serraglio. I sentimenti di onore e le maniere galanti hanno introdotto nelle moderne Corti d'Europa il raffinamento nel piacere, il rispetto per la decenza, ed il riguardo per la publica opinione; ma i doviziosi e corrotti nobili di Roma adottavano tutti i vizj, che v'introduceva il concorso delle nazioni e dei costumi stranieri. Sicuri della impunità, e non curanti della censura, vivevano senza alcun freno nell'umile e sommessa società dei loro schiavi o dei loro parassiti. L'Imperatore, dal canto suo, riguardando tutti i suoi sudditi con egual disprezzo ed indifferenza, sosteneva senza ritegno veruno il sovrano suo privilegio delle dissolutezze e del lusso. I più indegni tra gli uomini non temono di condannare negli altri quei vizj medesimi, nei quali essi pure s'ingolfano. Per giustificare questa parzialità sono sempre pronti a trovare qualche leggiera differenza nell'età, nel carattere, o nelle circostanze. I licenziosi soldati, che avevano innalzato al trono l'indegno figlio di Caracalla, arrossirono dell'infame loro scelta, e fremendo alla vista di quel mostro, si rivolgevano con piacere a contemplare le nascenti virtù del suo cugino Alessandro, figliuol di Mammea. L'accorta Mesa prevedendo che il suo nipote Elagabalo con i suoi proprj vizj correva ad inevitabil rovina, volle dare alla sua famiglia un altro più sicuro sostegno. Profittando di un momento favorevole di tenerezza e di devozione, avea indotto il giovane Imperatore ad adottare Alessandro, e dargli il nome di Cesare, affinchè le sue divine occupazioni non fossero più lungamente interrotte dalle cure terrene. Questo Principe amabile, posto nel secondo seggio, presto si acquistò l'amore del pubblico, ed eccitò la gelosia del tiranno, che risolse di por fine ad un pericoloso paragone, corrompendo i costumi del suo rivale, o togliendogli la vita. Furono inutili i suoi tentativi, ed i suoi vani disegni vennero sempre scoperti dalla sua folle loquacità, o sconcertati da quei domestici virtuosi e fedeli che la prudente Mammea aveva dati al suo figlio. In un precipitoso trasporto di collera risolse Elagabalo di far con la forza quel che non avea potuto eseguir con la frode, e con una sentenza dispotica degradò il suo cugino dalla dignità e dagli onori di Cesare. Fu ricevuto quest'ordine dal Senato con silenzio, e dalle truppe con furore. I soldati Pretoriani giurarono di difendere Alessandro, e vendicar la maestà di un trono disonorato. I pianti e le promesse del tremante Elagabalo, che solamente pregavali a lasciargli la vita ed il suo amato Jeroele, sospesero il lor giusto sdegno; e si contentarono d'incaricare i loro Prefetti di vegliare sulla salvezza d'Alessandro, e sulla condotta dell'Imperatore[464]. Era impossibile che tale reconciliazione potesse durare, o che Elagabalo, per vile che fosse, volesse regnare a condizioni così umilianti. Procurò ben presto con una pericolosa prova di esplorare gli animi dei soldati. Il rumore della morte di Alessandro, ed il natural sospetto, ch'egli fosse stato veramente ucciso, eccitò nel campo una ribellione, che la presenza e l'autorità di quel Principe diletto poterono sole acquietare. Irritato da questa novella prova del loro affetto verso il suo cugino, e del loro disprezzo verso la sua persona, l'Imperatore si arrischiò a punire alcuni capi della sedizione. La sua intempestiva severità divenne in un momento funesta ai suoi Favoriti, alla sua madre, a lui stesso. Fu Elagabalo trucidato dagli sdegnati Pretoriani, e strascinato il suo mutilato cadavere per le strade di Roma, poi gettato nel Tevere. Il Senato dannò la memoria di lui a perpetua infamia, e la posterità ha ratificato questa giusta sentenza[465]. In luogo di Elagabalo fu da' Pretoriani innalzato al trono il cugino di lui, Alessandro. La relazione che questi avea con la famiglia di Severo, di cui prese il nome, era la stessa che quella del suo predecessore: la virtù di lui ed il pericolo, che avea corso, lo avevan renduto caro ai Romani, ed il Senato con gran liberalità gli conferì in un sol giorno tutti i titoli e tutto il potere della dignità imperiale[466]. Ma siccome Alessandro era un modesto e rispettoso giovane in età di soli diciassette anni, le redini del governo rimasero in mano della sua madre Mammea, e di Mesa sua ava. Dopo la morte di quest'ultima, che poco sopravvisse all'elevazione di Alessandro, Mammea fu la sola reggente e del figlio e dell'Impero. In ogni secolo ed in ogni paese, il sesso più saggio, o almeno più forte, ha usurpato tutte le cariche dello Stato, e confinato l'altro nelle cure e nei piaceri della vita domestica. Nelle monarchie ereditarie per altro, e particolarmente in quelle dell'Europa moderna, il galante spirito di cavalleria, e la legge di successione ci hanno avvezzati ad una singolare eccezione; ed una donna è spesso riconosciuta per assoluta Sovrana di un vasto regno, nel quale sarebbe creduta incapace di esercitare il minimo impiego militare e civile. Ma siccome gl'Imperatori romani erano sempre considerati come Generali e Magistrati della Repubblica, così le loro consorti e le madri loro, benchè distinte col nome di -Auguste-, non furono mai associate ai loro personali onori, ed uno scettro retto da una man femminile sarebbe sembrato un portento inesplicabile agli occhi di quei primi Romani, che si maritavano senza amore, ed amavano senza delicatezza e rispetto[467]. La superba Agrippina tentò, è vero, di aver parte agli onori dell'Impero, al quale essa aveva innalzato il suo figlio; ma la sua folle ambizione, detestata da tutti i cittadini, che ancor veneravano la maestà di Roma, fu sconcertata dalle arti e dalla fermezza di Seneca e di Burro[468]. Il buon senso e l'indifferenza dei Principi successivi si trattenne dall'offendere i pregiudizj dei loro sudditi; ed era riservato all'infame Elagabalo di disonorare gli atti del Senato con il nome della sua madre Soemia, che sedeva accanto ai Consoli, e soscriveva, come gli altri Senatori, i decreti di quell'assemblea legislatrice. La sua sorella Mammea ricusò prudentemente questa inutile ed odiosa prerogativa, e fu promulgata una legge solenne, che escludeva per sempre le donne dal Senato, e consacrava agli Dei infernali il capo di chiunque violasse un tale decreto[469]. L'oggetto della virile ambizione di Mammea era la realtà, non l'apparenza del potere. Ella si conservò un impero assoluto e durevole sullo spirito del figlio, ed in ciò non potè quella madre soffrire un rivale. Alessandro, col consenso di lei, sposò la figlia di un patrizio, ma il di lui rispetto pel suocero, e l'amore per l'Imperatrice, erano incompatibili colla tenerezza, e coll'interesse di Mammea. Il Patrizio, ben presto accusato di tradimento, soffrì l'ultimo supplizio, e la moglie di Alessandro fu scacciata vergognosamente dal palazzo, e rilegata nell'Affrica[470]. Non ostante quest'atto di gelosa crudeltà, e l'avarizia di cui viene tacciata Mammea, il generale tenore del suo governo fu ugualmente utile al figlio, ed all'Impero. Coll'approvazione del Senato scelse sedici dei più saggi e virtuosi Senatori, che formassero un perpetuo Consiglio di Stato, ove si agitassero, e si decidessero tutti gli affari pubblici d'importanza. Questo Consiglio aveva per capo il celebre Ulpiano, illustre egualmente per la sua scienza, e pel rispetto alle leggi romane. La fermezza e la prudenza di questa