un'idea più rispettabile del nome di Re, che avrebbero avuto comune con cento Barbari capitani, o che al più poteano derivar solamente da Romolo o da Tarquinio. Ma i sentimenti dell'Oriente erano assai diversi da quelli dell'Occidente. Fino dai più rimoti tempi della Storia, i Sovrani dell'Asia erano stati celebrati nel greco linguaggio col titolo di -Basileus- o di Re; e poichè questo si riguardava come la prima distinzione fra gli uomini, fu ben tosto usato dai servili Provinciali dell'Oriente nelle loro umili suppliche al trono Romano[304]. Anche gli attributi o almeno i titoli della -Divinità- furono usurpati da Diocleziano e da Massimiano, che li trasmisero ad una successione d'Imperatori cristiani[305]. Queste stravaganti formole di rispetto perdono però ben presto la loro empietà, perdendo il loro significato; e quando l'orecchio è una volta avvezzo a quel suono, si ascoltano con indifferenza come vaghe, benchè eccessive espressioni di ossequio. Dal tempo di Augusto a quello di Diocleziano i Principi Romani, conversando famigliarmente tra i loro concittadini, erano salutati solamente con quello stesso rispetto che era solito usarsi coi Senatori e coi Magistrati. Il loro principal distintivo era la Imperiale, o militare veste di porpora; mentre l'abito Senatorio era distinto con una larga, o l'equestre con una stretta fascia o lista del medesimo onorifico colore. La superbia, o piuttosto la politica di Diocleziano, indusse quel Principe artifizioso a introdurre la splendida magnificenza della Corte di Persia[306]. Egli si arrischiò ad assumere il Diadema, ornamento detestato dai Romani come odiosa insegna della dignità Reale, ed il cui uso era stato considerato come l'atto più disperato della follìa di Caligola. Altro non era il diadema che una larga e bianca fascia, adorna di perle, che cingeva la testa dell'Imperatore. Le sontuose vesti di Diocleziano e de' suoi successori erano di seta e di oro; e vien con indignazione osservato che fino le loro scarpe erano guarnite delle gemme più preziose. L'accesso alla lor sacra persona si rendeva ogni dì più difficile per l'istituzione di nuove formalità e cerimonie. Gli aditi del palazzo erano diligentemente custoditi dalle diverse -scuole-, come cominciarono allora a chiamarsi, di Uffiziali domestici. Gli appartamenti interiori furono affidati alla gelosa vigilanza degli Eunuchi, la moltiplicazione ed influenza dei quali era il più infallibile indizio del progresso del dispotismo. Quando un suddito veniva finalmente ammesso all'Imperial presenza, era obbligato, qualunque fosse la sua condizione, al prostrarsi al suol, e di adorare, secondo il costume orientale, la divinità del suo Signore e Padrone[307]. Diocleziano era un uomo sensato, che nel corso di una vita e privata e pubblica avea concepito il giusto valore e di se stesso e del genere umano: e non è facile l'immaginare, che nel sostituire i costumi della Persia a quelli di Roma egli fosse seriamente animato da così basso principio, quale è quello della vanità. Egli si lusingò, che una ostentazione di splendore e di lusso soggiogherebbe l'immaginazione della moltitudine; che il Monarca sarebbe meno esposto alla rozza licenza dei popolo e dei soldati, a misura che la sua persona fosse meno esposta alla pubblica vista; e che le abitudini di sommissione insensibilmente produrrebbero sentimenti di venerazione. L'alterigia usata da Diocleziano era, egualmente che l'affettata modestia di Augusto, una teatrale rappresentazione; ma si dee confessare, che delle due commedie, la seconda era di un carattere molto più nobile e generoso della prima. La mira dell'uno era di nascondere l'infinito potere che aveano gl'Imperatori sul mondo Romano: l'oggetto dell'altro era di farne pompa. L'ostentazione era il primo principio del nuovo sistema istituito da Diocleziano; e la divisione, il secondo. Egli divise l'Impero, le Province, ed ogni ramo della civile, e della militar amministrazione. Egli moltiplicò le ruote della macchina del Governo e ne rendè meno rapide ma più sicure le operazioni. Tutti quei vantaggi e quei difetti, che poterono accompagnare queste innovazioni, doverono in gran parte attribuirsi al primo inventore; ma siccome il nuovo edifizio di politica fu a poco a poco perfezionato e compito dai Principi successori, sarà ben fatto differire a considerarlo al tempo della sua piena maturità e perfezione[308]. Riserbando pertanto al regno di Costantino un più esatto quadro del nuovo Impero, ci contenteremo di descriverne il principale e decisivo contorno, come fu disegnato dalla mano di Diocleziano. Egli aveva associato tre colleghi all'esercizio del sapremo potere; e giudicando che i talenti di un solo erano inadeguati alla pubblica difesa, considerò la congiunta amministrazione di quattro Principi non come temporario espediente, ma come legge fondamentale della costituzione. Volle che il distintivo dei due più vecchi Principi fossero il diadema e il titolo di -Augusto-; che questi (secondo che l'affetto o la stima dirigesse la loro scelta) regolarmente chiamassero in loro aiuto due subordinati colleghi; e che i -Cesari-, innalzati a vicenda al primo posto, dessero una successione non interrotta d'Imperatori. L'Impero fu diviso in quattro parti. L'Oriente e l'Italia erano le più onorevoli; il Danubio ed il Reno, le più faticose. Le prime esigevano la presenza degli -Augusti-; le seconde erano affidate al Governo dei -Cesari-. La forza delle legioni era nelle mani dei quattro Soci della sovranità, e la disperazione di vincer successivamente quattro formidabili rivali, poteva intimorire l'ambizione di un intraprendente Generale. Nel governo civile gl'Imperatori supponevansi esercitare l'indiviso potere della Monarchia, ed i loro editti, autenticati coi loro nomi uniti, erano ricevuti in tutte le Province come promulgati dai loro scambievoli consigli e dalle loro autorità. Nonostante queste precauzioni, la politica unione del Mondo Romano fu a poco a poco disciolta, e si introdusse un principio di divisione, che nel corso di pochi anni cagionò la perpetua separazione degl'Imperi Orientale ed Occidentale. Il sistema di Diocleziano fu accompagnato da un altro molto sostanziale svantaggio, che merita ancora adesso la nostra attenzione, ed è uno stabilimento più dispendioso e conseguentemente un aumento di tasse, e l'oppressione del popolo. Invece di una modesta famiglia di schiavi e di liberti, quale era bastata alla semplice grandezza di Augusto e di Traiano, furono stabilite tre o quattro magnifiche Corti nelle varie parti dell'Impero, ed altrettanti -Re- Romani gareggiarono l'uno coll'altro e col Monarca Persiano per la vana superiorità della pompa e del lusso. Il numero dei Ministri, dei Magistrati, degli Uffiziali, e