[420] -Cod. Theodos.- lib. XI. Tit. 27. Tom. IV. p. 188 con le osservazioni del Gottofredo. Vedi anche lib. V. Tit. 7. 8. [421] -Omnia foris placita, domi prospera, annonae ubertate, fructuum copia- (-Paneg. Vet. X. 58-). Quest'orazione di Nazario fu pronunziata il giorno de' Quinquennali de Cesari, cioè il primo di Marzo dell'anno 321. [422] Vedasi l'editto di Costantino indirizzato al popolo Romano nel Cod. Teodosiano lib. IX. Tit. 24. Tom. 3. p. 189. [423] Il figliuolo di Costantino assegna molto a proposito la vera causa di questa revocazione «-ne sub specie atrocioris judicii aliqua in ulciscendo crimine dilatio nasceretur-». Cod. Theodos. Tom. III. p. 193. [424] Eusebio (-in vit. Const.- l. III. c. 1.) osa affermare che durante il regno del suo Eroe la spada della giustizia restò oziosa nelle mani de' Magistrati. Eusebio stesso però (lib. IV. c. 29-54) ed il Codice Teodosiano ci fan conoscere, che quest'eccessiva dolcezza non era dovuta alla mancanza nè di atroci delinquenti, nè di leggi penali. [425] Nazario -Paneg. Vet.- IX. Si trova espressa in alcune medaglie la vittoria di Crispo sugli Alemanni. [426] Vedi Zosimo l. II. p. 93, 94, quantunque non sia la narrazione di quell'Istorico nè coerente, nè chiara. Il panegirico di Optaziuno (c. 13.) rammenta l'alleanza de' Sarmati co' Carpi e coi Goti, e indica i diversi campi di battaglia. Si suppone che i giuochi Sarmatici, che si celebravano nel mese di Novembre, avessero avuto origine dal buon successo di questa guerra. [427] Ne' Cesari di Giuliano (p. 329, Comment. di Spanemio p. 252.) Costantino si vanta d'aver ricuperato la provincia della Dacia, soggiogata già da Traiano; ma soggiunge Sileno, che le conquiste di Costantino erano come i giardini d'Adone, che languiscono e si seccano quasi nel momento stesso che nascono. [428] Giornand. -de reb. Getic.- c. 21. Io non so quanto possiam fidarci della sua autorità. Un'alleanza di questa sorta ha un'aria molto recente, e difficilmente si può applicare alle massime, elle si avevano al principio del quarto secolo. [429] Eusebio -in vit. Constant.- l. 1. c. 8. Questo passo però è preso da una generale declamazione sulla grandezza di Costantino, ma da alcun racconto speciale della guerra Gotica. [430] -Constantinus tamen, vir ingens, et omnia efficera nitens, quae animo preparasset, simul Principatum totius orbis affectans, Licinio bellum intulit.- Eutrop. X. 5, Zosimo l. II. p. 89. Le ragioni, ch'essi hanno addotto per la prima guerra civile, possono applicarsi piuttosto alla seconda. [431] Zosimo l. II. p. 94, 95 [432] Costantino avea gran cura di concedere privilegi e sollievi a' suoi veterani compagni (conveterani) com'egli comincia in questo tempo a chiamarli (Vedi il Codi. Teodosian. lib. VII. Tit. 20. Tom. II. p. 419, 429.). [433] Quando gli Ateniesi avevan l'impero del mare, la loro flotta era composta di trecento, e dopo di quattrocento galere a tre ordini di remi, tutte ben allestite, e pronte all'immediato servizio. L'arsenale, fatto nel porto di Pireo, costò alla Repubblica mille talenti, che sono quattrocentoquarantamila zecchini. Vedi Tucidide -de bell. Pelloponnes.- lib. II. c. 13 e Meursio -de fortificat. Attica-, c. 19. [434] L. II. p. 95, 96. Nel frammento Valesiano descrivesi tal battaglia brevemente, ma con chiarezza: -Licinius vero circa Hadrianopolim maximo exercitu latera ardui montis impleverat: illuc toto agmine Constantinus inflexit. Cum bellum terra marique traheretur, quamvis per arduum suis nitentibus, attamen disciplina militari et felicitate, Constantinus, Licinii confusum, et sine ordine agentem vicit exercitum, leviter femore sauciatus-. [435] Zosimo l. II. p. 97-98. La corrente sempre viene dalla parte dell'Ellesponto, e quando è aiutata da un vento settentrionale, nessun vascello può arrischiarsi a passare, ma un vento meridionale rende la corrente quasi insensibile. Vedi il Viaggio di Tournefort in Levante. Let. XI. [436] Aurelio Vittore, Zosimo l. II p. 98. Secondo quest'ultimo, era Martiniano -Magister officiorum-, usando egli la frase latina in greco. Sembra che alcune medaglie indichino, che durante il suo breve regno ricevesse il titolo d'Augusto. [437] Eusebio (-in vit. Constant.- l. II. c. 16. 17.) attribuisce tal decisiva vittoria alle devote preci dell'Imperatore. Il frammento Valesiano (p. 714.) fa menzione d'un corpo di Goti ausiliari sotto il loro Capo Aliquaca, ch'erano del partito di Licinio. [438] Zosimo l. II. p. 102. Vittore il Giovane nell'Epitome. Anon. Valesiano p. 714. [439] -Contra religionem sacramenti Thessalonicae privatus occisus est.- Eutropio (X); e la sua testimonianza vien confermata da S. Gerolamo (in -Chronic.-) e da Zosimo (l. II p. 102.) Lo scrittore Valesiano è il solo, che faccia menzione de' soldati, e Zonara solamente chiama in aiuto il Senato. Eusebio salta prudentemente questo passo delicato; ma Sozomeno, cento anni dopo, incomincia ad asserire che Licinio tentava tradimenti. [440] Vedi il Codice Teodosiano lib. XV. Tit. 15. Tom. V. p. 404-405. Questi editti di Costantino dimostrano una dose di passione, ed una precipitazione che molto poco si convengono al carattere di Legislatore. CAPITOLO XV. -Progresso della Religione Cristiana, e sentimenti, costumi, numero e condizione de' primitivi Fedeli.- Una ricerca intorno al progresso e stabilimento del Cristianesimo, che abbia semplicemente per guida la ragione e il candore, può considerarsi come una parte molto essenziale dell'Istoria dell'Impero Romano. Mentre quel gran corpo veniva attaccato dalla forza aperta, o con occulte mine condotto appoco appoco alla distruzione, una Religione umile e pura s'andò insensibilmente insinuando nelle menti degli uomini; s'accrebbe nell'oscurità e nel silenzio, acquistò nuova forza dalle opposizioni medesime, che le furon fatte, ed innalzò finalmente lo stendardo vittorioso della Croce sulle rovine del Campidoglio. Nè l'influenza del Cristianesimo si limitò solamente alla durata, o ai confini del Romano Impero: questa Religione dopo un corso di tredici, o quattordici secoli si professa tuttora dalle nazioni dell'Europa, che nell'arti e nelle scienze, non men che nelle armi, formano la parte più distinta dell'uman genere. Mediante l'industria a lo zelo degli Europei, essa largamente si è diffusa fino a' lidi più lontani dell'Asia, e dell'Affrica; e per mezzo delle loro colonie si è stabilito solidamente dal Canadà fino al Chili; in un mondo dagli antichi non conosciuto. Ma per quanto sia vantaggioso o piacevole tal esame, contiene due principali difficoltà. Gli scarsi e dubbiosi materiali della Storia Ecclesiastica rade volte ci pongono in istato di sgombrare la folta nebbia, che oscura i primi secoli della Chiesa. E la gran legge dell'imparzialità ci costringe troppo spesso a scoprire le imperfezioni dei non inspirati dottori, e credenti dell'Evangelio; onde può sembrare a chi non usa molta attenzione, che le lor mancanze gettino qualche ombra sulla fede che professarono. Ma dovrebbe cessare lo scandalo de' pii credenti, ugualmente che il falso trionfo degl'infedeli, se riflettessero non alla qualità solamente di chi fu l'autore della divina rivelazione, ma di quelli eziandio, ai quali fu questa comunicata. Il teologo può gustare il dolce piacere di rappresentare la religione, quale ci venne dal cielo, ammantata della nativa sua purità; ma un più dispiacevol dovere s'impone all'Istorico, il quale non può non iscoprire l'inevitabil miscuglio di corruzione e d'errore, ch'ella contrasse nel dimorar che fece lungamente sopra la Terra, in mezzo ad enti di una debole e degenerata natura. La nostra curiosità ci porta naturalmente a cercare per quali mezzi la fede Cristiana ottenne sì riguardevol vittoria sulle religioni già stabilite sopra la terra. Potrebbe darsi a tal domanda una facile, ma soddisfacente risposta, dicendo che attribuir ciò si deve alla convincente evidenza della dottrina, ed alla regolatrice Provvidenza del grand'Autore della medesima. Ma siccome la verità, e la ragione di rado sono così favorevolmente accolte nel mondo, e siccome si compiace bene spesso la saggia