suo successore, finchè la giustizia di Tiberio fu tratta ad usare qualche severità (ved. Tacito, Annal. II 85; Giuseppe Antichità l. XVIII c. 3.) [121] Tertulliano -Apolog.- c. 6 p. 74 ediz. Averc. Credo che questo stabilimento possa attribuirsi alla pietà della famiglia Flavia. [122] Ved. Tito Livio l. XI e XXIX. [123] Macrob. -Saturn.- l. III c. 9. Questo autore ci dà una formola di evocazione. [124] Minuzio Felice -in Octavio- p. 54. Arnobio l. VI p. 115. [125] Tacito annal. XI 24. -Il Mondo Romano- del dotto Spanheim è una storia completa della progressiva ammissione del Lazio, dell'Italia e delle province alla cittadinanza romana. [126] Erodoto V 97. Questo numero sembra considerabile e par credibile che l'Autore se ne sia rapportato al rumor popolare. [127] Ateneo -Deipnosophist.- l. VI p. 172 ediz. di Casaubono; Meursio -De fortuna Attica- c. 4. [128] Ved. in Beaufort -Rep. Rom.- l. IV c. 4 il numero esatto dei cittadini che ogni censo comprendeva. [129] Appiano -De bello civili- l. I. Vallejo Patercolo, l. II c. 15 16 e 17. [130] Mecenate lo consigliò di dare con un editto il titolo di cittadino a tutti i suoi sudditi; ma vien giustamente sospettato che Dione Cassio sia l'autore d'un consiglio così bene adattato alla pratica del suo secolo, e così poco alla politica di Augusto. [131] I Senatori erano obbligati di avere il terzo dei loro beni in Italia. Ved. Plinio l. VI epist. 19. Marco Aurelio permise loro di non avervi che il quarto. Dopo il regno di Traiano, l'Italia cominciò a non essere più distinta dalle altre province. [132] La prima parte della -Verona Illustrata- del marchese Maffei, dà la più chiara ed estesa descrizione dello stato della Italia al tempo dei Cesari. [133] Ved. Pausania l. II. Quando queste assemblee non furono più pericolose, i Romani consentirono che se ne stabilissero i nomi. [134] Cesare ne fa spesso menzione. L'Ab. Dubos non ha potuto provare che i Galli abbian continuato sotto gl'Imperatori a tenere queste assemblee. -Stor. dello stabilimento della Monarch. Francese-, l. I, c. 4. [135] Seneca -De Consol. ad Helviam-, c. 6. [136] Mennone presso Fozio c. 33. Valerio Mass. IX 2, Plutarco e Dione Cassio fanno ascender la strage a 150000 cittadini; ma credo che un numero minore sia più che bastante. [137] Venticinque colonie furono stabilite nella Spagna. Ved. Plinio Stor. Nat. II 3, 4; IV 35, e nove nella Britannia, tra le quali Londra, Colchester, Lincoln, Chester, Glocester, e Bath sono ancora città considerabili. Ved. Riccardo di Cirencester p. 364 e la Stor. di Manchester di Whitaker l. I c. 3. [138] Aulo Gellio -Noctes Atticae-, XVI. 13. L'imperatore Adriano era sorpreso che le città di Utica, di Cadice e d'Italica, che godevano de' privilegi annessi alle città municipali, sollecitassero il titolo di -Colonie-: fu presto però seguito il loro esempio, e l'Impero si trovò ripieno di colonie onorarie. Ved. Spanheim -De usu numismat.- dissert. XIII. [139] Spanheim -Orb. Rom.- c. 8 p. 62. [140] Aristide, in -Romae encomio-, tom. I. p. 218 edit. Jebb. [141] Tacito Annal. XI 2 24 -Stor.- IV 74. [142] Plinio -Stor. Nat.- III 5, S. Agostino -De Civitate Dei- XIX 7, Giusto Lipsio -De pronunciatione linguae latinae- c. 3. [143] Apuleio e S. Agostino saranno garanti per l'Affrica; Strabone per la Spagna e la Gallia; Tacito nella vita d'Agricola per la Britannia, e Velleio Patercolo per la Pannonia. A tutte queste testimonianze noi possiamo aggiugnere il linguaggio delle Iscrizioni. [144] La lingua celtica si conservò nei monti del paese di Galles, di Cornovaglia, e dell'Armorica. Apuleio rimprovera l'uso della lingua punica a un giovane affricano, che viveva tra gli ultimi del popolo, mentre avea quasi dimenticata la greca, e che non sapeva o non voleva parlar latino. -Apolog.- p. 596. S. Agostino non parlò che rarissimamente in lingua punica ne' suoi Concilj. [145] La sola Spagna fu madre di Columella, dei due Seneca, di Lucano, di Marziale e di Quintiliano. [146] Da Dionigi fino a Libanio, nessun critico greco, che io sappia, fa menzione di Virgilio, o di Orazio. Sembra che nessuno conoscesse i buoni Scrittori romani. [147] Il lettore curioso può vedere nella Biblioteca Ecclesiastica di Dupin tom. XIX p. I cap. 8 qual cura si aveva per conservare le lingue siriaca ed egiziana. [148] Ved. Gioven. Sat. III e XV, Ammiano Marcellino XXII 16. [149] Dione Cassio l. LXXVII p. 1275. Sotto il regno di Settimio Severo fu per la prima volta un Egiziano ammesso nel Senato. [150] Valerio Massimo, l. II c. 2 n. 1. L'Imperatore Claudio degradò un ragguardevol Greco, perchè non sapeva la lingua latina. Questi avea forse qualche pubblico impiego. Svet. Vita di Claudio c. 16. [151] Nel campo di Lucullo un bove fu venduto una dramma, ed uno schiavo quattro dramme. Plutarco; Vita di Lucullo, p. 580. [152] Diodoro di Sicilia, in -Eclog. Hist.- l. XXXIV e XXXVI Floro III 19 20. [153] Ved. un esempio notabile di severità in Cicerone, -in Verrem.- V. 3. [154] Grutero, e gli altri compilatori riportano un gran numero d'iscrizioni indirizzate dagli schiavi alle lor mogli, ai figli, ai compagni, ai padroni ec. e che, secondo tutte le apparenze, sono del secolo degl'Imperatori. [155] Ved. la Storia Augusta, ed una Dissert. di M. de Burigny intorno agli schiavi dei Romani nel XXXV volume dell'Accademia delle Belle Lettere. [156] Ved. un'altra Dissert. del suddetto M. de Burigny intorno ai liberti dei Romani nel XXXVII tomo della stessa Accad. [157] Spanheim -Orb. Rom.- l. I. c. 16 p. 124 ec. [158] Seneca, -De Clementia- l. I. C. 24. L'Originale è molto più forte. -Quantum periculi immineret, si servi nostri numerare nos coepissent.- [159] Ved. Plinio -Stor. Nat.- l. XXXIII e Ateneo -Deipnos-, l. VI p. 272. Questi asserisce arditamente che ha conosciuto molti Παμπολλοι Romani che possedevano non per uso, ma per ostentazione dieci ed ancora ventimila schiavi. [160] In Parigi si contano più di 43700 servitori di ogni sorta, che non fanno la dodicesima parte de' suoi abitanti. Messanges -Ricerche sulla popolazione- p. 186. [161] Uno schiavo colto si vendeva molte centinaia di zecchini. Attico ne avea sempre alcuni da educare, ai quali dava lezione egli stesso. Cornel. Nep. -Vit. Attici- cap. 13. [162] La maggior parte dei medici romani erano schiavi. Ved. La Dissert. e la Difesa del Dott. Middleton. [163] Pignorio -De servis- fa una lunghissima enumerazione dei loro ordini e dei loro impieghi. [164] Tacito Ann. XIV 43. Furono giustiziati per non aver previsto o impedito l'assassinio del loro padrone. [165] Apuleio -in Apolog.- p. 548. Edit. Delph. [166] Plinio -Stor. Nat.- l. XXXIII 47. [167] Se si contano 20 milioni di anime in Francia, 22 in Germania, 4 in Ungheria, 10 in Italia e nell'isole adiacenti, 8 nella Gran-Bretagna e in Irlanda, 8 in Spagna e in Portogallo, 10 o 12 nella Russia europea, 6 in Polonia, 6 in Grecia ed in Turchia, 4 in Svezia, 3 in Danimarca e Norvegia, e 4 nei Paesi Bassi; il totale monterà a 105, o 107 milioni. Ved. la Stor. Gen. di Voltaire. (-I computi della popolazione europea sono ora diversi d'assai. La sola Italia contiene al presente 12 milioni d'abitatori.