ricchezze dei Barbari, fu riservato per l'uso delle guarnigioni, che
Probo stabilì sulle frontiere del lor territorio. Avea egli altresì
qualche pensiero di costringere i Germani ad abbandonare l'esercizio
delle armi, ed a rimettere le loro contese e la loro sicurezza alla
giustizia ed alla potenza di Roma. Per eseguire questi salutevoli
progetti era indispensabilmente necessaria la residenza perpetua di un
Governatore Imperiale, sostenuto da numerosa armata. Probo pertanto
credè più espediente di differire l'esecuzione di un disegno sì grande,
ch'era per vero dire di utilità più apparente che solida[136]. Riducendo
la Germania alla condizione di Provincia, avrebbero i Romani con fatiche
e spese immense acquistato soltanto un circondario più esteso da potersi
difendere contro i più feroci o più attivi Barbari della Scizia.
In vece di ridurre i bellicosi Germani allo stato di sudditi, Probo si
contentò dell'umile espediente d'innalzare un baluardo contro le loro
incursioni. Il paese, che forma adesso il circolo della Svevia, era
stato lasciato deserto nel secolo di Augusto per l'emigrazione degli
antichi suoi abitatori[137]. La fertilità del suolo presto vi trasse una
nuova colonia dalle adiacenti province della Gallia. Varie trame di
venturieri di un rapace carattere e di disperate fortune, occuparono
quella incerta possessione, e riconobbero col pagamento della decima la
maestà dell'Impero[138]. Per proteggere questi nuovi sudditi, fu a poco
a poco tirata una linea di guarnigioni, che dovea servir di frontiera
dal Reno al Danubio. Verso il regno di Adriano, quando cominciò a
praticarsi quella maniera di difese, furono queste guarnigioni tra loro
connesse, e coperte da una forte trinciera di alberi e di palizzate. In
vece di quel rozzo baluardo, vi costruì l'Imperator Probo un muro di
pietra di considerabile altezza, e fortificato con torri a convenienti
distanze. Dalle vicinanze di Newstadt e di Ratisbona sul Danubio si
stendeva a traverso i monti, le valli, i fiumi e le paludi fino a
Wimpfen sul Necker, e terminava finalmente sulle rive del Reno, dopo un
tortuoso corso di quasi dugento miglia[139]. Questa importante barriera,
congiungendo i due gran fiumi, che difendevano le province dell'Europa,
pareva occupare lo spazio voto, pel quale poteano i Barbari, e
specialmente gli Alemanni, penetrare con la maggior facilità nel cuor
dell'Impero. Ma l'esperienza del mondo, dalla China alla Britannia, ha
mostrato inutile il tentativo di fortificare un esteso tratto di
paese[140]. Un attivo nemico che può scegliere e variare i punti di
attacco, dee finalmente scoprire un luogo debole, e profittare d'un
momento d'innavvertenza. La forza non meno che l'attenzione dei
difensori è divisa; e tali son gli effetti di un cieco terrore sulle
truppe più salde, che una linea rotta in un sol posto è quasi in un
istante tutta abbandonata. Il destino del muro eretto da Probo può
confermare l'osservazion generale. Pochi anni dopo la morte di lui, esso
fu rovesciato dagli Alemanni. Le sparse rovine, universalmente
attribuite alla potenza del Demonio, servono adesso soltanto ad eccitare
la maraviglia del contadino della Svevia.
Tra le utili condizioni di pace, imposte da Probo alle vinte nazioni
della Germania, vi era l'obbligazione di somministrare all'esercito
Romano sedicimila uomini, scelti dalla gioventù più valorosa e robusta.
L'Imperatore li disperse per tutte le Province, e distribuì questo
pericoloso rinforzo in piccole bande, ciascuna di cinquanta o sessanta
uomini fra le truppe nazionali; procurando giudiziosamente che fosse
sensibile, ma non visibile l'aiuto, che la Repubblica traeva dai
Barbari[141]. Era questo divenuto ormai necessario. I molli abitatori
dell'Italia e delle Province interne non potevano più sostenere il peso
delle armi. Le robuste nazioni situate sulle frontiere del Reno e del
Danubio davano ancora animi e corpi adattati alle fatiche del campo; ma
una continua serie di guerre avea a poco a poco diminuito il lor numero.
La rarità dei matrimonj, o la rovina dell'agricoltura, s'opponevano ai
principj della popolazione, e distruggevano non solo la forza delle
generazioni presenti, ma toglievano la speranza ancora delle future. La
sapienza di Probo abbracciò il vasto ed utile disegno di ripopolare
l'esauste frontiere con nuove colonie di Barbari schiavi o fuggitivi, ai
quali egli diede e terreno e bestiami, ed istrumenti di agricoltura, ed
ogni incoraggiamento che potesse impegnarli ad allevare una razza di
soldati pel servizio della Repubblica. Egli trasferì un considerabil
corpo di Vandali nella Britannia, e probabilmente nella Provincia di
Cambridge[142]. L'impossibilità della fuga fece che si adattassero alla
loro situazione, e nelle susseguenti turbolenze di quell'isola si
mostrarono fedelissimi sudditi dello Stato[143]. Un gran numero di
Franchi e di Gepidi fu stabilito sulle rive del Danubio e del Reno.
Centomila Bastarni, cacciati dalla lor patria, accettarono allegramente
uno stabilimento nella Tracia, e presto contrassero i costumi ed i
sentimenti di sudditi romani[144]. Ma troppo spesso furono deluse le
speranze di Probo. L'impazienza e la pigrizia dei Barbari mal poteano
sopportare le lente fatiche dell'agricoltura. Il loro indomabile spirito
di libertà sollevandosi contro il dispotismo, li eccitò a precipitose
ribellioni, ugualmente fatali ad essi, che alle Province[145]; nè
poterono questi artificiali rinforzi, benchè replicati dai successivi
Imperatori, rendere all'importante frontiera della Gallia e
dell'Illirico l'antico suo nativo vigore.
Di tutti i Barbari, che abbandonarono i nuovi loro stabilimenti, e
disturbarono la pubblica tranquillità, un piccolissimo numero ritornò al
suo nativo paese. Poterono per breve tempo vagare armati per l'Impero;
ma furono al fine sicuramente distrutti dalla potenza di un Imperator
bellicoso. La fortunata temerità di una truppa di Franchi fu
accompagnata da conseguenze sì memorabili da non doversi passare in
silenzio. Probo gli avea stabiliti sulle coste del Ponto, colla mira di
rinforzare quella frontiera contro lo irruzioni degli Alani. Una flotta,
che fissa stava nei porti dell'Eusino, cadde nelle mani dei Franchi; ed
essi risolverono di cercare una strada per mari incogniti dalla foce del
Fasi a quella del Reno. Fuggirono essi facilmente a traverso il Bosforo
e l'Ellesponto, ed incrociando lungo il Mediterraneo, la loro sete di
vendetta e di rapina con frequenti sbarchi su i lidi dell'Asia, della
Grecia o dell'Affrica, che non sospettavano una incursione. La ricca
città di Siracusa, nel cui porto erano state una volta calate a fondo le
flotte di Atene e Cartagine, fu saccheggiata da un pugno di Barbari, che
trucidarono la maggior parte de' tremanti abitatori. Dalle isole della
Sicilia si avanzarono i Franchi alle Colonne di Ercole, e fidandosi
all'Oceano costeggiarono la Spagna e la Gallia, e dirigendo trionfanti
il loro corso pel canale Britannico, terminarono finalmente il
sorprendente loro viaggio, approdando sicuri ai lidi della Batavia o
della Frisia[146]. L'esempio del loro felice successo, insegnando ai
loro concittadini a concepire i vantaggi, e a disprezzare i pericoli del
mare, additò al loro spirito intraprendente una nuova strada alla
ricchezza e alla gloria.
