-Cristiani- convenghiamo con lui. L'-aver essi abbandonato il culto
nazionale-, ed il farlo abbandonare da altri, era la vera cagione della
persecuzione. Forse i Romani erano disposti a soffrire ogni culto,
purchè non ve ne fosse uno che pretendesse di escludere gli altri, e di
distruggere quello dell'Impero. Il Cristianesimo voleva essere solo,
riprovava com'empi tutti i culti della terra, e faceva ogni sforzo per
far entrar tutto il mondo nella sua comunione; e perciò tutto il mondo
si voltò contro di esso.
Come lo -zelo esclusivo ed intollerante- de' Cristiani, ch'era la
cagione naturale della persecuzione, poteva essere cagione naturale de'
loro progressi, si è nel precedente capo veduto: qui dobbiamo cercare,
se questa prima cagione di persecuzione rimuova da' persecutori la
taccia d'ingiustizia, come s'ingegna di fare l'Autore.
Egli mette in contrasto queste due massime: -ogni uomo ha diritto di
disporre della sua coscienza e del suo giudizio particolare: e non si
deve esitare a conformarsi al culto nazionale, come ai costumi, agli
abbigliamenti, ed alla lingua della patria-. Riferisce che -i Cristiani
riclamavano i diritti inalienabili della coscienza; ma soggiunge, che i
loro argomenti erano dispregiati da' filosofi, cui pareva un delitto
enorme ed irremissibile l'abbandonare il culto della nazione-.
Obblighiamolo a scegliere. S'egli riconosce per giusta la prima massima,
uopo è, che si unisca con tutti i Cristiani a detestare l'ingiustizia
dei loro antichi persecutori. S'egli vuol fare l'apologia di questi,
bisogna che mostri con buone ragioni che sia equa la massima, che fa
recitar da filosofi, come da interlocutori di scena. -Non si deve
esitare?- Perchè? Ma ecco il carattere del Sig. Gibbon: asserisce e poi
tace; giacchè non pare a noi, che una similitudine insensata possa stare
invece di prova: i -costumi, l'abbigliamento, la lingua- sono cose
indifferenti: che ogni culto religioso debba guardarsi colla stessa
indifferenza, ha bisogno di prova, e prove l'Autore non ne suol dare.
L'uomo per la verità e per la salute non può essere indifferente, come
circa il modo di parlare e di vestirsi: noi non crediamo, che alcun uomo
ragionevole possa mettere in dubbio la verità di questa massima
contraria a quella de' pretesi filosofi.
Quando uno ha scoperta la verità e la strada della salute, ha diritto di
fare tutto ciò ch'è necessario a conseguirla, e di astenersi da tutto
ciò che nuoce al suo fine. Questa seconda massima è dotata della stessa
evidenza.
Il diritto, ch'è in uno di fare o di non fare una cosa, induce agli
altri obbligazione di non molestarlo. Questo è un assioma di gius
naturale.
Ora supponiamo, che il sistema vero, il sistema che unicamente conduca
alla salute, sia il Cristianesimo. La contraddizione, che vi ha tra'
dogmi, la morale ed il culto dell'Idolatria, e tra il culto, la morale
ed i dogmi del Cristianesimo, e così sensibile, che ci dispensa
dall'ulteriormente spiegarlo. In una parola, il Cristianesimo, che
supponiamo vero, condanna ogni altro culto, come dannoso alla salute.
In qualunque paese uno si trovi s'egli si persuade della verità del
Cristianesimo, non può guardarlo con indifferenza; chi ha diritto di
fare quanto esso gli prescrive, e di astenersi da tutto ciò, ch'esso gli
proibisce; e gli altri hanno l'obbligazione di non molestarlo; poichè
queste tre massime hanno una necessaria connessione fra di loro.
Resta un sol punto a decidersi. A chi propriamente appartiene il
giudicare della verità o della falsità di una Religione? O alla nazione
o ai privati. Non alla nazione; poichè essendo il fine della società
civile il ben essere temporale di quelli, che si unirono in corpo sotto
una certa forma di governo, l'autorità pubblica non si stende sulle
azioni interne che non hanno rapporto alla società; si stende certamente
sulla professione esterna della Religione, non già per esaminare se sia
vera o falsa; poichè ciò non conduce al fine della società; ma per
vedere se la tale professione esterna giovi o nuoca alla sicurezza ed
alla prosperità dello Stato. Il giudizio della verità o della falsità
della Religione appartiene ad ogni privato; poichè ognuno in privato è
interessato nel fine ch'ella propone. Ed in effetto o si consideri la
Religione naturale, e Iddio parlava a ciascuno in privato, per l'organo
della Religione; o si tratti della rivelata, e Iddio non la propose al
Sinedrio di Gerusalemme ed al Senato di Roma, perchè essi obbligassero i
sudditi a riceverla, ma la promulgò pubblicamente e promiscuamente a
tutti.
Diamo pertanto il suo a ciascuno. Ogni suddito dell'Impero Romano aveva
diritto di giudicare, se la rivelazione Cristiana era la vera; e quando
si persuadeva di doverla abbracciare, nè alcuno in particolare, nè la
nazione in corpo aveva diritto di molestarlo, unicamente per questo, di
sorte che le leggi proibitive degl'Imperatori per questo riguardo erano
ingiuste, contrarie manifestamente ai principj del gius naturale.
Ma apparteneva alla potestà pubblica l'esaminare, se la Religione
Cristiana era utile o nociva allo Stato nella sua esterna professione. E
questo esame poteva farsi a -priori-, come suol dirsi ed a -posteriori-.
L'esame a -posteriori- sarebbe stato il più breve. È certo, che il
Cristianesimo è rivelato da Dio? Dunque non può nuocere alla società
civile, perchè Iddio non vuole il detrimento della società civile.
L'esame a -priori- esigeva, che si facesse un confronto de' dogmi e
della morale Cristiana co' principj, su i quali è fondato il ben
pubblico. Se i Pagani lo avessero fatto, avrebbero veduto, che il
Cristianesimo lungi dal distruggere i fondamenti del ben essere civile,
li fortifica e li perfeziona, come noi lo abbiamo brevemente accennato
nel capo precedente; e così invece di perseguitarlo dovevano fare sul
principio quello che fece Costantino dopo l'esperienza di tre secoli.
Ma quello, che rende più detestabile la loro condotta, si è che non
esaminarono, ma sparsero il sangue di tanti sudditi innocenti per puri
sospetti, per semplice gelosia di Stato, per l'orribile costume che ha
il dispotismo d'incrudelire senza poter neppure rendere ragione a se
stesso, perchè incrudelisca.
La falsa accusa di ateismo; secondo motivo della persecuzione.
RISTRETTO. -I Cristiani erano rappresentati come una società di Atei; nè
si vedeva, quale Divinità, e quale specie di culto avessero sostituito
agli Dei ed ai tempj dell'antichità. I Filosofi, che ammettevano l'unità
di Dio, erano persuasi, che i pregiudizi popolari dipendono
dall'originale disposizione della natura umana, e che un culto fatto pel
popolo, se crede di non aver bisogno de' sensi, dà nel fanatismo. Si
avvisavano che i Cristiani degradassero l'unità di Dio colle loro
chimeriche speculazioni. Sarebbe sembrato meno sorprendente, che
avessero rispettato G. C. come un sapiente, come un savio, che adoratolo
come un Dio. I Politeisti erano disposti dalle leggende di Bacco,
d'Ercole e di Esculapio a veder comparire il Figliuolo di Dio sotto
forma umana; ma si maravigliavano, che i Cristiani abbandonati
gl'inventori delle arti e delle leggi e i domatori de' mostri e de'
tiranni, scegliessero per oggetto esclusivo del loro culto un oscuro
maestro che di fresco, e presso un popolo barbaro era stato vittima
della malizia o della gelosia; rigettavano l'immortalità offerta da
Cristo e la sua risurrezione, e desideravano la sua nascita equivoca, la
sua vita e la sua morte ignominiosa.-
RISPOSTA. L'accusa, che nel titolo si annuncia d'-ateismo-, realmente
era di -fanatismo, di superstizione-. I Gentili rimproverati da'
Cristiani di adorare Dei di pietra e di legno, invece di rivolgersi al
Creatore dell'universo, come potevano attaccarli di -ateismo-? Sapevano
bene, che -agli Dei della favolosa antichità- avevano sostituito G. C.
