[420] -Cod. Theodos.- lib. XI. Tit. 27. Tom. IV. p. 188 con le
osservazioni del Gottofredo. Vedi anche lib. V. Tit. 7. 8.
[421] -Omnia foris placita, domi prospera, annonae ubertate, fructuum
copia- (-Paneg. Vet. X. 58-). Quest'orazione di Nazario fu pronunziata
il giorno de' Quinquennali de Cesari, cioè il primo di Marzo dell'anno
321.
[422] Vedasi l'editto di Costantino indirizzato al popolo Romano nel
Cod. Teodosiano lib. IX. Tit. 24. Tom. 3. p. 189.
[423] Il figliuolo di Costantino assegna molto a proposito la vera causa
di questa revocazione «-ne sub specie atrocioris judicii aliqua in
ulciscendo crimine dilatio nasceretur-». Cod. Theodos. Tom. III. p. 193.
[424] Eusebio (-in vit. Const.- l. III. c. 1.) osa affermare che durante
il regno del suo Eroe la spada della giustizia restò oziosa nelle mani
de' Magistrati. Eusebio stesso però (lib. IV. c. 29-54) ed il Codice
Teodosiano ci fan conoscere, che quest'eccessiva dolcezza non era dovuta
alla mancanza nè di atroci delinquenti, nè di leggi penali.
[425] Nazario -Paneg. Vet.- IX. Si trova espressa in alcune medaglie la
vittoria di Crispo sugli Alemanni.
[426] Vedi Zosimo l. II. p. 93, 94, quantunque non sia la narrazione di
quell'Istorico nè coerente, nè chiara. Il panegirico di Optaziuno (c.
13.) rammenta l'alleanza de' Sarmati co' Carpi e coi Goti, e indica i
diversi campi di battaglia. Si suppone che i giuochi Sarmatici, che si
celebravano nel mese di Novembre, avessero avuto origine dal buon
successo di questa guerra.
[427] Ne' Cesari di Giuliano (p. 329, Comment. di Spanemio p. 252.)
Costantino si vanta d'aver ricuperato la provincia della Dacia,
soggiogata già da Traiano; ma soggiunge Sileno, che le conquiste di
Costantino erano come i giardini d'Adone, che languiscono e si seccano
quasi nel momento stesso che nascono.
[428] Giornand. -de reb. Getic.- c. 21. Io non so quanto possiam fidarci
della sua autorità. Un'alleanza di questa sorta ha un'aria molto
recente, e difficilmente si può applicare alle massime, elle si avevano
al principio del quarto secolo.
[429] Eusebio -in vit. Constant.- l. 1. c. 8. Questo passo però è preso
da una generale declamazione sulla grandezza di Costantino, ma da alcun
racconto speciale della guerra Gotica.
[430] -Constantinus tamen, vir ingens, et omnia efficera nitens, quae
animo preparasset, simul Principatum totius orbis affectans, Licinio
bellum intulit.- Eutrop. X. 5, Zosimo l. II. p. 89. Le ragioni, ch'essi
hanno addotto per la prima guerra civile, possono applicarsi piuttosto
alla seconda.
[431] Zosimo l. II. p. 94, 95
[432] Costantino avea gran cura di concedere privilegi e sollievi a'
suoi veterani compagni (conveterani) com'egli comincia in questo tempo a
chiamarli (Vedi il Codi. Teodosian. lib. VII. Tit. 20. Tom. II. p. 419,
429.).
[433] Quando gli Ateniesi avevan l'impero del mare, la loro flotta era
composta di trecento, e dopo di quattrocento galere a tre ordini di
remi, tutte ben allestite, e pronte all'immediato servizio. L'arsenale,
fatto nel porto di Pireo, costò alla Repubblica mille talenti, che sono
quattrocentoquarantamila zecchini. Vedi Tucidide -de bell. Pelloponnes.-
lib. II. c. 13 e Meursio -de fortificat. Attica-, c. 19.
[434] L. II. p. 95, 96. Nel frammento Valesiano descrivesi tal battaglia
brevemente, ma con chiarezza: -Licinius vero circa Hadrianopolim maximo
exercitu latera ardui montis impleverat: illuc toto agmine Constantinus
inflexit. Cum bellum terra marique traheretur, quamvis per arduum suis
nitentibus, attamen disciplina militari et felicitate, Constantinus,
Licinii confusum, et sine ordine agentem vicit exercitum, leviter femore
sauciatus-.
[435] Zosimo l. II. p. 97-98. La corrente sempre viene dalla parte
dell'Ellesponto, e quando è aiutata da un vento settentrionale, nessun
vascello può arrischiarsi a passare, ma un vento meridionale rende la
corrente quasi insensibile. Vedi il Viaggio di Tournefort in Levante.
Let. XI.
[436] Aurelio Vittore, Zosimo l. II p. 98. Secondo quest'ultimo, era
Martiniano -Magister officiorum-, usando egli la frase latina in greco.
Sembra che alcune medaglie indichino, che durante il suo breve regno
ricevesse il titolo d'Augusto.
[437] Eusebio (-in vit. Constant.- l. II. c. 16. 17.) attribuisce tal
decisiva vittoria alle devote preci dell'Imperatore. Il frammento
Valesiano (p. 714.) fa menzione d'un corpo di Goti ausiliari sotto il
loro Capo Aliquaca, ch'erano del partito di Licinio.
[438] Zosimo l. II. p. 102. Vittore il Giovane nell'Epitome. Anon.
Valesiano p. 714.
[439] -Contra religionem sacramenti Thessalonicae privatus occisus est.-
Eutropio (X); e la sua testimonianza vien confermata da S. Gerolamo (in
-Chronic.-) e da Zosimo (l. II p. 102.) Lo scrittore Valesiano è il
solo, che faccia menzione de' soldati, e Zonara solamente chiama in
aiuto il Senato. Eusebio salta prudentemente questo passo delicato; ma
Sozomeno, cento anni dopo, incomincia ad asserire che Licinio tentava
tradimenti.
[440] Vedi il Codice Teodosiano lib. XV. Tit. 15. Tom. V. p. 404-405.
Questi editti di Costantino dimostrano una dose di passione, ed una
precipitazione che molto poco si convengono al carattere di Legislatore.
CAPITOLO XV.
-Progresso della Religione Cristiana, e sentimenti, costumi,
numero e condizione de' primitivi Fedeli.-
Una ricerca intorno al progresso e stabilimento del Cristianesimo, che
abbia semplicemente per guida la ragione e il candore, può considerarsi
come una parte molto essenziale dell'Istoria dell'Impero Romano. Mentre
quel gran corpo veniva attaccato dalla forza aperta, o con occulte mine
condotto appoco appoco alla distruzione, una Religione umile e pura
s'andò insensibilmente insinuando nelle menti degli uomini; s'accrebbe
nell'oscurità e nel silenzio, acquistò nuova forza dalle opposizioni
medesime, che le furon fatte, ed innalzò finalmente lo stendardo
vittorioso della Croce sulle rovine del Campidoglio. Nè l'influenza del
Cristianesimo si limitò solamente alla durata, o ai confini del Romano
Impero: questa Religione dopo un corso di tredici, o quattordici secoli
si professa tuttora dalle nazioni dell'Europa, che nell'arti e nelle
scienze, non men che nelle armi, formano la parte più distinta dell'uman
genere. Mediante l'industria a lo zelo degli Europei, essa largamente si
è diffusa fino a' lidi più lontani dell'Asia, e dell'Affrica; e per
mezzo delle loro colonie si è stabilito solidamente dal Canadà fino al
Chili; in un mondo dagli antichi non conosciuto.
Ma per quanto sia vantaggioso o piacevole tal esame, contiene due
principali difficoltà. Gli scarsi e dubbiosi materiali della Storia
Ecclesiastica rade volte ci pongono in istato di sgombrare la folta
nebbia, che oscura i primi secoli della Chiesa. E la gran legge
dell'imparzialità ci costringe troppo spesso a scoprire le imperfezioni
dei non inspirati dottori, e credenti dell'Evangelio; onde può sembrare
a chi non usa molta attenzione, che le lor mancanze gettino qualche
ombra sulla fede che professarono. Ma dovrebbe cessare lo scandalo de'
pii credenti, ugualmente che il falso trionfo degl'infedeli, se
riflettessero non alla qualità solamente di chi fu l'autore della divina
rivelazione, ma di quelli eziandio, ai quali fu questa comunicata. Il
teologo può gustare il dolce piacere di rappresentare la religione,
quale ci venne dal cielo, ammantata della nativa sua purità; ma un più
dispiacevol dovere s'impone all'Istorico, il quale non può non iscoprire
l'inevitabil miscuglio di corruzione e d'errore, ch'ella contrasse nel
dimorar che fece lungamente sopra la Terra, in mezzo ad enti di una
debole e degenerata natura.