-) [168] -Giuseppe de bello Judaico- l. II c. 16. Il discorso di Agrippa, o a dir meglio, quello dello Storico, è una bella descrizione dell'Impero romano. [169] Svetonio, vita di Augusto c. 28. Augusto fabbricò in Roma il tempio e la piazza di Marte Vendicatore; il tempio di Giove Fulminante nel Campidoglio; quello di Apollo Palatino con pubbliche librerie; il portico, e la basilica di Caio e Lucio; i portici di Livia e di Ottavia; ed il teatro di Marcello. L'esempio del Sovrano fu imitato dai Ministri e dai Generali, ed il suo amico Agrippa fece innalzare il Panteon, monumento immortale. [170] Ved. Maffei Ver. Illustr. l. IV pag. 68. [171] Ved. il l. X delle Lettere di Plinio. Tra le fabbriche intraprese a spese dei cittadini, quest'Autore parla di quelle che seguono: a Nicomedia una nuova piazza, un acquedotto e un canale, che uno degli antichi Re avea lasciato imperfetto; a Nicea un -Ginnasio- e un Teatro che era già costato quasi cento ottantamila zecchini; alcuni bagni a Claudiopoli e Prusa; e un acquedotto lungo cinque leghe ad uso di Sinope. [172] Adriano fece in seguito un giustissimo regolamento, che divideva ogni tesoro tra il proprietario del luogo e l'inventore. Stor. Aug. p. 9. [173] Filostrato -in vita Sophist.- l. II p. 543. [174] Aulo Gellio -Noct. Attic.- l. 2 IX, 2 XVIII, 10 XIX 12. Filost, p. 564. [175] Ved. Filost. l. II pag. 548 566. Pausania l. I, VII 10. La vita di Erode nel XXX tom. dell'Accademia dell'Iscrizioni. [176] Questa osservazione è principalmente applicata alla Repubblica ateniese da Dicearco -De statu Graeciae-, p. 8. -Inter geograph. minores- edit. Hudson. [177] Donato -de Roma vetere- l. III c. 4 5 6. Nardini Roma antica lib. III II 12 13 e un manuscritto che contiene una descrizione di Roma antica fatta da Bernardo Oricellario, o Rucellai, della quale ho ottenuto una copia dalla libreria del canonico Riccardi a Firenze. Plinio parla di due celebri quadri di Timante e di Protesene posti, per quel che sembra, nel tempio della Pace. Il Laocoonte fu trovato nelle Terme di Tito. [178] Montfaucon -Antiq. expliq.- tom. IV p. 2 l. I c. 9. Il Fabretti ha composto un trattato molto erudito sopra gli acquedotti di Roma. [179] Eliano -Hist. var-. l. IX c. 16. Quest'autore viveva sotto Alessandro Severo. Ved. il Fabrizio -Biblioth. Graeca- l. IV. c. 21. [180] Giuseppe -de bello Judaico- II 16. Questo numero vi è riferito; forse non deve esser preso con rigore. [181] Plin. Stor. Nat. III 5. [182] Plin. Stor. Nat. III 3, 4 IV 35. La nota pare autentica ed esatta; la divisione delle province, e la diversa condizione delle città vi sono minutamente riferite. [183] Strabon. -Geograph.- l. XVII p. 1189. [184] Giuseppe -De bello Jud.- II 16 Filostr. -in vit. Sophist.- l. II p. 548. Edit. Olear. [185] Tacit. Annal. IV 66. Ho impiegato qualche studio in consultare e paragonare tra loro i moderni viaggiatori, riguardo al fatto di quelle undici città dell'Asia; sette o otto sono affatto distrutte; Ipea, Tralli, Laodicea, Ilione, Alicarnasso, Mileto, Efeso, e possiamo aggiungere Sardi. Delle tre altre Pergamo è un misero villaggio di due o tremila abitanti. Magnesia, sotto il nome di Guzel-hissar, è città di qualche riguardo; e Smirne è una città grande, popolata di centomila anime. Ma mentre che in Smirne i Franchi hanno conservato il commercio, i Turchi hanno rovinate le arti. [186] Ved. una esattissima e curiosa descrizione delle rovine di Laodicea nei viaggi di Chandler per l'Asia Minore p. 225 ec. [187] Strabone l. XII. 866. Egli avea studiato in Tralli. [188] Ved. una Dissertazione di M. de Boze, Mem. dell'Accad. tom. XVIII. Aristide recitò un'orazione, che ancora esiste, per raccomandare la concordia alle città rivali. [189] Gli abitanti dell'Egitto, eccettuata Alessandria, si facevano ascendere a sette milioni e mezzo. Giuseppe -De bello Jud.- II. Sotto il governo militare dei Mammalucchi, la Siria si credeva che contenesse settantamila villaggi. Storia di Timur. Bec. l. V. c. 20. [190] Il seguente itinerario può servire a dar qualche idea della direzione del cammino, e della distanza tra le principali città. I. Dalla muraglia di Antonino fino a York 222 miglia romane. II. A Londra 227. III. A Rhutupia ovvero Sandwich 67. IV. Tragitto fino a Bologna 45. V. A Rheims 174. VI. A Lione 330. VII. A Milano 324 VIII. A Roma 426. IX. A Brindisi 360. X. Tragitto fino a Durazzo 40. XI. A Bisanzio 711. XII. Ad Ancira 283. XIII. A Tarso 301. XIV. Ad Antiochia 141 XV. A Tiro 252 XVI. A Gerusalemme 168 in tutto miglia Romane 4080. Ved. gl'Itinerarj pubblicati da Wesselling colle sue note; vedasi ancora Gale e Stukeley per la Britannia, e d'Anville per la Gallia e l'Italia. [191] Montfaucon. -Antiq. expliq.- tom. IV p. 2 l. I c. 5 ha descritti i ponti di Narni, di Alcantara, di Nimes ec. [192] Bergier Storia delle strade maestre dell'Impero rom. l. II c. 128. [193] Procopio -in Hist. Arcana- c. 30. Bergier Stor. delle strade maestre l. IV. -Codic. Theodos.- l. VIII tit. V vol. II p. 506-563 con il dotto commentario del Gotofredo. [194] Al tempo di Teodosio, Cesario, magistrato di alto affare, venne per la posta da Antiochia a Costantinopoli. Cominciò il suo viaggio di notte; fu la sera dipoi nella Cappadocia a 165 miglia da Antiochia, ed arrivò a Costantinopoli il sesto giorno verso mezzodì. L'intera distanza era di miglia 725 romane. Ved. Libanio -Orat.- XXI e gl'Itinerarj p. 572 581. [195] Plinio, benchè ministro favorito, dovè giustificarsi per aver fatto dare cavalli di posta alla sua moglie per un affare di gran premura. Epist. X l. X 121 122. [196] Bergier luog. cit. l. IV c. 49. [197] Plinio Stor. Nat. XIX 1. [198] È probabile che i Greci ed i Fenicj introducessero nuove arti e nuove produzioni nelle vicinanze di Cadice, e di Marsiglia. [199] Ved. Omero Odiss. l. IX v. 358. [200] Plinio Stor. Nat. l. XLV. [201] Strab. Geog. l. IV p. 223. Il freddo eccessivo di un inverno Gallo era un proverbio tra gli antichi. [202] Nel principio del quarto secolo l'Oratore Eumene -Panegir. veter.- VIII 6 -edit. Delph.- parla dei vini di Autun, che avevano perduto la qualità loro per l'antichità; ed allora s'ignorava affatto il tempo, nel quale le vigne erano per la prima volta state piantate nel territorio di quella città. M. d'Anville pone il -Pagus Arebrignus- nel distretto di Beaune, celebre ancora adesso per la bontà de' suoi vini. [203] Plinio Stor. Nat. l. XV. [204] Plinio Stor. Nat. l. XIX. [205] Il bel saggio di Harte sull'agricoltura; egli ha unito in quest'opera tutto ciò che gli antichi e i moderni han detto del trifoglio. [206] Tacito -German.