religioni della Terra[108]. Il timore, la gratitudine e la curiosità, un
sogno o un augurio, un singolar disordine, o un viaggio lontano lo
disponevano continuamente a moltiplicare gli articoli della sua
credenza, o ad accrescer la lista de' suoi protettori. La sottil
tessitura della mitologia pagana era intrecciata di varj, ma non
discordanti materiali. Col convenire che gli uomini saggi e gli eroi, i
quali erano o vissuti o morti in servigio della patria, s'innalzassero a
un grado di dignità e d'immortalità, si confessava universalmente
ch'essi meritavano di esser almeno venerati, se non adorati, da tutto il
genere umano. Le Divinità di mille piccoli boschi e di mille ruscelli
possedevano, in pace, la loro locale e respettiva influenza; nè il
Romano, che procurava di placare lo sdegno del Tevere, poteva derider
l'Egiziano, che presentava le sue offerte al benefico Genio del Nilo. I
visibili poteri della natura, i pianeti e gli elementi erano gli stessi
per tutto l'universo. I rettori invisibili del mondo morale non potevan
esser rappresentati che da finzioni ed allegorie gettate in una medesima
stampa. Ogni virtù, ed anche ogni vizio ottenne la sua divina
rappresentanza; ogni arte e professione ebbe il suo protettore, i cui
attributi, nei secoli e nei paesi più distanti, erano uniformemente
ricavati dal carattere dei loro particolari adoratori. Una repubblica di
Dei, così opposti d'interessi e di tempre, richiedeva in qualunque
sistema la mano moderatrice di un magistrato supremo, il quale col
progredire della scienza e dell'adulazione fu a poco a poco investito
delle sublimi perfezioni di Monarca Onnipotente, e di Creatore
Sovrano[109]. Così moderato era lo spirito dell'Antichità, che le
nazioni eran meno attente alle differenze, che alle somiglianze dei loro
culti religiosi. Il Greco, il Romano ed il Barbaro, nell'incontrarsi
avanti i loro respettivi altari, facilmente si persuadevano, che sotto
nomi diversi e con diverse ceremonie essi adoravano le medesime
Divinità. L'elegante mitologia di Omero dava una bella e quasi regolar
forma al politeismo del Mondo antico[110].
I filosofi greci ricavavano la loro morale dalla natura dell'uomo, anzi
che da quella di Dio. Essi meditavan però sulla natura divina come
oggetto di una speculazione molto importante e curiosa, ed in questa
profonda ricerca mostravano la forza e la debolezza dell'umano
intendimento[111]. Tra le quattro più celebri scuole, gli Stoici ed i
Platonici procurarono di riconciliare i discordanti interessi della
ragione e della religione. Essi ci hanno lasciate le più sublimi prove
della esistenza e delle perfezioni della cagione prima; siccome però
impossibile era ad essi il concepire la creazione della materia, così
l'artefice, nella filosofia stoica, non viene abbastanza distinto
dall'opera; mentre al contrario il Nume spirituale di Platone e dei suoi
discepoli sembra piuttosto un'idea, che una sostanza. Le opinioni degli
Accademici e degli Epicurei erano di una tempra men religiosa; ma nel
mentre che i primi erano dalla modesta loro scienza indotti a mettere in
dubbio, gli ultimi dalla loro positiva ignoranza erano costretti a
negare la Provvidenza di un Reggitore supremo. Lo spirito di ricerca,
avvivato dalla emulazione, e sostenuto dalla libertà, aveva divisi i
pubblici maestri di filosofia in una varietà di contrarie Sette; ma la
gioventù ingegnosa, che da ogni parte concorreva ad Atene ed alle altre
sedi delle scienze nell'Impero romano, era egualmente ammaestrata in
ogni scuola a rigettare e disprezzare la religione del popolo. Come, di
fatto, era egli possibile che un filosofo accettasse per verità divine
le vane novelle dei poeti, e le tradizioni incoerenti dell'antichità; o
che adorasse come Dei quegli enti imperfetti, ch'esso avrebbe
disprezzati come uomini? Cicerone condiscese a trattare le armi della
ragione e dell'eloquenza contro tali indegni avversarj; ma la Satira di
Luciano fu un'arme più adeguata, ed altrettanto più efficace. Si può ben
credere che uno scrittore, il quale praticava nel mondo, non si sarebbe
mai arrischiato ad esporre gli Dei del suo paese alle risa del pubblico,
se questi non fossero già stati l'oggetto del secreto disprezzo fra gli
ordini più colti ed illuminati della società[112].
Non ostante la irreligiosità di moda, che regnava nel secolo degli
Antonini, l'interesse dei sacerdoti, non meno che la credulità del
popolo erano tenuti in sufficiente rispetto. Negli scritti e nei
discorsi loro i filosofi dell'antichità sostenevano l'indipendente
dignità della ragione, ma uniformavano le loro azioni ai comandi delle
leggi e dei costumi. Riguardando con un riso di compassione e
d'indulgenza i varj errori del volgo, praticavano diligentemente le
cerimonie dei loro padri, frequentavano devotamente i tempj degli Dei; e
talvolta condescendendo a fare la lor parte sul teatro della
superstizione, coprivano i sentimenti di un ateo sotto le vesti
sacerdotali. Ragionatori di questa tempra non eran molto inclinati a
disputare circa le loro rispettive maniere di fede o di culto. Era
indifferente per loro qual forma prender volesse la follia della
moltitudine; e s'accostavano con lo stesso interno disprezzo e con la
stessa reverenza esterna agli altari dei Giove Libico, dell'Olimpico o
del Capitolino[113].
Non è facile il concepire per quali motivi uno spirito di persecuzione
si sarebbe introdotto nei concilj romani. I magistrati non potevano
essere animati da una cieca sebbene onesta devozione, giacchè i
magistrati stessi eran filosofi; e le scuole di Atene aveano dato le
leggi al Senato. Non potevano essere incitati dall'ambizione
dall'avarizia, giacchè la potestà temporale e l'ecclesiastica erano
unite nelle stesse mani. I pontefici erano scelti tra i più illustri dei
senatori, e l'uffizio di sommo pontefice era costantemente esercitato
dagl'Imperatori medesimi. Essi conoscevano e valutavano i vantaggi della
religione in quanto ella è connessa col governo civile. Incoraggiavano
le pubbliche feste, che rendono più umani i costumi del popolo. Si
servivano delle arti della divinazione, come di un utile strumento di
politica; e rispettavano come il più saldo legame della società la
giovevole persuasione, che il delitto dello spergiuro viene
infallibilmente punito in questa vita o nell'altra dai Numi[114]
vendicatori. Ma mentre riconoscevano i vantaggi generali della
religione, eran persuasi che la diversità dei culti contribuiva
ugualmente ai medesimi salutevoli fini; e che in ogni paese la forma
della superstizione, che avea ricevuta la sanzione del tempo e
dell'esperienza, era la più acconcia al clima ed a' suoi abitatori.
L'avarizia ed il buon gusto bene spesso rapivano alle vinte nazioni le
eleganti statue dei loro Numi, ed i ricchi ornamenti dei loro
tempj[115], ma nell'esercizio della religione dei loro antenati, esse
generalmente provavano l'indulgenza, anzi la protezione dei
conquistatori romani. La provincia della Gallia sembra, ed in vero
sembra soltanto, un'eccezione a questa universal tolleranza. Sotto lo
specioso pretesto di abolire i sacrifizj umani, gl'Imperatori Tiberio e
Claudio soppressero la pericolosa potenza dei Druidi[116]; ma si
lasciarono sussistere in una pacifica oscurità, fino all'ultima
distruzione del paganesimo, i sacerdoti, gli Dei ed i loro altari[117].
Roma, la capitale di una gran Monarchia, era continuamente ripiena di
sudditi e di stranieri di ogni parte del Mondo[118] che tutti
v'introducevano e professavano le superstizioni favorite de' loro
paesi[119]. Ogni città nell'Impero era autorizzata a mantenere la purità
delle sue antiche cerimonie; ed il Senato romano, usando del comun
privilegio, s'interponeva talvolta per frenare questa inondazione di
riti stranieri. La superstizione egiziana, la più disprezzabile ed
abbietta di tutte, frequentemente fu proibita: i tempj di Serapide e
d'Iside furono demoliti, ed i loro adoratori banditi da Roma e
dall'Italia[120]. Ma lo zelo del fanatismo prevalse ai freddi e deboli
sforzi della politica. Gli esiliati tornarono, si moltiplicarono i
proseliti, i tempj furon riedificati con maggior lustro, ed Iside e
Serapide ebbero alfine un posto tra le romane divinità[121]. Nè questa
indulgenza era un allontanarsi dalle vecchie massime di governo. Nei più
bei secoli della Repubblica, Cibele ed Esculapio erano stati invitati in
Roma con solenni ambasciate[122], ed era costume di tentare i protettori
delle città assediate con la promessa di onori più segnalati di quelli,
che ricevevano nel paese nativo[123]. Roma divenne a poco a poco il
tempio comune dei suoi sudditi; e la cittadinanza fu conceduta a tutti
gli Dei del genere umano[124].