Non ostante la vigilanza e l'attività di Probo, era quasi impossibile
ch'egli potesse nel tempo stesso contenere nell'ubbidienza ogni parte
del suo tanto esteso dominio. I Barbari, che ruppero le loro catene,
presa aveano la favorevole occasione di una guerra domestica. Quando
mosse l'Imperatore al soccorso della Gallia, affidò a Saturnino il
comando dell'Oriente. Questo Generale, uomo di merito e di esperienza,
fu indotto a ribellarsi dalla lontananza del suo Sovrano, dalla
leggierezza degli Alessandrini, dalle premurose istanze degli amici, e
dai suoi propri timori; ma dal primo momento della sua elevazione non
mantenne mai alcuna speranza di conservarsi l'Impero, oppure la vita.
«Ah!» diss'egli, «la Repubblica ha perduto un util suddito, e la
temerità di un momento ha distrutto i servigi di molt'anni. Voi non
conoscete (egli continuò) le angustie del sovrano potere; sta sempre
sospesa sul nostro capo una spada; paventiamo le stesse nostre guardie,
e diffidiamo dei nostri compagni. Non è più in nostro arbitrio l'operare
o stare in riposo, nè vi è età, carattere, o condotta veruna, che ci
metta al coperto della censura dell'invidia. Innalzandomi in tal guisa
al trono, condannato mi avete a una vita angustiosa, e ad un fine
immaturo. L'unica consolazione che mi resta, è la sicurezza che non
caderò solo[147].» Ma come la prima parte della sua predizione fu
verificata dalla vittoria, così fu la seconda smentita dalla clemenza di
Probo. Questo buon Principe tentò persino di salvare l'infelice
Saturnino dal furor dei soldati. Avea egli più di una volta pregato
l'usurpatore istesso a riporre qualche fiducia nella clemenza di un
Sovrano, il quale tanto stimava il carattere di lui, che avea punito,
qual maligno delatore, il primo che riferì l'improbabil nuova della sua
ribellione[148]. Avrebbe forse Saturnino accettata la generosa offerta,
se non fosse stato ritenuto dall'ostinata diffidenza dei suoi aderenti.
Il loro delitto era più grave, e le loro speranze più ardenti di quelle
dello sperimentato lor condottiere.
[A. D. 289]
Era appena nell'Oriente estinta la ribellione di Saturnino, che si
suscitarono nuove turbolenze nell'Occidente, per la sollevazione di
Bonoso e di Proculo nella Gallia. Il maggior merito di questi due
Uffiziali era la prodezza dell'uno nelle battaglie di Bacco, dell'altro
in quelle di Venere[149]; non mancava però nè l'uno nè l'altro di
coraggio e di capacità, ed ambi sostennero con onore l'augusto carattere
che il timor del castigo gli aveva impegnati ad assumere, finchè
cederono in ultimo al genio superiore di Probo. Egli usò della vittoria
con la solita sua moderazione, e risparmiò i beni non men che le vite
delle innocenti loro famiglie[150].
[A. D. 281]
Aveano ormai le armi di Probo oppressi tutti gli stranieri e domestici
nemici dello Stato. Il suo dolce, ma fermo governo assicurava il
ristabilimento della pubblica tranquillità; nè vi era rimasto nelle
province un barbaro nemico, un tiranno o un masnadiere pur anco, che
risvegliasse la memoria dei passati disordini. Tempo era che
l'Imperatore rivedesse Roma, e celebrasse la propria sua gloria e
l'universale felicità. Il trionfo, dovuto al valore di Probo, fu
regolato con una magnificenza conveniente alla sua fortuna, ed il
popolo, che avea sì di recente ammirati i trofei di Aureliano, rimase
con eguale piacere attonito alla vista di quelli dell'Eroe
successore[151]. Non possiamo in questa occasione tralasciare di
riferire il coraggio di circa ottanta gladiatori, riservati con quasi
seicento altri per l'inumano spettacolo dell'anfiteatro. Sdegnando essi
di spargere il sangue per dilettare la moltitudine, uccisero i loro
custodi, ruppero la loro prigione, ed empirono le contrade di Roma di
sangue e di confusione. Dopo una ostinata resistenza furono superati, e
tagliati a pezzi dalle truppe regolari; ma ottennero almeno una morte
onorevole, e la soddisfazione di una giusta vendetta[152].
La militar disciplina, che regnava nei campi di Probo, era meno crudele
di quella di Aureliano, ma non men rigida ed esatta. Il secondo puniva
le irregolarità dei soldati con inflessibile severità; il primo le
preveniva, occupando le legioni in continue ed utili fatiche. Quando
Probo comandava nell'Egitto, fece molte opere considerabili per lo
splendore e per l'utile di quel ricco paese. La navigazione del Nilo,
così importante a Roma medesima, fu migliorata; e tempj, ponti, portici
e palazzi furono costruiti dalle mani de' soldati, che servivano a
vicenda come architetti, come ingegneri e come operai[153]. Vien
riferito di Annibale, che per preservare le sue truppe dalle pericolose
tentazioni dell'ozio, le avea obbligate a fare vaste piantazioni di
ulivi lungo la costa dell'Affrica[154]. Per un simil principio, Probo
esercitò le sue legioni a coprire di ricche vigne le colline della
Gallia e della Pannonia, e ci vengono descritti due considerabili
terreni, che furono interamente lavorati o piantati dalle braccia dei
soldati[155]. Uno di questi, conosciuto sotto il nome di Monte Almo, era
situato vicino a Sirmio, paese nativo di Probo, per cui egli sempre
conservò un affetto parziale, e la cui gratitudine procurò
d'assicurarsi, convertendo in terreno lavorabile un vasto ed insalubre
tratto di suol paludoso. Un esercito così impiegato componeva forse la
più utile e la più coraggiosa porzione dei sudditi Romani.
[A. D. 282]
Ma nel proseguimento di un disegno favorito i migliori degli uomini,
soddisfatti della rettitudine delle loro intenzioni, sono soggetti ad
obbliare i limiti della moderazione; e Probo istesso non consultò
abbastanza la pazienza e la disposizione dei feroci suoi legionari[156].
Sembra che solamente una vita piacevole ed oziosa possa compensare i
pericoli della professione militare; ma se i doveri del soldato sono
continuamente aggravati dalle fatiche dell'agricoltore, egli caderà
finalmente sotto l'intollerabil peso, o lo scuoterà con isdegno. Si
pretende che l'imprudenza di Probo provocasse lo scontento delle sue
truppe. Più attento agl'interessi del Genere Umano che a quelli
dell'esercito, egli manifestò la vana speranza di presto abolire, collo
stabilimento della pace universale, la necessità delle truppe permanenti
e mercenarie[157]. Questa poco misurata espressione gli divenne fatale.
In uno dei più caldi giorni di estate, mentre egli severamente
affrettava l'insalubre lavoro di seccare le paludi di Sirmio, i soldati,
impazienti della fatica, gettaron via subitamente i loro strumenti,
afferraron l'armi, e proruppero in una furiosa sollevazione.
L'Imperatore, conoscendo il suo pericolo, si rifuggì in un'alta torre,
eretta a fine di osservare il progresso di quel lavoro[158]. Fu la torre
in un momento forzata, e mille spade in un punto immerse furono in seno
all'infelice Probo. Appena saziato, cessò il furor delle truppe.
Deplorarono allora la funesta loro temerità, obbliarono la severità
dell'Imperatore che avean trucidato, e si affrettarono a perpetuare con
un onorifico monumento la memoria delle virtù e delle vittorie di
lui[159].