- c. 45. Plinio Stor. Nat. XXXVII 11. Osserva egli graziosamente che la moda stessa non avea ancor potuto insegnare l'utilità dell'ambra. Nerone mandò un cavaliere romano ne' luoghi ove la raccoglievano (che sono le coste della Prussia moderna) a comprarne una gran quantità. [207] Chiamata Taprobane dai Romani, e Serendib dagli Arabi. Quest'Isola fu scoperta sotto il regno di Claudio, e divenne insensibilmente la sede principale del commercio dell'Oriente. [208] Plinio Stor. Nat. l. VII. Strab. l, XVII. [209] Stor. Augusta p. 224. Una veste di seta era considerata come un ornamento femminile ed indegna di un uomo. [210] Le due gran pesche di perle erano le medesime dei nostri tempi, Ormuz, e il Capo Comorino. Per quanto noi possiamo paragonare la Geografia antica colla moderna, Roma ricavava i suoi diamanti dalla miniera di Jumelpur nel Regno di Bengala; se ne trova una descrizione nel tom. II. Viaggi di Tavernier pag. 281. [211] Tacito Annali III 5 in un discorso di Tiberio. [212] Plin. Stor. Nat. XII 18. In un altro luogo calcola la metà di questa somma; -quingenties H. S.- per l'India, senza comprender l'Arabia. [213] La proporzione che era da uno a dieci, e dodici e mezzo salì a quattordici e due quinti per una legge di Costantino. Ved. le tavole di Arbuthnot sopra le monete antiche c. V. [214] Oltre diversi altri passi ved. Plinio Stor. Nat. III 5 Aristide -De urbe Roma-, e Tertulliano -De anima- c. 30. [215] Erode Attico dette al Sofista Polemone quasi sedicimila zecchini per tre declamazioni. V. Filostr. l. I p. 558. Gli Antonini fondarono una scuola in Atene, nella quale si mantenevano a pubbliche spese professori di grammatica, di rettorica, di politica, e delle quattro Sette principali della filosofia per istruzione della gioventù. Il salario di un filosofo era diecimila dramme l'anno Furono fatti stabilimenti simili nelle altre città dell'Impero. Ved. Luciano nell'Eunuc. tom. II p. 353 ediz. Reitz Filostrat, l. II p, 566. Storia Augusta p. 2. Dione Cassio l. LXXI p. 1195. Lo stesso Giovenale, in una satira piena di mal talento, la quale ad ogni linea tradisce la sua invidia e il suo scontento, è però obbligato a soggiugnere --- O Juvenes circumspicit, at agitat vos,- -Materiamque sibi Ducis indulgentia quaerit.- Sat. VII 20. [216] Longin. -Del sublime- c. 43 p. 229 ediz. Toll. Qui possiamo dire di questo grande Scrittore ch'egli unisce l'esempio al precetto. In vece di proporre arditamente i suoi sentimenti, esso gli insinua colla più gran riserva, li pone in bocca di un amico, e per quanto se ne può giudicare da un testo corrotto, mostra di volerli confutare egli stesso. CAPITOLO III. -Costituzione del romano Impero nel secolo degli Antonini.- Una Monarchia, secondo la definizione che più facile presentasi, è uno Stato, in cui ad una sola persona, venga questa con qualsisia nome distinta, si affida l'esecuzione delle leggi, il governo dell'entrate, ed il comando dell'armi. Ma se la pubblica libertà non è protetta da intrepidi e vigilanti custodi, l'autorità di un magistrato così formidabile tralignerà in dispotismo fra breve. In un secolo di superstizione l'influenza del clero potrebbe utilmente servire a sicurare i diritti del genere umano: ma il trono e l'altare sono sì strettamente connessi, che di rado lo stendardo della Chiesa si è veduto a sventolare dal lato del popolo. Una nobiltà guerriera ed un popolo inflessibile, padrone delle armi, tenace del diritto di proprietà, e raccolto in adunanze secondo la legge, formano il solo contrappeso atto a sostenere una costituzione libera contro le usurpazioni di un Principe ambizioso. La vasta ambizione del Dittatore aveva atterrato ogni argine della costituzione romana, e la destra crudele del Triumviro aveva distrutto ogni riparo. Dopo la vittoria di Azio, il destino del Mondo romano dipendeva dal volere di Ottaviano, a cui l'adozione dello zio dette il nome di Cesare, e dipoi l'adulazione del Senato quello di Augusto. Questo conquistatore aveva sotto di sè quarantaquattro legioni veterane[217] che conoscevano la propria forza e la debolezza della costituzione politica, avvezze per venti anni di guerra civile alle stragi ed alle violenze, ed appassionate per la famiglia di Cesare, dalla quale solamente aveano ricevute ed aspettavano le più larghe ricompense. Le province, lungamente oppresse dai ministri della Repubblica, sospiravano il governo di un solo, che fosse il padrone e non il complice di quei piccoli tiranni. Il popolo di Roma, vedendo con un segreto piacere l'umiliazione della aristocrazia, non domandava altro che pane e spettacoli, e la mano liberale di Augusto lo contentava. I ricchi e culti Italiani, i quali aveano quasi generalmente abbracciata la filosofia d'Epicuro, godevano le presenti dolcezze della pace e della tranquillità, nè volevano interrompere sogno sì grato con la memoria della antica tumultuosa libertà. Il Senato avea colla potenza perduta la dignità; molte delle più nobili famiglie erano estinte; la guerra, o la proscrizione avean fatti perire i repubblicani riguardevoli per ardimento e per senno; e si era appostatamente lasciato libero l'ingresso in quell'ordine ad una mista moltitudine di più di mille persone, le quali disonoravano il lor grado in vece di trarne decoro[218]. La riforma del Senato fu uno dei primi passi, coi quali Augusto, non più tiranno, ma padre si mostrò della patria. Fu egli eletto Censore, e di concerto col suo fedele Agrippa, esaminò la lista dei Senatori, ne scacciò alcuni membri, i vizj o l'ostinazione dei quali esigevano un pubblico esempio, ne indusse quasi dugento a prevenire con un volontario ritiro la vergogna dell'espulsione, ordinò che non potesse essere Senatore chi non possedeva quasi ventimila zecchini, creò un numero sufficiente di famiglie patrizie, ed accettò il titolo decoroso di Principe del Senato, che dai Censori era sempre stato conceduto al cittadino più illustre per dignità e per servizj[219]. Ma rendendo così al Senato la sua dignità, ne distruggeva l'indipendenza. I principj di una libera costituzione sono irrevocabilmente perduti, quando la potestà legislativa è creata dalla potestà esecutiva. Dinanzi a questa adunanza, così formata e disposta, Augusto recitò un discorso studiato, nel quale copriva la sua ambizione col velo del patriottismo. «Deplorava, anzi scusava la sua passata condotta: la pietà filiale gli aveva messe le armi in mano per vendicare un padre ucciso; la sua umanità era stata talvolta obbligata a cedere alle leggi crudeli della necessità, ed a far lega forzata con due indegni colleghi; sinchè visse Antonio, la Repubblica l'avea obbligato a non abbandonarlo in balìa di un Romano degenerato, e di una barbara Regina; era al presente in libertà di soddisfare al suo dovere ed alla sua inclinazione. Rendeva solennemente al Senato ed al popolo i loro antichi diritti e desiderava soltanto di mescolarsi nella folla de' suoi concittadini, e di partecipare con essi alla felicità, che avea procurata alla sua patria[220]». Tacito solo (se Tacito fosse stato presente) avrebbe potuto descrivere le varie agitazioni del Senato, i nascosti sentimenti degli uni, ed il zelo affettato degli altri. Era pericoloso il fidarsi all'espressioni di Augusto, e più pericoloso il mostrare di non crederle sincere. I vantaggi respettivi della Monarchia o della Repubblica hanno spesso tenuti divisi gli speculativi ricercatori; la grandezza