la causa di questa sorprendente desolazione, rammentata dalle leggi, che all'amministrazione degl'Imperatori Romani[363]. Il modo di tassare, o sia per accidente o per consiglio premeditato, sembra che unisse la sostanza di un'imposizione sulle terre colle forme d'una capitazione[364]. Le spedizioni, che si facevano d'ogni Provincia o distretto, esprimevano il numero de' sudditi tributari, e la somma delle pubbliche imposizioni. Questa era divisa per quello, e la stima, che una tal Provincia contenesse tanti -capita- o capi di tributo, e che ogni -capo- fosse tassato per un tal prezzo, era universalmente ammessa non solo ne' calcoli popolari, ma anche ne' legali. La valuta d'un capo tributario doveva esser varia secondo le molte accidentali, o almeno varianti circostanze; ma ci si è conservata qualche notizia di un fatto molto curioso e della massima importanza, perchè appartiene ad una delle più ricche Province del Romano Impero, e che adesso fiorisce come il più splendido regno d'Europa. I rapaci Ministri di Costanzo avevano dato fondo alla ricchezza della Gallia, esigendo per annuo tributo di ciaschedun capo venticinque monete d'oro; l'umana politica del suo successore ridusse la capitazione a sette[365]. Fatta dunque una moderata proporzione fra questi contrari estremi di straordinaria oppressione e di passeggiera indulgenza, può forse determinarsi la comun misura delle imposizioni della Gallia a sedici monete d'oro o circa nove lire sterline[366]. Ma questo calcolo, o piuttosto i fatti, da' quali è dedotto, non posson mancare di suggerir due difficoltà ad una mente che pensa, la quale resterà sorpresa nel tempo stesso e dall'-uguaglianza- e dalla -grandezza- della capitazione. L'intraprendere di schiarirle può per avventura spargere qualche lume sull'interessante materia delle finanze nel decadente Impero. I. Egli è chiaro, che finattanto che l'immutabil costituzione della natura umana produce e mantiene una divisione sì disuguale di beni, la parte più numerosa della società resterebbe priva della sua sussistenza se volesse imporsi a tutti un'ugual tassa, dalla quale rileverebbe il Sovrano una ben piccola entrata. Tale invero sarebbe anche la teoria della capitazione Romana; ma in pratica non si sentiva più quest'ingiusta uguaglianza subito che il tributo si fondava sul principio di un'imposizione -reale- non già -personale-. Si univano più indigenti cittadini a comporre un sol -capo-, o una parte della tassazione; mentre un ricco Provinciale in proporzione delle sue sostanze, rappresentava egli solo varj di questi enti immaginari. In una poetica supplica, diretta ad uno degli ultimi e più meritevoli fra i Principi Romani, che regnava nella Gallia, Sidonio Apollinare rappresenta il suo tributo sotto la figura d'un triplice mostro, del Gerione delle Greche favole, e prega il nuovo Ercole a graziosamente degnarsi di salvargli la vita con tagliare i tre capi di quello[367]. La fortuna di Sidonio era molto superiore alla ricchezza ordinaria d'un poeta, ma se egli avesse proseguito l'allusione, avrebbe dovuto rappresentare molti de' nobili Galli con i cento capi della formidabile Idra, che si estendevano sulla superficie del paese, e divoravano la sussistenza di cento famiglie. II. La difficoltà di pagare un'annua somma di circa nove lire sterline per la tassa di capitazione della Gallia può apparire ancor più evidente, se facciasene il confronto col presente stato della medesima, in un tempo ch'è governata dall'assoluto Monarca d'un popolo industrioso, ricco ed affezionato. Le tasse di Francia nè per timore nè per lusinghe si posson fare oltrepassare l'annuale somma di diciotto milioni di lire sterline, che dovrebber forse dividersi fra ventiquattro milioni d'abitatori[368]. Fra questi, sette milioni, considerati come padri, fratelli, o mariti, possono soddisfare agli obblighi della rimanente moltitudine di donne e di fanciulli; pure l'ugual porzione d'ogni suddito tributario appena monterà sopra i cinquanta scellini di nostra moneta, in luogo di un peso quasi quadruplo, che s'imponeva a' Gallici lor antenati. Può trovarsi la ragione in tal differenza, non tanto nella respettiva scarsità o abbondanza d'oro e d'argento, quanto nello stato diverso di società nell'antica Gallia e nella Francia moderna. In un paese dove ogni suddito ha il privilegio della libertà personale, tutta la somma delle tasse, che si levano o sui beni stabili o sul consumo, si può comodamente dividere in tutto l'intero corpo della nazione. Ma la massima parte delle terre dell'antica Gallia, non meno che delle altre Province del Mondo Romano, eran coltivate da schiavi, o da contadini, la dipendente condizione de' quali non era che una meno rigida servitù[369]. In tale stato i poveri eran mantenuti a spese de' padroni, che godevano i frutti de' loro lavori; ma siccome ne' cataloghi de' tributi non avevano luogo che i nomi di que' Cittadini, che avevano i mezzi d'un'onorevole o almeno d'una decente sussistenza, così la respettiva piccolezza del loro numero spiega e giustifica la maggior rata della loro capitazione. La verità di tal proposizione può illustrarsi col seguente esempio. Gli Edui, una delle più potenti e culte tribù o città della Gallia, occupavano l'estensione d'un territorio, che adesso contiene sopra cinquecentomila abitanti, nelle due Diocesi Ecclesiastiche di Autun e di Nevers[370]; e con la probabile aggiunta di quelle di Scialon e di Macon[371], la popolazione ascenderebbe a ottocentomila anime. Nel tempo di Costantino, il territorio degli Edui non dava che venticinquemila -capi- di capitazione, settemila de' quali furono liberati da quel Principe dal peso intollerabile del tributo[372]. Una giusta analogia par che confermi l'opinione d'un ingegnoso istorico[373], che i cittadini liberi e tributari non oltrepassassero il numero di mezzo milione; e se nella comune amministrazione del Governo si possono considerare i loro annuali pagamenti circa quattro milioni e mezzo, moneta inglese, se ne ricaverebbe, che sebbene la porzione d'ogni individuo fosse quattro volte maggiore, pure non s'esigeva nella Provincia Imperiale della Gallia, che la quarta parte delle moderne tasse di Francia. Le esazioni di Costanzo possono calcolarsi sette milioni di lire sterline, che furono ridotte a due dall'umanità, o dalla saviezza di Giuliano. Ma questa tassa o capitazione su' proprietari di terre, avrebbe lasciata esente una ricca e numerosa classe di liberi cittadini. Colla mira di far contribuire anche quella specie di ricchezza, che proviene dall'arte o dal lavoro, e consiste in danaro o in mercanzie, s'impose dagl'Imperatori un distinto e personal tributo sulla parte commerciante de' loro sudditi[374]. Furono accordate alcune esenzioni, molto