saccheggiare un ricco tempio sulla foce del fiume Fasi. Trebisonda,
celebrata nella ritirata dei diecimila come una antica colonia di
Greci[829], dovea la sua opulenza ed il suo splendore alla munificenza
dell'Imperatore Adriano, che aveva costruito un porto artificiale sopra
una costa, lasciata dalla natura priva di sicuri ricoveri[830]. Era la
città vasta e popolata; un doppio recinto di mura parea sfidare il
furore dei Goti, e la solita guarnigione era stata rinforzata con
l'aumento di diecimila uomini. Ma non vi è alcun vantaggio capace di
supplire alla mancanza della disciplina e della vigilanza. La numerosa
guarnigione di Trebisonda, corrotta dagli stravizzi e dal lusso, non si
curò di difendere le inespugnabili sue fortificazioni. Presto conobbero
i Goti l'estrema negligenza degli assediati, eressero un'alta catasta di
fascino, montarono sulle mura nel silenzio della notte, ed entrarono in
quella indifesa città colla spada sguainata. Fu trucidato il popolo
tutto, mentre gli spaventati soldati fuggivano per le opposte porte.
Furono nella general distruzione involti i tempj più sacri, ed i più
illustri edifizj. Il bottino che cadde nelle mani del Goti fu immenso.
Le ricchezze degli adiacenti paesi erano state depositate in Trebisonda,
come in luogo sicuro. Incredibile fu il numero degli schiavi fatti dai
Barbari vittoriosi, i quali scorsero senza opposizione per l'estesa
provincia del Ponto[831]. Le ricche spoglie di Trebisonda riempirono una
moltitudine di vascelli trovati nel porto. La robusta gioventù della
costa marittima fu incatenata al remo; ed i Goti, soddisfatti del
successo della lor prima navale spedizione, ritornarono trionfanti ai
loro nuovi stabilimenti nel regno del Bosforo[832].
La seconda spedizione dei Goti fu intrapresa con forze maggiori di
uomini e di vascelli; ma tennero essi un corso diverso, e disprezzando
le devastate province del Ponto, costeggiarono il lido occidentale
dell'Eusino, passarono dinanzi alle larghe foci del Boristene, del
Niester, e del Danubio, ed aumentando la lor flotta colla presa di molte
barche di pescatori, si accostarono all'angusto canale, per cui l'Eusino
versa le sue acque nel Mediterraneo, e divide i continenti dell'Europa e
dell'Asia. Era la guarnigione di Calcedonia accampata vicino al tempio
di Giove Urio sopra un promontorio, che dominava l'ingresso dello
stretto, e questo corpo di truppe superava l'armata Gotica, tanto
piccolo era il numero di quei barbarici e sì temuti invasori, ma nel
numero solamente la superava. Abbandonarono queste truppe
precipitosamente il vantaggioso lor posto, lasciando alla discrezione
dei conquistatori la città di Calcedonia, di armi e di ricchezze la più
copiosamente provvista. Mentre dubitavano i Goti se preferir dovessero,
il mare alla terra, l'Europa all'Asia, per teatro delle loro ostilità,
un perfido fuggitivo indicò Nicomedia, già capitale dei Re della
Bitinia, come ricca e facil conquista. Guidò egli la marcia, che fu di
sole sessanta miglia dal campo di Calcedonia, diresse l'irresistibile
assalto[833], e a parte fu del bottino; giacchè aveano i Goti acquistata
bastante politica per ricompensare un traditore, che detestavano. Nice,
Prusa, Apamea, Cio, città emule un tempo, o imitatrici dello splendore
di Nicomedia, furono involte nella stessa calamità, che in poche
settimane infierì senza contrasto alcuno in tutta la provincia della
Bitinia. Trecento anni di pace, goduti dai molli abitatori dell'Asia,
avevano abolito l'esercizio delle armi, ed allontanato il timor del
pericolo. Si lasciavano cadere le antiche mura, e tutta l'entrata delle
più opulenti città si riservava per la costruzione dei Bagni, dei Tempi,
e dei Teatri[834].
Quando la città di Cizico resistè a' più grandi sforzi di
Mitridate[835], si distingueva per le savie sue leggi, per una forza
navale di dugento galere, e per tre arsenali d'armi, di macchine
militari, e di grano[836]. Era essa tuttavia la sede dell'opulenza e del
lusso; ma niente più le restava dell'antica sua forza che la situazione
in una piccola isola della Propontide, unita con due ponti solamente al
continente dell'Asia. Dopo il sacco di Prusa, si avanzarono i Goti a
diciotto miglia da quella città[837], già da loro destinata alla
distruzione; ma un fortunato accidente differì la rovina di Cizico. Era
la stagione piovosa, ed il lago Apolloniate, ricetto di tutte le acque
del monte Olimpo, crebbe ad un'insolita altezza. Il piccolo Rindaco, che
scaturisce dal lago, divenne, gonfiando, un ampio e rapido fiume, ed
arrestò il progresso dei Goti. La loro ritirata nella marittima città di
Eraclea, dov'era probabilmente la flotta, fu accompagnata da un lungo
treno di carri carichi delle spoglie della Bitinia, e segnata dalle
fiamme di Nice e di Nicomedia da loro per diletto incendiate[838]. Si
riportano alcuni oscuri argomenti di una incerta battaglia, che assicurò
la loro ritirata[839]. Ma una piena vittoria ancora stata sarebbe di
poco vantaggio, giacchè l'avvicinamento dell'equinozio autunnale
intimava ad essi di affrettare il ritorno. Il navigare nell'Eusino
avanti il mese di Maggio, o dopo quel di settembre, è stimato dai Turchi
moderni come il più certo esempio di temerità o di pazzia[840].
Quando siamo informati che la terza flotta, equipaggiata dai Goti nei
porti del Bosforo, consisteva in cinquecento vele[841], la nostra pronta
immaginazione calcola in un istante e moltiplica il formidabile
armamento; ma assicurati dal giudizioso Strabone[842] che le navi
piratiche usate dai Barbari del Ponto e della Scizia Minore, non erano
capaci di contenere più di venticinque o trenta uomini, possiamo con
certezza affermare, che quindicimila guerrieri al più s'imbarcarono in
quella grande spedizione. Non soffrendo di star confinati nell'Eusino,
diressero il distruttivo lor corso dal Bosforo Cimmerio al Bosforo
Tracio. Erano giunti quasi alla metà degli stretti, quando ne furono
improvvisamente respinti indietro all'ingresso; finchè levatosi nel
giorno seguente favorevole il vento, li portò in poche ore nel placido
mare, o piuttosto lago della Propontide.
Prendendo terra nella piccola isola di Cizico, ne rovinarono l'antica ed
illustre città. Di là uscendo di nuovo per l'angusto passo
dell'Ellesponto, proseguirono la tortuosa loro navigazione tra le
numerose isole sparse sull'Arcipelago ossia Mare Egeo. L'assistenza dei
prigionieri e dei disertori debb'essere stata ben necessaria per
condurre i loro vascelli, e dirigere le varie loro incursioni, tanto
sulle coste della Grecia, quanto su quelle dell'Asia. Finalmente la
gotica flotta si ancorò nel Pireo, cinque miglia distante da Atene[843],
che aveva tentato di fare alcuni preparativi per una vigorosa difesa.
Cleodamo, uno degl'ingegneri impiegati per ordine dell'Imperatore a
fortificare le città marittime contro i Goti, aveva già principiato a
riparare le antiche mura, cominciate a cadere fino dal tempo di Silla.