Figliuolo di Dio; e che -al culto di Roma- avevano surrogato un altro
culto secretamente celebrato: sicchè realmente gli accusavano di
-superstizione-, non d'ateismo.
L'una e l'altro possono avere riguardo al ben essere dello Stato; e vi
ha chi ha trattato problematicamente, se nuoca più alla società la
superstizione, che l'ateismo.
Secondo i principj poc'anzi stabiliti, i Romani per non incorrere la
taccia d'ingiusti, dovevano, sprezzando le voci ed i numeri volgari, far
un serio esame della dottrina Cristiana, per decidere se intesa nel suo
giusto senso, si opponesse o no al bene dello Stato.
Noi ci lagniamo d'aver essi negletto un dovere tanto essenziale: ci
lagniamo anzi, che imperversando nell'odio chiusero l'orecchie alle vive
proteste de' Cristiani, e si risero delle ardenti Apologie, nelle quali
questi esponevano chiaramente la loro credenza sulla natura della
Divinità e sull'innocenza del loro culto religioso.
Ma l'Autore per lo più deviante dal vero segno, non introduce i Gentili
a dimostrare, che il culto era di nocumento allo Stato; ciò che sarebbe
stato a proposito per la loro giustificazione; ma si vale della loro
maschera semplicemente a risvegliare un filosofico disprezzo degli
augusti misteri, che formano l'oggetto della nostra credenza,
trattandoli di -speculazioni chimeriche- inventate a -degradare l'unità
di Dio-. Il qual esame esce da' limiti della presente questione; e fuori
dalle ingiurie, nulla altro si trova da confutare.
Abbiamo veduto che i Cristiani stessi confessano essere i -misteri
superiori alla religione-, e ch'eglino li credono obbligati dalle prove
generali, che dimostrano la verità della Rivelazione. Laonde per
conchiudere logicamente contro i -misteri- fa d'uopo esaminare le prove
della Rivelazione. E gli antichi Politeisti più di noi prossimi ai
fatti, e circondati da una luce pressochè perenne, proveniente da'
frequenti miracoli che si operavano; dall'eminenza delle virtù, che
facevano campeggiare i Cristiani di ogni sesso, di ogni condizione e di
ogni paese; e dal coraggio, col quale incontravano la morte, potevano
più facilmente convincersi dell'origine divina del Cristianesimo.
-I filosofi, che ammettevano l'unità di Dio, si persuadevano assai male-
che i -pregiudizi popolari dipendessero dalla disposizione originale
dell'umana natura-, per concludere insensatamente, che non si dee far
conto della -differenza dell'opinioni e de' culti-. La disposizione
costante ed essenziale dell'-umana natura- è di avere una ragione, per
iscuoprire la verità ed amarla, e per iscuoprire tutti i falsi
pregiudizi, e detestarli e correggerli.
Ma i filosofi dell'Autore insegnano ottimamente, che -un culto fatto pel
popolo, se crede di non aver bisogno dei sensi, dà nel fanatismo-.
Questa lezione non dee farsi ai Cristiani, che hanno avuto sempre un
culto sensibile, e che nella sua parte essenziale fu istituito da Dio
medesimo; ma ai moderni Deisti, i quali escludono ogni pratica esterna.
Non possiamo però approvare, che questi filosofi ristringano la
necessità del culto esterno alla sola contemplazione del -popolo-,
poichè non si trova sistema di gius naturale, in cui parlandosi degli
uffizi a Dio dovuti, non si stabilisca in termini generali
l'obbligazione del culto esterno.
-Ai filosofi sarebbe sembrato meno sorprendente che avessero rispettato
G. C. come un sapiente, che adoratolo come un Dio.- Ma le profezie ed i
miracoli ci obbligano a riconoscerlo come Dio; e colla loro evidenza
rendono ragionevole quest'ossequio.
-Le leggende di Ercole, di Bacco, di Esculapio avevano assuefatti i
Politeisti a veder comparire gli Dei sotto umana forma-: ma nessuno era
disposto a riconoscere tre persone in una sola natura, e la natura umana
unita colla divina in una sola di esse tre persone. Questo mistero fu
rivelato dal Cristianesimo, e fu creduto per le prove della Rivelazione,
non perchè i Politeisti fossero disposti a idee così remote dalle loro.
-L'essere inventori delle arti e delle scienze e domatori de' mostri e
de' tiranni- è un carattere che rende gli uomini degni della stima de'
loro simili; ma d'un uomo, per quanto sia grande, non può farsene un
Dio; e questa fu la stupida superstizione dei Politeisti: furono
convinti co' loro stessi Autori di dar gli onori Divini a soggetti,
ch'erano stati puri uomini, ed uomini, i cui vizi e le cui stravaganti
vicende oscuravano la luce delle poche opere giovevoli, che attribuì
loro la Mitologia. In Gesù Cristo noi non adoriamo un uomo Deificato, ma
un Dio unito all'umana natura; e nelle cui azioni traluceva così
chiaramente la Divinità, che ne restò pure atterrito chi condannollo
alla morte.
La -nascita di Gesù da una vergine e la sua risurrezione- si mettevano
dagl'Infedeli in -derisione-; e frattanto gl'Infedeli si convertivano in
folla: quanto dovevano essere chiare le prove, che facevano ricevere
idee così lontane dal naturale.
E queste prove, alle quali l'Autore non ha potuto togliere un grado di
forza, dimostrano contro di lui, e dimostravano ai filosofi ed
agl'Idolatri dell'antichità, che il Cristianesimo è il sistema della
verità, non un'invenzione della superstizione.
Le assemblee Cristiane; terzo motivo di persecuzione.
RISTRETTO. -La politica Romana risguardava con gelosia e diffidenza
qualunque società particolare, che si formava nello Stato: e le
Cristiane assemblee parevano meno innocenti e più pericolose di ogni
altra. Gl'Imperatori volevano in esse punire lo spirito d'indipendenza,
e temevano, che le predizioni d'imminente calamità inspirassero
l'apprensione di qualche pericolo, che provenir potesse dalla nuova
setta, che era tanto più sospetta, quanto più oscura.-
RISPOSTA. Questo è il ritratto del dispotismo, che invece di
giustificare fa fremere di sdegno chiunque conosce i diritti originali
dell'umanità. Una politica che -prende gelosia di qualunque società
particolare, che si formi nello Stato-, senza informarsi dell'istituto
che professa, dell'oggetto a cui tende, degli esercizi in che si occupa,
sarà sempre, come sempre è stata, la politica de' Tiranni.
Le -Cristiane assemblee parevano meno innocenti, e più pericolose d'ogni
altra?- Dunque se ne doveva prendere esatta cognizione. Potevasi negar
fede agli Apologisti, come parte interessata. Ma Plinio fece sapere a
Traiano, com'egli aveva impiegata una diligenza particolare per venire
in chiaro di che si trattasse nelle adunanze de' Cristiani; che per sino
aveva impiegati i tormenti ad istrappar dalla bocca di due donne, che in
esse servivano da ministre, la verità, che il risultato delle sue
ricerche era stato d'averle trovate -innocenti e superstiziose-. Qual fu
la risoluzione del virtuoso Traiano? Stabilì un piano regolare di
persecuzione, per abolire un istituto che si era trovato non pure
innocente, ma virtuoso, perchè -obbligava- secondo Plinio col
-giuramento all'astinenza d'ogni reità-.
