Tornarono dunque senza buon successo gli Ambasciatori di Roma, ed una
seconda Ambasceria, di grado ancor più onorevole, fu detenuta in
istretto confino, e minacciata o di morte o d'esilio.
[A. D. 359]
L'Istorico militare stesso[533], che fu spedito ad osservar l'esercito
de' Persiani, allorchè preparavansi a costruire un ponte di barche sul
Tigri, vide da una eminenza la pianura d'Assiria, per quanto stendevasi
l'orizzonte, coperta di uomini, d'armi, e di cavalli. Alla testa di essi
compariva Sapore, cospicuo per lo splendore della sua porpora. Alla
sinistra di lui, che fra gli Orientali è il posto più onorato, Grumbate
Re de' Chioniti dimostrava il vigoroso portamento d'un provetto e famoso
guerriero. Il corrispondente posto dall'altra parte s'era dal Monarca
riserbato pel Re degli Albanesi, che conduceva le sue Tribù indipendenti
da' lidi del mar Caspio. I Satrapi ed i Generali eran distribuiti
secondo i diversi loro gradi, e tutta l'armata, oltre il numeroso treno
del lusso Orientale, consisteva in più di centomila combattenti,
indurati alla fatica e scelti fra le più valorose nazioni dell'Asia. Il
disertore di Roma, che in certo modo dirigeva i consigli di Sapore,
l'aveva prudentemente avvisato, che in luogo di consumar la state in
tediosi e difficili assedi, marciasse direttamente verso l'Eufrate, e
senza indugio cercasse d'impadronirsi della debole e ricca Metropoli
della Siria. Ma i Persiani, appena si furono un poco avanzati nelle
pianure della Mesopotamia, che videro essersi usata qualunque
precauzione che ritardar potesse i loro progressi, e sconcertarne i
disegni. Gli abitanti co' loro bestiami s'erano assicurati ne' luoghi
forti, s'erano incendiate per tutto il paese le biade non anche mature,
e fortificati con acuti pali i guadi del fiume; sugli opposti lidi
eransi piantate delle macchine militari, ed una opportuna piena
dell'Eufrate spaventò i Barbari dal tentare il solito passo del ponte di
Tapsaco. Allora la perita loro guida, mutato il disegno delle
operazioni, condusse l'esercito per un lungo circuito, ma per un fertile
territorio verso la sorgente dell'Eufrate, dove il nascente fiume
riducesi ad un basso ed accessibil torrente. Sapore non curò con
prudente disprezzo la forza di Nisibi, ma passando sotto le mura
d'Amida, risolvè di sperimentare, se la maestà della sua presenza avesse
indotto la guarnigione a immediatamente sottomettersi. Il sacrilego
insulto d'un dardo, che a caso strisciò sulla reale sua tiara, lo
convinse dell'errore in cui era; e lo sdegnato Monarca diede con
impazienza orecchio all'avviso de' suoi ministri, che lo scongiuravano a
non sagrificare il successo della sua ambizione alla soddisfazione della
sua collera. Il giorno seguente, Grumbate s'avanzò verso le porte con un
corpo scelto di truppe, e chiese la resa immediata della città, come
l'unica espiazione che si potesse accettare per tal atto di temerità e
d'insolenza. Fu risposto alle sue proposizioni con una generale scarica,
e l'unico di lui figlio, bello e valente giovane, fu trafitto nel cuore
da un dardo scagliato da una balestra. Si celebrò, secondo i riti del
suo paese, il funerale del Principe de' Chioniti; ed il dispiacere del
vecchio suo padre fu alleggerito dalla solenne promessa di Sapore, che
la rea città d'Amida sarebbe servita di rogo funebre per espiare la
morte ed eternar la memoria del figlio.
L'antica città d'Amid o Amida[534], che alle volte prende anche il nome
provinciale di Diarbekir[535], è vantaggiosamente situata in una fertil
pianura, bagnata da' naturali e dagli artefatti canali del Tigri, di cui
il maggior ramo circonda in forma circolare l'oriental parte della
città. L'Imperator Costanzo poco avanti avea conferito ad Amida l'onor
del suo nome, e vi aveva aggiunto le fortificazioni di stabili mura e di
alte torri. Essa era provvista d'un arsenale di macchine militari, e la
guarnigione ordinaria era stata accresciuta fino a sette legioni quando
fu attaccata dalle armi di Sapore[536]. Le sue prime e più ardenti
speranze dipendevan dall'esito d'un assalto generale. Furono assegnati i
lor posti alle varie nazioni, che seguitavano le sue bandiere; il
Mezzodì a' Verti, il Settentrione agli Albanesi, l'Oriente a' Chioniti,
accesi d'ira e di cordoglio, l'Occidente a' Segestani, i più prodi fra'
suoi guerrieri, che si coprivano la fronte con una formidabile linea
d'Indiani elefanti[537]. I Persiani da ogni parte sostenevano i loro
sforzi, ed animavano il loro coraggio; ed il Monarca, non curando la
propria dignità e salvezza, dimostrava in proseguire l'assedio l'ardore
d'un giovane soltanto. Dopo un ostinato combattimento, i Barbari furon
rispinti, ed immediatamente tornati all'assalto, furono di nuovo mandati
indietro con una terribile strage. Due legioni ribelli di Galli,
ch'erano state bandite dall'Oriente, segnalarono il loro non
disciplinato coraggio con una sortita fatta di notte nel centro del
campo Persiano. Nell'ardore di uno de' più fieri di questi replicati
assalti, Amida fu tradita dalla perfidia d'un disertore, che indicò a'
Barbari una segreta e negletta scaletta, tagliata nella rupe che pende
sopra il corso del Tigri. Tacitamente salirono settanta arcieri scelti
della guardia reale al terzo piano d'un'alta torre, che dominava il
precipizio; essi alzarono la bandiera Persiana, che fu segnale di
partenza per gli assalitori, e di turbamento per gli assediati; e se
questi già perduti soldati avesser potuto mantenere il loro posto pochi
minuti di più, col sacrifizio delle loro vite si sarebbe potuto comprare
l'espugnazione della piazza. Poscia che Sapore ebbe sperimentato
senz'effetto il poter della forza e degli stratagemmi, ricorse alle più
lente ma più sicure operazioni di un regolare assedio, nella condotta
del quale fu istruito dalla perizia de' disertori Romani. Ad una giusta
distanza s'aprirono le trinciere, e le truppe destinate a tal uso,
avanzarono sotto il tetto portatile di forti graticci per riempire il
fosso, e minare i fondamenti delle mura. Nel tempo stesso costruite
furono torri di legno, e spinte innanzi sopra le ruote, affinchè o i
soldati, che erano provvisti di armi da scagliare d'ogni specie,
potessero combattere quasi a livello colle truppe che difendevano le
mura. S'impiegò in difesa d'Amida ogni sorta di resistenza che l'arte
potea suggerire, o il coraggio porre in esecuzione, e più d'una volta le
macchine di Sapore furon distrutte dal fuoco de' Romani. Ma si possono
esaurire le forze d'una città assediata. I Persiani riparavan le loro
perdite, ed avanzavano le opere; l'ariete, che continuamente batteva,
avea fatta una larga breccia, e la forza della guarnigione, diminuita
dal ferro e dalle malattie, cedè al furor dell'assalto. I soldati, i
cittadini, le loro mogli e figliuoli, tutti quelli, che non ebber tempo
di fuggire per la porta opposta, furono da' conquistatori involti in un
indistinto macello.
