la scoperta de' complici.
Tosto che fu pubblicata la sentenza, «Noi moriremo con lui» gridò
generalmente tutta insieme la moltitudine dei Cristiani, che stava ad
ascoltare avanti le porte del Palazzo. Le generose loro dimostrazioni di
zelo e di affetto non furono nè vantaggiose a Cipriano, nè per loro
stessi pericolose. Fu egli condotto sotto la guardia de' Tribuni e de'
Centurioni, senza resistenza, e senza insulto, al luogo dell'esecuzione,
ch'era una spaziosa pianura vicina alla città, ed era già piena di un
gran numero di spettatori. A' fedeli di lui Diaconi e Preti fu concesso
di accompagnare il Santo lor Vescovo. Essi l'aiutarono a togliersi le
vesti di sopra, stesero sul terreno de' panni per raccoglier le preziose
reliquie del suo sangue, e da esso riceveron l'ordine di dare
venticinque monete d'oro all'esecutore. Dopo di che il Martire si cuoprì
con le proprie mani la faccia, e ad un solo colpo fu reciso il suo capo
dal busto. Rimase per alcune ore il cadavere esposto alla curiosità de'
Gentili; ma nella notte fu tolto di là, e con trionfal processione allo
splendore di molti lumi fu trasportato al cimitero dei Cristiani. Furon
celebrate pubblicamente a Cipriano l'esequie senza il minimo impedimento
per parte dei Magistrati Romani; e que' Fedeli, che prestaron gli ultimi
uffizj alla persona e memoria di lui, furono sicuri da ogni pericolo
d'inquisizione o di pena. Egli è da osservarsi, che in una moltitudine
sì grande di Vescovi, che si trovavano nella Provincia dell'Affrica,
Cipriano fu il primo, che fosse reputato degno di ottener la corona del
martirio[88].
Era veramente in poter di Cipriano o di morir martire, o di vivere
apostata: ma dipendeva da questa scelta l'alternativa dell'onore, o
dell'infamia. Se potesse anche supporsi che il Vescovo di Cartagine si
fosse servito della professione della fede Cristiana solo come
d'istrumento della propria ambizione o avarizia, doveva egli sempre
sostenere il carattere che aveva assunto[89]; e se in lui era la minima
dose di viril fortezza, doveva esporsi piuttosto a' più crudeli
tormenti, che per un solo atto cambiare la riputazione di tutta la vita
nell'abborrimento de' suoi Cristiani fratelli e nel disprezzo del mondo
Gentile. Ma se lo zelo di Cipriano veniva sostenuto da una sincera
persuasione della verità di quelle dottrine ch'egli predicava, la corona
del martirio dovea sembrargli piuttosto un oggetto di desiderio che di
terrore. Dalle vaghe, sebben eloquenti declamazioni de' Padri non è così
facile di concepire un'idea distinta, o di determinare il grado di
quell'immortal gloria e felicità, ch'essi con fiducia promettevano a
quelli ch'erano sì fortunati da spargere il proprio sangue in difesa
della religione[90]. Con la diligenza che si conveniva, essi
inculcavano, che il fuoco del martirio suppliva ogni difetto, ed espiava
ogni colpa; che mentre le anime degli altri Cristiani eran obbligate a
passare per una lenta e penosa purificazione, i Martiri entravano
trionfanti al godimento immediato dell'eterna felicità, dove in
compagnia de' Patriarchi, degli Apostoli e de' Profeti regnavan con
Cristo, ed erano come assessori di esso nell'universal giudizio
dell'uman genere. La sicurezza di una durevole riputazione sopra la
terra, motivo sì confacente alla vanità della natura umana, serviva
spesse volte ad animare il coraggio de' Martiri. Gli onori, che Roma od
Atene largivano a' que' cittadini, ch'erano morti per difesa della lor
patria, non erano che fredde e deboli dimostrazioni di rispetto, ove si
confrontino coll'ardente gratitudine e devozione, ch'esprimeva la
primitiva Chiesa verso i vittoriosi campioni della fede. S'incominciò a
celebrare come una ceremonia sacra l'annual commemorazione delle virtù e
dei tormenti loro, e andò a terminar finalmente in un culto religioso.
Fra' Cristiani poi, che avevan pubblicamente confessato i principj di
lor religione, quelli che si liberavano (come spesso accadeva) dal
tribunale o dalle carceri de' Magistrati Pagani, godevano quegli onori
ch'erano giustamente dovuti all'imperfetto martirio, ed alla generosa
fermezza che avevano dimostrato. Le più devote donne ambivano che fosse
loro permesso d'imprimer baci su' ferri ch'essi avevan portato, e sulle
ferite che avevano ricevuto. Le lor persone si stimavano sante; se ne
ricevevan con rispetto le decisioni; ed essi troppo spesso abusavano,
col loro spirituale orgoglio e colle licenziose maniere, della
preminenza, che lo zelo e l'intrepidezza avevano loro acquistato[91].
Distinzioni di questa sorta, nel tempo che rappresentano la
grand'esaltazione del merito, mostrano il picciol numero di quelli che
soffrirono patimenti, o la morte per la professione del Cristianesimo.
La sobria discrezione de' nostri tempi sarebbe più portata a censurar
che ad ammirare, e potrebbe anche più facilmente ammirar che imitare il
favore de' primi Cristiani, i quali, secondo la viva espressione di
Sulpicio Severo, desideravano il martirio con maggiore ansietà di quel
che i suoi contemporanei sollecitassero un Vescovato[92]. L'epistole
scritte da Ignazio, quando egli era condotto in catene per le città
dell'Asia, spirano i sentimenti più ripugnanti alla comune inclinazione
della natura dell'uomo. Vivamente egli prega i Romani, che quando sarà
esposto nell'Anfiteatro, non vogliano con le lor tenere ma inopportune
intercessioni privarlo della corona della gloria, e si dichiara risoluto
di voler provocare ed irritar le bestie feroci, che verrebbero impiegate
come istrumenti della sua morte[93]. Si raccontano alcune storie del
coraggio di Martiri, che effettivamente fecero quel che Ignazio s'era
proposto: che inasprirono il furor de' Leoni, sollecitaron l'esecutore
ad affrettare il suo uffizio, allegramente saltaron nel fuoco preparato
per consumarli, e dimostrarono un senso di gioia e di piacere nel mezzo
de' più squisiti tormenti. Si son conservati molti esempi di uno zelo,
che non poteva soffrire que' freni che gl'Imperatori avean posti per
sicurezza della Chiesa. Supplivano alle volte i Cristiani medesimi con
la propria volontaria dichiarazione alla mancanza di un accusatore,
precipitosamente sturbavano le pubbliche funzioni del Paganesimo[94], e
correndo in folla a' tribunali de' Magistrati, chiedevano loro che
pronunziassero ed eseguissero la sentenza stabilita dalla legge. La
condotta de' Cristiani era in vero troppo notabile per isfuggire alla
vista degli antichi Filosofi; ma sembra che fosse per loro un oggetto
molto meno d'ammirazione che di stupore. Incapaci d'immaginare i motivi,
che alle volte trasportavano la fortezza de' credenti oltre i confini
della prudenza o della ragione, trattavano tale ansietà di morire come
uno stravagante risultato di ostinata disperazione, di stupida
insensibilità, o di superstiziosa frenesia[95]. «Infelici! (esclamò il
Proconsole Antonino, parlando a' Cristiani dell'Asia) infelici! se voi
siete sì stanchi di vivere, vi sembra egli tanto difficil cosa il trovar
delle funi e de' precipizj?[96].» Egli andò sommamente guardingo (come
osserva un erudito e devoto Istorico) nel punire persone che non avevan
trovati altri accusatori che se medesimi, non essendosi dalle leggi
Imperiali fatto provvedimento veruno per un caso così inaspettato;
laonde avendone condannati alcuni pochi per servir d'esempio a' loro
fratelli, scacciò la moltitudine con indignazione e disprezzo[97].
Nonostante però questo reale o affettato sdegno, l'intrepida costanza
de' Fedeli produceva gli effetti più salutari su quegli spiriti, che
dalla natura e dalla grazia eran disposti a ricever facilmente le verità
religiose. In tali funeste occasioni, fra' Gentili v'erano molti, che
avevano compassione, che ammiravano, e che si convertivano. Da quelli
che pativano, si comunicava il generoso entusiasmo agli spettatori, ed
il sangue de' Martiri, secondo una ben nota osservazione, divenne il
seme della Chiesa.