La nostra curiosità ci porta naturalmente a cercare per quali mezzi la
fede Cristiana ottenne sì riguardevol vittoria sulle religioni già
stabilite sopra la terra. Potrebbe darsi a tal domanda una facile, ma
soddisfacente risposta, dicendo che attribuir ciò si deve alla
convincente evidenza della dottrina, ed alla regolatrice Provvidenza del
grand'Autore della medesima. Ma siccome la verità, e la ragione di rado
sono così favorevolmente accolte nel mondo, e siccome si compiace bene
spesso la saggia Provvidenza di far uso delle passioni del cuore umano,
e delle generali circostanze, nelle quali ritrovansi gli uomini, come
d'istrumenti per eseguire i propri disegni; così ci si permetterà
d'investigare, quantunque colla sommissione dovuta, non già qual fu la
prima, ma bensì quali furon le secondarie cagioni del rapido progresso
della Chiesa di Cristo. Si farà chiaro per avventura da tal esame,
ch'essa fu con la massima efficacia favorita e sostenuta dalle cinque
cagioni che seguono: I. Dall'inflessibile, e s'è lecito così dire,
intollerante zelo de' Cristiani, proveniente in vero dalla religione
Giudaica, ma spogliato di quello spirito ritroso ed insociabile, che in
luogo d'invitare avea allontanato i Gentili dall'abbracciar la legge di
Mosè. II. Dalla dottrina di una vita futura, avvalorata da ogni special
circostanza, che potesse dar peso ed efficacia a quell'importante
verità. III. Dal poter de' miracoli, attribuito alla Chiesa primitiva.
IV. Dalla pura, ed austera morale de' Cristiani. V. Dalla disciplina, ed
unione della Cristiana repubblica, che appoco appoco formò uno stato
indipendente, il quale sempre più andò crescendo nel cuore del Romano
Impero.
I. Noi abbiamo già descritto l'armonia dell'antico mondo in materia di
religione, e con quanta facilità le più differenti ed anche nemiche
nazioni abbracciavano, o almen rispettavano le superstizioni l'una
dell'altra. Un solo popolo ricusava di unirsi a questo comune commercio
dell'uman genere. I Giudei, che sotto le monarchie degli Assirj e de'
Persiani avevan languito per molti secoli come la parte più disprezzata
de' loro schiavi[441], si sollevarono dall'oscurità sotto successori di
Alessandro; ed essendo sorprendentemente moltiplicati prima in Oriente
poi in Occidente, ben presto eccitarono la curiosità e la maraviglia
delle altre nazioni[442]. La burbera ostinazione, con cui mantenevano le
loro speciali cerimonie ed insocievoli usanze, pareva indicare in essi
una specie d'uomini distinta dagli altri, che audacemente professavano,
o che mal celavano l'odio implacabile, che portavano al resto del genere
umano[443]. Nè la violenza d'Antioco, nè le arti di Erode, nè l'esempio
delle nazioni circonvicine poterono mai persuadere i Giudei ad unire con
le instituzioni di Mosè l'elegante mitologia de' Greci[444]. Seguendo le
massime di una general tolleranza, i Romani proteggevano anche quelle
superstizioni, che disprezzavano[445]. Augusto, pieno d'indulgenza,
condiscese fino a dar ordini, che si offerissero sacrifizi per la sua
prosperità nel tempio di Gerusalemme[446], laddove se l'infimo della
stirpe d'Abramo avesse prestato simile omaggio al Giove del Campidoglio,
sarebbe divenuto un oggetto di esecrazione a se stesso, ed a' propri
fratelli. Ma la moderazione de' Conquistatori non fu sufficiente a
quietare i gelosi pregiudizi de' loro sudditi, che si misero in
agitazione e si scandalizzarono, allorchè introdur si dovettero le
insegne del Paganesimo nel lor paese, divenuto Provincia Romana[447]. Il
folle attentato di Caligola di porre la propria statua nel tempio di
Gerusalemme, andò a voto per l'unanime risoluzione di un popolo, che
temeva molto meno la morte, che tale idolatrica profanazione[448]. Il
loro attacco alla legge di Mosè uguagliava l'abborrimento, che avevano
per le religioni straniere. Poichè il corso della devozione e dello zelo
si trovava riunito in un angusto canale, esso acquistava la forza, ed
alle volte ancora il furor di un torrente.
Quest'inflessibile perseveranza, che agli antichi sembrava così odiosa o
così ridicola, prende un assai terribil carattere, dacchè si è degnata
la Provvidenza di rivelarci la misteriosa istoria del Popolo eletto. Ma
diviene sempre più sorprendente il devoto ed anche scrupoloso
attaccamento alla religione Mosaica, tanto singolare ne' Giudei, che
vissero dopo l'edificazione del secondo tempio, se paragonar si voglia
colla pertinace incredulità de' loro maggiori. Quando la legge fu
dettata tra i folgori dal monte Sinai; quando furon sospesi i flutti del
mare e il corso de' pianeti pel comodo degl'Israeliti; o quando i premj
e le pene temporali erano le conseguenze immediate della lor osservanza
o disubbidienza, essi continuamente si ribellavano contro la visibile
maestà del divino loro Sovrano, collocavano gl'idoli delle genti nel
Santuario di -Jeovà-, ed imitavano qualunque capricciosa ceremonia, che
si praticasse nelle tende degli Arabi, o nelle città della Fenicia[449].
A misura che quella stirpe ingrata restò meritamente priva della
protezione del Cielo, andò la lor fede acquistando un corrispondente
grado di purità e di vigore. I contemporanei di Mosè e di Giosuè con non
curante indifferenza erano stati spettatori de' più sorprendenti
miracoli. Sotto il peso poi d'ogni genere di calamità, la fede di tanti
miracoli ha preservato gli Ebrei de' tempi posteriori dall'universal
contagio della idolatria, e contro tutti i comuni principj dello spirito
umano, sembra che questo popolo singolare abbia accordato un più forte e
più facile assenso alla tradizione de' suoi remoti antenati, che
all'evidenza de' propri sensi.
La religione Giudaica era mirabilmente atta per la difesa, ma per nulla
accomodata alle conquiste, e par verisimile che il numero de' proseliti
non fosse mai molto maggiore di quel degli apostati. In principio, furon
fatte le divine promesse, ed ingiunto il rito della circoncisione, a
distinzione degli altri, ad una sola famiglia. Allorchè fu moltiplicata
la posterità d'Abramo come le arene del mare, la divinità, che colla
propria bocca le aveva dato un sistema di leggi o di cerimonie, si
dichiarò il proprio o quasi nazionale Dio d'Israele, e separò colla più
gelosa cura il suo popolo favorito dal resto del genere umano. La
conquista della terra di Canaan fu accompagnata da tante mirabili, e
sanguinose circostanze, che i vittoriosi Giudei restarono in uno stato
d'irreconciliabile ostilità con tutti i loro vicini. Era stato comandato
loro di estirpare alcune delle più idolatre tribù, e l'esecuzione della
volontà divina rare volte fu ritardata dalla debolezza della umana
compassione. Ad essi era proibito di contrarre matrimonio o affinità
veruna colle altre nazioni, e la proibizione di ammetterle nel loro
ceto, che in alcuni casi era perpetuo, si estendeva quasi sempre alla
terza, alla settima, ed anche alla decima generazione. Non s'inculcò mai
come un precetto della legge l'obbligo di predicare a' Gentili la fede
di Mosè; nè gli Ebrei si trovavano disposti ad incaricarsene come d'un
volontario dovere. Quest'insocievole popolo nell'ammissione di nuovi
cittadini seguitava piuttosto la vanità propria de' Greci, che la
politica generosa di Roma. I discendenti d'Abramo eran lusingati
dall'opinione di essere i soli eredi dell'alleanza, e temevano di
scemare il valore della loro eredità, se la dividevano troppo facilmente
con gli stranieri della terra. Una comunicazione più estesa coll'uman
genere dilatò le loro cognizioni senza correggere i loro pregiudizi, e
se il Dio d'Israele acquistava qualche nuovo devoto, ciò era dovuto al
genio incostante del politeismo, piuttosto che allo zelo attivo de' suoi
missionari[450]. Sembra, che la religione Mosaica sia stata instituita
per un paese particolare, e per una sola nazione; e se rigorosamente si
fosse osservato il precetto, che ogni maschio tre volte l'anno si
presentasse avanti il Signore Dio, sarebbe stato impossibile che i
Giudei si fossero estesi oltre gli angusti limiti della Terra
Promessa[451]. Si tolse in vero di mezzo simil ostacolo mediante la
distruzione del tempio di Gerusalemme; ma in tal distruzione restò
involta la parte più riguardevole della religione Giudaica; ed i Pagani,
che avevano sempre udito con maraviglia la straordinaria descrizione di
un santuario voto di numi[452], non sapevano immaginare qual esser
potesse l'oggetto, e quali gl'istrumenti di un culto privo di tempj e di
altari, di sacerdoti e di sacrifizi. Pure anche nel loro stato
d'abbassamento, i Giudei, vantando sempre i sublimi ed esclusivi lor
privilegi, evitavano, invece di apprezzare, la società degli stranieri.