Inutili furono gli sforzi della sua abilità, e quei Barbari divennero
padroni della sede natia delle Muse e delle Arti. Ma mentre i
conquistatori si abbandonavano alla licenza del saccheggio ed alla
intemperanza, la flotta loro, che stava con poca guardia nel porto, fu
inaspettatamente assalita dal valoroso Dexippo, che fuggendo
coll'ingegnere Cleodamo dal sacco di Atene, adunò in fretta una banda di
volontarj contadini e soldati, e vendicò in qualche modo la calamità
della sua patria[844].
Ma questa impresa, per quanto lustro gettar potesse sul decadente secolo
di Atene, servì piuttosto ad irritare, che a sottomettere l'intrepido
coraggio de' settentrionali invasori. Un generale incendio si accese nel
tempo stesso in ogni distretto della Grecia. Tebe ed Argo, Corinto e
Sparta, che avean fatte altre volte sì memorabili guerre fra loro, non
poterono allora mettere in campo un esercito, o difendere neppure le
rovinate loro fortificazioni. Il furor della guerra, e per terra e per
mare, si stese dalla punta orientale di Sunio fino alla costa
occidentale dell'Epiro. Si erano già i Goti innoltrati alla vista
dell'Italia, quando l'avvicinamento di un così imminente pericolo
risvegliò l'indolente Gallieno dal voluttuoso suo sonno. Comparve armato
l'Imperatore; e sembra che la sua presenza reprimesse l'ardore, e
dividesse la forza dei nemici. Naulobato, un capo degli Eruli, accettò
un'onorevole capitolazione, entrò con un numeroso corpo de' suoi
concittadini al servizio di Roma, e fu rivestito cogli ornamenti della
Consolar dignità, non mai per l'avanti profanati dalle mani di un
Barbaro[845]. Un gran numero di Goti, disgustati dai pericoli e dai
travagli di un tedioso viaggio, fecero irruzione nella Mesia con disegno
di aprirsi a forza il passo sul Danubio a' loro stabilimenti
nell'Ucrania. L'ardito tentativo sarebbe stato seguito da una
inevitabile distruzione, se la dissensione dei Generali romani non
avesse risparmiato i Barbari a spese della causa comune[846]. Il picciol
resto di quell'esercito distruggitore ritornò a bordo de' suoi vascelli;
e rifacendo la strada per l'Ellesponto e pel Bosforo, devastò in
passando i lidi di Troia, la cui fama resa immortale da Omero
sopravviverà probabilmente alla memoria delle conquiste dei Goti. Appena
ch'e' si trovarono sicuri in seno all'Eusino, presero terra ad Anchiale
nella Tracia, vicino alle falde del monte Emo; e dopo tutte le loro
fatiche, si sollevarono coll'uso di quelle salubri e piacevoli terme. Nè
rimaneva del loro viaggio che una corta e facile navigazione[847]. Tali
furono le varie vicende di questa terza, e loro maggior impresa navale.
Sembra difficile a concepire, come un corpo, in principio di
quindicimila guerrieri, potesse sostenere le perdite e le divisioni di
una impresa sì ardita. Ma a misura che il loro numero veniva a poco a
poco diminuito dalla spada, dai naufragi, e dall'influenza di un clima
caldo, era continuamente rinnovato dalle truppe di banditi e di
disertori, che concorrevano sotto l'insegna del saccheggio, e da una
turma di schiavi fuggitivi, spesso di estrazione germana o sarmatica,
che ansiosamente prendevano la gloriosa opportunità di rompere i loro
ferri e di vendicarsi. In queste spedizioni, la gotica nazione pretese
d'avere avuta una maggior parte nell'onore e nel pericolo: ma le tribù,
che combatterono sotto le gotiche insegne, sono talvolta distinte e
talvolta confuse nelle imperfette Storie di quel secolo; e siccome le
barbare flotte uscir parvero dalla foce del Tanai, così fu spesso data a
quella mista moltitudine[848] la vaga e familiare denominazione di
Sciti.
Nelle generali calamità del Genere Umano la morte di un individuo,
quantosivoglia illustre, o la rovina di un edifizio, quantosivoglia
famoso, si trapassano con una indolente non curanza. Non possiamo per
altro obbliare che il Tempio di Diana in Efeso, dopo essere risorto con
maggiore splendidezza da sette successivi infortunj[849], fu in fine
bruciato dai Goti nella terza loro navale invasione. Le arti della
Grecia, e l'opulenza dell'Asia si erano unite ad erigere quella sacra e
magnifica fabbrica. Centoventisette colonne di marmo d'ordine ionico la
sostenevano. Erano tutte doni dei devoti Monarchi, ed aveano ciascuna
sessanta piedi di altezza. L'altare era adorno delle maestrevoli
sculture di Prassitele, che forse dalle favorite leggende del luogo
aveva scelto a rappresentarvi i divini figliuoli di Latona, il
nascondimento di Apollo dopo la strage dei Ciclopi, e la clemenza di
Bacco verso le vinte Amazzoni[850]. La lunghezza per altro del Tempio di
Efeso era solamente di quattrocentoventicinque piedi; quasi due terzi di
quella, che ha la Chiesa di S. Pietro in Roma[851]. Nelle altre
dimensioni era ancor più inferiore a questa sublime produzione della
moderna architettura. Le distese braccia di una Croce Cristiana
richiedono un'ampiezza assai maggiore dei bislunghi Tempj dei Pagani; e
i più arditi artisti dell'antichità stati sarieno atterriti dalla
proposizione d'innalzare in aria una cupola della grandezza e delle
proporzioni del Panteon. Era per altro il Tempio di Diana riguardato
come una delle maraviglie del Mondo. Ne aveano i successivi Imperj dei
Persiani, dei Macedoni e dei Romani venerata la santità, ed arricchito
lo splendore[852]. Ma i barbari selvaggi del Baltico, privi di gusto per
le belle arti, disprezzavano gl'ideali terrori di una straniera
superstizione[853].
Si riferisce un'altra circostanza di queste invasioni, che potrebbe
meritare la nostra attenzione, se non si potesse giustamente supporre
che sia bizzarro pensiero di un recente sofista. Dicesi che nel sacco di
Atene i Goti aveano ammassate tutte le librerie, ed erano sul punto
d'incendiare questa funerea mole della greca letteratura, se uno dei
loro Capi, più raffinato politico, non gli avesse dissuasi da quel
disegno, per la sottil riflessione, che fin che i Greci fossero addetti
allo studio dei libri, non mai si applicherebbero all'esercizio delle
armi[854]. Il sagace consigliere (se pur vero è il fatto) ragionava qual
Barbaro ignorante. Tra le più culte e potenti nazioni il genio in ogni
genere si è sviluppato intorno la stessa epoca; ed il secolo della
scienza è generalmente stato il secolo del valore e della militare
fortuna.
IV. I nuovi Sovrani della Persia, Artaserse ed il suo figliuolo Sapore,
aveano trionfato, come abbiamo già detto, della famiglia di Arsace. Dei
tanti Principi di quell'antica stirpe, il solo Cosroe, Re di Armenia,
avea conservato e la vita e l'indipendenza. Ei si difese con la natural
forza del suo paese, col perpetuo concorso dei fuggitivi e dei
malcontenti, con l'alleanza dei Romani, e sopra tutto col suo proprio
coraggio. Invincibile nelle armi, in una guerra di trent'anni, egli fu
in ultimo assassinato dagli emissarj di Sapore Re di Persia. I
patriotici Satrapi dell'Armenia, che sostenevano la libertà e lo
splendore del trono, implorarono la protezione di Roma in favore di
Tiridate legittimo erede. Ma il figliuolo di Cosroe era un ragazzo;
erano gli alleati lontani, ed il Monarca Persiano si avanzava verso la
frontiera conducendo insuperabili forze. Il giovane Tiridate, futura
speranza della sua patria, fu salvato dalla fedeltà di un servo, e
l'Armenia rimase per quasi ventisette anni una ricalcitrante provincia
della gran Monarchia persiana[855]. Insuperbito da questa facile
conquista, ed affidato alla depravazione dei Romani, Sapore obbligò le
forti guarnigioni di Carre e di Nisibi ad arrendersi, e sparse la
devastazione e il terrore dall'una e dall'altra parte dell'Eufrate.
