che ancor l'amava, ad acconsentire, suo malgrado, alla di lui morte[401]. Dopo la caduta di Plauziano, il celebre Papiniano, illustre giureconsulto, fu destinato ad occupare la mista carica di Prefetto del Pretorio. Fino al regno di Severo, gl'Imperatori virtuosi, o almeno prudenti, si erano segnalati col loro zelo, o affettato rispetto verso il Senato, e con un tenero riguardo al delicato sistema della civil politica istituito da Augusto; ma Severo aveva passata la gioventù nella cieca obbedienza del campo, e l'età più matura nel dispotismo del comando militare. Il suo carattere altiero e inflessibile, non seppe, o non volle vedere il vantaggio, che v'era nel mantenere una potenza intermedia (benchè immaginaria) tra l'Imperatore e l'esercito. Sdegnava egli di professarsi servo di un'assemblea, che detestava la sua persona, e tremava al suo aspetto. Comandava, quando il pregare sarebbe stato egualmente efficace; prese la condotta e lo stile di un sovrano e di un conquistatore, ed esercitò senza riserva insieme tutta la potestà legislatrice e l'esecutrice. Questa vittoria sopra il Senato era facile, e senza gloria. Tutti gli occhi e tutte le passioni erano rivolte verso il supremo Magistrato, padrone dell'armi, e delle ricchezze dello Stato; mentre il Senato, non eletto dal popolo, non difeso dalle milizie, nè animato dallo spirito patriottico, appoggiava la sua cadente autorità sulla debole e vacillante base dell'antica opinione. Il bel sistema d'una Repubblica svanì insensibilmente, e dette luogo ai più naturali e sostanziali sentimenti della monarchia. Siccome la libertà e gli onori di Roma furono successivamente comunicati alle province, alle quali il vecchio Governo era stato o sconosciuto, o in odio, a poco a poco si dileguò la tradizione delle massime repubblicane. Gl'Istorici greci del secolo degli Antonini[402] osservarono con un maligno piacere, che sebbene il Sovrano di Roma, per rispetto ad un antico pregiudizio, si fosse astenuto dal prendere il nome di Re, ne possedeva per altro il potere in tutta quanta l'ampiezza. Sotto il regno di Severo, il Senato fu ripieno di culti ed eloquenti schiavi, venuti dalle province orientali, che giustificavano l'adulazione personale, riducendo la servitù a principj speculativi. Questi nuovi avvocati del dispotismo erano con piacere ascoltati dalla Corte, e con pazienza dal popolo quando inculcavano i doveri dell'obbedienza passiva, e deploravano le calamità inevitabili, che accompagnano la libertà. I giureconsulti, e gl'istorici si accordavano ad insegnare, che l'autorità imperiale non si appoggiava ad una commissione delegata, ma alla irrevocabil renunzia del Senato, e che l'Imperatore, libero dal vincolo delle leggi civili, avea un pieno arbitrio sulla vita, e su i beni dei sudditi, e potea disporre dell'Impero come del suo privato patrimonio[403]. I più illustri giureconsulti, e specialmente Papiniano, Paulo ed Ulpiano fiorirono sotto i Principi della famiglia di Severo, e la romana giurisprudenza, strettamente unita col sistema della monarchia, parve essere giunta all'ultimo grado di maturità e di perfezione. I contemporanei di Severo alla tranquillità ed alla gloria del suo Regno perdonarono le crudeltà, che lo condussero al trono. Ma i posteri, che provarono gli effetti funesti delle massime, e dell'esempio di lui, giustamente lo considerano come il principale autore della decadenza dell'Impero romano. NOTE: [333] Il loro numero era originariamente di 9, o 10 mila uomini (giacchè Tacito, e Dione qui non concordano) divisi in altrettante coorti. Vitellio lo portò fino a 16 mila, e, per quanto si può ricavare dalle iscrizioni, questo numero in appresso non fu giammai molto minore. Ved. Giusto Lipsio -De magnitudine romana- I. 4. [334] Sveton. in August. cap. 49. [335] Tacito Ann. IV 2. Sveton. in Tib. cap. 37. Dione Cassio lib. LVII p. 867. [336] Nella guerra civile tra Vitellio e Vespasiano il campo dei Pretoriani fu assalito, e difeso con tutte le macchine solite a usarsi nell'assedio delle città meglio fortificate. Tacito Stor. III 4. [337] Vicino alle mura della città su i monti Quirinale e Viminale. Vedi Nardini, Roma antica p. 174. Donato -De Roma antiqua- p. 46. [338] Claudio, che i soldati aveano innalzato all'Impero, fu il primo, che lor facesse un donativo. Dette a ciascuno -quina dena- H. S. 240 zecchini, Svet. vita di Claudio cap. 10. Quando Marco Aurelio montò pacificamente sul trono col suo collega Lucio Vero dette ad ogni Pretoriano -vicena- H. S. 320 zecchini Stor. Aug. p. 25. Dione l. XXIII p. 1231. Possiamo formarci qualche idea del totale di queste somme dal lamento di Adriano, a cui la promozione di un Cesare era costata -ter millies- H. S. quasi cinque milioni di zecchini. [339] Cicerone -De legibus- 3. Il primo libro di Livio, ed il secondo di Dionigi d'Alicarnasso mostrano l'autorità del popolo anche nell'elezione dei Re. [340] Le leve si facevano originariamente nel Lazio, nell'Etruria, e nelle antiche Colonie. Tacito Annal. IV 5. L'Imperatore loro Ottone lusinga la vanità delle guardie chiamandole -Italiae alumni, Romana vere juventus-. Tacito Stor. I 84. [341] Nell'assedio di Roma fatto dai Galli. Vedi Tito Livio V 48. Plutarco vita di Cammillo p. 143. [342] Dione lib. LXXIII p. 1234. Erodiano lib. II p. 63. Stor. Aug. p. 60. Benchè tutti questi Storici Si accordino a dire che fu una vendita pubblica, Erodiano solo afferma che fu proclamata come tale dai soldati. [343] Sparziano addolcisce quel che v'era di più odioso nel carattere, e nell'elevazione di Giuliano. [344] Dione Cassio, allora Pretore, era stato nemico personale di Giuliano. Lib. I LXXIII p. 1235. [345] Stor. Aug. p. 61. Si raccoglie da questo luogo una circostanza curiosa: un Imperatore di qualsiasi nascita era immediatamente dopo la sua elezione ascritto al numero dei Patrizj. [346] Dione lib. LXXIII p. 1235. Stor. Aug, p. 61. Ho procurato di conciliare le apparenti contraddizioni di questi Storici. [347] Dione lib. LXXIII p. 1235 [348] Postumiano, e Caioniano, il primo dei quali fu innalzato al Consolato cinque anni dopo la sua istituzione. [349] Sparziano, nelle sue confuse compilazioni, fa un mescuglio di tutte le virtù, e di tutti i vizj, che compongono la natura umana, e li attribuisce a un solo soggetto. In tal guisa sono disegnati la maggior parte dei caratteri della Storia Augusta. [350] Stor. Aug. p. 80, 84. [351] Pertinace, che governava la Britannia alcuni anni avanti, era stato lasciato per morto in un sollevamento dai soldati. Stor. Aug. p. 54. Essi per altro lo amarono, e lo piansero «-Admirantibus eam virtutem cui irascebantur-.» [352] Svet. vita di Galba c. 10. [353] Stor. Aug. p. 76. [354] Erodiano l. II p. 68. La cronaca di Giovanni Malala di Antiochia mostra il grande zelo dei suoi concittadini per queste feste, che contentavano nel tempo stesso la lor superstizione ed il loro amore per i piaceri. [355] Viene nominato nella Stor. Aug. un Re di Tebe in Egitto come alleato, anzi come personale amico di Negro. Se Sparziano non si è ingannato, (come fortemente ne dubito) egli ha prodotto una dinastia di principi tributarj affatto sconosciuta alla Storia. [356] Dione l. LXXIII p. 1238. Erodiano l. II p. 67. Un verso, che allora era comune, pare che esprima la generale opinione che si aveva di quei tre rivali: -Optimus est Niger, bonus Afer, pessimus