dei servitori, che occupavano i diversi dipartimenti dello Stato, si moltiplicò oltre l'esempio dei primi tempi; e (se noi possiamo usare la robusta, espressione di un contemporaneo) «quando la proporzione di quelli che ricevevano, eccedè la proporzione di quelli che contribuivano, le Province furono oppresse dal peso dei tributi[309].» Da questa epoca fino all'estinzione dell'Impero, sarebbe facile il dedurre una continua serie di clamori e di lagnanze. Ogni scrittore, secondo la sua religione e la sua situazione, prende o Diocleziano, o Costantino, o Valente o Teodosio per l'oggetto delle sue invettive: ma si accordano tutti unanimemente a rappresentare il peso delle pubbliche imposizioni e particolarmente la tassa prediale e l'imposizion sulle teste, come l'intollerabile e sempre crescente gravame dei loro tempi. Da tale uniformità di lagnanze uno Storico imparziale, ch'è obbligato di ricavare la verità dalla satira non meno che dal panegirico, sarà disposto a dividere il biasimo tra i Principi, che ne sono accusati, ed attribuire le loro esazioni assai meno ai loro vizi personali, che all'uniforme sistema del loro governo. L'Imperator Diocleziano fu veramente l'autore di questo sistema, ma durante il suo regno il male crescente fu ristretto entro i confini della modestia e della discrezione; ed egli piuttosto che il rimprovero di avere esercitata l'oppressione, merita quello di averne stabiliti i perniciosi principj. Si può aggiungere che erano le sue entrate amministrate con prudente economia; e che dopo esser tutte le spese correnti pagate, vi rimaneva tuttavia nel tesoro Imperiale un'ampia provvisione o per la giudiziosa liberalità o per qualche emergenza dello Stato. Nell'anno ventunesimo del suo regno, Diocleziano effettuò la sua memorabile risoluzione di rinunziare all'Impero; azione che più naturalmente poteva aspettarsi dal più vecchio, o dal più giovane degli Antonini, che da un Principe, il quale non avea mai praticate le lezioni della filosofia o nell'acquisto o nell'esercizio del supremo potere. Diocleziano ebbe la gloria di dare al mondo il primo esempio di una rinuncia[310], che non è stata molto frequentemente imitata dai posteriori Monarchi. Il paralello di Carlo Quinto per altro si presenterà naturalmente da se stesso alla nostra mente non solo perchè l'eloquenza di uno Storico moderno ha renduto quel nome tanto famigliare ad un Inglese lettore, ma per la molto viva rassomiglianza fra i caratteri de' due Imperatori, i cui talenti politici furono superiori al loro genio militare, e le cui speziose virtù furono effetto molto più dell'arte, che della natura. Sembra che la rinunzia di Carlo fosse affrettata dalle vicende della fortuna; e che lo sconcerto dei suoi favoriti disegni lo sforzasse ad abbandonare un potere, ch'egli non ritrovava proporzionato alla propria ambizione. Ma il Regno di Diocleziano era stato agitato da flutti di continue vicende, e non sembra che egli cominciasse a nutrire alcuna seria idea di rinunziare l'Impero, se non dopo aver vinti tutti i suoi nemici, e compiti tutti i suoi disegni. Nè Carlo, nè Diocleziano erano giunti ad un periodo di vita molto avanzato; giacchè l'uno avea soltanto cinquantacinque anni, e l'altro non più di cinquantanove; ma la vita attiva di questi Principi, le loro guerre ed i loro viaggi, le cure del trono, e la loro applicazione agli affari, aveano di già alterato il loro temperamento e prodotte le infermità di una anticipata vecchiezza[311]. [A. D. 304] Malgrado la crudezza d'un freddissimo e piovoso inverno, Diocleziano lasciò l'Italia subito dopo la cerimonia del suo trionfo, e cominciò il suo viaggio verso l'Oriente per le Province Illiriche. Egli contrasse ben tosto dall'inclemenza dei tempi e dalla fatica del viaggio una lenta malattia, e benchè facesse comode marce, e fosse ordinariamente portato in una chiusa lettiga, era il suo male divenuto molto serio e pericoloso, avanti che egli arrivasse a Nicomedia, verso il fin della state. Rimase per tutto l'inverno confinato nel suo palazzo: il suo pericolo eccitava un generale e sincero cordoglio; ma il popolo poteva giudicare del vario stato della salute di lui solamente dalla gioia o dalla costernazione che egli vedea nell'aspetto e nel portamento dei Ministri. Fu per qualche tempo generalmente creduto al rumore della sua morte, e fu supposto che si tenesse celata onde prevenire le commozioni che potevano insorgere nell'assenza del Cesare Galerio. Finalmente però, il primo di marzo, Diocleziano comparve un'altra volta in pubblico, ma così pallido ed emaciato, che poteva esser appena riconosciuto da quelli, ai quali era più famigliare la sua persona. Era ormai tempo di por fine al penoso contrasto che egli avea sostenuto per più di un anno fra le cure della sua salute e della sua dignità. La prima esigeva gran riguardi e quiete, e l'ultima lo astringeva a dirigere dal letto, ove giacea infermo, il Governo di un vasto impero. Egli si risolvè a passare il resto de' suoi giorni in un onorevol riposo, di porre la sua gloria al coperto dei colpi di fortuna, e di abbandonare il teatro del mondo ai suoi più giovani e più operosi Colleghi[312]. Fu la cerimonia della sua rinuncia celebrata in una spaziosa pianura, distante tre miglia in circa da Nicomedia. Montò l'Imperatore sopra un elevato trono, ed in un discorso, pieno di buon senso e di maestà, dichiarò la sua intenzione al popolo insieme ed ai soldati, adunatisi in quella straordinaria occasione. [A. D. 305] Appena si fu egli spogliato della porpora, che si allontanò dall'attonita moltitudine; e traversando la città, in un cocchio coperto se n'andò senza indugio al favorito ritiro che scelto si era nel suo nativo paese della Dalmazia. Nello stesso giorno, che era il primo di maggio[313], Massimiano (secondo che avea antecedentemente concertato) fece in Milano la sua rinunzia della Imperiale dignità. In mezzo ancora allo splendore del trionfo Romano, Diocleziano avea meditato il mio disegno di rinunziare il Governo. Siccome egli desiderava di accertarsi dell'ubbidienza di Massimiano, esigè da esso o una general sicurezza di sottoporre le sue azioni all'autorità del suo benefattore, o una promessa particolare di discendere dal Trono ogni volta che ne ricevesse l'avviso e l'esempio. Questa obbligazione, benchè confermata colla solennità di un giuramento dinanzi all'altare di Giove Capitolino[314], sarebbe stata un debole freno al feroce carattere di Massimiano, la cui passione era l'amor del potere, e che nulla curava o la presente tranquillità, o la riputazione futura. Ma egli cede, benchè con ripugnanza, all'autorità che sopra di lui aveva acquistata il suo più saggio collega, e si ritirò, immediatamente dopo la sua rinunzia, in una villa nella Lucania, dove