Plinio non vi trovò l'-indipendenza-, che sarebbe stata degna di esser
punita dall'Imperadore; e Tertulliano sfidò i Gentili ad additare un
solo Cristiano, che fosse caduto in sospetto d'essere entrato a parte di
qualche cospirazione. Non si sono mai dolsuti i Magistrati di aver
trovati i Cristiani refrattari alle leggi ed alla sommissione dovuta al
loro grado. Tutta l'-indipendenza- era ristretta alla libertà della
coscienza, che niuna potenza umana ha diritto di costringere.
Le -calamità erano predette- imprudentemente da' -Montanisti-; ma i
Pagani, che si credevano insultati, si vendicavano sopra tutti i
Cristiani per isdegno, non perchè temessero, che i perseguitati
potessero giungere ad acquistar la forza di avverare le loro predizioni.
Questo maligno pensamento dell'Autore non si trova rinfacciato da alcuno
agli antichi Cristiani.
I Costumi de' Cristiani calunniati; quarto motivo di
persecuzione.
RISTRETTO. -Le cautele, colle quali i Cristiani celebravano gli uffizi
di Religione, davano occasione ai Gentili di credere ch'eglino
uccidessero bambini nati di fresco tutti coperti di farina, e che se ne
cibassero, e che poi stinti i lumi avessero incestuosi commerci fra
loro.-
RISPOSTA. L'accusa di -cibarsi delle carni d'un bambino coperto di
farina- aveva un fondamento vero: i Cristiani celebrando il mistero
dell'Eucaristia, ch'era la parte essenziale del loro culto, sotto le
specie di pane mangiavano il vero corpo di G. C., e terminata la
funzione si congedavano con darsi il bacio di pace, ch'era il fondamento
de' pretesi incesti.
Quanto più atroci erano queste calunnie, tanto più cautamente doveva
procedere il Governo; e la più superficiale ricerca gli avrebbe fatto
scuoprire il vero. Non sarà un'eterna infamia per gl'Imperatori Romani
aver uccisi tant'innocenti sopra un equivoco così grossolano?
L'attaccamento all'Idolatria; ultimo motivo di persecuzione
taciuto dall'Autore.
Egli è strano che l'Autore abbia passato sotto silenzio la principal
cagione delle persecuzioni, posta la quale, tutte le altre si spiegano,
e tolta la quale nessuna dell'altre facilmente si concepisce.
Imperciocchè sia riguardo ai delitti imputati, sia circa i sospetti, che
prendevano dalle adunanze Cristiane, non è credibile che i Romani, i
quali nell'amministrazione delle leggi non passano per la più ingiusta,
o la più feroce nazione, avesser voluto spargere tanto sangue, e
privarsi di tanti sudditi, senza un forte interesse che gli stimolasse a
violare così visibilmente i principj dell'equità naturale.
L'-attaccamento alla propria Religione-, il quale doveva essere grande
per ogni riguardo di antichità, di educazione, di libertinaggio, di
gloria, faceva sì, che chiudessero volontariamente gli occhi alla luce,
e che perseguitassero nella Religione Cristiana, non una setta rea e
pericolosa allo Stato, ma una rivale, che minacciava all'idolatria la
totale distruzione del suo regno.
Questa cagione trova nella storia di que' tempi gli argomenti più chiari
a convincerne chiunque. Imperciocchè non solo vi si veggono i Sacerdoti
porre in opera ogni artifizio per opprimere i Cristiani; non solo i
Filosofi inventare nuovi sistemi a rettificar l'idolatria per non
lasciarla cadere; ma altresì vi si vede il popolo tutto acceso del più
alto fanatismo, oltrepassare i limiti prescritti dagl'imperadori allo
spirito di accusa, e rinunciando talora all'ubbidienza del proprio
Sovrano, usurparne la maestà per dissetarsi del sangue nemico.
Cercheremo le tracce della giustizia ne' -tumulti popolari-?
Non creda alcuno aver l'Autore tralasciato questo articolo per pura
inavvertenza: egli lo ha taciuto a disegno, poichè tanto -furore
religioso- come poteva conciliarsi colla -tolleranza del mondo Pagano-,
che forma l'oggetto delle sue delizie? Come avrebbe potuto dire, che -i
persecutori dal Cristianesimo non furono animati dal furioso zelo de'
divoti, ma dalla moderata politica de' legislatori-.
Dall'esame delle cagioni della persecuzione, come i persecutori possano
restare assoluti, lo abbiamo sufficientemente veduto. Seguendo ora i
passi dell'Autore, vedremo, s'egli riesca meglio nell'apologia de'
Tiranni, cogli articoli, che pretende stabilire sulla storia delle
persecuzioni. Essi sono quattro: che -passò molto tempo prima che la
Chiesa fosse perseguitata:- che gl'-Imperadori nel punire i Cristiani si
condussero con precauzione e con ripugnanza:- che -furono moderati
nell'uso delle pene:- e che -la Chiesa gustò molti intervalli di pace-.
Articolo primo. Se veramente il Cristianesimo stette molto ad
essere perseguitato.
RISTRETTO. -I Giudei erano tollerati, e la Chiesa dimorò molto tempo
coperta sotto il velo del Giudaismo. Forse gli Ebrei non tardarono ad
accorgersi, che i loro fratelli Nazarei si staccavano di più in più
dalla Sinagoga: ma era stata ad essi tolta l'amministrazione della
giustizia criminale, nè era facile d'inspirare al Magistrato Romano il
rancore del loro zelo.-
RISPOSTA. Suo intendimento è di provare, che il primo de' persecutori fu
Traiano nel secondo secolo, che per conseguenza la lunga pace, che godè
la Chiesa in tutto questo tempo, quanto fa risplendere l'-indulgenza-
del Politeismo, tanto poco ci fa maravigliare de' -progressi- che fece
la Religione.
Perchè egli taccia nell'uno e nell'altro capo con tanta ostinazione la
prima fondazione del Cristianesimo nella Palestina, ognuno lo può più di
leggieri comprendere. Che la Chiesa fu fondata nel vivo fuoco della
persecuzione; che il fondatore ed alcuni de' suoi primi discepoli furono
fatti morire da' Capi della nazione; che essa fece leggi proibitive e
rigorose contro coloro che si fossero dichiarati per Gesù Nazareno; che
in vigore di tali leggi si venne alla carcerazione di molti Fedeli; che
questi furono costretti a sottrarsi colla fuga all'insidie de' nemici, o
ad andare raminghi qua e là; che finalmente i Giudei non rivocarono mai
questi ordini, sono fatti troppo noti, per non doversi che semplicemente
citare.
Quanto ai Gentili convien distinguere due persecuzioni, l'una indiretta
e tacita, l'altra diretta ed espressa. La seconda cominciò dall'anno
decimo di Nerone, non da Traiano: e la prima fece soffrir la morte ai
Cristiani avanti ancora che fossero conosciuti sotto questo nome.
Proveremo l'uno e l'altro.
-La Chiesa stette molto tempo coperta sotto il velo del Giudaismo.- Ci
siamo altrove spiegati abbastanza su di questo proposito; ma
convenghiamo coll'Autore, che in que' primi tempi i Gentili non facevano
differenza tra Giudei venuti alla fede, e Giudei non convertiti. -I
Giudei-, prosiegue l'Autore, -erano tollerati-: la tolleranza fu loro
accordata da -Antonino Pio-; lo ha detto pur egli. Prima di questo tempo
furono perseguitati per le loro -continue ribellioni-; e l'Autore trova
sotto Domiziano alcuni, fatti morire per costumi Giudaici. Quindi
appunto perchè i Cristiani passavano per i Giudei, erano compresi nelle
loro disgrazie.
Inoltre vi erano due antichissime leggi, l'una delle quali è rammentata
da Livio, e l'altra da Cicerone; esse vietavano ogni culto straniero, e
davano la pena di morte ai malefici. Ora Svetonio, parlando de' primi
Cristiani, dice, ch'erano accusati di -maleficio-.
