impegnare l'Idolatria ed opporsi con tutte le forze (ed ogni sforzo fu
vano) al suo totale esterminio, attendiamo, che lo spieghi l'Autore col
suo sistema delle -cagioni naturali de' progressi del Cristianesimo-.
Egli si trattiene molto sulla persecuzione di Diocleziano; e questa è
un'epoca ch'esige anche da noi una particolare attenzione.
Della persecuzione di Diocleziano.
RISTRETTO. -Il sistema di Diocleziano fu per più di 18 anni favorevole
ai Cristiani, che si erano prodigiosamente moltiplicati, e godevano
gl'impieghi i più importanti. I Pagani allora fecero gli ultimi sforzi,
ed i Sacerdoti inventarono nuovi prodigi e chiamarono in soccorso i
nuovi Platonici. Diocleziano e Costanzo non amavano di allontanarsi
dalle massime della tolleranza, ma Massimiano e Galerio si dichiararono
contro i Cristiani, prendendone motivo dall'imprudente zelo dei
medesimi, come apparisce dagli esempi di Massimiliano di Affrica e del
Centurione Marcello. Dopo la guerra di Persia riuscì a Galerio d'indurre
Diocleziano a cominciare la persecuzione, che crebbe per gradi. In forza
del primo editto le prigioni furono riempite di Ecclesiastici; cogli
altri la persecuzione fu estesa a tutti i Cristiani, e furono intimate
pene terribili a chi avesse sottratto un proscritto all'ira
degl'Imperadori. L'incendio apparso due volte nel palazzo di Nicomedia
intimorì altamente Galerio, che ne credè autori i Cristiani. Poichè
Diocleziano ebbe rinunciato l'Impero, i suoi Colleghi ora sospesero, ora
incalzarono la persecuzione secondo le circostanze, nelle quali si
trovavano. In Occidente Costanzo protesse i Cristiani dal furore del
popolo e dal rigor delle leggi. L'Italia e l'Affrica provarono una
persecuzione breve e violenta sotto Massimiano; mentre la ribellione di
Massenzio vi ricondusse improvvisamente la pace. Galerio poichè ebbe
l'Impero di tutto l'Oriente, ebbe campo di soddisfare la sua crudeltà
nella Tracia, nell'Asia, nella Siria, nella Palestina e nell'Egitto.-
RISPOSTA. Quest'ultima persecuzione, che durò un intero decennio e fu
denominato -l'Era de' Martiri-, per la copia che ne morirono, si può
chiamare persecuzione ragionata, a differenza dell'altre, ch'erano state
accese piuttosto da un subitaneo furore, o dalla natia fierezza de'
Principi, che da fredda e riflettuta politica. Insinua non oscuramente
l'Autore che i Cristiani stessi, che per gran pezzo erano stati protetti
e beneficati da Diocleziano, l'obbligassero ad armar la destra in loro
danno con fatti scandalosi e superbi, che distruggevano i principj della
disciplina militare, e cita in prova di ciò i due esempi di
-Massimiliano- e di -Marcello-. Ma questo tratto di storia, che
immediatamente precedè l'esaltazione del Cristianesimo, è così luminoso,
che non si dee durar fatica a dissipare le torbide nebbie con cui si
sforza egli di oscurarlo.
I veri motivi della persecuzione furono due, l'uno fu l'ultimo sforzo
della superstizione e dell'interesse de' Sacerdoti, l'altro fu la
smisurata ambizione di Galerio: il primo è toccato dall'Autore, che
passa totalmente sotto silenzio il secondo.
Vedendo i Sacerdoti, che malgrado una guerra ch'era durata tre secoli,
il Cristianesimo era divenuto presso che da per tutto la Religione
dominante; che gli eserciti erano pieni di soldati Cristiani; che i
Cristiani occupavano le principali cariche della Corte Imperiale; che i
Cristiani avevano pubblici tempj e godevano il favore dei Principi,
facilmente congetturarono, che se uno de' quattro padroni del mondo si
fosse dichiarato Cristiano, l'idolatria sarebbe irreparabilmente andata
in rovina, e temendo in Diocleziano più che in altri, tal mutazione, il
pericolo parve loro sì grande, che non potesse rimoversi, se non con
isforzi straordinarj.
Diocleziano era ignorante e superstizioso: dunque i Sacerdoti fecero
parlar un oracolo contro i Cristiani, ed apparir segni infausti nelle
vittime a cagion dei Cristiani. Questi due artifizj commossero l'animo
del Principe che minacciò i Cristiani della sua Corte, e diede qualche
ordine per costringerli a sacrificare agli Dei: ma dominato dall'amor
della quiete, il suo sdegno appena acceso si estingueva; sicchè,
disperando i Sacerdoti di guadagnarlo, si rivolsero a Galerio, in cui
vedevano disposizioni più favorevoli.
Era Galerio rozzo, brutale, superstizioso all'eccesso; e dopo la guerra
di Persia era venuto in tanta superbia, che formò l'ambizioso progetto
di far perire i suoi Colleghi, e di godersi solo l'Impero. Costanzo
Cloro, minacciato di prossima morte dalle abituali sue infermità, non
gli dava gran pena, e la fortuna di Massimiano era appoggiata a quella
di Diocleziano; sicchè contro costui doveva egli tutte le sue macchine
indirizzare. Diocleziano, amando i Cristiani, n'era egualmente riamato,
ed il loro numero, e la loro potenza lo tenevano in sicuro di qualunque
attentato; onde Galerio non poteva perderlo, senza perder prima i
Cristiani: e perchè Diocleziano faceva nel comando la figura di capo,
come quegli, che aveva inventato il nuovo sistema, ed aveva chiamato a
parte dell'Impero gli altri tre Principi, bisognava ch'egli stesso fosse
lo strumento della persecuzione de' Cristiani.
Dunque il traditore, cautamente celando il suo vero disegno, assediava
continuamente le orecchie di Diocleziano, e tentava ogni mezzo
d'infiammare il di lui animo contro i Cristiani. Felici noi, e felice
lui, se penetrando le mire del nemico avesse seco temporeggiato per
politica, come aveva già fatto co' Sacerdoti per naturale freddezza!
Egli resistè buona pezza agli assalti; ma finalmente la istanza di
Galerio gli parve sì giusta, che non potesse con onore rigettarla.
Domandò Galerio, che si mettesse l'affare in deliberazione secretamente
con alcuni scelti Consiglieri; l'ottenne, e vinse. I Consiglieri furono
nominati da lui, e vedendolo correre a gran passi alla fortuna, ne
secondarono la intenzione.
Niuno degli antichi ha lasciato scritto ciò, che nel Consiglio si disse:
ciò non ostante il nostro Autore crede d'indovinarlo; egli suppone, che
i Ministri persuasero Diocleziano colle seguenti riflessioni: -Che non
doveva permettersi che sussistesse, e si moltiplicasse un popolo
indipendente, e numeroso nel cuore delle Province.- Ma Diocleziano si
lodava della ubbidienza, e del servizio de' Cristiani, che erano sparsi
per tutto, e vivevano subordinati alle leggi, contenti della libertà di
coscienza. Che i -Cristiani avevano formata una repubblica a parte, che
si poteva sopprimere, prima che acquistasse una forza militare-. Ma
Diocleziano avrebbe risposto, che questa era una fredda ripetizione. Che
-questa Repubblica già si governava colle proprie leggi, e co' propri
magistrati-: e ciò nello spirituale; nel temporale co' magistrati, e
colle leggi del Principe. Che -già possedeva un tesoro pubblico-. Tesoro
in sogno; le Chiese raccoglievano quotidianamente le oblazioni e
quotidianamente le distribuivano, secondo i canoni della disciplina.
-Che tutte le parti erano intimamente legate fra loro per mezzo delle
adunanze dei Vescovi-; cioè professavano la stessa credenza. Che -i loro
decreti erano ricevuti dalle numerose congregazioni con cieca credenza-:
nelle materie spettanti alla loro fede, Iddio volesse, che i nostri
nemici fossero entrati in queste considerazioni!