Sempre insistevano con inflessibil rigore su quelle parti della legge,
ch'era in lor facoltà di osservare. Le particolari lor distinzioni di
giorni, di cibi, ed una varietà di triviali, quantunque incomode
cerimonie, formavano altrettanti oggetti di avversione e di disgusto per
le altre nazioni, alle abitudini, ed ai pregiudizi delle quali erano
quelle diametralmente contrarie. Il solo penoso, ed anche pericoloso
rito della circoncisione serviva a rimuovere un volenteroso proselito
dalle porte della Sinagoga[453].
In queste circostanze comparve nel mondo il Cristianesimo, armato colla
forza della legge Mosaica, e libero dal peso dei ceppi della medesima.
Fu con ugual premura inculcato nel nuovo non men che nel vecchio sistema
uno zelo esclusivo per la verità della religione e per l'unità di Dio; e
tutto ciò, che di nuovo intorno alla natura ed ai disegni dell'Ente
supremo fu rivelato al genere umano, era adattato a far crescere la
riverenza per quella misteriosa dottrina. Fu ammessa la divina autorità
di Mosè e de' Profeti, ed anche stabilita come la base più stabile del
Cristianesimo. Fin dal principio del mondo erasi annunziata e preparata,
con una serie non interrotta di predizioni, la venuta per lungo tempo
attesa del Messia, il quale, per condiscendere alla grossolana
immaginazione de' Giudei, era stato più frequentemente rappresentato
sotto la figura di Re e di Conquistatore, che sotto quella di Profeta,
di Martire, e di Figlio di Dio. Mediante l'espiatorio sacrifizio di lui,
furono tutti in una volta consumati ed aboliti gl'imperfetti sacrifizi
del Tempio. Alle leggi ceremoniali, che consistevano solamente in segni
e figure, successe un culto spirituale e puro, adattato a tutti i climi
ugualmente che ad ogni condizione di persone; ed al sangue, collo
spargimento del quale s'iniziavano gli uomini, fu sostituita la più
innocente iniziazione dell'acqua. La promessa del favor divino, invece
di essere parzialmente ristretta alla discendenza d'Abramo, fu proposta
universalmente a' liberi ed a' servi, a' Greci ed a' Barbari, agli
Ebrei, ed a' Gentili. Fu sempre riservato per i soli membri della Chiesa
Cristiana qualunque privilegio che dalla Terra sollevar potesse il
proselito al cielo, rinvigorirne la devozione, assicurarne la felicità,
o anche soddisfar quel segreto orgoglio, che sotto l'apparenza di
devozione s'insinua nel cuore umano; ma nel tempo stesso permettevasi,
anzi cercavasi di persuadere ad ognuno di accettare il glorioso
distintivo, che non solamente si offeriva come un favore, ma imponevasi
eziandio come un obbligo. Per un nuovo convertito era un dovere il più
sacro quello di spargere fra' propri amici e parenti l'inestimabil
benefizio, ch'esso avea ricevuto, e di ammonirli che il rifiuto, che ne
avesser fatto, sarebbe stato severamente punito, come una peccaminosa
disubbidienza al volere di una benigna, ma onnipotente Divinità.
La liberazione però della Chiesa da' vincoli della Sinagoga fu un'opera
alquanto lunga e difficile. I Giudei convertiti, che ravvisavano in Gesù
il carattere del Messia predetto da' loro antichi oracoli, lo
rispettavano come un Profeta, che insegnava la virtù e la religione; ma
stavan ostinatamente attaccali alle cerimonie dei loro maggiori, e
desideravano di soggettarvi anche i Gentili, che continuamente
accrescevano il numero dei credenti. Sembra che questi giudaizzanti
Cristiani traessero con qualche plausibilità i loro argomenti dalla
origine divina della legge di Mosè, e dalle immutabili perfezioni del
grande Autore di essa. Sostenevano questi che se l'Ente, il quale è
sempre il medesimo per tutta l'eternità, avesse disegnalo di abolire
que' sacri riti, ch'eran serviti per distinguere il suo Popolo eletto,
sarebbe stata la rivocazione di quelli non meno chiara e solenne, che la
prima loro promulgazione: che invece di quelle frequenti dichiarazioni,
che o suppongono, o assicurano la perpetuità della religione Mosaica, si
sarebbe questa rappresentata, come un piano provvisionale, che doveva
durar solamente fino alla venuta del Messia, il quale avrebbe dimostrato
agli uomini una forma più perfetta di culto e di fede[454]: che il
Messia medesimo, ed i suoi discepoli, i quali conversarono con lui sulla
terra, piuttosto che autorizzare col loro esempio la più minuta
osservanza della Mosaica legge[455], avrebbero pubblicato al mondo
l'abolizione di quelle inutili ed antiquate ceremonie, senza permettere
che il Cristianesimo per tanti anni restasse oscuramente confuso tra le
Sette della Chiesa Giudaica. Simili argomenti pare, che sieno stati
usati in difesa della causa della legge Mosaica spirante; ma l'industria
de' nostri dotti Teologi ha largamente spiegato l'ambiguo linguaggio del
Testamento vecchio, e la dubbiosa condotta dei predicatori apostolici.
Egli era conveniente di sviluppare a grado a grado il sistema
dell'Evangelio, e di pronunziare, colla massima cautela e riservatezza,
una sentenza di condanna, ch'era tanto ripugnante alle inclinazioni, ed
ai pregiudizi degli Ebrei convertiti.
L'Istoria della Chiesa Gerosolimitana somministra una forte prova della
necessità di tali cautele, e della profonda impressione che avea fatto
la Religion Giudaica nelle menti de' suoi seguaci. I primi quindici
Vescovi di Gerusalemme furon tutti Giudei circoncisi; e la
congregazione, a cui presedevano, univa la legge di Mosè colla dottrina
di Cristo[456]. Era naturale, che la primitiva tradizione di una Chiesa,
ch'era stata fondata solo quaranta giorni dopo la morte di Cristo, e
governata quasi altrettanti anni sotto l'immediata inspezione degli
Apostoli, si ricevesse come il modello della retta fede[457]. Le Chiese
lontane si rimettevano assai spesso all'autorità della venerabile loro
madre, e sollevavano con una generosa contribuzione di elemosine le
angustie di essa. Ma quando si stabilirono società numerose ed opulente
nella gran città dell'Impero, come in Antiochia, in Alessandria, in
Efeso, in Corinto, ed in Roma, appoco appoco diminuì la riverenza, che
Gerusalemme aveva inspirato a tutte le colonie Cristiani. I Giudei
convertiti o i Nazareni, come furon chiamati dopo, che avevan gettati i
fondamenti della Chiesa, in breve si trovaron sopraffatti dalla
moltitudine, che sempre cresceva, e che da tutte le diverse religioni
del politeismo arrolavasi alla milizia di Cristo; ed i Gentili, che
avevano, coll'approvazione del loro particolare Apostolo, scosso
l'intollerabil peso delle cerimonie Mosaiche, ricusarono finalmente ai
loro più scrupolosi fratelli quella medesima tolleranza, ch'essi a
principio avevano umilmente implorata per le lor proprie usanze. La
rovina del tempio, della città, della pubblica religione degli Ebrei fu
gravemente sensibile ai Nazareni, come a quelli, che nelle costumanze,
se non nella fede, conservavano un'intima connessione cogli empj lor
nazionali, le disgrazie de' quali, si attribuivano da' Gentili al
disprezzo e da' Cristiani con più ragione allo sdegno del sommo Dio. I
Nazareni si ritirarono dalle rovine di Gerusalemme alla piccola città di
Pella di là dal Giordano, dove languì nella solitudine e nell'oscurità
quell'antica Chiesa più di sessant'anni[458]. Essi avevan sempre la
consolazione di fare frequenti e devote visite alla -Città santa-, e la
speranza di essere un giorno ristabiliti in que' luoghi, che per natura
e per religione eran portati ad amare, non meno che a rispettare. Ma
finalmente, sotto il regno di Adriano, il disperato fanatismo degli
Ebrei pose il colmo alle loro calamità, ed i Romani, esacerbati dalle
ripetute lor ribellioni, esercitarono con insolito rigore i diritti
della vittoria. L'Imperatore fondò una nuova città col nome d'Elia
Capitolina sul monte Sion[459], alla quale concesse i privilegi delle
colonie; ed avendo stabilite le più severe pene contro qualunque Giudeo,
che avesse ardito di accostarsi a' recinti di quella, vi pose la guardia
di una coorte Romana per invigilare all'esecuzione de' suoi comandi. A'
Nazareni restava un solo mezzo di evitare la comun proscrizione, e fu in
quest'occasione assistita la forza della verità dall'influenza di
temporali vantaggi: i medesimi dessero per loro Vescovo Marco, ch'era
Gentile d'origine, e molto probabilmente nativo o dell'Italia o di
qualche provincia Latina. Alle persuasive di lui la maggior parte della
congregazione rinunziò alla legge Mosaica, nella pratica di cui avevano
essi perseverato sopra cent'anni; e mediante questo sacrificio de' loro
usi e pregiudizi furono liberamente ammessi nella colonia d'Adriano, e
si strinse più fortemente la loro unione nella Chiesa Cattolica[460].
