Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 2 (of 13)
Edward Gibbon
Translator: Davide Bertolotti
STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
TRADUZIONE DALL'INGLESE
VOLUME SECONDO
MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XX
STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
CAPITOLO XI.
-Regno di Claudio. Disfatta dei Goti. Vittorie, trionfo e morte
di Aureliano.-
Sotto i deplorabili regni di Valeriano e di Gallieno, l'Impero fu
oppresso e quasi distrutto dai Soldati, dai Tiranni e dai Barbari. Lo
salvò una serie di gran Principi, che traevano un'oscura origine dalle
marziali province dell'Illirico. Nel giro di quasi trenta anni Claudio,
Aureliano, Probo, Diocleziano, ed i suoi colleghi trionfarono degli
stranieri e de' domestici nemici dello Stato; ristabilirono la militar
disciplina, la forza delle frontiere, e meritarono il glorioso titolo di
Ristauratori del Mondo Romano.
La caduta di un effemminato tiranno aprì la strada ad una successione di
Eroi. L'indignazione del popolo imputava a Gallieno tutte le sue
calamità; e la maggior parte, invero, erano conseguenze de' suoi costumi
e della indolente sua condotta nel governo. Era privo perfino del
sentimento di onore, che supplisce sì spesso alla mancanza della
pubblica virtù; e finchè potè godere il possesso dell'Italia, una
vittoria riportata dai Barbari, la perdita di una provincia, o la
ribellione di un Generale, raramente disturbò il tranquillo corso de'
suoi piaceri. Finalmente un esercito considerabile, accampato sul
Danubio superiore, rivestì della porpora Imperiale il suo condottiero
Aureolo, che sdegnando un angusto ed infecondo regno sulle montagne
della Rezia, passò le Alpi, occupò Milano, minacciò Roma, e sfidò
Gallieno a disputare in campo la sovranità dell'Italia. Provocato
dall'insulto l'Imperatore, ed intimorito dall'imminente pericolo,
subitamente mostrò quell'ascoso vigore, che qualche volta si manifestava
a traverso l'indolenza del suo carattere. Staccatosi con violenza dagli
agi del palazzo, comparve armato in fronte alle sue legioni, e si avanzò
ad incontrare di là dal Po il suo competitore. Il corrotto nome di
Pontirolo[1] conserva ancora la memoria di un ponte sull'Adda, che,
durante l'azione, debbe essere stato un oggetto della maggiore
importanza per ambo gli eserciti. Il Retico usurpatore, dopo aver
ricevuto una totale disfatta ed una pericolosa ferita, si ritirò in
Milano. Ne fu immediatamente formato l'assedio; furon le mura battute
con ogni macchina dagli antichi usata; ed Aureolo, incerto della interna
sua forza, e senza speranza di straniero soccorso, si presagì fin
d'allora le funeste conseguenze di una inutile ribellione.
[A. D. 268]
L'ultimo suo espediente fu un tentativo di sedurre la lealtà degli
assediatori. Sparse pel loro campo de' libelli, ne' quali invitava le
truppe ad abbandonare un indegno Sovrano, che sacrificava al suo lusso
la pubblica felicità, e le vite dei suoi più stimabili sudditi ai più
leggieri sospetti. Gli artifizj di Aureolo diffusero i timori, gli
scontenti tra i principali Uffiziali del suo rivale. Una cospirazione fu
tramata da Eracliano Prefetto del Pretorio, da Marciano Generale di alto
grado e di riputazione, e da Cecrope, che comandava un numeroso corpo di
guardie dalmatine. La morte di Gallieno fu risoluta, e non ostante il
lor desiderio di prima terminare l'assedio di Milano, l'estremo
pericolo, che accompagnava ogni momento d'indugio, gli obbligò ad
affrettare l'esecuzione del loro ardito disegno. Sull'ultim'ora della
notte, mentre l'Imperatore tuttavia prolungava i piaceri della tavola,
gli fu portata improvvisamente la nuova, che Aureolo, alla testa di
tutte le sue forze, avea fatta dalla città una disperata sortita;
Gallieno, che non mancò mai di valor personale, balzò dal suo serico
letto, e senza frappor dimora per armarsi o per adunar le sue guardie,
montò a cavallo, e corse veloce al luogo del supposto assalto.
Circondato dai suoi dichiarati o nascosti nemici, in mezzo al tumulto
notturno ricevè ben presto un colpo mortale da incerta mano. Prima di
spirare, un sentimento di patriottismo, risvegliatosi nell'animo di
Gallieno, lo indusse a nominare un degno successore, e l'ultima sua
domanda fu che si dessero gli ornamenti imperiali a Claudio, che allora
comandava un corpo staccato d'armata nelle vicinanze di Pavia. Almeno
questa voce fu diligentemente propagata, e l'ordine con piacere eseguito
dai congiurati, i quali avevan di già convenuto di metter Claudio sul
trono. Alla prima nuova della morte dell'Imperatore, mostrarono le
truppe qualche sospetto e risentimento, finchè l'uno fu dissipato, e
l'altro addolcito con un donativo di venti monete d'oro ad ogni soldato.
Ratificarono essi allora l'elezione, e riconobbero il merito del loro
nuovo Sovrano[2].
L'oscurità, che ricopriva l'origine di Claudio, benchè fosse di poi
abbellita da alcune adulatrici finzioni[3], manifesta abbastanza la
bassezza della sua nascita. Questo solamente si può sapere, ch'egli era
nativo di una delle Province confinanti col Danubio; che la sua gioventù
fu consumata tra l'armi, e che il suo modesto valore meritò il favore e
la confidenza di Decio. Il Senato ed il Popolo già lo consideravano come
un eccellente Uffiziale, degno dei più importanti impieghi; e
censurarono la disattenzione di Valeriano, che lo teneva nel posto
subordinato di Tribuno. Ma distinse non molto dopo quell'Imperatore il
merito di Claudio, dichiarandolo primo Generale della frontiera Illirica
col comando di tutte le truppe nella Tracia, nella Mesia, nella Dacia,
nella Pannonia e nella Dalmazia, collo stipendio del Prefetto
dell'Egitto, con gli onori del Proconsole dell'Affrica, e con la sicura
speranza del Consolato. Per le sue vittorie sopra i Goti egli meritò dal
Senato l'onore di una statua, ed eccitò i gelosi timori di Gallieno. Era
impossibile che un soldato stimar potesse un Sovrano così dissoluto, ed
un giusto disprezzo si può difficilmente celare. Alcune imprudenti
espressioni proferite da Claudio, furono officiosamente riportate a
Gallieno. La risposta dell'Imperatore ad un Uffiziale di confidenza,
dipinge al vivo il carattere di lui e quello dei tempi. «Niente vi è che
dar mi possa un più serio disgusto che la notizia contenuta nell'ultimo
vostro dispaccio[4]; che alcune maligne suggestioni abbiano indisposto
contro noi l'animo del nostro amico e -Padre- Claudio. Per quella
fedeltà che ci dovete, usate ogni mezzo per quietare il suo
risentimento, ma conducete l'affare con secretezza; non venga questo a
notizia dei soldati della Dacia; sono essi già provocati, e ciò potrebbe
infiammare il loro furore. Io stesso ho mandati a lui alcuni doni; sia
vostra cura ch'egli con piacere li accetti. Sopra tutto fate ch'ei non
sospetti ch'io sono informato della sua imprudenza. Il timor del mio
sdegno potrebbe indurlo a disperate risoluzioni»[5]. I doni che
accompagnavano questa umile lettera, colla quale il Monarca, procurava
di riconciliare a sè il malcontento suo suddito, consistevano in una
considerabil somma di danaro, in abiti magnifici ed in un ricco
vasellame d'oro e d'argento. Con tali arti Gallieno addolcì lo sdegno, e
dissipò i timori del suo illirico Generale; ed in tutto il rimanente di
quel regno fu la formidabile spada di Claudio sempre sguainata per la
causa di un Sovrano da lui disprezzato. Vero è, ch'egli ricevè
finalmente dai congiurati l'insanguinata porpora di Gallieno; ma egli
era stato lontano dal loro campo e dai loro consigli; e benchè forse
lodasse il fatto, possiamo francamente presumere, ch'egli non fosse reo
di alcuna antecedente notizia[6]. Quando Claudio salì sul trono, era
quasi nell'età di cinquantaquattr'anni.