Quando ebbero le legioni soddisfatto al loro dolore e pentimento per la
morte di Probo, con unanime consenso dichiararono Caro Prefetto del
Pretorio, come il più degno del trono imperiale. Ogni circostanza
relativa a questo Principe comparisce d'una varia ed incerta natura. Ei
si gloriava del titolo di cittadino Romano, ed affettava di paragonare
la purità del suo sangue colla straniera e perfino barbara origine dei
precedenti Imperatori, ma i più curiosi indagatori fra i suoi
contemporanei, ben lungi dall'ammettere questa pretensione, hanno
variamente dedotta l'origine di lui, o quella dei suoi genitori,
dall'Illirico, dalla Gallia o dall'Affrica[160]. Benchè soldato, egli
ebbe una culta educazione; e benchè Senatore, gli fu conferita la prima
dignità dell'esercito; ed in un secolo, in cui le professioni civile e
militare cominciarono ad essere stabilmente separate l'una dall'altra,
esse furono unite nella persona di Caro. Non ostante la severa giustizia
da lui esercitata contro gli assassini di Probo, al favore e alla stima
del quale egli era altamente obbligato, non potè evitare il sospetto di
esser complice di un misfatto, da cui ricavò il principale vantaggio.
Egli godeva (almeno avanti il suo innalzamento) la riputazione d'uomo
abile e virtuoso[161]; ma l'austero suo naturale si cangiò
insensibilmente in fastidioso e crudele, e gl'imperfetti Scrittori della
sua vita non sanno se devono porlo nel numero dei Tiranni di Roma[162].
Quando Caro prese la porpora, era nell'età di circa sessant'anni, ed i
due suoi figli Carino e Numeriano erano ormai giunti alla virilità[163].
L'autorità del Senato morì con Probo, nè i soldati dimostrarono il loro
pentimento con quel rispettoso riguardo per la potenza civile, che
aveano palesato dopo l'infelice morte di Aureliano. Fu l'elezione di
Caro decisa senza aspettare l'approvazione del Senato; ed il nuovo
Imperatore si contentò di notificare con una fredda ed altiera lettera,
ch'era salito sul trono vacante[164]. Una condotta tanto opposta a
quella dell'amabile suo predecessore, non recò alcun favorevol presagio
del nuovo Regno, ed i Romani, privi di potere e di libertà, usarono del
privilegio rimasto loro di mormorare[165]. Non si mancò per altro di
congratularsi con lui e di adularlo; e possiam tuttavia leggere con
piacere e disprezzo un'egloga, che fu composta per l'avvenimento
dell'Imperator Caro. Due pastori per evitare il calore del mezzogiorno
si ritirano nella grotta di Fauno. Sulla scorza d'un ombroso faggio
vedono alcuni freschi caratteri. La rustica Deità avea descritta in
versi profetici la felicità promessa all'Impero sotto il Regno di sì
gran Principe. Fauno saluta l'Eroe, che ricevendo sulle sue spalle il
cadente peso del mondo Romano, estinguerà le guerre e le fazioni, e farà
risorgere l'innocenza e la tranquillità del secol d'oro[166].
È più che probabile che queste eleganti inezie non giungessero mai alle
orecchie di un Generale veterano, che con il consenso delle legioni si
preparava ad eseguire il lungamente sospeso disegno della guerra
Persiana. Avanti la sua partenza per questa remota spedizione, Caro
conferì ai due suoi figli, Carino, e Numeriano, il titolo di Cesare, e
rivestendo il primo di una quasi ugual porzione d'imperial potere,
ordinò al giovane Principe di prima sedare alcune perturbazioni insorte
nella Gallia, e di poi stabilire la sua residenza in Roma, ed assumere
il governo delle Province Occidentali[167]. Fu la salvezza dell'Illirico
assicurata con una memorabil disfatta dei Sarmati. Sedicimila di quei
Barbari restarono sul campo di battaglia, e montò a ventimila il numero
dei prigionieri. Il vecchio Imperatore, animato dalla fama e
dall'aspetto della vittoria, continuò la sua marcia di mezzo verno per
le campagne della Tracia e dell'Asia Minore, ed arrivò finalmente col
suo più giovane figliuolo Numeriano ai confini della Monarchia Persiana.
Là accampato sulla cima di un'alta montagna, mostrò alle truppe
l'opulenza ed il lusso dei nemici che andavano ad assalire.
[A. D. 283]
Il successore di Artaserse, Varane o Bahram, benchè avesse soggiogati i
Segesti, una delle più bellicose nazioni dell'Asia superiore[168], fu
atterrito dalla venuta dei Romani, e procurò di arrestarli con un
trattato di pace. I suoi ambasciatori entrarono nel campo verso il cader
del Sole, mentre le truppe si ristoravano con un pasto frugale. I
Persiani manifestarono il loro desiderio di essere introdotti alla
presenza dell'Imperator Romano. Furono essi finalmente condotti dinanzi
ad un soldato assiso sull'erba. Un pezzo di lardo vieto, e pochi secchi
piselli componean la cena di quello. Un rozzo manto di porpora era
l'unico indizio della sua dignità. Si fece l'abboccamento collo stesso
disprezzo della cortigiana eleganza. Caro levandosi un berretto, che
portava per nascondere la sua calvezza, assicurò gli Ambasciatori, che
se il loro Sovrano non avesse riconosciuta la superiorità di Roma, egli
avrebbe subitamente ridotta la Persia così nuda di alberi, come era la
testa sua di capelli[169]. Malgrado le tracce di una studiata
ostentazione possiamo da questa scena conoscere i costumi di Caro, e la
severa semplicità, che i marziali successori di Gallieno aveano già
ristabilita nei campi Romani. I ministri del gran Re tremarono e si
ritirarono.
Non furono senza effetto le minacce di Caro. Egli devastò la
Mesopotamia, tagliò a pezzi tutto quello, che si oppose al suo
passaggio, s'impadronì delle grandi Città di Seleucia e di Tesifonte
(che sembra essersi rese senza resistenza) e portò le armi sue
vittoriose di là dal Tigri[170]. Egli avea preso il favorevol momento
per una invasione. I Consigli Persiani erano divisi dalle fazioni
domestiche, e la maggior parte delle lor forze era ritenuta sulle
frontiere dell'India. Roma e l'Oriente ricevean con trasporto le nuove
di vantaggi così rilevanti. L'adulazione e la speranza dipingevano coi
più vivi colori la caduta della Persia,[171] la conquista dell'Arabia,
la soggezione dell'Egitto, ed una durevole sicurezza dalle incursioni
degli Sciti. Ma il Regno di Caro era destinato a dimostrare la vanità
delle predizioni. Queste appena pubblicate, furono deluse dalla morte di
lui; avvenimento accompagnato da tali ambigue circostanze, che non può
riferirsi meglio che con una lettera del Segretario di esso al Prefetto
della Città. «Caro (dic'egli), nostro dilettissimo Imperatore, era dalla
malattia confinato nel letto, quando scoppiò sul campo una furiosa
tempesta. Le tenebre, che coprivano il cielo, erano così dense, che ne
impedivano il vederci l'un l'altro, ed i continui lampi dei fulmini ci
toglievano la cognizione di tutto ciò che seguiva nella general
confusione. Immediatamente dopo un violentissimo scoppio di tuono,
udimmo un grido improvviso ch'era morto l'Imperatore; e subito videsi
che i suoi Cortigiani aveano in un trasporto di dolore messo fuoco alla
tenda Reale; circostanza per cui si disse che Caro fu ucciso dal
fulmine. Ma per quanto possiamo investigar la verità, la sua morte fu il
naturale effetto della sua malattia[172].»
