giusto e benefico con tutto il genere umano. Si dolse che Avidio Cassio, il quale eccitò una ribellione in Siria, gli avesse, con una morte volontaria, tolto il piacere di farsi d'un nemico un amico, e giustificò la sincerità di questo sentimento col moderare lo zelo del Senato contro gli aderenti del traditore[264]. Detestava la guerra come il flagello dell'umanità; ma quando la necessità di una giusta difesa lo sforzò a prender l'armi, si espose coraggiosamente sulle gelate rive del Danubio a otto campagne d'inverno, il cui rigore tornò finalmente fatale alla sua debole complessione. La sua memoria fu venerata dalla grata posterità, e più d'un secolo dopo la sua morte molti conservavano l'immagine di Marco Antonino, tra quelle dei loro Numi domestici[265]. Se si avesse da stabilire nella storia del Mondo il periodo, nel quale la condizione degli uomini sia stata più prospera e felice, si dovrebbe subito nominare quello che corse dalla morte di Domiziano all'avvenimento di Commodo. La vasta estensione del romano Impero venne regolata da un assoluto potere sotto la scorta della virtù e della prudenza. Gli eserciti furono contenuti dalla mano forte ma moderata di quattro successivi Imperatori, il carattere e l'autorità dei quali esigevano involontario rispetto. Il sistema dell'amministrazione civile fu gelosamente conservato da Nerva, da Traiano, da Adriano e dagli Antonini, i quali si dilettavano della immagine della libertà, e si riguardavano con compiacenza come i ministri e i custodi delle leggi. Principi tali sarebbero stati degni di ristabilir la Repubblica, se i Romani dei loro tempi fossero stati capaci di godere di una ragionevole libertà. Le fatiche di questi Principi furon premiate dalla grandissima ricompensa che inseparabilmente accompagnava i loro successi, dall'onesto orgoglio della virtù, e dal puro e sommo diletto di vedere la felicità universale, della quale essi eran gli autori. Una riflessione, giusta ma trista, amareggiava però il più nobile dei piaceri umani; e doveano spesso ricordarsi quanto fosse instabile una felicità, la quale dipendeva dalla indole di un uomo solo. Forse si avvicinava il fatal momento, nel quale qualche giovane dissoluto o qualche tiranno geloso, distruggerebbe il lor popolo con quell'assoluto potere ch'essi aveano impiegato a farlo felice. Il freno ideale del Senato o delle leggi poteva servire a far risaltar le virtù, ma non a correggere i vizj dell'Imperatore. La forza militare era uno strumento cieco ed irresistibile di oppressione; e la corruzione dei costumi romani sempre avrebbe fornito adulatori facili ad applaudire, o ministri pronti a servire al timore o all'avarizia, ai sensuali piaceri od alla crudeltà dei loro padroni. L'esperienza dei Romani aveva già giustificato questi funesti timori. Gli annali degl'Imperatori presentavano una forte e varia pittura della natura umana, che noi invano ricercheremmo tra i misti e dubbj caratteri della storia moderna. Nella condotta di que' Monarchi si possono scoprire tutti i gradi del vizio e della virtù; la perfezione più sublime e la più bassa degenerazione della nostra specie. L'aureo secolo di Traiano e degli Antonini era stato preceduto da un secolo di ferro. È quasi superfluo il numerare gl'indegni successori di Augusto. I loro incomparabili vizj, ed il teatro illustre, sul quale hanno rappresentato, gli hanno salvati dall'obblivione. Il cupo inflessibil Tiberio, il furioso Caligola, lo stupido Claudio, il malvagio e crudele Nerone, il brutale Vitellio[266], ed il timido e barbaro Domiziano sono condannati ad una perpetua infamia. Per quarant'anni (se si eccettui solamente il breve e dubbioso respiro[267] del regno di Vespasiano) Roma gemè sotto una continua tirannide, la quale esterminò le antiche famiglie della Repubblica, e riuscì fatale a quasi ogni virtù, e ad ogni talento che comparve in quello sfortunato periodo. Sotto il regno di questi mostri la schiavitù dei Romani fu accompagnata da due circostanze particolari; la prima derivata dalla loro antica libertà, l'altra dalle loro estese conquiste, onde si rendè la lor condizione più compiutamente misera che quella delle vittime della tirannia in qualunque altro secolo o paese. Queste cagioni produssero la squisita sensibilità degli oppressi, e l'impossibilità di fuggir dalle mani dell'oppressore. I. Quando la Persia era governata dai discendenti di Sefi, Principi che con brutal crudeltà lordavano spesso il lor Divano, la mensa, ed il letto col sangue dei lor favoriti, si racconta il detto di un giovane gentiluomo, ch'egli non mai si partiva della presenza del Sultano, senza toccarsi la testa, quasi dubitando se gli stesse ancora sul collo. L'esperienza di ogni giorno poteva giustificare lo scetticismo di Rustano[268]. Ciò non ostante la spada fatale, sospesa sopra il suo capo con un sol filo, non pare che turbasse il sonno, o alterasse la tranquillità del Persiano. Sapeva che uno sguardo del Monarca poteva ridurlo in polvere, ma un colpo di fulmine o di apoplessia poteva tornargli egualmente mortale; ed era dovere di un uomo saggio lo scordarsi delle calamità inevitabili della vita in mezzo ai piaceri dell'ore fugaci. Si gloriava di esser chiamato schiavo dei Re; egli comprato forse da oscuri parenti in un paese non mai da lui conosciuto, allevato dalla sua fanciullezza nella severa disciplina del serraglio[269]. Il suo nome, la sua ricchezza, i suoi onori eran dono di un padrone che poteva senza ingiustizia riprendersi ciò che gli avea donato. Il discernimento di Rustano, se pur ne avea, non serviva che a confermare i suoi costumi co' pregiudizj. Nel suo linguaggio non v'eran parole per esprimere altro governo che la monarchia assoluta. La storia orientale gl'insegnava che tale era sempre stata la condizione degli uomini[270]. Il Corano e gl'interpreti di quel libro divino gli ripetevano, che il Sultano era il discendente del Profeta, e il vicerè del Cielo, che la pazienza era la prima virtù di un Mussulmano, ed una illimitata obbedienza il gran dovere di un suddito. Lo spirito dei Romani era preparato molto diversamente per la schiavitù. Oppressi sotto il peso della lor propria corruzione e della militare violenza, per lungo tempo essi conservarono i sentimenti, o almeno le idee dei liberi loro antenati. L'educazione di Elvidio e di Trasca, di Tacito e di Plinio fu la stessa che quella di Catone e di Cicerone. Dalla filosofia greca essi avevano attinte le nozioni più giuste e più generose intorno alla dignità dell'umana natura, ed all'origine della civil società. La storia della lor patria aveva loro insegnato a venerare una Repubblica libera, virtuosa e trionfante, ad abborrire i fortunati delitti di Cesare e di Augusto, e a disprezzare internamente quei tiranni che adoravano con la più abbietta adulazione. Come magistrati e Senatori, erano ammessi in quel gran Consiglio, che aveva una volta dettate leggi alla Terra, il cui nome dava ancora la sanzione agli atti del Monarca, e la cui autorità era così spesso prostituita ai più vili disegni della tirannide. Tiberio e quegl'Imperatori, che adottarono le sue massime, procurarono di velare i loro assassinj con le formalità della giustizia, e forse gustavano un piacer secreto nel rendere il Senato complice e vittima insieme della lor crudeltà. Da questo corpo, gli ultimi degni d'esser chiamati Romani furon condannati per delitti immaginari o per reali virtù. I loro infami accusatori