L'assedio di Milano fu tuttavia continuato, ed Aureolo presto si avvide,
che i suoi artifizj non avevano avuto altro successo che di suscitargli
un più risoluto avversario. Tentò egli di aprire con Claudio un trattato
di alleanza e di divisione. «Ditegli» (replicò l'intrepido Imperatore)
«che se tali proposizioni fossero state fatte a Gallieno, -egli- forse
le avrebbe pazientemente ascoltate, ed avrebbe accettato un collega
disprezzabile al pari di lui[7].» Questo duro rifiuto, ed un ultimo
infelice sforzo obbligarono Aureole a rendersi con la città alla
discrezione del vincitore. Il giudizio dell'esercito lo dichiarò degno
di morte, e Claudio, dopo una debole resistenza, consentì che fosse la
sentenza eseguita. Nè lo zelo dei Senatori fu meno ardente per la causa
del loro nuovo Sovrano. Ratificarono forse con un sincero trasporto
d'animo l'elezione di Claudio, e siccome il Predecessore si era mostrato
personal nemico del loro ordine, così esercitarono sotto il velo della
giustizia una severa vendetta contro gli amici o la famiglia di lui. Fu
permesso al Senato di addossarsi l'odioso uffizio del castigo, e
l'Imperatore si riservò il piacere ed il merito di ottener con la sua
intercessione un atto di generale perdono[8].
Questa ostentata clemenza mostra meno il vero carattere di Claudio di
quel che il faccia una frivola circostanza, nella qual sembra ch'egli
abbia obbedito ai dettami del suo cuore. Le frequenti ribellioni delle
province avevano involto quasi ogni persona nel reato di tradimento,
quasi ogni patrimonio nel caso di confiscazione, e Gallieno spesso
mostrava la sua liberalità distribuendo tra i suoi uffiziali i beni dei
sudditi. All'avvenimento di Claudio, una vecchia donna si gettò a' suoi
piedi, lagnandosi che ad un Generale dell'ultimo Imperatore era stato
arbitrariamente donato il di lei patrimonio. Questo Generale era Claudio
stesso, che non era rimasto interamente illeso dalla corruzione dei
tempi. Arrossì l'Imperatore a questo rimprovero, ma si mostrò degno
della confidenza che quella avea avuta nella sua giustizia. La
confessione del suo fallo fu accompagnata da una subita ed ampia
restituzione[9].
Nell'arduo impegno, che Claudio aveva preso di ristabilire l'Impero nel
suo antico splendore, era prima necessario di ravvivare tra le sue
truppe un sentimento d'ordine e di obbedienza. Con l'autorità di un
veterano Comandante, rappresentò loro, che il rilassamento della
disciplina avea introdotta una lunga serie di disordini, dei quali
finalmente i soldati stessi provavan gli effetti; che un popolo rovinato
dall'oppressione, e indolente per la disperazione, non potea più
lungamente somministrare ad un numeroso esercito il mantenimento non che
le spese di lusso; che il pericolo di ogni individuo era cresciuto col
dispotismo dell'ordine militare, poichè i Sovrani, che tremavan sul
trono, provvedevano alla loro salvezza col pronto sacrifizio di ogni
suddito colpevole. L'Imperatore si estese su i mali di uno sregolato
capriccio, che i soldati potean soddisfare soltanto a spese del proprio
sangue; giacchè le sediziose loro elezioni eran così spesso state
accompagnate dalle guerre civili, che consumavano il fiore delle legioni
o sul campo di battaglia o nel crudele abuso della vittoria. Dipinse
egli coi più vivi colori lo stato dell'esausto tesoro, la desolazione
delle province, il disonore del nome Romano, e l'insolente trionfo dei
rapaci Barbari. Contro questi Barbari adunque egli dichiarò di voler
dirigere il primo sforzo delle loro armi. Regnasse pur Tetrico per
qualche tempo in Occidente, e conservasse pure Zenobia il dominio
dell'Oriente[10]; questi usurpatori erano suoi personali nemici: nè
potea egli pensare a soddisfare alcun privato risentimento, finchè
salvato non avesse un Impero, la cui imminente rovina avrebbe (non
essendo a tempo prevenuta) oppresso e l'esercito e il popolo.
[A. D. 269]
Le varie nazioni della Germania e della Sarmazia, che combattevano sotto
le gotiche insegne, avevan già raccolta un'armata più formidabile di
qualunque altra che mai fosse uscita dall'Eusino. Sulle rive del
Niester, uno dei gran fiumi che sboccano in quel mare, essi costruirono
una flotta di duemila o veramente di seimila vascelli[11], numero, che
per incredibil che possa sembrare, non sarebbe stato bastante a
trasportare la loro pretesa armata di trecentoventimila Barbari.
Qualunque esser potesse la forza reale dei Goti, il vigore ed il
successo della spedizione non furono adeguati alla grandezza dei
preparativi. Nel loro passaggio pel Bosforo gl'inesperti piloti furon
vinti dalla violenza della corrente; e mentre la moltitudine dei loro
vascelli era ristretta in un angusto canale, molti si ruppero urtando
l'uno contro l'altro o contro la terra. Fecero i Barbari alcune discese
sopra varie coste dell'Europa e dell'Asia, ma l'aperto paese era stato
già devastato, ed essi furono con vergogna e perdita rispinti da molte
fortificate città. Si sparse nella flotta lo sbigottimento e la
divisione, e molti dei loro capi fecero vela verso l'isole di Creta e di
Cipro; ma il grosso dell'armata, seguitando un corso più costante, si
ancorò finalmente vicino alle falde del monte Atos, ed assalì la città
di Tessalonica, opulenta capitale di tutte le province della Macedonia.
I loro assalti, nei quali mostravano un feroce ma sregolato valore,
furono presto interrotti dal rapido avvicinarsi di Claudio, che si
affrettava ad una scena d'azione degna della presenza di un Principe
bellicoso, alla testa di tutte le rimanenti forze dell'Impero. Non
volendo sopportar la battaglia, i Goti levarono subito il campo,
abbandonarono l'assedio di Tessalonica; e lasciando le loro navi al
piede del monte Atos, traversarono le colline della Macedonia, e si
spinsero avanti ad assalire l'ultima difesa dell'Italia.
Abbiamo ancora una lettera originale scritta da Claudio in questa
memorabile occasione al Senato ed al Popolo. «Padri coscritti (scrive
l'Imperatore) sappiate che trecentoventimila Goti hanno invaso il
territorio romano. Se io vinco, la vostra gratitudine ricompenserà i
miei servigi. Se cado, rammentatevi che sono successor di Gallieno.
L'intera Repubblica è affaticata ed esausta di forze. Combatteremo dopo
Valeriano, dopo Ingenuo, Regilliano, Lolliano, Postumo, Gelso, e mille
altri che un giusto disprezzo per Gallieno spinse alla sedizione. Noi
manchiamo di dardi, di lance e di scudi. La forza dell'Impero, la Gallia
e la Spagna sono usurpate da Tetrico, e con rossore confessiamo che gli
arcieri dell'Oriente servono sotto le insegne di Zenobia. Qualunque
impresa facciamo, sarà questa grande abbastanza[12].» Lo stile
malinconico e risoluto di questa lettera annunzia un Eroe che non cura
il suo fato, conosce il pericolo, ma ricava però dai suoi propri talenti
una ben fondata speranza.
[A. D. 270]
L'evento superò l'espettazione di lui e quella del Mondo. Colle più
segnalate vittorie liberò l'Impero da quell'esercito di Barbari, e fu
distinto dalla posterità colla gloriosa denominazione di Claudio Gotico.
