Tornarono dunque senza buon successo gli Ambasciatori di Roma, ed una seconda Ambasceria, di grado ancor più onorevole, fu detenuta in istretto confino, e minacciata o di morte o d'esilio. [A. D. 359] L'Istorico militare stesso[533], che fu spedito ad osservar l'esercito de' Persiani, allorchè preparavansi a costruire un ponte di barche sul Tigri, vide da una eminenza la pianura d'Assiria, per quanto stendevasi l'orizzonte, coperta di uomini, d'armi, e di cavalli. Alla testa di essi compariva Sapore, cospicuo per lo splendore della sua porpora. Alla sinistra di lui, che fra gli Orientali è il posto più onorato, Grumbate Re de' Chioniti dimostrava il vigoroso portamento d'un provetto e famoso guerriero. Il corrispondente posto dall'altra parte s'era dal Monarca riserbato pel Re degli Albanesi, che conduceva le sue Tribù indipendenti da' lidi del mar Caspio. I Satrapi ed i Generali eran distribuiti secondo i diversi loro gradi, e tutta l'armata, oltre il numeroso treno del lusso Orientale, consisteva in più di centomila combattenti, indurati alla fatica e scelti fra le più valorose nazioni dell'Asia. Il disertore di Roma, che in certo modo dirigeva i consigli di Sapore, l'aveva prudentemente avvisato, che in luogo di consumar la state in tediosi e difficili assedi, marciasse direttamente verso l'Eufrate, e senza indugio cercasse d'impadronirsi della debole e ricca Metropoli della Siria. Ma i Persiani, appena si furono un poco avanzati nelle pianure della Mesopotamia, che videro essersi usata qualunque precauzione che ritardar potesse i loro progressi, e sconcertarne i disegni. Gli abitanti co' loro bestiami s'erano assicurati ne' luoghi forti, s'erano incendiate per tutto il paese le biade non anche mature, e fortificati con acuti pali i guadi del fiume; sugli opposti lidi eransi piantate delle macchine militari, ed una opportuna piena dell'Eufrate spaventò i Barbari dal tentare il solito passo del ponte di Tapsaco. Allora la perita loro guida, mutato il disegno delle operazioni, condusse l'esercito per un lungo circuito, ma per un fertile territorio verso la sorgente dell'Eufrate, dove il nascente fiume riducesi ad un basso ed accessibil torrente. Sapore non curò con prudente disprezzo la forza di Nisibi, ma passando sotto le mura d'Amida, risolvè di sperimentare, se la maestà della sua presenza avesse indotto la guarnigione a immediatamente sottomettersi. Il sacrilego insulto d'un dardo, che a caso strisciò sulla reale sua tiara, lo convinse dell'errore in cui era; e lo sdegnato Monarca diede con impazienza orecchio all'avviso de' suoi ministri, che lo scongiuravano a non sagrificare il successo della sua ambizione alla soddisfazione della sua collera. Il giorno seguente, Grumbate s'avanzò verso le porte con un corpo scelto di truppe, e chiese la resa immediata della città, come l'unica espiazione che si potesse accettare per tal atto di temerità e d'insolenza. Fu risposto alle sue proposizioni con una generale scarica, e l'unico di lui figlio, bello e valente giovane, fu trafitto nel cuore da un dardo scagliato da una balestra. Si celebrò, secondo i riti del suo paese, il funerale del Principe de' Chioniti; ed il dispiacere del vecchio suo padre fu alleggerito dalla solenne promessa di Sapore, che la rea città d'Amida sarebbe servita di rogo funebre per espiare la morte ed eternar la memoria del figlio. L'antica città d'Amid o Amida[534], che alle volte prende anche il nome provinciale di Diarbekir[535], è vantaggiosamente situata in una fertil pianura, bagnata da' naturali e dagli artefatti canali del Tigri, di cui il maggior ramo circonda in forma circolare l'oriental parte della città. L'Imperator Costanzo poco avanti avea conferito ad Amida l'onor del suo nome, e vi aveva aggiunto le fortificazioni di stabili mura e di alte torri. Essa era provvista d'un arsenale di macchine militari, e la guarnigione ordinaria era stata accresciuta fino a sette legioni quando fu attaccata dalle armi di Sapore[536]. Le sue prime e più ardenti speranze dipendevan dall'esito d'un assalto generale. Furono assegnati i lor posti alle varie nazioni, che seguitavano le sue bandiere; il Mezzodì a' Verti, il Settentrione agli Albanesi, l'Oriente a' Chioniti, accesi d'ira e di cordoglio, l'Occidente a' Segestani, i più prodi fra' suoi guerrieri, che si coprivano la fronte con una formidabile linea d'Indiani elefanti[537]. I Persiani da ogni parte sostenevano i loro sforzi, ed animavano il loro coraggio; ed il Monarca, non curando la propria dignità e salvezza, dimostrava in proseguire l'assedio l'ardore d'un giovane soltanto. Dopo un ostinato combattimento, i Barbari furon rispinti, ed immediatamente tornati all'assalto, furono di nuovo mandati indietro con una terribile strage. Due legioni ribelli di Galli, ch'erano state bandite dall'Oriente, segnalarono il loro non disciplinato coraggio con una sortita fatta di notte nel centro del campo Persiano. Nell'ardore di uno de' più fieri di questi replicati assalti, Amida fu tradita dalla perfidia d'un disertore, che indicò a' Barbari una segreta e negletta scaletta, tagliata nella rupe che pende sopra il corso del Tigri. Tacitamente salirono settanta arcieri scelti della guardia reale al terzo piano d'un'alta torre, che dominava il precipizio; essi alzarono la bandiera Persiana, che fu segnale di partenza per gli assalitori, e di turbamento per gli assediati; e se questi già perduti soldati avesser potuto mantenere il loro posto pochi minuti di più, col sacrifizio delle loro vite si sarebbe potuto comprare l'espugnazione della piazza. Poscia che Sapore ebbe sperimentato senz'effetto il poter della forza e degli stratagemmi, ricorse alle più lente ma più sicure operazioni di un regolare assedio, nella condotta del quale fu istruito dalla perizia de' disertori Romani. Ad una giusta distanza s'aprirono le trinciere, e le truppe destinate a tal uso, avanzarono sotto il tetto portatile di forti graticci per riempire il fosso, e minare i fondamenti delle mura. Nel tempo stesso costruite furono torri di legno, e spinte innanzi sopra le ruote, affinchè o i soldati, che erano provvisti di armi da scagliare d'ogni specie, potessero combattere quasi a livello colle truppe che difendevano le mura. S'impiegò in difesa d'Amida ogni sorta di resistenza che l'arte potea suggerire, o il coraggio porre in esecuzione, e più d'una volta le macchine di Sapore furon distrutte dal fuoco de' Romani. Ma si possono esaurire le forze d'una città assediata. I Persiani riparavan le loro perdite, ed avanzavano le opere; l'ariete, che continuamente batteva, avea fatta una larga breccia, e la forza della guarnigione, diminuita dal ferro e dalle malattie, cedè al furor dell'assalto. I soldati, i cittadini, le loro mogli e figliuoli, tutti quelli, che non ebber tempo di fuggire per la porta opposta, furono da' conquistatori involti in un indistinto macello. [A. D. 360] Ma la rovina d'Amida fu la salute delle Province Romane. Tosto che furono quietati i primi trasporti della vittoria, Sapore fu in grado di riflettere, che per castigare una disubbidiente città, egli aveva perduto il fiore delle sue truppe e la stagione più favorevole per la conquista[538]. Eran caduti trentamila de' suoi veterani sotto le mura d'Amida, nella continuazione d'un assedio, che durò settantatre giorni, ed il deluso Monarca tornò alla sua Capitale con affettato trionfo e con segreta mortificazione. Egli è più che probabile, che l'incostanza de' Barbari suoi alleati fosse tentata d'abbandonare una guerra, in cui avevan incontrato sì inaspettate difficoltà, e che il vecchio Re de' Chioniti, saziato di vendetta, con orrore s'allontanasse da una scena d'azione, dov'era restato privo della speranza di