[155] (-Lactant. de M. P. c. 13, 14.-) -Potentissimi quondam eunuchi
necati, per quos Palatium et ipse constabat.- Eusebio (-l. VIII. c. 6.-)
racconta le crudeli esecuzioni degli eunuchi Gorgonio, e Doroteo, e di
Antimio Vescovo di Nicomedia; ed ambidue questi Autori descrivono in
un'equivoca ma tragica forma le orride scene, che furono rappresentate
anche alla presenza Imperiale.
[156] Vedi Lattanzio, Eusebio, e Costantino -ad Coetum sanctorum c. 25.-
Eusebio confessa la sua ignoranza intorno alla ragione del fuoco.
[157] -Tillemont Memoir. Eccl. Tom. V. Part. 1. p. 43.-
[158] Vedi -Act. Sincer. Ruinart. p. 353-. Quelli di Felice di Tibara, o
di Tibur sembrano assai meno corrotti, che nelle altre edizioni, le
quali somministrano un vivo saggio della licenza propria delle leggende.
[159] Vedi il primo libro di Ottato Mellevitano contro i Donatisti
dell'ediz. del Dupin; Parigi 1700. Egli fiorì nel regno di Valente.
[160] Le memorie antiche, pubblicate al fine delle Opere di Ottato, (-p.
261-) descrivono in una maniera molto circostanziata come procedevano i
Governatori nella distruzion delle Chiese. Facevano essi un minuto
inventario de' vasi che vi trovavano. Sussiste ancora quello della
Chiesa di Cirra nella Numidia: consisteva in due calici d'oro e sei
d'argento, in sei urne, una caldaia, sette lampade, il tutto parimente
d'argento, oltre una gran quantità di utensili di rame e di vestimentî
sacri.
[161] Lattanzio (-Instit. Div. V. II-) restringe tal calamità al
-conventiculum- con la sua congregazione. Eusebio (-VIII. 11-) l'estende
a tutta la città, e rappresenta qualche cosa di simile ad un assedio
regolare. Ruffino, antico di lui traduttore Latino, aggiunge alcune
importanti circostanze intorno alla permissione accordata agli abitanti
di ritirarsi. Siccome la Frigia s'estendeva sino a' confini
dell'Isauria, può essere, che l'indole inquieta di que' Barbari
indipendenti contribuisse alla lor disgrazia.
[162] Eusebio -l. VIII. c. 6-. Il Valese (con qualche probabilità) pensa
d'avere scoperta in un'orazion di Libanio la ribellione della Siria; e
ch'essa fu un temerario attentato del Tribuno Eugenio, il quale con soli
cinquecento uomini occupò Antiochia, e potè forse lusingare i Cristiani
con la promessa di tollerare la religione. Da Eusebio (-l. IX. c. 8-) e
da Mosè di Corene (-Hist. Armen. l. II. c. 77-) può rilevarsi ch'era già
stato introdotto nell'Armenia il Cristianesimo.
[163] Vedi Mosem. (-p. 938.-) Il testo d'Eusebio chiaramente dimostra,
che i Governatori, de' quali fu esteso, non già ristretto il potere, in
forza delle nuove leggi potevan condannare alla morte i più ostinati
Cristiani per servir d'esempio a' lor confratelli.
[164] Atanasio -p. 833.- -ap. Tillemont. Mem. Eccles. Tom. V. part. I.
p. 90.-
[165] Vedi Euseb. (-l. VIII. c. 13.-) e Lattanz. -de M. P. c. 15-.
Dodwel (-Dissert. Cyprian. XI. 75-) rappresenta quegli Scrittori come
non coerenti fra loro. Ma il primo evidentemente parla di Costanzo,
quando era Cesare, e l'altro del medesimo Principe innalzato al grado
d'Augusto.
[166] Dalle Inscrizioni di Grutero apparisce, che Daziano determinò i
confini fra' territorj di Pax Julia e di Evora, città situate nella
parte meridionale della Lusitania. Se riflettiamo alla vicinanza, in cui
sono questi luoghi col Capo S. Vincenzo, possiam sospettare, che il
celebre Diacono e Martire di questo nome, per negligenza da Prudenzio si
ponga in Saragozza, o in Valenza. Vedasi la pomposa istoria de' suoi
patimenti nelle memorie di Tillemont -Tom. V. Part. II. p. 58-85-.
Alcuni Critici son d'opinione, che il dipartimento di Costanzo, come
Cesare, non includesse la Spagna, la quale continuasse ad essere sotto
l'immediata giurisdizione di Massimiano.
[167] Euseb. -l. VIII. c. 2-. Gruter. -Inscr. p. 1171. n. 18-. Ruffino
ha sbagliato intorno all'uffizio di Adautto, ugualmente che intorno al
luogo del suo martirio.
[168] Euseb. -l. VIII, c. 14-. Ma siccome Massenzio fu vinto da
Costantino, faceva a proposito per Lattanzio di por la sua morte fra
quelle de' persecutori.
[169] Può vedersi l'epitaffio di Marcello appresso il Grutero -Inscr. p.
1172. n. 3-. Esso contiene tutto ciò, che noi sappiamo della sua storia.
Molti Critici suppongono che Marcellino o Marcello, i nomi de' quali si
trovano nella lista dei Papi, sian persone diverse, ma il dotto Abate De
Longuerre si convinse ch'essi non erano che una sola persona.
-Veridicus rector lapsis quia crimina flere-
-Praedixit miseris, fuit omnibus hostis amarus.-
-Hinc furor, hinc odium; sequitur discordia, lites,-
-Seditio, caedes: solvuntur foedera pacis.-
-Crimen ob alterius, Christum qui in pace negavit-
-Finibus expulsus patriae est feritate Tyranni.-
-Haec breviter Damasus voluit comperta referre.-
-Marcelli popolus meritum cognoscere posset.-
Possiam osservare che Damaso fu fatto Vescovo di Roma l'anno 366.
[170] -Optat. contr. Donatist. l. I. c. 17, 18.-
[171] Gli Atti della passione di S. Bonifazio, che abbondano di miracoli
e di declamazioni, furon pubblicati dal Ruinart p. 283, 291 in Greco e
in Latino, sull'autorità di un manoscritto molto antico.
[172] Ne' primi quattro secoli si trovano poche tracce di Vescovi o di
Vescovati nell'Illirico Occidentale. Si è creduto probabile, che il
Primate di Milano estendesse la sua giurisdizione fino a Sirmio,
capitale di quella gran Provincia. Vedasi la Geografia sacra di S. Paolo
p. 68-76 con le Osservazioni di Luca Holstenio.
[173] L'ottavo libro d'Eusebio, ed il supplemento intorno ai Martiri di
Palestina, si riferiscono principalmente alla persecuzione di Galerio e
di Massimino. I lamenti generali, coi quali dà principio Lattanzio al
quinto libro delle sue Instituzioni Divine, alludono alla lor crudeltà.
[174] Eusebio (-l. VIII. c. 17-) ci ha dato una versione Greca, e
Lattanzio (-De M. P. c. 34-) l'originale Latino di questo memorabil
editto. Sembra, che nessuno di questi scrittori abbia pensato quanto ciò
direttamente s'opponga a quel ch'essi hanno poco avanti affermato de'
rimorsi e del pentimento di Galerio.
[175] Eusebio (-l. IX. c. 1-) riporta l'epistola del Prefetto.
[176] Vedi Eusebio -l. VIII. c. 14. l. IX. c. 2-8.- e Lattanzio -de M.
P. c. 36-. Questi scrittori convengono in descrivere gli artifizi di
Massimino; ma il primo riferisce l'esecuzione di varj Martiri, mentre
l'altro afferma espressamente che -occidi servos Dei vetuit-.
[177] Pochi giorni avanti la sua morte pubblicò un amplissimo editto di
tolleranza, nel quale attribuì tutti i rigori, che avevan sofferto i
Cristiani, ai Giudici e Governatori, che avevano male inteso le sue
intenzioni. Vedasi l'editto -ap. Euseb. l. IX. c. 10-.