aristocrazia ristabilì l'ordine, e l'autorità del Governo. Dopo avere purgato la città da ogni culto e lusso straniero, residui della capricciosa tirannide di Elagabalo, si applicarono ad allontanare le indegne di lui creature da ogni dipartimento della pubblica amministrazione, ed a sostituire in loro vece persone abili e virtuose. La dottrina e l'amore della giustizia divennero le sole raccomandazioni per gli uffizj civili, ed il valore e l'amore della disciplina, i soli requisiti per gli impieghi militari[471]. Ma la cura più importante di Mammea e dei saggi suoi consiglieri fu l'educazione del giovane Imperatore, le cui qualità personali doveano fare la felicità, e la miseria del Mondo romano. La fertilità del suolo secondava, e quasi preveniva la mano coltivatrice. L'eccellente intendimento di Alessandro lo persuase ben presto dei vantaggi della virtù, del piacere d'istruirsi, e della necessità del lavoro. Una dolcezza ed una moderazione naturale lo preservarono dagli assalti della passione, e dalle attrattive del vizio. Il suo inviolabile rispetto per la madre, e la sua stima pel saggio Ulpiano difesero l'inesperta sua giovanezza dal veleno dell'adulazione. La semplice descrizione delle giornaliere sue occupazioni presenta il bel quadro di un perfetto Monarca[472], e col dovuto riguardo alla differenza dei costumi, meriterebbe l'imitazione dei Principi moderni. All'alba si levava Alessandro: i primi momenti della sua giornata erano consacrati alla privata devozione, e la sua cappella domestica era ripiena delle immagini di quegli Eroi, che perfezionando e riformando l'umana vita, aveano meritata la grata venerazione della posterità. Ma essendo egli persuaso, che il servire agli uomini era il culto più grato agli Dei, impiegava la maggior parte della mattina nel suo Consiglio, dove discuteva i pubblici affari, e decideva le cause private con una pazienza, ed una saviezza superiori alla sua età. L'amenità della letteratura lo ricreava dalla noia degli affari; ed una parte del tempo era sempre riservata ai favoriti suoi studj della poesia, della storia e della filosofia. Le opere di Virgilio e di Orazio, le Repubbliche di Platone e di Cicerone formavano il suo gusto, ne dilatavano l'intendimento, e gli fornivano le più nobili idee dell'uomo e del Governo. Agli esercizj dello spirito succedevano quelli del corpo; ed Alessandro, ch'era di alta statura, attivo e robusto, superava quasi tutti i suoi eguali nelle arti ginnastiche. Dopo il bagno, ed un piccolo pranzo, si applicava con nuovo vigore agli affari del giorno, e fino all'ora di cena (ch'era il pasto principale dei Romani) stava in compagnia dei suoi segretarj, leggendo o rispondendo alla moltitudine delle lettere, dei memoriali, o delle suppliche, che naturalmente dovevan indirizzarsi al Signore della maggior parte del Mondo. La sua tavola era semplice e frugale, ed ogni volta che potea seguire liberamente la sua propria inclinazione, invitava pochi scelti amici, uomini dotti e virtuosi, ed era Ulpiano sempre di questo numero. I loro discorsi erano familiari ed istruttivi, e gl'intervalli venivano opportunamente ravvivati dalla lettura di qualche piacevole composizione, invece dei ballerini, dei commedianti, e fino dei gladiatori, così spesso chiamati alle tavole dei ricchi e lussuriosi Romani[473]. Il vestire di Alessandro era semplice e modesto; il suo contegno cortese ed affabile. In certe ore il suo palazzo era aperto a tutti i sudditi; ma s'udiva la voce di un banditore, che, come nei misteri Eleusini, pronunziava la medesima salutevole ammonizione «Niuno entri in queste sacre mura, se non ha l'animo puro ed innocente[474]». Questo uniforme tenor di vita, che non lasciava un momento al vizio od alla follìa, dimostra più di tutte le frivole particolarità compilate da Lampridio, la saviezza e la giustizia del governo di Alessandro. Dall'avvenimento di Commodo in poi, l'Impero romano avea sofferto per quarant'anni i successivi e diversi vizj di quattro tiranni. Dopo la morte di Elagabalo, godè per tredici anni una fortunata calma. Le province, sollevate dalle gravose tasse inventate da Caracalla e dal suo preteso figlio, fiorivano nella pace e nella prosperità sotto l'amministrazione di magistrati, i quali erano persuasi dall'esperienza, che il migliore ed unico modo di ottenere il favor del Sovrano consisteva nel conciliarsi l'amore dei sudditi. Mentre che si mettevano alcune moderate restrizioni all'eccessivo lusso dei Romani, diminuì il prezzo delle grascie, e l'interesse dal denaro, per le paterne cure di Alessandro, che con prudente liberalità sapeva, senza nuocere all'industria, sovvenire ai bisogni ed ai divertimenti del popolo. Fu ristabilita la maestà, la libertà, e l'autorità del Senato, ed ogni virtuoso Senatore potea accostarsi all'Imperatore senza timore e senza rossore. Il nome di Antonino, nobilitato dalle virtù di Pio e di Marco, era stato comunicato per adozione al dissoluto Vero, e per discendenza al barbaro Commodo. Dopo essere stato il più onorevole distintivo dei figli di Severo, fu conferito al giovane Diadumeniano, e finalmente prostituito all'infame gran Sacerdote di Emesa. Alessandro, malgrado delle studiate e forse sincere istanze del Senato, nobilmente ricusò l'imprestato lustro d'un nome, mentre con tutta la sua condotta procurava di ristabilire la gloria e la felicità del secolo[475] dei veri Antonini. Nel governo civile di Alessandro, la prudenza era rinvigorita dall'autorità; ed il popolo, persuaso della pubblica felicità, ricompensava il suo benefattore con l'amore e con la gratitudine. Restava a compirsi l'impresa più grande, più necessaria, e più pericolosa, la riforma cioè delle milizie, l'interesse ed il carattere delle quali, confermato da lunga impunità, le rendeva incapaci di freno, ed insensibili alla felicità dello Stato. Nell'esecuzione del suo disegno, l'imperatore fece sembiante d'amar l'esercito senza temerlo. La più rigida economia in ogni altro dipartimento del Governo, gli somministrava un fondo d'oro e d'argento per la paga ordinaria delle truppe e per le ricompense straordinarie. Rallentò ad esse il severo obbligo di portare sulle spalle, marciando, le provvisioni per diciassette giorni. Furono lungo le pubbliche strade eretti ampi magazzini, ed appena entravano i soldati in paese nemico, che un numeroso seguito di muli e di cammelli accompagnava la loro orgogliosa mollezza. Siccome Alessandro disperava di potere reprimere il lusso dei soldati, procurò almeno di dirigerlo verso oggetti di pompa, e di ornamento marziale, bei cavalli, armi lucenti, e scudi adorni di argento e d'oro. Prendeva parte a tutte le fatiche, ch'era costretto d'imporre, visitava in persona i malati ed i feriti, teneva un esatto registro dei loro servizj e della sua propria gratitudine, e mostrava in ogni occasione il più gran riguardo per un corpo, la cui conservazione era (com'egli stesso affettava di esprimersi) così intimamente connessa con quella dello Stato[476]. Colle vie le più dolci procurò d'inspirare a quella fiera moltitudine il sentimento del suo dovere, e di ristabilire almeno una debole immagine di quella disciplina, alla quale i Romani dovevano i loro successi contro tante altre nazioni, guerriere al pari di loro e più di loro potenti. Ma fu vana la sua prudenza, e funesto il suo coraggio; poichè i tentativi di una