Ma lo spirito calunniatore del nostro Autore è contrario ai monumenti
più autentici della Storia. Imperciocchè le addotte accuse
giustificherebbero così bene la persecuzione, che i Principi per
rimuoverne tutta la odiosità, e far in se stessi risplendere l'amor del
ben pubblico, le avrebbero pomposamente spiegate nei loro editti, se si
fossero potuti lusingare, che alcuno vi avrebbe prestata credenza. Che
vuol dire, che non se ne fa neppur motto? Galerio in fine pubblicò
l'editto di rivocazione: in esso prese a giustificarsi, e dichiarò che
il suo disegno era stato di guarire la superstizione de' Cristiani, e di
ricondurli alla Religione degl'Idoli. Un Principe può purgarsi con
ragioni di Stato, e trascura un vantaggio così essenziale? Inoltre, è
noto, che Geroele Presidente della Bitinia fu uno de' Consiglieri, e lo
strumento principale della persecuzione: costui pubblicò due libretti
contro i Cristiani; Lattanzio, che ne dà l'estratto, non porge il minimo
indizio di sospettare ciò, che l'Autore gli ha fatto dire.
Cade qui in acconcio di spiegare i due esempi che egli suppone anteriori
alla persecuzione, e cagione ancora della medesima. Quando i Sacerdoti
fecero credere a Diocleziano, che nella vittima, ch'egli consultava, non
si trovavano i soliti segni, per la presenza de' Cristiani, il Principe
-milites ad nefanda sacrificia cogi praecepit-, come scrive Lattanzio.
Ma i soldati, piuttosto che sacrificare agl'Idoli, rinunciavano alla
milizia; ciò, ch'era permesso.
Ora negli atti del Ruinart citati dall'Autore il Centurione Marcello
così dice: -Se tale è la condizione di quelli che militano, che debbano
essere costretti a sacrificare agli Dei, ed agl'Imperadori, io getto a
terra il cingolo e l'armi-. Il Signor di Voltaire sopprimendo tutte le
circostanze ha narrato, che -Marcello in giorno di pubblica festa avendo
gettato a terra le insegne militari, dichiarò che al solo Cristo
ubbidiva-: e così potè soggiungere che -fu punito, come disertore, non
come Martire, e che si trattava di una legge militare, non di una guerra
di Religione-. Il nostro Autore lo ha copiato fedelmente con tutta la
citazione, benchè nelle altre sue ricerche consulti sempre gli
originali. Questo, e simili fatti, sieno accaduti prima, sieno accaduti
dopo la dichiarazione della persecuzione, altro non dimostrano, se non
che i Cristiani dediti alla milizia non volevano rinunciare alla propria
Religione.
Massimiliano di Affrica non può nella stessa guisa scusarsi: egli
dichiarò, che la sua coscienza non gli permetteva di appigliarsi al
mestiere delle armi. Ma quali sospetti poteva risvegliare nell'animo de'
Principi un fatto singolare, quando gran moltitudine di Cristiani
serviva attualmente negli eserciti?
Galerio si sforzò di far cadere sopra i Cristiani il sospetto del fuoco,
che si attaccò al palazzo: ma Diocleziano fece dare i tormenti a -tutti
i suoi-; e la sua Corte era composta di Cristiani, e di Gentili.
Costantino, che allora era nel palazzo di Nicomedia lo attribuisce ad un
fulmine; Lattanzio ne fa autore lo stesso Galerio. Siccome gl'incendj
furono due, così non è facile di mettere in chiaro le difficoltà, che ne
nascono; ma se noi non possiamo convincerne Galerio, così egli non potè
convincerne i Cristiani.
Si è detto, che la intera durata della persecuzione fu di 10 anni; ma
non sempre, nè da per tutto dello stesso tenore. Opinò Galerio da prima,
che i Cristiani si dovessero bruciar tutti vivi, e il suo avviso fu
rigettato con orrore. Diocleziano sempre abborrì il sangue, e non fu
strascinato sino all'eccesso, che a grado a grado. Ordinò col primo
editto la consegna de' libri sacri; così la tempesta si scaricò sopra i
soli Ecclesiastici, ma succedendosi di mano in mano gli editti, la
persecuzione divenne generale.
E ne' primi due anni fu violenta: la rinuncia di Diocleziano fu cagione
di qualche cambiamento: Costanzo, che ubbidiva con ripugnanza, rendè la
pace ai Cristiani suoi sudditi: Massenzio rivoltatosi contro Massimiano,
trasse nel suo partito i Cristiani di quella porzione d'Impero: ma
Galerio fece orribili stragi in tutto l'Oriente.
Editto di Galerio per dare la pace alla Chiesa.
RISTRETTO. -Galerio afflitto da lunga e penosa malattia pubblicò un
editto, nel quale dichiarò ch'era intenzion sua di correggere e
ristabilir tutto secondo le antiche leggi e la disciplina pubblica de'
Romani; e di ricondurre nella via della ragione e della natura i delusi
Cristiani, che avevano abbandonata la Religione, e le ceremonie de' loro
maggiori; e che disprezzando presuntuosamente le pratiche
dell'antichità, avevano inventate leggi ed opinioni stravaganti secondo
i dettami del lor capriccio, ed avevano formate diverse società nelle
Province dell'Impero: ma che trovandoli tuttora ostinati nell'empia loro
follia permetteva loro di nuovo il libero esercizio della propria
Religione, purchè conservassero sempre il rispetto dovuto alle leggi, ed
al governo, e gli esortava a pregare il lor Dio per la sua salute, e per
la prosperità dell'Impero.-
RISPOSTA. O l'Autore ha falsificato l'editto, o lo ha malamente tradotto
dal latino. Nell'originale non si nominano mai le -leggi-, sulle quali
tanto s'insiste nella traduzione. La -disciplina- Romana che Galerio
voleva rimettere, significa, come lo avverte il Mosemio, la -Religione-.
Così Galerio suppone, che i Cristiani andavano contro la Religione
Romana, non contro le antiche leggi, e contro la disciplina civile. Nel
testo si legge, -ut Christiani, qui parentum suorum reliquerunt sectam,
ad bonas mentes redirent-; ed in fatti, i moderni platonici li
accusavano di essersi allontanati dal primo loro istituto. Le parole
-sectam parentum suorum-, chiarissime in se stesse, nella traduzione
esprimono, che i Cristiani avevano abbandonata la -Religione de' loro
maggiori Idolatri-, poichè soggiugne -disprezzando presuntuosamente le
pratiche dell'antichità, avevano inventate leggi, ed opinioni
stravaganti, secondo i dettami del loro capriccio, e che però i delusi
Cristiani si dovevano ricondurre nella via della ragione, e della
natura-. In verità bisogna avere una fronte molto intrepida, per portar
la impostura ad un segno tanto alto.
Conchiudiamo sopra Galerio, e sopra Diocleziano. Questo Principe fu
piuttosto sciocco, che crudele: e nella persecuzione servì di puro
strumento. Il vero Autore ne fu il primo, che per le stragi, e le
carneficine giunse al suo intento di ristabilire la monarchia
universale; ma anzichè poterne godere egli il frutto, morì dal dolore di
aver messo in libertà il giovane Costantino, a cui il cielo aveva
destinato il trono del Mondo. Ed i Sacerdoti Pagani, ch'eccitarono una
sì grave e sì lunga tempesta, per impedire, che alcuno de' Principi non
si dichiarasse cristiano, ottennero in premio delle loro fatiche, che la
temuta dichiarazione seguisse in Costantino, e che questi collocasse
nella sedia imperiale la croce di Gesù Cristo. Così la Providenza sa
impiegare le passioni degli uomini, per giungere a fini diametralmente
contrari a quelli, che essi si propongono.
Relazione probabile de' patimenti de' Martiri, e de' Confessori.
RISTRETTO. -Eusebio, e Lattanzio declamano, ed esagerano i patimenti
sofferti da' Cristiani in questa persecuzione. Il primo si rende
sospetto, col dichiarare di scrivere tutto ciò che poteva ridondare in
gloria, e di aver soppresso tutto quello che poteva tendere al disonore
della Religione. Quando i Cristiani irritavano i Magistrati, egli è da
credere, che fossero trattati con rigore. Ma ordinariamente avveniva il
contrario; e ciò apparisce,- 1. -da' Confessori condannati alle miniere,
dove avevano la libertà di formar cappelle per professarvi la loro
Religione:- 2. -da' Vescovi, ch'erano obbligati a reprimere lo zelo
precipitato di coloro, che gettavansi volontariamente nelle mani de'
Magistrati, o per debiti, o per saziare la fame, o per espiare i lor
falli con una lunga carcerazione. Trionfato ch'ebbe la Chiesa sopra
tutti i suoi nemici, la vanità esagerò i patimenti de' Martiri, e 'l
potere del Clero accreditò le leggende piene di miracoli.-
RISPOSTA. Dal prefiggersi Eusebio di non voler parlare delle -contese
precedenti alla persecuzione, e delle cadute, che si videro nella
persecuzione-, e di voler narrare soltanto -ciò, che poteva giustificare
i giudizj divini, e ciò, ch'era utile- (così si legge nel testo) non
segue, che si fosse impegnato a mentire, ed esagerare. Ma l'Autore gli
fa dire, -che voleva scrivere tutto ciò che poteva ridondare in gloria
della Religione-.