La vacanza del trono non produsse sconcerto veruno. L'ambizione dei
Generali fu repressa dai loro vicendevoli timori, ed il giovane
Numeriano, ed il suo fratello assente, Carino, furono di comun consenso
riconosciuti Imperatori di Roma. Il Pubblico sperava che il successore
di Caro seguitasse le vestigia del padre, e senza lasciar che i Persiani
si riavessero dalla loro costernazione, entrasse colla spada alla mano
nei palazzi di Susa e di Ecbatana[173]. Ma le legioni, benchè numerose e
disciplinate, furono atterrite dalla più vile superstizione. Non ostanti
tutti gli artifizi posti in uso per nascondere qual fosse stata la morte
dell'ultimo Imperatore, fu impossibile di distruggere l'opinione della
moltitudine, ed è insuperabile la forza della opinione. I luoghi o le
persone colpite dal fulmine erano riguardate dagli antichi con religioso
orrore, come singolarmente consacrate all'ira del cielo[174]. Fu allora
rammentato un oracolo, che indicava il fiume Tigri, come il confine
fatale delle armi Romane. Le truppe, atterrite dal destino di Caro e dal
lor proprio pericolo, altamente gridarono al giovane Numeriano, che
ubbidisse al voler degli Dei, e le conducesse fuori di quell'infausto
teatro di guerra. Non seppe il debole Imperatore vincere l'ostinato lor
pregiudizio, ed i Persiani videro con stupore l'improvvisa ritirata di
un vittorioso nemico[175].
[A. D. 284]
La nuova della misteriosa morte dell'ultimo Imperatore fu presto portata
dalle frontiere della Persia a Roma; ed il Senato non meno che le
Province si congratularono co' figliuoli di Caro del loro avvenimento al
trono. Mancava per altro a questi giovani fortunati quella nota
superiorità o di nascita o di merito, che sola può render facile il
possesso di un trono, come se fosse naturale. Nati ed educati in
condizione privata, furono per l'elezione del padre innalzati in un
momento alla dignità di Principi; e la morte di lui, seguita quasi
sedici mesi dopo, lasciò ad essi l'inaspettata eredità di un vasto
Impero. Si richiedeva una virtù e prudenza non ordinaria per sostener
con moderazione questo rapido innalzamento; e Carino, il maggiore de'
fratelli, era più che all'ordinario privo di queste due qualità. Aveva
egli nella guerra della Gallia mostrato qualche grado di valor
personale[176], ma dal momento del suo arrivo in Roma si abbandonò al
lusso della Capitale, ed all'abuso della sua fortuna. Egli era
effemminato e ad un tempo crudele; dedito al piacere, ma privo di buon
gusto; e benchè vano all'estremo, non curante della pubblica stima. Nel
corso di pochi mesi successivamente sposò o ripudiò nove mogli, molto
delle quali lasciò gravide; e nonostante questa incostanza, autorizzata
dalle leggi, trovò tempo di soddisfare tanti irregolari appetiti, che
disonorò se stesso e le più nobili famiglie di Roma. Egli riguardava con
odio implacabile tutti coloro, che potean rammentarsi l'antica sua
oscurità, o censurare la sua presente condotta. Condannò all'esilio o
alla morte gli amici ed i consiglieri, che il padre gli avea posti
attorno per guidare l'inesperta sua giovinezza; e perseguitò colla più
vile vendetta i suoi condiscepoli e compagni, che non aveano abbastanza
rispettata la nascosta maestà dell'Imperatore. Coi Senatori, Carino
affettava un superbo e regio contegno, frequentemente dichiarando che
aveva idea di distribuire i loro beni alla plebaglia di Roma. Dalla
feccia della medesima scelse i suoi favoriti, e fino i suoi ministri. Il
palazzo e la tavola stessa Imperiale era piena di musici, di ballerini,
di donne prostituite, e di tutto il vario corteggio del vizio e della
follìa. Ad uno dei suoi Portieri[177] affidò il governo della Città. Al
Prefetto del Pretorio, da lui messo a morte, Carino sostituì uno de'
ministri de' suoi più vili piaceri. Un altro, che possedeva l'istesso, o
ancora un più infame diritto al favore di lui, fu rivestito del
Consolato. Un Segretario di confidenza, che avea acquistata la rara
abilità di contraffare lo scritto, liberò l'indolente Imperatore, col
consenso di lui, dal molesto dovere di segnare il suo nome.
Quando l'Imperator Caro cominciò la guerra di Persia, fu indotto da
motivi di affetto, non meno che di politica, ad assicurare la sorte
della sua famiglia, lasciando nelle mani del suo maggior figliuolo le
armate e le Province dell'Occidente. La notizia, ch'egli ricevè ben
tosto della condotta di Carino, lo ricolmò di vergogna e di dolore; nè
avea egli celata la sua risoluzione di soddisfare la Repubblica con un
severo atto di giustizia, o di adottare in luogo di un indegno
figliuolo, il valoroso e virtuoso Costanzo, ch'era allora Governatore
della Dalmazia. Ma l'innalzamento di questo fu per un tempo differito,
ed appena che la morte di un Padre ebbe liberato Carino dal freno del
timore o del rispetto, egli mostrò ai Romani le stravaganze di
Elagabalo, accompagnate dalla crudeltà di Domiziano[178].
Il solo merito del Regno di Carino, che la storia possa ricordare, e la
poesia celebrare, fu l'insolito splendore, col quale in nome suo e del
fratello egli festeggiò i giuochi Romani del teatro, del circo e
dell'anfiteatro. Più di venti anni dopo, quando i cortigiani di
Diocleziano rappresentavano al loro frugal Sovrano lo splendore e la
popolarità del magnifico suo predecessore, egli confessò, che il regno
di Carino era veramente stato un regno di piacere[179]. Ma il Popolo
Romano godeva con sorpresa e con trasporto di questa vana prodigalità,
che la prudenza di Diocleziano poteva giustamente disprezzare. I più
vecchi cittadini, rammentandosi gli spettacoli dei tempi andati, la
pompa trionfale di Probo o di Aureliano, ed i giuochi secolari
dell'Imperatore Filippo, confessavano che tutti erano oscurati dalla
superiore magnificenza di Carino[180].
Gli spettacoli pertanto di Carino non possono esser meglio illustrati
che coll'osservazione di alcune particolarità, che la storia si è
degnata di riferire, concernenti quelli dei suoi predecessori. Se ci
limitiamo solamente alla caccia delle fiere, benchè criticar si possa la
vanità dell'idea o la crudeltà dell'esecuzione, siamo costretti a
confessare, che nè avanti nè dopo il tempo dei Romani tant'arte o spesa
non è mai stata profusa pe' divertimenti del popolo[181]. D'ordine di
Probo fu trapiantata nel mezzo del circo una considerabil quantità di
grand'alberi, svelti dalle radici. Fu questa spaziosa e ombrosa foresta
immediatamente ripiena di mille struzzi, di mille cervi, di mille daini
e di mille cignali; e tutta questa varietà di selvaggiume fu abbandonata
allo sfrenato impeto della moltitudine. La tragedia del giorno
susseguente consistè nella strage di cento leoni, di cento leonesse, di
dugento leopardi e di trecento orsi[182]. Gli animali raccolti e
preparati dal più giovane Gordiano pel suo trionfo, e che il suo
successore fece vedere nei giuochi secolari, erano meno ragguardevoli
pel loro numero, che per la loro singolarità. Venti zebre mostrarono le
loro eleganti forme e le belle liste del lor mantello agli occhi del
Popolo Romano[183]. Dieci alci ed altrettante giraffe, i più alti e i
più mansueti animali, ch'errino per le pianure della Sarmazia e
dell'Etiopia, fecero un bel contrasto con trenta jene affricane, e dieci
tigri dell'India, le più implacabili belve della Zona torrida. Nel
rinoceronte, nell'ippopotamo del Nilo[184] ed in una maestosa truppa di
trentadue elefanti[185] si ammirò l'innocente forza, di cui la natura ha
dotato i più grandi tra i quadrupedi. Mentre la plebe guardava con
attonita maraviglia quella splendida mostra, il naturalista potea invero
osservare la figura e la proprietà di tante specie diverse, trasportate
da ogni parte dell'antico mondo nell'anfiteatro di Roma. Ma questo
accidental benefizio, che la scienza ricavar potea dalla follìa, non è
certamente bastante a giustificare un così smoderato abuso delle
pubbliche ricchezze. Si trova per altro un solo esempio nella prima
guerra Punica, in cui il Senato combinò saggiamente questo divertimento
della moltitudine coll'interesse dello Stato. Un numero considerabile di
elefanti fu preso nella disfatta dell'armata Cartaginese, e condotto per
uso del circo da pochi schiavi armati soltanto di dardi spuntati[186].
