Tenda Imperiale?
[202] Aurelio Vittore. Eutropio, IX. 20. -Hieronym. in Chron.-
[203] Vopisco nella Stor. Aug. p. 252. La ragione, por cui Diocleziano
uccise -Apro- (cinghiale) era fondata sopra una predizione e sopra un
giuoco di parole egualmente ridicoli che conosciuti.
[204] Eutropio ne segna il sito molto accuratamente; questo fu tra il
Monte Aureo ed il Viminiaco. Il Sig. Danville (Geograf. antica tom. I.
p. 304) pone Margo a Kastolatz nella Servia, un poco sotto Belgrado e
Semendria.
[205] Stor. Aug. p. 254. Eutrop. IX. 20. Aurelio Vittore. Vittore in
-Epitom.-
CAPITOLO XIII.
-Regno di Diocleziano e dei suoi tre colleghi, Massimiano,
Galerio e Costanzo. Ristabilimento generale dell'ordine e della
tranquillità. Guerra Persiana; vittoria e trionfo. Nuova forma
di governo. Rinunzia e ritiro di Diocleziano e di Massimiano.-
Come fu il regno di Diocleziano più illustre di quello di qualunque suo
predecessore, così fu la sua nascita più vile e più oscura. L'efficace
ragione del merito e della forza avea spesso superate le immaginarie
prerogative della nobiltà; ma si era tuttavia mantenuta una distinta
linea di separazione tra i liberi e tra gli schiavi. I genitori di
Diocleziano erano stati schiavi nella casa di Anulino Senatore Romano; e
Diocleziano medesimo non aveva altro nome che quello derivatogli da una
piccola città della Dalmazia, donde sua madre traeva l'origine[206]. È
per altro probabile che il padre di lui ottenesse la libertà della
famiglia, e che egli presto acquistasse l'uffizio di scrivano,
esercitato comunemente da quelli della sua condizione[207]. I favorevoli
oracoli, o piuttosto la consapevolezza di un eminente merito, spinsero
l'ambizioso suo figliuolo a seguitare la professione delle armi e le
speranze della fortuna; e sarebbe cosa estremamente curiosa l'osservare
la serie degli artifizi e degli accidenti, che lo condussero finalmente
all'adempimento di quegli oracoli, ed a mostrare al mondo il suo merito.
Fu Diocleziano successivamente promosso al governo della Mesia; alla
dignità di Console, ed all'importante comando delle guardie del palazzo.
Egli fece conoscere i suoi talenti nella guerra Persiana; e dopo la
morte di Numeriano, lo schiavo fu, per confessione e giudizio de' suoi
rivali, dichiarato il più degno del trono Imperiale. La malizia di un
religioso zelo, mentre taccia la selvaggia ferocia del suo collega
Massimiano, ha affettato di gettare sospetti sul personal coraggio
dell'Imperator Diocleziano[208]. Non è però facile il persuaderci della
codardia di un soldato di fortuna, che si conciliò e conservò la stima
delle legioni, ed il favore di tanti Principi bellicosi. Contuttociò la
calunnia è sagace abbastanza per iscoprire, ed attaccare la parte più
debole. Il valore di Diocleziano si trovò sempre proporzionato al suo
dovere o alle circostanze; ma non sembra che egli avesse il prode, e
generoso spirito di un Eroe, che avido di pericoli e di gloria sdegna
l'artifizio, e arditamente pretende di assoggettarsi gli uguali. Erano i
suoi talenti più utili che illustri; una mente vigorosa e perfezionata
dall'esperienza e dallo studio degli uomini; destrezza ed applicazione
negli affari; una giudiziosa mescolanza di liberalità e di economia, di
dolcezza e di rigore; una profonda dissimulazione sotto la maschera di
militar franchezza; costanza nel seguitare i suoi disegni; flessibilità
nel variarne i mezzi; e sopra tutto la grand'arte di sottomettere le sue
passioni, e quelle ancora degli altri, all'interesse della propria
ambizione, e di colorire l'ambizione istessa coi più speciosi pretesti
della giustizia e del pubblico bene. Può Diocleziano, al pari di
Augusto, considerarsi come il fondatore di un nuovo Impero. Simile al
figliuolo adottivo di Cesare, egli si distinse, più come politico che
come guerriero; nè mai questi due Principi impiegarono la forza,
dovunque poterono ottenere l'intento colla politica.
La vittoria di Diocleziano fu riguardevole per la sua singolare
dolcezza. Un popolo avvezzo ad applaudire alla clemenza del vincitore,
quando i soliti castighi di morte, di esilio, e di confiscazione
venivano inflitti con qualche grado di moderatezza e di equità, vide col
più gradito stupore una guerra civile, le cui fiamme rimasero estinte
nel campo della battaglia. Diocleziano ammise alla sua confidenza
Aristobolo, principal ministro della famiglia di Caro, rispettò le vite,
i beni, e le dignità dei suoi nemici, e conservò pur anche nei loro
respettivi posti la maggior parte delle creature di Carino[209]. Non è
improbabile che motivi di prudenza avvalorassero l'umanità
dell'artificioso Dalmatino; molte di quelle creature aveano comprato il
favore di lui con segreti tradimenti, e nell'altre egli pregiò la grata
lor fedeltà per un infelice Sovrano. Il giudizioso discernimento di
Aureliano, di Probo, e di Caro avea collocati nei vari dipartimenti
dello Stato e dell'esercito Uffiziali di un merito riconosciuto,
l'allontanamento dei quali avrebbe nociuto al pubblico servigio, senza
giovare all'interesse del successore. Tal condotta, per altro,
presentava al Mondo Romano la più bella apparenza del nuovo Regno e
l'Imperatore affettò di confermare questa favorevole prevenzione,
dichiarandosi che tra tutte le virtù dei suoi predecessori, l'umana
filosofia di Marco Antonino era quella che egli più ambiva
d'imitare[210].
La prima azione considerabile del suo Regno sembrò una prova evidente
della sua sincerità e moderazione. Ad esempio di Marco si scelse un
Collega nella persona di Massimiano, a cui conferì prima il titolo di
Cesare, e di poi quello di Augusto[211]. Ma i motivi della sua condotta,
egualmente che quelli della sua scelta, erano ben diversi da quelli del
suo ammirato predecessore. Accordando ad un giovane dissoluto gli onori
della porpora, avea Marco Antonino soddisfatto a un debito di privata
gratitudine, a spese veramente della pubblica felicità. Diocleziano,
associando in un tempo di pubblico pericolo alle fatiche del governo un
amico ed un compagno nell'armi, provvide alla difesa dell'Oriente e
dell'Occidente. Massimiano era nato agricoltore, e come Aureliano, nel
territorio di Sirmio. Incolto era nelle lettere[212], e sprezzatore
delle leggi; e la rozzezza del suo aspetto o dei suoi modi scopriva nel
più alto stato di fortuna la bassezza della sua estrazione. Era la
guerra la sola arte da lui professata. In un lungo corso di servigio
militare egli si era segnalato sopra ogni frontiera dell'Impero; e
benchè fossero i suoi talenti guerrieri più propri per l'ubbidienza che
pel comando; e benchè forse mai non acquistasse l'abilità di un Generale
sperimentato, fu però capace col valore, colla costanza, e
coll'esperienza di eseguire le più difficili imprese. Nè meno utili
furono i vizi di Massimiano al suo benefattore. Insensibile alla pietà,
e senza timore delle conseguenze, egli era il pronto strumento di ogni
atto di crudeltà, che la politica di quel Principe artificioso poteva
suggerire e discolparsene insieme. Appena che si era offerto alla
prudenza o alla vendetta un sanguinoso sacrifizio, Diocleziano
coll'opportuna sua intercessione salvava il piccolo resto, che non avea
mai disegnato di punire, riprendeva dolcemente la severità del suo
austero collega, e godeva del paragone di un secolo d'oro con un secol
di ferro, che veniva generalmente applicato alle loro opposte massime di
governo. Non ostante la differenza dei loro caratteri, conservarono i
due Imperatori sul trono quell'amicizia da loro già contratta in una
condizione privata. Il superbo e turbolento spirito di Massimiano, tanto
fatale dipoi a lui stesso ed alla pubblica pace, era avvezzo a
rispettare il genio di Diocleziano, e riconosceva la superiorità della
ragione sulla brutale violenza[213]. Per un motivo o di orgoglio o di
superstizione, i due Imperatori presero i titoli, uno di Giovio e
l'altro di Erculio. Mentre il moto del Mondo (tale era il linguaggio de'
lor venali oratori) era regolato dalla sapienza di Giove che tutto vede,
l'invincibil braccio di Ercole purgava la terra dai tiranni e dai
mostri[214].