strettamente limitate sì rispetto il tempo che il luogo, a' proprietari, che disponevano del prodotto delle lor possessioni; si usò qualche indulgenza verso chi professava le arti liberali; ma ogni altro ramo d'industria, spettante al commercio, fu sottoposto al rigor della legge. Il riguardevole mercante d'Alessandria, che introduceva le gemme e le spezierie dell'India per l'uso del Mondo Occidentale; l'usuraio che traeva dall'interesse della moneta un tacito ed ignominioso profitto; l'ingegnoso artefice; il diligente meccanico; ed anche il rivenditore più oscuro di ogni rimoto villaggio dovevano ammetter gli ufficiali del Fisco a parte del loro guadagno; ed il Sovrano del Romano Impero, che tollerava la professione delle pubbliche prostitute, partecipava dell'infame lucro. Siccome questa generale imposizione sopra l'industria si ritirava ogni quattro anni, essa era chiamata la -contribuzione lustrale-: e l'istorico Zosimo[375] si lagna, che veniva annunciata l'approssimazione del fatal periodo dalle lacrime e da' terrori de' cittadini, ch'erano spesso dall'imminente sferza costretti a prendere i partiti più abbominevoli ed inumani per procacciar la somma, in cui la loro povertà era stata tassata. Non può in vero giustificarsi la testimonianza di Zosimo dalla taccia di passione e di pregiudizio; ma dalla natura di tal tributo sembra ragionevole il dedurre, ch'esso era arbitrario nella distribuzione, ed estremamente rigoroso nella maniera d'esigersi. La segreta ricchezza del commercio ed i guadagni precari dell'arte o del lavoro non son suscettibili, che d'una arbitraria valutazione, che di rado è svantaggiosa per l'interesse del Fisco; e siccome la persona del trafficante supplisce alla mancanza d'una visibile e permanente sicurezza, così il pagamento dell'imposizione, che nel caso de' tributi sopra le terre si può ottenere mediante il possesso de' beni, rare volte può estorcersi per altri mezzi che per quelli delle pene corporali. Viene attestato, e forse mitigato il crudel trattamento degl'insolventi debitori del Fisco da un editto molto umano di Costantino, che disapprovando l'uso de' tormenti e delle verghe, assegna un'ampia ed ariosa prigione per luogo della loro custodia[376]. Queste tasse generali erano imposte ed esatte per assoluta autorità del Monarca; ma le offerte, che secondo le occasioni facevansi dell'-oro coronario-, conservarono sempre il nome e l'apparenza del consenso del Popolo. V'era un uso antico, che i confederati della Repubblica, i quali ascrivevano la lor salvezza, o liberazione al buon successo delle armi Romane; ed anche le città dell'Italia, che ammiravano il valore del vittorioso lor Generale, adornavan la pompa del suo trionfo con doni volontari di corone d'oro, le quali dopo la cerimonia eran consacrate nel tempio di Giove per rimanere come un durevol monumento della sua gloria ne' futuri secoli. Il progresso dello zelo e della adulazione moltiplicò ben presto il numero, ed accrebbe la grandezza di questi popolari donativi; ed il trionfo di Cesare fu adornato di duemila ottocento ventidue massicce corone, il peso delle quali ascendeva a ventimila quattrocento quattordici libbre d'oro. Fu immediatamente fatto fondere questo tesoro dal prudente Dittatore, che conosceva sarebbe stato più utile a' suoi soldati che agli Dei: l'esempio di lui fu imitato da' suoi successori, e fu introdotto il costume di mutar questi splendidi ornamenti nel più grato dono di corrente moneta d'oro dell'Impero[377]. A lungo andare, i donativi spontanei furono esatti come dovuti per obbligo; ed invece di ristringersi all'occasione d'un trionfo, si supponeva, che si largissero dalle varie città delle province della Monarchia, ogni volta che l'Imperatore si compiaceva d'annunziare il suo avvenimento al trono, il suo Consolato, la nascita d'un figlio, la creazione d'un Cesare, una vittoria contro i Barbari, o qualunque altro reale o immaginario successo che felicitava gli annali del suo regno. Il libero donativo particolare del Senato di Roma era fissato dall'uso a mille seicento libbre d'oro, o intorno a cento vent'ottomila zecchini. I sudditi oppressi vantavano la loro felicità, perchè il Sovrano graziosamente si compiaceva d'accettar questo debole, ma volontario attestato della lor fedeltà e gratitudine[378]. Un popolo, insuperbito dall'orgoglio, od esacerbato dalla scontentezza, si trova rare volte in grado di formare una giusta idea dell'attuale sua situazione. I sudditi di Costantino erano incapaci di discernere la decadenza del genio e della maschia virtù, che tanto li rendeva inferiori alla dignità de' loro antenati: ma potevano ben sentire e dolersi del furor della tirannia, del rilassamento della disciplina e della moltiplicazione delle tasse. L'istorico imparziale, che riconosce la giustizia de' loro lamenti, non lascerà d'osservare alcune favorevoli circostanze, che tendevano ad alleggerir la miseria della loro condizione. La minacciosa tempesta de' Barbari, che sì presto rovesciò i fondamenti della grandezza Romana, era sempre rispinta o sospesa sulle Frontiere. Si coltivavano le arti del lusso e le lettere, e dagli abitanti di una gran parte del globo godevansi gli eleganti piaceri della società. Le formalità, la pompa, e le spese del Governo civile contribuivano a tenere in freno l'irregolar licenza de' soldati; e quantunque le leggi fossero violate dalla forza, o pervertite dalla sottigliezza, i savj principj della Romana giurisprudenza conservavano tuttavia un sentimento d'ordine e d'equità, incognito al dispotico governo dell'Oriente. I diritti dell'uman genere potevan trarre qualche patrocinio dalla Religione e dalla Filosofia; ed il nome di libertà che non doveva più destar timore veruno, poteva qualche volta avvertire i successori d'Augusto, ch'essi non regnavano sopra una nazione di Schiavi o di Barbari[379]. NOTE: [187] Polibio (-l. IV. p. 423-) dell'edizione del Casaubono. Egli osserva che la pace de' Bizantini spesso era disturbata, e ristretta l'estensione del lor territorio dalle scorrerie dei Barbari della Tracia. [188] La città fu fondata 656 anni avanti l'Era Cristiana da Biza, uomo di mare, che si diceva figlio di Nettuno. I suoi seguaci eran venuti da Argo e da Megara. Fu in seguito rifabbricato e fortificato Bizanzio da Pausania, generale Spartano. Vedi Scaligero -animad. ad Euseb. p. 81-. Ducange -Constantinopolis l. 1. part. 1. c. 15, 16-. Quanto alle guerre dei Bisantini contro Filippo, i Galli ed i Re della Bitinia non si dee prestar fede, che agli antichi scrittori i quali vissero prima che la grandezza della città Imperiale suscitasse lo spirito di adulazione e di falsità. [189] Il -Bosforo- è stato molto minutamente descritto da Dionisio di Bisanzio, che visse a' tempi di Diocleziano (Hudson -Georg. Minor. Tom. III.