Quando gli onori, ed il nome della Chiesa di Gerusalemme si restituirono
al monte Sion, furono imputati agli oscuri avanzi de' Nazareni, che
ricusarono di accompagnare il loro Vescovo Latino, i delitti di eresia e
di scisma. Essi conservaron sempre l'antica loro abitazione di Pella; si
sparsero per i villaggi vicini a Damasco; e formarono una piccola chiesa
nella Città di Berea, o come si dice adesso, d'Aleppo nella Siria[461].
Fu creduto il nome di Nazareno troppo onorevole per que' Cristiani
giudaizzanti, ed in breve, a cagione della supposta povertà del loro
intelletto, non meno che della lor condizione, riceverono il
dispregevole titolo di Ebioniti[462]. Pochi anni dopo il ritorno della
Chiesa di Gerusalemme, s'incominciò a dubitare, se un uomo, che
sinceramente riconoscesse Gesù per Messia, ma continuasse ad osservare
la legge Mosaica, potesse sperar di salvarsi. La dolce indole di
Giustino martire lo faceva inclinare a scioglier tal questione
affermativamente; e quantunque si esprimesse colla più riservata
diffidenza, osò tuttavia di determinarsi a favore di tale imperfetto
Cristiano, qualora fosse contento di praticare in privato le cerimonie
Mosaiche senza pretendere di sostenerne generalmente l'uso, o la
necessità. Ma quando Giustino fu pressato a dichiarare il sentimento
della Chiesa, confessò che vi erano molti fra gli ortodossi Cristiani,
che non solo escludevano i lor giudaizzanti fratelli dalla speranza di
salvazione, ma evitavano ancora ogni commercio con loro ne' comuni
officj di amicizia, di ospitalità, e di vita sociale[463]. La opinione
più rigorosa prevalse, com'era natural di supporre, alla più dolce, e si
alzò una muraglia di separazione per sempre fra i discepoli di Mosè e
quelli di Cristo. Gl'infelici Ebioniti, rigettati da una delle due
religioni come apostati, dall'altra come eretici, si trovaron costretti
ad assumere un carattere più determinato; e sebbene si scoprano fino al
quarto secolo alcune tracce di quella vecchia setta, pure
insensibilmente andarono ad incorporarsi o nella Chiesa o nella
Sinagoga[464].
Mentre la Chiesa ortodossa teneva un giusto mezzo fra l'eccessiva
reverenza, e l'inconveniente disprezzo per la legge di Mosè, diversi
cretini deviarono ugualmente agli opposti estremi della stravaganza, e
dell'errore. Gli Ebioniti avevan concluso dalla riconosciuta verità
della religione Giudaica, ch'essa non poteva esser abolita giammai; ed i
Gnostici dalle supposte imperfezioni della medesima con ugual
precipitazione inferirono che quella non era stata mai instituita dalla
sapienza divina. Vi sono alcune obbiezioni contro l'autorità di Mosè e
de' Profeti, che si presentano troppo facilmente ad uno scettico,
quantunque possan derivare solamente dall'ignoranza, in cui siamo della
remota antichità, e dalla nostra incapacità di formare un adeguato
giudizio della divina economia. Queste obbiezioni furono con impegno
abbracciate, e con ugual protervia sostenute dalla vana scienza dei
Gnostici[465]. Poichè questi eretici erano per la maggior parte alieni
dai piaceri del senso, bruscamente attaccavano la poligamia de'
Patriarchi, le galanterie di David, ed il serraglio di Salomone. Non
sapevano come poter conciliar la conquista della terra di Canaan, e
l'inesorata estirpazione de' nativi abitanti di quella, colle nozioni
comuni di umanità e di giustizia. Ma quando poi esaminavano la
sanguinosa lista dell'uccisioni, dell'esecuzioni e delle stragi, che
macchiano quasi ogni pagina degli annali Giudaici, venivano in
cognizione, che i Barbari della Palestina dimostrato avevano anche verso
i loro nazionali ed amici tanta compassione, quanta ne avevano
esercitata verso i loro idolatri nemici[466]. Da' settarj della legge
passando alla legge medesima, asserivano esser impossibile, che una
religione consistente solo in sanguinosi sacrifizi ed in vane cerimonie,
della quale i premj ed i gastighi eran tutti di una natura carnale e
temporale, inspirasse l'amore della virtù, o raffrenasse l'impeto delle
passioni. Il racconto, che fa Mosè della creazione e della caduta
dell'uomo, trattavasi con profana derisione dai Gnostici, che non
volevano sentir con pazienza parlare del riposo della Divinità dopo
l'opera di sei giorni, nè della costa d'Adamo, del giardino d'Eden,
degli alberi della vita e della scienza, del serpente che parla, del
frutto vietato, e della condanna eterna, pronunziata contro la specie
umana per la venial colpa de' primi progenitori[467]. I Gnostici
empiamente rappresentavano il Dio d'Israele come un ente sottoposto alla
passione ed all'errore, capriccioso ne' suoi favori, implacabile nello
sdegno, e bassamente geloso del superstizioso suo culto, e che limitava
la sua parzial providenza ad un solo popolo, ed alla transitoria vita
presente. In tal carattere non potevano essi ravvisare alcun distintivo
del saggio ed onnipotente Padre dell'Universo[468]. Accordavano che la
religion de' Giudei era alquanto meno empia che l'idolatria de' Gentili;
ma la dottrina loro fondamentale era, che Cristo da essi adorato, come
la prima e più luminosa emanazione della Divinità, comparve sopra la
terra per liberare il genere umano da' vari errori e per rivelare un
-nuovo- sistema di verità o di perfezione. I più dotti fra' Padri, per
una ben singolare condiscendenza, hanno imprudentemente ammesso le
sofistiche sottigliezze dei Gnostici. Riconoscendo che il senso
letterale ripugna ad ogni principio di ragione e di fede, si son creduti
sicuri ed invulnerabili dietro all'ampio velo dell'allegoria, ch'essi
hanno avuta la cura di stendere sopra qualunque minima parte della
narrazione Mosaica[469].