Terzo, Plinio a tempo di Traiano condannava a morte i Cristiani prima
che questo Imperadore stabilisse contro di essi una pratica criminale:
onde s'inferisce che gli altri Governatori seguivano pure lo stesso
costume. E siccome Plinio dichiarò di non aver trovata una regola fissa
per sua direzione, così è da dirsi, che si procedesse contro i Cristiani
non in forza di qualche legge vigente fatta a bella posta contro di
loro, ma per leggi generali, che facessero nascere perplessità
nell'animo di un Ministro, che voleva guidarsi con sicurezza. Altronde
si sa che, essendo state annullate le leggi di Nerone dal Senato e
quelle di Domiziano dal suo successore, Plinio non può alludere a
queste.
Quarto, sotto Traiano si condannarono i Cristiani -pe' clamori del
popolo-, e non apparisce, che fosse nato allora questo abuso.
Quinto, finalmente sappiamo, che Tiberio, sotto cui fu crocifisso il
Redentore del mondo, difese i Cristiani dal -rigor delle leggi-: niuno
avendo ancora potuto far leggi espresse contro i Cristiani, uopo è dire,
che si facessero valere contro di essi le leggi generali dianzi
rammentate.
Ecco adunque solidamente stabilito, che il Cristianesimo appena nato,
appena conosciuto, fu costretto a soggiacere sotto il flagello d'una
persecuzione tacita ed indiretta, onde l'Autore non possa tanto lodare
l'-indulgenza del Politeismo-, e non ci rappresenti la -Chiesa giunta a
sufficiente robustezza, prima che la persecuzione la prendesse a
combattere-.
La persecuzione espressa e diretta cominciò da Nerone; sue furono le
prime leggi, quelle di Domiziano le seconde. Ma l'Autore facendosi bello
di alcune riflessioni, che si trovano nella Storia universale del Signor
di Voltaire, vuol che si tolgano questi due Imperadori dal numero de'
persecutori. Ecco come parla del primo.
RISTRETTO. -Abbiamo da Tacito, che Nerone imputando ai Cristiani
l'incendio di Roma, attribuito generalmente a lui, ne fece morire una
moltitudine con crudeli tormenti. Ma 1. non si può mettere in dubbio la
verità del fatto, e la genuità del testo di Tacito: 2. egli non potè
essere informato di questo fatto se non dalla conversazione o dalla
lettura: 3. non potè parlarne se non sessant'anni dopo, quando cioè era
forzato ad adottare le relazioni de' contemporanei riguardo ai
Cristiani, e parlarne non tanto secondo le cognizioni o i pregiudizi
dell'età di Nerone, quanto secondo quelli d'Adriano: 4. Tacito lascia
spesso le circostanze intermedie che dee supplirvi il lettore. Può dirsi
pertanto che Nerone fosse disposto ad imputar l'incendio di Roma
piuttosto ai Giudei che agli oscuri Cristiani; e che quelli profittando
della protezione di Poppea e di un Giudeo Commediante sostituissero per
vittima i Galilei, setta di recente nata fra loro, e che avendo avuto lo
stesso nome i seguaci di Cristo denominati Cristiani all'età d'Adriano,
si credesse per equivoco accaduta ai Cristiani la disgrazia de' Galilei,
e che Tacito avesse commesso lo sbaglio medesimo. Ma comunque ciò sia,
questa crudeltà riguardò l'accusa dell'incendio, non de' dogmi de'
Cristiani, e non uscì dal recinto di Roma; ed i Principi seguenti
risparmiavano una setta oppressa da un Tiranno.-
RISPOSTA. Le quattro osservazioni sopra Tacito sono ammirabili. La
prima, ch'è sulla -genuità del passo-, non è a proposito. Nella quarta,
pretendendosi che Tacito -fosse caduto in un equivoco di nomi-, si
vorrebbe che il lettore lo rischiarasse, con -supplire le circostanze
intermedie ch'egli suol tralasciare-. Nella seconda Tacito, per
informarsi di un avvenimento accaduto nella sua fanciullezza, doveva
ricorrere alla -relazione, o agli scritti-. Se non che viene la terza ad
annunciarci, che -parlando egli di questo fatto sessanta anni dopo-,
cioè sotto Adriano, -dovè adottare l'idee di questo tempo, non del tempo
di Nerone-. Il Signor di Voltaire non cumulò tanti spropositi.
O Tacito consultò memorie scritte, o le relazioni de' viventi. In un
periodo di sessant'anni le memorie scritte non potevano essere, che o
prossime al fatto o contemporanee; e ne' pubblici registri dovevano
trovarsi i nomi, la condizione e l'istituto de' giustiziati; di sorte
che a questi caratteri Tacito, il quale si mostra informato dell'origine
de' Cristiani, non poteva equivocare in forza del nome: anzi avrebbe
potuto correggere l'opinione del suo tempo se l'avesse trovata erronea.
Se consultò le relazioni de' viventi, naturalmente dovè ricorrere a' più
vecchi come a' più vicini al fatto; e benchè la di lui storia si
supponga scritta -sessant'anni dopo-, pure non potè egli raccoglier la
materia, e stenderla in breve spazio di tempo: di maniera che ci
avvicineremo tanto ai contemporanei, che non si comprenderà più la
possibilità dell'equivoco. Tacito era -fanciullo- allorchè Nerone
commise quell'eccesso; nell'età avanzata non dovè informarsi da persone,
che allora erano molto maggiori di lui?
Che Nerone potè essere disposto ad -imputare il suo delitto ai Giudei-,
è un semplice -può essere-. Che i Giudei potessero sottrarsi a questa
procella -per la protezione di Poppea-, è un altro -può essere-. Che
sostituissero in loro vece i Galilei o sia i seguaci di Giuda Gaulonia,
è un -può essere- inverisimile: poichè odiando eglino molto più che
questi i Cristiani, avrebbero fatto piombar il fulmine piuttosto sopra i
Cristiani, che sopra una loro setta.
Consultiamo -congetture- più plausibili. È certo, che i Cristiani hanno
sempre creduto che Nerone incrudelisse contro di loro; e che nella loro
tradizione non vi poteva essere equivoco; mentre dovevano dagli amici,
da' parenti, da' Sacerdoti essere pienamente informati di tutte le
circostanze. Se le vittime sventurate della crudeltà del Tiranno non
fossero state del loro istituto, trattandosi di comparire rei o almeno
capaci di un delitto così odioso, non dovevano opporsi all'opinione, che
si finge invalsa a tempo di Adriano, per lavarsi dall'infamia, e per non
autorizzare gli altri Principi coll'esempio di Nerone?
Nell'affar dall'incendio non fu perseguitata direttamente la -fede de'
dogmi-; ma i Cristiani non soffrirono quel barbaro trattamento se non
perchè professavano una Religione, accusata dall'odio del genere umano,
e capace d'incendiare la capitale dell'Impero.
Ma riguardo alla Religione stessa, Tertulliano dice, che Traiano
-annullò leggi contrarie a' Cristiani-: e prima di questo Principe le
rammentate leggi non possono ascriversi che a Domiziano ed a Nerone.
Lattanzio pure scrive, che -Nerone si accinse a rovinare il tempio
celeste-. Da ultimo S. Pietro e S. Paolo conseguirono la palma del
martirio sotto questo Principe, ma non nell'occasione dell'incendio di
Roma. Se ciò è vero, la persecuzione dovè essere generale.
Tolto questo mostro dal mondo, il Senato ne annullò gli atti, e i
Principi, che vennero appresso sino a Domiziano, non consta, che
avessero pubblicate leggi contro i Cristiani. Ma non perciò si lasciava
di procedere contro di loro, in virtù delle leggi generali che venivano
a ferirne l'istituto. Ma veniamo a Domiziano.