Le storie imperfette di una guerra irregolare[13] non ci forniscono
materiali bastanti per descrivere l'ordine e le circostanze delle
imprese di lui; ma se ci fosse permessa una somigliante espressione,
distribuir potremmo in tre atti questa memorabil tragedia. I. La
decisiva battaglia fu data vicino a Naisso, città della Dardania. A
principio le legioni diedero in volta, oppresse dal numero, e disanimate
dalle loro sventure. Inevitabile era la rovina loro, se non avesse
l'abilità dell'Imperatore preparato un opportuno soccorso. Un grosso
distaccamento di soldati, uscendo dai secreti e difficili passi delle
montagne, che per ordine di lui avevan occupati, assalì improvvisamente
la retroguardia dei vittoriosi Goti. L'attività di Claudio profittò del
favorevol momento. Rianimò egli il coraggio delle sue truppe, riordinò
le lor file, ed incalzò i Barbari da ogni parte. Narrasi che fossero
cinquantamila uomini uccisi nella battaglia di Naisso. Vari numerosi
corpi di Barbari, coprendo la loro ritirata con una mobile
fortificazione di carriaggi, si ritirarono, o piuttosto fuggirono da
quel campo di strage. II. Possiamo presumere che qualche insuperabile
difficoltà, forse la stanchezza, forse la disubbidienza dei vincitori,
non permettesse a Claudio di compire in un giorno la distruzione dei
Goti. La guerra si sparse per le province della Mesia, della Tracia e
della Macedonia, e le sue operazioni si ridussero a varie mosse, e
sorprese, e tumultuari combattimenti sì per mare che per terra. Quando i
Romani soffrirono qualche perdita, ordinariamente ciò avvenne o per la
loro codardia o per la loro temerità; ma i superiori talenti
dell'Imperatore, la sua perfetta pratica dei paesi, e la giudiziosa sua
scelta de' provvedimenti e degli Uffiziali, assicurarono in moltissime
occasioni il buon successo delle sue armi. L'immenso bottino, frutto di
tante vittorie, consisteva la maggior parte in bestiami e schiavi. Uno
scelto corpo della gotica gioventù venne ricevuto nelle truppe
Imperiali; fu il rimanente venduto in ischiavitù; e fu il numero delle
donne prigioniere tanto considerabile, che n'ebbe ogni soldato due o tre
per sua parte: circostanza dalla quale si può concludere, che
gl'invasori aveano qualche disegno di stabilirsi, non meno che di
saccheggiare; giacchè in una navale spedizione ancora erano accompagnati
dalle loro famiglie. III. La perdita della lor flotta, che fu o presa o
sommersa, aveva impedita la ritirata dei Goti. I Romani avendo formato
un vasto cerchio di posti, distribuiti con arte, sostenuti con coraggio,
e che si ristringevano a poco a poco verso un centro comune, forzarono i
Barbari a ritirarsi nelle più inaccessibili parti del monte Emo, dove
trovarono un sicuro rifugio, ma una sussistenza assai scarsa. Nel corso
di un rigoroso verno, nel quale furono assediati dalle truppe
dell'Imperatore, la fame e la peste, la diserzione e la spada
continuamente diminuirono quella imprigionata moltitudine. Al ritorno
della primavera, non comparve in arme che una feroce e disperata truppa,
residuo di quell'oste possente, che si era imbarcata alla foce del
Niester.
La peste, che tanti Barbari uccise, divenne finalmente fatale al lor
vincitore. Dopo un breve ma glorioso regno di due anni, Claudio morì in
Sirmio, in mezzo alle lagrime ed alle acclamazioni de' sudditi.
Nell'ultima sua malattia convocò i principali Ministri dello Stato e
dell'esercito, e in lor presenza raccomandò Aureliano, uno dei suoi
Generali, come il più degno del trono, ed il più atto ad eseguir il gran
disegno, ch'egli stesso avea potuto soltanto intraprendere. Le virtù di
Claudio, il suo valore, l'affabilità[14], la giustizia e la temperanza,
il suo amor per la gloria e per la patria lo pongono nel piccol numero
di quegl'Imperatori, che aggiunsero lustro alla Romana porpora. Queste
virtù per altro furono celebrate con particolar zelo e compiacenza dai
cortigiani Scrittori del secolo di Costantino, il quale era bisnipote di
Crispo, fratello maggiore di Claudio. La voce dell'adulazione imparò
presto a ripetere, che gli Dei, i quali avean così frettolosamente tolto
Claudio alla terra, ricompensarono il suo merito e la sua pietà
perpetuando l'Impero nella sua famiglia[15].
Non ostante questi oracoli, la grandezza dei Flavj (nome che a loro
piacque di assumere) fu differita per più di vent'anni, e lo stesso
innalzamento di Claudio cagionò l'immediata rovina del suo fratello
Quintilio, il quale non ebbe moderazione o coraggio bastante per
discendere nella privata condizione, a cui lo avea condannato il
patriottismo dell'ultimo Imperatore. Senza indugio o riflessione egli
prese la porpora in Aquileia, dove comandava forze considerabili; e
benchè il suo regno durasse diciassette giorni soltanto, egli ebbe tempo
di ottenere la sanzione del Senato, e di provare una sedizion delle
truppe. Appena egli seppe che la grande armata del Danubio avea
conferita l'autorità Imperiale al ben conosciuto valor di Aureliano, si
sentì vinto dalla gloria e dal merito del suo rivale, e facendosi aprire
le vene, prudentemente si ritirò dalla ineguale contesa[16].
Il general disegno di quest'opera non ci permette di minutamente
riferire le azioni di ogni Imperatore dopo il suo avvenimento al trono,
molto meno di rintracciare le varie fortune della sua vita privata.
Osserveremo soltanto che il padre di Aureliano era un contadino del
territorio di Sirmio, il quale occupava una piccola tenuta appartenente
ad Aurelio, ricco Senatore. Il bellicoso suo figlio, arrolato nelle
truppe come soldato comune, divenne successivamente centurione, tribuno,
prefetto di una legione, ispettore del campo, generale, ovvero (come
allor si chiamava) duce di una frontiera; e finalmente nella guerra
Gotica esercitò l'importante uffizio di primo comandante della
cavalleria. In ogni grado si distinse per l'impareggiabil valore[17],
per la rigida disciplina, e per una fortunata condotta. Fu egli
rivestito del Consolato dall'Imperator Valeriano, che lo chiama, nel
pomposo linguaggio di quel secolo, il liberatore dell'Illirico, il
ristauratore della Gallia, ed il rivale degli Scipioni. Per la
raccomandazione di Valeriano, un Senatore del grado e del merito più
cospicuo, Ulpio Crinito, il cui sangue derivava dalla stessa sorgente di
quel di Traiano, adottò il contadino della Pannonia, diedegli in
matrimonio la sua figlia, e sollevò con l'ampio suo patrimonio l'onorata
povertà, che Aureliano avea mantenuta inviolata[18].
Il regno di Aureliano durò solamente quattr'anni e quasi nove mesi; ma
ogni momento di quel corto periodo fu illustrato da qualche memorabil
prodezza. Egli terminò la guerra Gotica, castigò i Germani che
invadevano l'Italia, ricuperò la Gallia, la Spagna, la Britannia dalle
mani di Tetrico, e distrusse la superba monarchia, che Zenobia avea
nell'Oriente innalzata sulle rovine dell'afflitto Impero.
Dovè Aureliano la continua fortuna delle sue armi alla rigorosa
attenzione posta agli articoli anche più minuti della disciplina. I suoi
militari regolamenti sono contenuti in una lettera assai concisa ad un
subalterno Uffiziale, al quale comanda di porli in vigore, se desidera
di divenir tribuno, o se gli è cara la vita. Il giuoco, il bere, e le
arti della divinazione erano severamente proibite. Aureliano pretendeva
che i suoi soldati fossero modesti, frugali e laboriosi; che sempre si
mantenesser lucenti le loro armi, aguzze le spade, pronti i vestiti e i
cavalli all'immediato servizio; che vivessero nei loro quartieri con
castità e sobrietà, senza danneggiare i campi di grano, senza rubare
neppure una pecora, un volatile, un grappolo di uva, senza esigere dai
loro ospiti nè sale, nè olio, nè legna. «La pubblica paga (continua
l'Imperatore) è bastante al loro sostentamento; le ricchezze debbono
ricavarsi dalle spoglie de' nemici e non dal pianto dei
Provinciali[19].» Un solo esempio servirà a mostrare il rigore, anzi la
crudeltà di Aureliano. Un soldato avea sedotta la moglie del proprio
ospite. Fu il misero colpevole legato a due alberi, che piegati a forza
l'uno con l'altro, e di poi violentemente separandosi, stracciarono le
di lui membra. Pochi consimili esempi impressero una salutevol
costernazione. I castighi di Aureliano eran terribili, ma raramente ebbe
occasione di punire due volte uno stesso delitto. La sua propria
condotta dava la sanzione alle sue leggi, e le sediziose legioni
temevano un Capo, che aveva imparato ad ubbidire, ed era degno di
comandare.