presente dello Stato romano, la corruzione dei costumi, e la licenza dei soldati somministravano nuovi argomenti ai settatori della Monarchia; e queste massime generali di governo si trovavano ravvolte con le speranze e co' timori di ciaschedun privato. In mezzo a tal confusione di sentimenti, la risposta del Senato fu unanime e decisiva: ricusarono di accettare la dimissione di Augusto; lo supplicarono di non abbandonar la Repubblica ch'egli aveva salvata. Dopo una decente resistenza, l'accorto tiranno si sottomise agli ordini del Senato, ed acconsentì a ricevere il governo delle province, ed il comando generale degli eserciti romani sotto i ben conosciuti nomi di -Proconsole- e -d'Imperatore-[221]. Ma li volle ricevere per soli dieci anni. Sperava, diss'egli, che anche avanti questo termine, le piaghe della discordia civile sarebbero perfettamente rimarginate, e che la Repubblica, ritornata nel suo primiero stato di sanità e di vigore, non avrebbe più bisogno del pericoloso intervento di un magistrato così straordinario. Questa commedia fu diverse volte ripetuta durante la vita d'Augusto, e se ne conservò la memoria fino agli ultimi secoli dell'Impero, solennizzando sempre i perpetui Monarchi di Roma con una pompa singolare ogni decimo anno del loro regno[222]. Il Generale degli eserciti romani, senza violare in alcun modo i principj della costituzione, poteva ricevere ed esercitare un'autorità quasi dispotica sopra i soldati, sopra i nemici, e sopra i sudditi della Repubblica. In quanto ai soldati, la gelosia della libertà avea, fin dai primi secoli di Roma, ceduto il luogo alle speranze di conquista, ed al sentimento della militar disciplina. Il Dittatore o il Console avea diritto di obbligare la gioventù romana a portar le armi, e di punire una disobbedienza ostinata o codarda con le pene più severe ed ignominiose, scancellando il trasgressore dalla lista dei cittadini, confiscandone i beni, e vendendolo siccome schiavo[223]. Il servizio militare sospendeva i più sacri diritti della libertà, confermati dalle leggi Porcia e Sempronia. Nel suo campo il Generale esercitava un potere assoluto di vita e di morte, la sua giurisdizione non era vincolata da alcuna formalità legale, e l'esecuzione della sua sentenza era immediata[224] e senza appello. I nemici di Roma regolarmente si dichiaravano dalla autorità legislativa. Le più importanti risoluzioni per la pace o per la guerra venivano seriamente dibattute nel Senato, e solennemente ratificate dal Popolo. Ma nei paesi molto lontani dall'Italia, i Generali si prendevan la libertà di portar le armi delle legioni contro qualunque popolo, e come più lor pareva espediente al servizio pubblico. Dal successo e non dalla giustizia delle loro imprese essi aspettavano gli onori del trionfo. Usavano dispoticamente della vittoria, specialmente quando non furono più ritenuti dalla presenza dei Commissarj del Senato. Quando Pompeo comandava nell'Oriente, egli ricompensò i suoi soldati ed i suoi alleati, detronizzò Sovrani, divise regni, fondò colonie, e distribuì i tesori di Mitridate. Ritornato a Roma, ottenne con un sol decreto del Senato e del popolo la ratifica universale di tutta la sua condotta[225]. Tale era il potere sopra i soldati o sopra i nemici di Roma che veniva concesso ai Generali della Repubblica, o era da loro usurpato. Essi erano nel tempo stesso i governatori o piuttosto i Monarchi delle province conquistate, univano alla civile l'autorità militare, amministravano la giustizia, come pure le pubbliche entrate, ed esercitavano la potenza esecutiva dello Stato, e la legislativa ad un tempo. Da quanto sì è già osservato noi primo capitolo di quest'opera, si può ricavare un'idea dello stato delle armate e delle province, quando Augusto prese in mano le redini del governo. Ma siccome era impossibile ch'esso potesse in persona comandare le legioni di tante frontiere lontane, gli fu dal Senato, come già a Pompeo, concessa la permissione di delegar l'esercizio del suo potere ad un sufficiente numero di Luogotenenti. Questi uffiziali per grado e per autorità non sembravano inferiori agli antichi Proconsoli ma la dignità loro era dipendente e precaria. Essi riconoscevano il lor potere dalla volontà di un superiore, alla fausta influenza del quale attribuivasi legalmente il merito delle azioni[226]. Eran essi i rappresentanti dell'Imperatore, ed egli solo era il Generale della Repubblica, e la sua giurisdizione, sì civile che militare, si estendeva sopra tutte le conquiste di Roma. Dava però al Senato almeno la soddisfazione di sempre delegare il suo potere ai membri di questo corpo. I Luogotenenti Imperiali erano di grado consolare o pretorio; le legioni eran comandate da Senatori, e la Prefettura dell'Egitto era l'unico governo importante affidato ad un cavaliere romano. Sei giorni dopo che Augusto fu forzato ad accettare un dono sì liberale, volle con un facil sacrifizio appagare la vanità dei Senatori. Rappresentò che gli avevano esteso il potere anche al di là del termine necessario all'infelice condizione dei tempi. Essi non gli avevan permesso di ricusare il faticoso comando degli eserciti e delle frontiere, ma insistè che se gli permettesse di rimettere le province più pacifiche e sicure alla dolce amministrazione del civil magistrato. Nella divisione delle province, Augusto provvide alla sua propria potenza, ed alla dignità della Repubblica. I Proconsoli del Senato, e particolarmente quelli dell'Asia, della Grecia e dell'Affrica gioivano una distinzione più onorevole dei Luogotenenti imperiali, che comandavano nella Gallia, o nella Siria. I primi erano accompagnati dai littori, e gli altri dai soldati. Si fece una legge che dovunque l'Imperatore fosse presente, restasse sospesa l'ordinaria giurisdizione del governatore; s'introdusse l'uso che le nuove conquiste appartenessero alla dote imperiale, e presto si scoprì che l'autorità del -Principe-, l'epiteto favorito di Augusto, era la medesima in ogni parte dell'Impero. Per ricompensa di questa concessione immaginaria, ottenne Augusto un importante privilegio, che lo rendè padrone di Roma e dell'Italia. Con pericolosa eccezione alle antiche massime, egli fu autorizzato a conservare il suo comando militare, sostenuto da un numeroso corpo di guardie, anche in tempo di pace e nel cuore della capitale. Il suo comando veramente era limitato sopra i cittadini obbligati al servizio dal giuramento militare; ma tale era l'inclinazione dei Romani alla servitù, che i magistrati, i Senatori ed i Cavalieri prestarono volontariamente il giuramento, finchè l'omaggio della adulazione si convertì insensibilmente in una annuale e solenne protesta di fedeltà. Benchè Augusto considerasse la forza militare come il più saldo fondamento di un Governo, nondimeno prudentemente la rigettò come strumento molto odioso. Era più disposto per natura e per politica a regnare sotto i venerabili nomi dell'antica magistratura, e ad unire artificiosamente nella sua persona tutti i dispersi raggi della giurisdizione civile. Con questa mira