Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 3 (of 13)
Author: Edward Gibbon
Translator: Davide Bertolotti
STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
TRADUZIONE DALL'INGLESE
VOLUME TERZO
MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XX
STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
CAPITOLO XVI.
-Condotta del Governo romano verso i Cristiani, dal Regno di
Nerone fino a quello di Costantino.-
Se prendiamo a considerar seriamente la purità della Religione
Cristiana, la santità de' suoi morali precetti, e l'innocente non meno
che austera vita della maggior parte di quelli, che ne' primi tempi
abbracciarono la fede dell'Evangelio, saremo naturalmente indotti a
supporre, che anche dal Mondo infedele risguardata si fosse con la
dovuta riverenza una dottrina così benefica; che le persone sapienti e
culte, quantunque deridendo i miracoli, stimato avessero le virtù della
nuova setta, e che i Magistrati avesser protetto, invece di
perseguitare, un ordine di uomini, che prestava la più sommessa
obbedienza alle leggi, sebbene sfuggisse le attive cure della guerra e
del governo. Dall'altra parte se noi riflettiamo che la tolleranza del
Politeismo era universale ed invariabilmente sostenuta dalla fede del
Popolo, dall'incredulità de' filosofi, e dalla politica del Senato e
degl'Imperatori di Roma, non sappiam vedere qual nuova colpa i Cristiani
avesser commesso, e da che mai fosse stata provocata ed inasprita la
blanda indifferenza dell'Antichità, e quali nuovi motivi potessero
indurre i Principi Romani, che lasciavan sussistere in pace sotto il lor
moderato dominio mille diverse forme di religioni senza prendervi alcun
interesse, a punir severamente una parte de' loro sudditi, che si erano
scelta una singolare, ma innocente maniera di fede e di culto.
Sembra che la religiosa politica degli antichi prendesse un più rigido
ed intollerante carattere per opporsi al progresso del Cristianesimo.
Circa ottant'anni dopo la morte di Cristo, soggiacquero all'estremo
supplizio gl'innocenti seguaci di lui per sentenza di un Proconsole
dell'indole più amabile e filosofica, e secondo le leggi di un
Imperatore, riguardevole per la saviezza e giustizia del suo generale
governo. Le apologie, che più volte indirizzate furono ai successori di
Traiano, son piene de' più patetici lamenti, perchè fra tutti i sudditi
del Romano Impero fossero esclusi dal partecipare i vantaggi di quel
fausto governo i soli Cristiani, che obbedivano ai dettami della
coscienza, e ne imploravan la libertà. Sono stati diligentemente
raccolti i supplizi di alcuni pochi martiri eminenti; e da quel tempo,
in cui s'ottenne il supremo potere dal Cristianesimo, i Direttori della
Chiesa non hanno impiegata minor cura nel discuoprire la crudeltà, che
nell'imitar la condotta de' Pagani loro avversari. Lo scopo del presente
capitolo è di separare (s'è possibile) i pochi autentici ed interessanti
fatti da una indigesta massa di finzioni e di errori, e di riferire in
un modo ragionevole e chiaro le cagioni, l'estensione, la durata e le
più importanti circostante delle persecuzioni, alle quali esposti furono
i primi Cristiani.
I seguaci di una Religione perseguitata, oppressi dal timore, animati
dal risentimento, e riscaldati forse dall'entusiasmo, rade volte si
trovano in uno stato di mente, proprio ad investigar con tranquillità o
a stimar con candore i motivi de' lor nemici, che spesso sfuggono anche
all'imparziale ed acuta vista di quelli, che trovansi ad una sicura
distanza dal fuoco della persecuzione. Alla condotta degl'Imperatori
verso i primitivi Cristiani attribuita si è una ragione, la quale può
sembrare molto speciosa e probabile, perchè si deduce appunto dal genio
ben noto del Politeismo. È stato già osservato, che la religiosa
concordia del mondo era principalmente sostenuta dall'assenso e dalla
riverenza, che le nazioni dell'Antichità ciecamente professavano per le
rispettive lor tradizioni e ceremonie. Si poteva dunque aspettare, che
le medesime fossero per unirsi con isdegno contro una setta od un
popolo, che si separasse dalla comunione dell'uman genere, e pretendesse
di posseder esclusivamente la cognizione di Dio, sdegnando come empia ed
idolatrica qualunque altra forma di culto, eccettuata la propria. Si
mantenevano i diritti della tolleranza mediante una condiscendenza
reciproca: giustamente dunque ne furono spogliati quelli, che ricusavano
di pagare il consueto tributo. Siccome questo si ricusò inflessibilmente
dai soli Giudei, l'esame del trattamento, che loro fecero i Magistrati
Romani, servirà a spiegare fino a qual segno siano queste speculazioni
giustificate da' fatti, e ci condurrà a scoprire le vere cagioni della
persecuzione del Cristianesimo.
Senza ripeter quello ch'è stato già detto della riverenza che avevano i
Principi e i Governatori Romani pel Tempio di Gerusalemme, osserveremo
solamente che tutte le circostanze che accompagnarono e seguirono la
distruzione del Tempio e della città, potevano inasprir gli animi de'
conquistatori, ed autorizzare la persecuzion religiosa co' più speciosi
argomenti di giustizia politica e di pubblica sicurezza. Dal regno di
Nerone fino a quello di Antonino Pio, dimostrarono i Giudei tal fiera
intolleranza del dominio di Roma, che più volte proruppero in
sollevazioni ed in stragi le più furiose. L'umanità si scuote al
racconto delle orribili crudeltà, che commisero nelle città dell'Egitto,
di Cipro e di Cirene, dove abitavano, fingendo una proditoria amicizia
co' Nazionali, che non avevano sospetto alcuno verso di loro[1]: e siam
quasi tentati ad applaudire la rigida rappresaglia, che dalle armi delle
Legioni si usò contro un genere di fanatici, la barbara e credula
superstizione de' quali pareva, che li rendesse implacabili nemici non
solo del governo Romano, ma anche dell'uman genere[2]. L'entusiasmo
degli Ebrei sostenevasi dall'opinione, ch'essi non potevan
legittimamente pagar tributi ad un Sovrano idolatra, e dalla seducente
promessa tratta dai loro antichi oracoli, che in breve sarebbe nato un
Messia conquistatore, destinato a rompere le loro catene, e a trasferire
ai favoriti del Cielo l'impero della Terra. Il celebre Barcocheba,
coll'annunziarsi che fece come loro, da lungo tempo aspettato,
liberatore, e col convocar tutti i discendenti di Abramo per sostener la
speranza d'Israele, raccolse un formidabile esercito, con cui resistè
per due anni al potere dell'Imperatore Adriano[3].
Ad onta di queste ripetute provocazioni, finì l'ira de' Principi Romani
con la vittoria; nè continuarono le loro apprensioni oltre il tempo del
pericolo e della guerra. Mediante la general tolleranza del Politeismo e
la mansueta indole di Antonino Pio, a' Giudei restituiti furono gli
antichi lor privilegi, ed ottennero essi un'altra volta la facoltà di
circoncidere i loro figli con la moderata limitazione, che non dovesser
mai dare ad alcun proselito straniero quel contrassegno distintivo della
stirpe Giudaica[4]. Quantunque i numerosi avanzi di quel popolo
restassero sempre esclusi da' recinti di Gerusalemme, pure fu loro
permesso di formare e di mantenere considerabili stabilimenti tanto
nell'Italia che nelle Province, di acquistar la cittadinanza di Roma, di
godere degli onori municipali, e di ottenere nel tempo stesso
un'esenzione da' gravi e dispendiosi uffizi della società. La
moderazione o il disprezzo de' Romani legalmente autorizzò la forma del
governo ecclesiastico, instituito dalla vinta setta. Il Patriarca, che
avea fissato la sua residenza in Tiberiade, ebbe la facoltà di eleggere
i propri subalterni ministri ed apostoli, di esercitare una domestica
giurisdizione, e di ricevere da' suoi dispersi fratelli una
contribuzione annuale[5]. Nelle principali città dell'Impero
frequentemente si edificarono nuove sinagoghe, e nella più solenne e
pubblica forma si celebravano i sabbati, le feste e i digiuni, comandati
o dalla legge Mosaica o dalle tradizioni Rabbiniche[6]. Questo gentil
trattamento appoco appoco addolcì la feroce indole de' Giudei. Scossi
dal loro sogno di profezia e di conquista, incominciarono a diportarsi
da sudditi pacifici e industriosi. L'odio irreconciliabile, che avevano
contro il genere umano, in luogo di prorompere in atti di violenza e di
sangue, si dissipò in soddisfazioni meno pericolose. Prendevano essi
tutte le occasioni per soverchiar gl'Idolatri nel commercio, e
pronunziavano segrete ed ambigue imprecazioni contro il superbo regno di
Edom[7].