Provvidenza di far uso delle passioni del cuore umano, e delle generali circostanze, nelle quali ritrovansi gli uomini, come d'istrumenti per eseguire i propri disegni; così ci si permetterà d'investigare, quantunque colla sommissione dovuta, non già qual fu la prima, ma bensì quali furon le secondarie cagioni del rapido progresso della Chiesa di Cristo. Si farà chiaro per avventura da tal esame, ch'essa fu con la massima efficacia favorita e sostenuta dalle cinque cagioni che seguono: I. Dall'inflessibile, e s'è lecito così dire, intollerante zelo de' Cristiani, proveniente in vero dalla religione Giudaica, ma spogliato di quello spirito ritroso ed insociabile, che in luogo d'invitare avea allontanato i Gentili dall'abbracciar la legge di Mosè. II. Dalla dottrina di una vita futura, avvalorata da ogni special circostanza, che potesse dar peso ed efficacia a quell'importante verità. III. Dal poter de' miracoli, attribuito alla Chiesa primitiva. IV. Dalla pura, ed austera morale de' Cristiani. V. Dalla disciplina, ed unione della Cristiana repubblica, che appoco appoco formò uno stato indipendente, il quale sempre più andò crescendo nel cuore del Romano Impero. I. Noi abbiamo già descritto l'armonia dell'antico mondo in materia di religione, e con quanta facilità le più differenti ed anche nemiche nazioni abbracciavano, o almen rispettavano le superstizioni l'una dell'altra. Un solo popolo ricusava di unirsi a questo comune commercio dell'uman genere. I Giudei, che sotto le monarchie degli Assirj e de' Persiani avevan languito per molti secoli come la parte più disprezzata de' loro schiavi[441], si sollevarono dall'oscurità sotto successori di Alessandro; ed essendo sorprendentemente moltiplicati prima in Oriente poi in Occidente, ben presto eccitarono la curiosità e la maraviglia delle altre nazioni[442]. La burbera ostinazione, con cui mantenevano le loro speciali cerimonie ed insocievoli usanze, pareva indicare in essi una specie d'uomini distinta dagli altri, che audacemente professavano, o che mal celavano l'odio implacabile, che portavano al resto del genere umano[443]. Nè la violenza d'Antioco, nè le arti di Erode, nè l'esempio delle nazioni circonvicine poterono mai persuadere i Giudei ad unire con le instituzioni di Mosè l'elegante mitologia de' Greci[444]. Seguendo le massime di una general tolleranza, i Romani proteggevano anche quelle superstizioni, che disprezzavano[445]. Augusto, pieno d'indulgenza, condiscese fino a dar ordini, che si offerissero sacrifizi per la sua prosperità nel tempio di Gerusalemme[446], laddove se l'infimo della stirpe d'Abramo avesse prestato simile omaggio al Giove del Campidoglio, sarebbe divenuto un oggetto di esecrazione a se stesso, ed a' propri fratelli. Ma la moderazione de' Conquistatori non fu sufficiente a quietare i gelosi pregiudizi de' loro sudditi, che si misero in agitazione e si scandalizzarono, allorchè introdur si dovettero le insegne del Paganesimo nel lor paese, divenuto Provincia Romana[447]. Il folle attentato di Caligola di porre la propria statua nel tempio di Gerusalemme, andò a voto per l'unanime risoluzione di un popolo, che temeva molto meno la morte, che tale idolatrica profanazione[448]. Il loro attacco alla legge di Mosè uguagliava l'abborrimento, che avevano per le religioni straniere. Poichè il corso della devozione e dello zelo si trovava riunito in un angusto canale, esso acquistava la forza, ed alle volte ancora il furor di un torrente. Quest'inflessibile perseveranza, che agli antichi sembrava così odiosa o così ridicola, prende un assai terribil carattere, dacchè si è degnata la Provvidenza di rivelarci la misteriosa istoria del Popolo eletto. Ma diviene sempre più sorprendente il devoto ed anche scrupoloso attaccamento alla religione Mosaica, tanto singolare ne' Giudei, che vissero dopo l'edificazione del secondo tempio, se paragonar si voglia colla pertinace incredulità de' loro maggiori. Quando la legge fu dettata tra i folgori dal monte Sinai; quando furon sospesi i flutti del mare e il corso de' pianeti pel comodo degl'Israeliti; o quando i premj e le pene temporali erano le conseguenze immediate della lor osservanza o disubbidienza, essi continuamente si ribellavano contro la visibile maestà del divino loro Sovrano, collocavano gl'idoli delle genti nel Santuario di -Jeovà-, ed imitavano qualunque capricciosa ceremonia, che si praticasse nelle tende degli Arabi, o nelle città della Fenicia[449]. A misura che quella stirpe ingrata restò meritamente priva della protezione del Cielo, andò la lor fede acquistando un corrispondente grado di purità e di vigore. I contemporanei di Mosè e di Giosuè con non curante indifferenza erano stati spettatori de' più sorprendenti miracoli. Sotto il peso poi d'ogni genere di calamità, la fede di tanti miracoli ha preservato gli Ebrei de' tempi posteriori dall'universal contagio della idolatria, e contro tutti i comuni principj dello spirito umano, sembra che questo popolo singolare abbia accordato un più forte e più facile assenso alla tradizione de' suoi remoti antenati, che all'evidenza de' propri sensi. La religione Giudaica era mirabilmente atta per la difesa, ma per nulla accomodata alle conquiste, e par verisimile che il numero de' proseliti non fosse mai molto maggiore di quel degli apostati. In principio, furon fatte le divine promesse, ed ingiunto il rito della circoncisione, a distinzione degli altri, ad una sola famiglia. Allorchè fu moltiplicata la posterità d'Abramo come le arene del mare, la divinità, che colla propria bocca le aveva dato un sistema di leggi o di cerimonie, si dichiarò il proprio o quasi nazionale Dio d'Israele, e separò colla più gelosa cura il suo popolo favorito dal resto del genere umano. La conquista della terra di Canaan fu accompagnata da tante mirabili, e sanguinose circostanze, che i vittoriosi Giudei restarono in uno stato d'irreconciliabile ostilità con tutti i loro vicini. Era stato comandato loro di estirpare alcune delle più idolatre tribù, e l'esecuzione della volontà divina rare volte fu ritardata dalla debolezza della umana compassione. Ad essi era proibito di contrarre matrimonio o affinità veruna colle altre nazioni, e la proibizione di ammetterle nel loro ceto, che in alcuni casi era perpetuo, si estendeva quasi sempre alla terza, alla settima, ed anche alla decima generazione. Non s'inculcò mai come un precetto della legge l'obbligo di predicare a' Gentili la fede di Mosè; nè gli Ebrei si trovavano disposti ad incaricarsene come d'un volontario dovere. Quest'insocievole popolo nell'ammissione di nuovi cittadini seguitava piuttosto la vanità propria de' Greci, che la politica generosa di Roma. I discendenti d'Abramo eran lusingati dall'opinione di essere i soli eredi dell'alleanza, e temevano di scemare il valore della loro eredità, se la dividevano troppo facilmente con gli stranieri della terra. Una comunicazione più estesa coll'uman genere dilatò le loro cognizioni senza correggere i loro pregiudizi, e se il Dio d'Israele acquistava qualche nuovo devoto, ciò era dovuto al genio incostante del politeismo, piuttosto che allo zelo attivo de' suoi missionari[450]. Sembra, che la religione Mosaica sia stata instituita per un paese particolare, e per una sola nazione; e se rigorosamente si fosse osservato il precetto, che ogni maschio tre volte l'anno si presentasse avanti il Signore Dio, sarebbe stato impossibile che i Giudei si fossero estesi oltre gli angusti limiti della Terra Promessa[451]. Si tolse in vero di mezzo simil ostacolo mediante la distruzione del tempio di Gerusalemme; ma in tal distruzione restò involta la parte più riguardevole della religione Giudaica; ed i Pagani, che avevano sempre udito con maraviglia la straordinaria descrizione di un santuario voto di numi[452], non sapevano immaginare qual esser potesse l'oggetto, e quali gl'istrumenti di un culto privo di tempj e di altari, di sacerdoti e di sacrifizi. Pure anche nel loro stato d'abbassamento, i Giudei, vantando sempre i sublimi ed esclusivi lor privilegi, evitavano, invece di apprezzare, la società degli