II. La meschina politica di conservare senza alcun mescuglio straniero
il puro sangue degli antichi cittadini, avea rintuzzata la fortuna, ed
affrettata la rovina di Atene e di Sparta. Il genio sprezzante di Roma
sacrificò quella debole vanità ad una più soda ambizione, e credè più
prudente ed onorevole partito adottare e far suoi la virtù ed il merito,
ovunque li ritrovasse, sia tra gli schiavi o gli stranieri, sia tra i
nemici od i Barbari[125]. Nella più florida età della Repubblica
ateniese, il numero dei cittadini gradatamente decrebbe quasi da
trenta[126] a ventunmila[127]. Se al contrario si esamina
l'accrescimento della Repubblica romana, si scopre che, non ostanti le
continue perdite per le guerre e le colonie, i cittadini che nel primo
censo di Servio Tullio non ascendevano a più di ottantatremila, erano
moltiplicati, innanzi al principio della guerra Sociale, al numero di
quattrocento sessantatremila uomini atti a portar le armi in servizio
della patria[128]. Quando gli alleati di Roma pretesero una egual parte
agli onori ed ai privilegi, il Senato, invero, preferì la sorte delle
armi ad una concessione ignominiosa. I Sanniti ed i Lucani pagarono
severamente la pena della loro temerità; ma pel resto degli Stati
italiani, come successivamente rientrarono nel dovere, vennero ricevuti
in seno della Repubblica[129], e presto contribuirono alla rovina della
pubblica libertà. Sotto un governo democratico, i cittadini esercitano
il potere della sovranità; e questo potere prima degenera in abuso, indi
si perde, se venga affidato ad una moltitudine disadatta pel numero al
maneggio delle pubbliche cose. Ma poscia che le popolari adunanze furon
soppresse dalla politica degl'Imperatori, i conquistatori più non
vennero distinti dalle nazioni vinte, se non in quanto occupavano il
primo ed il più onorevol ordine di sudditi; ed il loro accrescimento,
sebben rapido, non fu più esposto agli stessi pericoli. I più saggi
Principi però, i quali adottarono le massime di Augusto, conservarono
con la più scrupolosa cura la dignità del nome romano, e largirono la
cittadinanza con una prudente liberalità[130].
Finchè i privilegi di cittadino romano non furono progressivamente
estesi a tutti gli abitanti dell'Impero, si conservò una distinzione
importante tra l'Italia e le province. La prima si riguardava come il
centro della pubblica unità, e la salda base della costituzione.
L'Italia pretendeva di essere la patria o almeno la residenza
degl'Imperatori e del Senato[131]. Gli Stati degl'Italiani erano esenti
da tasse, e le loro persone dalla arbitraria giurisdizione dei
governatori. Alle loro comunità municipali, formate sul perfetto modello
della capitale, si affidava sotto l'occhio immediato del supremo potere
l'esecuzion delle leggi. Dalla radice delle alpi all'estremità della
Calabria tutti i nativi d'Italia nascevano cittadini romani. Le loro
divisioni di partito erano andate in obblio, ed essi insensibilmente
eran venuti a formare una gran nazione unita per la lingua, pe' costumi,
e pe' regolamenti civili, e proporzionata al peso di un Impero possente.
La Repubblica si gloriava della sua generosa politica, ed era
frequentemente ricompensata dal merito e dai servizj dei suoi figli
adottivi. Se essa avesse sempre ristretta la distinzione di cittadini
romani nelle antiche famiglie dentro le mura della città, quel nome
immortale sarebbe andato privo d'alcuno dei suoi nobili ornamenti.
Virgilio era nativo di Mantova: Orazio era disposto a dubitare se
chiamar si dovesse Pugliese o Lucanio: in Padova si trovò uno Storico
degno di raccontare la serie maestosa delle vittorie romane. La famiglia
dei Catoni, tanto amante della patria, venne da Tusculo; e la piccola
città di Arpino si vantò del doppio onore di aver prodotto Mario e
Cicerone, il primo dei quali meritò, dopo Romolo e Camillo, di esser
chiamato il terzo fondatore di Roma; ed il secondo, dopo aver salvata la
sua patria dalla congiura di Catilina, la rendette capace di contendere
con Atene la palma dell'eloquenza[132].
Le province dell'Impero (come esse sono state descritte nel precedente
capitolo) erano prive di ogni pubblica forza, o libertà costituzionale.
Nell'Etruria, nella Grecia[133] e nella Gallia[134], la prima cura del
Senato fu di sciogliere quelle pericolose confederazioni, le quali
insegnavano agli uomini, che come le armi romane erano state vittoriose
per le altrui divisioni, così l'unione sola poteva ad esse far
resistenza. Quei Principi, ai quali l'ostentazione di gratitudine o di
generosità permetteva per qualche tempo di reggere uno scettro precario,
venivan balzati dai loro troni, appena avean soddisfatto all'incarico
loro ingiunto di avvezzare al giogo le vinte nazioni. Gli Stati liberi e
le città, le quali avevano abbracciata la causa di Roma, erano
ricompensate con un'alleanza di nome, ed insensibilmente cadevano in una
real servitù. La pubblica autorità era per ogni dove esercitata dai
ministri del Senato e degl'Imperatori, e quest'autorità era assoluta e
senza freno. Ma le stesse salutevoli massime di governo, che avevano
assicurata la pace e l'obbedienza dell'Italia, erano estese fino alle
più remote conquiste. Una nazione di Romani si formò a poco a poco nelle
province, col doppio espediente d'introdurre le colonie, e di ammettere
i più fedeli e meritevoli tra i provinciali alla cittadinanza romana.
«Dovunque il Romano conquista, ivi abita» è una osservazione molto
giusta di Seneca[135], confermata dalla storia e dalla esperienza. I
nativi d'Italia, allettati dal piacere o dall'interesse, si affrettavano
a godere dei vantaggi della vittoria; e si può osservare, che circa
quarant'anni dopo la riduzione dell'Asia, ottantamila romani furono in
un giorno trucidati pei crudeli ordini di Mitridate[136]. Questi esuli
volontarj si occupavano per la maggior parte nel commercio, nella
agricoltura e nell'appalto delle pubbliche entrate. Ma di poi che
gl'Imperatori fecero permanenti le legioni, popolate furono le province
da una razza di soldati; ed i veterani, comunque ricevessero la
ricompensa del lor servizio o in moneta o in terreni, generalmente si
stabilivano con le loro famiglie nel paese, in cui avevano onorevolmente
consumata la lor gioventù. Per tutto l'Impero, ma più specialmente nelle
parti occidentali, i distretti più fertili, e le situazioni più
convenienti erano riservate allo stabilimento delle colonie; alcune
delle quali erano di un ordine civile, ed altre di un ordine militare.
Nei loro costumi e nell'interna politica le colonie formavano una
perfetta rappresentanza della loro gran madre, e siccome presto
divenivan care ai nazionali pei legami dell'amicizia e della affinità,
esse diffondevano effettivamente una riverenza pel nome romano, ed un
desiderio raramente inefficace, di parteciparne a tempo dovuto gli onori
ed i vantaggi[137]. Le città municipali insensibilmente uguagliarono il
grado e lo splendore delle colonie, e nel regno di Adriano si disputò se
preferire si dovesse la condizione di quelle società che erano uscite
dal grembo di Roma[138], o di quelle che vi erano state ricevute. Il
diritto del Lazio, come veniva chiamato, conferiva alle città, alle
quali era stato accordato, un più particolare favore. I Magistrati
solamente, allo spirar dei loro uffizj, assumevan la qualità di
cittadini romani; ma siccome questi uffizj erano annuali, in pochi anni
circolavano per le principali famiglie[139]. Quelli tra i provinciali a'
quali era permesso di portar le armi nelle legioni[140]; quelli che
esercitavano qualche impiego civile; tutti quelli, in una parola, che
servivano il pubblico, o mostravano qualche personale talento, erano
premiati con una ricompensa, il cui valsente andò continuamente
diminuendo con l'accrescersi della liberalità degl'Imperatori. Per
altro, anche nel secolo degli Antonini, quando la cittadinanza era stata
largita alla maggior parte dei sudditi, era questa sempre accompagnata
da vantaggi assai solidi. La massa del popolo acquistava con tal titolo
il benefizio delle leggi romane, particolarmente negli interessanti
articoli di matrimonio, di testamenti e di eredità; e la strada della
fortuna rimaneva aperta a coloro, le cui pretensioni erano secondate dal
favore o dal merito. I nipoti dei Galli, che aveano assediato Giulio
Cesare in Alesia, comandavano le legioni, governavano le province, ed
erano ammessi nel Senato di Roma[141]. La loro ambizione, in cambio di
disturbare la tranquillità dello Stato, era intimamente connessa con la
sua salvezza e grandezza.