I Confessori condannati alle miniere, si servivano delle caverne,
ch'egli chiama -cappelle-, per celebrarvi il culto divino. Dunque per
questa libertà il travaglio delle miniere era una pena leggiera. Il
ragionamento non è molto convincente.
I Vescovi erano costretti a frenare lo zelo precipitato di coloro, che
gettavansi volontariamente nelle mani de' Magistrali. Dunque i
Magistrati non li facevano molto patire. Questo secondo sillogismo
conchiude nella stessa guisa, che il primo.
I -debitori-, che si fanno carcerare da' Magistrati per la fede, col
pericolo di perdere la vita, per non farsi carcerare da' creditori, o
per non implorarne la clemenza; ed i -poveri-, ch'erano alimentati dalla
Chiesa senza bisogno di costituirsi in prigione, e che ciò non ostante
per saziare la fame si abbandonavano alla discrezione de' loro nemici,
che li bastonavano, e li costringevano a fare lunghi digiuni, sono
personaggi, che nel romanzo del Sig. Gibbon fanno una comparsa del tutto
singolare.
Quando voglia rigettarsi Eusebio senza motivo, un argomento certo, che
non -probabile-, degli orribili tormenti sofferti da' Martiri in tutte
le persecuzioni, e massimamente nell'ultima, può cavarsi dagli editti
medesimi degl'Imperadori. Traiano stabilì l'uso di dare i tormenti per
espugnare la costanza dell'animo, e siccome non prescrisse alcuna
misura, dovevano crescere quelli, quanto era questa più salda. Decio
ordinò ai Ministri, che inventassero nuovi generi di supplicj: e Traiano
fulminò gravissime pene contro que' Gentili, che avessero sottratto un
Cristiano al suo sdegno. Oltre ciò, l'odio ragionato de' Sacerdoti, e
l'occulto disegno di Galerio, che non poteva condursi a fine senza
distruggere i Cristiani, ci fanno abbastanza giudicare, se Lattanzio
debba passare per un declamatore, e per un falsario Eusebio.
Del numero de' Martiri.
RISTRETTO. -Origene dichiara, che a suo tempo esisteva un piccolissimo
numero di Martiri. San Dionisio suo amico non numera, che- 10 -uomini,
e- 7 -donne uccise nella persecuzione di Decio nell'immensa Città di
Alessandria. Nella persecuzione di Diocleziano Eusebio riferisce, che- 9
-Vescovi furono puniti di morte, e nella sua numerazione de' Martiri
della Palestina se ne trovano- 92-. Ora la Palestina faceva la
sedicesima parte dell'Impero di Oriente: e supponendo ch'ella desse la
sedicesima parte di Martiri, eglino in tutto l'Oriente ascenderanno a
mille cinquecento, il qual numero diviso pe' dieci anni della
persecuzione darà- 150 -Martiri per anno. Applicando la stessa
proporzione all'Occidente, dove dopo il terzo anno fu sospeso e abolito
il rigor delle leggi, i Cristiani fatti morire in tutto l'Impero saranno
poco meno di duemila. E siccome questa fu la più lunga e la più atroce
delle persecuzioni, il nostro calcolo moderato e probabile ci darà la
giusta idea de' Martiri degli altri tempi.-
RISPOSTA. Nel passo di Origene, sul quale insiste il Dodwello, si dice,
che i -Martiri erano pochi, perchè Iddio non aveva voluto, che si
distruggesse la stirpe de' Cristiani-, e ciò indica, ch'egli considerò
il numero de' Martiri riguardo alla gran moltitudine de' Cristiani, non
in se stesso; ed in questo senso disse bene, -esser piccolo-.
San Dionisio numera 17 Martiri, non determinatamente, non escludendo gli
altri, ma trascegliendo i più illustri.
Così pure va inteso Eusebio; e basta dare una scorsa alla sua Storia
della persecuzione, e far attenzione all'espressioni che adopra in
descriverla, per rimanerne convinto.
Il calcolo formato sopra i Martiri della Palestina si fonda sopra due
supposizioni, l'una falsa, e l'altra non provata. Che i Martiri ivi
costituissero la -sedicesima parte- de' Cristiani, non è provato neppure
per congettura. E che Eusebio nominandone 92 intenda parlare
esclusivamente, si è veduto, ch'è falso; e vuolsi aggiungere, che nel
luogo stesso, dice, che in ogni -provincia la moltitudine de' Martiri fu
innumerabile-; e parlando della Tebaide riflette, che -in un sol giorno
ne furono tanti decapitati, che il ferro perdè il taglio, e gli
esecutori si succedevano per la stanchezza l'uno all'altro-.
Del resto, abbiamo gli editti de' persecutori; ed abbiamo gli Atti
sinceri de' Martiri, da' quali, ancorchè se ne detragga un terzo, sempre
ne resterà un numero prodigioso.
Terminiamo col Mosemio, Autore a lui famigliare: -Essere non pochi, ma
molti quelli, che, per tre secoli e più, sostennero la morte per Cristo,
è noto per gravissime testimonianze, e di parole, e di cose. Ma è anco
fuori di dubbio, doversi detrarre un piccolo numero dall'immenso
esercito di Martiri, che predicano egualmente i Greci ed i Latini. Non è
da dispregiarsi l'opinione del Dodwello, se si determini così.- I
Martiri sono molto più pochi di quello, che crede il volgo. -Nè al
contrario è da dispregiarsi l'opinione degli avversari, se si prenda in
questo senso.- I Martiri sono in molto maggior numero di quello, che
stima il Dodwello.
RIASSUNTO
In questo capo si è lungamente ragionato sulle cagioni della
persecuzione colla mira di vedere, se ne restino giustificati gli
Autori. La prima cagione fu la -natura intollerante- della Religione
Cristiana, che obbligava i seguaci a rinunziare al -culto nazionale-. La
seconda fu la falsa accusa di -ateismo-, o per dir meglio, di
superstizione, e -chimeriche speculazioni-. La terza le -assemblee
Cristiane- che, celebrandosi in secreto, risvegliavano ne' Gentili
sinistri sospetti. La quarta i -costumi de' Cristiani- di atroci
calunnie macchiati. E la quinta obbliata dall'Autore, l'attaccamento de'
Pagani alla Idolatria.
Noi le abbiamo tutte ad una ad una richiamate ad esame; ed abbiamo
trovato, non essersi l'Autore ingannato nell'attribuire alla loro forza
la persecuzione. Bensì, lungi dal poter esse formare difesa alcuna dei
Gentili, ne manifestano anzi a chiare note la ingiustizia. Imperciocchè
quello, che si supponeva, era onninamente falso: e per diritto naturale
non può alcun suddito condannarsi, senza esaminare, se meriti supplicio.
Ora i persecutori trascurarono per tre secoli di adempire a questo
dovere essenziale della legge di natura.
Siamo indi passati a considerare, se dalla storia delle persecuzioni
risultino i quattro articoli dall'Autore proposti: cioè se veramente la
Chiesa -istette molto- ad essere perseguitata: se i persecutori usarono
-precauzione-, e -ripugnanza- nel far le leggi di proscrizione, e
nell'eseguirle; se nell'uso delle pene furono -moderati-, e se la
Religione provò vari considerabili intervalli di -pace-.
La Storia in vece di questi quattro articoli ci ha dimostrati
chiaramente avverati gli opposti; perocchè la Chiesa nacque nella
persecuzione, ed andò sempre crescendo nella persecuzione: prima fu
assalita da' Giudei nella Palestina, poi in Roma da' Politeisti, in
forza di due antiche leggi: in seguito, senza mai cessare questa
persecuzione indiretta, dieci Imperadori fino a Costantino fecero contro
il Cristianesimo editti espressi di tormenti e di morte.
