saccheggiare un ricco tempio sulla foce del fiume Fasi. Trebisonda, celebrata nella ritirata dei diecimila come una antica colonia di Greci[829], dovea la sua opulenza ed il suo splendore alla munificenza dell'Imperatore Adriano, che aveva costruito un porto artificiale sopra una costa, lasciata dalla natura priva di sicuri ricoveri[830]. Era la città vasta e popolata; un doppio recinto di mura parea sfidare il furore dei Goti, e la solita guarnigione era stata rinforzata con l'aumento di diecimila uomini. Ma non vi è alcun vantaggio capace di supplire alla mancanza della disciplina e della vigilanza. La numerosa guarnigione di Trebisonda, corrotta dagli stravizzi e dal lusso, non si curò di difendere le inespugnabili sue fortificazioni. Presto conobbero i Goti l'estrema negligenza degli assediati, eressero un'alta catasta di fascino, montarono sulle mura nel silenzio della notte, ed entrarono in quella indifesa città colla spada sguainata. Fu trucidato il popolo tutto, mentre gli spaventati soldati fuggivano per le opposte porte. Furono nella general distruzione involti i tempj più sacri, ed i più illustri edifizj. Il bottino che cadde nelle mani del Goti fu immenso. Le ricchezze degli adiacenti paesi erano state depositate in Trebisonda, come in luogo sicuro. Incredibile fu il numero degli schiavi fatti dai Barbari vittoriosi, i quali scorsero senza opposizione per l'estesa provincia del Ponto[831]. Le ricche spoglie di Trebisonda riempirono una moltitudine di vascelli trovati nel porto. La robusta gioventù della costa marittima fu incatenata al remo; ed i Goti, soddisfatti del successo della lor prima navale spedizione, ritornarono trionfanti ai loro nuovi stabilimenti nel regno del Bosforo[832]. La seconda spedizione dei Goti fu intrapresa con forze maggiori di uomini e di vascelli; ma tennero essi un corso diverso, e disprezzando le devastate province del Ponto, costeggiarono il lido occidentale dell'Eusino, passarono dinanzi alle larghe foci del Boristene, del Niester, e del Danubio, ed aumentando la lor flotta colla presa di molte barche di pescatori, si accostarono all'angusto canale, per cui l'Eusino versa le sue acque nel Mediterraneo, e divide i continenti dell'Europa e dell'Asia. Era la guarnigione di Calcedonia accampata vicino al tempio di Giove Urio sopra un promontorio, che dominava l'ingresso dello stretto, e questo corpo di truppe superava l'armata Gotica, tanto piccolo era il numero di quei barbarici e sì temuti invasori, ma nel numero solamente la superava. Abbandonarono queste truppe precipitosamente il vantaggioso lor posto, lasciando alla discrezione dei conquistatori la città di Calcedonia, di armi e di ricchezze la più copiosamente provvista. Mentre dubitavano i Goti se preferir dovessero, il mare alla terra, l'Europa all'Asia, per teatro delle loro ostilità, un perfido fuggitivo indicò Nicomedia, già capitale dei Re della Bitinia, come ricca e facil conquista. Guidò egli la marcia, che fu di sole sessanta miglia dal campo di Calcedonia, diresse l'irresistibile assalto[833], e a parte fu del bottino; giacchè aveano i Goti acquistata bastante politica per ricompensare un traditore, che detestavano. Nice, Prusa, Apamea, Cio, città emule un tempo, o imitatrici dello splendore di Nicomedia, furono involte nella stessa calamità, che in poche settimane infierì senza contrasto alcuno in tutta la provincia della Bitinia. Trecento anni di pace, goduti dai molli abitatori dell'Asia, avevano abolito l'esercizio delle armi, ed allontanato il timor del pericolo. Si lasciavano cadere le antiche mura, e tutta l'entrata delle più opulenti città si riservava per la costruzione dei Bagni, dei Tempi, e dei Teatri[834]. Quando la città di