riforma non servirono che ad irritare quei mali, ch'egli intendeva di guarire. I Pretoriani erano sinceramente affezionati al giovane Alessandro, lo amavano come un tenero pupillo, ch'essi avevano salvato dal furore di un tiranno, e collocato sul trono imperiale. Questo amabile Principe non aveva obbliato i loro servizj. Ma siccome la ragione e la giustizia mettevano limiti alla sua gratitudine, i Pretoriani furono presto più malcontenti delle virtù di Alessandro, di quello che lo fossero stati dei vizj di Elagabalo. Il savio Ulpiano, loro Prefetto, era amico delle leggi e del popolo, ma veniva considerato come nemico dei soldati, e s'imputava ai perniciosi di lui consigli ogni disegno di riforma. Un leggiero accidente cangiò in una fiera sedizione il loro disgusto; e mentre il popolo riconoscente difendeva la vita di quell'eccellente ministro, Roma fu per tre giorni esposta a tutti gli orrori della guerra civile. Atterrito finalmente il popolo dalla vista d'alcune case incendiate, e dalle minacce d'un incendio generale, cedè sospirando, e rilasciò il virtuoso Ulpiano al suo sfortunato destino. Fu egli inseguito sin dentro il palazzo imperiale, e trucidato ai piedi del suo Signore, che invano si sforzava di coprirlo col suo manto, e di ottenerne il perdono da quegl'inesorabili soldati. Tale era la deplorabile debolezza del Governo, che l'Imperatore non potè vendicare il suo trucidato amico o la sua insultata maestà, senza ricorrere alle arti della pazienza e della dissimulazione. Epagalo, il principale condottiero dei sollevati, fu mandato lungi da Roma nell'onorevole impiego di Prefetto dell'Egitto: da quell'alto posto a poco a poco fu degradato al governo di Creta; e quando il tempo e la lontananza lo fecero dimenticare ai soldati, Alessandro, preso animo, gl'inflisse il tardo, ma giusto castigo de' suoi delitti[477]. Sotto il regno di un Principe giusto e virtuoso, la tirannia dell'esercito minacciava di pronta morte i più fedeli di lui Ministri, quando si sospettava ch'essi volessero riformare i loro eccessivi disordini. Dione Cassio, lo Storico, aveva comandate lo legioni della Pannonia con i principi dell'antica disciplina: i loro compagni, che stavano a Roma, abbracciando la causa comune della licenza militare, domandarono la testa del riformatore. Alessandro, per altro, in cambio di cedere ai loro sediziosi clamori, mostrò quanto stimava i servizj ed il merito di Dione, facendolo suo collega nel Consolato, e pagando col suo proprio danaro la spesa di questa vana dignità; ma siccome giustamente si temeva, che se i soldati lo vedevano con le insegne della carica, non vendicassero nel suo sangue un tale insulto, il primo apparente magistrato della Repubblica, per consiglio dell'imperatore, si allontanò da Roma, e passò la maggior parte del suo consolato nelle proprie ville della Campania[478]. La dolcezza dell'Imperatore aumentò l'insolenza delle truppe: le legioni imitarono l'esempio delle guardie, e difesero la loro prerogativa della licenza con lo stesso ostinato furore. Il Governo di Alessandro fu un inefficace sforzo contro la corruttela del secolo. Nell'Illirico, nella Mauritania, nell'Armenia, nella Mesopotamia e nella Germania scoppiavano sempre nuove congiure; furono trucidati gli uffiziali, insultata la maestà, e finalmente sacrificata la vita di questo Principe al furore de malcontenti soldati[479]. In una sola occasione le truppe rientrarono nel loro dovere e nell'obbedienza: è questo un fatto particolare che merita di essere rammentato, e serve a ben conoscere l'indole di quei soldati. Mentre l'Imperatore stava in Antiochia nel tempo della guerra persiana, di cui parleremo tra poco più estesamente, il castigo di alcuni soldati, che erano stati sorpresi nel bagno delle donne, eccitò un tumulto nella loro legione. Alessandro montò sul suo tribunale, e con una modesta fermezza rappresentò a quella moltitudine armata l'assoluta necessità, e l'inflessibile sua risoluzione di correggere i vizj introdotti dal suo impuro predecessore, e di mantenere la disciplina, senza la quale il nome e l'Impero romano doveano necessariamente perire. Furono dai loro clamori interrotte queste moderate rappresentanze. «Tenete in serbo le vostre grida» disse il coraggioso Imperatore «finchè non siate in campo contro i Persiani, i Germani ed i Sarmati: tacete al cospetto del vostro Sovrano benefattore, che vi concede il grano, le vesti e il denaro delle province: tacete, o più non vi chiamerò -soldati-, ma -cittadini-[480], se pure quelli che calpestano le leggi di Roma meritano d'essere annoverati anche tra i più vili del popolo». Le sue minacce irritarono il furore della legione, e le loro armi impugnate già minacciavano la sua persona. «Il vostro coraggio» riprese l'intrepido Alessandro «si mostrerebbe più nobilmente in un campo di battaglia; potete togliermi la vita, ma non già intimorirmi, e la severa giustizia della Repubblica punirebbe il vostro delitto, e vendicherebbe la mia morte.» La legione continuava i suoi clamori, quando l'Imperatore pronunziò ad alta voce: «-Cittadini-, deponete le armi, e ritiratevi in pace alle vostre rispettive abitazioni.» Fu la tempesta immediatamente calmata: i soldati, pieni di dolore e di vergogna, confessarono tacitamente giustizia del loro castigo, ed il potere della disciplina: deposero le armi e le insegne militari, e senza tornare al campo, confusamente si ritirarono ne' diversi alberghi della città. Alessandro per trenta giorni godè l'edificante spettacolo del loro pentimento, nè li ristabilì nel loro grado primiero, finchè non ebbe puniti colla morte quei Tribuni, la connivenza dei quali avea cagionato il tumulto. La riconoscente legione si mantenne fedele all'Imperatore finchè egli visse; e morto lo vendicò[481]. Le risoluzioni della moltitudine generalmente dipendono da un momento; e il capriccio della passione poteva egualmente determinare la legione sediziosa a gettare le armi ai piedi dell'Imperatore, o ad immergergliele nel seno. Forse scopriremmo le cagioni secrete della intrepidezza del Principe, e dell'obbedienza delle truppe in quel fatto singolare, se questo fosse stato sottoposto all'esame da un filosofo; e forse anco, se lo avesse riferito uno storico giudizioso, quest'azione, degna di Cesare, perderebbe tutto il tuo merito, riducendosi al comun livello delle altre azioni convenienti al carattere di Alessandro Severo. Sembra che i talenti di questo Principe amabile non sieno stati proporzionati alla sua critica situazione; e che la fermezza della sua condotta non fosse eguale alla purità delle sue intenzioni. Le sue virtù aveano, come i vizj di Elagabalo, contratta una tintura di debolezza nell'effeminato clima della Siria, dov'egli era nato; arrossiva per altro d'essere d'origine straniera, e con una vana compiacenza ascoltava gli adulatori genealogisti, che lo facevano discendere dalla più antica nobiltà di Roma[482]. La superbia e l'avarizia della madre oscurarono alquanto la gloria del suo regno; e Mammea espose alla pubblica derisione il proprio carattere, e quello del figlio[483], con esigere da esso negli anni più maturi la medesima rispettosa obbedienza, ch'ella avea giustamente pretesa dall'inesperta di lui giovanezza. Le fatiche della guerra persiana irritarono i malcontenti soldati; e l'esito sfortunato avvilì la reputazione dell'Imperatore, come generale