[178] Tale è la bella deduzione che si trae da due passi notabili
appresso Eusebio -l. VIII. c. 2-, e -de Martyr. Palest. c. 12-. La
prudenza dell'Istorico ha esposto il suo carattere alla censura ed al
sospetto. Era ben noto, ch'egli stesso era stato posto in carcere, e si
supponeva che se ne fosse liberato per mezzo di qualche disonorevole
compiacenza. Tal accusa gli fu mossa contro nel tempo ch'esso viveva, ed
anche alla sua presenza nel Concilio di Tiro. Vedi Tillemont -Mem.
Eccles. Tom. VIII. Part. 1. p. 67-.
[179] L'antica, e forse autentica narrazione de' patimenti di Taraco, e
de' suoi compagni (-Act. Sincer. Ruinart. p. 419-448-) è piena di forti
espressioni di disprezzo e di sdegno, che non potevano non irritare il
Magistrato. La condotta di Edesio verso Jerocle, Prefetto dell'Egitto,
fu anche più straordinaria. λογοις τε καὶ εργοις τον θικαστην ... περιβαλων. -Euseb. de Martyr. Palest. c. 5.-
[180] -Euseb. de Mart. Palest. c. 13.-
[181] -August. Collat. Cartag. Dei III. c. 13. ap. Tillemont Mem.
Eccles. Tom. V. part. I. p. 46-. La controversia co' Donatisti ha sparso
qualche luce, quantunque forse parziale, sull'istoria della Chiesa
Affricana.
[182] Eusebio (-de Martyr. Palest. c. 13-) chiude la sua narrazione
assicurandoci, che questi sono i Martirj, che avvennero nella Palestina
in -tutto- il corso della persecuzione. Può sembrare, che il quinto
capitolo del suo libro VIII, che si riferisce alla Provincia della
Tebaide in Egitto, contraddica la nostra moderata calcolazione; ma
questo non servirà che a farci ammirare l'artifizioso maneggio
dell'Istorico. Scegliendo per teatro della più squisita crudeltà il più
distante e separato paese del Romano Impero, dice che nella Tebaide
spesso avevan sofferto il Martirio da dieci fino a cento persone in un
giorno. Ma quando egli viene a raccontar il suo proprio viaggio in
Egitto, il suo stile insensibilmente diventa più cauto e moderato.
Invece di usare un grande ma determinato numero, parla di molti
Cristiani (πλειους) e col massimo artifizio sceglie due parole
ambigue (ισ ορτσαηιεν e ὑπμειναστας) che possono
indicare tanto quel che aveva veduto, quanto ciò che aveva udito; sì
l'aspettazione che l'esecuzion della pena. Essendosi così assicurato un
sotterfugio, lascia l'interpretazione dell'equivoco passo a' suoi
lettori e traduttori; immaginando a ragione che la lor pietà
gl'indurrebbe a preferir il senso più favorevole. Fu per avventura un
poco maliziosa l'osservazione di Teodoro Metochita, che tutti quelli che
avevan conversato, come Eusebio, con gli Egiziani, si dilettavano di uno
stile oscuro ed ingrato (Vedi Valesio nel luogo cit.).
[183] Quando la Palestina era divisa in tre parti, la Prefettura
d'Oriente conteneva 48 Province. Siccome però le antiche distinzioni
delle nazioni erano da gran tempo abolite, i Romani distribuirono le
Province, avuto riguardo ad una general proporzione di loro estensione
ed opulenza.
[184] -Ut gloriari possint, nullum se innocentium peremisse, nam et ipse
audivi aliquos gloriantes, quia administratio sua in hac parte fuerit
incruenta. Lactant. Inst. Div. V. 12.-
[185] -Grot. Annal de Reb. Belgic. l. I. p. 12. Edit. fol.-
[186] Fra Paolo (-Istor. del Concil. Trident. l. III.-) riduce il numero
de' Martiri Belgici a 50000. Non era Fra Paolo inferiore a Grozio in
dottrina e moderazione. L'anteriorità del tempo conferisce alla
testimonianza del primo qualche vantaggio, che per altra parte egli
perde per la distanza, che passa da Venezia a' Paesi Bassi.
SAGGIO DI CONFUTAZIONE
DE' DUE CAPI XV. E XVI. DELL'ISTORIA DI
EDOARDO GIBBON
SPETTANTI ALL'ESAME DEL CRISTIANESIMO
COMPENDIO DI UN'OPERA DI NICOLA SPEDALIERI.
-Mala et impia consuetudo est contra Deos disputare,-
-sive animo id fiat, sive simulate.-
Cic. de Nat. Deor. lib. II.
SAGGIO DI CONFUTAZIONE DEL CAP. XV.
Si protesta a bel principio il Sig. Gibbon di voler fare una ricerca
intorno al progresso e stabilimento del Cristianesimo, guidato
unicamente dal candore e dalla ragione, e lo fa con un'arte e con una
prevenzione, che comincia dalle prime mosse a svelarsi. Egli si lagna
essere i monumenti de' primi tempi della Chiesa -sospetti- ed
-imperfetti-; e li rende tali la mala fede, colla quale egli, dove
li tronca, dove gli altera, dove vi aggiunge capricciosi comenti
per far nascere le -difficoltà-, dalle quali si finge imbarazzato.
Incontra un'altra gran difficoltà, ch'egli ascrive alla -legge
dell'Imparzialità-, ed è quella di calunniare i Cristiani, anche dove la
critica più severa li terrebbe al coperto della maldicenza. Sarà nostro
dovere di andarne di mano in mano somministrando le prove, per quanto ci
sarà permesso dagli angusti limiti, che ci siamo prefissi.
Nel proporre l'argomento del capo, ad onta della ambiguità, colla quale
si spiega per parer Cristiano, e delle proteste che fa di -rispettare la
cagione primaria de' rapidi progressi della Chiesa Cristiana-, determina
abbastanza il lettore ad accorgersi, ch'egli intende provare, nulla in
tale avvenimento osservarsi di sovrannaturale, ma esser tutto a
-naturali cagioni- dovuto. Se ciò fosse vero, la Religione verrebbe a
spogliarsi della luminosissima prova, che in favore della sua divina
origine si raccoglie dal modo col quale si stabilì, e dalla rapidità con
cui si propagò. Egli muove ogni pietra per far crollare questa prova; ma
noi per sostenerla dureremo assai lieve fatica.
Il nostro esame però non è -importante- solamente per questo. La nausea
del sovrannaturale ha trasportato ancora l'Autore a negare i miracoli
de' primi secoli, quelli degli Apostoli, quelli di Gesù Cristo, ogni
miracolo in generale; e ad esercitar pure la sua mordacità contro i
misteri o contro la morale della Religion Rivelata: onde disputando con
lui, si disputa con un Incredulo, che si sforza di comparire Cristiano.
In vero questo ritratto non è luminoso: ma gli argomenti, che ne
recheremo, convinceranno chiunque, che nell'esporre i suoi sentimenti
noi certamente non ci siamo specchiati sull'esempio di lui.
Le cagioni naturali, ch'egli ha felicemente rinvenute, sono: -1. Lo zelo
inflessibile e intollerante de' Cristiani: 2. La dottrina di una vita
futura accompagnata da ciò che poteva aggiungerle peso: 3. Il dono de'
miracoli attribuito alla Chiesa primitiva: 4. La morale pura, ed austera
degli antichi Fedeli: 5. L'unione e la disciplina della Cristiana
Repubblica: 6. La debolezza del Politeismo: 7. Lo Scetticismo del Mondo
Pagano: 8. La pace e l'unione del Romano Impero.-
Prima Conclusione che dee provare l'Autore. Lo zelo e
inflessibile e intollerante de' Cristiani fu una delle cagioni
naturali dello stabilimento e de' progressi del Cristianesimo.