La morte di Claudio avea rianimato il languente spirito dei Goti. Le
truppe, che difendevano i passi del monte Emo e le rive del Danubio,
erano state richiamate pel timore di una guerra civile, e sembra
probabile, che il rimanente corpo delle Tribù Gotiche e Vandaliche,
abbracciando la favorevole occasione, abbandonasse i suoi stabilimenti
dell'Ucrania, attraversasse i fiumi, ed accrescesse con nuova
moltitudine la devastatrice armata de' suoi concittadini. Le loro
truppe, riunite, furono alfine incontrate da Aureliano, ed il sanguinoso
e dubbio conflitto finì solamente col venir della notte[20]. Spossati
per tante calamità da loro vicendevolmente date e sofferte in una guerra
di vent'anni, i Goti ed i Romani acconsentirono ad un durevole ed util
trattato. Fu questo premurosamente richiesto dai Barbari, e con piacere
ratificato dalle legioni, al voto delle quali il prudente Aureliano
commise lo scioglimento di quella importante questione. Si obbligarono i
Goti a fornire agli eserciti Romani un corpo di cavalleria di duemila
ausiliari, e stipularono in contraccambio una sicura e tranquilla
ritirata con un regolare mandato fino al Danubio, provveduto dalla cura
dell'Imperatore, ma a lor proprie spese. Fu il trattato osservato con
tanta religiosità, che quando una truppa di cinquecento uomini si staccò
dal campo per far delle prede, il Re, ovvero il Generale dei Barbari,
domandò che fosse il colpevole condottiero preso e saettato a morte,
come vittima consacrata alla santità de' loro trattati. È per altro
verosimile, che la precauzione di Aureliano, il quale aveva ritenuto
come ostaggi i figli e le figlie dei Gotici condottieri, contribuisse in
qualche parte a questa pacifica disposizione. Egli educò i giovani
all'esercizio dell'armi, e vicino alla sua propria persona; alle
donzelle diede una liberale e romana educazione, e concedendole in
matrimonio ad alcuni dei suoi principali Uffiziali, strinse a poco a
poco le due nazioni coi più tenaci e cari legami[21].
Ma la più importante condizione della pace fu piuttosto supposta che
espressa nel trattato. Ritirò Aureliano le forze Romane dalla Dacia, e
tacitamente abbandonò quella gran Provincia ai Goti ed ai Vandali[22].
Il suo maschio discernimento gli fe' conoscere i vantaggi reali, e
gl'insegnò a disprezzare il disonore apparente del ristringere in tal
guisa le frontiere della Monarchia. I sudditi Daci, rimossi da quelle
terre lontane, ch'essi non sapean nè coltivar nè difendere, aggiunsero
forza e popolazione alla parte meridionale del Danubio. Un fertile
territorio, cangiato in deserto dalle replicate scorrerie dei Barbari,
fu ceduto alla loro industria; ed una nuova provincia della Dacia
conservò sempre la memoria delle conquiste di Traiano. Nella Dacia
antica, per altro, rimase un considerabil numero di abitatori, ai quali
più che un Goto Sovrano fece orrore l'esilio[23]. Questi degenerati
Romani continuarono ad essere utili all'Impero, introducendo tra i lor
vincitori le prime idee dell'agricoltura, le arti utili, ed i comodi
della vita civile. Si stabilì a poco a poco una comunicazione di
commercio e di lingua tra le opposte rive del Danubio; e la Dacia,
divenuta indipendente, fu spesso l'argine più saldo dell'Impero contro
le invasioni dei selvaggi del Settentrione. Un sentimento d'interesse
legava all'alleanza di Roma questi Barbari inciviliti; ed un interesse
costante si converte bene spesso in sincera ed utile amicizia. Questa
mista colonia, che occupava l'antica provincia, e si era insensibilmente
confusa in un popolo numeroso, riconosceva tuttavia il superior nome, o
l'autorità della Gotica Tribù, e pretendeva l'immaginario onore di
trarre dalla Scandinavia l'origine. Nel tempo stesso la fortunata,
benchè casuale somiglianza del nome di Geti, infuse tra i creduli Goti
una vana credenza, che nei tempi remoti i loro antenati, già stabiliti
nelle province della Dacia, avessero ricevute le istruzioni di Zamolsi e
represse le vittoriose armi di Sesostri e di Dario[24].
Mentre la vigorosa e moderata condotta di Aureliano ristabiliva la
frontiera dell'Illirico, gli Alemanni[25] violarono le condizioni della
pace o comprate da Gallieno o imposte da Claudio, ed animati dalla
impaziente lor gioventù, corsero improvvisamente alle armi. Quarantamila
cavalli[26] e un doppio numero di fanti[27] apparvero in campo. I primi
oggetti della loro avarizia furono alcune poche città della Retica
frontiera; ma presto crescendo col buon successo le loro speranze,
sparsero gli Alemanni con rapida mossa la devastazione dalle rive del
Danubio a quelle del Po[28].
[A. D. 270]
L'Imperatore seppe quasi nel tempo stesso l'irruzione e la ritirata dei
Barbari. Radunato un attivo corpo di truppe, marciò con silenzio e
prestezza lungo l'Ercinia Foresta; e gli Alemanni, carichi delle spoglie
dell'Italia, arrivarono al Danubio, non sospettando, che sull'opposta
riva ed in un posto vantaggioso stesse celato un esercito Romano,
disposto ad impedire il loro ritorno. Aureliano favorì la fatal
confidenza dei Barbari, e lasciò che quasi metà delle lor forze passasse
il fiume senza precauzione veruna. La situazione e la sorpresa loro gli
procuravano una facil vittoria; e la sua ferma condotta ne accrebbe il
vantaggio. Disponendo le legioni in forma di semicerchio, avanzò i due
corni verso il Danubio, e volgendoli a un tratto verso il centro,
circondò la retroguardia dei Germani. I Barbari smarriti, dovunque
gettasser lo sguardo, vedevano con disperazione un paese deserto, un
fiume rapido e profondo, ed un vittorioso ed implacabil nemico.
Ridotti a questa infelice condizione, non isdegnarono gli Alemanni di
presto implorare la pace. Aureliano ricevè i loro Ambasciatori alla
testa del suo campo, e con tutta la pompa marziale, che potesse mostrare
la grandezza e la disciplina romana. Erano le legioni sulle armi in bene
ordinate schiere ed in profondo silenzio. I principali Comandanti,
distinti colle insegne del loro grado, stavano a cavallo dall'uno e
dall'altro lato del trono Imperiale. Dietro al trono s'innalzavano sopra
lunghe picche, coperte d'argento, le sacre immagini dell'Imperatore e
de' suoi Predecessori[29], le Aquile d'oro, ed i vari titoli delle
legioni, a lettere d'oro scolpiti. Quando prese Aureliano il suo posto,
il suo nobile portamento e la sua maestosa figura[30] insegnarono ai
Barbari a venerare la persona non meno che la porpora del lor vincitore.
Caddero in silenzio gli ambasciatori al suolo prostesi. Fu ad essi
ordinato di alzarsi e permesso di favellare. Coll'assistenza
degl'interpreti estenuarono eglino la loro perfidia, ma giustificarono
le loro imprese, si estesero sulle vicende della fortuna e su i vantaggi
della pace, e con inopportuna confidenza richiesero un abbondante
sussidio, quasi prezzo dell'alleanza, ch'essi offrivano ai Romani.
Fu la risposta dell'Imperatore aspra ed imperiosa. Trattò la loro
offerta con disprezzo, e con indignazione la loro richiesta; rimproverò
ai Barbari la loro ignoranza nelle arti della guerra e nelle leggi della
pace, e finalmente li licenziò colla sola scelta di rendersi a
discrezione, o di aspettare la maggior severità dal suo
risentimento[31]. Aveva Aureliano restituita ai Goti una remota
provincia; ma era pericoloso il fidarsi o il perdonare a que' perfidi
Barbari, la cui formidabil potenza teneva l'Italia stessa in continui
timori.