[A. D. 260]
La perdita di una frontiera importante, la rovina di un fido e naturale
alleato, ed il rapido successo dell'ambizione di Sapore, fecero
profondamente sentire a Roma l'insulto, ed il pericolo. Valeriano
confidò che la vigilanza dei suoi Generali provvederebbe bastantemente
alla sicurezza del Danubio o del Reno; ma si risolse, non ostante
l'avanzata sua età, di marciare in persona a difender l'Eufrate. Nel suo
passaggio per l'Asia minore, furono sospese le navali imprese dei Goti,
e la desolata provincia godè una calma passeggiera e fallace. Passò egli
l'Eufrate, incontrò il Monarca persiano vicino alle mura di Edessa, fu
vinto e fatto prigioniero da Sapore. Le particolarità di questo grande
avvenimento sono oscuramente e imperfettamente riferite; ma dal barlume,
che ne abbiamo, si può scoprire per parte del romano Imperatore una
lunga serie d'imprudenze, d'errori, e di meritate sventure. Pose egli
l'intera sua fiducia in Macriano suo Prefetto del Pretorio[856]. Questo
indegno Ministro rendè il suo Sovrano formidabile solamente agli
oppressi sudditi, e disprezzabile ai nemici di Roma[857]. Pe' deboli o
scellerati consigli di lui fu l'esercito imperiale ridotto in una
situazione, nella quale inutili erano ugualmente il valore e il saper
militare[858]. I Romani, vigorosamente tentando di aprirsi la strada a
traverso l'oste persiana, furono respinti con grande strage[859]; e
Sapore, che circondava il campo con truppe superiori, pazientemente
aspettò che il crescente furor della fame e della peste gli avesse
assicurata la vittoria. Il licenzioso mormorar delle legioni accusò ben
tosto Valeriano come cagione delle loro calamità; i loro sediziosi
clamori dimandarono una pronta capitolazione. Venne offerta immensa
somma d'oro per comprare la permissione di una vergognosa ritirata. Ma
conoscendo il Persiano la propria superiorità, ricusò con disprezzo il
danaro; e ritenendo i Deputati, si avanzò in ordine di battaglia ai
piedi delle trinciere romane, o chiese una personale conferenza con
l'Imperatore medesimo. Fu Valeriano ridotto alla necessità di affidare
alla parola di un nemico la sua dignità e la sua vita. Finì la
conferenza come si dovea naturalmente aspettare. L'Imperatore venne
fatto prigioniero, e le truppe atterrite deposero le armi[860]. In un
tal momento di trionfo, l'ambizione e la politica di Sapore lo mossero a
porre sul trono vacante un successore affatto dipendente dal suo volere.
Ciriade, oscuro fuggitivo di Antiochia, imbrattato di tutti i vizj, fu
scelto per disonorare la romana porpora; e dovè, benchè di mala voglia,
il prigioniero esercito ratificare con le acclamazioni la volontà del
vincitore persiano[861].
Lo schiavo imperiale fu premuroso d'assicurarsi il favore del suo
padrone con un atto di tradimento verso la patria. Passò con Sapore
l'Eufrate, e lo condusse per la via di Calcide alla Metropoli
dell'Oriente. Così rapidi furono i movimenti della persiana cavalleria,
che se creder si deve ad un assai giudizioso Istorico[862], la città di
Antiochia fu sorpresa in tempo che l'oziosa moltitudine era tutta
intenta ai divertimenti del teatro. I magnifici edifizj di Antiochia, sì
privati che pubblici, furono o saccheggiati o distrutti, ed i numerosi
abitatori o caddero trucidati o vennero condotti in ischiavitù[863]. La
risolutezza del gran Sacerdote di Emesa fece argine per un momento al
torrente di quella devastazione. Adorno delle vesti sacerdotali,
comparve alla testa di un numeroso corpo di fanatici contadini, armati
solamente di fionde, e difese il suo Dio e il suo dominio contro le
sacrileghe mani dei seguaci di Zoroastro[864]. Ma la rovina di Tarso, e
di molte altre città è una trista prova, che (tranne questo sol caso) la
conquista della Siria e della Cilicia appena interruppe il progresso
dell'armi persiane. Erano abbandonati i vantaggiosi angusti passi del
monte Tauro, nei quali un invasore, la cui principale forza consisteva
nella cavalleria, si sarebbe trovato impegnato in un combattimento assai
diseguale, e si lasciò che Sapore assediasse Cesarea, capitale della
Cappadocia; città la quale, benchè di secondo ordine, si supponeva che
contenesse quattrocentomila abitanti. Era Demostene comandante della
piazza, non tanto per commissione dell'Imperatore, quanto per la
volontaria difesa della sua patria. Egli allontanò per molto tempo il
fato della medesima, e quando finalmente Cesarea fu tradita dalla
perfidia di un medico, egli si aprì col ferro la strada a traverso i
Persiani, che aveano ordine di usare le maggiori diligenze per prenderlo
vivo. Questo eroico comandante fuggì il potere di un nemico, che avrebbe
onorato o punito il suo ostinato valore; ma molte migliaia de' suoi
concittadini perirono involte in una generale strage, e Sapore viene
accusato di avere trattati i suoi prigionieri con una capricciosa ed
insaziabile crudeltà[865]. Molto dovrebbe certamente accordarsi
all'animosità nazionale, molto alla superbia umiliata, ed alla impotente
vendetta; ma è certo soprattutto che lo stesso Principe, che aveva
nell'Armenia spiegato il dolce carattere di legislatore, si mostrò ai
Romani sotto il feroce aspetto di conquistatore. Disperando egli di fare
alcuno stabilimento permanente nell'Impero, procurò solamente di lasciar
dietro a se una devastata solitudine, mentre trasportava nella Persia il
popolo e le ricchezze delle province[866].
Nel tempo che l'Oriente tremava al nome di Sapore, questi ricevè un dono
non indegno dei Re più grandi, un lungo seguito di cammelli, carichi
delle più rare e preziose mercanzie. La ricca offerta era accompagnata
da una rispettosa, ma non servil lettera di Odenato, uno dei più nobili
ed opulenti Senatori di Palmira. «Chi è questo Odenato» (disse il
superbo vincitore, e comandò che fossero i doni gettati nell'Eufrate)
«che così insolentemente ardisce di scrivere al suo Signore? S'egli
spera addolcire il suo castigo, cada con le mani legate dietro le spalle
prostrato a' piedi del nostro trono. S'egli indugia un momento, la
distruzione si spargerà prontamente sulla sua testa, sull'intera sua
stirpe e sulla sua patria»[867]. La disperata estremità, alla quale fu
il Palmireno ridotto, mise in azione tutte le ascose potenze del suo
spirito. Andò egli incontro a Sapore, ma con le armi, in mano.
Comunicando il suo coraggio ad un piccolo esercito, raccolto dai
villaggi della Siria[868], e dalle tende del deserto[869], si aggirò
intorno all'oste persiana, l'affaticò nella ritirata, portò via parte
del tesoro, e ciò ch'era più caro di ogni tesoro, molte donne del gran
Re, il quale alla fine fu obbligato di ripassare l'Eufrate con qualche
segno di fretta e di confusione[870]. Con questa impresa Odenato gettò i
fondamenti della sua futura gloria e grandezza. La maestà di Roma,
oppressa da un Persiano, fu sostenuta da un Soriano od Arabo di Palmira.