e come soldato. Ogni cagione preparava, ed ogni circostanza affrettava una rivoluzione, che lacerò poi l'Impero romano con una lunga serie d'intestine calamità. La tirannica dissolutezza di Commodo, le guerre civili cagionate dalla morte di lui, e le nuove massime di politica, introdotte dalla famiglia di Severo, aveano insieme contribuito ad accrescere il pericoloso poter dei soldati, ed a cancellare dalla mente dei Romani la rimastavi languida immagine delle leggi e della libertà. Noi abbiamo già procurato di spiegare con ordine e chiarezza questo interno cambiamento, che indebolì i fondamenti dell'Impero. I caratteri personali degl'Imperatori, le loro vittorie, leggi, follìe e fortune non ci possono interessare, se non in quanto sono connesse colla storia generale della decadenza e rovina della Monarchia. La nostra costante attenzione a questo grande oggetto non ci permetterà di esaminare un editto molto importante di Antonino Caracalla, che comunicò a tutti i liberi abitanti dell'Impero il nome ed i privilegi di cittadini romani. Questa eccessiva liberalità non derivava per altro dai sentimenti di un animo generoso; era l'effetto di una sordida avarizia. Alcune osservazioni sulle finanze dei Romani, dai secoli vittoriosi della Repubblica fino al regno di Alessandro Severo, proveranno la verità di questa riflessione. L'assedio di Veia in Toscana (prima considerabile impresa dei Romani) durò dieci anni, più per l'inabilità degli assedianti, che per la forza della città. Le insolite fatiche di tante campagne d'inverno, in distanza di quasi venti miglia da casa[484], esigevano incoraggiamenti più che comuni; ed il Senato saggiamente prevenne i clamori del popolo, instituendo pei soldati una paga regolare, alla quale si supplì con un generale tributo, imposto con giusta proporzione sopra i beni dei cittadini[485]. Per più di 200 anni dopo la conquista di quella città, le vittorie della Repubblica aumentarono più la potenza, che la ricchezza di Roma. Gli Stati dell'Italia pagavano il loro tributo col solo servizio militare, e le immense forze terrestri e marittime, impiegate nelle guerre Puniche, furono tutte mantenute a spese dei Romani medesimi. Questo popolo generoso (sì grande è talvolta il nobile entusiasmo della libertà) si sottometteva con piacere alle più eccessive e volontarie gravezze, nella giusta fiducia di presto godere la ricca ricompensa delle sue fatiche. Non andarono deluse le sue speranze. In pochi anni le ricchezze di Siracusa, di Cartagine, della Macedonia e dell'Asia furono portate a Roma in trionfo. I soli tesori di Perseo ascendevano a quattro milioni di zecchini, ed il popolo romano, sovrano di tante nazioni, fu per sempre liberato dal peso delle tasse[486]. La rendita delle province, che sempre andava aumentando, servì per supplire alle spese ordinarie della guerra e del Governo, e la superflua massa dell'oro e dell'argento fu depositata nel tempio di Saturno, e riserbata per qualunque improvvisa necessità dello Stato[487]. La storia non ha forse mai sofferta una perdita più grande, o più irreparabile, che nello smarrimento di quel curioso registro lasciato da Augusto al Senato, nel quale questo Principe sperimentato avea fatto un così esatto bilancio dell'entrate e delle spese dell'Impero romano[488]. Privi di questo chiaro ed esteso ragguaglio, siamo ridotti a raccogliere pochi imperfetti indizj da quegli antichi, che accidentalmente hanno interrotta la parte più splendida della loro narrazione per dar luogo a più utili considerazioni. Sappiamo che le conquiste di Pompeo fecero ascendere i tributi dell'Asia da 50 a 135 milioni di dramme, ossia 9 milioni di zecchini incirca[489]. Sotto l'ultimo ed il più indolente dei Tolomei, l'Egitto rendeva 12500 talenti, che equivalgono a più di 15 milioni di zecchini; ma fu questa rendita di poi considerabilmente aumentata dalla più esatta economia dei Romani, e dal cresciuto commercio dell'Etiopia e dell'India[490]. La Gallia sì arricchiva colle rapine, come l'Egitto con il commercio, ed i tributi di queste due grandi province pare che a un di presso fossero di egual valore[491]. I dieci mila talenti Euboici o Fenicj (quasi 8 milioni di zecchini[492]) che la vinta Cartagine fu condannata a pagare nel termine di cinquant'anni, erano un leggiero tributo in segno della superiorità di Roma[493], il quale non può in modo alcuno paragonarsi colle tasse, che furono imposte di poi sulle terre e sulle persone di quegli abitanti, quando la fertile costa dell'Affrica fu ridotta in provincia[494]. La Spagna, per un destino singolare, era il Messico ed il Perù dell'antico Mondo. La scoperta del ricco occidental continente fatta dai Fenicj, e l'oppressione di quei popoli innocenti, forzati a faticare nelle loro proprie miniere pel vantaggio degli stranieri, formano un esatto quadro della più recente storia dell'America spagnuola[495]. I Fenicj non conoscevano, che la costa marittima della Spagna; ma l'avarizia insieme e l'ambizione portarono le armi di Roma e di Cartagine nel cuore di quella provincia, e vi furono quasi in ogni parte trovate miniere di rame, d'argento e d'oro. Vien fatta menzione di una miniera vicina a Cartagine, che rendea venticinque mila dramme d'argento al giorno, ovvero quasi seicentomila zecchini l'anno[496]. Le province dell'Asturia, della Galizia e della Lusitania rendevano annualmente ventimila libbre di peso d'oro[497]. Non abbiamo nè tempo nè materiali per continuare questa curiosa ricerca riguardo a tutti quei potenti Stati, che assorbiti rimasero nel romano Impero. Possiamo per altro formarci qualche idea della rendita di quelle province, nelle quali v'erano ricchezze considerabili, o depositatevi dalla natura, o ammassate dagli uomini, se osserviamo la severa attenzione, che si aveva alle sterili e solitarie contrade. Augusto ricevè una supplica dagli abitanti di Giera, i quali umilmente lo pregavano d'essere sollevati di un terzo delle loro eccessive imposizioni. L'intera loro tassa non era, per vero dire, maggiore di cento cinquanta dramme, intorno a dieci zecchini. Ma Giera era un'isoletta, o piuttosto uno scoglio del mare Egeo, mancante d'acqua dolce, e di ogni cosa necessaria alla vita, ed abitata da pochi miserabili pescatori[498]. Da questi deboli ed incerti lumi saremmo portati a credere, I. che (avuto ogni riguardo alla differenza dei tempi e delle circostanze) la rendita generale delle province romane raramente fosse minore di 30 ovvero 40 milioni di zecchini[499]; II. che una entrata così considerabile dovesse pienamente servire a tutte le spese del moderato Governo istituito da Augusto, la Corte del quale non eccedeva il treno modesto di un Senatore privato, ed il cui militare stabilimento era calcolato per la sola difesa delle frontiere, senza alcuna mira ambiziosa di far conquiste, od alcun serio timore d'una invasione straniera. Non ostante l'apparente probabilità di queste due conclusioni, la seconda almeno è positivamente contraria al linguaggio ed alla condotta di Augusto. Non è facile di decidere, se allora egli operò da padre comune del Mondo romano, o da oppressore della libertà; se volle sollevar le province o impoverire il Senato e l'ordine equestre. Che che ne sia, non sì tosto ebbe egli prese le redini del Governo, che cominciò a fare spesse rappresentanze sulla scarsezza dei tributi, e sulla necessità di