In vece della -precauzione- e -della ripugnanza- la Storia ci ha
dimostrato, che non si conobbe dalla maggior parte nè misura, nè
ritegno, e che in vece della -moderazione- regnò per tutto la rabbia e
la barbarie.
-Intervalli di pace- tra una, ed un'altra persecuzione se ne rinvengono;
poichè tra tanti Imperadori, che riempirono la serie di tre secoli,
dieci soltanto fecero leggi contro di noi. Se non che, la persecuzione
indiretta tenuta sempre accesa da' Sacerdoti, da' Filosofi, dal popolo,
non ci permise mai di respirare; e troviamo ancora de' Martiri sotto
que' Principi stessi, che ci accordarono la loro protezione.
Abbiamo finalmente posta in chiaro la persecuzione di Diocleziano, che
fu l'ultima, e durò un decennio, dove abbiamo veduto, con quanto vani
sofismi l'Autore si è sforzato di oscurare i -patimenti- de' Cristiani,
e di annichilare il numero de' -Martiri-. Quale giustificazione risulti
da tutto ciò, per rendere meno orribile la condotta de' Pagani contro di
noi, lo giudichi il lettore.
Confronto tra l'un Capo, e l'altro.
L'edificio della verità debbe essere tale, che le parti, ond'è composto,
sieno insieme, e si corrispondano con perfetta armonia. Quando manca
questa; quando le parti hanno ripugnanza tra loro sicchè la presenza
dell'una escluda la presenza delle altre, a questo segno manifestamente
si riconosce la macchina della menzogna. Avendo in tanto sottoposto ad
esame tutto quello, ch'è piaciuto all'Autore di comunicare al pubblico
sopra la Religione Cristiana, facciamo l'ultimo passo, ch'è quello di
confrontare l'un capo coll'altro.
E primieramente, confrontando disegno con disegno, ne salta agli occhi
la contraddizione. Nel primo caso si vogliono spezzare i progressi del
Cristianesimo per cagioni naturali, e ciò in diversi termini vuol dire,
che i Gentili erano naturalmente portati ad abbracciarlo, sia per la
propria disposizione, sia per l'indole della Religione Evangelica. Nel
secondo si prende a dimostrare che dalle cagioni provenienti dall'indole
(almeno apparente) della Religione, e dalle disposizioni de' Politeisti,
erano costoro naturalmente spinti a perseguitarla, e tanto naturalmente,
che l'Autore, il quale li giustifica, è persuaso, che avessero avuto
ragione. Or noi lo preghiamo a collegare insieme queste due idee. Ma
diamo una rapida scorsa alle parti costituenti le due macchine.
Il Cristianesimo, si dice nel primo capo, fu naturalmente abbracciato
per lo zelo esclusivo, o sia intollerante de' Cristiani medesimi. Ma
nell'altro capo si sostiene, che l'intolleranza de' Cristiani, per la
quale essi abbandonavano il culto nazionale, pareva ai Politeisti un
peccato nuovo, straordinario, irremissibile; e che questa fu la prima
cagione, che li determinò naturalmente alla persecuzione. L'Autore avrà
la bontà di combinare.
Ivi la seconda cagione de' progressi del Cristianesimo si suppose essere
la dottrina dell'immortalità con tutto il suo apparato. Ma qui si
riferisce, che i Pagani rigettavano il prezioso dono dell'immortalità
offerta da Gesù Cristo, e ne desideravano la risurrezione; e quanto
all'opinione dell'imminente fine del mondo, che si chiamò ivi in
soccorso dell'immortalità, qui si dice; che sì fatte predizioni movevano
a sdegno i Gentili, e facevano loro temere, che non si sollevasse
qualche pericolo all'Impero, tanto più grave, quanto più oscura era la
setta de' Cristiani. Noi non possiamo conciliare queste cose.
Intorno all'attività de' miracoli, avendo trovata una patente
contraddizione nel medesimo luogo, dove si suppongono falsi, ed insieme
operanti vere e numerose conversioni, non abbiamo bisogno di confrontar
capo con capo. Nè il secondo ne tratta, e dovrebbe trattarne, giacchè
sarebbe stata giusta cagione di persecuzione, se i Politeisti fossero
stati convinti, o avessero potuto provare che i Cristiani erano tanti
impostori.
Quanto all'altra pretesa cagione di progressi, riposta nella morale
Cristiana, abbiamo veduto, dove se n'è parlato, come è una gran
ripugnanza il dire, che la morale Cristiana agli occhi de' Gentili
pareva contraria alla natura, ed al bene dello Stato, e che nel medesimo
tempo eglino erano da essa naturalmente determinati ad abbracciarla. Ma
nell'altro capo vi ha di più: vi ha, che la morale de' Cristiani era
tacciata di ateismo, d'infanticidj, di pranzi di carne umana, d'incesti,
e che queste false accuse formavano uno dei motivi della persecuzione.
Senza dubbio qui a rischiarare le tenebre abbisognano molte idee
intermedie, tralasciate, per supplirsi dalla sagacità degl'interpreti.
In quel capo si pretese, che la unione, e la disciplina Ecclesiastica
contribuì alla dilatazione della Chiesa. In questo la unione de'
Cristiani, che aveva la forma, e la forza di una grande Repubblica
confederata risveglia la gelosia del governo; le adunanze Cristiane
sembrano sospette, i seguaci di Gesù Cristo erano accusati di spirito
d'indipendenza, e per questo venivano perseguitati. Come concilieremo
queste idee?
Finalmente in un capo si rappresentano i Sacerdoti degl'Idoli, come
persone indolenti, che lasciano fare ai Cristiani, quanto lor piace:
nell'altro i Sacerdoti infiammano il popolo, i Sacerdoti chiamano in
soccorso i Filosofi, i Sacerdoti inventano nuovi oracoli, e nuovi
prodigi, affin di perdere i Cristiani. Ed il popolo, che si supponeva
caduto nello scetticismo, e che aveva già scossa l'autorità delle
maraviglie della Mitologia, e che per certa conseguenza che fa l'Autore,
così disposto a ricevere le maraviglie autentiche dell'Evangelio, per
tre secoli infierisce contro i Cristiani, con sediziosi clamori li
chiede alla morte contro le leggi del Principe, e si mostra tanto
dominato dallo spirito di accusa, che parecchi sono costretti a
reprimerlo colle più forti minacce.
Un uomo dell'Antichità fu tacciato d'incostanza, e fu posto in derisione
con un bel verso a tutti noto.
-Destruit, aedificat, mutat quadrata rotundis.-
Il Signor Gibbon fa di più; pretende, che stiano insieme le rovine e gli
edifizi, i quadrati ed i circoli.
Ecco il libro contro il quale nessun Apologista, a parere di alcuni,
doveva osare di scrivere. Noi non abbiamo fatto, che compendiare o per
dir meglio sfiorare una Opera, nella quale tutto è pacatamente, e
secondo la sua naturale estensione esaminato. Dal poco, che ci è stato
lecito di presentare al pubblico, ci ripromettiamo, che i due capi del
Signor Gibbon, che riguardavano la Religione, saranno per l'avvenire
meglio letti da chi vorrà parlarne con fondamento: ma lasciando
all'autore della Opera gli applausi, che merita, noi siamo contenti di
aver in parte contribuito alla utilità de' lettori.
FINE.
CAPITOLO XVII.
-Fondazione di Costantinopoli. Sistema politico di Costantino e
de' suoi successori. Disciplina militare. Corte e Finanze.-
Il disgraziato Licinio fu l'ultimo rivale, che si oppose alla grandezza
di Costantino, e l'ultimo prigioniero, che ne adornò il trionfo. Dopo un
prospero e tranquillo regno, il conquistatore lasciò erede la sua
famiglia del Romano Impero, di una nuova capitale, d'un nuovo governo, e
di una nuova religione; e le innovazioni, che egli fece, furono adottate
e riguardate con venerazione da quelli che gli succedettero. Il secolo
di Costantino Magno e de' suoi figli è pieno d'importanti avvenimenti;
ma l'Istorico resterebbe oppresso dal numero e dalla varietà de'
medesimi, se diligentemente non separasse l'uno dall'altro i successi,
che non hanno altra connessione fra loro che quella dell'ordine de'
tempi. Dovrà egli dunque descrivere quei politici stabilimenti, che
dieder forza e consistenza all'Impero, avanti di procedere a riferir le
guerre e le rivoluzioni, che ne accelerarono la decadenza. Dovrà far uso
della divisione fra gli affari civili e gli ecclesiastici, non
conosciuta dagli antichi: la vittoria poi e l'interna discordia de'
Cristiani somministreranno copiosi e distinti materiali, tanto
d'edificazione quanto di scandalo.