Servì quest'utile spettacolo ad imprimere nell'animo del soldato Romano
un giusto disprezzo per quegli enormi animali, ed egli più non ne
paventò l'incontro nelle battaglie.
La caccia o la mostra delle fiere era regolata con una magnificenza
conveniente ad un popolo, che s'intitolava padrone del mondo; ed era
l'edifizio, destinato a questo divertimento, una prova non meno
evidente della romana grandezza. La posterità ammira e lungamente
ammirerà i magnifici avanzi dell'anfiteatro di Tito, che tanto
bene meritò il titolo di Colossale[187]. Era questo un edifizio
di figura ellittica, lungo cinquecentosessantaquattro piedi, e largo
quattrocentosessantasette, fabbricato sopra ottanta archi, e che si
ergeva con quattro successivi ordini di architettura all'altezza di
centoquaranta piedi[188]. Questo edificio era al di fuori incrostato di
marmo, e adorno di statue. Il recinto di quella vasta concavità era
ripieno e circondato da sessanta o ottanta ordini di sedili parimente di
marmo coperti di cuscini, e capaci di contenere comodamente più di
ottantamila spettatori[189]. Da sessantaquattro -vomitatorj- (giacchè
con questo adattato vocabolo erano distinte le porte) usciva l'immensa
moltitudine; e gli ingressi, i corridori, e le scale erano con tal
disegno disposte, che qualunque persona dell'ordine o Senatorio o
Equestre o Plebeo, giungeva al suo destinato luogo senza disturbo o
confusione[190]. Niente era stato omesso di ciò che in qualche modo
potesse servire al comodo, ed al piacere degli spettatori. Li difendea
dal Sole e dall'acqua un'ampia tenda, che si tirava, richiedendolo il
bisogno, sopra i loro capi. Veniva continuamente rinfrescata l'aria dai
getti delle fontane, e profusamente impregnata del grato odore di
aromati. Nel centro dell'edifizio, -l'arena-, o il teatro, era coperto
della più fina sabbia, e prendea successivamente le più diverse forme.
Ora poteva sorgere dalla terra come il giardino dell'Esperidi, e dopo
era rotto in rupi e caverne simili a quelle della Tracia. I sotterranei
canali conducevano una quantità inesauribile di acqua; e quel che un
momento avanti sembrava un piano ben livellato, poteva improvvisamente
cangiarsi in un vasto lago coperto di armate navi, e ripieno dei mostri
dell'Oceano[191]. Nella decorazione di queste scene gl'Imperatori Romani
facevano pompa delle loro ricchezze e della lor liberalità, e noi
leggiamo che in diverse occasioni tutti gli ornamenti dell'anfiteatro
erano o di argento o di oro o di ambra[192]. Il poeta, che descrive i
giuochi di Carino, sotto il carattere di un pastore tratto alla Capitale
dalla fama della loro magnificenza, afferma che le reti destinate, come
per difesa, contro le fiere, erano di filo d'oro; che i portici erano
dorati; e che il -balteo- o cerchio, che divideva i diversi ordini degli
spettatori gli uni dagli altri, era adornato con un prezioso mosaico di
bellissime pietre[193].
[A. D. 284]
In mezzo a questa splendida pompa l'Imperatore Carino, sicuro della sua
fortuna, godeva delle acclamazioni del popolo, dell'adulazione dei
cortigiani e dei canti dei poeti, che in mancanza di un merito più
essenziale, eran ridotti a celebrare le grazie divine della persona di
lui[194]. Nell'ora stessa, ma in distanza di novecento miglia da Roma,
il suo fratello rendeva lo spirito; ed una subita rivoluzione facea
passare nelle mani di uno straniero lo scettro della famiglia di
Caro[195].
I Figli di Caro non si videro mai fra loro dopo la morte del padre. Le
disposizioni, ch'esigeva la loro nuova posizione, erano probabilmente
differite fino al ritorno del minor fratello a Roma, dov'era destinato
un trionfo ai giovani Imperatori pel glorioso esito della guerra
Persiana[196]. È incerto se avessero idea di divider tra loro il
governo, o le province dell'Impero; ma è molto inverisimile che la loro
unione dovesse lungamente durare. La gelosia della sovranità sarebbe
stata infiammata dalla diversità dei caratteri. Carino era indegno di
vivere anche nei tempi più corrotti; Numeriano meritava di regnare in un
secolo più felice. Le affabili sue maniere e le sue mansuete virtù gli
procacciarono, appena furono conosciute, il rispetto e gli affetti del
Pubblico. Egli possedeva le belle doti di poeta e di oratore, che
illustrano e adornano la più umile o la più elevata condizione. La sua
eloquenza, benchè applaudita dal Senato, era formata più sul modello dei
moderni declamatori, che su quello di Cicerone; ma in un secolo molto
lontano dall'esser privo del merito poetico, egli ne disputò la palma
coi più celebri suoi contemporanei, e rimase tuttavia amico dei suoi
rivali; circostanza che dimostra o la bontà del suo cuore, o la
superiorità del suo ingegno.[197] Ma erano i talenti di Numeriano di un
genere più contemplativo che attivo, quando l'innalzamento del padre lo
estrasse a forza dall'ombra del suo ritiro; nè il suo carattere, nè i
suoi studi lo avean renduto atto a comandare gli eserciti. La sua
complessione fu rovinata dalle fatiche della guerra Persiana; ed egli
avea contratto pel calore del clima[198] una debolezza tale negli occhi,
che fu costretto, nel corso di una lunga ritirata, a confinarsi nella
solitudine; e nell'oscurità di una tenda o di una lettiga.
L'amministrazione di tutti gli affari e militari e civili fu conferita
ad Arrio Apro, Prefetto del Pretorio, che alla potenza dell'importante
sua carica univa l'onore di esser suocero di Numeriano. Era strettamente
guardato il padiglione Imperiale dai suoi più fedeli aderenti, e per
molti giorni Apro diede all'armata i supposti ordini dell'invisibile
Sovrano[199].
[A. D. 284]
Non erano scorsi ancora otto mesi dalla morte di Caro, quando l'esercito
Romano, ritornando a lunghe giornate dalle rive del Tigri, arrivò a
quelle del Bosforo Tracio. Le legioni fecero alto a Calcedonia
nell'Asia, mentre la Corte passava sopra Eraclea sulla costa Europea
della Propontide[200]. Ma si sparse improvvisamente nel campo, prima con
segreti bisbigli e finalmente con alti clamori, la voce della morte
dell'Imperatore, e della presunzione del suo ambizioso ministro,
ch'esercitava tuttavia il potere sovrano in nome di un principe estinto.
