Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 4 (of 13)
Author: Edward Gibbon
Translator: Davide Bertolotti
STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
TRADUZIONE DALL'INGLESE
VOLUME QUARTO
MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXI
STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
CAPITOLO XX.
-Motivi, progresso ed effetti della conversione di Costantino.
Legittimo stabilimento, e costituzione della Chiesa Cristiana, o
Cattolica.-
Si può risguardare il pubblico stabilimento del Cristianesimo, come una
di quelle importanti e domestiche rivoluzioni, che eccitano la più viva
curiosità, e somministrano la più efficace istruzione. Le vittorie ed il
governo civile di Costantino non influiscono ora più sopra lo stato
dell'Europa; ma una considerabil parte del globo ritien tuttavia
l'impressione, che ricevè dalla conversione di quel Monarca; e
l'ecclesiastiche istituzioni, fatte sotto il suo regno, son sempre
connesse, mediante un'indissolubil catena, colle opinioni, colle
passioni, e cogl'interessi della presente generazione.
[A. D. 306-312]
Nella considerazione d'un soggetto, che si può esaminare senza
parzialità, ma non può riguardarsi con indifferenza, nasce subito una
difficoltà inaspettata, cioè quella di determinare il vero e preciso
tempo della conversione di Costantino. L'eloquente Lattanzio, in mezzo
alla Corte di lui, sembra impaziente[1] di pubblicare al Mondo il
glorioso esempio del Sovrano della Gallia, che fin da' primi momenti del
suo regno conobbe e adorò la maestà dell'unico e vero Dio[2]. Il dotto
Eusebio attribuì la fede di Costantino al segno miracoloso, che si fece
veder in Cielo, mentr'egli meditava e preparava la spedizione
dell'Italia[3]. L'istorico Zosimo asserisce maliziosamente, ch'esso
aveva imbrattato le mani nel sangue del suo figlio maggiore, avanti di
rinunziar pubblicamente agli Dei di Roma e de' suoi maggiori[4]. La
dubbiezza, che producono queste discordi autorità, nasce dalla condotta
di Costantino medesimo. Secondo il rigore del linguaggio ecclesiastico
il primo Imperator Cristiano non fu degno di tal nome che al momento
della sua morte; giacchè solo nell'ultima sua malattia ricevè come
catecumeno l'imposizion delle mani[5], e quindi fu ammesso, mediante
l'iniziante rito del Battesimo, nel numero de' Fedeli[6]. Conviene
concedere a Costantino la qualità di Cristiano in un senso molto più
vago ed esteso, e si richiede la più minuta esattezza nel determinare i
lenti, e quasi impercettibili gradi, pe' quali il Monarca si dichiarò
protettore, e finalmente proselito della Chiesa. Era una difficile
impresa quella di sradicare gli abiti, ed i pregiudizi della sua
educazione, di riconoscere il divino potere di Cristo, e d'intendere che
la verità della sua Rivelazione era incompatibile col culto degli Dei.
Gli ostacoli, che aveva probabilmente sperimentati nell'animo suo, lo
istruirono a procedere con cautela nel momentaneo cangiamento d'una
religion nazionale; ed appoco appoco scopriva le sue nuove opinioni, a
misura che si trovava in grado di sostenerle con sicurezza e con
effetto. In tutto il corso del suo regno, il Cristianesimo s'avanzò con
un placido, sebbene accelerato moto; ma la generale progressione di esso
fu alle volte raffrenata ed alle volte deviata dalle accidentali
circostanze de' tempi, e dalla prudenza, o forse anche dal capriccio del
Monarca. Fu permesso a' suoi Ministri d'indicar le intenzioni del
Principe nel vario linguaggio, che più si accomodava a' respettivi loro
principj[7]; ed egli artificiosamente bilanciò le speranze ed i timori
de' propri sudditi, pubblicando nel medesimo anno due editti, l'uno de'
quali comandava la solenne osservanza della Domenica[8], ed il secondo
dirigeva la regolar consultazione degli Aruspici[9]. Mentre stava
tuttavia sospesa quest'importante rivoluzione, i Cristiani ed i Pagani
spiavano la condotta del loro Sovrano colla medesima ansietà, ma con
sentimenti del tutto contrari. I primi eran mossi da ogni motivo di
zelo, non men che di vanità, ad esagerare i segni del suo favore, e le
prove della sua fede. Gli altri, finattanto che i loro giusti timori non
furon cangiati in disperazione ed in isdegno, procuravano di nascondere
al Mondo ed a loro medesimi, che gli Dei di Roma non contavan più
l'Imperatore nel numero dei loro devoti. Le stesse passioni e gli stessi
pregiudizi hanno impegnato gli scrittori parziali di varj tempi ad unire
la pubblica professione del Cristianesimo colla più gloriosa o colla più
ignominiosa epoca del regno di Costantino.
Per quanto si potessero scorgere ne' discorsi o nelle azioni di
Costantino sintomi di cristiana pietà, ciò nonostante perseverò egli
fino all'età di quasi quarant'anni nella pratica della religione
stabilita[10]; e quella stessa condotta, che nella Corte di Nicomedia si
sarebbe potuta imputare al suo timore, non si poteva attribuire che
all'inclinazione o alla politica, quando fu divenuto Sovrano della
Gallia. La sua liberalità restaurò ed arricchì i tempj degli Dei; le
medaglie, che uscirono dall'Imperiale sua zecca, hanno impresse le
figure e gli attributi di Giove e d'Apollo, di Marte e d'Ercole; e la
sua figlial pietà, mediante la solenne apoteosi di suo padre Costanzo,
accrebbe l'assemblea dell'Olimpo[11]. Ma la devozione di Costantino era
particolarmente diretta al genio del Sole, l'Apollo della Greca e Romana
mitologia; e si compiaceva di farsi rappresentare co' simboli del Dio
della luce e della poesia. Gl'infallibili dardi di quel Nume, lo
splendor de' suoi occhi, la sua corona d'alloro, l'immortal bellezza, e
gli eleganti ornamenti che l'accompagnano, sembra che lo costituiscano
come il Dio tutelare d'un giovane Eroe. Gli altari d'Apollo eran
coronati dalle votive offerte di Costantino; e la credula moltitudine
inducevasi a pensare, che fosse concesso all'Imperatore di vedere con
occhi mortali la visibile maestà del tutelare lor Nume; e che, o
vegliando, o in visione, venisse felicitato da' prosperi augurj d'un
lungo e vittorioso regno. Si celebrava universalmente il Sole, come la
guida invincibile, ed il protettore di Costantino, ed i Pagani avevan
ragione d'aspettare, che l'insultata Divinità perseguitato avrebbe con
inesorabil vendetta l'empietà dell'ingrato suo favorito[12].
Finattanto che Costantino esercitò una sovranità limitata nelle Province
della Gallia, i suoi sudditi Cristiani furon protetti coll'autorità, e
forse colle leggi d'un Principe, che saggiamente lasciava agli Dei la
cura di vendicare il loro proprio onore. Se si dee prestar fede
all'asserzione di Costantino medesimo, egli era stato con isdegno
spettatore delle barbare crudeltà che soffrirono per mano de' soldati
Romani que' cittadini, l'unico delitto de' quali consisteva nella lor
religione[13]. Tanto nell'Oriente quanto nell'Occidente, aveva egli
veduto i diversi effetti della severità e dell'indulgenza; e siccome la
prima rendevasi viepiù odiosa dall'esempio di Galerio, suo implacabil
nemico, così veniva portato ad imitar la seconda dall'autorità e dal
consiglio d'un genitor moribondo. Il figlio di Costanzo immediatamente
sospese, o rivocò gli editti di persecuzione, o concesse a tutti quelli,
che s'erano già dichiarati membri della Chiesa, il libero esercizio
delle religiose lor ceremonie. Essi furon ben presto incoraggiati a
fidar nel favore non meno che nella giustizia del loro Sovrano, che
aveva concepito una segreta e sincera venerazione pel nome di Cristo e
pel Dio de' Cristiani[14].