Pare che immediatamente dopo questo congresso, qualche improvviso evento
richiedesse la presenza dell'Imperatore nella Pannonia. Lasciò egli a'
suoi Generali la cura di compiere la distruzione degli Alemanni o col
ferro, o col più sicuro mezzo della fame. Ma l'attiva disperazione ha
spesso trionfato dell'indolente confidenza nella fortuna. Vedendo i
Barbari ch'era impossibile traversare il Danubio ed il campo Romano,
ruppero i posti della retroguardia, ch'erano, o più debolmente, o meno
diligentemente difesi, e con incredibil prestezza, ma per diverso
cammino, ritornarono verso i monti dell'Italia[32]. Aureliano, che
riguardava la guerra come affatto finita, ricevè la mortificante notizia
della fuga degli Alemanni e della devastazione da essi fatta nel
territorio di Milano. Fu alle legioni ordinato di seguitare con tutta la
speditezza, di cui erano capaci quei gravi corpi, la rapida fuga di un
nemico, l'infanteria e la cavalleria del quale si muovevano quasi con
egual celerità. Pochi giorni dopo, l'Imperatore istesso mosse al
soccorso dell'Italia conducendo uno scelto corpo di ausiliari (fra i
quali vi erano gli ostaggi e la cavalleria dei Vandali) e tutte le
guardie Pretoriane, che avevano servito nelle guerre fatte già sul
Danubio[33].
Essendosi le truppe leggiere degli Alemanni sparse dalle Alpi agli
Appennini, la continua vigilanza di Aureliano e dei suoi Uffiziali fu
occupata in discoprire, assaltare e perseguitare i numerosi loro
distaccamenti. Non ostante l'irregolarità di questa guerra, vengono
menzionate tre considerabili battaglie, nelle quali le forze principali
delle due armate si azzuffarono ostinatamente[34]. Fu vario il successo.
Nel primo combattimento vicino a Piacenza, i Romani riceverono un colpo
sì forte, che, secondo l'espressione di uno scrittore parzialissimo di
Aureliano, si temè l'immediata ruina dell'Impero[35]. Gli accorti
Barbari, che aveano circondati i boschi, assalirono improvvisamente le
legioni nell'oscurità della sera, e (come è molto probabile) dopo la
fatica e il disordine di una lunga marcia. Non poterono i Romani
resistere alla furia del loro assalto, ma finalmente, dopo una terribile
strage, la paziente costanza dell'Imperatore riordinò le suo truppe, e
ristabilì in qualche modo l'onore delle armi sue. La seconda battaglia
s'ingaggiò vicino a Fano nell'Umbria, sul terreno, che cinquecento anni
avanti era stato fatale al fratello di Annibale[36]. Cotanto i fortunati
Germani si erano avanzati lungo la via Emilia e Flaminia, con idea di
saccheggiare la mal difesa padrona del Mondo! Ma Aureliano, che
vigilando alla salvezza di Roma, era sempre loro alle spalle, trovò
quivi il decisivo momento di dar loro una totale ed irreparabil
disfatta[37]. Il fuggitivo residuo del loro esercito venne esterminato
in una terza ed ultima battaglia vicino a Pavia; e fu l'Italia liberata
dalle irruzioni degli Alemanni.
La paura è stata la prima madre della superstizione, ed ogni nuova
calamità induce i tremanti mortali a scongiurar lo sdegno dei loro
invisibili nemici. Benchè la migliore speranza della Repubblica fosse
nel valore e nella condotta di Aureliano, pure fu tale la pubblica
costernazione, quando i Barbari erano a momenti aspettati alle porte di
Roma, che per decreto del Senato si consultarono i libri Sibillini. Lo
stesso Imperatore, per religione o per politica, raccomandò questo
salutevole provvedimento, biasimò la lentezza del Senato[38], e si esibì
di supplire a qualunque spesa, e di dare qualunque animale e qualunque
schiavo d'ogni nazione che gli Dei richiedessero. Non ostante questa
liberale offerta, non sembra che alcuna vittima umana espiasse col suo
sangue i peccati del popol Romano. I libri Sibillini imposero cerimonie
più miti: processioni di Sacerdoti in bianche vesti, accompagnati da un
coro di giovani e di vergini; lustrazioni della città e dell'adiacente
campagna, e sacrifizi la cui potente influenza impedisse ai Barbari il
passo nella mistica terra, sulla quale si erano celebrati. Queste
superstizioni, benchè puerili in se stesse, servirono al buon esito
della guerra; e se nella decisiva battaglia di Fano, gli Alemanni
sognarono di vedere un'armata di spettri, combattenti in favor
d'Aureliano, egli ricevè un vero ed effettivo aiuto da questo
immaginario rinforzo[39].
Ma non ostante qualunque fidanza aver si potesse negl'ideali ripari,
pure l'esperienza del passato e il timor del futuro, indussero i Romani
a costruire fortificazioni di un genere più saldo e più sostanziale. I
successori di Romolo aveano circondato i Sette Colli di Roma con un
antico muro di più di tredici miglia[40]. Un recinto sì vasto può
sembrare sproporzionato alla forza ed alla popolazione di quello Stato
nascente. Ma era necessario di assicurare una vasta estensione di
pascoli e di terreno dalle frequenti ed improvvise incursioni dei popoli
del Lazio, perpetui nemici della Repubblica. Crescendo la Romana
grandezza, si accrebbe a poco a poco la città, e la sua popolazione
occupò tutto lo spazio voto, aprì le inutili mura, coprì il campo
Marzio, e da ogni parte seguitò le pubbliche strade maestre con lunghi e
bei sobborghi[41]. L'estensione delle nuove mura, erette da Aureliano e
terminate sotto il regno di Probo, era magnificato dall'opinione
popolare quasi a cinquanta miglia[42], ma le accurate misure la
ridussero intorno a ventuno[43]. Era questo un grande, ma tristo lavoro,
giacchè i ripari della Capitale svelavano la decadenza della Monarchia.
I Romani dei secoli più felici, che affidarono alle armi delle legioni
la sicurezza dei campi delle frontiere[44], erano ben lontani dal
sospettare in alcun modo, che si dovesse mai per necessità fortificare
la sede dell'Impero contro le irruzioni dei Barbari[45].
La vittoria di Claudio su i Goti, e il fortunato successo di Aureliano
contro gli Alemanni aveano già restituito alle armi Romane l'antica lor
superiorità sopra le Barbare nazioni del Settentrione. Il punire i
domestici tiranni, e riunire le smembrate parti dell'Impero era
un'impresa riservata all'ultimo di questi bellicosi Imperatori.
Quantunque fosse stato riconosciuto dal Senato e dal Popolo, le
frontiere dell'Italia, dell'Africa, dell'Illirico e della Tracia
ristringevano i confini del suo dominio. La Gallia, la Spagna e la
Britannia, l'Egitto, la Siria e l'Asia minore erano tuttavia possedute
da due ribelli, che soli di una lista sì numerosa, erano sino allora
andati esenti dai pericoli della lor condizione; e per render compita
l'ignominia Romana, due donne erano le usurpatrici di quei troni rivali.
S'era veduta nella Gallia una rapida successione di Monarchi, innalzati
e caduti. La rigida virtù di Postumo non servì che ad accelerare la sua
rovina. Egli dopo d'aver oppresso un competitore, ch'aveva presa in
Magonza la porpora ricusò di concedere alle sue truppe il sacco di
quella ribelle città; e nel settimo anno del regno suo divenne la
vittima della loro delusa avarizia[46]. La morte di Vittorino, amico e
collega di Postumo, fu prodotta la più piccola causa. Le luminose
qualità[47] di questo Principe erano oscurate da una licenziosa
passione, ch'egli soddisfaceva con atti di violenza, senza aver quasi
riguardo alle leggi della società, o a quelle ancor dell'amore[48]. Egli
fu trucidato a Colonia da una congiura di gelosi mariti, la cui vendetta
potrebbe sembrare più giustificabile, se risparmiato avessero
l'innocente suo figlio. Dopo la strage di tanti Principi valorosi, è in
certo modo mirabile, che una donna contenesse per lungo tempo le feroci
legioni della Gallia, ed è cosa più singolare, che questa donna fosse la
madre dell'infelice Vittorino. Coi suoi artifizi e colle sue ricchezze
potè Vittoria collocar successivamente sul trono Mario e Tetrico, e
regnare con maschio vigore sotto il nome di questi dipendenti
Imperatori. La moneta di rame, di argento, e di oro si coniava in suo
nome; essa prese i titoli di Augusta e di Madre degli eserciti: il suo
potere finì solamente colla sua vita; ma fu questa forse accorciata
dalla ingratitudine di Tetrico[49].