RISTRETTO. -Il popolo Ebreo, che giacque gran tempo nella condizione de'
più vili schiavi, si distinse coll'insociabilità de' costumi, coll'odio
che professava del genere umano, e colla ostinazione invincibile, colla
quale ricusò sempre di accoppiare l'elegante mitologia dei Greci alle
istituzioni Mosaiche. I primi Giudei non credettero i miracoli operati
da Dio alla lor presenza: quelli però del secondo tempo prestarono cieca
fede alla tradizione de' loro maggiori. La legge Mosaica sembra essere
stata istituita per un paese particolare e per una sola nazione. Il
Cristianesimo prescrisse uno zelo egualmente esclusivo per la verità
della Religione, ed ammise l'autorità di Mosè e de' Profeti, da' quali
però il Messia era stato promesso come Re e Conquistatore, non come
Martire e Figliuolo di Dio. La Chiesa dimorò gran tempo confusa fra le
Sette della Sinagoga, ed i Giudei convertiti univano all'Evangelio il
culto Mosaico. I loro argomenti sembrano plausibili; ma la sagacità
degl'interpreti ha rimossa ogni difficoltà. La Chiesa di Gerusalemme,
che osservava i riti Mosaici, tornò da Pella nella nuova città di
Adriano, avendovi prima rinunciato; e quelli, che rimasero costanti,
furon trattati da Eretici. Circa questa controversia S. Giustino Martire
spiegò a Trifone il suo sentimento con gran diffidenza, e confessò
ch'era contrario a quello della Chiesa, che finalmente trionfò sul più
mite. Se gli Ebioniti pretendevano non doversi abolire l'antico
Testamento per la sua perfezione, gli Gnostici al contrario vi trovavano
tanti difetti, che ricusarono di crederlo dettato da Dio. Sino ad
Adriano la Chiesa tollerò ogni setta; in progresso l'escluse tutte.
Persuasi i primi Cristiani, essere i demonj gli autori, i patrocinatori
e gli oggetti dell'Idolatria, riguardavano con orrore ogni piccolo segno
di culto nazionale: il loro più essenziale e più penoso dovere era di
conservarsi puri nella corruzione dell'Idolatria, che infettava tutte le
azioni pubbliche e private, prendendo sempre l'apparenza del piacere, e
spesso quella della virtù. I Cristiani pretendevano da ciò l'opportunità
di dichiarare e di confermare la zelante loro opposizione. Per mezzo di
tali proteste di continuo si fortificava il loro attacco alla fede, ed a
misura che cresceva lo zelo, essi combattevano con più ardore e con più
felice successo nella santa guerra intrapresa contro l'impero de'
demonj.-
RISPOSTA. Tutti gli oggetti, che si presentano uniti in questo quadro,
sono estranei all'argomento prefisso per titolo: della promessa
conclusione in nessuna parte si parla, fuorchè nelle ultime righe, che
noi abbiamo giudicato importante di trascrivere interamente, affinchè il
lettore gli domandi ragione, come ha impiegate tante carte e tante
citazioni di Autori in materie che non influiscono per modo alcuno nella
conclusione, che avea tolta a stabilire, ed a questa non consacri se non
gli ultimi quattro o cinque versi.
Ma formano essi poi una prova? Vediamolo. Conclusione. -Una delle
cagioni naturali dello stabilimento e de' progressi del Cristianesimo fu
lo zelo degli stessi Cristiani.- Supposta prova. -I Cristiani si
opponevano con forza alle pratiche dell'Idolatria, e dichiaravano con
zelo i loro sentimenti. Per mezzo di tali proteste di continuo si
fortificava il loro attacco alla fede; ed a misura che cresceva lo zelo,
essi combattevano con più ardore e con più felice successo nella santa
guerra intrapresa contro l'impero dei demonj.- Qui, se noi non siamo
ciechi, non iscorgiamo, se non la descrizione del fatto, di cui dovevasi
render ragione. -Lo zelo de' Cristiani combatteva con felici successi
contro i demonj; cioè stabiliva e dilatava la fede dell'Evangelio tra le
genti, che servivano al demonio.- Come esso produceva quest'effetto? Da
quali principj ripeteva la sua forza? Da questa spiegazione dipenderebbe
il decidere, se in esso dobbiamo riconoscere una cagione del tutto
-naturale-. Ma l'Autore di tutto ha parlato fuorchè di questo; e quindi
ognuno comincerà a scuoprire, quanto ci vaglia nell'arte di ragionare, e
quanta pena dia agli Apologisti del Cristianesimo per difenderlo da'
colpi di lui.
Lo zelo de' Cristiani ridusse rapidamente alla fede molte nazioni del
mondo. Questo è il fatto, di che dobbiamo rintracciar la cagione, e per
condurci da filosofi, uopo è considerare le persone dal Cristiano zelo
investite, quelle che ne seguiron l'impulso, e l'oggetto, intorno al
quale si aggirava lo zelo. Nè dobbiamo permettere all'Autore, che dopo
di averci fatta visitare la Palestina per informarci degli affari
Giudaici senza vedervi nascere il Cristianesimo, ci trasporti di salto
in mezzo agl'Idolatri, e ci additi i Campioni dell'Evangelio già
cresciuti e formati in atto di guerreggiare contro l'impero del demonio.
Ragion vuole, che se ne osservi il primo cominciamento, ed insieme i
primi progressi.
I fondatori della Religion Cristiana furono Gesù Nazareno, ch'era tenuto
per figliuolo di un falegname, e dodici pescatori, che abbandonate le
reti, si diedero a seguirlo. La loro apparenza non poteva risvegliare,
se non il più alto disprezzo. Poveri, rozzi, ignoranti, odiati dalla
loro nazione, impresero a riformare il Mondo, ed il loro zelo fu
coronato dai -più felici successi-.
I primi, ai quali eglino si rivolgessero, furono i Giudei, a cui erano
pienamente noti. I Giudei si distinguevano -all'ostinazione invincibile
di non voler accoppiare altra istituzione a quelle di Mosè-; ed alle
istituzioni Mosaiche era congiunta la fortuna dello Stato. Questi i
primi piegarono la fronte alla croce. Indi si aggregarono all'ovile di
Cristo gl'Idolatri sudditi dell'Impero Romano, i quali da una parte
guardavano con dispregio e con orrore i Giudei, e dall'altra erano
tenacemente attaccati alla Religione della patria e per l'antichità
ch'ella vantava, e per la gloria, alla quale aveva fatto salire
l'Impero, e soprattutto perchè -l'idolatria sotto l'apparenza del
piacere e della virtù- si presentava con sì seducenti maniere, che pe'
-Cristiani- medesimi -era un dovere penoso il resistervi-.
In quel tempo i progressi, che i Romani avevano fatto nelle scienze,
erano pervenuti al colmo della perfezione. Allora fu che pubblicossi il
sistema Cristiano; sistema che co' suoi misteri pareva che distruggesse
le più semplici e le più chiare idee della ragione, e che chiamando gli
uomini colle massime morali ad una meta troppo alta riguardo alla sfera,
dentro la quale si erano confinati i Gentili, sgomentava la natura ed
irritava le passioni.
Questa dottrina e questa morale sostenuta dall'ardore di persone in
apparenza cotanto deboli, in brevissimo tempo si stabilì, e fu
avidamente abbracciata dagl'inflessibili Giudei e da' voluttuosi
Gentili. Ora bisogna provare, che una sì stupenda rivoluzione accadde
secondo il corso ordinario dell'umana natura, o confessare che i -felici
successi-, che incontrò lo zelo de' Missionari Evangelici, si debbono
ascrivere a cagione sovrannaturale. Quando l'Autore vorrà trattar
l'argomento, che ha lasciato intatto, saprà a qual partito appigliarsi.
Presentiamogli frattanto un'altra considerazione. Non solamente ci fa
stupire la conversione del Mondo operata con istrumenti tanto in
apparenza deboli, ma inoltre non sappiamo comprendere, come ed i
predicatori ed i convertiti avessero potuto star saldi fra tanti
pericoli. -I Cristiani-, esclama l'Autore, -si opponevano con forza agli
errori, dichiaravano i loro sentimenti, e tali proteste gli attaccavano
vie più alla fede-. Anche qui veggiamo il nudo fatto, al quale bisogna
aggiungere tutte le circostanze per darne idea adeguata.