[A. D. 313]
Intorno a cinque mesi dopo la conquista dell'Italia, l'Imperatore fece
una solenne ed autentica dichiarazione de' suoi sentimenti, per mezzo
del celebre editto di Milano, che restituì la pace alla Chiesa
Cattolica. Nel personal congresso de' due Principi Occidentali,
Costantino, per l'ascendente del suo genio e della sua potenza, ottenne
facilmente l'assenso del suo collega Licinio; l'unione e l'autorità de'
lor nomi disarmò il furore di Massimino, e dopo la morte del Tiranno
dell'Oriente fu ricevuto l'editto di Milano come una legge generale
fondamentale del Mondo Romano[15]. La saviezza degl'Imperatori ordinò la
reintegrazione di tutti i diritti sì civili che religiosi, de' quali i
Cristiani erano stati sì ingiustamente spogliati. Fu stabilito, che i
luoghi di culto e le pubbliche terre che erano state confiscate, si
restituissero alla Chiesa senza disputa, senza dilazione e senza spesa;
e questo severo comando fu accompagnato da una graziosa promessa, che se
alcuno de' possessori ne avesse sborsato un giusto e adeguato prezzo, ne
verrebbe indennizzato dal tesoro Imperiale. I salutevoli regolamenti,
che riguardavano la futura tranquillità del Fedele, furon formati su'
principj d'una larga ed ugual tolleranza; e tal uguaglianza dovè da una
recente Setta interpretarsi come una vantaggiosa ed onorevole
distinzione. I due Imperatori manifestano al Mondo, ch'essi hanno
conceduto una libera ed assoluta facoltà sì a' Cristiani che a tutti gli
altri di seguitar quella religione, che ognuno crede proprio di
preferire, che si è posta nel cuore, e che stima la più conveniente al
proprio uso. Spiegano esattamente ogni parola ambigua, tolgono ogni
eccezione, ed esigono da' Governatori delle Province una rigorosa
obbedienza al vero e semplice senso d'un Editto, che tendeva a stabilire
e ad assicurare senz'alcun limite i diritti della libertà religiosa. Si
compiacciono d'assegnare due forti ragioni, che gli hanno indotti a
concedere questa universale tolleranza, cioè la benigna intenzione di
provvedere alla pace e felicità del lor popolo, e la pia speranza, che
per mezzo di tal condotta saranno per calmare e rendersi propizia la
-Divinità-, che ha la propria sede nel Cielo. Riconoscono con animo
grato le molte segnalate prove che han ricevuto del favor Divino, o
confidano che la medesima Providenza continuerà sempre a proteggere la
prosperità del Principe e del Popolo. Da queste vaghe indeterminate
espressioni di pietà posson dedursi tre supposizioni di una diversa, ma
non incompatibil natura. Poteva l'animo di Costantino esser fluttuante
fra le religioni Cristiana e Pagana. Secondo le libere e condiscendenti
nozioni del Politeismo poteva egli riconoscere il Dio de' Cristiani come
-una- delle -molte- Divinità, che componevano la gerarchia del Cielo; o
poteva per avventura aver abbracciato la filosofica e gradevole idea,
che nonostante la varietà de' nomi, de' riti, e delle opinioni tutte le
Sette e Nazioni del Mondo s'uniscono a venerare il comun Padre e
Creatore dell'Universo[16].
Ma influiscono più frequentemente ne' consigli dei Principi le mire del
temporale vantaggio, che le considerazioni d'un verità speculativa ed
astratta. Il parziale e crescente favore di Costantino può naturalmente
attribuirsi alla stima, ch'egli aveva del moral carattere de' Cristiani,
ed alla ferma credenza, che la propagazione dell'Evangelio avrebbe
inculcata la pratica della pubblica e privata virtù. Sia quanto si
voglia estesa la potenza di un assoluto Monarca, sia egli quanto si
voglia indulgente per le proprie passioni, è senza dubbio suo interesse
che tutti i sudditi rispettino le naturali e civili obbligazioni della
società. Ma l'azione delle più savie leggi è imperfetta e precaria. Di
rado esse inspirano la virtù; sempre non posson reprimere il vizio. La
loro forza non è sufficiente a proibire tutto ciò che condannano, nè
posson sempre punire le azioni, che esse proibiscono. I Legislatori
dell'antichità chiamarono in loro aiuto il potere dell'educazione e
dell'opinione. Ma in un Impero decadente e dispotico era già da gran
tempo estinto ogni principio, che aveva mantenuto una volta il vigore e
la purità di Roma e di Sparta. La filosofia esercitava sempre il suo
moderato dominio sullo spirito umano, ma la Pagana superstizione assai
debolmente influiva nella causa della virtù. In tali circostanze, che
scoraggiavano, un Magistrato prudente doveva osservar con piacere il
progresso d'una religione, che diffondeva nel popolo un puro, benefico
ed universal sistema di morale, adattata ad ogni dovere e ad ogni
condizione, raccomandata come la volontà e la ragione della Suprema
Divinità, ed invigorita dall'espettazione de' premi o gastighi eterni.
L'esperienza dell'Istoria Greca e Romana non era da tanto di far
conoscere al mondo, quanto si potesse riformare e migliorare il sistema
de' costumi nazionali mediante i precetti di una Divina Rivelazione; e
Costantino potè con fiducia prestare orecchio alle lusinghiere e in
verità ragionevoli assicurazioni di Lattanzio. Pareva che l'eloquente
Apologista aspettasse per fermo, e s'arrischiasse quasi a promettere,
che lo stabilimento del Cristianesimo avrebbe restituita l'innocenza e
la felicità de' primitivi tempi; che il culto del vero Dio avrebbe
estinto la guerra e la dissensione fra quelli i quali si risguardavan
fra loro come figli d'un comun Padre; che per la cognizione
dell'Evangelio si sarebbe tenuto a freno qualunque impuro appetito,
qualunque passione d'ira o d'amor proprio, e che i Magistrati avrebber
potuto porre nel fodero la spada della giustizia fra un popolo, che
tutto quanto sarebbe stato retto da sentimenti di verità e di pietà, di
equità e di moderazione, di armonia e d'amore universale[17].
La passiva e docile obbedienza, che si piega sotto il giogo
dell'autorità o anche dell'oppressione, dovè apparire, agli occhi di un
assoluto Monarca, tra le virtù Evangeliche la più cospicua o
vantaggiosa[18]. I primitivi Cristiani facevan derivare l'istituzione
del Governo civile non già dal consenso del Popolo, ma da' decreti del
Cielo. Quantunque l'Imperatore, che regnava, usurpato avesse lo scettro
per mezzo del tradimento e della strage, egli assumeva tuttavia subito
il sacro carattere di Vicegerente della Divinità. A questa soltanto
dovea render conto dell'abuso del suo potere; ed i suoi sudditi erano,
pel giuramento di fedeltà, indissolubilmente legati ad un Tiranno, che
avesse violato qualunque legge di natura e di società. Gli umili
Cristiani eran mandati nel Mondo, come pecore in mezzo a' lupi; e poichè
non era loro permesso d'impiegar la forza, neppure in difesa della lor
religione, molto più sarebbero stati rei, se tentato avessero di
spargere il sangue de' loro prossimi nel disputare i vani privilegi o i
sordidi beni di questa vita transitoria. Attaccati alla dottrina
dell'Apostolo, che nel regno di Nerone avea predicato il dovere di una
sommissione illimitata, i Cristiani de' primi tre secoli mantennero pura
ed innocente la lor coscienza dalla colpa di qualunque segreta
cospirazione, non meno che di ogni aperta rivolta. Mentre provavano il
rigore della persecuzione, non furono mai tentati o d'affrontare in
campo di battaglia i loro tiranni, o di ritirarsi sdegnati in qualche
remoto e separato canto del globo[19]. Si sono insultati i protestanti
della Francia, della Germania, e dell'Inghilterra, che sostennero sì
coraggiosi ed intrepidi la civile e religiosa lor libertà, con l'odioso
paragone fra la condotta de' Cristiani primitivi e quella de'
riformati[20]. Forse, invece di censura, si sarebbe dovuto applaudire a'
sentimenti e allo spirito superiore de' nostri maggiori, che si eran
persuasi, che la religione non può abolire gl'inalienabili diritti della
natura umana[21]. Può forse attribuirsi la pazienza della primitiva
Chiesa alla debolezza, ugualmente che alla sua virtù. Una setta di
indisciplinati plebei, senza condottieri, senz'armi, senza
fortificazioni, sarebbe stata inevitabilmente distrutta, se avesse fatta
una temeraria ed inutile resistenza a chi disponeva delle legioni
Romane. Ma quando i Cristiani esecravano la rabbia di Diocleziano, o
sollecitavano il favore di Costantino, potevano addurre con verità e
fiducia, ch'essi tenevano il principio d'una passiva obbedienza, e che
nello spazio di tre secoli la lor condotta era sempre stata conforme a'
loro principj. Potevano anche aggiungere, che il trono degli Imperatori
si sarebbe stabilito sopra una base fissa e durevole, se tutti i lor
sudditi, abbracciando la fede Cristiana, imparato avessero a tollerare e
ad ubbidire.