Cizico resistè a' più grandi sforzi di Mitridate[835], si distingueva per le savie sue leggi, per una forza navale di dugento galere, e per tre arsenali d'armi, di macchine militari, e di grano[836]. Era essa tuttavia la sede dell'opulenza e del lusso; ma niente più le restava dell'antica sua forza che la situazione in una piccola isola della Propontide, unita con due ponti solamente al continente dell'Asia. Dopo il sacco di Prusa, si avanzarono i Goti a diciotto miglia da quella città[837], già da loro destinata alla distruzione; ma un fortunato accidente differì la rovina di Cizico. Era la stagione piovosa, ed il lago Apolloniate, ricetto di tutte le acque del monte Olimpo, crebbe ad un'insolita altezza. Il piccolo Rindaco, che scaturisce dal lago, divenne, gonfiando, un ampio e rapido fiume, ed arrestò il progresso dei Goti. La loro ritirata nella marittima città di Eraclea, dov'era probabilmente la flotta, fu accompagnata da un lungo treno di carri carichi delle spoglie della Bitinia, e segnata dalle fiamme di Nice e di Nicomedia da loro per diletto incendiate[838]. Si riportano alcuni oscuri argomenti di una incerta battaglia, che assicurò la loro ritirata[839]. Ma una piena vittoria ancora stata sarebbe di poco vantaggio, giacchè l'avvicinamento dell'equinozio autunnale intimava ad essi di affrettare il ritorno. Il navigare nell'Eusino avanti il mese di Maggio, o dopo quel di settembre, è stimato dai Turchi moderni come il più certo esempio di temerità o di pazzia[840]. Quando siamo informati che la terza flotta, equipaggiata dai Goti nei porti del Bosforo, consisteva in cinquecento vele[841], la nostra pronta immaginazione calcola in un istante e moltiplica il formidabile armamento; ma assicurati dal giudizioso Strabone[842] che le navi piratiche usate dai Barbari del Ponto e della Scizia Minore, non erano capaci di contenere più di venticinque o trenta uomini, possiamo con certezza affermare, che quindicimila guerrieri al più s'imbarcarono in quella grande spedizione. Non soffrendo di star confinati nell'Eusino, diressero il distruttivo lor corso dal Bosforo Cimmerio al Bosforo Tracio. Erano giunti quasi alla metà degli stretti, quando ne furono improvvisamente respinti indietro all'ingresso; finchè levatosi nel giorno seguente favorevole il vento, li portò in poche ore nel placido mare, o piuttosto lago della Propontide. Prendendo terra nella piccola isola di Cizico, ne rovinarono l'antica ed illustre città. Di là uscendo di nuovo per l'angusto passo dell'Ellesponto, proseguirono la tortuosa loro navigazione tra le numerose isole sparse sull'Arcipelago ossia Mare Egeo. L'assistenza dei prigionieri e dei disertori debb'essere stata ben necessaria per condurre i loro vascelli, e dirigere le varie loro incursioni, tanto sulle coste della Grecia, quanto su quelle dell'Asia. Finalmente la gotica flotta si ancorò nel Pireo, cinque miglia distante da Atene[843], che aveva tentato di fare alcuni preparativi per una vigorosa difesa. Cleodamo, uno degl'ingegneri impiegati per ordine dell'Imperatore a fortificare le città marittime contro i Goti, aveva già principiato a riparare le antiche mura, cominciate a cadere fino dal tempo di Silla. Inutili furono gli sforzi della sua abilità, e quei Barbari divennero padroni della sede natia delle Muse e delle Arti. Ma mentre i conquistatori si abbandonavano alla licenza del saccheggio ed alla intemperanza, la flotta loro, che stava con poca guardia nel porto, fu inaspettatamente assalita dal valoroso Dexippo, che fuggendo coll'ingegnere Cleodamo dal sacco di Atene, adunò in fretta una banda di volontarj contadini e soldati, e vendicò in qualche modo la calamità della sua patria[844]. Ma questa impresa, per