesi[89]; ed alle volte colle sue tumultuose acclamazioni facea tacere la voce della ragione e le leggi della disciplina. Queste acclamazioni potevano accidentalmente cadere sul competitore più meritevole, su qualche vecchio Prete, su qualche santo Monaco, o su qualche laico famoso per lo zelo e per la pietà. Ma si sollecitava la cattedra Episcopale, specialmente nelle grandi e ricche città dell'Impero, piuttosto come una dignità temporale che spirituale. I fini d'interesse, le passioni dell'amor proprio e dell'ira, le arti della perfidia e della dissimulazione, la segreta corruzione, l'aperta ed anche sanguinosa violenza, che avevano un tempo sturbata la libertà d'eleggere nelle Repubbliche della Grecia e di Roma, troppo spesso influivano nella scelta de' successori degli Apostoli. Mentre uno dei candidati vantava gli onori della sua famiglia, un altro allettava i suoi giudici colle delicatezze d'una copiosa tavola, ed un terzo, anche più colpevole de' suoi rivali, offeriva di divider fra' complici delle sacrileghe sue speranze le spoglie della Chiesa[90]. Le leggi Civili ugualmente che l'Ecclesiastiche tentarono d'escludere la plebaglia da tal atto solenne ed importante. I Canoni dell'antica disciplina esigendo ne' Vescovi alcune qualificazioni d'età, di stato ec. ristringevano in qualche modo l'arbitrario capriccio degli elettori. Interponevasi anche l'autorità de' Vescovi Provinciali, che si adunavano nella Chiesa vacante ad oggetto di confermare la scelta del popolo, per moderarne le passioni ed emendarne gli errori. I Vescovi potevan ricusar d'ordinare un candidato indegno, ed il furore de' diversi fra' loro contrari partiti alle volte accettava l'imparziale lor mediazione. La sommissione o la resistenza del Clero e del Popolo in varie occasioni somministrava esempi, che insensibilmente diventavano leggi positive e costumi provinciali[91]; ma da per tutto ammettevasi come una massima fondamentale di religioso governo, che non potesse darsi ed una Chiesa ortodossa alcun Vescovo senza il consenso de' membri della medesima. Gl'Imperatori, come custodi della pubblica pace e come i primi cittadini di Roma e di Costantinopoli, potevano in realtà dichiarare i loro desiderj nell'elezione d'un Primate; ma quegli assoluti Monarchi rispettavano la libertà delle elezioni Ecclesiastiche; e mentre distribuivano e riassumevano gli onori dello Stato e dell'esercito, permettevano che mille ottocento Magistrati perpetui ricevessero i loro importanti uffizi da' liberi suffragi del popolo[92]. Sarebbe stato giusto, che tali Magistrati non abbandonassero un onorevole posto, da cui non potevano esser rimossi; ma la saviezza de' Concilj tentò, senza gran successo, di obbligare i Vescovi alla residenza, e d'impedirne le translazioni. Nell'Occidente, in vero, la disciplina era meno rilassata che nell'Oriente; ma le stesse passioni, che obbligavano a far tali regolamenti, li rendevano inefficaci. I rimproveri che con tanta veemenza si son fatti, nel furor della collera, alcuni Prelati fra loro, non servono che a manifestare la comune lor colpa e la loro vicendevole indiscretezza. II. I soli Vescovi godevano la facoltà della generazione -spirituale-; e questo privilegio straordinario compensar poteva in qualche modo il penoso celibato[93], che imponevasi loro come una virtù, come un dovere, e finalmente come una positiva obbligazione. Quelle religioni antiche, le quali stabilirono un ordine separato di Sacerdoti, dedicarono al servizio perpetuo degli Dei una data stirpe, tribù, o famiglia sacra[94]. Instituzioni però di tal genere furon fondate per via di possesso, piuttosto che di conquista. I figli de' Sacerdoti godevano con altera ed indolente sicurezza la sacra loro eredità; ed il feroce spirito