impegnare l'Idolatria ed opporsi con tutte le forze (ed ogni sforzo fu vano) al suo totale esterminio, attendiamo, che lo spieghi l'Autore col suo sistema delle -cagioni naturali de' progressi del Cristianesimo-. Egli si trattiene molto sulla persecuzione di Diocleziano; e questa è un'epoca ch'esige anche da noi una particolare attenzione. Della persecuzione di Diocleziano. RISTRETTO. -Il sistema di Diocleziano fu per più di 18 anni favorevole ai Cristiani, che si erano prodigiosamente moltiplicati, e godevano gl'impieghi i più importanti. I Pagani allora fecero gli ultimi sforzi, ed i Sacerdoti inventarono nuovi prodigi e chiamarono in soccorso i nuovi Platonici. Diocleziano e Costanzo non amavano di allontanarsi dalle massime della tolleranza, ma Massimiano e Galerio si dichiararono contro i Cristiani, prendendone motivo dall'imprudente zelo dei medesimi, come apparisce dagli esempi di Massimiliano di Affrica e del Centurione Marcello. Dopo la guerra di Persia riuscì a Galerio d'indurre Diocleziano a cominciare la persecuzione, che crebbe per gradi. In forza del primo editto le prigioni furono riempite di Ecclesiastici; cogli altri la persecuzione fu estesa a tutti i Cristiani, e furono intimate pene terribili a chi avesse sottratto un proscritto all'ira degl'Imperadori. L'incendio apparso due volte nel palazzo di Nicomedia intimorì altamente Galerio, che ne credè autori i Cristiani. Poichè Diocleziano ebbe rinunciato l'Impero, i suoi Colleghi ora sospesero, ora incalzarono la persecuzione secondo le circostanze, nelle quali si trovavano. In Occidente Costanzo protesse i Cristiani dal furore del popolo e dal rigor delle leggi. L'Italia e l'Affrica provarono una persecuzione breve e violenta sotto Massimiano; mentre la ribellione di Massenzio vi ricondusse improvvisamente la pace. Galerio poichè ebbe l'Impero di tutto l'Oriente, ebbe campo di soddisfare la sua crudeltà nella Tracia, nell'Asia, nella Siria, nella Palestina e nell'Egitto.- RISPOSTA. Quest'ultima persecuzione, che durò un intero decennio e fu denominato -l'Era de' Martiri-, per la copia che ne morirono, si può chiamare persecuzione ragionata, a differenza dell'altre, ch'erano state accese piuttosto da un subitaneo furore, o dalla natia fierezza de' Principi, che da fredda e riflettuta politica. Insinua non oscuramente l'Autore che i Cristiani stessi, che per gran pezzo erano stati protetti e beneficati da Diocleziano, l'obbligassero ad armar la destra in loro danno con fatti scandalosi e superbi, che distruggevano i principj della disciplina militare, e cita in prova di ciò i due esempi di -Massimiliano- e di -Marcello-. Ma questo tratto di storia, che immediatamente precedè l'esaltazione del Cristianesimo, è così luminoso, che non si dee durar fatica a dissipare le torbide nebbie con cui si sforza egli di oscurarlo. I veri motivi della persecuzione furono due, l'uno fu l'ultimo sforzo della superstizione e dell'interesse de' Sacerdoti, l'altro fu la smisurata ambizione di Galerio: il primo è toccato dall'Autore, che passa totalmente sotto silenzio il secondo. Vedendo i Sacerdoti, che malgrado una guerra ch'era durata tre secoli, il Cristianesimo era divenuto presso che da per tutto la Religione dominante; che gli eserciti erano pieni di soldati Cristiani; che i Cristiani occupavano le principali cariche della Corte Imperiale; che i Cristiani avevano pubblici tempj e godevano il favore dei Principi, facilmente congetturarono, che se uno de' quattro padroni del mondo si fosse dichiarato Cristiano, l'idolatria sarebbe irreparabilmente andata in rovina, e temendo in Diocleziano più che in altri, tal mutazione, il pericolo parve loro sì grande, che non potesse rimoversi, se non con isforzi straordinarj. Diocleziano era ignorante e superstizioso: dunque i Sacerdoti fecero parlar un oracolo contro i Cristiani, ed apparir segni infausti nelle vittime a cagion dei Cristiani. Questi due artifizj commossero l'animo del Principe che minacciò i Cristiani della sua Corte, e diede qualche ordine per costringerli a sacrificare agli Dei: ma dominato dall'amor della quiete, il suo sdegno appena acceso si estingueva; sicchè, disperando i Sacerdoti di guadagnarlo, si rivolsero a Galerio, in cui vedevano disposizioni più favorevoli. Era Galerio rozzo, brutale, superstizioso all'eccesso; e dopo la guerra di Persia era venuto in tanta superbia, che formò l'ambizioso progetto di far perire i suoi Colleghi, e di godersi solo l'Impero. Costanzo Cloro, minacciato di prossima morte dalle abituali sue infermità, non gli dava gran pena, e la fortuna di Massimiano era appoggiata a quella di Diocleziano; sicchè contro costui doveva egli tutte le sue macchine indirizzare. Diocleziano, amando i Cristiani, n'era egualmente riamato, ed il loro numero, e la loro potenza lo tenevano in sicuro di qualunque attentato; onde Galerio non poteva perderlo, senza perder prima i Cristiani: e perchè Diocleziano faceva nel comando la figura di capo, come quegli, che aveva inventato il nuovo sistema, ed aveva chiamato a parte dell'Impero gli altri tre Principi, bisognava ch'egli stesso fosse lo strumento della persecuzione de' Cristiani. Dunque il traditore, cautamente celando il suo vero disegno, assediava continuamente le orecchie di Diocleziano, e tentava ogni mezzo d'infiammare il di lui animo contro i Cristiani. Felici noi, e felice lui, se penetrando le mire del nemico avesse seco temporeggiato per politica, come aveva già fatto co' Sacerdoti per naturale freddezza! Egli resistè buona pezza agli assalti; ma finalmente la istanza di Galerio gli parve sì giusta, che non potesse con onore rigettarla. Domandò Galerio, che si mettesse l'affare in deliberazione secretamente con alcuni scelti Consiglieri; l'ottenne, e vinse. I Consiglieri furono nominati da lui, e vedendolo correre a gran passi alla fortuna, ne secondarono la intenzione. Niuno degli antichi ha lasciato scritto ciò, che nel Consiglio si disse: ciò non ostante il nostro Autore crede d'indovinarlo; egli suppone, che i Ministri persuasero Diocleziano colle seguenti riflessioni: -Che non doveva permettersi che sussistesse, e si moltiplicasse un popolo indipendente, e numeroso nel cuore delle Province.- Ma Diocleziano si lodava della ubbidienza, e del servizio de' Cristiani, che erano sparsi per tutto, e vivevano subordinati alle leggi, contenti della libertà di coscienza. Che i -Cristiani avevano formata una repubblica a parte, che si poteva sopprimere, prima che acquistasse una forza militare-. Ma Diocleziano avrebbe risposto, che questa era una fredda ripetizione. Che -questa Repubblica già si governava colle proprie leggi, e co' propri magistrati-: e ciò nello spirituale; nel temporale co' magistrati, e colle leggi del Principe. Che -già possedeva un tesoro pubblico-. Tesoro in sogno; le Chiese raccoglievano quotidianamente le oblazioni e quotidianamente le distribuivano, secondo i canoni della disciplina. -Che tutte le parti erano intimamente legate fra loro per mezzo delle adunanze dei Vescovi-; cioè professavano la stessa credenza. Che -i loro decreti erano ricevuti dalle numerose congregazioni con cieca credenza-: nelle materie spettanti alla loro fede, Iddio volesse, che i nostri nemici fossero entrati in queste considerazioni! Ma lo spirito calunniatore del nostro Autore è contrario ai monumenti più autentici della Storia. Imperciocchè le addotte accuse giustificherebbero così bene la persecuzione, che i Principi per rimuoverne tutta la odiosità, e far in se stessi risplendere l'amor del ben pubblico, le avrebbero pomposamente spiegate nei loro editti, se si fossero potuti lusingare, che alcuno vi avrebbe prestata credenza. Che vuol dire, che non se ne fa neppur motto? Galerio