Albus- Stor. Aug. p. 75. [357] Erodiano lib. II p. 71. [358] Vedasi la relazione di questa memorabil guerra in Velleio Paterc. II 110 ec. il quale servì nell'armata di Tiberio. [359] Tale è la riflessione di Erodiano l. II p. 74. [360] Commodo, nella già menzionata lettera di Albino, accusa Severo, come uno di quegli ambiziosi Generali, che criticavano la sua condotta, e desideravano di usurpare il suo posto. Stor. Aug. p. 80. [361] La Pannonia era troppo povera per somministrare una tal somma. Fu questa probabilmente promessa nel campo, e pagata a Roma dopo la vittoria. Nel fissar questa somma ho adottata la congettura di Casaubono. Vedi Stor. August. p. 66. [362] Erodiano l. II p. 78. Severo fu dichiarato Imperatore sulle rive del Danubio, a -Carnunto-, secondo Sparziano, Stor. Aug. p. 65 ovvero a -Sabaria-, secondo Vittore. Il Sig. Hume supponendo che la nascita e la dignità di Severo fossero troppo inferiori alla corona imperiale, e ch'egli marciasse in Italia solamente come Generale, non ha considerato questo avvenimento con la sua solita accuratezza (Saggio sul patto originale). [363] Velleio Pater. l. II c. III. Partendo dalle più prossime frontiere della Pannonia, conveniva fare una marcia di 200 miglia per giungere a Roma. [364] Non è questa una puerile figura di rettorica, ma una allusione ad un fatto reale rammentato da Dione, l. LXXI p. 1181. È probabile che più di una volta accadesse. [365] Dione l. LXXIII p. 1203. Erodiano l. II p. 81. Non v'ha prova più sicura dell'abilità militare dei Romani, che l'aver essi prima superato il vano terrore, e dipoi sprezzato l'uso degli elefanti nella guerra. [366] Stor. Aug. p. 62, 63. [367] Vittore ed Eutropio VIII 17 fanno menzione di un combattimento vicino al ponte Milvio (il ponte Molle), combattimento sconosciuto ai migliori e più antichi scrittori. [368] Dione l. LXXIII p. 1240. Erodiano l. II p. 83. Stor. Aug. p. 63. [369] Da questi sessantasei giorni convien prima sottrarne sedici, poichè Pertinace fu ucciso il 28 Marzo, e Severo probabilmente fu eletto il di 13 Aprile (Vedi Stor. Aug. p. 65 Tillemont Stor. degl'Imperatori tom. III p. 393 nota 7). Non si può accordare meno di dieci giorni, dopo la sua elezione, per mettere un numeroso esercito in moto. Rimangono quaranta giorni per questa rapida mossa; e siccome possiam computare quasi 800 miglia da Roma alle vicinanza di Vienna, l'armata di Severo fece venti miglia il giorno senza mai fermarsi. [370] Dione l. LXXIV p. 1241; Erodiano l. II p. 84. [371] Dione l. LXXIV p. 1244 che assistè alla cerimonia come Senatore, ne fa una pomposa descrizione. [372] Erodiano l. III p. 112 [373] Benchè Lucano non abbia certamente intenzione di esaltare il carattere di Cesare, pure l'idea ch'egli dà di quell'eroe, nel decimo libro della Farsaglia, equivale ad un magnifico panegirico. Tal lo dipinge, ch'ei faccia nel tempo stesso all'amore con Cleopatra, che sostenga un assedio contro le forze tutte dell'Egitto, e che conversi con i filosofi di quel paese. [374] Contando dalla sua elezione 13 Aprile 193 alla morte di Albino 19 Febbrajo 197. Vedi la Cronol. di Tillem. [375] Erodiano l. II p. 85. [376] Mentre Severo era pericolosamente infermo, fece correre il rumore, ch'era risoluto di designare Albino e Negro per suoi successori. Siccome egli non potea esser sincero verso alcuno di essi, così forse ebbe idea d'ingannarli ambidue; ma pure spinse tanto oltre la sua ipocrisia fino ad attestar questa sua intenzione nelle memorie della sua vita. [377] Ved. Stor. Aug. p. 65. [378] Quest'usanza, inventata da Commodo, divenne utilissima a Severo. Trovò a Roma i figli di quasi tutti gli aderenti dei suoi rivali, e se ne servì più d'una volta per intimorire e per sedurre i loro genitori. [379] Erodian. l. III p. 96. Stor. Aug. p. 67, 68. [380] Stor. Aug. pag. 84. Sparziano ha riferita tutta intera questa lettera. [381] Si consulti il III libro di Erodiano, ed il LXIV di Dione Cassio. [382] Dione, l. LXXV p. 1261. [383] Dione l. LXXV p. 1261. Erodiano l. III p. 110. Stor. Aug. p. 68. La battaglia seguì nella pianura di Trevoux a tre o quattro leghe da Lione. Vedi Tillemont tom. III p. 406. Nota 18. [384] Montesquieu. Consider. sulla grandezza e decadenza dei Romani cap. XII. [385] Molti di questi, come si può supporre, erano piccoli vascelli scoperti; alcuni per altro erano galere a due, e poche altre a tre ordini di remi. [386] L'ingegnere si chiamava Prisco. La sua abilità gli salvò la vita, e fu preso al servizio del vincitore. Per li fatti particolari dell'assedio V. Dione Cassio l. LXXV p. 1251 ed Erodiano l. III p. 95. Per la teoria poi vedi l'immaginante Cav. Folard e Polibio, tom. I p. 76. [387] Non ostante l'autorità di Sparziano e di alcuni Greci moderni, possiamo essere certi, per l'asserzione di Dione e di Erodiano, che Bisanzio giaceva in uno stato di rovina molti anni dopo la morte di Severo. [388] Dione l. LXXIV. p. 1250. [389] Dione l. LXXV p. 1265. Egli nomina 29 Senatori soltanto; ma nella Storia Augusta p. 64 ne sono ricordati 41, tra i quali sei portano il nome di Pescennio. Erodiano l. III. p. 115 parla in generale delle crudeltà di Severo. [390] Aurelio Vittore. [391] Dione l. LXXVI p. 1272. Stor. Aug. p. 67. Severo celebrò i giuochi secolari con magnificenza straordinaria, e lasciò nei pubblici granai una provvisione di grano per sette anni, a ragione di 75,000 moggi. Credo ancor io che i granai di Severo fosser provvisti per un gran tempo, ma credo altresì che la politica insieme e l'ammirazione abbiano molto accresciuto il vero. [392] Vedi il trattato di Spanemio sulle medaglie antiche, le iscrizioni, ed i dotti viaggiatori Spon, Wheleer, Shaw, Pocock ec. che hanno trovati più monumenti di Severo che di ogni altro Imperatore romano nell'Africa, nella Grecia e nell'Asia. [393] Portò le vittoriose sue armi fino a Seleucia, ed a Ctesifone, capitali della monarchia dei Parti. Avrò occasione di parlare di questa guerra nel proprio suo luogo. [394] -Etiam in Britannis.- Era questa la sua giusta ed enfatica espressione. Stor. Aug. 73. [395] Erodiano l. III. p. 115. Stor. Aug. p. 68. [396] Si può consultare sull'insolenza e sui privilegi de' soldati la Satira XVI falsamente attribuita a Giovenale. Lo stile, e le circostanze di essa m'inducono a credere, che fosse composta sotto il regno di Severo, o di suo figlio. [397] Stor. Aug. p. 73. [398] Erodiano l. III p. 131. [399] Dione l. LXXIV p. 1243. [400] Uno degli atti più crudeli ed arditi del suo dispotismo fu la castrazione di cento liberi Romani, alcuni di essi maritati, ed anche padri di famiglia; e questo solamente acciocchè la figlia, nel suo matrimonio con il giovane Imperatore, potesse essere corteggiata da un treno di eunuchi degno di una Regina orientale. Dione l. LXXVI p. 1271. [401] Dione l. LXXVI p. 1274 Erodiano l. III p. 188-190. Il Gramatico di Alessandria pare, secondo il solito, molto più istruito di questo misterioso affare, e più certo della colpa di Plauziano, di quel che se ne mostri il Senatore. [402] Appiano in -Proem.- [403] Dione Cassio par che abbia scritto con la sola mira di unire queste opinioni in un sistema storico. Le Pandette mostrano con quanta assiduità i giureconsulti lavoravano per sostenere la prerogativa imperiale. CAPITOLO VI. -Morte di Severo: tirannia di Caracalla: usurpazione di Macrino: pazzia di Elagabalo: virtù di Alessandro Severo: sfrenata licenza dell'esercito: stato generale delle finanze romane.