stranieri. Sempre insistevano con inflessibil rigore su quelle parti della legge, ch'era in lor facoltà di osservare. Le particolari lor distinzioni di giorni, di cibi, ed una varietà di triviali, quantunque incomode cerimonie, formavano altrettanti oggetti di avversione e di disgusto per le altre nazioni, alle abitudini, ed ai pregiudizi delle quali erano quelle diametralmente contrarie. Il solo penoso, ed anche pericoloso rito della circoncisione serviva a rimuovere un volenteroso proselito dalle porte della Sinagoga[453]. In queste circostanze comparve nel mondo il Cristianesimo, armato colla forza della legge Mosaica, e libero dal peso dei ceppi della medesima. Fu con ugual premura inculcato nel nuovo non men che nel vecchio sistema uno zelo esclusivo per la verità della religione e per l'unità di Dio; e tutto ciò, che di nuovo intorno alla natura ed ai disegni dell'Ente supremo fu rivelato al genere umano, era adattato a far crescere la riverenza per quella misteriosa dottrina. Fu ammessa la divina autorità di Mosè e de' Profeti, ed anche stabilita come la base più stabile del Cristianesimo. Fin dal principio del mondo erasi annunziata e preparata, con una serie non interrotta di predizioni, la venuta per lungo tempo attesa del Messia, il quale, per condiscendere alla grossolana immaginazione de' Giudei, era stato più frequentemente rappresentato sotto la figura di Re e di Conquistatore, che sotto quella di Profeta, di Martire, e di Figlio di Dio. Mediante l'espiatorio sacrifizio di lui, furono tutti in una volta consumati ed aboliti gl'imperfetti sacrifizi del Tempio. Alle leggi ceremoniali, che consistevano solamente in segni e figure, successe un culto spirituale e puro, adattato a tutti i climi ugualmente che ad ogni condizione di persone; ed al sangue, collo spargimento del quale s'iniziavano gli uomini, fu sostituita la più innocente iniziazione dell'acqua. La promessa del favor divino, invece di essere parzialmente ristretta alla discendenza d'Abramo, fu proposta universalmente a' liberi ed a' servi, a' Greci ed a' Barbari, agli Ebrei, ed a' Gentili. Fu sempre riservato per i soli membri della Chiesa Cristiana qualunque privilegio che dalla Terra sollevar potesse il proselito al cielo, rinvigorirne la devozione, assicurarne la felicità, o anche soddisfar quel segreto orgoglio, che sotto l'apparenza di devozione s'insinua nel cuore umano; ma nel tempo stesso permettevasi, anzi cercavasi di persuadere ad ognuno di accettare il glorioso distintivo, che non solamente si offeriva come un favore, ma imponevasi eziandio come un obbligo. Per un nuovo convertito era un dovere il più sacro quello di spargere fra' propri amici e parenti l'inestimabil benefizio, ch'esso avea ricevuto, e di ammonirli che il rifiuto, che ne avesser fatto, sarebbe stato severamente punito, come una peccaminosa disubbidienza al volere di una benigna, ma onnipotente Divinità. La liberazione però della Chiesa da' vincoli della Sinagoga fu un'opera alquanto lunga e difficile. I Giudei convertiti, che ravvisavano in Gesù il carattere del Messia predetto da' loro antichi oracoli, lo rispettavano come un Profeta, che insegnava la virtù e la religione; ma stavan ostinatamente attaccali alle cerimonie dei loro maggiori, e desideravano di soggettarvi anche i Gentili, che continuamente accrescevano il numero dei credenti. Sembra che questi giudaizzanti Cristiani traessero con qualche plausibilità i loro argomenti dalla origine divina della legge di Mosè, e dalle immutabili perfezioni del grande Autore di essa. Sostenevano questi che se l'Ente, il quale è sempre il medesimo per tutta l'eternità, avesse disegnalo di abolire que' sacri riti, ch'eran serviti per distinguere il suo Popolo eletto, sarebbe stata la rivocazione di quelli non meno chiara e solenne, che la prima loro promulgazione: che invece di quelle frequenti dichiarazioni, che o suppongono, o assicurano la perpetuità della religione Mosaica, si sarebbe questa rappresentata, come un piano provvisionale, che doveva durar solamente fino alla venuta del Messia, il quale avrebbe dimostrato agli uomini una forma più perfetta di culto e di fede[454]: che il Messia medesimo, ed i suoi discepoli, i quali conversarono con lui sulla terra, piuttosto che autorizzare col loro esempio la più minuta osservanza della Mosaica legge[455], avrebbero pubblicato al mondo l'abolizione di quelle inutili ed antiquate ceremonie, senza permettere che il Cristianesimo per tanti anni restasse oscuramente confuso tra le Sette della Chiesa Giudaica. Simili argomenti pare, che sieno stati usati in difesa della causa della legge Mosaica spirante; ma l'industria de' nostri dotti Teologi ha largamente spiegato l'ambiguo linguaggio del Testamento vecchio, e la dubbiosa condotta dei predicatori apostolici. Egli era conveniente di sviluppare a grado a grado il sistema dell'Evangelio, e di pronunziare, colla massima cautela e riservatezza, una sentenza di condanna, ch'era tanto ripugnante alle inclinazioni, ed ai pregiudizi degli Ebrei convertiti. L'Istoria della Chiesa Gerosolimitana somministra una forte prova della necessità di tali cautele, e della profonda impressione che avea fatto la Religion Giudaica nelle menti de' suoi seguaci. I primi quindici Vescovi di Gerusalemme furon tutti Giudei circoncisi; e la congregazione, a cui presedevano, univa la legge di Mosè colla dottrina di Cristo[456]. Era naturale, che la primitiva tradizione di una Chiesa, ch'era stata fondata solo quaranta giorni dopo la morte di Cristo, e governata quasi altrettanti anni sotto l'immediata inspezione degli Apostoli, si ricevesse come il modello della retta fede[457]. Le Chiese lontane si rimettevano assai spesso all'autorità della venerabile loro madre, e sollevavano con una generosa contribuzione di elemosine le angustie di essa. Ma quando si stabilirono società numerose ed opulente nella gran città dell'Impero, come in Antiochia, in Alessandria, in Efeso, in Corinto, ed in Roma, appoco appoco diminuì la riverenza, che Gerusalemme aveva inspirato a tutte le colonie Cristiani. I Giudei convertiti o i Nazareni, come furon chiamati dopo, che avevan gettati i fondamenti della Chiesa, in breve si trovaron sopraffatti dalla moltitudine, che sempre cresceva, e che da tutte le diverse religioni del politeismo arrolavasi alla milizia di Cristo; ed i Gentili, che avevano, coll'approvazione del loro particolare Apostolo, scosso l'intollerabil peso delle cerimonie Mosaiche, ricusarono finalmente ai loro più scrupolosi fratelli quella medesima tolleranza, ch'essi a principio avevano umilmente implorata per le lor proprie usanze. La rovina del tempio, della città, della pubblica religione degli Ebrei fu gravemente sensibile ai Nazareni, come a quelli, che nelle costumanze, se non nella fede, conservavano un'intima connessione cogli empj lor nazionali, le disgrazie de' quali, si attribuivano da' Gentili al disprezzo e da' Cristiani con più ragione allo sdegno del sommo Dio. I Nazareni si ritirarono dalle rovine di Gerusalemme alla piccola città di Pella di là dal Giordano, dove languì nella solitudine e nell'oscurità quell'antica Chiesa più di sessant'anni[458]. Essi avevan sempre la consolazione di fare frequenti e devote visite alla -Città santa-, e la speranza di essere un giorno ristabiliti in que' luoghi, che per natura e per religione eran portati ad amare, non meno che a rispettare. Ma finalmente, sotto il regno di Adriano, il disperato fanatismo degli Ebrei pose il colmo alle loro calamità, ed i Romani, esacerbati dalle ripetute lor ribellioni, esercitarono con insolito rigore i diritti della vittoria. L'Imperatore fondò una nuova città col nome d'Elia Capitolina sul monte Sion[459], alla quale concesse i privilegi delle colonie; ed avendo stabilite le più severe pene contro qualunque Giudeo, che avesse ardito di accostarsi a' recinti di quella, vi pose la guardia di una coorte Romana per invigilare all'esecuzione de' suoi comandi. A' Nazareni restava un solo mezzo di evitare la comun proscrizione, e fu in quest'occasione assistita la forza della verità dall'influenza