in fine pubblicò l'editto di rivocazione: in esso prese a giustificarsi, e dichiarò che il suo disegno era stato di guarire la superstizione de' Cristiani, e di ricondurli alla Religione degl'Idoli. Un Principe può purgarsi con ragioni di Stato, e trascura un vantaggio così essenziale? Inoltre, è noto, che Geroele Presidente della Bitinia fu uno de' Consiglieri, e lo strumento principale della persecuzione: costui pubblicò due libretti contro i Cristiani; Lattanzio, che ne dà l'estratto, non porge il minimo indizio di sospettare ciò, che l'Autore gli ha fatto dire. Cade qui in acconcio di spiegare i due esempi che egli suppone anteriori alla persecuzione, e cagione ancora della medesima. Quando i Sacerdoti fecero credere a Diocleziano, che nella vittima, ch'egli consultava, non si trovavano i soliti segni, per la presenza de' Cristiani, il Principe -milites ad nefanda sacrificia cogi praecepit-, come scrive Lattanzio. Ma i soldati, piuttosto che sacrificare agl'Idoli, rinunciavano alla milizia; ciò, ch'era permesso. Ora negli atti del Ruinart citati dall'Autore il Centurione Marcello così dice: -Se tale è la condizione di quelli che militano, che debbano essere costretti a sacrificare agli Dei, ed agl'Imperadori, io getto a terra il cingolo e l'armi-. Il Signor di Voltaire sopprimendo tutte le circostanze ha narrato, che -Marcello in giorno di pubblica festa avendo gettato a terra le insegne militari, dichiarò che al solo Cristo ubbidiva-: e così potè soggiungere che -fu punito, come disertore, non come Martire, e che si trattava di una legge militare, non di una guerra di Religione-. Il nostro Autore lo ha copiato fedelmente con tutta la citazione, benchè nelle altre sue ricerche consulti sempre gli originali. Questo, e simili fatti, sieno accaduti prima, sieno accaduti dopo la dichiarazione della persecuzione, altro non dimostrano, se non che i Cristiani dediti alla milizia non volevano rinunciare alla propria Religione. Massimiliano di Affrica non può nella stessa guisa scusarsi: egli dichiarò, che la sua coscienza non gli permetteva di appigliarsi al mestiere delle armi. Ma quali sospetti poteva risvegliare nell'animo de' Principi un fatto singolare, quando gran moltitudine di Cristiani serviva attualmente negli eserciti? Galerio si sforzò di far cadere sopra i Cristiani il sospetto del fuoco, che si attaccò al palazzo: ma Diocleziano fece dare i tormenti a -tutti i suoi-; e la sua Corte era composta di Cristiani, e di Gentili. Costantino, che allora era nel palazzo di Nicomedia lo attribuisce ad un fulmine; Lattanzio ne fa autore lo stesso Galerio. Siccome gl'incendj furono due, così non è facile di mettere in chiaro le difficoltà, che ne nascono; ma se noi non possiamo convincerne Galerio, così egli non potè convincerne i Cristiani. Si è detto, che la intera durata della persecuzione fu di 10 anni; ma non sempre, nè da per tutto dello stesso tenore. Opinò Galerio da prima, che i Cristiani si dovessero bruciar tutti vivi, e il suo avviso fu rigettato con orrore. Diocleziano sempre abborrì il sangue, e non fu strascinato sino all'eccesso, che a grado a grado. Ordinò col primo editto la consegna de' libri sacri; così la tempesta si scaricò sopra i soli Ecclesiastici, ma succedendosi di mano in mano gli editti, la persecuzione divenne generale. E ne' primi due anni fu violenta: la rinuncia di Diocleziano fu cagione di qualche cambiamento: Costanzo, che ubbidiva con ripugnanza, rendè la pace ai Cristiani suoi sudditi: Massenzio rivoltatosi contro Massimiano, trasse nel suo partito i Cristiani di quella porzione d'Impero: ma Galerio fece orribili stragi in tutto l'Oriente. Editto di Galerio per dare la pace alla Chiesa. RISTRETTO. -Galerio afflitto da lunga e penosa malattia pubblicò un editto, nel quale dichiarò ch'era intenzion sua di correggere e ristabilir tutto secondo le antiche leggi e la disciplina pubblica de' Romani; e di ricondurre nella via della ragione e della natura i delusi Cristiani, che avevano abbandonata la Religione, e le ceremonie de' loro maggiori; e che disprezzando presuntuosamente le pratiche dell'antichità, avevano inventate leggi ed opinioni stravaganti secondo i dettami del lor capriccio, ed avevano formate diverse società nelle Province dell'Impero: ma che trovandoli tuttora ostinati nell'empia loro follia permetteva loro di nuovo il libero esercizio della propria Religione, purchè conservassero sempre il rispetto dovuto alle leggi, ed al governo, e gli esortava a pregare il lor Dio per la sua salute, e per la prosperità dell'Impero.- RISPOSTA. O l'Autore ha falsificato l'editto, o lo ha malamente tradotto dal latino. Nell'originale non si nominano mai le -leggi-, sulle quali tanto s'insiste nella traduzione. La -disciplina- Romana che Galerio voleva rimettere, significa, come lo avverte il Mosemio, la -Religione-. Così Galerio suppone, che i Cristiani andavano contro la Religione Romana, non contro le antiche leggi, e contro la disciplina civile. Nel testo si legge, -ut Christiani, qui parentum suorum reliquerunt sectam, ad bonas mentes redirent-; ed in fatti, i moderni platonici li accusavano di essersi allontanati dal primo loro istituto. Le parole -sectam parentum suorum-, chiarissime in se stesse, nella traduzione esprimono, che i Cristiani avevano abbandonata la -Religione de' loro maggiori Idolatri-, poichè soggiugne -disprezzando presuntuosamente le pratiche dell'antichità, avevano inventate leggi, ed opinioni stravaganti, secondo i dettami del loro capriccio, e che però i delusi Cristiani si dovevano ricondurre nella via della ragione, e della natura-. In verità bisogna avere una fronte molto intrepida, per portar la impostura ad un segno tanto alto. Conchiudiamo sopra Galerio, e sopra Diocleziano. Questo Principe fu piuttosto sciocco, che crudele: e nella persecuzione servì di puro strumento. Il vero Autore ne fu il primo, che per le stragi, e le carneficine giunse al suo intento di ristabilire la monarchia universale; ma anzichè poterne godere egli il frutto, morì dal dolore di aver messo in libertà il giovane Costantino, a cui il cielo aveva destinato il trono del Mondo. Ed i Sacerdoti Pagani, ch'eccitarono una sì grave e sì lunga tempesta, per impedire, che alcuno de' Principi non si dichiarasse cristiano, ottennero in premio delle loro fatiche, che la temuta dichiarazione seguisse in Costantino, e che questi collocasse nella sedia imperiale la croce di Gesù Cristo. Così la Providenza sa impiegare le passioni degli uomini, per giungere a fini diametralmente contrari a quelli, che essi si propongono. Relazione probabile de' patimenti de' Martiri, e de' Confessori. RISTRETTO. -Eusebio, e Lattanzio declamano, ed esagerano i patimenti sofferti da' Cristiani in questa persecuzione. Il primo si rende sospetto, col dichiarare di scrivere tutto ciò che poteva ridondare in gloria, e di aver soppresso tutto quello che poteva tendere al disonore della Religione. Quando i Cristiani irritavano i Magistrati, egli è da credere, che fossero trattati con rigore. Ma ordinariamente avveniva il contrario; e ciò apparisce,- 1. -da' Confessori condannati alle miniere, dove avevano la libertà di formar cappelle per professarvi la loro Religione:- 2. -da' Vescovi, ch'erano obbligati a reprimere lo zelo precipitato di coloro, che gettavansi volontariamente nelle mani de' Magistrati, o per debiti, o per saziare la fame, o per espiare i lor falli con una lunga carcerazione. Trionfato ch'ebbe la Chiesa sopra tutti i suoi nemici, la vanità esagerò i patimenti de' Martiri, e 'l potere del Clero accreditò le leggende piene di miracoli.