Ma sebbene la devozione sublimato avesse, e l'eloquenza continuasse ad
infiammar questo ardor della mente, pure esso diede insensibilmente
luogo alle speranze e ai timori più naturali del cuore umano, all'amor
della vita, all'apprension della pena, ed all'orrore del proprio
discioglimento. I più prudenti regolatori della Chiesa trovaronsi
costretti a raffrenar l'indiscreto fervore de' lor seguaci, e a
diffidare di una costanza, che troppo spesso gli abbandonava nell'ora
dell'esperimento[98]. A misura che divenne meno mortificata ed austera
la vita de' Fedeli, essi furono di giorno in giorno meno ambiziosi degli
onori del martirio; ed i soldati di Cristo, in vece di distinguersi con
volontarie azioni d'eroismo, disertavan frequentemente dal loro posto, e
fuggivano in confusione l'aspetto di quel nemico, al quale erano in
dover di resistere. Vi erano però tre maniere di evitare le fiamme della
persecuzione, che non portavan seco il grado medesimo di reato: la prima
in vero si risguardava generalmente come innocente; la seconda era di
una specie dubbiosa, o almeno di una veniale mancanza; ma la terza
induceva una diretta e colpevole apostasia dalla fede Cristiana.
I. Un moderno Inquisitore udirebbe veramente con sorpresa, che allorchè
avanti ad un Magistrato Romano accusavasi alcuno sottoposto alla sua
giurisdizione, per aver abbracciato la setta del Cristianesimo, fosse
comunicata l'accusa alla parte accusata, e le fosse accordato un
conveniente spazio di tempo per porre in ordine i propri affari
domestici, e per preparare una difesa al delitto che le veniva
imputato[99]. Se l'accusato avea qualche dubbio intorno alla propria
costanza, tal dilazione gli somministrava l'opportunità di conservar la
sua vita ed il suo onore mediante la fuga, di ritirarsi in qualche
oscura solitudine, o in qualche distante Provincia per ivi aspettare
pazientemente il ritorno della sicurezza e della pace. Un contegno sì
conforme alla ragione veniva spesso autorizzato dall'avviso e
dall'esempio de' più santi Prelati, e sembra, che fosse censurato da
pochi, se si eccettuino i Montanisti, che dal loro stretto ed ostinato
attaccamento pel rigore dell'antica disciplina furon condotti
all'eresia[100]. II. I Governatori delle Province, ne' quali non
prevaleva lo zelo all'avarizia, avevano introdotto il costume di vendere
degli attestati (o come si dicevan -libelli-) ne' quali facevan fede,
che le persone ivi menzionate avean soddisfatto alle leggi, e
sacrificato alle Romane divinità. Producendo queste false dichiarazioni,
potevano gli opulenti e timorosi Cristiani ridurre al silenzio la
malignità di un accusatore, e in qualche modo conciliare la religione
con la loro salvezza. Una tenue penitenza poi serviva a purgare questa
profana dissimulazione[101]. III. In ogni persecuzione si trovava un
gran numero d'indegni Cristiani, che pubblicamente negavano, o
rinunciavano la fede che professavano; e che confermavan la sincerità di
loro abbiura con gli atti legali di ardere incenso, o di offerire
sacrifizii. Alcuni di questi apostati cedevano alla prima esortazione o
minaccia del Magistrato, mentre la pazienza d'altri era vinta dalla
lunghezza e reiterazion de' tormenti. I volti spaventati di alcuni
tradivano i loro interni contrasti, mentre altri s'avanzavano con
fiducia ed ilarità verso gli altari degli Dei[102]. Ma la finzione,
indotta dal timore, non durava più lungamente del presente pericolo.
Appena diminuiva il rigore della persecuzione, le porte della Chiesa
erano assediate dalla moltitudine de' penitenti, che detestavano la loro
idolatrica sommissione, e che supplicavano con uguale ardore, ma con
vario successo, di esser nuovamente ricevuti nella società de'
Cristiani[103].
IV. Quantunque fossero stabilite varie regole generali per convincere e
per punire i Cristiani, pure in un esteso ed arbitrario governo il
destino di que' settarj doveva sempre in gran parte dipendere dal lor
portamento, dalle circostanze de' tempi e dall'indole tanto del supremo,
che de' subalterni lor Giudici. Alle volte lo zelo potea provocare, e la
prudenza mitigare o rimuovere il superstizioso furor de' Pagani. Diversi
motivi potevan disporre i Governatori delle Province a mantenere in
vigore, o a rilassar l'esecuzione delle leggi, ed il più forte fra
questi era il riguardo che avevano non solo pei pubblici editti, ma
ancora per le segrete intenzioni dell'Imperatore, del quale uno sguardo
era sufficiente ad accendere, o ad estinguere la persecuzione. Ogni
volta che si esercitava qualche accidentale severità nelle diverse parti
dell'Impero, i primitivi Cristiani si dolevano de' lor patimenti, e
forse gli ampliavano; ma il celebre numero di -dieci- persecuzioni fu
determinato dagli scrittori Ecclesiastici del quinto secolo, che avevano
una cognizione più distinta de' casi prosperi ed avversi della Chiesa,
dal tempo di Nerone fino a quello di Domiziano. Gl'ingegnosi paralelli
delle -dieci- piaghe d'Egitto e delle -dieci- corna dell'Apocalisse
furono i primi a suggerir questo numero alle lor menti, e
nell'applicazione, che facevano della fede profetica alla verità
istorica, ebber la cura di sceglier que' regni che furon veramente i più
contrari alla causa de' Cristiani[104]. Ma queste passeggiere
persecuzioni non servivano, che a ravvivare lo zelo, ed a restaurar la
disciplina de' Fedeli, ed i momenti di un rigore straordinario venivan
compensati da intervalli molto più lunghi di sicurezza e di pace.
L'indifferenza di alcuni Principi, e l'indulgenza di altri fecer godere
a' Cristiani una pubblica e di fatto, quantunque per avventura non
giuridica, tolleranza di lor religione.
L'Apologia di Tertulliano contiene due molto antichi, molto singolari, e
nel tempo stesso molto sospetti esempi d'Imperiale clemenza, cioè gli
editti pubblicati sotto Tiberio e Marco Antonino, e diretti non solo a
protegger l'innocenza de' Cristiani, ma anche a promulgare quegli
stupendi miracoli che avevan contestato la verità di lor dottrina. Il
primo di essi è accompagnato da alcune difficoltà, che potrebbero far
dubitare uno spirito scettico[105]. Ci si vorrebbe far credere, -che-
Ponzio Pilato informasse l'Imperatore dell'ingiusta sentenza di morte,
ch'esso aveva pronunziata contro una persona innocente, e per quanto
pareva, divina, e che, senza acquistarne il merito, si esponesse al
pericolo del martirio; -che- Tiberio il quale non occultava il suo
disprezzo per ogni religione, immediatamente concepisse il disegno di
porre il Messia Giudeo fra' Numi Romani; -che- il servile Senato si
avventurasse a disubbidire a' comandi del suo Signore; -che- Tiberio,
invece di risentirsi di tal rifiuto, si contentasse di proteggere i
Cristiani dalla severità delle leggi, molti anni prima che queste
fossero fatte, o avanti che la Chiesa prendesse un nome, o avesse
un'esistenza particolare; e finalmente -che- si conservasse la memoria
di questo fatto straordinario ne' registri più pubblici ed autentici, i
quali non vennero a notizia degl'Istorici Greci e Romani, e furon
soltanto visibili agli occhi di un Cristiano d'Affrica, il quale compose
la sua apologia cento sessant'anni dopo la morte di Tiberio. Si suppone,
che l'Editto di Marco Antonino fosse l'effetto della sua devozione e
gratitudine per essere stato miracolosamente liberato nella guerra
contro i Marcomanni. L'angustia delle Legioni, l'opportuna tempesta di
pioggia e di grandine, di tuoni e di fulmini, ed il terrore e la
disfatta de' Barbari, si celebrarono dall'eloquenza di più scrittori
Pagani. Se in quell'esercito si fosse trovato alcun Cristiano, egli era
naturale ch'essi dovessero attribuir qualche merito alle fervide preci,
che nel momento del pericolo avean fatte per la propria, e per la
pubblica sicurezza. Ma tuttavia siamo assicurati da monumenti di marmo e
di rame, dalle medaglie Imperiali e dalla colonna Antonina, che nè il
Principe, nè il Popolo dimostrò alcun sentimento di questo segnalato
favore, giacchè attribuirono di comune accordo la loro liberazione alla
providenza di Giove ed all'interposizion di Mercurio. In tutto il corso
del suo Regno, Marco disprezzò i Cristiani come filosofo, e li punì come
Sovrano[106].
Per una fatalità singolare, i travagli che avevano sofferto i Cristiani
sotto il governo di un Principe virtuoso, immediatamente cessarono al
comparir di un Tiranno, e siccome nessuno, fuori di loro, aveva
sperimentato l'ingiustizia di Marco, così furono essi soli protetti
dalla piacevolezza di Commodo. La celebre Marcia, che fu la prima
favorita fra le sue concubine, e che finalmente tramò l'uccisione
dell'Imperiale suo amante, aveva un singolare affetto per l'oppressa
Chiesa; e benchè fosse impossibile, ch'ella conciliar potesse la pratica
del vizio co' precetti dell'Evangelio, pure poteva sperar di purgare le
fragilità del suo sesso e della sua professione, dichiarandosi
protettrice de' Cristiani[107]. Sotto la graziosa protezione di Marcia
essi passarono in sicurezza i tredici anni di quella crudel tirannia, e
quando si stabilì l'Impero nella casa di Severo, acquistarono una
famigliare, ma più onorevole connessione con la nuova Corte.