Ma l'onnipotenza di Giovio e di Erculio era incapace di sostenere il
peso del pubblico governo. La prudenza di Diocleziano conobbe, che
l'Impero, assalito per ogni parte dai Barbari, richiedeva in ogni parte
la presenza di un grande esercito e di un Imperatore. Con questa mira si
risolvè di dividere un'altra volta il suo pesante potere, e di conferire
a due Generali di merito riconosciuto una egual parte della Sovrana
autorità, col titolo inferiore di Cesari[215]. Galerio, soprannominato
Armentario dall'originaria sua professione di pastore, e Costanzo, che
dalla pallidezza del suo colore ebbe il soprannome di Cloro[216], furono
i due soggetti rivestiti degli onori secondi della porpora Imperiale.
Descrivendo la patria, l'estrazione ed i costumi di Erculio, abbiam già
descritti quelli di Galerio, che spesso fu non impropriamente chiamato
il giovane Massimiano, benchè da molti tratti e di virtù e di abilità
sembri, che egli avesse una manifesta superiorità sul meno giovane. Era
la nascita di Costanzo meno oscura di quella dei suoi Colleghi. Eutropio
suo padre era uno dei più considerabili nobili della Dardania, e la sua
madre era nipote dell'Imperator Claudio[217]. Benchè avesse Costanzo
passata la sua gioventù nelle armi, era di carattere dolce ed amabile, e
la voce popolare lo avea da lungo tempo riconosciuto degno del posto, a
cui venne finalmente innalzato. Per rinforzare i legami della politica
unione con quelli della domestica, ciascuno degli Imperatori prese il
carattere di Padre per uno dei Cesari, Diocleziano per Galerio, e
Massimiano per Costanzo, e ciascuno, obbligandoli a repudiare le prime
lor mogli, fece sposar la propria figliuola al suo figliuolo
adottivo[218]. Questi quattro Principi si diviser tra loro la vasta
estensione dell'Impero Romano. La difesa della Gallia, della Spagna[219]
e della Britannia fu affidata a Costanzo; e Galerio fu posto sulle rive
del Danubio, a difesa delle Province Illiriche. L'Italia e l'Affrica si
considerarono come dipartimento di Massimiano: e Diocleziano si riserbò
per sua particolar porzione la Tracia, l'Egitto e le ricche contrade
dell'Asia. Era sovrano ognuno nella sua giurisdizione; ma la loro
autorità riunita si estendeva sopra tutta la Monarchia; ed era ciascun
di essi pronto ad assistere i suoi Colleghi coi consigli o colla
presenza. I Cesari nel sublime lor posto, rispettavano la Maestà
degl'Imperatori, ed i tre più giovani Principi invariabilmente
riconobbero colla loro gratitudine ed ubbidienza il comun padre delle
loro fortune. La sospettosa gelosia della potenza non trovò luogo fra
loro, e la singolar felicità della loro unione è stata paragonata ad un
coro di musici, la cui armonia era regolata e conservata dall'abil mano
del primo Artista[220].
Questo importante progetto non fu posto in esecuzione se non sei anni in
circa dopo l'associazione di Massimiano, e non era stato
quell'intervallo di tempo mancante di memorabili avvenimenti. Ma noi
abbiamo preferito, in grazia della chiarezza, di prima descrivere la
perfetta forma del governo di Diocleziano, e dopo di riferire le azioni
del suo Regno, seguitando piuttosto il naturale ordine degli eventi, che
le date di una incertissima cronologia.
La prima impresa di Massimiano, benchè sia brevemente riferita dai
nostri imperfetti Scrittori, merita per la sua singolarità di esser
rammentata in una storia dei costumi degli uomini. Egli soggiogò i
contadini della Gallia, i quali sotto la denominazione di Bagaudi[221],
eransi sollevati in una general sedizione, molto simile a quelle, che
nel quartodecimo secolo afflissero successivamente la Francia e
l'Inghilterra[222]. Sembra, che molte di quelle istituzioni, che
facilmente si riferiscono al sistema feudale, sieno derivate dai barbari
Celti. Quando Cesare soggiogò i Galli, era già quella numerosa nazione
divisa in tre ordini di persone, clero, nobiltà e plebe. Il primo
governava colla superstizione, il secondo colle armi, ma il terzo ed
ultimo non aveva influenza o parte veruna nei pubblici loro consigli.
Era naturalissimo che i plebei, oppressi dai debiti, o paventando le
ingiurie, implorassero la protezione di qualche potente Capo, il quale
acquistasse sopra le loro persone ed il lor patrimonio quei medesimi
assoluti diritti, che tra i Greci e i Romani un padrone esercitava su i
propri schiavi[223]. Fu a poco a poco la maggior parte della nazione
ridotta allo stato di servitù, astretta alla perpetua coltivazione dei
terreni appartenenti ai nobili Galli, e addetta al suolo o col peso
reale delle catene, o col non meno crudele e possente vincolo delle
leggi. Durante la lunga serie delle turbolenze, che agitarono la Gallia,
dal Regno di Gallieno a quello di Diocleziano, la condizione di questi
servili contadini fu in ispecial modo meschina, e soffrirono ad un tempo
stesso la complicata tirannia dei loro padroni, dei Barbari, dei
soldati, e dei ministri dell'entrate[224].
Cangiossi finalmente la sofferenza loro in disperazione. Si sollevarono
essi a turme per ogni parte, armati di rustici strumenti con
irresistibil furore. Divenne l'agricoltore soldato a piedi, montò a
cavallo il pastore, i deserti villaggi, e le aperte indifese città
furono abbandonate alle fiamme, e le devastazioni dei contadini
eguagliarono quelle dei Barbari più feroci[225]. Sostenevano essi i
naturali diritti degli uomini, ma li sostenevan per altro colla più
selvaggia crudeltà. I nobili Galli, giustamente paventando la loro
vendetta, si ricovrarono nelle città fortificate, o fuggirono dalla
feroce scena dell'anarchia. Regnarono i contadini senza alcun freno; e
due dei lor più arditi condottieri ebber la folle temerità di assumer
gli ornamenti Imperiali[226]. Svanì ben presto la loro potenza
all'arrivo delle legioni. La forza dell'unione e della disciplina
riportò una facil vittoria contro una sfrenata e disunita
moltitudine[227]. Furono severamente puniti i contadini presi colle armi
in mano; ritornarono gli altri spaventati alle respettive loro
abitazioni, e l'inutile loro sforzo per la libertà servì solamente a
confermare la loro schiavitù. Così forte ed uniforme è la corrente delle
popolari passioni, che possiam quasi arrischiarci con scarsissimi
materiali a riferire le particolarità di questa guerra. Non siamo però
disposti a credere che i principali Capi, Eliano ed Amando, fosser
cristiani[228], o a supporre che la ribellione, come accadde al tempo di
Lutero, fosse suscitata dall'abuso di quegli umani principj della
Religione Cristiana, che inculcano la natural libertà degli uomini.
Appena ebbe Massimiano ricuperato la Gallia dalle mani dei contadini,
ch'egli perdè la Britannia per l'usurpazione di Carausio. Dopo l'ardita
ma fortunata impresa dei Franchi sotto il Regno di Probo, aveano i loro
arditi concittadini costruite armate di leggieri brigantini, su i quali
andavano continuamente a devastare le Province adiacenti
all'Oceano[229]. Fu necessario creare una forza navale per reprimere le
irregolari loro incursioni; e se ne proseguì il giudizioso progetto con
prudenza e vigore. Gessoriaco, o sia Bologna, negli Stretti del canale
Britannico, fu dall'Imperatore scelto per essere stazione della flotta
Romana; e ne fu il comando affidato a Carausio, di vilissima origine,
cittadino di Menapia[230]; ma che lungamente segnalata avea la sua
abilità nella marina, ed il suo valore nell'armi. Non corrispose
l'integrità di questo nuovo ammiraglio ai suoi talenti. Quando i Pirati
della Germania fecero vela dai loro porti, lasciò loro libero il
passaggio, ma ne impedì con gran diligenza il ritorno, e si appropriò
un'ampia porzione del bottino da essi acquistato. La ricchezza di
Carausio fu in quella congiuntura molto giustamente considerata come una
prova del suo delitto, e Massimiano già ne avea ordinata la morte. Ma
l'accorto Menapio previde, e prevenne la severità dell'Imperatore. Colla
sua liberalità egli si era affezionata la flotta che comandava, e tirati
i Barbari nei suoi interessi. Fece egli vela dal porto di Bologna verso
la Britannia, indusse la legione e gli ausiliari, che difendevano
quell'Isola ad abbracciare il suo partito, e arditamente assumendo,
insieme colla porpora, il titolo di Augusto, disfidò la giustizia e le
armi del suo offeso Sovrano[231].