- RISPOSTA. Dal prefiggersi Eusebio di non voler parlare delle -contese precedenti alla persecuzione, e delle cadute, che si videro nella persecuzione-, e di voler narrare soltanto -ciò, che poteva giustificare i giudizj divini, e ciò, ch'era utile- (così si legge nel testo) non segue, che si fosse impegnato a mentire, ed esagerare. Ma l'Autore gli fa dire, -che voleva scrivere tutto ciò che poteva ridondare in gloria della Religione-. I Confessori condannati alle miniere, si servivano delle caverne, ch'egli chiama -cappelle-, per celebrarvi il culto divino. Dunque per questa libertà il travaglio delle miniere era una pena leggiera. Il ragionamento non è molto convincente. I Vescovi erano costretti a frenare lo zelo precipitato di coloro, che gettavansi volontariamente nelle mani de' Magistrali. Dunque i Magistrati non li facevano molto patire. Questo secondo sillogismo conchiude nella stessa guisa, che il primo. I -debitori-, che si fanno carcerare da' Magistrati per la fede, col pericolo di perdere la vita, per non farsi carcerare da' creditori, o per non implorarne la clemenza; ed i -poveri-, ch'erano alimentati dalla Chiesa senza bisogno di costituirsi in prigione, e che ciò non ostante per saziare la fame si abbandonavano alla discrezione de' loro nemici, che li bastonavano, e li costringevano a fare lunghi digiuni, sono personaggi, che nel romanzo del Sig. Gibbon fanno una comparsa del tutto singolare. Quando voglia rigettarsi Eusebio senza motivo, un argomento certo, che non -probabile-, degli orribili tormenti sofferti da' Martiri in tutte le persecuzioni, e massimamente nell'ultima, può cavarsi dagli editti medesimi degl'Imperadori. Traiano stabilì l'uso di dare i tormenti per espugnare la costanza dell'animo, e siccome non prescrisse alcuna misura, dovevano crescere quelli, quanto era questa più salda. Decio ordinò ai Ministri, che inventassero nuovi generi di supplicj: e Traiano fulminò gravissime pene contro que' Gentili, che avessero sottratto un Cristiano al suo sdegno. Oltre ciò, l'odio ragionato de' Sacerdoti, e l'occulto disegno di Galerio, che non poteva condursi a fine senza distruggere i Cristiani, ci fanno abbastanza giudicare, se Lattanzio debba passare per un declamatore, e per un falsario Eusebio. Del numero de' Martiri. RISTRETTO. -Origene dichiara, che a suo tempo esisteva un piccolissimo numero di Martiri. San Dionisio suo amico non numera, che- 10 -uomini, e- 7 -donne uccise nella persecuzione di Decio nell'immensa Città di Alessandria. Nella persecuzione di Diocleziano Eusebio riferisce, che- 9 -Vescovi furono puniti di morte, e nella sua numerazione de' Martiri della Palestina se ne trovano- 92-. Ora la Palestina faceva la sedicesima parte dell'Impero di Oriente: e supponendo ch'ella desse la sedicesima parte di Martiri, eglino in tutto l'Oriente ascenderanno a mille cinquecento, il qual numero diviso pe' dieci anni della persecuzione darà- 150 -Martiri per anno. Applicando la stessa proporzione all'Occidente, dove dopo il terzo anno fu sospeso e abolito il rigor delle leggi, i Cristiani fatti morire in tutto l'Impero saranno poco meno di duemila. E siccome questa fu la più lunga e la più atroce delle persecuzioni, il nostro calcolo moderato e probabile ci darà la giusta idea de' Martiri degli altri tempi.- RISPOSTA. Nel passo di Origene, sul quale insiste il Dodwello, si dice, che i -Martiri erano pochi, perchè Iddio non aveva voluto, che si distruggesse la stirpe de' Cristiani-, e ciò indica, ch'egli considerò il numero de' Martiri riguardo alla gran moltitudine de' Cristiani, non in se stesso; ed in questo senso disse bene, -esser piccolo-. San Dionisio numera 17 Martiri, non determinatamente, non escludendo gli altri, ma trascegliendo i più illustri. Così pure va inteso Eusebio; e basta dare una scorsa alla sua Storia della persecuzione, e far attenzione all'espressioni che adopra in descriverla, per rimanerne convinto. Il calcolo formato sopra i Martiri della Palestina si fonda sopra due supposizioni, l'una falsa, e l'altra non provata. Che i Martiri ivi costituissero la -sedicesima parte- de' Cristiani, non è provato neppure per congettura. E che Eusebio nominandone 92 intenda parlare esclusivamente, si è veduto, ch'è falso; e vuolsi aggiungere, che nel luogo stesso, dice, che in ogni -provincia la moltitudine de' Martiri fu innumerabile-; e parlando della Tebaide riflette, che -in un sol giorno ne furono tanti decapitati, che il ferro perdè il taglio, e gli esecutori si succedevano per la stanchezza l'uno all'altro-. Del resto, abbiamo gli editti de' persecutori; ed abbiamo gli Atti sinceri de' Martiri, da' quali, ancorchè se ne detragga un terzo, sempre ne resterà un numero prodigioso. Terminiamo col Mosemio, Autore a lui famigliare: -Essere non pochi, ma molti quelli, che, per tre secoli e più, sostennero la morte per Cristo, è noto per gravissime testimonianze, e di parole, e di cose. Ma è anco fuori di dubbio, doversi detrarre un piccolo numero dall'immenso esercito di Martiri, che predicano egualmente i Greci ed i Latini. Non è da dispregiarsi l'opinione del Dodwello, se si determini così.- I Martiri sono molto più pochi di quello, che crede il volgo. -Nè al contrario è da dispregiarsi l'opinione degli avversari, se si prenda in questo senso.- I Martiri sono in molto maggior numero di quello, che stima il Dodwello. RIASSUNTO In questo capo si è lungamente ragionato sulle cagioni della persecuzione colla mira di vedere, se ne restino giustificati gli Autori. La prima cagione fu la -natura intollerante- della Religione Cristiana, che obbligava i seguaci a rinunziare al -culto nazionale-. La seconda fu la falsa accusa di -ateismo-, o per dir meglio, di superstizione, e -chimeriche speculazioni-. La terza le -assemblee Cristiane- che, celebrandosi in secreto, risvegliavano ne' Gentili sinistri sospetti. La quarta i -costumi de' Cristiani- di atroci calunnie macchiati. E la quinta obbliata dall'Autore, l'attaccamento de' Pagani alla Idolatria. Noi le abbiamo tutte ad una ad una richiamate ad esame; ed abbiamo trovato, non essersi l'Autore ingannato nell'attribuire alla loro forza la persecuzione. Bensì, lungi dal poter esse formare difesa alcuna dei Gentili, ne manifestano anzi a chiare note la ingiustizia. Imperciocchè quello, che si supponeva, era onninamente falso: e per diritto naturale non può alcun suddito condannarsi, senza esaminare, se meriti supplicio. Ora i persecutori trascurarono per tre secoli di adempire a questo dovere essenziale della legge di natura. Siamo indi passati a considerare, se dalla storia delle persecuzioni risultino i quattro articoli dall'Autore proposti: cioè se veramente la Chiesa -istette molto- ad essere perseguitata: se i persecutori usarono -precauzione-, e -ripugnanza- nel far le leggi di proscrizione, e nell'eseguirle; se nell'uso delle pene furono -moderati-, e se la Religione provò vari considerabili intervalli di -pace-. La Storia in vece di questi quattro articoli ci ha dimostrati chiaramente avverati gli opposti; perocchè la Chiesa nacque nella persecuzione, ed andò sempre crescendo nella persecuzione: prima fu assalita da' Giudei nella Palestina, poi in Roma da' Politeisti, in forza di due antiche leggi: in seguito, senza mai cessare questa persecuzione indiretta, dieci Imperadori fino a Costantino fecero contro il Cristianesimo editti espressi di tormenti e di morte. In vece della -precauzione- e -della ripugnanza- la Storia ci ha dimostrato, che non si conobbe dalla maggior parte nè misura, nè ritegno, e che in vece della -moderazione- regnò per tutto la rabbia e la barbarie. -Intervalli di pace- tra una, ed un'altra persecuzione se ne rinvengono; poichè tra tanti Imperadori, che riempirono la serie di tre secoli, dieci soltanto fecero leggi contro di noi. Se non che, la persecuzione indiretta tenuta