L'Imperatore era persuaso, che in una pericolosa malattia gli fosse
stato di qualche vantaggio o spirituale o fisico l'olio santo, col quale
un suo schiavo l'aveva unto. Ei trattò sempre con particolar distinzione
molti di ambedue i sessi, che avevano abbracciato la nuova religione. La
nutrice non meno che il precettore di Caracalla furono Cristiani; e se
mai quel Principe mostrò un sentimento d'umanità, ne fu cagione un
accidente, che sebbene di piccol peso, ha qualche relazione alla causa
del Cristianesimo[108]. Nel regno di Severo fu tenuta in freno la furia
del popolo; per qualche tempo sospeso il rigore delle antiche leggi; ed
i Governatori delle Province restavano soddisfatti con ricevere un dono
annuale dalle Chiese poste dentro i limiti di loro giurisdizione, come
prezzo o guiderdone della loro moderatezza[109]. La controversia intorno
al preciso tempo di celebrar la Pasqua armò i Vescovi dell'Asia e
dell'Italia gli uni contro gli altri, e fu questo risguardato come
l'affare più importante di quel tempo di pace e di tranquillità[110]. Nè
fu interrotta la quiete della Chiesa, finchè sempre crescendo il numero
de' proseliti, sembra che finalmente richiamasse l'attenzione, o
alienasse l'animo di Severo. Col fine d'impedire il progresso del
Cristianesimo, pubblicò un editto, che sebbene fosse diretto soltanto
contro quelli che si convertivan di nuovo, pure non si potè
rigorosamente mettere in esecuzione senza esporre al pericolo ed alla
pena i più zelanti tra' loro Dottori e Missionari. In questa mite
persecuzione possiam ravvisar sempre lo spirito indulgente di Roma e del
Politeismo, che sì facilmente ammetteva ogni cosa in favore di quelli,
che praticavano le religiose cerimonie de' loro Padri[111].
Ma presto spirarono, insieme con l'autorità di Severo, le leggi ch'egli
avea fatte; ed i Cristiani, dopo questa accidentale tempesta, goderono
una calma di trentotto anni[112]. Fino a quest'epoca essi avevano per
ordinario tenuto le loro assemblee in case private ed in luoghi remoti.
Fu loro permesso in questo tempo di erigere e di consacrare edifizi atti
all'esercizio del culto religioso[113], di comprar terre anche
nell'istessa Roma per uso della comunità; e di far l'elezioni de' lor
ministri Ecclesiastici in una forma così pubblica, e nel tempo stesso
così esemplare da meritar la rispettosa attenzione dei Gentili[114].
Questo lungo riposo della Chiesa fu congiunto con la dignità. I regni di
que' Principi, che traevan l'origine dalle Province dell'Asia, furono i
più favorevoli per li Cristiani: le persone eminenti di questa setta,
invece d'essere ridotte ad implorare la protezione di uno schiavo, o
d'una concubina, erano ammesse nel Palazzo coll'onorevol carattere di
sacerdoti e di filosofi; e le lor misteriose dottrine, ch'erano già
sparse fra il popolo, insensibilmente attirarono la curiosità del
Sovrano. Quando l'Imperatrice Mammea passò da Antiochia, dimostrò
desiderio di trattar col celebre Origene, che avea diffuso la fama della
sua pietà e dottrina per l'Oriente. Obbedì Origene ad un invito così
lusinghiero, e quantunque non potesse sperar di succedere nella
conversione di una donna artificiosa ed ambiziosa, essa udì con piacere
le eloquenti di lui esortazioni, ed onorevolmente lo rimandò al suo
ritiro di Palestina[115]. Furono adottati i sentimenti di Mammea dal suo
figliuolo Alessandro, e fu indicata la filosofica devozione di
quell'Imperatore da un singolare ma indiscreto riguardo per la religione
Cristiana. Collocò egli nella sua Cappella domestica le statue d'Abramo,
di Orfeo, d'Apollonio e di Cristo, quasi volendo fare un onore
giustamente dovuto a que' rispettabili savj, che in vari modi avevano
instruito il genere umano a porger omaggio alla suprema ed universale
divinità[116]. Fra' suoi domestici, si professava e si esercitava
apertamente una fede ed un culto più puro. Furono forse per la prima
volta veduti a Corte de' Vescovi, ed allorchè, dopo la morte di
Alessandro, il crudel Massimino scaricò il suo furore sopra i favoriti
ed i servi dell'infelice di lui benefattore, molti Cristiani di ogni
grado e di ambedue i sessi furono involti nel promiscuo macello, che ha,
per tal motivo, impropriamente ricevuto il nome di Persecuzione[117].
Nonostante la crudel disposizione di Massimino, gli effetti del suo
sdegno contro i Cristiani furon limitati solo a certi luoghi e tempi, ed
il pio Origene, ch'era stato proscritto come una sacra vittima, fu
tuttavia riservato a portare la verità del Vangelo alle orecchie de'
Monarchi[118]. Egli mandò varie lettere edificanti all'Imperator
Filippo, alla sua moglie ed alla madre; ed appena quel Principe, ch'era
nato nelle vicinanze della Palestina, ebbe usurpato lo scettro
Imperiale, i Cristiani acquistarono un amico ed un protettore. Il
pubblico ed anche parzial favore di Filippo verso i seguaci della nuova
religione, ed il costante di lui rispetto per li Ministri della Chiesa
diedero qualche colore al sospetto, che prevalse in que' tempi, che
l'Imperatore medesimo si fosse convertito alla fede[119], e somministrò
qualche fondamento ad una favola, che in seguito fu inventata, vale a
dire ch'egli s'era purgato, mediante la confessione e la penitenza,
dalla colpa contratta per l'uccisione del suo innocente
predecessore[120]. La caduta di Filippo introdusse con la mutazione dei
Principi un nuovo sistema di governo, così oppressivo per li Cristiani,
che l'antecedente lor condizione fino dal tempo di Domiziano, si
rappresentava come uno stato di perfetta libertà e sicurezza,
paragonandolo col rigoroso trattamento, ch'essi soffrirono sotto il
breve regno di Decio[121]. Le virtù di questo Principe difficilmente ci
permetteranno di sospettare che un vile odio contro i favoriti del suo
predecessore influisse sopra di lui, ed è più ragionevole di credere,
che nell'esecuzione del suo disegno generale di restaurar la purità de'
costumi Romani, desiderasse di liberar l'Impero da quella ch'esso
condannava come una rea e nuova superstizione. I Vescovi delle città più
considerabili furono condannati all'esilio o alla morte; la vigilanza
de' Magistrati impedì per sedici mesi al Clero di Roma di procedere ad
una nuova elezione; ed era opinion de' Cristiani, che l'Imperatore
avrebbe sofferto con maggior pazienza un competitore alla porpora che un
Vescovo nella Capitale[122]. Se fosse possibile di supporre, che la
penetrazione di Decio scoperto avesse l'orgoglio sotto il manto
dell'umiltà, o che avesse potuto prevedere, che dalle pretensioni di
autorità spirituale sarebbe insensibilmente nato il dominio temporale,
ci cagionerebbe minor sorpresa, ch'egli risguardasse i successori di S.
Pietro come i rivali più formidabili di quelli d'Augusto.
Il Governo di Valeriano si distinse per una leggerezza ed incostanza,
che mal conveniva alla gravità di un -Censore di Roma-. Nel principio
del suo regno, egli sorpassò in clemenza que' Principi de' quali si era
sospettato che avessero abbracciata la fede Cristiana. Negli ultimi tre
anni e mezzo, prestando orecchio alle insinuazioni di un ministro
addetto alle superstizioni dell'Egitto, adottò le massime, ed imitò la
severità del suo predecessore Decio[123]. L'esaltamento di Gallieno, che
accrebbe le calamità dell'Impero, restituì la pace alla Chiesa, ed i
Cristiani ottennero il libero esercizio della loro religione, mercè di
un editto diretto ai Vescovi, e concepito in tali termini, che sembrava
riconoscere in essi un uffizio e carattere pubblico[124]. Si tollerava
che le antiche leggi, senza venir formalmente rivocate, cadessero
nell'obblivione; ed eccettuate alcune ostili intenzioni attribuite
all'Imperatore Aureliano[125], i Discepoli di Cristo passarono più di
quarant'anni in uno stato di prosperità molto più pericoloso per la loro
virtù, che i più aspri patimenti della persecuzione.