Con maggior ingegno che verità è stato notato, che la virginal purità
della Chiesa non fu mai violata da scisma o da eresia veruna, prima del
regno di Traiano o d'Adriano, che fioriron circa cent'anni dopo la morte
di Cristo[470]. Noi possiamo assai più propriamente osservare, che in
quel tratto di tempo a' seguaci del Messia fu accordato un campo più
libero sì nella fede che nella pratica, di quel che fosse loro permesso
in alcuno de' seguenti secoli. Siccome s'andarono appoco appoco
ristringendo i limiti della comunione, e si esercitava con sempre
maggior rigore la spirituale autorità del partito che prevaleva, molti
de' principali membri della Chiesa, a' quali fu intimato di rinunziare
alle private loro opinioni, s'impegnarono a sostenerle, a tirar delle
conseguenze da' falsi loro principj, e ad alzare apertamente bandiera di
ribellione contro l'unità della Chiesa. I Gnostici si distinguevano come
la parte più culta, più dotta, e più facoltosa del Cristianesimo, e tal
generale denominazione, che indica una superiorità di cognizioni, o ebbe
origine dal lor proprio orgoglio, o ad essi fu ironicamente applicata
dall'invidia de' loro avversari. Essi erano quasi tutti Gentili di
nascita, e sembra, che i primi lor fondatori fosser nativi della Siria o
dell'Egitto, dove il calore del clima disponeva tanto la mente che il
corpo all'indolente contemplativa devozione. I Gnostici mescolavano alla
fede di Cristo molte sublimi ma oscure opinioni, che avevano tratte
dalla filosofia orientale, ed eziandio dalla religione di Zoroastro,
intorno all'eternità della materia, all'esistenza de' due principj, ed
alla misteriosa gerarchia del mondo invisibile[471]. Ingolfati che
furono in quel vasto abisso, lasciaronsi trasportare da una
immaginazione disordinata; e come vari ed infiniti sono i sentieri
dell'errore, i Gnostici si trovarono insensibilmente divisi in più di
cinquanta Sette particolari[472], fra le quali par che le più celebri
siano state quelle de' Basilidiani, de' Valentiniani, de' Marcioniti, e
qualche tempo dopo de' Manichei. Ciascheduna di queste Sette vantava i
propri Vescovi, le proprie Assemblee, i suoi Dottori, e Martiri
particolari[473], ed in luogo de' quattro Evangeli ammessi dalla Chiesa,
gli Eretici allegavano una moltitudine d'istorie, nelle quali si
adattavano le azioni, ed i discorsi di Cristo e degli Apostoli, alle
rispettive loro opinioni[474]. Il progresso dei Gnostici fu rapido ed
esteso[475]: occuparono essi l'Asia e l'Egitto, si stabilirono in Roma,
e penetrarono fin qualche volta nelle province dell'Occidente. Per la
maggior parte insorsero nel secondo secolo; fiorirono durante il terzo;
e furon soppressi nel quarto, o quinto per cagione delle controversie
più moderne, che prevalsero, e del superiore ascendente della potestà
Imperiale. Quantunque però disturbassero continuamente la pace della
Chiesa, e spesso degradassero l'onor della religione, contribuirono ciò
nonostante a promuovere piuttosto che a ritardare il progresso del
Cristianesimo. I convertiti Gentili, i più forti pregiudizi ed
obbiezioni de' quali dirigevansi contro la legge di Mosè, potevano
essere ammessi in molte società Cristiane, che non esigevano dalle loro
non istruite menti alcuna credenza di antecedenti rivelazioni. La loro
fede appoco appoco si fortificava e si estendeva, e la Chiesa in ultimo
veniva a far la conquista de' suoi più inveterati nemici[476].
Ma per quanto diverse fossero le opinioni tra gli Ortodossi, gli
Ebioniti ed i Gnostici rispetto alla divinità, o all'obbligazione della
legge Mosaica, essi erano però tutti ugualmente animati dall'istesso
zelo esclusivo, e dall'istesso abborrimento per l'idolatria, che aveano
distinto i Giudei dalle altre nazioni dell'antichità. Un filosofo, che
risguardava il sistema del politeismo come una mera composizione
dell'umana frode e dell'errore, poteva coprire un sorriso di sprezzo
sotto la maschera della devozione, senza temere che la condiscendenza, o
lo scherno esporre lo potesse allo sdegno di alcun invisibile, o
com'egli supponeva, immaginario potere. Ma da' primitivi Cristiani si
riguardavano le già stabilite religioni del Paganesimo in un aspetto
molto più odioso e formidabile. Era sentimento universale sì della
Chiesa che degli Eretici, che i demonj fosser gli autori, i
patrocinatori, e gli oggetti dell'idolatria[477]. Era sempre permesso a
quegli spiriti ribelli, ch'erano stati deposti dallo stato d'angeli, e
precipitati nel baratro infernale, di vagare sopra la terra per
tormentare i corpi, e sedurre le menti de' malvagi. I demonj conobbero
tosto la natural propensione del cuore umano verso la devozione, e ne
abusarono, artificiosamente alienando gli uomini dall'adorazione del
loro Creatore, ed usurpando il luogo e gli onori dovuti al sommo Dio.
Mediante l'effetto delle maliziose loro arti, soddisfecero la propria
lor vanità e vendetta, ed ottennero nel tempo stesso il solo conforto,
di cui essi erano ancor suscettivi, cioè la speranza di render partecipe
la specie umana della lor colpa e miseria. Si asseriva, o almeno si
supponeva, che si fossero distribuiti fra loro i più importanti
caratteri del politeismo, avendo l'uno assunto il nome e gli attributi
di Giove; un altro di Esculapio, un terzo di Venere, ed un quarto forse
d'Apollo[478]; e che mediante la lunga loro esperienza ed aerea natura,
fosser capaci di eseguire con sufficiente perizia e dignità le parti,
che avevan preso a rappresentare. Si celavano essi ne' tempj;
instituivano feste e sacrifizi; inventavano favole; pronunziavan
oracoli; e spesso credevasi, che facessero de' miracoli. I Cristiani,
che per mezzo degli spiriti maligni potevano così facilmente spiegare
ogni sovrannaturale apparenza, eran disposti, ed anche desideravan
d'ammettere le più stravaganti finzioni della pagana mitologia. Ma la
professione di Cristiano le facea risguardar con orrore; si ravvisava il
più tenue segno di rispetto pel culto nazionale come un omaggio
direttamente prestato al demonio, e come un atto di ribellione contro la
maestà di Dio.
In conseguenza di tal opinione il primo e più difficil dovere per un
Cristiano era quello di mantenersi puro ed intatto da ogni pratica
d'idolatria. La religione delle nazioni non era solamente una dottrina
speculativa, che si professasse nelle scuole, o si predicasse ne' tempj:
le innumerabili divinità e cerimonie del politeismo erano strettamente
frammischiate con ogni genere di affari o di piaceri, sì della vita
privata che della pubblica; e sembrava impossibile d'evitarne
l'osservanza, senza rinunciare nel tempo stesso al commercio dell'uman
genere, ed a tutti gli uffizi e divertimenti della società[479].
Gl'importanti trattati di pace e di guerra eran preparati o conclusi con
solenni sacrifizi, a' quali il Magistrato, il Senatore, e il soldato
dovevan presedere, o aver parte[480]. I pubblici spettacoli formavano
una parte essenziale della gioconda devozione de' Pagani, e supponevasi
che gli Dei accettassero col maggior gradimento i giuochi, che dal
Principe e dal Popolo si celebravano in onore delle particolari lor
feste[481]. I Cristiani, che con pio orrore sfuggivano l'abominazione
del circo o del teatro, trovavansi circondati da lacci infernali, ogni
volta che in un geniale trattenimento i loro nemici, nell'atto di
invocare gli Dei ospitali, facevano libazioni alla salute l'uno
dell'altro[482]. Quando nella pompa dell'imeneo, la sposa, resistendo
con affettata ripugnanza, veniva forzata ad entrar nella soglia della
sua nuova abitazione[483], o quando lentamente muovevasi la trista
processione di un cadavere verso il funereo rogo[484]; in queste
interessanti occasioni era costretto il Cristiano ad abbandonar le
persone più care che avesse, piuttosto che rendersi reo della colpa,
inerente a quegli empi riti. Qualunque arte e commercio, che avesse il
minimo legame colla formazione, o coll'adornamento degl'Idoli,
contaminavasi dalla macchia dell'idolatria[485]; sentenza ben rigida,
mentre condannava la massima parte del popolo, che s'impiega
nell'esercizio delle arti liberali e meccaniche, ad un'eterna miseria.
Se gettiamo gli occhi sopra i copiosi avanzi dell'antichità,
osserveremo, che oltre le immediate rappresentazioni degli Dei, e
gl'istrumenti sacri del loro culto, s'introdussero l'eleganti figure, e
le piacevoli finzioni, consacrate dall'immaginazione de' Greci, come i
più ricchi ornamenti delle case, degli abiti, e delle masserizie de'
Pagani[486]. Fino le arti della musica, della pittura, dell'eloquenza e
della poesia riconoscevano la medesima origine impura. Secondo il
linguaggio de' Padri, Apollo e le Muse erano gli organi dello spirito
infernale; Omero e Virgilio i primi fra i servi di lui; e la bella
mitologia, che penetra ed anima le composizioni de' loro ingegni, è
destinata a celebrar la gloria dei demonj. Il comune idioma stesso della
Grecia e di Roma abbondava di empie famigliari espressioni, le quali era
facile che dall'inavvertito Cristiano o fosser con troppa negligenza
adoperate, o udite troppo parzialmente[487].