sempre accesa da' Sacerdoti, da' Filosofi, dal popolo, non ci permise mai di respirare; e troviamo ancora de' Martiri sotto que' Principi stessi, che ci accordarono la loro protezione. Abbiamo finalmente posta in chiaro la persecuzione di Diocleziano, che fu l'ultima, e durò un decennio, dove abbiamo veduto, con quanto vani sofismi l'Autore si è sforzato di oscurare i -patimenti- de' Cristiani, e di annichilare il numero de' -Martiri-. Quale giustificazione risulti da tutto ciò, per rendere meno orribile la condotta de' Pagani contro di noi, lo giudichi il lettore. Confronto tra l'un Capo, e l'altro. L'edificio della verità debbe essere tale, che le parti, ond'è composto, sieno insieme, e si corrispondano con perfetta armonia. Quando manca questa; quando le parti hanno ripugnanza tra loro sicchè la presenza dell'una escluda la presenza delle altre, a questo segno manifestamente si riconosce la macchina della menzogna. Avendo in tanto sottoposto ad esame tutto quello, ch'è piaciuto all'Autore di comunicare al pubblico sopra la Religione Cristiana, facciamo l'ultimo passo, ch'è quello di confrontare l'un capo coll'altro. E primieramente, confrontando disegno con disegno, ne salta agli occhi la contraddizione. Nel primo caso si vogliono spezzare i progressi del Cristianesimo per cagioni naturali, e ciò in diversi termini vuol dire, che i Gentili erano naturalmente portati ad abbracciarlo, sia per la propria disposizione, sia per l'indole della Religione Evangelica. Nel secondo si prende a dimostrare che dalle cagioni provenienti dall'indole (almeno apparente) della Religione, e dalle disposizioni de' Politeisti, erano costoro naturalmente spinti a perseguitarla, e tanto naturalmente, che l'Autore, il quale li giustifica, è persuaso, che avessero avuto ragione. Or noi lo preghiamo a collegare insieme queste due idee. Ma diamo una rapida scorsa alle parti costituenti le due macchine. Il Cristianesimo, si dice nel primo capo, fu naturalmente abbracciato per lo zelo esclusivo, o sia intollerante de' Cristiani medesimi. Ma nell'altro capo si sostiene, che l'intolleranza de' Cristiani, per la quale essi abbandonavano il culto nazionale, pareva ai Politeisti un peccato nuovo, straordinario, irremissibile; e che questa fu la prima cagione, che li determinò naturalmente alla persecuzione. L'Autore avrà la bontà di combinare. Ivi la seconda cagione de' progressi del Cristianesimo si suppose essere la dottrina dell'immortalità con tutto il suo apparato. Ma qui si riferisce, che i Pagani rigettavano il prezioso dono dell'immortalità offerta da Gesù Cristo, e ne desideravano la risurrezione; e quanto all'opinione dell'imminente fine del mondo, che si chiamò ivi in soccorso dell'immortalità, qui si dice; che sì fatte predizioni movevano a sdegno i Gentili, e facevano loro temere, che non si sollevasse qualche pericolo all'Impero, tanto più grave, quanto più oscura era la setta de' Cristiani. Noi non possiamo conciliare queste cose. Intorno all'attività de' miracoli, avendo trovata una patente contraddizione nel medesimo luogo, dove si suppongono falsi, ed insieme operanti vere e numerose conversioni, non abbiamo bisogno di confrontar capo con capo. Nè il secondo ne tratta, e dovrebbe trattarne, giacchè sarebbe stata giusta cagione di persecuzione, se i Politeisti fossero stati convinti, o avessero potuto provare che i Cristiani erano tanti impostori. Quanto all'altra pretesa cagione di progressi, riposta nella morale Cristiana, abbiamo veduto, dove se n'è parlato, come è una gran ripugnanza il dire, che la morale Cristiana agli occhi de' Gentili pareva contraria alla natura, ed al bene dello Stato, e che nel medesimo tempo eglino erano da essa naturalmente determinati ad abbracciarla. Ma nell'altro capo vi ha di più: vi ha, che la morale de' Cristiani era tacciata di ateismo, d'infanticidj, di pranzi di carne umana, d'incesti, e che queste false accuse formavano uno dei motivi della persecuzione. Senza dubbio qui a rischiarare le tenebre abbisognano molte idee intermedie, tralasciate, per supplirsi dalla sagacità degl'interpreti. In quel capo si pretese, che la unione, e la disciplina Ecclesiastica contribuì alla dilatazione della Chiesa. In questo la unione de' Cristiani, che aveva la forma, e la forza di una grande Repubblica confederata risveglia la gelosia del governo; le adunanze Cristiane sembrano sospette, i seguaci di Gesù Cristo erano accusati di spirito d'indipendenza, e per questo venivano perseguitati. Come concilieremo queste idee? Finalmente in un capo si rappresentano i Sacerdoti degl'Idoli, come persone indolenti, che lasciano fare ai Cristiani, quanto lor piace: nell'altro i Sacerdoti infiammano il popolo, i Sacerdoti chiamano in soccorso i Filosofi, i Sacerdoti inventano nuovi oracoli, e nuovi prodigi, affin di perdere i Cristiani. Ed il popolo, che si supponeva caduto nello scetticismo, e che aveva già scossa l'autorità delle maraviglie della Mitologia, e che per certa conseguenza che fa l'Autore, così disposto a ricevere le maraviglie autentiche dell'Evangelio, per tre secoli infierisce contro i Cristiani, con sediziosi clamori li chiede alla morte contro le leggi del Principe, e si mostra tanto dominato dallo spirito di accusa, che parecchi sono costretti a reprimerlo colle più forti minacce. Un uomo dell'Antichità fu tacciato d'incostanza, e fu posto in derisione con un bel verso a tutti noto. -Destruit, aedificat, mutat quadrata rotundis.- Il Signor Gibbon fa di più; pretende, che stiano insieme le rovine e gli edifizi, i quadrati ed i circoli. Ecco il libro contro il quale nessun Apologista, a parere di alcuni, doveva osare di scrivere. Noi non abbiamo fatto, che compendiare o per dir meglio sfiorare una Opera, nella quale tutto è pacatamente, e secondo la sua naturale estensione esaminato. Dal poco, che ci è stato lecito di presentare al pubblico, ci ripromettiamo, che i due capi del Signor Gibbon, che riguardavano la Religione, saranno per l'avvenire meglio letti da chi vorrà parlarne con fondamento: ma lasciando all'autore della Opera gli applausi, che merita, noi siamo contenti di aver in parte contribuito alla utilità de' lettori. FINE. CAPITOLO XVII. -Fondazione di Costantinopoli. Sistema politico di Costantino e de' suoi successori. Disciplina militare. Corte e Finanze.- Il disgraziato Licinio fu l'ultimo rivale, che si oppose alla grandezza di Costantino, e l'ultimo prigioniero, che ne adornò il trionfo. Dopo un prospero e tranquillo regno, il conquistatore lasciò erede la sua famiglia del Romano Impero, di una nuova capitale, d'un nuovo governo, e di una nuova religione; e le innovazioni, che egli fece, furono adottate e riguardate con venerazione da quelli che gli succedettero. Il secolo di Costantino Magno e de' suoi figli è pieno d'importanti avvenimenti; ma l'Istorico resterebbe oppresso dal numero e dalla varietà de' medesimi, se diligentemente non separasse l'uno dall'altro i successi, che non hanno altra connessione fra loro che quella dell'ordine de' tempi. Dovrà egli dunque descrivere quei politici stabilimenti, che dieder forza e consistenza all'Impero, avanti di procedere a riferir le guerre e le rivoluzioni, che ne accelerarono la decadenza. Dovrà far uso della divisione fra gli affari civili e gli ecclesiastici, non conosciuta dagli antichi: la vittoria poi e l'interna discordia de' Cristiani somministreranno copiosi e distinti materiali, tanto d'edificazione quanto di scandalo. [A. D. 324] Dopo la disfatta e la deposizione di Licinio, il vittorioso di lui rivale s'applicò a gettare i fondamenti di una città destinata ad essere in futuro la dominante dell'Oriente, ed a sopravvivere all'Impero ed alla religione di Costantino. I motivi