-), e da Gilles o Gillio viaggiatore Francese del XVI. Secolo. Sembra, che Turnefort (-Lett. XV.-) siasi servito de' suoi propri occhi e dell'erudizione di Gillio. [190] Ben poche congetture sono così felici, come quella del Le Clerc, il quale suppone (-Biblioth. univ. Tom. I. p. 248-) che le arpie non fossero che locuste. Il nome Siriaco o Fenicio di quest'insetti, il ronzio che fanno nel volare, il fetore e la devastazione che producono, ed il vento settentrionale, che li trasporta verso il mare, tutto contribuisce a stabilire questa probabilissima somiglianza. [191] Amico risedeva in Asia fra le antiche e le nuove rocche, in un luogo chiamato -Laurus insana-; e Fineo in Europa vicino al villaggio di Mauramolo ed al Mar Nero. Vedi Gyll. -de Bosphor. l. III. c. 23-. Tournefort -Lett. XV.- [192] L'inganno proveniva da varie punte di scogli alternativamente coperte ed abbandonate dalle onde. Al presente non sono che due piccole isole situate in vicinanza de' due contrari lidi; quella d'Europa è distinta per la colonna di Pompeo. [193] Gli antichi la facevano di 120 stadi, o di quindici miglia Romane. Essi cominciavano a misurar lo stretto dalle nuove fortezze, ma lo continuavano fino alla città di Calcedone. [194] Ducas -Hist. c. 34-. Leunclav. -Hist. Turc. Musulmanic. l. XV. p. 577-. Sotto l'Impero Greco, queste fortezze servivano per li prigionieri di Stato col tremendo nome di -Lete- e di torri dell'obblivione. [195] Serse fece imprimere sopra due colonne di marmo in lettere Greche ed Assirie i nomi delle nazioni a lui sottoposte ed il sorprendente numero delle sue fortezze terresti e marittime. I Bizantini dipoi trasportarono queste colonne dentro la città, e se ne servirono per altari delle tutelari loro Divinità. Herodot. -l. IV. c. 37-. [196] -Namque arctissimo inter Europam Asiamque divortio Bysantium in extrema Europa posuere Graeci, quibus Pythium Apollinem consulentibus, ubi conderent urbem, redditum oraculum est, quaererent sedem coecorum terris adversam. Ea ambage Chalcedonis monstrabantur, quod priores illuc advecti, praevisa locorum utilitate pecora legissent. Tacit. Annal. XII. 62.- [197] Strab. -l. X. p. 492-. Presentemente se ne son tagliati molti rami, o per parlare meno figuratamente, molti seni del porto si son ripieni. Vedi Gyll. -de Bosph. Thrac. l. I. c. 3-. [198] Procop. -de adific. l. I. c. 5-. La sua descrizione vien confermata da' viaggiatori moderni. Vedi Thevenot. -P. I. l. I. c. 15-. Tournefort -lett. XII-. Niebuhr -viagg. d'Arab. p. 22-. [199] Vedi Ducange -C. l. I. P. I. c. 16-. e le -sue osservazioni sopra Villehardouin p. 289-. Fu tirata una catena da Acropoli vicino al moderno Kiosco fino alla torre di Galata ed era sostenuta a convenienti distanze da grossi pali di legno. [200] Thevenot (-viagg. in Levante P. I. l. I. c.- 14) ne riduce la misura a 125 piccole miglia Greche. Belon (-Observat. l. I. c.- 1) dà una buona descrizione della Propontide, ma si contenta dell'indeterminata espressione di una giornata e mezzo di cammino. Dove Sandys (-viag. p.- 21) parla di 150 stadi tanto in lungo che in largo, non può supporsi che un error di stampa nel testo di questo giudizioso viaggiatore. [201] Vedasi un'ammirabile dissertazione del Dauville sopra l'Ellesponto e i Dardanelli, nelle -Memorie dell'Accademia delle Iscrizioni Tom. XXVIII. p.- 318-346. Pure anche quell'ingegnoso Geografo è troppo inclinato a supporre delle nuove e forse immaginarie misure, ad oggetto di render gli antichi scrittori tanto esatti, quanto egli stesso. Gli stadi, de' quali si serve Erodoto nella descrizione dell'Eussino, del Bosforo ec. (-l. IV. c.- 85) senza dubbio devono esser tutti della medesima specie; ma sembra impossibile di conciliarli o con la verità, o fra di loro. [202] La distanza obbliqua fra Sesto ed Abido era di trenta stadi. S'espone dal Mahudol l'improbabilità del racconto di Ero e Leandro, ma coll'autorità de' poeti e delle medaglie si difende dal La Nauze. Vedi -Accad. delle Inscriz. Tom. VII. Hist. p.- 74. -Mem. p.- 140. [203] Vedi -lib. VII.- d'Erodoto, che ha innalzato un elegante trofeo alla sua propria fama, ed a quella del suo paese. Sembra che ne sia stata fatta l'enumerazione con tollerabile accuratezza; ma era interessata la vanità, prima de' Persiani e poi de' Greci, ad amplificar l'armamento e la vittoria. Io dubiterei molto se gl'-invasori- abbiano mai sorpassato il numero degli uomini di qualunque paese, che abbiano attaccato. [204] Vedi le -Osservazioni- di Wood -sopra Omero p.- 320. Io ho preso con piacere quest'osservazione da un Autore, che in generale non par che abbia corrisposto all'espettazione del Pubblico e come critico e meno ancora come viaggiatore. Aveva egli veduti i lidi dell'Ellesponto; avea letto Strabone; dovrebbe aver consultati gl'itinerari Romani: come fu dunque possibile che confondesse -Ilium- con -Alexandria Troas- (-Observ. p.- 340, 341) città, che sono 6 miglia distanti l'una dall'altra? [205] Demetrio di Scepside scrisse sessanta libri sopra trenta versi del catalogo d'Omero. Per soddisfare la nostra curiosità è sufficiente il -lib. XIII- di Strabone. [206] Strab. -l. XIII. p.- 595. Omero descrive con gran chiarezza la disposizione delle navi, che furono tratte in terra ed i posti d'Aiace e d'Achille. [207] Zosimo -l. II. p.- 10. Sozomen. -l. II. c.- 3. Teofan. p. 18. Nicefor. Callisto -l. VII. p.- 48. Zonara -Tom. II. l. XIII. p.- 6. Zosimo pone la nuova città fra Ilio ed Alessandria; ma questa apparente differenza può conciliarsi con ciò, che dicono gli altri, mediante la grand'estensione della sua circonferenza. Avanti la fondazione di Costantinopoli, Cedreno dice che venne progettata per capitale Tessalonica, e Zonara, Sardica. Tutti e due suppongono con ben poca probabilità che l'Imperatore, se non fosse stato impedito da un prodigio, avrebbe rinnovato l'errore de' -ciechi- Calcedonesi. [208] Descriz. dell'Oriente di Pocock -Vol. II, part. II. p.- 127. La descrizione, ch'ei fa de' sette colli, è chiara ed esatta. Questo viaggiatore di rado è tanto soddisfacente come in quest'occasione. [209] Vedi Belon. -Osserv. c.- 72, 76. Fra le varie specie di pesci i Pelamidi, che sono una specie di Tonni, erano i più celebri. Si può rilevar da Polibio, da Strabone e da Tacito che il guadagno della pesca formava la rendita principale di Bizanzio. [210] Vedi l'eloquente descrizione del Busbequio -Epist. I.- -p.- 64. -Est in Europa; habet in conspectu Asiam, Aegyptum, Africamque a dextra: quae tametsi contiguae non sunt, maris tamen, navigandique commoditate veluti junguntur. A sinistra vero Pontus est Euxinus etc.- [211] -Datur haec venia antiquitati, ut miscendo humana divinis, primordia Urbium augustiora faciat.