suo successore, finchè la giustizia di Tiberio fu tratta ad usare
qualche severità (ved. Tacito, Annal. II 85; Giuseppe Antichità l. XVIII
c. 3.)
[121] Tertulliano -Apolog.- c. 6 p. 74 ediz. Averc. Credo che questo
stabilimento possa attribuirsi alla pietà della famiglia Flavia.
[122] Ved. Tito Livio l. XI e XXIX.
[123] Macrob. -Saturn.- l. III c. 9. Questo autore ci dà una formola di
evocazione.
[124] Minuzio Felice -in Octavio- p. 54. Arnobio l. VI p. 115.
[125] Tacito annal. XI 24. -Il Mondo Romano- del dotto Spanheim è una
storia completa della progressiva ammissione del Lazio, dell'Italia e
delle province alla cittadinanza romana.
[126] Erodoto V 97. Questo numero sembra considerabile e par credibile
che l'Autore se ne sia rapportato al rumor popolare.
[127] Ateneo -Deipnosophist.- l. VI p. 172 ediz. di Casaubono; Meursio
-De fortuna Attica- c. 4.
[128] Ved. in Beaufort -Rep. Rom.- l. IV c. 4 il numero esatto dei
cittadini che ogni censo comprendeva.
[129] Appiano -De bello civili- l. I. Vallejo Patercolo, l. II c. 15 16
e 17.
[130] Mecenate lo consigliò di dare con un editto il titolo di cittadino
a tutti i suoi sudditi; ma vien giustamente sospettato che Dione Cassio
sia l'autore d'un consiglio così bene adattato alla pratica del suo
secolo, e così poco alla politica di Augusto.
[131] I Senatori erano obbligati di avere il terzo dei loro beni in
Italia. Ved. Plinio l. VI epist. 19. Marco Aurelio permise loro di non
avervi che il quarto. Dopo il regno di Traiano, l'Italia cominciò a non
essere più distinta dalle altre province.
[132] La prima parte della -Verona Illustrata- del marchese Maffei, dà
la più chiara ed estesa descrizione dello stato della Italia al tempo
dei Cesari.
[133] Ved. Pausania l. II. Quando queste assemblee non furono più
pericolose, i Romani consentirono che se ne stabilissero i nomi.
[134] Cesare ne fa spesso menzione. L'Ab. Dubos non ha potuto provare
che i Galli abbian continuato sotto gl'Imperatori a tenere queste
assemblee. -Stor. dello stabilimento della Monarch. Francese-, l. I, c.
4.
[135] Seneca -De Consol. ad Helviam-, c. 6.
[136] Mennone presso Fozio c. 33. Valerio Mass. IX 2, Plutarco e Dione
Cassio fanno ascender la strage a 150000 cittadini; ma credo che un
numero minore sia più che bastante.
[137] Venticinque colonie furono stabilite nella Spagna. Ved. Plinio
Stor. Nat. II 3, 4; IV 35, e nove nella Britannia, tra le quali Londra,
Colchester, Lincoln, Chester, Glocester, e Bath sono ancora città
considerabili. Ved. Riccardo di Cirencester p. 364 e la Stor. di
Manchester di Whitaker l. I c. 3.
[138] Aulo Gellio -Noctes Atticae-, XVI. 13. L'imperatore Adriano era
sorpreso che le città di Utica, di Cadice e d'Italica, che godevano de'
privilegi annessi alle città municipali, sollecitassero il titolo di
-Colonie-: fu presto però seguito il loro esempio, e l'Impero si trovò
ripieno di colonie onorarie. Ved. Spanheim -De usu numismat.- dissert.
XIII.
[139] Spanheim -Orb. Rom.- c. 8 p. 62.
[140] Aristide, in -Romae encomio-, tom. I. p. 218 edit. Jebb.
[141] Tacito Annal. XI 2 24 -Stor.- IV 74.
[142] Plinio -Stor. Nat.- III 5, S. Agostino -De Civitate Dei- XIX 7,
Giusto Lipsio -De pronunciatione linguae latinae- c. 3.
[143] Apuleio e S. Agostino saranno garanti per l'Affrica; Strabone per
la Spagna e la Gallia; Tacito nella vita d'Agricola per la Britannia, e
Velleio Patercolo per la Pannonia. A tutte queste testimonianze noi
possiamo aggiugnere il linguaggio delle Iscrizioni.
[144] La lingua celtica si conservò nei monti del paese di Galles, di
Cornovaglia, e dell'Armorica. Apuleio rimprovera l'uso della lingua
punica a un giovane affricano, che viveva tra gli ultimi del popolo,
mentre avea quasi dimenticata la greca, e che non sapeva o non voleva
parlar latino. -Apolog.- p. 596. S. Agostino non parlò che
rarissimamente in lingua punica ne' suoi Concilj.
[145] La sola Spagna fu madre di Columella, dei due Seneca, di Lucano,
di Marziale e di Quintiliano.
[146] Da Dionigi fino a Libanio, nessun critico greco, che io sappia, fa
menzione di Virgilio, o di Orazio. Sembra che nessuno conoscesse i buoni
Scrittori romani.
[147] Il lettore curioso può vedere nella Biblioteca Ecclesiastica di
Dupin tom. XIX p. I cap. 8 qual cura si aveva per conservare le lingue
siriaca ed egiziana.
[148] Ved. Gioven. Sat. III e XV, Ammiano Marcellino XXII 16.
[149] Dione Cassio l. LXXVII p. 1275. Sotto il regno di Settimio Severo
fu per la prima volta un Egiziano ammesso nel Senato.
[150] Valerio Massimo, l. II c. 2 n. 1. L'Imperatore Claudio degradò un
ragguardevol Greco, perchè non sapeva la lingua latina. Questi avea
forse qualche pubblico impiego. Svet. Vita di Claudio c. 16.
[151] Nel campo di Lucullo un bove fu venduto una dramma, ed uno schiavo
quattro dramme. Plutarco; Vita di Lucullo, p. 580.
[152] Diodoro di Sicilia, in -Eclog. Hist.- l. XXXIV e XXXVI Floro III
19 20.
[153] Ved. un esempio notabile di severità in Cicerone, -in Verrem.- V.
3.
[154] Grutero, e gli altri compilatori riportano un gran numero
d'iscrizioni indirizzate dagli schiavi alle lor mogli, ai figli, ai
compagni, ai padroni ec. e che, secondo tutte le apparenze, sono del
secolo degl'Imperatori.
[155] Ved. la Storia Augusta, ed una Dissert. di M. de Burigny intorno
agli schiavi dei Romani nel XXXV volume dell'Accademia delle Belle
Lettere.
[156] Ved. un'altra Dissert. del suddetto M. de Burigny intorno ai
liberti dei Romani nel XXXVII tomo della stessa Accad.
[157] Spanheim -Orb. Rom.- l. I. c. 16 p. 124 ec.
[158] Seneca, -De Clementia- l. I. C. 24. L'Originale è molto più forte.
-Quantum periculi immineret, si servi nostri numerare nos coepissent.-
[159] Ved. Plinio -Stor. Nat.- l. XXXIII e Ateneo -Deipnos-, l. VI p.
272. Questi asserisce arditamente che ha conosciuto molti Παμπολλοι Romani che possedevano non per uso, ma per ostentazione dieci
ed ancora ventimila schiavi.
[160] In Parigi si contano più di 43700 servitori di ogni sorta, che non
fanno la dodicesima parte de' suoi abitanti. Messanges -Ricerche sulla
popolazione- p. 186.
[161] Uno schiavo colto si vendeva molte centinaia di zecchini. Attico
ne avea sempre alcuni da educare, ai quali dava lezione egli stesso.
Cornel. Nep. -Vit. Attici- cap. 13.