quanto lustro gettar potesse sul decadente secolo di Atene, servì piuttosto ad irritare, che a sottomettere l'intrepido coraggio de' settentrionali invasori. Un generale incendio si accese nel tempo stesso in ogni distretto della Grecia. Tebe ed Argo, Corinto e Sparta, che avean fatte altre volte sì memorabili guerre fra loro, non poterono allora mettere in campo un esercito, o difendere neppure le rovinate loro fortificazioni. Il furor della guerra, e per terra e per mare, si stese dalla punta orientale di Sunio fino alla costa occidentale dell'Epiro. Si erano già i Goti innoltrati alla vista dell'Italia, quando l'avvicinamento di un così imminente pericolo risvegliò l'indolente Gallieno dal voluttuoso suo sonno. Comparve armato l'Imperatore; e sembra che la sua presenza reprimesse l'ardore, e dividesse la forza dei nemici. Naulobato, un capo degli Eruli, accettò un'onorevole capitolazione, entrò con un numeroso corpo de' suoi concittadini al servizio di Roma, e fu rivestito cogli ornamenti della Consolar dignità, non mai per l'avanti profanati dalle mani di un Barbaro[845]. Un gran numero di Goti, disgustati dai pericoli e dai travagli di un tedioso viaggio, fecero irruzione nella Mesia con disegno di aprirsi a forza il passo sul Danubio a' loro stabilimenti nell'Ucrania. L'ardito tentativo sarebbe stato seguito da una inevitabile distruzione, se la dissensione dei Generali romani non avesse risparmiato i Barbari a spese della causa comune[846]. Il picciol resto di quell'esercito distruggitore ritornò a bordo de' suoi vascelli; e rifacendo la strada per l'Ellesponto e pel Bosforo, devastò in passando i lidi di Troia, la cui fama resa immortale da Omero sopravviverà probabilmente alla memoria delle conquiste dei Goti. Appena ch'e' si trovarono sicuri in seno all'Eusino, presero terra ad Anchiale nella Tracia, vicino alle falde del monte Emo; e dopo tutte le loro fatiche, si sollevarono coll'uso di quelle salubri e piacevoli terme. Nè rimaneva del loro viaggio che una corta e facile navigazione[847]. Tali furono le varie vicende di questa terza, e loro maggior impresa navale. Sembra difficile a concepire, come un corpo, in principio di quindicimila guerrieri, potesse sostenere le perdite e le divisioni di una impresa sì ardita. Ma a misura che il loro numero veniva a poco a poco diminuito dalla spada, dai naufragi, e dall'influenza di un clima caldo, era continuamente rinnovato dalle truppe di banditi e di disertori, che concorrevano sotto l'insegna del saccheggio, e da una turma di schiavi fuggitivi, spesso di estrazione germana o sarmatica, che ansiosamente prendevano la gloriosa opportunità di rompere i loro ferri e di vendicarsi. In queste spedizioni, la gotica nazione pretese d'avere avuta una maggior parte nell'onore e nel pericolo: ma le tribù, che combatterono sotto le gotiche insegne, sono talvolta distinte e talvolta confuse nelle imperfette Storie di quel secolo; e siccome le barbare flotte uscir parvero dalla foce del Tanai, così fu spesso data a quella mista moltitudine[848] la vaga e familiare denominazione di Sciti. Nelle generali calamità del Genere Umano la morte di un individuo, quantosivoglia illustre, o la rovina di un edifizio, quantosivoglia famoso, si trapassano con una indolente non curanza. Non possiamo per altro obbliare che il Tempio di Diana in Efeso, dopo essere risorto con maggiore splendidezza da sette successivi infortunj[849], fu in fine bruciato dai Goti nella terza loro navale invasione. Le arti della Grecia, e l'opulenza dell'Asia si erano unite ad erigere quella sacra e magnifica fabbrica. Centoventisette colonne di marmo d'ordine ionico la sostenevano. Erano tutte doni dei devoti Monarchi, ed aveano ciascuna