Le pericolose tentazioni, che da ogni parte stavano in agguato per
sorprender l'incauto credente, l'assalivano con doppia violenza ne'
giorni di solenni festività. Questi erano immaginati e disposti nel
corso dell'anno con tale artifizio, che la superstizione portava sempre
seco l'apparenza del piacere; e spesso quella della virtù[488]. Varie
fra le più sacre solennità del Rituale Romano eran destinate a salutare
con voti di pubblica e di privata felicità le nuove calende di Gennaio,
a risvegliare la pia rimembranza dei morti e dei vivi, e sempre più
stringere i vincoli inviolabili della proprietà, ed applaudire nel
ritorno della primavera alla genial potenza della fecondità, a
perpetuare le due più memorabili epoche di Roma, la fondazione della
città, e quella della repubblica, ed a restituire nel tempo della
piacevole licenza de' Saturnali la primitiva uguaglianza dell'uman
genere. Può concepirsi una idea dell'abborrimento de' Cristiani per tali
empie cerimonie da quella scrupolosa delicatezza, ch'essi dimostravano
in ogni anche più leggiera occasione. Era costume degli antichi, ne'
giorni di generale festività, di adornare le loro porte con lampadi e
rami di lauro, e di coronarsi il capo con ghirlande di fiori. Si poteva
forse tollerare quest'elegante ed innocente usanza, come una pura
instituzione civile. Ma disgraziatamente accadde, che le porte delle
case trovavansi protette dagli Dei domestici, che il lauro era
consacrato all'amante di Dafne, e che le ghirlande di fiori, quantunque
spesso adoperate come un segno di letizia o di duolo, nella lor prima
origine si eran destinate all'uso della superstizione. I timorosi
Cristiani, che si lasciavan persuadere in tali casi a condiscendere al
costume del lor paese, ed a' comandi de' Magistrati, soggiacevano alle
più tetre apprensioni, che provenivano da' rimproveri della lor propria
coscienza, dalle censure della Chiesa e dall'annunzio della divina
vendetta[489].
Tal era la premurosa diligenza, che richiedevasi per guardare la purità
del Vangelo dall'infetto alito dell'idolatria. I seguaci della religion
dominante eran trascurati, per educazione e per abito, nel praticar le
superstiziose osservanze de' pubblici e privati riti; ma ogni volta, che
questi si facevano, somministravano a' Cristiani l'opportunità di
dichiarare e di confermare la zelante loro opposizione. Per mezzo di
tali frequenti proteste, di continuo si fortificava il loro attaccamento
alla fede, ed a misura che cresceva lo zelo, essi combattevano con più
ardore e successo nella santa guerra, che avevano intrapreso a fare
contro l'impero de' demonj.
II. Le opere di Cicerone[490] rappresentano co' colori più vivi
l'ignoranza, gli errori e l'incertezza degli antichi filosofi rispetto
all'immortalità dell'anima. Quando essi vogliono armare i lor discepoli
contro il timor della morte, inculcano loro come un'ovvia e malinconica
tesi, che il fatal colpo del nostro discioglimento ci libera dalle
calamità della vita, e che più non soffre chi più non esiste.
Contuttocciò v'erano alcuni pochi Saggi della Grecia e di Roma, che
avevan concepito un'idea più nobile, ed in qualche modo più giusta della
natura dell'uomo; quantunque bisogna confessare, che in tal sublime
ricerca il lor raziocinio era spesso guidato dall'immaginazione, e
questa eccitata dalla lor vanità. Allorchè si compiacevano in osservar
l'estensione delle proprie intellettuali potenze, allorchè esercitavano
le diverse facoltà della memoria, della fantasia, del giudizio nelle
speculazioni le più profonde, o ne' lavori di maggior importanza, e
quando riflettevano al desiderio della fama, che li trasportava ne'
futuri secoli molto al di là de' confini della morte e del sepolcro, non
eran inclinati a confonder se stessi colle bestie del campo, o a
supporre che un ente, per la dignità del quale nutrivano la più sincera
ammirazione, dovesse limitarsi ad un punto della superficie terrestre o
ad una durata di pochi anni. Con questa favorevole prevenzione
chiamavano anche in lor soccorso la scienza, o piuttosto il linguaggio
de' metafisici. Essi ben presto scoprirono, che, siccome niuna delle
proprietà della materia può applicarsi alle operazioni della mente,
l'anima umana per conseguenza debb'essere una sostanza distinta dal
corpo, pura, semplice e spirituale, incapace di scioglimento e
suscettibile del più alto grado di virtù e di felicità, subito che si
trovi libera dalla corporea prigione. Da questi nobili e speciosi
principj, i filosofi, che seguitavano le tracce di Platone, dedussero
una conseguenza non giusta nel sostenere che fecero l'immortalità non
solo in futuro, ma anche l'antecedente eternità dello spirito umano,
ch'essi erano troppo propensi a risguardare come una parte dell'ente
infinito ed esistente per se medesimo, il quale penetra e sostien
l'Universo[491]. Una dottrina tanto superiore ai sensi ed all'esperienza
dell'uman genere, poteva servire ad occupare piacevolmente l'ozio di una
mente filosofica, o a dare nel silenzio della solitudine un raggio di
conforto alla scoraggiata virtù; ma la debole impressione, ricevuta
nelle scuole, veniva in breve cancellata dal commercio e da negozi della
vita civile. Noi abbiam sufficiente notizia delle persone più eminenti,
che fiorirono al tempo di Cicerone e de' primi Cesari, delle loro
azioni, de' loro caratteri o de' loro motivi d'operare, per assicurarci
che la lor condotta in questa vita non fu mai regolata da una seria
persuasione dei premj o delle pene di uno stato futuro. Nel Foro e nel
Senato di Roma gli oratori più abili non temevano di offendere i loro
uditori con rappresentare quella dottrina come un'oziosa e stravagante
opinione, che rigettavasi con disprezzo da qualunque persona di culta
educazione e d'ingegno[492].
Poichè dunque i più alti sforzi della filosofia non possono estendersi
ad altro, che ad indicar debolmente il desiderio, la speranza, o al più
la probabilità di una vita futura, non v'è che una rivelazione divina
che assicurar possa l'esistenza, e descriver la natura di
quell'invisibil paese, ch'è destinato a ricever gli spiriti umani dopo
la lor separazione da' corpi. Ma facilmente si ravvisano molti difetti
inerenti alle comuni religioni della Grecia e di Roma, che le rendevano
molto inadeguate ad una sì difficile impresa. I. Il general sistema
della lor mitologia non era sostenuto da alcuna solida prova, ed i più
saggi fra' Pagani avevano già rinunziato alla mal usurpata autorità di
essa. II. Erasi abbandonata la descrizione delle infernali regioni alla
fantasia de' pittori e de' poeti, che le avevano popolate di tanti
mostri e fantasmi, i quali distribuivano con sì poca equità i premj e le
pene, che tal solenne verità, la più coerente al cuore umano, restava
oppressa e posta in cattivo aspetto dall'assurdo miscuglio delle più
strane finzioni[493]. III. La dottrina di uno stato avvenire appena
risguardavasi, fra' devoti politeisti della Grecia e di Roma, come un
articolo fondamentale di fede. Siccome la previdenza degli Dei
riferivasi alle pubbliche società, piuttosto che agli individui privati,
essa principalmente si spiegava sul visibil teatro del mondo presente.
Le preghiere, che si facevano agli altari di Giove e di Apollo,
esprimevano l'ansietà de' loro adoratori per la felicità temporale, e la
loro ignoranza, o indifferenza per la vita futura[494]. Inculcavasi
l'importante verità dell'immortalità dell'anima con maggior premura, e
successo nell'India, nell'Assiria, nell'Egitto e nella Gallia; e poichè
non possiamo attribuire tal differenza alle superiori cognizioni de'
Barbari, la dobbiamo ascrivere all'influenza dello stabilimento di un
sacerdozio, che impiegava i motivi della virtù, come istrumenti
dell'ambizione[495].