era quasi impossibile che un animo tanto impaziente trovar potesse alcuna durevole tranquillità. Diocleziano che si era da una servile origine innalzato al Trono, passò in una privata condizione gli ultimi nove anni della sua vita. La ragione avea a lui suggerito il ritiro, e sembra che ve lo accompagnasse la contentezza. In esso egli godè per lungo tempo il rispetto di quei Principi, ai quali ceduto aveva il dominio del Mondo[315]. È raro che gli animi, lungamente esercitati negli affari, abbiano mai formato alcun abito di conversar con se stessi; e nella perdita della potenza deplorano principalmente la mancanza di occupazione. I trattenimenti delle lettere e della devozione, che sono di tanto compenso nella solitudine, erano incapaci di fissare l'attenzione di Diocleziano; ma egli avea conservato, o almeno presto ricuperò il gusto per li più innocenti e più naturali piaceri, e le sue ore di ozio erano sufficientemente impiegate in fabbricare, in piantare, e in coltivare un giardino. Vien meritamente celebrata la sua risposta a Massimiano. Veniva egli sollecitato da quell'inquieto Vecchio a riassumere le redini del Governo e la porpora Imperiale. Rigettò esso la tentazione con un sorriso di compassione, tranquillamente osservando che se egli potesse mostrare a Massimiano i cavoli da se piantati colle sue proprie mani in Salona, non sarebbe più stimolato ad abbandonare il godimento della felicità per andare in traccia della potenza[316]. Ne' suoi discorsi cogli amici confessava sovente che di tutte le arti la più difficile era quella di regnare, e si esprimeva su questo favorito argomento con tal calore, che potea essere solamente l'effetto dell'esperienza. «Quante volte (soleva egli dire) è interesse di quattro, o cinque ministri di accordarsi insieme ad ingannare il loro Sovrano. Separato dal Genere Umano per la sublime sua dignità, la verità gli è sempre nascosta; egli non può vedere che per gli occhi di quelli, ed altro non ode che le loro false rappresentanze. Conferisce le cariche più importanti al vizio ed alla debolezza, e trascura i più virtuosi e più meritevoli tra i suoi sudditi. Con questi infami artifizi (soggiungea Diocleziano) i migliori e più savi Principi sono venduti alla venal corruzione dei loro Cortigiani[317].» Una giusta stima della grandezza, o la sicurezza di una immortale riputazione accrescono il nostro gusto per li piaceri della solitudine, ma il Romano Imperatore avea occupato un posto troppo importante nel mondo, per godere senza mescolanza di dispiacere i contenti e la sicurezza di una condizione privata. Era impossibile che egli ignorasse le turbolenze, dalle quali fu dopo la sua rinunzia travagliato l'Impero. Era impossibile che ne fossero per lui indifferenti le conseguenze. Il timore, il cordoglio e il disgusto lo perseguitarono talora nella solitudine di Salona. La sua tenerezza, o almeno il suo orgoglio fu sensibilmente ferito dalle sventure della consorte e della figlia, e gli ultimi momenti di Diocleziano furono amareggiati da alcuni affronti, che Licinio e Costantino avrebber potuto risparmiare al Padre di tanti Imperatori, ed al primo autore della loro fortuna. Una fama, benchè molto dubbia, è arrivata a' nostri tempi, che egli prudentemente si sottraesse dal loro potere con una volontaria morte[318]. [A. D. 313] Prima di tralasciare l'esame della vita e del carattere di Diocleziano, possiamo per un momento rivolgere lo sguardo al luogo del suo ritiro. Salona, città principale della sua nativa Provincia della Dalmazia, era lontana (secondo la misura delle pubbliche strade) quasi dugento miglia Romane da Aquileia, e dai confini dell'Italia; e quasi dugentosettanta da Sirmio, solita residenza degli Imperatori, ogni qualvolta visitavano l'Illirica frontiera[319]. Un miserabil villaggio conserva tuttora il nome di Salona, ma fino nel sedicesimo secolo gli avanzi di un teatro, ed il confuso prospetto di archi rotti, e di colonne di marmo attestavano tuttavia il suo antico splendore[320]. In distanza di sei o sette miglia in circa dalla città, Diocleziano costruì un magnifico palazzo; e si può dalla grandezza di quella fabbrica inferire da quanto tempo egli avea meditato il suo disegno di rinunziare l'Impero. La scelta di un sito, che riunisse tutto ciò che potesse contribuire o alla salute o al lusso, non richiedeva la parzialità di un natio del paese. «Era asciutto e fertile il suolo, l'aria pura e salubre, e benchè eccessivamente calda nei mesi estivi, quel paese prova di rado quei venti caldi e nocivi, ai quali sono esposte le coste dell'Istria ed alcune parti dell'Italia. Le vedute dal palazzo non eran men belle, di quello che fosse allettante il suolo ed il clima. Giace all'occidente il fertil lido, che si stende lungo l'Adriatico, nel quale sono sparse molte isolette in tal guisa, che danno a questa parte del mare l'apparenza di un vasto lago. Vi è dalla parte di settentrione la baia che conduceva all'antica città di Salona; il prospetto e la campagna, che si vede al di là della stessa, forma un bel contrapposto a quella più estesa veduta di acqua, che l'Adriatico presenta al mezzogiorno ed all'oriente. Verso il Settentrione è chiusa la scena da alte e irregolari montagne, situate in giusta distanza, e coperte in molti luoghi di villaggi, di boschi, e di vigne[321].» Benchè Costantino, per un pregiudizio assai ovvio, parli del palazzo di Diocleziano con un affettato disprezzo[322], pure uno dei suoi successori, che potè solamente vederlo in uno stato mutilato e negletto, ne celebra la magnificenza con termini della più alta ammirazione[323]. Occupava questo un'estensione di terreno tra i nove o dieci jugeri inglesi. Era di forma quadrangolare, fiancheggiato da sedici torri. Due dei lati erano lunghi quasi seicento piedi, e gli altri due, quasi settecento. Era tutto costruito di bella pietra viva, tratta dalle vicine cave di Trau o Traguzio, molto poco inferiore al marmo stesso. Quattro strade, intersecate ad angoli retti, dividevano le diverse parti di questo grand'edifizio, e introduceva al principale appartamento un magnifico ingresso, che tuttavia si nomina la Porta d'oro. L'accesso era terminato da un peristilio di colonne di granito, da un lato del quale si scopriva il Tempio quadrato di Esculapio, e dall'altro il Tempio ottangolare di Giove. Diocleziano venerava il secondo di questi numi come protettore della sua fortuna, e il primo come custode della sua salute. Combinando i presenti avanzi colle regole di Vitruvio, le diverse parti di quell'edifizio, i bagni, la camera da letto, l'atrio, la Basilica, e le sale Cizicena, Corintia ed Egizia sono state descritte con qualche grado di precisione o almeno di probabilità. Le loro forme erano varie, giuste le loro