- Tit. Liv. -in Proëm.- [212] In una delle sue leggi così s'esprime. -Pro comoditate Urbis, quam materno nomine, jubente Deo, donavimus. Cod. Theodos. l. XIII. Tit. V. leg. 7.- [213] I Greci, come Teofane, Cedreno e l'Autore della Cronica Alessandrina si contengono dentro i limiti di espressioni vaghe o generali. Volendo un ragguaglio più circostanziato della visione, bisogna ricorrere a tali scrittori Latini, quale è Guglielmo di Malmesbury. Vedi Ducange -C. P. l. I. p.- 24, 25. [214] Vedi Plutarc. -in Romul. Tom. I. p. 49. Edit. Bryan.- Fra le altre cerimonie facevasi una gran buca, la quale si riempiva con pugni di terra, che ciascheduno de' nuovi abitanti portava dal luogo della sua nascita, ed in tal modo adottava la sua nuova patria. [215] Filostorg. -l. II. c.- 9. Questo accidente, quantunque preso da un autore sospetto, è caratteristico e probabile. [216] Vedi nelle -Memor. dell'Accad. delle Iscriz. T. XXXV-. -pag.- 747, 758 una dissertazione del Danville sopra l'estensione di Costantinopoli. Egli prende la pianta inserita nell'-Impero Orientale- del Banduri per la più esatta; ma con una serie di minutissime osservazioni corregge la stravagante proporzione della scala, e determina che la circonferenza della città è di circa 7800 tese Francesi invece di 9500. [217] Appresso gl'Inglesi un acro contiene un'estensione di terra, lunga 40 pertiche e larga 4. [218] Codin. -Antiquit. Const. p.- 12. Egli assegna per limite dalla parte del porto la chiesa di S. Antonio. Se ne fa menzione dal Du Cange -l. IV. c. VI.- ma non mi è riuscito di scuoprire il luogo, dov'essa era situata. [219] Fu costruita la nuova muraglia di Teodosio nell'anno 413. Nel 447 fu gettata a terra da un terremoto, ed in tre mesi rifabbricata dalla diligenza del Prefetto Ciro. Il sobborgo della -Blacherne- fu per la prima volta compreso nella città al tempo d'Eraclio. Du Cange -Const. l. I. c. 10, 11-. [220] Nella -Notizia ec.- se n'esprime la misura con piedi 14075. Si può ragionevolmente supporre, che questi fossero piedi Greci, la proporzione de' quali fu ingegnosamente determinata dal Danville. Secondo esso 180 piedi equivalgono ai 78 cubiti Asemiti, che diversi scrittori dicono esser l'altezza di S. Sofia. Ciascheduno di questi cubiti era uguale a 27 pollici francesi. [221] L'esatto Thevenot (-l. I. c. 15-) in un'ora e tre quarti girò intorno a' due lati del triangolo, dal Chiosco del Serraglio fino alle sette Torri. Danville accuratamente pondera, e molto s'affida a questa decisiva testimonianza che somministra una circonferenza di dieci o dodici miglia. Molto s'allontana dall'ordinario suo carattere Tournefort, allorchè (-Lett. XI-) s'estende alla stravagante misura di trenta o di trentaquattro miglia, senz'includervi Scutari. [222] Il luogo chiamato -Sycae- (o sia i Fichi) formava la decima terza regione, e fu molto abbellito da Giustiniano. Esso ebbe in seguito i nomi di Pera, e di Galata. È ovvia l'etimologia del primo, incognita quella del secondo nome. Vedi Du Cange -Const. l. I. c. 22-. Gyll. -de Byzant. l. IV. c. 10-. [223] Cento undici stadi, che possono computarsi in miglia Greche moderne di 7 stadi l'uno, o sia di 660 ed alle volte di sole 600 tese Francesi. Vedi Danville -Misur. Itinerar. p. 53-. [224] Corretti gli antichi Testi, che descrivono la grandezza di Babilonia e di Tebe; ridotte a' giusti termini l'esagerazioni, e certificate le misure, troviamo, che quelle famose città avevano la grande, ma non incredibil circonferenza di circa venticinque o trenta miglia. Si confronti Danville nelle -Memor. dell'Accad. Tom. XXVIII. p. 235- colla sua -Descrizione dell'Egitto pag. 201, 202-. [225] Se Costantinopoli e Parigi si dividano in tanti quadrati di 50 tese Francesi l'uno, il primo contiene 850 di queste parti, ed il secondo 1160. [226] Seicento centinaia, o sessantamila libbre d'oro. Tal somma è presa da Codino -Antiq. Const. p. 11-. Ma questo disprezzabile Autore, a meno che non abbia tratta la sua relazione da qualche sorgente più pura, non sarebbe probabilmente stato capace di contare in una maniera così disusata. [227] Quanto alle foreste del Mar Nero vedasi Tournefort -Lett. XVI-. Quanto alle cave di marmo di Proconneso, vedi Strabone -l. XIII. p. 588-. Queste ultime avevan già somministrato i materiali alle grandiose fabbriche di Cizico. [228] Vedi -Cod. Theod. lib. XIII. Tit. IV. leg. 1-. La data di questa legge è dell'anno 334 e fu indirizzata al Prefetto dell'Italia, la giurisdizione del quale s'estendeva sull'Affrica. Merita d'esser consultato il Comentario del Gotofredo sopra tutto il Titolo. [229] -Constantinopolis dedicatur pene omnium Urbium nuditate: Hieronym. Chron. p. 181-. Vedi Codin. -p. 8, 9-. L'autore delle Antichità Cost. -l. III- (appresso Banduri -Imp. Orient. Tom. I. p. 41-) enumera Roma, Sicilia, Antiochia, Atene ed una lunga lista di altre città. Può supporsi che le Provincie della Grecia e dell'Asia minore avranno somministrato il più ricco bottino. [230] -Hist. Comp. p. 369.- Esso descrive la statua, o piuttosto il busto d'Omero con sì fino gusto, che chiaramente indica, che Cedreno copiò lo stile d'un secolo più fortunato. [231] Zosimo -l. II. p. 106. Cronic. Alessand. o Pasqual. p. 284-. Du Cange -Const. l. I. c. 24-. Anche quest'ultimo scrittore pare, che confonda il Foro di Costantino coll'Augusteo, o corte del Palazzo. Io non sono ben sicuro, se abbia precisamente distinto quel che appartiene all'uno ed all'altro. [232] Pocock porge la descrizione più tollerabile di tal colonna, -Descriz. d'Orient. vol. II. Part. II. p. 131-, ma essa in molti luoghi è tuttavia oscura, e non soddisfa pienamente. [233] Du Cange -Const. l. I. c. 24. p. 76-, e le sue -not. ad Alexiad. p. 382-. La statua di Costantino o d'Apollo fu abbattuta nel tempo di Alessio Comneno. [234] Tournefort (-Lett. XII.-) considera l'Atmeidan 400 passi. Se intende passi geometrici di sette piedi l'uno, sarebbe stato lungo 300 tese, intorno a quaranta più lungo del gran Circo di Roma. Vedi Danville -Misur. Itiner. p. 72-. [235] Se i custodi delle reliquie più sante potessero addurre una serie di prove, quali si possono allegare in quest'occasione, ne sarebbero ben essi contenti. Vedi Banduri -ad antiquit. Const. p. 668-. Gyll. -de Bizant. l. II. c. 13-. 1. Può in primo luogo provarsi l'originale consacrazione del tripode, e della colonna nel tempio di Delfo coll'autorità d'Erodoto e di Pausania; 2. Zosimo Pagano si trova d'accordo co' tre Storici Ecclesiastici, Eusebio, Socrate e Sozomeno in asserire, che per ordine di Costantino furon trasportati a Costantinopoli gli ornamenti sacri del tempio di Delfo; e fra gli altri espressamente si nomina la colonna serpentina dell'Ippodromo. 