[A. D. 324]
Dopo la disfatta e la deposizione di Licinio, il vittorioso di lui
rivale s'applicò a gettare i fondamenti di una città destinata ad essere
in futuro la dominante dell'Oriente, ed a sopravvivere all'Impero ed
alla religione di Costantino. I motivi o d'orgoglio o di politica, che a
principio indussero Diocleziano a ritirarsi dall'antica sede del
governo, avevano acquistato maggior peso per l'esempio de' suoi
successori, e per la consuetudine di quarant'anni. Roma si era
insensibilmente confusa co' regni dipendenti, che ne avevano una volta
riconosciuto il dominio; e la patria de' Cesari si riguardava con fredda
indifferenza da un Principe marziale nato nelle vicinanza del Danubio,
educato nelle Corti ed armate dell'Asia, ed investito della porpora
dalle legioni della Britannia. Gl'Italiani, che ricevuto avevano
Costantino come loro liberatore, umilmente obbedivano agli editti,
ch'esso qualche volta si compiaceva d'indirizzare al Senato ed al Popolo
Romano; ma di rado venivan onorati dalla presenza del nuovo loro
Sovrano. Nel vigore della sua età, Costantino, secondo le varie
occorrenze di guerra o di pace, muovevasi ora con lenta dignità, ora con
attiva diligenza lungo le frontiere de' suoi vasti dominj; ed era sempre
apparecchiato ad entrare in battaglia tanto contro gli esterni, che
contro gl'interni nemici. Ma come egli giunse, di grado in grado, al
sommo della prosperità e ad un'età più matura, incominciò a pensare di
stabilire la forza e la maestà del Trono in una più durevole sede.
Volendo scegliere una situazione vantaggiosa, preferì a qualunque altra
quella, che serve di confine fra l'Asia e l'Europa, tanto per domare con
potenti armi i Barbari, che abitavano tra il Danubio ed il Tanai, quanto
per osservare con occhio geloso la condotta del Re di Persia, che di mal
animo soffriva il giogo d'un ignominioso trattato. Con tali mire avea
Diocleziano scelta per sua residenza, ed abbellita Nicomedia; ma la
memoria di Diocleziano era con ragione abborrita dal protettor della
Chiesa, e Costantino non era insensibile all'ambizione di fondare una
città, che potesse perpetuar la gloria del proprio suo nome. Nel tempo
delle ultime operazioni militari contro Licinio, ebbe bastante
opportunità di esaminare, come soldato non meno che come politico,
l'incomparabile posizione di Bizanzio, e di osservare quanto era
fortemente guardato quel luogo dalla natura contro gli attacchi de'
nemici, mentr'era da ogni parte accessibile a' vantaggi del commercio.
Molti secoli prima di Costantino, uno de' più giudiziosi Storici
dell'antichità[187] avea descritto i vantaggi di una situazione, dalla
quale ad una debole colonia di Greci era provenuto il comando del mare e
l'onore di una florida ed indipendente Repubblica[188].
Se consideriamo Bizanzio nell'estensione che acquistò coll'augusto nome
di Costantinopoli, può rappresentarsene la figura come di un triangolo
di lati disuguali. L'angolo ottuso, che s'avanza verso l'oriente ne'
lidi dell'Asia, affronta e rispinge i flutti del Bosforo Tracio. Il lato
settentrionale della città è circondato dal porto, ed il meridionale è
bagnato dalla Propontide o dal mar di Marmora. La base del triangolo è
all'occidente, e serve di confine al continente d'Europa. Ma senza una
più ampia spiegazione non può con sufficiente chiarezza intendersi
l'ammirabile forma e divisione delle terre e delle acque, che sono
all'intorno della città.
Quel tortuoso canale, per cui con rapido e continuo corso le acque
dell'Eussino scorrono verso il Mediterraneo, fu chiamato -Bosforo-, nome
non meno celebre nell'istoria che nelle favole dell'Antichità[189]. Una
gran quantità di tempj e di altari votivi, sparsi lungo quegli scoscesi
e selvosi lidi non fa che dimostrar l'imperizia, i terrori e la
devozione de' Greci naviganti, che seguitando l'esempio degli Argonauti
andarono esplorando i pericoli dell'inospito Eussino. Su quelle spiagge
la tradizione conservò lungo tempo la memoria del palazzo di Fineo,
infestato dalle oscene arpie[190], e del silvestre regno di Amico, che
sfidò il figlio di Leda alla pugna del cesto[191]. Lo stretto del
Bosforo ha per termini gli scogli Cianei, che una volta, secondo la
descrizione de' Poeti, galleggiavano sulla superficie dell'acque; ed
erano dagli Dei destinati a difendere l'ingresso dell'Eussino dalla
profana curiosità[192]. Dagli scogli Cianei fino al capo ed al porto di
Bizanzio la girevole lunghezza del Bosforo si estende circa a sedici
miglia[193], e la più comune di lui larghezza può computarsi circa un
miglio e mezzo. Le -nuove- fortezze d'Europa e d'Asia furon fabbricate
nell'uno e nell'altro continente su' fondamenti de' due celebri tempj di
Serapide e di Giove Urio. Le -antiche-, le quali son opera
degl'Imperatori Greci, dominano la parte più stretta del canale, in un
luogo dove gli opposti lidi si accostan fra loro fino alla distanza di
cinquecento passi. Queste fortezze furono restaurate e fortificate da
Maometto II. quando meditava l'assedio di Costantinopoli[194]; ma il
conquistatore Turco probabilmente ignorava che Serse, quasi duemila anni
prima di lui, aveva scelto il medesimo luogo per unire, mediante un
ponte di barche, i due continenti[195]. Ad una piccola distanza dalle
antiche fortezze si scuopre la piccola città di Crisopoli, o Scutari,
che può quasi risguardarsi come il subborgo Asiatico di Costantinopoli.
Quando il Bosforo incomincia a farsi strada verso la Propontide, passa
fra le due città di Bizanzio e di Calcedone. Quest'ultima fu fabbricata
dai Greci, pochi anni avanti la prima; e la società de' fondatori di
essa, i quali non videro la più vantaggiosa situazione dell'opposto
lido, ha dato luogo ad una proverbiale espressione di disprezzo verso di
loro[196].
Il porto di Costantinopoli, che si può considerare come un braccio del
Bosforo, nella più remota antichità ebbe il nome di -corno d'oro-. La
curva, ch'esso descrive, si può assomigliare al corno d'un cervo, o
verisimilmente con più proprietà a quello d'un bove[197]. L'epiteto
d'-aureo- esprimeva le ricchezze, che qualunque vento portava dalle più
distanti regioni nel sicuro ed ampio porto di Costantinopoli. Il fiume
Lico, formato dall'unione di due piccioli torrenti, versa perpetuamente
nel porto una quantità d'acqua nuova, che serve a purgarne il fondo, e
ad invitare delle periodiche turme di pesci a ritirarsi in quel
conveniente recinto. Siccome in que' mari appena si sentono le vicende
delle maree, la costante profondità del porto fa che le mercanzie
possano scaricarsi ne' magazzini senza aiuto di battelli; ed è stato
osservato, che in molti luoghi possono i più grossi vascelli appoggiare
le prore alle case, mentre le loro poppe si stan movendo
nell'acqua[198]. Questo braccio del Bosforo, dall'imboccatura del Lico
fino a quella del porto, è lungo più di sette miglia. L'entratura è
larga circa cinquecento braccia, e nelle occasioni vi si può tirare
attraverso una forte catena per guardare il porto e la città dagli
attacchi d'una flotta nemica[199].