far sopportare a Roma ed all'Italia una giusta porzione delle pubbliche gravezze. Prese per altro caute e salde misure per l'esecuzione di questo impopolare disegno. L'introduzione delle gabelle fu seguitata dallo stabilimento di una tassa sulle vendite; ed il piano dell'imposizione generale con accortezza fu esteso su i beni e le persone dei cittadini romani, che per un secolo e mezzo erano andati esenti da qualunque contribuzione. I. In un Impero vasto, come il romano, la naturale bilancia della moneta dovea stabilirsi a poco a poco da se medesima. È già stato osservato, che siccome le ricchezze delle province erano tirate alla Capitale dalla forza della conquista e della potenza, così le province industriose insensibilmente ne ricuperavano gran parte per la gentile influenza del commercio e delle arti. Sotto il regno di Augusto e de' suoi successori, furono imposti diritti sopra ogni specie di mercanzie, che per mille varj canali scorrevano verso il gran centro della ricchezza e del lusso; e in qualunque modo fosse espressa la legge, ora il compratore romano, non il mercante provinciale, che pagava la tassa[500]. La tariffa dei dazj variava dall'ottava alla quarantesima parte del valore delle merci; e possiamo con ragione supporre che la diversità fosse regolata dalle massime inalterabili della politica; che gli oggetti di lusso pagassero un dazio maggiore che quelli di necessità; e che per li prodotti e le manifatture dell'Impero si avesse una maggiore indulgenza, che non pel nocivo o almeno infruttuoso commercio dell'Arabia o dell'India[501]. Esiste ancora un lungo, ma imperfetto catalogo delle mercanzie orientali, che verso il tempo di Alessandro Severo soggiacevano alle imposizioni, ed erano la cannella, la mirra, il pepe, lo zenzero e tutti gli aromati; una gran varietà di pietre preziose, tra le quali il diamante era la più riguardevole pel suo valore, e lo smeraldo per la sua bellezza[502]; le pelli che venivano dalla Partia e da Babilonia, i cotoni, le sete gregge o lavorate, l'ebano, l'avorio e gli eunuchi[503]. È da notarsi che l'uso ed il prezzo di questi schiavi effeminati andò crescendo in proporzione della decadenza dell'Impero. II. L'imposizione sulle vendite, introdotta da Augusto dopo le guerre civili, era tenue ma generale. Passò raramente l'uno per 100, ma comprendeva tutto ciò che si vendea nei mercati o all'asta pubblica, dagli acquisti più considerabili di terreni o di case, fino a quei minuti oggetti, il cui prodotto non può divenire importante che pel loro infinito numero, e giornaliero consumo. Una simile tassa, che aggrava tutta la nazione, ha sempre cagionato lagnanze e disgusti. Un Imperatore, che conosceva perfettamente i bisogni dello Stato e i mezzi per supplire ai medesimi, fu costretto a dichiarare con un pubblico editto, che il mantenimento dell'armata si ricavava in gran parte dall'imposizione sulle vendite[504]. III. Quando Augusto deliberò di stabilire una milizia permanente per difendere il suo Governo contro i nemici esterni e domestici, istituì un tesoro particolare per la paga dei soldati, per le ricompense de' veterani, e per le spese straordinarie della guerra. L'ampia rendita della imposizione sulle vendite, benchè tutta si applicasse a quegli usi, pure non fu sufficiente; e per supplire alla mancanza l'Imperatore suggerì una nuova tassa di -cinque per cento- sopra tutti i legati e tutte l'eredità. Ma i nobili romani si mostrarono più gelosi dei loro beni, che della loro libertà. Augusto ne udì le lagnanze con la sua solita moderazione. Rimise egli di buona fede l'affare al Senato, esortandolo a rintracciare qualche altro meno odioso espediente per provvedere alla pubblica utilità. Erano i Senatori divisi e perplessi, ma avendo egli detto, che la loro ostinazione l'obbligherebbe a -proporre- una tassa generale sopra i terreni e sopra le teste, consentirono, senza far più parole, al primo progetto[505]. La nuova imposizione sopra i legati e le eredità fu per altro mitigata da alcune restrizioni. Essa non avea luogo, se l'oggetto non aveva un determinato valore, probabilmente di cinquanta o cento pezzi d'oro[506]: nè si poteva esigere dal parente più prossimo per parte di padre[507]. Assicurati così i diritti della natura e della povertà, parve cosa assai ragionevole che uno straniero o un parente lontano, il quale acquistava un aumento inaspettato di beni, potesse con piacere consacrarne la ventesima parte al vantaggio dello Stato[508]. Una simile tassa, il cui prodotto deve essere immenso in ogni Stato opulento, era per buona sorte adattata alla situazione dei Romani, che poteano nei loro arbitrarj testamenti seguitare la ragione o il capriccio, non essendo vincolati dai moderni legami di sostituzioni e di convenzioni matrimoniali. Per varie cagioni la parzialità dell'affetto paterno spesso perdeva la sua influenza sopra i feroci repubblicani, e sopra i dissoluti nobili dell'Impero; e se il padre lasciava al figlio la quarta parte del suo patrimonio, non v'era luogo a legittime querele[509]. Ma un ricco vecchio senza figliuoli era un tiranno domestico, ed il suo potere cresceva con gli anni e con le malattie. Una folla servile, tra la quale sovente si trovavano e Pretori e Consoli, lo corteggiava per ottenerne il favore, lusingava la sua avarizia, applaudiva alle sue follìe, serviva le sue passioni, e con impazienza ne attendeva la morte. L'arte della compiacenza e dell'adulazione divenne una scienza lucrosa; quelli, che la professavano, furono conosciuti sotto un nome particolare; e tutta la città, secondo le vivaci descrizioni della satira, era divisa in due parti, i -cacciatori-[510], e la -cacciagione-. Mentre dunque ogni giorno tanti strani, ed ingiusti testamenti venivano dettati dall'accortezza, e sottoscritti dalla follìa, alcuni pochi erano suggeriti da una sensata stima o virtuosa gratitudine. Cicerone, che tanto spesso avea difeso le vite ed i beni dei suoi concittadini, fu ricompensato con legati, la cui somma ascese quasi a trecento quarantamila zecchini[511]; nè pare che gli amici di Plinio il Giovane fosser men generosi verso questo amabile oratore[512]. Qualunque fosse il motivo del testatore, il Tesoro reclamava, senza distinzione, la ventesima parte dell'eredità, e nel corso di due o tre generazioni l'intero patrimonio del suddito doveva a poco a poco passare nella cassa dello Stato. Nei primi anni felici del regno di Nerone, questo Principe, per desiderio di rendersi popolare, o forse per un cieco impulso di benificenza, ebbe l'idea di abolire tutti i gravami delle gabelle e delle imposizioni sopra le vendite. Applaudirono i Senatori più prudenti alla sua magnanimità, ma lo distolsero dall'esecuzione di un disegno, che avrebbe distrutta la forza e le sorgenti delle ricchezze della Repubblica[513]. Se fosse stato possibile di condurre ad effetto questo sogno chimerico, Traiano e gli Antonini avrebbero certamente con ardore abbracciata la gloriosa occasione di rendere un servizio così segnalato al genere umano. Contenti pertanto di alleggerire le pubbliche gravezze, non tentarono di abolirle. La dolcezza e la precisione delle loro leggi determinò la regola e la misura delle imposizioni, e protesse il suddito d'ogni condizione contro le arbitrarie interpretazioni, le antiquate pretensioni, e le insolenti vessazioni degli appaltatori[514]. È per altro