Potrebbe naturalmente aspettarsi, che un principio, così essenziale alla
religione, stato fosse ne' più chiari termini rivelato al popolo eletto
della Palestina, e sicuramente affidato all'ereditario sacerdozio di
Aronne. Noi dobbiamo adorare le misteriose disposizioni della
Providenza[496], osservando, che la dottrina dell'immortalità dell'anima
si omette nella legge di Mosè, viene oscuramente indicata da' Profeti, e
pel lungo tratto di tempo, che passò fra la schiavitù dell'Egitto, e
quella di Babilonia, sembra, che i timori e le speranze de' Giudei
limitate fossero agli angusti confini della vita presente[497]. Dopo che
Ciro ebbe permesso all'esiliata nazione di ritornar nella Terra
Promessa, e che Esdra ebbe ristaurato le antiche memorie della sua
religione, appoco appoco si formarono in Gerusalemme due celebri Sette,
quella cioè de' Farisei, e quella de' Sadducei[498]. Questi, che
facevano la parte più ricca e distinta della società, erano strettamente
attaccati al letteral senso della legge Mosaica, e scrupolosamente
rigettavano l'immortalità dell'anima, come un'opinione non autorizzata
dal libro divino, ch'essi veneravano, come l'unica regola della lor
fede. I Farisei poi combinavano l'autorità della tradizione con quella
della scrittura, e sotto nome di tradizione ammettevano molte massime
speculative, tratte dalla filosofia o dalla religione delle nazioni
orientali. Le dottrine del fato o della predestinazione, degli angeli o
spiriti, o di uno stato futuro di premj e di pene entraron nel numero di
questi nuovi articoli di fede; e siccome i Farisei per l'austerità de'
loro costumi avevan tirato al lor partito il corpo del popolo Ebraico,
il sentimento dell'immortalità dell'anima prevalse nella Sinagoga sotto
il regno de' Principi e Pontefici Asmonei. L'indole de' Giudei non era
capace di contentarsi di quel freddo e languido assenso, che avrebbe
potuto soddisfar la mente d'un politeista; e subito che ammisero l'idea
d'uno stato futuro, l'abbracciarono con quello zelo, che ha sempre
formato il carattere della nazione. Questo però niente aggiungeva
all'evidenza, o anche alla probabilità della vita immortale, ed era
tuttavia necessario, che tal dottrina, dettata dalla natura, approvata
dalla ragione, e dalla superstizione ricevuta, ottenesse la sanzione di
verità divina dall'autorità e dall'esempio di Cristo.
Quando si propose agli uomini la promessa di una eterna felicità a
condizione di adottar la fede e di osservare i precetti dell'Evangelio,
non è maraviglia che venisse accettata un'offerta sì vantaggiosa da un
gran numero di persone di ogni religione, di ogni condizione, e di ogni
provincia nell'Impero Romano. I primi Cristiani erano animati da tal
disprezzo per la loro esistenza attuale, e da tal giusta fiducia
dell'immortalità, che la dubbiosa ed imperfetta fede de' moderni tempi
non ce ne può dare alcun adeguata nozione. L'influsso della verità nella
primitiva Chiesa veniva molto efficacemente avvalorato da un'opinione,
che per quanto possa meritar rispetto a motivo della sua antichità e
utilità, non si è trovata conforme all'esperienza. Si credeva
universalmente che fosse vicina la fine del mondo ed il regno del Cielo.
L'approssimazione di questo mirabil evento era stata predetta dagli
Apostoli; se n'era conservata la tradizione da' loro più antichi
discepoli; e quelli, che intendevano i discorsi di Cristo medesimo nel
puro senso letterale, eran costretti ad aspettar la seconda gloriosa
venuta del Figliuol dell'uomo nelle nuvole, prima che fosse totalmente
estinta quella generazione, che aveva veduto l'umile condizione di lui
sopra la terra, e che potè anche veder la calamità de' Giudei sotto
Vespasiano o Adriano. Il giro di diciassette secoli ci ha insegnato a
non prender troppo strettamente il misterioso linguaggio della profezia
e della rivelazione. Ma fintantochè per saggi fini quest'errore si
lasciò sussistere nella Chiesa, esso produsse gli effetti più salutari
nella fede e nella pratica de' Cristiani, che vivevano nella terribile
aspettazione di quel momento, nel quale il globo medesimo, e tutte le
varie nazioni avrebber tremato all'apparire del Divino lor Giudice[499].
Colla seconda venuta di Cristo era intimamente connessa l'antica e
popolar dottrina de' Millenarj. Siccome si eran terminate in sei giorni
le opere della creazione, così la lor durata nello stato presente,
secondo una tradizione attribuita al profeta Elia, fissavasi al corso di
seimila anni[500]. S'inferiva dall'analogia medesima, che a questo lungo
tratto di travaglio e di contenzione, ch'allora trovavasi quasi al
termine[501], sarebbe succeduto un lieto sabbato di mille anni; e che
Cristo, colla schiera trionfante de' santi e degli eletti che avevano
evitato la morte o erano miracolosamente risuscitati, regnerebbe sopra
la terra fino al tempo determinato per l'ultima e generale risurrezione.
Tale speranza riusciva così lusinghiera pe' credenti, che la -Nuova
Gerusalemme-, che doveva esser la sede di questo beato regno, era
vivamente adornata co' più brillanti colori dell'immaginazione. Una
felicità, consistente solamente in puri e spirituali piaceri, sarebbe
paruta troppo raffinata per gli abitatori di quella, i quali si
supponevano tuttavia forniti della natura e de' sensi umani. Un giardino
d'Eden, co' diletti della vita pastorale, non era più conforme ai
progressi che si eran fatti nello stato di società sotto il Romano
Impero. Fu dunque immaginata una città tutta d'oro e di pietre preziose
con una soprannaturale abbondanza di uva e di grano nel territorio
adiacente; i quali spontanei prodotti si sarebber liberamente goduti da
quel felice e buon popolo senz'esser giammai molestato da veruna gelosa
legge di esclusivo dominio[502]. Si ebbe tutta la premura di assicurar
l'esistenza di questo millenario periodo da una serie di Padri,
incominciando da Giustino martire[503] e da Ireneo, che conversarono
cogl'immediati discepoli degli Apostoli, fino a Lattanzio, che fu
maestro del figliuolo di Costantino[504]. Sostengono tutti, e descrivono
tal sistema come ricevuto dal consenso generale de' Cristiani de' loro
tempi; e sembra così bene adattato a' desiderj ed alle apprensioni degli
uomini, che deve in grandissima parte aver contribuito ai progressi
della fede Cristiana. Ma quando l'edifizio della Chiesa fu quasi al
termine, si tolse di mezzo il sostegno ch'era servito un tempo per
comodo della fabbrica. La dottrina dal regno di Cristo sopra la terra
s'incominciò a risguardare come una profonda allegoria, quindi a grado a
grado come una dubbiosa ed inutile opinione, e finalmente fu rigettata
come un'assurda invenzione dell'eresia e del fanatismo[505]. Una
profezia misteriosa, che tuttavia forma una parte del canone sacro, ma
che si credea favorevole alla condannata opinione, potè appena scansare
la proscrizione della Chiesa[506].
Nel tempo che promettevasi a' discepoli di Cristo la felicità, e la
gloria d'un Regno temporale, si annunziavano contro il mondo infedele le
più terribili calamità. L'edificazione della nuova Gerusalemme dovevasi
avanzare con ugual passo, che la distruzione della mistica Babilonia; e
finchè gl'Imperatori, che regnarono avanti Costantino, continuarono a
professare l'idolatria, s'applicava il nome di Babilonia alla città ed
all'impero di Roma. Era già preparata una regolar serie di tutte le
fisiche e morali sciagure, che possono affliggere una florida nazione,
vale a dire l'interna discordia, e l'invasione delle più fiere barbare
genti dalle incognite regioni del Norte, la peste e la fame, le comete e
l'ecclissi, le inondazioni ed i terremoti[507]. Tutti questi non erano
che tanti preparatorj e spaventevoli segni della gran catastrofe di
Roma, allorchè la patria degli Scipioni, e de' Cesari doveva esser
consumata da una fiamma celeste, e la città de' Sette Colli co' suoi
palazzi, tempj, ed archi trionfali restar sommersa in un ampio lago di
fuoco e di zolfo. Poteva però servire di qualche consolazione alla
vanità Romana il riflettere, che il termine del proprio Impero sarebbe
stato anche quello del mondo stesso, il quale come una volta era perito
per mezzo dell'elemento dell'acqua, così era destinato a soffrire una
seconda subitanea distruzione mediante quello del fuoco. In tale
opinione di un generale incendio la fede Cristiana molto felicemente si
conciliava colla tradizione orientale, colla filosofia degli Stoici, e
coll'analogia della natura; ed il paese medesimo, che per motivi
religiosi era stato scelto per esser l'origine e la principale scena
dell'incendio, era il più a proposito per tal disegno, attese le cagioni
fisiche e naturali di profonde caverne, che vi si trovano, di strati di
zolfo e di numerosi vulcani, de' quali non sono che una molto imperfetta
immagine quelli dell'Etna, del Vesuvio e di Lipari. Il più tranquillo ed
intrepido scettico non poteva esimersi dall'accordare, che la
distruzione del presente sistema del mondo per mezzo del fuoco era in se
stessa probabilissima. Il Cristiano, che fondava la propria fede molto
meno su' fallaci argomenti della ragione, che sull'autorità della
tradizione, e sulla interpretazione della Scrittura, l'aspettava con
terrore e fiducia come un evento certo e vicino; ed avendo la mente
continuamente occupata da tal solenne idea, considerava ogni disastro, a
cui soggiaceva l'Impero, come un infallibil sintomo del mondo
spirante[508].