o d'orgoglio o di politica, che a principio indussero Diocleziano a ritirarsi dall'antica sede del governo, avevano acquistato maggior peso per l'esempio de' suoi successori, e per la consuetudine di quarant'anni. Roma si era insensibilmente confusa co' regni dipendenti, che ne avevano una volta riconosciuto il dominio; e la patria de' Cesari si riguardava con fredda indifferenza da un Principe marziale nato nelle vicinanza del Danubio, educato nelle Corti ed armate dell'Asia, ed investito della porpora dalle legioni della Britannia. Gl'Italiani, che ricevuto avevano Costantino come loro liberatore, umilmente obbedivano agli editti, ch'esso qualche volta si compiaceva d'indirizzare al Senato ed al Popolo Romano; ma di rado venivan onorati dalla presenza del nuovo loro Sovrano. Nel vigore della sua età, Costantino, secondo le varie occorrenze di guerra o di pace, muovevasi ora con lenta dignità, ora con attiva diligenza lungo le frontiere de' suoi vasti dominj; ed era sempre apparecchiato ad entrare in battaglia tanto contro gli esterni, che contro gl'interni nemici. Ma come egli giunse, di grado in grado, al sommo della prosperità e ad un'età più matura, incominciò a pensare di stabilire la forza e la maestà del Trono in una più durevole sede. Volendo scegliere una situazione vantaggiosa, preferì a qualunque altra quella, che serve di confine fra l'Asia e l'Europa, tanto per domare con potenti armi i Barbari, che abitavano tra il Danubio ed il Tanai, quanto per osservare con occhio geloso la condotta del Re di Persia, che di mal animo soffriva il giogo d'un ignominioso trattato. Con tali mire avea Diocleziano scelta per sua residenza, ed abbellita Nicomedia; ma la memoria di Diocleziano era con ragione abborrita dal protettor della Chiesa, e Costantino non era insensibile all'ambizione di fondare una città, che potesse perpetuar la gloria del proprio suo nome. Nel tempo delle ultime operazioni militari contro Licinio, ebbe bastante opportunità di esaminare, come soldato non meno che come politico, l'incomparabile posizione di Bizanzio, e di osservare quanto era fortemente guardato quel luogo dalla natura contro gli attacchi de' nemici, mentr'era da ogni parte accessibile a' vantaggi del commercio. Molti secoli prima di Costantino, uno de' più giudiziosi Storici dell'antichità[187] avea descritto i vantaggi di una situazione, dalla quale ad una debole colonia di Greci era provenuto il comando del mare e l'onore di una florida ed indipendente Repubblica[188]. Se consideriamo Bizanzio nell'estensione che acquistò coll'augusto nome di Costantinopoli, può rappresentarsene la figura come di un triangolo di lati disuguali. L'angolo ottuso, che s'avanza verso l'oriente ne' lidi dell'Asia, affronta e rispinge i flutti del Bosforo Tracio. Il lato settentrionale della città è circondato dal porto, ed il meridionale è bagnato dalla Propontide o dal mar di Marmora. La base del triangolo è all'occidente, e serve di confine al continente d'Europa. Ma senza una più ampia spiegazione non può con sufficiente chiarezza intendersi l'ammirabile forma e divisione delle terre e delle acque, che sono all'intorno della città. Quel tortuoso canale, per cui con rapido e continuo corso le acque dell'Eussino scorrono verso il Mediterraneo, fu chiamato -Bosforo-, nome non meno celebre nell'istoria che nelle favole dell'Antichità[189]. Una gran quantità di tempj e di altari votivi, sparsi lungo quegli scoscesi e selvosi lidi non fa che dimostrar l'imperizia, i terrori e la devozione de' Greci naviganti, che seguitando l'esempio degli Argonauti andarono esplorando i pericoli dell'inospito Eussino. Su quelle spiagge la tradizione conservò lungo tempo la memoria del palazzo di Fineo, infestato dalle oscene arpie[190], e del silvestre regno di Amico, che sfidò il figlio di Leda alla pugna del cesto[191]. Lo stretto del Bosforo ha per termini gli scogli Cianei, che una volta, secondo la descrizione de' Poeti, galleggiavano sulla superficie dell'acque; ed erano dagli Dei destinati a difendere l'ingresso dell'Eussino dalla profana curiosità[192]. Dagli scogli Cianei fino al capo ed al porto di Bizanzio la girevole lunghezza del Bosforo si estende circa a sedici miglia[193], e la più comune di lui larghezza può computarsi circa un miglio e mezzo. Le -nuove- fortezze d'Europa e d'Asia furon fabbricate nell'uno e nell'altro continente su' fondamenti de' due celebri tempj di Serapide e di Giove Urio. Le -antiche-, le quali son opera degl'Imperatori Greci, dominano la parte più stretta del canale, in un luogo dove gli opposti lidi si accostan fra loro fino alla distanza di cinquecento passi. Queste fortezze furono restaurate e fortificate da Maometto II. quando meditava l'assedio di Costantinopoli[194]; ma il conquistatore Turco probabilmente ignorava che Serse, quasi duemila anni prima di lui, aveva scelto il medesimo luogo per unire, mediante un ponte di barche, i due continenti[195]. Ad una piccola distanza dalle antiche fortezze si scuopre la piccola città di Crisopoli, o Scutari, che può quasi risguardarsi come il subborgo Asiatico di Costantinopoli. Quando il Bosforo incomincia a farsi strada verso la Propontide, passa fra le due città di Bizanzio e di Calcedone. Quest'ultima fu fabbricata dai Greci, pochi anni avanti la prima; e la società de' fondatori di essa, i quali non videro la più vantaggiosa situazione dell'opposto lido, ha dato luogo ad una proverbiale espressione di disprezzo verso di loro[196]. Il porto di Costantinopoli, che si può considerare come un braccio del Bosforo, nella più remota antichità ebbe il nome di -corno d'oro-. La curva, ch'esso descrive, si può assomigliare al corno d'un cervo, o verisimilmente con più proprietà a quello d'un bove[197]. L'epiteto d'-aureo- esprimeva le ricchezze, che qualunque vento portava dalle più distanti regioni nel sicuro ed ampio porto di Costantinopoli. Il fiume Lico, formato dall'unione di due piccioli torrenti, versa perpetuamente nel porto una quantità d'acqua nuova, che serve a purgarne il fondo, e ad invitare delle periodiche turme di pesci a ritirarsi in quel conveniente recinto. Siccome in que' mari appena si sentono le vicende delle maree, la costante profondità del porto fa che le mercanzie possano scaricarsi ne' magazzini senza aiuto di battelli; ed è stato osservato, che in molti luoghi possono i più grossi vascelli appoggiare le prore alle case, mentre le loro poppe si stan movendo nell'acqua[198]. Questo braccio del Bosforo, dall'imboccatura del Lico fino a quella del porto, è lungo più di sette miglia. L'entratura è larga circa cinquecento braccia, e nelle occasioni vi si può tirare attraverso una forte catena per guardare il porto e la città dagli attacchi d'una flotta nemica[199]. Tra il Bosforo e l'Ellesponto, recedendo l'una dall'altra per ambe le parti le spiagge dell'Europa e dell'Asia, contengono fra loro il mar di Marmora, che dagli antichi si chiamava Propontide. La navigazione, dalla fine del Bosforo fino al principio dell'Ellesponto, è di circa cento venti miglia. Quelli, che fan vela verso ponente nel mezzo della Propontide, possono scorgere nel tempo stesso le alture della Tracia e della Bitinia, e non perdere mai di vista l'alta cima del monte Olimpo, coperta d'eterna neve[200]. A sinistra lasciano un profondo golfo, nel mezzo del quale era situata Nicomedia, Imperial residenza di Diocleziano; e prima di gettar l'ancora a Gallipoli, passano le piccole isole di Cizico e di Proconneso, dove il mare, che separa l'Europa dall'Asia, di nuovo si stringe in un angusto canale. I Geografi, che hanno esaminato con la più esatta intelligenza la forma e l'estensione dell'Ellesponto, assegnano a quel celebre Stretto la lunghezza di