Mentre i Giudei, che rigettavano con abborrimento i Numi adorati dal lor
Sovrano e da' loro consudditi, godevano ciò non ostante con libertà
l'esercizio della loro insocievole religione, vi doveva esser qualche
altro motivo ch'esponeva i discepoli di Cristo a quella severità, da cui
ritrovavasi esente la discendenza di Abramo. La differenza fra loro è
semplice e naturale, ma secondo i sentimenti dell'antichità era della
massima importanza. Gli Ebrei formavano una -nazione-, i Cristiani una
-setta-; e se ogni società era naturalmente portata a rispettar le sacre
istituzioni de' propri vicini, le premeva altresì di perseverare in
quelle de' suoi maggiori. La voce degli oracoli, i precetti de' filosofi
e l'autorità delle leggi davan concordemente vigore a questa nazionale
obbligazione. Per l'altera pretensione, che avevano i Giudei di una
santità superiore agli altri, provocar potevano i Politeisti a
risguardarli come una razza di uomini odiosa ed impura. Sdegnando il
commercio con le altre nazioni, potevan meritare il loro disprezzo. Le
leggi di Mosè potevano esser per la massima parte frivole o assurde: non
di meno essendo queste per più secoli state ricevute da una numerosa
società, i lor seguaci venivan giustificati dall'esempio dell'uman
genere; ed universalmente si conveniva, che essi avevan diritto di
praticare ciò che sarebbe in loro stato un delitto di trascurare. Ma
questo principio, che proteggeva la sinagoga Giudaica, non dava
sicurezza o favore alcuno alla primitiva Chiesa. I Cristiani
abbracciando la fede dell'Evangelio, supponevansi rei di una non
naturale ed imperdonabile colpa. Scioglievano essi i sacri vincoli
dell'usanza e dell'educazione; violavano le religiose instituzioni del
lor paese, e presuntuosamente disprezzavano ciò che i padri loro creduto
avevano come vero, o rispettato come sacro. Nè tal apostasia (se ci è
permesso di usare questa espressione) era di una specie parziale o
locale, poichè il devoto disertore, che si ritirava da' tempj
dell'Egitto o della Siria, avrebbe ugualmente sdegnato di cercare un
asilo in quelli di Atene o di Cartagine. Ogni Cristiano con disprezzo
rigettava le superstizioni della sua famiglia, della sua città e della
sua provincia. Tutto il corpo de' Cristiani di comune accordo ricusava
di aver alcun commercio con gli Dei di Roma, dell'Impero e dell'uman
genere. Invano l'oppresso credente reclamava i diritti non alienabili
della coscienza e del giudizio privato. Quantunque la sua situazione
potesse risvegliar la pietà, i suoi argomenti non potevano mai
convincere l'intelletto nè della filosofica nè della credula parte del
Mondo Pagano. Argomento era di stupore per essi che uno dovesse avere
scrupolo di adattarsi alla maniera di culto già stabilita, non meno che
sarebbe stato se uno concepito avesse subitaneo abborrimento ai costumi,
al modo di vestire, od al linguaggio del proprio paese[8].
Alla sorpresa de' Pagani successe ben presto lo sdegno; e gli uomini più
pii furono esposti all'ingiusta, ma pericolosa imputazione d'empietà. La
malizia ed il pregiudizio si univano a rappresentare i Cristiani come
una società di atei, che avendo audacissimamente attaccato le religiose
costituzioni dell'Impero, meritato avevano i più severi castighi de'
magistrati civili. Nella confessione, che facevano di loro fede,
gloriavansi di essersi liberati da qualunque sorta di superstizione
ricevuta in qualsivoglia parte del globo dal vario genio del Politeismo;
non era però ugualmente chiaro qual divinità, o quale specie di culto
sostituito avessero agli Dei ed a' tempj dell'antichità. La pura e
sublime idea, ch'essi avevano dell'Ente supremo, sfuggiva dal grossolano
concepimento del volgo Pagano, che non sapeva immaginare un Dio
spirituale e solitario, il quale non si rappresentava sotto alcuna
figura corporea o segno visibile, nè si adorava con la solita pompa di
libazioni e di feste, di altari e di sacrifizi[9]. I Sapienti della
Grecia e di Roma, che innalzato avevano le loro menti alla
contemplazione dell'esistenza e degli attributi della prima Causa, per
ragione o per vanità eran portati a riservare a se stessi o a' loro
scelti discepoli il privilegio di questa filosofica devozione[10]. Essi
erano ben lontani dall'ammettere i pregiudizi dell'uman genere, come il
contrassegno della verità, ma gli consideravano come provenienti
dall'original disposizione della natura umana: e supponevano che
qualunque popolar forma di fede e di culto, in cui si fosse preteso di
non far uso dell'aiuto de' sensi, a misura che allontanata si fosse
dalla superstizione, sarebbesi trovata incapace di raffrenare i voli
della fantasia, o le visioni del fanatismo. Il non curante sguardo, che
gli uomini d'ingegno e di dottrina condiscendevano a gettare sopra la
Rivelazione Cristiana, serviva solo a confermare la loro precipitata
opinione, ed a persuaderli, che il principio dell'unità di Dio, che
avrebbero potuto rispettare, veniva sfigurato dallo stravagante
entusiasmo, ed annichilito dalle vane speculazioni de' nuovi settari.
L'autore di un celebre dialogo, ch'è stato attribuito a Luciano, mentre
affetta di trattare il misterioso soggetto della Trinità in uno stile
ridicoloso e disprezzante, mostra di non conoscere la debolezza
dell'umana ragione e l'imperscrutabile natura delle perfezioni
Divine[11].
Poteva sembrar meno sorprendente, che il fondatore del Cristianesimo
fosse rispettato da' suoi Discepoli non solamente come un sapiente ed un
profeta, ma che fosse anche adorato come una divinità. I Politeisti eran
disposti ad ammettere ogni articolo di fede, che paresse aver qualche
rassomiglianza, per quanto distante ed imperfetta si fosse, colla
mitologia popolare; e le leggende di Bacco, d'Ercole, o di Esculapio
preparato avevano in qualche modo la loro immaginazione all'apparire del
Figlio di Dio sotto una forma umana[12]. Ma stupivano, che i Cristiani
abbandonassero i tempj di quegli antichi Eroi, che nell'infanzia del
mondo avevano inventato le arti, instituite le leggi, e domati i
tiranni, o i mostri che infestavano la terra, a fine di scegliere per
oggetto esclusivo del religioso lor culto un oscuro maestro, che di
fresco, ed appresso un popolo barbaro era stato sacrificato o alla
malizia de' propri suoi nazionali, o alla gelosia del governo Romano. Il
volgo Pagano, riservando la sua gratitudine solo per i benefizi
temporali, rigettava l'inestimabile dono della vita e della immortalità,
che all'uman genere si offeriva da Gesù Nazareno. La sua mansueta
costanza in mezzo a crudeli e volontari tormenti, la sua general
benevolenza, e la sublime semplicità delle sue azioni e del suo
carattere non eran sufficienti, a giudizio di quegli uomini carnali, a
compensar la mancanza di fama, di dominio e di fortuna; e mentre
ricusavano di ammettere lo stupendo trionfo di lui sopra le potestà
delle tenebre e della morte, malamente rappresentavano o insultavan la
nascita equivoca, la vita vagabonda, e l'ignominiosa morte del divino
Autore del Cristianesimo[13].
La reità personale, in cui ogni Cristiano era incorso nel preferire in
tal modo il suo privato sentimento alla religion nazionale, veniva molto
aggravata dal numero, e dall'unione de' colpevoli. Egli è ben noto, ed è
già stato osservato, che la Romana politica riguardava con la massima
gelosia e diffidenza qualunque associazione fra' propri sudditi, e che
davansi con mano assai parca i privilegi de' corpi privati, sebbene
instituiti per i più innocenti e benefici soggetti[14]. Le religiose
assemblee dei Cristiani, che si eran separati dal culto pubblico,
apparivano di una specie molto meno innocente: erano esse illegittime
nel lor principio, e nelle lor conseguenze potean divenire pericolose;
nè gl'Imperatori credevano di violar le leggi della giustizia, quando
per la pace della società proibivano quelle segrete, ed alle volte
notturne adunanze[15]. La pia disubbidienza de' Cristiani fece comparire
la lor condotta, o forse i loro disegni in un aspetto molto più serio e
colpevole: ed i Principi Romani, che avrebbero per avventura sofferto di
lasciarsi piegare da una pronta sommissione, stimando interessato il lor
onore nell'esecuzione de' lor comandi, qualche volta intrapresero, per
mezzo di rigorosi gastighi, di domar questo spirito indipendente, che
audacemente riconosceva un'autorità superiore a quella del Magistrato.