[A. D. 360]
Ma la rovina d'Amida fu la salute delle Province Romane. Tosto che
furono quietati i primi trasporti della vittoria, Sapore fu in grado di
riflettere, che per castigare una disubbidiente città, egli aveva
perduto il fiore delle sue truppe e la stagione più favorevole per la
conquista[538]. Eran caduti trentamila de' suoi veterani sotto le mura
d'Amida, nella continuazione d'un assedio, che durò settantatre giorni,
ed il deluso Monarca tornò alla sua Capitale con affettato trionfo e con
segreta mortificazione. Egli è più che probabile, che l'incostanza de'
Barbari suoi alleati fosse tentata d'abbandonare una guerra, in cui
avevan incontrato sì inaspettate difficoltà, e che il vecchio Re de'
Chioniti, saziato di vendetta, con orrore s'allontanasse da una scena
d'azione, dov'era restato privo della speranza di sua famiglia e
nazione. La forza non meno che lo spirito dell'esercito, con cui Sapore
venne in campo nella seguente primavera, non era più uguale alle
illimitate mire di sua ambizione. Invece d'aspirare alla conquista
dell'Oriente, fu costretto a contentarsi di prendere due fortificate
città della Mesopotamia, Singara e Bezabde[539]; l'una situata in mezzo
ad un arenoso deserto, e l'altra in una picciola penisola circondata
quasi da ogni parte dal profondo e rapido corso del Tigri. Furono fatte
prigioniere cinque legioni Romane di quella diminuita grandezza, a cui
s'eran ridotte nel secolo di Costantino, e mandate schiave negli estremi
confini della Persia. Smantellate le mura di Singara, il conquistatore
abbandonò quel luogo solitario e segregato. Ma con diligenza restaurò le
fortificazioni di Bezabde, ed in quel posto importante stabilì una
guarnigione o colonia di veterani, ampiamente fornita di ogni sorta di
difesa, ed animata da alti sentimenti d'onore e di fedeltà. Verso il
fine della campagna le armi di Sapore ebbero qualche sinistro per
un'infelice impresa contro Virta, o Tecrit, bene munita, o come fu
generalmente creduto fino al tempo di Tamerlano, inespugnabil fortezza
degli Arabi indipendenti[540].
La difesa dell'Oriente contro lo armi di Sapore esigeva, ed esercitato
avrebbe l'abilità del più consumato Generale; e parve una fortuna per lo
Stato, che quella fosse la Provincia del valoroso Ursicino, che solo
meritava la fiducia de' soldati e del popolo. Ma nel tempo del pericolo,
Ursicino[541] fu rimosso dal suo posto pei maneggi degli Eunuchi; ed il
comando militare dell'Oriente per gl'istessi mezzi fu dato a Sabiniano,
ricco e sottil veterano, ch'era giunto alle infermità della vecchiaia
senz'acquistarne l'esperienza. Per un secondo ordine, ch'ebbe origine
dagli stessi gelosi ed incostanti consigli, Ursicino fu nuovamente
spedito alle frontiere della Mesopotamia, e condannato a sostener le
fatiche d'una guerra, gli onori della quale s'erano trasferiti
all'indegno rivale di lui. Sabiniano stabilì il suo indolente quartiere
sotto le mura d'Edessa, e mentr'egli si dilettava dell'oziosa parata
dell'esercizio militare, ed al suono de' flauti si muoveva in Pirrica
danza, la pubblica difesa era abbandonata all'ardire e alla diligenza
del primiero Generale dell'Oriente. Ma ogni volta che Ursicino
raccomandava qualche vigoroso piano d'operazioni; quando proponeva di
girare alla testa di una leggiera ed attiva armata intorno alle falde
de' monti per intercettare i convogli del nemico, inquietare la vasta
estensione delle linee Persiane, e sollevare le angustie d'Amida, il
timido ed invidioso Comandante allegava, che da positivi ordini gli era
impedito di mettere a rischio la salute delle truppe. Amida finalmente
fu presa; i più prodi suoi difensori, che s'eran salvati dal ferro de'
Barbari, moriron per mano del carnefice nel campo Romano; ed Ursicino
medesimo dopo d'aver sofferto la disgrazia d'un esame parziale fu punito
per la cattiva condotta di Sabiniano colla perdita del militare suo
grado. Ma Costanzo ben presto sperimentò la verità della predizione, che
un onesto sdegno aveva tratto di bocca all'ingiuriato suo Duce, vale a
dire, che sintanto che si fosse tollerato, che prevalessero tali massime
di governo, l'Imperatore stesso avrebbe veduto, non essere facile
impresa il difendere gli Orientali suoi Stati dalla invasione d'uno
straniero nemico. Quando ebbe soggiogati o quietati i Barbari del
Danubio, Costanzo a lente giornate s'incamminò verso l'Oriente, e dopo
aver pianto sulle ancor fumanti ruine d'Amida, pose con un potente
esercito l'assedio a Bezabde. Venivano scosse le mura da' replicati
sforzi de' più grossi arieti; la città era ridotta all'ultima estremità,
ma fu sempre difesa dal paziente ed intrepido valor della guarnigione,
finchè l'avvicinarsi della stagione piovosa obbligò l'Imperatore a
toglier l'assedio, ed a ritirarsi con ignominia ne' suoi quartieri
d'inverno ad Antiochia[542]. L'orgoglio di Costanzo, e l'ingegno de'
suoi cortigiani non sapevano come trovar materia di panegirici negli
avvenimenti della guerra Persiana; mentre la gloria del suo cugino
Giuliano, al comando militare del quale avea esso affidate le Province
della Gallia, era sparsa pel Mondo con una semplice e breve narrazione
delle sue imprese.
Nel cieco furore della guerra civile, Costanzo avea abbandonato a'
Barbari della Germania il paese della Gallia, che sempre riconosceva
l'autorità del suo rivale. Un numeroso sciame di Franchi e di Alemanni
fu invitato a passare il Reno con presenti e promesse, colla speranza
delle spoglie, e con una perpetua concessione di tutti i territori,
ch'essi avrebber potuto sottomettere[543]. Ma l'Imperatore, che per un
passeggiero servigio avea con tanta imprudenza provocato lo spirito
rapace de' Barbari, presto conobbe e sentì con rammarico le difficoltà
di sloggiare que' formidabili alleati, dopo ch'essi gustate avean le
ricchezze del suolo Romano. Senza riguardo veruno alla sottile
distinzione di fedeltà e di ribellione, quest'indisciplinati ladroni
trattavano come lor naturali nemici tutti i sudditi dell'Impero, che
possedevano qualche cosa, ch'essi desideravano d'acquistare. Furon
saccheggiate, e per la maggior parte ridotte in cenere quarantacinque
floride città, Tongres, Colonia, Treveri, Vormazia, Spira, Strasburgo
ec. oltre il numero molto maggiore di castelli e villaggi. I Barbari
della Germania, sempre fedeli alle massime de' loro antichi, abborrivano
i recinti di mura, a' quali davan gli odiosi nomi di prigioni e
sepolcri; e piantando le indipendenti loro abitazioni sopra le rive de'
fiumi, come del Reno, della Mosella, della Mosa, si assicuravano dal
pericolo d'una sorpresa, mediante una rozza e precipitosa fortificazione
di grossi alberi ch'essi abbattevano, e ponevano attraverso alle strade.
Gli Alemanni si stabilirono nei moderni paesi dell'Alsazia e della
Lorena; i Franchi occuparono l'Isola de' Batavi insieme con un'ampia
estensione del Brabante, che allora si conosceva sotto il nome di
Toxandria[544], e merita d'esser considerata come la sede originale
della Gallica loro Monarchia[545]. Dalla sorgente fino all'imboccatura
del Reno le conquiste de' Germani s'estesero sopra quaranta miglia a
ponente di quel fiume in un paese popolato di colonie del proprio lor
nome e nazione; ed il teatro delle loro devastazioni era tre volte più
esteso di quello delle loro conquiste. Ad una distanza anche maggiore
restarono abbandonati i luoghi aperti della Gallia, e gli abitanti delle
città fortificate, che confidavano nella propria forza e vigilanza,
furono costretti a contentarsi di que' sussidj di grano, che poteva
nascere nel terreno compreso dentro il recinto delle lor mura. Le
diminuite legioni, mancanti di paga e di provvisioni, di armi e di
disciplina, tremavano all'avvicinarsi, e fino al nome stesso de'
Barbari.
In tali triste circostanze fu destinato un inesperto giovane a salvare e
governar le Province della Gallia, o piuttosto, come si esprime egli
stesso, a rappresentare una vana immagine della grandezza Imperiale. La
ritirata e studiosa educazione di Giuliano, durante la quale s'era più
addomesticato co' libri che colle armi, co' morti che co' viventi, lo
lasciò in una profonda ignoranza delle arti pratiche della guerra e del
governo; e quando egli sgarbatamente ripetea qualche esercizio militare,
ch'era per lui necessario d'apprendere, esclamava sospirando, «o
Platone, Platone, qual occupazione per un filosofo!» Pure anche questa
speculativa filosofia, che gli uomini d'affari son troppo inclinati a
disprezzare, aveva infuso nello spirito di Giuliano i precetti più
nobili, ed i più splendidi esempj; l'aveva animato coll'amor della
virtù, col desiderio della fama, e col disprezzo della morte. L'abito di
temperanza, che si commenda nelle scuole, diviene anche più essenziale
nella severa disciplina d'un campo. I puri bisogni della natura
regolavano la misura del suo cibo e del suo sonno. Rigettando con
isdegno le delicatezze preparate per la sua tavola, egli saziava il suo
appetito colle semplici e comuni vivande assegnate a' più bassi soldati.