circa sessanta miglia di tortuoso corso, ed intorno a tre miglia d'ordinaria larghezza[201]. Ma la parte più stretta del canale si trova al settentrione delle antiche fortezze Turche, fra le città di Sesto e d'Abido. In questo luogo l'ardito Leandro s'espose al passaggio del mare per posseder la sua bella[202]. Qui fu parimente che in un luogo, dove la distanza fra gli opposti lidi non può eccedere i 500 passi, Serse costruì uno stupendo ponte di barche per trasportare in Europa un milione e settecentomila Barbari[203]. Un mare, contenuto dentro sì stretti limiti, male sembra, che meritar possa il singolar epiteto di -largo-, che Omero ugualmente che Orfeo hanno frequentemente dato all'Ellesponto. Ma le nostre idee di grandezza son relative: un viaggiatore, e specialmente un poeta, che naviga lungo l'Ellesponto, che va seguitando i giri del canale, e contempla quel teatro di campagne, che da ogni parte par che ne terminino il prospetto, insensibilmente perde la memoria del mare, e la sua fantasia gli dipinge quel celebre stretto con tutte le qualità d'un gran fiume, che scorre dolcemente in mezzo alle piante di una mediterranea campagna, e che finalmente per una larga bocca si scarica entro il mar Egeo, od Arcipelago[204]. L'antica Troia[205], situata sopra un'eminenza a piè del monte Ida, dominava la bocca dell'Ellesponto, il quale appena dimostrava di ricevere un aumento d'acque dal tributo di quegl'immortali ruscelli del Simoenta e dello Scamandro. Il campo de' Greci occupava dodici miglia lungo la spiaggia del promontorio Sigeo sino al Reteo; ed i fianchi dell'esercito eran guardati da' più bravi capitani, che combattevano sotto gli stendardi d'Agamennone. Nel primo di que' promontorj trovavasi Achille con gl'invincibili suoi Mirmidoni, e l'intrepido Aiace aveva piantate le sue tende sull'altro. Dopo che Aiace si fu sacrificato al suo orgoglio mal corrisposto ed all'ingratitudine de' Greci, gli fu eretto il sepolcro in quel luogo, dove aveva difesa la flotta dal furore di Giove e d'Ettore; ed i cittadini della nuova città di Reteo celebravano la sua memoria con onori divini[206]. Costantino, prima che si risolvesse a dar giustamente la preferenza alla situazione di Bizanzio, avea concepito il disegno d'eriger la sede dell'Impero in quel celebre luogo, dal quale i Romani traevano la favolosa origine loro. A principio fu scelta per la nuova capitale quell'estesa pianura, che giace sotto l'antica Troia verso il promontorio Reteo ed il sepolcro d'Aiace, e quantunque tal impresa fosse tosto abbandonata, i grandiosi avanzi che vi restarono delle mura e delle torri non terminate, chiamarono la curiosità di tutti coloro che navigarono per lo Stretto dell'Ellesponto[207]. Adesso noi siamo in grado di conoscere la vantaggiosa positura di Costantinopoli, che sembra essere stata dalla natura formata apposta per riuscire la capitale ed il centro d'una gran monarchia. L'Imperial città, situata nel grado 41 di latitudine, dominava dai suoi sette colli[208] i lidi opposti dell'Europa e dell'Asia; il clima era salubre e temperato; il terreno fertile; il porto sicuro e capace; e l'accesso dalla parte di terra di piccola estensione e di facil difesa. Il Bosforo e l'Ellesponto si possono risguardare come le due porte di Costantinopoli, ed il Principe, ch'era padrone di que' passi tanto importanti, poteva sempre tenerli chiusi ai vascelli nemici ed aperti al commercio. Può in qualche modo attribuirsi la conservazione delle Province orientali alla politica di Costantino, in quanto che i Barbari dell'Eussino, che avanti di lui avevano sparse le loro armate navali nel cuore del Mediterraneo, ben presto desisterono dall'esercitar la pirateria, disperando di poter forzare quell'insormontabile ostacolo. Quando eran chiuse le porte dell'Ellesponto e del Bosforo, la capitale in tale spazioso recinto poteva sempre godere di tutti i prodotti, atti a supplire a' bisogni, od a soddisfare il lusso dei numerosi suoi abitatori. Le coste marittime della Tracia e della Bitinia, che languiscono sotto il peso dell'oppressione de' Turchi, presentano tuttavia un ricco prospetto di giardini, di vigne, e di abbondanti raccolte; e la Propontide è stata in ogni tempo famosa per l'inesauribile quantità del pesce più squisito, che si prende in certe determinate stagioni senza che vi sia bisogno d'arte veruna e quasi senza fatica[209]. Ma quando si aprivano al commercio i due passi dello Stretto, questi a vicenda accoglievano le naturali ed artificiali ricchezze del settentrione e del mezzodì, dell'Eussino e del Mediterraneo. Tutte le naturali produzioni, che si raccoglievano nelle foreste della Germania e della Scizia, fino alle sorgenti del Tanai e del Boristene; tutto ciò che si lavorava dalle arti dell'Europa e dell'Asia; il grano d'Egitto, le gemme e le spezierie dell'India la più remota, si trasportavano da' diversi venti nel porto di Costantinopoli, che per molti secoli attrasse il commercio dell'antico mondo[210]. Il prospetto della vaghezza, della salubrità e della dovizia, raccolte in un sol luogo, era sufficiente a giustificar la scelta di Costantino. Ma siccome gli uomini hanno in ogni età supposto che una decente mescolanza di prodigio e di favola rifletta un maestoso decoro sopra l'origine delle grandi città[211], così l'Imperatore desiderava d'ascrivere la sua risoluzione non tanto agl'incerti consigli dell'umana politica, quanto agl'infallibili ed eterni decreti della Divina Sapienza. Egli ha avuta la cura di far sapere alla posterità in una delle sue leggi, ch'esso gettò i sempre durevoli fondamenti di Costantinopoli per ubbidire a' comandi di Dio[212]; e sebbene non abbia voluto riferire in qual maniera gli fosse comunicata l'inspirazione celeste, tuttavia è stato ampiamente supplito al difetto del suo modesto silenzio dall'ingenuità de' posteriori scrittori, i quali descrivono la notturna visione, che presentossi alla fantasia di Costantino nel tempo che dormiva dentro le mura di Bizanzio. Il genio tutelare della città, vale a dire una venerabil matrona, cadente sotto il peso degli anni e delle infermità, venne trasformata ad un tratto, in una florida fanciulla, che fu dalle sue proprie mani adornata con tutti i simboli dell'Imperiale grandezza[213]. Destossi il Monarca, interpretò il fausto augurio, ed obbedì, senza esitare, al volere celeste. Da' Romani si celebrava il giorno dell'origine d'una città o Colonia con tali ceremonie, quali si erano stabilite da una generosa superstizione[214]; e quantunque Costantino potesse ometter que' riti, che troppo sapevano d'origine Pagana, pure vivamente desiderava di lasciare una profonda impressione di speranza e di rispetto negli animi degli spettatori. L'Imperatore stesso, a piedi, con una lancia in mano, conduceva la solenne processione, e dirigeva la linea che si tirava per limite della nuova capitale, fintanto che s'incominciò ad osservare con istupore dagli astanti la gran circonferenza di essa, ed essendosi alcuni di loro finalmente avventurati ad avvertirlo, che aveva già oltrepassato il più vasto circuito di una gran città, «Io proseguirò sempre avanti (replicò Costantino ) fintanto che -Egli-, l'invisibil guida, che cammina avanti di me, non crederà a proposito di fermarsi»[215]. Senza presumere d'investigar la natura o i motivi di questo condottiero straordinario, ci contenteremo della più umil cura di descrivere l'estensione ed i limiti di Costantinopoli[216]. Nello stato in cui presentemente si trova la città, il palazzo ed i giardini del Serraglio occupano il promontorio di levante, ch'è il primo de' sette colli; e contengono circa cento cinquanta acri della nostra misura[217]. Si è costruita su' fondamenti d'una Repubblica Greca la