RISTRETTO. -Avendo il fuoco incendiato il tempio del Campidoglio,
gl'Imperadori imposero una tassa ai Giudei; il che diede motivo di
vessarli: i Cristiani, che passavano per Giudei, furono involti nella
persecuzione. Dei due figliuoli di Flavio Sabino zio di Domiziano, il
maggiore fu convinto di cospirazione; il minore detto Flavio Clemente
dovè la sua sicurezza alla mancanza di coraggio e di abilità, ma
finalmente fu fatto morire: e Domitilla sua moglie fu rilegata. Il
delitto imputato loro fu d'ateismo e di costumi Giudaici: onde qui non
vi è idea nè di martiri nè di persecuzione.-
RISPOSTA. L'incendio del tempio del Campidoglio avvenne durante la
guerra civile tra Vitellio e Vespasiano: il nuovo tempio fu dedicato da
Domiziano, ma la tassa imposta ai Giudei fu a lui anteriore. Nè i
Cristiani confondono le vessazioni sofferte da' Giudei, e forse da
alcuni del loro partito, colle leggi proibitive del Cristianesimo: onde
l'Autore confonde le sue idee, e quelle del lettore per voler troppo
discorrere.
La legge riguarda la condanna di -Flavio Clemente-, ch'egli fa morire
per -pura gelosia di governo-, citando il principio d'un passo di Dione,
e sopprimendo il rimanente, dove soggiunge lo Storico, che -sopra la
stessa accusa di ateismo e di costumi Giudaici altri furono condannati
alla morte, ad altri furono confiscati i beni-. Queste esecuzioni
suppongono una legge fatta per proibire l'-ateismo e i costumi
Giudaici-, caratteri, che convengono ai soli Cristiani; onde a Clemente
di -poco talento-, cioè modesto rimane nel numero de' Martiri, e
Domiziano nella classe de' Persecutori. E notiamo di volo, che sotto
Domiziano il Cristianesimo si era insinuato nella sua famiglia.
Articolo secondo. Se gl'Imperatori si condussero con precauzione
e con ripugnanza nel perseguitare i Cristiani.
Nuova e singolar maniera di ragionar sulla storia! Turbar l'ordine
cronologico senza bisogno; parlar del martirio di San Cipriano prima che
avvenisse; unir Tiberio con Marco Aurelio, e farli venire in iscena dopo
Traiano; e dopo Decio rompere la serie degli Imperadori per trattenerci
sull'ardore, col quale i Cristiani correvano al martirio, sopra i motivi
che ve li spignevano, e sul rilassamento tra loro introdottosi, e
finalmente dividere le parti della Commedia ed assegnare ad un
Imperadore la -precauzione-, ad un altro la -ripugnanza-, ad un terzo la
-moderazione-: e quindi conchiudere in tuono d'autorità, che i
Persecutori del Cristianesimo si regolarono con -precauzione-, con
-ripugnanza-, con -moderazione-; ecco i rari pregi di questo libro.
Non ha fatto così l'Autore del Discorso sulla Storia universale; non
così l'Autore de' Ragionamenti sulla storia Ecclesiastica; non così
l'Autore dell'Osservazioni sulla grandezza, e sulla decadenza de'
Romani. Questi, che scrivevano per istruire, si guardarono da tutto ciò,
che potesse partorir confusione; in vece di generalizzare le idee,
limitarono le loro riflessioni alla natura di ogni fatto particolare; e
così sotto il loro pennello il bianco è rimasto bianco, ed il nero è
rimasto nero. Premendo noi le stesse vestigia, e rinunciando in fatto di
storia all'universalità dell'idee, vorremmo porre sotto l'occhio del
lettore le leggi fatte da ogni Imperadore, e la maniera colle quali
furono eseguite; onde più dalla storia stessa che dalle nostre
riflessioni risultasse il carattere proprio di ciascuno, se il nostro
disegno ci permettesse di dilungarci: tuttavia non lasceremo che si
desideri il bisognevole.
E primieramente la -precauzione-, la -ripugnanza-, la -moderazione-, che
tanto si estolle, non si manifesta nella persecuzione indiretta e
permanente; poichè l'aver appunto trascurato sino a Plinio di procedere
nella causa de' Cristiani con una regola fissa; e l'avere permesso, che
i Sacerdoti colle loro suggestioni, ed il popolo con tumultuosi clamori
si arrogassero il diritto della sovranità, dà idea e ne' Principi e ne'
sudditi di quei tempi di tutto altro che di -precauzione-, di
-ripugnanza-, e di -moderazione-.
Secondariamente, i primi due autori delle persecuzioni dirette ed
espresse, Nerone e Domiziano, sembrano piuttosto mostri che uomini, come
ognuno facilmente concederà, senza che si ripetano da noi i decreti e le
azioni loro. Ma siccome l'Autore ha tolti questi due Tiranni dal numero
de' persecutori, e pretende, che Traiano fosse il primo a far leggi
particolari sopra i Cristiani, così da questo cominciano ad additarsi
nella storia i tre caratteri dianzi rammentati. Osserviamo intanto,
com'egli faccia il ritratto di Traiano e de' suoi successori.
Articolo terzo, se Traiano, Adriano ed Antonino si condussero
con precauzione, con ripugnanza, e con moderazione contro i
Cristiani.
RISTRETTO. -Sotto Traiano, Plinio il giovane, Governatore della Bitinia
trovossi perplesso nel determinare qual legge seguir dovesse co'
Cristiani, dal che si arguisce che fino allora non esisteva contro di
essi alcuna legge generale. Egli ricorse a Traiano, nella risposta del
quale si stabilirono due utili regolamenti. Perchè egli ordina ai
Magistrati di punire i convinti, proibisce di farne inquisizione;
rigetta l'accuse anonime, e similmente il denunciante doveva provare
tutte le circostanze dell'accusa. Se vi riusciva si rendeva odioso ed a'
Cristiani ed a' Gentili; se non vi riusciva, incontrava la pena severa,
e forse capitale imposta da una legge di Adriano: onde non si crederà
sicuramente che i sudditi idolatri dell'Impero Romano avessero formate
leggermente o frequentemente accuse, dalle quali avevano sì poco a
sperare.-
RISPOSTA. Primo, questo tratto di storia è distinto dall'Autore a
dimostrare la -precauzione-, e la -ripugnanza-: la -moderazione nell'uso
delle pene- è argomento d'un altro quadro.
Secondo, nel titolo dell'articolo egli annunzia in generale, che
gl'Imperadori si condussero con -precauzione- e con -ripugnanza, quando
si trattò di punire i sudditi accusati di Cristianesimo-; e qui parla
del solo Traiano, e tocca di volo Adriano, e sino all'ultimo de'
persecutori più non parla di questo.
Terzo, riferisce imperfettamente la legge di Traiano, dalla quale
essenzialmente dipende il giudizio, che far ne dobbiamo; e regala grandi
vantaggi a' Cristiani a forza d'immaginarli.
Plinio espose a Traiano, che avendo fatto diligente esame intorno
all'istituto ed alle adunanze de' Cristiani, non vi aveva trovato se non
che cantavano lodi al loro Cristo; che facevano pranzi sobri ed
ordinari, e che si astringevano con giuramento ad astenersi da ogni
reità; che avevano cessato pure di adunarsi per ubbidire agli ordini
suoi; e che poste per maggior cautela due donne Cristiane a' tormenti,
non potè altro scuoprire se non un gran fondo di superstizione. Risponde
l'Imperadore, che in -quest'affare non si può stabilire una regola
sicura-; ma si compiace di ordinare, che -non si faccia più inquisizione
contro i Cristiani, se però essi verranno accusati e convinti, i
Magistrati usino ogni mezzo di ridurli, e trovandoli ostinati, li
puniscano colla morte-.
Confessa lo stesso Autore, che la legge è -contraddittoria-: in fatti se
il Cristianesimo gli pareva delitto di morte, doveva permettere, che si
seguisse a procedere per inquisizione come in tutti gli altri delitti
capitali; se non gli sembrava che vi dovesse aver luogo l'inquisizione
non doveva punir di morte gli accusati.