affettavano il linguaggio di patriotti indipendenti, che accusavano un cittadino pericoloso dinanzi al tribunale della sua patria; e questo pubblico servizio era premiato con ricchezze ed onori[271]. I giudici servili dichiaravano di sostenere la maestà della Repubblica, violata nella persona del suo primo magistrato[272], alla clemenza del quale più applaudivano nel tempo, in cui più temevano la inesorabile sovrastante di lui crudeltà[273]. Il tiranno riguardava la loro viltà con giusto disprezzo, ed ai loro sentimenti secreti di detestazione corrispondeva con un odio sincero e scoperto per tutto il Corpo senatorio. II. La divisione dell'Europa in un numero di Stati indipendenti, connessi però gli uni con gli altri per la general somiglianza di religione, di lingua e di costumi, produce le conseguenze più utili per la libertà del genere umano. Un moderno tiranno, a cui non facesser resistenza i rimorsi ed il popolo, troverebbe ben presto un efficace ritegno nell'esempio de' suoi eguali, nel timore della presente censura, negli avvertimenti de' suoi alleati, e nelle minacce de' suoi nemici. L'oggetto del suo sdegno, fuggendo dagli angusti limiti de' suoi Stati, otterrebbe facilmente in un clima più felice un sicuro rifugio, una nuova fortuna adeguata al suo merito, la libertà di lagnarsi, e forse i mezzi di vendicarsi. Ma l'Impero dei Romani si stendeva per tutto il Mondo, e quando cadde nelle mani di un solo, divenne una prigione sicura e terribile pei suoi nemici. Lo schiavo del dispotismo imperiale, o fosse condannato a strascinar le sue dorate catene in Roma o nel Senato, o a passar la vita in esilio sulle rupi scoscese di Serifo, o sulle gelide rive del Danubio, aspettava il suo fato con tacita disperazione[274]. Funesta era la resistenza, e la fuga impossibile. Per ogni parte era cinto da una vasta estensione di mare e di terra, ch'esso non mai poteva sperar di valicare senza essere scoperto, preso, e restituito al suo Sovrano irritato. Al di là dei confini, la sua vista ansiosa non iscopriva che l'Oceano, deserti inospiti, tribù nemiche di Barbari, di costumi feroci e di linguaggio sconosciuto, o Re dipendenti, che con piacere avrebber comprata la protezion dell'Imperatore con il sacrificio di un reo fuggitivo[275]. -Dovunque siate-, dice Cicerone all'esiliato Marcello, -ricordatevi che voi siete egualmente dentro le forze del conquistatore-[276]. NOTE: [217] Orosio VI 18. [218] Giulio Cesare introdusse i soldati, gli stranieri, ed i semibarbari nel Senato (Sveton. in Cesar. c. 77 80.) L'abuso divenne ancor più scandaloso dopo la sua morte. [219] Dione Cassio l. LII p. 693, Svetonio in August. c. 55. [220] Dione Cassio l. LIII p. 698 ci dà una prolissa e gonfia parlata fatta in questa grande occasione. Io ho preso da Svetonio e da Tacito la espressioni naturali ad Augusto. [221] -Imperator- (di cui noi abbiam fatto Imperatore) al tempo della Repubblica non significava altro che -Generale-, ed era un titolo sul campo di battaglia solennemente dai soldati accordato al vittorioso lor Capo. Quando i romani -Imperatori- lo assumevano in quel senso, lo ponevano dopo il lor nome, e notavano quante volte lo avevano preso. [222] Dione l. LIII p. 103 ec. [223] Livio, Epitom. l. XIV. Valer. Mass. VI 3. [224] Ved. nel lib. VIII di Livio la condotta di Manlio Torquato e di Papirio Cursore. Violavano essi le leggi della natura e dell'umanità, ma sostenevano quelle della militar disciplina, ed il popolo, che abborriva l'azione, era forzato a rispettare il principio. [225] Pompeo ottenne dagli sconsiderati, ma liberi suffragi del popolo un comando militare poco inferiore a quello di Augusto. Tra gli atti straordinarj di autorità esercitati dal primo, si può notare la fondazione di ventinove città, e la distribuzione di sei o sette milioni di zecchini alle sue truppe. La ratifica di tali atti trovò qualche opposizione e dilazione nel Senato. Ved. Plut. Appian. Dione Cassio, ed il primo libro delle lettere ad Attico. [226] Sotto la Repubblica il trionfo potea pretendersi da quel Generale soltanto, ch'era autorizzato a prender gli auspicj in nome del popolo. Per una esatta conseguenza derivante da questo principio di politica e di religione, il trionfo era riservato all'Imperatore, ed i suoi più fortunati Generali si contentavano di alcuni segni di distinzione inventati in lor favore sotto nome di onori trionfali. [227] Cicerone, -De Legib. III- 3, alla Dignità Consolare dà il nome di -Regia Potestas-, e Polibio l. IV c. 3 osserva tre poteri nella Costituzione romana. Il potere monarchico era rappresentato, ed esercitato dai Consoli. [228] Siccome la Potestà Tribunizia (diversa dall'uffizio annuale del Tribuno) fu inventata a riguardo del Dittatore Cesare (Dione l. XLIV p. 364) essa gli fu data probabilmente come una ricompensa per avere così generosamente sostenuti colle armi i sacri diritti dei Tribuni e del popolo. Vedi i suoi Comment. -De bell. civil.- l. I. [229] Augusto esercitò il Consolato per nove anni senza interruzione. Dipoi ricusò artificiosamente quella dignità, non meno che la Dittatura: si allontanò da Roma, e si trattenne fuori finchè gli effetti funesti del tumulto, e della fazione forzarono il Senato a rivestirlo del Consolato perpetuo. Augusto per altro ed i suoi successori affettarono di nascondere un titolo così invidioso. [230] Vedi un frammento di un decreto del Senato, che conferiva all'Imperator Vespasiano tutte le potestà concedute ai suoi predecessori, Augusto, Tiberio, e Claudio. Questo monumento curioso ed importante si trova nelle iscrizioni di Grutero, num. CCXLII. [231] Venivano creati due Consoli alle calende di gennaio; ma nel corso dell'anno se ne sostituivano degli altri, finchè l'annuo numero ascendesse almeno a dodici. I Pretori erano ordinariamente sedici o diciotto: -Lipsio in Excurs. D. ad Tacito Annal.- l. I. Io non ho parlato degli Edili, nè dei Questori. Quei semplici magistrati che sono incaricati del buon regolamento di una città o delle pubbliche entrate, si adattano facilmente a qualunque forma di governo. Al tempo di Nerone i Tribuni possedevano legalmente il diritto -d'intercessione-, benchè sarebbe stato pericoloso il farne uso; -Tacito ann. XVI- 26. Al tempo di Traiano era cosa dubbiosa se fosse il Tribunato un uffizio, od un nome. Plin. let. l. I 23. [232] I tiranni stessi furono ambiziosi del Consolato. I Principi virtuosi lo dimandarono con moderazione, e l'esercitarono con esattezza. Traiano rinnovò l'antico giuramento, dinanzi il tribunale del Console, di osservare le leggi; Plin. Panegir. c. 64. [233] «Quoties magistratuum comitiis interesset, Tribus cum candidatis suis circuibat, supplicabatque more solemni. Ferebat et ipse suffragium in Tribubus, ut unus e populo.» Svet. Vita d'Aug. c. 56. [234] «Tum primum comitia e campo ad Patres translata sunt», Tacito ann. I 15. La parola -primum- par che alluda ad alcuni deboli e vari sforzi fatti per rendere al popolo quel diritto. [235] Dione, l. LIII p. 703, 704, ha dato un debole, e parziale prospetto del sistema Imperiale. Per illustrarlo ho meditato Tacito, esaminato Svetonio, e consultato i seguenti moderni: L'Ab. de la Bleterie Mem. dell'Accad. Tom. XIX, XXI, XXIV, XXV, XXVII; Beaufort, Repub. Rom. I p. 255. 275; due Dissert. di Noodt, e di Gronov. -De lege Regia- stampate a Leida nel 1731; Gravina -De Imp. Rom.