sua famiglia e nazione. La forza non meno che lo spirito dell'esercito, con cui Sapore venne in campo nella seguente primavera, non era più uguale alle illimitate mire di sua ambizione. Invece d'aspirare alla conquista dell'Oriente, fu costretto a contentarsi di prendere due fortificate città della Mesopotamia, Singara e Bezabde[539]; l'una situata in mezzo ad un arenoso deserto, e l'altra in una picciola penisola circondata quasi da ogni parte dal profondo e rapido corso del Tigri. Furono fatte prigioniere cinque legioni Romane di quella diminuita grandezza, a cui s'eran ridotte nel secolo di Costantino, e mandate schiave negli estremi confini della Persia. Smantellate le mura di Singara, il conquistatore abbandonò quel luogo solitario e segregato. Ma con diligenza restaurò le fortificazioni di Bezabde, ed in quel posto importante stabilì una guarnigione o colonia di veterani, ampiamente fornita di ogni sorta di difesa, ed animata da alti sentimenti d'onore e di fedeltà. Verso il fine della campagna le armi di Sapore ebbero qualche sinistro per un'infelice impresa contro Virta, o Tecrit, bene munita, o come fu generalmente creduto fino al tempo di Tamerlano, inespugnabil fortezza degli Arabi indipendenti[540]. La difesa dell'Oriente contro lo armi di Sapore esigeva, ed esercitato avrebbe l'abilità del più consumato Generale; e parve una fortuna per lo Stato, che quella fosse la Provincia del valoroso Ursicino, che solo meritava la fiducia de' soldati e del popolo. Ma nel tempo del pericolo, Ursicino[541] fu rimosso dal suo posto pei maneggi degli Eunuchi; ed il comando militare dell'Oriente per gl'istessi mezzi fu dato a Sabiniano, ricco e sottil veterano, ch'era giunto alle infermità della vecchiaia senz'acquistarne l'esperienza. Per un secondo ordine, ch'ebbe origine dagli stessi gelosi ed incostanti consigli, Ursicino fu nuovamente spedito alle frontiere della Mesopotamia, e condannato a sostener le fatiche d'una guerra, gli onori della quale s'erano trasferiti all'indegno rivale di lui. Sabiniano stabilì il suo indolente quartiere sotto le mura d'Edessa, e mentr'egli si dilettava dell'oziosa parata dell'esercizio militare, ed al suono de' flauti si muoveva in Pirrica danza, la pubblica difesa era abbandonata all'ardire e alla diligenza del primiero Generale dell'Oriente. Ma ogni volta che Ursicino raccomandava qualche vigoroso piano d'operazioni; quando proponeva di girare alla testa di una leggiera ed attiva armata intorno alle falde de' monti per intercettare i convogli del nemico, inquietare la vasta estensione delle linee Persiane, e sollevare le angustie d'Amida, il timido ed invidioso Comandante allegava, che da positivi ordini gli era impedito di mettere a rischio la salute delle truppe. Amida finalmente fu presa; i più prodi suoi difensori, che s'eran salvati dal ferro de' Barbari, moriron per mano del carnefice nel campo Romano; ed Ursicino medesimo dopo d'aver sofferto la disgrazia d'un esame parziale fu punito per la cattiva condotta di Sabiniano colla perdita del militare suo grado. Ma Costanzo ben presto sperimentò la verità della predizione, che un onesto sdegno aveva tratto di bocca all'ingiuriato suo Duce, vale a dire, che sintanto che si fosse tollerato, che prevalessero tali massime di governo, l'Imperatore stesso avrebbe veduto, non essere facile impresa il difendere gli Orientali suoi Stati dalla invasione d'uno straniero nemico. Quando ebbe soggiogati o quietati i Barbari del Danubio, Costanzo a lente giornate s'incamminò verso l'Oriente, e dopo aver pianto sulle ancor fumanti ruine d'Amida, pose con un potente esercito l'assedio a Bezabde. Venivano scosse le mura da' replicati sforzi de' più grossi arieti; la città era ridotta all'ultima estremità, ma fu sempre difesa dal paziente ed intrepido valor della guarnigione, finchè l'avvicinarsi della stagione piovosa obbligò l'Imperatore a toglier l'assedio, ed a ritirarsi con ignominia ne' suoi quartieri d'inverno ad Antiochia[542]. L'orgoglio di Costanzo, e l'ingegno de' suoi cortigiani non sapevano come trovar materia di panegirici negli avvenimenti della guerra Persiana; mentre la gloria del suo cugino Giuliano, al comando militare del quale avea esso affidate le Province della Gallia, era sparsa pel Mondo con una semplice e breve narrazione delle sue imprese. Nel cieco furore della guerra civile, Costanzo avea abbandonato a' Barbari della Germania il paese della Gallia, che sempre riconosceva l'autorità del suo rivale. Un numeroso sciame di Franchi e di Alemanni fu invitato a passare il Reno con presenti e promesse, colla speranza delle spoglie, e con una perpetua concessione di tutti i territori, ch'essi avrebber potuto sottomettere[543]. Ma l'Imperatore, che per un passeggiero servigio avea con tanta imprudenza provocato lo spirito rapace de' Barbari, presto conobbe e sentì con rammarico le difficoltà di sloggiare que' formidabili alleati, dopo ch'essi gustate avean le ricchezze del suolo Romano. Senza riguardo veruno alla sottile distinzione di fedeltà e di ribellione, quest'indisciplinati ladroni trattavano come lor naturali nemici tutti i sudditi dell'Impero, che possedevano qualche cosa, ch'essi desideravano d'acquistare. Furon saccheggiate, e per la maggior parte ridotte in cenere quarantacinque floride città, Tongres, Colonia, Treveri, Vormazia, Spira, Strasburgo ec. oltre il numero molto maggiore di castelli e villaggi. I Barbari della Germania, sempre fedeli alle massime de' loro antichi, abborrivano i recinti di mura, a' quali davan gli odiosi nomi di prigioni e sepolcri; e piantando le indipendenti loro abitazioni sopra le rive de' fiumi, come del Reno, della Mosella, della Mosa, si assicuravano dal pericolo d'una sorpresa, mediante una rozza e precipitosa fortificazione di grossi alberi ch'essi abbattevano, e ponevano attraverso alle strade. Gli Alemanni si stabilirono nei moderni paesi dell'Alsazia e della Lorena; i Franchi occuparono l'Isola de' Batavi insieme con un'ampia estensione del Brabante, che allora si conosceva sotto il nome di Toxandria[544], e merita d'esser considerata come la sede originale della Gallica loro Monarchia[545]. Dalla sorgente fino all'imboccatura del Reno le conquiste de' Germani s'estesero sopra quaranta miglia a ponente di quel fiume in un paese popolato di colonie del proprio lor nome e nazione; ed il teatro delle loro devastazioni era tre volte più esteso di quello delle loro conquiste. Ad una distanza anche maggiore restarono abbandonati i luoghi aperti della Gallia, e gli abitanti delle città fortificate, che confidavano nella propria forza e vigilanza, furono costretti a contentarsi di que' sussidj di grano, che poteva nascere nel terreno compreso dentro il recinto delle lor mura. Le diminuite legioni, mancanti di paga e di provvisioni, di armi e di disciplina, tremavano all'avvicinarsi, e fino al nome stesso de' Barbari. In tali triste circostanze fu destinato un inesperto giovane a salvare e governar le Province della Gallia, o piuttosto, come si esprime egli stesso, a rappresentare una vana immagine della grandezza Imperiale. La ritirata e studiosa educazione di Giuliano, durante la quale s'era più addomesticato co' libri che colle armi, co' morti che co' viventi, lo lasciò in una profonda ignoranza delle arti pratiche della guerra e del governo; e quando egli sgarbatamente ripetea qualche esercizio militare, ch'era per lui necessario d'apprendere, esclamava sospirando, «o Platone, Platone, qual occupazione per un filosofo!» Pure anche questa speculativa filosofia, che gli uomini d'affari son troppo inclinati a disprezzare, aveva infuso nello spirito di Giuliano i precetti più nobili, ed i più splendidi esempj; l'aveva animato coll'amor