proporzioni, ma erano tutte accompagnate da due difetti molto contrari alle nostre moderne idee di gusto, e di comodo. Queste magnifiche stanze non avevano nè finestre nè cammini. Ricevevano la luce dall'alto (giacchè non pare che l'edifizio avesse più di un solo piano) ed erano riscaldate per mezzo di tubi condotti lungo le mura. La fila dei principali appartamenti era difesa verso libeccio da un portico lungo 517 piedi che deve aver formato un assai nobile e dilettoso passeggio, quando alle bellezze della vista erano aggiunte quelle della pittura o della scoltura. Se fosse questo magnifico edifizio rimasto in una solitaria contrada, sarebbe stato esposto all'ingiurie del tempo; ma avrebbe potuto forse sfuggire alla rapace industria degli uomini. Il villaggio di Aspalato,[324] e molto dopo la città provinciale di Spalatro, s'innalzarono sulle rovine di quello. La porta d'oro introduce adesso al mercato. S. Gio. Battista ha usurpato gli occhi di Esculapio: ed il Tempio di Giove è divenuto la Chiesa Cattedrale, sotto la protezione della Vergine. Siamo particolarmente debitori di questa descrizione del palazzo di Diocleziano ad un ingegnoso artefice dei nostri tempi e del nostro paese, che una molto nobil curiosità condusse nel cuore della Dalmazia[325]. Ma vi è luogo di sospettare che l'eleganza dei suoi disegni e dell'incisione abbia alquanto adornati gli oggetti che copiar si dovevano. Sappiamo da un più recente e molto giudizioso viaggiatore, che le maestose rovine di Spalatro mostrano non meno la decadenza delle arti, che la grandezza dell'Impero Romano al tempo di Diocleziano[326]. Se tale era veramente lo stato dell'architettura, dobbiamo naturalmente credere che la pittura, e la scoltura avessero sofferto un deterioramento ancor più sensibile. La pratica dell'architettura è diretta da poche generali, anzi meccaniche regole. Ma la scoltura, e la pittura specialmente si propongono l'imitazione non solo delle forme del corpo, ma ancora dei caratteri e delle passioni dell'animo. Poco vale in queste arti sublimi la destrezza della mano, se non viene animata dall'immaginazione, e guidata dal più corretto gusto e dall'osservazione. È quasi inutile di osservare che le civili discordie dell'Impero, la licenza de' soldati, le irruzioni dei Barbari, ed il progresso del dispotismo divennero fatali al genio, ed anche al sapere. La successione dei Principi Illirici ristabilì l'Impero, senza ristabilire le scienze. La militare loro educazione non era diretta ad inspirare ad essi l'amor delle lettere; e lo spirito stesso di Diocleziano benchè attivo, e abile negli affari non era niente instruito dello studio, o dalla speculazione. Le professioni della legge, e della medicina sono di un uso così comune, o di un profitto così certo che sempre avranno un sufficiente numero di artisti, forniti di ragionevole abilità e sapere. Ma non sembra che gli studenti di quelle due facoltà citino alcun celebre maestro che fiorisse in quel secolo. Non si udiva lo voce della poesia. La Storia era ridotta a sterili o confusi compendi, privi egualmente di allettamento è d'istruzione. Una languida ed affettata eloquenza era tuttavia pensionata ed al servizio degl'Imperatori, i quali non incoraggiavano altre arti che quelle che contribuivano a soddisfare la loro superbia, o a difendere il loro potere[327]. Il secolo della decadenza del sapere e del Genere Umano è nondimeno famoso per l'origine od il progresso dei nuovi Platonici. La scuola di Alessandria impose silenzio a quella d'Atene; e le antiche Sette si arrolarono sotto le insegne dei Maestri i più alla moda, che raccomandavano il loro sistema colla novità del lor metodo e coll'austerità dei loro costumi. Diversi di questi Maestri, Ammonio, Plotino, Amelio, e Porfirio[328], erano uomini di un pensar profondo e di una intensa applicazione: ma errando nel vero oggetto della filosofia, le loro fatiche contribuivano molto meno a migliorare che a corrompere l'umano intendimento. I nuovi Platonici trascuravano le cognizioni convenienti alla nostra situazione, ed alle nostre facoltà, l'intero circolo delle scienze morali, naturali, e matematiche, mentre spendevano tutto il loro vigore in dispute verbali di metafisica, tentavano di esplorare i secreti del Mondo invisibile, e procuravano di conciliare Aristotile con Platone sopra soggetti ignoti a quei due filosofi, ugualmente che al resto del Genere Umano. Consumando la loro ragione in queste profonde ma vane meditazioni, esponevano le loro menti alle illusioni dell'immaginazione. Si lusingavano di possedere il segreto di liberare lo spirito dalla sua corporea prigione; vantavano un famigliar commercio coi demoni e cogli spiriti, e convenivano (con singolarissima rivoluzione) lo studio della filosofia in quello dell'arte magica. Gli antichi Savi avevano derisa la popolar superstizione: i discepoli di Plotino e di Porfirio, dopo averne coperta la stravaganza col sottile pretesto dell'allegoria, ne divennero i più zelanti difensori. Convenendo coi Cristiani in alcuni pochi misteriosi punti di fede, combattevano il resto del loro teologico sistema con tutto il furore di una guerra civile. I nuovi Platonici appena meriterebbero un posto nella Storia delle scienze, ma in quella della Chiesa accaderà spesso far menzione di loro. FOOTNOTES: [206] Eutropio IX. 19. Vittore in Epitom. Sembra che la città fosse propriamente detta Daclia da una piccola tribù d'Illirici. (Vedi Cellario, Geograf. antic. tom. I. p. 393). Probabilmente il primo nome del felice schiavo fu -Docles-, che allungò dopo per servire alla greca armonia in quel di -Diocles-, e che finalmente convertì in quello di -Diocletianus-, come più proprio della maestà Romana. Prese parimente il nome patrizio di Valerio, che gli viene ordinariamente dato da Aurelio Vittore. [207] Vedi Dacier sulla sesta satira del secondo libro di Orazio, Cornel. Nip. nella vita di Eumene. c. I. [208] Lattanzio (o chiunque fu l'autore del piccol trattato -de mortibus persecutorum-) accusa in due luoghi Diocleziano di -timidità- c. 7, 8. Nel cap. 9, dice di lui «erat in omni tumultu meticulosus et animi disiectus». [209] In questo elogio sembra che Aurelio Vittore insinui una giusta, benchè indiretta censura, della crudeltà di Costanzo. Apparisce dai fasti, che Aristobolo rimase Prefetto della città, e che terminò con Diocleziano il Consolato ch'egli avea cominciato con Carino. [210] Aurel. Vittore nomina Diocleziano «Parentem potius quam Dominum». Vedi Stor. Aug. p. 30. [211] La questione del tempo, in cui Massimiano ricevesse la dignità di Cesare e di Augusto, avea divisi i critici moderni, e data occasione ad un gran numero di dotte dispute. Io ho seguitato il Tillemont, (Stor. degl'Imperat. t. IV. p. 500-505) che ha bilanciato le diverse difficoltà e ragioni colla solita sua scrupolosa esattezza. [212] In una orazione recitata dinanzi a lui (Panegir. vet. II. 8.) Mamertino dubita se il suo Eroe, imitando la condotta di Annibale e di Scipione, ne avesse mai udito i nomi. Possiamo quindi benissimo inferire, che Massimiano ambiva più di essere stimato come soldato che come uomo di lettere: ed in tal guisa si può spesso saper la verità dal linguaggio medesimo dell'adulazione. [213] Lattanzio -de M. P.