d'entusiasmo veniva diminuito dalle cure, da' piaceri e dagli allettamenti della vita domestica. Ma il Santuario de' Cristiani era aperto ad ogni candidato ambizioso, che avesse aspirato alle celesti promesse, od a' beni temporali di esso. L'uffizio di Sacerdoti valorosamente s'esercitava, come quello de' soldati o de' Magistrati, da coloro, l'abilità e temperamento de' quali gli aveva resi atti ad abbracciare la professione Ecclesiastica, o che da un accorto Vescovo si erano scelti come i più abili a promuovere la gloria e l'interesse della Chiesa. I Vescovi[95] potevan costringere (finattantochè dalla prudenza delle leggi non fu represso l'abuso) anche quelli che ripugnavano, e proteggere gli angustiati per tal motivo; e l'imposizione delle mani concedeva in perpetuo alcuni de' più stimabili privilegi della società civile. Tutto il corpo del Clero Cattolico, forse più numeroso delle legioni, s'era per gl'Imperatori esentato da ogni pubblico o privato servizio, da tutti gli uffizi municipali, da tutte le tasse e contribuzioni personali, che aggravavano con intollerabile peso gli altri loro concittadini; e si accettavano i doveri della sacra lor professione come un pieno adempimento degli obblighi loro verso la Repubblica[96]. Ogni Vescovo acquistava un assoluto ed irrevocabil diritto allo perpetua ubbidienza del Cherico che ordinava; il Clero d'ogni Chiesa Episcopale, colle parrocchie da essa dipendenti, formava una costante e regolar società, e le Cattedrali di Costantinopoli[97] e di Cartagine[98] mantenevano il loro stabilito numero particolare di cinquecento Ministri Ecclesiastici. La quantità di essi ed i gradi[99] furono insensibilmente moltiplicati dalla superstizione de' tempi, che introdussero nella Chiesa le splendide ceremonie del Tempio Giudaico o dei Pagani; ed una lunga serie di Preti, di Diaconi, di Suddiaconi, di Accoliti, di Esorcisti, di Lettori, di Cantori, e di Ostiari co' respettivi loro uffizi contribuirono ad accrescer la pompa e l'armonia del Culto religioso. S'estesero il nome ed i privilegi clericali a molte pie confraternite che devotamente sostenevano il trono Ecclesiastico.[100] Seicento -parabolani- o avventurieri in Alessandria visitavano gli ammalati; mille cento -copiati- o scavatori di fosse seppellivano i morti a Costantinopoli; e gli sciami de' Monaci, insorti dal Nilo, cuoprirono ed oscurarono la faccia del Mondo Romano. [A. D. 313] III. L'editto di Milano assicurò le rendite ugualmente che la pace alla Chiesa[101]. Non solo i Cristiani ricuperaron le terre e le case, delle quali erano stati spogliati per causa della persecuzione di Diocleziano, ma eziandio acquistarono un pieno diritto a posseder tutti i beni che avevano fin allora goduti per connivenza de' Magistrati. Poscia che il Cristianesimo divenne la religione dell'Imperatore e dell'Impero, il Clero nazionale potea pretendere un decente ed onorevole mantenimento; e la paga d'una tassa annuale avrebbe potuto liberare il popolo dal più opprimente tributo, che la superstizione impone a' suoi devoti. Ma siccome colla prosperità della Chiesa ne crescevano anche i bisogni e le spese, così il ceto Ecclesiastico veniva sempre aiutato ed arricchito dalle volontarie obblazioni de' Fedeli. Otto anni dopo l'editto di Milano, Costantino concesse a tutti i suoi sudditi la libera ed universal facoltà di lasciare i loro beni alla Santa Chiesa Cattolica[102]; e la devota loro liberalità, che nel corso delle lor vite era tenuta in freno dal lusso o dall'avarizia, scorreva senza ritegno nell'ora della morte. I Cristiani ricchi venivano incoraggiati dall'esempio del loro Sovrano. Un assoluto Monarca, che è ricco senza patrimonio, può esser caritatevole senza merito, e Costantino credè troppo facilmente di poter