[A. D. 271]
Quando ad istigazione dell'ambiziosa sua protettrice assunse Tetrico le
regie insegne, egli era Governatore della tranquilla provincia
dell'Aquitania, impiego convenevole al suo carattere ed alla sua
educazione. Egli regnò per quattro o cinque anni sulla Gallia, sulla
Spagna e sulla Britannia, schiavo e Sovrano di un licenzioso esercito,
ch'egli temeva, e dal quale era sprezzato. Il valore e la fortuna di
Aureliano gli aprirono finalmente la strada alla libertà. Egli si
arrischiò a svelare la trista sua situazione, e scongiurò l'Imperatore
di affrettarsi a soccorrere il suo infelice rivale. Questa segreta
corrispondenza, se fosse giunta all'orecchie dei soldati, molto
probabilmente avrebbe costato a Tetrico la vita; nè poteva egli deporre
lo scettro dell'Occidente senza commettere un atto di tradimento contro
se stesso. Egli finse che vi fosse apparenza di una guerra civile,
condusse in campo le sue forze contro Aureliano, le ordinò nella maniera
più svantaggiosa, svelò i suoi propri consigli al nemico, e con pochi
scelti amici disertò sul principio dell'azione. Le ribelli legioni,
benchè disordinate e sconcertate dall'inaspettato tradimento del loro
Capo, si difesero però con disperato valore, finchè furono quasi tutte
tagliate a pezzi in quella sanguinosa e memorabil battaglia, che seguì
vicino a Chalons nella Sciampagna[50]. La ritirata degli ausiliari
irregolari Franchi e Batavi[51], che il vincitore presto costrinse o
persuase a ripassare il Reno, ristabilì l'universale tranquillità, e
l'autorità di Aureliano fu riconosciuta dalla muraglia d'Antonino alle
colonne d'Ercole.
Fino dal regno di Claudio la Città di Autun, sola e senza soccorso, avea
osato dichiararsi contro le legioni della Gallia. Dopo un assedio di
setto mesi esse rovinarono e saccheggiarono quella sfortunata città già
desolata dalla fame[52]. Lione, al contrario, avea resistito con
ostinata avversione alle armi di Aureliano. Si legge il castigo di
Lione[53], ma non si trovano mentovate le ricompense di Autun. Tale in
verità è la politica della guerra civile, ricordarsi severamente delle
ingiurie, ed obbliare i più importanti servigi. La vendetta è proficua,
la gratitudine è dispendiosa.
[A. D. 272]
Appena Aureliano si fu assicurato della persona e delle province di
Tetrico, rivolse le sue armi contro Zenobia, quella celebre Regina di
Palmira e dell'Oriente. L'Europa moderna ha prodotte varie femmine
illustri, che hanno sostenuto con gloria il peso del regno; nè il nostro
secolo è privo di sì distinti caratteri. Ma, eccettuando le dubbie
imprese di Semiramide, Zenobia è forse l'unica donna, il cui genio
superiore si sia sollevato dalla servile indolenza, imposta al suo sesso
dal clima e dai costumi dell'Asia[54]. Essa vantava la sua origine dai
Re Macedoni dell'Egitto, uguagliava in bellezza la sua antenata
Cleopatra, e superava d'assai questa Principessa nella castità[55] e nel
valore. Era Zenobia stimata la più amabile e la più eroica del suo
sesso. Era di carnagione bruna (giacchè parlando di una Signora queste
piccole cose divengono importanti); i suoi denti erano di una bianchezza
di perla, e ne' suoi grandi e neri occhi scintillava un insolito fuoco,
temperato dalla più lusinghiera dolcezza. Forte ed armoniosa aveva la
voce. Il suo maschio intelletto era rinvigorito ed adornato dallo
studio. Non era ella ignara della lingua Latina, e possedeva con ugual
perfezione il linguaggio Greco, l'Egiziano e il Siriaco. Avea disteso
per suo proprio uso un Epitome della Storia Orientale, e familiarmente
paragonava le bellezze di Omero e di Platone dietro la scorta del
sublime Longino.
Questa perfetta donna sposò Odenato, che dalla condizione di privato
s'innalzò alla Sovranità dell'Oriente. Divenne essa ben tosto amica e
compagna di quest'Eroe. Negl'intervalli della guerra si dilettava
Odenato estremamente della caccia; egli inseguiva con ardore le fiere
dei deserti, leoni, pantere ed orsi; e l'ardor di Zenobia in quel
pericoloso divertimento non era punto inferiore. Avea essa avvezzato il
suo temperamento alla fatica, sdegnava l'uso di un cocchio coperto,
compariva ordinariamente a cavallo in abito militare, e marciava
talvolta per molte miglia a piedi alla testa delle sue truppe. I felici
successi di Odenato furono attribuiti in gran parte all'incomparabile di
lei prudenza e valore. Le illustri loro vittorie sopra il gran Re, che
per due volte perseguitarono fino alle porte di Ctesifone, gettarono i
fondamenti della comune lor fama e potenza. Le armate, ch'essi
comandavano, e le Province ch'aveano salvate, non riconoscevano per
Sovrani che i due lor Capi invincibili. Il Senato e il popolo Romano
riverivano uno straniero, che vendicato avea il prigioniero loro
Imperatore, e l'insensibil figlio di Valeriane riconobbe perfino Odenato
come suo collega legittimo.
[A. D. 267]
Dopo una felice spedizione contro i Goti, devastatori dell'Asia, il
Principe di Palmira ritornò alla Città di Emesa nella Siria. Invincibile
nella guerra, fu ivi ucciso per domestico tradimento, ed il suo favorito
divertimento della caccia fu la cagione, o l'occasione almeno della sua
morte[56]. Il suo nipote Meonio pretese di lanciare il suo dardo prima
di quel dello zio; e benchè avvertito del fallo, ripetè la medesima
insolenza. Fu Odenato irritato come Monarca e come cacciatore: tolse
egli al temerario giovane il cavallo, segno d'ignominia tra i Barbari, e
lo castigò con un breve confine. Fu presto dimenticata l'offesa, ma non
il castigo; e Meonio con pochi arditi congiurati in mezzo ad una gran
festa assassinò il suo zio. Erode, figlio di Odenato, benchè non di
Zenobia, giovane di carattere dolce ed effemminato[57] fu ucciso col
padre. Ma Meonio altro non ottenne con questo sanguinoso misfatto, che
il piacere di vendicarsi. Ebbe appena tempo di prendere il nome di
Augusto, avanti che lo sacrificasse Zenobia alla memoria del suo
consorte[58].
Con l'assistenza de' suoi più fidi amici essa occupò immediatamente il
trono vacante, e governò per più di cinque anni coi suoi virili consigli
Palmira, la Siria e l'Oriente. Colla morte di Odenato spirava
quell'autorità, che il Senato avea ad esso conceduta soltanto come una
personal distinzione; ma la guerriera sua Vedova, disprezzando il Senato
e Gallieno, costrinse uno de' Generali Romani, mandato contro di lei, a
ritirarsi nell'Europa con la perdita dell'esercito e della sua fama[59].
In vece di piccole passioni, che agitano così spesso un regno femminile,
la salda amministrazione di Zenobia era regolata dalle più giudiziose
massime di politica: se era espediente il perdonare, sapeva essa colmare
il suo risentimento: se necessario era punire sapeva impor silenzio alle
voci della pietà. L'esatta sua economia tacciata fu di avarizia; pure in
ogni conveniente occasione si mostrava e magnifica e liberale. I vicini
Stati dell'Arabia, dell'Armenia e della Persia temerono la sua
inimicizia, e domandarono la sua alleanza. Ai dominj di Odenato, che si
estendevano dall'Eufrate alle frontiere della Bitinia, la di lui Vedova
aggiunse l'eredità de' suoi antenati, il popolato e fertil regno
d'Egitto. L'Imperator Claudio riconobbe il merito di lei, e si contentò,
che mentre egli continuava la guerra Gotica, -ella- sostenesse l'onor
dell'Impero in Oriente[60]. La condotta però di Zenobia fu accompagnata
da qualche ambiguità; e non è improbabile, che concepito avesse il
disegno di erigere una Monarchia indipendente e nemica. Ella unì alle
popolari maniere dei Principi Romani la splendida pompa delle Corti
dell'Asia, e pretese da' suoi sudditi le medesime adorazioni, che si
prestavano ai successori di Ciro. Dette essa ai suoi figli[61]
un'educazione Latina, e spesso li presentò alle truppe ornati della
Porpora Imperiale. Riservò per se stessa il diadema col magnifico, ma
incerto, titolo di Regina dell'Oriente.