Nell'ordine generale della Previdenza, i Principi ed i Tiranni si
risguardan come ministri del Cielo, destinati a regolare, o a gastigar
le nazioni della terra. Ma l'Istoria Sacra somministra molti illustri
esempi d'una interposizione più immediata della Divinità nel governo del
suo popolo eletto. Si affidava lo scettro e la spada alle mani di Mosè,
di Giosuè, di Gedeone, di David, de' Maccabei. Le virtù di questi Eroi
erano il motivo o l'effetto del favore divino, ed il successo delle loro
armi era destinato ad effettuar la liberazione o il trionfo della
Chiesa. Se i Giudici di Israello erano accidentali e temporanei
Magistrati, i Re di Giuda traevano dalla reale unzione del loro grande
Antenato un ereditario ed inviolabil diritto, che non poteva mancare pe'
loro vizi, nè revocarsi dal capriccio de' loro sudditi. La medesima
straordinaria Providenza, che non si limitava più al popolo Giudaico,
potè sceglier Costantino e la sua famiglia per proteggere il mondo
Cristiano; ed il devoto Lattanzio annuncia in un tuono profetico le
future glorie dell'universale e lungo suo regno[22]. Galerio e
Massimino, Massenzio e Licinio erano i rivali, che si dividevan col
favorito del Cielo le Province dell'Impero. Le tragiche morti di Galerio
e di Massimino presto soddisfecero lo sdegno e adempirono le ardenti
speranze de' Cristiani. Il successo di Costantino contro Massenzio e
Licinio rimosse i due formidabili competitori, che sempre s'opposero al
trionfo del secondo David, e la sua causa pareva che avesse diritto alla
particolare interposizione della Providenza. Il carattere del Tiranno di
Roma infamò la porpora e la natura umana; e quantunque i Cristiani goder
potessero del precario favore di lui, pure si trovavano, col resto de'
suoi sudditi, esposti agli effetti della sua lasciva e capricciosa
crudeltà. La condotta di Licinio tosto scoprì, che aveva con ripugnanza
consentito ai savj ed umani regolamenti dell'editto di Milano. Fu ne'
suoi dominj proibita la convocazione de' Concilj Provinciali; i suoi
uffiziali Cristiani furon cassati con ignominia; e quantunque egli
evitasse la colpa, o piuttosto il pericolo d'una persecuzione generale,
le sue particolari oppressioni si rendevano sempre più odiose per la
violazione d'un solenne e volontario impegno[23]. Mentre l'Oriente,
secondò la viva espressione d'Eusebio, era involto nelle ombre d'una
infernale oscurità, i favorevoli raggi di celeste luce riscaldavano ed
illuminavan le Province dell'Occidente. Si risguardava la pietà di
Costantino come una piena prova della giustizia delle sue armi; e l'uso,
ch'ei fece, della vittoria, confermò l'opinion de' Cristiani, che il
loro Eroe veniva inspirato e condotto dal Signor degli Eserciti. La
conquista dell'Italia produsse un general editto di tolleranza; e tosto
che la disfatta di Licinio ebbe investito Costantino solo nel dominio di
tutto il Mondo Romano, egli per mezzo di circolari esortò immediatamente
tutti i suoi sudditi ad imitare senza dilazione l'esempio del loro
Sovrano, e ad abbracciar la divina verità del Cristianesimo[24].
La sicurezza, che l'elevazione di Costantino fosse intimamente connessa
co' disegni della Providenza, instillava negli animi de' Cristiani due
opinioni, che per mezzi molto diversi fra loro, contribuivano
all'adempimento della profezia. L'ardente loro ed attiva lealtà esauriva
in favore di lui ogni ripiego dell'industria umana; ed essi aspettavano
con fiducia che i gagliardi loro sforzi verrebbero secondati da qualche
aiuto divino e miracoloso. I nemici di Costantino hanno imputato a
motivi d'interesse la lega, ch'egli contrasse insensibilmente colla
Chiesa Cattolica, e che in apparenza contribuì al buon successo della
sua ambizione. Al principio del quarto secolo, i Cristiani erano sempre
in una piccola proporzione rispetto agli abitatori dell'Impero; ma in
mezzo ad un popolo degenerato, che vedeva il cangiamento de' suoi
Signori coll'indifferenza propria degli schiavi, lo spirito e l'unione
d'un partito religioso poteva assistere il Condottier popolare, al
servizio del quale avevan essi per principio di religione consacrato le
vite e gli averi[25]. L'esempio del padre aveva ammaestrato Costantino a
stimare ed a premiare il merito de' Cristiani; e nella distribuzione de'
pubblici uffizi aveva esso il vantaggio di fortificare il suo governo
mediante la scelta di Ministri o di Generali, nella fedeltà de' quali
poteva egli riporre senza riserva una giusta fiducia. Per l'influsso di
questi qualificati Missionari dovevan moltiplicare nella Corte e
nell'armata i proseliti della nuova fede; i Barbari della Germania,
ch'empivano gli ordini delle legioni, erano d'un'indole negligente, che
s'accomodava senza resistenza alla religione del lor comandante; e può
ragionevolmente presumersi, che quando passaron le alpi, un gran numero
di soldati avesser già consacrato le loro spade al servizio di Cristo e
di Costantino[26]. L'abitudine umana e l'interesse di religione appoco
appoco tolsero quell'orrore contro la guerra ed il sangue, ch'era tanto
prevalso fra' Cristiani; e ne' Concilj, che s'adunarono sotto la
graziosa protezione di Costantino, fu opportunamente impiegata
l'autorità de' Vescovi per confermare l'obbligazione del giuramento
militare, e per dar la pena di scomunica a que' soldati, che durante la
pace della Chiesa gettavan le armi[27]. Mentre Costantino accresceva ne'
suoi dominj il numero e lo zelo de' suoi fedeli aderenti, poteva contar
nell'aiuto d'una potente fazione anche in quelle Province, ch'erano
sempre possedute o usurpate da' suoi rivali. Era sparsa fra i sudditi
Cristiani di Massenzio e di Licinio una malcontentezza segreta; e lo
sdegno, che quest'ultimo non poteva nascondere, non serviva che a sempre
più profondamente impegnarli negl'interessi del suo competitore. Quella
regolar corrispondenza, che univa insieme i Vescovi delle più distanti
Province, li poneva in istato di potersi liberamente comunicare i lor
desiderj e disegni; e di trasmetter senza pericolo qualunque utile
avviso o delle pie contribuzioni che promuover potessero il servizio di
Costantino, il quale dichiarava pubblicamente di avere preso le armi per
la liberazione della Chiesa[28].
L'entusiasmo, che ispirava le truppe e forse l'Imperatore medesimo,
aveva aguzzate le spade loro nel tempo che soddisfaceva la loro
coscienza. Marciavano essi alla guerra con la piena sicurezza, che il
medesimo Dio, che aveva già aperto il passaggio agl'Israeliti pel
Giordano, e gettato a terra le mura di Gerico al suono delle trombe di
Giosuè, avrebbe mostrato la visibile sua maestà e potenza nella vittoria
di Costantino. L'istoria ecclesiastica è pronta a far fede, che furon
giustificate le loro speranze da quel cospicuo miracolo, al quale si è
quasi concordemente attribuita la conversione del primo Imperatore
Cristiano. La causa reale o immaginaria d'un fatto così importante
merita ed esige l'attenzione della posterità; ed io procurerò di formare
una giusta idea della famosa visione di Costantino, mediante un distinto
esame dello stendardo, del sogno, e del segno celeste, separando fra
loro le parti istoriche, naturali, e maravigliose di questo racconto
straordinario, le quali artificiosamente si sono confuse por comporne la
splendida e fragile mole di uno specioso argomento.