della virtù, col desiderio della fama, e col disprezzo della morte. L'abito di temperanza, che si commenda nelle scuole, diviene anche più essenziale nella severa disciplina d'un campo. I puri bisogni della natura regolavano la misura del suo cibo e del suo sonno. Rigettando con isdegno le delicatezze preparate per la sua tavola, egli saziava il suo appetito colle semplici e comuni vivande assegnate a' più bassi soldati. Nel rigor d'un inverno della Gallia non volle mai soffrire il fuoco nella sua camera, e dopo un breve ed interrotto riposo, spesse volle s'alzava nel più bel della notte da un tappeto steso sul suolo, per ispedire qualche urgente affare, per visitar le sue ronde, e per rubar pochi momenti, ad oggetto di proseguire i favoriti suoi studi[546]. I precetti d'eloquenza, ch'egli aveva fin qui praticato in immaginari soggetti di declamazione, furono più vantaggiosamente applicati ad eccitare o a quietare le passioni d'una moltitudine armata; e quantunque Giuliano, per l'antica sua abitudine di conversazione e di letteratura, fosse più familiarmente istruito delle bellezze della lingua Greca, pure aveva ancora una sufficiente cognizione della Latina[547]. Come Giuliano a principio non era stato destinato a sostenere il carattere di Legislatore o di Giudice, egli è probabile che la Giurisprudenza civile de' Romani non avesse richiamato alcuna parte considerabile della sua attenzione: ma ritrasse però da' suoi filosofici studj un inflessibil riguardo per la giustizia, temperato da una disposizione alla clemenza, la cognizione de' generali principj d'equità e d'evidenza, e la facoltà d'investigare pazientemente le più intrigate e tediose questioni, che potesser proporsi alla sua discussione. Le misure di politica e le operazioni di guerra debbono soggiacere ai diversi accidenti delle circostanze e dei caratteri, e l'inesperto studente debb'essere spesso dubbioso nell'applicazione della più perfetta teoria. Ma nell'acquisto di tale importante scienza, Giuliano fu assistito non meno dall'attiro vigore del suo proprio ingegno che dalla saviezza ed esperienza di Sallustio, uffiziale elevato in grado, che tosto concepì un sincero amore verso un Principe sì degno della sua amicizia: l'incorruttibile integrità di lui era ornata dal talento di sapere insinuare le più ardue verità, senza, offendere la delicatezza d'un orecchio reale[548]. [A. D. 356] Giuliano, subito dopo ch'ebbe ricevuta la porpora a Milano, fu mandato nella Gallia con una debole comitiva di 360 soldati. A Vienna, dove passò un inverno penoso e pieno di cure nelle mani di que' ministri, a' quali Costanzo avea confidata la direzione di sua condotta, Cesare fu informato dell'assedio e della liberazione d'Autun. Quella vasta ed antica città, non difesa che da rovinate mura e da una pusillanime guarnigione, fu salvata per la generosa risoluzione di pochi veterani, che a difesa della patria loro ripresero le armi. Nel passar ch'ei fece da Autun nell'interno delle Province Galliche, Giuliano abbracciò con ardore la prima opportunità di segnalare il proprio coraggio. Alla testa d'un piccolo corpo di arcieri e di grave cavalleria, egli preferì la più breve, ma più pericolosa delle due strade che potea fare; ed ora eludendo gli attacchi de' Barbari, ch'eran padroni della campagna, ora facendo lor fronte, arrivò con onore e salvezza al campo vicino a Reims, dove le truppe Romane avevano avut'ordine di adunarsi. La vista del lor giovane Principe rinvigorì lo spirito languente de' soldati, e partirono da Reims per cercare il nemico con tal fiducia, che poco mancò non tornasse loro fatale. Gli Alemanni, pratici del paese, raccolsero segretamente le sparse lor forze, e presa l'opportunità d'una oscura e piovosa giornata, gettaronsi con inaspettato impeto sulla retroguardia de' Romani. Prima che rimediar si potesse all'inevitabile disordine, due legioni rimaser disfatte; e Giuliano apprese per esperienza, che la cautela e la vigilanza sono le più importanti lezioni dell'arte della guerra. In una seconda e più felice azione, ricuperò e stabilì la sua fama militare; ma siccome l'agilità de' Barbari non gli permise d'inseguirli, la sua vittoria non fu sanguinosa nè decisiva. Si avanzò, nonostante, fino alle rive del Reno, osservò le rovine di Colonia, si convinse delle difficoltà della guerra, e si ritirò all'avvicinarsi dell'inverno, mal contento della Corte, del suo esercito e della sua fortuna[549]. La forza del nemico era tuttavia nel suo vigore, e non sì tosto ebbe Cesare divise le proprie truppe; e stabiliti a Sens nel centro della Gallia i quartieri, che fu circondato ed assediato da una numerosa oste di Germani. Ridotto in tal estremità ai ripieghi del proprio ingegno, dimostrò una prudente intrepidezza, che compensò tutte le mancanze del luogo e della guarnigione; ed i Barbari, in capo a trenta giorni, furon costretti a ritirarsi senz'effetto, pieni di rabbia. [A. D. 357] L'interna compiacenza di Giuliano, il quale non era debitore che alla propria spada di questa insigne liberazione, fu amareggiata dal riflettere, ch'egli era stato abbandonato, tradito e forse sagrificato alla distruzione da quelli, ch'eran obbligati ad assisterlo per ogni vincolo d'onore e di fedeltà. Marcello, Comandante generale della cavalleria nella Gallia, interpretando troppo rigorosamente gli ordini gelosi della Corte, mirava con fredda indifferenza le angustie di Giuliano, ed aveva impedito alle truppe, ch'erano sotto i suoi ordini, di marciare in soccorso di Sens. Se Cesare avesse tacitamente dissimulato un insulto tanto pericoloso, la persona e l'autorità sua divenivano esposte al disprezzo del Mondo; e se si fosse lasciata passare impunemente un'azione sì rea, l'Imperatore avrebbe confermato i sospetti, a' quali si dava un colore molto specioso dalla sua precedente condotta verso i Principi della famiglia Flavia. Marcello fu richiamato, e blandamente dimesso dalla sua carica[550]. In luogo di lui fu destinato generale della cavalleria Severo, esperto soldato, di conosciuto coraggio e fedeltà, che era capace d'avvertir con rispetto ed eseguire con zelo, e che senza ripugnanza si sottopose al supremo comando, che Giuliano finalmente ottenne per le premure della sua protettrice Eusebia, sopra gli eserciti della Gallia[551]. Per la prossima campagna fu adottato un sistema d'operazioni molto giudizioso. Giuliano medesimo, alla testa del rimanente delle veterane sue truppe e di alcune nuove leve, che gli era stato permesso di fare, arditamente penetrò nel centro de' ripostigli de' Germani, e con diligenza ristabilì le fortificazioni di Saverna in un posto vantaggioso, che avrebbe o represse le scorrerie, o impedita la ritirata del nemico. Nell'istesso tempo Barbazio, Generale d'infanteria, si mosse da Milano con un'armata di trentamila uomini, e passando le montagne, si apparecchiava a gettare un ponte sul Reno, nelle vicinanze di Basilea. Era ragionevole d'aspettarsi, che gli Alemanni, stretti per ogni parte dalle armi Romane, si sarebbero tosto trovati nella necessità d'abbandonar le Province della Gallia, e sarebbero corsi a difendere il nativo loro paese. Ma svanirono le speranze di quella campagna per l'incapacità o per la invidia o per le segrete istruzioni di Barbazio, il quale si diportò come se fosse stato nemico di Cesare, e segreto alleato de' Barbari. La negligenza, con cui lasciò liberamente passare e tornare indietro una truppa di saccheggiatori, quasi avanti alle porte del suo campo, gli si può attribuire a mancanza d'abilità; ma il perfido atto di bruciare una quantità di barche e di provvisioni superflue, che sarebbero state del più rilevante vantaggio all'esercito della Gallia, fu una prova delle sue ree ed ostili