sessanta piedi di altezza. L'altare era adorno delle maestrevoli sculture di Prassitele, che forse dalle favorite leggende del luogo aveva scelto a rappresentarvi i divini figliuoli di Latona, il nascondimento di Apollo dopo la strage dei Ciclopi, e la clemenza di Bacco verso le vinte Amazzoni[850]. La lunghezza per altro del Tempio di Efeso era solamente di quattrocentoventicinque piedi; quasi due terzi di quella, che ha la Chiesa di S. Pietro in Roma[851]. Nelle altre dimensioni era ancor più inferiore a questa sublime produzione della moderna architettura. Le distese braccia di una Croce Cristiana richiedono un'ampiezza assai maggiore dei bislunghi Tempj dei Pagani; e i più arditi artisti dell'antichità stati sarieno atterriti dalla proposizione d'innalzare in aria una cupola della grandezza e delle proporzioni del Panteon. Era per altro il Tempio di Diana riguardato come una delle maraviglie del Mondo. Ne aveano i successivi Imperj dei Persiani, dei Macedoni e dei Romani venerata la santità, ed arricchito lo splendore[852]. Ma i barbari selvaggi del Baltico, privi di gusto per le belle arti, disprezzavano gl'ideali terrori di una straniera superstizione[853]. Si riferisce un'altra circostanza di queste invasioni, che potrebbe meritare la nostra attenzione, se non si potesse giustamente supporre che sia bizzarro pensiero di un recente sofista. Dicesi che nel sacco di Atene i Goti aveano ammassate tutte le librerie, ed erano sul punto d'incendiare questa funerea mole della greca letteratura, se uno dei loro Capi, più raffinato politico, non gli avesse dissuasi da quel disegno, per la sottil riflessione, che fin che i Greci fossero addetti allo studio dei libri, non mai si applicherebbero all'esercizio delle armi[854]. Il sagace consigliere (se pur vero è il fatto) ragionava qual Barbaro ignorante. Tra le più culte e potenti nazioni il genio in ogni genere si è sviluppato intorno la stessa epoca; ed il secolo della scienza è generalmente stato il secolo del valore e della militare fortuna. IV. I nuovi Sovrani della Persia, Artaserse ed il suo figliuolo Sapore, aveano trionfato, come abbiamo già detto, della famiglia di Arsace. Dei tanti Principi di quell'antica stirpe, il solo Cosroe, Re di Armenia, avea conservato e la vita e l'indipendenza. Ei si difese con la natural forza del suo paese, col perpetuo concorso dei fuggitivi e dei malcontenti, con l'alleanza dei Romani, e sopra tutto col suo proprio coraggio. Invincibile nelle armi, in una guerra di trent'anni, egli fu in ultimo assassinato dagli emissarj di Sapore Re di Persia. I patriotici Satrapi dell'Armenia, che sostenevano la libertà e lo splendore del trono, implorarono la protezione di Roma in favore di Tiridate legittimo erede. Ma il figliuolo di Cosroe era un ragazzo; erano gli alleati lontani, ed il Monarca Persiano si avanzava verso la frontiera conducendo insuperabili forze. Il giovane Tiridate, futura speranza della sua patria, fu salvato dalla fedeltà di un servo, e l'Armenia rimase per quasi ventisette anni una ricalcitrante provincia della gran Monarchia persiana[855]. Insuperbito da questa facile conquista, ed affidato alla depravazione dei Romani, Sapore obbligò le forti guarnigioni di Carre e di Nisibi ad arrendersi, e sparse la devastazione e il terrore dall'una e dall'altra parte dell'Eufrate. [A. D. 260] La perdita di una frontiera importante, la rovina di un fido e naturale alleato, ed il rapido successo dell'ambizione di Sapore, fecero profondamente sentire a Roma l'insulto, ed il pericolo. Valeriano confidò che la vigilanza dei suoi Generali provvederebbe bastantemente alla sicurezza del Danubio o del Reno; ma si risolse, non ostante l'avanzata sua età, di marciare in persona