- c. 8 Aurel. Vittore. Siccome tra i Panegirici si trovano orazioni recitate in lode di Massimiano, ed altre che adulano i di lui avversarj a sue spese, si ricava qualche verità da questo contrasto. [214] Vedi i Panegir. 2 e 3, e particolarmente III. 3, 10, 14, ma sarebbe cosa tediosa il copiare le prolisse ed affettate espressioni della falsa loro eloquenza. Riguardo ai titoli si consulti Aurel. Vittore, Lattanzio -de M. P.- c. 52. Spanhemio -de usu Numism.- etc. Dissert. XII. 8. [215] Aurel. Vittore, -in Epitom.- Eutrop. IX. 22. Lattanzio -de M. P.- c. 8. -Hieronym. in Chron.- [216] Il Tillemont non ha potuto rinvenire che tra i Greci moderni il soprannome di Chlore. Verun notabile grado di pallidezza non sembra potersi combinare col -rubor- menzionato nel Panegir. V. 19. [217] Giuliano, nipote di Costanzo, vanta la discendenza della sua famiglia dai bellicosi Mesj (-Misopogon-, p. 348.) I Dardani abitavano all'estremità della Mesia. [218] Galerio sposò Valeria, figlia di Diocleziano. Se si parla con precisione, Teodora, moglie di Costanzo, era soltanto figlia della moglie di Massimiano. Spanhem. Dissertat. XI. 2. [219] Questa divisione combina con quella delle quattro Prefetture: vi è però qualche ragione di dubitare che fosse la Spagna Provincia di Massimiano. Vedi Tillemont, tom. IV. p. 517. [220] Giuliano -in Caesarib.- p. 315 note di Spanhem. alla traduzione Francese, p. 122. [221] Il nome generico di -Bagaudae- (nel significato di ribelli) continuò fino al quinto secolo nella Gallia. Alcuni critici lo fanno venire dalla parola Celtica -Bagad-, assemblea tumultuosa. Scaliger. -ad Euseb.- Du Cange -Glossar.- [222] Cronica di Froissart vol. I. p. 182. II. 73-79. La semplicità di questa Storia non è stata imitata dai nostri moderni scrittori. [223] Caesar. -De Bell. Gallic.- VI. 13. Orgetorige, di nazione Svizzero, potè armare in sua difesa un corpo di diecimila schiavi. [224] L'oppressione e miseria loro vien confermata da Eumenio, (Panegir. VI. 8.) -Gallias efferatas iniuriis-. [225] Panegyr. Vet. II. 4. Aurel. Vitt. [226] Eliano ed Amando. Noi abbiamo delle medaglie da loro coniate. Goltzio in Thes. R. A. p. 117-121. [227] -Levibus proeliis domuit-, Eutrop. IX. 20. [228] Questo fatto per vero dire si fonda sopra un'autorità ben leggiera, ch'è la vita di S. Babolino scritta probabilmente nel VII secolo. Vedi Duchesne -Scriptores rerum Francicar.- tom. I. p. 662. [229] Aurelio Vittore li nomina Germani, Eutropio (IX. 21) li nomina Sassoni. Ma Eutropio viveva nel secolo seguente, e sembra far uso del linguaggio del suo tempo. [230] Le tre espressioni di Eutropio, di Aurelio Vittore, e di Eumenio -vilissime natus, Bataviae alumnus, et Menapiae civis- ci danno una incerta notizia della nascita di Carausio. Il Dott. Stukely però (Stor. di Carausio, p. 62) lo fa nativo di S. David, e Principe del sangue Reale della Britannia. Egli ne trovò la prima idea in Riccardo di -Cirencester-, pag. 44. [231] Panegyr. V. 12. Era in quel tempo la Britannia sicura e poco difesa. [232] Panegyr, Vet. V. 11. VII. 9. L'oratore Eumenio desiderava esaltar la gloria del suo Eroe (Costanzo), vantando l'importanza di quella conquista. Nonostante la nostra lodevol parzialità per la patria, è difficile di concepire, che al principio del quarto secolo meritasse l'Inghilterra tutte queste lodi. Un secolo e mezzo avanti somministrava appena il necessario per pagar le truppe, che vi stavano di guarnigione. Vedi Appiano nel proemio. [233] Siccome si conserva tuttavia un gran numero di medaglie di Carausio, egli è divenuto un oggetto favorito della curiosità degli antiquarj; e sono state con sagace accuratezza investigate tutte le particolarità della sua vita e delle sue azioni. Il Dottore Stukely specialmente ha consacrato un grosso volume all'Imperatore Britannico. Io ho fatto uso dei suoi materiali, ed ho rigettate molte delle immaginarie sue congetture. [234] Quando Mamertino recitò il suo primo panegirico, erano terminati i preparativi navali di Massimiano, e l'oratore presagiva una sicura vittoria. Il solo suo silenzio nel secondo panegirico servirebbe a mostrarci che la spedizione non ebbe un felice successo. [235] Aurel. Vittore, Eutropio, e le medaglie (Pax Augg.) c'informano di questa temporanea riconciliazione: ma io non presumerò (come ha fatto il Dott. Stukely, Storia metallica di Carausio, p. 86. etc.) di riferire gli articoli medesimi del trattato. [236] Si trovano in Aurelio Vittore ed in Eutropio pochi squarci concernenti la conquista della Britannia. [237] Giovanni Malela, nella Cron. Antiochen. tom. I p. 408, 409. [238] Zosim. l. I. p. 3. Questo Storico parziale sembra che celebri la vigilanza di Diocleziano colla mira di far vedere la negligenza di Costantino. Sentiamo l'espressioni d'un oratore: «nam quid ego alarum et cohortium castra percenseam, toto Rheni et Istri et Euphratis limite restituta» -Panegyr. vet.- IV. 18. [239] -Ruunt omnes in sanguinem suum populi, quibus non contigit esse Romanis, obstinataeque feritatis poenas nunc sponte persolvunt. Panegyr. Vet.- III. 16. Mamertino illustra il fatto coll'esempio di quasi tutte le nazioni del mondo. [240] Egli si lamentava, benchè non con esatta verità. «Jam fluxisse annos quindecim, in quibus in Illyrico, ad ripam Danubii relegatus, cum gentibus barbaris luctaret». Lattanzio -de M. P.- c. 18. [241] Nel testo Greco di Eusebio, si legge seimila, numero che io ho preferito al sessantamila di Girolamo, di Orosio, di Eutropio, e del suo Greco traduttore Peanio. [242] -Panegyr. vet.- VII. 21. [243] Eravi uno stabilimento di Sarmati nelle vicinanze di Treveri, che sembra essere stato abbandonato da quei neghittosi Barbari. Auson. ne parla -in Mosel.- -Unde iter ingredieus nemorosa per avia solum,- -Et nulla humani spectans vestigia, cultus- . . . . . . . . . . . . . . . . . . -Arvaque Sauromatum nuper metata colonis- Vi era una città dei Carpi nella Mesia inferiore. [244] Vedi le congratulazioni di Eumenio, scritte in istile di Retore. Panegyr. VII. 9. [245] Scaligero (-Animadvers. ad Euseb.- p. 243.) decide al suo solito, che i -Quinquegenziani-, o sia le cinque nazioni Affricane, erano le cinque grandi città, la Pentapoli della pacifica Provincia di Cirene. [246] Dopo la sua disfatta, Giuliano si trapassò il petto con una spada, e si lanciò immediatamente nelle fiamme, Vittor. -in Epitom.