I Romani eran così persuasi dell'influenza della lingua su i costumi
nazionali, che la più seria lor cura fu di estendere col progresso delle
loro armi l'uso della lingua latina[142]. Gli antichi dialetti
dell'Italia, il Sabino, l'Etrusco ed il Veneto caddero in obblio; ma
nelle province l'Oriente fu men docile dell'Occidente alla voce dei suoi
vittoriosi maestri. Questa differenza distingueva le due porzioni
dell'Impero con una diversità di colori, la quale sebbene fu in qualche
parte nascosta, durante il chiaro splendore di prosperità, divenne più
visibile a misura che le ombre della notte scesero sul Mondo romano. Le
contrade occidentali furon tratte a civiltà dalle stesse mani che lo
sottomisero. Appena i Barbari furon ricondotti alla obbedienza, le loro
menti si aprirono a tutte le nuove impressioni delle scienze e della
cultura. La lingua di Virgilio e di Cicerone, sebbene con qualche
inevitabil mescuglio di corruzione, fu così universalmente adottata
nell'Affrica, nella Spagna, nella Gallia, nella Britannia[143] e nella
Pannonia, che soltanto nelle montagne, o tra i contadini si conservarono
le deboli tracce della lingua punica o della celtica[144]. L'educazione
e lo studio inspirarono insensibilmente ai nativi di quei paesi i
sentimenti dei Romani, e l'Italia diede le mode, come le leggi ai suoi
provinciali latini. Essi ricercarono con maggiore ardore, ed ottennero
con maggior facilità il titolo e gli onori di cittadino romano:
sostennero la dignità della nazione nelle lettere[145] e nelle armi: ed
al fine produssero nella persona di Traiano un Imperatore che gli
Scipioni non avrebbero ricusato per loro concittadino. La situazione dei
Greci era ben diversa da quella dei Barbari. I primi erano stati già da
gran tempo inciviliti e corrotti. Essi aveano troppo buon gusto per
abbandonare la loro lingua, e troppa vanità per adottare alcuna
istituzione straniera. Conservando sempre i pregiudizj dei loro
antenati, dopo averne perdute le virtù, affettavano di disprezzare le
rozze maniere dei romani conquistatori, mentre erano astretti a
rispettare la loro superior forza e prudenza[146]. Nè l'influenza del
linguaggio e dei sentimenti dei Greci era ristretta negli angusti
confini di quella, una volta, famosa regione. Il loro Impero, col
progresso delle colonie e delle conquiste, si era diffuso dall'Adriatico
all'Eufrate ed al Nilo. L'Asia era coperta di città greche, ed il lungo
dominio dei Re macedoni aveva sordamente introdotta una rivoluzione
nella Siria e nell'Egitto. Nelle loro magnifiche Corti quei Principi
univano l'eleganza ateniese al lusso orientale, e l'esempio della Corte
era, nella proporzionata distanza, imitato dai più distinti ordini dei
loro sudditi. Tale era la general divisione dell'Impero romano nelle
lingue latina e greca. A queste possiamo aggiungere una terza
distinzione pe' nazionali della Siria, e specialmente dell'Egitto. L'uso
dei loro antichi dialetti, segregandoli dal commercio degli uomini, era
d'impedimento alla cultura di que' Barbari[147]. La pigra effeminatezza
dei primi gli esponeva alla derisione; e l'ostinata ferocia dei secondi
eccitava l'avversione dei loro conquistatori[148]. Queste nazioni si
eran sottomesse alla potenza romana, ma raramente desiderarono, o ne
meritarono la cittadinanza; e fu osservato che passarono più di dugento
trent'anni dopo l'estinzione dei Tolomei, prima che un Egiziano fosse
ammesso nel Senato romano[149].
È osservazione giusta, sebben comune, che la vittoriosa Roma fu ella
stessa soggiogata dalle arti della Grecia. Quegli immortali Scrittori,
che fanno ancora l'ammirazione della moderna Europa, presto divennero
l'oggetto favorito dello studio e dell'imitazione nell'Italia e nelle
province occidentali. Ma non portavano danno le geniali occupazioni dei
Romani alle radicate massime della loro politica. Mentre riconoscevano
le bellezze della lingua greca, sostenevano la dignità della latina; e
l'uso esclusivo della seconda fu conservato inflessibilmente
nell'amministrazione sì del governo civile, che del militare[150]. I due
linguaggi esercitavano nel tempo stesso la loro separata giurisdizione
per tutto l'Impero; il primo come naturale idioma delle scienze, il
secondo come il dialetto legale degli atti pubblici. Quelli che univano
le lettere agli affari, erano egualmente versati nell'uno e nell'altro;
ed era quasi impossibile in qualunque provincia di trovare un suddito
romano di una educazion liberale, che non sapesse nel tempo stesso la
lingua greca e la latina.
Con tali regolamenti le nazioni dell'Impero insensibilmente si confusero
nel nome e nel popolo romano. Ma vi restava ancora nel centro di ogni
provincia e di ogni famiglia una infelice classe di uomini, che
sopportavano il peso senza godere dei benefizj della società. Negli
Stati liberi delle antiche Repubbliche, gli schiavi domestici erano
esposti al capriccioso rigore del dispotismo. Al perfetto stabilimento
dello Impero romano avean preceduto i secoli della violenza e della
rapina. Gli schiavi erano per la maggior parte Barbari prigionieri,
presi a migliaia per sorte di guerra, comprati a vil prezzo[151],
avvezzi ad una vita indipendente, ed impazienti di rompere e vendicare i
lor ceppi.
I più severi provvedimenti, ed il più crudel trattamento[152] contro
quegli interni nemici pareano quasi giustificati dalla gran legge della
propria conservazione, giacchè essi avean con disperate ribellioni
condotta più d'una volta la Repubblica all'orlo del precipizio[153]. Ma
quando le principali nazioni dell'Europa, dell'Asia e dell'Affrica
furono unite sotto le leggi di un solo Sovrano, la sorgente dei rinforzi
stranieri divenne meno abbondante, ed i Romani furono ridotti al più
mite ma più tedioso metodo della propagazione. Incoraggiarono i
matrimonj degli schiavi nelle lor numerose famiglie, e particolarmente
nelle loro campagne. I sentimenti della natura, gli abiti della
educazione, ed una specie di proprietà, benchè dipendente, contribuirono
ad addolcire la durezza della servitù[154]. L'esistenza di uno schiavo
divenne un oggetto di valuta maggiore; e sebbene la felicità di lui
dipendesse sempre dal carattere o dalle circostanze del padrone, pure
l'umanità del secondo, invece di essere scemata dal timore, era
incoraggiata dal sentimento del proprio interesse. La politica o la
virtù degl'Imperatori accelerò il perfezionamento dei costumi; ed
Adriano e gli Antonini estesero con i loro editti la protezion delle
leggi fino alla più abietta parte degli uomini. Si tolse ai privati il
diritto di vita e di morte sopra gli schiavi, del quale avevano per
lungo tempo e spesso abusato, e fu riservato ai soli magistrati. Furon
distrutte le sotterranee prigioni; e lo schiavo ingiuriato, se
giustamente si lamentava di un intollerabil trattamento, otteneva o la
libertà, od un padrone meno crudele[155].