permise al Senato di conferirgli a vita la potestà consolare[227] e la tribunizia[228], che fu nel modo stesso continuata a tutti i suoi successori. I Consoli eran succeduti ai Re di Roma, e rappresentavano la maestà dello Stato. Essi soprintendevano alle cerimonie della religione, levavano e comandavano le legioni, davano udienza agl'Imbasciatori stranieri, e presedevano alle adunanze del Senato e del popolo. La generale amministrazione delle finanze era a loro affidata, e sebbene raramente avesser tempo di amministrar la giustizia in persona, erano tuttavia considerati come i supremi custodi delle leggi, dell'equità e della pubblica pace. Tale era la loro giurisdizione ordinaria; ma questa diveniva superiore a qualunque legge ogni volta che il Senato imponeva ai Consoli di vegliare alla salvezza della Repubblica: allora per difesa della pubblica libertà essi esercitavano un temporaneo dispotismo[229]. Il carattere dei Tribuni era per ogni riguardo diverso da quello dei Consoli. L'apparenza dei primi era umile e modesta, ma le loro persone erano sacre e inviolabili. Avevan essi più forza per opporsi che per operare. Il loro incarico era di difendere gli oppressi, di perdonar le offese, di accusare i nemici del popolo, e di arrestare con una sola parola, se lo credevano necessario, tutta la macchina del governo. Finchè sussistè la Repubblica, la pericolosa influenza che il Console o il Tribuno tenevano dalla loro giurisdizion rispettiva, fu diminuita da diverse restrizioni importanti. La loro autorità spirava con l'anno, nel quale erano eletti; la prima dignità fu divisa in due, e l'ultima in dieci persone; e siccome questi due Magistrati erano nei pubblici e nei privati interessi fra loro contrarj, così questi scambievoli conflitti contribuivano il più delle volte ad assodare anzi che a distruggere la bilancia della costituzione politica. Ma quando fu riunita alla tribunizia la potestà consolare, quando ne fu a vita rivestita una sola persona, quando il Generale delle armi fu nel tempo stesso ministro del Senato e rappresentante del popolo romano, impossibile divenne il resistere all'esercizio di quella imperiale autorità, alla quale non si potevano facilmente assegnare i confini. La politica di Augusto aggiunse presto al cumulo di questi onori le splendide non men che importanti dignità di sommo Pontefice e di Censore. Con la prima egli acquistò il regolamento della religione, e con la seconda una ispezione legale sopra i costumi ed i beni del popolo romano. Se tanti distinti ed indipendenti poteri non combinavano esattamente gli uni con gli altri, la compiacenza del Senato era pronta a supplire ogni difetto con le concessioni le più ampie e straordinarie. Gl'Imperatori, come primi ministri della Repubblica, furono dichiarati esenti dall'obbligazione e dalla sanzione di molte leggi incomode; ebbero l'autorità di convocare il Senato, di proporre diverse questioni in un giorno stesso, di presentare i candidati destinati pei grandi impieghi, di estendere i confini della città, d'impiegare l'entrate pubbliche a loro talento, di far la pace o la guerra, di ratificare i trattati; e per una amplissima clausola furono autorizzati ad eseguire tutto ciò che stimavano vantaggioso all'Impero, e conveniente alla maestà delle cose private o pubbliche, umane o divine[230]. Quando tutte le diverse parti della potenza esecutrice furono unite nella -Magistratura Imperiale-, i magistrati ordinarj della Repubblica languirono nella oscurità, senza vigore, e quasi senza affari. Augusto conservò gelosamente i nomi e la forma dell'antica amministrazione. Ogni anno il solito numero di Consoli, di Pretori, e di Tribuni[231] eran rivestiti colle insegne delle loro cariche rispettive, e continuavano ad esercitare alcune delle funzioni meno importanti. Questi onori allettavano ancora la vana ambizione dei Romani; e gli Imperatori medesimi, sebbene investiti a vita del poter consolare, spesso aspiravano al titolo di quell'annuale dignità, ch'essi condescendevano a dividere con i più illustri dei loro concittadini[232]. Nell'elezione di questi magistrati, il popolo, sotto il regno di Augusto, fu lasciato libero di suscitare tutte le turbolenze di una rozza democrazia. Questo Principe artificioso, invece di mostrare il minimo segno d'impazienza, umilmente sollecitava i lor voti per se o pe' suoi amici, e soddisfaceva scrupolosamente a tutti i doveri di un candidato ordinario[233]. Ma si può attribuire a' suoi consigli la prima determinazione del successore, colla quale furono le elezioni trasferite al Senato[234]. Le assemblee del popolo vennero per sempre abolite, e gl'Imperatori si liberarono da una pericolosa moltitudine, la quale, senza riacquistare la libertà, avrebbe potuto disturbare, e forse mettere in pericolo il nuovo stabilito Governo. Mario e Cesare, dichiarandosi i protettori del popolo, aveano sovvertita la costituzione della patria. Ma appena il Senato fu abbassato e disarmato, questo corpo, composto di cinque o seicento persone, divenne uno strumento facile ed utile per chi aspirava al dispotismo. Sulla dignità del Senato, Augusto ed i suoi successori fondarono il lor nuovo impero, ed affettarono, in ogni occasione, di adottare il linguaggio e le massime dei patrizj. Nell'esercizio della loro potenza essi consultavan frequentemente il supremo consiglio della nazione, ed in apparenza si conformavano alle sue decisioni negli affari più importanti di guerra e di pace. Roma, l'Italia, e le province interne erano sottoposte all'immediata giurisdizione del Senato. Quanto agli affari civili era esso la suprema corte di appello; e quanto alle materie criminali, era un tribunale costituito per giudicare tutti i delitti commessi da' pubblici ministri, o da quelli che offendevano la pace e la maestà del popolo romano. L'amministrazione della giustizia divenne la più frequente e seria occupazione del Senato; l'antico genio dell'eloquenza trovò l'ultimo asilo nel trattare dinanzi a lui le cause importanti. Il Senato possedeva molte considerabili prerogative come Consiglio di Stato, e come tribunal di giustizia; ma in quanto alla qualità legislativa, per cui veniva considerato come rappresentante del popolo, si riconoscevano in quel corpo i diritti della Sovranità. Le leggi ricevevano la sanzione da' suoi decreti, e dalla sua autorità derivava ogni poter subalterno. Si adunava regolarmente tre volte il mese nei giorni stabiliti delle calende, delle none, e degl'idi. Vi si discutevan gli affari con una decente libertà, e gl'Imperatori medesimi, superbi del nome di Senatori, sedevano, davano il voto, e si confondevano con i loro eguali. Ripigliamo in poche parole il sistema del Governo imperiale, come fu istituito da Augusto, e conservato da quei Principi, i quali intesero il loro proprio interesse e quello del popolo. Esso si può definire, un'assoluta Monarchia velata con l'apparenza di una Repubblica. I padroni dell'orbe romano avvolgevano di folta nube il lor trono e la loro irresistibile forza, professandosi umilmente ministri