- Le vie che menano alla grandezza, quantunque ripide e perigliose, possono però tener desto un animo attivo, mediante la coscienza e l'esercizio delle proprie sue forze; ma il possesso di un trono non può mai soddisfar pienamente una mente ambiziosa. Provò Severo, e riconobbe questa trista verità. La fortuna ed il merito lo aveano da un umile stato innalzato al primo trono del Mondo. «Egli era stato ogni cosa» (come dicea egli stesso) «ed ogni cosa era di picciol valore[404]». Occupato dalla cura non di acquistare, ma di conservare un Impero, oppresso dall'età e dalle malattie, non curante di gloria[405], e sazio di comandare, la vita non aveva più veruna lieta prospettiva per lui; il desiderio di mantenere l'Impero nella sua famiglia divenne il solo scopo della sua ambizione, e del paterno suo affetto. Severo, come la maggior parte dogli Affricani, era appassionato per li vani studj della magia e della divinazione, profondamente versato nell'interpretazione dei sogni e degli augurj, e dottissimo nella strologia giudiciaria, scienza che quasi in ogni secolo, fuori che nel nostro, si è sostenuta in dominio sopra lo spirito umano. Egli, essendo governatore della Gallia Lionese, avea perduta la prima sua moglie[406]. Nella scelta della seconda, non pensò che ad unirsi con una, il cui oroscopo promettesse fortuna; ed avendo rinvenuto che una giovane dama di Emesa nella Siria era nata sotto una costellazione che prometteva il trono, ne ricercò e ne ottenne la mano[407]. Giulia Domna (tale era il suo nome) meritava tutto ciò che le stelle le promettevano. Conservò fino in età avanzata le bellezze della persona[408], ed unì a vivace immaginazione, fermezza d'animo, e giudizio esquisito, doti raramente concesse a quel sesso. Le sue amabili qualità non fecero mai grande impressione sul cupo e geloso carattere del suo consorte; ma nel regno del figlio essa amministrò gli affari principali dell'Impero con una prudenza, che sostenne l'autorità di Caracalla, e con una moderazione, che ne corresse talvolta le stravaganti follìe[409]. Giulia si applicò alle lettere ed alla filosofia con qualche buon successo e colla più splendida riputazione. Era essa protettrice di tutte le arti, ed amica d'ogni uomo d'ingegno[410]. La riconoscente adulazione dei letterati ha celebrate le sue virtù; ma se porgiamo orecchio agli scandalosi racconti dell'antica storia, la castità non era la più cospicua virtù dell'Imperatrice Giulia[411]. Due figliuoli, Caracalla[412] e Geta, furono i frutti di quel matrimonio, e i destinati eredi dell'Impero. Le belle speranze del padre e dei Romani vennero presto deluse da questi vani giovani, che già mostravano l'indolente sicurezza dei Principi ereditarj, ed una presunzione, che la fortuna dovesse tener il luogo del merito e dell'applicazione. Senza veruna emulazione di virtù o di talenti, essi fin dall'infanzia mostrarono l'uno verso l'altro un'antipatia costante ed implacabile. Questa avversione, cresciuta con gli anni, e fomentata dagli artifizi degli interessati lor favoriti, produsse in principio fanciullesche gare, che a poco a poco si fecero più serie, e finalmente divisero il teatro, il circo, e la Corte in due fazioni animate dalle speranze e dai timori dei rispettivi lor capi. Il saggio Imperatore procurò con le ammonizioni e con l'autorità di soffocare questa animosità ognor crescente. La fatale discordia de' figli oscurava ogni bella sua mira, e minacciava di rovesciare un trono alzato con tanta fatica, assicurato con tanto sangue, e difeso coll'impiego di tante armi e di tanti tesori. Tenendo egli fra loro con mano imparziale la bilancia del suo favore, conferì ad ambidue il titolo di Augusto, col venerato nome d'Antonino, e per la prima volta il Mondo romano ebbe tre Imperatori[413]. Tuttavia questa condotta eguale non ad altro servì che ad animar la contesa, mentre il fiero Caracalla allegava i diritti della primogenitura, e Geta più moderato si guadagnava l'affetto del popolo e dei soldati. Tra le angustie di un padre deluso, Severo predisse che il più debole dei suoi figli cadrebbe vittima del più forte, il quale sarebbe poi rovinato dai proprj vizj[414]. In questi frangenti ricevè Severo con piacere la notizia di una guerra nella Britannia, e di una invasione in quella provincia fatta dai Barbari del Settentrione. Benchè la vigilanza dei suoi Generali potesse essere bastante a rispignere il lontano nemico, risolse però di porre a profitto quell'onorevole pretesto, per allontanare i suoi figli dal lusso della capitale, che snervava i loro animi, ed irritava le loro passioni, e per assuefare la lor giovanezza alle fatiche della guerra e del comando. Non ostante la sua età avanzata (perchè aveva allora più di sessant'anni) e la gotta che l'obbligava a farsi portare in lettiga, si trasferì personalmente in quell'isola remota, accompagnato dai figli, da tutta la Corte, e da una formidabile armata. Passò immediatamente le muraglie di Adriano e di Antonino, ed entrò nel paese nemico con idea di terminare la conquista per lungo tempo tentata della Britannia. Penetrò fino all'estremità settentrionale dell'isola, senza incontrare nemico alcuno. Ma le nascoste imboscate dei Caledonj, che all'improvviso assalivano o la retroguardia o i fianchi dell'esercito, la freddezza del clima, e le fatiche di una marcia invernale per le montagne, ed i paludosi luoghi della Scozia fecero perire, per quel che si dice, cinquantamila Romani. I Caledonj cederono finalmente a quegli ostinati e possenti attacchi, supplicarono per la pace, e rilasciarono al vincitore una parte dello loro armi, ed un vasto tratto di territorio Ma l'apparente lor sommissione durò finchè fu presente il terrore: e ritiratesi appena le legioni romane, essi ripresero di nuovo la loro ostile indipendenza. L'inquieto loro spirito mosse Severo a mandare nella Caledonia un altro esercito, co' più sanguinosi ordini di estirparne non di soggiogarne i natii; ma li salvò la morte del loro fiero nemico[415]. Questa guerra di Caledonia, perocchè non distinta da decisivi eventi, nè seguitata da conseguenze importanti, meriterebbe appena la nostra attenzione, se non venisse supposto con grande probabilità, che l'invasione di Severo appartiene all'epoca più illustre della storia, ovvero della favola britannica. Fingal, del quale un nostro moderno Autore ha fatto rivivere la fama con quella de' poeti e degli eroi di quel tempo, comandava, per quanto dicono, ai Caledonj in quella memorabile occasione: egli resistè alla potenza di Severo, e riportò sulle rive del Carun una segnalata vittoria, nella quale il figlio -del Re del Mondo Caracul- fuggì precipitosamente -attraverso i campi del suo orgoglio-[416]. Queste tradizioni scozzesi sono tuttavia coperte da qualche nebbia, che le più ingegnose ricerche dei critici moderni non hanno potuto ancor dissipare[417]; ma se con certezza si potesse abbracciare la grata supposizione, che sia vissuto Fingal, ed Ossian abbia cantato, il bel contrasto della situazione e dei costumi delle contrarie nazioni riuscirebbe dilettevole ad un filosofico ingegno. Il parallelo non sarebbe molto vantaggioso alla nazione più culta, quando si paragonasse la vendetta implacabile di Severo colla generosa clemenza di Fingal; la