L'istoria di Paolo Samosateno, che occupò la Sede Metropolitana
d'Antiochia, allorchè l'Oriente trovavasi nelle mani di Odenato e di
Zenobia, può servire ad illustrare la condizione ed il carattere di que'
tempi. La ricchezza di quel Prelato era una prova sufficiente di sua
reità, mentre non aveva avuto origine nè dall'eredità de' suoi padri, nè
dalle arti di un'onesta industria. Ma Paolo risguardava il servigio
della Chiesa come una professione molto lucrosa[126]. La sua
Giurisdizione ecclesiastica era venale e rapace, estorceva frequenti
contribuzioni da' più facoltosi Fedeli, e convertiva in uso proprio gran
parte dell'entrata comune. La religione Cristiana, per causa
dell'orgoglio e lusso del medesimo, si rendè odiosa agli occhi de'
Gentili. Il luogo, dove teneva consiglio, ed il suo trono, lo splendore
col quale compariva in pubblico, la folla de' supplicanti che implorava
la sua attenzione, la quantità di lettere e di suppliche, alle quali
dettava le sue risposte, e la perpetua confusione di affari, ne' quali
era involto, erano circostanze molto più convenienti allo stato di un
Magistrato civile[127], che all'umiltà di un Vescovo antico. Ogni volta
ch'egli parlava dal pulpito al popolo, affettava lo stil figurato ed i
gesti teatrali di un sofista Asiatico, mentre la Cattedrale risuonava
delle più alte e stravaganti acclamazioni in lode della sua divina
eloquenza. Contro coloro, che resistevano al suo potere o ricusavano di
adular la sua vanità, il Prelato d'Antiochia era arrogante, rigido ed
inesorabile, ma rilassava la disciplina, e distribuiva con prodiga mano
i tesori della Chiesa ai Cherici da lui dipendenti, a' quali era
permesso d'imitare il lor capo nella soddisfazione di ogni sensuale
appetito; giacchè Paolo si deliziava molto liberamente ne' piaceri della
tavola, ed avea ricevuto nel Palazzo Episcopale due giovani e belle
donne, come compagne costanti de' suoi momenti di quiete[128].
Nonostanti questi scandalosi vizi, se Paolo di Samosata conservato
avesse la purità della fede ortodossa, il suo regno sopra la capital
della Siria non sarebbe terminato che con la sua vita: e se fosse nata
un'opportuna persecuzione, uno sforzo di coraggio avrebbe forse potuto
collocarlo nello schiera de' Santi e de' Martiri. Alcuni delicati e
sottili errori, ch'egli adottò imprudentemente, ed ostinatamente
sostenne intorno alla dottrina della Trinità, eccitarono lo zelo e lo
sdegno delle Chiese orientali[129]. I Vescovi, dall'Egitto fino al Ponto
Eusino, si posero in armi ed in movimento. Furon tenuti vari Concili,
pubblicate confutazioni, pronunziate scomuniche, accettate e ricusate a
vicenda dichiarazioni ambigue, conclusi e violati trattati, e finalmente
Paolo di Samosata fu spogliato del suo carattere Episcopale per sentenza
di settanta o ottanta Vescovi, che a tal fine si adunarono in Antiochia,
e che, senza consultare i diritti del Clero e del Popolo, gli elessero
di loro autorità un successore. La manifesta irregolarità di questo
procedere accrebbe il numero de' malcontenti faziosi; e siccome Paolo,
che non era nuovo negli artifizi delle Corti, s'era insinuato nel favor
di Zenobia, per più di quattr'anni si mantenne in possesso della casa e
dell'uffizio Episcopale. La vittoria d'Aureliano cangiò l'aspetto delle
cose in Oriente, ed i due discordi partiti che attribuivansi l'un
l'altro gli epiteti di scisma e d'eresia, ebbero l'ordine, o la
permissione di agitar la causa avanti al tribunale del conquistatore.
Questo pubblico e molto singolar giudizio serve a dare una convincente
prova, che si riconosceva l'esistenza, la proprietà, i privilegi e
l'intrinseco governo de' Cristiani, se non dalle leggi, almeno da'
Magistrati dell'Impero. Poteva difficilmente aspettarsi, che Aureliano,
come Gentile e soldato, entrasse a discutere, se le opinioni di Paolo o
quelle de' suoi avversari fossero le più conformi alla verità della fede
ortodossa. La sua determinazione però si fondò su' principj generali di
equità e di ragione. Risguardò esso i Vescovi dell'Italia come i Giudici
più imparziali e rispettabili fra' Cristiani, ed appena fu informato
ch'essi avevano concordemente approvata la sentenza del Concilio, si
acquietò alla lor decisione, ed immediatamente diede ordine, che Paolo
fosse costretto ad abbandonare le possessioni temporali che
appartenevano ad un uffizio, di cui, secondo il giudizio de' propri
fratelli, egli era stato regolarmente privato. Ma nel tempo che si
applaudisce alla giustizia di Aureliano, non si dovrebbe perder di vista
la sua politica; imperocchè procurava egli di restituire e di collegare
la dipendenza delle Province dalla capitale per qualunque mezzo che
potesse vincolar l'interesse, o i pregiudizi di ogni parte de' propri
sudditi[130].
In mezzo alle frequenti rivoluzioni dell'Impero i Cristiani sempre
fiorivano in pace e prosperità; e quantunque la famosa Era de' Martiri
siasi principiata dall'avvenimento al Trono di Diocleziano[131],
tuttavia il nuovo sistema di politica, introdotto e mantenuto dalla
saviezza di quel Principe, continuò per più di diciott'anni ad inspirare
il più dolce e libero spirito di tolleranza intorno alla religione. La
mente, in vero, di Diocleziano medesimo era meno idonea alle ricerche
speculative che alle attive fatiche della guerra e del governo. La sua
prudenza lo rendè alieno da ogni grande innovazione, e quantunque il suo
temperamento non fosse suscettibile di zelo o di entusiasmo, egli
conservò sempre un abituale riguardo per le antiche Divinità
dell'Impero. Ma l'ozio delle due Imperatrici, Prisca di lui moglie e
Valeria sua figlia, permise loro di ascoltare con maggiore attenzione e
rispetto le verità del Cristianesimo, che in ogni tempo ha professato le
sue più speciali obbligazioni alla devozion delle donne[132]. I
principali Eunuchi Luciano[133] e Domoteo, Gorgonio ed Andrea, che
trattavano la persona, godevano il favore, e governavano la casa di
Diocleziano, proteggevano con la potente loro efficacia la fede, che
avevano abbracciata. Fu imitato il loro esempio da molti de' più
considerabili uffiziali del Palazzo, che ne' rispettivi lor posti avean
la cura degli ornamenti Imperiali, delle vesti, delle masserizie, delle
gioie, ed anche del tesoro privato; e sebbene alle volte potevano esser
obbligati d'accompagnar l'Imperatore, quando andava al tempio per
sacrificare[134], pure godevano, insieme con le loro mogli, i loro figli
ed i loro schiavi, dell'esercizio libero della religione Cristiana.
Diocleziano ed i suoi Colleghi frequentemente conferivano gli uffizi più
importanti a quelle persone, che non celavano il loro abborrimento pel
culto de' Numi, ma che avevan mostrato capacità pel buon servizio dello
Stato. I Vescovi, nelle rispettive loro Province, tenevano un grado
onorevole, ed eran trattati con distinzione e rispetto, non solamente
dal Popolo, ma anche da' Magistrati medesimi. Quasi in ogni città si
trovarono insufficienti le antiche Chiese per contenere la moltitudine,
che sempre cresceva, de' proseliti; ed in luogo di quelle furono eretti
pel culto de' Fedeli più stabili e capaci edifizj. La corruzione de'
costumi e de' principj di religione, della quale con tanta forza
lamentasi Eusebio[135], si può riguardare non solo come una conseguenza,
ma come una prova della libertà, di cui godevano ed abusavano i
Cristiani sotto il regno di Diocleziano. La prosperità rilassato aveva i
nervi della disciplina; prevalevano in ogni Congregazione la frode,
l'invidia, e la malizia; i Preti aspiravano all'uffizio Episcopale, che
di giorno in giorno diveniva un oggetto più degno della loro ambizione;
i Vescovi, che contendevan fra loro per l'Ecclesiastiche preeminenze,
pareva che con la lor condotta si attribuissero un secolare e tirannico
poter nella Chiesa; e la viva fede, che distingueva sempre i Cristiani
da' Gentili, molto meno si manifestava nella lor vita che ne' loro
scritti di controversia.