dipendenti del Senato, i supremi decreti del quale essi dettavano ed obbedivano[235]. La Corte era formata sul modello della pubblica amministrazione. Gl'Imperatori (eccettuati quei tiranni, la cui capricciosa follia violava tutte le leggi della natura e dell'onore) disprezzavano ogni pompa e formalità, che potesse offendere i loro concittadini, senza accrescere la loro potenza reale. In tutti gli officj della vita affettavano di confondersi con i loro sudditi, e mantenevan con essi un'egual corrispondenza di visite e di trattamenti. Il loro vestire, la loro tavola, il loro palazzo non eran diversi da quelli di un Senatore opulento; ed il treno loro, sebbene splendido e numeroso, era interamente composto dei loro schiavi domestici, e liberti[236]. Augusto o Traiano si sarebbero vergognati d'impiegar il più vile dei Romani in que' bassi uffizj, che nella famiglia e nella camera di un Monarca limitato dalle leggi, sono adesso ansiosamente cercati dai più superbi signori della Gran Brettagna. L'apoteosi è il solo caso[237] in cui gli Imperatori si dipartissero dalla solita loro prudenza o modestia. I Greci dell'Asia inventarono i primi per li successori di Alessandro questa servile ed empia adulazione, che presto dai Re fu trasferita ai governatori dell'Asia; ed i magistrati romani furono spesso adorati come divinità provinciali con la pompa degli altari e dei tempj, delle feste, dei sagrifizj[238]. Era naturale che gl'Imperatori non ricusassero quel che avevano accettato i Proconsoli; e gli onori divini, che le province rendettero agli uni e agli altri, mostravano piuttosto il dispotismo che la servitù di Roma. Ma ben tosto i vincitori imitarono le vinte nazioni nell'arte di adulare; ed il genio imperioso del primo dei Cesari consentì troppo facilmente ad accettare in vita un posto tra le deità tutelari di Roma. Il carattere più moderato del suo successore si guardò da questa pericolosa ambizione, non mai più di poi ravvivata fuor che dalla follia di Caligola e di Domiziano. Augusto permise, è vero, ad alcune città provinciali di erigere i tempj in suo onore, a condizione però che insieme col Sovrano fosse Roma onorata dal loro culto. Egli tollerava una superstizione particolare, di cui egli poteva esser l'oggetto[239]; ma si contentò di esser venerato dal Senato e dal popolo nel suo umano carattere, e saggiamente lasciò al suo successore la cura della sua pubblica apoteosi. Quindi s'introdusse il regolar costume di porre per solenne decreto del Senato nel numero degli Dei ogni Imperatore estinto, il quale nè in vita nè in morte si fosse mostrato tiranno; e le cerimonie dell'apoteosi si mescevano colla pompa del tuo funerale. Questa legal profanazione, in apparenza stolta, e così contraria alle nostre massime rigorose, fu ricevuta quasi senza alcuna mormorazione[240], perchè conveniente alla natura del politeismo, ed accettata però come istituzione di politica e non di religione. Sarebbe un degradar le virtù degli Antonini, paragonandole con i vizj di Ercole o di Giove. Lo stesso carattere di Cesare o di Augusto era di gran lunga superiore a quelli delle deità popolari. Ma questi Principi ebbero la disgrazia di vivere in un secolo illuminato, e le loro azioni eran troppo fedelmente raccontate, per poterle adombrare col velo di quelle favole e di quei misteri, che soli possono eccitare la divozione del volgo. Appena la divinità loro fu dalla legge stabilita, che cadde in obblio senza contribuire o alla loro reputazione o alla dignità dei lor successori. Nell'analisi del Governo imperiale, noi abbiamo spesso chiamato l'avveduto fondatore col ben noto nome di Augusto, che non gli fu per altro conferito, se non quando l'edifizio era quasi giunto al suo compimento. Da una bassa famiglia, di cui era nato nella piccola città d'Aricia, prendeva egli l'oscuro nome di Ottaviano, nome macchiato col sangue delle proscrizioni; ed egli stesso desiderava di poter cancellare ogni memoria delle sue azioni passate. Come figlio adottivo del Dittatore egli prese l'illustre soprannome di Cesare, ma aveva troppo buon senso per non mai sperare di essere confuso, o desiderare d'essere paragonato con questo grand'uomo. Fu proposto nel Senato di decorare il ministro di quel corpo con un titolo nuovo, e dopo una discussione ben seria, fu tra molti altri scelto quello di Augusto, come più degli altri esprimente il carattere di pace e di santità da lui uniformemente affettato[241]. Era perciò il nome di -Augusto- distinzione personale, e quel di -Cesare- distinzione di famiglia. Il primo avrebbe dovuto naturalmente spirare col Principe, al quale era stato compartito, e l'altro poteva trasmettersi per mezzo dell'adozione e dei matrimonj in altre famiglie. Nerone era dunque l'ultimo Principe, che potesse allegare qualche ereditario diritto agli onori della discendenza di Giulio. Ma alla sua morte questi titoli si trovavano connessi, per una pratica costante di un secolo, alla dignità Imperiale, e sono stati conservati da una lunga successione d'Imperatori romani, greci, franchi e tedeschi, dalla rovina della Repubblica fino a dì nostri. Fu presto per altro introdotta una distinzione. Il sacro titolo di Augusto fu sempre riservato al Monarca, mentre il nome di Cesare venne più liberamente conferito a' suoi parenti; ed, almeno dal regno di Adriano in poi, con quest'appellazione si distinse la seconda persona nello Stato, che fu risguardata come l'erede presuntivo dell'Impero. Il tenero rispetto di Augusto per una libera costituzione, che avea egli stesso distrutta, non si può spiegare che con un attento esame del carattere di questo scaltrito tiranno. Un sangue freddo, un cuore insensibile, ed un animo codardo gli fecero prendere, all'età di diciannov'anni, la maschera dell'ipocrisia, che mai più non si tolse dal viso. Con la stessa mano, e forse con lo spirito stesso, sottoscrisse la proscrizione di Cicerone, ed il perdono di Cinna. Artificiali erano le sue virtù come pure i suoi vizj; ed il suo interesse soltanto lo fece prima il nemico, e poi il padre di Roma[242]. Quando innalzò l'ingegnoso sistema dell'autorità imperiale, la sua moderazione era infinita da' suoi timori. Desiderava allora d'ingannare il popolo con l'immagine della civile libertà, e gli eserciti con l'aspetto di un Governo civile. La morte di Cesare gli stava sempre dinanzi agli occhi. Aveva, è vero, colmati i suoi aderenti di ricchezze e di onori, ma si ricordava, che gli amici più favoriti del suo zio erano stati nel numero dei congiurati. La fedeltà delle legioni potea difendere la sua autorità contro una ribellione scoperta, ma la loro vigilanza non poteva assicurare la sua persona dal pugnale di un risoluto repubblicano; ed i Romani, che veneravano la memoria di Bruto[243], avrebbero applaudito a un imitatore di lui. Cesare avea provocato il suo destino più con l'ostentazione della sua potenza, che con la potenza medesima. Il Console o il Tribuno avrebbe potuto regnare in pace, ma il titolo di Re aveva armati i Romani contro la sua vita. Sapeva Augusto, che