Nel rigor d'un inverno della Gallia non volle mai soffrire il fuoco
nella sua camera, e dopo un breve ed interrotto riposo, spesse volle
s'alzava nel più bel della notte da un tappeto steso sul suolo, per
ispedire qualche urgente affare, per visitar le sue ronde, e per rubar
pochi momenti, ad oggetto di proseguire i favoriti suoi studi[546]. I
precetti d'eloquenza, ch'egli aveva fin qui praticato in immaginari
soggetti di declamazione, furono più vantaggiosamente applicati ad
eccitare o a quietare le passioni d'una moltitudine armata; e quantunque
Giuliano, per l'antica sua abitudine di conversazione e di letteratura,
fosse più familiarmente istruito delle bellezze della lingua Greca, pure
aveva ancora una sufficiente cognizione della Latina[547]. Come Giuliano
a principio non era stato destinato a sostenere il carattere di
Legislatore o di Giudice, egli è probabile che la Giurisprudenza civile
de' Romani non avesse richiamato alcuna parte considerabile della sua
attenzione: ma ritrasse però da' suoi filosofici studj un inflessibil
riguardo per la giustizia, temperato da una disposizione alla clemenza,
la cognizione de' generali principj d'equità e d'evidenza, e la facoltà
d'investigare pazientemente le più intrigate e tediose questioni, che
potesser proporsi alla sua discussione. Le misure di politica e le
operazioni di guerra debbono soggiacere ai diversi accidenti delle
circostanze e dei caratteri, e l'inesperto studente debb'essere spesso
dubbioso nell'applicazione della più perfetta teoria. Ma nell'acquisto
di tale importante scienza, Giuliano fu assistito non meno dall'attiro
vigore del suo proprio ingegno che dalla saviezza ed esperienza di
Sallustio, uffiziale elevato in grado, che tosto concepì un sincero
amore verso un Principe sì degno della sua amicizia: l'incorruttibile
integrità di lui era ornata dal talento di sapere insinuare le più ardue
verità, senza, offendere la delicatezza d'un orecchio reale[548].
[A. D. 356]
Giuliano, subito dopo ch'ebbe ricevuta la porpora a Milano, fu mandato
nella Gallia con una debole comitiva di 360 soldati. A Vienna, dove
passò un inverno penoso e pieno di cure nelle mani di que' ministri, a'
quali Costanzo avea confidata la direzione di sua condotta, Cesare fu
informato dell'assedio e della liberazione d'Autun. Quella vasta ed
antica città, non difesa che da rovinate mura e da una pusillanime
guarnigione, fu salvata per la generosa risoluzione di pochi veterani,
che a difesa della patria loro ripresero le armi. Nel passar ch'ei fece
da Autun nell'interno delle Province Galliche, Giuliano abbracciò con
ardore la prima opportunità di segnalare il proprio coraggio. Alla testa
d'un piccolo corpo di arcieri e di grave cavalleria, egli preferì la più
breve, ma più pericolosa delle due strade che potea fare; ed ora
eludendo gli attacchi de' Barbari, ch'eran padroni della campagna, ora
facendo lor fronte, arrivò con onore e salvezza al campo vicino a Reims,
dove le truppe Romane avevano avut'ordine di adunarsi. La vista del lor
giovane Principe rinvigorì lo spirito languente de' soldati, e partirono
da Reims per cercare il nemico con tal fiducia, che poco mancò non
tornasse loro fatale. Gli Alemanni, pratici del paese, raccolsero
segretamente le sparse lor forze, e presa l'opportunità d'una oscura e
piovosa giornata, gettaronsi con inaspettato impeto sulla retroguardia
de' Romani. Prima che rimediar si potesse all'inevitabile disordine, due
legioni rimaser disfatte; e Giuliano apprese per esperienza, che la
cautela e la vigilanza sono le più importanti lezioni dell'arte della
guerra. In una seconda e più felice azione, ricuperò e stabilì la sua
fama militare; ma siccome l'agilità de' Barbari non gli permise
d'inseguirli, la sua vittoria non fu sanguinosa nè decisiva. Si avanzò,
nonostante, fino alle rive del Reno, osservò le rovine di Colonia, si
convinse delle difficoltà della guerra, e si ritirò all'avvicinarsi
dell'inverno, mal contento della Corte, del suo esercito e della sua
fortuna[549]. La forza del nemico era tuttavia nel suo vigore, e non sì
tosto ebbe Cesare divise le proprie truppe; e stabiliti a Sens nel
centro della Gallia i quartieri, che fu circondato ed assediato da una
numerosa oste di Germani. Ridotto in tal estremità ai ripieghi del
proprio ingegno, dimostrò una prudente intrepidezza, che compensò tutte
le mancanze del luogo e della guarnigione; ed i Barbari, in capo a
trenta giorni, furon costretti a ritirarsi senz'effetto, pieni di
rabbia.
[A. D. 357]
L'interna compiacenza di Giuliano, il quale non era debitore che alla
propria spada di questa insigne liberazione, fu amareggiata dal
riflettere, ch'egli era stato abbandonato, tradito e forse sagrificato
alla distruzione da quelli, ch'eran obbligati ad assisterlo per ogni
vincolo d'onore e di fedeltà. Marcello, Comandante generale della
cavalleria nella Gallia, interpretando troppo rigorosamente gli ordini
gelosi della Corte, mirava con fredda indifferenza le angustie di
Giuliano, ed aveva impedito alle truppe, ch'erano sotto i suoi ordini,
di marciare in soccorso di Sens. Se Cesare avesse tacitamente
dissimulato un insulto tanto pericoloso, la persona e l'autorità sua
divenivano esposte al disprezzo del Mondo; e se si fosse lasciata
passare impunemente un'azione sì rea, l'Imperatore avrebbe confermato i
sospetti, a' quali si dava un colore molto specioso dalla sua precedente
condotta verso i Principi della famiglia Flavia. Marcello fu richiamato,
e blandamente dimesso dalla sua carica[550]. In luogo di lui fu
destinato generale della cavalleria Severo, esperto soldato, di
conosciuto coraggio e fedeltà, che era capace d'avvertir con rispetto ed
eseguire con zelo, e che senza ripugnanza si sottopose al supremo
comando, che Giuliano finalmente ottenne per le premure della sua
protettrice Eusebia, sopra gli eserciti della Gallia[551]. Per la
prossima campagna fu adottato un sistema d'operazioni molto giudizioso.
Giuliano medesimo, alla testa del rimanente delle veterane sue truppe e
di alcune nuove leve, che gli era stato permesso di fare, arditamente
penetrò nel centro de' ripostigli de' Germani, e con diligenza ristabilì
le fortificazioni di Saverna in un posto vantaggioso, che avrebbe o
represse le scorrerie, o impedita la ritirata del nemico. Nell'istesso
tempo Barbazio, Generale d'infanteria, si mosse da Milano con un'armata
di trentamila uomini, e passando le montagne, si apparecchiava a gettare
un ponte sul Reno, nelle vicinanze di Basilea. Era ragionevole
d'aspettarsi, che gli Alemanni, stretti per ogni parte dalle armi
Romane, si sarebbero tosto trovati nella necessità d'abbandonar le
Province della Gallia, e sarebbero corsi a difendere il nativo loro
paese. Ma svanirono le speranze di quella campagna per l'incapacità o
per la invidia o per le segrete istruzioni di Barbazio, il quale si
diportò come se fosse stato nemico di Cesare, e segreto alleato de'
Barbari. La negligenza, con cui lasciò liberamente passare e tornare
indietro una truppa di saccheggiatori, quasi avanti alle porte del suo
campo, gli si può attribuire a mancanza d'abilità; ma il perfido atto di
bruciare una quantità di barche e di provvisioni superflue, che
sarebbero state del più rilevante vantaggio all'esercito della Gallia,
fu una prova delle sue ree ed ostili intenzioni. I Germani disprezzarono
un nemico, che pareva mancante di forze o d'inclinazione ad offenderli;
e l'ignominiosa ritirata di Barbazio privò Giuliano dell'aspettato
soccorso, e gli lasciò il pensiero di liberarsi da una pericolosa
situazione, in cui non poteva egli nè rimanere con salvezza, nè
ritirarsi con onore[552].