timida e brutal crudeltà di Caracalla col valore, collo affetto, e col genio elegante di Ossian; i mercenarj uffiziali, che per timore o interesse servivano sotto le insegne imperiali, con i liberi guerrieri, che alla voce del Re di Morven volavano alle armi; quando in una parola si contemplassero i rozzi Caledonj animati dalle virtù naturali, ed i Romani degenerati e corrotti dai bassi vizj del lusso e della schiavitù. La declinante salute, e l'ultima malattia di Severo infiammarono la fiera ambizione e le nere passioni dell'anima di Caracalla. Impaziente di ogni indugio e divisione dell'Impero, egli tentò più di una volta di accorciare quei pochi giorni di vita, che restavano al padre, e procurò, ma vanamente, di eccitare una sedizione fra le truppe[418]. Il vecchio Imperatore avea spesso criticata la malaccorta indulgenza di Marco Aurelio, che con un solo atto di giustizia avrebbe salvati i Romani dalla tirannide dell'indegno suo figlio. Posto nelle circostanze medesime, provò quanto facilmente l'affetto di padre addolcisca il rigore di giudice. Egli deliberava, minacciava, ma non sapeva punire; e questo suo ultimo e solo esempio di clemenza fu di più danno all'Impero, che non la lunga serie delle sue crudeltà[419]. Le angustie dell'animo irritarono i mali del corpo: egli desiderava impazientemente la morte, e questa sua impazienza ne affrettò la venuta. Morì a York l'anno sessantacinquesimo della sua età, e diciottesimo di un regno fortunato e glorioso. Nei suoi ultimi momenti raccomandò la concordia ai suoi figli, ed i suoi figli all'esercito. Il salutevole avviso non giunse al cuore, anzi neppure mosse l'attenzione di quei giovani impetuosi; ma le truppe più obbedienti, memori del lor giuramento di fedeltà e dell'autorità dell'estinto Signore, resisterono alle sollecitazioni di Caracalla, e proclamarono ambedue i fratelli Imperatori di Roma. I nuovi Principi baciarono subito i Caledonj in pace, ritornarono alla capitale, celebrarono il funerale del padre con onori divini, e furono riconosciuti con piacere per sovrani legittimi dal Senato, dal Popolo, e dalle province. Pare che fosse accordata al maggiore qualche preeminenza di grado, ma governavano l'Impero ambidue con eguale ed indipendente potere[420]. Una tale divisione di governo avrebbe generato discordie fra i due più affezionati fratelli. Era impossibile ch'essa potesse lungamente sussistere tra due implacabili nemici, che nè bramavano una riconciliazione, nè potevan fidarsene. Chiara cosa ell'era, che uno solamente regnar doveva, e l'altro doveva perire; e ciascuno di loro, da' suoi proprj disegni giudicando di quelli del suo rivale, usava la più esatta cura per difendersi dai ripetuti assalti del veleno o del ferro. Il rapido loro viaggio per la Gallia e l'Italia, durante il quale mai non mangiarono ad una stessa tavola, o dormirono in una casa stessa, presentò alle province l'odioso spettacolo della fraterna discordia. Arrivati in Roma, immediatamente si divisero la vasta estensione del palazzo imperiale[421]. Non fu lasciata comunicazione veruna tra i loro appartamenti; le porte ed i passaggi furono diligentemente fortificati, e poste e mutate sentinelle, come ad una piazza assediata. Gl'Imperatori non s'incontravano che in pubblico, in presenza dell'afflitta lor madre, e circondato ciascuno da un numeroso stuolo di armati. In quelle stesse occasioni di pubbliche cerimonie, la dissimulazione delle Corti potea mal celare il rancore dei loro cuori[422]. Questa guerra intestina già cominciava a lacerare lo Stato, quando fu suggerito un piano, che pareva ugualmente vantaggioso ai due fratelli nemici. Fu proposto che non essendo possibile di riconciliare i loro animi, separassero i loro interessi, o dividessero fra loro l'Impero. Le condizioni del trattato erano già distese con qualche esattezza. In esse si conveniva, -che- Caracalla, come fratello maggiore, rimarrebbe padrone dell'Europa e dell'Africa occidentale, rilasciando la sovranità dell'Asia e dell'Egitto a Geta, il quale potea risedere in Alessandria, o in Antiochia, città per opulenza e grandezza poco inferiori alla stessa Roma; -che- si terrebbero del continuo accampati numerosi eserciti sulle due rive del Bosforo Tracio, per difendere le frontiere delle Monarchie rivali; e -che- i Senatori d'origine europea riconoscerebbero il Sovrano di Roma, mentre i nativi dell'Asia seguiterebbero l'Imperatore dell'Oriente. Le lagrime dell'Imperatrice Giulia ruppero un trattato, la cui prima idea avea ripieno ogni petto romano di sorpresa e di sdegno. La vasta massa dell'Impero era talmente assodata dalla mano del tempo e della politica, ch'era necessaria la più gran violenza per separarla in due parti. I Romani avevan ragion di temere che le disgiunte membra sarebbono ben presto ridotte da una guerra civile sotto il dominio di un solo Signore; ma se la separazione era durevole, la divisione delle province dovea terminare nella dissoluzione di un Impero, la cui unità erasi mantenuta fino a quel tempo inviolata[423]. Se quel trattato fosse stato eseguito, il Sovrano della Europa avrebbe presto conquistato l'Asia; ma Caracalla riportò una vittoria più facile e più scellerata. Artificiosamente egli porse orecchie ai preghi della madre, e consentì di trovarsi nell'appartamento di lei col suo fratello, per trattare delle condizioni della pace e della riconciliazione. Nel mezzo del loro abboccamento, alcuni Centurioni, che Caracalla aveva nascosti, si avventarono colle spade sguainate addosso al misero Geta. La sventurata madre procurò di salvarlo nelle sue braccia; ma nell'inutile sforzo fu ferita ella stessa in una mano; e coperta del sangue di Geta, vide il barbaro fratello animare e secondare[424] il furore degli assassini. Appena fu commesso il misfatto, Caracalla, coll'orrore sul volto, corse frettoloso al campo dei Pretoriani, come suo unico asilo, e si prosternò dinnanzi alle statue dei Numi tutelari[425]. I soldati presero ad alzarlo e confortarlo. Egli con rotte e confuse parole, gl'informò del suo fortunato scampo dall'imminente pericolo; fece loro credere di aver prevenuto i disegni del suo nemico, e dichiarò la sua risoluzione di vivere e di morire con le sue truppe fedeli. Geta era stato il favorito dei soldati; ma vano era il lamento, pericolosa la vendetta, ed essi rispettavano ancora il figliuol di Severo. Il loro malcontento si dissipò in oziose mormorazioni, e Caracalla presto li persuase della giustizia della sua causa, distribuendo loro con prodigo donativo i tesori accumulati sotto il regno del padre[426]. Le disposizioni dei soldati erano le sole importanti per la potenza o salvezza di lui; e la loro dichiarazione in suo favore comandò le rispettose proteste del Senato. Quella docile assemblea era pronta sempre a ratificare la decisione della fortuna; ma siccome Caracalla desiderava di addolcire i primi moti della pubblica indignazione, il nome di Geta fu rammentato con rispetto, ed egli ricevè gli onori funebri dovuti ad un Imperatore romano[427]. La posterità, deplorandone la sventura, ha gettato un velo sopra i suoi vizj. Noi consideriamo questo giovane Principe, come vittima innocente dell'ambizione di suo fratello; non rammentandoci che gli mancò piuttosto il potere, che il desiderio, per commettere attentati eguali di vendetta e di strage. Il delitto per altro non rimase