I. Un istrumento, che serviva per tormentare solamente gli schiavi e gli
stranieri, era un oggetto d'orrore agli occhi d'un cittadino Romano; ed
erano intimamente connesse coll'idea della croce l'idee di delitto, di
pena e d'ignominia[29]. La divozione piuttosto che la clemenza di
Costantino abolì ben presto nei suoi dominj quella pena, che s'era
compiaciuto di soffrire il Salvatore del Mondo[30]; ma l'Imperatore,
prima d'avere appreso a disprezzare i pregiudizi della sua educazione e
del suo popolo, non potea risolversi ad erigere nel mezzo di Roma la
propria statua con una croce nella destra e con una iscrizione, che
riferiva la vittoria delle sue armi e la liberazione di Roma alla virtù
di quel segno salutare, vero simbolo della forza e del coraggio[31]. Il
medesimo simbolo significava le armi de' soldati di Costantino; la croce
risplendeva sopra i loro elmi, era impressa ne' loro scudi, tessuta
nelle loro bandiere; ed i sacri emblemi, che adornavano la persona
stessa dell'Imperatore, non eran distinti che per la materia più ricca e
pel più squisito lavoro[32]. Ma lo stendardo principale, che spiegava il
trionfo della croce, chiamavasi -Labarum-[33]; oscuro, quantunque
celebre nome, che in vano si è fatto derivare da quasi tutti i linguaggi
del Mondo. Vien questo descritto[34], come una lunga picca intersecata
da un'asta traversa. Il velo di seta, che pendeva dall'asta, era
elegantemente adornato dalle immagini del Monarca regnante e de' suoi
figli. La sommità della picca sosteneva una corona d'oro, che conteneva
il misterioso monogramma esprimente nel tempo stesso la figura della
croce, e le lettere iniziali del nome di Cristo[35]. Si confidava la
sicurezza del Labaro a cinquanta guardie di sperimentato valore e
fedeltà; il loro posto era distinto con onori ed emolumenti; e ben
presto alcuni accidenti fortunati fecero nascere l'opinione, che
finattanto che le guardie del Labaro s'esercitavano in eseguire il loro
uffizio, eran sicure ed invulnerabili in mezzo a' dardi dell'inimico.
Nella seconda guerra civile, Licinio provò ed ebbe occasione di temere
la forza di questa sacra bandiera, la vista della quale, nel forte della
battaglia, infiammò d'invincibil entusiasmo i soldati di Costantino, e
sparse il terrore e il disordine fra le file delle nemiche legioni[36].
Gl'Imperatori Cristiani, che rispettavan l'esempio di Costantino,
spiegavano in tutte le loro militari spedizioni lo stendardo della
Croce; ma quando i degenerati successori di Teodosio ebber finito di
comparire in persona alla testa de' loro eserciti, il Labaro fu
depositato, come una venerabile ma inutil reliquia, nel palazzo di
Costantinopoli[37]. Si è sempre conservato l'onore di esso nelle
medaglie della famiglia Flavia. La grata lor devozione pose il
monogramma di Cristo in mezzo alle insegne di Roma. Si trovano applicati
ugualmente sì a' religiosi che a' militari trofei i solenni epiteti di
salvezza della Repubblica, di gloria dell'esercito, di restaurazione
della pubblica felicità; e tuttavia esiste una medaglia dell'Imperator
Costanzo, in cui lo stendardo del Labaro è accompagnato da queste
memorabili parole: «mercè di questo segno vincerai[38]».
II. In ogni occasione di pericolo o d'angustia solevano i primitivi
Cristiani fortificare gli spiriti ed i corpi loro col segno della Croce,
ch'essi usavano in tutti i riti Ecclesiastici ed in tutte le quotidiane
occorrenze della vita, come un infallibil preservativo da ogni sorta di
male spirituale o temporale[39]. La sola autorità della Chiesa potè aver
avuto sufficiente peso da giustificar la devozione di Costantino, che
coll'istesso prudente e gradual progresso riconobbe la verità, ed
assunse il simbolo del Cristianesimo. Ma la testimonianza d'uno
scrittore contemporaneo, che in un trattato apposta ha difeso la causa
della religione, compartisce alla pietà dell'Imperatore un più stupendo
e sublime carattere. Afferma egli colla più perfetta sicurezza, che
nella notte precedente l'ultima battaglia contro Massenzio, Costantino
fu ammonito in sogno di fare imprimere sugli scudi de' suoi soldati il
-celeste segno di Dio-, cioè il sacro monogramma del nome di Cristo;
ch'esso eseguì gli ordini del Cielo; o che fu premiato il valore e
l'obbedienza di lui colla decisiva vittoria sul ponte Milvio. Alcuni
riflessi potrebbero forse indurre uno spirito scettico a sospettare del
giudizio o della veracità dell'Oratore, la penna del quale, o per zelo o
per interesse, era addetta alla causa della fazion vittoriosa[40]. Pare
che egli pubblicasse le sue -Morti de' Persecutori- a Nicomedia circa
tre anni dopo la vittoria di Roma; la distanza però di mille miglia e di
mille giorni concede un vasto campo all'invenzione de' declamatori, alla
credulità del partito ed alla tacita approvazione dell'Imperatore
medesimo, che poteva senza sdegnarsi prestare orecchio ad una
maravigliosa novella ch'esaltava la fama, e promoveva i disegni di lui.
Anche in favor di Licinio, che tuttavia dissimulava la sua animosità
contro i Cristiani, l'istesso Autore produsse una simile visione,
indicante uno specie di preghiera, che fu comunicata da un Angelo, e
ripetuta da tutto l'esercito prima d'attaccare le legioni del tiranno
Massimino. La frequente ripetizione de' miracoli, quando non sottomette
la ragione umana, non serve che ad irritarla[41]; ma se voglia
considerarsi a parte il sogno di Costantino, può naturalmente spiegarsi
o colla politica o coll'entusiasmo dell'Imperatore. Essendo sospesa da
un breve ed interrotto sonno la sua ansietà per la prossima giornata,
che dovea decidere del destino dell'Impero, potè per avventura
presentarsi all'attiva fantasia d'un Principe, che venerava il nome, e
forse aveva secretamente implorato il potere del Dio dei Cristiani, la
venerabile immagin di Cristo ed il ben noto simbolo della sua religione.
Con ugual facilità potè ancora un consumato Politico usare uno di quei
militari stratagemmi, una di quelle pie frodi, che avevano adoperate con
tant'arte ed effetto Filippo e Sertorio[42]. Generalmente ammettevasi
dalle nazioni antiche l'origine soprannaturale de' sogni, ed una gran
parte dell'esercito della Gallia era già preparata a collocare la sua
fiducia nel segno salutare della religione Cristiana. La segreta visione
di Costantino non poteva esser confutata che dall'evento; ma
quell'intrepido Eroe, che aveva passato le alpi e l'apennino, poteva
risguardare con non curante disperazione le conseguenze d'una disfatta,
che gli fosse toccata sotto le mura di Roma. Il Senato ed il Popolo,
esultando per la loro liberazione da un odioso tiranno, riconobbero che
la vittoria di Costantino sorpassava le forze umane, senz'ardire però di
attribuirla alla protezione degli Dei. L'arco trionfale, che fu
innalzato circa tre anni dopo il fatto espone con frasi ambigue, ch'egli
salvata aveva e vendicata la Repubblica Romana per la grandezza della
sua mente e per un istinto o impulso della Divinità[43]. L'oratore
Pagano, che antecedentemente avea preso l'opportunità di celebrar le
virtù del Conquistatore, suppone ch'egli solo godesse un segreto ed
intimo commercio coll'Ente Supremo, il quale ha delegata la cura de'
mortali agli altri subordinati suoi Dei; e così viene ad assegnare una
ragione molto plausibile, per la quale i sudditi di Costantino non
dovessero presumere d'abbracciare la nuova religione del loro
Sovrano[44].
III. Il filosofo, che con tranquilla cautela esamina i sogni o gli
augurj, i miracoli ed i prodigi della storia profana, ed anche
dell'Ecclesiastica, probabilmente concluderà, che se gli occhi degli
spettatori sono stati qualche volta ingannati dalla frode, molto più
spesso l'intelligenza de' lettori è stata insultata dalla finzione. Ogni
avvenimento, apparenza, o accidente, che sembri deviare dall'ordinario
corso della natura, s'è temerariamente attribuito all'immediata azione
della Divinità; e la sorpresa fantasia della moltitudine qualche volta
ha dato figura e colore, linguaggio e movimento alle momentanee ma
insolite meteore dell'aria[45]. Nazario ed Eusebio sono i due più
celebri oratori che con istudiati panegirici si sono adoperati ad
esaltare la gloria di Costantino. Nove anni dopo la vittoria romana,
Nazario[46] descrive un esercito di guerrieri divini, che sembravano
scender dal cielo; egli ne nota la bellezza, lo spirito, le figure
gigantesche, i raggi di luce che uscivano dalle celesti loro armature,
la pazienza che avevano in farsi vedere e udir da' mortali, ed il
dichiarar che facevano d'essere mandati, e di volare ad assistere il
gran Costantino. Per la verità di questo prodigio il Pagano oratore
chiama in testimonianza tutta la nazione Gallica, in presenza della
quale allora parlava, e sembra, che da questo recente e pubblicato fatto
prenda occasione di sperare, che sia per prestarsi fede alle antiche
apparizioni[47]. La favola Cristiana d'Eusebio, che nello spazio di
ventisei anni potè trarre la sua origine dal sogno, è gettata in una
forma più corretta ed elegante. Si dice, che Costantino, in una delle
sue marce, vedesse co' propri occhi il trofeo luminoso della Croce posta
sopra il sole nel mezzogiorno, colla seguente iscrizione. «Per mezzo di
questo vinci». Tal sorprendente oggetto nel cielo fece stupire tutto
l'esercito non meno che l'Imperatore medesimo, ch'era tuttavia dubbioso
intorno alla scelta d'una religione; ma il suo stupore si convertì in
fede, mediante la visione della notte seguente. Comparve Cristo avanti
a' suoi occhi, e tenendo il medesimo celeste segno della Croce, ordinò a
Costantino di formare uno stendardo simile a quello, e di muovere,
sicuro della vittoria, contro Massenzio e tutti gli altri nemici[48].