intenzioni. I Germani disprezzarono un nemico, che pareva mancante di forze o d'inclinazione ad offenderli; e l'ignominiosa ritirata di Barbazio privò Giuliano dell'aspettato soccorso, e gli lasciò il pensiero di liberarsi da una pericolosa situazione, in cui non poteva egli nè rimanere con salvezza, nè ritirarsi con onore[552]. [A. D. 357] Gli Alemanni, appena furon liberati da' timori di un'invasione, si prepararono a castigare il giovane Romano, che pretendeva disputar loro il possesso di quel paese, ch'essi credevano appartenere a se medesimi per diritto di conquista e per li trattati. Consumarono tre giorni e tre notti nel trasferire sul Reno le militari lor forze. Il fiero Cnodomar, scuotendo il pesante suo dardo, che vittoriosamente avea maneggiato contro il fratello di Magnenzio, conduceva la vanguardia de' Barbari, e moderava colla sua esperienza il marziale ardore che il suo esempio inspirava[553]. Egli era seguitato da sei altri Re, da dieci Principi di nascita reale, da una lunga serie di coraggiosi nobili, e da trentacinquemila de' più prodi guerrieri delle Tribù della Germania. L'ardire che nasceva dalla cognizione della propria lor forza, fu accresciuto dalla notizia che loro portò un disertore, che Cesare con un debole esercito di tredicimila uomini occupava un posto circa ventun miglia distante dal loro campo di Strasburgo. Con tali disuguali forze, Giuliano risolvè di cercare e d'incontrare l'esercito Barbaro, e fu preferito il periglio d'un'azione generale alle tediose ed incerte operazioni d'attaccare separatamente i corpi dispersi degli Alemanni. I Romani marciavano raccolti fra loro in due colonne, la cavalleria alla destra, e l'infanteria alla sinistra; ed il giorno era così avanzato, quando giunsero a vista del nemico, che Giuliano desiderava di differir la battaglia fino alla mattina seguente, e dar tempo alle sue truppe di ristabilir l'esauste lor forze co' necessari aiuti del riposo e del cibo. Non pertanto, cedendo con qualche ripugnanza alle grida de' soldati, ed anche all'opinione del suo Consiglio, gli esortò a giustificar col valore quell'ardente impazienza, che in caso di una rotta si sarebbe universalmente tacciata co' nomi di temerità e di presunzione. Suonarono le trombe, s'udì pel campo il clamor militare, e le due Armate corsero con ugual furore all'attacco. Cesare, che in persona comandava l'ala destra, contava sulla destrezza de' suoi arcieri e sul peso dello loro corazze. Ma furono immediatamente rotte le sue linee da un irregolar mescuglio di cavalleria e di fanteria leggiera, ed ebbe la mortificazione di vedere la fuga di seicento de' più rinomati suoi corazzieri[554]. I fuggitivi furono trattenuti e riuniti dalla presenza ed autorità di Giuliano, che non curando la propria salute, si gettò avanti di loro, e mettendo in contro ogni stimolo di vergogna e d'onore, li ricondusse contro il vittorioso nemico. Il combattimento fra le due linee d'infanteria fu ostinato e sanguinoso. I Germani erano superiori in forza e statura, i Romani in disciplina e disposizione; e siccome i Barbari, che militavano sotto lo stendardo dell'Impero, univano in se i respettivi vantaggi d'ambe le parti, i loro vigorosi sforzi, guidati da un perito condottiero, finalmente determinarono l'evento della giornata. I Romani perderono quattro tribuni, e dugentoquarantatre soldati in questa memorabil battaglia di Strasburgo, tanto gloriosa per Cesare[555], e salutare per le afflitte Province della Gallia. Seimila Alemanni rimaser morti sul campo, senz'includervi quelli, che s'annegaron nel Reno, o furono trafitti dai dardi, mentre tentavano di passare a nuoto all'altra riva del fiume[556]. Cnodomar istesso fu circondato e fatto prigioniero insieme con tre dei suoi valorosi compagni, che avean giurato di seguire in vita o in morte il destino del loro capo. Giuliano lo ricevè con pompa militare nel Consiglio de' suoi ufficiali; ed esprimendo una generosa compassione dell'abbattuto suo stato, dissimulò l'interno disprezzo, che aveva per la vile umiliazione del suo prigioniero. In vece di far mostra del vinto Re degli Alemanni, come un grato spettacolo alle città della Gallia, trasse rispettosamente ai piè dell'Imperatore questo splendido trofeo della sua vittoria. Cnodomar ebbe un onorevole trattamento; ma l'impaziente Barbaro non potè sopravvivere lungo tempo alla sua disfatta, al suo confino ed esilio[557]. [A. D. 358] Poscia che Giuliano ebbe scacciato gli Alemanni dalle Province dell'alto Reno, voltò le armi contro dei Franchi, i quali eran situati più vicini all'Oceano sui confini della Gallia e della Germania, e che pel numero e più ancora per l'intrepido loro valore s'erano sempre stimati fra' Barbari i più formidabili[558]. Quantunque fossero questi fortemente attratti dagli allettativi della rapina, professavan però un disinteressato amor della guerra, ch'essi riguardavano come la suprema felicità ed il massimo onore della vita umana; e gli spiriti non meno che i corpi loro erano sì perfettamente indurati pel continuo esercizio, che secondo la viva espressione d'un oratore, le nevi dell'inverno erano per essi così piacevoli, come i fiori della primavera. Nel mese di dicembre, dopo la battaglia di Strasburgo, Giuliano attaccò un corpo di seicento Franchi, che si eran gettati in due castelli sopra la Mosa[559]. Nel mezzo di quella rigida stagione sostennero essi con inflessibil costanza un assedio di quarantaquattro giorni; sintanto che in ultimo esausti dalla fame, ed accortisi che la vigilanza del nemico in rompere il ghiaccio del fiume non lasciava più loro alcuna speranza di fuga, i Franchi acconsentirono per la prima volta a recedere dall'antica legge, che imponeva loro di vincere o di morire. Cesare immediatamente mandò questi prigionieri alla Corte di Costanzo, che accettandoli come un pregevole dono[560], prese con piacere l'occasione di aggiungere tanti eroi alle più scelte truppe delle sue guardie domestiche. L'ostinata resistenza di questo pugno di Franchi fece apprendere a Giuliano le difficoltà della spedizione, che meditava di fare nella seguente primavera contro tutto il corpo della nazione. La sua rapida diligenza però sorprese e spaventò gli attivi Barbari. Ordinando a' suoi soldati di provvedersi di biscotto per venti giorni, improvvisamente piantò il suo campo vicino a Tongres, mentre il nemico lo supponeva sempre ne' quartieri d'inverno a Parigi, e che aspettasse il lento arrivo de' suoi convogli d'Aquitania. Senza lasciar tempo a' Franchi d'unirsi o di deliberare, dispose con arte le sue legioni, da Colonia fino all'Oceano; e pel terrore, non meno che pel felice successo delle sue armi, tosto riduce le supplicanti Tribù ad implorar la clemenza, e ad obbedire a' comandi del loro Conquistatore. I Camavj si ritiraron sommessamente alle antiche loro abitazioni di là dal Reno; ma fu accordato a' Salj di possedere il nuovo stabilimento di Toxandria, come soggetti ed ausiliari dell'Impero Romano[561]. Si ratificò con solenni giuramenti il trattato, e furon destinati varj inspettori perpetui per risedere tra' Franchi, coll'autorità di esigere la rigorosa osservanza de' patti. Si riporta un accidente abbastanza interessante per se medesimo, ed in nessun modo ripugnante al carattere di Giuliano, che ingegnosamente immaginò l'intreccio e la catastrofe della tragedia. Quando i Camavj chieser la pace, egli dimandò il figlio del loro Re come l'unico ostaggio, su cui potesse fidarsi. Un tristo silenzio, interrotto da lacrime e da lamenti, dimostrò la mesta perplessità dei Barbari; ed il vecchio lor Capo in patetico linguaggio dolevasi, che la privata sua perdita veniva ora amareggiata dal sentimento della pubblica calamità. Mentre i Camavj stavan prostrati