La speranza, che è il miglior sollievo della nostra imperfetta
condizione, non era negata allo schiavo romano; e se trovava alcuna
opportunità di rendersi utile e gradito, poteva molto ragionevolmente
sperare che la diligenza e fedeltà di pochi anni sarebbe ricompensata
con l'inestimabil dono della libertà. La benevolenza del padrone era
così spesso animata dai più bassi motivi di vanità e di avarizia, che le
leggi crederono più necessario di raffrenare, che d'incoraggiare questa
profusa ed indistinta liberalità, la quale poteva degenerare in un abuso
molto pericoloso[156]. Secondo l'antica giurisprudenza uno schiavo non
avea patria: acquistando la libertà egli veniva ammesso nella società
politica, di cui il suo patrono era membro. Le conseguenze di questa
massima avrebbero prostituiti i privilegi della cittadinanza romana ad
una vile e promiscua moltitudine. Furon perciò stabilite alcune
opportune eccezioni; e l'onorevol distinzione di cittadino fu ristretta
soltanto a quegli schiavi, i quali per giuste cagioni, e con
l'approvazione del magistrato eran solennemente e legalmente manumessi.
Di più questi scelti liberti non ottenevan che i privati diritti di
cittadini, ed erano rigorosamente esclusi dagl'impieghi civili e dal
servizio militare. Qualunque esser potesse il merito o la ricchezza dei
loro figli, essi eran parimente stimati indegni di aver posto in Senato;
nè si cancellavano affatto le tracce della origine servile fino alla
terza o quarta generazione[157]. Così senza distrugger la distinzione
degli ordini, la libertà e gli onori si mostravano in lontananza anche a
quelli, che l'orgoglio e il pregiudizio sdegnavano quasi di annoverare
fra gli uomini.
Fu una volta proposto di dar agli schiavi per distintivo un abito
particolare, ma si temè con ragione che vi fosse qualche pericolo nel
far ad essi conoscere la grandezza del loro numero[158]. Senza
interpretare nel loro più stretto senso le pompose voci di legioni e di
miriadi[159], si può probabilmente asserire che la proporzione degli
schiavi, che si valutavano come proprietà, era più considerabile di
quella dei servi mercenarj[160]. I giovani di un ingegno che prometteva,
erano instruiti nelle arti e nelle scienze, ed il loro prezzo si
misurava dal grado della loro abilità e dei loro talenti[161]. Quasi
ogni professione o liberale[162] o meccanica, si trovava nella casa di
un ricco Senatore. I ministri della magnificenza e del piacere erano
moltiplicati oltre l'idea del lusso moderno[163]. Il mercante o il
manifattore trovava più utile a comprare, che a prendere a paga i suoi
lavoranti; e nella campagna gli schiavi erano impiegati come gli
strumenti meno costosi e più utili dell'agricoltura. Si possono portare
diversi particolari esempi per confermar la generale osservazione, e
mostrare la moltitudine degli schiavi. Un tristo avvenimento fece
scoprire che in un sol palazzo di Roma si mantenevano quattrocento
schiavi[164]. Ne apparteneva un numero eguale ad una villa, che una
vedova affricana di condizione molto privata cedè al suo figlio, mentre
si riservava per se una maggior porzione del suo patrimonio[165]. Sotto
il Regno di Augusto un liberto, le cui ricchezze erano molto diminuite
per le guerre civili, lasciò tremila seicento paia di bovi, dugento
cinquantamila capi di bestiame minuto, e quattromila cento sedici
schiavi, i quali venivano quasi inclusi nella descrizione de!
bestiame[166].
Il numero dei sudditi, i quali riconoscevano le leggi romane, cittadini,
provinciali e schiavi, non si può determinare con quella precisione, che
meriterebbe l'importanza del soggetto. Sappiamo che quando l'Imperatore
Claudio esercitò l'uffizio di Censore, il censo fu di sei milioni
novecento quarantacinquemila cittadini romani, i quali, computandovi in
proporzione le donne ed i ragazzi, dovevano ascendere al numero quasi di
venti milioni d'anime. La quantità dei sudditi di un grado inferiore era
incerta e variabile. Ma dopo aver valutata attentamente ogni
circostanza, che può influire nel comparto, sembra probabile, che al
tempo di Claudio, il numero dei provinciali fosse quasi doppio di quello
dei cittadini d'ogni età e d'ogni sesso; e che gli schiavi fossero
almeno eguali in numero agli abitanti liberi dell'orbe romano. La somma
totale di questo calcolo imperfetto ascenderebbe quasi a cento venti
milioni; popolazione, che forse eccede quella della Europa moderna[167]
e forma la più numerosa società che sia mai stata unita sotto lo stesso
sistema di governo.
La pace e l'unione interna erano le naturali conseguenze della moderata
ed illuminata politica dei Romani. Se volgiamo gli occhi alle Monarchie
dell'Asia, vedremo nel centro il dispotismo, e la debolezza nelle
estremità; la percezione delle entrate, o l'amministrazione della
giustizia sostenuta dalla presenza dell'armi; nemici barbari stabiliti
nel cuor del regno; satrapi ereditari che usurpano il dominio delle
province, e sudditi disposti alla ribellione, sebbene incapaci di
libertà. Ma l'obbedienza del Mondo romano era uniforme, volontaria e
costante. Le vinte nazioni, raccolte in un gran popolo, ponevano giù la
speranza, anzi il desiderio di riacquistare la loro indipendenza, e
consideravano appena la loro esistenza come distinta da quella di Roma.
L'autorità, già assodata degl'Imperatori, si stendeva senza fatica per
la vasta estensione dei loro dominj, ed era esercitata con la stessa
facilità sulle rive del Tamigi o del Nilo, come su quelle del Tevere. Le
legioni erano destinate a servire contro i pubblici nemici, ed il
magistrato civile rare volte implorava l'aiuto della forza
militare[168]. In questo stato di general sicurezza il Principe ed il
popolo impiegavano l'ozio e l'opulenza loro ad ingrandire e adornare
l'Impero romano.
Quanti fra gl'innumerabili monumenti di architettura costruiti dai
Romani, sono sfuggiti alla notizia della storia, e quanti pochi han
resistito alle distruzioni del tempo e de' Barbari! E pure le sole
maestose rovine che si vedono tuttavia sparse per l'Italia e per le
province, servirebbero a provare che quei luoghi furono una volta la
sede di un Impero colto e possente. La loro sola grandezza, o la loro
bellezza meriterebbe la nostra attenzione; ma esse divengono anche più
interessanti per due circostanze importanti, le quali uniscono la
dilettevole storia delle arti con la storia più utile degli umani
costumi. Molte di queste fabbriche erano erette a spese private, e
destinate quasi tutte alla pubblica utilità.
È naturale il supporre che la maggior parte e la più considerabile dei
romani edifizj fosse innalzata dagli Imperatori, che potevano
illimitatamente disporre di tanti uomini e di tanti tesori. Augusto era
solito di vantarsi, che aveva trovata la sua capitale fabbricata di
mattoni, e la lasciava fabbricata di marmo[169]. La stretta economia di
Vespasiano fu la sorgente della sua magnificenza. Le opere di Traiano
portano il marchio del suo grand'animo. I pubblici monumenti con i quali
Adriano adornò ogni provincia dell'Impero, furono eseguiti non solo pe'
suoi ordini, ma sotto la sua immediata ispezione. Era artista egli
stesso, ed amava quelle arti che accrescevano la gloria del Monarca.
Esse furono incoraggiate dagli Antonini, come proprie a contribuire alla
felicità del popolo. Ma se gl'Imperatori furono gli architetti primarj
del loro Impero, non ne furono per altro i soli. Il loro esempio fu
generalmente imitato dai principali sudditi, i quali non temevano di
mostrare, ch'essi avevano spirito da concepire, o ricchezze da terminare
le più nobili imprese. Non era appena eretto e consacrato a Roma il
superbo Colosseo, che Capua e Verona innalzarono a spese proprie e per
uso loro altri edifizj, invero men vasti, ma costruiti sullo stesso
disegno e coi medesimi materiali[170]. L'iscrizione del maraviglioso
ponte di Alcantara attesta, che esso fu gettato sul Tago a spese di
poche comunità Lusitane. Quando a Plinio fu dato il governo della
Bitinia e del Ponto, province che non erano nè le più ricche, nè le più
considerabili dell'Impero, egli trovò le città della sua giurisdizione,
che gareggiavano in fabbriche, le quali per l'utilità e per l'ornamento
meritassero la curiosità dei forestieri, o la gratitudine dei cittadini.