- p. 479 544 de' suoi Opuscoli; Maffei Verona illustr. p. 1 p. 245 cc. [236] Un Principe debole sarà sempre governato dai suoi domestici. La potenza degli schiavi aggravò la vergogna dei Romani, ed i Senatori fecer la corte a un Pallante, e ad un Narciso. Può accadere che un favorito moderno sia un gentiluomo. [237] Vedi un Tratt. di Van-Dale -De consacrat. Principum-. Sarebbe più facile per me il copiare, di quel che sia il verificare le citazioni di questo dotto Olandese. [238] Ved. una Dissert. dell'Ab. di Mongault nel I vol. della Accad. dell'Iscrizioni. [239] «-Jurandasque tuum per nomen ponimus aras-» dice Orazio all'Imperatore istesso, e Orazio conosceva bene la Corte di Augusto. [240] Vedi Cicerone Philipp. I 16; Giuliano in -Caesaribus-. -Inque Deum templis jurabit Roma per umbras- esclama Lucano sdegnato. Ma questa indignazione è originata più dal patriottismo, che dalla devozione. [241] Dione lib. LIII. p. 710 colle note curiose di Reimar. [242] Mentre Ottaviano si avanzava verso il banchetto dei Cesari, il suo colore cambiava come quello del Camaleonte, pallido prima, di poi rosso, indi nero; prese finalmente il delicato colore di Venere, e delle Grazie: -Caesares-, p. 309. Questa immagine, impiegata da Giuliano nella sua ingegnosa finzione, è giusta e graziosa. Ma quando ei considera questo cambiamento di carattere come reale, e che lo attribuisce al potere della filosofia, egli fa troppo onore alla filosofia, e ad Ottaviano. [243] Dugent'anni dopo lo stabilimento della Monarchia, l'Imperatore Marco Aurelio vanta il carattere di Bruto come un perfetto modello della virtù romana. [244] È gran perdita per noi quella parte di Tacito, che trattava di questo avvenimento. Siamo forzati di contentarci dei rumori popolari riferiti da Giuseppe, e delle imperfette narrazioni di Dione e di Svetonio. [245] Augusto restituì l'antica severità alla disciplina. Dopo le guerre civili non chiamò più i soldati -Militones-, ma solamente -Milites-; Sveton. in Aug. c. 25. Vedi la maniera colla quale Tiberio calmò la sedizione delle legioni della Pannonia. Tacito Annal. I. [246] Queste parole par che fossero la formola determinata Ved. Tacito Annal. XIII 4. [247] Il primo fu Camillo Scriboniano che prese l'armi nella Dalmazia contro Claudio, e fu abbandonato dalle sue proprie truppe in cinque giorni. Il secondo Lucio Antonio nella Germania che si ribellò contro Domiziano; e il terzo Ovidio Cassio nel Regno di Marco Antonino. I due ultimi non regnarono che pochi mesi, e furono trucidati dai loro proprj aderenti. È da osservarsi che Camillo e Cassio colorirono la loro ambizione col divisamento di ristabilire la Repubblica; impresa, diceva Cassio, specialmente riservata al suo nome, ed alla sua famiglia. [248] Velleio Patercolo l. II cap. 121. Svetonio in Tiberio cap. 20. [249] Svetonio in Tit. cap 6. Plin. nella prefazione alla Stor. Nat. [250] Questa idea è spesso e fortemente inculcata da Tacito Ved. Stor. I 5 16 II 76. [251] L'Imp. Vespasiano col suo solito buon senso si ride dei genealogisti, che deducevano la sua famiglia da Flavio fondatore di Riete sua patria, ed uno dei compagni d'Ercole. Svet. Vita di Vesp. cap. 12. [252] Dione lib. LXVIII p. 1121. Plinio, Paneg. [253] -Felicior Augusto, melior Traiano-: Eutrop. VIII, 5. [254] Dione lib. LXIX, p, 1249 considera il tutto come una finzione sopra l'autorità di suo padre, ch'essendo governatore della provincia, nella quale morì Traiano, potea facilmente sviluppare questo mistero. Dodwell -Praelect. Cambden- XVII. ha sostenuto che Adriano, essendo Traiano vivente, fu designato suo successore. [255] Dione, l. LXX p. 1171 Aurel. Victor. [256] La deificazione, le medaglie, le statue, i templi, le città, gli oracoli, e la costellazione di Antinoo sono ben cogniti, e disonorano agli occhi della posterità la memoria dell'Imperatore Adriano. È da osservarsi per altro, che tra i quindici primi Cesari Claudio fu il solo, i cui amori non abbiano fatto arrossir la natura. Intorno agli onori renduti ad Antinoo, vedi Spanheim nei Commentarj ai Cesari di Giuliano p. 80. [257] Stor. Aug. p. 13. Aurelio Vittore -in Epitom.- [258] Senza il soccorso delle medaglie e delle iscrizioni noi ignoreremmo quest'azione di Antonino Pio, che fa tant'onore alla sua memoria. [259] In tutti i 23 anni del regno di Antonino, Marco Aurelio non fu che due notti assente dal Palazzo, ed ancora in due volte diverse. Storia Angusta p. 25. [260] Questo Principe amava gli spettacoli, e non era insensibile ai vezzi del bel sesso: Marco Aurelio I 16. Storia Augusta p. 20 e 21. Giuliano nei Cesari. [261] Marco Aurelio è stato accusato d'ipocrisia, e i suoi nemici gli hanno rimproverato di non aver avuto quella semplicità, che contrassegnava Antonino Pio, e Vero pur anco: Storia Augusta 6. 34. Questo ingiusto sospetto ci fa vedere quanto le qualità personali sieno più applaudite delle virtù sociali. Marco Aurelio egli istesso è tacciato d'ipocrisia, ma lo scettico più grande che dar si possa, non dirà mai che Cesare fosse un poltrone, o Cicerone un imbecille. Lo spirito ed il valore seducono assai più dell'umanità e dell'amore per la giustizia. [262] Tacito ha in poche parole esposti i principj della scuola del Portico. «Doctores sapientiae secutus est, qui sola bona quae honesta, mala tantum quae turpia, potentiam nobilitatem, caeteraque extra animum, neque bonis, neque malis adnumerant.» Tacito Stor. IV 5. [263] Avanti la seconda sua spedizione contro i Germani, fece alcune pubbliche lezioni di filosofia al popolo romano. Egli avea già fatto lo stesso nelle città della Grecia e dell'Asia. Stor. Aug. in Cassio c. 3. [264] Dion. l. LXXI p. 1190 Stor. Aug. in Avidio Cassio. [265] Stor. August. in Marco Antonin. c. 18. [266] Vitellio spese per la sua tavola circa dodici milioni di zecchini quasi in sei mesi. È difficile l'esprimere i vizj di questo Principe con dignità od anche con decenza. Tacito lo chiama un porco, ma sostituendo a quella parola grossolana una bellissima immagine «At. Vitellius, umbraculis hortorum abditus, ut -ignava animalia-, quibus si cibum suggeras, jacent torpentque, praeterita, instantia, futura pari oblivione dimiserat. Atque illum nemore Aricino desidem, et marcentem etc.» Tacit. Stor. III 36. Sveton. in Vitell. c. 13. Dione Cassio l. LXV p. 1062. [267] La morte di Elvidio Prisco e della virtuosa Eponina disonorò il regno di Vespasiano. [268] Viaggio di Chardin nella Persia vol. III p. 293. [269] L'uso d'innalzare gli schiavi alle cariche importanti dello Stato è più comune tra i Turchi che tra i Persiani. Nelle miserabili contrade della Georgia o della Circassia nascono i padroni della maggior parte dell'Oriente. [270] Chardin dice che i viaggiatori europei hanno diffusa tra i Persiani una certa idea della libertà e moderazione de' nostri Governi; essi hanno fatto loro un pessimo uffizio. [271] Citavano essi l'esempio di Scipione e di Catone. (Tacito Annali III 66.) Marcello Eprio e Crispo Vibio aveano acquistato quasi cinque milioni di zecchini sotto Nerone. La loro ricchezza, benchè aggravante i loro delitti, li protesse sotto Vespasiano; ved. Tac. Stor. IV 43. Dialog. de Orat. cap. 8. Per una accusa, Regolo, oggetto degno della satira di Plinio, ricevè dal Senato gli ornamenti consolari, e un donativo di centoventimila zecchini. [272] Il delitto di lesa -Maestà- era da prima una offesa di alto tradimento contro il Popolo romano. Augusto e Tiberio, come Tribuni del popolo, lo applicarono alla lor propria persona, dandogli una estensione