di temporali vantaggi: i medesimi dessero per loro Vescovo Marco, ch'era Gentile d'origine, e molto probabilmente nativo o dell'Italia o di qualche provincia Latina. Alle persuasive di lui la maggior parte della congregazione rinunziò alla legge Mosaica, nella pratica di cui avevano essi perseverato sopra cent'anni; e mediante questo sacrificio de' loro usi e pregiudizi furono liberamente ammessi nella colonia d'Adriano, e si strinse più fortemente la loro unione nella Chiesa Cattolica[460]. Quando gli onori, ed il nome della Chiesa di Gerusalemme si restituirono al monte Sion, furono imputati agli oscuri avanzi de' Nazareni, che ricusarono di accompagnare il loro Vescovo Latino, i delitti di eresia e di scisma. Essi conservaron sempre l'antica loro abitazione di Pella; si sparsero per i villaggi vicini a Damasco; e formarono una piccola chiesa nella Città di Berea, o come si dice adesso, d'Aleppo nella Siria[461]. Fu creduto il nome di Nazareno troppo onorevole per que' Cristiani giudaizzanti, ed in breve, a cagione della supposta povertà del loro intelletto, non meno che della lor condizione, riceverono il dispregevole titolo di Ebioniti[462]. Pochi anni dopo il ritorno della Chiesa di Gerusalemme, s'incominciò a dubitare, se un uomo, che sinceramente riconoscesse Gesù per Messia, ma continuasse ad osservare la legge Mosaica, potesse sperar di salvarsi. La dolce indole di Giustino martire lo faceva inclinare a scioglier tal questione affermativamente; e quantunque si esprimesse colla più riservata diffidenza, osò tuttavia di determinarsi a favore di tale imperfetto Cristiano, qualora fosse contento di praticare in privato le cerimonie Mosaiche senza pretendere di sostenerne generalmente l'uso, o la necessità. Ma quando Giustino fu pressato a dichiarare il sentimento della Chiesa, confessò che vi erano molti fra gli ortodossi Cristiani, che non solo escludevano i lor giudaizzanti fratelli dalla speranza di salvazione, ma evitavano ancora ogni commercio con loro ne' comuni officj di amicizia, di ospitalità, e di vita sociale[463]. La opinione più rigorosa prevalse, com'era natural di supporre, alla più dolce, e si alzò una muraglia di separazione per sempre fra i discepoli di Mosè e quelli di Cristo. Gl'infelici Ebioniti, rigettati da una delle due religioni come apostati, dall'altra come eretici, si trovaron costretti ad assumere un carattere più determinato; e sebbene si scoprano fino al quarto secolo alcune tracce di quella vecchia setta, pure insensibilmente andarono ad incorporarsi o nella Chiesa o nella Sinagoga[464]. Mentre la Chiesa ortodossa teneva un giusto mezzo fra l'eccessiva reverenza, e l'inconveniente disprezzo per la legge di Mosè, diversi cretini deviarono ugualmente agli opposti estremi della stravaganza, e dell'errore. Gli Ebioniti avevan concluso dalla riconosciuta verità della religione Giudaica, ch'essa non poteva esser abolita giammai; ed i Gnostici dalle supposte imperfezioni della medesima con ugual precipitazione inferirono che quella non era stata mai instituita dalla sapienza divina. Vi sono alcune obbiezioni contro l'autorità di Mosè e de' Profeti, che si presentano troppo facilmente ad uno scettico, quantunque possan derivare solamente dall'ignoranza, in cui siamo della remota antichità, e dalla nostra incapacità di formare un adeguato giudizio della divina economia. Queste obbiezioni furono con impegno abbracciate, e con ugual protervia sostenute dalla vana scienza dei Gnostici[465]. Poichè questi eretici erano per la maggior parte alieni dai piaceri del senso, bruscamente attaccavano la poligamia de' Patriarchi, le galanterie di David, ed il serraglio di Salomone. Non sapevano come poter conciliar la conquista della terra di Canaan, e l'inesorata estirpazione de' nativi abitanti di quella, colle nozioni comuni di umanità e di giustizia. Ma quando poi esaminavano la sanguinosa lista dell'uccisioni, dell'esecuzioni e delle stragi, che macchiano quasi ogni pagina degli annali Giudaici, venivano in cognizione, che i Barbari della Palestina dimostrato avevano anche verso i loro nazionali ed amici tanta compassione, quanta ne avevano esercitata verso i loro idolatri nemici[466]. Da' settarj della legge passando alla legge medesima, asserivano esser impossibile, che una religione consistente solo in sanguinosi sacrifizi ed in vane cerimonie, della quale i premj ed i gastighi eran tutti di una natura carnale e temporale, inspirasse l'amore della virtù, o raffrenasse l'impeto delle passioni. Il racconto, che fa Mosè della creazione e della caduta dell'uomo, trattavasi con profana derisione dai Gnostici, che non volevano sentir con pazienza parlare del riposo della Divinità dopo l'opera di sei giorni, nè della costa d'Adamo, del giardino d'Eden, degli alberi della vita e della scienza, del serpente che parla, del frutto vietato, e della condanna eterna, pronunziata contro la specie umana per la venial colpa de' primi progenitori[467]. I Gnostici empiamente rappresentavano il Dio d'Israele come un ente sottoposto alla passione ed all'errore, capriccioso ne' suoi favori, implacabile nello sdegno, e bassamente geloso del superstizioso suo culto, e che limitava la sua parzial providenza ad un solo popolo, ed alla transitoria vita presente. In tal carattere non potevano essi ravvisare alcun distintivo del saggio ed onnipotente Padre dell'Universo[468]. Accordavano che la religion de' Giudei era alquanto meno empia che l'idolatria de' Gentili; ma la dottrina loro fondamentale era, che Cristo da essi adorato, come la prima e più luminosa emanazione della Divinità, comparve sopra la terra per liberare il genere umano da' vari errori e per rivelare un -nuovo- sistema di verità o di perfezione. I più dotti fra' Padri, per una ben singolare condiscendenza, hanno imprudentemente ammesso le sofistiche sottigliezze dei Gnostici. Riconoscendo che il senso letterale ripugna ad ogni principio di ragione e di fede, si son creduti sicuri ed invulnerabili dietro all'ampio velo dell'allegoria, ch'essi hanno avuta la cura di stendere sopra qualunque minima parte della narrazione Mosaica[469]. Con maggior ingegno che verità è stato notato, che la virginal purità della Chiesa non fu mai violata da scisma o da eresia veruna, prima del regno di Traiano o d'Adriano, che fioriron circa cent'anni dopo la morte di Cristo[470]. Noi possiamo assai più propriamente osservare, che in quel tratto di tempo a' seguaci del Messia fu accordato un campo più libero sì nella fede che nella pratica, di quel che fosse loro permesso in alcuno de' seguenti secoli. Siccome s'andarono appoco appoco ristringendo i limiti della comunione, e si esercitava con sempre maggior rigore la spirituale autorità del partito che prevaleva, molti de' principali membri della Chiesa, a' quali fu intimato di rinunziare alle private loro opinioni, s'impegnarono a sostenerle, a tirar delle conseguenze da' falsi loro principj, e ad alzare apertamente bandiera di ribellione contro l'unità della Chiesa. I Gnostici si distinguevano come la parte più culta, più dotta, e più facoltosa del Cristianesimo, e tal generale denominazione, che indica una superiorità di cognizioni, o ebbe origine dal lor proprio orgoglio, o ad essi fu ironicamente applicata dall'invidia de' loro avversari. Essi erano quasi tutti Gentili di nascita, e sembra, che i primi lor fondatori fosser nativi della Siria o dell'Egitto, dove il calore del clima disponeva tanto la mente che il corpo all'indolente contemplativa devozione. I Gnostici mescolavano alla fede di Cristo molte sublimi ma oscure opinioni, che avevano tratte dalla filosofia orientale, ed eziandio dalla religione di Zoroastro, intorno all'eternità della materia, all'esistenza de' due principj, ed alla misteriosa gerarchia del mondo invisibile[471]. Ingolfati che furono in quel vasto abisso, lasciaronsi trasportare da una immaginazione disordinata; e come vari ed infiniti sono i sentieri dell'errore, i Gnostici si trovarono insensibilmente divisi in più di cinquanta Sette particolari[472], fra le quali par che le più celebri siano state quelle