a difender l'Eufrate. Nel suo passaggio per l'Asia minore, furono sospese le navali imprese dei Goti, e la desolata provincia godè una calma passeggiera e fallace. Passò egli l'Eufrate, incontrò il Monarca persiano vicino alle mura di Edessa, fu vinto e fatto prigioniero da Sapore. Le particolarità di questo grande avvenimento sono oscuramente e imperfettamente riferite; ma dal barlume, che ne abbiamo, si può scoprire per parte del romano Imperatore una lunga serie d'imprudenze, d'errori, e di meritate sventure. Pose egli l'intera sua fiducia in Macriano suo Prefetto del Pretorio[856]. Questo indegno Ministro rendè il suo Sovrano formidabile solamente agli oppressi sudditi, e disprezzabile ai nemici di Roma[857]. Pe' deboli o scellerati consigli di lui fu l'esercito imperiale ridotto in una situazione, nella quale inutili erano ugualmente il valore e il saper militare[858]. I Romani, vigorosamente tentando di aprirsi la strada a traverso l'oste persiana, furono respinti con grande strage[859]; e Sapore, che circondava il campo con truppe superiori, pazientemente aspettò che il crescente furor della fame e della peste gli avesse assicurata la vittoria. Il licenzioso mormorar delle legioni accusò ben tosto Valeriano come cagione delle loro calamità; i loro sediziosi clamori dimandarono una pronta capitolazione. Venne offerta immensa somma d'oro per comprare la permissione di una vergognosa ritirata. Ma conoscendo il Persiano la propria superiorità, ricusò con disprezzo il danaro; e ritenendo i Deputati, si avanzò in ordine di battaglia ai piedi delle trinciere romane, o chiese una personale conferenza con l'Imperatore medesimo. Fu Valeriano ridotto alla necessità di affidare alla parola di un nemico la sua dignità e la sua vita. Finì la conferenza come si dovea naturalmente aspettare. L'Imperatore venne fatto prigioniero, e le truppe atterrite deposero le armi[860]. In un tal momento di trionfo, l'ambizione e la politica di Sapore lo mossero a porre sul trono vacante un successore affatto dipendente dal suo volere. Ciriade, oscuro fuggitivo di Antiochia, imbrattato di tutti i vizj, fu scelto per disonorare la romana porpora; e dovè, benchè di mala voglia, il prigioniero esercito ratificare con le acclamazioni la volontà del vincitore persiano[861]. Lo schiavo imperiale fu premuroso d'assicurarsi il favore del suo padrone con un atto di tradimento verso la patria. Passò con Sapore l'Eufrate, e lo condusse per la via di Calcide alla Metropoli dell'Oriente. Così rapidi furono i movimenti della persiana cavalleria, che se creder si deve ad un assai giudizioso Istorico[862], la città di Antiochia fu sorpresa in tempo che l'oziosa moltitudine era tutta intenta ai divertimenti del teatro. I magnifici edifizj di Antiochia, sì privati che pubblici, furono o saccheggiati o distrutti, ed i numerosi abitatori o caddero trucidati o vennero condotti in ischiavitù[863]. La risolutezza del gran Sacerdote di Emesa fece argine per un momento al torrente di quella devastazione. Adorno delle vesti sacerdotali, comparve alla testa di un numeroso corpo di fanatici contadini, armati solamente di fionde, e difese il suo Dio e il suo dominio contro le sacrileghe mani dei seguaci di Zoroastro[864]. Ma la rovina di Tarso, e di molte altre città è una trista prova, che (tranne questo sol caso) la conquista della Siria e della Cilicia appena interruppe il progresso dell'armi persiane. Erano abbandonati i vantaggiosi angusti passi del monte Tauro, nei quali un invasore, la cui principale forza consisteva nella cavalleria, si sarebbe trovato impegnato in un combattimento assai diseguale, e si lasciò che Sapore assediasse Cesarea, capitale della Cappadocia; città la quale, benchè