acquistar il favore del Clero col mantenere gli oziosi a spese dell'industria, e col distribuire fra' Santi le ricchezze della Repubblica. Lo stesso corriere, che portò in Affrica il capo di Massenzio, forse portò anche una lettera per Ceciliano Vescovo di Cartagine. L'Imperatore in essa gli fa sapere, che i tesorieri della Provincia hanno l'ordine di pagare nelle sue mani la somma di tremila folli, o diciottomila lire sterline, e di soddisfare le ulteriori sue richieste per sollievo delle Chiese dell'Affrica, della Numidia e della Mauritania[103]. Cresceva la liberalità di Costantino in proporzione appunto della sua fede e de' suoi vizi. Egli assegnò in ogni città una regolar quantità di grano per servir di fondo alla carità Ecclesiastica, e le persone di ambidue i sessi, che abbracciavano la vita Monastica, divenivano i favoriti speciali del Sovrano. I tempj Cristiani d'Antiochia, d'Alessandria, di Gerusalemme, di Costantinopoli ec. dimostrano l'ostentata pietà di un Principe, ambizioso nella sua vecchiezza d'uguagliare le opere perfette dell'Antichità[104]. La forma ' , ( ) 1 2 : 3 4 : 5 6 7 8 9 10 11 ' 12 13 14 15 16 17 18 ' 19 20 21 22 23 24 25 26 . . 27 28 29 30 ' 31 32 33 . 34 35 - , . 36 , , 37 . - 38 39 40 , 41 , 42 , . 43 44 ' ; 45 ' , ; 46 ' , , 47 , ' , , 48 , ' . 49 50 [ . . - ] 51 52 ' , 53 , , 54 , 55 . ' , 56 , [ ] 57 , ' 58 ' [ ] . 59 , 60 , ' 61 ' [ ] . ' , ' 62 , 63 ' [ ] . 64 , , 65 . 66 67 ; ' 68 ' [ ] , , 69 ' , ' [ ] . 70 71 , 72 , , ' 73 , . 74 , 75 , , ' 76 . 77 , ' , 78 ' 79 ; , 80 81 . , ' 82 , ; 83 84 ' , , 85 . ' ' 86 , ' 87 [ ] ; 88 ' , , ' ' 89 [ ] , 90 [ ] . 91 ' , 92 , 93 . 94 , , , 95 . , 96 , 97 , 98 ' . 99 100 101 . 102 103 ' 104 , 105 ' ' 106 [ ] ; , 107 , 108 ' , 109 . ; 110 , ' , 111 ' , ' ; 112 , , 113 ' ' [ ] . 114 , ' 115 ; ' 116 . ' , 117 ' , ' , ' , 118 ' , 119 ' . ' 120 ; 121 , ' 122 ; , 123 , , ' ' 124 . , 125 , , 126 ' , ' 127 ' ' [ ] . 128 129 130 , ' , 131 ' , 132 . 133 ' , 134 ' 135 ' , ' ' 136 [ ] . ' ' , 137 ' ; 138 ' , 139 , ' 140 ' . 141 , , , 142 ' , 143 . 144 , 145 146 ' [ ] . 147 148 [ . . ] 149 150 ' , ' 151 ' , 152 , 153 . ' , 154 , ' , 155 ' ; ' ' ' 156 , 157 ' ' 158 [ ] . ' 159 , ' 160 . , 161 , 162 , ; 163 , 164 ' , 165 . , 166 , ' 167 ' ; 168 169 . , ' 170 ' 171 , 172 , , 173 . , 174 , ' 175 ' , 176 ' . 177 ' , 178 , 179 , , 180 181 - - , . 182 , 183 184 . 185 , 186 . ' 187 . 188 ' 189 - - - - , ; 190 , 191 ' , ' , 192 ' 193 ' [ ] . 194 195 ' 196 , ' 197 . 198 , ' ' , 199 , ' 200 . 201 , 202 , 203 204 . ' . 205 ; . 206 , 207 , . 208 ' ' 209 ' . 210 , 211 . 212 , 213 . , 214 , 215 ' , , 216 , 217 , 218 , ' ' . 219 ' ' 220 , 221 ' ; 222 223 . ' 224 , ' , 225 ' 226 ' ; 227 228 ' ; 229 ' , 230 ' ' , 231 , 232 , 233 , ' [ ] . 234 235 , 236 ' ' , , 237 , 238 [ ] . ' 239 , ' 240 . 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' 356 ' , 357 ' ' , ' 358 ' . 359 ; 360 , ' , 361 ' . 362 , 363 , 364 ; 365 366 , 367 [ ] . 368 369 ' , ' , 370 371 . , 372 , ' 373 , 374 , 375 . ' , 376 , 377 378 . ' 379 ' ; 380 , 381 , , , 382 , , 383 , 384 . 385 386 . , 387 , ' ' ; 388 ' ' , 389 ' [ ] . 390 , ' 391 [ ] ; ' , 392 ' 393 , 394 , 395 396 , [ ] . 397 ' ; 398 , ' , 399 ; , 400 ' , 401 [ ] . , 402 , - - [ ] ; , 403 , 404 . [ ] , 405 ' . , ' , 406 ' 407 . ' , 408 409 , [ ] . 410 411 ; ; 412 ' , 413 ' 414 , ' ' . 415 , 416 , , 417 , ' , 418 [ ] . 419 ' , ' , 420 421 ; 422 ' , 423 , , 424 [ ] . ' 425 . 426 . 427 ' ' 428 , ' , 429 ; ' 430 , 431 : « [ ] » . 432 433 . ' 434 , 435 ' 436 , 437 [ ] . 438 , 439 ' , 440 . ' 441 , 442 , ' 443 . , 444 ' , 445 ' 446 - - , ; 447 ' ; 448 ' . 449 450 ' , , 451 , [ ] . 452 - ' - 453 ; 454 ' ' , 455 ' 456 , 457 ' , . 458 , 459 , ' , 460 , , 461 ' ' 462 . 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