Tra il Bosforo e l'Ellesponto, recedendo l'una dall'altra per ambe le
parti le spiagge dell'Europa e dell'Asia, contengono fra loro il mar di
Marmora, che dagli antichi si chiamava Propontide. La navigazione, dalla
fine del Bosforo fino al principio dell'Ellesponto, è di circa cento
venti miglia. Quelli, che fan vela verso ponente nel mezzo della
Propontide, possono scorgere nel tempo stesso le alture della Tracia e
della Bitinia, e non perdere mai di vista l'alta cima del monte Olimpo,
coperta d'eterna neve[200]. A sinistra lasciano un profondo golfo, nel
mezzo del quale era situata Nicomedia, Imperial residenza di
Diocleziano; e prima di gettar l'ancora a Gallipoli, passano le piccole
isole di Cizico e di Proconneso, dove il mare, che separa l'Europa
dall'Asia, di nuovo si stringe in un angusto canale.
I Geografi, che hanno esaminato con la più esatta intelligenza la forma
e l'estensione dell'Ellesponto, assegnano a quel celebre Stretto la
lunghezza di circa sessanta miglia di tortuoso corso, ed intorno a tre
miglia d'ordinaria larghezza[201]. Ma la parte più stretta del canale si
trova al settentrione delle antiche fortezze Turche, fra le città di
Sesto e d'Abido. In questo luogo l'ardito Leandro s'espose al passaggio
del mare per posseder la sua bella[202]. Qui fu parimente che in un
luogo, dove la distanza fra gli opposti lidi non può eccedere i 500
passi, Serse costruì uno stupendo ponte di barche per trasportare in
Europa un milione e settecentomila Barbari[203]. Un mare, contenuto
dentro sì stretti limiti, male sembra, che meritar possa il singolar
epiteto di -largo-, che Omero ugualmente che Orfeo hanno frequentemente
dato all'Ellesponto. Ma le nostre idee di grandezza son relative: un
viaggiatore, e specialmente un poeta, che naviga lungo l'Ellesponto, che
va seguitando i giri del canale, e contempla quel teatro di campagne,
che da ogni parte par che ne terminino il prospetto, insensibilmente
perde la memoria del mare, e la sua fantasia gli dipinge quel celebre
stretto con tutte le qualità d'un gran fiume, che scorre dolcemente in
mezzo alle piante di una mediterranea campagna, e che finalmente per una
larga bocca si scarica entro il mar Egeo, od Arcipelago[204]. L'antica
Troia[205], situata sopra un'eminenza a piè del monte Ida, dominava la
bocca dell'Ellesponto, il quale appena dimostrava di ricevere un aumento
d'acque dal tributo di quegl'immortali ruscelli del Simoenta e dello
Scamandro. Il campo de' Greci occupava dodici miglia lungo la spiaggia
del promontorio Sigeo sino al Reteo; ed i fianchi dell'esercito eran
guardati da' più bravi capitani, che combattevano sotto gli stendardi
d'Agamennone. Nel primo di que' promontorj trovavasi Achille con
gl'invincibili suoi Mirmidoni, e l'intrepido Aiace aveva piantate le sue
tende sull'altro. Dopo che Aiace si fu sacrificato al suo orgoglio mal
corrisposto ed all'ingratitudine de' Greci, gli fu eretto il sepolcro in
quel luogo, dove aveva difesa la flotta dal furore di Giove e d'Ettore;
ed i cittadini della nuova città di Reteo celebravano la sua memoria con
onori divini[206]. Costantino, prima che si risolvesse a dar giustamente
la preferenza alla situazione di Bizanzio, avea concepito il disegno
d'eriger la sede dell'Impero in quel celebre luogo, dal quale i Romani
traevano la favolosa origine loro. A principio fu scelta per la nuova
capitale quell'estesa pianura, che giace sotto l'antica Troia verso il
promontorio Reteo ed il sepolcro d'Aiace, e quantunque tal impresa fosse
tosto abbandonata, i grandiosi avanzi che vi restarono delle mura e
delle torri non terminate, chiamarono la curiosità di tutti coloro che
navigarono per lo Stretto dell'Ellesponto[207].
Adesso noi siamo in grado di conoscere la vantaggiosa positura di
Costantinopoli, che sembra essere stata dalla natura formata apposta per
riuscire la capitale ed il centro d'una gran monarchia. L'Imperial
città, situata nel grado 41 di latitudine, dominava dai suoi sette
colli[208] i lidi opposti dell'Europa e dell'Asia; il clima era salubre
e temperato; il terreno fertile; il porto sicuro e capace; e l'accesso
dalla parte di terra di piccola estensione e di facil difesa. Il Bosforo
e l'Ellesponto si possono risguardare come le due porte di
Costantinopoli, ed il Principe, ch'era padrone di que' passi tanto
importanti, poteva sempre tenerli chiusi ai vascelli nemici ed aperti al
commercio. Può in qualche modo attribuirsi la conservazione delle
Province orientali alla politica di Costantino, in quanto che i Barbari
dell'Eussino, che avanti di lui avevano sparse le loro armate navali nel
cuore del Mediterraneo, ben presto desisterono dall'esercitar la
pirateria, disperando di poter forzare quell'insormontabile ostacolo.
Quando eran chiuse le porte dell'Ellesponto e del Bosforo, la capitale
in tale spazioso recinto poteva sempre godere di tutti i prodotti, atti
a supplire a' bisogni, od a soddisfare il lusso dei numerosi suoi
abitatori. Le coste marittime della Tracia e della Bitinia, che
languiscono sotto il peso dell'oppressione de' Turchi, presentano
tuttavia un ricco prospetto di giardini, di vigne, e di abbondanti
raccolte; e la Propontide è stata in ogni tempo famosa per
l'inesauribile quantità del pesce più squisito, che si prende in certe
determinate stagioni senza che vi sia bisogno d'arte veruna e quasi
senza fatica[209]. Ma quando si aprivano al commercio i due passi dello
Stretto, questi a vicenda accoglievano le naturali ed artificiali
ricchezze del settentrione e del mezzodì, dell'Eussino e del
Mediterraneo. Tutte le naturali produzioni, che si raccoglievano nelle
foreste della Germania e della Scizia, fino alle sorgenti del Tanai e
del Boristene; tutto ciò che si lavorava dalle arti dell'Europa e
dell'Asia; il grano d'Egitto, le gemme e le spezierie dell'India la più
remota, si trasportavano da' diversi venti nel porto di Costantinopoli,
che per molti secoli attrasse il commercio dell'antico mondo[210].
Il prospetto della vaghezza, della salubrità e della dovizia, raccolte
in un sol luogo, era sufficiente a giustificar la scelta di Costantino.
Ma siccome gli uomini hanno in ogni età supposto che una decente
mescolanza di prodigio e di favola rifletta un maestoso decoro sopra
l'origine delle grandi città[211], così l'Imperatore desiderava
d'ascrivere la sua risoluzione non tanto agl'incerti consigli dell'umana
politica, quanto agl'infallibili ed eterni decreti della Divina
Sapienza. Egli ha avuta la cura di far sapere alla posterità in una
delle sue leggi, ch'esso gettò i sempre durevoli fondamenti di
Costantinopoli per ubbidire a' comandi di Dio[212]; e sebbene non abbia
voluto riferire in qual maniera gli fosse comunicata l'inspirazione
celeste, tuttavia è stato ampiamente supplito al difetto del suo modesto
silenzio dall'ingenuità de' posteriori scrittori, i quali descrivono la
notturna visione, che presentossi alla fantasia di Costantino nel tempo
che dormiva dentro le mura di Bizanzio. Il genio tutelare della città,
vale a dire una venerabil matrona, cadente sotto il peso degli anni e
delle infermità, venne trasformata ad un tratto, in una florida
fanciulla, che fu dalle sue proprie mani adornata con tutti i simboli
dell'Imperiale grandezza[213]. Destossi il Monarca, interpretò il fausto
augurio, ed obbedì, senza esitare, al volere celeste. Da' Romani si
celebrava il giorno dell'origine d'una città o Colonia con tali
ceremonie, quali si erano stabilite da una generosa superstizione[214];
e quantunque Costantino potesse ometter que' riti, che troppo sapevano
d'origine Pagana, pure vivamente desiderava di lasciare una profonda
impressione di speranza e di rispetto negli animi degli spettatori.
L'Imperatore stesso, a piedi, con una lancia in mano, conduceva la
solenne processione, e dirigeva la linea che si tirava per limite della
nuova capitale, fintanto che s'incominciò ad osservare con istupore
dagli astanti la gran circonferenza di essa, ed essendosi alcuni di loro
finalmente avventurati ad avvertirlo, che aveva già oltrepassato il più
vasto circuito di una gran città, «Io proseguirò sempre avanti (replicò
Costantino ) fintanto che -Egli-, l'invisibil guida, che cammina avanti
di me, non crederà a proposito di fermarsi»[215]. Senza presumere
d'investigar la natura o i motivi di questo condottiero straordinario,
ci contenteremo della più umil cura di descrivere l'estensione ed i
limiti di Costantinopoli[216].