[162] La maggior parte dei medici romani erano schiavi. Ved. La Dissert.
e la Difesa del Dott. Middleton.
[163] Pignorio -De servis- fa una lunghissima enumerazione dei loro
ordini e dei loro impieghi.
[164] Tacito Ann. XIV 43. Furono giustiziati per non aver previsto o
impedito l'assassinio del loro padrone.
[165] Apuleio -in Apolog.- p. 548. Edit. Delph.
[166] Plinio -Stor. Nat.- l. XXXIII 47.
[167] Se si contano 20 milioni di anime in Francia, 22 in Germania, 4 in
Ungheria, 10 in Italia e nell'isole adiacenti, 8 nella Gran-Bretagna e
in Irlanda, 8 in Spagna e in Portogallo, 10 o 12 nella Russia europea, 6
in Polonia, 6 in Grecia ed in Turchia, 4 in Svezia, 3 in Danimarca e
Norvegia, e 4 nei Paesi Bassi; il totale monterà a 105, o 107 milioni.
Ved. la Stor. Gen. di Voltaire. (-I computi della popolazione europea
sono ora diversi d'assai. La sola Italia contiene al presente 12 milioni
d'abitatori.-)
[168] -Giuseppe de bello Judaico- l. II c. 16. Il discorso di Agrippa, o
a dir meglio, quello dello Storico, è una bella descrizione dell'Impero
romano.
[169] Svetonio, vita di Augusto c. 28. Augusto fabbricò in Roma il
tempio e la piazza di Marte Vendicatore; il tempio di Giove Fulminante
nel Campidoglio; quello di Apollo Palatino con pubbliche librerie; il
portico, e la basilica di Caio e Lucio; i portici di Livia e di Ottavia;
ed il teatro di Marcello. L'esempio del Sovrano fu imitato dai Ministri
e dai Generali, ed il suo amico Agrippa fece innalzare il Panteon,
monumento immortale.
[170] Ved. Maffei Ver. Illustr. l. IV pag. 68.
[171] Ved. il l. X delle Lettere di Plinio. Tra le fabbriche intraprese
a spese dei cittadini, quest'Autore parla di quelle che seguono: a
Nicomedia una nuova piazza, un acquedotto e un canale, che uno degli
antichi Re avea lasciato imperfetto; a Nicea un -Ginnasio- e un Teatro
che era già costato quasi cento ottantamila zecchini; alcuni bagni a
Claudiopoli e Prusa; e un acquedotto lungo cinque leghe ad uso di
Sinope.
[172] Adriano fece in seguito un giustissimo regolamento, che divideva
ogni tesoro tra il proprietario del luogo e l'inventore. Stor. Aug. p.
9.
[173] Filostrato -in vita Sophist.- l. II p. 543.
[174] Aulo Gellio -Noct. Attic.- l. 2 IX, 2 XVIII, 10 XIX 12. Filost, p.
564.
[175] Ved. Filost. l. II pag. 548 566. Pausania l. I, VII 10. La vita di
Erode nel XXX tom. dell'Accademia dell'Iscrizioni.
[176] Questa osservazione è principalmente applicata alla Repubblica
ateniese da Dicearco -De statu Graeciae-, p. 8. -Inter geograph.
minores- edit. Hudson.
[177] Donato -de Roma vetere- l. III c. 4 5 6. Nardini Roma antica lib.
III II 12 13 e un manuscritto che contiene una descrizione di Roma
antica fatta da Bernardo Oricellario, o Rucellai, della quale ho
ottenuto una copia dalla libreria del canonico Riccardi a Firenze.
Plinio parla di due celebri quadri di Timante e di Protesene posti, per
quel che sembra, nel tempio della Pace. Il Laocoonte fu trovato nelle
Terme di Tito.
[178] Montfaucon -Antiq. expliq.- tom. IV p. 2 l. I c. 9. Il Fabretti ha
composto un trattato molto erudito sopra gli acquedotti di Roma.
[179] Eliano -Hist. var-. l. IX c. 16. Quest'autore viveva sotto
Alessandro Severo. Ved. il Fabrizio -Biblioth. Graeca- l. IV. c. 21.
[180] Giuseppe -de bello Judaico- II 16. Questo numero vi è riferito;
forse non deve esser preso con rigore.
[181] Plin. Stor. Nat. III 5.
[182] Plin. Stor. Nat. III 3, 4 IV 35. La nota pare autentica ed esatta;
la divisione delle province, e la diversa condizione delle città vi sono
minutamente riferite.
[183] Strabon. -Geograph.- l. XVII p. 1189.
[184] Giuseppe -De bello Jud.- II 16 Filostr. -in vit. Sophist.- l. II
p. 548. Edit. Olear.
[185] Tacit. Annal. IV 66. Ho impiegato qualche studio in consultare e
paragonare tra loro i moderni viaggiatori, riguardo al fatto di quelle
undici città dell'Asia; sette o otto sono affatto distrutte; Ipea,
Tralli, Laodicea, Ilione, Alicarnasso, Mileto, Efeso, e possiamo
aggiungere Sardi. Delle tre altre Pergamo è un misero villaggio di due o
tremila abitanti. Magnesia, sotto il nome di Guzel-hissar, è città di
qualche riguardo; e Smirne è una città grande, popolata di centomila
anime. Ma mentre che in Smirne i Franchi hanno conservato il commercio,
i Turchi hanno rovinate le arti.
[186] Ved. una esattissima e curiosa descrizione delle rovine di
Laodicea nei viaggi di Chandler per l'Asia Minore p. 225 ec.
[187] Strabone l. XII. 866. Egli avea studiato in Tralli.
[188] Ved. una Dissertazione di M. de Boze, Mem. dell'Accad. tom. XVIII.
Aristide recitò un'orazione, che ancora esiste, per raccomandare la
concordia alle città rivali.
[189] Gli abitanti dell'Egitto, eccettuata Alessandria, si facevano
ascendere a sette milioni e mezzo. Giuseppe -De bello Jud.- II. Sotto il
governo militare dei Mammalucchi, la Siria si credeva che contenesse
settantamila villaggi. Storia di Timur. Bec. l. V. c. 20.
[190] Il seguente itinerario può servire a dar qualche idea della
direzione del cammino, e della distanza tra le principali città. I.
Dalla muraglia di Antonino fino a York 222 miglia romane. II. A Londra
227. III. A Rhutupia ovvero Sandwich 67. IV. Tragitto fino a Bologna 45.
V. A Rheims 174. VI. A Lione 330. VII. A Milano 324 VIII. A Roma 426.
IX. A Brindisi 360. X. Tragitto fino a Durazzo 40. XI. A Bisanzio 711.
XII. Ad Ancira 283. XIII. A Tarso 301. XIV. Ad Antiochia 141 XV. A Tiro
252 XVI. A Gerusalemme 168 in tutto miglia Romane 4080. Ved.
gl'Itinerarj pubblicati da Wesselling colle sue note; vedasi ancora Gale
e Stukeley per la Britannia, e d'Anville per la Gallia e l'Italia.
[191] Montfaucon. -Antiq. expliq.- tom. IV p. 2 l. I c. 5 ha descritti i
ponti di Narni, di Alcantara, di Nimes ec.
[192] Bergier Storia delle strade maestre dell'Impero rom. l. II c. 128.
[193] Procopio -in Hist. Arcana- c. 30. Bergier Stor. delle strade
maestre l. IV. -Codic. Theodos.- l. VIII tit. V vol. II p. 506-563 con
il dotto commentario del Gotofredo.