Sembra che l'erudito Vescovo di Cesarea siasi accorto, che la recente
scoperta di questo maraviglioso aneddoto avrebbe eccitato qualche
sorpresa e diffidenza anche fra' suoi più devoti lettori. Pure, in
cambio di assegnare le precise circostanze del tempo e del luogo, che
ordinariamente servono a scuoprire la falsità, od a stabilire la
certezza de' fatti[49]; in cambio di raccogliere e di citar la
testimonianza di tante persone viventi, che dovettero essere spettatrici
di tale stupendo miracolo[50], Eusebio si contenta d'addurre una
testimonianza molto singolare, cioè quella di Costantino già morto, il
quale molti anni dopo quell'avvenimento, discorrendo famigliarmente con
esso, gli aveva raccontato quest'accidente straordinario della sua vita,
e con solenne giuramento ne aveva confermata la verità. La prudenza e la
gratitudine del dotto Prelato non gli permisero di sospettare della
veracità del suo vittorioso Signore; ma egli dà chiaramente a conoscere
che, in un fatto di tal natura, non avrebbe prestato fede a qualunque
altra minore autorità. Sì fatto motivo di credibilità non potea
sopravvivere alla potenza della famiglia Flavia; ed il segno celeste che
si poteva in seguito porre in ridicolo dagl'Infedeli[51], fu trascurato
da' Cristiani del secolo che immediatamente seguì la conversione di
Costantino[52]. Ma la Chiesa Cattolica, sì dell'Oriente che
dell'Occidente, ha adottato un prodigio, che favorisce o sembra favorire
il popolar culto della croce. La visione di Costantino si mantenne un
onorevole posto nelle leggende della superstizione, finattanto che
l'ardito e sagace spirito di critica ebbe la fermezza di non apprezzare
il trionfo, e di attaccare la veracità del primo Imperatore
Cristiano[53].
I lettori protestanti e filosofici del presente secolo saranno disposti
a credere che Costantino, raccontando la sua conversione,
volontariamente attestasse una falsità con un solenne e deliberato
spergiuro. Essi non dubiteranno forse di pronunziare, che nello
scegliere una religione fosse determinato l'animo suo solo da un
sentimento d'interesse; e che (secondo l'espressione d'un Poeta[54]
profano) si servisse degli altari della Chiesa, come di un conveniente
gradino al trono dell'Impero. Una conclusione però così aspra ed
assoluta non è coerente alla cognizione che abbiamo della natura umana
di Costantino o del Cristianesimo. In un tempo di religioso fervore si
osserva che i più artificiosi politici sentono in se stessi qualche
parte di quell'entusiasmo, che inspirano agli altri; ed i Santi più
ortodossi assumono il pericoloso privilegio di difender la causa della
verità colle armi della falsità e dell'inganno. Spesso l'interesse
personale è lo stendardo della nostra fede, non meno che della nostra
condotta, e gli stessi motivi di vantaggi temporali, che valsero ad
influire sul contegno pubblico e sulla professione di Costantino,
poterono anche insensibilmente disporne lo spirito ad abbracciare la
religione così favorevole alla sua fama ed alla sua fortuna.
Soddisfacevasi alla sua vanità colla lusinghiera asserzione, ch'egli era
stato scelto dal Cielo a regnare sopra la terra; l'evento aveva
giustificato il divino di lui titolo al trono, e questo titolo stesso
era fondato sulla verità della Rivelazione Cristiana. Siccome qualche
volta segue che l'applauso non meritato eccita la vera virtù, così
l'apparente pietà di Costantino (se pure a principio fu solo apparente)
potè a grado a grado per la forza della lode, dell'abito e dell'esempio
ridursi ad una seria fede, e ad una fervorosa divozione. I Vescovi e
Dottori della nuova setta, l'abito ed i costumi de' quali non eran molto
adattati per comparire in una Corte, furono ammessi alla mensa
Imperiale; essi accompagnavano il Monarca nelle sue spedizioni, e
l'ascendente, che uno di loro, Egizio o Spagnuolo[55] che fosse,
acquistò sopra di lui, attribuivasi da' Pagani all'effetto della
magia[56]. Furono ammessi all'amicizia e famigliarità del Sovrano tanto
Lattanzio, che adornò i precetti del Vangelo colla eloquenza di
Cicerone[57], quanto Eusebio, che in servigio della Religione adoprò la
dottrina e la filosofia de' Greci[58]; e questi abili maestri di
controversie potevano pazientemente aspettare le facili ed opportune
occasioni di persuadere e di applicar con destrezza quegli argomenti,
ch'erano più acconci al carattere e all'intendimento di esso. Vantaggi
d'ogni sorta potevano trarsi dall'acquisto d'un proselito Imperiale, e
lo splendor della porpora, piuttosto che la superiorità nel sapere o
nella virtù, lo distingueva dalle molte migliaia di sudditi, che avevano
abbracciato le dottrine del Cristianesimo. Nè si dee stimare incredibile
che la mente d'un ignorante soldato avesse potuto cedere al peso
dell'evidenza, che in un secolo più illuminato ha soddisfatto o
sottomesso la ragione d'un Grozio, d'un Pascal, o d'un Locke. Questo
soldato, fra i continui travagli del suo grand'uffizio, impiegava o
affettava d'impiegar le ore della notte a diligentemente studiare la
Scrittura, ed a comporre discorsi teologici, che dipoi recitava ad una
copiosa udienza, la quale facevagli applauso. In un discorso assai
lungo, che tuttavia sussiste, si diffonde il reale Predicatore sulle
diverse prove della Religione: ma si ferma con particolar compiacenza
su' versi Sibillini[59] e sull'Egloga quarta di Virgilio[60]. Quaranta
anni prima della nascita di Cristo, il vate Mantovano, quasi inspirato
dalla celeste musa d'Isaia, aveva celebrato con tutta la pompa della
metafora Orientale il ritorno della Vergine, la caduta del serpente, la
prossima nascita d'un fanciullo divino, prole del gran Giove, che doveva
espiare la colpa dell'uman genere, e governar l'universo pacificamente
colle virtù di suo padre; lo spuntare e l'apparire d'una razza celeste,
una primitiva nazione sparsa pel Mondo, e la successiva restaurazione
dell'innocenza e felicità del secolo d'oro. Il Poeta non sapeva forse il
segreto senso ed oggetto di tali sublimi predizioni, che si son tanto
indegnamente applicate al piccolo figlio d'un Console o d'un
Triumviro[61]; ma se una più splendida e veramente speciosa
interpretazione della quarta Egloga contribuì alla conversione del primo
Imperator Cristiano, Virgilio merita d'esser posto fra' più efficaci
Missionari dell'Evangelio[62].
Si nascondevano i venerandi misteri della fede e del Culto Cristiano
agli occhi degli stranieri ed eziandio de' Catecumeni con un'affettata
segretezza, la quale non serviva che ad eccitare la lor maraviglia e
curiosità[63]. Ma le regole di severa disciplina, che la prudenza de'
Vescovi avea stabilite; dalla prudenza medesima vennero mitigate in
favore d'un proselito Imperiale, che tanto importava d'indurre ad
entrare, mediante ogni gentile condescendenza, nel sen della Chiesa; ed
a Costantino fu permesso, almeno con una tacita dispensa, di godere
-moltissimi- privilegi di Cristiano, prima di averne contratta -veruna-
obbligazione. Invece di ritirarsi dall'assemblea, quando la voce del
Diacono licenziava la moltitudine profana, esso pregava co' Fedeli,
disputava co' Vescovi, predicava sopra i più sublimi ed intricati
argomenti di Teologia, celebrava secondo i riti sacri la vigilia di
Pasqua, e si dichiarava pubblicamente non solo partecipante, ma in
qualche modo sacerdote e gerofante de' misteri Cristiani[64]. La vanità
di Costantino potè arrogarsi qualche straordinaria distinzione, ed i
suoi servigi l'avevano meritata. Un rigore inopportuno avrebbe potuto
annebbiare i frutti non per anche maturi della sua conversione; e se
rigorosamente si fosser chiuse le porte della Chiesa in faccia ad un
Principe che aveva abbandonato gli altari degli Dei, il dominator
dell'Impero sarebbe restato privo d'ogni specie di Culto religioso.