cosa singolare, che, in ogni secolo, i migliori e più savj Imperatori romani seguissero il pericoloso metodo di dare in appalto i rami, principali almeno, delle gabelle e delle imposizioni sopra le vendite[515]. La situazione ed i sentimenti di Caracalla erano, per vero dire, ben diversi da quelli degli Antonini. Disattento, anzi nemico del pubblico bene, si trovò nella necessità di soddisfare all'avarizia insaziabile, ch'egli medesimo destata avea nelle truppe. Di tutte le diverse imposizioni introdotte da Augusto, il -ventesimo- sulle eredità, e su i legati era la più fruttifera e la più estesa. Siccome non era ristretta ai soli abitanti di Roma o dell'Italia, se ne aumentava continuamente il prodotto, a proporzione che si dilatava la -cittadinanza romana-. I nuovi cittadini, benchè egualmente sottoposti alle nuove tasse[516], dalle quali erano stati esenti come sudditi, si credevano ampiamente compensati dal grado che ottenevano, dai privilegi che acquistavano e dal bello aspetto di onori e di ricchezze, che si presentava alla loro ambizione. Ma questi vantaggi svanirono quando Caracalla, togliendo ogni distinzione costrinse tutti i provinciali a prendere, lor malgrado, il vano titolo e le obbligazioni reali di cittadini romani. Nè il rapace figlio di Severo si contentò della tassa, della quale si erano contentati i moderati suoi predecessori. In vece del -ventesimo- egli esigè il -decimo- di tutte le eredità e di tutti i legati, e durante il suo regno (perocchè dopo la sua morte fu l'imposizione rimessa sull'antico metodo) tutte le parti dell'Impero furono egualmente oppresse dal peso del suo scettro di ferro[517]. Quando in tal guisa furono tutti i provinciali sottomessi alle imposizioni particolari dei cittadini romani, pareva che dovessero legittimamente essere esentati da quelle, ch'erano soliti di pagare nella prima condizione di sudditi. Ma queste non erano le massime di governo prese a seguire da Caracalla, e dal preteso suo figlio. Le province si ritrovarono aggravate, ad un tempo stesso, dai nuovi e dagli antichi tributi. Era riservato al virtuoso Alessandro di sollevarle in gran parte da questa intollerabile oppressione, riducendo i tributi alla trentesima parte di quello ch'erano al suo avvenimento[518]. È impossibile di congetturare per qual motivo egli lasciasse sussistere quel piccolo residuo della pubblica calamità. Questa pianta fatale, non affatto sradicata, tornò a germogliare sempre più vigorosa, e nei secoli successivi stese la sua ombra mortifera sopra tutto il Mondo romano. Nel corso di questa storia saremo bene spesso obbligati a far menzione della tassa sopra i terreni e sopra le teste, e delle gravose contribuzioni di grano, di vino, d'olio e di carni, che si esigevano dalle province per l'uso della Corte, dell'esercito e della capitale. Finchè Roma e l'Italia furono considerate come il centro del Governo, gli antichi cittadini conservarono uno spirito nazionale, che i nuovi insensibilmente adottarono. Le principali cariche dell'esercito erano occupate da uomini di una educazione liberale, che ben conoscevano i vantaggi delle leggi e delle lettere, e si erano avanzati con passi eguali nella regolare carriera degli onori civili e militari[519]. Alla loro influenza, al loro esempio si può in qualche parte attribuire la modesta obbedienza delle legioni nei due primi secoli dell'istoria imperiale. Ma quando Caracalla ebbe abbattuto l'ultimo riparo della costituzione romana, alla distinzione dei gradi tenne dietro a poco a poco la diversità delle professioni. I più culti cittadini delle interne province furono i soli che si trovassero capaci ad essere o magistrati o avvocati. La più dura professione delle armi fu abbandonata ai contadini ed ai barbari delle frontiere, i quali non conoscendo altra patria che il loro campo, altra scienza che quella della guerra, disprezzavano le leggi civili, ed appena osservavano quelle della militar disciplina. Con insanguinate mani, con selvaggi costumi, e con disperate risoluzioni, essi qualche volta difesero, ma più spesso rovesciarono il trono degl'Imperatori. NOTE: [404] Stor. Aug. p. 71 -Omnia fui, et nihil expedit-. [405] Dione Cassio l. LXXVI p. 1284. [406] Verso l'anno 186. Tillemont è miseramente imbarazzato per ispiegare un passo di Dione nel quale l'Imperatrice Faustina, morta l'anno 175, viene introdotta come una che ha contribuito al matrimonio di Severo e di Giulia l. LXXIV p. 1243. Questo dotto compilatore non si rammentò, che Dione non riferisce un fatto reale, ma un sogno di Severo; ed i sogni non sono circoscritti da' confini di tempo o di luogo. Tillemont s'immaginò egli che i matrimonj si -consumassero- nel tempio di Venere in Roma? Stor. degl'Imperatori, tom. III p. 389, Nota 6. [407] Stor. Aug. p. 65. [408] Stor. Aug. p. 85. [409] Dione Cassio l. LXXVII. p. 1304. 1314. [410] Vedi una Dissertazione di Menagio, al fine della sua edizione di Diogene Laerzio -De foeminis philosophis-. [411] Dione l. LXXVI p. 1285. Aurelio Vittore. [412] Bassiano era il suo primo nome, come lo era stato del suo avo materno. Durante il regno egli prese il nome di Antonino, che è usato dai giureconsulti e dagli storici. Dopo la sua morte, la pubblica indegnazione gli pose i soprannomi di Taranto, e di Caracalla. Il primo era quello di un celebre gladiatore, il secondo gli fu dato per una lunga veste alla foggia dei Galli ch'egli distribuì al popolo romano. [413] L'elevazione di Caracalla è fissata dall'esatto Tillemont all'anno 198; l'associazione di Geta all'anno 208. [414] Erodiano l. III p. 130. Vedi le vite di Caracalla e di Geta nella Stor. Aug. [415] Dione l. LXXVI. p. 1280 ec. Erodiano l. III p. 132 ec. [416] I poemi di Ossian vol. I p. 175. [417] Che il Caracul di Ossian sia il Caracalla della Storia romana, è forse il solo articolo di antichità britanniche, nel quale i Signori Macpherson e Whitaker sono della stessa opinione; e pure l'opinione non è senza difficoltà. Nella guerra dei Caledonj il figlio di Severo era conosciuto soltanto col nome di Antonino; e può parere strano, che un poeta scozzese lo abbia indicato con un soprannome, inventato quattro anni dipoi, appena usato dai Romani dopo la morte di quell'Imperatore, e raramente adoprato dai più antichi Storici. Vedi Dione l. LXXVII p. 1317 Stor Aug. 89 Aurelio Vittore. Euseb. nella Cronol. -ad ann.