infinita. [273] Poi che la virtuosa e sventurata vedova di Germanico fu messa a morte, Tiberio ricevè i ringraziamenti del Senato per la sua clemenza. Non era stata pubblicamente strangolata, nè il cadavere fu strascinato alle Gemonie dove si esponevano quelli dei malfattori ordinarj. Ved. Tac. Ann. 25 Sveton. in Tiberio c. 53. [274] Serifo, isola del mare Egeo, era un piccolo scoglio, i cui abitanti erano disprezzati per la loro ignoranza, ed oscurità. I versi di Ovidio ci hanno fatto ben conoscere il luogo del suo esilio con i suoi giusti, ma vili lamenti. Pare che egli ricevesse solamente l'ordine di lasciar Roma in tanti giorni, e trasportarsi a Tomi. Ubbidì senza essere accompagnato nè da guardie nè da carcerieri. [275] Sotto Tiberio, un cavaliere romano tentò di fuggire tra i Parti, ma fu arrestato nello stretto della Sicilia. Quest'esempio però parve tanto poco pericoloso, che il più geloso dei tiranni sdegnò di punirlo. Tacit. Ann. VI 14. [276] Cic. ad familiares IV 7. CAPITOLO IV. -Crudeltà, pazzie ed uccisioni di Commodo. Elezione di Pertinace. Suoi tentativi per riformare lo Stato. È trucidato dai Pretoriani.- Una dolcezza naturale, che la rigida disciplina degli stoici non avea potuto distruggere, era la qualità più amabile, ad un tempo, e l'unico difetto pel carattere di Marco Aurelio. Il suo eccellente discernimento fu spesso ingannato dalla non diffidente bontà del suo cuore. Era egli circondato da uomini artificiosi, i quali, abili a studiar le passioni dei Principi e a nasconder le proprie, se gli accostavano coperti da un finto velo di filosofica santità, e si procacciavano ricchezze ed onori, coll'affettare di disprezzarli[277]. La sua eccessiva indulgenza verso il fratello, la consorte ed il figlio, passò i limiti di una virtù privata, e divenne una pubblica offesa per l'esempio e le conseguenze funeste che i loro vizj produssero. Faustina, figlia di Antonino Pio e moglie di Marco Aurelio, non è meno famosa per le sue disonestà che per la sua bellezza. La grave semplicità di quel Principe filosofo non era capace di fermare la licenziosa incostanza di lei, o di fissare quella sfrenata passione di varietà, che le faceva spesso trovare un merito personale nel più vile degli uomini[278]. Il Cupido degli antichi era, generalmente, una divinità molto sensuale; e gli amori di una Imperatrice, costringendola a fare essa prima le più aperte dichiarazioni, rade volte sono suscettivi di una gran delicatezza di affetti. Marco Aurelio pareva o insensibile ai disordini di Faustina, o il solo in tutto l'Impero che gl'ignorasse. Questi, atteso il falso pregiudizio di tutti i secoli, gettarono qualche disonore sopra l'offeso consorte. Egli promosse molti degli amanti di lei a cariche onorevoli e lucrose[279], e per trent'anni continui le diede prove invariabili della più tenera confidenza e di un rispetto che non terminò se non con la di lei vita. Nelle sue Meditazioni Marco Aurelio ringrazia gli Dei, per avergli concessa una moglie così fedele, così amabile, e di una semplicità di costumi tanto maravigliosa[280]. Il Senato ossequioso la dichiarò Dea, alle sue premurose richieste. Era ella rappresentata, ne' tempj a lei dedicati, con gli attributi di Giunone, di Venere e di Cerere, e fu decretato, che la gioventù dell'uno e dell'altro sesso andasse nel giorno nuziale a porger voti dinanzi all'altare della casta lor Protettrice[281]. I vizj mostruosi del figlio hanno adombrato lo splendore delle virtù del padre. Si è rimproverato a Marco Aurelio di avere scelto un successore piuttosto nella sua famiglia che nella Repubblica, e sacrificata la felicità di milioni d'uomini alla sua eccessiva tenerezza per un indegno ragazzo. L'attento padre, per altro, e i dotti e virtuosi uomini, dei quali cercò l'assistenza, niente trascurarono per estendere il limitato intelletto del giovane Commodo, per correggerne i vizj nascenti, e per renderlo degno del trono a lui destinato. Ma la forza dell'educazione raramente è molto efficace, eccetto in quelli nati con felici disposizioni, ed ai quali è quasi superflua. I frivoli discorsi di un indegno Favorito facevano in un momento scordare a Commodo le noiose lezioni dei gravi filosofi; e Marco Aurelio perdè il frutto di tante cure, ammettendo il suo figlio in età di quattordici o quindici anni ad una piena partecipazione della dignità imperiale. Egli morì quattr'anni dopo, ma visse assai per pentirsi di un passo imprudente, che liberò un giovane così impetuoso dal giogo della ragione e dell'autorità. Molti fra i delitti, i quali disturbano la pace interna della società, derivano dal freno che le necessarie ma ineguali leggi di proprietà hanno posto ai desiderj degli uomini, ristringendo in pochi il possesso di quelle cose che molti desiderano. Di tutte le nostre passioni quella di dominare è la più imperiosa e meno sociabile, giacchè l'orgoglio di un solo esige la sommissione di tutti. Nel tumulto delle discordie civili le leggi della società perdono il vigore, e raramente quelle dell'umanità occupano il loro posto. L'animosità di partito, l'orgoglio di una vittoria, la disperazion del successo, la memoria delle ricevute offese, il timore di nuovi pericoli, tutto insomma contribuisce ad infiammar la mente, e ad affogar le voci della pietà. Per questi soli motivi quasi ogni pagina della storia è stata imbrattata di sangue civile; ma simili motivi non giustificano le crudeltà non provocate di Commodo, il quale godendo di tutto, niente aveva a desiderare. L'amato figlio di Marco successe al suo padre in mezzo le acclamazioni del Senato e degli eserciti[282]. E quando ascese al trono questo giovane fortunato, non trovò nè rivali da combattere, nè nemici da punire. In quella tranquilla ed eccelsa fortuna dovea egli naturalmente preferire l'amore degli uomini alla loro detestazione, e le dolci glorie dei suoi cinque predecessori all'ignominiosa sorte di Nerone e di Domiziano. E veramente Commodo non era, come lo rappresentano, una tigre nata con sete inestinguibile di sangue umano, e capace, sin dall'infanzia, delle più disumane azioni[283]. Nato più debole che malvagio, divenne, per una semplicità ed una timidezza naturale, schiavo dei suoi cortigiani, i quali a poco a poco ne corrupper lo spirito. La sua crudeltà, che da prima fu l'effetto delle altrui suggestioni, degenerò in abito e divenne finalmente la passione che l'animo gli dominava[284]. Commodo, alla morte del padre, si trovò imbarazzato nel comando di una grande armata, e nella condotta di una guerra difficile contro i Quadi ed i Marcomanni[285]. Quei giovani vili e malvagi, che Marco Aurelio avea discacciati, ripresero ben presto il loro posto, e la loro influenza appresso il giovane Imperatore. Esagerarono le fatiche e i pericoli di una campagna nelle selvagge contrade di là dal Danubio; ed accertarono l'indolente Principe, che il terror del suo nome e le armi dei suoi Generali sarebber bastanti od a terminar la conquista di quei Barbari scoraggiati, o ad impor loro condizioni forse più vantaggiose della conquista medesima. Destramente lusingandone la sensualità, essi paragonavano continuamente la tranquillità, la magnificenza ed i raffinati piaceri di Roma co' tumulti di un campo della Pannonia, in cui il lusso non trovava[286] agj, nè materiali per essi. Porse Commodo orecchio a sì grati consigli. Mentre stava sospeso tra la propria inclinazione, e il rispetto che ancor serbava per li consiglieri