a piè del suo trono, il real prigioniero, ch'essi credevan già morto, d'improvviso comparve a' lor occhi; e tosto che il tumulto di gioia si convertì in attenzione, Cesare parlò all'assemblea in questi termini. «Ecco il figlio, il Principe, che da voi si piangeva. Voi l'avevate perduto per vostra colpa; Dio ed i Romani ve l'hanno restituito. Io conserverò ed educherò il giovane, piuttosto come un monumento della mia propria virtù, che come un pegno della vostra sincerità. Se voi tenterete di violare la fede, che avete giurata, le armi della Repubblica vendicheranno la perfidia non già sull'innocente, ma su' colpevoli.» I Barbari si ritirarono dalla sua presenza, penetrati de' più profondi sentimenti di gratitudine e d'ammirazione[562]. [A. D. 357-358-359] Non era sufficiente per Giuliano l'aver liberato le Province della Gallia da' Barbari della Germania. Egli aspirava ad emulare la gloria del primo e più illustre fra gl'Imperatori, ad esempio del quale compose i suoi Comentari della guerra Gallica[563]. Cesare ha riferito con interna compiacenza la maniera con cui passò il Reno -due- volte. Giuliano potè vantarsi, che prima di prendere il titolo d'Augusto, aveva in tre felici spedizioni portato le Aquile Romane oltre quel gran fiume[564]. La costernazione de' Germani dopo la battaglia di Strasburgo lo animò a fare il primo tentativo; e la ripugnanza delle truppe tosto cedè alla persuasiva eloquenza d'un Capitano, il quale era a parte delle fatiche e de' pericoli, che imponeva all'infimo de' suoi soldati. I villaggi da ambe le parti del Reno, ch'erano abbondantemente provvisti di grano e di bestiame, provarono le devastazioni d'un'armata che invade. Le case principali, fabbricate con qualche imitazione della Romana eleganza, furon consumate dalle fiamme; e Cesare s'avanzò arditamente circa dieci miglia, finchè arrestati furono i suoi progressi da un'oscura ed impenetrabil foresta, minata da scavi sotterranei, che con segrete insidie ed imboscate minacciava ogni passo dell'assalitore. La terra era già coperta di neve; e Giuliano dopo d'avere risarcito una antica fortezza ch'era stata eretta da Traiano, concesse una tregua di dieci mesi ai sottomessi Barbari. Allo spirar della tregua, Giuliano intraprese una seconda spedizione di là dal Reno, per umiliare l'orgoglio di Surmar, e di Ortairo, due Re degli Alemanni, che s'eran trovati presenti alla battaglia di Strasburgo. Essi promisero di restituire tutti gli schiavi Romani, che tuttavia restavano in vita; e siccome Cesare s'era procurata un'esatta notizia dalle città e da' villaggi della Gallia degli abitanti che avevan perduti, potè scuoprire qualunque tentativo, ch'essi fecero per ingannarlo, con tal felicità ed esattezza, che servì quasi a stabilir l'opinione della soprannaturale sua intelligenza. La terza spedizione di lui fu anche più splendida ed importante delle due precedenti. I Germani avevan raccolte le lor forze militari, e si muovevano lungo le opposte rive del fiume col disegno di abbattere il ponte, e d'impedire il passo ai Romani. Ma questo giudizioso piano di difesa restò sconcertato da un'opportuna diversione. Furon distaccati trecento attivi soldati, ed armati leggermente in quaranta piccole barche ad oggetto d'andare in silenzio lungo la corrente, e prender terra in qualche distanza da' posti del nemico. Essi eseguirono i loro ordini con tale ardire e celerità, che avevan quasi sorpreso i Capi de' Barbari, i quali senz'alcun timore tornavano ebbri da una delle lor feste notturne. Senza stare a ripetere l'uniforme e disgustoso racconto delle stragi e delle devastazioni, servirà l'avvertire che Giuliano dettò da se stesso le condizioni di pace a sei de' più superbi Re degli Alemanni, a tre de' quali fu permesso di vedere la severa disciplina e la pompa marziale d'un campo Romano. Cesare, seguìto da ventimila prigionieri liberati dalle catene de' Barbari, ripassò il Reno, dopo d'aver terminato una guerra, il successo della quale era stato paragonato alle antiche glorie delle vittorie Punica e Cimbrica. Tosto che il valore e la condotta di Giuliano ebbe assicurato un intervallo di pace, egli applicossi ad un'opera più conforme alla sua umana e filosofica indole. Restaurò diligentemente le città della Gallia, che avevan sofferte le incursioni de' Barbari, ed in specie si fa menzione di sette posti importanti fra Magonza, e la bocca del Reno, che furon rifabbricati e fortificati per ordine di Giuliano[565]. I soggiogati Germani s'eran sottomessi alle giuste, ma umilianti condizioni di preparare, e di trasportare i necessari materiali. L'attivo zelo di Giuliano incalzava il proseguimento dell'opera; e tal era l'ardore ch'egli aveva sparso fra le truppe, che gli ausiliarj medesimi rinunziando le loro esenzioni da ogni dover di fatica, facevano a gara ne' più servili lavori colla diligenza de' soldati Romani. Incumbeva a Cesare di provvedere alla sussistenza, non meno che alla sicurezza degli abitanti e delle guarnigioni. La deserzione degli uni e l'ammutinamento delle altre dovevano essere le fatali ed inevitabili conseguenze della carestia. La cultura delle Province della Gallia era stata interrotta dalle calamità della guerra; ma fu supplito, mediante la paterna sua cura, alle scarse raccolte del Continente dall'abbondanza delle Isole addiacenti. Seicento gran barche, costruite nella foresta d'Ardenna, fecer più viaggi alla costa della Britannia, e di là tornando cariche di grano, rimontavano su pel Reno, e distribuivano i loro carichi alle varie città e fortezze lungo le sponde del fiume[566]. Le armi di Giuliano avevano renduta libera e sicura una navigazione, che Costanzo aveva offerto di comprare a spese della sua dignità, e d'un tributario donativo di duemila libbre d'argento. L'Imperatore con parsimonia ricusava a' propri soldati le somme, che con prodiga e tremante mano accordava a' Barbari, e si pose ad una forte prova la destrezza ugualmente che la costanza di Giuliano, quando si mise in campagna con un esercito malcontento che avea già militato per due campagne senza ricevere alcuna regolar paga, o alcuno straordinario donativo[567]. La regola principale, che dirigeva, o sembrava che dirigesse l'amministrazione di Giuliano, era un tenero riguardo per la pace e felicità de' suoi sudditi[568]. Egli consacrò l'ozio de' suoi quartieri d'inverno agli uffizi del governo civile, ed affettò di assumere con maggior piacere il carattere di Magistrato che quello di Generale. Avanti d'andare alla guerra, delegò ai Governatori Provinciali molte cause pubbliche e private che s'eran portate al suo Tribunale; ma tornato che fu, diligentemente rivide i loro processi, mitigò il rigore delle leggi e pronunziò un secondo giudizio sopra gli stessi Giudici. Superiore a quell'indiscreto ed intemperante zelo per la giustizia, ch'è l'ultima tentazione degli animi virtuosi, raffrenò tranquillamente e con dignità l'ardore d'un Avvocato, che accusava l'estorsione del Presidente della Provincia Narbonese. «Chi si potrà mai trovar reo» esclamò il veemente Delfidio «se serve il negare?» E chi, replicò Giuliano, «sarà mai trovato innocente, se serve l'affermare?» Nella generale amministrazione, tanto di pace quanto di guerra, l'interesse del Sovrano è ordinariamente l'istesso che quello del popolo: ma Costanzo si sarebbe stimato altamente offeso, se le virtù di Giuliano l'avessero defraudato di una parte del tributo, ch'egli estorceva da un oppresso ed esausto paese. Il Principe, ch'era investito delle insegne della dignità reale, poteva qualche volta pretendere di correggere la rapace insolenza degli agenti inferiori, di porre in chiaro i corrotti loro artifizi, e d'introdurre una specie d'esazione più uguale e più facile. Ma