Le tentazioni della Idolatria sono minutamente descritte dalla stessa
penna dell'Autore, il quale ha ben riflettuto, che tutte le azioni, sì
pubbliche che private vi facevano allusione, e ch'era un dovere penoso
quello di resistere alle dolci attrattive del piacere, ch'ella menava in
trionfo. A terminare il quadro noi aggiungeremo, che la professione
Cristiana era universalmente tacciata con nota d'infamia; che le leggi
l'avevano proscritta; che chi l'abbracciava, perdeva i suoi beni, e
stava di continuo esposto al pericolo dell'esilio, dei tormenti, della
morte. Avviene naturalmente, che tante e tali difficoltà inspirino
-maggior coraggio a combattere-? L'Autore lo ha istoricamente supposto:
aspettiamo ora, che lo provi filosoficamente; e diamo intanto una rapida
scorsa agli oggetti estranei, co' quali egli ha dissipata la sua e la
nostra attenzione.
Comincia dal rappresentare come una gioconda -armonia di scambievole
tolleranza- il profondo letargo, nel quale giacevano immerse tutte le
nazioni Idolatre circa il più grande, anzi l'unico affare, che abbia
l'uomo in questa vita mortale; e procura di mettere in odio
l'-intolleranza de' Giudei-, per ferir di riverbero il Cristianesimo,
che prescrisse lo stesso -zelo esclusivo-. L'intolleranza religiosa non
è altro che una incompatibilità di dottrina che nasce dalla natura,
anzichè dall'arbitrio degli uomini. Siccome non può stare, che il
triangolo abbia e non abbia tre lati, così non può conciliarsi, che sia
stata rivelata da Dio una dottrina ed un'altra ad essa contraria: e
s'egli ha annessa la salvazione a quella, non può essere, che si salvi
chi a questa si attiene.
È ben altro l'insociabilità de' costumi, l'inumanità, la crudeltà, onde
negli ultimi tempi furono rimproverati i Giudei per una depravazione
personale contraria alle leggi di Mosè, il quale se vietò loro di
trattare cogli Idolatri per non contaminarsi coll'esecrande lordure, che
vengono rammemorate ne' libri sacri, ordinò loro nel medesimo tempo, che
rendessero a' forestieri tutti gli uffizi della carità; e di -trattarli
come se stessi, a motivo che anch'eglino erano stati forestieri nella
terra di Egitto-.
La legge Mosaica fu istituita -per un paese particolare e per una sola
nazione- quanto alla parte cerimoniale ed all'amministrazione politica,
ma quanto ai precetti del Decalogo, che appartengono alla natura e cui
Iddio si degnò di confermare colla rivelazione, obbliga tutti gli
uomini.
Che -i primi Giudei testimonj de' miracoli, co' quali Iddio gli
scortava, non li credessero, e che vi prestassero cieca credenza i
posteri per semplice tradizione-, l'Autore lo raccoglie da quel passo:
-usquequo detrahet mihi populus iste?- -Usquequo non credent mihi in
signis, quae feci coram eis?- Gli dobbiamo rimproverare l'ignoranza del
Latino, o la mala fede? Per non esserci permesso nè l'uno nè l'altro,
farebbe d'uopo, che nel testo si leggesse -usquequo non credant signa
quae feci coram eis-. Ma l'espressione -usquequo detrahent mihi:
usquequo non credent mihi in signis- suona in volgare: Fino a quando
mormoreranno della mia condotta? -Fino a quando non presteranno fede
alle mie minacce ed alle mie promesse, giacchè ho fatti innanzi a loro
tanti miracoli?- Questo è il vero rimprovero fatto a' -primi Giudei-, e
che si vede non meno frequentemente ripetuto a' -Giudei del secondo
tempio-. Per la qual cosa nulla da questo luogo può riferirsi contro la
certezza degli enunciati miracoli.
I Profeti riunirono nel Messia co' caratteri di -Re-, e di
-Conquistatore- quelli di -Martire- e di -Figliuolo di Dio-, e questi si
trovano raccolti in ogni libro di Teologia. Ma ripiglia Orobio: Gesù non
essendo stato Re e Conquistatore temporale, perchè i suoi seguaci
ricorrono al senso spirituale? Perchè risponde il Limborchio, tal è
l'interpretazione datane dagli Scrittori del nuovo Testamento, inspirati
da quel Dio che dettò l'antico: e le prove dell'inspirazione di quelli è
tale, che i Giudei non possono contrastarle senza ferire ancor questo.
La -Chiesa non restò- pure un momento -confusa colla Sinagoga-, nè
quanto alla dottrina, nè quanto alla comunione. Gli Ebrei insegnavano,
che la salute dipendeva unicamente dalla legge Mosaica; che Gesù era
stato un impostore, e che la sua dottrina doveva passare per un'empia e
detestabile profanazione. Secondo i Cristiani, Gesù era figliuolo di
Dio, da cui solo sperar si doveva la vita eterna, e le cerimonie
Mosaiche erano divenute per lo meno inutili. Circa la comunione, i
Cristiani si congregavano in case private, e la Sinagoga lungi dal
tollerarli li perseguitò fieramente e dentro e fuori della Palestina.
Lo sbaglio dell'Autore sarà per avventura derivato dal vedere, che nel
primo secolo alcuni de' Giudei convertiti univano amendue i culti. Nel
qual punto di storia sembra, che le sue idee fossero molto superficiali
e confuse.
Tre classi di Giudei sostenevano l'osservanza dei riti Mosaici: alcuni
li congiungevano all'Evangelio, ma senza crederli necessari alla salute;
e questi erano riconosciuti per Ortodossi; altri ne insegnavano la
necessità, e furono rigettati come Eretici sin dalla nascita della
Chiesa, allor quando gli Apostoli nel Concilio di Gerusalemme
dichiararono, che non erano più necessari. Nella terza classe mettiamo i
Giudei non convertiti, i quali esaltavano tanto le istituzioni Mosaiche,
che condannavano assolutamente la legge ed il culto di Cristo.
Ora scrive l'Autore, che -gli argomenti impiegati da' Giudei convertiti
a provare, che le ceremonie Mosaiche non potevano abrogarsi, e che tutti
i Proseliti li dovevano riconoscere come indispensabili, non
plausibili-: gli espone in compendio, e cita la conferenza d'Orobio con
Limborchio, dove si trovano estesamente spiegati (p. 103). Chi non dirà
ad un tal parlare, che Orobio difenda la causa de' Cristiani
giudaizzanti? Frattanto questa è una metamorfosi operata
dall'immaginazione dell'Autore, che lo ha convertito tanti anni dopo che
è morto; impresa, che non potè riuscire al Limborchio, col quale il
Giudeo Orobio disputò per ben tre volte contro il Cristianesimo, e
rimase Giudeo. Sì fatti errori, commessi per troppo abbondare in
erudizione, ci vagliano di ammaestramento; quando ci rammentiamo della
sicurezza, colla quale egli dichiarò nella piccola prefazione di -aver
letti tutti gli originali, coi quali aveva illustrate la sue ricerche-.
Ma quali sono gli argomenti, a cui egli dà tanto peso? -Iddio è
immutabile.- Che ne segue? Si muta egli forse per aver limitata
l'esistenza dell'uomo? No. Perchè adunque non ha potuto ab eterno
volere, che la legge Mosaica durasse sino a certo tempo, e poi desse
luogo a quella, che ne' suoi immutabili decreti doveva seguire? -Gesù
Cristo e gli Apostoli osservarono le ceremonie di Mosè-: perchè, dice S.
Paolo, non era stato ancora squarciato l'antico chirografo; dappoichè
Gesù ebbe consumate sulla croce tutte le profezie, cominciò un nuovo
ordine di cose, e gli Apostoli coll'intervento del divino Spirito
dichiararono, che il peso de' riti Mosaici non era più necessario.
Vi vuol dunque una gran dose di stupidezza o di malignità a dire, che la
-sagacità de' santi Interpreti- qui ha dato di piglio all'allegoria,
ovvero ai sofismi, come se in una cosa tanto facile e piana sorgessero
difficoltà da non potersi altrimenti superare.