del padre, passò insensibilmente l'estate, e differì all'autunno il suo ingresso trionfale in Roma. Le sue grazie naturali, le sue popolari maniere[287], e le supposte virtù gli conciliarono il pubblico amore. La pace onorevole, che aveva accordata a quei Barbari, inspirava una gioia universale[288]; si attribuiva al suo amor per la patria l'impazienza di riveder Roma; e si perdonava facilmente ad un Principe di diciannov'anni lo sfrenato corso dei suoi divertimenti. Pei tre primi anni del suo regno il sistema, ed anche lo spirito del passato governo fu conservato da quei fidi consiglieri, ai quali Marco Aurelio aveva raccomandato il suo figlio, e per la prudenza ed integrità dei quali Commodo conservava ancora un forzato rispetto. Egli con i suoi malvagi compagni si dava alle dissolutezze con tutta la sfrenatezza del sovrano potere; ma le sue mani non erano ancor lorde di sangue, ed aveva anzi mostrata una generosità di sentimenti, che poteva forse cambiarsi in soda virtù[289]: un infausto accidente determinò il suo incerto carattere. Una sera, mentre l'Imperatore ritornava per un portico stretto ed oscuro dall'anfiteatro al palazzo[290], un assassino, che l'attendeva al passo, se gli avanzò con la spada sguainata, gridando ad alta voce: -Questo ti manda il senato.- La preventiva minaccia impedì il colpo: l'assassino fu preso dalle guardie, e rivelò immediatamente gli autori della congiura. Questa era una congiura domestica, e non di Stato. Lucilla, sorella di Commodo e vedova di Lucio Vero, mal soffrendo di occupare il secondo grado, e gelosa dell'Imperatrice regnante, aveva armato il Sicario contro la vita di suo fratello. Non si era avventurata a comunicare il reo disegno a Claudio Pompeiano, suo secondo marito, Senatore di un merito distinto e di una fedeltà inviolabile; ma, imitatrice dei costumi di Faustina, trovò nella folla de' suoi amanti alcuni uomini perduti ed ambiziosi, pronti a servire i suoi furori non men che il suo amore. I congiurati provarono il rigor della giustizia, e l'abbandonata principessa fu punita da prima con l'esilio e di poi con la morte[291]. Ma le parole dell'assassino restarono profondamente impresse nella mente di Commodo, il quale sempre impaurito concepì uno sdegno implacabile contro l'intero corpo del Senato. Quelli ch'esso avea temuti come importuni ministri gli sembrarono allora segreti nemici. I delatori, che sotto i regni precedenti erano avviliti e quasi dissipati affatto, divennero nuovamente formidabili, appena scoprirono che l'Imperatore desiderava di trovare nel senato e malcontenti e traditori. Questa assemblea, considerata sotto Marco Aurelio come il gran Consiglio della nazione, era composta dei più cospicui Romani; e lo splendore di ogni sorta ben presto divenne delitto. Le ricche ricompense stimolavan lo zelo dei delatori; una rigida virtù era tenuta per una tacita censura della irregolare condotta del principe; gli importanti servigi per una pericolosa superiorità di merito; e l'amicizia del padre faceva sempre incorrere lo sdegno del figlio. Il sospetto teneva luogo di prova, l'accusa di condanna. Il supplizio di un illustre Senatore portava seco la perdita di tutti coloro, che potevano o piangere o vendicare il fato di lui; e quando Commodo ebbe una volta assaggiato il sangue umano, divenne incapace di pietà o di rimorso. Tra tante innocenti vittime della tirannide, i più compianti furono i due fratelli Massimo e Condiano, della famiglia Quintilia. Il loro amore fraterno ha tolto i loro nomi all'obblio, e gli ha renduti cari alla posterità. Gli studi, le occupazioni, la carriera e fino i piaceri loro furono i medesimi. Godendo di un ricco patrimonio non mai ebber l'idea di separar gl'interessi: esistono ancora alcuni frammenti di un trattato che essi fecero insieme; e fu osservato in ogni azione della lor vita, che i loro corpi erano animati da una sol'anima. Gli Antonini, i quali stimavano le loro virtù, e si compiacevano della loro unione, gl'innalzarono nello stesso anno al consolato; e dipoi Marco Aurelio affidò alle loro unite cure il Governo civile della Grecia, ed il comando di un grande esercito, col quale riportarono una segnalata vittoria contro i Germani. Il barbaro Commodo con una crudele generosità gli unì nella morte[292]. Dopo di avere sparso il sangue più nobile del Senato, il tiranno rivolse finalmente il suo furore contro il principal ministro delle sue crudeltà. Mentre Commodo nuotava nel sangue e nelle dissolutezze, confidava l'amministrazione dell'Impero a Perenne, ministro vile ed ambizioso, che aveva ottenuto quel posto coll'uccisione del suo predecessore, ma che possedeva grande abilità e fermezza. Per via di estorsioni, e sequestrando i beni dei nobili sacrificati alla sua avarizia, aveva costui ammassate immense ricchezze. I Pretoriani gli obbedivano come all'immediato lor Capo; ed il suo figlio, che già mostrava un genio militare, era comandante supremo delle legioni illiriche. Perenne aspirava all'Impero, o, quel che agli occhi di Commodo valeva lo stesso, era capace di aspirarvi, se non fosse stato prevenuto, sorpreso e messo a morte. La caduta di un Ministro è un avvenimento poco importante nella storia generale dell'Impero; ma questa fu accelerata da una circostanza straordinaria, la quale mostrò quanto la disciplina fosse già rilassata. Le legioni della Britannia, malcontente dell'amministrazione di Perenne, deputarono mille cinquecento uomini scelti, con ordine di andare a Roma, e presentare all'Imperatore lo loro lagnanze. Questi deputati militari, colla risoluta loro condotta, col fomentare le divisioni tra i Pretoriani, coll'esagerare le forze dell'armata britannica, e con risvegliare i timori di Commodo, esigettero ed ottennero la morte del Ministro, come il solo riparo alle loro offese[293]. Questo coraggio di un esercito lontano, e la scoperta che fecero della debolezza del Governo, eran sicuri presagi delle più terribili convulsioni. Non molto dopo, un nuovo disordine, prodotto da piccolissimi principi, mostrò più chiara la trascuratezza nelle cose di pubblica amministrazione. Cominciò a regnar nelle truppe lo spirito di diserzione, e invece di fuggire o celarsi per porsi in sicuro, i disertori infestarono le strade maestre. Materno, semplice soldato, ma intraprendente e di un coraggio maggiore della sua condizione, raccolse queste bande di ladri in una piccola armata. Aprì le prigioni, invitò gli schiavi a rompere le loro catene, e devastò impunemente le opulente e non difese città della Gallia e della Spagna. I governatori delle province furono per lungo tempo tranquilli spettatori, o forse anche partecipi delle sue rapine. Gli ordini minaccianti dell'Imperatore li riscossero alfine da quella supina indolenza. Materno, trovandosi circondato da tutte le parti, e prevedendo di dover succumbere, prese per ultimo espediente una disperata risoluzione. Ordinò a' suoi compagni, che si disperdessero, e passate le Alpi in piccoli distaccamenti, e travestiti variamente, si trovassero tutti in Roma per le tumultuose feste di Cibele[294]. Il suo ambizioso disegno di assassinar Commodo, e impadronirsi del trono vacante, non era da ladro volgare. Aveva egli preso tanto bene le sue misure, che già le strade di Roma erano tutte piene delle sue truppe nascoste. L'invidia di uno dei complici scoprì questa singolare impresa, e la sconcertò nel momento che[295] era matura per l'esecuzione. I Principi sospettosi