Sembrava, che l'estensione e la durata di questa spirituale cospirazione
la rendesse ogni giorno più meritevole del loro castigo. Abbiamo già
veduto, che l'attivo e fortunato zelo de' Cristiani gli aveva
insensibilmente diffusi per ogni Provincia, e quasi per ogni città
dell'Impero. Pareva, che i nuovi convertiti rinunziassero alla propria
famiglia e al proprio paese, e che si collegassero mediante un
indissolubil nodo d'unione con una particolar società, che per ogni dove
assumeva un carattere diverso dal resto del genere umano. Il tristo ed
austero aspetto, che avevano, l'abborrimento per gli affari e piaceri
comuni della vita, e le lor frequenti predizioni d'imminenti
calamità[16] inspiravano a' Pagani l'apprensione di qualche pericolo,
che provenir potesse dalla nuova setta, ch'era tanto più sospetta quanto
era più oscura. «Qualunque esser possa (dice Plinio) il principio della
loro condotta, pare, che l'inflessibile ostinazione loro sia meritevole
di gastigo[17].»
Le cautele, con le quali i Discepoli di Cristo celebravano gli uffizi
della religione, furono a principio dettate dal timore e dalla
necessità, ma in appresso si continuarono per elezione. Con imitare la
tremenda secretezza, che usavasi ne' misteri Eleusini, si eran lusingati
i Cristiani, che rendute avrebbero più rispettabili agli occhi del Mondo
Pagano le sacre loro instituzioni[18]. Ma l'evento, come spesso accade
nelle operazioni della sottile politica, deluse le loro brame ed
aspettazioni. Si concluse, ch'essi nascondevano solamente ciò, che
avrebbero avuto rossore di manifestare. La loro mal accorta prudenza
diede un'occasione alla malizia d'inventare, ed alla sospettosa
credulità di prestar fede alle orribili favole, le quali rappresentavano
i Cristiani come i più malvagi degli uomini, che praticavano nelle
oscure lor conventicole ogni sorta d'abbominazione, cui potesse
inventare una fantasia depravata, ed imploravano il favore
dell'incognito loro Dio mediante il sacrifizio di ogni morale virtù. Vi
erano molti che pretendevano di confessare o di riferire le ceremonie di
tale abborrita società. Asserivasi che «veniva presentato al coltello
del proselito, come un mistico simbolo per iniziarlo, un bambino nato di
fresco, tutto coperto di farina, e che egli senza saperlo con vari colpi
segretamente feriva a morte l'innocente vittima del proprio errore: che
appena era seguita la crudel funzione, i settarj ne bevevano il sangue,
avidamente ne squarciavan le membra ancor palpitanti, e s'impegnavano,
per esser fra loro tutti complici del delitto, ad un eterno silenzio.
Con uguale confidenza affermavasi, che a questo crudel sacrificio
succedeva un ben degno convito, in cui l'intemperanza serviva a provocar
le brutali passioni, finchè, nel momento assegnato, i lumi ad un tratto
venivano estinti, bandito il pudore, e la natura dimenticata; e come il
caso portava, l'oscurità della notte si contaminava dall'incestuoso
commercio dei fratelli colle sorelle e delle madri coi figliuoli[19].»
Ma era sufficiente la lettura delle antiche apologie per rimuover dalla
mente di un ingenuo avversario qualunque più leggiero sospetto. I
Cristiani coll'intrepida sicurezza dell'innocenza, dal romor popolare si
appellano all'equità de' Magistrati; convengono che se alcuna prova si
può addur de' delitti, che la calunnia loro ha imputati, son degni del
più severo gastigo. Affrontano la pena, e disfidan le prove. Nel tempo
stesso dimostrano con ugual verità e naturalezza, che l'accusa manca di
probabilità non meno che di prova, domandano essi, come alcuno può
credere seriamente che i puri e santi precetti dell'Evangelo, i quali
tanto spesso restringono l'uso de' piaceri più leciti, dovessero
inculcar la pratica de' misfatti più abbominevoli; che una numerosa
società si potesse risolvere a disonorarsi agli occhi de' suoi propri
membri; e che un gran numero di persone di ogni sesso, di ogni età,
d'ogni carattere, insensibile al timor della morte o dell'infamia,
consentir dovesse a violar que' principj, che la natura e l'educazione
avevan profondissimamente impressi ne' loro animi[20]? Sembrerebbe, che
niente potesse indebolir la forza, o distruggere l'effetto di una così
efficace giustificazione, se non fosse stata l'indiscreta condotta degli
stessi Apologisti, che tradiron la causa comune della religione per
soddisfare il devoto lor odio contro i nemici domestici della Chiesa.
Ora si andò lentamente insinuando, ed or si asserì arditamente, che que'
sanguinosi sacrifizj medesimi e quelle incestuose solennità, che sì
falsamente imputavansi agli ortodossi credenti, erano realmente
celebrate da' Marcioniti, da' Carpocraziani, e da varie altre Sette di
Gnostici, che sebbene deviassero ne' sentieri dell'eresia, pure
sentivano sempre la forza della natura umana, e si regolavan sempre
secondo i precetti del Cristianesimo[21]. Simili accuse ritorcevansi
contro la Chiesa dagli Scismatici, che abbandonato avevano la comunione
della medesima[22], e confessavasi da ogni parte, che appresso molti di
quelli che si attribuivano il nome di Cristiani, prevaleva la più
scandalosa licenza di costumi. Un Magistrato Pagano, che non aveva nè
tempo nè capacità per discernere la linea quasi impercettibile, che
distingue la fede ortodossa dall'eretica pravità, poteva facilmente
supporre, che l'animosità, che regnava fra loro, avesse tolta ad essi di
bocca la confessione de' lor comuni delitti. Fu fortuna pel riposo, o
almeno per la riputazione de' primi Cristiani, che i Magistrati alle
volte procedessero con maggior freddezza, e moderazione di quella che
per ordinario accompagna lo zelo religioso, e ch'essi riferissero, come
resultato imparziale delle lor giudiciali ricerche, che i settarj, i
quali abbandonato avevano il culto dominante, sembravan sinceri nelle
lor professioni, ed irreprensibili ne' lor costumi, per quanto potessero
incorrere la censura delle Leggi[23], attesa l'assurda ed eccessiva loro
superstizione.
L'istoria, che intraprende a rammentare i fatti de' passati secoli per
istruzione de' futuri, male meriterebbe tal onorevole uffizio, qualora
condiscendesse a difender la causa de' tiranni, o a giustificar le
massime della persecuzione. Bisogna però confessare, che la condotta
degl'Imperatori, che parvero i meno favorevoli alla primitiva Chiesa,
non è in verun modo tanto colpevole, quanto quella di alcuni moderni
Sovrani, che hanno impiegato le armi della violenza e del terrore contro
le religiose opinioni di una parte de' loro sudditi. Dalle lor
riflessioni, o anche da' propri lor sentimenti poteva un Carlo V. o un
Luigi XIV. aver acquistato una giusta cognizione de' diritti della
coscienza, dell'obbligatione della fede, e dell'innocenza dell'errore.
Ma per li Principi ed i Magistrati dell'antica Roma erano affatto ignoti
que' principj, che inspiravano ed autorizzavano l'inflessibile
ostinazione de' Cristiani nella causa della verità, nè potevano da se
stessi scuoprire ne' loro petti alcun motivo, che gli avesse indotti a
ricusare una legittima, e quasi natural sommissione alle sacre
instituzioni della patria loro. La medesima ragione, che contribuisce ad
alleggerire la reità delle lor persecuzioni, doveva tendere a diminuirne
il rigore. Siccome operava sopra di essi non già il furioso zelo de'
devoti, ma la moderata politica de' legislatori, spesse volte doveva il
disprezzo far rallentare, e la compassione far sospendere l'esecuzione
di quelle leggi, ch'esse avevan fatte contro gli umili ed oscuri seguaci
di Cristo. Dalla general considerazione del lor carattere e de' motivi
che avevano, possiam naturalmente concludere: I. che passò un tempo
considerabile avanti ch'essi riguardassero i nuovi settari come un
oggetto, che meritasse l'attenzion del Governo; II. che nell'esame di
ognuno de' loro sudditi, che fosse accusato di un delitto sì singolare,
procedevano con cautela e ripugnanza; III. ch'essi erano moderati
nell'uso delle pene; e IV. che l'afflitta Chiesa godè molti intervalli
di pace e di tranquillità. Nonostante la trascurata indifferenza, che
han dimostrato i più abbondanti, ed i più minuti fra' Gentili scrittori
per gli affari de' Cristiani[24], possiam tuttavia confermare
ciascheduna di queste probabili supposizioni con la testimonianza di
autentici fatti.