Nonostante quest'apparente sicurezza, potrebbe un attento osservatore
discernere alcuni sintomi, che minacciavan la Chiesa d'una persecuzione
più violenta di tutte quelle, che aveva fino allora sofferte. Lo zelo ed
il rapido progresso de' Cristiani svegliò i Politeisti dalla supina loro
indifferenza nella causa di quelle Divinità, che il costume e
l'educazione avevano appreso loro a rispettare. Le vicendevoli
provocazioni di una guerra religiosa, che aveva continuato più di
dugent'anni, esacerbò l'animosità delle parti, che combattevano. I
Pagani s'irritavano per l'ardire di una oscura e nuova setta, che
pretendeva di accusare di errore i propri compatriotti, e di condannare
i loro padri all'eterna miseria. L'abitudine di giustificare la
mitologia popolare contro le invettive di un implacabil nemico,
produceva ne' loro spiriti qualche sentimento di fede e di riverenza per
un sistema, ch'essi erano assuefatti a risguardare con la leggerezza più
trascurata. Le facoltà soprannaturali, che assumeva la Chiesa,
inspiravan terrore nel tempo stesso ed emulazione. I seguaci della
vecchia religione si trinceravano con simili fortificazioni di prodigi,
inventavan nuove maniere di sacrificare, d'iniziare[136] o di espiare i
delitti; procuravano di restituire il credito a' loro spiranti
oracoli[137], e con ansiosa credulità porgevan orecchio a qualunque
impostore, che lusingasse i lor pregiudizi con maravigliosi
racconti[138]. Pare che ambe le parti accordassero la verità di
que' miracoli, che si attribuivano gli avversari; e mentre si
contentavan di ascriverli ad arte magica o al poter de' Demonj,
concorrevano reciprocamente a restaurare e stabilire il regno della
superstizione[139]. La filosofia, ch'è il più pericoloso nemico di
questa, erasi allora mutata nel suo più vantaggioso alleato. I boschetti
dell'Accademia, i giardini d'Epicuro, ed anche il Portico degli Stoici
erano quasi abbandonati, come tante diverse scuole di scetticismo e di
empietà[140], e molti fra' Romani bramavano, che fosser condannati e
soppressi per autorità del Senato gli scritti di Cicerone[141]. La setta
de' nuovi Platonici, che prevalse, credè prudente partito quello di
unirsi co' Sacerdoti, che forse disprezzava, contro i Cristiani, che
aveva ragione di temere. Questi filosofi alla moda sostennero il disegno
di trarre un'allegorica sapienza dalle finzioni de' Greci poeti,
instituirono riti misteriosi di divozione per uso de' lor discepoli
eletti, raccomandarono il culto degli Dei antichi, considerati come gli
emblemi, o i ministri della suprema Divinità, e composero molti
elaborati trattati contro la fede dell'Evangelio[142], che dopo dalla
prudenza degli Imperatori ortodossi furono dati alle fiamme[143].
Quantunque la politica di Diocleziano e l'umanità di Costanzo li
disponessero a mantenere inviolate le massime di tolleranza, si venne
ben presto in chiaro, che i due loro colleghi, Massimiano e Galerio,
nudrivano il più implacabile odio pel nome e per la religione de'
Cristiani. Le scienze non avevano mai illuminato le menti di que'
Principi, nè l'educazione aveva addolcito il loro temperamento. Dovevano
essi alle proprie spade la loro grandezza, e nella più sublime fortuna
ritennero sempre i superstiziosi pregiudizi de' soldati e delle inculte
persone. Nell'amministrazion generale delle Province obbedivano alle
leggi stabilite dal lor benefattore; ma ne' loro campi e palazzi
trovavano spesse occasioni di esercitare una persecuzione segreta[144],
alla quale porgeva l'imprudente zelo de' Cristiani qualche volta i più
speciosi pretesti. Fu eseguita una sentenza di morte contro
Massimiliano, giovane d'Affrica, ch'era stato dal proprio padre condotto
avanti del Magistrato, come capace d'esser legittimamente reclutato, ma
che ostinatamente sosteneva, che la propria coscienza non gli avrebbe
mai permesso di abbracciare la professione della milizia[145].
Difficilmente potrebbe sperarsi che alcun governo soffrisse, che l'atto
del Centurione Marcello restasse impunito. Quest'uffiziale, in un giorno
di pubblica solennità, gettò via la cintura, le armi e le insegne del
proprio impiego, ed esclamò ad alta voce, ch'esso non voleva obbedire ad
altri che all'eterno Re Gesù Cristo, e che rinunziava per sempre l'uso
delle armi carnali ed il servizio di un Sovrano idolatra. I soldati,
rimasti attoniti, appena ripreser l'uso de' propri sensi, che arrestaron
Marcello. Fu egli esaminato nella città di Tingi dal Presidente di
quella parte della Mauritania, e siccome era convinto dalla sua propria
confessione, fu condannato, e decapitato come disertore[146]. Esempi di
tal natura molto meno appartengono alla persecuzion religiosa, che alla
disciplina militare o anche civile; ma servirono ad alienar la mente
degl'Imperatori, a giustificar la severità di Galerio, che dimise un
gran numero di uffiziali Cristiani da' loro impieghi, e ad autorizzar
l'opinione, che una setta di entusiasti, che sostenevano principj sì
ripugnanti alla pubblica sicurezza, o dovea rimanere inutile, o presto
divenir pericolosa all'Impero.
Dopo che il buon successo della guerra Persiana ebbe innalzate le
speranze, e la riputazione di Galerio, passò questi un inverno con
Diocleziano nel palazzo di Nicomedia; ed il destino del Cristianesimo fu
l'oggetto delle segrete loro deliberazioni[147]. L'esperto Imperatore
era sempre inclinato a prender miti determinazioni; e sebbene facilmente
consentisse, che i Cristiani fossero esclusi da tutti gl'impieghi del
palazzo e dell'esercito, ne' termini più forti esprimeva il pericolo non
meno che la crudeltà di spargere il sangue di que' delusi fanatici.
Galerio finalmente ottenne da lui la permissione di adunare un
consiglio, composto di poche persone le più distinte ne' dipartimenti sì
civili che militari dello Stato. Fu in lor presenza discussa tal
importante questione, e quegli ambiziosi Cortigiani facilmente
conobbero, che a loro incumbeva di secondar con l'eloquenza l'importuna
violenza di Cesare. Si può supporre che insistessero sopra ogni punto,
che interessar potesse l'orgoglio, la pietà o i timori del lor Sovrano
nella distruzione del Cristianesimo. Gli rappresentarono forse, che
restava imperfetta l'opera gloriosa di render libero l'Impero, finchè
permettevasi, che sussistesse e moltiplicasse un popolo indipendente nel
cuore delle Province. I Cristiani (potevasi così colorire il discorso)
abbandonando gli Dei e gl'istituti di Roma, stabilito avevano una
Repubblica a parte, che avrebbe potuto in vero sopprimersi avanti che
acquistato avesse alcuna forza militare: ma ch'era già governata dalle
sue proprie leggi e magistrali, che possedeva un pubblico tesoro, che
era intimamente connessa in tutte le sue parti, medianti le frequenti
adunanze de' Vescovi, a decreti de' quali accordavasi una cieca
obbedienza dalle numerose loro ed opulente congregazioni. Pare che
argomenti di questa sorta potessero determinar lo spirito ripugnante di
Diocleziano ad abbracciar un nuovo sistema di persecuzione; ma
quantunque noi possiam sospettare, non è però in nostro potere di
riferire i segreti maneggi della Corte, gli oggetti e gli odj privati,
la gelosia delle donne e degli eunuchi, e tutte quelle piccole sì ma
decisive cagioni, che tanto spesso influiscono sul fato degli Imperi e
ne' consigli de' più saggi Monarchi[148].
Finalmente fu indicata la volontà degl'Imperatori a' Cristiani, che nel
corso di quel tristo inverno avevano con ansietà aspettato l'esito di
tante secrete consultazioni. Fu destinato il dì 23 di Febbraio che (o
fosse per accidente, e con premeditazione) coincideva con la festa
Romana de' -Terminali-[149], per porre un termine al progresso del
Cristianesimo. Allo spuntar del giorno il Prefetto[150] del Pretorio,
accompagnato da' vari Generali, Tribuni ed Uffiziali del Fisco, si portò
alla Chiesa principale di Nicomedia, ch'era situata sopra un'eminenza
nella più popolata e bella parte della città. Furono immediatamente
spezzate le porte; entrarono essi nel Santuario; e siccome in vano
cercarono qualche visibile oggetto di culto, furon costretti a
contentarsi di dare alle fiamme i libri della Sacra Scrittura. I
Ministri di Diocleziano eran seguiti da un numeroso corpo di guardie e
di guastatori, che marciavano in ordino di battaglia, provvisti di tutti
gl'istrumenti soliti ad usarsi nella distruzione delle fortificate
città. Mediante l'assidua loro fatica fu in poche ore gettato a terra
quel sacro Edifizio, che torreggiava sopra il Palazzo Imperiale, ed
aveva per lungo tempo eccitato l'invidia e l'indignazione de'
Gentili[151].