La voce della Storia, che spesso altro non è che l'organo dell'odio o
dell'adulazione, rimprovera a Sapore un altiero abuso dei diritti della
vittoria. Dicesi che Valeriano, incatenato ma rivestito della porpora
imperiale, venne esposto alla moltitudine per un costante spettacolo di
caduta grandezza, e che qualora il persiano Monarca montava a cavallo,
posava il piede sul collo dell'Imperatore romano. Malgrado tutte le
rimostranze de' suoi alleati, che reiteratamente l'avvertivano di
rammentarsi le vicende della fortuna, di temere la risorgente potenza di
Roma, o di servirsi dell'illustre suo prigioniero per pegno della pace e
non per oggetto d'insulto, Sapore sempre rimase inflessibile. Dopo che
Valeriano succumbè sotto il peso della vergogna e del dolore, la sua
pelle impagliata a somiglianza di corpo umano fu conservata per varj
secoli nel più illustre tempio della Persia; monumento più reale di
trionfo, che gl'immaginarj trofei di bronzo e di marmo sì spesso eretti
dalla vanità dei Romani[871]. Il racconto è morale e patetico, ma ne può
essere facilmente messa in dubbio la verità. Le lettere, tuttora
esistenti, dei Principi dell'Oriente a Sapore, sono manifeste
imposture[872]; e non è naturale il supporre, che un geloso Monarca
volesse (anche nella persona di un rivale) avvilire così pubblicamente
la Maestà Reale. Qualunque trattamento però si fosse provato
dall'infelice Valeriano nella Persia, è certo almeno che l'unico romano
Imperatore, che mai cadesse nelle mani dei nemici, languì per tutta la
sua vita in una prigionia senza speranza.
L'Imperatore Gallieno, che aveva lungamente sopportata con impazienza la
censoria severità del suo padre e collega, ricevè la nuova delle
sciagure di lui con segreto piacere e manifesta indifferenza. «Io ben
sapeva,» egli disse «che mio padre era mortale, e giacchè si è mostrato
uomo coraggioso, io son soddisfatto.» Mentre Roma deplorava il fato del
suo Sovrano, la barbara freddezza del figliuolo di lui fu dai servili
cortigiani celebrata come perfetta costanza di un eroe e di uno
stoico[873]. È difficile il dipingere il leggiero, vario, ed incostante
carattere di Gallieno, ch'esso spiegò senza ritegno, appena divenuto
unico possessore dell'Impero. In ogni arte da lui tentata, il vivace suo
ingegno lo assicurava del felice successo; e privo essendo di giudizio
il suo ingegno, egli ogni arte tentò, fuorchè le sole importanti, della
guerra e del governo. Era eccellente in molte curiose, ma inutili
scienze, pronto oratore, elegante poeta[874], abile giardiniere, cuoco
eccellente, e sprezzabilissimo Principe. Nel tempo che le grandi
emergenze dello Stato richiedevano la sua presenza e la sua attenzione,
egli s'occupava in discorsi col filosofo Plotino[875], consumava il suo
tempo in frivoli o licenziosi piaceri, s'iniziava nei greci misterj, o
faceva premure per ottenere un posto nell'Areopago di Atene. La sua
profusa magnificenza insultava l'universal povertà; la ridicola
solennità de' suoi trionfi faceva più profondamente sentire il pubblico
disonore[876]. Egli riceveva con un sorriso indolente le ripetute
notizie delle invasioni, delle disfatte, e delle ribellioni; e nominando
con affettato disprezzo qualche particolar prodotto della perduta
provincia, indolentemente dimandava se Roma sarebbe rovinata perchè più
l'Egitto non le fornisse le tele di lino, e la Gallia le stoffe di
Arras? Vi furono per altro pochi brevi momenti nella vita di Gallieno,
nei quali inasprito da qualche ingiuria recente, comparve subitamente
intrepido soldato e tiranno crudele; finchè saziato di sangue o stanco
dalla resistenza, ricadeva insensibilmente nella natural placidezza e
indolenza del suo carattere[877].
Mentre da tal mano erano sì lentamente tenute le redini del Governo, non
è maraviglia, che in ogni provincia si suscitassero in folla gli
usurpatori contro il figlio di Valeriano. Fu probabilmente ingegnosa
fantasia di paragonare i trenta tiranni di Roma, coi trenta tiranni di
Atene, che indusse gli Scrittori della Storia Augusta a scegliere quel
famoso numero, che a poco a poco è degenerato in popolare
denominazione[878]. Ma è per ogni verso vano e falso il paragone. Qual
mai somiglianza può ritrovarsi tra un concilio di trenta persone, che
unite opprimevano una sola città, e tra una incerta lista d'indipendenti
rivali, che si innalzarono e caddero con irregolar successione, per
tutta l'ampiezza di un vasto Impero? Nè può essere il numero dei trenta
compito, se non vi s'includono ancora le donne e i fanciulli, che furono
onorati col titolo imperiale. Il regno di Gallieno, disordinato come
era, produsse soltanto diciannove pretendenti al trono; Ciriade,
Macriano, Balista, Odenato, e Zenobia in Oriente; nella Gallia e nelle
province occidentali, Postumo, Lolliano, Vittorino e sua madre Vittoria,
Mario, e Tetrico; nell'Illirico e nei confini del Danubio, Ingenuo,
Regilliano, ed Aureolo; nel Ponto[879], Saturnino; nell'Isauria,
Trebelliano; Pisone nella Tessaglia; Valente nell'Acaia; Emiliano
nell'Egitto; e Celso nell'Affrica. Chi volesse illustrare gli oscuri
monumenti della vita e della morte di ognuno di essi, imprenderebbe un
laborioso assunto, nè istruttivo, nè dilettevole. Possiamo contentarci
d'investigare alcuni caratteri generali, che più vivamente distinguono
le circostanze de' tempi, ed i costumi degli uomini, le loro
pretensioni, i loro motivi, il lor fato, e le ruinose conseguenze della
loro usurpazione[880].
È noto bastantemente, che l'odioso nome di -tiranno- fu spesso usato
dagli antichi per esprimere l'illegittima occupazione del supremo
potere, senza alcun rapporto all'abuso di quello. Diversi tra i
pretendenti, che spiegarono lo stendardo della ribellione contro
l'Imperatore Gallieno, erano illustri modelli di virtù e quasi tutti
avevano una riguardevole dose di vigore e di abilità. Il merito avea
procurato ad essi il favore di Valeriano, e gli avea gradatamente
promossi ai più importanti Governi dell'Impero. I Generali, che presero
il titolo di Augusto, erano o rispettati dalle loro truppe per l'esperta
loro condotta e severa disciplina, o ammirati pel valore e per la
fortuna in guerra, o amati per la loro franchezza e generosità. Il campo
della vittoria fu spesso il teatro della loro elezione, e fino
l'armaiuolo Mario, il più disprezzabile di tutti i pretendenti alla
porpora, fu distinto pel suo intrepido coraggio, per l'incomparabil sua
forza, e per la sua rozza onestà[881]. Il suo vile e recente mestiero
dava, è vero, un'aria di ridicolezza alla sua elevazione; ma la sua
nascita non poteva esser più oscura di quella della maggior parte de'
suoi rivali, ch'erano nati da contadini, ed arrolati nell'armata come
soldati privati. Nei tempi di confusione ogni genio attivo trova il
posto assegnatogli dalla natura: in un generale stato di guerra il
merito militare è la via della gloria e della grandezza. De' diciannove
tiranni, Tetrico soltanto era Senatore: Pisone solo era nobile. Il
sangue di Numa, per ventotto successive generazioni, scorreva nelle vene
di Calfurnio Pisone[882], il quale per alleanze di donne pretendeva il
diritto di esporre nella sua casa le immagini di Crasso e del gran
Pompeo[883]. I suoi antenati erano stati replicatamente decorati di
tutti gli onori che largir potea la Repubblica; e fra tutte le antiche
famiglie di Roma, la Calfurnia soltanto era sopravvissuta alla tirannia
dei Cesari. Le qualità personali di Pisone aggiungevano un nuovo lustro
alla sua stirpe. L'usurpatore Valente, per ordine del quale fu ucciso,
confessò con profondo rimorso, che un nemico pur anco avrebbe dovuto
rispettare la santità di Pisone; e benchè morisse con le armi in mano
contro Gallieno, il Senato, con generosa permissione dell'Imperatore,
decretò i trionfali ornamenti alla memoria di un così virtuoso
ribelle[884].