- [247] «Tu ferocissimos Mauritaniae populos, inaccessis montium jugis et naturali munitione fidentes, expugnasti, recepisti, transtulisti.» -Panegyr. Vet.- VI. 8. [248] Vedi la descrizione di Alessandria in -Hirtius de Bello Alexandria-. c. 5. [249] Eutrop. IX. 24. Orosio, VII. 25. Giovanni Malela nella Cron. Antioch. p. 409, 410. Eumenio, però ci assicura, che fu l'Egitto pacificato dalla clemenza di Diocleziano. [250] Eusebio (-in Chron.-) fissa la loro distruzione alcuni anni avanti, ed in un tempo in cui l'Egitto istesso erasi ribellato dai Romani. [251] Strabone, l. XVII. p. 1. 172. Pomponio Mela l. I. c. 4: sono curiose le parole: «Intra si credere libet, vix homines magisque semiferi; Ægipanes, et -Blemmyes- et Satyri.» [252] «Ausus sese inserere fortunae et provocare arma Romana.» [253] Ved. Procopio -De Bell. Persic.- l. I. c. 19. [254] Egli fissò il pubblico mantenimento di grano pel popolo di Alessandria a due milioni di -medimni-, quattrocentomila sacca in circa, -Chron.- Paschal. p. 176. Procop. -Hist. Arcan.- c. 26. [255] Giovanni di Antiochia -in Excerpt. Valerian.- p. 834. Suida in Diocleziano. [256] Vedi una breve storia e confutazione dell'alchimia nelle opere di un filosofo compilatore, la Mothe le Vayer, tom. 1, p. 327-353. [257] Vedi l'educazione e la forza di Tiridate nella storia Armena di Mosè di Corene, l. II. c. 76. Egli potea prendere due tori selvaggi per le corna e romperle colle sue mani. [258] Se prestiamo fede al più giovine Vittore, il quale suppone che nell'anno 323 Licinio avesse solamente sessant'anni, egli appena potrebbe esser la stessa persona del protettor di Tiridate; ma noi sappiamo da molto miglior autorità (Eusebio Stor. Ecclesiast. l. X. cap. 8.) che Licinio era allora nell'ultimo periodo della vecchiezza: sedici anni avanti, vien rappresentato con capelli canuti, e come contemporaneo di Galerio. Vedi Lattanz. c. 31. Licinio era nato probabilmente verso l'anno 250. [259] Vedi i libri 62 e 63 di Dione Cassio. [260] Mosè di Corene, Stor. Armen. l. II. c. 74. Le statue erano state erette da Valarsace, che regnava nell'Armenia circa 130 anni avanti Cristo, e fu il primo Re della famiglia di Arsace (Vedi Mosè, Stor. Armen. l. II. 2, 3). La deificazione degli Arsaci vien menzionata da Giustino (XLI. 5.) e da Ammiano Marcellino. (XXIII. 6.) [261] La nobiltà Armena era numerosa e potente. Mosè fa menzione di molte famiglie, le quali erano illustri sotto il regno di Valarsace (l. II. 7.) e le quali sussistevano ancora al suo tempo verso la metà del quinto secolo. Vedi la Prefaz. dei suoi editori. [262] Si chiamava Chosroi-duchta, e non avea l'-or patulum- come le altre donne. (Stor. Armen. l. II. c. 79.) Io non intendo tal frase. [263] Nella Storia Armena (l. II. 78) come ancora nella Geografia, (p. 367) la China trovasi nominata Zenia, o Zenastan. Vien distinta dalla seta, dalla opulenza degli abitanti, e dal loro amore per la pace sopra tutte le altre nazioni del mondo. [264] Vou-ti, il primo Imperatore della settima Dinastia, che allora regnava nella China, ebbe dei trattati politici colla Fergana, provincia della Sogdiana, e si dice che ricevesse un'ambasceria Romana. (Stor. degli Unni, tom. I. pag. 38.) In quei secoli i Chinesi teneano una guarnigione in Kashgar, ed uno dei lor Generali, verso i tempi di Traiano, si avanzò fino al mar Caspio. Riguardo al commercio tra la China ed i paesi occidentali, si può consultare una interessante memoria del sig. de Guignes nell'Accademia delle Iscriz. tom. XXXII. pag. 355. [265] Vedi Stor. Armen. l. II. c. 81. [266] -Ipsos Persas ipsumque Regem, ascitis Saccis et Ruffis et Gellis, petit frater Ormies.- Panegyr. Vet. III. I Saci erano una nazione di Sciti erranti, accampati verso la sorgente dell'Oxo e del Jaxarte. I Gelli erano gli abitatori del Ghilan lungo il mar Caspio, che sotto nome di Dilemiti, infestarono per tanto tempo la Monarchia Persiana. Vedi D'Herbelot, Bibliot. Orient. [267] Mosè di Corene tralascia affatto questa seconda rivoluzione che io sono stato costretto a ricavare da un passo di Ammiano Marcellino (l. XXIII. 5). Lattanzio parla dell'ambizione di Narsete «Concitatus domesticis exemplis avi sui Saporis ad occupandum Orientem magnis copiis inhiabat». -De Mort. Persecut.- c. 9. [268] Possiamo fermamente credere, che Lattanzio ascrive a codardia la condotta di Diocleziano. Giuliano nella sua orazione dice, che egli rimase con tutte le forze dell'Impero; frase molto iperbolica. [269] I nostri cinque compendiatori, Eutropio, Festo, i due Vittori, ed Orosio, tutti riferiscono l'ultima e gran battaglia; ma Orosio è il solo che parla delle due prime. [270] La natura del paese è benissimo descritta da Plutarco nella vita di Crasso, e da Senofonte nel primo libro dell'Anabasi. [271] Vedi la Dissertazione di Foster nel secondo volume della traduzione dell'Anabasi di Spelman, che ardisco raccomandare come una delle migliori traduzioni che abbiamo. [272] Stor. Armen. l. II. c. 76. Io ho trasferito questa impresa di Tiridate da una disfatta immaginaria a quella reale di Galerio. [273] Ammian. Marcell. l. XIV. Il miglio, nelle mani di Eutropio (IX. 24.) di Festo (c. 2.) e di Orosio (VIII. 25.) facilmente si estendeva a diverse miglia. [274] Aurel. Vittore. Giornandes -de rebus Geticis- c. 21. [275] Aurelio Vittore dice «Per Armeniam in hostes contendit, quae ferme sola, seu facilior vincendi via est». Egli seguitò la condotta di Traiano, e l'idea di Giulio Cesare. [276] Senofonte, Anabasi, l. III. Per questa ragione la cavalleria Persiana si accampava a sessanta stadi dal nemico. [277] Il fatto vien riferito da Ammiano, l. XXII. Invece di -Saccum-, alcuni leggono -Scutum-. [278] I Persiani riconoscevano la superiorità dei Romani nel morale e nella milizia. Eutrop. IX. 24. Ma questo rispetto e gratitudine per i nemici raramente si trovava nelle proprie loro relazioni. [279] Il ragguaglio del trattato è preso dai frammenti di Patrizio nell'-Excerpta Legationum- pubblicato nella collezione Bizantina. Patrizio vivea sotto Giustiniano; ma è evidente dalla natura dei suoi materiali, ch'ei gli avea ricavati da Scrittori più autentici e rispettabili. [280] «Adeo Victor» (dice Aurelio) «ut ni Valerius, cujas nudi omnia gerebantur, abnuisset, Romani fasces in provinciam novam ferrentur. Verum pars terrarum tamen nobis utilior quaesita». [281] Egli era stato Governatore di Sumio. (Pietro Patrizio -in Excerpt. Legat.- p. 30.) Pare che Mosè di Corene (-Geograph.