Il giorno seguente fu pubblicato un editto generale di
persecuzione[152], e quantunque Diocleziano, sempre alieno
dall'effusione del sangue, avesse moderato il furor di Galerio, che
proponeva di fare immediatamente arder vivo chiunque ricusasse di
offerir sacrifizi, le pene stabilite contro l'ostinazione de' Cristiani
si possono giudicar sufficientemente rigorose ed efficaci. Fu comandato,
che in tutte le Province dell'Impero le loro Chiese fossero demolite da'
fondamenti; e fu denunziata la pena di morte contro tutti quelli che
presumessero di tenere alcuna segreta assemblea per motivo di culto
religioso. I filosofi, che in quel tempo assunsero l'indegno uffizio di
dirigere il cieco zelo della persecuzione, avevano diligentemente
studiato la natura ed il genio della religion Cristiana; e siccome
sapevano che si supponeva che le dottrine speculative della Fede
contenute fossero negli scritti de' Profeti, degli Evangelisti e degli
Apostoli, essi probabilissimamente suggeriron l'ordine, che i Vescovi ed
i Preti consegnar dovessero tutti i loro libri sacri nelle mani de'
Magistrati, a' quali era stato ingiunto sotto le pene più rigorose di
bruciarli in una forma pubblica e solenne. Per il medesimo editto furon
tutti in una volta confiscati i beni della Chiesa; e distribuiti in
varie parti, o furon venduti al migliore offerente, o uniti all'erario
Imperiale, e donati alle città e collegi, o concessi alle sollecitazioni
de' rapaci cortigiani. Dopo di aver preso tali efficaci misure per
abolire il culto, e per isciogliere il governo de' Cristiani, fu creduto
necessario di sottoporre a' travagli più intollerabili la condizione di
que' perversi individui, che tuttavia rigettassero la religione della
natura, di Roma, e de' loro antichi. Le persone ingenue furon dichiarate
incapaci di tutti gli onori ed impieghi; gli schiavi, privati per sempre
della speranza di libertà; e tutto il corpo del popolo spogliato della
protezion delle leggi. I Giudici furono autorizzati ad udire e a
determinare ogni azione intentata contro un Cristiano, ma non era
permesso a' Cristiani di querelarsi per qualunque ingiuria, che avesser
sofferto; e così quegl'infelici settarj furon esposti alla severità
della pubblica giustizia, nel tempo ch'erano esclusi dal benefizio della
medesima. Questa nuova specie di martirio sì lento e penoso, tanto
ignominioso ed oscuro, fu, per avventura, più atta ad istancar la
costanza de' Fedeli: nè si può dubitare, che le passioni e l'interesse
dell'uman genere non fossero in quest'occasione disposti a secondare i
disegni dell'Imperatore. Ma la politica di un ben regolato Governo dovè
qualche volta interporsi in sollievo degli oppressi Cristiani: nè era
possibile, che i Principi Romani togliessero affatto il timore delle
pene, o secondassero qualunque atto di violenza e di frode, senz'esporre
la propria loro autorità, ed il resto de' loro sudditi a' più forti
pericoli[153].
Appena fu quest'editto esposto alla pubblica vista nel lungo più
frequentato di Nicomedia, che fu lacerato dalle mani di un Cristiano, il
quale nell'istesso tempo espresse le più amare invettive il suo
disprezzo ed abborrimento per tali empi e tirannici Governatori. Il suo
delitto, secondo le più miti leggi, riducevasi a ribellione, e meritava
la morte; e se fosse vero ch'egli era una persona di grado e
d'educazione, quello circostanze non potevan servire che ad aggravar la
sua colpa. Fu egli bruciato, o piuttosto arrostito a fuoco lento, e gli
esecutori, bramosi di vendicare l'insulto fatto personalmente
agl'Imperatori, esaurivano ogni finezza di crudeltà senza esser capaci
di vincer la sua pazienza, o di alterar quel continuo ed insultante
sorriso, ch'egli conservò sempre nelle ultime sue agonie. I Cristiani,
quantunque confessassero che tal condotta rigorosamente non era stata
conforme alle leggi della prudenza, pure ammiravano il divino fervor del
suo zelo; l'eccessive lodi, che prodigalmente diedero alla memoria del
loro Martire ed Eroe, contribuirono a figgere nella mente di Diocleziano
una profonda impressione di terrore e di odio[154].
Ben presto si misero in moto i suoi timori alla vista di un pericolo, al
quale appena egli potè sottrarsi. Nello spazio di quindici giorni, il
Palazzo di Nicomedia, ed eziandio la camera in cui dormiva Diocleziano,
si trovarono due volte in mezzo alle fiamme; e sebbene ambedue le volte
queste fossero estinte senz'alcun danno considerabile, pure la singolar
reiterazione del fuoco fu non senza ragion risguardata come un'evidente
prova, che quello non era stato l'effetto della negligenza o del caso.
Il sospetto cadde naturalmente sopra i Cristiani, e fu suggerito, con
qualche specie di probabilità, che que' disperati fanatici, provocati
dagli attuali lor patimenti, e temendo le calamità che lor sovrastavano,
aveano formato una cospirazione cogli eunuchi del palazzo, fedeli loro
fratelli, contro le vite degl'Imperatori, ch'essi detestavano come
irreconciliabili nemici della Chiesa di Dio. La gelosia e lo sdegno
prevalse in ogni petto, ma specialmente in quello di Diocleziano. Furon
poste in carcere molte persone distinte, o per gl'impieghi da lor
sostenuti, o pel favore di cui erano state onorate. Si mise in opera
ogni sorta di torture, e la Corte ugualmente che la città restò
macchiata da molte sanguinose esecuzioni[155]. Ma siccome non si potè
scuoprire alcuna prova di questo misterioso fatto, sembra che
autorizzati siamo o a presumere l'innocenza, o ad ammirar la fermezza di
quei che soffrirono. Pochi giorni dopo, Galerio si ritirò in fretta da
Nicomedia, dichiarando che se differiva la sua partenza da quel
condannato palazzo, egli sarebbe caduto vittima della rabbia de'
Cristiani. Gli Storici Ecclesiastici, da' quali soltanto possiam trarre
una imperfetta o parzial notizia di questa persecuzione, non sanno come
render ragione de' timori e del pericolo degl'Imperatori. Due di questi
scrittori, uno Principe ed uno Retore, furon testimoni di veduta
dell'incendio di Nicomedia. L'uno l'attribuisce al fulmine ed all'ira
divina; l'altro asserisce, che fu cagionato dalla malizia di Galerio
medesimo[156].
Poichè l'editto contro i Cristiani destinavasi a formare una legge
universale di tutto l'Impero, e poichè Diocleziano e Galerio, quantunque
non aspettassero il consenso de' Principi occidentali, eran sicuri però
che ancor essi vi avrebber concorso, parrebbe più conforme alle idee che
abbiamo di politica, che i Governatori di tutte le Province avesser
ricevuto istruzioni segrete per pubblicar nel medesimo giorno questa
dichiarazione di guerra ne' rispettivi loro dipartimenti. Almeno era da
aspettarsi che la facilità dello pubbliche strade e delle poste, già
stabilite, avesse posto in grado gl'Imperatori di trasmettere con la
massima celerità i loro ordini dal palazzo di Nicomedia all'estremità
del Mondo Romano; e ch'essi non avrebber sofferto, che passassero
cinquanta giorni avanti che fosse pubblicato l'editto nella Siria, e
quasi quattro mesi prima che fosse notificato alle città
dell'Affrica[157]. Questa dilazione deve attribuirsi per avventura alla
cauta indole di Diocleziano, che aveva contro voglia dato l'assenso alla
persecuzione, e che desiderava di vederne una prova sotto i propri
occhi, avanti di dar luogo a' disordini ed al disgusto, che
inevitabilmente dovea cagionare nelle distanti Province. A principio, in
vero, fu proibito a' Magistrati lo spargimento del sangue; ma fu
permesso, ed anche raccomandato allo zelo di essi l'uso di ogni altra
sorta di severità; nè i Cristiani, quantunque di buona voglia cedessero
gli ornamenti delle lor Chiese, potevano indursi ad interrompere le
religiose loro adunanze o a dare i loro libri sacri alle fiamme. Pare
che la devota ostinazione di Felice, Vescovo Affricano, imbarazzasse i
Ministri subalterni del Governo. Il Curatore della sua città lo mandò in
catene al Proconsole; questi lo trasmise al Prefetto del Pretorio
d'Italia; e Felice, che sdegnò fino di dare una colorita risposta,
finalmente fu decapitato a Venosa nella Lucania, luogo celebre pel
nascimento d'Orazio[158]. Parve che quest'esempio, e forse qualche
rescritto Imperiale fatto in conseguenza di esso, autorizzasse i
Governatori delle Province a punir colla morte i Cristiani, che
ricusavano di consegnare i lor libri sacri. Vi furono senza dubbio molte
persone che presero quest'opportunità d'ottener la corona del martirio;
ma ve ne furono anche troppo altre, che si comprarono una via
ignominiosa, scuoprendo e dando nelle mani degl'Infedeli le Sacre
Scritture. Un gran numero eziandio di Vescovi e di Preti per questa rea
condiscendenza ebbero il nome di -traditori-; e il loro delitto fu causa
di un grande scandalo presente, e di gran discordia in futuro nella
Chiesa Affricana[159].