Questa legge recò due gravissimi danni ai Cristiani. Traiano lasciò
libero ai Magistrati l'impiegare i mezzi eziandio di rigore, affin di
ridurre i Cristiani al volere del Principe; e così aprì la via ai
tormenti ed alla crudeltà: ed essendo questo il primo piano criminale
fatto contro il Cristianesimo, si stabilì sì fattamente, che
gl'Imperadori seguenti non poterono del tutto abolirlo, quando vollero
favorire gli oppressi. Quindi la -ripugnanza- vi è nella legge, ma non
vi è nè -precauzione-, nè -moderazione-; anzi evvi o una negligenza così
supina o una politica così artifiziosa, che i Cristiani sono costretti
ad imputare a Traiano tutti i mali, che fecero loro soffrire i suoi
successori.
È curioso l'Autore, quando dice, che gli accusatori dovevano
-vergognarsi o temere-. Sapete chi erano gli accusatori? I Sacerdoti, i
Filosofi, i quali stimavano di prestar ossequio agli Dei, perdendo i
loro nemici. E la legge di Traiano recò loro tanto poco spavento, che
Adriano suo successore, ed indi Antonino Pio non poterono frenarne
altrimenti l'ardore, che coll'imporre al calunniatore la stessa pena del
calunniato. Eglino pure dichiararono, che i clamori del popolo non
sarebbero stati più ammessi come prova legale.
In questi due Principi la verità ci obbliga a riconoscere qualche grado
di -ripugnanza-, di -precauzione-, di -moderazione-; ed i nostri Storici
hanno loro renduta la meritata giustizia. Iddio volesse ch'eglino
avessero avuto il coraggio di condannare all'obblio la funesta legge di
Traiano. Avendo eglino conosciuta la ragione, dovevano trarla da' ceppi
dell'oppressione invece di consolarla. Ma la spada nelle loro mani non
fu digiuna di sangue: e molti Martiri sotto di loro illustrarono la
Chiesa. Forse temettero la superstizione del popolo e la possanza
dell'irritabile genere de' Sacerdoti Pagani: non avendo essi avute idee
molto pure della giustizia, noi, piuttosto che malignare sulla loro
condotta, siamo disposti a compatirli. Lo stesso Traiano per avventura
era stato costretto a rispettare la congiura universale del Paganesimo
contro i Cristiani, ma non sappiamo perdonargli l'aver permesso ai
Magistrati di tentar la costanza de' denunciati, sempre che la giustizia
suole impiegare i tormenti ad ottenere la confessione, non la negazione
del delitto.
Articolo quarto. Se gl'Imperadori furono moderati nell'uso delle
pene.
RISTRETTO. -Non era la pena una conseguenza inevitabile dell'essere
alcuno stato convinto: chi tornava all'Idolatria era assoluto,
applaudito, premiato; ed i giudici prendevano piuttosto a disingannarli
che a punirli. Gli Scrittori del quarto e del quinto secolo hanno
attribuito ai Magistrati Romani le più grandi crudeltà, e le più
indecenti tentazioni. La loro educazione, il rispetto per le regole
della giustizia, l'amore pe' precetti della filosofia non rendono
credibili tali racconti.-
RISPOSTA. Di che tempo si parla? Di quali Ministri? Sotto quali
Imperadori? Dovrebbero determinarsi tutte queste circostanze, per
ragionare con fondamento sulla pretesa -moderazione-. Fu moderato
Nerone, che fece servir i Cristiani per funesti fanali a' suoi infami
divertimenti? Fu moderato Domiziano, che incrudelì contro il proprio
sangue? Fu moderato Traiano, che aprì il primo la via de' tormenti? Fu
moderato Decio che ordinò ai Magistrati d'inventarne de' nuovi? Fu
moderato Marco Aurelio, che molto prima di Decio fece crudelissime
stragi? Fu moderato Galerio, che opinò che i Cristiani si dovessero
bruciar tutti vivi? Quali i Principi, tali esser ne dovevano i Ministri.
Se si fosse trattato di un delitto, in cui i Giudici alcuno interesse
non avessero avuto, si potrebbero per ventura supporre, quali sono dal
loro Apologista dipinti. Ma eglino professavano la Religion combattuta
da' Cristiani; ed avevano continuamente all'orecchio i Sacerdoti
degl'Idoli. Come supporli indifferenti, e piuttosto disposti a
-disingannare-, che a -punire- i nemici de' loro Numi? Qualche esempio
di moderazione e di umanità pur nella storia si trova; ed i nostri
Scrittori stessi ne hanno conservata la memoria; ma è un abusare del
pubblico il citar qualche esempio in prova di un'asserzione generale.
E giacchè l'Autore ci obbliga a fare il vero carattere de' Magistrati
Romani, invece dell'-eccellente educazione, del rispetto per la
giustizia, dell'amore per la filosofia-, noi troviamo due fatti
incontrastabili. Primo, che gl'Imperadori dovettero varie volte
reprimere la licenza de' loro ministri. Secondo, sotto Decio questi
edificanti Ministri vendevano pubblicamente falsi attestati ai
Cristiani, che non avevano coraggio di combattere; e per costringerli a
comprarli, facevano soffrire i più barbari tormenti a que' miserabili,
che non potevano pascere la loro avarizia? La bella -educazione-!
l'incorrotta -giustizia-! il purissimo -amore della filosofia-! farsi
spergiuri e tradire il proprio Principe e la propria Religione.
Il Mosemio ha trovate le tracce di sì reo costume, anche ne' tempi
anteriori a Decio e sappiamo dagli Atti Apostolici che S. Paolo fu fatto
marcire due anni in prigione dal Ministro Romano, che si era lusingato
di poterne trarre danaro. E se il danaro veniva loro offerto da'
sacerdoti de gl'Idoli, come non è incredibile, con qual ferocia dovevano
avventarsi contro gli oggetti dell'odio loro?
Riferiscono gli Storici del quarto e del quinto secolo che i Pagani alle
volte impiegavano contro i Cristiani -le più indecenti tentazioni-; e
ciò era conforme alla loro Religione. Non si sa, che Venere avea dei
postriboli dedicati al suo nome, e che le meretrici credevano di
onorarla? E questo si pretendeva dalle Vergini Cristiane?
Ma eccoci costretti a rompere il filo della Cronologia, per trattenerci
in varie digressioni su i -motivi, che portavano i Cristiani a cercare
il martirio, sull'ardore de' primi Cristiani, sul rilassamento, che vi
s'introdusse per gradi; sopra i diversi mezzi di evitare il martirio, e
sopra gli editti di Tiberio e di Marco Aurelio.-
Digressione prima sopra i motivi, che portavano i Cristiani a
cercare il martirio.
RISTRETTO. -Le vaghe declamazioni de' Padri non spiegano il grado di
gloria, ch'essi promettevano a chi spargeva il sangue in difesa della
Religione. Insegnavano, che il fuoco del martirio suppliva ogni difetto
ed espiava ogni colpa, che mentre le anime degli altri Cristiani erano
obbligate a passare per una lenta e penosa purificazione, i martiri
entravano trionfanti al godimento immediato dell'eterne beneficenze.
Oltre questo motivo servivano d'incitamento gli onori co' quali la
Chiesa celebrava i gloriosi Campioni dell'Evangelio. I Confessori, che
non erano condannati a morte, erano pure onorati; ed essi troppo spesso
abusavano col loro spirituale orgoglio e colle licenziose maniere della
preeminenza, che lo zelo e l'intrepidità avevano loro acquistata.-
RISPOSTA. La dottrina de' Padri circa il -valore del martirio- è chiara,
ed è quella, che ha esposta l'Autore. Quanto al -grado di gloria-
assegnato ai Martiri, il saperlo non era di gran giovamento.