I. Fu per saggia disposizione della Providenza gettato un misterioso
velo sopra l'infanzia della Chiesa, il quale, finattanto che non fu
maturata la fede Cristiana, e moltiplicato il numero de' credenti, servì
a proteggerli non solo dalla malizia, ma anche dalla cognizione del
Mondo Pagano. L'abolizione lenta e per gradi delle ceremonie Mosaiche
diede una sicura ed innocente coperta a' più antichi proseliti
dell'Evangelio. Essendo la maggior parte di loro della stirpe d'Abramo,
si distinguevano perciò col segno particolare della circoncisione,
facevano le lor offerte nel tempio di Gerusalemme, finchè questo non fu
totalmente distrutto, ed ammettevano la legge ed i profeti, come genuina
inspirazione di Dio. I Gentili convertiti, che per una spirituale
adozione erano stati associati alla speranza d'Israele, venivano in
simil guisa confusi sotto l'abito e l'apparenza di Giudei[25]; e siccome
i Politeisti facevano meno attenzione agli articoli di fede, che al
culto esterno, la nuova setta, che nascondea con gran cura, o
leggermente annunziava la sua futura grandezza ed ambizione, era
lasciata rifuggire sotto la general tolleranza concessa nel Romano
Impero ad un antico e celebre Popolo. Non passò forse gran tempo che i
Giudei medesimi, animati dallo zelo più fiero e dalla più gelosa fede,
si accorsero della separazione, che appoco appoco fecero i lor Nazareni
fratelli dalla dottrina della Sinagoga, e volentieri avrebber voluto
estinguere quella pericolosa eresia col sangue di quelli che vi
aderivano. Ma i decreti del Cielo avevano già disarmato la lor malizia;
e quantunque potessero qualche volta usare lo sfrenato privilegio della
sedizione, essi da lungo tempo più non godevano l'amministrazione della
giustizia criminale; nè riusciva loro facilmente d'inspirare nel
tranquillo petto d'un Magistrato Romano il rancore del proprio loro zelo
e pregiudizio. I Governatori delle Province si mostravano pronti ad
ascoltare qualunque accusa, che risguardar potesse la pubblica
sicurezza; ma tosto che venivano informati, ch'era questione non già di
fatti, ma di parole, e che si disputava soltanto dell'interpretazione
delle leggi, e profezie Giudaiche, stimavano indegno della maestà Romana
il discuter seriamente le oscure differenze, che potevan nascere fra
gente barbara e superstiziosa. L'innocenza de' primi Cristiani era
protetta dall'ignoranza e dal disprezzo; e spesso trovava nel tribunale
di un Magistrato Pagano il rifugio più sicuro contro il furor della
Sinagoga[26]. Se noi fossimo in vero disposti ad ammetter le tradizioni
di una troppo credula antichità, riferir potremmo i lontani
pellegrinaggi, le imprese maravigliose, e le diverse morti de' dodici
Apostoli; ma una più esatta ricerca ci porterà a dubitare, se fu
permesso ad alcuna di quelle persone, che avevan veduto i miracoli di
Cristo, di contestare col proprio sangue oltre i confini della Palestina
la verità della loro testimonianza[27]. Atteso l'ordinario periodo della
vita umana, può molto naturalmente presumersi che la maggior parte di
essi fossero morti, avanti che il rancor degli Ebrei scoppiasse in
quella furiosa guerra, la quale non finì che con la rovina di
Gerusalemme. Per un lungo tratto di tempo, che passò dalla morte di
Cristo fino a quella memorabile ribellione, non possiamo ravvisare alcun
vestigio d'intolleranza Romana, eccettuata la subitanea, passeggiera, ma
crudele persecuzione, che fu mossa da Nerone contro i Cristiani della
Capitale, trentacinque anni dopo il primo, e solo due anni avanti il
secondo, di que' grandi eventi. Il carattere dell'Istorico filosofo, al
quale principalmente dobbiamo la cognizione di questo singolar fatto,
sarebbe per se solo bastante ad impegnar la nostra più attenta
considerazione.
Nel decimo anno del Regno di Nerone la Capitale dell'Impero fu afflitta
da un fuoco, che infierì oltre la memoria o l'esempio de' secoli
precedenti[28]. Restarono involti in una comune distruzione i monumenti
dell'arte Greca e del Romano valore, i trofei delle guerre Punica e
Gallica, i tempj più santi, ed i palazzi più splendidi. De' quattordici
rioni, o quartieri, ne' quali era divisa Roma, quattro solamente
rimasero interi, tre furono livellati al suolo, e gli altri sette, che
sperimentato avevano il furor delle fiamme, presentavano un tristo
prospetto di desolazione e rovina. Pare che la vigilanza del Governo non
trascurasse alcuna precauzione, che alleggerir potesse il sentimento di
sì terribile calamità. Furono aperti alla sconsolata moltitudine i
giardini Imperiali, si costruirono per loro comodo temporanei edifizj, e
venne distribuita un'abbondante copia di grano e di provvisioni ad un
prezzo assai moderato[29]. Sembra che la più generosa politica dettasse
gli editti, che regolarono la disposizione delle strade, e la
costruzione delle case private, e come suole per ordinario accadere in
un tempo di prosperità, l'incendio di Roma produsse nel corso di pochi
anni una città novella, più regolare e più vaga dell'antica. Ma tutta la
prudenza ed umanità di Nerone furono insufficienti a liberarlo dal
sospetto del popolo. Qualunque delitto imputar potevasi all'assassino
della propria moglie e della madre, nè poteva un Principe, che
prostituiva la sua persona e dignità sul teatro, esser creduto incapace
della più stravagante follia. La voce della fama accusava l'Imperatore
come un incendiario della sua Capitale, e siccome le più incredibili
narrazioni sono le più confacenti al genio di un popolo infuriato, così
raccontavasi gravemente, e senz'alcun dubbio credevasi, che Nerone,
godendo all'aspetto della calamità di cui era stato cagione, si
dilettasse in cantare sulla sua lira la distruzione dell'antica
Troia[30]. Per allontanare un sospetto, che il potere del dispotismo non
era capace di sopprimere, l'Imperatore pensò di sostituire in suo luogo
alcuni finti rei. «Con questo scopo (continua Tacito) sottopose a più
atroci tormenti quegli uomini, che sotto la volgar denominazione di
Cristiani erano già notati con la meritata infamia. Essi prendevano il
nome e l'origine da Cristo, che nel regno di Tiberio avea sofferto la
morte per sentenza del Procuratore Ponzio Pilato[31]. Questa empia
superstizione fu per un tempo repressa; ma ella si sparse di nuovo, e
non solamente si diffuse per la Giudea, prima sede di questa malvagia
setta, ma fu introdotta anche in Roma, comune asilo, che riceve e
protegge tutto ciò ch'è impuro ed atroce. Le confessioni di quelli, che
furon presi, scuoprirono una gran moltitudine di complici, e furono
tutti convinti, non tanto del delitto di aver posto fuoco alla città,
quanto dell'odio, che portavano al genere umano[32]. Morivano fra
tormenti, e questi erano amareggiati dall'insulto e dalla derisione.
Alcuni di essi furono inchiodati sopra croci, altri cuciti dentro pelli
di bestie feroci, ed esposti alla rabbia de' cani, altri, coperti di
materie combustibili, servivano come di torce per illuminare l'oscurità
della notte. Furon destinati i giardini di Nerone pel tristo spettacolo
che venne accompagnato da una corsa di cavalli, ed onorato dalla
presenza dell'Imperatore, che si mescolava col volgo, in abito ed in
attitudine di cocchiere. La colpa de' Cristiani meritava in vero il più
esemplare gastigo, ma il pubblico abborrimento si cangiò in compassione,
supponendosi che quelle infelici vittime venisser sacrificate non tanto
al rigore della giustizia, quanto alla credulità di un geloso
tiranno[33].» Quelli che con occhio curioso rimirano le rivoluzioni
dell'uman genere, posson osservare, che i giardini ed il circo di Nerone
nel Vaticano, che macchiati furon dal sangue de' primi Cristiani, si son
resi più famosi pel trionfo e per l'abuso della religione perseguitata.