[194] Al tempo di Teodosio, Cesario, magistrato di alto affare, venne
per la posta da Antiochia a Costantinopoli. Cominciò il suo viaggio di
notte; fu la sera dipoi nella Cappadocia a 165 miglia da Antiochia, ed
arrivò a Costantinopoli il sesto giorno verso mezzodì. L'intera distanza
era di miglia 725 romane. Ved. Libanio -Orat.- XXI e gl'Itinerarj p. 572
581.
[195] Plinio, benchè ministro favorito, dovè giustificarsi per aver
fatto dare cavalli di posta alla sua moglie per un affare di gran
premura. Epist. X l. X 121 122.
[196] Bergier luog. cit. l. IV c. 49.
[197] Plinio Stor. Nat. XIX 1.
[198] È probabile che i Greci ed i Fenicj introducessero nuove arti e
nuove produzioni nelle vicinanze di Cadice, e di Marsiglia.
[199] Ved. Omero Odiss. l. IX v. 358.
[200] Plinio Stor. Nat. l. XLV.
[201] Strab. Geog. l. IV p. 223. Il freddo eccessivo di un inverno Gallo
era un proverbio tra gli antichi.
[202] Nel principio del quarto secolo l'Oratore Eumene -Panegir. veter.-
VIII 6 -edit. Delph.- parla dei vini di Autun, che avevano perduto la
qualità loro per l'antichità; ed allora s'ignorava affatto il tempo, nel
quale le vigne erano per la prima volta state piantate nel territorio di
quella città. M. d'Anville pone il -Pagus Arebrignus- nel distretto di
Beaune, celebre ancora adesso per la bontà de' suoi vini.
[203] Plinio Stor. Nat. l. XV.
[204] Plinio Stor. Nat. l. XIX.
[205] Il bel saggio di Harte sull'agricoltura; egli ha unito in
quest'opera tutto ciò che gli antichi e i moderni han detto del
trifoglio.
[206] Tacito -German.- c. 45. Plinio Stor. Nat. XXXVII 11. Osserva egli
graziosamente che la moda stessa non avea ancor potuto insegnare
l'utilità dell'ambra. Nerone mandò un cavaliere romano ne' luoghi ove la
raccoglievano (che sono le coste della Prussia moderna) a comprarne una
gran quantità.
[207] Chiamata Taprobane dai Romani, e Serendib dagli Arabi. Quest'Isola
fu scoperta sotto il regno di Claudio, e divenne insensibilmente la sede
principale del commercio dell'Oriente.
[208] Plinio Stor. Nat. l. VII. Strab. l, XVII.
[209] Stor. Augusta p. 224. Una veste di seta era considerata come un
ornamento femminile ed indegna di un uomo.
[210] Le due gran pesche di perle erano le medesime dei nostri tempi,
Ormuz, e il Capo Comorino. Per quanto noi possiamo paragonare la
Geografia antica colla moderna, Roma ricavava i suoi diamanti dalla
miniera di Jumelpur nel Regno di Bengala; se ne trova una descrizione
nel tom. II. Viaggi di Tavernier pag. 281.
[211] Tacito Annali III 5 in un discorso di Tiberio.
[212] Plin. Stor. Nat. XII 18. In un altro luogo calcola la metà di
questa somma; -quingenties H. S.- per l'India, senza comprender
l'Arabia.
[213] La proporzione che era da uno a dieci, e dodici e mezzo salì a
quattordici e due quinti per una legge di Costantino. Ved. le tavole di
Arbuthnot sopra le monete antiche c. V.
[214] Oltre diversi altri passi ved. Plinio Stor. Nat. III 5 Aristide
-De urbe Roma-, e Tertulliano -De anima- c. 30.
[215] Erode Attico dette al Sofista Polemone quasi sedicimila zecchini
per tre declamazioni. V. Filostr. l. I p. 558. Gli Antonini fondarono
una scuola in Atene, nella quale si mantenevano a pubbliche spese
professori di grammatica, di rettorica, di politica, e delle quattro
Sette principali della filosofia per istruzione della gioventù. Il
salario di un filosofo era diecimila dramme l'anno Furono fatti
stabilimenti simili nelle altre città dell'Impero. Ved. Luciano
nell'Eunuc. tom. II p. 353 ediz. Reitz Filostrat, l. II p, 566. Storia
Augusta p. 2. Dione Cassio l. LXXI p. 1195.
Lo stesso Giovenale, in una satira piena di mal talento, la quale ad
ogni linea tradisce la sua invidia e il suo scontento, è però obbligato
a soggiugnere
--- O Juvenes circumspicit, at agitat vos,-
-Materiamque sibi Ducis indulgentia quaerit.-
Sat. VII 20.
[216] Longin. -Del sublime- c. 43 p. 229 ediz. Toll. Qui possiamo dire
di questo grande Scrittore ch'egli unisce l'esempio al precetto. In vece
di proporre arditamente i suoi sentimenti, esso gli insinua colla più
gran riserva, li pone in bocca di un amico, e per quanto se ne può
giudicare da un testo corrotto, mostra di volerli confutare egli stesso.
CAPITOLO III.
-Costituzione del romano Impero nel secolo degli Antonini.-
Una Monarchia, secondo la definizione che più facile presentasi, è uno
Stato, in cui ad una sola persona, venga questa con qualsisia nome
distinta, si affida l'esecuzione delle leggi, il governo dell'entrate,
ed il comando dell'armi. Ma se la pubblica libertà non è protetta da
intrepidi e vigilanti custodi, l'autorità di un magistrato così
formidabile tralignerà in dispotismo fra breve. In un secolo di
superstizione l'influenza del clero potrebbe utilmente servire a
sicurare i diritti del genere umano: ma il trono e l'altare sono sì
strettamente connessi, che di rado lo stendardo della Chiesa si è veduto
a sventolare dal lato del popolo. Una nobiltà guerriera ed un popolo
inflessibile, padrone delle armi, tenace del diritto di proprietà, e
raccolto in adunanze secondo la legge, formano il solo contrappeso atto
a sostenere una costituzione libera contro le usurpazioni di un Principe
ambizioso.
La vasta ambizione del Dittatore aveva atterrato ogni argine della
costituzione romana, e la destra crudele del Triumviro aveva distrutto
ogni riparo. Dopo la vittoria di Azio, il destino del Mondo romano
dipendeva dal volere di Ottaviano, a cui l'adozione dello zio dette il
nome di Cesare, e dipoi l'adulazione del Senato quello di Augusto.
Questo conquistatore aveva sotto di sè quarantaquattro legioni
veterane[217] che conoscevano la propria forza e la debolezza della
costituzione politica, avvezze per venti anni di guerra civile alle
stragi ed alle violenze, ed appassionate per la famiglia di Cesare,
dalla quale solamente aveano ricevute ed aspettavano le più larghe
ricompense. Le province, lungamente oppresse dai ministri della
Repubblica, sospiravano il governo di un solo, che fosse il padrone e
non il complice di quei piccoli tiranni. Il popolo di Roma, vedendo con
un segreto piacere l'umiliazione della aristocrazia, non domandava altro
che pane e spettacoli, e la mano liberale di Augusto lo contentava. I
ricchi e culti Italiani, i quali aveano quasi generalmente abbracciata
la filosofia d'Epicuro, godevano le presenti dolcezze della pace e della
tranquillità, nè volevano interrompere sogno sì grato con la memoria
della antica tumultuosa libertà. Il Senato avea colla potenza perduta la
dignità; molte delle più nobili famiglie erano estinte; la guerra, o la
proscrizione avean fatti perire i repubblicani riguardevoli per
ardimento e per senno; e si era appostatamente lasciato libero
l'ingresso in quell'ordine ad una mista moltitudine di più di mille
persone, le quali disonoravano il lor grado in vece di trarne
decoro[218].