[A. D. 357]
Gli Alemanni, appena furon liberati da' timori di un'invasione, si
prepararono a castigare il giovane Romano, che pretendeva disputar loro
il possesso di quel paese, ch'essi credevano appartenere a se medesimi
per diritto di conquista e per li trattati. Consumarono tre giorni e tre
notti nel trasferire sul Reno le militari lor forze. Il fiero Cnodomar,
scuotendo il pesante suo dardo, che vittoriosamente avea maneggiato
contro il fratello di Magnenzio, conduceva la vanguardia de' Barbari, e
moderava colla sua esperienza il marziale ardore che il suo esempio
inspirava[553]. Egli era seguitato da sei altri Re, da dieci Principi di
nascita reale, da una lunga serie di coraggiosi nobili, e da
trentacinquemila de' più prodi guerrieri delle Tribù della Germania.
L'ardire che nasceva dalla cognizione della propria lor forza, fu
accresciuto dalla notizia che loro portò un disertore, che Cesare con un
debole esercito di tredicimila uomini occupava un posto circa ventun
miglia distante dal loro campo di Strasburgo. Con tali disuguali forze,
Giuliano risolvè di cercare e d'incontrare l'esercito Barbaro, e fu
preferito il periglio d'un'azione generale alle tediose ed incerte
operazioni d'attaccare separatamente i corpi dispersi degli Alemanni. I
Romani marciavano raccolti fra loro in due colonne, la cavalleria alla
destra, e l'infanteria alla sinistra; ed il giorno era così avanzato,
quando giunsero a vista del nemico, che Giuliano desiderava di differir
la battaglia fino alla mattina seguente, e dar tempo alle sue truppe di
ristabilir l'esauste lor forze co' necessari aiuti del riposo e del
cibo. Non pertanto, cedendo con qualche ripugnanza alle grida de'
soldati, ed anche all'opinione del suo Consiglio, gli esortò a
giustificar col valore quell'ardente impazienza, che in caso di una
rotta si sarebbe universalmente tacciata co' nomi di temerità e di
presunzione. Suonarono le trombe, s'udì pel campo il clamor militare, e
le due Armate corsero con ugual furore all'attacco. Cesare, che in
persona comandava l'ala destra, contava sulla destrezza de' suoi arcieri
e sul peso dello loro corazze. Ma furono immediatamente rotte le sue
linee da un irregolar mescuglio di cavalleria e di fanteria leggiera, ed
ebbe la mortificazione di vedere la fuga di seicento de' più rinomati
suoi corazzieri[554]. I fuggitivi furono trattenuti e riuniti dalla
presenza ed autorità di Giuliano, che non curando la propria salute, si
gettò avanti di loro, e mettendo in contro ogni stimolo di vergogna e
d'onore, li ricondusse contro il vittorioso nemico. Il combattimento fra
le due linee d'infanteria fu ostinato e sanguinoso. I Germani erano
superiori in forza e statura, i Romani in disciplina e disposizione; e
siccome i Barbari, che militavano sotto lo stendardo dell'Impero,
univano in se i respettivi vantaggi d'ambe le parti, i loro vigorosi
sforzi, guidati da un perito condottiero, finalmente determinarono
l'evento della giornata. I Romani perderono quattro tribuni, e
dugentoquarantatre soldati in questa memorabil battaglia di Strasburgo,
tanto gloriosa per Cesare[555], e salutare per le afflitte Province
della Gallia. Seimila Alemanni rimaser morti sul campo, senz'includervi
quelli, che s'annegaron nel Reno, o furono trafitti dai dardi, mentre
tentavano di passare a nuoto all'altra riva del fiume[556]. Cnodomar
istesso fu circondato e fatto prigioniero insieme con tre dei suoi
valorosi compagni, che avean giurato di seguire in vita o in morte il
destino del loro capo. Giuliano lo ricevè con pompa militare nel
Consiglio de' suoi ufficiali; ed esprimendo una generosa compassione
dell'abbattuto suo stato, dissimulò l'interno disprezzo, che aveva per
la vile umiliazione del suo prigioniero. In vece di far mostra del vinto
Re degli Alemanni, come un grato spettacolo alle città della Gallia,
trasse rispettosamente ai piè dell'Imperatore questo splendido trofeo
della sua vittoria. Cnodomar ebbe un onorevole trattamento; ma
l'impaziente Barbaro non potè sopravvivere lungo tempo alla sua
disfatta, al suo confino ed esilio[557].
[A. D. 358]
Poscia che Giuliano ebbe scacciato gli Alemanni dalle Province dell'alto
Reno, voltò le armi contro dei Franchi, i quali eran situati più vicini
all'Oceano sui confini della Gallia e della Germania, e che pel numero e
più ancora per l'intrepido loro valore s'erano sempre stimati fra'
Barbari i più formidabili[558]. Quantunque fossero questi fortemente
attratti dagli allettativi della rapina, professavan però un
disinteressato amor della guerra, ch'essi riguardavano come la suprema
felicità ed il massimo onore della vita umana; e gli spiriti non meno
che i corpi loro erano sì perfettamente indurati pel continuo esercizio,
che secondo la viva espressione d'un oratore, le nevi dell'inverno erano
per essi così piacevoli, come i fiori della primavera. Nel mese di
dicembre, dopo la battaglia di Strasburgo, Giuliano attaccò un corpo di
seicento Franchi, che si eran gettati in due castelli sopra la
Mosa[559]. Nel mezzo di quella rigida stagione sostennero essi con
inflessibil costanza un assedio di quarantaquattro giorni; sintanto che
in ultimo esausti dalla fame, ed accortisi che la vigilanza del nemico
in rompere il ghiaccio del fiume non lasciava più loro alcuna speranza
di fuga, i Franchi acconsentirono per la prima volta a recedere
dall'antica legge, che imponeva loro di vincere o di morire. Cesare
immediatamente mandò questi prigionieri alla Corte di Costanzo, che
accettandoli come un pregevole dono[560], prese con piacere l'occasione
di aggiungere tanti eroi alle più scelte truppe delle sue guardie
domestiche. L'ostinata resistenza di questo pugno di Franchi fece
apprendere a Giuliano le difficoltà della spedizione, che meditava di
fare nella seguente primavera contro tutto il corpo della nazione. La
sua rapida diligenza però sorprese e spaventò gli attivi Barbari.
Ordinando a' suoi soldati di provvedersi di biscotto per venti giorni,
improvvisamente piantò il suo campo vicino a Tongres, mentre il nemico
lo supponeva sempre ne' quartieri d'inverno a Parigi, e che aspettasse
il lento arrivo de' suoi convogli d'Aquitania. Senza lasciar tempo a'
Franchi d'unirsi o di deliberare, dispose con arte le sue legioni, da
Colonia fino all'Oceano; e pel terrore, non meno che pel felice successo
delle sue armi, tosto riduce le supplicanti Tribù ad implorar la
clemenza, e ad obbedire a' comandi del loro Conquistatore. I Camavj si
ritiraron sommessamente alle antiche loro abitazioni di là dal Reno; ma
fu accordato a' Salj di possedere il nuovo stabilimento di Toxandria,
come soggetti ed ausiliari dell'Impero Romano[561]. Si ratificò con
solenni giuramenti il trattato, e furon destinati varj inspettori
perpetui per risedere tra' Franchi, coll'autorità di esigere la rigorosa
osservanza de' patti. Si riporta un accidente abbastanza interessante
per se medesimo, ed in nessun modo ripugnante al carattere di Giuliano,
che ingegnosamente immaginò l'intreccio e la catastrofe della tragedia.
Quando i Camavj chieser la pace, egli dimandò il figlio del loro Re come
l'unico ostaggio, su cui potesse fidarsi. Un tristo silenzio, interrotto
da lacrime e da lamenti, dimostrò la mesta perplessità dei Barbari; ed
il vecchio lor Capo in patetico linguaggio dolevasi, che la privata sua
perdita veniva ora amareggiata dal sentimento della pubblica calamità.
Mentre i Camavj stavan prostrati a piè del suo trono, il real
prigioniero, ch'essi credevan già morto, d'improvviso comparve a' lor
occhi; e tosto che il tumulto di gioia si convertì in attenzione, Cesare
parlò all'assemblea in questi termini. «Ecco il figlio, il Principe, che
da voi si piangeva. Voi l'avevate perduto per vostra colpa; Dio ed i
Romani ve l'hanno restituito. Io conserverò ed educherò il giovane,
piuttosto come un monumento della mia propria virtù, che come un pegno
della vostra sincerità. Se voi tenterete di violare la fede, che avete
giurata, le armi della Repubblica vendicheranno la perfidia non già
sull'innocente, ma su' colpevoli.» I Barbari si ritirarono dalla sua
presenza, penetrati de' più profondi sentimenti di gratitudine e
d'ammirazione[562].