Nel medesimo luogo[34] si è, dopo, eretto un tempio, che di gran lunga
sorpassa le antiche glorie del Campidoglio, da' Pontefici Cristiani, i
quali traendo il loro diritto di universal dominio da un umile pescatore
di Galilea, sono succeduti al trono de' Cesari, han date leggi ai
Barbari conquistatori di Roma, ed hanno estesa la spirituale loro
giurisdizione dalle coste del Baltico fino a' lidi del mar Pacifico.
Ma non sarebbe a proposito di lasciar questo racconto della persecuzion
di Nerone, senza fare alcune riflessioni, che possono servire a
rimuovere le difficoltà, onde si rende dubbiosa la susseguente storia
della Chiesa, ed a rischiararla di qualche lume.
I. Non può la critica più scettica non rispettar la verità di tal fatto
straordinario, e la genuina tempera di questo celebre passo di Tacito.
La prima vien confermata dall'esatto e diligente Svetonio, che rammenta
il gastigo da Nerone dato a' Cristiani: setta di uomini che abbracciato
avevano una nuova e colpevol superstizione[35]. L'altra si può provare
col consenso de' più antichi manoscritti; coll'inimitabil carattere
dello stile di Tacito, con la sua riputazione, che ne ha reso immune il
testo dalle interpolazioni della pia frode, e col tenore della sua
narrazione, che accusa i Cristiani de' più atroci delitti, senza
insinuare, ch'essi godessero alcun miracoloso o magico potere sopra il
resto del genere umano[36]. II. Quantunque sia probabile, che Tacito
nascesse qualche anno avanti l'incendio di Roma[37], potè ciò nonostante
rilevare dalla lettura e dalla conversazione la notizia di un fatto, che
seguì nel tempo della sua infanzia. Avanti di esporsi al Pubblico,
tranquillamente egli aspettò, che il proprio ingegno fosse giunto alla
sua piena maturità, ed aveva più di quarant'anni, allorchè un grato
riguardo alla memoria del virtuoso Agricola trasse da lui la prima di
quelle istoriche composizioni, che diletteranno ed istruiranno la più
remota posterità. Dopo di aver fatto una prova della propria forza nella
vita d'Agricola, e nella descrizione della Germania, concepì, e
finalmente pose in esecuzione un'opera più difficile, vale a dire
l'istoria di Roma in trenta libri, dalla caduta di Nerone sino
all'avvenimento al trono di Nerva. L'amministrazione di quest'ultimo
introdusse un tempo di prosperità e di giustizia, che Tacito avea
destinato per occupazione della sua vecchiezza[38]; ma quando più da
vicino esaminò quel soggetto, stimando per avventura, che fosse un
uffizio più onorevole, o meno invidioso quello di rammentare i vizi de'
passati tiranni, che di celebrar le virtù di un Sovrano regnante, si
determinò piuttosto a narrare in forma d'annali le azioni de' quattro
immediati successori di Augusto. L'impresa di raccogliere, disporre, e
adornare una serie di ottant'anni in un'opera immortale, di cui ogni
sentenza contiene le più profonde osservazioni, e le immagini più vive,
fu bastante ad esercitare il genio di Tacito stesso per la maggior parte
della sua vita. Negli ultimi anni del Regno di Traiano, mentre il
vittorioso Monarca estendeva la potenza di Roma oltre gli antichi di lei
confini, l'Istorico nel secondo e nel quarto libro de' suoi annali
descriveva la tirannia di Tiberio[39], e dovè succedere al trono
l'Imperatore Adriano avanti che Tacito, nel regolar proseguimento della
sua opera, potesse riferir l'incendio della Capitale e la crudeltà di
Nerone verso gl'infelici Cristiani. Alla distanza di sessant'anni era
dovere dell'Annalista d'adottare le narrazioni de' contemporanei, ma era
naturale pel Filosofo di spaziare nella descrizione dell'origine, del
progresso e carattere della nuova setta non tanto secondo le cognizioni,
o i pregiudizi dell'età di Nerone, quanto secondo quelli del tempo di
Adriano. III. Tacito assai frequentemente confida, che la curiosità o la
riflessione de' suoi lettori sia per supplire a quelle intermedie
circostanze ed idee, che nell'estrema sua precisione ha creduto proprio
di sopprimere. Noi possiamo dunque avventurarci ad immaginare qualche
probabil motivo, che diriger potesse la crudeltà di Nerone contro i
Cristiani di Roma, de' quali non meno l'oscurità che l'innocenza avrebbe
dovuto porli al coperto dallo sdegno ed anche dalla cognizione di esso.
Gli Ebrei, che si trovavano in gran numero nella Capitale, ed eran
oppressi nel proprio paese, formavano un oggetto molto più confacente a'
sospetti dell'Imperatore, e del Popolo; nè potea parere improbabile, che
una vinta nazione, la quale già manifestava il proprio abborrimento pel
giogo Romano, potesse ricorrere a' mezzi più atroci, per soddisfare il
suo implacabile desiderio di vendicarsi. Ma gli Ebrei avevano molto
potenti avvocati nel Palazzo, ed anche nel cuor del Tiranno, cioè la
bella Poppea, di lui moglie e signora, ed un favorito commediante della
razza d'Abramo, che avevano già impiegate le loro intercessioni a favore
del colpevole Popolo[40]. Bisognava in loro vece offerire qualche altra
vittima, e si potè suggerir facilmente, che sebbene i veri seguaci di
Mosè fossero innocenti dell'incendio di Roma, fra loro era insorta una
nuova perniciosa setta di -Galilei-, ch'era capace de' misfatti i più
orribili. Sotto il nome di -Galilei- si confondevano due distinte specie
di uomini le più opposte fra loro ne' costumi e ne' principj, vale a
dire i Discepoli, che avevano abbracciata la fede di Gesù di
Nazaret[41], e gli Zeloti, che aveano seguito la bandiera di Giuda
Gaulonita[42]. I primi erano amici, i secondi nemici del genere umano; e
l'unica somiglianza, che fosse tra loro, consisteva nell'istessa
inflessibil costanza, che per difesa della lor causa li rendeva
insensibili a' tormenti ed alla morte. I seguaci di Giuda, che
inducevano i lor nazionali alla ribellione, restaron presto sepolti
sotto le rovine di Gerusalemme; laddove quelli di Gesù, conosciuti sotto
il più celebre nome di Cristiani, si diffusero per tutto l'Impero
Romano. Quanto egli era naturale per Tacito, nel tempo d'Adriano,
l'attribuire a' Cristiani la colpa ed i tormenti, che poteva con molto
maggior verità e giustizia imputare ad una setta, della quale quasi era
estinta l'odiosa memoria! IV. Qualunque sia l'opinione, che vogliamo
avere di tal congettura (giacchè non è questa più che una congettura)
egli è chiaro, che gli effetti non meno che la causa della persecuzione
di Nerone furono ristretti alle mura di Roma[43]; che le religiose
opinioni de' Galilei, o de' Cristiani, non furono mai un oggetto di
pena, o anche di pura inquisizione; e che siccome l'idea de' lor
patimenti fu per lungo tempo connessa con quella della crudeltà ed
ingiustizia, così la moderazione de' seguenti Principi li dispose a
risparmiare una setta oppressa da un Tiranno, il furore del quale
ordinariamente s'era diretto contro la virtù e l'innocenza.
Egli è in qualche modo da notarsi, che le fiamme della guerra consumaron
quasi nel medesimo istante il tempio di Gerusalemme ed il Campidoglio di
Roma[44]; nè sembra meno singolare, che il tributo della devozione,
destinato pel primo, convenir si dovesse dalla forza di un vincitore
insultante in restaurare ed ornar lo splendore dell'altro[45].