I Generali di Valeriano erano grati al padre ch'essi stimavano.
Disdegnavano però di servire alla lussuriosa indolenza dell'indegno suo
figlio. Il trono del Mondo romano non era sostenuto da alcun principio
di lealtà; e un tradimento contro un tal Principe, poteva facilmente
considerarsi come un atto di patriottismo. Se esaminiamo però con
candore la condotta di questi usurpatori, vedremo che furono più spesso
indotti alla ribellione dai loro timori, che spinti dall'ambizione. Essi
temevano i crudeli sospetti di Gallieno; e paventavano ugualmente la
capricciosa violenza delle loro truppe. Se il pericoloso favore
dell'esercito gli aveva imprudentemente dichiarati degni della porpora,
erano destinati ad una sicura distruzione; e la prudenza stessa li
consigliava ad assicurarsi un breve godimento dell'Impero, e piuttosto a
tentar la sorte dell'armi, che ad aspettar la mano di un carnefice.
Quando il favor de' soldati rivestiva le ripugnanti vittime con le
insegne della sovrana autorità, esse talvolta si lagnavano in segreto
del vicino lor fato. «Voi avete perduto,» diceva Saturnino nel giorno
della sua elevazione, «voi avete perduto un utile Comandante, ed avete
fatto un miserabilissimo Imperatore»[885].
I timori di Saturnino furono giustificati dalla replicata esperienza
delle rivoluzioni. De' diciannove Tiranni, che insorsero sotto il Regno
di Gallieno, non ve ne fu alcuno, che godesse una vita pacifica, o
morisse di una morte naturale. Appena erano rivestiti della sanguigna
porpora, destavano ne' loro aderenti gli stessi terrori e la stessa
ambizione, che avea data occasione alla propria lor ribellione.
Circondati da domestiche cospirazioni, da militari sedizioni, e dalla
guerra civile, tremavano sull'orlo del precipizio, nel quale, dopo un
più lungo o più breve giro di angustie, inevitabilmente cadevano. Questi
precarj Monarchi ricevevano però quegli onori, che l'adulazione delle
respettive armate e province poteva ad essi concedere; ma la loro
pretensione, sul ribellamento fondata non potè mai ottenere la sanzione
della legge o della Storia. L'Italia, Roma e il Senato costantemente
aderirono alla causa di Gallieno, ed egli solo fu considerato come
Serrano dell'Impero. Questo Principe condiscese, per verità, a
riconoscere le vittoriose armi di Odenato, che meritò questa onorifica
distinzione per la rispettosa condotta da lui sempre tenuta verso il
figliuolo di Valeriano. Con generale applauso dei Romani e col consenso
di Gallieno, il Senato conferì titolo di Augusto al valoroso Palmireno;
e parve affidargli il governo dell'Oriente, da lui già posseduto così
indipendentemente, che come successione privata Io lasciò alla illustre
sua vedova Zenobia[886].
I rapidi e continui passaggi dalla capanna al trono, e dal trono alla
tomba avrebbero potuto divertire un indifferente filosofo; se possibil
fosse ad un filosofo di rimanere indifferente in mezzo alle universali
calamità del Genere Umano. L'elezione di questi effimeri Imperatori, la
potenza, e la morto loro erano ugualmente ruinose pe' loro sudditi e pe'
loro aderenti. Il prezzo della fatale loro elevazione era subito pagato
alle truppe, con un immenso donativo, tratto dalle viscere di un popolo
già spossato. Per virtuoso che fosse il loro carattere, e pure le loro
intenzioni, si trovavano essi ridotti alla dura necessità di sostenere
la loro usurpazione con frequenti atti di rapina e di crudeltà. Quando
essi cadevano, involgevano gli eserciti e le province nella loro caduta.
Esiste tuttora un barbaro mandato di Gallieno ad uno de' suoi ministri,
dopo la soppressione d'Ingenuo, che presa aveva la porpora
nell'Illirico. «Non basta» (dice questo debole, ma inumano Principe)
«che voi esterminiate quelli che sono comparsi armati; la sorte di una
battaglia avrebbe ugualmente potuto servirmi. I maschi di ogni età
devono estirparsi, purchè nell'esecuzione de' ragazzi e de' vecchi voi
possiate trovar mezzi per salvare la nostra riputazione. Muoia chiunque
ha lasciata cadere una parola, ed ha formato un pensiero cattivo contro
di me, contro di me, figlio di Valeriano, padre e fratello di tanti
Principi[887]. Ricordatevi che Ingenuo fu fatto Imperatore: lacerate,
uccidete, mettete in pezzi. Io vi scrivo di propria mano, e vorrei
ispirarvi i miei propri sentimenti»[888]. Mentre le pubbliche forze
dello Stato si dissipavano in private contese, le inermi province
giacevano esposte ad ogni invasore. I più coraggiosi usurpatori furono
sforzati dalla incertezza della lor situazione a concludere ignominiosi
trattati col comune inimico, a comprare con gravosi tributi la
neutralità o il soccorso dei Barbari, e ad introdurre ostili ed
indipendenti nazioni nel centro della romana Monarchia[889].
Tali furono i Barbari e tali i Tiranni, i quali, sotto i regni di
Valeriano e di Gallieno, smembrarono le province e ridussero l'Impero
all'ultimo grado di disonore e di rovina, dal quale impossibil parea che
fosse mai per risorgere. Per quanto poteva la scarsezza de' materiali
permettere, abbiamo tentato di esporre con ordine e chiarezza i generali
avvenimenti di questo calamitoso periodo. Rimangono ancora alcuni fatti
particolari; I. i disordini dalla Sicilia; II. i tumulti di Alessandria;
III. la ribellione degli Isaurici, che può servire a mettere in maggior
lume l'orrida pittura.
I. Ogni qualvolta numerose truppe di banditi, moltiplicati per la
fortuna e per l'impunità, pubblicamente sfidano, in vece di eluderla, la
giustizia della lor patria, si può sicuramente inferire, che gli ordini
più bassi della società sentono l'eccessiva debolezza del Governo, e ne
abusano. La situazione della Sicilia la preservava dai Barbari; nè
avrebbe quella inerme provincia potuto sostenere un usurpatore. Fu
quella, una volta florida e tuttora fertile isola, angustiata da mani
più vili. Una licenziosa turma di schiavi e contadini regnò per un tempo
sul devastato paese, e rinnovò la memoria delle antiche guerre
servili[890]. Le devastazioni, delle quali l'agricoltore era o vittima o
complice, debbono aver rovinata l'agricoltura della Sicilia; e siccome i
principali beni appartenevano agli opulenti Senatori di Roma, che spesso
racchiudevano in una sola tenuta il territorio di una antica Repubblica,
non è improbabile che questa privata ingiuria fosse alla Capitale più
sensibile di tutte le conquiste de' Goti o de' Persiani.