La riforma del Senato fu uno dei primi passi, coi quali Augusto, non più
tiranno, ma padre si mostrò della patria. Fu egli eletto Censore, e di
concerto col suo fedele Agrippa, esaminò la lista dei Senatori, ne
scacciò alcuni membri, i vizj o l'ostinazione dei quali esigevano un
pubblico esempio, ne indusse quasi dugento a prevenire con un volontario
ritiro la vergogna dell'espulsione, ordinò che non potesse essere
Senatore chi non possedeva quasi ventimila zecchini, creò un numero
sufficiente di famiglie patrizie, ed accettò il titolo decoroso di
Principe del Senato, che dai Censori era sempre stato conceduto al
cittadino più illustre per dignità e per servizj[219]. Ma rendendo così
al Senato la sua dignità, ne distruggeva l'indipendenza. I principj di
una libera costituzione sono irrevocabilmente perduti, quando la potestà
legislativa è creata dalla potestà esecutiva.
Dinanzi a questa adunanza, così formata e disposta, Augusto recitò un
discorso studiato, nel quale copriva la sua ambizione col velo del
patriottismo. «Deplorava, anzi scusava la sua passata condotta: la pietà
filiale gli aveva messe le armi in mano per vendicare un padre ucciso;
la sua umanità era stata talvolta obbligata a cedere alle leggi crudeli
della necessità, ed a far lega forzata con due indegni colleghi; sinchè
visse Antonio, la Repubblica l'avea obbligato a non abbandonarlo in
balìa di un Romano degenerato, e di una barbara Regina; era al presente
in libertà di soddisfare al suo dovere ed alla sua inclinazione. Rendeva
solennemente al Senato ed al popolo i loro antichi diritti e desiderava
soltanto di mescolarsi nella folla de' suoi concittadini, e di
partecipare con essi alla felicità, che avea procurata alla sua
patria[220]».
Tacito solo (se Tacito fosse stato presente) avrebbe potuto descrivere
le varie agitazioni del Senato, i nascosti sentimenti degli uni, ed il
zelo affettato degli altri. Era pericoloso il fidarsi all'espressioni di
Augusto, e più pericoloso il mostrare di non crederle sincere. I
vantaggi respettivi della Monarchia o della Repubblica hanno spesso
tenuti divisi gli speculativi ricercatori; la grandezza presente dello
Stato romano, la corruzione dei costumi, e la licenza dei soldati
somministravano nuovi argomenti ai settatori della Monarchia; e queste
massime generali di governo si trovavano ravvolte con le speranze e co'
timori di ciaschedun privato. In mezzo a tal confusione di sentimenti,
la risposta del Senato fu unanime e decisiva: ricusarono di accettare la
dimissione di Augusto; lo supplicarono di non abbandonar la Repubblica
ch'egli aveva salvata. Dopo una decente resistenza, l'accorto tiranno si
sottomise agli ordini del Senato, ed acconsentì a ricevere il governo
delle province, ed il comando generale degli eserciti romani sotto i ben
conosciuti nomi di -Proconsole- e -d'Imperatore-[221]. Ma li volle
ricevere per soli dieci anni. Sperava, diss'egli, che anche avanti
questo termine, le piaghe della discordia civile sarebbero perfettamente
rimarginate, e che la Repubblica, ritornata nel suo primiero stato di
sanità e di vigore, non avrebbe più bisogno del pericoloso intervento di
un magistrato così straordinario. Questa commedia fu diverse volte
ripetuta durante la vita d'Augusto, e se ne conservò la memoria fino
agli ultimi secoli dell'Impero, solennizzando sempre i perpetui Monarchi
di Roma con una pompa singolare ogni decimo anno del loro regno[222].
Il Generale degli eserciti romani, senza violare in alcun modo i
principj della costituzione, poteva ricevere ed esercitare un'autorità
quasi dispotica sopra i soldati, sopra i nemici, e sopra i sudditi della
Repubblica. In quanto ai soldati, la gelosia della libertà avea, fin dai
primi secoli di Roma, ceduto il luogo alle speranze di conquista, ed al
sentimento della militar disciplina. Il Dittatore o il Console avea
diritto di obbligare la gioventù romana a portar le armi, e di punire
una disobbedienza ostinata o codarda con le pene più severe ed
ignominiose, scancellando il trasgressore dalla lista dei cittadini,
confiscandone i beni, e vendendolo siccome schiavo[223]. Il servizio
militare sospendeva i più sacri diritti della libertà, confermati dalle
leggi Porcia e Sempronia. Nel suo campo il Generale esercitava un potere
assoluto di vita e di morte, la sua giurisdizione non era vincolata da
alcuna formalità legale, e l'esecuzione della sua sentenza era
immediata[224] e senza appello. I nemici di Roma regolarmente si
dichiaravano dalla autorità legislativa. Le più importanti risoluzioni
per la pace o per la guerra venivano seriamente dibattute nel Senato, e
solennemente ratificate dal Popolo. Ma nei paesi molto lontani
dall'Italia, i Generali si prendevan la libertà di portar le armi delle
legioni contro qualunque popolo, e come più lor pareva espediente al
servizio pubblico. Dal successo e non dalla giustizia delle loro imprese
essi aspettavano gli onori del trionfo. Usavano dispoticamente della
vittoria, specialmente quando non furono più ritenuti dalla presenza dei
Commissarj del Senato. Quando Pompeo comandava nell'Oriente, egli
ricompensò i suoi soldati ed i suoi alleati, detronizzò Sovrani, divise
regni, fondò colonie, e distribuì i tesori di Mitridate. Ritornato a
Roma, ottenne con un sol decreto del Senato e del popolo la ratifica
universale di tutta la sua condotta[225]. Tale era il potere sopra i
soldati o sopra i nemici di Roma che veniva concesso ai Generali della
Repubblica, o era da loro usurpato. Essi erano nel tempo stesso i
governatori o piuttosto i Monarchi delle province conquistate, univano
alla civile l'autorità militare, amministravano la giustizia, come pure
le pubbliche entrate, ed esercitavano la potenza esecutiva dello Stato,
e la legislativa ad un tempo.
Da quanto sì è già osservato noi primo capitolo di quest'opera, si può
ricavare un'idea dello stato delle armate e delle province, quando
Augusto prese in mano le redini del governo. Ma siccome era impossibile
ch'esso potesse in persona comandare le legioni di tante frontiere
lontane, gli fu dal Senato, come già a Pompeo, concessa la permissione
di delegar l'esercizio del suo potere ad un sufficiente numero di
Luogotenenti. Questi uffiziali per grado e per autorità non sembravano
inferiori agli antichi Proconsoli ma la dignità loro era dipendente e
precaria. Essi riconoscevano il lor potere dalla volontà di un
superiore, alla fausta influenza del quale attribuivasi legalmente il
merito delle azioni[226]. Eran essi i rappresentanti dell'Imperatore, ed
egli solo era il Generale della Repubblica, e la sua giurisdizione, sì
civile che militare, si estendeva sopra tutte le conquiste di Roma. Dava
però al Senato almeno la soddisfazione di sempre delegare il suo potere
ai membri di questo corpo. I Luogotenenti Imperiali erano di grado
consolare o pretorio; le legioni eran comandate da Senatori, e la
Prefettura dell'Egitto era l'unico governo importante affidato ad un
cavaliere romano.
Sei giorni dopo che Augusto fu forzato ad accettare un dono sì liberale,
volle con un facil sacrifizio appagare la vanità dei Senatori.
Rappresentò che gli avevano esteso il potere anche al di là del termine
necessario all'infelice condizione dei tempi. Essi non gli avevan
permesso di ricusare il faticoso comando degli eserciti e delle
frontiere, ma insistè che se gli permettesse di rimettere le province
più pacifiche e sicure alla dolce amministrazione del civil magistrato.