Quando la Britannia fu così smembrata dall'Impero, ne fu sensibilmente
riconosciuta l'importanza, e sinceramente deplorata la perdita. I Romani
celebrarono, e forse magnificarono l'estensione di quell'Isola illustre,
provveduta per ogni parte di comodi porti; la temperie del clima, e la
fertilità del suolo, egualmente atte alla produzione di grano e del
vino; i ricchi minerali, ond'ella abbondava; gli ubertosi prati coperti
d'innumerabili greggi; ed i suoi boschi privi di bestie feroci o di
velenosi serpenti. Deploravano essi specialmente la perdita delle
considerabili entrate della Britannia, confessando nel tempo stesso che
meritava quella Provincia d'esser la sede d'una monarchia
indipendente[232]. La possedè Carausio per lo spazio di sette anni, e la
fortuna si mantenne propizia ad una ribellione sostenuta dal coraggio e
dall'abilità. Difese l'Imperatore Britannico le frontiere de' suoi
dominj contro i Caledonj del Settentrione; invitò dal continente un gran
numero di abili artefici; ed in una varia quantità di medaglie, tutt'ora
esistenti, fece pompa del suo buon gusto e della sua opulenza[233]. Nato
su i confini dei Franchi, egli si procacciò l'amicizia di quella
formidabil nazione coll'adulatrice imitazione delle lor vesti e de' lor
costumi. Arrolò la più valorosa lor gioventù nelle sue truppe di terra o
di mare, ed in contraccambio dell'utile lor alleanza, comunicò a quei
Barbari la pericolosa scienza dell'arte militare e navale. Possedeva
Carausio tuttavia Bologna ed il paese adiacente. Le trionfanti sue
flotte veleggiavano nel canale, comandavano alle foci della Senna e del
Reno, devastavano le coste dell'Oceano, e spandevano oltre le Colonne
d'Ercole il terrore del nome di lui. Sotto il suo governo la Britannia,
destinata nei secoli futuri all'impero del mare, avea già preso il suo
naturale e rispettabil grado di potenza marittima.
Avea Carausio, coll'impadronirsi della flotta di Bologna, tolti al suo
Sovrano i mezzi di perseguitarlo e di vendicarsi. E quando, dopo una
gran perdita di tempo e di fatica, fu lanciato in mare un nuovo
armamento[234], le truppe imperiali, non avvezze a quell'elemento furono
facilmente aggirate e disfatte dai vecchi marinari dell'Usurpatore.
Questo inutile sforzo produsse ben presto un trattato di pace.
Diocleziano ed il suo collega, giustamente paventando lo spirito
intraprendente di Carausio, cederono ad esso la sovranità della
Britannia, e con ripugnanza ammisero il loro perfido suddito a parte
degli onori imperiali[235]. Ma l'adozione dei due Cesari diede un nuovo
vigore alle armi Romane; e mentre che il Reno era difeso dalla presenza
di Massimiano, il valoroso suo collega Costanzo assunse la direzione
della guerra Britannica. La sua prima impresa fu contro l'importante
piazza di Bologna. Un superbo molo, innalzato a traverso l'ingresso del
porto, tolse ogni speranza di soccorso. La città si rendè dopo
un'ostinata difesa; ed una parte considerabile delle forze navali di
Carausio cadde in potere degli assedianti. Nel corso de' tre anni, che
Costanzo impiegò a preparare una flotta adeguata alla conquista della
Britannia, egli assicurò la costa della Gallia, fece irruzione nel paese
dei Franchi, e privò l'Usurpatore dell'aiuto di quei possenti alleati.
Prima che fossero finiti i preparativi, Costanzo ricevè la notizia della
morte del Tiranno, che fu considerata come un sicuro presagio della
vicina vittoria. I ministri di Carausio imitarono l'esempio di
tradimento dato da lui. Fu egli ucciso dal suo primo ministro Aletto, e
l'assassino gli succedè nella potenza e nel pericolo. Ma non aveva egli
abilità conveniente per esercitare la prima, od allontanare il secondo.
Egli vedeva con angustioso terrore le opposte rive del continente già
piene d'armi, di truppe e di navi, perchè Costanzo avea molto
prudentemente diviso le sue forze, per dividere parimente l'attenzione e
la resistenza del nemico. L'assalto fu finalmente dato dal principale
squadrone, ch'era stato adunato alla foce della Senna, sotto il comando
del Prefetto Asclepidoto, Uffiziale di merito singolare. Tanto
imperfetta era in quei tempi l'arte della navigazione, che gli oratori
hanno celebrato l'ardito coraggio dei Romani, i quali si arrischiarono a
far vela con un vento di fianco, ed in un giorno burrascoso. Divenne il
tempo favorevole alla loro impresa. Coperti da una densa nebbia,
scamparono dalla flotta, che Aletto avea posta all'isola di Wight per
riceverli, scesero con sicurezza sulla costa occidentale, e dimostrarono
ai Britanni, che la superiorità delle forze navali non sempre avrebbe
difesa la patria loro contro una straniera invasione. Appena ebbe
Asclepiodoto sbarcate le truppe Imperiali, che incendiò le proprie navi;
e siccome felice fu la spedizione, così fu universalmente ammirata la
sua eroica condotta. L'Usurpatore si era posto vicino a Londra per ivi
ricevere il formidabile assalto di Costanzo, che comandava in persona la
flotta di Bologna; ma la discesa di un nuovo nemico richiedeva
immediatamente la sua presenza nell'Occidente. Fece egli quella lunga
marcia tanto precipitosamente, che incontrò tutte le forze del Prefetto
con un piccol numero di stracche e scoraggiate truppe. Presto terminò il
combattimento colla total disfatta e morte di Aletto: una sola
battaglia, come spesso è seguito, decise il fato di quella grand'Isola;
e quando Costanzo sbarcò su i lidi di Kent, li ritrovò coperti di
sudditi ubbidienti. Alte ed unanimi furono le loro acclamazioni; e le
virtù del vincitore possono indurci a credere, ch'ei si rallegrassero
sinceramente di una rivoluzione, la quale, dopo una separazione di dieci
anni, riuniva la Britannia al corpo dell'Impero di Roma[236].
Non avea la Britannia da temere altri nemici che gl'interni; e finchè i
suoi Governatori conservarono la loro fedeltà, e le truppe la lor
disciplina, le incursioni dei nudi selvaggi della Scozia o dell'Irlanda
non poterono mai grandemente nuocere alla sicurezza della Provincia. La
pace del continente, e la difesa dei gran fiumi, che servivano di
confini all'Impero, erano molto più importanti e difficili oggetti. La
politica di Diocleziano, la quale presedeva ai consigli dei suoi
Colleghi, provvide alla pubblica tranquillità, fomentando lo spirito di
dissensione fra i Barbari, ed accrescendo le fortificazioni dei Romani
confini. Egli stabilì nell'Oriente una linea di campi militari
dall'Egitto ai dominj Persiani, ed acquartierò in ogni campo un adeguato
numero di truppe, comandate dai rispettivi loro Uffiziali, e fornite di
ogni sorta di armi tratte dai nuovi arsenali, che avea eretti in
Antiochia, in Emesa, ed in Damasco[237]. Nè fu l'Imperatore meno
vigilante a cautelarsi contro il ben noto valore dei Barbari
dell'Europa. Dalla foce del Reno a quella del Danubio furono
diligentemente ristabiliti gli antichi accampamenti, le città, e le
fortezze, e ne furono molto abilmente costruite altre nuove nei luoghi
più esposti: fu introdotta la più esatta vigilanza tra le guarnigioni
della frontiera, e fu posto in uso ogni espediente che render potesse
salda ed impenetrabile la lunga catena delle fortificazioni[238]. Fu
raramente violata una così rispettabil barriera, e spesso i Barbari tra
loro gli uni contro gli altri rivolsero il lor deluso furore. I Goti, i
Vandali, i Gepidi, i Borgognoni, gli Alemanni dissiparono
scambievolmente le proprie forze con distruggitrici ostilità, e chiunque
vincesse, vinceva i nemici di Roma. I sudditi di Diocleziano, godendo di
quel sanguinoso spettacolo, si rallegravan tra loro che solamente i
Barbari provassero allora le miserie della guerra civile[239].