II. La fondazione di Alessandria fu una nobile idea, concepita insieme
ed eseguita dal figliuol di Filippo. La bella e regolare forma di quella
grande città, inferiore soltanto a Roma, comprendeva una circonferenza
di quindici miglia[891]; era popolata da trecentomila abitanti liberi,
ed in oltre da un numero almeno uguale di schiavi[892]. Il lucroso
commercio della Arabia e dell'India passava pel porto di Alessandria
alla Capitale ed alle province dell'Impero. L'ozio vi era ignoto. Erano
alcuni impiegati nelle manifatture de' vetri, altri in tessere tele di
lino, ed altri in lavorare il papiro. Ogni sesso ed ogni età era
occupata ne' lavori d'industria; nè mancavano ai ciechi o agli storpiati
occupazioni convenienti alla lor condizione[893]. Ma il popolo di
Alessandria, mescuglio di varie nazioni, univa la vanità e l'incostanza
de' Greci alla superstizione ed ostinazione degli Egiziani. La più
frivola occasione, una passeggiera scarsità di carni o di lenti,
l'ommissione di un ordinario saluto, uno sbaglio di precedenza ne' bagni
pubblici, od anche una disputa di religione[894] furono sempre bastanti
ad accendere una sedizione tra quella numerosa moltitudine, i cui
risentimenti erano furiosi ed implacabili[895]. Poscia che, per la
prigionia di Valeriano e l'indolenza del suo figliuolo, fu indebolita
l'autorità delle leggi, gli Alessandrini si abbandonarono allo sfrenato
furore delle proprie passioni, e l'infelice loro patria fu il teatro di
una guerra civile, che durò (con poche, corte e sospette tregue) quasi
dodici anni[896]. Fu ogni commercio interrotto tra i diversi quartieri
dell'afflitta città, ogni contrada macchiata di sangue, ogni forte
edifizio convertito in cittadella; nè cessò il tumulto finchè una
considerabile porzione di Alessandria non giacque irreparabilmente
rovinata. Lo spazioso e magnifico distretto del -Bruchion- co' suoi
palazzi, ed il Museo, residenza de' Re e de' filosofi dell'Egitto,
viene, quasi un secolo dopo, descritto, come già ridotto al suo presente
stato di spaventevole solitudine[897].
III. L'oscura ribellione di Trebelliano, che prese la porpora nella
Isauria, piccola provincia dell'Asia minore, ebbe le più strane e
memorabili conseguenze. Quel simulacro di sovranità fu presto distrutto
da un uffiziale di Gallieno; ma i suoi seguaci disperando del perdono,
deliberarono di sciogliersi dalla fedeltà giurata non solo
all'Imperatore, ma ancora all'Impero, e improvvisamente ritornarono a'
loro selvaggi costumi, de' quali non si erano mai perfettamente
spogliati. Le scoscese lor rupi, che parte facevano dell'immenso Tauro,
proteggevano l'innacessibil loro ritiro. Dalla coltivazione di alcune
fertili valli[898] ricavavano essi il necessario della vita, e gli agi
dall'uso della rapina. Nel centro della romana Monarchia, gli Isaurici
lungamente continuarono ad essere una nazione di barbari selvaggi. I
Principi successivi, inabili a sottometterli con l'armi o con la
politica, dovettero confessare la propria debolezza, circondando
l'ostile e indipendente cantone con una salda catena di
fortificazioni[899], che furono spesso insufficienti a impedire le
incursioni di quei domestici nemici. Gl'Isaurici estesero a poco a poco
il lor territorio fino alla costa marittima, soggiogarono l'occidentale
e montuosa parte della Cilicia, nido un tempo di quegli audaci pirati,
contro i quali la Repubblica era stata una volta costretta ad impiegare
la sua maggior forza sotto la condotta del gran Pompeo[900].
Il nostro modo di pensare connette sì volentieri l'ordine dell'Universo
col destino dell'uomo, che questo tenebroso periodo di storia è stato
illustrato con inondazioni, terremoti, straordinarie meteore,
soprannaturali caligini, e con una folla di falsi esagerati
prodigi[901]. Ma una lunga e generale carestia fu ben più grave
calamità. Fu questa l'inevitabile conseguenza della rapina e
dell'oppressione, ch'estirpava il prodotto delle raccolte presenti, e la
speranza delle future. La carestia vien quasi sempre seguita da mali
epidemici, effetto del cibo scarso ed insalubre. Altre cagioni però
possono avere contribuito alla furiosa peste, che dall'anno
dugentocinquanta all'anno dugentosessantacinque, infierì senza
interrompimento in ogni provincia, in ogni città e quasi in ogni
famiglia dell'Impero romano. Per qualche tempo morirono giornalmente in
Roma cinquemila persone; e rimasero interamente spopolate[902] molte
città, ch'erano scampate dalle mani dei Barbari.
Abbiamo notizia di un'assai curiosa circostanza, forse non inutile nel
malinconico computo delle umane calamità. Si teneva in Alessandria un
esatto registro di tutti i cittadini, autorizzati a ricevere la
distribuzione del grano. Si trovò che l'antico numero di quelli compresi
tra l'età de' quaranta e de' sessant'anni, era stato uguale all'intera
somma de' postulanti dai quindici anni fino agli ottanta, che restarono
vivi dopo il regno di Gallieno[903]. Applicando questo fatto autentico
alle più corrette tavole della mortalità, esso prova evidentemente,
ch'era quasi perita la metà del popolo di Alessandria; e se ci potessimo
arrischiare ad estendere l'analogia alle altre province, potremmo
sospettare che la guerra, la peste e la fame avessero, in pochi anni,
consumata la metà del Genere Umano[904].
NOTE:
[721] È egli da sospettarsi, che Atene contenesse soltanto ventunmila
cittadini, e Sparta non più di trentanovemila? Vedi Hume e Wallace sul
numero degli uomini nei tempi antichi e moderni.
[722] L'espressione usata da Zosimo e da Zonara può significare, che
Marino comandava una centuria, una coorte o una legione.
[723] La sua nascita in Bubbalia piccolo villaggio della Pannonia
(-Eutrop. IX Vittor. in Caesarib. et Epitom.-) sembra contraddire, se
pure non fu puramente accidentale, la sua supposta discendenza dai Decj.
Contavano essi seicento anni di nobiltà, ma al principio di quel
periodo, erano soltanto plebei di merito, e dei primi che furono a parte
del Consolato coi superbi Patrizj: -Plebeiae Deciorum animae-, ec.
Giovenale, Sat. VIII 254. Vedi la coraggiosa parlata di Decio in Livio;
X 9, 10.
[724] Zosimo, l. 1, p. 10; Zonara l. XII, p. 924. -Edit. Louvre-.
[725] Vedi le prefazioni di Cassiodoro e di Giornandes. È cosa
sorprendente che quest'ultimo fosse omesso nell'eccellente edizione
degli Scrittori goti pubblicata da Grozio.
[726] Sull'autorità di Ablavio, Giornandes cita alcune antiche croniche
dei Goti in versi. -De Rebus Get.- c. 4.
[727] Giornandes c. 3.
[728] Vedi nei prolegomeni di Grozio diversi lunghi estratti presi da
Adamo di Brema, e da Sassone il Gramatico. Il primo scrisse nell'anno
1077, l'ultimo fiorì verso l'anno 1200.
[729] Voltaire, Storia di Carlo XII l. III. Quando gli Austriaci
desiderarono l'aiuto della Corte di Roma contro Gustavo Adolfo, essi
rappresentarono sempre questo conquistatore come il successore diretto
di Alarico. Harte Stor. di Gustavo. Vol. II. p. 123.
[730] Vedi Adamo di Brema -in Grotii Prolegomenis- p. 104. Il tempio di
Upsal fu distrutto da Ingo re di Svezia, che cominciò a regnare
nell'anno 1075, e quasi 80 anni dopo fu sulle rovine di quello eretta
una Cattedrale cristiana. Vedi Dalin Stor. di Svezia nella Biblioteca
ragionata.