Se l'Autore riconosce, che i Martiri correvano alla morte a motivo della
-gloria celeste-, non può loro attribuire quello della -gloria
temporale-: un Martire sapeva, che l'-orgoglio spirituale- lo avrebbe
privato della mercede, alla quale aspirava; onde o rinunciava al
martirio o alla superbia.
I -Confessori erano onorati-: si rispettavan in essi la presenza della
grazia, che gl'infiammava al martirio: ma le decisioni si aspettavano
dalle mani de' Vescovi non de' -Confessori-.
Non possiamo mettere in dubbio la testimonianza di S. Cipriano, il quale
si duole del -rilassamento-, che cominciava ad introdursi tra'
Confessori, -passata già la tempesta-: questi sventurati non avevano
forza di resistere ad un secondo combattimento: e perciò il Santo
Vescovo insisteva tanto sulla -disciplina- che riguardava gli onori de'
Confessori.
Seconda digressione sull'ardore de' primi Cristiani.
RISTRETTO. -Noi saremmo disposti più a criticare che ad ammirare
l'ardore de' primi Cristiani, che spiravano sentimenti opposti alla
comune inclinazione della natura dell'uomo. Molti irritavano il furor
de' leoni, affrettavano i carnefici, si lanciavano con gioia tralle
fiamme; e non avendo accusatori si dichiaravano da se stessi, e
correvano in folla attorno ai tribunali. I filosofi ne stupivano, e
trattavano tale maniera di morire come uno strano risultato di ostinata
disperazione e di stupida insensibilità, o di superstiziosa frenesia.-
RISPOSTA. Lattanzio rispondeva a questi filosofi, che la -stupidità o la
stoltezza- si trova sempre in -pochi-; che non si concepisce come
divengano folli ad un tratto persone in gran numero, di ogni età, di
ogni sesso, di ogni condizione, sparse in tante diverse regioni. Vuolsi
ancora notare che la pretesa -frenesia- derivava da un sistema di
dottrina ragionato, ed era la conchiusione di un sistema di vivere
similmente ragionato. Da ultimo è certo che la vista de' Martiri talora
convertiva improvvisamente gli astanti, che si dichiaravano Cristiani
per morire egualmente Martiri. Ciò non è frequente nell'ordine della
natura.
Prima che il Martire Ignazio prorompesse in -sentimenti opposti alla
comune inclinazione della natura dell'uomo-, S. Paolo aveva detto:
-cupio dissolvi et esse cum Christo-. Perciò noi siamo portati ad
-ammirarli- invece di -criticarli-. Ma chi ha perduto il tatto
spirituale, ed ha riposto ogni suo bene negli oggetti grossolani de'
sensi, certamente nulla più dee temer che la morte.
Terza digressione sul rilassamento, che s'introdusse per gradi.
RISTRETTO. -Quest'ardor della mente diè luogo insensibilmente alle
speranze e timori più naturali del cuore umano, all'amor della vita,
all'apprension della pena, ed all'orrore del proprio discioglimento. I
regolatori più prudenti della Chiesa trovaronsi costretti a raffrenar
l'indiscreto fervore de' lor seguaci, e a diffidare d'una costanza che
troppo spesso gli abbandonava nel momento del pericolo. A misura che
divenne meno mortificata ed austera la vita de' Fedeli, essi furono meno
ambiziosi degli onori del martirio.-
RISPOSTA. Questo avvenne sotto Decio, la cui persecuzione fu
violentissima. Ne' tempi seguenti, sino a Costantino, non si osservarono
le stesse cadute. Ecco adunque una -febbre di spirito-, che sta tre
secoli a -dar luogo a poco a poco all'amor della vita ed all'apprension
del dolore-.
Quarta digressione sopra i mezzi di evitare il martirio.
RISTRETTO. -Eranvi tre mezzi di sottrarsi alla fiamma della
persecuzione,- 1. -L'accusato aveva tutto il tempo di difendersi: s'egli
diffidava della sua costanza, la dilazione gli serviva per fuggire, il
che fu autorizzato dall'avviso e dall'esempio dei più santi Prelati.- 2.
-I Governatori vendevano per avarizia attestati, ne' quali si
dichiarava, che le persone nominate si erano sottomesse alle leggi, ed
avevano sacrificato alle divinità di Roma; e così i Cristiani potevano
quietar la malignità d'un accusatore.- 3. -Molti veramente apostatavano;
ma cessato il pericolo erano ammessi tra' penitenti.-
RISPOSTA. Quando il popolo era da subito furore assalito non si dava nè
-libertà-, nè -tempo- di -difesa- al Cristiano. Quando i Magistrati
volevano vendicarsi dell'affronto che ricevevano dalla costanza de'
martiri, quando erano pagati da' Sacerdoti, quando non erano pagati da'
Cristiani; e quando la mente dell'Imperatore propendeva al rigore, gli
accusati non avevano altro mezzo di schivare i tormenti e la morte,
fuorchè l'apostasia. Quando il Principe inclinava all'indulgenza i
ministri la secondavano, e riusciva a qualche Cristiano di rimanersi
occulto.
Ma la fuga non si concedeva a chi era caduto una volta nelle mani della
giustizia; questi venivano ristretti e custoditi in prigione, ed erano
riserbati alla prova de' tormenti. Fuggivano quelli che non erano stati
ancora denunziati o arrestati.
-Libertà di difese- non ve n'era, nè ve ne poteva essere. Non si
trattava di verificare un delitto: e l'accusato confessava e persisteva
nel suo proponimento, e non era capace di difese; o tornava alla
Religione degl'Idoli, ed era -assoluto, applaudito, premiato-.
I -Libellatici-, così detti, perchè si munivano de' falsi attestati che
compravano dall'avarizia de' -ben educati, de' giusti, de' filosofi-
Ministri, furono dalla Chiesa creduti rei di -grave peccato-, e questo
consisteva nello spergiuro e nello scandalo. S. Cipriano si esprime
così: -nefandos idolatriae libellos-. Ma il N. A. dice, che era
riguardata come una -venial mancanza che si espiava con una leggera
penitenza-, ingannato per avventura dalle parole del Mosemio: -modica
molestia veniam delicti sui ab Ecclesiis impetrabant, quasi impetrare
veniam-, significasse che il peccato era veniale. E le parole -modica
molestia- esprimono, che le Chiese gli ricevevano alla comunione -senza
molto stento-, giacchè essi realmente non avevano negata la fede.
Digressione quinta sopra gli editti di Tiberio e di Marco
Aurelio.
RISTRETTO. -L'Apologetico di Tertulliano contiene due esempi della
clemenza degl'Imperatori, ma molto sospetti; e sono gli editti di
Tiberio e di Marco Aurelio. Quanto al primo, non è verisimile, che
Pilato informasse l'Imperatore della sentenza di morte da se
ingiustamente pronunciata: nè che Tiberio conosciuto al dispregio di
ogni Religione, volesse collocar G. C. tra gli Dei di Roma; nè che il
servile Senato gli si opponesse; nè che questo Principe proteggesse i
Cristiani dalla severità di leggi, che ancora non erano state fatte.
Quanto al secondo, la colonna Antonina prova, che Marco Aurelio ed il
popolo Romano attribuirono la pioggia maravigliosa a Giove ed a
Mercurio, non al Dio de' Cristiani. In tutto il corso del suo regno
Marco Aurelio dispregiò i Cristiani come filosofo, li punì come
Sovrano.-
RISPOSTA. Non è il solo -Tertulliano-, che riferisca il fatto di
-Tiberio-: ne fa pure menzione Melitone nell'Apologia, che presentò ad
Antonino, oltre Eusebio, Orosio ed altri citati dal Fabricio. Nè le
difficoltà, che si fanno in contrario, sono di gran momento. I
Governatori erano tenuti a mandare all'Imperadore ogni famosa sentenza,
che usciva dal loro tribunale; sicchè se Pilato non ne lo informava,
doveva temere il gastigo dovuto alla mancanza del suo uffizio. E non era
meglio prevenire e giustificarsi di proprio pugno, facendo cadere tutta
la colpa sopra i sediziosi Giudei? Tiberio, ch'era -irreligioso-, dette
molti esempi di animo superstiziosissimo: e potè costringere il Senato a
ricevere tra gli Dei un savio della Giudea per mortificare quella
-servile adunanza-. Il Senato potè -opporglisi-, sicuro del suffragio
del popolo, ed appoggiato all'antica legge, che proibiva l'introduzione
di ogni culto straniero: e Tiberio che progettò, non comandò, potè
desistere da un impegno difficile, e farne occulta vendetta. Potè pure
proteggere i Cristiani contro l'accennata legge, e contro l'altra
spettante ai maleficj, benchè niuno ancora avesse fatte leggi
-particolari- contro il Cristianesimo. Il Mosemio che agita questa
controversia di critica, dice che le -adotte ragioni non possono
facilmente distruggersi-.