il maneggio delle finanze fu con maggior sicurezza affidato a Florenzio, Prefetto del Pretorio della Gallia, effeminato tiranno, incapace di pietà o di rimorsi; ed il superbo ministro dolevasi della più decente e gentile opposizione, mentre Giuliano stesso era piuttosto inclinato a censurare la debolezza della sua propria condotta. Cesare avea rigettato con orrore un mandato per la leva d'una tassa straordinaria, che il Prefetto gli aveva presentato per la sua sottoscrizione; e la pittura fedele della pubblica miseria, con cui era egli stato obbligato a giustificare il suo rifiuto, offese la Corte di Costanzo. Possiamo avere il piacere di leggere i sentimenti di Giuliano, quali esso gli esprime con calore e libertà in una lettera ad uno de' suoi più intimi amici. Dopo d'aver esposta la sua condotta, prosegue in questi termini. «Era egli possibile per un discepolo di Platone e d'Aristotile il procedere diversamente da quel che ho fatto? Poteva io abbandonare gl'infelici sudditi, affidati alla mia cura? Non era io chiamato a difenderli dalle replicate ingiurie di questi insensibili ladroni? Un Tribuno, che abbandona il suo posto, è punito di morte, e privato degli onori della sepoltura. Con qual giustizia pronunziar potrei la sentenza contro di esso, se nel tempo del pericolo io medesimo trascurassi un dovere molto più sacro ed importante! Dio mi ha collocato in questo sublime posto; la sua Providenza mi guarderà e sosterrà. Quand'anche fossi condannato a patire, mi conforterò col testimonio d'una pura e retta coscienza. Piacesse al Cielo, che io avessi tuttavia un consigliere come Sallustio! Se stiman proprio di mandarmi un successore, mi sottometterò senza ripugnanza; e vorrei piuttosto profittare della breve opportunità di far bene, che godere una lunga durevole impunità nel male»[569]. La precaria e dipendente situazione di Giuliano ne spiegava le virtù, e ne celava i difetti. Non era permesso al giovane Eroe, che sosteneva nella Gallia il trono di Costanzo, di riformare i vizi del governo; ma aveva il coraggio di sollevare o di compassionare le angustie del popolo. A meno che non fosse stato capace di nuovamente eccitare il marziale spirito dei Romani, o d'introdurre le arti dell'industria e del raffinamento fra' selvaggi loro nemici, non poteva nutrire alcuna ragionevole speranza di assicurar la pubblica tranquillità o con la pace o con la conquista della Germania. Pure le vittorie di Giuliano sospesero per breve tempo le scorrerie de' Barbari, e differirono la rovina dell'Impero Orientale. La sua salutare influenza fece risorger le città della Gallia, ch'erano state sì lungo tempo esposte a' danni della discordia civile, della guerra co' Barbari e della domestica tirannia; e s'eccitò lo spirito d'industria colla speranza del premio. L'agricoltura, le manifatture ed il commercio di nuovo fiorivano sotto la protezion delle leggi; e le Curie, o corpi civili eran nuovamente piene di utili e rispettabili membri: la gioventù non temeva più il matrimonio, nè i coniugi temevan più la posterità; si celebravano le pubbliche e private feste colla solita pompa; ed il frequente e sicuro commercio delle Province spiegava l'immagine della nazionale prosperità[570]. Uno spirito, come quel di Giuliano, dovea sentire la general felicità, della quale era l'autore; ma egli vedeva con particolar soddisfazione e compiacenza la città di Parigi, sede del suo invernal soggiorno, ed oggetto anche della sua parziale affezione[571]. Quella splendida capitale, che adesso contiene un vasto territorio da ambe le parti della Senna, era in principio ristretta alla piccola isola, che è nel mezzo del fiume, da cui gli abitanti eran forniti d'acqua pura e salubre. Il fiume bagnava il piè delle mura, e la città non era accessibile, che per mezzo di due ponti di legno. Dalla parte settentrionale della Senna stendevasi una foresta; ma al mezzodì il suolo, che adesso ha il nome dell'Università, fu insensibilmente coperto di case, e adornato d'un palazzo, d'un anfiteatro, di bagni, d'un acquedotto e d'un campo Marzio per esercizio delle truppe Romane. Il rigore del clima era temperato dalla vicinanza dell'Oceano; e con qualche precauzione, insegnata dall'esperienza, si coltivavan con frutto le viti ed i fichi. Ma negl'inverni crudi la Senna si ghiacciava profondamente; ed i grossi pezzi di ghiaccio, che scorrevan giù pel fiume, potevano da un Asiatico paragonarsi a' massi di bianco marmo, che s'estraevano dalle cave della Frigia. La licenza e corruzione d'Antiochia richiamavano alla memoria di Giuliano i semplici e severi costumi della sua cara Lutezia[572], dove i divertimenti del teatro erano incogniti, o disprezzati. Egli confrontava acceso di sdegno gli effeminati Sirj colla brava ed onesta semplicità de' Galli, e ne obbliò quasi l'intemperanza, ch'era l'unica macchia del carattere Celtico[573]. Se Giuliano potesse adesso visitar di nuovo la capitale della Francia, potrebbe conversar con uomini di scienza e di grande ingegno, capaci d'intendere e d'istruire uno scolare de' Greci; potrebbe scusar le vivaci e graziose follie d'una nazione, il cui spirito marziale non si è mai snervato dalla propensione al lusso; e dovrebbe applaudire la perfezione di quell'inestimabil arte, che ammollisce, raffina, ed abbellisce il commercio della vita sociale. NOTE: [480] Ammiano (-l. XIV. c. 6-) attribuisce la prima pratica di castrare al crudele ingegno di Semiramide, che si suppone regnasse più di mille novecento anni prima di Cristo. L'uso degli Eunuchi è molto antico sì nell'Asia che nell'Egitto. Se ne fa menzione nella Legge di Mosè -Deuteron. l. XXIII-. Vedi Goguet -Orig. des Loix ec. P. I. l. I. c. 3-. [481] -Eunuchum dixti velle te;- -Quia solae utuntur his Reginae.- Terent. -Eunuch. Act. I. Sc. 2-. Questa commedia è tradotta da una di Menandro, e l'originale dev'esser comparso alla luce poco dopo le conquiste orientali d'Alessandro. [482] -Miles.... spadonibus- -Servire rugosis potest.- Horat. -Carm. V. 9-, e Dacier -Ib.- Colla parola -spado- i Romani energicamente esprimevano il loro abborrimento a tale mutilazione. Il nome Greco d'Eunuchi, che insensibilmente prevalse, aveva un suono più dolce, ed un senso più ambiguo. [483] Noi non abbiamo che a rammentar Poside, Liberto ed Eunuco di Claudio, in favore di cui l'Imperatore prostituì varj de' più onorevoli premj del valor militare. Vedi Sveton. -in Claud. c. 28-. Poside impiegò una gran parte delle sue ricchezze in fabbricare. -Ut spado vincebat Capitolia nostra- -Posides.- Juvenal -Sat. XIV-. [484] -Castrari mares vetuit.- Sveton. in Domit. -c. 7-. Vedi Dion. Cass. l. LXVII -p. 1107-, l. LXVIII. -p. 1119-. [485] Si trova un passo nell'Istoria Augusta (-p. 137-), in cui Lampridio nel tempo che loda Alessandro Severo e Costantino per aver limitata la tirannia degli Eunuchi, deplora i danni, che cagionavano essi negli altri regni: -Huc accedit quod Eunuchos nec in consiliis, nec in ministeriis habuit; qui soli Principes perdunt, dum eos more Gentium aut Rogum Persarum volunt vivere; qui a Populo etiam amicissimum semovent; qui internuntii sunt, aliud quam respondetur referentes; claudentes Principem suum, et agentes ante omnia, ne quid sciat.