gli uomini si lasciano governare dai nomi, nè fu ingannato nell'aspettativa di credere, che il Senato ed il popolo avrebber sopportato la schiavitù, purchè fossero rispettosamente assicurati che tuttor godevano dell'antica lor libertà. Un Senato debole, ed un popolo avvilito si riposarono con piacere in questa dolce illusione, finchè la mantenne la virtù, o la prudenza dei successori d'Augusto. I congiurati contro Caligola, Nerone e Domiziano, animati dalla premura della propria sicurezza, e non dallo spirito di libertà, attaccarono la persona del tiranno, senza dirigere i loro colpi contro l'autorità dell'Imperatore. La storia ci presenta, è vero, una occasione memorarabile, nella quale il Senato dopo settant'anni di pazienza fece uno sforzo inutile per riprendere i suoi da lungo tempo obbliati diritti. Quando il trono restò vacante per l'uccisione di Caligola, i Consoli convocarono il Senato nel Campidoglio, condannarono la memoria dei Cesari, diedero -libertà- per -parola d'ordine- alle poche coorti, che freddamente seguivano la parte loro, e per quarantott'ore operarono come Capi indipendenti di una libera Repubblica. Ma mentre ch'essi deliberavano, i Pretoriani aveano risoluto. Lo stupido Claudio, fratello di Germanico, era già nel loro campo rivestito della porpora imperiale, e preparato a sostenere la sua elezione con le armi. Il sogno di libertà svanì, ed il Senato si risvegliò in mezzo a tutti gli orrori di una servitù inevitabile. Abbandonata dal popolo e dalla forza militare, quella debole adunanza fu costretta a ratificare la scelta dei Pretoriani, e ad accettare il benefizio di un general perdono prudentemente offerto, e generosamente mantenuto da Claudio[244]. L'insolenza degli eserciti destò in Augusto terrori più grandi. La disperazione dei cittadini non poteva che tentare quello che i soldati ebbero, in ogni tempo, la forza di eseguire. Quanto era precaria l'autorità di questo Principe sopra uomini da lui ammaestrati a violare ogni dovere sociale! Esso avea uditi i loro sediziosi clamori; e temeva i più tranquilli momenti della loro riflessione. Si era comprata una rivoluzione con somme immense; ma per farne un'altra sarebbe stato d'uopo raddoppiare le ricompense. Le truppe professavano il più vivo affetto alla Casa di Cesare; ma l'affetto della moltitudine è capriccioso ed incostante. Augusto seppe risvegliare in suo prò tutti quei pregiudizj romani, che ancor rimanevano in quelle menti feroci; autorizzò il rigore della disciplina con la sanzione della legge; ed interponendo la maestà del Senato tra l'Imperatore e l'esercito, seppe arditamente esigere la loro obbedienza come primo magistrato della Repubblica[245]. Nel lungo corso di dugento vent'anni, dallo stabilimento di questo artificioso sistema fino alla morte di Commodo, i pericoli inerenti ad un governo militare rimasero in gran parte sospesi. I soldati raramente ebbero occasione di conoscere la loro propria forza, e la debolezza dell'autorità civile; scoperta fatale che avanti e dopo produsse così terribili calamità. Caligola e Domiziano furono assassinati nel loro palazzo dai proprj domestici; le convulsioni che agitarono Roma alla morte del primo, non passarono le mura della città. Ma Nerone involse tutto l'Impero nella sua rovina. In diciotto mesi quattro Principi furono assassinati, e l'urto delle armate fra loro nemiche fece crollare il Mondo romano. Eccettuato questo solo breve, sebben fierissimo traboccamento di militare licenza, i due secoli da Augusto a Commodo non furono insanguinati da guerre civili, nè turbati da rivoluzioni. L'Imperatore era eletto -dall'autorità del Senato- e dal -consenso dei soldati-[246]. Le Legioni rispettavano il lor giuramento di fedeltà; ed è necessaria un'ispezione minuta degli annali romani per iscoprire tre piccole ribellioni, le quali furon tutte soppresse in pochi mesi, senza pur correre il rischio di una battaglia[247]. Nei regni elettivi la vacanza del trono è un momento di crisi e di pericolo. Gl'Imperatori romani, desiderosi di risparmiare alle legioni questo intervallo di sospensione, e la tentazione di una scelta irregolare, investivano il destinato lor successore di tanta porzione di autorità presente, che potesse bastargli dopo la lor morte ad assumerne il resto, senza che l'Impero si accorgesse di aver cangiato padrone. Così Augusto, poichè da morti intempestive restaron recise le sue più belle speranze, le ripose all'ultimo tutte in Tiberio; ottenne per questo suo figlio adottivo le dignità di Censore e di Tribuno, e con una legge rivestì il Principe futuro di un'autorità uguale alla sua sulle province e sugli eserciti[248]. Così Vespasiano soggiogò l'anima generosa del suo figlio maggiore. Tito era adorato dalle legioni orientali, che aveano sotto il suo comando terminato di conquistar la Giudea. Il suo potere era temuto, e siccome le sue virtù erano coperte dall'intemperanza della gioventù, sì sospettava de' suoi disegni. In vece di dare orecchio a tali ingiusti sospetti, il prudente Monarca associò Tito a tutti i poteri dell'Imperial dignità; e il grato figlio sempre si mostrò ministro umile e fedele di un padre così indulgente[249]. Il buon senso di Vespasiano l'impegnò veramente ad abbracciare ogni mezzo di assodare la sua elevazione recente e precaria. Il giuramento militare, e la fedeltà delle truppe erano state consacrate dall'uso di cent'anni al nome e alla famiglia dei Cesari; e benchè questa fosse stata continuata soltanto con il fittizio rito della adozione, i Romani però ancor riverivano nella persona di Nerone il nipote di Germanico, ed il successore diretto di Augusto. Non senza ripugnanza e rimorso si erano i Pretoriani indotti ad abbandonare la causa del tiranno[250]. Le rapide cadute di Galba, di Ottone, e di Vitellio insegnarono agli eserciti a riguardare gl'Imperatori come creature della lor volontà, ed istrumenti della loro licenza. Vespasiano era di bassa estrazione; l'avo di lui era stato soldato comune, ed il padre avea un piccolo impiego nelle finanze[251]. Il merito lo aveva innalzato in una età avanzata all'Impero; ma questo merito era più solido che brillante, e le sue virtù erano disonorate da grande e sordida avarizia. Questo Principe provvide al suo proprio interesse coll'associazione di un figlio, il cui carattere più splendido ed amabile potesse richiamare l'attenzione del pubblico, dall'origine oscura della famiglia dei Flavi, alle future glorie della medesima. Sotto il dolce governo di Tito, il mondo Romano godè di una felicità passeggiera, e la memoria di un Principe sì adorabile fece tollerare per quindici anni i vizj del suo fratello Domiziano. Appena Nerva ebbe accettata la porpora dagli assassini di Domiziano, che si avvide di esser per la grande età inabile ad arrestare il torrente dei pubblici disordini, tanto moltiplicati sotto la lunga tirannide del suo predecessore. I buoni rispettarono la sua mite indole, ma per correggere i degenerati romani facea d'uopo un carattere più vigoroso, la cui giustizia potesse spaventare i colpevoli. Ai