de' Basilidiani, de' Valentiniani, de' Marcioniti, e qualche tempo dopo de' Manichei. Ciascheduna di queste Sette vantava i propri Vescovi, le proprie Assemblee, i suoi Dottori, e Martiri particolari[473], ed in luogo de' quattro Evangeli ammessi dalla Chiesa, gli Eretici allegavano una moltitudine d'istorie, nelle quali si adattavano le azioni, ed i discorsi di Cristo e degli Apostoli, alle rispettive loro opinioni[474]. Il progresso dei Gnostici fu rapido ed esteso[475]: occuparono essi l'Asia e l'Egitto, si stabilirono in Roma, e penetrarono fin qualche volta nelle province dell'Occidente. Per la maggior parte insorsero nel secondo secolo; fiorirono durante il terzo; e furon soppressi nel quarto, o quinto per cagione delle controversie più moderne, che prevalsero, e del superiore ascendente della potestà Imperiale. Quantunque però disturbassero continuamente la pace della Chiesa, e spesso degradassero l'onor della religione, contribuirono ciò nonostante a promuovere piuttosto che a ritardare il progresso del Cristianesimo. I convertiti Gentili, i più forti pregiudizi ed obbiezioni de' quali dirigevansi contro la legge di Mosè, potevano essere ammessi in molte società Cristiane, che non esigevano dalle loro non istruite menti alcuna credenza di antecedenti rivelazioni. La loro fede appoco appoco si fortificava e si estendeva, e la Chiesa in ultimo veniva a far la conquista de' suoi più inveterati nemici[476]. Ma per quanto diverse fossero le opinioni tra gli Ortodossi, gli Ebioniti ed i Gnostici rispetto alla divinità, o all'obbligazione della legge Mosaica, essi erano però tutti ugualmente animati dall'istesso zelo esclusivo, e dall'istesso abborrimento per l'idolatria, che aveano distinto i Giudei dalle altre nazioni dell'antichità. Un filosofo, che risguardava il sistema del politeismo come una mera composizione dell'umana frode e dell'errore, poteva coprire un sorriso di sprezzo sotto la maschera della devozione, senza temere che la condiscendenza, o lo scherno esporre lo potesse allo sdegno di alcun invisibile, o com'egli supponeva, immaginario potere. Ma da' primitivi Cristiani si riguardavano le già stabilite religioni del Paganesimo in un aspetto molto più odioso e formidabile. Era sentimento universale sì della Chiesa che degli Eretici, che i demonj fosser gli autori, i patrocinatori, e gli oggetti dell'idolatria[477]. Era sempre permesso a quegli spiriti ribelli, ch'erano stati deposti dallo stato d'angeli, e precipitati nel baratro infernale, di vagare sopra la terra per tormentare i corpi, e sedurre le menti de' malvagi. I demonj conobbero tosto la natural propensione del cuore umano verso la devozione, e ne abusarono, artificiosamente alienando gli uomini dall'adorazione del loro Creatore, ed usurpando il luogo e gli onori dovuti al sommo Dio. Mediante l'effetto delle maliziose loro arti, soddisfecero la propria lor vanità e vendetta, ed ottennero nel tempo stesso il solo conforto, di cui essi erano ancor suscettivi, cioè la speranza di render partecipe la specie umana della lor colpa e miseria. Si asseriva, o almeno si supponeva, che si fossero distribuiti fra loro i più importanti caratteri del politeismo, avendo l'uno assunto il nome e gli attributi di Giove; un altro di Esculapio, un terzo di Venere, ed un quarto forse d'Apollo[478]; e che mediante la lunga loro esperienza ed aerea natura, fosser capaci di eseguire con sufficiente perizia e dignità le parti, che avevan preso a rappresentare. Si celavano essi ne' tempj; instituivano feste e sacrifizi; inventavano favole; pronunziavan oracoli; e spesso credevasi, che facessero de' miracoli. I Cristiani, che per mezzo degli spiriti maligni potevano così facilmente spiegare ogni sovrannaturale apparenza, eran disposti, ed anche desideravan d'ammettere le più stravaganti finzioni della pagana mitologia. Ma la professione di Cristiano le facea risguardar con orrore; si ravvisava il più tenue segno di rispetto pel culto nazionale come un omaggio direttamente prestato al demonio, e come un atto di ribellione contro la maestà di Dio. In conseguenza di tal opinione il primo e più difficil dovere per un Cristiano era quello di mantenersi puro ed intatto da ogni pratica d'idolatria. La religione delle nazioni non era solamente una dottrina speculativa, che si professasse nelle scuole, o si predicasse ne' tempj: le innumerabili divinità e cerimonie del politeismo erano strettamente frammischiate con ogni genere di affari o di piaceri, sì della vita privata che della pubblica; e sembrava impossibile d'evitarne l'osservanza, senza rinunciare nel tempo stesso al commercio dell'uman genere, ed a tutti gli uffizi e divertimenti della società[479]. Gl'importanti trattati di pace e di guerra eran preparati o conclusi con solenni sacrifizi, a' quali il Magistrato, il Senatore, e il soldato dovevan presedere, o aver parte[480]. I pubblici spettacoli formavano una parte essenziale della gioconda devozione de' Pagani, e supponevasi che gli Dei accettassero col maggior gradimento i giuochi, che dal Principe e dal Popolo si celebravano in onore delle particolari lor feste[481]. I Cristiani, che con pio orrore sfuggivano l'abominazione del circo o del teatro, trovavansi circondati da lacci infernali, ogni volta che in un geniale trattenimento i loro nemici, nell'atto di invocare gli Dei ospitali, facevano libazioni alla salute l'uno dell'altro[482]. Quando nella pompa dell'imeneo, la sposa, resistendo con affettata ripugnanza, veniva forzata ad entrar nella soglia della sua nuova abitazione[483], o quando lentamente muovevasi la trista processione di un cadavere verso il funereo rogo[484]; in queste interessanti occasioni era costretto il Cristiano ad abbandonar le persone più care che avesse, piuttosto che rendersi reo della colpa, inerente a quegli empi riti. Qualunque arte e commercio, che avesse il minimo legame colla formazione, o coll'adornamento degl'Idoli, contaminavasi dalla macchia dell'idolatria[485]; sentenza ben rigida, mentre condannava la massima parte del popolo, che s'impiega nell'esercizio delle arti liberali e meccaniche, ad un'eterna miseria. Se gettiamo gli occhi sopra i copiosi avanzi dell'antichità, osserveremo, che oltre le immediate rappresentazioni degli Dei, e gl'istrumenti sacri del loro culto, s'introdussero l'eleganti figure, e le piacevoli finzioni, consacrate dall'immaginazione de' Greci, come i più ricchi ornamenti delle case, degli abiti, e delle masserizie de' Pagani[486]. Fino le arti della musica, della pittura, dell'eloquenza e della poesia riconoscevano la medesima origine impura. Secondo il linguaggio de' Padri, Apollo e le Muse erano gli organi dello spirito infernale; Omero e Virgilio i primi fra i servi di lui; e la bella mitologia, che penetra ed anima le composizioni de' loro ingegni, è destinata a celebrar la gloria dei demonj. Il comune idioma stesso della Grecia e di Roma abbondava di empie famigliari espressioni, le quali era facile che dall'inavvertito Cristiano o fosser con troppa negligenza adoperate, o udite troppo parzialmente[487]. Le pericolose tentazioni, che da ogni parte stavano in agguato per sorprender l'incauto credente, l'assalivano con doppia violenza ne' giorni di solenni festività. Questi erano immaginati e disposti nel corso dell'anno con tale artifizio, che la superstizione portava sempre seco l'apparenza del piacere; e spesso quella della virtù[488]. Varie fra le più sacre solennità del Rituale Romano eran destinate a salutare con voti di pubblica e di privata felicità le nuove calende di Gennaio, a risvegliare la pia rimembranza dei morti e dei vivi, e sempre più stringere i vincoli inviolabili della proprietà, ed applaudire nel ritorno della primavera alla genial potenza della fecondità, a perpetuare le due più memorabili epoche di Roma, la fondazione della città, e quella della repubblica, ed a restituire nel tempo della piacevole licenza de' Saturnali la primitiva uguaglianza dell'uman genere. Può concepirsi una idea dell'abborrimento de' Cristiani per tali empie cerimonie da quella scrupolosa delicatezza, ch'essi dimostravano