innalzano spesso ai primi posti gli ultimi tra gli uomini, per la vana persuasione che questi non avranno affetto per altri che pei loro benefattori, dal cui favore soltanto dipendono. Cleandro, successor di Perenne, era nato in Frigia, e di una nazione, il cui carattere ostinato, ma servile, non si piegava che a trattamenti i più duri[296]. Mandato a Roma, come schiavo, servì nel palazzo imperiale, si rendè necessario alle passioni del suo signore, e montò rapidamente al grado più eccelso, di cui un suddito potesse godere. Il suo ascendente sopra l'animo di Commodo fu ancora più grande di quello del suo predecessore: di fatto, Cleandro non avea nè abilità nè virtù, che potessero destar nel seno dell'Imperatore l'invidia o la diffidenza. L'avarizia era la sua passion dominante, ed il primo mobile della sua condotta. Si mettevan pubblicamente all'incanto le dignità di Console, di Patrizio, e di Senatore; e veniva posto nel numero dei malcontenti chi ricusava di sacrificare una gran parte delle proprie sostanze[297] per ottenere quelle cariche vane e disonorate. Nei ricchi impieghi delle province, il Ministro divideva con i governatori le spoglie dei popoli. L'amministrazione della giustizia era venale ed arbitraria: ed un ricco colpevole poteva non solo ottenere la rivocazione della sua giusta condanna, ma far soffrire ancora qual castigo volesse all'accusatore, ai testimonj ed al giudice. Nello spazio di tre anni, con questi mezzi, Cleandro accumulò tesori maggiori di quelli che mai avesse posseduti alcun altro liberto[298]. Commodo era contentissimo dei magnifici doni che l'accorto cortigiano sapeva a proposito portare a' di lui piedi. Per addolcire l'odio pubblico, Cleandro fece sotto nome dell'Imperatore costruire bagni, portici e piazze destinate agli esercizj del popolo[299]. Si lusingava che i Romani abbagliati e distolti da quest'apparente liberalità, sarebber meno sensibili alle scene sanguinose, che loro esibiva ogni giorno; sperava che si scorderebbero la morte di Birro, Senatore di un merito illustre e genero dell'ultimo Imperatore, e che gli perdonerebbero il supplizio di Ario Antonino, ultimo rappresentante del nome e della virtù degli Antonini. Il primo, più ingenuo che prudente, avea procurato di scoprire, al suo cognato, il vero carattere di Cleandro. All'altro divenne fatale una giusta condanna, che egli, essendo Proconsole in Asia, avea pronunziata contro una indegna creatura del Favorito[300]. Dopo la caduta di Perenne, Commodo, spaventato, sembrò, ma per poco, risoluto di voler ritornare alla virtù. Esso annullò gli atti i più odiosi di quel Ministro, ne aggravò la memoria con la pubblica esecrazione, ed ai consigli perniciosi di quello scellerato attribuì gli errori della inesperta sua giovinezza. Ma il suo pentimento durò trenta giorni soltanto; e la tirannide di Cleandro fece spesso desiderare l'amministrazion di Perenne. La peste e la fame misero il colmo alle calamità di Roma[301]. Il primo di questi mali poteva solamente imputarsi al giusto sdegno degli Dei; ma il secondo fu considerato come l'effetto immediato di un monipolio di grano, sostenuto dalle ricchezze e dall'autorità del Ministro. Il maltalento popolare, dopo essersi lungamente sfogato in segreto, scoppiò finalmente in una adunanza del Circo. Il popolo, lasciando i suoi favoriti divertimenti pel più grato piacere di vendicarsi corse a torme fino ad un palazzo de' sobborghi, dove stava ritirato l'Imperatore, e richiese con sediziosi clamori la testa del pubblico nemico. Cleandro, che comandava i Pretoriani[302], fece sortire un corpo di cavalleria per dissipare i sediziosi. Questi si ritirarono precipitosamente verso la città, e molti ne furono uccisi, e molti più calpestati a morte; ma quando la cavalleria s'inoltrò nelle contrade, il suo impeto fu arrestato da una grandine di pietre e di dardi scagliati dai tetti e dalle finestre delle case. Le guardie[303] a piedi, gelose da gran tempo dei privilegi e della insolenza della cavalleria pretoriana, presero il partito del popolo. Il tumulto divenne una zuffa regolare, e fece temere di una generale strage. I Pretoriani, al fine, cederono oppressi dal numero, ed i flutti di quella furia popolare ritornarono con raddoppiata violenza contro le porte del palazzo, dove Commodo, immerso nella dissolutezza, solo tra tanti ignorava la guerra civile. L'annunziargli l'infausta nuova era un esporsi alla morte. Egli sarebbe perito in questa supina sua sicurezza, se due donne, Fadilla sua maggior sorella, e Marcia la più cara delle sue concubine, non avessero osato di presentarsegli innanzi. Esse, con i capelli scarmigliati e bagnate di pianto, se gli gettarono a' piedi, e con tutta l'eloquenza, che inspira un timore presente, scoprirono all'Imperatore atterrito i delitti del Ministro, la rabbia del popolo, e l'imminente tempesta che sarebbe scoppiata in breve sopra il palazzo e la sua persona. Commodo si riscosse dal letargo del piacere, e fe' gettare al popolo la testa di Cleandro. Il desiderato spettacolo acchetò subito il tumulto, e il figlio di Marco Aurelio avrebbe ancora potuto ricuperare l'amore e la confidenza dei sudditi[304]. Ma ogni sentimento di virtù e di umanità era spento nell'animo di Commodo. Mentre che lasciava le redini dell'Impero agl'indegni suoi Favoriti, esso non valutava il sommo potere che per la illimitata licenza di appagare i suoi sensuali appetiti. Passava i giorni in un serraglio di trecento bellissime donne, e di altrettanti ragazzi di ogni grado e di ogni provincia; e quando la seduzione riusciva inutile, quell'amante brutale ricorreva alla violenza. Gli Storici antichi[305] si sono estesi in descrivere quelle dissolute scene della prostituzione, che facevan fremere egualmente la natura e la modestia; ma sarebbe difficile il tradurre le loro troppo fedeli descrizioni nella decenza del moderno linguaggio. I trattenimenti più vili riempivano gl'intervalli della libidine. L'influenza di un secolo illuminato, e le cure d'un'attenta educazione, non avean potuto inspirare a quell'anima rozza e brutale il minimo amor del sapere; ed egli fu il primo de' romani Imperatori affatto privo di gusto pei piaceri dell'intelletto. Nerone stesso era musico e poeta eccellente, o affettava di esserlo, e noi non condanneremmo il suo genio, se quegli studj, che non dovean servirgli che di dolce sollievo, non fossero divenuti l'affare più serio per lui, e l'oggetto più vivo della sua ambizione. Ma Commodo, sin da' suoi prim'anni, mostrò avversione a tutte le scienze ed arti liberali, ed eccessivo amore ai divertimenti della plebaglia, ai giuochi del circo e dell'anfiteatro, ai combattimenti dei gladiatori, ed alla caccia delle fiere. I maestri di ogni scienza, che Marco Aurelio procacciò al suo figlio, erano ascoltati con disattenzione e con noja; mentre che i Mori ed i Parti, che lo addestravano a lanciare il dardo, ed a tirar l'arco, trovavano in lui un attento scolare, il quale uguagliò ben presto i suoi più abili maestri nella giustezza della mira e nella destrezza della mano. I vili cortigiani, la cui fortuna dipendeva dai vizj dei loro Sovrani, applaudivano a questi ignobili esercizj. La perfida voce dell'adulazione gli rammentava che con simili imprese, con l'uccisione del leone Nemeo e del cignal d'Erimanto, l'Ercole dei Greci avea meritato un posto tra gli Dei ed una immortal memoria tra gli uomini. Si scordavano solamente di fargli osservare, che