Tanto s'eran già moltiplicate nell'Impero le copie o le traduzioni della
Scrittura, che la più rigorosa inquisizione non potè cagionare alcuna
fatal conseguenza, ed anche pel sacrifizio di que' volumi, che in ogni
congregazione eran destinati all'uso pubblico, si richiese il consenso
di alcuni traditori ed indegni Cristiani. Ma l'autorità del Governo e
l'impegno de' Pagani poterono facilmente eseguire la distruzione delle
Chiese. In alcune Province però i Magistrati si contentarono di far
chiudere i luoghi del culto religioso; in altre più alla lettera
eseguirono i termini dell'editto, e dopo aver tirato fuori le porte, i
banchi, ed il pulpito, che fecero bruciare come un rogo funereo,
totalmente demolirono il resto degli edifizi[160]. Forse a quella trista
occasione si deve applicare un'istoria molto considerabile che si
racconta con tanto varie ed improbabili circostanze, che serve ad
eccitare piuttosto che a soddisfar la nostra curiosità. Pare che in una
piccola città della Frigia, di cui non ci è rimasto nè il nome nè la
situazione, tanto i Magistrati quanto il corpo del popolo avessero
abbracciato la fede Cristiana; e siccome poteva temersi qualche
resistenza all'effettuazion dell'editto, così il Governatore della
Provincia ebbe il rinforzo di un numeroso distaccamento di legionari.
All'avvicinarsi di questi, i Cittadini si ritirarono dentro la Chiesa,
risoluti o di difender con le armi il sacro edifizio o di perire sotto
le sue rovine. Rigettarono con isdegno la notizia e la permissione data
loro di ritirarsi, a segno che irritati i soldati dalla lor ostinazione
posero fuoco da tutte le parti alla fabbrica, e con questa specie
straordinaria di martirio consumarono un gran numero di Frigj con le lor
mogli e figliuoli[161].
Alcune leggiere turbolenze insorte nella Siria e sulle frontiere
dell'Armenia, quantunque soppresse quasi nel tempo medesimo in cui
furono suscitate, diedero a' nemici della Chiesa un'occasione molto
plausibile d'insinuare, che s'erano quelle segretamente fomentate
dagl'intrighi de' Vescovi, i quali avevano già dimenticato le fastose
lor professioni di passiva ed illimitata obbedienza[162]. L'ira o i
timori di Diocleziano finalmente lo trasportarono oltre i limiti della
moderazione, che fino allora avea conservato; ed in una serie di crudeli
editti dichiarò l'intenzione che aveva di abolire il nome Cristiano. Col
primo di questi editti s'ordinò a' Governatori delle Province di
catturar tutti quelli del ceto Ecclesiastico, e le carceri, destinate
pei delinquenti più vili, furon tosto piene di una moltitudine di
Vescovi, di Preti, di Diaconi, di Lettori e di Esorcisti. Con un secondo
editto, fu comandato a' Magistrati d'impiegar ogni sorta di severità,
che potesse richiamarli dall'odiosa loro superstizione, ed obbligarli a
tornare al Culto già stabilito degli Dei. Quest'ordine rigoroso fu
esteso da un altro editto a tutto il corpo de' Cristiani, che furono
esposti ad una violenta e generale persecuzione[163]. In vece di que'
freni salutari, ch'esigevano la diretta e solenne testimonianza di un
accusatore, il dovere non meno che l'interesse degli uffiziali Imperiali
divenne quello di scuoprire, di perseguitare, e di tormentare i più
distinti Fedeli. Furono stabilite gravi pene contro tutti coloro, che
avesser preteso di salvare un proscritto settario dal giusto sdegno
degli Dei e degl'Imperatori. Nonostante però la severità di tal legge,
il virtuoso coraggio, ch'ebbero molti Pagani di celare i loro amici o
congiunti, somministra una prova onorevole che il furore della
superstizione non aveva estinto ne' loro animi i sentimenti della natura
e della compassione[164].
Appena Diocleziano ebbe pubblicato i suoi editti contro i Cristiani, che
desiderando egli di commettere ad altre mani l'opera della persecuzione,
si spogliò della porpora Imperiale. Il carattere e la situazione de'
suoi colleghi e successori li mossero talvolta a mantenere in vigore, e
talvolta a sospendere l'esecuzione di queste rigorose leggi, nè
acquistar possiamo una giusta e distinta idea di quest'importante
periodo d'istoria Ecclesiastica, se non consideriamo separatamente lo
stato del Cristianesimo nelle diverse parti dell'Impero per lo spazio di
dieci anni, che passarono fra' primi editti di Diocleziano, e la pace
finale della Chiesa.
La dolce ed umana indole di Costanzo era avversa all'oppressione di
qualunque parte de' propri sudditi. Gli uffizi principali del suo
palazzo si esercitavano dai Cristiani, egli amava le loro persone,
stimava la lor fedeltà, e non gli dispiacevano punto i principj della
lor religione. Ma finchè Costanzo restò nel grado subordinato di Cesare,
non fu in sua facoltà di apertamente rigettar gli editti di Diocleziano,
o di non obbedire a' comandi di Massimiano. Ciò nonostante la sua
autorità contribuì ad alleggerir que' tormenti, ch'egli compassionava e
abborriva. Acconsentì con ripugnanza alla distruzione delle Chiese, ma
volle proteggere le persone de' Cristiani dalla furia del popolo e dal
rigore delle leggi. Le Province della Gallia (sotto il qual nome
possiamo probabilmente comprendere anche quelle della Britannia)
dovettero la singolar tranquillità, che goderono, alla gentile
interposizione del lor Sovrano[165]. Ma Daziano, Presidente o
Governatore della Spagna, mosso o da zelo o da politica, volle piuttosto
eseguire i pubblici editti degl'Imperatori, che intendere le segrete
intenzioni di Costanzo; e difficilmente può dubitarsi, che la sua
provinciale amministrazione non fosse macchiata dal sangue di alcuni
pochi Martiri[166]. L'elevazione di Costanzo alla suprema indipendente
dignità di Augusto aprì un libero corso all'esercizio delle sue virtù, e
la brevità del suo regno non gl'impedì di fondare un sistema di
tolleranza, di cui lasciò l'esempio e i precetti a Costantino suo
figlio. Questo suo fortunato figlio, dal primo istante del suo
innalzamento essendosi dichiarato protettore della Chiesa, finalmente
meritò il nome di primo Imperatore, che professasse pubblicamente, e
stabilisse la Religione Cristiana. I motivi della sua conversione, per
quanto possan variamente dedursi dalla benevolenza, dalla politica,
dalla convinzione o dal rimorso, ed il progresso di quella rivoluzione,
che per la potente influenza di lui e de' suoi figli fece divenire il
Cristianesimo la religion dominante del Romano Impero, formeranno un
capitolo molto interessante nel terzo volume di quest'Istoria. Per ora
servirà osservare, che ogni vittoria di Costantino produsse qualche
sollievo o benefizio alla Chiesa.
Le Province d'Italia e d'Affrica sperimentarono una breve ma violenta
persecuzione. I rigorosi editti di Diocleziano furono severamente e di
buona voglia eseguiti dal suo collega Massimiano, che da gran tempo
odiava i Cristiani, e si dilettava negli atti sanguinari e di violenza.
Nell'autunno del primo anno della persecuzione i due Imperatori
s'incontrarono a Roma per celebrare il loro trionfo; sembra che dalle
segrete loro deliberazioni provenissero varie leggi oppressive, e la
diligenza de' Magistrati fu animata dalla presenza de' loro Sovrani.
Dopo che Diocleziano si fu dimesso dalla porpora, furono amministrate
l'Italia e l'Affrica sotto nome di Severo, e restarono esposte senza
difesa all'implacabile odio di Galerio, da cui egli dipendeva. Fra'
Martiri di Roma, Adautto merita di esser fatto noto alla posterità. Egli
era di una famiglia nobile dell'Italia, e per i gradi successivi della
Corte si era innalzato fino all'importante uffizio di tesoriere del
privato erario del Principe. Adautto è anche più osservabile per
essere stata l'unica persona elevata in grado e cospicua, che sembri
aver sofferto la morte in tutto il corso di questa generale
persecuzione[167].