Nell'ultima sua visita a Roma disapprovò egli piamente ed insultò la
superstizione de' suoi maggiori, ricusando di porsi alla testa della
militar processione dell'ordine equestre, e di offerire pubblici voti al
Giove del colle Capitolino[65]. Costantino, molti anni prima del suo
battesimo e della sua morte, aveva pubblicato al mondo, che non si
sarebbe più veduta nè la sua persona nè la sua immagine dentro le mura
d'un tempio d'idoli, mentre spargeva per le Province una quantità di
medaglie e di pitture, che lo rappresentavano in una umile e
supplichevol positura di devozione Cristiana[66].
Non si può facilmente spiegare e scusar l'orgoglio di Costantino,
allorchè ricusò i soli diritti di Catecumeno; ma può ben giustificarsi
la dilazione del suo battesimo colle massime e colla pratica dell'antica
Chiesa. Il Sacramento del battesimo[67] s'amministrava regolarmente dal
Vescovo stesso coll'assistenza del Clero nella Chiesa Cattedrale della
Diocesi nello spazio de' cinquanta giorni, che passano fra le solennità
della Pasqua e della Pentecoste, ed in questo sacro tempo si ammetteva
un gran numero d'infanti e di adulti nel seno della Chiesa. La
discrezione de' genitori spesse volte sospendeva il battesimo de' loro
figliuoli, finattanto che potessero intendere quali obbligazioni per
mezzo di esso si contraevano; la severità degli antichi Vescovi esigeva
da' nuovi convertiti un noviziato di due o tre anni; ed i Catecumeni
stessi, per diversi o temporali o spirituali motivi, di rado erano
impazienti di ricevere il carattere di perfetti ed iniziati Cristiani.
Si supponeva, che il Sacramento del battesimo contenesse una piena ed
assoluta purgazion di ogni colpa; e che l'anima riacquistasse
istantaneamente l'originale sua purità ed il diritto alla promessa della
eterna salute. Fra' proseliti del Cristianesimo v'erano molti, che
stimavano un'imprudenza il precipitare un rito salutevole, che non potea
più ripetersi, e lo spogliarsi d'un inestimabile privilegio, che non
potea più riacquistarsi. Differendo il battesimo, potevano arrischiarsi
a soddisfare liberamente le loro passioni col godere di questo Mondo,
giacchè avevano sempre in mano i mezzi d'una sicura e facile
assoluzione[68]. La sublime teoria del Vangelo aveva fatto
un'impressione molto più debole nel cuore che nella mente di Costantino
medesimo. Egli tendeva al grand'oggetto della sua ambizione pe'
sanguinosi ed oscuri sentieri della guerra e della politica, e dopo la
vittoria s'abbandonava senza moderazione all'abuso della sua fortuna.
Invece di sostenere la sua giusta superiorità sopra l'imperfetto eroismo
e la profana filosofia di Traiano e degli Antonini, l'età matura di
Costantino distrusse la riputazione che aveva acquistata nella sua
gioventù. A misura che di grado in grado avanzava nella cognizione della
verità, declinava nella pratica della virtù: e quel medesimo anno del
suo regno, in cui convocò il Concilio di Nicea, fu macchiato dalla
esecuzione o piuttosto dall'assassinio del suo maggior figlio. Questa
data è per sè sola sufficiente a confutare le maliziose ed ignoranti
suggestioni di Zosimo[69], il quale asserisce, che dopo la morte di
Crispo, il rimorso del padre ricevè da' ministri del Cristianesimo
quell'espiazione, che aveva inutilmente richiesta ai Pontefici Pagani.
Al tempo della morte di Crispo, l'Imperatore non poteva più essere
dubbioso intorno la scelta d'una religione, e non poteva più ignorare
che la Chiesa possedeva un infallibil rimedio, quantunque egli volesse
differirne l'applicazione insino a che l'approssimarsi della morte
avesse allontanato il pericolo e la tentazione di ricadere. I Vescovi,
che nell'ultima sua malattia aveva chiamati al palazzo di Nicomedia,
restarono edificati dal fervore, con cui egli chiese e ricevè il
Sacramento del battesimo, dalle solenni proteste, che il rimanente della
sua vita sarebbe stato degno d'un discepolo di Cristo, e dall'umil
proposito che fece di non portar più la porpora Imperiale dopo d'essersi
poste le bianche vesti di neofito. Parve che l'esempio e la riputazione
di Costantino rendesse plausibile la dilazione del battesimo[70]. I
tiranni, che vennero dopo di lui, presero animo a credere che le macchie
del sangue innocente, che avessero potuto spargere in un lungo regno, si
sarebbero ad un tratto lavate nelle acque di rigenerazione; e l'abuso
della religione pericolosamente attaccava i fondamenti della virtù
morale.
La gratitudine della Chiesa ha esaltato le virtù, e scusati i difetti
d'un generoso protettore, che collocò il Cristianesimo sul trono del
Mondo Romano; ed i Greci, che celebrano la festa del Santo Imperiale,
rare volte rammentano il nome di Costantino senza aggiungervi il titolo
di -uguale agli Apostoli-[71]. Tale paragone, se allude al carattere di
que' Missionari divini, non può attribuirsi che alla stravaganza d'una
empia adulazione; ma se ristringasi all'estensione ed al numero
dell'Evangeliche loro vittorie, il successo di Costantino potrebbe forse
uguagliarsi a quello degli Apostoli stessi. Cogli editti di tolleranza
egli tolse que' temporali svantaggi, che avevan ritardato fin'allora il
progresso del Cristianesimo, e gli attivi e numerosi Ministri di questo
ebbero una libera permissione ed un generoso incoraggiamento per
insinuare le salutari verità della Rivelazione con qualunque sorta
d'argomento, che potesse muovere la ragione o la pietà del genere umano.
Non sussistè più che un momento la bilancia esatta fra le due religioni;
e l'occhio penetrante dell'ambizione e dell'avarizia scoprì ben presto,
che la professione del Cristianesimo potea contribuire al vantaggio
della vita presente non meno che della futura[72]. Le speranze di
ricchezze e di onori, l'esempio d'un Imperatore, e le sue esortazioni,
gli irresistibili suoi allettamenti convincevano la venale ossequiosa
turba, che ordinariamente riempie gli appartamenti della reggia. Le
città che con un pronto zelo si segnalavano, mediante la volontaria
distruzione de' loro templi, venivan distinte con privilegi municipali,
e premiate con popolari donativi; e la nuova Capitale dell'Oriente
gloriavasi del singolar pregio, che Costantinopoli non era stata mai
profanata dal culto degl'idoli[73]. Siccome le classi inferiori della
società non regolate dall'imitazione, così la conversione di quelli, che
avevano qualche superiorità di nascita, di potere o di ricchezze veniva
tosto seguìta dalla dipendente moltitudine[74]. Era molto facile
conseguir la salvazione del comun popolo, se è vero che a Roma in un
anno si battezzarono dodicimila uomini, oltre un proporzionato numero di
donne e di fanciulli, e che l'Imperatore aveva promesso ad ogni
convertito un abito bianco con venti monete d'oro[75]. Il potente
influsso di Costantino non fu ristretto agli angusti limiti della sua
vita o de' suoi dominj. L'educazione, ch'egli diede a' suoi figli e
nipoti, assicurò all'Impero una famiglia di Principi, la fede de' quali
riusciva sempre più viva e sincera, poichè nella più tenera infanzia
s'insinuava loro lo spirito, o almeno la dottrina del Cristianesimo. La
guerra ed il commercio avevano sparso la cognizione dell'Evangelio oltre
i confini delle Province Romane; ed i Barbari, che avevano sdegnato di
seguire una setta umile e proscritta, ben presto appresero a stimare una
religione, che si era di fresco abbracciata dal Monarca più grande, e
della nazione più culta del globo[76]. I Goti ed i Germani, che
s'arrolavano sotto gli stendardi di Roma, veneravan la croce, che
risplendeva alla testa delle legioni, ed i fieri lor Nazionali ricevevan
nel tempo stesso le lezioni della fede e quelle dell'umanità. I Re
dell'Iberia e dell'Armenia adoravano il Dio del lor protettore; ed i
loro sudditi, che hanno invariabilmente conservato il nome di Cristiani,
tosto formarono una sacra e perpetua connessione co' Romani loro
fratelli. I Cristiani della Persia in tempo di guerra si sospettava che
preferissero la religione alla patria; ma finchè sussisteva la pace fra
i due Imperi, lo spirito persecutore de' Magi veniva efficacemente
represso dall'intercessione di Costantino[77]. I raggi del Vangelo
illuminarono la costa dell'India. Le colonie di Ebrei, ch'erano
penetrate nell'Arabia e nell'Etiopia[78], s'opposero al progresso del
Cristianesimo; ma il lavoro de' Missionari fu in qualche modo facilitato
da una precedente cognizione della Rivelazione Mosaica; e l'Abissinia
venera tuttavia la memoria di Frumenzio, che nel tempo di Costantino
sacrificò la sua vita per la conversione di que' remoti paesi. Sotto il
Regno del suo figlio Costanzo, Teofilo[79], ch'era Indiano d'origine, fu
investito del doppio carattere d'Ambasciatore e di Vescovo. Egli
s'imbarcò sul mar Rosso con dugento cavalli delle razze più pure della
Cappadocia, i quali eran mandati dall'Imperatore al Principe de' Sabei o
degli Omeriti. A Teofilo furono affidati molti altri utili o curiosi
regali, che potevano eccitare l'ammirazione, e conciliar l'amicizia de'
Barbari, ed esso impiegò con vantaggio molti anni in una visita
pastorale alle Chiese della Zona torrida[80].