Nello stato in cui presentemente si trova la città, il palazzo ed i
giardini del Serraglio occupano il promontorio di levante, ch'è il primo
de' sette colli; e contengono circa cento cinquanta acri della nostra
misura[217]. Si è costruita su' fondamenti d'una Repubblica Greca la
sede della gelosia e del dispotismo Turco, ma è da supporsi che i
Bizantini fosser tentati, dalla comodità del porto, ad estendere le loro
abitazioni da quella parte oltre i moderni confini del Serraglio. Le
nuove mura di Costantino s'estesero dal porto fino alla Propontide,
attraverso la maggior larghezza del triangolo, alla distanza di quindici
stadi dalle antiche fortificazioni; ed inclusero nel loro recinto,
insieme con la città di Bizanzio, cinque de' sette colli, che agli occhi
di quelli che s'avvicinano a Costantinopoli, par che in bell'ordine
s'innalzino l'uno sopra dell'altro[218]. Circa un secolo dopo la morte
del fondatore, le nuove fabbriche, slargandosi da un lato sul porto e
dall'altro lungo la Propontide, già occupavano l'angusta cima del sesto
e l'ampia sommità del settimo colle. La necessità di proteggere que'
sobborghi dalle continue incursioni de' Barbari, impegnò Teodosio il
Giovane a circondare la sua capitale con un conveniente e durevol
recinto di mura[219]. La maggior larghezza di Costantinopoli, dal
promontorio orientale alla porta d'oro, era di circa tre miglia
Romane[220]. La circonferenza comprendeva fra le dieci e le undici
miglia; e può considerarsene l'area come uguale a circa duemila acri
Inglesi. Egli è impossibile di giustificare le credule e vane
esagerazioni de' viaggiatori moderni, che alle volte hanno esteso i
confini di Costantinopoli ai circonvicini villaggi della costa d'Europa
ed anche dell'Asia[221]. Ma i sobborghi di Pera e di Galata, quantunque
situati fuori del porto, possono meritar di considerarsi come una parte
della città[222]; e tal aggiunta può forse autorizzar la misura d'un
Istorico Bizantino, che assegna per circonferenza della sua patria
sedici miglia Greche (corrispondenti a circa quattordici delle
Romane)[223]. Sembra che tal estensione non fosse indegna d'una sede
Imperiale. Pure Costantinopoli dovè cedere in grandezza a Babilonia ed a
Tebe[224], all'antica Roma, a Londra, ed anche a Parigi[225].
Il dominatore del mondo Romano, che aspirava ad erigere un eterno
monumento delle glorie del proprio regno, poteva impiegare, nell'eseguir
quella grand'opera, le ricchezze, il travaglio, e tutto il gusto, che in
quel tempo restava, di tanti milioni di sudditi. Si può formar qualche
idea della spesa, che impiegò nella fabbrica di Costantinopoli la
liberalità Imperiale, dell'essersi accordati circa due milioni e
cinquecentomila lire per la costruzione delle mura, de' portici e degli
acquedotti[226]. Le selve, che adombravano i lidi del Ponto Eussino e le
famose cave di marmo bianco della piccola isola di Proconneso,
somministrarono una inesauribile quantità di materiali, facili ad esser
trasportati per la comodità di un breve tragitto al porto di
Bizanzio[227]. Da un gran numero di lavoranti e di artefici con
travaglio continuo si faceva ogni sforzo per condurre a termine l'opera;
ma l'impaziente Costantino ben presto conobbe, che nella decadenza delle
arti la perizia ed il numero degli architetti, che aveva, eran troppo
sproporzionati alla grandezza dei suoi disegni. Fu dunque ordinato a'
Magistrati delle più distanti province di erigere scuole, di stabilire
professori, e d'impegnare, colla speranza de' premj e de' privilegi,
allo studio ed alla pratica dell'architettura un numero sufficiente di
giovani d'ingegno, educati liberalmente[228]. Le fabbriche della nuova
città furono eseguite da quegli artefici, che potea dare il regno di
Costantino; ma furono però decorate dalle opere dei più celebri maestri
del tempo di Pericle e di Alessandro. Il poter far rivivere il genio di
Fidia e di Lisippo sorpassava in vero la forza d'un Imperator Romano; ma
le immortali produzioni, ch'essi lasciate avevano alla posterità, furono
senza difesa esposte alla rapace vanità di un despota. Per ordine di
esso le città della Grecia e dell'Asia spogliate vennero de' più
pregevoli loro ornamenti[229]. I trofei di memorabili guerre, gli
oggetti di religiosa venerazione, le statue più perfette degli Dei e
degli Eroi, dei Sapienti e dei Poeti dell'Antichità contribuirono allo
splendido trionfo di Costantinopoli, e dieder luogo a quella riflessione
dell'Istorico Cedreno[230], il quale osserva con qualche entusiasmo, che
niente altro pareva mancare, salvo gli animi degli uomini illustri, che
da quegli ammirabili monumenti venivano rappresentati. Ma non è già
nella città di Costantino, e nel decadente periodo d'un Impero, allorchè
la mente umana trovavasi oppressa dalla schiavitù così civile, come
religiosa, che cercarsi dovevano le anime d'un Omero e d'un Demostene.
Nel tempo dell'assedio di Bizanzio aveva il conquistatore piantato la
propria tenda sulla dominante eminenza del secondo colle. Per eternare
pertanto la memoria del suo buon successo, destinò per il Foro
principale[231] quel medesimo vantaggioso luogo, che sembra essere stato
di figura circolare o piuttosto elittica. Due archi trionfali ne
formavano gli opposti due ingressi; i portici, che lo circondavano da
ogni parte, erano pieni di statue; e nel centro del Foro s'alzava una
sublime colonna, un mutilato frammento del quale indica ora la sua
degradazione col nome di -Colonna bruciata-. Questa colonna posava sopra
un piedistallo di marmo bianco, alto venti piedi, ed era composta di
dieci pezzi di porfido, ciascuno de' quali aveva l'altezza di circa
dieci piedi, e la circonferenza di circa trenta tre[232]. Nella sommità
della colonna, alla distanza di sopra 120 piedi da terra, fu collocata
una statua colossale d'Apollo. Essa era di bronzo, ed era stata
trasportata o da Atene o da qualche città della Frigia, supponendosi che
fosse opera di Fidia. L'Artefice avea rappresentato il Dio del giorno, o
come fu interpretato dipoi, l'Imperator Costantino medesimo con uno
scettro nella destra, col globo del mondo nella sinistra, e con una
corona di raggi lucenti sul capo[233]. Il Circo, o l'Ippodromo era una
magnifica fabbrica, lunga circa quattrocento passi, e larga cento[234].
Lo spazio fra le due -mete- o guglie era pieno di statue e di obelischi;
e possiamo ancora osservare un frammento molto singolare d'antichità,
vale a dire i corpi di tre serpenti avviticchiati ad una colonna di
rame. I loro tre capi una volta servivano a sostenere il tripode d'oro,
che i Greci vittoriosi dopo la disfatta di Serse consacrarono nel tempio
di Delfo[235]. La bellezza dell'Ippodromo è stata dopo lungo tempo
sfigurata dalle rozze mani de' conquistatori Turchi; ma tuttavia
ritenendo il nome d'-Atmeidan-, che indica presso a poco l'istesso,
serve di luogo d'esercizio pei loro cavalli. Dal trono, donde
l'Imperatore godeva i giuochi circensi, per una scala a chiocciola[236]
scendeva esso nel palazzo, ch'era un edificio magnifico, il quale appena
cedeva alla residenza dell'istessa Roma, ed insieme con i cortili,
giardini o portici adiacenti occupava una considerabil estension di
terreno su' lidi della Propontide fra l'Ippodromo e la Chiesa di S.