Malgrado la politica di Diocleziano fu impossibile di conservare
un'uguale e non interrotta tranquillità, durante un regno di vent'anni,
e lungo una frontiera di più centinaia di miglia. Sospesero talora i
Barbari le domestiche loro animosità, e la rilassata vigilanza delle
guarnigioni lasciò talvolta un adito alla loro forza o alla loro
destrezza. Ogni qualvolta furono le Province invase, Diocleziano si
comportò con quella calma e dignità da lui sempre affettata o posseduta,
riservò la sua presenza per quelle occasioni che meritassero
d'interporvela, nè mai espose senza necessità la sua persona o la sua
riputazione a pericolo alcuno. Si assicurò il buon successo con tutti
quei mezzi, che la prudenza potea suggerire, e manifestò con
ostentazione le conseguenze della sua vittoria. Nelle guerre di più
difficil natura, e di più incerto evento, egli impiegò il feroce valore
di Massimiano; e questo fido soldato si contentò di attribuire le
proprie vittorie ai saggi consigli ed alla fausta influenza del suo
benefattore. Ma dopo l'adozione dei due Cesari, gl'Imperatori stessi
ritirandosi in un teatro di meno faticose azioni, affidarono ai loro
figli adottivi la difesa del Danubio e del Reno. Non fu mai il vigilante
Galerio ridotto alla necessità di vincere un'armata di Barbari sul
territorio Romano[240]. Il valoroso ed attivo Costanzo liberò la Gallia
da una furiosissima irruzione degli Alemanni; e le sue vittorie di
Langres e di Vindonissa sembrano essere state azioni di notabil pericolo
e di merito non volgare. Mentre egli traversava l'aperta campagna con
poca gente, fu all'improvviso circondato da una superior moltitudine di
nemici. Egli si ritirò con difficoltà verso Langres, ma nella
costernazion generale ricusarono i cittadini di aprir le porte: ed il
ferito Principe fu con una corda tirato su dalle mura. Ma alla nuova del
suo pericolo corsero le truppe Romane da ogni parte a soccorrerlo, e
prima della sera egli aveva soddisfatto al suo onore, ed alla sua
vendetta colla strage di seimila Alemanni[241]. Si potrebbero forse
raccogliere dai monumenti di quei tempi le oscure tracce di molte altre
vittorie riportate su i Barbari della Sarmazia e della Germania; ma non
sarebbe questa tediosa ricerca ricompensata da diletto o da istruzione
veruna.
La regola che avea l'Imperator Probo adotta nel disporre dei vinti, fu
imitata da Diocleziano e dai suoi colleghi. I Barbari prigionieri,
cambiando la morte in ischiavitù, furono distribuiti tra i Provinciali,
ed assegnati a quei distretti (nella Gallia sono specialmente indicati i
territorj di Amiens, di Beauvais, di Cambrai, di Treveri, di Langres, e
di Troyes[242]), i quali erano stati spopolati dalle calamità della
guerra. Furono essi utilmente impiegali come pastori ed agricoltori; ma
non fu ad essi permesso l'esercizio dell'armi, se non quando fu creduto
espediente di arrolarli nelle milizie. Nè ricusarono gli Imperatori di
dare, con un titolo meno servile, delle terre in proprietà a quelli tra
i Barbari, che domandarono la protezione di Roma. Essi accordarono uno
stabilimento a diverse colonie dei Carpi, dei Bastarni e dei Sarmati; e
con pericolosa compiacenza permisero loro in qualche modo di conservare
i nazionali costumi e l'indipendenza[243]. Fu per li Provinciali un
soggetto di lusinghiera letizia, che i Barbari, recentissimi oggetti di
terrore, coltivassero allora i loro terreni, conducessero il lor
bestiame alla vicina fiera, e contribuissero colle loro fatiche alla
pubblica abbondanza. Si rallegrarono essi coi loro Sovrani del possente
accrescimento di sudditi e dei soldati, ma si scordarono di osservare,
che si introduceva nel cuor dell'Impero[244] una moltitudine di secreti
nemici, cui rendeva il favore insolenti, o l'oppressione disperati.
Mentre i Cesari esercitavano il loro valore sulle rive del Reno o del
Danubio, la presenza degl'Imperatori era necessaria ai meridionali
confini del mondo Romano. Dal Nilo fino al monte Atlante era l'Affrica
in armi. Cinque nazioni Maure confederate escirono da' loro deserti per
invadere le tranquille Province[245]. Giuliano avea presa la porpora in
Cartagine[246], Achilleo in Alessandria, e perfino i Blemmi rinnovavano,
o piuttosto continuavano le loro incursioni nell'Egitto superiore. Sono
appena state a noi trasmesse alcune circostanze delle imprese di
Massimiano nelle parti occidentali dell'Affrica, ma dall'evento si vede
che rapido e decisivo fu il progresso delle armi sue, che egli vinse i
Barbari più feroci della Mauritania; e che gli allontanò da quei monti,
l'inaccessibil riparo dei quali avea inspirato ai loro abitatori una
ingiusta confidenza, e gli avea accostumati a vivere di violenze e di
rapine[247]. Diocleziano, dal canto suo, aprì la campagna nell'Egitto
coll'assedio di Alessandria, tagliò gli acquedotti, che portavano le
acque del Nilo in ogni quartiere di quella immensa città[248], e
assicurato il suo campo dalle sortite dell'assediata moltitudine,
continuò i suoi reiterati assalti con prudenza e con vigore. Dopo un
assedio di otto mesi, Alessandria, devastata dal ferro e dal fuoco,
implorò la clemenza del vincitore; ma ne provò tutta la severità. Molte
migliaia di cittadini perirono in una confusa strage, e pochi colpevoli
vi furono nell'Egitto, che evitassero la sentenza di morte o almeno di
esilio[249]. Fu il fato di Busiri e di Copto più lacrimevole ancora di
quel d'Alessandria. Quelle superbe città, la prima illustre per la sua
antichità, la seconda arricchita dal passaggio del commercio dell'India,
furono affatto distrutte dalle armi e dai severi ordini di
Diocleziano[250]. Il solo carattere della nazione Egiziana, insensibile
alla dolcezza, ma suscettivo di timore oltremodo, potea giustificare
questo rigore eccessivo. Aveano sovente le sedizioni di Alessandria
messa in pericolo la tranquillità e la sussistenza di Roma medesima.
Dalla usurpazione di Fermo in poi, la Provincia dell'Egitto superiore,
ricadendo sempre in nuove ribellioni, avea abbracciata l'alleanza dei
selvaggi dell'Etiopia. Era poco considerabile il numero dei Blemmi,
sparsi tra l'Isola di Meroe od il Mar Rosso: non guerriere erano le loro
inclinazioni; e rozze, e non offensive le armi[251]. Pure nelle
pubbliche turbolenze quei Barbari, che l'antichità per la deforme loro
figura avea esclusi dalla specie umana, presunsero di entrare nel numero
dei nemici di Roma[252]. Tali erano stati gl'indegni alleati degli
Egiziani; e mentre era l'attenzione dello Stato rivolta a guerre più
serie, avrebbero le inquiete loro incursioni potuto di nuovo turbare il
riposo della Provincia. Colla mira di opporre ai Blemmi un avversario
degno di loro, Diocleziano indusse i Nubati, o sia gli abitanti della
Nubia, ad abbandonare le antiche loro abitazioni nei deserti della
Libia, o cedè ad essi un vasto ma infruttifero territorio al di là di
Siene e delle cateratte del Nilo, col patto che essi avrebber sempre
rispettata e difesa la frontiera dell'Impero. Sussistè lungamente il
trattato; e finchè lo stabilimento del Cristianesimo non introdusse più
giuste idee di culto religioso, fu annualmente ratificato con un solenne
sacrifizio nell'Isola di Elefantina, nella quale i Romani, non meno che
i Barbari, adoravano le stesse visibili o invisibili potenze
dell'Universo[253].
Mentre Diocleziano puniva i passati delitti degli Egiziani, egli
provvedeva alla futura loro sicurezza e felicità con molti savj
regolamenti, che furono confermati ed invigoriti sotto i Regni
successivi[254]. Un molto osservabile editto da lui pubblicato, in vece
di condannarsi come parto di una gelosa tirannia, merita di essere
applaudito come un atto di prudenza e di umanità. Egli volle che si
facesse una diligente ricerca «di tutti gli antichi libri, i quali
trattavano della mirabil arte di far l'oro e l'argento, e li condannò
senza pietà alle fiamme; temendo (come ci assicurano) che l'opulenza
degli Egiziani non inspirasse loro l'ardire di ribellarsi contro
l'Impero[255].» Ma se Diocleziano fosse stato convinto della realtà di
quest'arte importante, ben lungi dallo spegnerne la memoria, ne avrebbe
rivolta l'operazione in benefizio delle pubbliche entrate. È più
verisimile che il suo buon senso gli discoprisse la follia di così
magnifiche pretensioni, e che desiderasse preservare la ragione ed i
beni dei sudditi da questa pregiudiciale ricerca. È da osservarsi, che
quegli antichi libri, così liberalmente attribuiti a Pitagora, a
Salomone, o ad Ermete, erano pie fraudi di più moderni alchimisti. I
Greci trascurarono l'uso o l'abuso della chimica. In quell'immenso
registro, dove Plinio ha depositato le scoperte, le arti, o gli errori
dello spirito umano, non si fa la minima menzione della transmutazione
dei metalli; e la persecuzione di Diocleziano è il primo autentico fatto
della storia dell'alchimia. La conquista dell'Egitto, fatta dagli Arabi,
diffuse quella vana scienza sul globo. Favorevole all'avarizia del cuore
umano, fu essa studiata nella China, come nell'Europa, con pari ardore e
successo. L'oscurità dei secoli di mezzo assicurava di un favorevole
ricevimento ogni maravigliosa novella, ed il rinascimento delle scienze
aggiunse nuovo vigore alla speranza, e suggerì più fini artifizi alla
frode. La filosofia, assecondata dall'esperienza, ha finalmente bandito
lo studio dell'alchimia, ed il secolo presente, benchè avido di
ricchezze, si contenta di cercarle per le più umili vie del commercio e
dell'industria[256].