[A. D. 357-358-359]
Non era sufficiente per Giuliano l'aver liberato le Province della
Gallia da' Barbari della Germania. Egli aspirava ad emulare la gloria
del primo e più illustre fra gl'Imperatori, ad esempio del quale compose
i suoi Comentari della guerra Gallica[563]. Cesare ha riferito con
interna compiacenza la maniera con cui passò il Reno -due- volte.
Giuliano potè vantarsi, che prima di prendere il titolo d'Augusto, aveva
in tre felici spedizioni portato le Aquile Romane oltre quel gran
fiume[564]. La costernazione de' Germani dopo la battaglia di Strasburgo
lo animò a fare il primo tentativo; e la ripugnanza delle truppe tosto
cedè alla persuasiva eloquenza d'un Capitano, il quale era a parte delle
fatiche e de' pericoli, che imponeva all'infimo de' suoi soldati. I
villaggi da ambe le parti del Reno, ch'erano abbondantemente provvisti
di grano e di bestiame, provarono le devastazioni d'un'armata che
invade. Le case principali, fabbricate con qualche imitazione della
Romana eleganza, furon consumate dalle fiamme; e Cesare s'avanzò
arditamente circa dieci miglia, finchè arrestati furono i suoi progressi
da un'oscura ed impenetrabil foresta, minata da scavi sotterranei, che
con segrete insidie ed imboscate minacciava ogni passo dell'assalitore.
La terra era già coperta di neve; e Giuliano dopo d'avere risarcito una
antica fortezza ch'era stata eretta da Traiano, concesse una tregua di
dieci mesi ai sottomessi Barbari. Allo spirar della tregua, Giuliano
intraprese una seconda spedizione di là dal Reno, per umiliare
l'orgoglio di Surmar, e di Ortairo, due Re degli Alemanni, che s'eran
trovati presenti alla battaglia di Strasburgo. Essi promisero di
restituire tutti gli schiavi Romani, che tuttavia restavano in vita; e
siccome Cesare s'era procurata un'esatta notizia dalle città e da'
villaggi della Gallia degli abitanti che avevan perduti, potè scuoprire
qualunque tentativo, ch'essi fecero per ingannarlo, con tal felicità ed
esattezza, che servì quasi a stabilir l'opinione della soprannaturale
sua intelligenza. La terza spedizione di lui fu anche più splendida ed
importante delle due precedenti. I Germani avevan raccolte le lor forze
militari, e si muovevano lungo le opposte rive del fiume col disegno di
abbattere il ponte, e d'impedire il passo ai Romani. Ma questo
giudizioso piano di difesa restò sconcertato da un'opportuna diversione.
Furon distaccati trecento attivi soldati, ed armati leggermente in
quaranta piccole barche ad oggetto d'andare in silenzio lungo la
corrente, e prender terra in qualche distanza da' posti del nemico. Essi
eseguirono i loro ordini con tale ardire e celerità, che avevan quasi
sorpreso i Capi de' Barbari, i quali senz'alcun timore tornavano ebbri
da una delle lor feste notturne. Senza stare a ripetere l'uniforme e
disgustoso racconto delle stragi e delle devastazioni, servirà
l'avvertire che Giuliano dettò da se stesso le condizioni di pace a sei
de' più superbi Re degli Alemanni, a tre de' quali fu permesso di vedere
la severa disciplina e la pompa marziale d'un campo Romano. Cesare,
seguìto da ventimila prigionieri liberati dalle catene de' Barbari,
ripassò il Reno, dopo d'aver terminato una guerra, il successo della
quale era stato paragonato alle antiche glorie delle vittorie Punica e
Cimbrica.
Tosto che il valore e la condotta di Giuliano ebbe assicurato un
intervallo di pace, egli applicossi ad un'opera più conforme alla sua
umana e filosofica indole. Restaurò diligentemente le città della
Gallia, che avevan sofferte le incursioni de' Barbari, ed in specie si
fa menzione di sette posti importanti fra Magonza, e la bocca del Reno,
che furon rifabbricati e fortificati per ordine di Giuliano[565]. I
soggiogati Germani s'eran sottomessi alle giuste, ma umilianti
condizioni di preparare, e di trasportare i necessari materiali.
L'attivo zelo di Giuliano incalzava il proseguimento dell'opera; e tal
era l'ardore ch'egli aveva sparso fra le truppe, che gli ausiliarj
medesimi rinunziando le loro esenzioni da ogni dover di fatica, facevano
a gara ne' più servili lavori colla diligenza de' soldati Romani.
Incumbeva a Cesare di provvedere alla sussistenza, non meno che alla
sicurezza degli abitanti e delle guarnigioni. La deserzione degli uni e
l'ammutinamento delle altre dovevano essere le fatali ed inevitabili
conseguenze della carestia. La cultura delle Province della Gallia era
stata interrotta dalle calamità della guerra; ma fu supplito, mediante
la paterna sua cura, alle scarse raccolte del Continente dall'abbondanza
delle Isole addiacenti. Seicento gran barche, costruite nella foresta
d'Ardenna, fecer più viaggi alla costa della Britannia, e di là tornando
cariche di grano, rimontavano su pel Reno, e distribuivano i loro
carichi alle varie città e fortezze lungo le sponde del fiume[566]. Le
armi di Giuliano avevano renduta libera e sicura una navigazione, che
Costanzo aveva offerto di comprare a spese della sua dignità, e d'un
tributario donativo di duemila libbre d'argento. L'Imperatore con
parsimonia ricusava a' propri soldati le somme, che con prodiga e
tremante mano accordava a' Barbari, e si pose ad una forte prova la
destrezza ugualmente che la costanza di Giuliano, quando si mise in
campagna con un esercito malcontento che avea già militato per due
campagne senza ricevere alcuna regolar paga, o alcuno straordinario
donativo[567].
La regola principale, che dirigeva, o sembrava che dirigesse
l'amministrazione di Giuliano, era un tenero riguardo per la pace e
felicità de' suoi sudditi[568]. Egli consacrò l'ozio de' suoi quartieri
d'inverno agli uffizi del governo civile, ed affettò di assumere con
maggior piacere il carattere di Magistrato che quello di Generale.
Avanti d'andare alla guerra, delegò ai Governatori Provinciali molte
cause pubbliche e private che s'eran portate al suo Tribunale; ma
tornato che fu, diligentemente rivide i loro processi, mitigò il rigore
delle leggi e pronunziò un secondo giudizio sopra gli stessi Giudici.
Superiore a quell'indiscreto ed intemperante zelo per la giustizia, ch'è
l'ultima tentazione degli animi virtuosi, raffrenò tranquillamente e con
dignità l'ardore d'un Avvocato, che accusava l'estorsione del Presidente
della Provincia Narbonese. «Chi si potrà mai trovar reo» esclamò il
veemente Delfidio «se serve il negare?» E chi, replicò Giuliano, «sarà
mai trovato innocente, se serve l'affermare?» Nella generale
amministrazione, tanto di pace quanto di guerra, l'interesse del Sovrano
è ordinariamente l'istesso che quello del popolo: ma Costanzo si sarebbe
stimato altamente offeso, se le virtù di Giuliano l'avessero defraudato
di una parte del tributo, ch'egli estorceva da un oppresso ed esausto
paese. Il Principe, ch'era investito delle insegne della dignità reale,
poteva qualche volta pretendere di correggere la rapace insolenza degli
agenti inferiori, di porre in chiaro i corrotti loro artifizi, e
d'introdurre una specie d'esazione più uguale e più facile. Ma il
maneggio delle finanze fu con maggior sicurezza affidato a Florenzio,
Prefetto del Pretorio della Gallia, effeminato tiranno, incapace di
pietà o di rimorsi; ed il superbo ministro dolevasi della più decente e
gentile opposizione, mentre Giuliano stesso era piuttosto inclinato a
censurare la debolezza della sua propria condotta. Cesare avea rigettato
con orrore un mandato per la leva d'una tassa straordinaria, che il
Prefetto gli aveva presentato per la sua sottoscrizione; e la pittura
fedele della pubblica miseria, con cui era egli stato obbligato a
giustificare il suo rifiuto, offese la Corte di Costanzo. Possiamo avere
il piacere di leggere i sentimenti di Giuliano, quali esso gli esprime
con calore e libertà in una lettera ad uno de' suoi più intimi amici.