sede della gelosia e del dispotismo Turco, ma è da supporsi che i Bizantini fosser tentati, dalla comodità del porto, ad estendere le loro abitazioni da quella parte oltre i moderni confini del Serraglio. Le nuove mura di Costantino s'estesero dal porto fino alla Propontide, attraverso la maggior larghezza del triangolo, alla distanza di quindici stadi dalle antiche fortificazioni; ed inclusero nel loro recinto, insieme con la città di Bizanzio, cinque de' sette colli, che agli occhi di quelli che s'avvicinano a Costantinopoli, par che in bell'ordine s'innalzino l'uno sopra dell'altro[218]. Circa un secolo dopo la morte del fondatore, le nuove fabbriche, slargandosi da un lato sul porto e dall'altro lungo la Propontide, già occupavano l'angusta cima del sesto e l'ampia sommità del settimo colle. La necessità di proteggere que' sobborghi dalle continue incursioni de' Barbari, impegnò Teodosio il Giovane a circondare la sua capitale con un conveniente e durevol recinto di mura[219]. La maggior larghezza di Costantinopoli, dal promontorio orientale alla porta d'oro, era di circa tre miglia Romane[220]. La circonferenza comprendeva fra le dieci e le undici miglia; e può considerarsene l'area come uguale a circa duemila acri Inglesi. Egli è impossibile di giustificare le credule e vane esagerazioni de' viaggiatori moderni, che alle volte hanno esteso i confini di Costantinopoli ai circonvicini villaggi della costa d'Europa ed anche dell'Asia[221]. Ma i sobborghi di Pera e di Galata, quantunque situati fuori del porto, possono meritar di considerarsi come una parte della città[222]; e tal aggiunta può forse autorizzar la misura d'un Istorico Bizantino, che assegna per circonferenza della sua patria sedici miglia Greche (corrispondenti a circa quattordici delle Romane)[223]. Sembra che tal estensione non fosse indegna d'una sede Imperiale. Pure Costantinopoli dovè cedere in grandezza a Babilonia ed a Tebe[224], all'antica Roma, a Londra, ed anche a Parigi[225]. Il dominatore del mondo Romano, che aspirava ad erigere un eterno monumento delle glorie del proprio regno, poteva impiegare, nell'eseguir quella grand'opera, le ricchezze, il travaglio, e tutto il gusto, che in quel tempo restava, di tanti milioni di sudditi. Si può formar qualche idea della spesa, che impiegò nella fabbrica di Costantinopoli la liberalità Imperiale, dell'essersi accordati circa due milioni e cinquecentomila lire per la costruzione delle mura, de' portici e degli acquedotti[226]. Le selve, che adombravano i lidi del Ponto Eussino e le famose cave di marmo bianco della piccola isola di Proconneso, somministrarono una inesauribile quantità di materiali, facili ad esser trasportati per la comodità di un breve tragitto al porto di Bizanzio[227]. Da un gran numero di lavoranti e di artefici con travaglio continuo si faceva ogni sforzo per condurre a termine l'opera; ma l'impaziente Costantino ben presto conobbe, che nella decadenza delle arti la perizia ed il numero degli architetti, che aveva, eran troppo sproporzionati alla grandezza dei suoi disegni. Fu dunque ordinato a' Magistrati delle più distanti province di erigere scuole, di stabilire professori, e d'impegnare, colla speranza de' premj e de' privilegi, allo studio ed alla pratica dell'architettura un numero sufficiente di giovani d'ingegno, educati liberalmente[228]. Le fabbriche della nuova città furono eseguite da quegli artefici, che potea dare il regno di Costantino; ma furono però decorate dalle opere dei più celebri maestri del tempo di Pericle e di Alessandro. Il poter far rivivere il genio di Fidia e di Lisippo sorpassava in vero la forza d'un Imperator Romano; ma le immortali produzioni, ch'essi lasciate avevano alla posterità, furono senza difesa esposte alla rapace vanità di un despota. Per ordine di esso le città della Grecia e dell'Asia spogliate vennero de' più pregevoli loro ornamenti[229]. I trofei di memorabili guerre, gli oggetti di religiosa venerazione, le statue più perfette degli Dei e degli Eroi, dei Sapienti e dei Poeti dell'Antichità contribuirono allo splendido trionfo di Costantinopoli, e dieder luogo a quella riflessione dell'Istorico Cedreno[230], il quale osserva con qualche entusiasmo, che niente altro pareva mancare, salvo gli animi degli uomini illustri, che da quegli ammirabili monumenti venivano rappresentati. Ma non è già nella città di Costantino, e nel decadente periodo d'un Impero, allorchè la mente umana trovavasi oppressa dalla schiavitù così civile, come religiosa, che cercarsi dovevano le anime d'un Omero e d'un Demostene. Nel tempo dell'assedio di Bizanzio aveva il conquistatore piantato la propria tenda sulla dominante eminenza del secondo colle. Per eternare pertanto la memoria del suo buon successo, destinò per il Foro principale[231] quel medesimo vantaggioso luogo, che sembra essere stato di figura circolare o piuttosto elittica. Due archi trionfali ne formavano gli opposti due ingressi; i portici, che lo circondavano da ogni parte, erano pieni di statue; e nel centro del Foro s'alzava una sublime colonna, un mutilato frammento del quale indica ora la sua degradazione col nome di -Colonna bruciata-. Questa colonna posava sopra un piedistallo di marmo bianco, alto venti piedi, ed era composta di dieci pezzi di porfido, ciascuno de' quali aveva l'altezza di circa dieci piedi, e la circonferenza di circa trenta tre[232]. Nella sommità della colonna, alla distanza di sopra 120 piedi da terra, fu collocata una statua colossale d'Apollo. Essa era di bronzo, ed era stata trasportata o da Atene o da qualche città della Frigia, supponendosi che fosse opera di Fidia. L'Artefice avea rappresentato il Dio del giorno, o come fu interpretato dipoi, l'Imperator Costantino medesimo con uno scettro nella destra, col globo del mondo nella sinistra, e con una corona di raggi lucenti sul capo[233]. Il Circo, o l'Ippodromo era una magnifica fabbrica, lunga circa quattrocento passi, e larga cento[234]. Lo spazio fra le due -mete- o guglie era pieno di statue e di obelischi; e possiamo ancora osservare un frammento molto singolare d'antichità, vale a dire i corpi di tre serpenti avviticchiati ad una colonna di rame. I loro tre capi una volta servivano a sostenere il tripode d'oro, che i Greci vittoriosi dopo la disfatta di Serse consacrarono nel tempio di Delfo[235]. La bellezza dell'Ippodromo è stata dopo lungo tempo sfigurata dalle rozze mani de' conquistatori Turchi; ma tuttavia ritenendo il nome d'-Atmeidan-, che indica presso a poco l'istesso, serve di luogo d'esercizio pei loro cavalli. Dal trono, donde l'Imperatore godeva i giuochi circensi, per una scala a chiocciola[236] scendeva esso nel palazzo, ch'era un edificio magnifico, il quale appena cedeva alla residenza dell'istessa Roma, ed insieme con i cortili, giardini o portici adiacenti occupava una considerabil estension di terreno su' lidi della Propontide fra l'Ippodromo e la Chiesa di S. Sofia[237]. Dovremmo in simil guisa far menzione dei bagni, che seguitarono a ritenere il nome di Zeusippo, dopo che dalla munificenza di Costantino arricchiti furono d'alte colonne di varj marmi, e di sopra sessanta statue di bronzo[238]. Ma devieremmo dal proposito di quest'istoria, se volessimo descriver minutamente le diverse fabbriche e quartieri della città. Servirà in generale avvertire, che nelle mura di Costantinopoli fu compreso tutto ciò che adornar poteva la dignità di una gran capitale, o contribuire all'utile o al piacere de' numerosi di lei abitanti. In una particolar descrizione di essa, composta circa cent'anni dopo la sua fondazione, si trovano un campidoglio o scuola di studi, un circo, due teatri, otto bagni pubblici e cento cinquanta tre privati, cinquanta