Alla soggezione dell'Egitto immediatamente successe la guerra contro i
Persiani. Era al Regno di Diocleziano riservato il vincere quella
possente nazione, ed astringere i successori di Artaserse a riconoscere
la superiore maestà dell'Impero di Roma.
Abbiamo osservato, che sotto il Regno di Valeriano, fu l'Armenia
soggiogata dalla perfidia e dalle armi dei Persiani, e che dopo
l'assassinio di Cosroe, il suo figliuolo Tiridate, ancor fanciullo,
erede della monarchia, fu salvato dalla fedeltà dei suoi amici, ed
educato sotto la protezione degl'Imperatori. Tiridate ricavò dal suo
esilio vantaggi tali, che non gli avrebbe mai conseguiti sul trono
dell'Armenia; cioè la sollecita cognizione delle avversità, degli
uomini, o della Romana disciplina. Egli segnalò la sua gioventù con
valorose azioni, e mostrò incomparabil forza e destrezza in ogni
esercizio marziale, ed ancora nelle meno gloriose contese dei giuochi
Olimpici[257]. Queste qualità furono più nobilmente impiegate nella
difesa del suo benefattore Licinio[258]. Questo Uffiziale, nella
sedizione che cagionò la morte di Probo, fu esposto al più imminente
pericolo; e gl'inferociti soldati si aprivano a forza la strada nella
sua tenda, quando furono repressi dal solo braccio del Principe Armeno.
La gratitudine di Tiridate contribuì subito dopo al ristabilimento di
lui. Fu Licinio in ogni posto l'amico ed il compagno di Galerio, ed il
merito di Galerio, molto prima che fosse innalzato alla dignità di
Cesare, era stato conosciuto e stimato da Diocleziano. Nel terz'anno del
regno di questo Imperatore, fu a Tiridate conferito il reame
dell'Armenia. Erano la giustizia e l'opportunità di tal progetto
ugualmente evidenti. Era ormai tempo di liberare dalla usurpazione del
Monarca Persiano un territorio importante, che dal Regno di Nerone in
poi era sempre stato concesso sotto la protezione dell'Impero al più
giovane ramo degli Arsaci[259].
Quando comparve Tiridate sulle frontiere dell'Armenia, fu ricevuto con
sincero trasporto di allegrezza e di fedeltà. Soffriva quel paese da
trentasei anni le reali e le immaginarie angustie di un giogo straniero.
I Monarchi Persiani aveano adornata la loro nuova conquista con
magnifici edifizi; ma questi monumenti erano eretti a spese della
nazione, ed abborriti come segni di schiavitù. Avea il timore di una
ribellione suggerite le più rigorose precauzioni: era stata
l'oppressione aggravata dagl'insulti, e la certezza dell'odio pubblico
avea fatto prender tutte quelle provvisioni che render lo poteano ancor
più implacabile. Abbiam già notato l'intollerante spirito della
religione dei Magi.
Le statue dei divinizzati Re dell'Armenia, e le sacre immagini del Sole
e della Luna furono ridotte in pezzi dallo zelo del vincitore; ed il
fuoco perpetuo di Ormuz fu acceso e conservato sopra un'ara eretta sulla
sommità del monte Bagavo[260]. Era ben naturale che un popolo, da tante
offese inasprito, si armasse di zelo per la causa della sua
indipendenza, della sua religione, e del suo legittimo Sovrano; il
torrente abbattè ogni ostacolo, e pose in fuga la guarnigione Persiana.
Corsero i nobili Armeni sotto lo stendardo di Tiridate, tutti allegando
i loro passati meriti, offrendo i loro futuri servigi, e domandando al
nuovo Re quelle cariche e quelle ricompense, dalle quali erano stati con
dispregio esclusi sotto lo straniero governo[261]. Il comando
dell'armata fu conferito ad Artavasde, il cui padre avea salvato
Tiridate nella sua infanzia, e la cui famiglia era stata trucidata per
quell'azion generosa. Ottenne il fratello di Artavasde il governo di una
Provincia. Una delle prime cariche militari fu conferita al Satrapo
Otas, uomo di singolar temperanza e fortezza, che presentò al Re la
sorella di lui[262], ed un considerabil tesoro, che aveva ambedue
conservati inviolati in una rimota fortezza. Comparve tra i nobili
Armeni un alleato, le cui vicende sono troppo considerabili per non
farne menzione. Egli avea nome Mamgo; era Scita d'origine; e la Tribù,
che da lui dipendeva, si era pochi anni avanti accampata su i confini
dell'Impero Chinese[263], che si estendeva allora fino alle vicinanze
della Sogdiana[264]. Essendo Mamgo incorso nello sdegno del suo Sovrano,
si ritirò coi suoi seguaci verso le rive dell'Oxo, ed implorò la
protezione di Sapore. L'Imperatore della China richiese il fuggitivo,
allegando i diritti della Sovranità. Il Monarca Persiano oppose le leggi
dell'ospitalità; e non senza difficoltà evitò una guerra, colla promessa
di confinar Mamgo nelle più lontane parti dell'Occidente; pena, com'egli
la descriveva, non meno terribile della morte. L'Armenia fu scelta pel
luogo dell'esilio, e fu alla Scitica Tribù assegnato un vasto distretto,
sul quale potesse pascolare i suoi greggi ed armenti, e trasportare le
sue tende da un luogo all'altro, secondo le diverse stagioni dell'anno.
Furono quelle genti impiegate a respingere l'invasione di Tiridate: ma
il lor condottiero, dopo aver bilanciato i benefizi e le offese, che
avea ricevuto dal Monarca Persiano, risolvè di abbandonare il partito.
Il Principe Armeno, cui bene era noto il merito e la potenza di Mamgo,
lo trattò con rispettosa distinzione; ed ammettendolo alla sua
confidenza, acquistò un suddito coraggioso e fedele, che molto
efficacemente contribuì a ristabilirlo sul trono[265].
Si mostrò per un tempo propizia la fortuna dell'intraprendente valore di
Tiridate. Egli non solo discacciò i nemici della sua famiglia o della
sua patria da tutta l'estensione dell'Armenia, ma continuando la sua
vendetta, portò le armi, o almeno le scorrerie, fino nel cuor
dell'Assiria. Lo storico, che ha tolto il nome di Tiridate all'obblìo,
celebra con un grado di nazionale entusiasmo il personal valore di lui;
e col vero spirito di un oriental romanzista descrive i giganti e gli
elefanti che caddero sotto l'invincibil suo braccio. Da altre
informazioni rileviamo le divisioni della monarchia Persiana, alle quali
il Re dell'Armenia fu in parte debitore dei suoi vantaggi. Era il trono
disputato dall'ambizione di due rivali fratelli; ed Ormuz, dopo aver
inutilmente impiegate le forze del suo partito, ricorse alla pericolosa
assistenza dei Barbari, che abitavano lungo la spiaggia del Caspio[266].
Fu però la guerra civile presto terminata o con una vittoria o con una
riconciliazione; e Narsete, universalmente riconosciuto Re della Persia,
rivolse tutte le sue forze contro il nemico straniero. La contesa si
fece allora troppo ineguale, nè il valor dell'Eroe poteva resistere alla
possanza del Monarca. Tiridate, scacciato per la seconda volta dal trono
dell'Armenia, si rifuggì di nuovo nella Corte degl'Imperatori. Narsete
ristabilì ben tosto la sua autorità nella ribellata Provincia, ed
altamente lagnandosi della protezione largita dai Romani ai ribelli ed
ai fuggitivi, aspirò alla conquista dell'Oriente[267].
Nè la prudenza nè l'onore permettevano agli Imperatori di abbandonare la
causa del Re dell'Armenia e fu risoluto di mostrare la forza dell'Impero
nella guerra Persiana. Diocleziano con quella ferma dignità, che egli
costantemente assumeva, piantò la sua sede in Antiochia, donde preparava
o dirigeva le militari operazioni[268]. Fu il comando delle legioni
affidato all'intrepido valore di Galerio, il quale per quell'importante
disegno fu richiamato dalle rive del Danubio a quelle dell'Eufrate.