impunito: nè le occupazioni, nè i piaceri, nè l'adulazione poterono sottrarre Caracalla ai rimorsi di una coscienza colpevole; ed egli confessò, tra le angoscie di un animo martoriato, che la conturbata sua fantasia gli presentava spesso le immagini sdegnose del padre e del fratello, tornati in vita a minacciarlo e rimproverarlo[428]. La cognizione del suo delitto avrebbe dovuto indurlo a persuadere gli uomini, colle virtù del suo regno, che quel sanguinoso misfatto era stato involontario effetto di una funesta necessità. Ma il pentimento di Caracalla lo portò solamente a togliere dal mondo tutto ciò che potea rammentargli la sua colpa, o risvegliare in lui la memoria dell'assassinato fratello. Ritornando dal Senato al palazzo, trovò la madre, che in compagnia di varie nobili matrone piangeva l'acerbo fato del suo figliuolo minore. Il geloso Imperatore la minacciò di pronta morte; e fu la sentenza eseguita contro Fadilla, ultima figlia superstite dell'Imperator Marco Aurelio; ed anche l'afflitta Giulia fu obbligata a por fine ai lamenti, a soffocare i sospiri, ed a ricevere l'assassino con sorriso di approvazione e di gioia. Si pretende che sotto il vago pretesto dell'amicizia di Geta, più di ventimila persone di ambidue i sessi incontrassero la morte. Le guardie di Geta, i liberti, i ministri de' gravi affari, ed i compagni degli ozj e de' piaceri, quelli che per lui aveano ottenuto cariche nelle armate o nelle province, e tutti i numerosi loro clienti furono inclusi in quella proscrizione, colla quale si cercò di esterminare chiunque avesse avuta la minima corrispondenza con Geta, o ne deplorasse la morte, o ricordasse ancora il suo nome[429]. Elvio Pertinace, figlio del Principe di questo nome, perdè la vita per un motto imprudente[430]. Fu bastante delitto per Trasea Prisco il discendere da una famiglia, in cui l'amore della libertà parea una qualità ereditaria[431]. I particolari motivi di calunnia e di sospetto furono finalmente esauriti; e quando un Senatore veniva accusato di essere secreto nemico del Governo, l'Imperatore si contentava della generica prova, che fosse quegli ricco o virtuoso: piantato una volta questo principio, egli ne dedusse le più sanguinose illazioni. Il supplizio di tante vittime innocenti era accompagnato dalle lagrime segrete dei loro amici e delle loro famiglie. La morte di Papiniano, Prefetto del Pretorio, fu pianta come una pubblica calamità. Negli ultimi sette anni di Severo egli avea esercitato i più importanti ufficj dell'Impero, o guidato, con i suoi savi consigli, i passi dell'Imperatore nel sentiero della giustizia e della moderazione. Severo, ben conoscendone la virtù ed i talenti, sul punto di morire lo supplicò di vegliare alla prosperità ed all'unione della famiglia imperiale[432]. Le onorate fatiche di Papiniano servirono solamente ad infiammare l'odio, che già Caracalla avea concepito contro il Ministro del padre. Dopo l'assassinio di Geta, il Prefetto ebbe ordine di usare tutta la forza del suo sapere e della sua eloquenza, per fare una studiata apologia di quell'atroce misfatto. Il filosofo Seneca aveva condisceso a comporre una somigliante lettera al Senato, in nome del figlio, e dell'assassino di Agrippina[433]. «È più facile commettere un parricidio, che giustificarlo»; questa fu la nobile risposta di Papiniano[434], il quale non esitò un momento tra la perdita della vita, o quella dell'onore. Una virtù così intrepida, che si era mantenuta pura ed illibata tra gl'intrighi della Corte, tra più serj negozj, e tra gli artifizj della sua professione, sparge più lustro sulla memoria di Papiniano, che non tutti i suoi grandi impieghi, le numerose sue opere, e la riputazione di eccellente giureconsulto, che egli ha goduta in tutti i secoli della giurisprudenza romana[435]. Era fin allora stata particolare felicità dei Romani, e consolazione loro ne' più infelici tempi che le virtù degl'Imperatori fossero piene di attività, e pieni d'indolenza i lor vizj. Augusto, Traiano, Adriano, e Marco Aurelio visitarono in persona i loro vasti dominj, ed il loro passaggio era segnato con atti di sapienza e beneficenza. La tirannide di Tiberio, di Nerone, e di Domiziano, che quasi costantemente risederono in Roma, o nelle ville adiacenti, fu ristretta negli ordini senatorio ed equestre[436]. Ma Caracalla si mostrò il nemico comune del genere umano. Lasciò la Capitale (nè mai più vi fece ritorno) circa un anno dopo la morte di Geta. Passò il resto del suo regno nello diverse province dell'Impero, particolarmente nelle orientali, ed ogni provincia divenne a vicenda il teatro della sua rapina e della sua crudeltà. I Senatori, forzati dal timore a secondare tutti i suoi capricci, erano obbligati di preparargli ogni giorno con immense spese nuovi divertimenti, che con disprezzo abbandonava alle sue guardie, e ad erigere in ogni città palazzi e teatri magnifici, ch'egli o sdegnava di visitare, o comandava che tolto fossero demoliti. Le più ricche famiglie furono rovinate con tasse e confiscazioni private, mentre il corpo intero dei sudditi il era oppresso da ricercate e gravose imposizioni[437]. In mezzo alla pace, e per una leggierissima offesa egli comandò uno scempio generale in Alessandria di Egitto. Da un posto sicuro nel tempio di Serapide, contemplava e regolava la strage di molte migliaia di cittadini e di stranieri, senza avere riguardo alcuno al numero, o alla colpa di quegl'infelici; giacchè (com'egli freddamente ne scrisse al Senato) -tutti- gli Alessandrini, e quelli ch'erano periti, e quelli che si erano salvati, meritavano ugualmente la morte[438]. Le savie istruzioni di Severo non fecero mai una impressione durevole sullo spirito del suo figlio, che sebbene non mancasse d'immaginazione e d'eloquenza, non avea nè giudizio, nè umanità[439]. Caracalla ripeteva spesso una massima pericolosa degna di un tiranno, e da lui posta in pratica sempre: «assicurarsi l'affezione dei soldati, e poco valutare il resto dei sudditi[440]». Ma la liberalità del padre era stata regolata dalla prudenza, e la indulgenza di lui verso le truppe fu temperata dalla fermezza e dall'autorità. Il figlio non conobbe altra politica che una cieca profusione, la quale produsse l'inevitabil rovina dell'esercito e dell'Impero. Il valor dei soldati, in vece di essere fortificato dalla severa disciplina del campo, si ammollì nel lusso delle città. L'accrescimento eccessivo della loro paga e i donativi[441] impoverirono lo Stato per arricchire, l'ordine militare, che si mantiene assai più modesto in pace, ed utile in guerra con una povertà onorevole. Il contegno di Caracalla era altiero e pieno d'orgoglio, ma colle truppe egli dimenticava perfino la dignità del proprio grado, incoraggiava l'insolente loro famigliarità, e trascurando gli essenziali doveri di un Generale, affettava d'imitare il vestire, ed i costumi di un soldato comune. Era impossibile, che il carattere e la condotta di Caracalla potessero inspirare amore o stima; ma finchè i suoi vizj furono utili alle armate, visse sicuro da ogni pericolo di ribellione. Una secreta congiura, suscitata dalla propria sua gelosia, riuscì fatale al tiranno. La Prefettura del Pretorio era divisa tra due ministri. Il dipartimento militare era affidato ad Avvento, soldato di maggiore esperienza che abilità, e presedeva al dipartimento civile Opilio