- 214. [418] Dione l. LXXVI p. 1282 Stor. Aug., p. 71. Aurel. Victor. [419] Dione l. LXXVI p. 1283 Stor. Aug. 89. [420] Dione l. LXXV. p. 1284 Erodiano l. III. p. 135. [421] Il Sig. Hume si stupisce con ragione di un passaggio di Erodiano (l. IV p. 139.) che in questa occasione rappresenta il palazzo degl'Imperatori come uguale in estensione al resto di Roma. Il monte Palatino, sul quale era fabbricato, aveva al più undici o dodici miglia di circonferenza (Vedi -Vittore, Roma antica- del Nardini). Ma convien rammentarsi, che i palazzi suburbani e gl'immensi giardini dei Senatori opulenti circondavano quasi tutta la città, e che gl'Imperatori ne avevano a poco a poco confiscata quasi la maggior parte. Se Geta dimorava sul Gianicolo nei giardini che portarono il suo nome, e se Caracalla abitava i giardini di Mecenate sul monte Esquilino, i fratelli rivali erano separati l'un dall'altro per il tratto di parecchie miglia. Lo spazio intermedio era occupato dai giardini imperiali di Sallustio, di Lucullo, d'Agrippa, di Domiziano, di Caio ec. Questi giardini formavano un circolo intorno alla capitale, e comunicavan fra loro e col palazzo ancora per mezzo di varj ponti gettati sul Tevere che traversavano le strade di Roma. Se questo passaggio di Erodiano meritasse di essere spiegato, esigerebbe una dissertazione particolare, illustrata da una carta dell'antica Roma. [422] Erodiano l. IV p. 139. [423] Erodiano l. IV p. 144. [424] Caracalla consacrò, nel tempio di Serapide, la spada, con la quale si vantava di avere ucciso il suo fratello Geta. Dione l. LXXVII p. 1307. [425] Erod. l. IV p. 147. In tutti i campi degli eserciti romani s'innalzava a canto al quartier generale una piccola cappella, nella quale si custodivano ed adoravano le divinità Tutelari. Le Aquile e le altre insegne militari tenevano tra queste il primo luogo. Questa eccellente istituzione avvalorava la disciplina con la sanzione della religione. Vedi Giusto Lipsio -de militia Romana-, IV 5. V 2. [426] Erodiano l. IV p. 148: Dione Cassio l. LXXVII. p. 1289. [427] Geta fu collocato tra gli Dei. -Sit divus-, disse il fratello, -dum non sit vivus-. Stor. Aug. p. 91. Si trovano tuttavia sulle medaglie alcuni indizj della consacrazione di Geta. [428] Dione l. LXXVII p. 1307. [429] Dione l. LXXVII p. 1290. Erodiano l. IV p. 150. Dione Cassio dice (p. 1298) che i poeti comici non ardirono più far uso del nome di Geta nelle lor commedie, e che si confiscavano i beni di coloro, che avevano fatto qualche legato a quel Principe infelice. [430] Caracalla aveva preso i nomi di molte vinte nazioni; ed avendo egli riportati alcuni vantaggi su i Goti o sia Geti, Pertinace osservò che il nome di -Getico-, conveniva benissimo all'Imperatore dopo quelli di Partico, Alemannico ec. Stor. Aug. p. 89. [431] Dione l. LXXVII p. 1291. Discendeva probabilmente da Elvidio Prisco e da Peto Trasea, cittadini illustri, dei quali Tacito ha fatta immortale la intrepida, ma inutile ed inopportuna virtù. [432] Si pretende che Papiniano fosse parente dell'Imperatrice Giulia. [433] Tacito an. XIV 11. [434] Stor. Aug. p. 88. [435] Sul proposito di Papiniano, vedi -Hist. Juris Rom.- dell'Einecc. l. 330 ec. [436] Tiberio e Domiziano non si allontanarono mai dai contorni di Roma. Nerone fece un piccolo viaggio nella Grecia. -Et laudatorum Principum usus ex aequo quamvis procul agentibus. Saevi proximis ingruunt.- Tacit. Stor. IV 75. [437] Dione l. LXXVII. p. 1294. [438] Dione l. LXXVII p. 1307; Erodiano l, IV p. 158. Il primo rappresenta questa strage come un atto di crudeltà; l'altro pretende che vi si usasse ancor la perfidia. Sembra che gli Alessandrini avessero irritato il tiranno con le loro Satire, e forse con i loro tumulti. [439] Dione l. LXXVII p. 1296. [440] Dione l. LXXVI p. 1284. Il Sig. Wotton (Stor. di Roma p. 330) crede che questa massima fosse inventata da Caracalla, ed attribuita a suo padre. [441] Secondo Dione (l. LXXVIII p. 1343) i donativi straordinarj, che Caracalla faceva alle sue truppe, ascendevano annualmente a settanta milioni di dramme, circa cinque milioni di zecchini. Vi ha, sul proposito delle paghe militari, un altro passo di Dione, che sarebbe assai curioso, se non fosse oscuro, imperfetto, e forse corrotto. Tutto quel vi si può ricavare, è che i soldati Pretoriani ricevevano ogni anno 1200 dramme, ottanta zecchini. (Dione l. 77). Sotto il regno di Augusto avevano per ogni giorno due dramme o sia due denari al giorno, (Tacito An. I 17.) Domiziano, che aumentò la paga delle truppe per un quarto, dovè far montare quella dei Pretoriani a 960 dramme l'anno (Gronovio -de Pecun. veter.- l. III c. 2.) Queste successive aumentazioni rovinarono l'Impero, perchè il numero dei soldati si accrebbe insieme con la paga. I soli Pretoriani, che non erano a principio che dieci mila, furono poi cinquanta mila. [442] Dione l. LXXVIII p. 1312. Erod. l. IV p. 168. [443] La passione di Caracalla per Alessandro comparisce tuttora sulle sue medaglie. Ved. Spanheim, -De usu numismat.- Dissert. XII. Erodiano (l. IV p. 154) aveva veduto certi ridicoli dipinti rappresentanti una figura che da una parte somigliava Alessandro, e dall'altra Caracalla. [444] Erod. l. IV p. 169. Stor. Aug. p. 94. [445] Elagabalo rimproverò il suo predecessore di avere ardito di sedere in trono, benchè come Prefetto del Pretorio non avesse la libertà di entrare in Senato, dopo che la voce del banditore avea fatta sgombrare la sala. Il favor personale di Plauziano e di Seiano gli aveva messi al di sopra di tutte le leggi. Erano questi, per vero dire, stati tratti dall'Ordine Equestre; ma conservarono la prefettura con il grado di Senatore, e con il Consolato ancora. [446] Egli nacque a Cesarea nella Numidia, e fu da prima impiegato nella casa di Plauziano, e poco mancò che involto non fosse nella sua rovina. I suoi nemici hanno preteso che nato schiavo, egli avesse esercitate diverse infami professioni, e fra le altre quella di gladiatore. L'uso di avvilire l'origine e la condizione di un avversario sembra avere durato dal tempo degli oratori greci fino ai dotti grammatici dell'ultimo tempo. [447] Dione ed Erodiano parlano delle virtù e dei vizj di Macrino con imparziale sincerità. Ma l'autore della sua vita nella Stor. Aug. sembra che abbia ciecamente copiato alcuni di quegli scrittori, la cui penna, venduta all'Imperatore Elagabalo, aggravò la memoria del suo predecessore. [448] Dione l. LXXXIII p. 1336. Il senso dell'autore è chiaro come l'intenzione del Principe; ma il Sig. Wotton non ha inteso nè l'uno nè l'altra, applicando la distinzione non ai veterani ed alle reclute, ma alle antiche e nuove legioni (Stor. di Roma p. 347). [449] Dione l. LXXVIII p. 1330. Il compendio di Xifilino, benchè men ripieno di particolarità, è qui più chiaro dell'originale. [450] Secondo Lampridio (Stor. Aug. p. 135) Alessandro Severo visse ventinove anni, tre mesi, e sette giorni. Siccome fu ucciso il 19 Marzo 235, conviene porre la sua nascita addì 12 dicembre 205. Egli aveva allora tredici anni, ed il tuo cugino quasi diciassette. Questo computo si confa meglio alla Storia di questi due Principi, che quello di Erodiano, il quale li fa più giovani di tre anni (l. V p. 181.). Dall'altro canto, questo autore untore prolunga di due anni il regno di Elagabalo. Si possono vedere le particolarità della congiura di Dione l. LXXVIII. p. 1339, ed in Erodian. l. V. p. 184. [451] In virtù di un fatale proclama del preteso Antonino, ogni soldato, che recava la testa del suo uffiziale, ne succedeva ai beni ed al grado. [452] Dione l. LXXXIII p. 1345; Erodiano l. V pag. 186. La battaglia fu data vicino al villaggio d'Imma a sette leghe incirca da Antiochia. [453] Dione l. LXXIX p. 1350. [454] Dione l. LXXIX p. 1363. Erod. l. V. p. 189. [455] Questo nome viene da due parole siriache, -Ela-, Dio, e -gabal-, formare il Dio formatore o sia plastico, nominazione giusta ed adattata al Sole. Wotton Stor. di Roma pag. 378. [456] Erodiano l. V p. 190. [457] Egli violò il Santuario di Vesta, e ne involò una statua da lui creduta il -Palladio-; ma le Vestali si vantavano di avere con pia frode ingannato il sacrilego, presentandogli un falso simulacro della Dea: Stor. Aug. p. 103. [458] Dione l. LXXIX. p. 1360 Erodiano l. V p. 193. I sudditi dell'Impero furono obbligati a fare ricchi regali ai nuovi sposi. Mammea dipoi esigè dai Romani tutto quel ch'essi avevan promesso, vivente Elagabalo. [459] La scoperta di un nuovo intingolo era magnificamente ricompensata; ma se questo non piaceva, l'inventore era condannato a non mangiare altro che di quel piatto, finchè non ne avesse immaginato un altro che più piacesse al palato dell'Imperatore. Stor. Aug. p. 111. [460] Non mangiava mai pesce, se non quando era lontanissimo dal mare; allora ne distribuiva ai paesani dell'interno una immensa quantità delle specie più rare, ed il trasporto costava spese enormi. [461] Dione l. LXXIX p. 1358; Erod. l. V p. 192. [462] Jerocle ebbe questo onore; ma sarebbe stato supplantato da un certo Zotico, se trovato non avesse il modo d'indebolire il suo rivale con una bevanda. Fu questi vergognosamente scacciato dal palazzo, quando si trovò che la sua forza non corrispondeva alla sua riputazione. (Dione l. LXXIX. 