Non potè l'impazienza dei soldati sopportare più lungamente uno stato
d'incertezza. Con insolente curiosità entrarono a forza nella Tenda
Imperiale, e vi ritrovarono soltanto il cadavere di Numeriano[201]. La
continua decadenza della salute di lui avrebbe potuto indurli a crederne
naturale la morte; ma l'averla celata fu riguardato come una prova di
delitto, e le provvisioni, prese da Apro per assicurare la propria
elezione, divennero la cagione immediata della sua rovina. Pure, nel
trasporto ancora della lor rabbia e del loro dolore, tennero le truppe
una regolare condotta, che prova quanto sodamente era stata ristabilita
la disciplina dei guerrieri successori di Gallieno. Fu intimata una
generale assemblea dell'esercito da tenersi in Calcedonia, dove Apro fu
condotto tra i ceppi come prigioniero e delinquente. Fu eretto in mezzo
al campo un vuoto tribunale, ed i Generali ed i Tribuni tennero un gran
consiglio di guerra. Essi annunziarono ben presto alla moltitudine, che
la scelta loro era caduta sopra Diocleziano, comandante delle guardie
domestiche, o sia del corpo, come il soggetto più capace di vendicare il
loro amato Imperatore, e di succedergli. Dipendeva la futura sorte del
Candidato dal caso, o dalla condotta di quel momento. Conoscendo
Diocleziano che il grado, ch'egli avea occupato, lo esponeva a qualche
sospetto, montò sul tribunale, ed alzando gli occhi al Sole, fece una
solenne protesta sulla propria innocenza dinanzi a quel Nume, che tutto
vede[202]. Prendendo di poi i modi di Sovrano o di Giudice, comandò che
Apro, incatenato, fosse condotto a piè del tribunale. «Costui
(diss'egli) è l'assassino di Numeriano»; e senza dargli tempo di entrare
in una pericolosa giustificazione, snudò il ferro, e l'immerse in seno
all'infelice Prefetto. Un'accusa sostenuta da una prova così decisiva,
fu ammessa senza contraddizione, e le legioni riconobbero con ripetute
acclamazioni la giustizia e l'autorità dell'Imperator Diocleziano[203].
Prima di entrare nel memorabil regno di questo Principe, sarà
conveniente cosa il punire e tor di mezzo l'indegno fratello di
Numeriano. Carino aveva armi e ricchezze bastanti a sostenere il suo
legittimo diritto all'Impero. Ma i suoi vizi personali preponderavano
tutti i vantaggi della nascita e dell'attual situazione. I più fedeli
ministri del padre disprezzavano l'incapacità, e paventavano la crudele
arroganza del figliuolo. Eran gli affetti del popolo impegnati in favore
del rivale, ed il Senato istesso inclinava a preferire un usurpatore a
un tiranno. Gli artifizi di Diocleziano infiammarono la generale
scontentezza, e fu il verno consumato in segreti intrighi, ed in aperti
preparativi per una guerra civile. S'incontrarono a primavera le forze
dell'Oriente e dell'Occidente nelle pianure di Margo, piccola città
della Mesia, nelle vicinanze del Danubio[204]. Le truppe tornate così
recentemente dalla guerra Persiana, aveano acquistata la loro gloria a
spese della loro salute e del lor numero, nè erano esse in istato di
contrastare con l'inesausto vigore delle legioni Europee. Furono rotte
le loro file, e per un momento Diocleziano disperò della porpora e della
vita. Ma perdè Carino in un punto, per l'infedeltà de' suoi uffiziali,
il vantaggio riportato dal valore de' suoi soldati. Un Tribuno, di cui
egli avea sedotta la moglie, prese l'opportunità di vendicarsi, e con un
colpo solo spense la discordia civile col sangue dell'adultero[205].
FOOTNOTES:
[96] Vopisco nella Stor. Aug. p. 221. Zosimo l. I, p. 57. Eutrop. IX.
15. I due Vittori.
[97] Vopisco Stor. Aug. p. 222. Aurelio Vittore fa menzione, di una
formal deputazione fatta dalla truppe al Senato.
[98] Vopisco, nostra principale autorità, scriveva in Roma solamente
sedici anni dopo la morte di Aureliano; ed oltre alla recente notizia
dei fatti, trae costantemente i suoi materiali dai giornali del Senato,
e dagli scritti originali della libreria Ulpiana. Zosimo e Zonara
compariscono così ignoranti di questo trattato, come lo erano
generalmente della costituzione Romana.
[99] Livio l. 17. Dionisio Alicarnas. l. II. p. 115. Plutarco in Numa,
p. 60. Il primo di questi Scrittori riferisce la storia come un oratore,
il secondo come un legista ed il terzo come un moralista, e niuno
probabilmente senza qualche mescuglio di favola.
[100] Vopisco (nella Stor. Aug. p. 227) lo chiama -primae sententiae
consularis-, e subito dopo, -Princeps Senatus-. È naturale il supporre,
che i Monarchi di Roma sdegnando quell'umil titolo, lo cedessero al più
antico fra i Senatori.
[101] L'unica obbiezione a questa genealogia è che lo Storico si
nominava Cornelio, l'Imperatore Claudio. Ma sotto il basso Impero, i
soprannomi erano estremamente vari ed incerti.
[102] Zonara, l. XII, p. 637. La Cronica Alessandrina, per un facile
errore, trasferisce quell'età ad Aureliano.
[103] Nell'anno 273 egli fu Console ordinario, ma debbe essere stato
-suffetto- molti anni avanti, e probabilmente sotto Valeriano.
[104] -Bis millies octingenties.- Vopisco nella Stor. Aug. p. 229.
Questa somma, secondo l'antica misura, equivaleva ad ottocento
quarantamila libbre Romane di argento, ciascuna della valuta di sei
zecchini. Ma nel secolo di Tacito il conio avea perduto molto nel peso e
nella purità.
[105] Dopo il suo avvenimento, ordinò che si facessero annualmente dieci
copie dello Storico, e si collocassero nelle pubbliche librerie. Le
librerie Romane sono da gran tempo perite, e la più stimabil parte di
Tacito fu conservata in un solo MS. e scoperta in un Monastero della
Vestfalia. Vedi Bayle, Dizionario. Art. -Tacito-, e Lipsio ad -Annal.-
II. 9.
[106] Vopisco nella Stor. Aug. p. 227.
[107] Stor. Aug. p. 228. Tacito indirizzandosi ai Pretoriani, li
nominava -sanctissimi milites-, ed il popolo, -sacratissimi Quirites-.
[108] Nelle sue manumissioni non eccedè mai il numero di cento, come
limitato dalla legge Caninia promulgata sotto Augusto, e finalmente
abolita da Giustiniano. Vedi Casaubono -ad locum Vopisci-.
[109] Vedi le vita di Tacito, di Floriano, e di Probo nella Stor. Aug.
Possiamo assicurarci che tutto ciò che diede il Soldato, lo avea già
dato il Senatore.
[110] Vopisco nella Stor. Aug. p. 236: il passo è chiarissimo, ma
Casaubono e Salmasio vorrebbero correggerlo.
[111] Vopisco nella Stor. Aug. p. 230, 232, 233. I Senatori celebrarono
quel felice ristabilimento con ecatombi e con pubbliche allegrezze.
[112] Stor. Aug. p. 228.
[113] Vopisco nella Stor. Aug. p. 230. Zosimo l. I. p. 57. Zonara, l.
XII. p. 637. Due passi della vita di Probo (p. 236 238.) mi persuadono
che questi Sciti, invasori del Ponto, fossero Alani. Se dar possiam fede
a Zosimo (l. I. 58.) Floriano li perseguitò fino al Bosforo Cimmerio. Ma
egli ebbe appena tempo per una spedizione tanto lunga e difficile.
[114] Eutropio ed Aurelio Vittore dicon solamente ch'egli morì. Vittore
Giuniore aggiunge, ch'egli morì di febbre. Zosimo e Zonara affermano,
ch'egli fu ucciso dai soldati. Vopisco riferisce le due relazioni, e
sembra incerto. Sono per altro facilmente conciliabili queste diverse
opinioni.
[115] Secondo i due Vittori egli regnò precisamente dugento giorni.