Nell'importante e pericoloso cambiamento della Religion nazionale si
manifestò l'irresistibile potere degl'Imperatori Romani. I terrori d'una
forza militare imposero silenzio al debole e non sostenuto mormorar de'
Pagani, e v'era motivo di credere, che una volontaria sommissione del
Clero non men che del popolo Cristiano sarebbe stata l'effetto della
coscienza e della gratitudine. Da lungo tempo era già stabilito come una
massima fondamentale della costituzione di Roma, che ogni classe di
cittadini fosse ugualmente sottoposta alle leggi, e che la cura della
Religione fosse un diritto ed un dovere del Magistrato civile.
Costantino ed i suoi successori non potevan facilmente persuadersi di
aver perduto, mediante la lor conversione, parte veruna delle
prerogative Imperiali, o di essere inabili a dar leggi ad una Religione,
ch'essi avevan protetta ed abbracciata. Gl'Imperatori continuarono
sempre ad esercitare una suprema giurisdizione sopra il ceto
Ecclesiastico; ed il libro decimosesto del Codice Teodosiano dimostra in
vari Titoli l'autorità, ch'essi assunsero nel governo della Chiesa
Cattolica.
Ma il legittimo stabilimento del Cristianesimo introdusse e confermò la
distinzione fra la potestà spirituale e la temporale[81], che non erasi
mai potuta imporre sullo spirito libero della Grecia e di Roma.
L'uffizio di Sommo Pontefice, che dal tempo di Numa fino ad Augusto
s'era sempre esercitato da uno dei più eminenti Senatori, restò
finalmente unito all'Imperial dignità. Il primo Magistrato dello Stato,
ogni volta che la superstizione o la politica lo richiedeva, faceva in
persona le funzioni sacerdotali[82]; nè trovavasi o a Roma o nelle
Province alcun ordine di sacerdoti, che s'attribuissero un carattere più
sacro fra gli uomini, o una più intima comunicazione cogli Dei. Ma nella
Chiesa Cristiana, che affida il ministero dell'Altare ad una perpetua
successione di sacri Ministri, il Monarca, la cui dignità spirituale è
meno onorevole di quella del minimo Diacono, era collocato fuori del
recinto del Santuario, e confuso col resto della moltitudine fedele[83].
Pareva salutarsi l'Imperatore come Padre del suo Popolo, ma esso dovea
prestare un rispetto ed una reverenza filiale a' Padri della Chiesa; e
ben presto l'orgoglio dell'Ordine Episcopale pretese i medesimi segni di
ossequio, che Costantino aveva usato verso le persone de' Santi e dei
Confessori[84]. Un segreto contrasto fra la Giurisdizione Civile e
l'Ecclesiastica imbarazzava le operazioni del Governo Romano; e la colpa
ed il pericolo di toccar con mano profana l'arca del Testamento agitava
un pio Imperatore. La separazione in vero degli uomini ne' due ordini
dello stato clericale e laicale era comune appresso molte antiche
Nazioni; ed i Sacerdoti dell'India, della Persia, dell'Assiria, della
Giudea, della Etiopia, dell'Egitto e della Gallia riconoscevano da
un'origine celeste il poter temporale, ed i beni che avevano acquistati.
Queste venerabili istituzioni s'erano a grado a grado assimilate a'
costumi e al governo de' respettivi loro paesi[85]; ma l'opposizione o
il disprezzo della potestà civile servì ad assodare la disciplina della
primitiva Chiesa. I Cristiani erano stati costretti ad eleggere i loro
Magistrati, ad esigere e distribuire certe tasse particolari, ed a
regolar l'interno governo della loro Repubblica con un codice di leggi,
ch'erano state confermate dal consenso del popolo e dalla pratica di
trecent'anni. Quando Costantino abbracciò la Fede Cristiana, parve che
contraesse una lega perpetua con una distinta e indipendente società; ed
i privilegi conceduti o confermati da quell'Imperatore o da' suoi
successori si accettavano, non già come favori precarj della Corte, ma
come giusti ed inalienabili diritti dell'Ordine Ecclesiastico.
Si amministrava la Chiesa Cattolica dalla spirituale e legittima
giurisdizione di mille ottocento Vescovi[86]; mille de' quali trovavansi
nelle Province Greche dell'Impero, ed ottocento nelle Latine.
L'estensione ed i confini delle respettive lor Diocesi si erano in varie
maniere accidentalmente stabiliti dallo zelo e dall'incontro de' primi
Missionari, dai desiderj del Popolo, e dalla propagazione del Vangelo.
Eransi fondate in abbondanza, le Chiese Vescovili lungo le rive del
Nilo, e sulle coste dell'Affrica, nell'Asia Proconsolare, e nelle
Province Meridionali dell'Italia. I Vescovi della Gallia e della Spagna,
della Tracia e del Ponto, dominavano sopra vasti territorj, e delegavano
i rurali, loro suffraganei ad eseguire gl'inferiori doveri dell'uffizio
pastorale[87]. Poteva una Diocesi Cristiana estendersi ad una intera
Provincia o ridursi ad un solo villaggio, ma tutti i Vescovi godevano un
uguale indelebil carattere; traevano tutti le medesime facoltà e
privilegi dagli Apostoli, dal Popolo e dalle Leggi. Nel tempo che la
politica di Costantino separava la profession militare dalla civile,
stabilivasi nella Chiesa e nello Stato un nuovo e perpetuo ordine di
Ministri Ecclesiastici, sempre rispettabile, e qualche volta pericoloso.
Ciò che v'è da osservar d'importante, rispetto alla costituzione e a'
diritti di essi, può ridursi a' seguenti capi: I. all'elezione popolare:
II. all'ordinazione del Clero: III. alle sostanze di esso: IV. alla
giurisdizione civile: V. alle censure spirituali: VI. all'esercizio di
predicar pubblicamente: VII. al privilegio delle assemblee legislative.