La ribellione di Massenzio immediatamente restituì la pace alle Chiese
dell'Italia e dell'Affrica, e quell'istesso tiranno, che oppresse ogni
altro ceto de' suoi soggetti, si dimostrò giusto, umano ed anche
parziale verso gli afflitti Cristiani. Egli contava sulla lor
gratitudine ed affezione, e supponeva molto naturalmente, che le
ingiurie, ch'essi avevan sofferto, ed i pericoli, a' quali sempre
temevano di essere esposti per parte del suo più inveterato nemico, gli
assicurerebbero la fedeltà di un partito, già considerabile pel numero e
per l'opulenza[168]. Anche la condotta di Massenzio verso i Vescovi di
Roma e di Cartagine può risguardarsi come una prova della sua
tolleranza, mentre i più ortodossi Principi terrebbero probabilmente lo
stesso contegno, rispetto al già stabilito lor clero. Marcello, ch'era
il primo di que' Prelati, aveva eccitato la confusione nella Capitale
per causa della severa penitenza, che imponeva ad un gran numero di
Cristiani, i quali nel corso dell'ultima persecuzione avevano
rinunziato, o finto di rinunziare alla lor religione. Il furore di parte
proruppe in frequenti e violente sedizioni; il sangue de' Fedeli
spargevasi per mezzo delle proprie lor mani; e si vedeva che l'esilio di
Marcello, in cui sembrava meno risplendere la prudenza che lo zelo, era
l'unico mezzo capace di restituir la quiete all'angustiata Chiesa di
Roma[169]. Pare che la condotta di Mensurio, Vescovo di Cartagine, fosse
anche più riprensibile. Un Diacono di quella città aveva pubblicato un
libello contro l'Imperatore. Il delinquente si rifuggì nel palazzo
Episcopale, e quantunque fosse un poco troppo presto per far valere
alcun diritto di Ecclesiastica immunità, pure il Vescovo ricusò di
rilasciarlo a' Ministri della giustizia. Per questa sediziosa resistenza
Mensurio fu chiamato alla Corte, ed in luogo di ricevere una giusta
sentenza di morte o d'esilio, dopo un brev'esame gli fu permesso di
tornare alla propria Diocesi[170]. La felice condizione de' Cristiani
sottoposti a Massenzio era tale, che quando bramavan di avere per lor
proprio uso qualche corpo di Martire, dovevan procacciarselo dalle più
distanti Province d'Oriente. Raccontasi a questo proposito un'istoria
d'Aglae, Dama Romana, discesa da una famiglia Consolare, che godeva un
patrimonio sì vasto, ch'esigeva l'opera di settantatre amministratori.
Bonifazio era fra questi il favorito della patrona, e siccome Aglae
univa l'amore con la divozione, si dice ch'egli fosse ammesso a
partecipar del suo letto. L'opulenza di cui ella godeva, la pose in
istato di soddisfare il pio desiderio di acquistare qualche sacra
reliquia d'Oriente. Consegnò dunque a Bonifazio una considerabile somma
d'oro, ed una gran quantità d'aromati; ed il suo amante, accompagnato da
dodici cavalli e da tre carri coperti, intraprese un lungo
pellegrinaggio fino a Tarso nella Cilicia[171].
Il genio sanguinario di Galerio, primo e principale autore della
persecuzione, riuscì formidabile per quei Cristiani, che per loro
disgrazia trovaronsi dentro i limiti de' suoi Stati, e può
ragionevolmente supporsi che molti di mediocre fortuna, i quali non
erano impediti dalle catene o della ricchezza o della povertà,
frequentemente abbandonassero il lor natio paese, e si cercassero un
rifugio nel più dolce clima d'Occidente. Fintanto ch'esso comandò le
sole armate e Province dell'Illirico, difficilmente potè trovare, o fare
un numero considerabil di Martiri in un paese guerriero, che avea
ricevuto i Missionari dell'Evangelio con maggior freddezza e ripugnanza,
che qualunque altra parte dell'Impero[172]. Ma quando Galerio ebbe
ottenuto il supremo potere e governo d'Oriente, egli appagò nella
massima estensione il suo zelo e la sua crudeltà non solo nelle Province
della Tracia e dell'Asia, che riconoscevano la immediata giurisdizione
di lui; ma in quelle ancora della Siria, della Palestina, e dell'Egitto,
dove Massimino soddisfaceva la propria inclinazione col prestare una
rigorosa obbedienza a' fieri comandi del suo benefattore[173]. I
frequenti inciampi nelle sue ambiziose mire, l'esperienza di sei anni di
persecuzione, e le riflessioni salutari, che una lenta e penosa malattia
suggerì alla mente di Galerio, finalmente lo persuasero, che i più
violenti sforzi del dispotismo sono insufficienti ad estirpare un intero
popolo, o a vincere i pregiudizi di religione. Bramoso di rimediare al
male che avea cagionato, pubblicò in nome proprio e nel nome di Licinio
e di Costantino un editto generale, che dopo una fastosa esposizione de'
titoli Imperiali, proseguiva nella seguente maniera:
«Fra le importanti cure, che hanno occupato la nostra mente per
l'utilità e conservazion dell'Impero, egli fu nostra intenzione di
correggere, e ristabilir ogni cosa secondo le antiche leggi, e la
pubblica disciplina dei Romani. Il nostro desiderio si rivolse
particolarmente a richiamar nella via della ragione e della natura i
delusi Cristiani, che avevan rinunziato la religione e le ceremonie
instituite da' loro padri, e presontuosamente disprezzando la pratica
dell'Antichità, avevano inventato stravaganti leggi ed opinioni secondo
i dettami del lor capriccio, e nelle diverse Province del nostro Impero
raccolti s'erano in moltiplice società. Gli editti, che abbiamo
pubblicato per mantenere in vigore il culto degli Dei, avendo esposto
molti Cristiani al pericolo ed alla miseria, molti avendo sofferto la
morte, e moltissimi altri, che tuttora persistono nell'empia loro
follia, essendo restati privi di ogni pubblico esercizio di religione,
siamo disposti ad estendere a quegl'infelici gli effetti della solita
nostra clemenza. Permettiamo dunque ad essi di professar liberamente le
lor private opinioni, e di potersi unire nelle lor conventicole senza
timore o molestia, purchè però sempre conservino il dovuto rispetto alle
leggi ed al governo già stabilito. Per mezzo di un altro rescritto
indicheremo le nostre intenzioni a' Giudici e Magistrati; e speriamo che
la nostra indulgenza impegnerà i Cristiani ad offerire le lor preghiere
alla Divinità, ch'essi adorano, per la salvezza e prosperità nostra, per
la loro, e per quella della Repubblica[174].» Regolarmente non si dee
cercar nello stile degli editti o de' manifesti il vero carattere o i
secreti motivi de' Principi; ma siccome queste son parole di un
Imperatore spirante, la sua situazione può forse risguardarsi come una
prova della sua sincerità.
Quando Galerio sottoscrisse quest'editto di tolleranza, egli era ben
sicuro, che Licinio avrebbe facilmente secondato le inclinazioni del
proprio benefattore ed amico, e che tutte le determinazioni, prese in
favor dei Cristiani, avrebbero ottenuto l'approvazione di Costantino. Ma
l'Imperatore non volle arrischiarsi ad inserirvi nel preambolo il nome
di Massimino, il consenso del quale era della massima importanza, e che
pochi giorni dopo successe alle Province dell'Asia. Ne' primi sei mesi
però del suo nuovo regno, Massimino affettò di adottare i prudenti
consigli del suo predecessore; e quantunque non condiscendesse giammai
ad assicurar la tranquillità della Chiesa con un pubblico editto,
Sabino, suo Prefetto del Pretorio, mandò una circolare a tutti i
Governatori e Magistrati delle Province, nella quale spaziava sopra la
clemenza Imperiale, riconosceva l'invincibile ostinazion de' Cristiani,
ed ordinava a' ministri di giustizia di tralasciare le loro inefficaci
ricerche, e di chiuder gli occhi alle segrete assemblee di quegli
entusiasti. In conseguenza di questi ordini, molti Cristiani rilasciati
furono dalle prigioni, o liberati dalle miniere. I Confessori, cantando
inni di trionfo, tornavano a' lor paesi, e quelli, che avevan ceduto
alla violenza della tempesta, chiedevano con lacrime di pentimento di
esser riammessi nel seno della Chiesa[175].
Ma questa finta calma fu di breve durata, nè poterono i Cristiani
d'Oriente fondare alcuna speranza nel carattere del lor Sovrano. La
crudeltà e la superstizione erano le passioni dominanti l'animo di
Massimino: la prima gli suggeriva i mezzi, la seconda gli additava gli
oggetti della persecuzione. L'Imperatore era tutto portato al culto
degli Dei, allo studio della magia, ed a prestar fede agli oracoli. I
Profeti o i Filosofi, ch'egli rispettava come favoriti del Cielo,
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