Nel raccontar le vicende della Chiesa di Gerusalemme l'Autore confonde i
-Nazarei- Eretici co' primi Cristiani, ch'ebbero per qualche tempo la
denominazione medesima: tolto il quale equivoco, si scorgerà chiaramente
nella Storia che la Chiesa Gerosolimitana fu sempre ortodossa, e quando
andò, e quando ritornò da Pella; mentre se professava coll'Evangelio i
riti Mosaici, non ne insegnava la necessità; sebbene per essere que'
Fedeli ammessi nella nuova città edificata da Adriano sul monte Sion
avessero dovuto rinunziare ad ogni costume Giudaico. I Nazarei Eretici,
che ne difendevano la necessità, e nutrivano altri errori capitali
contro la fede, cacciati da Gerusalemme non ebbero più permesso di farvi
ritorno per la loro ostinazione, e rimasero separati dalla comunicazione
dei Fedeli nella stessa guisa di prima. Secondo alcuni eglino stessi
sono gli -Ebioniti-; ma secondo altri l'una setta è diversa dall'altra.
San Giustino Martire fu d'avviso, che non fosse peccaminosa l'osservanza
de' riti Mosaici, purchè non si credesse necessaria. Ma invece di
-spiegarsi colla più riservata diffidenza-, nel passo si legge ripetuto
tre volte -salvatum talem iri aio-. Nella traduzione dell'Autore Trifone
l'interroga del -sentimento della Chiesa-; e nel testo si dice; -an
sunt, qui dicant, hujusmodi salvatum non iri? Sunt, ego respondi-. Non
esprime quanti erano, molto meno che fosse opinione di tutta la Chiesa.
-Cum talibus-, prosegue il Santo, -neque consuetudinis, neque hospitii
communionem habere audent-; parole compendiate così dal Mosemio: -minus
clementer decernunt-. L'Autore prese da questo la citazione, e vi fece
un ampio comento: asserendo -che quando Giustino fu pressato a dichiarar
il sentimento della Chiesa, confessò che vi erano molti fra gli
Ortodossi Cristiani, che non solo escludevano i loro giudaizzanti
fratelli dalla speranza di salvazione, ma che evitavano ancora ogni
commercio con loro ne' comuni offizj di amicizia, d'ospitalità e di vita
sociale.- In un quadro d'intolleranza si doveva por mano a tinte assai
forti.
Gli Gnostici non rigettarono l'antico Testamento -per averlo trovato
pieno di difetti-, ma perchè fu inspirato dal Creatore, che nel loro
sistema de' due principj era l'Autore del male. Per lo stesso sistema
neppur poterono accomodarsi agli Evangeli, ne' quali s'insegna, avere il
Verbo assunta umana carne, la quale era per loro opera del Creatore.
Le difficoltà, ch'egli cita contro l'antico Testamento, abusando del
nome degli Gnostici, sono state ripetute sino alla nausea dai
predecessori del Signor Gibbon, e gli Apologisti vi hanno tanta luce
arrecata, che non possono più rimettersi in campo senza stancare la
pazienza del Pubblico. Simili dettagli al nostro istituto non si
convengono.
Dite voi, che -sino ad Adriano la Chiesa tollerò tutte le Sette?- Gesù
Cristo aveva ordinato: -si ecclesiam non audiverit, sit tibi, tanquam
ethnicus et pubblicanus-; e l'Apostolo aveva detto -haereticum hominem
devita-. Nell'epistole di S. Paolo, di S. Giovanni e di S. Ignazio,
discepolo degli Apostoli, ad ogni passo s'incontrano vive esortazioni a
fuggire gli Eretici.
Passando da Gerusalemme a Roma, l'Autore si maraviglia, come i Cristiani
-avessero in tanto orrore ogni segno di culto nazionale-. Ma o Iddio non
esige un culto neppur naturale; o un culto contrario all'unità della sua
natura ed alla perfezione de' suoi attributi dee veramente inspirare
l'orrore, col quale i Cristiani guardavano l'universale depravazione
delle leggi di natura, consecrata agli Dei nel culto idolatrico.
L'Autore motteggia sul demonio, come se senza l'intervento di lui
l'idolatria non fosse il più enorme di tutti i peccati. -I demonj erano
autori, patrocinatori ed oggetti dell'Idolatria-, in quanto tentavano
gli uomini contro il precetto di onorare Dio, come giornalmente li
tentano intorno agli altri doveri.
Nella storia delle stravaganze dello spirito umano mancava chi facesse
il panegirico dell'Idolatria. L'Autore ha occupato il posto voto: ma il
suo elogio non può piacere se non a coloro, le cui idee e le cui brame
terminano ne' sensi. -La superstizione compariva sempre sotto
l'apparenza del piacere e spesso della virtù-, e sappiamo qual piacere
ella menasse in trionfo. Virtù e voluttà formano un'idea complessa di
nuova invenzione.
-Era un dovere penoso pei Cristiani il conservarsi puri in mezzo a tanta
corruzione.- Come stettero saldi? E come fecero uscire i Gentili dal
lezzo, in cui si giacevano? Secondo il corso della natura i Gentili
dovevano sovvertire i Cristiani, anzichè i Cristiani convertire i
Gentili. Ma noi siamo tornati insensibilmente al titolo dell'Articolo, e
l'Autore non vuole che se ne parli.
Seconda Conclusione che dee provare l'Autore. La dottrina d'una
vita futura, accompagnata dall'opinione dell'imminente fine del
mondo, e del beato regno de' mille anni fu una delle cagioni
naturali dello stabilimento o de' progressi del Cristianesimo.
RISTRETTO. -Gli antichi filosofi inculcavano questa semplice verità, che
nulla attender si dee dopo la morte: ma pochi saggi della Grecia e di
Roma seguendo la guida dell'immaginazione e della vanità insegnavano
essere l'anima immortale. Una dottrina tanto superiore ai sensi, se
occupava piacevolmente l'ozio de' solitari, perdeva ogni efficacia nel
commercio e nei negozi della vita civile; giacchè la filosofia non potè
co' più alti sforzi che indicar debolmente il desiderio, la speranza, o
al più la probabilità d'una vita futura, il darne la certezza
apparteneva alla Rivelazione. La mitologia Pagana non poteva giovare,
perchè già se n'era cominciato a scuotere il giogo. Questa dottrina
dell'immortalità però si stabilì più prosperamente nell'Indie, nella
Siria, nell'Egitto, nella Gallia per l'ambizione de' Sacerdoti. Nella
legge Mosaica, dove si dovrebbe trovare, non se ne fa menzione: i Giudei
fino ad Esdra si limitarono al presente. Indi a non molto i Sadducei la
rigettarono attaccati al senso letterale della Scrittura, e l'ammisero i
Farisei con altri dommi tratti dalla filosofia Orientale, il cui partito
finalmente prevalse. Ma non divenendo essa per ciò più probabile, era
necessario che ricevesse da Gesù Cristo la sanzione di verità divina.
Allorchè fu offerta agli uomini la promessa d'una felicità eterna, non è
maraviglia che venisse accettata da gran numero di persone d'ogni
religione, d'ogni condizione, d'ogni Provincia.-
-L'opinione della prossima fine del mondo, fondata sulle parole di Gesù
Cristo e degli Apostoli, che dopo il corso di 17 secoli non si è
avverata, produceva i più salutari effetti sopra i Cristiani, e contro
gl'Increduli si annunciavano le più orribili calamità.-
-Si credeva inoltre, che Gesù Cristo avrebbe regnato in terra mille anni
innanzi la risurrezione generale. Questo sistema adattato ai desiderj ed
alle apprensioni degli uomini dovè molto contribuire a' progressi del
Cristianesimo. Quando poi non se n'ebbe più bisogno, fu condannato come
invenzione dell'eresia.-
-La condanna de' più saggi e de' più virtuosi Pagani offende l'umanità e
la ragione del presente secolo: ma nella primitiva Chiesa si condannava
al supplicio eterno la massima parte della specie umana. Sentimenti così
rigidi sparsero di amarezza un sistema di amore: i Fedeli insultavano i
Politeisti, e questi subitamente atterriti senza poter essere sovvenuti
da' Sacerdoti o da' Filosofi loro, restavano soggiogati; e se una volta
inducevansi a sospettare, che potesse la religion Cristiana esser vera,
diveniva facile il convincerli, che il partito più prudente era quello
di abbracciarla- (p. 139).