Nella divisione delle province, Augusto provvide alla sua propria
potenza, ed alla dignità della Repubblica. I Proconsoli del Senato, e
particolarmente quelli dell'Asia, della Grecia e dell'Affrica gioivano
una distinzione più onorevole dei Luogotenenti imperiali, che
comandavano nella Gallia, o nella Siria. I primi erano accompagnati dai
littori, e gli altri dai soldati. Si fece una legge che dovunque
l'Imperatore fosse presente, restasse sospesa l'ordinaria giurisdizione
del governatore; s'introdusse l'uso che le nuove conquiste
appartenessero alla dote imperiale, e presto si scoprì che l'autorità
del -Principe-, l'epiteto favorito di Augusto, era la medesima in ogni
parte dell'Impero.
Per ricompensa di questa concessione immaginaria, ottenne Augusto un
importante privilegio, che lo rendè padrone di Roma e dell'Italia. Con
pericolosa eccezione alle antiche massime, egli fu autorizzato a
conservare il suo comando militare, sostenuto da un numeroso corpo di
guardie, anche in tempo di pace e nel cuore della capitale. Il suo
comando veramente era limitato sopra i cittadini obbligati al servizio
dal giuramento militare; ma tale era l'inclinazione dei Romani alla
servitù, che i magistrati, i Senatori ed i Cavalieri prestarono
volontariamente il giuramento, finchè l'omaggio della adulazione si
convertì insensibilmente in una annuale e solenne protesta di fedeltà.
Benchè Augusto considerasse la forza militare come il più saldo
fondamento di un Governo, nondimeno prudentemente la rigettò come
strumento molto odioso. Era più disposto per natura e per politica a
regnare sotto i venerabili nomi dell'antica magistratura, e ad unire
artificiosamente nella sua persona tutti i dispersi raggi della
giurisdizione civile. Con questa mira permise al Senato di conferirgli a
vita la potestà consolare[227] e la tribunizia[228], che fu nel modo
stesso continuata a tutti i suoi successori. I Consoli eran succeduti ai
Re di Roma, e rappresentavano la maestà dello Stato. Essi
soprintendevano alle cerimonie della religione, levavano e comandavano
le legioni, davano udienza agl'Imbasciatori stranieri, e presedevano
alle adunanze del Senato e del popolo. La generale amministrazione delle
finanze era a loro affidata, e sebbene raramente avesser tempo di
amministrar la giustizia in persona, erano tuttavia considerati come i
supremi custodi delle leggi, dell'equità e della pubblica pace. Tale era
la loro giurisdizione ordinaria; ma questa diveniva superiore a
qualunque legge ogni volta che il Senato imponeva ai Consoli di vegliare
alla salvezza della Repubblica: allora per difesa della pubblica libertà
essi esercitavano un temporaneo dispotismo[229]. Il carattere dei
Tribuni era per ogni riguardo diverso da quello dei Consoli. L'apparenza
dei primi era umile e modesta, ma le loro persone erano sacre e
inviolabili. Avevan essi più forza per opporsi che per operare. Il loro
incarico era di difendere gli oppressi, di perdonar le offese, di
accusare i nemici del popolo, e di arrestare con una sola parola, se lo
credevano necessario, tutta la macchina del governo. Finchè sussistè la
Repubblica, la pericolosa influenza che il Console o il Tribuno tenevano
dalla loro giurisdizion rispettiva, fu diminuita da diverse restrizioni
importanti. La loro autorità spirava con l'anno, nel quale erano eletti;
la prima dignità fu divisa in due, e l'ultima in dieci persone; e
siccome questi due Magistrati erano nei pubblici e nei privati interessi
fra loro contrarj, così questi scambievoli conflitti contribuivano il
più delle volte ad assodare anzi che a distruggere la bilancia della
costituzione politica. Ma quando fu riunita alla tribunizia la potestà
consolare, quando ne fu a vita rivestita una sola persona, quando il
Generale delle armi fu nel tempo stesso ministro del Senato e
rappresentante del popolo romano, impossibile divenne il resistere
all'esercizio di quella imperiale autorità, alla quale non si potevano
facilmente assegnare i confini.
La politica di Augusto aggiunse presto al cumulo di questi onori le
splendide non men che importanti dignità di sommo Pontefice e di
Censore. Con la prima egli acquistò il regolamento della religione, e
con la seconda una ispezione legale sopra i costumi ed i beni del popolo
romano. Se tanti distinti ed indipendenti poteri non combinavano
esattamente gli uni con gli altri, la compiacenza del Senato era pronta
a supplire ogni difetto con le concessioni le più ampie e straordinarie.
Gl'Imperatori, come primi ministri della Repubblica, furono dichiarati
esenti dall'obbligazione e dalla sanzione di molte leggi incomode;
ebbero l'autorità di convocare il Senato, di proporre diverse questioni
in un giorno stesso, di presentare i candidati destinati pei grandi
impieghi, di estendere i confini della città, d'impiegare l'entrate
pubbliche a loro talento, di far la pace o la guerra, di ratificare i
trattati; e per una amplissima clausola furono autorizzati ad eseguire
tutto ciò che stimavano vantaggioso all'Impero, e conveniente alla
maestà delle cose private o pubbliche, umane o divine[230].
Quando tutte le diverse parti della potenza esecutrice furono unite
nella -Magistratura Imperiale-, i magistrati ordinarj della Repubblica
languirono nella oscurità, senza vigore, e quasi senza affari. Augusto
conservò gelosamente i nomi e la forma dell'antica amministrazione. Ogni
anno il solito numero di Consoli, di Pretori, e di Tribuni[231] eran
rivestiti colle insegne delle loro cariche rispettive, e continuavano ad
esercitare alcune delle funzioni meno importanti. Questi onori
allettavano ancora la vana ambizione dei Romani; e gli Imperatori
medesimi, sebbene investiti a vita del poter consolare, spesso
aspiravano al titolo di quell'annuale dignità, ch'essi condescendevano a
dividere con i più illustri dei loro concittadini[232]. Nell'elezione di
questi magistrati, il popolo, sotto il regno di Augusto, fu lasciato
libero di suscitare tutte le turbolenze di una rozza democrazia. Questo
Principe artificioso, invece di mostrare il minimo segno d'impazienza,
umilmente sollecitava i lor voti per se o pe' suoi amici, e soddisfaceva
scrupolosamente a tutti i doveri di un candidato ordinario[233]. Ma si
può attribuire a' suoi consigli la prima determinazione del successore,
colla quale furono le elezioni trasferite al Senato[234]. Le assemblee
del popolo vennero per sempre abolite, e gl'Imperatori si liberarono da
una pericolosa moltitudine, la quale, senza riacquistare la libertà,
avrebbe potuto disturbare, e forse mettere in pericolo il nuovo
stabilito Governo.