3. Tutti i viaggiatori Europei, che sono stati a Costantinopoli da Buondelmonti fino a Pocock, la descrivono nel medesimo luogo, e quasi nell'istessa maniera; e le differenze, che si trovan fra loro, non nascono che dalle ingiurie che ha sofferto da' Turchi. Maometto II. con un colpo di scure spezzò la mascella di sotto ad uno de' serpenti. Thevenot -l. I. c. 17-. [236] Da' Greci fu adottato il nome Latino di -cochlea-, e frequentemente s'incontra nell'istoria Bizantina. Du Cange -Const. l. II. c. 1. p. 104-. [237] Vi sono tre punti topografici, che indicano la situazione del Palazzo; 1. La scala che lo faceva comunicare coll'Ippodromo o Atmeidan, 2. Un piccolo porto artificiale sulla Propontide, da cui salivasi facilmente per una serie di scalini di marmo a' giardini del Palazzo, 3. L'Augusteo, ch'era una spaziosa corte, un lato della quale veniva occupato dalla facciata del palazzo, e l'altro dalla chiesa di Santa Sofia. [238] Zeusippo era un epiteto di Giove, ed i bagni facevano una parte dell'antico Bizanzio. Du Cange non ha sentito la difficoltà di determinarne la vera situazione. L'Istoria par che gli unisca con S. Sofia, e col palazzo; ma la pianta originale, inserita nel Banduri, li pone dall'altra parte della città, vicino al porto. Quanto alle loro bellezze, vedi -Chron. Paschal. p. 285- e Gyll. -de Byzan. l. II. c. 7-. Cristodoro (-Antiquit. Const. l. VII-) compose delle iscrizioni in versi per ogni statua. Egli era un poeta Tebano di nascita non men che d'ingegno -Boeotum in crasso jurares aere natum-. [239] Vedi la -notizia ec.- Roma una volta contava 1780 grandi case -domus-; ma bisogna che tal parola avesse un significato più ampio. In Costantinopoli non si fa menzione d'-Insulae-. La Capitale antica conteneva 424 strade, la nuova 322. [240] Luitprand. -Legat. ad Imperat. Niceph. p. 153-. I Greci moderni hanno stranamente sfigurate le antichità di Costantinopoli. Sarebbero scusabili gli sbagli degli scrittori Turchi o Arabi, ma fa stupore, che i Greci, che avevano tra le mani autentici materiali, conservati nella lor propria lingua, preferissero la finzione alla verità, e le favolose tradizioni alla storia genuina. In una sola pagina di Codino posson contarsi dodici imperdonabili errori, quali sono la riconciliazione di Severo e di Negro, il matrimonio tra il figlio dell'uno e la figlia dell'altro, l'assedio di Bizanzio fatto da' Macedoni, l'invasione de' Galli, che richiamò Severo a Roma, i sessant'anni che scorsero dalla morte di lui alla fondazione di Costantinopoli ec. [241] Montesquieu, -Grand. et decad. des Rom. c. 17-. [242] Temist. -Orat. III. p. 48. Edit. Hardouin-. Sozomeno -l. II. c. 3-. Zosimo -l. II. p. 107-. Anon. Vales. -p. 715-. Se dovessimo prestar fede a Codino (-p. 10-) Costantino fabbricò le case pei Senatori sul medesimo esatto disegno de' loro palazzi di Roma, e diede ad essi ugualmente che a se medesimo il piacere d'una gradita sorpresa; ma tutta quell'istoria è piena di finzioni e di insussistenti racconti. [243] Fra le Novelle dell'Imperator Teodosio il Giovane al fine del Codice Teodosiano (-Tom. VI Nov. 12.-) si trova la legge con cui quell'Imperatore, nell'anno 438, abolì tali concessioni. Il Tillemont (-Hist. des Emper. Tom. IV. p. 37-) ha evidentemente sbagliato intorno alla natura di questi beni. La medesima condizione, che si sarebbe con ragione stimata un peso, qualora fosse stata imposta su' beni de' privati, si riceveva come un favore quand'era accompagnata dalla concessione di fondi Imperiali. [244] Gillio (-de Byzant l. I. c. 3.-) raccoglie, e connette fra loro i passi di Zosimo, di Sozomeno e di Agatia, che riferiscono l'accrescimento, e le fabbriche di Costantinopoli. Sidonio Apollinare (-in Panegyr. Anthem. 56. p. 291. Edit. Sirmond-) descrive le moli, che furono gettate molto avanti nel mare: formavansi queste dalla famosa pozzolana che indura nell'acqua. [245] Sozomeno -l. II. c. 3-. Filostorg. -l. II. c. 9-. Codino -Antiquit. Const. p. 8-. Si rileva da Socrate (-l. II. c. 13.-) che la quotidiana distribuzione della città consisterà in ottanta migliaia di σιτου, che o si può tradur con Valesio per -modj- di -grano-, o supporre ch'esprima il numero de' pani, che si dispensavano. [246] Vedi -Cod. Theodos. lib. XIII e XIV e Cod. Justin. Ed. XII. Tom. II. p. 648. edit. Genev.- Si veda il bel lamento di Roma nel Poema di Claudiano -de bello Gildon. v. 46-64-. -Cum subiit par Roma mihi, divisaque sumpsit- -Aequales Aurora togas; Aegyptia rura- -In partem cessere novam.- [247] Si fa menzione de' rioni di Costantinopoli nel codice di Giustiniano, e sono particolarmente descritti nella Notizia di Teodosio il Giovane; ma siccome gli ultimi quattro di essi non son compresi nelle mura di Costantino, si può dubitare se tal divisione della città riferir debbasi al fondatore. [248] -Senatum constituit secundi ordinis;- claros -vocavit. Anonym. Valesian. p. 715.- I Senatori della vecchia Roma avevano il titolo di -Clarissimi-. Vedasi una curiosa nota di Valesio -ad Ammian. Marcellin. XXII. 9-. Dall'epistola undecima di Giuliano apparisce, che si risguardava il posto di Senatore piuttosto come un peso, che come un onore; ma l'Abbate della Bletterie (-Vit. di Giovian. Tom. II. p. 371-) ha dimostrato che questa lettera non può riferirsi a Costantinopoli. Non potremmo noi leggere invece del celebre nome di Βυζαντιοις l'oscuro ma più probabile vocabolo Βισανθηνοις? Bisanto, o Redesto (adesso Rodosto) era una piccola città marittima della Tracia. Vedi -Steph. Byzant. de Urbibus p. 225- e -Cellar. Geograph. Tom. I. p. 849-. [249] -Cod. Theodos. l. XIV. 13.- Il Comentario di Gotofredo (-Tom. V. p. 220-) è lungo ma oscuro; ed in verità non è facile il determinare in che consistesse il Gius Italico, dopo che fu comunicata a tutto l'Impero la libera cittadinanza Romana. [250] Giuliano (-Orat. I. p. 8-) celebra Costantinopoli come non meno superiore ad ogni altra città, di quel che fosse inferiore all'istessa Roma. Il dotto di lui Comentatore (-Spanem. p. 75.- ec.) giustifica questa maniera di parlare con varj esempi simili di Autori contemporanei, Zosimo non meno che Socrate e Sozomeno fiorirono dopo la divisione dell'impero, fatta fra due figli di Teodosio, la quale stabilì una perfetta uguaglianza fra la Capitale antica e moderna. [251] Codino (-Antiquit. p. 8-) asserisce, che furon gettati i fondamenti di Costantinopoli nell'anno del mondo 5837 (dell'Era volg. 329) il dì 26 settembre, e che fu fatta la dedicazione della città negli 11 Maggio 5838 (330 di Cristo). Egli pretende di connettere queste date con altr'epoche caratteristiche, ma si contraddicono l'una coll'altra: l'autorità di Codino è di piccolo peso, e lo spazio, ch'egli assegna, dee sembrare insufficiente. Giuliano (-Orat. I. p. 8-) fissa il termine di dieci anni, e Spanemio (p. 69-759) procura di stabilirne la verità coll'aiuto di due passi presi da Temistio (-Orat. IV p. 58-), e da Filostorgio (-l. II c. 9-) e tal tempo si conta dall'anno 324 al 334. Intorno a questo punto di cronologia son tra loro divisi i moderni critici, ed i varj lor sentimenti vengono con molt'accuratezza discussi dal Tillemont (-Hist. des Emper. Tom. IV. p. 619-625-). [252] Temist. -Orat. III. p. 47-. Zosimo -l. II. p. 108-. Costantino medesimo in una delle sue leggi (-Cod. Theod. l. XV. Tit. 1.