Dopo d'aver esposta la sua condotta, prosegue in questi termini. «Era
egli possibile per un discepolo di Platone e d'Aristotile il procedere
diversamente da quel che ho fatto? Poteva io abbandonare gl'infelici
sudditi, affidati alla mia cura? Non era io chiamato a difenderli dalle
replicate ingiurie di questi insensibili ladroni? Un Tribuno, che
abbandona il suo posto, è punito di morte, e privato degli onori della
sepoltura. Con qual giustizia pronunziar potrei la sentenza contro di
esso, se nel tempo del pericolo io medesimo trascurassi un dovere molto
più sacro ed importante! Dio mi ha collocato in questo sublime posto; la
sua Providenza mi guarderà e sosterrà. Quand'anche fossi condannato a
patire, mi conforterò col testimonio d'una pura e retta coscienza.
Piacesse al Cielo, che io avessi tuttavia un consigliere come Sallustio!
Se stiman proprio di mandarmi un successore, mi sottometterò senza
ripugnanza; e vorrei piuttosto profittare della breve opportunità di far
bene, che godere una lunga durevole impunità nel male»[569]. La precaria
e dipendente situazione di Giuliano ne spiegava le virtù, e ne celava i
difetti. Non era permesso al giovane Eroe, che sosteneva nella Gallia il
trono di Costanzo, di riformare i vizi del governo; ma aveva il coraggio
di sollevare o di compassionare le angustie del popolo. A meno che non
fosse stato capace di nuovamente eccitare il marziale spirito dei
Romani, o d'introdurre le arti dell'industria e del raffinamento fra'
selvaggi loro nemici, non poteva nutrire alcuna ragionevole speranza di
assicurar la pubblica tranquillità o con la pace o con la conquista
della Germania. Pure le vittorie di Giuliano sospesero per breve tempo
le scorrerie de' Barbari, e differirono la rovina dell'Impero Orientale.
La sua salutare influenza fece risorger le città della Gallia, ch'erano
state sì lungo tempo esposte a' danni della discordia civile, della
guerra co' Barbari e della domestica tirannia; e s'eccitò lo spirito
d'industria colla speranza del premio. L'agricoltura, le manifatture ed
il commercio di nuovo fiorivano sotto la protezion delle leggi; e le
Curie, o corpi civili eran nuovamente piene di utili e rispettabili
membri: la gioventù non temeva più il matrimonio, nè i coniugi temevan
più la posterità; si celebravano le pubbliche e private feste colla
solita pompa; ed il frequente e sicuro commercio delle Province spiegava
l'immagine della nazionale prosperità[570]. Uno spirito, come quel di
Giuliano, dovea sentire la general felicità, della quale era l'autore;
ma egli vedeva con particolar soddisfazione e compiacenza la città di
Parigi, sede del suo invernal soggiorno, ed oggetto anche della sua
parziale affezione[571]. Quella splendida capitale, che adesso contiene
un vasto territorio da ambe le parti della Senna, era in principio
ristretta alla piccola isola, che è nel mezzo del fiume, da cui gli
abitanti eran forniti d'acqua pura e salubre. Il fiume bagnava il piè
delle mura, e la città non era accessibile, che per mezzo di due ponti
di legno. Dalla parte settentrionale della Senna stendevasi una foresta;
ma al mezzodì il suolo, che adesso ha il nome dell'Università, fu
insensibilmente coperto di case, e adornato d'un palazzo, d'un
anfiteatro, di bagni, d'un acquedotto e d'un campo Marzio per esercizio
delle truppe Romane. Il rigore del clima era temperato dalla vicinanza
dell'Oceano; e con qualche precauzione, insegnata dall'esperienza, si
coltivavan con frutto le viti ed i fichi. Ma negl'inverni crudi la Senna
si ghiacciava profondamente; ed i grossi pezzi di ghiaccio, che
scorrevan giù pel fiume, potevano da un Asiatico paragonarsi a' massi di
bianco marmo, che s'estraevano dalle cave della Frigia. La licenza e
corruzione d'Antiochia richiamavano alla memoria di Giuliano i semplici
e severi costumi della sua cara Lutezia[572], dove i divertimenti del
teatro erano incogniti, o disprezzati. Egli confrontava acceso di sdegno
gli effeminati Sirj colla brava ed onesta semplicità de' Galli, e ne
obbliò quasi l'intemperanza, ch'era l'unica macchia del carattere
Celtico[573]. Se Giuliano potesse adesso visitar di nuovo la capitale
della Francia, potrebbe conversar con uomini di scienza e di grande
ingegno, capaci d'intendere e d'istruire uno scolare de' Greci; potrebbe
scusar le vivaci e graziose follie d'una nazione, il cui spirito
marziale non si è mai snervato dalla propensione al lusso; e dovrebbe
applaudire la perfezione di quell'inestimabil arte, che ammollisce,
raffina, ed abbellisce il commercio della vita sociale.
NOTE:
[480] Ammiano (-l. XIV. c. 6-) attribuisce la prima pratica di castrare
al crudele ingegno di Semiramide, che si suppone regnasse più di mille
novecento anni prima di Cristo. L'uso degli Eunuchi è molto antico sì
nell'Asia che nell'Egitto. Se ne fa menzione nella Legge di Mosè
-Deuteron. l. XXIII-. Vedi Goguet -Orig. des Loix ec. P. I. l. I. c. 3-.
[481]
-Eunuchum dixti velle te;-
-Quia solae utuntur his Reginae.-
Terent. -Eunuch. Act. I. Sc. 2-. Questa commedia è tradotta da una di
Menandro, e l'originale dev'esser comparso alla luce poco dopo le
conquiste orientali d'Alessandro.
[482]
-Miles.... spadonibus-
-Servire rugosis potest.-
Horat. -Carm. V. 9-, e Dacier -Ib.- Colla parola -spado- i Romani
energicamente esprimevano il loro abborrimento a tale mutilazione. Il
nome Greco d'Eunuchi, che insensibilmente prevalse, aveva un suono più
dolce, ed un senso più ambiguo.
[483] Noi non abbiamo che a rammentar Poside, Liberto ed Eunuco di
Claudio, in favore di cui l'Imperatore prostituì varj de' più onorevoli
premj del valor militare. Vedi Sveton. -in Claud. c. 28-. Poside impiegò
una gran parte delle sue ricchezze in fabbricare.
-Ut spado vincebat Capitolia nostra-
-Posides.- Juvenal -Sat. XIV-.
[484] -Castrari mares vetuit.- Sveton. in Domit. -c. 7-. Vedi Dion.
Cass. l. LXVII -p. 1107-, l. LXVIII. -p. 1119-.
[485] Si trova un passo nell'Istoria Augusta (-p. 137-), in cui
Lampridio nel tempo che loda Alessandro Severo e Costantino per aver
limitata la tirannia degli Eunuchi, deplora i danni, che cagionavano
essi negli altri regni: -Huc accedit quod Eunuchos nec in consiliis, nec
in ministeriis habuit; qui soli Principes perdunt, dum eos more Gentium
aut Rogum Persarum volunt vivere; qui a Populo etiam amicissimum
semovent; qui internuntii sunt, aliud quam respondetur referentes;
claudentes Principem suum, et agentes ante omnia, ne quid sciat.-
[486] Senofonte (-Cyropaed. l. VIII. p. 540-) ha esposte le speciose
ragioni, che impegnaron Ciro ad affidare la propria persona alla
custodia degli Eunuchi. Aveva egli osservato negli animali, che sebbene
l'uso della castrazione potesse addolcire la loro non governabil
fierezza, non ne diminuiva però la forza e lo spirito, e si persuadeva,
che uomini separati dal resto della specie umana, sarebbero più
fortemente attaccati alla persona del loro benefattore. Ma una lunga
esperienza ha contraddetto al giudizio di Ciro. Può incontrarsi qualche
particolar esempio di Eunuchi, distinti per la fedeltà, pel valore, e
l'abilità loro; ma se esaminiamo l'istoria in genere della Persia,
dell'India e della China, troveremo che la potenza degli Eunuchi ha
uniformemente indicato la decadenza e la caduta di ogni dinastia.
[487] Vedi Ammiano Marcellino l. XXI. c. 16, l. XXII. c. 4. Tutta la
serie dell'imparziale sua storia serve a giustificar le invettive di
Mammertino, di Libanio, e di Giuliano medesimo, che hanno insultato i
vizi della Corte di Costanzo.