Mario e Cesare, dichiarandosi i protettori del popolo, aveano sovvertita
la costituzione della patria. Ma appena il Senato fu abbassato e
disarmato, questo corpo, composto di cinque o seicento persone, divenne
uno strumento facile ed utile per chi aspirava al dispotismo. Sulla
dignità del Senato, Augusto ed i suoi successori fondarono il lor nuovo
impero, ed affettarono, in ogni occasione, di adottare il linguaggio e
le massime dei patrizj. Nell'esercizio della loro potenza essi
consultavan frequentemente il supremo consiglio della nazione, ed in
apparenza si conformavano alle sue decisioni negli affari più importanti
di guerra e di pace. Roma, l'Italia, e le province interne erano
sottoposte all'immediata giurisdizione del Senato. Quanto agli affari
civili era esso la suprema corte di appello; e quanto alle materie
criminali, era un tribunale costituito per giudicare tutti i delitti
commessi da' pubblici ministri, o da quelli che offendevano la pace e la
maestà del popolo romano. L'amministrazione della giustizia divenne la
più frequente e seria occupazione del Senato; l'antico genio
dell'eloquenza trovò l'ultimo asilo nel trattare dinanzi a lui le cause
importanti. Il Senato possedeva molte considerabili prerogative come
Consiglio di Stato, e come tribunal di giustizia; ma in quanto alla
qualità legislativa, per cui veniva considerato come rappresentante del
popolo, si riconoscevano in quel corpo i diritti della Sovranità. Le
leggi ricevevano la sanzione da' suoi decreti, e dalla sua autorità
derivava ogni poter subalterno. Si adunava regolarmente tre volte il
mese nei giorni stabiliti delle calende, delle none, e degl'idi. Vi si
discutevan gli affari con una decente libertà, e gl'Imperatori medesimi,
superbi del nome di Senatori, sedevano, davano il voto, e si
confondevano con i loro eguali.
Ripigliamo in poche parole il sistema del Governo imperiale, come fu
istituito da Augusto, e conservato da quei Principi, i quali intesero il
loro proprio interesse e quello del popolo. Esso si può definire,
un'assoluta Monarchia velata con l'apparenza di una Repubblica. I
padroni dell'orbe romano avvolgevano di folta nube il lor trono e la
loro irresistibile forza, professandosi umilmente ministri dipendenti
del Senato, i supremi decreti del quale essi dettavano ed
obbedivano[235].
La Corte era formata sul modello della pubblica amministrazione.
Gl'Imperatori (eccettuati quei tiranni, la cui capricciosa follia
violava tutte le leggi della natura e dell'onore) disprezzavano ogni
pompa e formalità, che potesse offendere i loro concittadini, senza
accrescere la loro potenza reale. In tutti gli officj della vita
affettavano di confondersi con i loro sudditi, e mantenevan con essi
un'egual corrispondenza di visite e di trattamenti. Il loro vestire, la
loro tavola, il loro palazzo non eran diversi da quelli di un Senatore
opulento; ed il treno loro, sebbene splendido e numeroso, era
interamente composto dei loro schiavi domestici, e liberti[236]. Augusto
o Traiano si sarebbero vergognati d'impiegar il più vile dei Romani in
que' bassi uffizj, che nella famiglia e nella camera di un Monarca
limitato dalle leggi, sono adesso ansiosamente cercati dai più superbi
signori della Gran Brettagna.
L'apoteosi è il solo caso[237] in cui gli Imperatori si dipartissero
dalla solita loro prudenza o modestia. I Greci dell'Asia inventarono i
primi per li successori di Alessandro questa servile ed empia
adulazione, che presto dai Re fu trasferita ai governatori dell'Asia; ed
i magistrati romani furono spesso adorati come divinità provinciali con
la pompa degli altari e dei tempj, delle feste, dei sagrifizj[238]. Era
naturale che gl'Imperatori non ricusassero quel che avevano accettato i
Proconsoli; e gli onori divini, che le province rendettero agli uni e
agli altri, mostravano piuttosto il dispotismo che la servitù di Roma.
Ma ben tosto i vincitori imitarono le vinte nazioni nell'arte di
adulare; ed il genio imperioso del primo dei Cesari consentì troppo
facilmente ad accettare in vita un posto tra le deità tutelari di Roma.
Il carattere più moderato del suo successore si guardò da questa
pericolosa ambizione, non mai più di poi ravvivata fuor che dalla follia
di Caligola e di Domiziano. Augusto permise, è vero, ad alcune città
provinciali di erigere i tempj in suo onore, a condizione però che
insieme col Sovrano fosse Roma onorata dal loro culto. Egli tollerava
una superstizione particolare, di cui egli poteva esser l'oggetto[239];
ma si contentò di esser venerato dal Senato e dal popolo nel suo umano
carattere, e saggiamente lasciò al suo successore la cura della sua
pubblica apoteosi. Quindi s'introdusse il regolar costume di porre per
solenne decreto del Senato nel numero degli Dei ogni Imperatore estinto,
il quale nè in vita nè in morte si fosse mostrato tiranno; e le
cerimonie dell'apoteosi si mescevano colla pompa del tuo funerale.
Questa legal profanazione, in apparenza stolta, e così contraria alle
nostre massime rigorose, fu ricevuta quasi senza alcuna
mormorazione[240], perchè conveniente alla natura del politeismo, ed
accettata però come istituzione di politica e non di religione. Sarebbe
un degradar le virtù degli Antonini, paragonandole con i vizj di Ercole
o di Giove. Lo stesso carattere di Cesare o di Augusto era di gran lunga
superiore a quelli delle deità popolari. Ma questi Principi ebbero la
disgrazia di vivere in un secolo illuminato, e le loro azioni eran
troppo fedelmente raccontate, per poterle adombrare col velo di quelle
favole e di quei misteri, che soli possono eccitare la divozione del
volgo. Appena la divinità loro fu dalla legge stabilita, che cadde in
obblio senza contribuire o alla loro reputazione o alla dignità dei lor
successori.
Nell'analisi del Governo imperiale, noi abbiamo spesso chiamato
l'avveduto fondatore col ben noto nome di Augusto, che non gli fu per
altro conferito, se non quando l'edifizio era quasi giunto al suo
compimento. Da una bassa famiglia, di cui era nato nella piccola città
d'Aricia, prendeva egli l'oscuro nome di Ottaviano, nome macchiato col
sangue delle proscrizioni; ed egli stesso desiderava di poter cancellare
ogni memoria delle sue azioni passate. Come figlio adottivo del
Dittatore egli prese l'illustre soprannome di Cesare, ma aveva troppo
buon senso per non mai sperare di essere confuso, o desiderare d'essere
paragonato con questo grand'uomo. Fu proposto nel Senato di decorare il
ministro di quel corpo con un titolo nuovo, e dopo una discussione ben
seria, fu tra molti altri scelto quello di Augusto, come più degli altri
esprimente il carattere di pace e di santità da lui uniformemente
affettato[241]. Era perciò il nome di -Augusto- distinzione personale, e
quel di -Cesare- distinzione di famiglia. Il primo avrebbe dovuto
naturalmente spirare col Principe, al quale era stato compartito, e
l'altro poteva trasmettersi per mezzo dell'adozione e dei matrimonj in
altre famiglie. Nerone era dunque l'ultimo Principe, che potesse
allegare qualche ereditario diritto agli onori della discendenza di
Giulio. Ma alla sua morte questi titoli si trovavano connessi, per una
pratica costante di un secolo, alla dignità Imperiale, e sono stati
conservati da una lunga successione d'Imperatori romani, greci, franchi
e tedeschi, dalla rovina della Repubblica fino a dì nostri. Fu presto
per altro introdotta una distinzione. Il sacro titolo di Augusto fu
sempre riservato al Monarca, mentre il nome di Cesare venne più
liberamente conferito a' suoi parenti; ed, almeno dal regno di Adriano
in poi, con quest'appellazione si distinse la seconda persona nello
Stato, che fu risguardata come l'erede presuntivo dell'Impero.
Il tenero rispetto di Augusto per una libera costituzione, che avea egli
stesso distrutta, non si può spiegare che con un attento esame del
carattere di questo scaltrito tiranno. Un sangue freddo, un cuore
insensibile, ed un animo codardo gli fecero prendere, all'età di
diciannov'anni, la maschera dell'ipocrisia, che mai più non si tolse dal
viso. Con la stessa mano, e forse con lo spirito stesso, sottoscrisse la
proscrizione di Cicerone, ed il perdono di Cinna. Artificiali erano le
sue virtù come pure i suoi vizj; ed il suo interesse soltanto lo fece
prima il nemico, e poi il padre di Roma[242]. Quando innalzò l'ingegnoso
sistema dell'autorità imperiale, la sua moderazione era infinita da'
suoi timori. Desiderava allora d'ingannare il popolo con l'immagine
della civile libertà, e gli eserciti con l'aspetto di un Governo civile.