Sofia[237]. Dovremmo in simil guisa far menzione dei bagni, che
seguitarono a ritenere il nome di Zeusippo, dopo che dalla munificenza
di Costantino arricchiti furono d'alte colonne di varj marmi, e di sopra
sessanta statue di bronzo[238]. Ma devieremmo dal proposito di
quest'istoria, se volessimo descriver minutamente le diverse fabbriche e
quartieri della città. Servirà in generale avvertire, che nelle mura di
Costantinopoli fu compreso tutto ciò che adornar poteva la dignità di
una gran capitale, o contribuire all'utile o al piacere de' numerosi di
lei abitanti. In una particolar descrizione di essa, composta circa
cent'anni dopo la sua fondazione, si trovano un campidoglio o scuola di
studi, un circo, due teatri, otto bagni pubblici e cento cinquanta tre
privati, cinquanta due portici, cinque granai, otto acquedotti o
conserve d'acqua, quattro spaziose sale per le adunanze del Senato, o
de' Tribunali di giustizia, quattordici chiese, quattordici palazzi, e
quattromila trecento ottantotto case, che per la loro struttura e
bellezza meritavano d'esser distinte dalla moltitudine delle abitazioni
plebee[239].
Il secondo, e più serio oggetto dell'attenzione del fondatore fu la
popolazione della sua favorita città. Ne' secoli tenebrosi, che
successero alla traslazion dell'Impero, furono stranamente confuse fra
loro le remote colle immediate conseguenze di quel memorabile
avvenimento dalla vanità de' Greci e dalla credulità de' Latini[240]. Fu
asserito e creduto, che tutte le famiglie nobili di Roma, il Senato,
l'Ordine equestre con tutti i loro innumerabili dipendenti avean
seguitato l'Imperatore alle spiagge della Propontide; che fu lasciata
una razza spuria di stranieri e di plebei a posseder la solitudine della
vecchia capitale; e che le terre d'Italia, che da gran tempo eran
divenute giardini, restaron tutto ad un tratto spogliate di coltivatori
e di abitanti[241]. Nel corso di quest'istoria tali esagerazioni si
ridurranno al giusto loro valore; pure, siccome l'accrescimento di
Costantinopoli non può attribuirsi al generale aumento dell'uman genere
o della industria, conviene ammettere, che questa colonia artificiale
s'innalzò a spese delle antiche città dell'Impero. Furono probabilmente
invitati da Costantino molti opulenti Senatori di Roma e delle Province
Orientali ad abbracciare per patria quella fortunata regione, che egli
avea scelta per sua residenza. Gl'inviti d'un Principe difficilmente si
posson distinguere da' comandi; e la liberalità dell'Imperatore
facilmente e di buona voglia fu secondata. Egli donò a' suoi favoriti i
palazzi, che avea fabbricati ne' diversi quartieri della città, assegnò
loro, per sostenere il proprio decoro, varie terre e pensioni[242], ed
alienò i fondi pubblici del Ponto e dell'Asia per concedere in vece
stati ereditari, colla facile condizione di mantenere una casa nella
capitale[243]. Ma ben presto tali obbligazioni ed incoraggiamenti
divenner superflui, e furono a grado a grado aboliti. Dovunque si
stabilisce la sede del Governo, ivi si spende una parte considerabile
delle pubbliche rendite dal Principe stesso, da' suoi Ministri, dagli
Offiziali di giustizia e da' Cortigiani. Vi sono attratti i provinciali
più ricchi dai potenti motivi dell'interesse e del dovere, del
divertimento e della curiosità. Si forma insensibilmente una terza
classe anche più numerosa di abitatori da' servi, dagli artefici, e da'
mercanti, che ritraggono la sussistenza dal proprio lavoro, e da'
bisogni o dal lusso delle classi più elevate. In meno d'un secolo
Costantinopoli contendeva coll'istessa Roma intorno alla superiorità
delle ricchezze e della popolazione. Nuovi edifizi, ammucchiati insieme
con poco riguardo alla salute o alla decenza, lasciavano appena lo
spazio di anguste strade per la perpetua folla di uomini, di cavalli e
di carriaggi. Il terreno, in principio destinato per la città, non era
più sufficiente a contenere il popolo che sempre cresceva, e le sole
fabbriche aggiuntevi, che si avanzavano dall'una e dall'altra parte nel
mare, potevan formare una città molto considerabile[244].
Le frequenti e regolari distribuzioni di vino e di olio, di grano o di
pane, di danaro o di provvisioni avevano quasi liberato i cittadini più
poveri di Roma dalla necessità di lavorare. Il fondator di
Costantinopoli volle in qualche maniera imitar la magnificenza de' primi
Cesari[245]; ma per quanto la sua liberalità eccitasse l'applauso del
popolo, essa è incorsa nella censura de' posteri. Un popolo di
legislatori e di conquistatori avea ben diritto alle raccolte
dell'Affrica, la quale si era conquistata col di lui sangue; ed Augusto
immaginò con grand'arte, che i Romani, godendo dell'abbondanza, perduta
avrebbero la memoria della libertà. Ma non può scusarsi la prodigalità
di Costantino per alcuna considerazione nè di pubblico, nè di privato
vantaggio; e l'annuale tributo di grano, imposto sopra l'Egitto in pro
della nuova sua capitale, impiegavasi a nutrire una pigra ed insolente
plebaglia a spese degli agricoltori d'un'industriosa Provincia[246]. Vi
sono alcuni altri regolamenti di quest'Imperatore meno biasimevoli, ma
che non meritano che se ne faccia menzione. Esso divise Costantinopoli
in quattordici rioni, o quartieri[247], decorò col nome di Senato il
Consiglio pubblico[248], comunicò i privilegi d'Italia a'
cittadini[249], e diede alla nascente città il titolo di Colonia, e di
prima e più favorita figlia dell'antica Roma. La venerabile madre
mantenne sempre la legittima e riconosciuta superiorità, che dovevasi
all'età, alla dignità ed alla memoria della sua prima grandezza[250].
Costantino faceva proseguir l'opera con l'impazienza di un amante; onde
in pochi anni, o come altri racconta, in pochi mesi[251] fur terminate
le mura, i portici ed i principali edifizi; ma tale straordinaria
diligenza ecciterà meno la maraviglia, se rifletteremo che molte
fabbriche furono finite così precipitosamente e con tali mancanze, che
al tempo del successore si dovettero con difficoltà preservare
dall'imminente ruina[252]. Si possono facilmente supporre i giuochi e le
largità, che decorarono la pompa di questa memorabile festa; ma v'è una
circostanza più singolare e permanente, che non deve interamente
omettersi. Ogni anno, nel giorno natalizio della città, si collocava
sopra un carro trionfale la statua di Costantino formata per suo ordine
di legno dorato, che teneva nella destra una piccola immagine del Genio
del luogo. Le guardie, vestite de' loro più ricchi abiti e portando in
mano dei bianchi ceri, accompagnavano la solenne processione, che girava
per l'Ippodromo. Quando era giunta dirimpetto al trono dell'Imperatore
regnante, questi si alzava, e con grata riverenza adorava la memoria del
suo predecessore[253]. Nella solennità della dedicazione per mezzo d'un
editto inciso in una colonna di marmo, si diede alla città di Costantino
il titolo di -Seconda- o di -Nuova Roma-[254]. Ma il nome di
Costantinopoli[255] prevalse a quell'onorevole epiteto: e dopo il corso
di quattordici secoli tuttavia continua la fama dell'autore di
essa[256].
La fondazione di una nuova capitale è naturalmente connessa con lo
stabilimento di una nuova forma di amministrazione sì civile che
militare. Un distinto esame del complicato sistema di politica
introdotto da Diocleziano, migliorato da Costantino, e perfezionato
dagl'immediati di lui successori, può non solo dilettare la fantasia con
la singolar pittura d'un grande Impero, ma servirà eziandio ad
illustrare le segrete ed interne cause della rapida sua decadenza. Nella
considerazione di altri rilevanti stabilimenti, possiamo essere spesso
condotti a' più antichi o a' più moderni tempi della storia Romana; ma i
limiti propri della presente ricerca saran compresi dentro il periodo di
circa centotrent'anni, cioè dall'avvenimento al trono di Costantino,
sino alla pubblicazione del -Codice Teodosiano-[257]; dal quale,
ugualmente che dalla -Notizia dell'Oriente e dell'Occidente-[258],
trarremo le più copiose ed autentiche istruzioni dello stato
dell'Impero. Questa varietà d'oggetti sospenderà per qualche tempo il
corso della narrazione: ma tal interrompimento sarà criticato soltanto
da que' lettori, che non sentono la importanza delle leggi e de'
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