L'Imperatore impose una tassa generale per via di capitazione sul popolo
Ebreo, e quantunque la somma, che toccò a ciascheduno individuo, non
fosse considerabile, pure l'uso pel quale era destinata, e la severità,
con cui si esigeva, la facevano riguardare come un intollerabile
peso[46]. Poichè i ministri di tal esazione estendevano le loro ingiuste
ricerche a molti, che niente avevan che fare col sangue, o con la
religion degli Ebrei, era impossibile che i Cristiani, i quali sì spesso
eransi coperti sotto l'ombra della Sinagoga, evitassero allora quella
rapace persecuzione. Ansiosi com'erano di sfuggire la più leggiera
infezione d'idolatria, la lor coscienza vietava ad essi di contribuire
all'onore di quel demonio, che aveva preso il carattere di Giove
Capitolino. Siccome un assai numeroso benchè decadente partito fra'
Cristiani, aderiva sempre alla legge di Mosè, gli sforzi, che facevano
per nasconder la loro origine Giudaica, venivano scoperti dalla decisiva
testimonianza della circoncisione[47], nè i Magistrati Romani avean
comodo d'investigare la differenza de' religiosi sentimenti. Fra'
Cristiani presenti al Tribunale dell'Imperatore, o come par più
probabile, avanti a quello del Procurator della Giudea, si dice che ve
ne comparissero due distinti per la loro estrazione, ch'era veramente
più nobile di quella de' più gran Monarchi. Questi erano i nipoti di S.
Giuda Apostolo, fratello di Gesù Cristo[48]. Le lor naturali pretensioni
al trono di David potevan forse attirar loro il rispetto del Popolo, ed
eccitar la gelosia del Governatore; ma la bassezza del loro vestire e la
semplicità delle lor risposte lo convinsero ben presto, ch'essi non
erano desiderosi, nè capaci di turbar la pace del Romano Impero. Essi
confessarono francamente la propria stirpe reale e la stretta parentela
che avevano col Messia, ma rinunziarono ad ogni temporale oggetto, e si
protestarono, che il regno, da essi devotamente aspettato, era puramente
di una specie spirituale ed angelica. Quando esaminati furono intorno a'
loro beni ed impieghi, mostrarono le loro mani indurite dalla
giornaliera fatica, e dichiararono, che traevan tutto il loro
mantenimento dalla coltivazione di un fondo vicino al villaggio di
Cocaba dell'estensione di circa 24 acri Inglesi[49] e del valore di 9000
dramme, o sia di trecento lire sterline. I nipoti di S. Giuda furon
licenziati con compassione e disprezzo[50].
Ma quantunque l'oscurità della casa di David la potesse far sicura da'
sospetti di un tiranno, tuttavia la presente grandezza della propria
famiglia pose in agitazione la pusillanime indole di Domiziano, il quale
non poteva quietarsi, se non se col sangue di que' Romani, che egli
temeva, o detestava, o stimava. De' due figli di Flavio Sabino[51] suo
zio, il maggiore fu tosto convinto di meditare tradimenti, ed il minore,
che aveva il nome di Flavio Clemente, dovè la propria salvezza alla
mancanza di coraggio e di abilità[52]. L'Imperatore distinse per lungo
tempo un sì innocente congiunto col suo favore e con la sua protezione,
gli diede in isposa la sua nipote Domitilla, adottò i figli di quel
matrimonio, dando loro la speranza della successione, ed investinne il
padre degli onori del Consolato. Appena però ebbe finita l'annuale sua
magistratura, che per un leggiero pretesto fu condannato e posto a
morte; Domitilla fu bandita in un'Isola abbandonata sulle coste della
Campania[53]; e furon pronunziate sentenze di morte, o di confiscazioni
contro un gran numero di persone, che si trovarono involte nell'accusa
medesima. Il delitto imputato loro fu quello di -Ateismo-, e di -costumi
Giudaici-[54]; singolare associazione d'idee, la quale non può con
alcuna verosimiglianza applicarsi, che a' Cristiani presi in
quell'aspetto, nel quale venivano oscuramente ed imperfettamente
risguardati da' Magistrati e dagli scrittori di quella età. Sulla forza
di una interpretazione così probabile, che ammette con troppa violenza i
sospetti di un tiranno, come una prova del lor onorevol delitto, la
Chiesa ha posto Clemente e Domitilla fra' suoi primi martiri, ed ha
infamati gli atti di Domiziano chiamandoli seconda persecuzione. Ma
questa (se pur merita questo nome) non fu di lunga durata. Pochi mesi
dopo la morte di Clemente e l'esilio di Domitilla, Stefano, liberto del
primo, che aveva goduto il favore, ma sicuramente non aveva abbracciata
la fede della sua Padrona, assassinò l'Imperatore nel proprio di lui
palazzo[55]. La memoria di Domiziano fu condannata dal Senato; furono
annullati i suoi atti; gli esiliati da lui, richiamati; e sotto il dolce
governo di Nerva, mentre si restituirono gl'innocenti ai gradi ed alle
sostanze loro e fortune, anche i più colpevoli ottennero il perdono, o
evitarono la punizione[56].
II. Circa dieci anni dopo, sotto il regno di Traiano, fu affidato a
Plinio il Giovane dal suo amico e signore il governo della Bitinia e del
Ponto. Egli si trovò tosto perplesso nel determinare a qual regola di
giustizia o di legge dovesse appigliarsi nell'esecuzione di un uffizio
il più ripugnante alla sua umanità. Plinio non si era mai trovato
presente ad alcun processo giudiciale contro i Cristiani, de' quali
sembra che non conoscesse che il nome, e gli era del tutto ignota la
natura del lor delitto, il metodo di convincerli, e la misura delle
pene, che si dovevano ad essi applicare. In questa dubbiezza ricorse,
com'era solito, allo spediente di esporre alla saviezza di Traiano un
imparziale, ed in alcuni capi favorevol ragguaglio della nuova
superstizione, supplicando l'Imperatore a degnarsi di sciogliere i suoi
dubbi, e d'illuminare la sua ignoranza[57]. Plinio avea impiegato la sua
vita nell'acquisto della scienza e negli affari del mondo. Fin dall'età
di diciannove anni avea perorato con distinzione ne' tribunali di
Roma[58], occupato un posto nel Senato, goduto gli onori del Consolato,
ed acquistate moltissime relazioni con ogni ceto di uomini così
nell'Italia come nelle Province. Dalla perplessità di lui possiam quindi
trarre qualche utile indizio; possiamo assicurarci, che quando egli
prese il governo della Bitinia, non erano in vigore leggi universali, o
decreti del Senato contro i Cristiani: che nè Traiano, nè alcuno de'
suoi virtuosi predecessori, de' quali erano in uso gli editti nella
giurisprudenza civile e criminale, avevan dichiarato pubblicamente le
loro intenzioni rispetto alla nuova setta, e che per quante processure
si fosser fatte contro i Cristiani, non ve n'era alcuna di peso ed
autorità sufficiente per determinar la condotta di un Magistrato Romano.
La risposta di Traiano, alla quale hanno frequentemente appellato i
Cristiani de' posteriori tempi, dimostra tanto riguardo per la giustizia
e l'umanità, quanto si potea conciliare con le false idee della
religiosa politica[59]. Invece di far vedere l'implacabile zelo d'un
inquisitore, ansioso di scoprire le più minute particolarità
dell'eresia, ed esultante nel numero delle sue vittime, l'Imperatore
manifesta molto maggior premura per proteggere la sicurezza
dell'innocente, che per impedire lo scampo del colpevole. Riconosce la
difficoltà di stabilire alcun sistema generale; ma pone due regole
salutari, che spesso diedero sollievo ed aiuto agli angustiati
Cristiani. Quantunque ordini a' Magistrati di punir quelle persone che
son legalmente convinte, proibisce però loro con una incoerenza molto
umana di far veruna ricerca intorno a' supposti rei. Nè si permette al
Magistrato di procedere in qualunque specie d'accusa. Rigetta
l'Imperatore le accuse anonime come troppo ripugnanti all'equità del suo
governo; ed affinchè si abbiano per convinti coloro, a' quali viene
imputato il delitto di professare il Cristianesimo, rigorosamente
richiede la positiva testimonianza di un onesto ed aperto accusatore.
Egli è probabile ancora, che quelli che assumevano un uffizio sì odioso,
fossero obbligati a dichiarare i fondamenti de' loro sospetti, a
individuare, tanto rispetto al tempo quanto al luogo, le segrete
assemblee, che avevan frequentato i Cristiani loro avversari, ed a
scuoprire un gran numero di circostanze, che si nascondevano con la
gelosia più vigilante agli occhi profani. Se riuscivano in tal impresa,
si esponevano allo sdegno di un attivo e considerabil partito, alla
censura della porzione più culta dell'uman genere, ed all'ignominia, che
in ogni tempo e paese ha sempre accompagnato il carattere di un
accusatore. Se mancavano per l'opposto nelle lor prove, incorrevano la
severa, e forse capital pena, che secondo una legge dell'Imperatore
Adriano, infliggevasi a quelli, che falsamente attribuivano a' loro
concittadini il delitto di Cristianesimo. Potea qualche volta la
violenza di una superstiziosa o personale animosità prevalere alle più
naturali apprensioni della disgrazia e del pericolo; ma non si può senza
dubbio supporre, che accuse di un'apparenza così infelice fossero
leggermente o con frequenza intraprese da' sudditi pagani del Romano
Impero[60].