[488] Aurelio Vittore censura la negligenza del suo Sovrano in eleggere
i Governatori delle Province e i Generali dell'esercito; e termina la
sua storia coll'ardita osservazione, ch'è assai più pericoloso in un
regno debole d'attaccare i ministri, che non lo stesso Monarca: -uti
verum absolvam brevi, ut Imperatore ipso clarius ita apparitorum
plerisque magis atrox nihil.-
[489] -Apud quem- (-si vere dici debeat-) -multum Constantius potuit.-
Ammian. l. XVIII. c. 4.
[490] Gregorio Nazianzeno (Orat. III. p. 90) rimprovera l'Apostata della
sua ingratitudine verso Marco, Vescovo d'Aretusa, che aveva contribuito
a salvargli la vita; ed apprendiamo, quantunque da un testimone meno
rispettabile (Tillemont -Hist. des Emper. Tomo IV. p. 916-), che
Giuliano fu nascosto nel santuario d'una Chiesa.
[491] Si contiene il racconto più autentico dell'educazione e delle
avventure di Giuliano nell'epistola, o manifesto, ch'egli stesso
indirizzò al Senato ed al Popolo d'Atene. Libanio (-Orat. Parental.-)
dal canto de' Pagani, e Socrate (l. II. c. 1) da quello de' Cristiani ce
ne han conservate molte interessanti particolarità.
[492] Quanto alla promozione di Gallo, vedi Idacio, Zosimo, ed i due
Vittori. Secondo Filostorgio (-l. IV. c. 1.-). Teofilo, Vescovo Arriano,
fu il testimone, e come il garante di questo solenne trattato. Egli
sostenne tal carattere con generosa fermezza; ma il Tillemont (-Hist.
des Emper. Tom. IV. p. 1120-) crede molto improbabile che un Eretico
possedesse una tale virtù.
[493] Sul principio fu permesso a Giuliano di proseguire i suoi studi in
Costantinopoli; ma la riputazione, ch'egli acquistava, presto eccitò la
gelosia di Costanzo, e fu avvisato il giovane Principe di ritirarsi ne'
meno cospicui teatri della Bitinia e della Jonia.
[494] Vedi Giulian. -ad S. P. Q. A. 271-. Girol. -in Chron.- Aurel.
Vitt. Eutrop. X. 14. Io copierò le parole d'Eutropio, che scrisse il suo
compendio circa quindici anni dopo la morte di Gallo, quando non v'era
più alcun motivo o di adulare, o di deprimere il suo carattere: -Multis
incivilibus gestis Gallos Caesar... vir natura ferox, et ad tyrannidem
pronior, si suo jure imperare licuisset.-
[495] -Megaera quidem mortalis, inflammatrix saevientis assidua, humani
aruoris avida etc.- Ammian. Marcellin. l. XIV. c. 1. La sincerità
d'Ammiano non gli permetterebbe di alterare i fatti, o i caratteri; ma
l'amore, che ha per gli ambiziosi ornamenti, spesso lo conduce ad una
veemenza d'espressione non naturale.
[496] Il nome di questo era Clemazio d'Alessandria, e l'unico suo
delitto fu l'aver ricusato di soddisfare a' desiderj della sua suocera,
che ne sollecitò la morte, perchè era restato deluso il suo amore.
Ammiano l. XIV. c. 1.
[497] Vedi in Ammiano (-l. XIV. c. 1, 7-) un ampio ragguaglio delle
crudeltà di Gallo. Giuliano suo fratello (-p. 272-) ci fa conoscere,
ch'erasi formata una segreta cospirazione contro di lui; e Zosimo nomina
(-l. II. p. 135-) le persone impegnate in quella, vale a dire un
ministro di ragguardevol grado, ed alcuni oscuri agenti, che avevan
risoluto di fare la loro fortuna.
[498] Zonara (-l. XIII. T. II. p. 17, 18.-). Gli assassini avevano
sedotto un gran numero di legionari; ma i loro disegni furono scoperti e
rivelati da una vecchia, nella capanna della quale alloggiavano.
[499] Nel testo attuale d'Ammiano si legge: -asper quidem, sed ad
lenitatem propensior-, che forma un non senso contraddittorio. Valesio
coll'aiuto d'un vecchio manoscritto ha corretta la prima di queste
corruzioni, e si vede qualche raggio di lume, sostituendovi la parola
-vafer-. Se ci arrischiamo a cangiare -lenitatem- in -levitatem-,
quest'alterazione d'una sola lettera renderà tutto il passo chiaro e
corrente.
[500] In vece d'esser costretti a raccoglier da varj fonti sparse ed
imperfette notizie, entriamo adesso nel pieno corso dell'istoria
d'Ammiano, nè abbiam bisogno di riferire, che il settimo ed il nono
capitolo del suo libro decimoquarto. Non dee però interamente ommettersi
Filostorgio (-l. III. c. 28-) sebbene parziale per Gallo.
[501] Ella preceduto avea suo marito; ma morì di febbre per viaggio in
un picciol luogo della Bitinia chiamato -Coenum Gallicanum-.
[502] Le legioni Tebee, acquartierate in Adrianopoli, mandarono a Gallo
una deputazione coll'offerta de' loro servigi. (Ammiano -l. XIV. c.
11.-) La -Notizia- (S. 6, 20, 38. -Edit. Labb.-) fa menzione di tre
diverse legioni, ch'ebbero il nome di Tebee. Lo zelo del Voltaire, per
distruggere una disprezzabile quantunque celebre leggenda, lo ha tentato
a negare, su' più leggieri fondamenti, l'esistenza d'una legione Tebea
negli eserciti Romani. Vedi -Oeuvr. de Voltaire Tom. XI. p. 414 Edit.
4-.
[503] Vedi l'intera narrazione del viaggio e della morte di Gallo presso
Ammiano -l. XIV. c. 11-. Giuliano si duole, che fosse condannato a morte
il fratello senza processo: si studia di giustificare o almen di scusare
la crudel vendetta, che questi avea fatto, de' suoi nemici; ma sembra
alla fine confessare, che giustamente si potea privarlo della porpora.
[504] Filostorg. -l. IV, c. 1-. Zonara -l. XIII. T. II. p. 19-. Ma il
primo era parziale per un Monarca Arriano, ed il secondo trascrisse
senza scelta o criterio tutto quel che trovò negli scritti degli
antichi.
[505] Vedi Ammiano Marcellino (-l. XV. c. 1, 3, 8.-) Giuliano medesimo,
nella sua lettera agli Ateniesi, fa una molto viva e giusta pittura del
suo pericolo e de' suoi sentimenti. Egli dimostra però qualche
propensione ad esagerar le sue pene, insinuando, sebbene in termini
oscuri, ch'esse durarono più d'un anno; periodo che non si può
conciliare colla verità della cronologia.
[506] Giuliano ha esposto i delitti e le sventure della famiglia di
Costantino in una favola allegorica con felicità immaginata, e
raccontata piacevolmente. Essa forma la conclusione dell'Orazione
settima, da cui fu staccata e tradotta dall'Abate della Bleterie: -Vit.
di Giovian.- (-Tom. II. p. 385-408-).
[507] Essa era nativa di Tessalonica in Macedonia, di nobil famiglia,
figliuola e sorella di Consoli. Si può collocare il suo matrimonio
coll'Imperatore nell'anno 352. In un tempo di divisione, gli storici di
tutti i partiti sono fra loro d'accordo nelle sue lodi. Vedi le loro
testimonianze raccolte dal Tillemont -Hist. des Emper.- (-Tom. IV. p.
750-754-).
[508] Libanio e Gregorio Nazianzeno hanno esaurito gli artifizi e le
forze della loro eloquenza per rappresentar Giuliano come o il primo fra
gli Eroi, o il peggior de' Tiranni. Gregorio fu di lui condiscepolo in
Atene; ed i sintomi, ch'egli sì tragicamente descrive della futura
empietà dell'Apostata, si riducono solo ad alcune imperfezioni di corpo,
ed a certe singolarità del suo conversare, e delle sue maniere. Esso
protesta, ciò nonostante, che fin d'allora previde e predisse le
calamità della Chiesa e dello Stato. (-Gregor. Naz. Orat. IV. p. 121,
122.-)
[509] -Succumbere tot necessitatibus tamque crebris unum se, quod
numquam fecerat, aperte demonstrans-; Ammiano -l. XV. c. 8-. Ivi esprime
con i propri lor termini le adulatrici proteste de' Cortigiani.