ne' primi tempi delle società, quando i più fieri animali contrastano spesso all'uomo il possesso di un inculto paese, una guerra terminata felicemente contro questi nemici è la più innocente è la più utile impresa dell'eroismo. Quando il romano Impero fu ridotto a civiltà, da gran tempo s'erano già le fiere allontanate dall'aspetto degli uomini, e dai contorni delle popolate città. Il sorprenderle nei loro solitarj covili, e trasportarle a Roma, acciocchè fossero uccise solennemente dalla mano d'un Imperatore, era impresa ugualmente ridicola pel Sovrano[306], che gravosa pel popolo. Ignaro Commodo di tai differenze, abbracciò avidamente la gloriosa rassomiglianza, e prese da se stesso, come leggiamo ancora nelle medaglie, il nome d'Ercole Romano[307]. Si videro accanto al trono la clava e la pelle del leone tra l'altre insegne della sovranità; e si alzarono statue, nelle quali Commodo era rappresentato nel carattere, e cogli attributi di quel Nume, il valore e la destrezza del quale egli si sforzava d'imitare nel giornaliero corso de' suoi feroci trattenimenti[308]. Trasportato da queste lodi, che a poco a poco estinguevano il sentimento innato della vergogna, risolvè di fare dinanzi al popolo quegli esercizj, che fin allora aveva per proprio decoro eseguiti dentro le mura del suo palazzo, e alla presenza di pochi suoi Favoriti. Nel giorno prefisso, l'adulazione, il timore e la curiosità attirarono all'anfiteatro una moltitudine innumerabile di popolo, e fu giustamente fatto qualche applauso alla non ordinaria perizia del Principe. Mirasse egli al cuore o alla testa della fiera, il colpo era ugualmente certo e mortale. Armato di dardi la cui punta era fatta a foggia di mezzaluna, arrestava sovente il rapido corso dello struzzo, tagliandogli il lungo ossuto collo[309]. Scioglievasi una pantera, e nel momento che si lanciava sopra un malfattore tremante, volava lo strale, che l'uccideva senza alcun danno dell'uomo. Le cave dell'anfiteatro mandavan fuori ad un tratto cento leoni, e cento dardi lanciati dalla mano sicura di Commodo gli uccidevano, mentre correvan furiosi intorno l'arena. Nè la massa enorme dell'elefante, nè la squammosa pelle del rinoceronte potevan salvarli dal colpo fatale. L'India e l'Etiopia somministravano i loro più straordinarj prodotti; e diversi animali furono uccisi nell'anfiteatro, non prima veduti che nelle opere dell'arte o forse dell'immaginazione[310]. In tutti questi giuochi si prendevan tutte le più sicure precauzioni per non esporre la persona dell'Ercole romano al disperato salto di qualche fiera, che non avesse riguardo alla dignità dell'Imperatore ed alla santità del Nume[311]. Ma la stessa plebaglia più vile fu presa da vergogna ed indignazione allorquando vide il suo Sovrano entrare in lizza da gladiatore, e gloriarsi di una professione dichiarata così giustamente infame dalle leggi e dai costumi romani[312]. Commodo scelse l'abito e le armi del -Secutore-, la cui pugna con il -Reziario- formava una delle scene più animate nei giuochi sanguinosi dell'anfiteatro. Il -Secutore- avea per armi un elmo, una spada e lo scudo. Il nudo suo avversario aveva soltanto una larga rete e un tridente; con quella cercava d'avviluppare il nemico, e con questo d'ucciderlo. Se gli falliva il primo colpo, era costretto ad evitar fuggendo il -Secutore-, finchè egli avesse preparata la rete per un secondo tiro[313]. L'Imperatore combattè settecento trentacinque volte da Secutore. Grande era la cura di registrare queste eroiche azioni negli annali dell'Impero; e Commodo, per colmo d'infamia, riscosse dai fondi destinati ai gladiatori uno stipendio sì esorbitante, che divenne una nuova e vergognosissima tassa pei Romani[314]. Facilmente si supporrà, che il padrone del Mondo era sempre vincitore in quelle pugne. Nell'anfiteatro le sue vittorie non sempre erano sanguinose, ma quando esercitava la sua destrezza nella scuola dei gladiatori, o nel palazzo, i suoi infelici avversarj erano spesso onorati di una mortal ferita dalla mano di Commodo, e costretti a sigillare col proprio sangue la loro adulazione[315]. Commodo sprezzò ben presto il nome di Ercole; e quello di -Paulo-, celebre Secutore, divenne il solo di cui egli si compiacesse. Fu scolpito nelle statue colossali, e ripetuto con frequenti acclamazioni[316] dal Senato, che con interno cordoglio applaudivagli[317]. Claudio Pompeiano, il virtuoso marito di Lucilla, fu il solo tra i Senatori che sostenesse la dignità del suo ordine. Come padre permise a' suoi figli di provvedere alla loro salvezza, andando all'anfiteatro; come Romano, dichiarò che la sua vita era nelle mani di Commodo; ma che non mai egli vedrebbe il figlio di Marco Aurelio prostituire in tal guisa la sua persona e la sua dignità. Non ostante la sua virile risoluzione, Pompeiano scampò dallo sdegno del tiranno, ed ebbe la buona sorte di conservar la sua vita, e con essa il suo onore[318]. Commodo era giunto al sommo grado del vizio e dell'infamia. Tra le acclamazioni di una corte adulatrice, non potea per altro dissimulare a se stesso che avea meritato e il disprezzo e l'odio d'ogni suddito saggio e virtuoso. La certezza dell'abborrimento altrui, l'invidia che portava ad ogni sorta di merito, il giusto timore del pericolo, l'uso alle stragi contratto nei suoi giornalieri piaceri, irritavano il suo feroce carattere. La storia ci ha lasciata una lunga lista di Senatori consolari sacrificati al suo vano sospetto, il quale perseguitava con ispeciale ansietà tutti coloro, che per isventura aveano relazioni, benchè lontane, con la famiglia degli Antonini, non risparmiando neppure i ministri de' suoi delitti, o de' suoi piaceri[319]. Finalmente la sua crudeltà gli divenne funesta. Egli che avea versato impunemente il più nobil sangue di Roma, perì, subito che si rendè formidabile a' suoi proprj domestici. Marzia, la favorita sua concubina, Ecletto suo cameriere, e Leto Prefetto del Pretorio, spaventati dal fato dei loro compagni e predecessori, risolverono di prevenire il colpo, che pendeva ad ogn'ora su i loro capi, o pel furioso capriccio del tiranno, o pel subitaneo sdegno del popolo. Marzia colse l'occasione di presentare al suo amante una tazza di vino, dopo che si era straccato nella caccia delle fiere. Commodo si pose a dormire, ma mentre egli era travagliato dagli effetti del veleno e dell'ubbriachezza, un giovane robusto, e lottatore di professione, entrò nella camera di lui, e senza resistenza lo strangolò. Il corpo fu portato segretamente fuori del palazzo, avanti che in città o alla Corte si avesse il minimo sospetto della morte dell'Imperatore. Tal fu il destino del figlio di Marco Aurelio, e tanto facile fu il distruggere un tiranno aborrito, il quale abusando indegnamente del suo potere, avea per tredici anni oppressi tanti milioni d'uomini, ognuno dei quali e per valore e per talenti era eguale al Sovrano[320]. I congiurati provvidero olle cose loro con quel sangue freddo e con quella celerità, che richiedeva la grandezza dell'impresa. Risoluti di metter sul trono vacante un Imperatore, il cui carattere giustificasse o sostenesse l'azione da loro fatta, elessero Pertinace, allora Prefetto della città, vecchio Senatore consolare, il cui illustre merito avea fatto obbliare l'oscurità della sua nascita, innalzandolo alle prime dignità dello Stato. Aveva questi successivamente governato la maggior parte delle province dell'Impero; e con la sua