- p. 360.) faccia menzione di questa Provincia che giace all'Oriente del monte Ararat. [282] Per un errore del geografo Tolomeo, la situazione di Singara è trasferita dall'Abora al Tigri, il che può aver cagionato l'abbaglio di Patrizio in fissar per limite l'ultimo fiume invece del primo. La linea della frontiera Romana traversava il corso del Tigri senza mai seguitarlo. [283] Procopio -de Aedificiis-. I. II. c. 6. [284] Si conviene da tutti di tre di quelle Province, Zadicene, Arzanene, e Carduene. Ma invece delle altre due, Patrizio (-in Excerpt. Leg.- p. 30.) inserisce Rehimene e Sofene. Io ho preferito Ammiano, (l. XXV. 7.) perchè si potrebbe provare che la Sofene non fu mai nelle mani dei Persiani nè avanti il Regno di Diocleziano, nè dopo quel di Gioviano. Per mancanza di carte esatte, come quelle del Sig. Danville, quasi tutti i moderni, dietro la scorta di Tillemont e di Valesio, hanno immaginato che le cinque Province erano situate di là dal Tigri relativamente alla Persia e non a Roma. [285] Senofon. Anabasis l. IV. I loro archi erano lunghi tre cubiti, ed i loro dardi due; essi rotolavano pietre, ciascuna delle quali era il carico solito d'un carro. Trovarono i Greci moltissimi villaggi in quel rozzo paese. [286] Al dir di Eutropio (VI. 9 come il testo è rappresentato dai migliori Mss.) la città di Tigranocerta era nell'Arzanene. I nomi e la situazione delle altre tre non possono con certezza indicarsi. [287] Si confronti Erodoto, l. I. pag. 27 con Mosè di Corene. Stor. Arm. l. II. p. 84, e la carta dell'Armenia pubblicata dai suoi Editori. [288] -Hiberi, locorum potentes, Caspia via Sarmatam in Armenios raptim effundunt-. (Tacit. Annal. VI. 34). Vedi Strabone Geograf. l. XI. p. 764. [289] Pietro Patrizio (-in Excerpt. Legat-. p. 30.) è il solo scrittore che faccia menzione dell'articolo dell'Iberia in quel trattato. [290] Eusebio -in Chron-. Pagi -ad annum.- Fino al ritrovamento del trattato de -Mortibus Persecutorum-, era incerto se il trionfo, ed i Vicennali erano stati celebrati nel tempo stesso. [291] Sembra che Galerio in tempo dei Vicennali rimanesse nel suo campo sul Danubio. Vedi Lattanzio -de M. P.- c. 38. [292] Eutropio (IX. 27.) ne fa menzione come di parte del trionfo, siccome le -Persone- erano state restituite a Narsete, non si potè far vedere che le loro -Immagini-. [293] Livio ci dà una parlata di Camillo su questo soggetto (V. 51-55.) piena di eloquenza e di affetto in opposizione al disegno di trasferire la sede del Governo da Roma alla vicina Città di Veji. [294] Fu a Giulio Cesare rimproverata l'intenzione di trasportare l'Impero in Ilio o in Alessandria. Vedi Svetonio nei Cesari, c. 79. Secondo l'ingegnosa congettura di Lefevre e di Dacier, la terza ode del terzo libro di Orazio fu destinata a distogliere Augusto dall'esecuzione di un simil disegno. [295] Vedi Aurelio Vittore, che fa parimente menzione degli edifizi da Massimiano eretti in Cartagine, probabilmente in tempo della guerra contro i Mori. Noi inseriremo alcuni versi di Ausonio de Clar. Urb. V. «Et Mediolani mira omnia: copia rerum; Innumerae cultaeque domus; facunda virorum Ingenia, et mores laeti, tum duplice muro Amplificata loci species; populique voluptas Circus, et inclusi moles cuneata Theatri, Templa, Palatinaque arces, opulensque Moneta, Et regio -Herculei- Celebris sub honore lavacri. Cunctaque marmoreis ornata Perystyla signis; Maeniaque in valli formam circumdata labro, Omnia, quae magnis operum velut aemula formis Excellunt: nec juncta premit vicinia Romae.» [296] Lattanzio -de M. P.- c. 7. Libanio, Orazion. VIII. p. 203. [297] Lattanzio -de M. P.- c. 17. In una simile congiuntura Ammiano riferisce la -dicacità della plebe-, come non molto gradevole ad un orecchio Imperiale. Ved. I. XVI. p. 10. [298] Lattanzio accusa Massimiano di aver distrutto -fictis criminationibus lumina Senatus- (-de M. P.- c. 8.) Aurelio Vittore parla molto dubbiosamente della fede di Diocleziano verso i suoi amici. [299] «Truncatae vires urbis, imminuto Praetoriarum cohortium atque in armis vulgi numero». Aurel. Vittore. Lattanzio attribuisce a Galerio la continuazione del medesimo disegno. (c. 26.) [300] Questi erano corpi veterani acquartierati nell'Illirico; e secondo l'antico stabilimento, ciascuno era di seimila uomini. Essi aveano acquistata molta riputazione per l'uso delle -plumbatae- o dardi carichi di piombo. Ogni soldato ne portava cinque, ch'egli lanciava a una distanza considerabile con gran forza e destrezza. Vedi Vegezio, l. 17. [301] Vedi il Codice Teodos. l. VI. Tit. II. col commentario del Gotofredo. [302] Vedi la XII. Dissertazione nell'eccellente opera dello Spanemio -De usu Numismatum-. Dalle medaglie, dalle iscrizioni e dagli Storici egli esamina ogni titolo separatamente, e lo rintraccia da Augusto fino alla sua soppressione. [303] Plinio (nel Panegir. c. 3-55. etc. ) parla del titolo di -Dominus- con esecrazione, come sinonimo di -Tiranno-, ed opposto al -Principe-. E lo stesso Plinio dà regolarmente quel titolo (nel decimo libro delle lettere) al suo amico più che padrone, al virtuoso Traiano. Questa strana contraddizione imbroglia i commentatori che pensano, ed i traduttori che possono scrivere. [304] Sinesio -de Regno-, Ediz. del Petav. p. 15. Io sono obbligato di questa citazione all'Abate -de la Bleterie-. [305] Vedi Vendale -De consecratione-, p. 354. etc. Era costume degl'Imperatori di far menzione (nel preambolo delle leggi) della loro -Divinità-, della -Sacra Maestà-, degli -Oracoli Divini- etc... Secondo Tillemont, Gregorio Nazianzeno si lamenta molto amaramente di una tale profanazione, specialmente quando era usata da un Imperatore Ariano. [306] Vedi Spanem. -de usu Numismat.- Dissert. XII. [307] Aurel. Vittore. Eutropio, IX. 26. Apparisce dai Panegiristi, che i Romani si riconciliarono ben tosto col nome e colla cerimonia dell'adorazione. [308] Le novità, introdotte Diocleziano, sono principalmente dedotte, I. da alcuni passi molto forti di Lattanzio, e II. dai nuovi e vari impieghi, che nel Codice Teodosiano compariscono già stabiliti nel principio del regno di Costantino. [309] Lattanzio -de M. P.