[116] Stor. Aug. 231. Zosimo, l. I. p. 58, 59. Zonara, l. XII. p. 637.
Aurelio Vittore dice che Probo assunse l'Impero nell'Illirico; opinione
la quale (benchè adottata da un uomo dottissimo) getterebbe una
insuperabile confusione in quel periodo di storia.
[117] Stor. Aug. p. 229.
[118] Egli dovea inviare dei Giudici ai Parti, ai Persiani, ed ai
Sarmati, un Presidente alla Taprobana, ed un Proconsole nell'Isola
Romana, supposta dal Casaubono e da Salmasio essere la Britannia. Una
storia quale è la mia (dice Vopisco con giusta modestia) non sussisterà
mille anni per potere esporre o giustificare la predizione.
[119] Per la vita privata di Probo, vedi Vopisco nella Stor. Aug. p.
234, 237.
[120] Secondo la Cronaca Alessandrina egli era nell'età di cinquant'anni
quando morì.
[121] La lettera era indirizzata al Prefetto del Pretorio, il quale
(supposta la di lui buona condotta) egli promise di mantenere
nell'importante sua carica. Vedi Stor. Aug. p. 237.
[122] Vopisco nella Stor. Aug. p. 237. La data della lettera è
certamente erronea. In vece di -Non. Februar.- si può leggere -Non.
Augusti.-
[123] Stor. Aug. p. 238. È cosa strana che il Senato trattasse Probo men
favorevolmente di Marco Antonino. Avea quel Principe ricevuto, anche
prima della morte di Pio, il -Jus quintae relationis-. Vedi Capitolin.
nella Stor. Aug. p. 24.
[124] Vedi la rispettosa lettera di Probo al Senato dopo le sue vittorie
Germaniche Stor. Aug. p. 239.
[125] La data e la durata del Regno di Probo sono esattamente fissate
dal Cardinal Noris nella sua dotta opera, -De Epochis Siro-Macedonum-,
p. 96, 105. Un passo di Eusebio congiunge il secondo anno di Probo con
le Ere di diverse città della Siria.
[126] Vopisco nella Stor. Aug. p. 239.
[127] Zosimo (l. I, p. 62-65) racconta una lunghissima e frivolissima
istoria di Licio, masnadiere Isaurico.
[128] Zosimo l. I, p. 65. Vopisco nella Stor. Aug. p. 239, 240. Ma
sembra incredibile, che la disfatta dei selvaggi della Etiopia potesse
interessare il Monarca Persiano.
[129] Oltre a questi capi ben cogniti, fa Vopisco menzione di vari
altri, le azioni dei quali non sono venute a nostra notizia.
[130] Vedi i Cesari di Giuliano e la Stor. Aug. p. 238, 240, 241.
[131] Zosimo, l. I. p. 62. Stor. Aug. p. 240. Ma l'ultima suppone che
fosse dato ad essi il castigo col consenso dei loro Re: se ciò è vero,
fu parziale come l'offesa.
[132] Vedi Cluver. Germania antica l. III. Tolomeo pone nel loro paese
la città di Calisia, che è forse Calish nella Slesia.
[133] -Feralis umbra-, tale è l'espressione di Tacito: è veramente molto
ardita.
[134] Tacit. Germania (c. 43.).
[135] Vopisco nella Stor. Aug. p. 238.
[136] Stor. Aug. p. 238, 239. Vopisco cita una lettera dell'Imperatore
al Senato, nella quale egli fa menzione del suo disegno di ridurre la
Germania in Provincia.
[137] Strabone l. VII. Secondo Velleio Patercolo (II. 108.) Maroboduo
condusse i suoi Marcomanni nella Boemia. Cluverio (German. antic. III.
8.) prova che vennero dalla Svevia.
[138] Questi Regolatori del pagamento delle Decime furono detti
-Decumates-; Tacit. Germania, c. 29.
[139] Vedi le note dell'Abate de la Bleterie alla Germania di Tacito, p.
183. La sua descrizione della muraglia è presa principalmente (come
dic'egli stesso) dall'Alsazia illustrata di Schoeflin.
[140] Vedi ricerche sopra i Chinesi e gli Egiziani, tom. II, p. 81, 202.
L'anonimo Autore è bene istruito del globo in generale e della Germania
in particolare: riguardo alla seconda, egli cita un'Opera del sig.
Hanselman; ma pare ch'egli confonda la muraglia di Probo, destinata
contro gli Alemanni, con la fortificazione dei Mattiaci, costruita nelle
vicinanze di Francfort contro i Catti.
[141] Egli distribuì quasi cinquanta o sessanta Barbari in circa per
-numero-; come allor si chiamava un corpo, che non sappiamo precisamente
da quanti individui fosse composto.
[142] -Cambden, in Britannia-, introduzione, p. 136; ma egli parla sopra
un'incertissima congettura.
[143] Zosimo, l. 1, p. 62. Secondo Vopisco, un altro corpo di Vandali fu
meno fedele.
[144] Stor. Aug. p. 240. Furono probabilmente discacciati dai Goti.
Zosimo l. I. p. 66.
[145] Stor. Aug. p. 240.
[146] Panegir. antic. V. 18. Zosimo, l. I. p. 66.
[147] Vopisco nella Stor. Aug. p. 245, 246. L'infelice Oratore avea
studiata la retorica a Cartagine, e perciò era probabilmente Mauro
(Zosimo l. I, p. 60) anzichè Gallo, come lo dice Vopisco.
[148] Zonara, l. XII. p. 638.
[149] Si racconta un esempio assai sorprendente della prodezza di
Proculo. Egli avea preso cento vergini Sarmate. Il resto della storia
egli stesso lo riferisca nella sua propria lingua; «Ex his una nocte
decem inivi: omnes tamen, quod in me erat, mulieres intra dies quindecim
reddidi». Vopisco nella Stor. Aug. p. 247.
[150] Proculo, ch'era nativo di Albenga nella riviera di Genova, armò
duemila dei suoi schiavi. Grandi erano la sue ricchezze, ma acquistate
per mezzo di ladronecci. Fu poi un detto della sua famiglia, -nec
latrones esse, nec principes sibi placere-. Vopisco Stor. Aug. p. 247.
[151] Stor. Aug. p. 240.
[152] Zosimo l. I. p. 66.
[153] Stor. Aug. p. 236.
[154] Aurelio Vittore in Probo; ma la politica di Annibale, non
ricordata da alcun altro più antico Scrittore, è inconciliabile con la
storia della sua vita. Egli lasciò l'Affrica in età di nove anni, vi
ritornò di quarantacinque ed immediatamente perdè la sua armata nella
decisiva battaglia di Zama: Livio, XXX. 37.
[155] Stor. Aug. p. 240. Eutrop. IX, 17. Aurelio Vittore in Probo.
Vittore Juniore. Egli rivocò la proibizione di Domiziano, ed accordò ai
Galli, ai Brettoni, ed ai Pannonj la general permissione di piantar
viti.
[156] Giuliano fa una severa, e veramente eccessiva censura del rigore
di Probo, il quale, come egli pensa, meritò quasi il suo destino.
[157] Vopisco nella Stor. Aug. p. 24. Egli profonde su questa vana
speranza un lungo squarcio d'insulsa eloquenza.
[158] -Turris ferrata.- Sembra che fosse una torre mobile e fasciata di
ferro.
[159] «Probus et vere Probus situs est: victor omnium gentium
barbararum: Victor etiam Tyrannorum».
[160] Tutto questo per altro può conciliarsi. Egli era nato a Narbona
nell'Illirico, confusa da Eutropio colla più famosa città di quel nome
nelle Gallie. Suo Padre potea essere un Affricano, e sua madre una Dama
Romana. Caro fu educato egli stesso nella Capitale. Vedi Scaligero,
-animadv. ad Euseb. Chron.- p. 241.