Era dover del Proconsole di supplire a ciò che loro mancava, di regolare
il lor gusto, e talvolta di moderare la loro emulazione[171]. I ricchi
Senatori di Roma e le province consideravano come un onore, e quasi come
un obbligo l'accrescere lo splendore del loro secolo e della lor patria;
e l'influenza della moda bene spesso suppliva alla mancanza del buon
gusto o della generosità. Tra la folla di questi privati benefattori,
merita di esser distinto Erode Attico, cittadino ateniese, il quale
vivea nel secolo degli Antonini; e qualunque fosse il motivo che lo
faceva operare, la sua magnificenza sarebbe stata degna dei Re più
grandi.
La famiglia di Erode, almeno dopo che si trovò favorita dalla fortuna,
fu fatta discendere per linea retta da Cimone e Milziade, da Teseo e
Cecrope, da Eaco e Giove. Ma la posterità di tanti Numi e di tanti eroi
era caduta nello stato il più abbietto. L'avo di Erode era stato nelle
mani della giustizia, e Giulio Attico, suo padre, avrebbe finiti i suoi
giorni nella povertà e nel disprezzo, se scoperto non avesse un immenso
tesoro, sepolto sotto un vecchio casamento, ultimo avanzo del suo
patrimonio. Secondo il rigor della legge, l'Imperatore avrebbe potuto
far valere le sue pretensioni, ed Attico prudentemente prevenne lo zelo
dei delatori con una libera confessione. Ma il giustissimo Nerva, che
allora occupava il trono, non volle accettarne alcuna porzione; e gli
comandò di servirsi senza timore del dono della fortuna. L'accorto
Ateniese sempre insisteva dicendo, che il tesoro era troppo
considerabile per un suddito, e ch'egli non sapeva come -bene usarne-.
-Abusane dunque-, replicò il Monarca con una graziosa impazienza,
-giacchè ti appartiene-[172]. Molti saranno d'opinione, che Attico
eseguì litteralmente le ultime istruzioni dell'Imperatore; giacchè spese
in util del pubblico la maggior parte dei suoi beni, i quali erano
considerabilmente aumentati per un ricco matrimonio. Egli aveva ottenuta
pel suo figlio Erode la prefettura delle città libere dell'Asia; e
questo giovane magistrato, osservando che in quella di Troade mancava
l'acqua, ottenne dalla liberalità di Adriano trecento miriadi di dramme
(quasi dugentomila zecchini) per la costruzione di un nuovo acquedotto.
Ma nell'esecuzione della fabbrica la spesa montando a più del doppio, ed
i ministri dell'entrate publiche cominciando a mormorare, il generoso
Attico impose loro silenzio col supplicare che gli fosse permesso di
addossarsi il di più della spesa[173].
I più abili maestri della Grecia e dell'Asia erano stati invitati con
liberali ricompense a governare l'educazione del giovane Erode. Il loro
allievo divenne ben tosto un celebre oratore, secondo l'inutil rettorica
di quel secolo, la quale, confinandosi nelle scuole, sdegnava di
comparire nel Foro o nel Senato. Gli fu conceduto a Roma l'onor del
Consolato; ma egli passò la maggior parte della sua vita in un ritiro
filosofico in Atene e nelle ville adiacenti, continuamente circondato
da' Sofisti; i quali riconoscevano senza ripugnanza la superiorità di un
ricco e generoso rivale[174]. I monumenti del suo genio sono periti;
alcuni riguardevoli avanzi conservano tuttora la fama del suo buon gusto
e della sua munificenza: qualche viaggiatore moderno ha misurate le
rovine dello Stadio ch'esso fece costruire in Atene. Era lungo seicento
piedi, fabbricato tutto di marmo bianco, e capace di contener tutto il
popolo; fu finito in quattr'anni, mentre Erode era il presidente dei
giuochi ateniesi. Consacrò alla memoria di Regilla sua moglie un teatro,
di cui appena potea trovarsi l'eguale in tutto l'Impero; non vi si
impiegò altro legno che cedro squisitamente intagliato. L'Odeo,
destinato da Pericle per l'Accademia di musica e per le nuove tragedie,
sorgea come trofeo della vittoria riportata dalle belle arti sulla
grandezza asiatica; giacchè il legname impiegatovi era per la maggior
parte di alberi delle navi persiane. Benchè un re di Cappadocia lo
avesse una volta restaurato, era nuovamente sul punto di rovinare. Erode
gli rendè l'antica eleganza e munificenza. Nè la liberalità di questo
illustre cittadino rimase ristretta fra le mura di Atene. I più
splendidi ornamenti, fatti al tempio di Nettuno nell'Istmo, un teatro in
Corinto, uno Stadio in Delfi, un bagno alle Termopile, ed un acquedotto
in Canusio nell'Italia, non poterono esaurire i suoi tesori. L'Epiro, la
Tessaglia, l'Eubea, la Beozia ed il Peloponeso provarono i suoi favori;
e molte iscrizioni delle città greche ed asiatiche nominarono con
gratitudine Erode Attico loro patrono e benefattore[175].
Nelle Repubbliche di Atene, e di Roma, la modesta semplicità delle case
private annunziava l'egual condizione della libertà, mentre la sovranità
del popolo si spiegava nei maestosi edifizj destinati all'uso
pubblico[176]; nè questo spirito repubblicano si spense affatto per
l'introduzione dell'opulenza e della monarchia. Gli Imperatori più
virtuosi godevano di mostrare la loro magnificenza soltanto nelle
fabbriche fatte per l'onore e per l'utile della nazione. L'aureo palazzo
di Nerone eccitò una giusta indignazione, ma l'istesso terreno usurpato
dal suo sfrenato lusso, fu più nobilmente occupato sotto i successivi
regni dal Colosseo, dai bagni di Tito, dal portico di Claudio o dai
tempj dedicati alla Pace od al Genio di Roma[177]. Questi monumenti di
architettura, proprietà del Popolo romano, erano adornati dalle più
belle produzioni della greca pittura e scultura; e nel tempio della Pace
si aprì una libreria molto rara alla curiosità dei letterati. Poco lungi
di là sorgeva il Foro di Trajano. Questo era di forma quadrangolare,
circondato da un alto portico, nel quale quattro archi trionfali
aprivano un ingresso nobile e spazioso; nel centro era posta una colonna
di marmo, la cui altezza di cento dieci piedi indicava l'elevazione
della collina che vi era stata spianata. Questa colonna, che ancor
sussiste nella sua antica bellezza, presentava un esatto quadro delle
vittorie riportate, da chi l'innalzò, contro i Daci. Il soldato veterano
contemplava la storia delle sue proprie campagne, ed il pacifico
cittadino, per una facile illusione di vanità nazionale, si associava
agli onori del trionfo. Tutti gli altri quartieri della capitale, e
tutte le province dell'Impero erano abbellite dal medesimo liberale
genio di pubblica magnificenza, e ripiene di anfiteatri, teatri, tempj,
portici, archi trionfali, bagni ed acquedotti, tutti per diversi modi
utili alla salute, alla devozione, ed ai piaceri degl'infimi cittadini.
Gli acquedotti meritano la nostra particolare attenzione. L'ardire
dell'impresa, la solidità dell'esecuzione, e gli usi ai quali servivano,
assegnano ad essi un posto tra i più nobili monumenti del genio e
della potenza romana. Gli acquedotti della capitale giustamente esigon
la preeminenza; ma un viaggiatore curioso, il quale esaminasse senza il
lume della storia quelli di Spoleto, di Metz, o di Segovia,
concluderebbe naturalmente, che quelle città provinciali erano
anticamente state la residenza di qualche possente Monarca. Le
solitudini dell'Asia e dell'Affrica erano una volta coperte da floride
città, la cui gran popolazione, e fin l'esistenza, era dovuta a questi
artificiali soccorsi di una perenne corrente di acqua fresca[178].
Noi abbiamo computato gli abitanti, e contemplato i pubblici edifizi
dell'Impero romano. L'osservazione del numero e della grandezza delle
sue città servirà a confermare il computo dei primi, ed a moltiplicare
quella de' secondi. Non sarà disgradevole il raccorre alcuni sparsi
esempi relativi a questo soggetto, ricordandoci per altro che la vanità
delle nazioni e la povertà del linguaggio, hanno indifferentemente
conceduto il vago nome di città a Roma ed a Laurento.