in ogni anche più leggiera occasione. Era costume degli antichi, ne' giorni di generale festività, di adornare le loro porte con lampadi e rami di lauro, e di coronarsi il capo con ghirlande di fiori. Si poteva forse tollerare quest'elegante ed innocente usanza, come una pura instituzione civile. Ma disgraziatamente accadde, che le porte delle case trovavansi protette dagli Dei domestici, che il lauro era consacrato all'amante di Dafne, e che le ghirlande di fiori, quantunque spesso adoperate come un segno di letizia o di duolo, nella lor prima origine si eran destinate all'uso della superstizione. I timorosi Cristiani, che si lasciavan persuadere in tali casi a condiscendere al costume del lor paese, ed a' comandi de' Magistrati, soggiacevano alle più tetre apprensioni, che provenivano da' rimproveri della lor propria coscienza, dalle censure della Chiesa e dall'annunzio della divina vendetta[489]. Tal era la premurosa diligenza, che richiedevasi per guardare la purità del Vangelo dall'infetto alito dell'idolatria. I seguaci della religion dominante eran trascurati, per educazione e per abito, nel praticar le superstiziose osservanze de' pubblici e privati riti; ma ogni volta, che questi si facevano, somministravano a' Cristiani l'opportunità di dichiarare e di confermare la zelante loro opposizione. Per mezzo di tali frequenti proteste, di continuo si fortificava il loro attaccamento alla fede, ed a misura che cresceva lo zelo, essi combattevano con più ardore e successo nella santa guerra, che avevano intrapreso a fare contro l'impero de' demonj. II. Le opere di Cicerone[490] rappresentano co' colori più vivi l'ignoranza, gli errori e l'incertezza degli antichi filosofi rispetto all'immortalità dell'anima. Quando essi vogliono armare i lor discepoli contro il timor della morte, inculcano loro come un'ovvia e malinconica tesi, che il fatal colpo del nostro discioglimento ci libera dalle calamità della vita, e che più non soffre chi più non esiste. Contuttocciò v'erano alcuni pochi Saggi della Grecia e di Roma, che avevan concepito un'idea più nobile, ed in qualche modo più giusta della natura dell'uomo; quantunque bisogna confessare, che in tal sublime ricerca il lor raziocinio era spesso guidato dall'immaginazione, e questa eccitata dalla lor vanità. Allorchè si compiacevano in osservar l'estensione delle proprie intellettuali potenze, allorchè esercitavano le diverse facoltà della memoria, della fantasia, del giudizio nelle speculazioni le più profonde, o ne' lavori di maggior importanza, e quando riflettevano al desiderio della fama, che li trasportava ne' futuri secoli molto al di là de' confini della morte e del sepolcro, non eran inclinati a confonder se stessi colle bestie del campo, o a supporre che un ente, per la dignità del quale nutrivano la più sincera ammirazione, dovesse limitarsi ad un punto della superficie terrestre o ad una durata di pochi anni. Con questa favorevole prevenzione chiamavano anche in lor soccorso la scienza, o piuttosto il linguaggio de' metafisici. Essi ben presto scoprirono, che, siccome niuna delle proprietà della materia può applicarsi alle operazioni della mente, l'anima umana per conseguenza debb'essere una sostanza distinta dal corpo, pura, semplice e spirituale, incapace di scioglimento e suscettibile del più alto grado di virtù e di felicità, subito che si trovi libera dalla corporea prigione. Da questi nobili e speciosi principj, i filosofi, che seguitavano le tracce di Platone, dedussero una conseguenza non giusta nel sostenere che fecero l'immortalità non solo in futuro, ma anche l'antecedente eternità dello spirito umano, ch'essi erano troppo propensi a risguardare come una parte dell'ente infinito ed esistente per se medesimo, il quale penetra e sostien l'Universo[491]. Una dottrina tanto superiore ai sensi ed all'esperienza dell'uman genere, poteva servire ad occupare piacevolmente l'ozio di una mente filosofica, o a dare nel silenzio della solitudine un raggio di conforto alla scoraggiata virtù; ma la debole impressione, ricevuta nelle scuole, veniva in breve cancellata dal commercio e da negozi della vita civile. Noi abbiam sufficiente notizia delle persone più eminenti, che fiorirono al tempo di Cicerone e de' primi Cesari, delle loro azioni, de' loro caratteri o de' loro motivi d'operare, per assicurarci che la lor condotta in questa vita non fu mai regolata da una seria persuasione dei premj o delle pene di uno stato futuro. Nel Foro e nel Senato di Roma gli oratori più abili non temevano di offendere i loro uditori con rappresentare quella dottrina come un'oziosa e stravagante opinione, che rigettavasi con disprezzo da qualunque persona di culta educazione e d'ingegno[492]. Poichè dunque i più alti sforzi della filosofia non possono estendersi ad altro, che ad indicar debolmente il desiderio, la speranza, o al più la probabilità di una vita futura, non v'è che una rivelazione divina che assicurar possa l'esistenza, e descriver la natura di quell'invisibil paese, ch'è destinato a ricever gli spiriti umani dopo la lor separazione da' corpi. Ma facilmente si ravvisano molti difetti inerenti alle comuni religioni della Grecia e di Roma, che le rendevano molto inadeguate ad una sì difficile impresa. I. Il general sistema della lor mitologia non era sostenuto da alcuna solida prova, ed i più saggi fra' Pagani avevano già rinunziato alla mal usurpata autorità di essa. II. Erasi abbandonata la descrizione delle infernali regioni alla fantasia de' pittori e de' poeti, che le avevano popolate di tanti mostri e fantasmi, i quali distribuivano con sì poca equità i premj e le pene, che tal solenne verità, la più coerente al cuore umano, restava oppressa e posta in cattivo aspetto dall'assurdo miscuglio delle più strane finzioni[493]. III. La dottrina di uno stato avvenire appena risguardavasi, fra' devoti politeisti della Grecia e di Roma, come un articolo fondamentale di fede. Siccome la previdenza degli Dei riferivasi alle pubbliche società, piuttosto che agli individui privati, essa principalmente si spiegava sul visibil teatro del mondo presente. Le preghiere, che si facevano agli altari di Giove e di Apollo, esprimevano l'ansietà de' loro adoratori per la felicità temporale, e la loro ignoranza, o indifferenza per la vita futura[494]. Inculcavasi l'importante verità dell'immortalità dell'anima con maggior premura, e successo nell'India, nell'Assiria, nell'Egitto e nella Gallia; e poichè non possiamo attribuire tal differenza alle superiori cognizioni de' Barbari, la dobbiamo ascrivere all'influenza dello stabilimento di un sacerdozio, che impiegava i motivi della virtù, come istrumenti dell'ambizione[495]. Potrebbe naturalmente aspettarsi, che un principio, così essenziale alla religione, stato fosse ne' più chiari termini rivelato al popolo eletto della Palestina, e sicuramente affidato all'ereditario sacerdozio di Aronne. Noi dobbiamo adorare le misteriose disposizioni della Providenza[496], osservando, che la dottrina dell'immortalità dell'anima si omette nella legge di Mosè, viene oscuramente indicata da' Profeti, e pel lungo tratto di tempo, che passò fra la schiavitù dell'Egitto, e quella di Babilonia, sembra, che i timori e le speranze de' Giudei limitate fossero agli angusti confini della vita presente[497]. Dopo che Ciro ebbe permesso all'esiliata nazione di ritornar nella Terra Promessa, e che Esdra ebbe ristaurato le antiche memorie della sua religione, appoco appoco si formarono in Gerusalemme due celebri Sette, quella cioè de' Farisei, e quella de' Sadducei[498]. Questi, che facevano la parte più ricca e distinta della società, erano strettamente attaccati al letteral senso della legge Mosaica, e scrupolosamente rigettavano l'immortalità dell'anima, come un'opinione non autorizzata dal libro divino, ch'essi veneravano, come l'unica regola della lor fede. I Farisei poi combinavano l'autorità della tradizione con quella della scrittura, e sotto nome di tradizione ammettevano molte massime speculative, tratte dalla filosofia o dalla religione delle nazioni orientali. Le