Il miracolo della -legione fulminante- è sostenuto validamente da gran
numero di Scrittori, che non possono tacciarsi di mancanza di critica.
Insegnano essi, che se quello fu vero miracolo, dee necessariamente
attribuirsi al vero Dio; e quale viene descritto dagli stessi Pagani,
non può richiamarsi alla forza delle cagioni naturali. Insegnano, che la
colonna Antonina, nella quale la grazia si ascrive a Giove ed a Mercurio
fu eretta da' Pagani, i quali certamente dovevano contrastare ai
Cristiani la liberazione dell'esercito. L'unica difficoltà che meriti
considerazione si è il vedere, che quest'Imperadore perseguitò i
Cristiani dopo il riferito miracolo. Ma Houtteville crede d'aver
chiaramente dimostrato, che nel testo di Eusebio debbasi leggere l'anno
7 in vece di 17 per collocare la persecuzione prima dell'avvenimento: e
soggiunge, che supponendo autentica la data d'Eusebio, la persecuzione
deve ascriversi ai Sacerdoti, ai Magistrati, al popolo, così altamente
infuriati contro i Cristiani a dismisura cresciuti, che neppure
rispettavano la volontà del Principe.
Articolo quinto. Intervalli di pace goduti dalla Chiesa.
Non è nostro intendimento di seguire l'Autore, che come abbiamo
osservato ha orribilmente sconvolto l'ordine de' tempi, e facendo
calcoli poco esatti, e poco veridici, trova or qua or là lunghi
intervalli di pace. Confuteremo alla rinfusa i suoi errori, con mettere
sotto l'occhio del lettore le semplici date de' tempi, seguendo le
tracce del Mosemio, che non può essere a lui sospetto, come quegli, che
gli ha fornita lo maggior parte della materia, onde ha empito questo
capo.
La Chiesa nacque nella Giudea, e nacque nella persecuzione, che spesso
da S. Luca vien detta -magna-. Passata appena nel regno dell'Idolatria
sotto lo stesso Tiberio, i Cristiani, oscuramente conosciuti, venivano
puniti in virtù di due leggi stabilite da molto tempo nell'Impero contro
i culti stranieri, e contro i maleficj. Abbiamo fondamento di credere,
che Tiberio accordasse la sua protezione ai seguaci dell'Evangelio, ma
eglino non si lodano di Caligola e di Claudio, come di quello. Le
predette leggi sotto costoro servivano di pretesto ai sacerdoti, ai
filosofi, al popolo di perseguitare i Cristiani.
Nerone nel decimo anno del suo regno fu indubitatamente il primo a
dichiarare la persecuzione che durò 4 anni quanti egli ne sopravvisse.
Galba regnò 7 mesi, poco meno Ottone, e 15 Vitellio, che fu sempre in
guerra con Vespasiano, il quale governò 10 anni, e 2 Tito. I nominati
Principi non fecero editti di persecuzione; ma ella si esercitava
tacitamente e diveniva più violenta a misura che i progressi del
Cristianesimo recavano maggior gelosia e timore ai cultori degl'Idoli.
Domiziano che resse l'Impero 15 anni solamente, negli ultimi pubblicò il
suo editto contro i Cristiani, che fu rivocato o da lui stesso o da
Nerva, il quale diede alla Chiesa due anni di respiro. La persecuzione
di Traiano durò 19 anni, prima più ampia in vigore delle antiche leggi,
e poi più ristretta, ma renduta regolare e stabile dal di lui rescritto.
Sulle di lui orme camminò Adriano nel principio del suo governo: in
seguito mitigò, ma non abolì il sistema del suo predecessore; sicchè ne'
21 anni della sua amministrazione la Chiesa fu da non pochi Martiri
illustrata. Antonino Pio lasciò per qualche tempo vessare i Cristiani a
discrezione de' lor nemici: ma poi commosso dalle rappresentanze di un
Ministro fece il famoso editto ad -commune Asiae-, per reprimere però
solamente la temerità ed il gran numero degli accusatori: egli tenne 23
anni il comando. Marco Aurelio senza far nuove leggi, continuò la
persecuzione, che in alcune province fu atrocissima, e cessò di vivere
dopo 19 anni di principato. Anche ne' 13 anni di Commodo, che non fu
persecutore, si trovavano de' Martiri. Severo piuttosto protesse i
Cristiani a principio: ma al 5 anno si rivoltò e fece editti espressi
contro di loro: sedè egli sul trono 18 anni. Anche i principj di
Caracalla furono macchiati del sangue de' Martiri: in appresso si
rallentò la tempesta; e tutto il suo governo fu di 6 anni.
A Caracalla successe Macrino, il cui regno fu di 1 anno, e passò ad
Elagabalo, che lo tenne 3 anni. Egli protesse i Cristiani più per la
follia de' suoi pensamenti che per inclinazione verso loro. Alessandro
Severo, che visse 13 anni, amò i Cristiani: se non che il famoso
Giureconsulto Ulpiano loro nemico per intimorire l'Imperadore raccolse
tutte le leggi pubblicate sino allora contro la Chiesa; ciò che fece
nascere molte vessazioni. Massimiano in tre anni che visse, fu sempre
persecutore. Gordiano che non afflisse i Cristiani, morì dopo 6 anni di
governo. Quello di Filippo durò 5 anni e fu loro favorevole. Ma Decio,
il quale dichiarò di nuovo la persecuzione, la rese tanto funesta che il
tempo delle passate procelle poteva sembrar tempo di calma. Egli regnò 4
anni, e 3 Gallo, che proseguì con minor rigore la persecuzione.
Valeriano, che da prima si prestò favorevole ai Cristiani in progresso
gli perseguitò per 4 anni. Gallieno restituì loro la pace, sebbene
imperfettamente: egli visse 8 anni, e 2 Claudio, sotto cui pure le cose
Cristiane furono abbastanza tranquille. Aureliano nel quinto anno del
suo governo rinnovò la persecuzione, e morì appena che l'ebbe
incominciata.
Siamo giunti a Diocleziano, e possiamo dire senza timore di esagerare,
che la Chiesa sino a lui non fu un momento libera dalla persecuzione.
Dieci Principi le fecero aperta guerra: alcuni la guardarono con
indifferenza, ed alcuni altri la protessero. Ma la persecuzione
indiretta era un fuoco perpetuo, mantenuto dall'interesse de' Sacerdoti
e dalla superstizione del popolo; niuno de' Principi meno nemici del
nome Cristiano osò di estinguere questo foco. Basta questa sola
riflessione a convincersi, che la -persecuzione-, la -ripugnanza-, la
-moderazione-, -i lunghi intervalli di pace- sono parti dell'accesa
fantasia del Panegirista de' persecutori.
Del resto, quando vogliano chiamarsi tempi di pace gl'intervalli che
passarono tra una ed un'altra delle persecuzioni dirette ed espresse con
nuove leggi, ognuno sa, che un anno di guerra distrugge la popolazione
di un secolo. Come la Chiesa invece di andarsi debilitando prendesse
maggior lena e vigore a segno che sotto l'ultimo persecutore dovè
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