[A. D. 272]
Quando passò Aureliano nell'Asia contro un'avversaria, cui non altro che
il sesso render poteva un oggetto di disprezzo, la sua presenza ridusse
all'ubbidienza la provincia della Bitinia, già vacillante per le armi e
per gl'intrighi di Zenobia[62]. Avanzandosi alla testa delle legioni
egli ricevè la sommissione di Ancira, e pel tradimento di un perfido
cittadino fu ammesso in Tiana dopo un assedio ostinato. Il generoso,
benchè fiero carattere di Aureliano, abbandonò il traditore al furor dei
soldati: una superstiziosa venerazione lo indusse a trattar con clemenza
i concittadini del filosofo Apollonio[63]. Rimase Antiochia deserta al
suo avvicinarsi, finchè l'Imperatore con salutevoli editti richiamò i
fuggitivi, ed accordò un general perdono a tutti quelli, che per
necessità piuttosto che per elezione si erano impegnati al servizio
della Regina di Palmira. L'inaspettata moderazione di una tal condotta
riconciliò gli animi dei Sirj, e fino alle porte di Emesa i voti dei
popoli secondarono il terrore delle armi Imperiali[64].
Sarebbe stata Zenobia indegna della sua rinomanza, se avesse
indolentemente permesso all'Imperator d'Occidente di avvicinarsi dentro
le cento miglia verso la sua Capitale. Il destino dell'Oriente fu deciso
in due gran battaglie, tanto simili in quasi tutte le circostanze, che
possiamo appena distinguere l'una dall'altra, fuorchè osservando, che la
prima seguì vicino ad Antiochia[65], e la seconda vicino ad Emesa[66].
In ambedue, la Regina di Palmira animò gli eserciti con la sua presenza,
ed affidò l'esecuzione degli ordini suoi a Zabdas, che già segnalato
avea i suoi talenti militari, con la conquista dell'Egitto. Le numerose
forze di Zenobia consistevano per la maggior parte in arcieri leggieri
ed in cavalleria grave, tutta armata di ferro. I cavalli Mori ed
Illirici di Aureliano non poterono resistere all'urto gravissimo dei
loro antagonisti. Fuggirono in un vero o simulato disordine; impegnarono
i Palmireni in un faticoso inseguimento; gli stancarono con varie
piccole scaramucce; e finalmente sconfissero quell'impenetrabile, ma
poco agil corpo di cavalleria. L'infanteria leggiera frattanto, quando
vote ebbe le faretre, restando senza difesa contro un più stretto
assalto, espose i nudi fianchi alle spade delle legioni. Aureliano avea
scelto queste truppe veterane ch'erano ordinariamente accampate sulle
rive del Danubio superiore, ed il valor delle quali era stato
severamente provato nella guerra Alemannica[67]. Fu impossibile a
Zenobia, dopo la disfatta di Emesa, di radunare una terza armata. Fino
alle frontiere dell'Egitto le nazioni soggette al suo Impero si erano
poste sotto l'insegna del vincitore, che mandò Probo, il più valoroso
dei suoi Generali, ad impadronirsi delle province egiziane. Palmira fu
l'ultimo asilo della vedova di Odenato. Ritiratasi dentro le mura della
sua Capitale, fece ogni preparativo per una vigorosa resistenza, e
dichiarò con l'intrepidezza di una Eroina, che l'ultimo momento del suo
regno lo sarebbe ancora della sua vita.
In mezzo agli sterili deserti dell'Arabia s'innalzano alcuni pochi pezzi
di coltivati terreni, quasi isole di quell'Oceano arenoso. Il nome
stesso di Tadmor, o Palmira, nella lingua siriaca e nella latina
denotava una moltitudine di palme, che davano ombra e verdura a quella
temperata regione. Pura era l'aria; ed il suolo, irrigato da alcuni
piccoli ruscelli, era capace di produrre frutti e grano. Un luogo,
fornito di vantaggi tanto singolari, e situato in giusta distanza[68]
tra il golfo Persico ed il Mediterraneo, fu presto frequentato dalle
carovane, che portavano alle nazioni Europee una considerabil porzione
delle ricche merci dell'India. Palmira divenne insensibilmente una
doviziosa ed indipendente città, ed unendo le Monarchie dei Romani e dei
Parti cogli scambievoli vantaggi del commercio, potè conservare un'umile
indipendenza, finchè alla fine dopo le vittorie di Traiano cadde quella
piccola Repubblica in poter di Roma, e fiorì per più di centocinquanta
anni nell'onorifico, ma subordinato grado di colonia. Durante questo
pacifico periodo, se giudicar si può da poche iscrizioni rimasteci, gli
opulenti Palmireni costruirono quei tempj, quei palazzi, quei portici di
greca architettura, le cui rovine, sparse per l'estensione di varie
miglia, hanno meritata la curiosità dei nostri viaggiatori. Parve che
l'esaltazione di Odenato e di Zenobia aggiungesse nuovo splendore alla
sua patria, e Palmira per un tempo stette rivale di Roma: ma fu la gara
fatale, e molti secoli di prosperità furono sacrificati ad un momento di
gloria[69].
Nella sua marcia sull'arenoso deserto tra Emesa e Palmira fu Aureliano
continuamente infestato dagli Arabi, nè potè sempre difendere il suo
esercito, e specialmente il suo bagaglio da quelle volanti truppe di
ladri attivi ed arditi, i quali aspettavano il momento della sorpresa, e
deludevano il lento perseguire delle legioni. L'assedio di Palmira fu un
oggetto assai più pericoloso ed importante, e l'Imperatore istesso, che
con continuo vigore animava in persona gli assalti, venne ferito da un
dardo. «Il popolo Romano» (dice Aureliano in una lettera originale)
«parla con disprezzo della guerra, che io sostengo contro una donna.
Egli non conosce il carattere, nè la potenza di Zenobia. È impossibile
di enumerare i suoi bellici preparativi di pietre, di dardi, e di ogni
sorta di armi lanciabili. Ogni parte delle mura è munita di due o tre
baliste, e dalle sue macchine militari escono fuochi artificiali. Il
timor del castigo l'ha armata di un disperato coraggio. Pure io confido
tuttavia nelle Deità protettrici di Roma, che sono finora state
favorevoli ad ogni mia impresa[70]». Incerto però della protezione degli
Dei e dell'esito dell'assedio, Aureliano stimò più prudente consiglio di
offerire articoli di una vantaggiosa capitolazione; alla Regina, un
magnifico ritiro; ai Cittadini, i loro antichi privilegi. Furono
rigettate ostinatamente le sue offerte, e dall'insulto fu accompagnato
il rifiuto.
La costanza di Zenobia era sostenuta dalla speranza, che in breve la
fame costringerebbe l'esercito Romano a ripassare il deserto; e dalla
ragionevole aspettativa, che i Re dell'Oriente, e specialmente il
Monarca Persiano, si armerebbero in difesa della loro più naturale
alleata. Ma la fortuna e la perseveranza di Aureliano superarono ogni
ostacolo. La morte di Sapore, che accadde verso quel tempo[71], divise i
Consigli della Persia, ed i piccoli soccorsi, co' quali si tentò di
sollevare Palmira, furono facilmente intercetti o dalle armi, o dalla
liberalità dell'Imperatore. Da ogni parte della Siria, una regolar
successione di convogli arrivava sicuramente al campo, che fu aumentato
pel ritorno di Probo colle vittoriose sue truppe dalla conquista
dell'Egitto. Allora fu che Zenobia risolvè di fuggire. Montò essa sul
più veloce de' suoi dromedari[72], ed era ormai giunta alle rive
dell'Eufrate, quasi sessanta miglia da Palmira, quando fu sopraggiunta
dai cavalli leggieri di Aureliano, che l'inseguivano, e presa e
ricondotta indietro cattiva ai piedi dell'Imperatore. Subito dopo si
arrese la sua Capitale, e fu trattata con inaspettata dolcezza. Le armi,
i cavalli e i cammelli, con un immenso tesoro di oro, di argento, di
seta e di pietre preziose, tutto fu dato al vincitore, che lasciando
solamente una guarnigione di seicento arcieri, ritornò ad Emesa, ed
impiegò qualche tempo in distribuire e premj e castighi nel fine di una
guerra sì memorabile, la quale restituiva all'ubbidienza di Roma quelle
Province, che fino dalla prigionia di Valeriano se n'eran sottratte.