dottrine del fato o della predestinazione, degli angeli o spiriti, o di uno stato futuro di premj e di pene entraron nel numero di questi nuovi articoli di fede; e siccome i Farisei per l'austerità de' loro costumi avevan tirato al lor partito il corpo del popolo Ebraico, il sentimento dell'immortalità dell'anima prevalse nella Sinagoga sotto il regno de' Principi e Pontefici Asmonei. L'indole de' Giudei non era capace di contentarsi di quel freddo e languido assenso, che avrebbe potuto soddisfar la mente d'un politeista; e subito che ammisero l'idea d'uno stato futuro, l'abbracciarono con quello zelo, che ha sempre formato il carattere della nazione. Questo però niente aggiungeva all'evidenza, o anche alla probabilità della vita immortale, ed era tuttavia necessario, che tal dottrina, dettata dalla natura, approvata dalla ragione, e dalla superstizione ricevuta, ottenesse la sanzione di verità divina dall'autorità e dall'esempio di Cristo. Quando si propose agli uomini la promessa di una eterna felicità a condizione di adottar la fede e di osservare i precetti dell'Evangelio, non è maraviglia che venisse accettata un'offerta sì vantaggiosa da un gran numero di persone di ogni religione, di ogni condizione, e di ogni provincia nell'Impero Romano. I primi Cristiani erano animati da tal disprezzo per la loro esistenza attuale, e da tal giusta fiducia dell'immortalità, che la dubbiosa ed imperfetta fede de' moderni tempi non ce ne può dare alcun adeguata nozione. L'influsso della verità nella primitiva Chiesa veniva molto efficacemente avvalorato da un'opinione, che per quanto possa meritar rispetto a motivo della sua antichità e utilità, non si è trovata conforme all'esperienza. Si credeva universalmente che fosse vicina la fine del mondo ed il regno del Cielo. L'approssimazione di questo mirabil evento era stata predetta dagli Apostoli; se n'era conservata la tradizione da' loro più antichi discepoli; e quelli, che intendevano i discorsi di Cristo medesimo nel puro senso letterale, eran costretti ad aspettar la seconda gloriosa venuta del Figliuol dell'uomo nelle nuvole, prima che fosse totalmente estinta quella generazione, che aveva veduto l'umile condizione di lui sopra la terra, e che potè anche veder la calamità de' Giudei sotto Vespasiano o Adriano. Il giro di diciassette secoli ci ha insegnato a non prender troppo strettamente il misterioso linguaggio della profezia e della rivelazione. Ma fintantochè per saggi fini quest'errore si lasciò sussistere nella Chiesa, esso produsse gli effetti più salutari nella fede e nella pratica de' Cristiani, che vivevano nella terribile aspettazione di quel momento, nel quale il globo medesimo, e tutte le varie nazioni avrebber tremato all'apparire del Divino lor Giudice[499]. Colla seconda venuta di Cristo era intimamente connessa l'antica e popolar dottrina de' Millenarj. Siccome si eran terminate in sei giorni le opere della creazione, così la lor durata nello stato presente, secondo una tradizione attribuita al profeta Elia, fissavasi al corso di seimila anni[500]. S'inferiva dall'analogia medesima, che a questo lungo tratto di travaglio e di contenzione, ch'allora trovavasi quasi al termine[501], sarebbe succeduto un lieto sabbato di mille anni; e che Cristo, colla schiera trionfante de' santi e degli eletti che avevano evitato la morte o erano miracolosamente risuscitati, regnerebbe sopra la terra fino al tempo determinato per l'ultima e generale risurrezione. Tale speranza riusciva così lusinghiera pe' credenti, che la -Nuova Gerusalemme-, che doveva esser la sede di questo beato regno, era vivamente adornata co' più brillanti colori dell'immaginazione. Una felicità, consistente solamente in puri e spirituali piaceri, sarebbe paruta troppo raffinata per gli abitatori di quella, i quali si supponevano tuttavia forniti della natura e de' sensi umani. Un giardino d'Eden, co' diletti della vita pastorale, non era più conforme ai progressi che si eran fatti nello stato di società sotto il Romano Impero. Fu dunque immaginata una città tutta d'oro e di pietre preziose con una soprannaturale abbondanza di uva e di grano nel territorio adiacente; i quali spontanei prodotti si sarebber liberamente goduti da quel felice e buon popolo senz'esser giammai molestato da veruna gelosa legge di esclusivo dominio[502]. Si ebbe tutta la premura di assicurar l'esistenza di questo millenario periodo da una serie di Padri, incominciando da Giustino martire[503] e da Ireneo, che conversarono cogl'immediati discepoli degli Apostoli, fino a Lattanzio, che fu maestro del figliuolo di Costantino[504]. Sostengono tutti, e descrivono tal sistema come ricevuto dal consenso generale de' Cristiani de' loro tempi; e sembra così bene adattato a' desiderj ed alle apprensioni degli uomini, che deve in grandissima parte aver contribuito ai progressi della fede Cristiana. Ma quando l'edifizio della Chiesa fu quasi al termine, si tolse di mezzo il sostegno ch'era servito un tempo per comodo della fabbrica. La dottrina dal regno di Cristo sopra la terra s'incominciò a risguardare come una profonda allegoria, quindi a grado a grado come una dubbiosa ed inutile opinione, e finalmente fu rigettata come un'assurda invenzione dell'eresia e del fanatismo[505]. Una profezia misteriosa, che tuttavia forma una parte del canone sacro, ma che si credea favorevole alla condannata opinione, potè appena scansare la proscrizione della Chiesa[506]. Nel tempo che promettevasi a' discepoli di Cristo la felicità, e la gloria d'un Regno temporale, si annunziavano contro il mondo infedele le più terribili calamità. L'edificazione della nuova Gerusalemme dovevasi avanzare con ugual passo, che la distruzione della mistica Babilonia; e finchè gl'Imperatori, che regnarono avanti Costantino, continuarono a professare l'idolatria, s'applicava il nome di Babilonia alla città ed all'impero di Roma. Era già preparata una regolar serie di tutte le fisiche e morali sciagure, che possono affliggere una florida nazione, vale a dire l'interna discordia, e l'invasione delle più fiere barbare genti dalle incognite regioni del Norte, la peste e la fame, le comete e l'ecclissi, le inondazioni ed i terremoti[507]. Tutti questi non erano che tanti preparatorj e spaventevoli segni della gran catastrofe di Roma, allorchè la patria degli Scipioni, e de' Cesari doveva esser consumata da una fiamma celeste, e la città de' Sette Colli co' suoi palazzi, tempj, ed archi trionfali restar sommersa in un ampio lago di fuoco e di zolfo. Poteva però servire di qualche consolazione alla vanità Romana il riflettere, che il termine del proprio Impero sarebbe stato anche quello del mondo stesso, il quale come una volta era perito per mezzo dell'elemento dell'acqua, così era destinato a soffrire una seconda subitanea distruzione mediante quello del fuoco. In tale opinione di un generale incendio la fede Cristiana molto felicemente si conciliava colla tradizione orientale, colla filosofia degli Stoici, e coll'analogia della natura; ed il paese medesimo, che per motivi religiosi era stato scelto per esser l'origine e la principale scena dell'incendio, era il più a proposito per tal disegno, attese le cagioni fisiche e naturali di profonde caverne, che vi si trovano, di strati di zolfo e di numerosi vulcani, de' quali non sono che una molto imperfetta immagine quelli dell'Etna, del Vesuvio e di Lipari. Il più tranquillo ed intrepido scettico non poteva esimersi dall'accordare, che la distruzione del presente sistema del mondo per mezzo del fuoco era in se stessa probabilissima. Il Cristiano, che fondava la propria fede molto meno su' fallaci argomenti della ragione, che sull'autorità della tradizione, e sulla interpretazione della Scrittura, l'aspettava con terrore e fiducia come un evento certo e vicino; ed avendo la mente continuamente occupata da tal solenne idea, considerava ogni disastro, a cui soggiaceva l'Impero, come un infallibil sintomo del mondo spirante[508]. Sembra che la condanna de' più saggi e virtuosi Pagani per cagione della loro ignoranza o miscredenza della verità divina, offenda