- c. 7. [310] «Indicta lex nova quae sane illorum temporum modestia tolerabilis, in perniciem processit.» Aurelio Vittore, il quale ha delineato il carattere di Diocleziano con buon senso, ma in cattivo latino. «Solus omnium post conditum Romanum Imperium, qui ex tanto fastigio sponte ad privatae vitae statum civitatemque remearet.» Eutrop. IX. 28. [311] Le particolarità del viaggio, e della malattia sono prese da Lattanzio (c. 17.) che può -talvolta- fare autorità per i fatti pubblici, benchè raramente per gli aneddoti particolari. [312] Aurelio Vittore attribuisce la rinunzia, di cui si eran fatti tanti vari giudizi, primo al disprezzo che avea Diocleziano per l'ambizione; e secondariamente, al suo timore delle soprastanti turbolenze. Uno dei Panegiristi (VI. 9.) assegna l'età e le infermità di Diocleziano come naturale cagione del suo ritiro. [313] Le difficoltà non meno che gli sbagli che accompagnano le date dell'anno e del giorno della rinunzia di Diocleziano, sono perfettamente schiarite da Tillemont, Stor. degli Imperatori, tom. IV. Pag. 525. Nota 19. e dal Pagi -ad annum-. [314] Vedi Panegyr. Veter. VI. 9. L'orazione fu recitata dopo che Massimiano ebbe ripresa la porpora. [315] Eumenio gli fa un bellissimo elogio. «At enim divinum illum virum, qui primus Imperium et participavit et posuit, consilii et facti sui non paenitet; nec amisisse se putat quod sponte transcripsit. Felix beatusque vere quem vestra tantorum Principum colunt obsequia privatum!» Panegyr. Vet. VII, 15. [316] Siamo debitori al più giovine Vittore di questo celebre motto. Eutropio ne fa la relazione in un modo più generale. [317] Stor. Aug. p. 123-124. Vopisco avea sentito questo discorso da suo padre. [318] Il più giovane Vittore accenna questa voce. Ma siccome Diocleziano avea disgustato un potente e fortunato partito, la sua memoria è stata caricata di ogni delitto e di ogni infortunio. Fu affermato che egli morisse arrabbiato, che fosse condannato come reo dal Senato Romano, ec. [319] Vedi gli Itinerarj, p. 269-272. Ediz. Wesseling. [320] L'Abate Fortis nel suo Viaggio in Dalmazia, p. 43 (stampato a Venezia nell'anno 1774 in due volumetti in quarto) cita una descrizione MS. delle antichità di Salona, composta da Giambattista Giustiniani verso la metà del XVI secolo. [321] Adams, Antichità del palazzo di Diocleziano in Spalatro, p. 6. Possiamo aggiungervi una circostanza o due, tratte dall'Abate Fortis. Il piccolo fiume Hyader, menzionato da Lucano, produce le più eccellenti trote, il che un sagace Scrittore, forse un monaco, suppone essere stato uno dei principali motivi che determinarono Diocleziano nella scelta del suo ritiro. Fortis. p. 45. Lo stesso autore (p. 38) osserva, che rinasce in Spalatro il gusto per l'agricoltura; e che da una società di signori è stato assegnato un campo vicino alla città per farvi sperienze intorno alla medesima. [322] Costantin. -Orat. ad caetum.- Sanct. c. 25. In questa orazione, l'Imperatore, o il Vescovo che per lui la compose, affetta di riportare il miserabil fine di tutti i persecutori della Chiesa. [323] Constantin. Porphyr. -de Statu Imper.- p. 86. [324] Danville, Geograf. Ant. tom. I. p. 162. [325] I Sigg. Adams e Clerisseau, accompagnati da due Dragomanni, visitarono Spalatro nel mese di Luglio 1757. La magnifica opera, frutto del lor viaggio, fu pubblicata in Londra sette anni dopo. [326] Io citerò le parole dell'Abate Fortis. «È bastevolmente nota agli amatori dell'architettura, e dell'antichità l'opera del Sig. Adams, che ha donato molto a quei superbi vestigi coll'abituale eleganza del suo toccalapis, e del suo bulino. In generale la rozzezza dello scalpello, e il cattivo gusto del secolo vi gareggiano colla magnificenza del fabbricato.» Vedi Viaggio nella Dalmazia, p. 40. [327] L'oratore Eumenio fu segretario degli Imperatori, Massimiano e Costanzo, e Professore di Rettorica nel Collegio di Autun. Il suo salario era di seicentomila sesterzi che, secondo il più basso computo di quel secolo, doveano essere più di seimila zecchini. Egli chiese generosamente la permissione d'impiegarli in riedificare il Collegio. Vedi la sua orazione -de restaurandis scholis-; la quale, benchè non esente di vanità, può fargli perdonare i suoi Panegirici. [328] Porfirio morì verso il tempo della rinunzia di Diocleziano. La vita del suo maestro Plotino, da lui composta, ci dà la più compiuta idea del genio di quella Setta e dei costumi di quelli che la professavano. Questo molto curioso opuscolo è inserito in Fabricio, -Bibliotheca Graeca-, tom. IV. p. 88-148. CAPITOLO XIV. -Turbolenze dopo la rinunzia di Diocleziano: morte di Costanzo. Innalzamento di Costantino e di Massenzio. Sei Imperatori ad un tempo. Morte di Massimiano e di Galerio. Vittoria di Costantino contro Massenzio e Licinio. Riunione dell'Impero sotto l'autorità di Costantino.- [A. D. 305-323] La bilancia della potenza, da Diocleziano stabilita, si mantenne finchè fu sostenuta dalla ferma ed esperta mano del suo fondatore. Esigeva quella una tal fortunata combinazione di caratteri e di talenti diversi, che si poteva difficilmente trovare od anche sperare una seconda volta, due Imperatori senza gelosia, due Cesari senza ambizione, ed il medesimo generale interesse invariabilmente seguitato da quattro Principi indipendenti. Alla rinunzia di Diocleziano e di Massimiano succedettero diciotto anni di discordia e di confusione. Fu l'Impero afflitto da cinque guerre civili; ed il rimanente del tempo, anzi che uno stato di tranquillità, fu una sospensione di armi tra diversi nemici monarchi, che riguardandosi l'un l'altro con occhio di timore e di avversione, procacciavano di aumentare le loro rispettive forze a spese dei loro sudditi. Appena che Diocleziano e Massimiano ebber rinunziato alla porpora, fu il lor posto (secondo le regole della nuova costituzione) occupato dai due Cesari Costanzo e Galerio, i quali presero immediatamente il titolo di Augusto[329]. Furono gli onori dell'anzianità e della precedenza accordati al primo di questi Principi, ed egli sotto un nuovo titolo continuò ad amministrare il suo antico dipartimento della Gallia, della Spagna e della Britannia. Il governo di quelle ampie Province era sufficiente ad occupare i talenti, ed a soddisfare l'ambizione di lui. La clemenza, la temperanza e la moderazione distinguevano il dolce carattere di Costanzo, ed i felici suoi sudditi ebber sovente occasione di paragonare le virtù del loro Sovrano coi trasporti di Massimiano, e fino cogli artifizi di Diocleziano[330]. In luogo d'imitare il lor fasto e la loro magnificenza orientale, conservò Costanzo la modestia di un Principe Romano. Egli dichiarava con non affettata sincerità, che il suo più stimato tesoro era nei cuori del suo popolo, e che qualunque volta la dignità del trono o il pericolo dello Stato esigesse qualche straordinario sussidio, egli poteva sicuramente contare sulla loro gratitudine e liberalità[331]. I provinciali della Gallia, e della Spagna e della Britannia, conoscendo il merito di lui e la propria loro felicità, riflettevano con inquietudine alla decadente salute dell'Imperatore Costanzo, ed alla tenera età della numerosa famiglia, che nata era dal secondo matrimonio di lui colla figlia di Massimiano. Il crudo carattere di Galerio era di una tempra affatto diversa; e mentre costringeva i suoi sudditi a stimarlo, rare volte ebbe la compiacenza di procurarsene l'affetto. La sua fama nelle armi, e soprattutto il buon successo della guerra Persiana, aveano fatto ' , 1 , 2 . 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