Sembra che la condanna de' più saggi e virtuosi Pagani per cagione della
loro ignoranza o miscredenza della verità divina, offenda l'umanità e la
ragione del presente secolo[509]. Ma la primitiva Chiesa, la cui fede
era di una molto stabile tempra, condannò senza esitare ai tormenti
eterni la massima parte della specie umana. Poteva per avventura
concedersi una caritatevole speranza in favore di Socrate, o di alcuni
altri Savi dell'Antichità, che avevan consultato il lume della ragione,
avanti che sorgesse quello dell'Evangelio[510]. Ma di comun consenso
asserivasi, che quelli, i quali dopo la nascita o la morte di Cristo
avevan ostinatamente perseverato nel culto de' demonj, non meritavano, e
non potevano aspettare il perdono dell'irata giustizia di Dio. Questi
rigidi sentimenti, ch'erano incogniti agli antichi, par che abbiano
sparso un certo spirito di amarezza in un sistema di amore e di armonia.
Spesse volte si rompevano i vincoli del sangue e dell'amicizia dalla
differenza di religione, ed i Cristiani, che in questo mondo trovavansi
oppressi dal poter de' Pagani, erano qualche volta dal risentimento, e
dallo spirituale orgoglio portati a dilettarsi nel prospetto del futuro
loro trionfo. «Voi che siete appassionati per gli spettacoli (esclama
con forza Tertulliano) attendete lo spettacolo più grande di tutti,
l'ultimo ed eterno giudizio dell'universo. Come sarò sorpreso, come
riderò, esulterò, e sarò lieto allor che vedrò tanti orgogliosi Monarchi
ed immaginati Dei gementi nel più profondo abisso dell'oscurità! tanti
Magistrati, che perseguitarono il nome del Signore, penetrati da fuochi
molto più veementi di quelli, ch'essi mai adoperaron contro i Cristiani!
tanti saggi filosofi arroventarsi nelle vive fiamme insieme co' delusi
loro scolari! tanti celebri poeti tremare avanti al tribunale non giù di
Minosse, ma di Cristo! tanti tragici, più risuonanti nell'espressione
de' lor tormenti! tanti danzatori....» Ma l'umanità del lettore mi
permetterà di tirare un velo sul rimanente di questa infernal
descrizione, che lo zelante Affricano prosegue con una lunga serie di
affettati e spiritosi concetti[511].
V'erano senza dubbio molti fra' primi Cristiani di un carattere più
conforme alla dolcezza e carità della lor professione. V'erano molti,
che sentivano una sincera compassione pel pericolo de' lor amici e
nazionali, e che usavano il più amorevole zelo per salvarli
dall'imminente rovina. Il trascurato politeista, assalito da nuovi ed
inaspettati terrori, contro i quali nè i suoi Sacerdoti, nè i suoi
Filosofi potevan dargli alcuna protezione sicura, era bene spesso
spaventato e vinto dalla minaccia degli eterni tormenti. I timori di lui
servivan facilmente di aiuto ai progressi della fede e della ragione; e
se una volta inducevasi a sospettare, che potesse la religion Cristiana
esser vera, diveniva facile il convincerlo, che la professione di questa
era il più sicuro e prudente consiglio a cui si potesse appigliare.
III. I doni soprannaturali, che anche in questa vita si attribuivano a'
Cristiani sopra il resto del genere umano, debbono aver molto
contribuito alla propria loro consolazione, ed assai frequentemente alla
persuasione degl'Infedeli. Oltre i prodigi accidentali, che potevano
qualche volta effettuarsi dall'immediata operazione di Dio, allorchè
sospendeva le leggi della natura per servigio della religione, la Chiesa
Cristiana fin dal tempo degli Apostoli e de' primi loro discepoli[512]
si è arrogata una successione non interrotta di facoltà miracolose, come
il dono delle lingue, delle visioni, e della profezia, il potere di
scacciare i demonj, di sanare gli ammalati, e di risuscitare i morti. Si
comunicava frequentemente a' contemporanei d'Ireneo la cognizione delle
lingue straniere, quantunque Ireneo medesimo dovesse contrastare colle
difficoltà di un dialetto barbaro, quando predicava il Vangelo ai popoli
della Gallia[513]. Si rappresenta l'inspirazion divina, o fosse questa
comunicata per via di visione, in sogno o in vigilia, come un favore
assai liberamente concesso ad ogni classe di fedeli, alle donne
ugualmente che a' vecchi, a' fanciulli non meno che a' Vescovi. Quando
le devote lor menti eran preparate abbastanza da una quantità di
preghiere, di digiuni, e di vigilie a ricever l'impulso straordinario,
venivan trasportati fuor de' lor sensi, ed, assorti in estasi,
esponevano ciò ch'era loro inspirato, essendo puri organi dello Spirito
Santo, appunto come lo è una canna o un flauto, rispetto a quello che vi
soffia dentro[514]. Si può aggiungere che lo scopo di queste visioni era
quello per la massima parte o di svelare i futuri eventi, o di regolare
l'attuale amministrazion della Chiesa. L'espulsione de' demonj da' corpi
di quegl'infelici, ch'essi avevano avuto la permissione di tormentare,
si risguardava come un segnalato, quantunque ordinario, trionfo della
religione, ed è più volte allegato dagli antichi Apologisti come la
prova più convincente della verità del Cristianesimo. Per ordinario
questa terribile cerimonia si faceva in pubblico ed in presenza di un
gran numero di spettatori; veniva liberato il paziente dal potere e
dall'arte dell'esorcista, ed il demonio, superato, si udiva confessare,
ch'esso era uno de' favolosi Dei dell'antichità, che aveva empiamente
usurpato le adorazioni dell'uman genere[515]. Ma la cura miracolosa
delle più inveterate ed anche non naturali malattie non può cagionarci
sorpresa veruna, se riflettiamo che al tempo d'Ireneo, cioè verso il
fine del secondo secolo, il risuscitare un morto era ben lontano dal
risguardarsi come un evento straordinario, che tal miracolo
frequentemente facevasi nelle necessarie occasioni per mezzo di gran
digiuni, e delle preghiere insieme unite della Chiesa del luogo, dove
occorreva di farsi; e che le persone, in tal modo restituite in vita per
le loro preci, vivevano dopo quel tempo fra loro molt'anni[516]. In un
tempo, in cui la fede poteva vantare tante maravigliose vittorie sopra
la morte, sembra difficile a render ragione dello scetticismo di que'
filosofi, che tuttavia rigettavano e deridevano la dottrina della
risurrezione. Un nobile Greco aveva ridotto a questo punto importante
tutta la controversia, ed avea promesso a Teofilo, Vescovo d'Antiochia,
che se poteva esser soddisfatto colla vista di una sola persona, che si
fosse attualmente fatta risorgere da morte a vita, immediatamente
avrebbe abbracciato la religione di Cristo. Egli è un poco
straordinario, che un Prelato della prima Chiesa Orientale, per quanto
bramoso fosse della conversione del suo amico, stimasse proprio di
evitare una sì bella, e ragionevol disfida[517].
I miracoli della primitiva Chiesa, dopo d'aver ottenuta l'approvazione
di più secoli, sono stati ultimamente attaccati da una molto libera ed
ingegnosa opera[518], la quale, sebbene abbia incontralo la più
favorevole accoglienza dal pubblico, par che abbia eccitato un generale
scandalo fra i Teologi della nostra, non meno che delle altre Chiese
protestanti d'Europa[519]. Sulle diverse nostre opinioni rispetto a
quest'articolo potrà molto meno influire alcun particolare argomento,
che l'abitudine de' nostri studi e delle nostre riflessioni, e sopra
tutto quel grado d'evidenza che noi medesimi siamo soliti di esigere per
provare un fatto miracoloso. Il dovere d'uno storico non è d'interporre
il suo privato giudizio in questa delicata ed importante controversia;
ma egli non deve dissimular la difficoltà di adottare una teoria, che
possa conciliar l'interesse della religione con quello della ragione, di
farne un'applicazione giusta, e di definire con precisione i limiti di
quel fortunato periodo, libero dall'errore e dall'inganno, fino al quale
possiamo estendere il dono delle facoltà soprannaturali. Dal primo de'
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