-) manifesta la sua impazienza. [253] Può vedersi il più antico e pieno racconto di tale straordinaria ceremonia nella Cronica Alessandrina p. 285. Tillemont, e gli altri amici di Costantino, offesi dall'aria di Paganesimo, che sembra indegna di un Principe Cristiano, avevan ragione di risguardarla come dubbiosa, ma non avevano perciò diritto di ometterla affatto. [254] Sozomeno -l. II. c. 2-. Du Cange -C. P. l. I. c. 6-. -Velut ipsius Romae filiam- dice S. Agostino -de civit. Dei l. V. c. 25-. [255] Eutrop. -l. X. c. 8-. Giuliano -Orat. 1. p. 8-. Du Cange C. P. I. c. 5. Si trova il nome Costantinopoli nelle medaglie di Costantino. [256] Il vivace Fontenelle (-Dial. de' Morti XII.-) affetta di derider la vanità dell'ambizione umana, e par che trionfi per essere andato a voto il disegno di Costantino, l'immortale cui nome, dice, che adesso s'è perduto nella volgar denominazione d'-Istambol-, che è una corruzione che fanno i Turchi delle parole εις την πογιν (alla città). Ma sempre si conserva il nome originale di Costantinopoli: in primo luogo, appresso le nazioni dell'Europa, 2. appresso i Greci moderni, 3. appresso gli Arabi, gli scritti de' quali sono sparsi per l'ampio tratto delle loro conquiste nell'Asia e nell'Affrica. Vedi d'-Herbelot. Bibliot. Orient. p. 275-. Finalmente appresso i Turchi più culti, e l'Imperatore medesimo ne' pubblici suoi decreti. Cantemir -Istor. Ottom. p. 51-. [257] Il Codice Teodosiano fu promulgato nell'anno di Cristo 438. Vedi i Prolegomeni del Gotofredo -c. 1. p. 385-. [258] Il Pancirolo, nell'elaborato suo Comentario, assegna alla -Notizia- una data quasi simile a quella del Codice Teodosiano; ma le sue prove o piuttosto congetture sono sommamente deboli. Io sarei anzi inclinato a porre quest'utile opera nel tempo, che passò fra l'ultima divisione dell'Impero (an. 395), e l'invasione fatta con buon successo da' Barbari nelle Gallie (an. 407.) Vedi -Hist. des anc. Peupl. de l'Europe Tom. VII. p. 40-. [259] -Scilicet externae superbiae sueto, non inerat notitia nostri- (forse -nostrae-); -apud quos vis imperii valet, inania transmittuntur.- Tacit. -Annal. XV. 31-. Può vedersi la degradazione dallo stile di libertà e di semplicità a quello di formalità e di servitù nelle lettere di Cicerone, di Plinio e di Simmaco. [260] L'Imperator Graziano dopo d'aver confermato una legge di precedenza, pubblicata da Valentiniano, padre di sua -Divinità-, così prosegue: -Si quis igitur, indebitum sibi locum usurpaverit, nulla se ignoratione defendat; sitque plane sacrilegii reus, qui divina praecepta neglexerit, Cod. Theodos. lib. VI. Tit. V. leg. 2-. [261] Vedasi la -Notit. Dignitat.- al fine del Codice Teodos. -Tom. VI. p. 316-. [262] Pancirolo -ad Notitiam utriusq. Imper. p. 39-. Ma le sue spiegazioni son oscure, ed egli non distingue abbastanza gli emblemi puramente dipinti, dall'effettive insegne d'uffizio. [263] Nelle Pandette, che possono riferirsi a' regni degli Antonini, l'ordinario e legittimo titolo d'un Senatore è -Clarissimus-. [264] Pancirol. -p. 12-17-. Io non ho creduto di dover fare menzione alcuna de' due gradi minori -Perfectissimus- ed -Egregius-, che si davano anche a molti non innalzati alla dignità Senatoria. [265] -Cod. Theod. lib. VI. Tit. VI.- Con la più minuta esattezza si determinano le regole di precedenza dagl'Imperatori; e con ugual prolissità vengono illustrate dal dotto interprete di esse. [266] -Cod. Theodos. lib. VI. Tit. XXII-. [267] Ausonio (-in Gratiar. Action.-) s'estende vilmente su questa indegna specie di luogo oratorio, che vien maneggiato con un poco più di libertà e d'ingenuità da Mamertino. -Paneg. Vet. XI. 16, 19.- [268] -Cum de Consulibus in annum creandis solus mecum volutarem... te Consulem et designavi et declaravi, et priorem nuncupavi-: queste sono alcune dell'espressioni usate dall'Imperat. Graziano verso il poeta Ausonio suo precettore. [269] -Immanesque... dentes,- -Qui secti ferro in tabulas auroque micantes,- -Inscripti rutilum coelato Consule nomen- -Per proceres et vulgus eant.- Claud. -in II. Consul. Stilic. 456.- Montfaucon ha pubblicato alcune di queste tavolette, o dittici. Vedi il -Supplem. all'Antich. spieg. Tom. III. p. 220.- [270] -Consule laetatur post plurima saecula viso- -Pallanteus apex: agnoscunt rostra curules- -Auditas quondam proavis: desuetaque cingit- -Regius auratis Fora fascibus Ulpia lictor.- Claudian. -in VI. Cons. Honor. 643.- Dal regno di Caro fino al sesto Consolato d'Onorio si trova un intervallo di centovent'anni, nel qual tempo gl'Imperatori furono sempre il primo di Gennaio assenti da Roma. Vedi la -Cronolog. di Tillemont Tom. III. IV. e V.- [271] Vedi Claudiano -in Cons. Prob. et Olybrii 178 etc. et in IV. Cons. Honor. 585 etc.- quantunque, rispetto a quest'ultimo, non è facile il distinguer gli ornamenti dell'Imperatore da quelli del Console. Ausonio ricevè dalla liberalità di Graziano una -veste palmata- o abito di Ceremonia, in cui era ricamata la figura dell'Imperator Costanzo. [272] -Cernis et armorum proceres legumque potentes:- -Patricios sumunt habitus, et more Gabino- -Discolor incedit legio, positisque parumper- -Bellorum signis sequitur vexilla Quirini.- -Lictori cedunt aquilae, ridetque togatus- -Miles, et in mediis effulget Curia Castris?- Claud. -in IV. Cons. Honor. 5.- -.... Strictasque procul radiare secures.- -In. Cons. Prob. 229.- [273] Vedi Vales. -ad Ammian. Marcell. l. XXII. c. 7.- [274] -Auspice mox latum sonuit clamora Tribunal,- -Te fastos ineunt quater; solemnia ludit- -Omnia libertas; deductum vindice morem- -Lex celebrat, famulusque jugo laxatus herili- -Ducitur, et grato remeat securior ictu,- Claud. -in IV. Cons. Honor. 611.- [275] -Celebrant quidem solemnes istos dies omnes ubique urbes, quae sub legibus agunt; et Roma de more et Constantinopolis de imitatione, et Antiochia pro luxu, et discincta Carthago, et domus flaminis Alexandria, sed Treviri Principis beneficio. Auson in gratiar. act.- [276] Claudiano (-in Cons. Mall. Theodor. 279-331-) descrive con vivace ed immaginosa maniera i diversi giuochi del circo, del teatro e dell'anfiteatro, dati da' nuovi Consoli. Ma eran già stati proibiti i sanguinosi combattimenti de' gladiatori. [277] Procop. -in Histor. arcan. c. 26.