La morte di Cesare gli stava sempre dinanzi agli occhi. Aveva, è vero,
colmati i suoi aderenti di ricchezze e di onori, ma si ricordava, che
gli amici più favoriti del suo zio erano stati nel numero dei
congiurati. La fedeltà delle legioni potea difendere la sua autorità
contro una ribellione scoperta, ma la loro vigilanza non poteva
assicurare la sua persona dal pugnale di un risoluto repubblicano; ed i
Romani, che veneravano la memoria di Bruto[243], avrebbero applaudito a
un imitatore di lui. Cesare avea provocato il suo destino più con
l'ostentazione della sua potenza, che con la potenza medesima. Il
Console o il Tribuno avrebbe potuto regnare in pace, ma il titolo di Re
aveva armati i Romani contro la sua vita. Sapeva Augusto, che gli uomini
si lasciano governare dai nomi, nè fu ingannato nell'aspettativa di
credere, che il Senato ed il popolo avrebber sopportato la schiavitù,
purchè fossero rispettosamente assicurati che tuttor godevano
dell'antica lor libertà. Un Senato debole, ed un popolo avvilito si
riposarono con piacere in questa dolce illusione, finchè la mantenne la
virtù, o la prudenza dei successori d'Augusto. I congiurati contro
Caligola, Nerone e Domiziano, animati dalla premura della propria
sicurezza, e non dallo spirito di libertà, attaccarono la persona del
tiranno, senza dirigere i loro colpi contro l'autorità dell'Imperatore.
La storia ci presenta, è vero, una occasione memorarabile, nella quale
il Senato dopo settant'anni di pazienza fece uno sforzo inutile per
riprendere i suoi da lungo tempo obbliati diritti. Quando il trono restò
vacante per l'uccisione di Caligola, i Consoli convocarono il Senato nel
Campidoglio, condannarono la memoria dei Cesari, diedero -libertà- per
-parola d'ordine- alle poche coorti, che freddamente seguivano la parte
loro, e per quarantott'ore operarono come Capi indipendenti di una
libera Repubblica. Ma mentre ch'essi deliberavano, i Pretoriani aveano
risoluto. Lo stupido Claudio, fratello di Germanico, era già nel loro
campo rivestito della porpora imperiale, e preparato a sostenere la sua
elezione con le armi. Il sogno di libertà svanì, ed il Senato si
risvegliò in mezzo a tutti gli orrori di una servitù inevitabile.
Abbandonata dal popolo e dalla forza militare, quella debole adunanza fu
costretta a ratificare la scelta dei Pretoriani, e ad accettare il
benefizio di un general perdono prudentemente offerto, e generosamente
mantenuto da Claudio[244].
L'insolenza degli eserciti destò in Augusto terrori più grandi. La
disperazione dei cittadini non poteva che tentare quello che i soldati
ebbero, in ogni tempo, la forza di eseguire. Quanto era precaria
l'autorità di questo Principe sopra uomini da lui ammaestrati a violare
ogni dovere sociale! Esso avea uditi i loro sediziosi clamori; e temeva
i più tranquilli momenti della loro riflessione. Si era comprata una
rivoluzione con somme immense; ma per farne un'altra sarebbe stato
d'uopo raddoppiare le ricompense. Le truppe professavano il più vivo
affetto alla Casa di Cesare; ma l'affetto della moltitudine è
capriccioso ed incostante. Augusto seppe risvegliare in suo prò tutti
quei pregiudizj romani, che ancor rimanevano in quelle menti feroci;
autorizzò il rigore della disciplina con la sanzione della legge; ed
interponendo la maestà del Senato tra l'Imperatore e l'esercito, seppe
arditamente esigere la loro obbedienza come primo magistrato della
Repubblica[245].
Nel lungo corso di dugento vent'anni, dallo stabilimento di questo
artificioso sistema fino alla morte di Commodo, i pericoli inerenti ad
un governo militare rimasero in gran parte sospesi. I soldati raramente
ebbero occasione di conoscere la loro propria forza, e la debolezza
dell'autorità civile; scoperta fatale che avanti e dopo produsse così
terribili calamità. Caligola e Domiziano furono assassinati nel loro
palazzo dai proprj domestici; le convulsioni che agitarono Roma alla
morte del primo, non passarono le mura della città. Ma Nerone involse
tutto l'Impero nella sua rovina. In diciotto mesi quattro Principi
furono assassinati, e l'urto delle armate fra loro nemiche fece crollare
il Mondo romano. Eccettuato questo solo breve, sebben fierissimo
traboccamento di militare licenza, i due secoli da Augusto a Commodo non
furono insanguinati da guerre civili, nè turbati da rivoluzioni.
L'Imperatore era eletto -dall'autorità del Senato- e dal -consenso dei
soldati-[246]. Le Legioni rispettavano il lor giuramento di fedeltà; ed
è necessaria un'ispezione minuta degli annali romani per iscoprire tre
piccole ribellioni, le quali furon tutte soppresse in pochi mesi, senza
pur correre il rischio di una battaglia[247].
Nei regni elettivi la vacanza del trono è un momento di crisi e di
pericolo. Gl'Imperatori romani, desiderosi di risparmiare alle legioni
questo intervallo di sospensione, e la tentazione di una scelta
irregolare, investivano il destinato lor successore di tanta porzione di
autorità presente, che potesse bastargli dopo la lor morte ad assumerne
il resto, senza che l'Impero si accorgesse di aver cangiato padrone.
Così Augusto, poichè da morti intempestive restaron recise le sue più
belle speranze, le ripose all'ultimo tutte in Tiberio; ottenne per
questo suo figlio adottivo le dignità di Censore e di Tribuno, e con una
legge rivestì il Principe futuro di un'autorità uguale alla sua sulle
province e sugli eserciti[248]. Così Vespasiano soggiogò l'anima
generosa del suo figlio maggiore. Tito era adorato dalle legioni
orientali, che aveano sotto il suo comando terminato di conquistar la
Giudea. Il suo potere era temuto, e siccome le sue virtù erano coperte
dall'intemperanza della gioventù, sì sospettava de' suoi disegni. In
vece di dare orecchio a tali ingiusti sospetti, il prudente Monarca
associò Tito a tutti i poteri dell'Imperial dignità; e il grato figlio
sempre si mostrò ministro umile e fedele di un padre così
indulgente[249].
Il buon senso di Vespasiano l'impegnò veramente ad abbracciare ogni
mezzo di assodare la sua elevazione recente e precaria. Il giuramento
militare, e la fedeltà delle truppe erano state consacrate dall'uso di
cent'anni al nome e alla famiglia dei Cesari; e benchè questa fosse
stata continuata soltanto con il fittizio rito della adozione, i Romani
però ancor riverivano nella persona di Nerone il nipote di Germanico, ed
il successore diretto di Augusto. Non senza ripugnanza e rimorso si
erano i Pretoriani indotti ad abbandonare la causa del tiranno[250]. Le
rapide cadute di Galba, di Ottone, e di Vitellio insegnarono agli
eserciti a riguardare gl'Imperatori come creature della lor volontà, ed
istrumenti della loro licenza. Vespasiano era di bassa estrazione; l'avo
di lui era stato soldato comune, ed il padre avea un piccolo impiego
nelle finanze[251]. Il merito lo aveva innalzato in una età avanzata
all'Impero; ma questo merito era più solido che brillante, e le sue
virtù erano disonorate da grande e sordida avarizia. Questo Principe
provvide al suo proprio interesse coll'associazione di un figlio, il cui
carattere più splendido ed amabile potesse richiamare l'attenzione del
pubblico, dall'origine oscura della famiglia dei Flavi, alle future
glorie della medesima. Sotto il dolce governo di Tito, il mondo Romano
godè di una felicità passeggiera, e la memoria di un Principe sì
adorabile fece tollerare per quindici anni i vizj del suo fratello
Domiziano.