Dall'espediente, che si usava per eludere la prudenza delle leggi,
rilevasi una sufficiente prova di quanto efficacemente sconcertarono
esse i malvagi disegni della privata malizia, o dello zelo
superstizioso. In una grande e tumultuosa assemblea i freni del timore e
della vergogna, così potenti nelle menti degl'individui, perdono la
massima parte della loro influenza. Il devoto Cristiano, a misura che
desiderava d'ottenere o d'evitar la gloria del martirio, aspettava, o
con impazienza o con terrore, le occasioni de giuochi pubblici e delle
solennità. In queste gli abitanti delle grandi città dell'Impero
adunavansi nel Circo o nel Teatro, dove ogni circostanza, del luogo non
meno che della ceremonia, contribuiva ad accenderne la devozione, e ad
estinguerne l'umanità. Mentre i numerosi spettatori, coronati di
ghirlande, profumati d'incenso, purificati col sangue delle vittime, e
circondati d'altari e di statue delle lor tutelari Divinità, si davano
al godimento de' piaceri, che risguardavan come un'essenzial parte del
culto lor religioso; vedevano che i soli Cristiani abborrivano gli Dei
delle Genti, e con l'assenza e tristezza loro in tali solenni feste
pareva che insultassero, o deplorassero la pubblica felicità. Se
l'Impero era afflitto da qualche nuova disgrazia, da peste, da fame, o
dal cattivo esito di una guerra; se aveva il Tevere dato fuori o il Nilo
non era uscito dalle sue sponde; se la terra s'era scossa, o se
interrotto s'era il solito corso delle stagioni, i superstiziosi Pagani
non dubitavano, che i delitti e l'empietà de' Cristiani, che
risparmiavansi dall'eccessiva lenità del Governo, finalmente avessero
provocato lo sdegno della divina giustizia. Non era da sperare, che in
mezzo ad una licenziosa ed inasprita plebaglia si osservasse la forma di
procedere legalmente; nè l'anfiteatro, asperso del sangue delle bestie
feroci e de' gladiatori, era il luogo dove potesse farsi udire la voce
della compassione. Le grida impazienti della moltitudine denunziavano i
Cristiani come i nemici degli uomini e degli Dei, li condannavano a' più
atroci tormenti, ed avanzandosi a nominare alcuni dei più ragguardevoli
fra nuovi settari, con irresistibil veemenza chiedevano, che
nell'istante medesimo fossero presi ed esposti a' leoni[61]. I
Governatori delle Province, ed i Magistrati, che presedevano a' pubblici
spettacoli, eran per ordinario disposti a soddisfare le inclinazioni, ed
a quietare la rabbia del popolo col sacrifizio di poche vittime,
soggette all'odio di esso. Ma la saviezza degl'Imperatori proteggeva la
Chiesa dal pericolo di simili tumultuarj clamori ed illegittime accuse,
ch'essi a ragione disapprovavano come ripugnanti sì alla fermezza che
all'equità della loro amministrazione. Gli editti di Adriano e di
Antonino Pio dichiararono espressamente, che la voce del popolo non
dovesse mai risguardarsi come una prova legale per convincere, o per
punire que' disgraziati, che abbracciato avevano l'entusiasmo del
Cristianesimo[62].
III. Non era la pena una conseguenza inevitabile dell'essere alcuno
stato convinto; e que' Cristiani dei quali si era con la maggior
chiarezza provato il delitto, mediante il deposto di testimoni, o anche
per la volontaria lor confessione, ritenevano sempre in lor mano la
facoltà di scegliere o la vita o la morte. Non tanto la trasgressione
passata, quanto la resistenza presente eccitava lo sdegno del
Magistrato. Concedevasi un facil perdono al pentimento, e se
acconsentivano di gettar pochi grani d'incenso sopra l'altare, venivan
licenziati dal Tribunale salvi e con applauso. Un Giudice umano stimava
suo dovere di procurare il ravvedimento piuttosto che la pena di que'
delusi entusiasti. Prendendo diverso stile secondo l'età, il sesso, o la
situazione de' prigionieri, spesso adattavasi a mettere loro davanti
agli occhi ogni circostanza, che potesse rendere o più piacevol la vita,
o più terribil la morte, ed a sollecitarli, anzi a pregarli a voler
mostrare qualche compassione verso se stessi, le lor famiglie ed i loro
amici[63]. Se le minacce e le persuasive non avevano effetto, si
ricorreva spesse volte alla forza; supplivano i flagelli e le torture
alla mancanza degli argomenti, e impiegavasi ogni sorta di crudeltà per
domare quell'inflessibile, e come, sembrava a' Pagani, colpevole
ostinazione. Gli antichi Apologisti hanno censurato con ugual verità che
rigore l'irregolar condotta de' lor persecutori, i quali, contro
qualunque principio di giudicial processura, servivansi de' tormenti per
ottenere non già la confessione, ma la negazione del delitto, che
formava l'oggetto di lor ricerche[64]. I Monaci de' secoli posteriori,
che nelle tranquille lor solitudini si occuparono a variare le morti ed
i patimenti de' primi Martiri, hanno spesso inventato tormenti di una
specie molto più raffinata ed ingegnosa. È piaciuto lor di supporre in
particolare, che lo zelo de' Magistrati Romani, sdegnando di avere
qualunque riguardo per la virtù morale, o per la pubblica decenza,
procurasse di sedurre quelli, che non eran capaci di vincere, e che per
lor ordine si esercitasse la più brutale violenza contro coloro, de'
quali trovavano impossibile la seduzione. Si racconta, che talvolta
alcune pie donne le quali erano preparate a disprezzar la morte, furono
condannate a sostenere un esperimento più duro, e forzate a deliberare,
se dovessero valutar più la religione che la lor castità. I giovani, a'
lascivi abbracciamenti de' quali venivano abbandonate, erano
solennemente esortati dal Giudice a fare i loro più vigorosi sforzi per
sostener l'onore di Venere contro quell'empie vergini, che ricusavano di
bruciar l'incenso sopra i suoi altari. La lor violenza però comunemente
restava delusa, e l'opportuna interposizione di qualche miracolo
preservava le caste spose di Cristo anche dal disonore di una
involontaria caduta. Non si dovrebbe in vero tralasciar di osservare,
che le più antiche ed autentiche memorie della Chiesa sono rade volte
macchiate con queste indecenti e stravaganti finzioni[65].
La totale non curanza della probabilità e del vero nella
rappresentazione di questi primitivi martirj fu cagionata da un inganno
molto naturale. Gli scrittori Ecclesiastici del quarto e del quinto
secolo attribuirono a' Magistrati di Roma l'istessa dose d'implacabile
inflessibilissimo zelo, che riempiva i loro petti contro gli Eretici e
gl'Idolatri de' loro tempi. Non è improbabile che alcune di quelle
persone, ch'erano elevate alle dignità dell'Impero, potessero essersi
imbevute dei pregiudizi della plebe, e che la disposizione, che altre
avevano alla crudeltà, potesse venire accidentalmente stimolata da
motivi di avarizia, o di sdegno personale[66]. Ma egli è certo, e
possiamo appellarcene alle confessioni di riconoscenza de' primi
Cristiani, che que' Magistrati, i quali esercitavano l'autorità
dell'Imperatore o del Senato nelle Province, ed alle cui mani era
unicamente affidata la potestà della vita e della morte, per lo più
erano uomini culti e d'ingenua educazione, che rispettavano le regole
della giustizia, ed avevan famigliari i precetti della Filosofia. Spesso
evitavano l'odioso uffizio di persecutori, trascuravano le accuse con
disprezzo, e suggerivano agli accusati Cristiani qualche legal
sotterfugio, per mezzo di cui potessero eludere la severità delle
leggi[67]. Ogni volta ch'erano investiti di un potere non limitato[68],
se ne servivano molto meno per l'oppressione, che pel sollievo e pel
favore dell'afflitta Chiesa. Essi erano ben lontani dal condannar tutti
i Cristiani, che venivano accusati a' lor tribunali, e dal punir colla
morte tutti coloro, ch'eran convinti di un ostinato attaccamento alla
nuova superstizione. Contendandosi per ordinario delle pene più miti
della carcere, dell'esilio, della condanna a' lavori delle miniere[69],
lasciavano alle infelici vittime di lor giustizia qualche ragione di
sperare, che un prospero evento, l'avvenimento al trono, il matrimonio,
o il trionfo d'un Imperatore, potesse in breve, mediante un generai
perdono, restituirli al primiero lor grado. Sembra, che i Martiri,
condannati all'immediata esecuzione da' Magistrati Romani, fossero
scelti dagli estremi più opposti fra loro. Essi erano o Vescovi o Preti,
vale a dire le persone più distinte fra' Cristiani per causa del lor
grado e dell'influenza che avevano sopra degli altri, onde il loro
esempio potesse incuter terrore in tutta la setta[70]; oppure gl'infimi
e più abietti fra loro, particolarmente quelli di servil condizione, le
vite de' quali stimavansi di piccol valore, ed i lor patimenti si
risguardavano dagli antichi con troppa indifferenza e disprezzo[71]. Il
dotto Origene, che per la sua esperienza ed erudizione era benissimo
informato dell'istoria de' Cristiani, dichiara ne' più espressi termini,
che il numero de' Martiri non era molto considerabile[72]. La sola
testimonianza di lui dovrebbe servire ad annientare quel formidabile
esercito di Martiri, le reliquie de' quali, tratte per la maggior parte
dalle catacombe di Roma, hanno riempiuto tante Chiese[73], e che
mediante le loro maravigliose azioni sono stati il soggetto di tanti
volumi di Sacri romanzi[74]. Ma può spiegarsi e confermarsi l'asserzione
generale d'Origene con le particolari testimonianze del suo amico
Dionisio, il quale nell'immensa Città d'Alessandria, ed al tempo della
rigorosa persecuzione di Decio non conta che dieci uomini e sette donne,
che soffrirono per la professione del nome Cristiano[75].