Macrino, che per la sua destrezza negli affari erasi innalzato a quella sublime carica. Ma il favore ch'egli godeva, variava secondo il capriccio dell'Imperatore, e la vita di lui poteva dipendere dal più leggiero sospetto, e dalla più casuale circostanza. La malizia o il fanatismo avea dettata ad un Affricano, versato a quanto credeasi, nella scienza del futuro, una predizione molto pericolosa; cioè, che Macrino e il suo figlio erano destinati all'Impero. Se ne sparse subilo il rumore per la provincia; e quando il profeta fu mandato carico di catene a Roma, egli ancora in presenza del Prefetto della città sostenne la verità della sua predizione. Quel magistrato, che avea ricevute le più premurose istruzioni di fare ricerca dei successori di Caracalla, spedì immediatamente l'esame dell'Affricano alla corte imperiale, che risedeva allora nella Siria. Ma non ostante la celerità dei pubblici corrieri, un amico di Macrino trovò mezzo di avvertirlo del suo vicino pericolo. L'Imperatore ricevè le lettere da Roma, e siccome egli era allora impegnato in guidare un cocchio alla corsa, le consegnò senza aprirle al Prefetto del Pretorio, ordinandogli di spedire gli affari ordinarj, e di dargli ragguaglio dei più importanti. Lesse Macrino l'imminente suo fato, e risolse di prevenirlo. Infiammò alcuni uffiziali inferiori, già malcontenti, ed impiegò la mano di Marziale, disperato soldato, che non avea potuto ottenere il grado di Centurione. La devozione di Caracalla avealo mosso a fare un pellegrinaggio da Edessa al celebre tempio della Luna a Carre. Era accompagnato da un corpo di cavalleria; ma essendosi fermato sulla strada per qualche necessario bisogno, le guardie si tennero per rispetto in distanza, e Marziale accostandosi a lui sotto pretesto di ossequio, lo trafisse con un pugnale. Fu il temerario assassino immediatamente ucciso da un arciere scita della guardia imperiale. Questo fine ebbe quel mostro, la cui vita disonorò l'umana natura, e il cui regno accusò la pazienza dei Romani[442]. I soldati riconoscenti, obbliando i suoi vizj, ne rammentavano solamente la parziale generosità, ed obbligarono i Senatori a prostituire la loro dignità, e quella della religione, con accordargli un posto fra i Numi. Finchè egli fu sulla terra, Alessandro il Grande fu il solo Eroe, che questo Nume giudicasse degno della sua ammirazione. Ne prese il nome e l'insegne, formò per la sua guardia una falange macedone, perseguitò i discepoli di Aristotile, e con entusiasmo puerile fece mostra del solo sentimento, che indicasse in lui qualche stima per la virtù e per la gloria. Non è difficile comprendere che dopo la battaglia di Narva e la conquista della Polonia, Carlo XII, benchè non avesse le più amabili qualità del figliuolo di Filippo, potesse vantarsi d'averne emulato il valore e la magnanimità. Ma Caracalla in tutte le azioni della sua vita non mostrò la minima somiglianza coll'eroe macedone, se non che nell'uccisione di un gran numero dei suoi amici, e di quei di suo padre[443]. Dopo l'estinzione della famiglia di Severo, il Mondo romano rimase per tre giorni senza padrone. La scelta dell'esercito (giacchè poco riguardo si aveva alla autorità di un Senato lontano e debole) restò sospesa, non presentandosi alcun pretendente, che per merito o per nascita potesse cattivarsi l'affetto dei soldati ed unire i loro suffragi. La decisiva preponderanza delle guardie Pretoriane gonfiò le speranze dei loro Prefetti, e quei possenti ministri cominciarono a sostenere il legittimo loro diritto di occupare il trono vacante. Avvento, benchè il Prefetto più anziano, conoscendo la sua età ed i suoi incomodi, la sua picciola reputazione ed i suoi mediocri talenti, rinunziò quell'onore pericoloso alla scaltra ambizione del suo collega Macrino, che affettando un vero dolore, evitò il sospetto di avere avuto parte nella morte del suo Sovrano[444]. Le truppe non amavano, nè stimavano il suo carattere. Girarono gli occhi all'intorno in cerca d'un altro competitore, e finalmente cederono con ripugnanza alle sue promesse di una illimitata liberalità ed indulgenza. Poco tempo dopo il suo avvenimento conferì al figlio Diadumeniano, in età di soli 10 anni, il titolo imperiale, e il nome di Antonino sì caro al popolo. Si sperò che la bellezza del giovane, assistita da un donativo straordinario, al quale quella cerimonia servì di pretesto, potesse guadagnare il favor dell'esercito, ed assicurare il trono vacillante di Macrino. L'autorità del nuovo Sovrano era stata ratificata dalla lieta sommissione del Senato e delle province. Esultavano per l'inaspettata loro liberazione da un odiato tiranno; e non sembrava necessario di esaminare le virtù di un successore di Caracalla. Ma appena furono cessati i primi trasporti di sorpresa e di gioia, si cominciò ad esaminare i meriti di Macrino con una severa critica, ed a biasimare la precipitata scelta dell'armata. Si era fino allora considerato, come principio fondamentale della costituzione, che l'Imperatore dovesse sempre essere scelto tra i Senatori, e che il sovrano potere, non più esercitato da quell'intero corpo, fosse sempre delegato a qualcheduno dei suoi membri. Ma Macrino non era Senatore[445]. La subita elevazione dei Prefetti del Pretorio faceva rammentare la bassezza della loro origine; e l'Ordine Equestre era sempre stato in possesso di quel grande uffizio, che esercitava un arbitrario potere sopra le vite e sopra i beni de Senatori. Si cominciò a mormorare, che un uomo, la cui oscura estrazione[446] non era mai stata illustrata da qualche segnalato servizio, osasse portare la porpora, invece di rivestirne qualche cospicuo Senatore, per nascita e per dignità, meritevole dello splendore del trono. Appena i malcontenti ebbero esaminato con occhio acuto il carattere di Macrino, vi scoprirono facilmente alcuni vizj e molti difetti. La scelta de' suoi Ministri gli meritò spesso giusti rimproveri; ed il popolo, mal soddisfatto, con la solita libertà accusava insieme l'indolente dolcezza e l'eccessiva severità del Sovrano[447]. La temeraria ambizione di Macrino l'aveva fatto montare a tale altezza, ch'era difficile il mantenervisi, ed impossibile il caderne senza incontrare la morte. Educato nelle forme della Corte e tra gli affari civili, tremava in presenza della fiera e indisciplinata moltitudine, della quale aveva preso il comando; erano disprezzati i suoi militari talenti, e n'era sospetto il coraggio. Un rumore sparsosi pel campo, scoprì il fatale segreto della congiura contro l'estinto Imperatore; la viltà dell'ipocrisia aggravò l'atrocità del delitto, e s'unì l'odio a far maggiore il disprezzo. Per alienare affatto i soldati, e procacciarsi una rovina inevitabile, altro non mancava a Macrino, che pretendere di riformare la disciplina; e per la sua particolare sventura, si vide costretto a cominciare questa odiosa riforma. La prodigalità di Caracalla avea quasi rovinato lo Stato e lasciato tutto in disordine; e se quell'indegno tiranno fosse stato capace di riflettere sulle inevitabili conseguenze della sua condotta, si sarebbe forse rallegrato al tristo prospetto delle miserie e calamità, che preparava ai suoi successori. Usò Macrino in questa necessaria riforma una circospetta prudenza, che avrebbe con modo facile e impercettibile saldate le piaghe dello Stato, e restituito gli eserciti romani nel loro