I. Si dice che l'antica Italia contenesse mille cento novantasette
città; ed a qualunque epoca dell'antichità si debba applicare questa
espressione[179], non vi è alcuna ragione di creder l'Italia meno
popolata nel secolo degli Antonini che nel secolo di Romolo. I piccoli
Stati del Lazio erano contenuti nella metropoli dell'Impero, la cui
superiore influenza gli aveva attirati. Quelle parti dell'Italia, che
hanno poscia per tanto tempo languito sotto l'oziosa tirannia dei preti,
e dei vicerè, erano state soltanto afflitte dalle più tollerabili
calamità della guerra; ed i primi sintomi, ch'esse ebbero di decadenza,
furono ampiamente compensati dai rapidi progressi della Gallia
Cisalpina. Ne' suoi avanzi ancora mostra Verona l'antico splendore, e
pur Verona era men famosa di Aquileia o di Padova, di Milano o di
Ravenna.
II. Lo spirito di miglioramento aveva passato le Alpi, e si sentiva
perfino nei boschi della Britannia, che a poco a poco erano scomparsi
per dar luogo a comode ed eleganti abitazioni. York era la sede del
governo, Londra già si arricchiva col commercio, e Bath era celebre pel
salutare effetto delle medicinali sue acque. La Gallia poteva vantarsi
delle sue mille dugento città[180], e sebbene molte di queste nelle
parti settentrionali, senza eccettuarne Parigi stessa, fossero poco più
che rozzi ed imperfetti borghi di popol nascente, le province
meridionali nondimeno emulavano l'opulenza e l'eleganza italiana[181].
Molte eran le città della Gallia, Marsiglia, Arles, Nimes, Narbona,
Tolosa, Bordò, Autun, Vienna, Lione, Langres e Treveri, l'antica
condizion delle quali potrebbe benissimo e forse con vantaggio
gareggiare con il loro stato presente. La Spagna, che nello stato di
provincia era floridissima, divenuta un Regno, è andata in decadenza.
Spossata dall'abuso della sua forza, dall'America e dalla superstizione,
resterebbe forse molto umiliata la sua superbia, se si ricercasse da lei
il numero di trecento sessanta città, quanto Plinio ne contò sotto il
Regno di Vespasiano[182].
III. Trecento città affricane avevano una volta riconosciuta l'autorità
di Cartagine[183], nè si può credere che il lor numero diminuisse sotto
il governo degli Imperatori. Cartagine stessa rinacque con nuovo
splendore dalle proprie ceneri; e quella capitale, come Capua e Corinto,
ricuperarono ben presto tutti i vantaggi, che possono aversi senza una
indipendente sovranità.
IV. Le province dell'Oriente presentarono il contrasto della
magnificenza romana con la barbarie ottomana. Le rovine dell'antichità,
sparse per le inculte campagne, e attribuite dall'ignoranza al potere
della magìa, danno appena un asilo al contadino oppresso, o all'Arabo
vagabondo. Sotto il regno dei Cesari, l'Asia, propriamente detta,
conteneva cinquecento città molto popolate[184], arricchite di tutti i
doni della natura, ed adornate da tutti i raffinamenti dell'arte. Undici
città dell'Asia si erano una volta disputato l'onore di dedicare un
tempio a Tiberio, ed il Senato esaminò i loro meriti respettivi[185].
Quattro di esse furono immediatamente rigettate come incapaci di un
tanto peso; ed una di queste era Laodicea, il cui splendore apparisce
ancora nelle sue rovine[186]. Laodicea ricavava una considerabilissima
entrata da' suoi greggi, famosi per la finezza della lana, ed avea
ricevuto, poco avanti a questa contesa, un legato di più di
ottocentomila zecchini lasciatole da un generoso cittadino[187]. Se tale
era la povertà di Laodicea, qual deve essere stata l'opulenza di quelle
città, le cui pretensioni parvero preferibili, e specialmente di
Pergamo, di Smirne e di Efeso, le quali sì lungamente si disputarono il
titolar primato dell'Asia[188]? Le capitali della Siria e dell'Egitto
erano di un ordine ancor superiore nell'Impero. Antiochia ed Alessandria
riguardavan con disprezzo una folla di città dipendenti[189], e non
cedevano, che con ripugnanza, alla maestà della stessa Roma.
Tutte queste città comunicavano una con l'altra, e colla capitale per
mezzo delle strade maestre, le quali partendosi dal Foro di Roma,
traversavan l'Italia, penetravano nelle province, e non terminavano che
ai confini dell'Impero. Se si prenda esattamente la distanza dal muro di
Antonino a Roma, e di là a Gerusalemme, si troverà che la gran catena di
comunicazione da maestro a scirocco si estendeva per la lunghezza di
quattromila ottanta miglia romane[190]. Le pubbliche strade erano
esattamente divise dalle colonne miliarie, e andavano in retta linea da
una città all'altra con assai poco riguardo agli ostacoli o della natura
o della privata proprietà. Si foravano i monti, e si gettavano
grand'archi su i fiumi più larghi e più rapidi[191]. Il mezzo della
strada era molto elevato sopra l'adiacente campagna, ed era fatto con
molti strati di sabbia, di ghiaia e di cemento, e lastricato di larghe
pietre, o di granito[192] in alcuni luoghi vicini alla capitale. Tale
era la stabile costruzione delle strade maestre dei Romani, la cui
solidità non ha interamente ceduto allo sforzo di quindici secoli. Esse
procuravano ai sudditi delle più distanti province una corrispondenza
facile e regolare; ma il loro oggetto primario era stato di facilitare
la marcia delle legioni; nè alcun paese si considerava come pienamente
soggiogato, finchè non era renduto in tutte le sue parti accessibile
all'armi ed all'autorità del conquistatore.
Il vantaggio di ricevere più sollecite le notizie, e di spedire con
celerità i loro ordini, indusse gl'Imperatori a stabilire, per tutto il
loro esteso dominio, le poste regolari[193]. Si eressero da per tutto
case in distanza soltanto di cinque o sei miglia; ciascuna delle quali
era costantemente provvista di quaranta cavalli, e con l'aiuto di queste
poste era facile di fare cento miglia in un giorno per le strade
romane[194]. Il comodo delle poste si concedeva a quelli, che avevano un
mandato imperiale; ma quantunque nella sua istituzione fosse destinato
al pubblico servizio, era qualche volta concesso al privato dei
cittadini[195].
La comunicazione dell'Impero romano per mare non era meno libera ed
aperta che per terra. Il Mediterraneo si trovava circondato dalle
province; e l'Italia, a guisa di un immenso promontorio, si avanzava nel
mezzo di questo gran lago. Sulle coste d'Italia vi sono pochi seni
sicuri; ma l'umana industria avea supplito alla mancanza della natura; e
il porto artificiale di Ostia, specialmente, collocato all'imboccatura
del Tevere, e fatto dall'Imperator Claudio, era un utile monumento della
romana grandezza[196]. Da questo porto, lontano dalla capitale sole
sedici miglia, i vascelli con un vento favorevole arrivavano spesso in
sette giorni alle Colonne d'Ercole, ed in nove o dieci in Alessandria d
Egitto[197].
Per quanti mali la ragione o la declamazione abbia imputato agl'Imperj
troppo estesi, la potenza di Roma era accompagnata da alcune conseguenze
utili al genere umano; e la stessa libertà di commercio, che dilatava i
vizj, diffondeva ancora i vantaggi della vita sociale. Nei più remoti
secoli dell'antichità, il Mondo era inegualmente diviso. L'Oriente era
da tempo immemorabile in possesso delle arti e del lusso, mentre
l'Occidente era abitato da rozzi e guerrieri Barbari, che o
disprezzavano o ignoravano affatto l'agricoltura. Sotto la protezione di
un governo assodato, le produzioni dei climi più felici, e l'industria
delle nazioni più culte s'introdussero a poco a poco nelle parti
occidentali dell'Europa; ed un libero ed util commercio incoraggiò i
nazionali a moltiplicare i prodotti, e a migliorare le arti. Sarebbe
quasi impossibile di numerare tutti i generi del regno o animale o
vegetabile, che furono successivamente trasportati nell'Europa dall'Asia
e dall'Egitto[198]; ma non disconverrà al decoro, e molto meno
all'utilità di una storia il toccar leggermente alcuni dei capi
principali. I. Quasi tutti i fiori, l'erbe ed i frutti, che nascono nei
nostri giardini europei, sono di estrazion forestiera, manifestata
spesso dai lor nomi medesimi; la mela era nativa d'Italia, e quando i
Romani ebber gustato il sapore più delicato dell'albicocca, della pesca,
della melagranata, del cedro, dell'arancia, si compiacquero di dare a
tutti questi nuovi frutti la comune denominazione di pomo,
distinguendoli con aggiunger l'epiteto del loro paese.