[161] Probo aveva richiesto al Senato una statua equestre, ed un palazzo
di marmo a pubbliche spese, come ricompense dovute al merito singolare
di Caro. Vopisco nella Stor. Aug. p. 249.
[162] Vopisco nella Stor. Aug. p. 242,249. Giuliano esclude l'Imperator
Caro, ed ambi i figliuoli di lui dal convito dei Cesari.
[163] Giovanni Malela, tom. I. p. 401. Ma l'autorità di quel Greco
ignorante è molto leggiera. Egli ridicolosamente fa venire da Caro la
città di -Carre-, la Provincia di Caria, l'ultima delle quali è
menzionata da Omero.
[164] Stor. Aug. p. 249. Caro si congratulò coi Senatori perchè uno del
loro Ordine era stato fatto Imperatore.
[165] Stor. Aug. p. 242.
[166] Vedi la prima egloga di Calfurnio. Fontenelle ne preferisce il
disegno a quello del -Pollione- di Virgilio. Vedi tom. III. pag. 148.
[167] Stor. Aug. p. 353. Eutropio, IX. 18. -Pagi annal.-
[168] Agatia l. IV. p. 135. Si trova una delle sue sentenze nella
Bibliot. Orient. del Sig. d'Herbelot. «La definizione dell'umanità
contiene tutte le virtù».
[169] Sinesio attribuisce questo fatto a Carino, ed è molto più naturale
di riferirlo a Caro, che a Probo, come vorrebbero il Petavio ed il
Tillemont.
[170] Vopisco nella Stor. Aug. p. 250. Eutropio IX. 18. I due Vittori.
[171] Alla vittoria Persiana di Caro io riferisco il dialogo del
-Filopatride-, ch'è stato per tanto tempo un soggetto di disputa tra i
letterati. Ma sarebbe necessaria una dissertazione per ischiarire e
giustificare la mia opinione.
[172] Stor. Aug. p. 250. Ma Eutropio, Festo, Rufo, i duo Vittori,
Girolamo, Sidonio Apollinare, Sincello e Zonara, tutti attribuiscono ad
un fulmine la morte di Caro.
[173] Vedi -Nemesian. Cynegeticon.- V. I. ec.
[174] Vedi Festo ed i suoi comentatori sulla parola -Scribonianum-. I
-Luoghi- percossi dal fulmine venivan circondati con un muro; le cose
eran bruciate con misteriose cerimonie.
[175] Vopisco nella Stor. Aug. p. 250. Aurelio Vittore sembra che presti
fede alla predizione, ed approvi la ritirata.
[176] -Nemesian. Cynegiticon-, V. 69. Egli era contemporaneo, ma poeta.
[177] -Cancellarius.- Questa parola, così umile nella sua origine, è per
una singolar fortuna divenuta il titolo della prima gran carica di Stato
nelle monarchie dell'Europa. Vedi Casaubono e Salmasio, -ad Histor.
August.- p. 253.
[178] Vopisco nella Stor. Aug. p. 253, 254. Eutropio, IX. 19. Vittore
Juniore. Il regno di Diocleziano, per vero dire, fu così lungo e
prospero, che dovè esser molto favorevole alla reputazione di Carino.
[179] Vopisco nella Stor. Aug. p. 254. Egli lo nomina Caro, ma il senso
è naturale abbastanza, e le parole furono spesso confuse.
[180] Vedi Calfurnio egloga VII. 43. È da osservarsi che gli spettacoli
di Probo erano tuttavia recenti, e che il poeta vien secondato dallo
Storico.
[181] Il filosofo Montaigne (Saggi. L. III. 6.) fa un molto giusto e
vivace quadro della magnificenza romana in questi spettacoli.
[182] Vopisco nella Stor. Aug. p. 240.
[183] Vengono nominati -Onagri-: ma il numero n'è troppo piccolo per
semplici asini selvaggi. Cuper (de -Elephant. exercitat.- II. 7) ha
provocato con le autorità di Oppiano, di Dione e di un Anonimo Greco,
che si erano in Roma viste le zebre. Vi furono portate da qualche isola
dell'Oceano, forse dal Madagascar.
[184] Carino presentò un ippopotamo (Vedi Calf. Eglog. VII. 66.) Negli
ultimi spettacoli io non ritrovo coccodrilli, dei quali una volta
Augusto ne fece vedere trentasei. Dione Cassio, l. LV. p. 781.
[185] Capitolin. nella Stor. Aug. p. 164, 165. Noi non conosciamo gli
animali, ch'egli nomina -archeleontes-: alcuni leggono -argoleontes-,
altri -agrioleontes-; ambedue queste correzioni sono molto puerili.
[186] Plinio Stor. Nat. VIII. 6. Dagli annali di Pisone.
[187] Vedi Maffei Verona illustr. P. IV. l. I. c. 2.
[188] Maffei l. II. c. 7. L'altezza fu molto più esagerata dagli
antichi. S'innalzava quasi al Cielo, secondo Calfurnio (Eglog. VII. 23),
ed oltrepassava il termine della vista umana secondo Ammiano Marcellino
(XVI. 10.) Contuttociò quanto era piccola cosa riguardo alla gran
Piramide dell'Egitto, che ha cinquecento piedi di perpendicolo!
[189] Secondo diverse copie di Vitruvio, si legge 77000, o 87000
spettatori; ma il Maffei (l. II. c. 12) su i sedili scoperti non trova
luogo che per 34000. Il rimanente entrava nelle superiori gallerie
coperte.
[190] Vedi Maffei l. II. c. 5-11. Egli tratta questo difficilissimo
soggetto con tutta la possibil chiarezza, e come architetto non meno che
come antiquario.
[191] Calfurnio Egloga VII. 64, 73. Curiosi sono questi versi; e tutta
l'Egloga è stata di un uso infinito al Maffei. Calfurnio non men che
Marziale, (vedi il suo I. libro) era poeta, ma quando essi ritrassero
l'anfiteatro, scrissero ambidue secondo i propri lor sentimenti, e quei
dei Romani.
[192] Vedi Plin. Stor. nat. XXXIII. 16. XXXVII. 11.
[193]
-Balteus en gemmis, en inclita porticus auro-
-Certatim radiant ec.-
Calfurn. VII.
[194] -Et Martis vultus et Apollinis esse putavi-, dice Calfurnio; ma
Giovanni Malela, che avea forse veduto qualche ritratto di Carino, lo
rappresenta come grosso, piccolo e bianco, tomo I. p. 403.
[195] Riguardo al tempo in cui questi giuochi romani furono celebrati,
Scaligero, Salmasio e Cuper si sono dati gran pena per oscurare un
soggetto chiarissimo.
[196] Nemesiano, nei Cinegetici, sembra che anticipi colla sua
immaginazione quel fausto giorno.
[197] Vinse tutte le corone a Nemesiano, col quale contendeva nella
poesia didattica. Il Senato eresse una statua al figliuolo di Caro, con
una iscrizione molto ambigua. «Al più potente degli Oratori». Vedi
Vopisco nella Stor. Aug. p. 251.
[198] Cagione almeno più naturale di quella che assegna Vopisco (Stor.
Aug. p. 251.) cioè il continuo piangere per la morte di suo padre.
[199] Nella guerra Persiana, Apro fu sospettato di aver disegno di
tradir Caro. Stor. Aug. p. 250.
[200] Noi dobbiamo alla Cronica Alessandrina (p. 274) la notizia del
tempo e del luogo, dove Diocleziano fu eletto Imperatore.
[201] Stor. Aug. p. 251. Eutrop. IX. 18. -Hieronym. in Chron.- Secondo
questi -giudiziosi- Scrittori, la morte di Numeriano si scoprì pel
fetore del suo cadavere. Non si potevano forse trovare aromati nella
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