Nel corso della medesima persecuzione governava la Chiesa non sol di
Cartagine, ma eziandio dell'Affrica lo zelante, l'eloquente, ed
ambizioso Cipriano. Aveva esso tutte le qualità, che impegnar potevano
la riverenza del Fedele, o provocare i sospetti, e l'ira de' magistrati
Pagani. Pareva, che il carattere parimente e la situazione di lui
additassero quel santo Prelato come il più distinto oggetto del pericolo
e dell'invidia[76]. L'esperienza però della vita di Cipriano è
sufficiente a provare, che la nostra immaginazione ha esagerato le
pericolose circostanze di un Vescovo Cristiano; e che i rischi, a' quali
andava esposto, erano meno imminenti di quelli, che la temporale
ambizione è sempre disposta a incontrare nella carriera degli onori.
Furono uccisi quattro Imperatori Romani con le loro famiglie, i
favoriti, gli aderenti nello spazio di dieci anni; durante il qual tempo
guidò il Vescovo di Cartagine con la sua autorità ed eloquenza le
deliberazioni della Chiesa Affricana. Solo nel terz'anno del suo Governo
ebb'egli motivo per pochi mesi di temere i rigorosi editti di Decio, la
vigilanza de' Magistrati ed i clamori del Popolo, che ad alta voce
dimandava, che Cipriano, condottier de' Cristiani, fosse gettato a'
leoni. La prudenza suggerì come necessaria per un tempo la ritirata, ed
egli obbedì alla voce della prudenza. Si ritirò in un'oscura solitudine,
dalla quale potè mantenere una costante corrispondenza col Clero e col
Popolo di Cartagine; e nascondendosi finchè la tempesta fosse passata,
si conservò in vita, senza interrompere la sua potenza o la sua
riputazione. L'estrema di lui cautela però non isfuggì la censura de'
più rigidi fra' Cristiani, che si lagnavano, nè i rimproveri de' suoi
personali nemici, che insultavano una condotta, da essi risguardata come
un pusillanime e colpevole abbandono del più sacro dovere[77]. La
convenienza di riservarsi per li futuri bisogni della Chiesa, l'esempio
di molti santi Vescovi[78] e le divine ammonizioni, ch'egli stesso
dichiarava di ricever frequentemente nelle visioni e nell'estasi, erano
le ragioni, ch'esso adduceva per giustificarsi[79]. Ma si vede la sua
migliore apologia nella volontaria fermezza, con cui, circa otto anni
dopo, soffrì la morte per causa della religione. È stata fatta l'istoria
autentica del suo martirio con insolito candore ed imparzialità; onde un
breve ragguaglio delle circostanze più importanti, che l'accompagnarono,
ci darà la più chiara idea dello spirito e delle formalità delle
persecuzioni Romane[80].
Nel tempo che Valeriano era Console per la terza volta, e Gallieno per
la quarta, Paterno, Proconsole d'Affrica, citò Cipriano a comparire
avanti al suo Consiglio privato. Ivi l'informò dell'ordine Imperiale che
allora avea ricevuto[81], affinchè quelli, che avevano abbandonato la
religione Romana, dovessero immediatamente tornare a praticar le
ceremonie de' loro antenati. Cipriano replicò senza esitare, ch'egli era
un Cristiano ed un Vescovo consacrato al culto dell'unico e vero Dio, al
quale offeriva ogni giorno le proprie suppliche per la salvezza e
prosperità de' due Imperatori, suoi legittimi Sovrani. Con modesta
fiducia invocò il privilegio di cittadino, ricusando di dare alcuna
risposta a varie odiose ed, a vero dire, illegali questioni, che il
Proconsole avea proposte. Fu pronunziata una sentenza d'esilio per pena
della disubbidienza di Cipriano, e fu esso condotto senza dilazione a
Curabi, città libera e marittima, di Zeugitania, in una piacevol
situazione, in un fertile territorio, ed alla distanza di circa quaranta
miglia da Cartagine[82]. L'esule Vescovo godeva de' comodi della vita e
della coscienza della propria virtù. Era sparsa la sua riputazione per
l'Affrica e per l'Italia; fu pubblicato, per edificazione del mondo
Cristiano, un racconto della sua condotta[83]; e la solitudine del
medesimo era frequentemente interrotta dalle lettere, dalle visite, e
dalle congratulazioni de' Fedeli. All'arrivo di un nuovo Proconsole
nella Provincia, parve che la fortuna di Cipriano prendesse per qualche
tempo un aspetto più favorevole. Fu esso richiamato dal bando, e
quantunque non gli fosse per anche permesso di ritornare in Cartagine,
gli furono assegnati per luogo di sua dimora i propri di lui giardini,
situati ne' contorni della capitale[84].
Finalmente, appunto un anno dopo che Cipriano fu chiamato per la prima
volta in giudizio, Galerio Massimo, Proconsole d'Affrica, ricevè
l'imperial dispaccio pur l'esecuzione de' Dottori Cristiani[85]. Al
Vescovo di Cartagine parve grave di esser egli destinato per una delle
prime vittime, e la fragilità della natura lo tentò a sottrarsi per
mezzo di una segreta fuga al pericolo ed all'orror del martirio; ma
presto ricuperando quella fortezza ch'esigeva il proprio carattere,
tornò a' suoi giardini, ed aspettò pazientemente i ministri della morte.
Due uffiziali di qualità, a' quali affidata venne tal commissione,
posero Cipriano in un cocchio fra loro, e poichè il Proconsole allora
non era in comodo, lo condussero non già in una carcere, ma in una casa
privata in Cartagine, appartenente ad uno di essi. Fu apparecchiata
un'elegante cena pel Vescovo, e fu permesso a' suoi amici Cristiani di
godere per l'ultima volta la sua compagnia, mentr'eran piene le contrade
di una moltitudine di Fedeli, ansiosi ed agitati per l'imminente morte
del loro padre spirituale[86]. Nella mattina comparve avanti il tribunal
del Proconsole, il quale dopo essersi informato del nome e della
situazione di Cipriano, gli comandò di sacrificare agli Dei, e lo eccitò
a riflettere alle conseguenze della sua disubbidienza. Il rifiuto di
Cipriano fu stabile e decisivo; ed il Magistrato, dopo ch'ebbe udita
l'opinione del suo consiglio, con qualche ripugnanza pronunziò la
sentenza di morte. Questa fu conceputa ne' termini seguenti. «Che
immediatamente sia decapitato Tascio Cipriano, come nemico degli Dei di
Roma, come capo e condottiero di una rea società, la quale da esso è
stata sedotta ad empiamente resistere alle leggi de' santissimi
Imperatori Valeriano e Gallieno[87].» La forma della sua esecuzione fu
la più mite e la meno penosa, che dar si potesse ad una persona convinta
di un delitto capitale; nè fu adoperato l'uso della tortura, per
ottenere dal Vescovo di Cartagine o l'abbiurazione delle sue massime, o
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