S'incontrarono ben tosto gli eserciti nelle pianure della Mesopotamia, e
due battaglie seguirono con vario e dubbio successo, ma più decisivo fu
il terzo combattimento; e l'esercito Romano ebbe un'intera disfatta,
attribuita alla temerità di Galerio, che con un piccolo corpo di truppe
assalì l'innumerabile esercito dei Persiani[269]. Ma la considerazione
del paese, che fu il teatro di questa azione, può suggerirci un'altra
ragione della sconfitta di lui. Il terreno stesso, nel quale fu vinto
Galerio, era divenuto fumoso per la morte di Crasso e per la strage di
dieci legioni. Era questo una pianura di più di sessanta miglia, che si
stendeva dai monti di Carre all'Eufrate; un raso, sterile ed arenoso
deserto, senza una collina, senza un albero, o senza una sorgente di
acqua dolce[270]. La grave infanteria dei Romani, oppressa dal caldo e
dalla sete, non potea sperar la vittoria mantenendosi in ordinanza, nè
disunirsi senza esporsi al più imminente pericolo. In questa situazione
fu a poco a poco circondata dal numero superiore, affaticata dalle
rapide evoluzioni, e distrutta dagli strali della nemica cavalleria.
Avea il Re d'Armenia segnalato il suo valore nella battaglia e ricavata
una gloria personale dalla pubblica calamità. Egli venne perseguitato
fino all'Eufrate; era il suo cavallo ferito, e sembrava impossibile che
fuggir potesse al vittorioso nemico. In questa estremità, Tiridate
abbracciò l'unico scampo che si vide d'avanti, smontò e si lanciò nel
fiume. La sua armatura era grave, molto profondo il fiume, e in quelle
parti largo almeno mezzo miglio[271]: pure fu tal la forza e la
destrezza di lui, che arrivò salvo all'opposta riva[272]. Riguardo al
Generale Romano, noi non sappiamo le circostanze della sua fuga; ma
quando egli ritornò in Antiochia, Diocleziano lo ricevè non colla
tenerezza di un amico e di un collega, ma collo sdegno di un offeso
Sovrano. Il più altero degli uomini, vestito di porpora, ma umiliato dal
sentimento del suo fallo e della sua sventura, fu obbligato a seguitare
a piedi per più di un miglio il cocchio dell'Imperatore, e dare a tutta
la Corte lo spettacolo del suo disonore[273].
Appena ebbe Diocleziano soddisfatto il suo privato risentimento, e
sostenuta la maestà dei sovrano potere, cedè alle umili preci del
Cesare, e gli permise di ricuperare il suo onore e quello delle armi
Romane. In vece delle imbelli truppe dell'Asia, le quali molto
probabilmente avean servito nella prima spedizione, fu composto un nuovo
esercito di veterani e di nuove reclute della frontiera Illirica; ed un
corpo considerabile di Goti ausiliari fu preso al soldo imperiale[274].
Galerio passò di nuovo l'Eufrate alla testa di una scelta armata di
venticinquemila uomini, ma in vece di esporre le sue legioni nelle
aperte pianure della Mesopotamia, si avanzò per le montagne
dell'Armenia, ove trovò gli abitatori zelanti per la sua causa, ed il
territorio favorevole alle operazioni dell'infanteria, ed altrettanto
disadatto ai movimenti della cavalleria[275]. Avea l'avversità assodata
la disciplina dei Romani, mentre che i Barbari, insuperbiti del buon
successo, erano divenuti così trascurati e negligenti, che nel momento
in cui meno se l'aspettavano, furono sorpresi dall'attiva condotta di
Galerio, il quale accompagnato solamente da due uomini a cavallo, avea
co' suoi propri occhi segretamente esaminata la situazione e lo stato
del loro campo. Una sorpresa, specialmente di notte, era il più delle
volte fatale all'armata Persiana. «I loro cavalli erano legati, e
generalmente impastoiati per prevenirne la fuga; e ad un assalto
improvviso dovea ogni Persiano legar la gualdrappa, imbrigliare il
cavallo, e vestir la corazza avanti che salir potesse a cavallo[276].»
In quella occasione l'impetuoso assalto di Galerio sparse il disordine
ed il terrore nel campo dei Barbari. Ad una piccola resistenza successe
una spaventevole strage, e nella general confusione il ferito Monarca
(perchè Narsete comandava l'armata in persona) fuggì verso i deserti
della Media. Le sue magnifiche tende, e quelle dei suoi Satrapi diedero
un immenso bottino al vincitore, e vien riferito un incidente, che prova
la rozza, ma marziale ignoranza delle legioni riguardo alle eleganti
superfluità della vita. Cadde nelle mani di un privato soldato una borsa
di cuoio lucente, ripiena di perle. Egli conservò diligentemente la
borsa, ma gettò via il contenuto, giudicando, che tutto ciò, che non
serviva ad alcun uso, aver non potesse valore alcuno[277]. La perdita
principale di Narsete fu di un genere ben più interessante. Diverse
delle sue mogli, e le sue sorelle ed i piccioli suoi figliuoli, che
aveano seguitato il campo, furono fatti prigionieri nella sconfitta. Ma
benchè il carattere di Galerio in generale avesse pochissima affinità
con quello di Alessandro, egli imitò dopo la sua vittoria la benigna
condotta del Macedone verso la famiglia di Dario. Le mogli ed i figli di
Narsete furono protetti contro la violenza, e la rapina, condotti in
luogo di sicurezza e trattati con ogni segno di rispetto e di tenerezza
dovuta da un generoso nemico alla loro età, al lor sesso, ed alla reale
lor condizione[278].
Mentre l'Oriente attendeva con ansietà la decisione di questa gran
contesa, l'Imperator Diocleziano avendo raccolto nella Siria un forte
esercito di osservazione spiegava in mostra da lungi i ripieghi della
Romana potenza, e si riserbava per ogni futuro emergente della guerra.
Alla nuova della vittoria condiscese ad avanzarsi verso la frontiera,
coll'idea di moderare colla presenza e coi consigli l'ambizione di
Galerio. L'abboccamento dei Principi Romani a Nisibi fu accompagnato da
ogni espressione di rispetto da una parte, e di stima dall'altra. In
quella città essi dettero subito dopo udienza all'Ambasciatore del gran
Re[279]. Questa ultima disfatta avea atterrato la potenza o almeno il
coraggio di Narsete; ed egli riguardava una pace immediata, come l'unico
mezzo di arrestare il progresso delle armi Romane. Egli spedì Afarbane,
suddito suo favorito e confidente, colla commissione di negoziare un
trattato, o piuttosto di accettare quelle condizioni che impor volesse
il vincitore. Afarbane aprì la conferenza, testimoniando la gratitudine
del suo Sovrano pel generoso trattamento fatto alla sua famiglia, e
domandando la libertà di quegli illustri prigionieri. Egli celebrò il
valore di Galerio senza diminuire la riputazione di Narsete, e non credè
disonore il riconoscere la superiorità del vittorioso Cesare sopra un
Monarca che avea superata la gloria di tutti i principi della sua
stirpe. Non ostante la giustizia della causa Persiana, egli era
autorizzato a sottoporre le attuali pendenze alla decisione degli
Imperatori medesimi; persuaso, che in mezzo alle prosperità non si
scorderebbero delle vicende della fortuna. Concluse Afarbane il suo
discorso collo stile delle orientali allegorie, osservando che le
Monarchie Romana e Persiana erano i due occhi del mondo, il quale
rimarrebbe imperfetto e mutilato, se l'uno o l'altro gli fosse tolto.
«Ben conviene ai Persiani» replicò Galerio con un trasporto di furore,
che parve mettere in convulsione tutta la sua macchina «ben conviene ai
Persiani l'estendersi sulle vicende della fortuna, e farci
tranquillamente delle lezioni sulla virtù della moderazione. Si
rammentino essi la propria loro -moderazione- verso l'infelice
Valeriano. Essi lo vinsero con frode, lo trattarono con indegnità. Lo
ritennero fino all'ultimo momento della sua vita in vergognosa
prigionia, e dopo la sua morte ne esposero il corpo ad una perpetua
ignominia.» Raddolcito però il suo stile, Galerio fece intendere
all'Ambasciatore, che non erano mai stati usati i Romani a calpestare un
nemico umiliato, e che in quell'occasione avrebbero consultato la
propria loro dignità anzi che il merito dei Persiani. Licenziò Afarbane
colla speranza, che presto sarebbe Narsete informato a qual condizione
ottener poteva dalla clemenza degli Imperatori una pace durevole, e la
restituzione delle sue mogli e de' suoi figliuoli. Da questo
abboccamento possiamo rilevare le feroci passioni di Galerio, non meno
che la sua deferenza al superior consiglio ed all'autorità di
Diocleziano. L'ambizione del primo abbracciava la conquista
dell'Oriente, ed avea proposta di ridurre la Persia in provincia. La
prudenza del secondo, che aderiva alla moderata politica di Augusto o
degli Antonini, profittò della favorevole occasione di terminare una
guerra fortunata con una pace onorevole e vantaggiosa[280].