II. Al tempo d'Omero la vite cresceva inculta in Sicilia, e forse ancora
nel vicin continente: ma non era perfezionata dall'arte degli abitanti
selvaggi, i quali non sapeano estrarre un liquore soave al gusto[199].
Mille anni dopo, l'Italia potè vantarsi, che delle ottanta specie dei
vini più generosi e celebri, più di due terzi eran prodotti dal proprio
suolo[200]. Questa pianta preziosa s'introdusse nella provincia
narbonese della Gallia; ma al tempo di Strabone il freddo nella parte
settentrionale delle Sevenne era così eccessivo, che si credeva
impossibile di farvi maturare le uve[201]. Questa difficoltà, non
pertanto, a poco a poco fu superata; e vi è qualche ragione di credere
che le vigne di Borgogna sieno d'antichità eguale al secolo degli
Antonini[202]. III. L'olivo, nel Mondo occidentale, era il compagno ed
il simbolo della pace. Due secoli dopo la fondazione di Roma, questo
utile albero era sconosciuto e all'Italia ed all'Affrica; ma vi fu poi
naturalizzato, e finalmente portato nel cuore della Spagna e della
Gallia. La timida ignoranza degli antichi, i quali pensavano, che gli
fosse necessario un certo grado di calore, nè potesse crescere che nelle
vicinanze del mare, fu insensibilmente distrutta dall'industria e
dall'esperienza[203]. IV. La coltivazione del lino passò dall'Egitto
nella Gallia ed arricchì l'intero paese, per quanto potesse impoverire
le terre particolari nelle quali era seminato[204]. V. L'uso dei prati
artificiali divenne familiare all'Italia e alle province, e specialmente
l'erba medica, ossia il trifoglio, che deve alla Media il nome e
l'origine[205]. Le sicure provvisioni di un cibo sano ed abbondante pel
bestiame nel verno moltiplicarono il numero delle mandrie, le quali a
vicenda contribuirono alla fertilità del terreno. A tutti questi
vantaggi si può aggiungere un'assidua attenzione alle pesche ed alle
miniere, le quali impiegando una moltitudine di mani laboriose,
servivano ad accrescere i piaceri del ricco, e la sussistenza del
povero. Columella, nel suo elegante trattato, descrive il florido stato
dell'agricoltura spagnuola sotto il regno di Tiberio; ed è da
osservarsi, che quelle carestie, dalle quali fu così spesso angustiata
la Repubblica nella sua infanzia, raramente o non mai si sentirono
nell'Impero esteso di Roma. La casuale scarsezza in una provincia, era
immediatamente riparata dall'abbondanza dei suoi più fortunati vicini.
L'agricoltura è il fondamento delle manifatture; giacchè le produzioni
della natura sono i materiali dell'arte. Sotto l'Impero di Roma, la
gente ingegnosa ed industre s'impiegava diversamente, ma continuamente
in servizio dei ricchi. Questi favoriti della fortuna univano ogni
raffinamento di comodo, di eleganza, e di splendore negli abiti, nella
tavola, nelle case e nei mobili; e volevano tutto ciò che poteva o
lusingar il fasto, o soddisfare il senso. Questi raffinamenti, sotto
l'odioso nome di lusso, sono stati severamente condannati dai moralisti
d'ogni secolo; e forse sarebbe più conveniente alla virtù, ed alla
felicità degli uomini, se ciascuno possedesse i beni necessarj alla
vita, e niuno i superflui. Ma nella presente imperfetta condizione della
società, il lusso, sebben conseguenza del vizio o della pazzia, sembra
esser l'unico mezzo di correggere l'ineguale distribuzione dei beni. Il
diligente meccanico e l'abile artista, i quali non ebbero parte alcuna
nelle divisioni della terra, ricevono una tassa volontaria dai
possessori dei terreni; e questi sono eccitati dal sentimento
dell'interesse a migliorare quei beni, col prodotto dei quali possono
procurarsi nuovi piaceri. Questa operazione, i cui particolari effetti
si provano in ogni società, esercitava un'energia molto più estesa nel
Mondo romano. Le province avrebber ben presto perduto la loro opulenza,
se le manifatture ed il commercio del lusso non avessero insensibilmente
restituite ai sudditi industriosi le somme, che da loro esigevano le
armi e l'autorità di Roma. Finchè la circolazione fu confinata nei
limiti dell'Impero, essa imprimeva alla macchina politica un nuovo grado
di attività, e le sue conseguenze, talvolta benefiche, non potevano mai
divenire perniciose.
Ma non è facil cosa di contenere il lusso dentro i limiti di un Impero.
I paesi più remoti del Mondo antico furono saccheggiati per supplire al
fasto ed alla delicatezza di Roma. Le foreste della Scizia fornivano
alcune preziose pelli. L'ambra si portava per terra dai lidi del Baltico
al Danubio, ed i Barbari stupivano del prezzo, che essi ricevevano in
cambio di una merce sì inutile[206]. I luppoli di Babilonia e le altre
manifatture dell'Oriente erano ricercatissime. Ma il ramo più
considerabile e ricco di straniero commercio si faceva con l'Arabia e
con l'India. Ogni anno, verso il solstizio d'estate, una flotta di cento
venti vascelli partiva da Mioshormos, porto dell'Egitto sul mar Rosso.
Con l'aiuto dei venti periodici traversavan l'Oceano quasi in quaranta
giorni. La costa del Malabar, o l'isola del Ceylan[207] era il solito
termine della loro navigazione, ed i mercanti delle più remote contrade
dell'Asia aspettavano il loro arrivo in quegli scali. Il ritorno della
flotta egiziana era stabilito nel mese di Dicembre o di Gennaio. Ed
appena il suo ricco carico era stato trasportato su i cammelli dal mar
Rosso al Nilo, ed era calato per quel fiume fino ad Alessandria, si
spargeva senza indugio nella capitale dell'Impero[208]. Gli oggetti del
traffico orientale erano splendidi, ma di poca utilità; la seta[209] che
si vendeva a peso d'oro, le pietre preziose, tra le quali la perla aveva
il primo posto dopo il diamante[210]; ed una moltitudine di aromati, che
si consumavano nel culto religioso, e nelle pompe dei funerali.
La fatica ed il pericolo del viaggio venivano ricompensati da un
profitto quasi incredibile; ma questo profitto si faceva sopra i sudditi
Romani, e pochi individui si arricchivano a spese del pubblico. Come i
nazionali dell'Arabia e dell'India si contentavano delle produzioni e
manifatture del loro paese, così l'argento per parte dei Romani era il
principale, se non il solo strumento di commercio. Il Senato giustamente
si lagnava, che per femminili ornamenti si mandassero tra le nazioni
straniere e nemiche[211] le ricchezze dello Stato, che più non
ritornavano. La perdita annuale si fa ascendere da uno scrittore esatto
e critico a più di un milione e seicento mila zecchini[212]. Questo era
lo stile di uno spirito mal contento, e sempre occupato dal malinconico
aspetto di una vicina povertà. E ciò non ostante se si paragoni la
proporzione tra l'oro e l'argento, quale era nel tempo di Plinio, e qual
fu determinata nel regno di Costantino, si scoprirà in quel periodo un
considerabilissimo aumento[213]. Non vi è la minima ragion di supporre,
che l'oro fosse divenuto più raro: è perciò evidente che l'argento era
divenuto più comune, e che per grandi che fosser le somme trasportate
nell'India e nell'Arabia, erano ben lungi dall'esaurire l'opulenza del
Mondo romano; ed il prodotto delle miniere suppliva abbondantemente alle
esigenze del commercio.
Non ostante l'inclinazione degli uomini ad innalzare il passato, e ad
avvilire il presente, sì i provinciali che i Romani sentivano veramente,
e di buona fede confessavano lo stato prospero e tranquillo dell'Impero.
«Essi conoscevano che i veri principj della vita sociale, le leggi,
l'agricoltura e le scienze, già inventate dalla saggia Atene, erano
allora solamente stabilite dalla potenza romana, la quale con felice
influenza aveva uniti i barbari più feroci sotto un governo eguale ed un
linguaggio comune. Affermavano che con i progressi delle arti la specie
umana era visibilmente moltiplicata. Celebravano l'accresciuto splendore
delle città, il ridente aspetto della campagna, tutta coltivata ed
adorna come un immenso giardino, e le feste di una lunga pace, che si
godeva da tante nazioni, dimentiche delle loro antiche animosità, e
libere dal timore d'ogni futuro pericolo[214].» Qualunque dubbio possa
nascere dall'accento rettorico e declamatorio, che sembra dominare in
questo passo, esso nell'essenziale perfettamente combina con la verità
della storia.