primo vigore. Fu egli costretto di lasciare ai soldati già arrolati i pericolosi privilegi e l'esorbitante paga accordata loro da Caracalla; ma obbligò le nuove reclute ad accettare il più moderato, comechè liberale sistema di Severo, ed a poco a poco le avvezzò alla modestia ed all'obbedienza[448]. Un errore funesto distrusse i salutevoli effetti di un disegno così giudizioso. In cambio di disperdere immediatamente nelle diverse province la numerosa armata, che l'ultimo Imperatore avea radunata in Oriente, Macrino la lasciò raccolta nella Siria per l'intero inverno, che seguì il suo avvenimento. In mezzo all'ozioso lusso dei loro quartieri conobbero le truppe la loro forza ed il lor numero; si comunicarono i loro lamenti, e rivolsero in mente i vantaggi di una nuova rivoluzione. I veterani, invece di essere lusingati dalla vantaggiosa distinzione, riguardarono quel primo passo come sicuro presagio dell'intera riforma, che l'Imperatore meditava. Le reclute entravano con ritrosia e ripugnanza in un servizio, le cui fatiche erano state accresciute, e le ricompense diminuite da un Sovrano avaro e non guerriero. Le mormorazioni dell'armata finirono impunemente in sedizioni clamori, ed i particolari ammutinamenti indicavano uno spirito di avversione e disgusto, che aspettava il più leggiero pretesto per iscoppiar da per tutto in una generale ribellione. Presto se ne presentò l'occasione ad animi così disposti. L'imperatrice Giulia avea provate tutte le vicende della fortuna. Da un'umile condizione era stata innalzata ad un alto posto, per gustarne soltanto la superiore amarezza. Fu condannata a gemere sopra la morte di uno dei figli, e sopra la vita dell'altro. Il crudo fato di Caracalla (benchè da gran tempo la prudenza lo avesse fatto a lei prevedere) risvegliò nel suo animo tutti i sentimenti di una madre e di una Imperatrice. Non ostante i rispettosi riguardi, che l'usurpatore avea per la vedova di Severo, fu cosa ben dura per una Sovrana il discendere alla condizione di suddita; e con volontaria morte mise prontamente fine alla angustiosa ed umiliante sua dipendenza[449]. Giulia Mesa, di lei sorella ebbe ordine di lasciare la Corte ed Antiochia. Si ritirò in Emesa con immense ricchezze, frutto di un favor di vent'anni, accompagnata da due figliuole, Soemia e Mammea, ciascuna delle quali era vedova, ed aveva un sol figlio. Bassiano, che tale era il nome del figlio di Soemia, si era consacrato all'onorevole ministero di gran sacerdote del Sole; e questo stato, abbracciato per prudenza, o per superstizione, contribuì ad innalzare il giovane siro all'Impero di Roma. Un numeroso corpo di truppe era stanziato in Emesa; e siccome la severa disciplina di Macrino le costringeva a passare l'inverno nel campo, erano ansiose di vendicarsi della crudeltà di quelle insolite fatiche. I soldati, che concorrevano in folla al tempio del Sole, riguardavano con venerazione e piacere l'abito e la figura elegante del giovane Pontefice: vi riconobbero, o crederono di riconoscervi le fattezze di Caracalla, di cui adoravano ancor la memoria. L'artificiosa Mesa si avvide con piacere di questa nascente parzialità, e prontamente sacrificando la riputazione della sua figlia alla fortuna del suo nipote, fe correr la voce, che Bassiano era figlio naturale del loro ucciso Sovrano. Le somme distribuite con mano liberale dagli emissarj di lei, dileguarono ogni obbiezione, e questa larghezza provò sufficientemente la parentela, o almeno la somiglianza di Bassiano con Caracalla. Il giovane Antonino (giacchè egli prese e disonorò questo venerabile nome) fu dichiarato Imperatore dalle truppe di Emesa, attestò il suo ereditario diritto, ed invitò ad alta voce gli eserciti a seguitare le insegne di un Principe giovane e liberale, che avea preso le armi per vendicare la morte del padre, e l'oppressione dell'ordine militare[450]. Mentre da una compagnia di donne e di eunuchi si concertava la congiura con prudenza, e si conduceva con vigorosa rapidità, Macrino che con un moto decisivo avrebbe potuto schiacciare il suo nemico fanciullo, ondeggiava fra i due opposti estremi del terrore e della sicurezza, che lo ritenevano ad Antiochia nell'indolenza. Lo spirito di ribellione si diffuse per tutti i campi e tutte le guarnigioni della Siria: diversi distaccamenti successivamente uccisero i loro uffiziali[451], e si unirono ai ribelli; e la tarda restituzione, che fece Macrino della paga e dei privilegi militari, fu attribuita alla nota sua debolezza. Egli finalmente partì d'Antiochia per incontrarsi col giovane rivale, la cui armata, piena di zelo, diventava ogni giorno più formidabile. Le truppe di Macrino si presentarono alla battaglia senza ardore e con qualche ripugnanza, ma nel calore del combattimento[452] le guardie Pretoriane, quasi per un impulso involontario, sostennero la superiorità del loro valore e della lor disciplina. Le file dei ribelli erano già rotte, quando la madre e l'ava del Principe siro (che secondo il costume orientale seguitavan l'esercito) si gettarono dai loro coperti carri, ed eccitando la compassione dei soldati, procurarono di rianimarne il cadente coraggio. Antonino stesso, che nel resto della sua vita non fece mai azioni da uomo, in quella importante crisi del suo destino operò da eroe. Montò a cavallo, ed alla testa delle riordinate sue truppe si scagliò colla spada in pugno dove erano più folti i nemici; mentre l'eunuco Ganni, le cui occupazioni fino allora s'erano confinate alla cura del serraglio, ed all'effeminato lusso dell'Asia, spiegava i talenti di un Generale abile e sperimentato. Era incerta ancor la vittoria, e forse Macrino l'avrebbe riportata, se non avesse tradita la propria causa con una fuga vile e precipitosa. La sua codardia servì solamente a prolungargli la vita per pochi giorni, e ad imprimere sopra le sue disgrazie la meritata ignominia. È inutile aggiungere, che il suo figlio Diadumeniano fu involto nella stessa rovina. Appena gli ostinati Pretoriani si avvidero, che combattevano per un Principe, il quale vilmente gli avea abbandonati, si renderono al vincitore: i due emuli eserciti romani, mescolando lagrime di tenerezza e di gioia, si riunirono sotto le insegne dell'immaginario figlio di Caracalla, e l'Oriente riconobbe con piacere il primo Imperatore che nato fosse nell'Asia. Macrino si era degnato di scrivere al Senato avvisandolo delle piccole turbolenze cagionate nella Siria da un impostore; e venne fatto immediatamente un decreto, che dichiarava il ribelle e la sua famiglia pubblici nemici; colla promessa del perdono, per altro, a qualunque dei delusi aderenti, che lo meritasse coll'immediato ritorno al dovere. Nei venti giorni che passarono da questa dichiarazione alla vittoria di Antonino (che fu in sì breve intervallo deciso il destino dell'Impero romano) la Capitale e le province, specialmente le orientali, furono tra la speranza e il timore agitate da tumulti, e macchiate di civil sangue inutilmente versato, poichè qualunque dei due rivali vincesse nella Siria, l'Impero dovea in esso avere un padrone. Le lettere studiate, colle quali il giovane vincitore annunziò all'obbediente Senato la sua vittoria, erano ripiene di proteste di virtù, e di moderazione. Egli promettea di seguitare nel suo governo i luminosi esempj di Marco Aurelio e di Augusto; ed affettava di recarsi a gloria