fermezza, prudenza, ed integrità si era ugualmente segnalato in tutti i suoi grand'impieghi e militari e civili[321]. Era egli rimasto allora quasi il solo degli amici o dei ministri di Marco Aurelio; e quando lo svegliarono sull'ultima ora della notte, per dirgli che il cameriere ed il prefetto del Pretorio l'aspettavano alla porta, li ricevè con una intrepida rassegnazione, e li pregò di eseguire gli ordini del loro padrone. Invece della morte gli offrirono il trono del Mondo romano. Egli per qualche tempo diffidò delle loro intenzioni e delle loro parole: ma poi convinto che il tiranno più non viveva, accettò la porpora con la sincera e natural ripugnanza di uno, che conosce i doveri ed i pericoli del potere supremo[322]. Leto immantinente condusse il suo nuovo Imperatore al campo dei Pretoriani, spargendo nel tempo medesimo per la città l'opportuna nuova che Commodo era morto subitamente d'apoplessia, e che già il virtuoso Pertinace era salito sul trono. I soldati riceverono con più sorpresa che piacere la nuova della sospetta morte di un Principe, il quale solamente per loro erasi dimostrato indulgente e liberale; ma la necessità delle circostanze, l'autorità del loro Prefetto, la riputazione di Pertinace, ed i clamori del popolo, gli obbligarono a soffocare il loro segreto rammarico, ad accettare il donativo promesso dal nuovo Imperatore, a giurargli fedeltà, ed a condurlo con allegre acclamazioni e con rami di lauro in mano al Senato, perchè il consenso delle truppe fosse ratificato dalla civile autorità. Quella gran notte era già molto avanzata; al nascer del giorno e del nuovo anno il Senato aspettava di esser chiamato ad assistere ad una vergognosa cerimonia. Malgrado di tutte le rappresentanze, perfino di quei cortigiani, i quali conservavano ancora un'ombra di prudenza e di onore, Commodo avea risoluto di passare la notte nella scuola dei gladiatori, e di là andare a prender possesso del Consolato, vestito da gladiatore, ed accompagnato da quella infame truppa. Ad un tratto, avanti l'alba, ricevono i Senatori l'ordine di adunarsi nel tempio della Concordia, per esservi insieme coi Pretoriani, e ratificar l'elezione di un nuovo Imperatore. Restarono per poco in un sospeso silenzio, dubbiosi della inaspettata loro liberazione, o sospettando di qualche crudele artificio di Commodo; ma finalmente, accertati che il tiranno era morto, si dettero in preda a tutti i trasporti della gioia e dell'indignazione. Pertinace modestamente rappresentò la bassezza della sua nascita, ed accennò varj nobili Senatori più degni del trono; ma obbligato di cedere a' voti dell'assemblea ed alle più sincere proteste di una fedeltà inviolabile, ricevè tutti i titoli annessi alla dignità imperiale. La memoria di Commodo fu segnata di eterna infamia; risonarono in ogni parte del tempio i nomi di tiranno, di gladiatore, di pubblico nemico. I Senatori tumultuariamente decretarono, che ne fossero aboliti gli onori, cancellati i titoli da' pubblici monumenti, rovesciate lo statue, e strascinato il corpo con un uncino nella sala dei gladiatori, per saziare il furor del popolo; ed espressero la loro indignazione contro quei servi officiosi, che avevano giù ardito di sottrarne il cadavere alla giustizia del Senato. Ma Pertinace gli fe' rendere gli ultimi onori che non potè ricusare alla memoria di Marco Aurelio, e al pianto di Claudio Pompeiano primo suo protettore, il quale deplorava la crudel sorte del suo cognato, e più deplorava i delitti pei quali egli l'avea meritata[323]. Questi sforzi d'inutil rabbia contro un Imperatore già morto, che fu l'oggetto, mentre visse, della più vile adulazione del Senato, mostravano uno spirito di vendetta più giusta che generosa. La legittimità di questi decreti era per altro appoggiata ai principj della costituzione imperiale. In ogni tempo il Senato romano ebbe l'incontrastabil diritto di censurare, o deporre, o punir con la morte il primo Magistrato della Repubblica, qualora avesse abusato dell'autorità confidatagli[324]; ma quella debole adunanza era costretta a contentarsi di esercitare sopra un tiranno di già caduto quella pubblica giustizia, dalla quale, durante la sua vita ed il suo regno, lo avea messo al coperto il formidabil potere di un militar dispotismo. Pertinace trovò una maniera più nobile di condannar la memoria del suo predecessore, contrapponendo ai vizj di lui le sue proprie virtù. Nel giorno stesso del suo avvenimento, cedè tutto il privato suo patrimonio alla moglie ed al figlio, per toglier loro così ogni pretesto di richiedere favori a carico dello Stato. Non volle lusingar la vanità della prima con il titolo di Augusta, nè corrompere l'inesperta giovinezza del secondo colla dignità di Cesare. Distinguendo accuratamente i doveri di padre e quei di Sovrano, educò il suo figliuolo con una severa semplicità, che mentre non gli dava una sicura speranza al trono, poteva un giorno renderlo degno di salirvi. In pubblico il contegno di Pertinace era grave ed affabile. Viveva senza superbia o gelosia co' più virtuosi tra i Senatori, dei quali tutti fin dalla vita privata ei conosceva il vero carattere; considerava que' primi come amici e compagni, coi quali desiderava di godere la tranquillità del tempo presente, come era stato a parte con loro dei passati pericoli. Gl'invitava sovente a famigliari trattenimenti, la cui semplicità era chiamata ridicola da quelli che rammentavano e desideravano il prodigo lusso di Commodo[325]. La cura, qual si poteva la migliore, delle ferite fatte allo Stato dalla man del tiranno, era la piacevole ma insieme malinconica occupazione di Pertinace. Le vittime innocenti, che ancora sopravvivevano, furon richiamate dal loro esilio, liberate dall'orror della carcere, e rimesse al possesso dei loro beni e delle lor dignità. I corpi insepolti dei trucidati Senatori (giacchè Commodo stendea la sua crudeltà fin dopo la morte) furon riposti nelle tombe dei loro antenati, fu giustificata la loro memoria, e nulla si risparmiò per consolarne le afflitte e desolate famiglie. Tra queste consolazioni la più gradita fu il castigo dei delatori, nemici comuni del Sovrano, della virtù e della patria. Per altro nella ricerca ancora di questi legali assassini usò Pertinace una costante moderazione, che tutto alla giustizia donava, e nulla ai pregiudizi ed al risentimento del popolo. Le finanze richiedevano la più attenta cura dell'Imperatore. Benchè si fosse usato ogni genere d'ingiustizia e di estorsione per radunare i beni dei sudditi nella cassa del Principe, pure le stravaganze di Commodo aveano di sì gran lunga superata la sua rapacità, che alla sua morte non si trovò nell'esausto tesoro più di sedicimila zecchini[326], con i quali conveniva pagare e le ordinarie spese del Governo, e soddisfare alla pressante richiesta di un liberal donativo, che il nuovo Imperatore avea necessariamente promesso ai Pretoriani. Pure in tanta angustia ebbe Pertinace la generosità di abolire tutte le gravose tasse inventate da Commodo, e di cassare tutte le ingiuste pretensioni del . , 1 , , 2 , ' , 3 4 [ ] . 5 ' ; 6 ' , 7 ' , 8 . 9 , ' 10 ' , [ ] . 11 12 , 13 , 14 15 ' . 16 17 . 18 , ' 19 . ' 20 , , 21 , , 22 . 23 , 24 25 . 26 27 28 , 29 ' , 30 , . 31 , , 32 ; 33 , . 34 , 35 , ' 36 ' . 37 , 38 ' . 39 ; 40 , 41 ' , 42 . 43 44 ' . 45 ' 46 , 47 . ' 48 ; 49 . ' 50 . 51 ' . 52 , , 53 , ' . 54 , , , 55 , [ ] , 56 . 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