RISPOSTA. Prosegue l'Autore colla stessa copia d'idee estranee, e colla
stessa scarsezza di ragionamenti adattati al bisogno. Noi dobbiamo
investigare, come naturalmente giovasse all'avanzamento della Religione
la dottrina dell'immortalità, l'aspettazione dell'imminente fine del
mondo, l'opinione del beato regno di mille anni.
Circa la prima parte egli dopo di averci esposti i sentimenti delle
antiche nazioni e gli sforzi della filosofia, termina con queste parole.
-Allorchè fu offerta agli uomini la promessa d'una felicità eterna, non
è maraviglia che venisse accettata da un gran numero di persone d'ogni
religione ec.- Eccoci adunque nello stesso caso di prima: questo è un
replicare con giro diverso di termini, che -la dottrina dell'immortalità
fu una delle cagioni naturali dello stabilimento e de' progressi del
Cristianesimo-; che era quello che si dovea provare.
-Non è maraviglia, che venisse accettata da gran numero di persone.-
Cesserà la maraviglia o pel vantaggio derivante dalla stessa dottrina, o
per la qualità di coloro, che predicarono, o per la disposizione, nella
quale trovavansi quelli a cui fu predicata.
Non può l'Autore attenersi alla prima parte, avendo supposto, che -la
dottrina dell'immortalità, se allettava l'ozio dei solitari, perdeva
ogni efficacia nel commercio e ne' negozj della vita civile.- Ma ponendo
da parte i pensamenti di lui, la incoerenza de' quali non reca alcun
giovamento alla causa della verità, la dottrina della vita avvenire,
quale si stabilisce nel Cristianesimo, ha un aspetto seducente ed un
altro ributtante. Non possono non allettare gl'ineffabili beni di una
beata eternità promessi a chi soffre coraggiosamente i travagli d'una
brevissima vita. Ma non possono non ributtare gl'inesplicabili tormenti
aggravati dall'immenso peso dell'eternità sopra un miserabile, che abbia
avuta la disgrazia di atterrare il cumulo di tutti i suoi meriti con un
solo peccato di desiderio. Ed il dogma della Predestinazione, che si
riferisce a questo gran termine, eccita, più che speranza, terrore ed
abbattimento di spirito. Se non che questo stesso terrore, questo
abbattimento di spirito può servir di motivo a seriamente pensare ad un
negozio di tanta importanza. Ma egli è indubitato, che una dottrina, sia
per l'amor proprio interessante quanto si voglia, non acquisterà mai
alcun grado di efficacia, se non quando si presenterà alla mente dotata
della necessaria certezza. Le promesse e le minacce senza prova son
nulla.
I Predicatori Evangelici, attesi i loro caratteri esterni, non avevano
l'autorità de' filosofi. Oltre ciò i nostri non prendevano a convincere
con ragioni filosofiche. Eglino proponevano l'immortalità come un
articolo che si doveva credere, non come il prodotto d'una
dimostrazione. Su qual fondamento potevasi prestar fede alle loro
dichiarazioni? O dovevano essere dispregiati, o gli animi dovevano
restar penetrati dall'evidenza delle prove generali della Rivelazione.
Ma in tal guisa la verità del Cristianesimo, già riconosciuta, faceva
ricevere unitamente agli altri dommi quello dell'immortalità, quando ci
doveva provare, che la dottrina dell'immortalità era la cagione, che
faceva abbracciare il Cristianesimo.
Qual era la disposizione degli Ebrei? A tempo di Gesù Cristo la dottrina
della vita avvenire costituiva un articolo essenziale della loro
credenza; onde il Cristianesimo non offeriva loro alcun nuovo vantaggio,
e ritrovava un ostacolo naturalmente impossibile a superarsi. Nel
Cristianesimo la vita eterna era promessa soltanto a chi credeva in Gesù
Nazareno; nel Giudaismo a chi osservava senza mescolanza di altri culti
le istituzioni Mosaiche.
Circa la credenza de' Pagani l'Autore non sa determinarsi; nè noi ci
gioveremo della sua perplessità. O essi profetavano questa dottrina, o
non la professavano. Nella prima supposizione non vi è ragione
sufficiente, per cui il Pagano dovesse abbandonare la Religione della
patria, che insegnava lo stesso sistema. Nella seconda bisogna
rinunciare al senso comune per non vedere, che una novità di tal natura,
in luogo di agevolare le conversioni, ne accresceva la difficoltà. Voi
Cristiani, doveva dire il Politeista, mi promettete un paradiso, se io
abbraccierò l'Evangelio; e mi minacciate un inferno, so resterò nella
Religione, nella quale son nato. I grand'uomini della Grecia e di Roma
hanno altamente derisa questa dottrina; lo stesso popolo di presente la
considera come una chimera; nel Senato e nei Teatri di Roma si annuncia
pubblicamente e senza velo, che tutto finisce colla morte: sopra quali
prove voi vi fondate? Non è questa la disposizione naturale, in cui le
istanze de' Cristiani metter dovevano i Gentili?
Lo opinioni del -prossimo fine del mondo- e del -terreno regno di
Cristo- sono soggette alle stesse difficoltà. Esse non potevano prendere
neppure aspetto di probabilità, se prima gl'Infedeli non rimanevano
convinti dalle verità della Rivelazione Cristiana. E la prima era
inoltre in se tant'odiosa, tanto sensibilmente feriva la sensibilità de'
Romani per la gloria e per la perpetuità dell'Impero, che fu una delle
cagioni che nel fuoco delle persecuzioni gli stimolava ad incrudelire
contro persone, le quali lor pareva, che bramassero l'estinzione di
tutto il genero umano. Ma è tempo di passare alle digressioni.
Chiunque abbia una leggiera tintura della storia della filosofia, sa che
tra' Greci l'immortalità dell'anima dal solo Epicuro fu rigettata.
I Romani sino a Catone universalmente la credettero. Dappoichè penetrò
in Roma la filosofia di Epicuro, lo spirito di Scetticismo infettò
alcuni di que' letterati; ma il popolo rimase costante nell'antica
credenza, ch'era conforme a quella degl'Indiani, degli Assirj, degli
Egizj, de' Galli, i -Sacerdoti- de' quali non avevano alcuna preeminenza
sopra quelli de' Romani. Anzi allora fu, che all'Epicureismo sottentrò
il nuovo Platonismo confederato colla filosofia Orientale, quando il
Cristianesimo cominciava a predicare la vita avvenire; allora i
filosofi, alzarono altare contro altare; e tutto fu inutile.
Se l'Autore ha lette le dimostrazioni addotte da' moderni filosofi in
favore dell'immortalità, doveva accennare i difetti per convincersi, che
-la filosofia co' più alti suoi sforzi non può indicarne se non che
debolmente il desiderio e la speranza o al più la probabilità-. Vero è
che queste dimostrazioni, che non si assomigliano punto alle sue, non
possono solleticare il suo gusto.
Ne' libri di Mosè si fa molte volte non oscura menzione di questa
dottrina: confessiamo però, ch'ella non è contenuta nell'economia
dell'antica legge, ristretta dentro la sfera del temporale, sicchè se
non vi si trova, non vi si dee trovare. L'Autore Inglese della divina
legislazione di Mosè, che il Sig. Gibbon poteva consultare, parla molto
acconciamente di questo argomento.
-I Sadducei la negarono-, perchè quantunque ella si trovi ne' libri di
Mosè, e più chiaramente ne' seguenti Scrittori, quelli si compiacquero
di profanar la Scrittura colla Filosofia di Epicuro. Per la stessa
ragione l'ammisero i Farisei, non per -l'autorità della filosofia
Orientale-; se l'Autore non voglia distruggere quanto ha sostenuto
sull'inflessibile ostinazione de' Giudei nel ricusar di unire alcuna
istituzione con quelle di Mosè.