la forte rassomiglianza che l'età sua e la sua fortuna avea con quella di Augusto, il quale nella prima gioventù con una guerra felice vendicò la morte del padre. Prendendo il nome di Marco Aurelio Antonino, figlio di Antonino, e nipote di Severo, tacitamente sostenne il suo ereditario diritto all'Impero; ma arrogandosi il potere tribunizio e proconsolare, avanti che un decreto del Senato glielo avesse conferito, offese la delicatezza dei pregiudizj romani. Questa nuova ed imprudente violazione della costituzione fondamentale dee forse attribuirsi all'ignoranza dei cortigiani della Siria, o alla sprezzante alterigia delle milizie che lo seguivano[453]. L'attenzione del nuovo Imperatore veniva distratta dai più frivoli divertimenti, ond'egli consumò molti mesi nel pomposo suo viaggio dalla Siria nell'Italia, passò a Nicomedia il primo inverno dopo la sua vittoria, e differì fino alla nuova estate il suo trionfale ingresso nella capitale. Un fedele ritratto però, che lo precedette, e fu posto per ordin suo sull'altare della Vittoria nel tempio dove si radunava il Senato, presentò ai Romani la giusta, ma vergognosa immagine della persona e de' costumi di lui. Era dipinto nei suoi abiti sacerdotali di seta e d'oro, sciolti ed ondeggianti alla foggia dei Medi e dei Fenicj; portava un'alta tiara sul capo, e le numerose collane ed i monili, di cui andava adorno, erano tutti coperti di gemme preziose. Avea le ciglia tinte di nero, e le gote dipinte di un rosso e bianco artificiale[454]. I gravi Senatori confessarono sospirando, che dopo avere lungamente sofferta la truce tirannia de' suoi concittadini, Roma era finalmente umiliata sotto l'effeminato lusso del dispotismo orientale. Il Sole era in Emesa adorato sotto il nome di Elagabalo[455], e sotto la forma di una pietra nera fatta a cono, che secondo l'universale credenza era caduta dal cielo in quel sacro luogo. A questo Nume suo tutelare attribuiva Antonino, non senza qualche ragione, il suo innalzamento al trono; e in tutto il suo regno l'unica sua seria occupazione fu di far mostra della superstiziosa sua gratitudine. Il grande oggetto del suo zelo e della sua vanità fu di far trionfare il Dio di Emesa sopra tutte le religioni della terra; e il nome di Elagabalo (giacchè pretese come Pontefice, e favorito di prender quel sacro nome) gli fu più caro, che tutti i titoli della grandezza imperiale. In una solenne processione per le contrade di Roma il suolo era coperto di polvere d'oro, e la pietra nera, adornata di preziose gemme, era posta sopra un carro tirato da sei bianchissimi cavalli, riccamente guarniti. Il devoto Imperatore tenea le redini, e sostenuto dai suoi Ministri, si movea lentamente all'indietro, per avere la sorte di goder sempre la vista di quella divinità. Furono celebrati, con ogni accompagnamento di lusso o di solennità, i sacrifizj del Dio Elagabalo in un tempio magnifico, innalzato sul monte Palatino. I vini più squisiti, le vittime più rare, ed i più preziosi aromati si consumavano con profusione sull'ara. Intorno ad essa un coro di sirie donzelle intrecciava danze lascive al suono di barbari strumenti, mentre i più gravi personaggi dello Stato e dell'esercito, vestiti di lunghe toghe fenicie, vi esercitavano le più vili funzioni con uno zelo affettato, ed una indignazione secreta[456]. Il fanatico Imperatore volle deporre in quel tempio, come nel centro comune della religione, gli Ancili, il Palladio[457], e tutti i sacri pegni del culto di Numa. Una moltitudine di divinità inferiori, diversamente situate, corteggiava la maestà del Dio di Emesa; ma la sua Corte era ancora imperfetta, finchè una compagna di un ordine superiore non fosse ammessa entro il suo letto. Pallade era stata da principio eletta per sua consorte; ma temendosi che il guerriero aspetto di lei non atterrisse la molle delicatezza di un Nume della Siria, fu la Luna, che gli Affricani adoravano sotto il nome di Astarte, creduta più conveniente per essere consorte del Sole. La immagine di questa, con le ricche offerte del suo tempio, come per dote, fu trasportata con solenne pompa da Cartagine a Roma, e il giorno di queste mistiche nozze fu generalmente celebrato nella Capitale e per tutto l'Impero[458]. Un voluttuoso, che non abbia rinunziato alla ragione, segue con invariabil rispetto i moderati dettami della natura, ed accresce i diletti del senso col sociale commercio, coi dolci legami, e con i delicati colori del gusto e dell'immaginazione. Ma Elagabalo, (parlo dell'Imperatore di questo nome) corrotto dalle passioni della gioventù, dai costumi della sua patria, e dalla propria prosperità, si abbandonò ai piaceri più grossolani con isfrenato furore, e trovò presto la sazietà e la nausea nei mezzo dei suoi godimenti. Si chiamarono in soccorso tutti gl'irritanti rimedj dell'arte: una moltitudine confusa di donne, di vini e di cibi, e la ricercata varietà d'atteggiamenti lascivi e di salse servivano a ravvivare i suoi languenti appetiti. Nuovi termini, e nuove invenzioni in queste scienze, le sole che il Sovrano coltivasse e proteggesse[459], segnalarono il suo regno, e ne trasmisero l'obbrobrio alla posterità. Una capricciosa prodigalità suppliva alla mancanza del buon gusto e dell'eleganza, e mentre Elagabalo dissipava i tesori dello Stato nelle maggiori stravaganze, egli stesso e i suoi adulatori facevano applauso ad un genio e ad una magnificenza incognita alla bassezza de' suoi predecessori. Sue delizie erano il confondere gli ordini delle stagioni, e dei climi[460], il farsi beffe delle passioni e dei pregiudizj dei sudditi, e sovvertire tutte le leggi della natura e della decenza. Un numeroso seguito di concubine, ed una rapida successione di mogli (tra le quali vi fu una Vestale rapita a forza dal sacro asilo[461],) non servivano a soddisfare l'impotenza delle sue passioni. Il padrone del Mondo romano, affettando d'imitare le femmine nel vestito o nelle maniere, preferì la conocchia allo scettro, disonorò le prime cariche dell'Impero, distribuendole a' suoi numerosi amanti; uno de' quali ricevè pubblicamente il titolo e l'autorità di marito[462] dell'Imperatore, o dell'Imperatrice, come ei da se stesso più propriamente si nominava. Forse l'immaginazione, il pregiudizio e la calunnia hanno ingranditi i vizj e le pazzie di Elagabalo[463]. Ma ristringendoci ancora alle pubbliche scene rappresentate avanti il romano popolo, ed attestate da gravi e contemporanei scrittori, la loro indicibile infamia vince quella d'ogni altro secolo o paese. Le dissolutezze di un Sultano restano nascoste agli occhi dei curiosi dalle inaccessibili mura del suo ' , , , 1 [ ] . , , 2 , 3 . 4 5 , ' , , 6 , , 7 8 ; 9 , ' 10 . , , 11 , ' 12 ( ) ' ' . 13 ' , , 14 . , 15 ; 16 , 17 ' . 18 19 , . 20 , 21 ' , ; , 22 , , 23 , 24 ' . ' 25 , 26 . 27 , 28 , , 29 . ' 30 [ ] , 31 , , 32 , 33 ' . , 34 , , 35 ' , 36 . 37 , 38 ' , , 39 . , ' 40 , ' 41 , , 42 ' , , 43 , , 44 ' [ ] . 45 , , 46 , , 47 , 48 ' . 49 50 51 , . , 52 , ' , 53 54 ' . 55 56 57 : 58 59 [ ] , ( 60 , ) . 61 , , 62 , . . 63 - - . . 64 65 [ ] . . . . 66 67 [ ] . . . . . . . 68 . . 69 70 [ ] 71 , 72 ' . . . 73 74 [ ] . 75 , . . - - . . 76 77 [ ] , ' , , 78 . - - . . 79 , . . . 80 81 - - . . . . . . . 82 . . 83 , - 84 - . . . 85 86 [ ] - - . , 87 ' ' ' 88 . 89 90 [ ] , ' , 91 . . . 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