[510] -Tantum a temperatis moribus Juliani differens fratris, quantum
inter Vespasiani filios fuit Domitianus et Titum-; Ammiano -l. XIV. c.
21-. Le circostanze e l'educazione de' due fratelli furono tanto simili,
che somministrano un forte esempio dell'innate diversità de' caratteri.
[511] Ammiano (-l. XV. c. 8-. Zosimo -l. III. p. 137, 138-)
[512] Giuliano -ad S. P. Q. A.- (-p. 275, 276-). Liban. -Orat. X. p.
268-. Giuliano non volle cedere finchè gli Dei non gli ebber significato
la lor volontà per mezzo di ripetute visioni ed augurj. Allora la sua
pietà gli vietò di resistere.
[513] Giuliano medesimo riferisce (-p. 274-) con qualche vivezza le
circostanze della sua metamorfosi, i dimessi suoi sguardi e la sua
perplessità in vedersi così ad un tratto trasportato in un nuovo Mondo,
dove ogni oggetto gli appariva straniero ed ostile.
[514] Vedi Ammiano Marcellin. (-l. XV c. 8-. Zosim. -l. III. p. 139-.)
Aurelio Vittore, Vittore il Giovane -in Epitom.- Eutrop. X. 14.
[515] -Militares omnes horrendo fragore scuta genibus illidentes, quod
est prosperitatis indicium plenum, nam contra cum hastis clypei
feriuntur irae documentum est et doloris.- Ammiano aggiunge con una
delicata distinzione; -cumque, ut potiori reverentia servaretur, nec
supra modum laudabant, nec infra quam decebat.-
[516] Ἐλλαβε πορφύρεος θανάτος, καὶ μοῖρα καραταιλ: -l'occupò
la purpurea morte, ed il fato violento. Iliad. E. v. 83.- La parola
-porpora-, che Omero aveva usato, come un indeterminato, ma comune
epiteto della morte, da Giuliano s'applicava ad esprimer molto a
proposito la natura e l'oggetto delle proprie apprensioni.
[517] Egli rappresenta ne' termini più patetici (-p. 277-) le angustie
della sua nuova situazione. La provvisione della sua tavola era però sì
elegante e sontuosa che il giovane filosofo la rigettò con isdegno
«-Quum legeret libellum assidue, quem Costantius ut privignum ad studia
mitens manu sua conscripserat, praelicenter disponens quid in convivio
Caesaris impendi deberet, phasianum, et vulvam, et sumen exigi vetuit et
inferri.-» Ammiano Marcellino (-l. XVI. c. 5.-)
[518] Se vogliam riflettere, che Costantino, padre d'Elena, era morto
più di diciotto anni avanti in una matura vecchiezza, sembrerà
probabile, che la figlia, quantunque vergine, non poteva essere al tempo
del suo matrimonio molto giovane. Ella poco dopo partorì un figlio, che
immediatamente morì; -quod obstetrix, corrupta mercede, mox natum,
praesecto plusquam convenerat umbilico, necavit.- Accompagnò essa
l'Imperatore e l'Imperatrice nel loro viaggio di Roma, e quest'ultima,
-quaesitum venenum bibere per fraudem illexit, ut quotiescumque
concepisset immaturum abjiceret partum-; Ammiano -l. XVI. c. 10-. I
nostri Fisici determineranno, se realmente può esservi tale veleno:
quanto a me sono inclinato a credere, che la pubblica malignità
imputasse gli effetti del caso a colpa di Eusebia.
[519] Ammiano (XV. 5.) era perfettamente informato della condotta e del
fato di Silvano; egli stesso era uno de' pochi seguaci, che
accompagnarono Ursicino in quella pericolosa impresa.
[520] Quanto alle particolarità della gita di Costanzo a Roma, vedi
Ammiano -l. XVI. c. 10-. Noi abbiam solamente da aggiungere, che da
Costantinopoli fu scelto per Deputato Temistio, e ch'egli compose per
questa ceremonia la sua quarta orazione.
[521] Ormisda, Principe fuggitivo di Persia, fece osservare
all'Imperatore, che se faceva un tal cavallo, dovea pensare a
preparargli una simile stalla (qual'era il Foro di Traiano). Si riporta
un altro detto d'Ormisda, cioè «che gli era solo -dispiaciuta- una cosa,
vale a dire che a Roma gli uomini morivano come altrove». Se noi
adottiamo questa lezione del testo di Ammiano (-displicuisse-, invece di
-placuisse-) possiamo risguardarla come una prova della Romana vanità.
Il senso contrario sarebbe stato quello d'un misantropo.
[522] Allorchè Germanico visitò gli antichi monumenti di Tebe, il più
vecchio fra' Sacerdoti gli spiegò il significato di que' geroglifici,
Tacit. -Annal. II c. 60-. Ma sembra verisimile, che avanti l'utile
invenzione dell'alfabeto, questi o naturali o arbitrarj segni fossero i
comuni caratteri della nazione Egiziana. Vedi Warburton -Divin. Legaz.
di Mosè Vol. III. p. 69-243-.
[523] Vedi Plin. -Hist. Nat. l. XXXVI. c. 14, 15-.
[524] Ammiano Marcell. -l. XVII. c. 4-. Egli ci dà una interpretazione
Greca de' geroglifici; e Lindenbrogio suo Comentatore aggiunge
un'iscrizione Latina del tempo di Costanzo in venti versi contenente una
breve istoria dell'obelisco.
[525] Vedi Donat. -Rom. Antiq. l. III. c. 14. l. IV. c. 41- e l'erudita
quantunque confusa Dissertazione del Bargeo sugli obelischi, inserita
nel Tomo IV dello -Antichità Romane di Grevio. p. 1897-1936-. Questa
dissertazione è dedicata al Pontefice Sisto V, ch'eresse l'obelisco di
Costanzo nella piazza ch'è avanti alla Chiesa Patriarcale di S. Gio.
Laterano.
[526] Gli avvenimenti di questa guerra de' Quadi e de' Sarmati si
riferiscono da Ammiano XVI, 10, XVII, 12, 13, XIX, 11.
[527] -Genti Sarmatarum magno decori considens apud eos regem dedit-:
Aurel. Vittore. In una fastosa Orazione, pronunziata da Costanzo
medesimo, egli si diffonde con molta vanità e con qualche cosa di vero
nelle proprie sue geste.
[528] Ammian. XVI. 9.
[529] Ammiano (-XVII. 5-) trascrive l'orgogliosa lettera. Temistio
(-Orat. IV p. 57. Edit. Petav.-) fa menzione dell'involto di seta.
Idacio e Zonara descrivono il viaggio dell'Ambasciatore, e (in -Excerpt.
Legat. p. 28-). Pietro Patrizio c'informa della sua conciliante
condotta.
[530] Ammiano XVII. 5 e Vales. ib. Il sofista o filosofo (questi nomi
erano in quel tempo quasi sinonimi) era Eustazio di Cappadocia,
discepolo di Jamblico ed amico di S. Basilio, Eunapio (-in vit. Edexii
p. 44, 47-), appassionato pel suo filosofico Ambasciatore, gli
attribuisce la gloria d'avere incantato il barbaro Re colle persuasive
lusinghe della ragione e dell'eloquenza. Vedi Tillemont (-Hist. des
Emper. Tom. IV p. 828, 1132-).
[531] Ammiano XVIII 5, 6, 8. Il decente e rispettoso contegno d'Antonino
verso il Generale Romano lo pone in un aspetto molto interessante ed
Ammiano stesso parla con qualche compassione e stima del traditore.
[532] Questa circostanza, quale ci vien notificata da Ammiano, serve a
provare la veracità d'Erodoto (-l. I. c. 133-) e la durevolezza de'
costumi Persiani. Questi sono stati sempre dediti all'intemperanza; ed i
vini di Shiraz hanno trionfato sopra la legge di Maometto. Brisson -de
Regn. Pers. l. II. p. 462-472- e Chardin. -Viag. in Pers. Tom. III. p.
90-.
[533] Ammiano -l. XVIII. 6, 7, 8, 10-.
[534] Per la descrizione d'Amida, vedi d'Herbelot -Bibliot. Orient. p.
108. Hist. de Timur-Rec par Cherefeddin Alì l. III. c. 41-. Ahmed
Arabasides -Tom. I. p. 331. c. 43. Viag. di Tavernier Tom. I. p. 301.
Viag. d'Otter. Tom. II. p. 273- e -Viag. di Niebuhr. Tom. II. p.
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