Quando la Regina della Siria fu condotta alla presenza di Aureliano,
questi le domandò fieramente, come avesse preteso di armarsi contro
gl'Imperatori di Roma? La risposta di Zenobia fu una prudente mescolanza
di rispetto e di fermezza. «Perché io sdegnava di riguardare un Aureolo,
ed un Gallieno come Imperatori Romani. Riconosco voi solo per mio
vincitore e Sovrano[73]». Ma siccome la fortezza nelle femmine è
comunemente artificiale, così rare volte è stabile e consistente. Il
coraggio di Zenobia la abbandonò nell'ora del cimento, ella tremò ai
rabbiosi clamori de' soldati, che alto chiedevan l'immediata sua morte,
obbliò la generosa disperazione di Cleopatra, che si era proposta per
suo modello, ed ignominiosamente comprò la vita col sacrifizio della sua
fama e dei suoi amici. Ai loro consigli, che governavano la debolezza
del suo sesso, essa imputò la colpa dell'ostinata sua resistenza, e
sopra le loro teste cader fece la vendetta del crudele Aureliano. La
fama di Longino, che fu incluso tra le numerose, e forse innocenti
vittime del di lei timore, sopravviverà a quella della Regina, che lo
tradì, o del tiranno che lo condannò. La dottrina e l'ingegno erano
incapaci di muovere un feroce ed ignorante soldato, ma aveano servito ad
elevare ed armonizzare l'animo di Longino. Senza mandare un gemito,
seguì egli tranquillamente il carnefice, compiangendo la sua infelice
Sovrana, e consolando gli afflitti suoi amici[74].
Nel ritornare dalla conquista dell'Oriente, avea Aureliano già
attraversato lo Stretto che divide l'Europa dall'Asia, quando fu
irritato dalla notizia che i cittadini di Palmira aveano trucidato il
Governatore e la guarnigione da esso ivi lasciata, ed inalberata di
nuovo l'insegna della ribellione. Senza deliberare un momento egli volse
un'altra volta la faccia verso la Siria. Antiochia fu spaventata dalla
rapida di lui marcia, e la misera città di Palmira provò l'irresistibile
peso del suo risentimento. Abbiamo una lettera di Aureliano medesimo,
nella quale egli confessa[75], che i vecchi, le donne, i fanciulli e gli
agricoltori furono involti in quella terribile esecuzione, la quale
avrebbe dovuto ristringersi ai soli armati ribelli; e benchè il suo
principale interesse sembri diretto al ristauramento di un tempio del
Sole, egli mostra qualche compassione pel rimanente dei Palmireni, ai
quali concede la permissione di rifabbricare ed abitare la loro città.
Ma è più facile distruggere che ristaurare. La sede del commercio, delle
arti, e di Zenobia, divenne a poco a poco un'oscura città, una Fortezza
di niun conto, e finalmente un miserabil villaggio. Gli attuali
cittadini di Palmira, consistenti in trenta o quaranta famiglie, hanno
eretto le fangose loro capanne dentro lo spazioso recinto di un
magnifico Tempio.
Un'altra ed ultima fatica si preparava all'instancabile Aureliano, di
opprimer cioè un pericoloso, benchè oscuro ribelle, che, durante la
sollevazion di Palmira, era insorto sulle rive del Nilo. Fermo, amico ed
alleato, com'egli stesso superbamente s'intitolava, di Odenato e
Zenobia, altro non era che un ricco mercante dell'Egitto. Nel corso del
suo commercio nell'India, egli avea stretto amicizia coi Saraceni e coi
Blemmi, la cui situazione sull'una e l'altra costa del mar Rosso porgeva
loro una facile introduzione nell'Egitto superiore. Egli infiammò gli
Egiziani con la speranza della libertà; ed alla testa di quella furiosa
moltitudine entrò a forza nella città di Alessandria, dove prese la
Porpora Imperiale, fece batter moneta, pubblicò editti, e levò
un'armata, che com'egli vanamente vantavasi, potea mantenere col solo
profitto del commercio della carta. Tali truppe furono una debol difesa
contro Aureliano; e sembra quasi inutile di riferire che Fermo fu
sconfitto, preso, tormentato e posto a morte. Poteva allora Aureliano
rallegrarsi col Senato, col popolo e con sè stesso, che in poco più di
tre anni avea restituito la pace e l'ordine universale al mondo
Romano[76].
[A. D. 274]
Dalla fondazione di Roma in poi, niun Generale avea più degnamente di
Aureliano meritato un trionfo; nè mai trionfo alcuno fu celebrato con
maggior fasto e magnificenza[77]. Cominciava la pompa con venti
elefanti, quattro tigri reali e più di dugento de' più curiosi animali
di ogni clima del Settentrione, dell'Oriente e del Mezzogiorno. Erano
questi seguitati da milleseicento gladiatori, destinati al crudel
divertimento dell'anfiteatro. Le ricchezze dell'Asia, le armi e le
insegne di tante vinte nazioni, e la magnifica argenteria e guardaroba
della Regina della Siria eran disposte in esatta simmetria o con
artificioso disordine. Gli Ambasciatori delle più lontane parti della
terra, dell'Etiopia, dell'Arabia, della Persia, della Battriana,
dell'India e della China, tutti riguardevoli per i loro ricchi o
singolari vestimenti, mostravano la fama e la potenza del Romano
Imperatore, che espose parimente alla pubblica vista i doni da lui
ricevuti, e particolarmente un gran numero di corone d'oro, offerte
dalle riconoscenti città. Le vittorie di Aureliano erano attestate dal
lungo treno di schiavi Goti, Vandali, Sarmati, Alemanni, Franchi, Galli,
Sirj ed Egizj, che lor malgrado ne seguitavano il trionfo. Ogni popolo
era distinto colla sua particolare iscrizione, ed il titolo di Amazzoni
fu dato a dieci marziali Eroine della nazione Gotica, che prese furon
con le armi in mano[78]. Ma tutti gli occhi, senza curare la moltitudine
dei prigionieri, erano fissi sull'Imperator Tetrico, e sulla Regina
dell'Oriente. Il primo, insieme col suo figliuolo da lui creato Augusto,
portava delle -bracche- all'uso dei Galli[79], una tunica gialla ed una
veste di porpora. La bella Zenobia era avvinta da ceppi d'oro; una
schiava sosteneva l'aurea catena, che circondava il di lei collo, ed
ella quasi sveniva sotto l'intollerabil peso dei gioielli. Essa
precedeva a piedi il magnifico cocchio, sul quale aveva sperato una
volta di entrare nelle porte di Roma. Era questo seguito da due altri
cocchi, ancor più magnifici, di Odenato e del Monarca Persiano. Il carro
trionfale di Aureliano (avea questo per l'avanti servito ad un Re Goto)
era tirato in quella memorabile occasione o da quattro cervi o da
quattro elefanti[80]. I più illustri fra i Senatori, il popolo e
l'esercito chiudevano la processione solenne. Una sincera gioia, la
maraviglia e la gratitudine aumentavano le acclamazioni della
moltitudine; ma la soddisfazione dei Senatori era amareggiata della
comparsa di Tetrico; nè poterono impedire un mormorio, in vedere che il
superbo Imperatore esponesse così alla pubblica ignominia la persona di
un Romano e di un Magistrato[81].
Ma benchè, nel trattamento de' suoi infelici rivali, soddisfacesse
Aureliano la propria superbia, mostrò per essi tuttavia una generosa
clemenza, raramente esercitata dagli antichi vincitori. I Principi, che
con infelice successo aveano difeso il lor trono, o la lor libertà,
erano sovente strangolati in prigione, subito che la pompa trionfale
saliva sul Campidoglio. A questi usurpatori, la cui disfatta gli avea
convinti del delitto di tradimento, fu permesso di passare la vita
nell'opulenza, ed in un onorevol riposo. L'Imperatore regalò a Zenobia
una bellissima villa a Tibure ovvero Tivoli, lontana quasi venti miglia
dalla Capitale; la Regina della Siria divenne a poco a poco una Matrona
Romana; le figliuole di lei si maritarono con persone di famiglie
nobili, e la sua discendenza non era ancora estinta nel quinto
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