- [278] -In consulatu honos sine labore suscipitur.- Mamertino -in Paneg. Vet. XI. 2.- Questa esaltata idea del Consolato è presa da un'orazione (-II. p. 107-) che recitò Giuliano nella servil Corte di Costanzo. Vedi l'Ab. della Bleterie (-Memoir. de l'Acad. Tom. XXIV. p. 289-) che si studia di cercare i vestigi dell'antica costituzione, e che li trova qualche volta nella fertile sua fantasia. [279] Le leggi delle XII Tavole proibirono i matrimoni fra i Patrizi e i Plebei; e le uniformi operazioni della natura umana possono assicurare, che il costume sopravvisse alla legge. Vedasi appresso Livio (IV. 1-6) l'orgoglio di famiglia innalzato dal Console ed i diritti del genere umano sostenuti dal Tribuno Canuleio. [280] Vedansi le vivaci pitture, che fa Sallustio nella guerra Giugurtina dell'orgoglio de' nobili, e fino del virtuoso Metello che non poteva soffrire, che si dovesse dar l'onore del Consolato all'oscuro merito del suo Luogotenente Mario (c. 64.) Dugento anni prima, la stirpe de' Metelli stessi era confusa fra i plebei di Roma; e dall'etimologia del loro nome -Caecilius-, vi è motivo di credere, che quegli altieri nobili derivassero la lor origine da un venditore di viveri. [281] Nell'anno di Roma 800 vi rimanevan ben poche, non solo delle antiche famiglie patrizie, ma anche di quelle, ch'erano state creato da Cesare e da Augusto. (Tacit. -Annal. XI. 25.-) La famiglia di Scauro (ch'era un ramo della patrizia degli Emilj) erasi ridotta in uno stato sì basso, che suo padre, il quale s'esercitava nel commercio del carbone, non gli lasciò che dieci schiavi, e qualche cosa meno di seicento zecchini. (Valer. Massim. l. IV. c. 4. n. 11. Aurel. Vitt. -in Scaur.-) Il merito però del figlio salvò la famiglia dall'obblivione. [282] Tacito -Annal. XI 25.- Dione Cass. l. LII p. 693. Le virtù d'Agricola, che fu creato patrizio dall'Imperator Vespasiano, rifletterono l'onore sopra quell'antico Ordine: ma i suoi antenati non oltrepassavano la nobiltà equestre. [283] Sarebbe stata quasi impossibile questa mancanza, se fosse vero, come Casaubono costringe Aurelio Vittore ad affermare (-ad Sueton. in Caesar. c. 42.- vedi -Hist. Aug. p. 203- e Casaubono -Comment. p. 220-) che Vespasiano creò in una volta mille famiglie patrizie. Ma tale stravagante numero è troppo anche per tutto l'Ordine Senatorio, se non vi si voglian comprendere tutti i cavalieri Romani distinti colla permissione di portare il laticlavo. [284] Zosim. -lib. II. p. 118- e Gotofred. -ad Cod. Theod. l. VI. Tit. VI.- [285] Zosim. -l. II. p. 109-118-. Se non avessimo per buona avventura questo soddisfacente ragguaglio della divisione del potere, e delle province de' Prefetti del Pretorio, saremmo spesse volte restati perplessi fra' copiosi particolari del -Codice- e la circostanziata minutezza della -Notizia-. [286] -A Praefectis autem Praetorio provocare non sinimus- dice Costantino medesimo in una legge del -Cod. Giustin. lib. VII. Tit. LXII. leg. 19-. Carisio, Giurisconsulto del tempo di Costantino (Heinec. -Hist. Jur. Rom. pag. 349-), che risguarda questa legge come un fondamental principio di Giurisprudenza, paragona i Prefetti del Pretorio a' Generali di cavalleria degli antichi Dittatori. -Pandect. l. I. Tit. XI.- [287] Allorchè nello Stato già esausto dell'Impero, Giustiniano volle instituire un Prefetto del Pretorio per l'Affrica, gli assegnò un salario di cento libbre d'oro -Cod. Justinian. l. I. Tit. XXVII. leg. 1.- [288] Tanto per questa che per le altre dignità dell'Impero potrem riportarci agli ampi Comentari del Pancirolo, e del Gotofredo, che hanno diligentemente raccolti, e posti con esattezza in ordine tutti i materiali sì legali, che istorici su tal articolo. Il Dott. Howell (-Istor. del Mond. Vol. II. p. 24-77-) da questi Autori ha formato un compendio molto distinto dello Stato del Romano Impero. [289] Tacit. -Annal. IV. 11-. Euseb. -in Chron. p. 155-. Dione Cassio nell'oraz. di Mecenate (-t. VII. p. 675-) descrive quali prerogative al suo tempo aveva il Prefetto di Roma. [290] La fama di Messala fu appena corrispondente al suo merito. Nella sua più fresca gioventù fu raccomandato da Cicerone all'amicizia di Bruto. Egli seguì le bandiere della Repubblica, finchè furon vinte ne' campi di Filippi; ed allora accollò e meritò il favore del più moderato de' conquistatori, nè lasciò di sostener la sua libertà e dignità nella Corte di Augusto. La conquista dell'Aquitania giustificò il trionfo di lui. Disputò, come oratore, a Cicerone medesimo la palma dell'eloquenza. Messala coltivò tutte le muse, ed era il protettore d'ogni bell'ingegno. Impiegava egli le sue serate in filosofiche conversazioni con Orazio; ponevasi a tavola in mezzo a Delia e Tibullo; e si prendeva piacere d'incoraggiare i talenti poetici del giovane Ovidio. [291] -Incivilem esse potestatem contestans-, dice il Traduttore d'Eusebio. Tacito esprime la medesima idem con altre parole; -quasi nescius exercendi-. [292] Vedi Lipsio -Excurs. D. ad. I. Lib. Tacit. Annal.- [293] Heinec. -Elem. Jur. Civ. secund. ord. Pandect. Tom. I. p. 70-. Vedi anche Spanemio -De us. Numism. Tom. II. Diss. X. p. 119-. Nell'anno 450 Marciano pubblicò una legge, con cui stabilì, che ogni anno tre cittadini fossero eletti dal Senato, ma col loro assenso, Pretori di Costantinopoli. -Cod. Justin. l. I. Tom. XXXIX. leg. 2.- [294] -Quidquid igitur intra urbem admittitur ad P. U. videtur pertinere, sed et si quid intra centesimum milliarium.- Ulpian. -in Pandect. l. I. Tit. XIII. n. 1-. Egli prosegue ad enumerare i diversi uffizi del Prefetto, che nel Cod. di Giustiniano (-lib. I. Tit. XXXIX. leg. 3-) si dichiara dover precedere e comandare a tutte le magistrature civili -sine injuria ne detrimento honoris alieni-. [295] Oltre le nostre solite guide, possiam osservare, che felice Contelorio fece un trattato a parte -De Praefecto Urbis- e che nel decimoquarto libro del Codice Teodosiano si trovano molte curiose particolarità relativamente alla polizia di Roma e di Costantinopoli. [296] Eunapio asserisce, che il Proconsole dell'Asia era indipendente dal Prefetto, lo che per altro si deve intendere con qualche limitazione: egli è fuor di dubbio che non riconosceva giurisdizione del Vice-Prefetto. Pancirolo, -p. 161-. [297] Il Proconsole dell'Affrica aveva quattrocento apparatori; i quali tutti ricevevano stipendi o dal tesoro Imperiale o dalla Provincia. Vedi Pancirolo, p. 26 ed il Cod. Giustin. -l. XII. Tit. LVI. LVII.