- [486] Senofonte (-Cyropaed. l. VIII. p. 540-) ha esposte le speciose ragioni, che impegnaron Ciro ad affidare la propria persona alla custodia degli Eunuchi. Aveva egli osservato negli animali, che sebbene l'uso della castrazione potesse addolcire la loro non governabil fierezza, non ne diminuiva però la forza e lo spirito, e si persuadeva, che uomini separati dal resto della specie umana, sarebbero più fortemente attaccati alla persona del loro benefattore. Ma una lunga esperienza ha contraddetto al giudizio di Ciro. Può incontrarsi qualche particolar esempio di Eunuchi, distinti per la fedeltà, pel valore, e l'abilità loro; ma se esaminiamo l'istoria in genere della Persia, dell'India e della China, troveremo che la potenza degli Eunuchi ha uniformemente indicato la decadenza e la caduta di ogni dinastia. [487] Vedi Ammiano Marcellino l. XXI. c. 16, l. XXII. c. 4. Tutta la serie dell'imparziale sua storia serve a giustificar le invettive di Mammertino, di Libanio, e di Giuliano medesimo, che hanno insultato i vizi della Corte di Costanzo. [488] Aurelio Vittore censura la negligenza del suo Sovrano in eleggere i Governatori delle Province e i Generali dell'esercito; e termina la sua storia coll'ardita osservazione, ch'è assai più pericoloso in un regno debole d'attaccare i ministri, che non lo stesso Monarca: -uti verum absolvam brevi, ut Imperatore ipso clarius ita apparitorum plerisque magis atrox nihil.- [489] -Apud quem- (-si vere dici debeat-) -multum Constantius potuit.- Ammian. l. XVIII. c. 4. [490] Gregorio Nazianzeno (Orat. III. p. 90) rimprovera l'Apostata della sua ingratitudine verso Marco, Vescovo d'Aretusa, che aveva contribuito a salvargli la vita; ed apprendiamo, quantunque da un testimone meno rispettabile (Tillemont -Hist. des Emper. Tomo IV. p. 916-), che Giuliano fu nascosto nel santuario d'una Chiesa. [491] Si contiene il racconto più autentico dell'educazione e delle avventure di Giuliano nell'epistola, o manifesto, ch'egli stesso indirizzò al Senato ed al Popolo d'Atene. Libanio (-Orat. Parental.-) dal canto de' Pagani, e Socrate (l. II. c. 1) da quello de' Cristiani ce ne han conservate molte interessanti particolarità. [492] Quanto alla promozione di Gallo, vedi Idacio, Zosimo, ed i due Vittori. Secondo Filostorgio (-l. IV. c. 1.-). Teofilo, Vescovo Arriano, fu il testimone, e come il garante di questo solenne trattato. Egli sostenne tal carattere con generosa fermezza; ma il Tillemont (-Hist. des Emper. Tom. IV. p. 1120-) crede molto improbabile che un Eretico possedesse una tale virtù. [493] Sul principio fu permesso a Giuliano di proseguire i suoi studi in Costantinopoli; ma la riputazione, ch'egli acquistava, presto eccitò la gelosia di Costanzo, e fu avvisato il giovane Principe di ritirarsi ne' meno cospicui teatri della Bitinia e della Jonia. [494] Vedi Giulian. -ad S. P. Q. A. 271-. Girol. -in Chron.- Aurel. Vitt. Eutrop. X. 14. Io copierò le parole d'Eutropio, che scrisse il suo compendio circa quindici anni dopo la morte di Gallo, quando non v'era più alcun motivo o di adulare, o di deprimere il suo carattere: -Multis incivilibus gestis Gallos Caesar... vir natura ferox, et ad tyrannidem pronior, si suo jure imperare licuisset.- [495] -Megaera quidem mortalis, inflammatrix saevientis assidua, humani aruoris avida etc.- Ammian. Marcellin. l. XIV. c. 1. La sincerità d'Ammiano non gli permetterebbe di alterare i fatti, o i caratteri; ma l'amore, che ha per gli ambiziosi ornamenti, spesso lo conduce ad una veemenza d'espressione non naturale. [496] Il nome di questo era Clemazio d'Alessandria, e l'unico suo delitto fu l'aver ricusato di soddisfare a' desiderj della sua suocera, che ne sollecitò la morte, perchè era restato deluso il suo amore. Ammiano l. XIV. c. 1. [497] Vedi in Ammiano (-l. XIV. c. 1, 7-) un ampio ragguaglio delle crudeltà di Gallo. Giuliano suo fratello (-p. 272-) ci fa conoscere, ch'erasi formata una segreta cospirazione contro di lui; e Zosimo nomina (-l. II. p. 135-) le persone impegnate in quella, vale a dire un ministro di ragguardevol grado, ed alcuni oscuri agenti, che avevan risoluto di fare la loro fortuna. [498] Zonara (-l. XIII. T. II. p. 17, 18.-). Gli assassini avevano sedotto un gran numero di legionari; ma i loro disegni furono scoperti e rivelati da una vecchia, nella capanna della quale alloggiavano. [499] Nel testo attuale d'Ammiano si legge: -asper quidem, sed ad lenitatem propensior-, che forma un non senso contraddittorio. Valesio coll'aiuto d'un vecchio manoscritto ha corretta la prima di queste corruzioni, e si vede qualche raggio di lume, sostituendovi la parola -vafer-. Se ci arrischiamo a cangiare -lenitatem- in -levitatem-, quest'alterazione d'una sola lettera renderà tutto il passo chiaro e corrente. [500] In vece d'esser costretti a raccoglier da varj fonti sparse ed imperfette notizie, entriamo adesso nel pieno corso dell'istoria d'Ammiano, nè abbiam bisogno di riferire, che il settimo ed il nono capitolo del suo libro decimoquarto. Non dee però interamente ommettersi Filostorgio (-l. III. c. 28-) sebbene parziale per Gallo. [501] Ella preceduto avea suo marito; ma morì di febbre per viaggio in un picciol luogo della Bitinia chiamato -Coenum Gallicanum-. [502] Le legioni Tebee, acquartierate in Adrianopoli, mandarono a Gallo una deputazione coll'offerta de' loro servigi. (Ammiano -l. XIV. c. 11.-) La -Notizia- (S. 6, 20, 38. -Edit. Labb.-) fa menzione di tre diverse legioni, ch'ebbero il nome di Tebee. Lo zelo del Voltaire, per distruggere una disprezzabile quantunque celebre leggenda, lo ha tentato a negare, su' più leggieri fondamenti, l'esistenza d'una legione Tebea negli eserciti Romani. Vedi -Oeuvr. de Voltaire Tom. XI. p. 414 Edit. 4-. [503] Vedi l'intera narrazione del viaggio e della morte di Gallo presso Ammiano -l. XIV. c. 11-. Giuliano si duole, che fosse condannato a morte il fratello senza processo: si studia di giustificare o almen di scusare la crudel vendetta, che questi avea fatto, de' suoi nemici; ma sembra alla fine confessare, che giustamente si potea privarlo della porpora. [504] Filostorg. -l. IV, c. 1-. Zonara -l. XIII. T. II. p. 19-. Ma il primo era parziale per un Monarca Arriano, ed il secondo trascrisse senza scelta o criterio tutto quel che trovò negli scritti degli antichi. [505] Vedi Ammiano Marcellino (-l. XV. c. 1, 3, 8.-) Giuliano medesimo, nella sua lettera agli Ateniesi, fa una molto viva e giusta pittura del suo pericolo e de' suoi sentimenti. Egli dimostra però qualche propensione ad esagerar le sue pene, insinuando, sebbene in termini oscuri, ch'esse durarono più d'un anno; periodo che non si può conciliare colla verità della cronologia. [506] Giuliano ha esposto i delitti e le sventure della famiglia di Costantino in una favola allegorica con felicità immaginata, e raccontata piacevolmente. Essa forma la conclusione dell'Orazione settima, da cui fu staccata e tradotta dall'Abate della Bleterie: -Vit. di Giovian.- (-Tom. II. p. 385-408-). [507] Essa era nativa di Tessalonica in Macedonia, di nobil famiglia, figliuola e sorella di Consoli. Si può collocare il suo matrimonio coll'Imperatore nell'anno 352. In un tempo di divisione, gli storici di tutti i partiti sono fra loro d'accordo nelle sue lodi. Vedi le loro testimonianze raccolte dal Tillemont -Hist. des Emper.- (-Tom. IV. p. 750-754-). [508] Libanio e Gregorio Nazianzeno hanno esaurito gli artifizi e le forze della loro eloquenza per rappresentar Giuliano come o il primo fra gli Eroi, o il peggior de' Tiranni. Gregorio fu di lui condiscepolo in Atene; ed i sintomi, ch'egli sì tragicamente descrive della futura empietà dell'Apostata, si riducono solo ad alcune imperfezioni di corpo, ed a certe singolarità del suo conversare, e delle sue maniere. Esso protesta, ciò nonostante, che fin d'allora previde e predisse le calamità della Chiesa e dello Stato. (-Gregor. Naz. Orat. IV. p. 121, 122.-) [509] -Succumbere tot necessitatibus tamque crebris unum se, quod numquam fecerat, aperte demonstrans-; Ammiano -l. XV. c. 8-. Ivi esprime con i propri lor termini le adulatrici proteste de' Cortigiani. [510] -Tantum a temperatis moribus Juliani differens fratris, quantum inter Vespasiani filios fuit Domitianus et Titum-; Ammiano -l. XIV. c. 21-. Le circostanze e l'educazione de' due fratelli furono tanto simili, che somministrano un forte esempio dell'innate diversità de' caratteri. [511] Ammiano (-l. XV. c. 8-. Zosimo -l. III. p. 137, 138-) [512] Giuliano -ad S. P. Q. A.