[731] Mallet, Introduzione alla Storia di Danimarca.
[732] Mallet, c. IV p. 65, ha raccolto da Strabone, da Plinio, da
Tolomeo e da Stefano Bisantino i vestigi di questa città e del suo
popolo.
[733] Questa stupenda spedizione di Odino, che deducendo l'inimicizia
dei Goti e dei Romani da una causa sì memorabile, potrebbe somministrare
il nobile fondamento di un Poema epico, non può sicuramente riceversi
come autentica Storia. Secondo il natural senso dell'Edda, e
l'interpretazione dei più abili critici, As-gard invece d'indicare una
vera città della Sarmazia asiatica, è il nome fittizio della mistica
dimora degli Dei, l'Olimpo della Scandinavia, donde si supponeva disceso
il Profeta, quando annunziò la sua nuova religione alle nazioni gotiche,
già stabilite nelle parti meridionali della Svezia.
[734] Tacit. German. c. 44.
[735] Tacit. Annal. II, 62. Se si potesse dar ferma credenza alle
navigazioni di Pitea di Marsiglia, dovremmo convenire che i Goti aveano
passato il Baltico trecento anni almeno avanti Gesù Cristo.
[736] Tolomeo l. II.
[737] Dalle colonie germaniche, le quali seguivano le armi dei cavalieri
Teutonici. La conquista e la conversione della Prussia fu compita da
quei venturieri del tredicesimo secolo.
[738] Plinio (Stor. Nat. IV 14) e Procopio -in Bello Vandal. l. I. c.
I.- s'accordano in questa opinione. Eglino vissero in tempi diversi, ed
ebbero diversi mezzi per investigare la verità.
[739] Gli Ostrogoti e i Visigoti, che è a dire i Goti orientali ed
occidentali, trassero questi nomi dalle originarie lor sedi nella
Scandinavia. In tutte le mosse, in tutti gli stabilimenti loro, essi
conservarono poi sempre, insieme coi loro nomi, la medesima relativa
situazione. Quando si partirono per la prima volta dalla Svezia, tre
vascelli contenevano la nascente loro colonia. Il terzo, essendo tardo
alla vela, rimase indietro, e quella turma, divenuta poi una nazione,
ricevè da questo circostanza il nome di -Gepidi- o sia -infingardi-.
Giornandes, c. 17.
[740] Vedi un frammento di Pietro Patrizio nell'-Excerpta Legationum-; e
riguardo alla probabilità della data, vedi Tillemont. Stor. degli
imperat. tom. III. p. 346.
[741] -Omnium harum gentium insigne, rotunda scuta, breves gladii et
erga reges obsequium. Tacit. German.- c. 43. I Goti probabilmente si
procacciarono il loro ferro col commercio dell'ambra.
[742] Giornandes, c. 13, 14.
[743] Gli Eruli, e gli Uregundi, o Burgundi, sono specialmente
menzionati. Ved. Mascovio, Storia dei Germani, l. V. Un passo della
Stor. Aug. p. 28 sembra alludere a questa grande emigrazione. La guerra
Marcomannica fu in parte cagionata dalla furia delle barbare tribù, che
fuggivano dinanzi alle armi dei Barbari più settentrionali.
[744] D'Anville, Geografia antica, alla terza parte della incomparabile
sua carta dell'Europa.
[745] Tacit. German. c. 46.
[746] Cluver. Germania Anti. l. III c. 43.
[747] I -Venedi-, gli -Havi-, e gli -Antes-, erano le tre gran tribù del
medesimo popolo. Giornandes. c. 24.
[748] Tacito merita sicuramente questo titolo, e perfino la cauta sua
sospensione è una prova delle diligenti ricerche da esso fatte.
[749] La Storia Genealogica dei Tartari, p. 593. M. Bell (Vol. II p.
379) traversò l'Ucrania nel suo viaggio da Pietroburgo a Costantinopoli.
L'aspetto moderno del paese è una giusta rappresentazione dell'antico,
giacchè nelle mani dei Cosacchi rimane tuttavia nello stato di natura.
[750] Nel 16 Capit. di Giornandes, in vece di -secundo Maesiam-,
possiamo azzardarci a sostituire -secundam-, la seconda Mesia, di cui
Marcianopoli era certamente la Capitale. Vedi Ierocle -de Provinciis-, e
Wesseling -ad locum- p. 636. -Itinerar.- È sorprendente come questo
palpabile errore del copista sfuggisse alla giudiziosa correzione di
Grozio.
[751] Il luogo è tuttavia detto Nicopo. Il piccol fiume, sulle cui
sponde era posto, sbocca nel Danubio. Geografia antica, tom. I. p. 307.
[752] Stefan. D'Anville, Byzant. -de Urbibus-, p. 740. Wesseling
-Itinerar.- p. 136. Zonara per un grossolano sbaglio, attribuisce la
fondazione di Filippopoli all'immediato predecessore di Decio.
[753] Ammian. XXX. 5.
[754] Aurelio Vittore, c. 29.
[755] -Victoriae Carpicae-, sopra varie medaglie di Decio, indicano
questi successi.
[756] Claudio (che regnò di poi con tanta gloria) si era posto al passo
delle Termopili con 200 Dardani, 100 cavalli gravi e 160 leggieri, 60
arcieri cretensi, e 1000 bene armate reclute. Vedi una lettera
dell'Imperatore al suo uffiziale nella Stor. Aug. p. 200.
[757] Giornandes, c. 16-18. Zosimo, l. 1 p. 22. Nella relazione generale
di questa guerra è facile scoprire gli opposti pregiudizj dello
Scrittore gotico e del greco. Nella trascuratezza solamente sono simili.
[758] Montesquieu: Grandezza e decadenza dei Romani. Egli illustra la
natura e l'uso dell'ufficio di Censore col suo solito ingegno e con una
precisione non ordinaria.
[759] Vespasiano e Tito furono gli ultimi Censori (Plinio Stor. Nat. VII
49. Censorino -de Die natali-.) La modestia di Traiano ricusò un onore,
ch'egli meritava, ed il suo esempio divenne una legge per gli Antonini.
Vedi il Panegirico di Plinio, c. 45 e 60.
[760] Pure, a dispetto di questa esenzione, Pompeo comparve dinanzi a
quel tribunale, durante il suo consolato. L'occasione fu, per vero dire,
e singolare ed onorifica. Plutarco -in Pomp.- p. 630.
[761] Vedi la parlata originale nella Stor. Aug. p. 173, 174.
[762] Ciò potè ingannare Zonara, il quale suppone che Valeriano fosse di
presente dichiarato collega di Decio. l. XII p. 625.
[763] Stor. Aug. p. 174. La risposta dell'Imperatore è omessa.
[764] Simile ai tentativi di Augusto per la riforma dei costumi. Tacit.
Annal. l. III. 24.
[765] Tillemont Stor. degl'Imperatori, tom. III p. 598. Zosimo ed alcuni
dei suoi seguaci confondono il Danubio col Tanai, e mettono il campo di
battaglia nelle pianure della Scizia.
[766] Aurelio Vittore riporta due diverse azioni per la morte dei due
Decj; ma io ho preferito il racconto di Giornandes.
[767] Ho ardito di copiare da Tacito (Ann. I 64) la descrizione di
simile combattimento tra un esercito romano ed una tribù di Germani.
[768] Giornandes c. 18. Zosimo l. I p. 22. Zonara I. XII p. 629 Aurelio
Vittore.
[769] I Decj furono uccisi prima dell'anno dugento cinquantuno, poichè i
nuovi Principi presero il possesso del Consolato nelle seguenti calende
di Gennaio.
[770] La Storia Augusta (p. 223.) assegna ad essi un posto molto
onorevole tra il piccolo numero dei buoni Imperatori i quali regnarono
tra Augusto e Diocleziano.