1363 1364.) Un ballerino fu fatto prefetto della città; un cocchiere, prefetto della guardia; un barbiere, prefetto delle provvisioni. Vedi la Stor. Aug. p. 105 ove parlasi delle qualità che rendevano stimabili questi tre ministri e molti altri inferiori, (-enormitate membrorum-.) [463] Il credulo compilatore della sua vita è inclinato ancor esso a credere che i suoi vizj possano essere stati esagerati. Stor. Aug. p. 111. [464] Dione l. LXXIX. p, 105. Erodiano l. V p. 195, 201. Stor. Aug. p. 1365. L'ultimo di questi Storici pare che abbia seguito i migliori autori nel racconto della rivoluzione. [465] L'epoca della morte di Elagabalo, e dell'avvenimento di Alessandro, ha esercitata l'erudizione e la sagacità di Pagi, di Tillemont, di Valsecchi, di Vignoli, e di Torre Vescovo di Adria. Questo punto di Storia è per vero dire oscurissimo; ma io mi attengo all'autorità di Dione, il cui calcolo è evidente, ed il testo non può essere corrotto, giacchè Xifilino, Zonara, e Cedreno si accordano tutti con lui. Elagabalo regnò tre anni, nove mesi e quattro giorni dopo la sua vittoria contro Macrino, e fu ucciso il 10 Marzo 222. Ma che direm noi leggendo sopra autentiche medaglie il quinto anno della sua potestà tribunizia? Replicheremo con il dotto Valsecchi, che non si ebbe riguardo alcuno all'usurpazione di Macrino, e che il figlio di Caracalla datò il suo regno dalla morte del padre. Dopo avere risoluto questa grande difficoltà è facile sciogliere e recidere gli altri nodi della questione. [466] Stor. Aug. p. 114. Con una precipitazione tanto straordinaria il Senato aveva idea di distruggere le speranze dei pretendenti e di prevenire le fazioni degli eserciti. [467] «Se la natura fosse stata liberale fino a darci l'esistenza senza il soccorso delle donne, noi saremmo liberi da una compagnia molto importuna». Così si espresse Metello Numidico il censore dinanzi al popolo romano; ed aggiunse che il matrimonio dovea considerarsi come il sacrifizio di un piacere particolare ad un pubblico dovere. Aulo Gellio I 6. [468] Tacito Ann. XIII 5. [469] Stor. Aug. p. 102, 107. [470] Dione l. LXXX p. 1369; Erodiano l. VI p. 206 Stor. Aug. p. 131. Secondo Erodiano, il patrizio era innocente. La Stor. Aug., sull'autorità di Dexippo, lo condanna come colpevole di una congiura contro la vita di Alessandro. È impossibile di decidere. Ma Dione è un inrecusabile testimonio della gelosia e della crudeltà di Mammea verso la giovane Imperatrice, di cui Alessandro deplorò l'infelice sorte senza avere il coraggio di opporvisi. [471] Erodiano l. VI p. 203. Stor. Aug. p. 119. Secondo questo ultimo Storico, quando si trattava di fare una legge, si ammettevano nel consiglio alcuni abili giureconsulti, ed alcuni Senatori esperti, i quali davano separatamente il loro parere, ch'era poi messo in iscritto. [472] Vedi la sua Vita nella Stor. Aug. Il compilatore senza alcun discernimento ha sepolto questi interessanti aneddoti sotto un ammasso di circostanze frivole e triviali. [473] Ved. Gioven. Sat. XIII. [474] Stor. Aug. p. 119. [475] Il racconto della disputa che nacque su questo articolo tra il Senato ed Alessandro, è estratto dai registri di quella adunanza (Stor. Aug. p. 116 117). Cominciò il 6 Marzo, probabilmente l'anno 223, quando già i Romani avevano gustate per quasi dodici mesi le dolcezze di nuovo regno. Avanti che fosse offerto al Principe il nome di Antonino come un titolo d'onore, il Senato gli propose di prenderlo come un nome di famiglia. [476] L'Imperatore era solito dire: -se milites magis servare quam se ipsum; quod salus publica in his esset.- Stor. Aug. p. 130. [477] Benchè l'autore della vita di Alessandro (Stor. Aug. p. 132.) parli della sedizione dei soldati contro Ulpiano, passa però sotto silenzio la catastrofe, che poteva nel suo eroe essere un segno di debolezza nell'amministrazione. Da una simile omissione si può giudicare della fedeltà di questo Autore e della credenza che merita. [478] Si può vedere nel fine tronco della Storia di Dione (l. LXXX p. 1371.) qual fosse il fato di Ulpiano ed a quai pericoli fosse esposto Dione. [479] Reymat, Note a Dione. l. LXXX p. 1369. [480] Giulio Cesare avea sedata una ribellione con la stessa parola -quirites- che opposta a quella di -milites- era un termine di disprezzo, e riduceva i colpevoli alla meno onorifica condizione di cittadini. Tacito Ann. I 43. [481] Storia Aug. p. 132. [482] Dai -Metelli-, Stor. Aug. p. 119. La scelta era felice. In dodici anni i Metelli ebbero sette consolati e cinque trionfi. Ved. Velleio Patercolo II 11, ed i Fasti. [483] La vita di Alessandro nella Stor. Aug. presenta il modello di un Principe perfetto: è questa una debole copia della Ciropedia di Senofonte. La descrizione del suo regno, tal quale ce l'ha data Erodiano, è sensata, e combina con la Storia generale del secolo. Alcuni dei tratti più odiosi, ch'essa contiene, sono ugualmente riportati nei decisivi frammenti di Dione. Ma la maggior parte de' nostri scrittori moderni, acciecati dal pregiudizio, sfigurano Erodiano e copiano servilmente la Stor. Aug. Vedi Tillemont e Wotton. L'Imperator Giuliano al contrario (-in Caesaribus- p. 31.) si compiace nel descriver la debolezza effemminata del -Siro-, e la ridicola avarizia di sua madre. [484] Secondo l'esatto Dionigi di Alicarnasso, la città stessa non era lontana da Roma che cento stadi (circa quattro leghe), benchè alcuni posti avanzati potessero estendersi più in là verso l'Etruria. Nardini . 1 ' , 2 , ; 3 , ' 4 . , 5 , ' 6 . ' , 7 , 8 , 9 . 10 11 12 , ' . 13 14 ' , , . , 15 ' , 16 ' , , 17 18 , . ' 19 , 20 . 21 , 22 , , 23 24 . , , 25 ' , 26 , , 27 , . 28 , 29 , 30 . 31 32 , 33 . ' 34 , . 35 , 36 . , 37 , 38 ; ' 39 ' , 40 ' [ ] . 41 42 , 43 , , 44 . 45 . , 46 , ' , 47 , ' 48 . 49 , , 50 ' . 51 , 52 , . 53 , 54 , . 55 , 56 [ ] . 57 58 ' 59 , . , 60 , : 61 , , 62 , 63 [ ] . 64 65 , 66 , . ' , 67 ' , 68 ' . 69 70 , , 71 , , ' 72 . 73 , ' , 74 , 75 ; 76 , 77 . 78 ' 79 , , 80 - - , , 81 82 , 83 , [ ] . 84 , , ' , 85 ; , 86 , , 87 [ ] . 88 ' 89 ' ; 90 ' 91 , , , 92 , ' . 93 94 , , 95 , 96 [ ] . ' 97 , ' . 98 , 99 . , , 100 , , ' 101 ' , , ' 102 . , , 103 ' , 104 , ' [ ] . 105 106 ' , ' 107 , 108 , ' . ' 109 , 110 , , 111 ' . , 112 , 113 . 114 ' , ' . 115 , 116 , 117 , 118 . ' 119 , 120 ' , 121 [ ] . 122 123 124 ' , 125 , . 126 , . ' 127 128 , ' , . 129 130 , . 131 , ' 132 ' . 133 134 135 [ ] , 136 , ' . 137 ' : 138 , 139 , 140 ' , . 141 , 142 , , 143 , 144 , . 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