Del resto egli riconosce questo dogma -dettato dalla natura-, benchè
prima l'avesse creduto -inspirato a pochi filosofi dalla vanità-: lo
confessa -approvato dalla ragione- a dispetto della -filosofia, che co'
più alti suoi sforzi non potè dimostrarlo-: gli piace, che -l'avesse
adottato la superstizione-, dopo d'aver dichiarato la Mitologia
-insufficiente a farlo ricevere-; che -i più savj Politeisti ne avevano
scossa l'autorità-; e che -i voti del popolo Pagano diretti a Giove e ad
Apollo risguardavano il solo presente-. Finalmente -gli Ebrei lo
credevano- come rivelato; ma -perchè ciò nulla vi aggiungeva di
probabilità, fu necessario, che lo rivelasse Gesù Cristo-. Il Sig.
Gibbon ha bisogno della sagacità d'un interprete più che santo.
La distruzione prossima del mondo, la comparsa dell'Anticristo, e la
venuta di Cristo giudice è una predizione contenuta formalmente
nell'Evangelio e nell'Epistole di S. Paolo, di S. Pietro, di S.
Giovanni: ella pel corso di 17 secoli non si è avverata: dunque questi
libri non furono divinamente inspirati. Ecco l'obbiezione, ed ecco la
risposta, che si raccoglie dalla bell'Opera del Sig. Hammond Scrittore
Inglese più antico del nostro. Convien distinguere due venute di Gesù
Cristo, l'una a punire i Giudei, e l'altra a giudicare tutto il genere
umano. Quella nella Scrittura si predice imminente, ma questa si dà per
incerta. Applicate i passi in quistione alla comparsa dei primi
Eresiarchi denominati -Anticristi- da S. Giovanni, ed alla distruzione
di Gerusalemme sotto Vespasiano, e troverete adempita la predizione nel
tempo da' sacri Autori designato.
Se il Sig. Gibbon avesse rammentato, che Origene fiorì molto prima di
Lattanzio, ed ebbe gran numero di seguaci, non avrebbe detto, che -da S.
Giustino Martire fino a Lattanzio tutti i Padri riguardavano la dottrina
del Millennio come una verità creduta da tutta la Chiesa-. Origene
sostenuto dal maggior numero distrusse sì fattamente l'errore, che
avendo il Vescovo Nipote (molto prima di Lattanzio) tentato di
ristabilirlo, non trovò, dice il Mosemio, se non pochi fanatici nelle
campagne e ne' borghi dell'Egitto, che gli prestassero orecchio. Per
altro diversamente ideavano questo regno i pochi Ortodossi, che avevano
adottata tale chimera, e diversamente gli Eretici: finchè scopertasi
l'origine nelle favole Giudaiche ed in Corinto, la Chiesa giustamente lo
proscrisse. E siccome abbiamo dimostrato, che la riferita opinione nulla
per se poteva influire ne' progressi del Cristianesimo, riesce insipido
il sentirci dire, che -quando l'edifizio della Chiesa fu quasi al
termine, si tolse di mezzo il sostegno, che aveva servito un tempo per
comodo della fabbrica.-
La -riprovazione- de' pretesi -saggi e virtuosi Pagani- ben intesa non
offende nè l'-umanità-, nè la -ragione- del nostro secolo, ma come si
debba intendere secondo la fede cattolica, nè noi possiamo brevemente
spiegarlo, nè ai semplici nuoce il non saperlo. Giova l'udire, che
-questi sentimenti spargevano di amarezza un sistema d'amore-; poichè
tanto più ci maravigliamo, come l'Autore abbia riposta in questa
dottrina la sua seconda cagion de' progressi del Cristianesimo, quanto
più candidamente egli ne accenna gli effetti contrari.
Terza Conclusione che dee provare l'Autore. Il dono de' miracoli
falsamente attribuito alla Chiesa primitiva fu una delle cagioni
naturali dello stabilimento e dei progressi del Cristianesimo.
RISTRETTO. -I doni soprannaturali, che dicesi avere ricevuti i primi
Cristiani, dovevano contribuire a convincere gl'Infedeli. Oltre i
prodigi accidentali, la Chiesa si è arrogata sin dagli Apostoli una
successione non interrotta di facoltà miracolose, come il dono delle
lingue, le visioni e le profezie, il potere di scacciare i demonj, di
sanar gli ammalati e di resuscitare i morti. Ireneo, che attribuisce il
dono delle lingue ai suoi contemporanei, dice di se stesso, che
predicando l'Evangelio nelle Gallie, doveva contrastare colle difficoltà
di un dialetto barbaro. E se i Cristiani d'allora richiamavano a vita
gli estinti, come ne fa testimonianza Ireneo, lo Scetticismo di que'
tempi non si potrebbe spiegare. Teofilo ricusò di dar questa prova ad un
Pagano che si sarebbe convertito. Del resto in ogni secolo si osserva
una succession di miracoli; e verremmo a contraddirci, se negassimo
nell'ottavo e nel decimo secolo al venerabile Beda e a S. Bernardo
quella fede, che abbiamo con tanta generosità accordata nel secondo a
Giustino e ad Ireneo. L'utilità poi de' miracoli è sempre la stessa:
ogni secolo ha avuto degl'increduli da combattere, degli Eretici da
convincere, degl'Infedeli da convertire. Frattanto confessando ogni uomo
ragionevole esser già tal potere cassato, dovè togliersi alla Chiesa in
un'epoca che noi non sappiamo terminare. Di presente regna un segreto
Scetticismo: assuefatti da gran tempo ad osservare ed a rispettare
l'ordine invariabile della natura, non siamo sufficientemente preparati
a sostenere l'azione visibile della Divinità. Diversa era la situazion
degli uomini al nascere del Cristianesimo. I più curiosi ed i più
creduli fra' Pagani s'inducevano spesse volte ad entrare in una società,
che si attribuiva un attual diritto alla potestà di far miracoli. I
primitivi Cristiani battevan continuamente una strada mistica: i
prodigi, ch'eglino si figuravano di operare, li disponevano a ricevere
colla stessa facilità le maraviglie dell'Evangelio ed i misteri, che per
loro confessione sorpassavano le forze del loro intelletto. Quest'intimo
convincimento fu celebrato sotto nome di fede, e raccomandato come il
principale e forse l'unico merito del Cristiano, poichè secondo i più
rigidi Dottori le virtù morali, che possono praticarsi egualmente
dagl'Infedeli, son prive d'ogni valore o efficacia per operare la nostra
giustificazione- (p. 147).
RISPOSTA. -Che il dono de' miracoli dalla primitiva Chiesa vantato ne
agevolasse naturalmente i progressi-, l'Autore neppure ha tentato di
provarlo: ci avverte a principio, che -ciò doveva contribuire a
convincere gl'Infedeli-: in tutto il restante perde di vista la
conclusione; e finalmente termina con asserire, che -i Gentili entravano
per curiosità o per credulità nella Chiesa che vantava il poter de'
miracoli-.
Tanta parsimonia qui non è fuor di ragione. Imperciocchè impegnatosi
egli a provare, ch'erano illusioni o imposture i miracoli, che
all'antica Chiesa si attribuiscono, il mettersi poscia a seriamente
provare, che -l'imposture e l'illusioni contribuivano a convincere
gl'Infedeli-, sarebbe stato lo stesso che contraddirsi.
Quindi dobbiamo prendere in ischerzo, che i Gentili rinunciassero alla
propria Religione, ed entrassero nella Chiesa perseguitata dal Principe
per pura -curiosità-. Questo sarebbe un nuovo principio morale di mutar
il cuore, e dal libertinaggio farlo passare all'estremo di una vita pura
ed austera.
Vi potevano entrare per -credulità-. In quel tempo i Romani erano troppo
illuminati, e a udire l'Autore -avevano già scossa l'autorità della
Mitologia-, che spacciava tante maraviglie. Or poi entrati per soverchia
semplicità nella Chiesa, come potevano rimanervi, trovando la loro
aspettazione delusa? Se miracoli non se ne operavano, i Proseliti non
potevano trovarvene. Chi gl'incantava? Come concepivano un tenacissimo
attaccamento a questa madre? Per quale speranza si lasciavano
barbaramente tormentare e toglier la vita? Subodorata appena l'impostura
o l'illusione, non dovevano abbandonare con isdegno una società infame?