- (-p. 275, 276-). Liban. -Orat. X. p. 268-. Giuliano non volle cedere finchè gli Dei non gli ebber significato la lor volontà per mezzo di ripetute visioni ed augurj. Allora la sua pietà gli vietò di resistere. [513] Giuliano medesimo riferisce (-p. 274-) con qualche vivezza le circostanze della sua metamorfosi, i dimessi suoi sguardi e la sua perplessità in vedersi così ad un tratto trasportato in un nuovo Mondo, dove ogni oggetto gli appariva straniero ed ostile. [514] Vedi Ammiano Marcellin. (-l. XV c. 8-. Zosim. -l. III. p. 139-.) Aurelio Vittore, Vittore il Giovane -in Epitom.- Eutrop. X. 14. [515] -Militares omnes horrendo fragore scuta genibus illidentes, quod est prosperitatis indicium plenum, nam contra cum hastis clypei feriuntur irae documentum est et doloris.- Ammiano aggiunge con una delicata distinzione; -cumque, ut potiori reverentia servaretur, nec supra modum laudabant, nec infra quam decebat.- [516] Ἐλλαβε πορφύρεος θανάτος, καὶ μοῖρα καραταιλ: -l'occupò la purpurea morte, ed il fato violento. Iliad. E. v. 83.- La parola -porpora-, che Omero aveva usato, come un indeterminato, ma comune epiteto della morte, da Giuliano s'applicava ad esprimer molto a proposito la natura e l'oggetto delle proprie apprensioni. [517] Egli rappresenta ne' termini più patetici (-p. 277-) le angustie della sua nuova situazione. La provvisione della sua tavola era però sì elegante e sontuosa che il giovane filosofo la rigettò con isdegno «-Quum legeret libellum assidue, quem Costantius ut privignum ad studia mitens manu sua conscripserat, praelicenter disponens quid in convivio Caesaris impendi deberet, phasianum, et vulvam, et sumen exigi vetuit et inferri.-» Ammiano Marcellino (-l. XVI. c. 5.-) [518] Se vogliam riflettere, che Costantino, padre d'Elena, era morto più di diciotto anni avanti in una matura vecchiezza, sembrerà probabile, che la figlia, quantunque vergine, non poteva essere al tempo del suo matrimonio molto giovane. Ella poco dopo partorì un figlio, che immediatamente morì; -quod obstetrix, corrupta mercede, mox natum, praesecto plusquam convenerat umbilico, necavit.- Accompagnò essa l'Imperatore e l'Imperatrice nel loro viaggio di Roma, e quest'ultima, -quaesitum venenum bibere per fraudem illexit, ut quotiescumque concepisset immaturum abjiceret partum-; Ammiano -l. XVI. c. 10-. I nostri Fisici determineranno, se realmente può esservi tale veleno: quanto a me sono inclinato a credere, che la pubblica malignità imputasse gli effetti del caso a colpa di Eusebia. [519] Ammiano (XV. 5.) era perfettamente informato della condotta e del fato di Silvano; egli stesso era uno de' pochi seguaci, che accompagnarono Ursicino in quella pericolosa impresa. [520] Quanto alle particolarità della gita di Costanzo a Roma, vedi Ammiano -l. XVI. c. 10-. Noi abbiam solamente da aggiungere, che da Costantinopoli fu scelto per Deputato Temistio, e ch'egli compose per questa ceremonia la sua quarta orazione. [521] Ormisda, Principe fuggitivo di Persia, fece osservare all'Imperatore, che se faceva un tal cavallo, dovea pensare a preparargli una simile stalla (qual'era il Foro di Traiano). Si riporta un altro detto d'Ormisda, cioè «che gli era solo -dispiaciuta- una cosa, vale a dire che a Roma gli uomini morivano come altrove». Se noi adottiamo questa lezione del testo di Ammiano (-displicuisse-, invece di -placuisse-) possiamo risguardarla come una prova della Romana vanità. Il senso contrario sarebbe stato quello d'un misantropo. [522] Allorchè Germanico visitò gli antichi monumenti di Tebe, il più vecchio fra' Sacerdoti gli spiegò il significato di que' geroglifici, Tacit. -Annal. II c. 60-. Ma sembra verisimile, che avanti l'utile invenzione dell'alfabeto, questi o naturali o arbitrarj segni fossero i comuni caratteri della nazione Egiziana. Vedi Warburton -Divin. Legaz. di Mosè Vol. III. p. 69-243-. [523] Vedi Plin. -Hist. Nat. l. XXXVI. c. 14, 15-. [524] Ammiano Marcell. -l. XVII. c. 4-. Egli ci dà una interpretazione Greca de' geroglifici; e Lindenbrogio suo Comentatore aggiunge un'iscrizione Latina del tempo di Costanzo in venti versi contenente una breve istoria dell'obelisco. [525] Vedi Donat. -Rom. Antiq. l. III. c. 14. l. IV. c. 41- e l'erudita quantunque confusa Dissertazione del Bargeo sugli obelischi, inserita nel Tomo IV dello -Antichità Romane di Grevio. p. 1897-1936-. Questa dissertazione è dedicata al Pontefice Sisto V, ch'eresse l'obelisco di Costanzo nella piazza ch'è avanti alla Chiesa Patriarcale di S. Gio. Laterano. [526] Gli avvenimenti di questa guerra de' Quadi e de' Sarmati si riferiscono da Ammiano XVI, 10, XVII, 12, 13, XIX, 11. [527] -Genti Sarmatarum magno decori considens apud eos regem dedit-: Aurel. Vittore. In una fastosa Orazione, pronunziata da Costanzo medesimo, egli si diffonde con molta vanità e con qualche cosa di vero nelle proprie sue geste. [528] Ammian. XVI. 9. [529] Ammiano (-XVII. 5-) trascrive l'orgogliosa lettera. Temistio (-Orat. IV p. 57. Edit. Petav.-) fa menzione dell'involto di seta. Idacio e Zonara descrivono il viaggio dell'Ambasciatore, e (in -Excerpt. Legat. p. 28-). Pietro Patrizio c'informa della sua conciliante condotta. [530] Ammiano XVII. 5 e Vales. ib. Il sofista o filosofo (questi nomi erano in quel tempo quasi sinonimi) era Eustazio di Cappadocia, discepolo di Jamblico ed amico di S. Basilio, Eunapio (-in vit. Edexii p. 44, 47-), appassionato pel suo filosofico Ambasciatore, gli attribuisce la gloria d'avere incantato il barbaro Re colle persuasive lusinghe della ragione e dell'eloquenza. Vedi Tillemont (-Hist. des Emper. Tom. IV p. 828, 1132-). [531] Ammiano XVIII 5, 6, 8. Il decente e rispettoso contegno d'Antonino verso il Generale Romano lo pone in un aspetto molto interessante ed Ammiano stesso parla con qualche compassione e stima del traditore. [532] Questa circostanza, quale ci vien notificata da Ammiano, serve a provare la veracità d'Erodoto (-l. I. c. 133-) e la durevolezza de' costumi Persiani. Questi sono stati sempre dediti all'intemperanza; ed i vini di Shiraz hanno trionfato sopra la legge di Maometto. Brisson -de Regn. Pers. l. II. p. 462-472- e Chardin. -Viag. in Pers. Tom. III. p. 90-. [533] Ammiano -l. XVIII. 6, 7, 8, 10-. [534] Per la descrizione d'Amida, vedi d'Herbelot -Bibliot. Orient. p. 108. Hist. de Timur-Rec par Cherefeddin Alì l. III. c. 41-. Ahmed Arabasides -Tom. I. p. 331. c. 43. Viag. di Tavernier Tom. I. p. 301. Viag. d'Otter. Tom. II. p. 273- e -Viag. di Niebuhr. Tom. II. p. , 1 , , 2 , ' . 3 4 [ . . ] 5 6 ' [ ] , ' 7 ' , 8 , ' , 9 ' , , ' , . 10 , . 11 , , 12 ' ' 13 . ' ' 14 , 15 ' . 16 , ' , 17 , , 18 ' . 19 , , 20 ' , 21 , ' , 22 ' 23 . , 24 , 25 , 26 . ' ' ' 27 , ' , 28 ; 29 , 30 ' 31 . , 32 , ' , 33 ' , 34 . 35 , 36 ' , , 37 . 38 ' , , 39 ' ; 40 ' ' , 41 42 . , ' 43 , , 44 ' 45 ' . , 46 ' , , 47 . , 48 , ' ; 49 , 50 ' 51 . 52 53 ' ' [ ] , 54 [ ] , 55 , ' , 56 ' 57 . ' ' 58 , 59 . ' , 60 61 [ ] . 62 ' ' . 63 , ; 64 ' , , ' ' , 65 ' , ' ' , ' 66 , 67 ' [ ] . 68 , ; , 69 , ' ' 70 ' . , 71 , ' , 72 . , 73 ' ' , 74 75 . ' ' 76 , ' , ' 77 , 78 . 79 ' ' , 80 ; , 81 , ; 82 83 , 84 ' . 85 ' , 86 , 87 ' . 88 ' , , 89 90 , . 91 , , 92 , ' , 93 94 . ' ' ' 95 , , ' 96 ' . 97 ' . 98 , ; ' , , 99 , , 100 , ' . , 101 , , , 102 , ' 103 . 104 105 [ . . ] 106 107 ' . 108 , 109 , , 110 111 [ ] . ' 112 ' , ' , , 113 114 . , ' ' 115 ' , 116 , ' 117 , , ' 118 ' , ' 119 . ' , 120 , 121 . 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