suoi molti parenti preferì nella scelta uno straniero. Egli adottò Traiano, in età di circa quarant'anni; il quale comandava allora una possente armata nella Germania inferiore; ed immediatamente con un decreto del Senato lo dichiarò suo collega e successore nell'Impero[252]. È una vera disgrazia, che mentre siamo oppressi dalla disgustosa relazione dei delitti e delle pazzie di Nerone, dobbiamo investigare le azioni di Traiano tra i barlumi di un compendio, o nella incerta luce di un panegirico. Esiste però un altro panegirico molto lontano dal sospetto di adulazione. Dugento cinquant'anni incirca dopo la morte di Traiano, il Senato, nel far le solite acclamazioni per l'avvenimento di un nuovo Imperatore, gli augurava di superare Augusto in felicità, e Traiano in virtù[253]. Si può certamente credere che un tal padre della patria fosse in dubbio, se dovesse o no affidare il sommo potere al carattere incerto ed incostante del suo parente Adriano. Nei suoi ultimi momenti l'Imperatrice Plotina o determinò artificiosamente l'irresoluzione di Traiano, o arditamente suppose una finta adozione[254], della cui verità sarebbe stato pericoloso il disputare, ed Adriano fu pacificamente riconosciuto come suo legittimo successore. Sotto il suo regno, come abbiamo già detto, l'Impero fiorì in pace ed in prosperità. Egli incoraggiò le arti, riformò le leggi, assicurò la disciplina militare, e visitò tutte le province in persona. Il suo ingegno vasto ed attivo sapeva egualmente levarsi alle più estese mire, e discendere alle più minute particolarità del governo civile; ma le passioni sue dominanti erano la curiosità e la vanità. Secondo che queste in lui prevalevano, e secondo i diversi oggetti che le eccitavano, Adriano si mostrò, a vicenda, principe eccellente, sofista ridicolo, e geloso tiranno. In generale la di lui condotta meritava lode per la giustizia e la moderazione. Nei primi giorni però del suo regno fece morire quattro Senatori consolari, suoi nemici personali, ed uomini stati giudicati degni dell'Impero; e la noia di una penosa malattia lo rendè, in ultimo, fantastico e crudele. Il Senato dubitò se lo dovesse chiamare Dio o tiranno; e furono conceduti alla memoria di lui gli onori divini, per le preghiere di Antonino Pio[255]. Il genio capriccioso di Adriano influì sulla scelta del suo successore. Dopo aver gettati gli occhi sopra molti soggetti di un merito distinto, da lui stimati ed odiati, adottò Elio Vero, nobile voluttuoso ed allegro, caro per la sua non comune bellezza all'amante di Antinoo[256]. Ma mentre Adriano si applaudiva della sua scelta, e delle acclamazioni dei soldati, dei quali si era assicurato il consenso con un esorbitante donativo, una morte immatura rapì ai suoi amplessi il nuovo Cesare[257]. Questi lasciò solamente un figlio ancor bambino, che Adriano raccomandò alla gratitudine degli Antonini. Pio l'adottò, ed all'avvenimento di Marco, fu rivestito di una porzione del poter sovrano. Aveva il minor Vero, fra molti vizi, una virtù, che consisteva nel dovuto rispetto verso il suo più saggio collega, al quale abbandonò volontariamente le cure più penose dell'Impero. Il filosofo Imperatore chiuse gli occhi sulla stolta condotta di lui, ne pianse l'acerba morte, e gettò un velo decente sopra la sua memoria. Appena la passione di Adriano, fu o soddisfatta o delusa, egli risolse di meritare la gratitudine della posterità, mettendo il merito più illustre sul trono romano. Il suo occhio penetrante facilmente scoprì un Senatore di circa cinquant'anni, irreprensibile in tutta la condotta della sua vita, ed un giovane di quasi diciassette anni, che in età più matura presentò poscia il bell'aspetto di tutte le virtù, il maggiore di questi fu dichiarato figlio e successore di Adriano, a condizione però ch'egli stesso adotterebbe subito il più giovane. I duo Antonini, (giacchè si parla adesso di loro) governarono il Mondo romano per quarantadue anni con lo stesso spirito invariabile di prudenza e di virtù. Benchè Pio avesse due figli[258], preferì il bene di Roma all'interesse della sua famiglia; diede la sua figlia Faustina in moglie al giovane Marco, gli ottenne dal Senato la potestà tribunizia e proconsolare, e disprezzando nobilmente, o piuttosto ignorando la gelosia, lo associò a tutte le fatiche del Governo. Marco, dall'altra parte, riveriva il carattere del suo benefattore, lo amava come padre, l'obbediva come Sovrano[259], e dopo la morte di lui resse lo Stato secondo l'esempio e le massime del suo predecessore. Questi due regni sono forse il solo periodo della storia, nel quale la felicità di un gran popolo sia stata il solo oggetto di chi lo governava. Tito Antonino Pio era giustamente stato chiamato un secondo Numa. Lo stesso amore della religione, della giustizia e della pace, formava il carattere distintivo di questi due Principi. Ma la situazione dell'ultimo gli aprì un campo più largo all'esercizio di queste virtù. Numa poteva solamente impedire pochi vicini villaggi dal devastarsi scambievolmente le loro campagne. Antonino diffuse l'ordine e la tranquillità sulla maggior parte della Terra. Il suo regno è distinto dal raro vantaggio di fornire pochissimi materiali per la storia, la quale veramente non è quasi altro che il registro dei delitti, delle pazzie e delle sventure degli uomini. Nella vita privata era amabile e buono. La natural semplicità della sua virtù non conosceva la vanità, o l'affettazione. Godeva con moderazione dell'illustre suo grado, e dei piaceri innocenti della società[260]; e la benevolenza del suo animo si palesava nella dolce serenità del uno volto. La virtù di Marco Aurelio Antonino era di un carattere più severo e più faticoso[261]. Era il frutto di molte dotte conferenze, di una vasta e paziente lettura, e di molte notturne applicazioni. In età di dodici anni abbracciò il rigido sistema degli stoici che gl'insegnò a sottomettere il corpo allo spirito, le passioni alla ragione, a considerar le virtù come l'unico bene, il vizio come l'unico male, e tutte le cose esterne come cose indifferenti[262]. Le sue Meditazioni, composte nel tumulto di un campo sussistono ancora; egli condescendeva eziandio a dar lezioni di filosofia in un modo più pubblico di quel che forse convenisse alla modestia di un savio, o alla dignità di un Imperatore[263]. Ma la sua vita era il più nobil commento dei precetti di Zenone. Rigido con sè stesso, compativa gli altrui difetti, ed era , 1 ( . , . ; . 2 . . ) 3 4 [ ] - . - . . . . 5 . 6 7 [ ] . . . 8 9 [ ] . - . - . . . 10 . 11 12 [ ] - - . . . . . 13 14 [ ] . . - - 15 , ' 16 . 17 18 [ ] . 19 ' . 20 21 [ ] - . - . . . ; 22 - - . . 23 24 [ ] . - . . - . . 25 . 26 27 [ ] - - . . , . . 28 . 29 30 [ ] 31 ; 32 ' ' 33 , . 34 35 [ ] 36 . . . . . 37 . , ' 38 . 39 40 [ ] - - , 41 42 . 43 44 [ ] . . . 45 , . 46 47 [ ] . ' . 48 ' 49 . - . . - , . , . 50 . 51 52 [ ] - . - , . . 53 54 [ ] . . . , 55 ; 56 . 57 58 [ ] . . 59 . . , ; , , , 60 , , , , 61 . . . . 62 . . . 63 64 [ ] - - , . . 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