Appena Nerva ebbe accettata la porpora dagli assassini di Domiziano, che
si avvide di esser per la grande età inabile ad arrestare il torrente
dei pubblici disordini, tanto moltiplicati sotto la lunga tirannide del
suo predecessore. I buoni rispettarono la sua mite indole, ma per
correggere i degenerati romani facea d'uopo un carattere più vigoroso,
la cui giustizia potesse spaventare i colpevoli. Ai suoi molti parenti
preferì nella scelta uno straniero. Egli adottò Traiano, in età di circa
quarant'anni; il quale comandava allora una possente armata nella
Germania inferiore; ed immediatamente con un decreto del Senato lo
dichiarò suo collega e successore nell'Impero[252]. È una vera
disgrazia, che mentre siamo oppressi dalla disgustosa relazione dei
delitti e delle pazzie di Nerone, dobbiamo investigare le azioni di
Traiano tra i barlumi di un compendio, o nella incerta luce di un
panegirico. Esiste però un altro panegirico molto lontano dal sospetto
di adulazione. Dugento cinquant'anni incirca dopo la morte di Traiano,
il Senato, nel far le solite acclamazioni per l'avvenimento di un nuovo
Imperatore, gli augurava di superare Augusto in felicità, e Traiano in
virtù[253].
Si può certamente credere che un tal padre della patria fosse in dubbio,
se dovesse o no affidare il sommo potere al carattere incerto ed
incostante del suo parente Adriano. Nei suoi ultimi momenti
l'Imperatrice Plotina o determinò artificiosamente l'irresoluzione di
Traiano, o arditamente suppose una finta adozione[254], della cui verità
sarebbe stato pericoloso il disputare, ed Adriano fu pacificamente
riconosciuto come suo legittimo successore. Sotto il suo regno, come
abbiamo già detto, l'Impero fiorì in pace ed in prosperità. Egli
incoraggiò le arti, riformò le leggi, assicurò la disciplina militare, e
visitò tutte le province in persona. Il suo ingegno vasto ed attivo
sapeva egualmente levarsi alle più estese mire, e discendere alle più
minute particolarità del governo civile; ma le passioni sue dominanti
erano la curiosità e la vanità. Secondo che queste in lui prevalevano, e
secondo i diversi oggetti che le eccitavano, Adriano si mostrò, a
vicenda, principe eccellente, sofista ridicolo, e geloso tiranno. In
generale la di lui condotta meritava lode per la giustizia e la
moderazione. Nei primi giorni però del suo regno fece morire quattro
Senatori consolari, suoi nemici personali, ed uomini stati giudicati
degni dell'Impero; e la noia di una penosa malattia lo rendè, in ultimo,
fantastico e crudele. Il Senato dubitò se lo dovesse chiamare Dio o
tiranno; e furono conceduti alla memoria di lui gli onori divini, per le
preghiere di Antonino Pio[255].
Il genio capriccioso di Adriano influì sulla scelta del suo successore.
Dopo aver gettati gli occhi sopra molti soggetti di un merito distinto,
da lui stimati ed odiati, adottò Elio Vero, nobile voluttuoso ed
allegro, caro per la sua non comune bellezza all'amante di Antinoo[256].
Ma mentre Adriano si applaudiva della sua scelta, e delle acclamazioni
dei soldati, dei quali si era assicurato il consenso con un esorbitante
donativo, una morte immatura rapì ai suoi amplessi il nuovo Cesare[257].
Questi lasciò solamente un figlio ancor bambino, che Adriano raccomandò
alla gratitudine degli Antonini. Pio l'adottò, ed all'avvenimento di
Marco, fu rivestito di una porzione del poter sovrano. Aveva il minor
Vero, fra molti vizi, una virtù, che consisteva nel dovuto rispetto
verso il suo più saggio collega, al quale abbandonò volontariamente le
cure più penose dell'Impero. Il filosofo Imperatore chiuse gli occhi
sulla stolta condotta di lui, ne pianse l'acerba morte, e gettò un velo
decente sopra la sua memoria.
Appena la passione di Adriano, fu o soddisfatta o delusa, egli risolse
di meritare la gratitudine della posterità, mettendo il merito più
illustre sul trono romano. Il suo occhio penetrante facilmente scoprì un
Senatore di circa cinquant'anni, irreprensibile in tutta la condotta
della sua vita, ed un giovane di quasi diciassette anni, che in età più
matura presentò poscia il bell'aspetto di tutte le virtù, il maggiore di
questi fu dichiarato figlio e successore di Adriano, a condizione però
ch'egli stesso adotterebbe subito il più giovane. I duo Antonini,
(giacchè si parla adesso di loro) governarono il Mondo romano per
quarantadue anni con lo stesso spirito invariabile di prudenza e di
virtù. Benchè Pio avesse due figli[258], preferì il bene di Roma
all'interesse della sua famiglia; diede la sua figlia Faustina in moglie
al giovane Marco, gli ottenne dal Senato la potestà tribunizia e
proconsolare, e disprezzando nobilmente, o piuttosto ignorando la
gelosia, lo associò a tutte le fatiche del Governo. Marco, dall'altra
parte, riveriva il carattere del suo benefattore, lo amava come padre,
l'obbediva come Sovrano[259], e dopo la morte di lui resse lo Stato
secondo l'esempio e le massime del suo predecessore. Questi due regni
sono forse il solo periodo della storia, nel quale la felicità di un
gran popolo sia stata il solo oggetto di chi lo governava.
Tito Antonino Pio era giustamente stato chiamato un secondo Numa. Lo
stesso amore della religione, della giustizia e della pace, formava il
carattere distintivo di questi due Principi. Ma la situazione
dell'ultimo gli aprì un campo più largo all'esercizio di queste virtù.
Numa poteva solamente impedire pochi vicini villaggi dal devastarsi
scambievolmente le loro campagne. Antonino diffuse l'ordine e la
tranquillità sulla maggior parte della Terra. Il suo regno è distinto
dal raro vantaggio di fornire pochissimi materiali per la storia, la
quale veramente non è quasi altro che il registro dei delitti, delle
pazzie e delle sventure degli uomini. Nella vita privata era amabile e
buono. La natural semplicità della sua virtù non conosceva la vanità, o
l'affettazione. Godeva con moderazione dell'illustre suo grado, e dei
piaceri innocenti della società[260]; e la benevolenza del suo animo si
palesava nella dolce serenità del uno volto.
La virtù di Marco Aurelio Antonino era di un carattere più severo e più
faticoso[261]. Era il frutto di molte dotte conferenze, di una vasta e
paziente lettura, e di molte notturne applicazioni. In età di dodici
anni abbracciò il rigido sistema degli stoici che gl'insegnò a
sottomettere il corpo allo spirito, le passioni alla ragione, a
considerar le virtù come l'unico bene, il vizio come l'unico male, e
tutte le cose esterne come cose indifferenti[262]. Le sue Meditazioni,
composte nel tumulto di un campo sussistono ancora; egli condescendeva
eziandio a dar lezioni di filosofia in un modo più pubblico di quel che
forse convenisse alla modestia di un savio, o alla dignità di un
Imperatore[263]. Ma la sua vita era il più nobil commento dei precetti
di Zenone. Rigido con sè stesso, compativa gli altrui difetti, ed era
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