Non dovevano alzar la voce, ed avvertire i parenti, gli amici, i
magistrati, il pubblico, che si guardassero dalle frodi Cristiane?
Sarebbe puerilità il voler più insistere sopra un assurdo così
palpabile: rivolgiamoci piuttosto all'oggetto, al quale tendono
veramente gli sforzi dell'avversario. Egli non vuol miracoli di veruna
sorta, nè in verun tempo: egli investe quelli de' primi secoli, quelli
degli Apostoli e di Gesù Cristo, ed in generale ogni evento che non sia
nell'ordine della natura. Questa è la vera meta delle sue ricerche, ed a
questo noi ora volgeremo le nostre difese.
Avanti però d'innoltrarsi, convien premettere due osservazioni. Ecco la
prima. Non si dee contendere, se la primitiva Chiesa vantasse un potere
di far miracoli permanente, e da esercitarlo a sua disposizione. Mai non
si è così creduto nel Cristianesimo: mai non si è avuta l'arroganza di
pretendere, che Iddio assoggettata avesse la sua onnipotenza
all'arbitrio degli uomini. Quante difficoltà non farebbe nascere un tale
sistema? A chi Iddio confidò questo potere? Ad ogni Fedele in
particolare? O all'unione di tutti? O pure a' Vescovi presi ad uno ad
uno, ovvero al Sacerdozio in corpo? E qual condotta conveniva tenere
nelle occorrenti emergenze? Quelli d'una Provincia erano padroni di fare
il miracolo, o dovevano implorare il consenso ed il soccorso di tutte le
Chiese? Essendo somigliante disegno impossibile ad eseguirsi, si è
sempre insegnato, che Iddio secondo il suo puro beneplacito accordava i
doni miracolosi ad alcuni d'eminente virtù e nelle circostanze che gli
rendevano necessari, nella stessa guisa, che furono conceduti a Mosè e
ad altri illustri personaggi dell'antico Testamento.
La seconda riflessione riguarda l'origine istorica della presente
controversia. Fu ella posta in campo dal Dottor Middleton colle stesse
difficoltà critiche, che il nostro Autore ha tolte di peso da lui. La
novità dell'impresa sollevò contro il Middleton tutto il Mondo
Cristiano, ed i suoi Avversari lo ridussero alla disperazione di cambiar
lo stato della questione, per ritirarsi con onore. Dichiarò egli di non
aver tolti a combattere i miracoli passeggieri ne' primi secoli
accaduti, ma solo il poter permanente, di che si credeva rivestita la
Chiesa: cosa, ripiglia il Mosemio, da niuno sostenuta, e che per
conseguenza non meritava la pena di confutarsi con un grosso volume. Il
Sig. Gibbon cita questo grosso volume, cita l'opposizioni che incontrò,
cita l'Apologia ch'egli preparò; ma non dichiara il fine ch'ebbe la
disputa, e par che ignori, che la di lui piuttosto ritrattazione che
apologia fu data alla luce un anno dopo la morte del medesimo.
Fu rimproverato al Middleton che le difficoltà da lui fatte contro i
miracoli dei primi secoli si stendevano naturalmente a quelli degli
Apostoli e di Gesù Cristo. In fatti egli oppose ai primi il Pirronismo
dei letterati contemporanei, la credulità del popolo ed alcune
leggerissime riflessioni di critica sopra i monumenti degli antichi
Scrittori, e gli fu fatto vedere, che le stesse leggerissime riflessioni
di critica possono applicarsi agli Evangeli, e che si rinviene la stessa
credulità del popolo Ebreo, e lo stesso Pirronismo negli Scribi e ne'
Farisei. Il Middleton, persuaso della verità de' miracoli depositati ne'
libri canonici, non volendo riconoscere la fatale conseguenza de' suoi
principj, amò meglio di mutar la questione. Col nostro Autore è
superfluo l'affannarsi a mettergli in vista la stessa conseguenza, come
quegli, che lungi dall'averla in orrore, se la fa propria, e temendo che
il suo lettore non sia capace di scuoprirla da se, ve lo conduce per
mano, e si leva del tutto la maschera verso il fine del capo.
Ora noi qui non prenderemo direttamente a difendere i miracoli di Gesù
Cristo, giacchè egli non gli ha direttamente assaliti; faremo l'apologia
de' prodigi de' primi secoli nella già divisata maniera ch'ei gli ha
attaccati, e la certezza di questi terrà al coperto la certezza di
quelli.
E prima di sciogliere le sue difficoltà, ci sia permesso di ragionare
alquanto sul fatto e diciamo, che se i Gentili venivano in folla alla
fede, questa è una prova evidente della verità de' miracoli, che si
dicevano accaduti. E vaglia il vero o bisogna supporli tutti stupidi e
privi di ogni amore per la Religione della patria, o confessare, che la
conversione loro era il risultato di veri miracoli. Imperciocchè i
Cristiani lungi dal cercare la solitudine e le tenebre operavano in
pubblico; e ciò apparisce da quella specie di disfide, che s'incontrano
ad ogni passo aprendo i libri degli Scrittori dei primi secoli.
Dall'altra parte i vantati prodigi erano di tal natura, che anche i più
rozzi contadini potevano formarne giudizio. Il parlare diverse lingue,
il liberare gli ossessi, il richiamare a vita gli estinti, ricercano
recondite cognizioni di fisica o sublimi sforzi d'ingegno a deciderne?
Dunque supponendo i Gentili forniti del senso comune, e freddamente
interessati per la propria Religione, se nelle operazioni Cristiane non
vi era un fondo di verità, se ne dovevano accorgere; onde se si
convertirono contro l'interesse delle proprie passioni, il fatto stesso
fa una invittissima prova in favore di essi miracoli.
Inoltre abbiamo detto, che se nella Chiesa non si facevano veri
miracoli, i Proseliti, che vi erano entrati per -credulità-, dovevano o
presto o tardi disingannarsi, ed uscirne. A che dobbiamo attribuire la
loro perseveranza per fino in faccia de' tormenti e della morte? Non si
trattava d'una famiglia, di una città, di una Provincia. Dovunque erano
sparsi i Cristiani, vantavano le stesse maraviglie. Apostati ve n'ebbe
in ogni tempo, in ogni tempo gli Eretici esclusi dal seno della Chiesa
erano pronti a calunniarla; e la perpetua cura de' filosofi era di porre
in discredito i seguaci dell'Evangelio. Credibile che per niuna di
queste vie siasi potuta mai giuridicamente provare una frode, una
collusione? Noi avremmo voluto che l'Autore, in vece di esercitarsi
nella gramatica, avesse trattato da filosofo questo argomento. Ma
ascoltiamo quanto gli è piaciuto di ripetere dietro la scorta di un
Dottore sconfitto.
-Come si può spiegare lo Scetticismo de' letterati Pagani- intorno
all'immortalità dell'anima ed intorno la rivelazione in generale? Si
spiega ottimamente con accordarvi di buon grado, che questi -guardavano
gli affari Cristiani con quell'indifferenza, e con quel dispregio-, con
cui credete di mortificarci in tanti passi dell'Opera vostra. Persone,
che non credono, perchè non si sono informate, perchè non hanno fatto
esame veruno, qual peso di autorità possono avere? Oltre che è legge
forse di Psicologia, che la volontà si determini invincibilmente secondo
la verità che scuopre l'intendimento? Perchè peccano tanti Cristiani
persuasi fermamente dell'esistenza dell'inferno? Non si debbono avere in
conto alcuno i pregiudizi, la superbia, i legami civili che stringono
più che ogni altro le persone di merito distinte? E di questi stessi
personaggi non ne vantò in gran copia la primitiva Chiesa?
Della -credulità del popolo- si è abbastanza parlato per non dover qui
ripetere il già detto. Restano le riflessioni critiche sopra Ireneo e
sopra Teofilo.
-Ireneo-, dice il Middleton, -attribuisce altrui il dono delle lingue,
dov'egli predicando l'Evangelio nelle Gallie confessa di aver dovuto
contrastare colle difficoltà d'un dialetto barbaro-. Nel testo si legge,
che il Santo si scusa di non iscrivere con Greca eleganza la storia
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