- [298] Trovavasi parimente in Italia il -Vicario- di Roma: e si è molto disputato, se la sua giurisdizione si contenesse nelle cento miglia dalla città, o s'estendesse sopra le dieci Province meridionali dell'Italia. [299] Fra le opere del celebre Ulpiano ve n'era una in dieci libri intorno all'uffizio del Proconsole, i doveri del quale, quanto alla sostanza, eran gli stessi che quelli d'un ordinario Governator di Provincia. [300] I Presidenti o Consolari potevano imporre soltanto la pena di due once; i Vice-prefetti di tre; i Proconsoli, il conte di Oriente, ed il Prefetto d'Egitto di sei. Vedi Heinec. Jur. Civ. -Tom. I. p. 75.- Pandect. -L. LXVIII. Tit. XIX. n. 8.- Cod. Justinian. -L. I. Tit. LIV. leg. 4. 6.- [301] -Ut nulli Patriae tuae administratio sine speciali Principis permissu permittatur- Cod. Justin. -l. I. Tit. LXI-. Fu pubblicata la prima volta questa legge dall'Imperator Marco dopo la ribellione di Cassio -Dion. l. LXXI-. Il medesimo si osserva nella China con ugual rigore ed effetto. [302] Pandect. -l. XXXIII. Tit. II. n. 38, 57, 63-. [303] -In jure continetur, ne quis in administratione constitutus aliquid compararet- Cod. Theodos. -l. VIII. Tit. XV. l. 1-. Questa massima di Gius comune fu confermata da una serie di editti da Costantino fino a Giustino (vedi il restante del Titolo). Si eccettuano da tale proibizione, che s'estende fino a' più bassi ministri del Governatore, solamente le vesti e le provvisioni per vivere. L'acquisto fatto dentro i cinque anni potea revocarsi; dopo di che, se scuoprivasi, era devoluto al tesoro pubblico. [304] -Cessent rapaces jam nunc officialium manus; cessent, inquam; nam si moniti non cessaverint, gladiis praecidentur-: Cod. Theodos. -l. I Tit. VII. leg. 1-. Zenone ordinò, che tutti i Governatori per cinquanta giorni dopo spirato il tempo del lor governo, restassero nella Provincia per rispondere a qualunque accusa: Cod. Justin. -lib. II. Tit. XLIX leg. 1-. [305] -Summa igitur ope et alacri studio has leges nostras accipite, et vosmetipsos sic eruditos ostendite, ut spes vos pulcherrima foveat, toto legitimo opere perfecto, posse etiam nostram Rempublicam in partibus ejus vobis credendis gubernari.- Justinian. -Proem. Instit.- [306] Lo splendore della scuola di Berito, che mantenne nell'Oriente l'idioma e la giurisprudenza de' Romani, si può considerare che durasse dal terzo secolo fino alla metà del sesto. Heinec. -Jur. Rom. Hist. p. 351-356.- [307] Siccome in un tempo anteriore esposi la civile e militare promozione di Pertinace, così inserirò qui gli onori civili di Mallio Teodoro. In primo luogo egli si distinse per la sua eloquenza, mentre perorava come avvocato nel Tribunale del Prefetto del Pretorio; secondariamente governò una Provincia dell'Affrica o come Presidente, o come Consolare, e nella sua amministrazione meritò l'onore di una statua di rame; 3. fu dichiarato Vicario o Viceprefetto di Macedonia; 4. Questore; 5. Conte delle sacre largizioni; 6. Prefetto del Pretorio delle Gallie, mentre poteva anche passare per giovane; 7. dopo una ritirata e forse una disgrazia di molti anni, che Mallio (confuso da alcuni critici col poeta Manilio, vedi Fabric. -Biblio. Latin. Edit. Ernest. Tom. I. c. 18. p. 501-) impiegò nello studio della filosofia Greca, fu eletto Prefetto del Pretorio dell'Italia nell'anno 397. 8. mentre tuttavia esercitava quella gran carica fu creato nell'anno 399 Console per l'Occidente; ed il suo nome per causa dell'infamia del suo collega, l'eunuco Eutropio, spesse volte si trova solo ne' Fasti; 9. nell'anno 408 Mallio fu fatto la seconda volta Prefetto del Pretorio dell'Italia. Anche nel venale panegirico di Claudiano si scuopre il merito di Mallio Teodoro, il quale per una rara avventura era intimo amico di Simmaco e di S. Agostino. Vedi Tillemont -Hist. des Emp. Tom. V. p. 1110-1114-. [308] Mamertin. -in Panegyr. vol. XI. 20. Aster. ap. Phor. p. 1500.- [309] Il curioso passo d'Ammiano (-l. XXX. c. 4-), con cui dipinge i costumi de' legali suoi contemporanei, somministra uno strano mescuglio di buon senso, di falsa rettorica e di stravagante satira. Gotofredo (-Prolegom. ad. Cod. Theodos. c. 1. p. 185-) conferma ciò che dice l'Istorico con querele somiglianti e con autentici fatti. Nel quarto secolo potevan caricarsi molti cammelli co' libri legali. Eunap. -in vit. Edesii p. 72-. [310] Se ne veda un esempio assai splendido nella vita d'Agricola, specialmente ne' -cap.- 20 e 21. Al Luogotenente della Gran-Brettagna s'affidava l'istesso potere, che Cicerone, Proconsole della Cilicia, aveva esercitato in nome del Senato e del Popolo. [311] L'Abbate Dubos, che ha esaminato con accuratezza (vedi -Hist. de la Mon. Franc. Tom. I p. 41-100 edit. 1742-) le instituzioni e di Augusto e di Costantino, avverte, che, se Ottone fosse stato ucciso il giorno avanti ch'eseguisse la sua cospirazione, egli comparirebbe adesso nell'Istoria ugualmente innocente che Corbulone. [312] Zosimo -l. II. p. 110-. Avanti che finisse il regno di Costanzo i -Magistri militum- erano già cresciuti fino a quattro. Ved. Vales. -Ad Ammian. l. XVI. c. 7.- [313] Quantunque si faccia spesso menzione de' Conti e dei Duchi militari sì nella storia che ne' codici, tuttavia per avere un'esatta cognizione del numero e delle stazioni di essi, convien ricorrere alla -Notizia-. Quanto all'instituzione, al grado, a' privilegi de' Conti in generale, vedi il Cod. Teodos. -lib. VI. Tit. XII-XX- col Comentario del Gotofredo. [314] Zosim. -l. 2. p. 14-. Con molta oscurità s'esprime la distinzione fra le due classi delle truppe Romane tanto appresso gli storici, quanto nelle leggi e nella -Notizia-. Si consulti ciò nonostante il copioso -Paratitlon- o estratto del Gotofredo al libro VII del Codice Teodosiano -de re militari l. VII. Tit. I. leg. 18. lib. VIII. Tit. I. leg. 10-. [315] -Ferox erat in suos miles et rapax, ignavus vero in hostes et fractus-, Ammiano -l. XXII. c. 4-. Egli osserva, che amavano i morbidi letti, e le case di marmo, e che più pesavano le loro coppe che le loro spade. [316] Cod. Theodos. -l. VII, Tit. I. leg. 1. Tit. XII. leg. 1-. Vedi Howell -Istor. del Mond. Vol. II p. 19-. Questo dotto istorico, che non è conosciuto abbastanza, si sforza di giustificare il carattere e la politica di Costantino. [317] Ammiano -l. XIX. c. 2-. Egli osserva, (c. 5.) che il disperato ardore di due legioni Galliche fu come un pugno d'acqua gettata in un grand'incendio. [318] Pancirol. -ad Notit. Mem. de l'Acad. des Inscr. T. XXV. p. 491-. , , 1 ' ' [ ] . 2 3 , , 4 ' 5 ' [ ] . , ' 6 , ' , 7 . , , 8 - - , 9 - - , 10 ' , ' . ' 11 , 12 ; 13 , 14 , 15 ' . 16 , 17 ' ; ' 18 [ ] . 19 20 , 21 ' 22 [ ] . , , ' 23 , 24 , ' - - 25 - - . ' 26 ' 27 . 28 29 . , ' 30 , 31 32 ' , 33 . 34 ; 35 ' 36 ' - - - - . 37 - - , 38 ; 39 , . 40 , 41 , , 42 ' , 43 , 44 [ ] . 45 ' 46 , ' , 47 ' 48 , , 49 . 50 51 . ' 52 53 , , 54 ' ' ' 55 , . 56 ' 57 , 58 ' [ ] . , , 59 , , , 60 ; ' 61 ' 62 , , ' ' 63 . , 64 ' ' , 65 ' 66 . 67 , , 68 , ' 69 . ' , 70 , , 71 , ' 72 [ ] . 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