Era quasi impossibile che l'occhio de' contemporanei scoprisse nella
pubblica felicità le nascoste cagioni della decadenza e della
corruzione. Quella lunga pace, ed il governo uniforme dei Romani,
introducevano un veleno lento e segreto nelle parti vitali dell'Impero.
Le menti degli uomini si ridussero a poco a poco al medesimo livello, si
estinse il fuoco del genio, e svanì fin lo spirito militare. Gli Europei
erano coraggiosi e robusti. La Spagna, la Gallia, la Britannia e
l'Illirico fornivano alle legioni soldati eccellenti, e formavano la
forza reale della Monarchia. Il loro valor personale ancor sussisteva,
ma essi non più avevano quel coraggio pubblico, che si nutrisce con
l'amor dell'indipendenza, col sentimento dell'onor nazionale,
coll'aspetto del pericolo, e con l'assuefazione al comando. Essi
ricevevano le leggi ed i governatori dalla volontà del Sovrano, ed
affidavano la loro difesa ad un esercito mercenario. La posterità dei
loro più valorosi generali si contentava del grado di cittadini e di
sudditi. Gli spiriti più ambiziosi correvano alla Corte o alle insegne
degl'Imperatori; e le province abbandonate, prive della forza o
dell'unione politica, caddero insensibilmente nella languida
indifferenza della vita privata.
L'amor delle lettere, quasi inseparabile dalla pace e dal raffinamento,
era di moda tra i sudditi di Adriano e degli Antonini, i quali erano
essi stessi e dotti e curiosi. Questo amore si sparse per tutta
l'estensione del loro Impero; le più settentrionali tribù della
Britannia avevano acquistato l'amore della rettorica: sulle rive del
Reno e del Danubio si copiavano e si leggevano Omero e Virgilio, ed ogni
più debol lampo di merito letterario veniva magnificamente
ricompensato[215]. La medicina e l'astronomia si coltivavano con qualche
reputazione; ma eccettuato l'inimitabil Luciano, quel secolo d'indolenza
non produsse un solo scrittore d'ingegno originale che meritasse
l'attenzione della posterità. Regnava ancor nelle scuole l'autorità di
Platone, d'Aristotile, di Zenone e di Epicuro; ed i loro sistemi,
trasmessi con cieca deferenza da una generazione di scolari all'altra,
impediva ogni sforzo generoso, che avesse potuto correggere gli errori
dell'umano intendimento, o estenderne i confini. Le bellezze dei poeti e
degli oratori, invece di accendere nei lettori un egual fuoco,
inspiravano solamente fredde e servili imitazioni; o se alcuno si
avventura ad allontanarsi da quei modelli, si allontanava nel tempo
stesso dal buon senso o dalla ragione. Al rinascere delle lettere il
giovanil vigore dell'immaginativa, la nazionale emulazione, una nuova
religione, nuove lingue, ed un nuovo mondo riscossero dal lungo letargo
il genio dell'Europa. Ma i provinciali di Roma, schiavi di una
artificiosa ed uniforme educazione straniera, erano molto deboli per
competere con quei valorosi antichi, i quali con esprimere i loro
genuini sentimenti nella lingua nativa, avevano già occupati tutti i
posti di onore. Il nome di poeta era quasi andato in obblio; e dai
Sofisti si usurpava quel di oratore. Un nembo di critici, di compilatori
e di commentatori oscurava le scienze; e la decadenza del genio fu
presto seguita dalla corruttela del gusto.
Il sublime Longino, che in un periodo meno remoto, ed alla corte di una
Regina della Siria conservava lo spirito della antica Atene, fa
lamentevoli osservazioni sopra questa decadenza de' suoi contemporanei,
che avviliva i sentimenti, snervava il coraggio, e deprimeva i talenti.
«Nello stesso modo (dic'egli) che quei ragazzi, i quali da bambini sono
stati troppo strettamente fasciati, rimangono sempre pimmei, così le
nostre tenere menti, incatenate dai pregiudizj e dagli abiti di una
stretta servitù, non sono capaci di dilatarsi, o di arrivare a quella
ben proporzionata grandezza, che noi ammiriamo negli antichi; i quali
vivendo sotto un governo popolare, scrivevano con la stessa libertà, con
la quale operavano[216].» Questa degradata statura del genere umano, per
continuar la metafora, andò giornalmente vie più scemando, ed il Mondo
romano era veramente popolato da una razza di pimmei, quando i fieri
giganti del Settentrione l'invasero, e rinvigorirono ed emendarono le
degenerate nazioni. Rinacque per essi lo spirito generoso di libertà; e
dopo la rivoluzione di dieci secoli, la libertà divenne la felice madre
del buon gusto e delle scienze.
NOTE:
[106] Furono elevati tra Lahor e Deli, quasi in mezzo a queste due
città. Le conquiste di Alessandro nell'Indostan non passarono il Puniab,
paese irrigato dai cinque gran rami dell'Indo.
[107] Ved. M. de Guignes Stor. degli Unni, l. XV. XVI. XVII.
[108] Erodoto è tra gli antichi quegli, che abbia meglio descritta la
vera indole del politeismo. Il miglior commento di ciò ch'egli ci ha
lasciato sopra questo soggetto, si trova nella Storia Naturale della
Religione di Hume; e Bossuet nella sua Storia Universale, ce ne presenta
il contrasto più vivo. Si scorge nella condotta degli Egiziani alcune
deboli tracce d'intolleranza (Ved. Giovenale Sat. XV.) Gli Ebrei ed i
Cristiani che vissero sotto gl'Imperatori, formano una eccezione molto
importante, anzi tanto importante, che a discuterla si richiederà un
capitolo a parte in quest'opera.
[109] I diritti, la potenza, e le pretensioni del Sovrano dell'Olimpo
sono chiarissimamente descritte nel XV libro dell'Iliade. Pope, senza
accorgersene, ha perfezionata la Teologia di Omero.
[110] Ved. per esempio Cesare -de bello Gallico- VI 17. Nel corso di uno
o due secoli i Galli medesimi dettero alle loro divinità i nomi di
Marte, di Mercurio, d'Apollo ec.
[111] L'ammirabile trattato di Cicerone sulla Natura degli Dei, è la
miglior guida che seguir si possa in mezzo a quelle tenebre, ed in un
abisso così profondo. Questo scrittore espone candidamente, e confuta
sottilmente le opinioni dei filosofi.
[112] Non pretendo assicurare che in quel secolo irreligioso, la
superstizione avesse perduto il suo impero, e che i sogni, i presagi, le
apparizioni ec. non più inspirasser terrore.
[113] Socrate, Epicuro, Cicerone, e Plutarco hanno sempre inculcato il
più gran rispetto per la religione della lor patria e di tutto il genere
umano. Epicuro ne dette egli stesso l'esempio e la sua devozione fu
costante. Diog. Laerzio X 10.
[114] Polibio l. VI c. 53 54. Giovenale si lamenta Sat. XIII, che ai
suoi tempi questo timore non faceva quasi più effetto.
[115] Ved. la sorte di Siracusa, di Taranto, di Ambrachia, di Corinto
ec. la condotta di Verre nell'Azione 2 or. 4 di Cic., e la pratica
ordinaria dei governatori nella VIII Satira di Giovenale.
[116] Svetonio vita di Claudio; Plinio Stor. Nat. XXX I.
[117] Pelloutier Stor. dei Celti, tomo VI, p. 230 252.
[118] Seneca -De consolat. ad Helviam-, pag. 74 edizione di Giusto
Lipsio.
[119] Dionigi d'Alicarnasso, Antich. Rom. l. II.
[120] Nell'anno di Roma 701 il tempio d'Iside, e di Serapide fu demolito
per ordine del Senato. (Dione l. XL p. 252), e dalle mani stesse del
Console, Val. Mass. I. 3. Dopo la morte di Cesare fu riedificato a spese
del pubblico, Dione, l. XLVII. pag. 501. Augusto nella sua dimora in
Egitto rispettò la maestà di Serapide, Dione l. LI. p. 647, ma proibì il
culto dei Numi egiziani nel -Pomerio- di Roma, e un miglio all'intorno,
Dione l. LIII p. 679 e l. LIV pag. 735. Queste Divinità rimasero per
altro in moda sotto il suo regno. Ovid. -Do art. am.- l. I, e sotto il
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