due portici, cinque granai, otto acquedotti o conserve d'acqua, quattro spaziose sale per le adunanze del Senato, o de' Tribunali di giustizia, quattordici chiese, quattordici palazzi, e quattromila trecento ottantotto case, che per la loro struttura e bellezza meritavano d'esser distinte dalla moltitudine delle abitazioni plebee[239]. Il secondo, e più serio oggetto dell'attenzione del fondatore fu la popolazione della sua favorita città. Ne' secoli tenebrosi, che successero alla traslazion dell'Impero, furono stranamente confuse fra loro le remote colle immediate conseguenze di quel memorabile avvenimento dalla vanità de' Greci e dalla credulità de' Latini[240]. Fu asserito e creduto, che tutte le famiglie nobili di Roma, il Senato, l'Ordine equestre con tutti i loro innumerabili dipendenti avean seguitato l'Imperatore alle spiagge della Propontide; che fu lasciata una razza spuria di stranieri e di plebei a posseder la solitudine della vecchia capitale; e che le terre d'Italia, che da gran tempo eran divenute giardini, restaron tutto ad un tratto spogliate di coltivatori e di abitanti[241]. Nel corso di quest'istoria tali esagerazioni si ridurranno al giusto loro valore; pure, siccome l'accrescimento di Costantinopoli non può attribuirsi al generale aumento dell'uman genere o della industria, conviene ammettere, che questa colonia artificiale s'innalzò a spese delle antiche città dell'Impero. Furono probabilmente invitati da Costantino molti opulenti Senatori di Roma e delle Province Orientali ad abbracciare per patria quella fortunata regione, che egli avea scelta per sua residenza. Gl'inviti d'un Principe difficilmente si posson distinguere da' comandi; e la liberalità dell'Imperatore facilmente e di buona voglia fu secondata. Egli donò a' suoi favoriti i palazzi, che avea fabbricati ne' diversi quartieri della città, assegnò loro, per sostenere il proprio decoro, varie terre e pensioni[242], ed alienò i fondi pubblici del Ponto e dell'Asia per concedere in vece stati ereditari, colla facile condizione di mantenere una casa nella capitale[243]. Ma ben presto tali obbligazioni ed incoraggiamenti divenner superflui, e furono a grado a grado aboliti. Dovunque si stabilisce la sede del Governo, ivi si spende una parte considerabile delle pubbliche rendite dal Principe stesso, da' suoi Ministri, dagli Offiziali di giustizia e da' Cortigiani. Vi sono attratti i provinciali più ricchi dai potenti motivi dell'interesse e del dovere, del divertimento e della curiosità. Si forma insensibilmente una terza classe anche più numerosa di abitatori da' servi, dagli artefici, e da' mercanti, che ritraggono la sussistenza dal proprio lavoro, e da' bisogni o dal lusso delle classi più elevate. In meno d'un secolo Costantinopoli contendeva coll'istessa Roma intorno alla superiorità delle ricchezze e della popolazione. Nuovi edifizi, ammucchiati insieme con poco riguardo alla salute o alla decenza, lasciavano appena lo spazio di anguste strade per la perpetua folla di uomini, di cavalli e di carriaggi. Il terreno, in principio destinato per la città, non era più sufficiente a contenere il popolo che sempre cresceva, e le sole fabbriche aggiuntevi, che si avanzavano dall'una e dall'altra parte nel mare, potevan formare una città molto considerabile[244]. Le frequenti e regolari distribuzioni di vino e di olio, di grano o di pane, di danaro o di provvisioni avevano quasi liberato i cittadini più poveri di Roma dalla necessità di lavorare. Il fondator di Costantinopoli volle in qualche maniera imitar la magnificenza de' primi Cesari[245]; ma per quanto la sua liberalità eccitasse l'applauso del popolo, essa è incorsa nella censura de' posteri. Un popolo di legislatori e di conquistatori avea ben diritto alle raccolte dell'Affrica, la quale si era conquistata col di lui sangue; ed Augusto immaginò con grand'arte, che i Romani, godendo dell'abbondanza, perduta avrebbero la memoria della libertà. Ma non può scusarsi la prodigalità di Costantino per alcuna considerazione nè di pubblico, nè di privato vantaggio; e l'annuale tributo di grano, imposto sopra l'Egitto in pro della nuova sua capitale, impiegavasi a nutrire una pigra ed insolente plebaglia a spese degli agricoltori d'un'industriosa Provincia[246]. Vi sono alcuni altri regolamenti di quest'Imperatore meno biasimevoli, ma che non meritano che se ne faccia menzione. Esso divise Costantinopoli in quattordici rioni, o quartieri[247], decorò col nome di Senato il Consiglio pubblico[248], comunicò i privilegi d'Italia a' cittadini[249], e diede alla nascente città il titolo di Colonia, e di prima e più favorita figlia dell'antica Roma. La venerabile madre mantenne sempre la legittima e riconosciuta superiorità, che dovevasi all'età, alla dignità ed alla memoria della sua prima grandezza[250]. Costantino faceva proseguir l'opera con l'impazienza di un amante; onde in pochi anni, o come altri racconta, in pochi mesi[251] fur terminate le mura, i portici ed i principali edifizi; ma tale straordinaria diligenza ecciterà meno la maraviglia, se rifletteremo che molte fabbriche furono finite così precipitosamente e con tali mancanze, che al tempo del successore si dovettero con difficoltà preservare dall'imminente ruina[252]. Si possono facilmente supporre i giuochi e le largità, che decorarono la pompa di questa memorabile festa; ma v'è una circostanza più singolare e permanente, che non deve interamente omettersi. Ogni anno, nel giorno natalizio della città, si collocava sopra un carro trionfale la statua di Costantino formata per suo ordine di legno dorato, che teneva nella destra una piccola immagine del Genio del luogo. Le guardie, vestite de' loro più ricchi abiti e portando in mano dei bianchi ceri, accompagnavano la solenne processione, che girava per l'Ippodromo. Quando era giunta dirimpetto al trono dell'Imperatore regnante, questi si alzava, e con grata riverenza adorava la memoria del suo predecessore[253]. Nella solennità della dedicazione per mezzo d'un editto inciso in una colonna di marmo, si diede alla città di Costantino il titolo di -Seconda- o di -Nuova Roma-[254]. Ma il nome di Costantinopoli[255] prevalse a quell'onorevole epiteto: e dopo il corso di quattordici secoli tuttavia continua la fama dell'autore di essa[256]. La fondazione di una nuova capitale è naturalmente connessa con lo stabilimento di una nuova forma di amministrazione sì civile che militare. Un distinto esame del complicato sistema di politica introdotto da Diocleziano, migliorato da Costantino, e perfezionato dagl'immediati di lui successori, può non solo dilettare la fantasia con la singolar pittura d'un grande Impero, ma servirà eziandio ad illustrare le segrete ed interne cause della rapida sua decadenza. Nella considerazione di altri rilevanti stabilimenti, possiamo essere spesso condotti a' più antichi o a' più moderni tempi della storia Romana; ma i limiti propri della presente ricerca saran compresi dentro il periodo di circa centotrent'anni, cioè dall'avvenimento al trono di Costantino, sino alla pubblicazione del -Codice Teodosiano-[257]; dal quale, ugualmente che dalla -Notizia dell'Oriente e dell'Occidente-[258], trarremo le più copiose ed autentiche istruzioni dello stato dell'Impero. Questa varietà d'oggetti sospenderà per qualche tempo il corso della narrazione: ma tal interrompimento sarà criticato soltanto da que' lettori, che non sentono la importanza delle leggi e de' ' ( 1 ) , , ' 2 - ' - . 3 4 ; 5 ' ' . 6 7 . 8 9 . - 10 , , 11 ' . , 12 13 . 14 , 15 , ' 16 , 17 . ' 18 , . 19 ; 20 , 21 ' 22 ' . ' 23 , . 24 ' , , 25 , 26 . 27 . ' ' 28 ; 29 . 30 ' ' , 31 , ' , , ' . - 32 33 . 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