l'umanità e la ragione del presente secolo[509]. Ma la primitiva Chiesa, la cui fede era di una molto stabile tempra, condannò senza esitare ai tormenti eterni la massima parte della specie umana. Poteva per avventura concedersi una caritatevole speranza in favore di Socrate, o di alcuni altri Savi dell'Antichità, che avevan consultato il lume della ragione, avanti che sorgesse quello dell'Evangelio[510]. Ma di comun consenso asserivasi, che quelli, i quali dopo la nascita o la morte di Cristo avevan ostinatamente perseverato nel culto de' demonj, non meritavano, e non potevano aspettare il perdono dell'irata giustizia di Dio. Questi rigidi sentimenti, ch'erano incogniti agli antichi, par che abbiano sparso un certo spirito di amarezza in un sistema di amore e di armonia. Spesse volte si rompevano i vincoli del sangue e dell'amicizia dalla differenza di religione, ed i Cristiani, che in questo mondo trovavansi oppressi dal poter de' Pagani, erano qualche volta dal risentimento, e dallo spirituale orgoglio portati a dilettarsi nel prospetto del futuro loro trionfo. «Voi che siete appassionati per gli spettacoli (esclama con forza Tertulliano) attendete lo spettacolo più grande di tutti, l'ultimo ed eterno giudizio dell'universo. Come sarò sorpreso, come riderò, esulterò, e sarò lieto allor che vedrò tanti orgogliosi Monarchi ed immaginati Dei gementi nel più profondo abisso dell'oscurità! tanti Magistrati, che perseguitarono il nome del Signore, penetrati da fuochi molto più veementi di quelli, ch'essi mai adoperaron contro i Cristiani! tanti saggi filosofi arroventarsi nelle vive fiamme insieme co' delusi loro scolari! tanti celebri poeti tremare avanti al tribunale non giù di Minosse, ma di Cristo! tanti tragici, più risuonanti nell'espressione de' lor tormenti! tanti danzatori....» Ma l'umanità del lettore mi permetterà di tirare un velo sul rimanente di questa infernal descrizione, che lo zelante Affricano prosegue con una lunga serie di affettati e spiritosi concetti[511]. V'erano senza dubbio molti fra' primi Cristiani di un carattere più conforme alla dolcezza e carità della lor professione. V'erano molti, che sentivano una sincera compassione pel pericolo de' lor amici e nazionali, e che usavano il più amorevole zelo per salvarli dall'imminente rovina. Il trascurato politeista, assalito da nuovi ed inaspettati terrori, contro i quali nè i suoi Sacerdoti, nè i suoi Filosofi potevan dargli alcuna protezione sicura, era bene spesso spaventato e vinto dalla minaccia degli eterni tormenti. I timori di lui servivan facilmente di aiuto ai progressi della fede e della ragione; e se una volta inducevasi a sospettare, che potesse la religion Cristiana esser vera, diveniva facile il convincerlo, che la professione di questa era il più sicuro e prudente consiglio a cui si potesse appigliare. III. I doni soprannaturali, che anche in questa vita si attribuivano a' Cristiani sopra il resto del genere umano, debbono aver molto contribuito alla propria loro consolazione, ed assai frequentemente alla persuasione degl'Infedeli. Oltre i prodigi accidentali, che potevano qualche volta effettuarsi dall'immediata operazione di Dio, allorchè sospendeva le leggi della natura per servigio della religione, la Chiesa Cristiana fin dal tempo degli Apostoli e de' primi loro discepoli[512] si è arrogata una successione non interrotta di facoltà miracolose, come il dono delle lingue, delle visioni, e della profezia, il potere di scacciare i demonj, di sanare gli ammalati, e di risuscitare i morti. Si comunicava frequentemente a' contemporanei d'Ireneo la cognizione delle lingue straniere, quantunque Ireneo medesimo dovesse contrastare colle difficoltà di un dialetto barbaro, quando predicava il Vangelo ai popoli della Gallia[513]. Si rappresenta l'inspirazion divina, o fosse questa comunicata per via di visione, in sogno o in vigilia, come un favore assai liberamente concesso ad ogni classe di fedeli, alle donne ugualmente che a' vecchi, a' fanciulli non meno che a' Vescovi. Quando le devote lor menti eran preparate abbastanza da una quantità di preghiere, di digiuni, e di vigilie a ricever l'impulso straordinario, venivan trasportati fuor de' lor sensi, ed, assorti in estasi, esponevano ciò ch'era loro inspirato, essendo puri organi dello Spirito Santo, appunto come lo è una canna o un flauto, rispetto a quello che vi soffia dentro[514]. Si può aggiungere che lo scopo di queste visioni era quello per la massima parte o di svelare i futuri eventi, o di regolare l'attuale amministrazion della Chiesa. L'espulsione de' demonj da' corpi di quegl'infelici, ch'essi avevano avuto la permissione di tormentare, si risguardava come un segnalato, quantunque ordinario, trionfo della religione, ed è più volte allegato dagli antichi Apologisti come la prova più convincente della verità del Cristianesimo. Per ordinario questa terribile cerimonia si faceva in pubblico ed in presenza di un gran numero di spettatori; veniva liberato il paziente dal potere e dall'arte dell'esorcista, ed il demonio, superato, si udiva confessare, ch'esso era uno de' favolosi Dei dell'antichità, che aveva empiamente usurpato le adorazioni dell'uman genere[515]. Ma la cura miracolosa delle più inveterate ed anche non naturali malattie non può cagionarci sorpresa veruna, se riflettiamo che al tempo d'Ireneo, cioè verso il fine del secondo secolo, il risuscitare un morto era ben lontano dal risguardarsi come un evento straordinario, che tal miracolo frequentemente facevasi nelle necessarie occasioni per mezzo di gran digiuni, e delle preghiere insieme unite della Chiesa del luogo, dove occorreva di farsi; e che le persone, in tal modo restituite in vita per le loro preci, vivevano dopo quel tempo fra loro molt'anni[516]. In un tempo, in cui la fede poteva vantare tante maravigliose vittorie sopra la morte, sembra difficile a render ragione dello scetticismo di que' filosofi, che tuttavia rigettavano e deridevano la dottrina della risurrezione. Un nobile Greco aveva ridotto a questo punto importante tutta la controversia, ed avea promesso a Teofilo, Vescovo d'Antiochia, che se poteva esser soddisfatto colla vista di una sola persona, che si fosse attualmente fatta risorgere da morte a vita, immediatamente avrebbe abbracciato la religione di Cristo. Egli è un poco straordinario, che un Prelato della prima Chiesa Orientale, per quanto bramoso fosse della conversione del suo amico, stimasse proprio di evitare una sì bella, e ragionevol disfida[517]. I miracoli della primitiva Chiesa, dopo d'aver ottenuta l'approvazione di più secoli, sono stati ultimamente attaccati da una molto libera ed ingegnosa opera[518], la quale, sebbene abbia incontralo la più favorevole accoglienza dal pubblico, par che abbia eccitato un generale scandalo fra i Teologi della nostra, non meno che delle altre Chiese protestanti d'Europa[519]. Sulle diverse nostre opinioni rispetto a quest'articolo potrà molto meno influire alcun particolare argomento, che l'abitudine de' nostri studi e delle nostre riflessioni, e sopra tutto quel grado d'evidenza che noi medesimi siamo soliti di esigere per provare un fatto miracoloso. Il dovere d'uno storico non è d'interporre il suo privato giudizio in questa delicata ed importante controversia; ma egli non deve dissimular la difficoltà di adottare una teoria, che possa conciliar l'interesse della religione con quello della ragione, di farne un'applicazione giusta, e di definire con precisione i limiti di quel fortunato periodo, libero dall'errore e dall'inganno, fino al quale possiamo estendere il dono delle facoltà soprannaturali. Dal primo de' 1 [ ] - . . - . . . . . . . 2 . . . . . . 3 4 [ ] - , , , 5 - ( - . . . - ) . ' 6 ' , ' 7 . 8 9 [ ] ' 10 . . . . . . . . . 11 12 [ ] 13 « - 14 - » . . . . . . . 15 16 [ ] ( - . . - . . . . ) 17 18 ' . ( . . . - ) 19 , ' 20 , . 21 22 [ ] - . . - . 23 . 24 25 [ ] . . . , , 26 ' , . ( . 27 . ) ' ' ' , 28 . , 29 , 30 . 31 32 [ ] ' ( . , . . . ) 33 ' , 34 ; , 35 ' , 36 . 37 38 [ ] . - . . - . . 39 . 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