[771] -Haec ubi Patres comperere.... decernunt. Victor in Caesarib.-
[772] Zonara l. XII, p. 628.
[773] Una -Sella-, una -Toga-, una -Patera- di oro di cinque libbre di
peso, furono accettate con piacere e con gratitudine dal ricco Re
dell'Egitto (Liv. XXVII. 4.) -Quina millia aeris-, peso di rame del
valore di circa 36 zecchini, era il solito presente fatto agli
ambasciatori stranieri. Livio, XXI, 9.
[774] Vedi la fermezza d'un Generale romano fino al tempo di Alessandro
Severo nell'-Excerpta legationum-, p. 25. Ediz. del Louvre.
[775] Per la peste Vedi Giornandes, c. 19, e Vittore in -Caesaribus-.
[776] Queste improbabili accuse sono allegate da Zosimo l. I p. 23 24.
[777] Giornandes, c. 19. Il Gotico Scrittore almeno osservò la pace, che
i suoi compatriotti aveano giurata a Gallo.
[778] Zosimo l. I. p. 25, 26.
[779] Vittore -in Caesaribus-.
[780] Zonara, l. XII. 628.
[781] Banduri -Numismata- p. 94.
[782] Eutropio, l. IX c. 6 dice -tertio mense-. Eusebio omette questo
Imperatore.
[783] Zosimo (l. I. 28) Eutropio e Vittore, pongono l'esercito di
Valeriano nella Rezia.
[784] Avea quasi sessant'anni quando salì sul trono, o, come è più
probabile, quando morì. Stor. Aug. p. 173. Tillemont Stor. degl'Imperat.
tom. III p. 893, not. 1.
[785] -Inimicus tyrannorum.- Stor. Aug. p. 173. Nella gloriosa guerra
del Senato contro Massimino Valeriano, si condusse con molto valore.
Stor. Aug. p. 156.
[786] Secondo la distinzione di Vittore, sembra ch'egli avesse ricevuto
il titolo d'-Imperator- dall'armata e quello di -Augustus- dal Senato.
[787] Da Vittore e dalle medaglie, Tillemont (tom. III p. 710) molto
giustamente inferisce, che fosse Gallieno associato all'Impero verso il
mese di Agosto dell'anno 253.
[788] Diversi sistemi sono stati immaginati por ispiegare un passo
difficile di Gregorio di Tours l. II, c. 9.
[789] Il Geografo di Ravenna, L. II, facendo menzione della
-Mauringania- su i confini della Danimarca, come dell'antica sede de'
Franchi, dette origine ad un ingegnoso sistema di Leibnitz.
[790] Vedi Cluver. -Germania Antiqua- l. III, c. 20 e Freret nelle
Memorie dell'Accademia delle iscrizioni, Tom. XVIII.
[791] Molto probabilmente sotto il regno di Gordiano, per una
accidentale circostanza pienamente discussa da Tillemont, tom. III, p.
710, 1181.
[792] Plinio Stor. Nat. XVII. I panegiristi frequentemente alludono alle
paludi dei Franchi.
[793] Tacit. German. c. 30, 7.
[794] Nei tempi susseguenti vengono all'occasione ricordati molti di
questi vecchi nomi. Vedine alcuni vestigj in Cluver. -Germ. Antiq.- L.
III.
[795] Simler -de Republ. Helvet. cum notis Fuselin-.
[796] Zosimo l. I, p. 27.
[797] M. de Brequigny (nelle memorie dell'Accademia, tom. XXX) ci ha
dato una molto curiosa vita di Postumo. Una serie della Storia Augusta,
per mezzo di medaglie ed iscrizioni, è stata più di una volta
progettata, e ve n'è tuttavia gran bisogno.
[798] Aurel. Vittore, c. 33. Invece di -pene direpto- il senso e
l'espressione esigono -deleto-, benchè veramente, per diverse ragioni è
ugualmente difficile correggere il testo dei migliori scrittori, che
quel dei peggiori.
[799] Al tempo di Ausonio, sul fine del quarto secolo, Ilerda o Lerida
era in uno stato molto rovinoso, (Ausonio, -Epist.- XXV, 58) che
probabilmente era la conseguenza di questa invasione.
[800] Si è perciò Valesio ingannato supponendo che i Franchi invadessero
la Spagna per mare.
[801] Aurel. Vittore, Eutrop. XX, 6.
[802] Tacit. German. 38.
[803] Cluver. -German. Antiq.- III 15.
[804] -Sic Suevi a caeteris Germanis, sic Suevorum ingenui a servis
separantur.- Orgogliosa separazione.
[805] -Caesar in Bello Gallico.- IV, 7.
[806] Vittore in Caracal. Dione Cassio. LXVII p. 1350.
[807] Questa etimologia, molto diversa da quelle che divertono
l'immaginazione dei dotti, è conservata da Asinio Quadrato, Storico
originale, citato da Agatia, I c. 5.
[808] Gli Svevi impegnarono Cesare in questa maniera, e le loro
operazioni meritarono l'approvazione del vincitore.
[809] Stor. Aug. p. 215, 216. Dexippo nell'-Excerpta Legationum-, p. 8.
Hieronym. Cron. Orosio VII 22.
[810] Zosimo l. I, p. 34.
[811] Aurel. Vittore in Gallieno e Probo. I suoi lamenti sperano un
insolito ardore di libertà.
[812] Zonara, l. XII p. 631.
[813] Uno dei Vittori lo chiama Re dei Marcomanni, l'altro dei Germani.
[814] Vedi Tillemont Stor. degl'Imperat. tom. 3 pag. 398, ec.
[815] Vedi le vite di Claudio, Aureliano e Probo nella Storia Augusta.
[816] È quasi una mezza lega in larghezza. Storia genealogica dei
Tartari, p. 598.
[817] Vedi M. de Peyssonel, ch'era stato Console francese a Caffa, nelle
sue Osservazioni sui Popoli barbari, che hanno abitato sulle rive del
Danubio.
[818] Euripide nell'Ifigenia in Tauride.
[819] Strabone l. VII p. 309. I primi Re del Bosforo furono alleati di
Atene.
[820] Appiano in Mitridate.
[821] Fu soggiogato dalle armi di Agrippa. Orosio VI, 21. Eutropio VII,
9. I Romani una volta s'innoltrarono dentro, a tre giornate di marcia
dal Tanai. Tacit. Annal. XII 17.
[822] Vedi il -Toxaris- di Luciano, se diamo fede alla sincerità, ed
alla virtù dello Scita, che riferisce una gran guerra della sua nazione
contro i Re del Bosforo.
[823] Zosimo, l. I. p. 28.
[824] Strabone, l. XI. Tacito, Stor. III. 47. Si nominavano -Camarae-.
[825] Vedi una descrizione molto naturale della navigazione dell'Eusino
nella XVI lettera di Tournefort.
[826] Arriano pone la guarnigione di frontiera a Dioscurias, o
Sebastopoli, quarantaquattro miglia all'oriente di Pizio. La guarnigione
di Fasi era al suo tempo composta di soli quattrocento pedoni. Vedi il
Periplo dell'Eusino.
[827] Zosimo, l. I p. 30.
[828] Arriano (-in Periplo Maris Euxini- p. 130) assegna la distanza di
2610 stadj.
[829] Senofonte, Anabasis l. IV, p. 348. Ediz. Hutchinson.
[830] Arriano, p. 129. L'osservazione generale è di Tournefort.
[831] Vedi un'epistola di Gregorio Taumaturgo Vescovo di Neocesarea,
citato da Mascovio. V, 37.
[832] Zosimo l. I, p. 32 33.
[833] Itiner. Hierosolym. 572. Vesseling.
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