In conseguenza delle loro promesse gl'Imperatori subito dopo destinarono
Sicorio Probo, uno de' loro segretari, a notificare alla Corte Persiana
l'ultima loro risoluzione. Come ministro di pace fu egli ricevuto con
ogni contrassegno di cortesia e di amicizia; ma sotto il pretesto di
accordargli il necessario riposo dopo un viaggio sì lungo, fu l'udienza
di Probo differita di giorno in giorno; ed egli attese i lenti movimenti
del Re, sino a che in fine fu ammesso alla presenza di lui vicino al
fiume Asprudo nella Media. Il secreto motivo di Narsete in questo
indugio era stato di adunare tali forze militari, che potessero metterlo
in istato, benchè sinceramente bramoso della pace, di trattarla con
maggior peso e colla maggiore dignità. Tre sole persone assisterono a
questa conferenza importante, il ministro Afarbane, il Prefetto delle
guardie, ed un Uffiziale, che avea comandato sulla frontiera
dell'Armenia[281]. Poco intelligibile per noi è al presente la prima
condizione proposta dall'Ambasciatore: che si destinerebbe, cioè, la
città di Nisibi ad essere il luogo dello scambievol traffico, ovvero
(come noi avremmo detto una volta) la piazza di commercio, tra i due
Imperi. Non vi è difficoltà in concepire l'intenzione che aveano i
Principi Romani di aumentare le loro entrate con alcune imposizioni
sopra il commercio; ma siccome Nisibi era situata nei loro propri
dominj, ed essi eran padroni delle -importazioni- e delle
-esportazioni-, parrebbe che tali restrizioni fossero gli oggetti di una
legge interna anzichè di un estraneo trattato. Per renderle più
efficaci, si pretese probabilmente che il Re di Persia convenisse in
alcune stipulazioni, le quali sembrarono così ripugnanti o all'interesse
o alla dignità del medesimo, che egli non si potè indurre a
sottoscriverle. Essendo questo l'unico articolo, al quale ei negò il suo
consenso, non vi fu più lungamente insistito; e gl'Imperatori soffrirono
che il commercio passasse pe' suoi naturali canali, o si contentarono di
alcune restrizioni, il cui stabilimento dipendea dalla loro autorità.
Rimossa appena questa difficoltà, fu solennemente conclusa e ratificata
la pace tra le due nazioni. Le condizioni di un trattato, tanto glorioso
all'Impero e necessario alla Persia, possono meritare una più
particolare attenzione, giacchè la storia di Roma presenta molto pochi
trattati di simil natura; essendo state la maggior parte delle sue
guerre o terminate coll'intera conquista, o fatte contro i Barbari
ignoranti dell'uso delle lettere. I. L'Abora, o come vien detto da
Senofonte, l'Arasse fu stabilito per confine delle due Monarchie[282].
Questo fiume, che nasceva vicino al Tigri, veniva accresciuto poche
miglia sotto Nisibi dal piccolo torrente di Migdonio, scorreva lungo le
mura di Singara, e aboccava nell'Eufrate a Circessio, città di
frontiera, che fu dalla cura di Diocleziano molto validamente
fortificata[283]. La Mesopotamia, oggetto di tante guerre, fu ceduta
all'Impero; ed i Persiani rinunziarono con questo trattato a tutte le
pretensioni su quella vasta Provincia. II. Essi abbandonarono ai Romani
cinque Province di là dal Tigri[284]. La situazione di queste formava
una molto vantaggiosa barriera, e fu la loro forza naturale ben presto
accresciuta dall'arte e dalla scienza militare. Quattro di esse, al
Settentrione del fiume, erano distretti di oscura fama e di poca
estensione, Intiline, Zadicene, Arzanene, e Moxoene: ma all'Oriente del
Tigri l'Impero acquistò il vasto e montagnoso territorio di Carduene,
antica sede dei Carduchj, i quali conservarono per molti secoli la
generosa lor libertà nel centro delle dispotiche monarchie dell'Asia. I
diecimila Greci traversarono il loro paese, dopo una penosa marcia, o
piuttosto battaglia, di sette giorni; e confessa il lor condottiero
nella sua incomparabile relazione della ritirata, che essi soffrirono
più danno dai dardi dei Carduchj, che dalle forze del gran Re[285]. I
Curdi, loro posteri, con piccolissima alterazione e di nome e di
costumi, riconoscono di puro nome la sovranità del gran Signore. III. È
quasi inutile osservare, che Tiridate, il fido alleato di Roma, fu
ristabilito sul trono dei suoi antenati, e che furono pienamente
sostenuti ed assicurati i diritti dell'Imperiale preeminenza. Furono i
confini dell'Armenia estesi fino alla fortezza di Sinta nella Media, e
questo accrescimento di dominio fu un atto più di giustizia che di
liberalità. Delle già nominate Province di là dal Tigri, le quattro
prime aveano i Parti smembrate dalla corona dell'Armenia[286], e quando
i Romani ne acquistarono il possesso, essi stipularono, a spese degli
Usurpatori, un'ampia compensazione, per cui ebbe il loro alleato il
vasto e fertile paese di Atropatene. La sua principal città, situata
forse dov'è la moderna Tauris, fu spesso onorata dalla residenza di
Tiridate; e siccome ebbe talvolta il nome di Ecbatana, egli imitò negli
edifizi e nelle fortificazioni la magnifica capitale dei Medi[287]. IV.
Il paese dell'Iberia era sterile; rozzi e selvaggi n'erano gli abitanti.
Ma essi erano avvezzi all'uso delle armi, e separavano dall'Impero altri
Barbari, più di loro feroci e più formidabili. Padroni delle anguste
foci del monte Caucaso, poteano essi introdurre o escludere le erranti
turme dei Sarmati, ogni qual volta lo spirito di rapina le portava ad
inoltrarsi nelle più opulenti contrade del mezzogiorno[288]. La
nominazione dei Re dell'Iberia, che fu agl'Imperatori ceduta dal Monarca
Persiano, contribuì al vigore ed alla stabilità della Romana potenza
nell'Asia[289]. Godè l'Oriente per quarant'anni una profonda
tranquillità: e fu il trattato tra le due Monarchie strettamente
osservato fino alla morte di Tiridate; quando una nuova generazione,
animata da mire e da passioni diverse, successe al governo del mondo; ed
il nipote di Narsete intraprese una lunga e memorabil guerra contro i
Principi della famiglia di Costantino.
[A. D. 303]
L'ardua impresa di liberare l'angustiato Impero dai Tiranni e dai
Barbari era stata interamente compita da una successione d'Illirici
agricoltori. Subito che Diocleziano entrò nel ventesimo anno del suo
regno, celebrò quell'epoca memorabile, e la fortuna insieme delle sue
armi colla pompa di un Romano trionfo[290]. Massimiano, compagno a lui
eguale nel potere, fu l'unico suo compagno nella gloria di quel giorno.
Aveano i due Cesari combattuto e vinto; ma il merito delle loro geste
veniva attribuito, secondo il rigore delle massime antiche, alla fausta
influenza dei loro Padri ed Imperatori[291]. Il trionfo di Diocleziano e
di Massimiano fu forse meno magnifico di quelli di Aureliano e di Probo,
ma fu decorato da varie circostanze di maggior gloria e felicità.
L'Affrica e la Britannia, il Reno, il Danubio ed il Nilo, gli
somministrarono i loro rispettivi trofei; ma l'ornamento più illustre
era di una specie più singolare, cioè una vittoria Persiana,
accompagnata da una conquista importante. Furono pertanto dinanzi al
carro Imperiale portate le rappresentazioni dei fiumi, dei monti, e
delle Province. Le immagini delle mogli, delle sorelle e dei figliuoli
del Gran Re, presentavano un nuovo e gradito spettacolo alla vanità del
popolo[292]. È questo trionfo ragguardevole agli occhi della posterità,
per una distinzione di un genere meno onorevole. Fu l'ultimo trionfo che
mai più Roma vedesse. Tosto dopo quest'epoca gl'Imperatori cessarono di
vincere, e Roma cessò di essere la Capitale dell'Impero.
Il suolo, sul quale fu Roma fabbricata, era stato consacrato con antiche
cerimonie e con immaginari miracoli. Ogni parte della città sembrava
animata dalla presenza di qualche nume, o dalla memoria di qualche Eroe,
e l'Impero del mondo era stato promesso al Campidoglio[293]. I nativi
Romani sentivano e riconoscevano la forza di questa dolce illusione.