I. Durò la libertà dell'elezioni lungo tempo dopo il legale stabilimento
del Cristianesimo[88]; ed i sudditi Romani godevano nella Chiesa il
privilegio, che avevan perduto nella Repubblica, di eleggere i
Magistrati, a' quali dovevano ubbidire. Appena era morto un Vescovo, il
Metropolitano dava la commissione ad uno de' suoi suffraganei
d'amministrare la sede vacante, e di preparare dentro un certo tempo la
futura elezione. Il diritto di dare il voto risedeva nel Clero
inferiore, ch'era il più adatto a giudicare del merito de' candidati;
ne' Senatori o nobili della città, persone distinte per la dignità o per
le ricchezze; e finalmente in tutto il corpo del popolo, che nel giorno
stabilito correva in folla dalle più lontane parti della Diocesi[89]; ed
alle volte colle sue tumultuose acclamazioni facea tacere la voce della
ragione e le leggi della disciplina. Queste acclamazioni potevano
accidentalmente cadere sul competitore più meritevole, su qualche
vecchio Prete, su qualche santo Monaco, o su qualche laico famoso per lo
zelo e per la pietà. Ma si sollecitava la cattedra Episcopale,
specialmente nelle grandi e ricche città dell'Impero, piuttosto come una
dignità temporale che spirituale. I fini d'interesse, le passioni
dell'amor proprio e dell'ira, le arti della perfidia e della
dissimulazione, la segreta corruzione, l'aperta ed anche sanguinosa
violenza, che avevano un tempo sturbata la libertà d'eleggere nelle
Repubbliche della Grecia e di Roma, troppo spesso influivano nella
scelta de' successori degli Apostoli. Mentre uno dei candidati vantava
gli onori della sua famiglia, un altro allettava i suoi giudici colle
delicatezze d'una copiosa tavola, ed un terzo, anche più colpevole de'
suoi rivali, offeriva di divider fra' complici delle sacrileghe sue
speranze le spoglie della Chiesa[90]. Le leggi Civili ugualmente che
l'Ecclesiastiche tentarono d'escludere la plebaglia da tal atto solenne
ed importante. I Canoni dell'antica disciplina esigendo ne' Vescovi
alcune qualificazioni d'età, di stato ec. ristringevano in qualche modo
l'arbitrario capriccio degli elettori. Interponevasi anche l'autorità
de' Vescovi Provinciali, che si adunavano nella Chiesa vacante ad
oggetto di confermare la scelta del popolo, per moderarne le passioni ed
emendarne gli errori. I Vescovi potevan ricusar d'ordinare un candidato
indegno, ed il furore de' diversi fra' loro contrari partiti alle volte
accettava l'imparziale lor mediazione. La sommissione o la resistenza
del Clero e del Popolo in varie occasioni somministrava esempi, che
insensibilmente diventavano leggi positive e costumi provinciali[91]; ma
da per tutto ammettevasi come una massima fondamentale di religioso
governo, che non potesse darsi ed una Chiesa ortodossa alcun Vescovo
senza il consenso de' membri della medesima. Gl'Imperatori, come custodi
della pubblica pace e come i primi cittadini di Roma e di
Costantinopoli, potevano in realtà dichiarare i loro desiderj
nell'elezione d'un Primate; ma quegli assoluti Monarchi rispettavano la
libertà delle elezioni Ecclesiastiche; e mentre distribuivano e
riassumevano gli onori dello Stato e dell'esercito, permettevano che
mille ottocento Magistrati perpetui ricevessero i loro importanti uffizi
da' liberi suffragi del popolo[92]. Sarebbe stato giusto, che tali
Magistrati non abbandonassero un onorevole posto, da cui non potevano
esser rimossi; ma la saviezza de' Concilj tentò, senza gran successo, di
obbligare i Vescovi alla residenza, e d'impedirne le translazioni.
Nell'Occidente, in vero, la disciplina era meno rilassata che
nell'Oriente; ma le stesse passioni, che obbligavano a far tali
regolamenti, li rendevano inefficaci. I rimproveri che con tanta
veemenza si son fatti, nel furor della collera, alcuni Prelati fra loro,
non servono che a manifestare la comune lor colpa e la loro vicendevole
indiscretezza.
II. I soli Vescovi godevano la facoltà della generazione -spirituale-; e
questo privilegio straordinario compensar poteva in qualche modo il
penoso celibato[93], che imponevasi loro come una virtù, come un dovere,
e finalmente come una positiva obbligazione. Quelle religioni antiche,
le quali stabilirono un ordine separato di Sacerdoti, dedicarono al
servizio perpetuo degli Dei una data stirpe, tribù, o famiglia
sacra[94]. Instituzioni però di tal genere furon fondate per via di
possesso, piuttosto che di conquista. I figli de' Sacerdoti godevano con
altera ed indolente sicurezza la sacra loro eredità; ed il feroce
spirito d'entusiasmo veniva diminuito dalle cure, da' piaceri e dagli
allettamenti della vita domestica. Ma il Santuario de' Cristiani era
aperto ad ogni candidato ambizioso, che avesse aspirato alle celesti
promesse, od a' beni temporali di esso. L'uffizio di Sacerdoti
valorosamente s'esercitava, come quello de' soldati o de' Magistrati, da
coloro, l'abilità e temperamento de' quali gli aveva resi atti ad
abbracciare la professione Ecclesiastica, o che da un accorto Vescovo si
erano scelti come i più abili a promuovere la gloria e l'interesse della
Chiesa. I Vescovi[95] potevan costringere (finattantochè dalla prudenza
delle leggi non fu represso l'abuso) anche quelli che ripugnavano, e
proteggere gli angustiati per tal motivo; e l'imposizione delle mani
concedeva in perpetuo alcuni de' più stimabili privilegi della società
civile. Tutto il corpo del Clero Cattolico, forse più numeroso delle
legioni, s'era per gl'Imperatori esentato da ogni pubblico o privato
servizio, da tutti gli uffizi municipali, da tutte le tasse e
contribuzioni personali, che aggravavano con intollerabile peso gli
altri loro concittadini; e si accettavano i doveri della sacra lor
professione come un pieno adempimento degli obblighi loro verso la
Repubblica[96]. Ogni Vescovo acquistava un assoluto ed irrevocabil
diritto allo perpetua ubbidienza del Cherico che ordinava; il Clero
d'ogni Chiesa Episcopale, colle parrocchie da essa dipendenti, formava
una costante e regolar società, e le Cattedrali di Costantinopoli[97] e
di Cartagine[98] mantenevano il loro stabilito numero particolare di
cinquecento Ministri Ecclesiastici. La quantità di essi ed i gradi[99]
furono insensibilmente moltiplicati dalla superstizione de' tempi, che
introdussero nella Chiesa le splendide ceremonie del Tempio Giudaico o
dei Pagani; ed una lunga serie di Preti, di Diaconi, di Suddiaconi, di
Accoliti, di Esorcisti, di Lettori, di Cantori, e di Ostiari co'
respettivi loro uffizi contribuirono ad accrescer la pompa e l'armonia
del Culto religioso. S'estesero il nome ed i privilegi clericali
a molte pie confraternite che devotamente sostenevano il trono
Ecclesiastico.[100] Seicento -parabolani- o avventurieri in Alessandria
visitavano gli ammalati; mille cento -copiati- o scavatori di fosse
seppellivano i morti a Costantinopoli; e gli sciami de' Monaci, insorti
dal Nilo, cuoprirono ed oscurarono la faccia del Mondo Romano.
[A. D. 313]
III. L'editto di Milano assicurò le rendite ugualmente che la pace alla
Chiesa[101]. Non solo i Cristiani ricuperaron le terre e le case, delle
quali erano stati spogliati per causa della persecuzione di Diocleziano,
ma eziandio acquistarono un pieno diritto a posseder tutti i beni che
avevano fin allora goduti per connivenza de' Magistrati. Poscia che il
Cristianesimo divenne la religione dell'Imperatore e dell'Impero, il
Clero nazionale potea pretendere un decente ed onorevole mantenimento; e
la paga d'una tassa annuale avrebbe potuto liberare il popolo dal più
opprimente tributo, che la superstizione impone a' suoi devoti. Ma
siccome colla prosperità della Chiesa ne crescevano anche i bisogni e le
spese, così il ceto Ecclesiastico veniva sempre aiutato ed arricchito
dalle volontarie obblazioni de' Fedeli. Otto anni dopo l'editto di
Milano, Costantino concesse a tutti i suoi sudditi la libera ed
universal facoltà di lasciare i loro beni alla Santa Chiesa
Cattolica[102]; e la devota loro liberalità, che nel corso delle lor
vite era tenuta in freno dal lusso o dall'avarizia, scorreva senza
ritegno nell'ora della morte. I Cristiani ricchi venivano incoraggiati
dall'esempio del loro Sovrano. Un assoluto Monarca, che è ricco senza
patrimonio, può esser caritatevole senza merito, e Costantino credè
troppo facilmente di poter acquistar il favore del Clero col mantenere
gli oziosi a spese dell'industria, e col distribuire fra' Santi le
ricchezze della Repubblica. Lo stesso corriere, che portò in Affrica il
capo di Massenzio, forse portò anche una lettera per Ceciliano Vescovo
di Cartagine. L'Imperatore in essa gli fa sapere, che i tesorieri della
Provincia hanno l'ordine di pagare nelle sue mani la somma di tremila
folli, o diciottomila lire sterline, e di soddisfare le ulteriori sue
richieste per sollievo delle Chiese dell'Affrica, della Numidia e della
Mauritania[103]. Cresceva la liberalità di Costantino in proporzione
appunto della sua fede e de' suoi vizi. Egli assegnò in ogni città una
regolar quantità di grano per servir di fondo alla carità Ecclesiastica,
e le persone di ambidue i sessi, che abbracciavano la vita Monastica,
divenivano i favoriti speciali del Sovrano. I tempj Cristiani
d'Antiochia, d'Alessandria, di Gerusalemme, di Costantinopoli ec.
dimostrano l'ostentata pietà di un Principe, ambizioso nella sua
vecchiezza d'uguagliare le opere perfette dell'Antichità[104]. La forma
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