Procedeva essa dai loro antenati, era cresciuta coll'educazione, ed in
parte avvalorata dall'opinione della pubblica utilità. La forma e la
sede del Governo eran tra loro intimamente connesse, e si credeva
impossibile il trasferir l'una senza distruggere l'altra[294]. Ma la
sovranità della Capitale rimase a poco a poco annullata nell'estensione
delle conquiste; s'innalzarono le Province allo stesso livello, e le
vinte nazioni acquistarono il nome ed i privilegi dei Romani, senza
adottarne i parziali interessi. Per un lungo tempo però gli avanzi della
antica costituzione, e l'influenza del costume conservarono la dignità
di Roma. Gl'Imperatori, benchè forse di Affricana o Illirica estrazione,
rispettarono la patria da loro adottata, come sede della loro potenza e
centro dei loro estesi dominj. L'emergenze della guerra rendevano
sovente necessaria la loro presenza sulle frontiere; ma Diocleziano e
Massimiano furono i primi Principi Romani i quali stabilissero, in tempo
di pace, l'ordinaria loro residenza nelle Province, e la loro condotta,
benchè derivar potesse da privati motivi, fu giustificata da mire di
politica molto speciose.
La Corte dell'Impero di Occidente risedeva per lo più in Milano, la cui
situazione al piè dell'Alpi sembrava assai più di quella di Roma
favorevole all'importante oggetto di vegliare su i movimenti dei Barbari
della Germania. Acquistò ben tosto Milano lo splendore di una città
Imperiale. Gli Storici ne descrivon le case come numerose, e ben
fabbricate, e come culti e liberali i costumi del popolo. Un circo, un
teatro, una zecca, un palazzo, i bagni che portavano il nome del loro
fondator Massimiano; i portici adorni di statue, e un doppio recinto di
mura contribuivano alla bellezza della nuova Capitale, che non sembrava
abbattuta dalla vicinanza di Roma[295]. Fu pure ambizione di Diocleziano
l'emulare la maestà di Roma; ed egli impiegò il suo ozio e le ricchezze
dell'Oriente nell'abbellimento di Nicomedia, città posta sul confine
dell'Europa e dell'Asia, quasi ad ugual distanza fra il Danubio e
l'Eufrate. Il buon gusto del Monarca e la spesa del popolo diedero in
pochi anni a Nicomedia un grado di magnificenza, che sembrava frutto
della fatica di molti secoli, e la renderono inferiore solamente a Roma,
ad Alessandria e ad Antiochia nell'ampiezza e nella popolazione[296]. Fu
la vita di Diocleziano e di Massimiano una vita attiva, e ne consumarono
essi gran parte nei campi o nelle loro lunghe e frequenti marce; ma
sembra che ogniqualvolta aveano qualche riposo dai pubblici affari, si
ritirassero con piacere nelle loro favorite residenze di Nicomedia e di
Milano. È cosa molto dubbiosa se Diocleziano visitasse l'antica Capitale
dell'Impero, prima del ventesimo anno del suo Regno, in cui celebrò il
suo trionfo Romano. In quella memorabile occasione ancora, la sua
permanenza non oltrepassò i due mesi. Disgustato dalla licenziosa
famigliarità del popolo, egli si partì precipitosamente da Roma, tredici
giorni prima del tempo che si aspettava di vederlo comparire in Senato,
rivestito colle insegne della dignità Consolare[297].
L'avversione mostrata da Diocleziano per Roma e per la Romana libertà,
non era l'effetto di un momentaneo capriccio, ma conseguenza della più
artificiosa politica. Avea quell'accorto Principe abbozzato un nuovo
sistema d'Imperial governo, che fu di poi perfezionato dalla famiglia di
Costantino; e siccome nel Senato si conservava religiosamente l'immagine
dell'antica costituzione, egli risolvè di spogliare quell'ordine de'
suoi piccoli avanzi di potenza e di considerazione. Possiamo rammentarci
quali fossero, quasi otto anni avanti l'innalzamento di Diocleziano, la
passeggiera grandezza e le ambiziose speranze del Senato Romano. Finchè
prevalse l'entusiasmo, molti dei Nobili fecero imprudente mostra del
loro zelo per la causa della libertà; e quando ebbero i successori di
Probo cessato di proteggere il partito Repubblicano, non seppero i
Senatori nascondere l'impotente loro risentimento. Fu affidata a
Massimiano, come Sovrano dell'Italia, la cura di estinguere questo più
incomodo che pericoloso spirito d'indipendenza, e tale incarico
conveniva perfettamente al crudele carattere di lui. I più illustri
membri del Senato, pe' quali sempre mostrò Diocleziano un'affettata
stima, furono dal Collega di lui involti nella accusa di immaginarie
congiure, e la possessione di una magnifica villa o di un ben coltivato
territorio era interpretata come una convincente prova di colpa[298]. Il
campo dei Pretoriani, che avea sì lungamente oppressa la Maestà di Roma,
cominciò a proteggerla, e siccome quelle altere truppe conoscevano la
decadenza del loro potere, eran naturalmente disposte a congiunger la
loro forza coll'autorità del Senato, Fu per le savie misure di
Diocleziano insensibilmente diminuito il numero dei Pretoriani, furono i
loro privilegi aboliti[299], e nel posto loro subentrarono due fedeli
legioni dell'Illirico, che sotto i nuovi nomi di Gioviani e di Erculiani
furono destinate a fare il servizio delle guardie Imperiali[300]. Ma la
più fatale, benchè segreta ferita, che ricevesse il Senato dalle mani di
Diocleziano e di Massimiano, fu l'inevitabil fatto della lunga lor
lontananza. Finchè gli Imperatori risederono in Roma, poteva il Senato
essere oppresso, ma difficilmente poteva esser negletto. I successori di
Augusto usavano del potere di dettare tutte quelle leggi, che loro
suggerir poteva la prudenza o il capriccio; ma queste leggi venivano
ratificate dalla sanzione del Senato. Si conservava nelle sue
deliberazioni e ne' suoi decreti l'immagine dell'antica libertà; ed i
savi principi, che rispettavano i pregiudizi del popolo Romano, erano in
qualche modo obbligati a tenere il linguaggio e la condotta conveniente
al Generale ed al primo Magistrato della Repubblica. Ne' campi e nelle
Province spiegavano la dignità di Monarchi, e quando essi posero ferma
residenza lungi dalla Capitale, abbandonarono per sempre la
dissimulazione, da Augusto raccomandata ai suoi successori.
Nell'esercizio della potenza legislativa e dell'esecutiva, il Sovrano
deliberava coi suoi Ministri, in vece di consultare il gran Consiglio
della nazione. Il nome del Senato si rammentò con onore fino all'ultimo
periodo dell'Impero. La vanità de' suoi membri[301] era sempre lusingata
con onorifiche distinzioni, ma l'assemblea, che per tanto tempo era
stata e la sorgente, e l'istrumento della potenza, fu rispettosamente
lasciata cadere in obblìo. Il Senato di Roma, perdendo ogni connessione
colla Corte Imperiale e coll'attual costituzione, fu lasciato come un
venerabile ma inutile monumento di antichità sul colle Capitolino.
Quando i Principi Romani ebber perduto di vista il Senato e l'antica lor
Capitale, facilmente obbliarono l'origine e la natura del loro legittimo
potere. Le cariche civili di Console, di Proconsole, di Censore e di
Tribuno, dall'unione delle quali quel potere era stato formato, ne
mostravano al popolo la repubblicana origine. Questi modesti titoli[302]
furono tralasciati, e se quei Principi tuttavia distinguevano l'alta lor
dignità col nome d'Imperatore, si prendeva quella voce in un senso nuovo
e più nobile, nè più denotava il Generale de' Romani eserciti, ma il
Sovrano del mondo Romano. Il nome d'Imperatore, che a principio era
d'instituzione militare, fu unito ad un altro di genere più servile.
L'epiteto di -Dominus-, o di Signore, nella significazione sua
primitiva, esprimeva non l'autorità di un Principe sopra i sudditi o di
un comandante sopra i soldati, ma il dispotico potere di un Padrone
sopra i domestici schiavi[303]. Riguardandolo in questo odioso aspetto,
lo aveano rigettato con orrore i primi Cesari. Divenne insensibilmente
più debole la loro resistenza, e meno odioso il nome, finchè in ultimo
il titolo di -nostro Signore e Imperatore- fu non solamente accordato
dalla adulazione, ma regolarmente inserito nella legge e nei pubblici
monumenti. Questi cotanto superbi epiteti erano sufficienti ad innalzare
o contentare la vanità più esorbitante, e se i successori di Diocleziano
ricusavano tuttavia il nome di Re, ciò sembra essere stato l'effetto non
tanto della loro moderazione, quanto della loro delicatezza. Dovunque
era in uso la lingua latina, ed essa era il linguaggio del governo per
tutto l'Impero, il titolo Imperiale, come particolare ad essi, spiegava
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