di secondo ordine, si supponeva che contenesse quattrocentomila abitanti. Era Demostene comandante della piazza, non tanto per commissione dell'Imperatore, quanto per la volontaria difesa della sua patria. Egli allontanò per molto tempo il fato della medesima, e quando finalmente Cesarea fu tradita dalla perfidia di un medico, egli si aprì col ferro la strada a traverso i Persiani, che aveano ordine di usare le maggiori diligenze per prenderlo vivo. Questo eroico comandante fuggì il potere di un nemico, che avrebbe onorato o punito il suo ostinato valore; ma molte migliaia de' suoi concittadini perirono involte in una generale strage, e Sapore viene accusato di avere trattati i suoi prigionieri con una capricciosa ed insaziabile crudeltà[865]. Molto dovrebbe certamente accordarsi all'animosità nazionale, molto alla superbia umiliata, ed alla impotente vendetta; ma è certo soprattutto che lo stesso Principe, che aveva nell'Armenia spiegato il dolce carattere di legislatore, si mostrò ai Romani sotto il feroce aspetto di conquistatore. Disperando egli di fare alcuno stabilimento permanente nell'Impero, procurò solamente di lasciar dietro a se una devastata solitudine, mentre trasportava nella Persia il popolo e le ricchezze delle province[866]. Nel tempo che l'Oriente tremava al nome di Sapore, questi ricevè un dono non indegno dei Re più grandi, un lungo seguito di cammelli, carichi delle più rare e preziose mercanzie. La ricca offerta era accompagnata da una rispettosa, ma non servil lettera di Odenato, uno dei più nobili ed opulenti Senatori di Palmira. «Chi è questo Odenato» (disse il superbo vincitore, e comandò che fossero i doni gettati nell'Eufrate) «che così insolentemente ardisce di scrivere al suo Signore? S'egli spera addolcire il suo castigo, cada con le mani legate dietro le spalle prostrato a' piedi del nostro trono. S'egli indugia un momento, la distruzione si spargerà prontamente sulla sua testa, sull'intera sua stirpe e sulla sua patria»[867]. La disperata estremità, alla quale fu il Palmireno ridotto, mise in azione tutte le ascose potenze del suo spirito. Andò egli incontro a Sapore, ma con le armi, in mano. Comunicando il suo coraggio ad un piccolo esercito, raccolto dai villaggi della Siria[868], e dalle tende del deserto[869], si aggirò intorno all'oste persiana, l'affaticò nella ritirata, portò via parte del tesoro, e ciò ch'era più caro di ogni tesoro, molte donne del gran Re, il quale alla fine fu obbligato di ripassare l'Eufrate con qualche segno di fretta e di confusione[870]. Con questa impresa Odenato gettò i fondamenti della sua futura gloria e grandezza. La maestà di Roma, oppressa da un Persiano, fu sostenuta da un Soriano od Arabo di Palmira. La voce della Storia, che spesso altro non è che l'organo dell'odio o dell'adulazione, rimprovera a Sapore un altiero abuso dei diritti della vittoria. Dicesi che Valeriano, incatenato ma rivestito della porpora imperiale, venne esposto alla moltitudine per un costante spettacolo di caduta grandezza, e che qualora il persiano Monarca montava a cavallo, posava il piede sul collo dell'Imperatore romano. Malgrado tutte le rimostranze de' suoi alleati, che reiteratamente l'avvertivano di rammentarsi le vicende della fortuna, di temere la risorgente potenza di Roma, o di servirsi dell'illustre suo prigioniero per pegno della pace e non per oggetto d'insulto, Sapore sempre rimase inflessibile. Dopo che Valeriano succumbè sotto il peso della vergogna e del dolore, la sua pelle impagliata a somiglianza di corpo umano fu conservata per varj secoli nel più illustre tempio della Persia; monumento più reale di trionfo, che gl'immaginarj trofei di bronzo e di marmo sì spesso eretti dalla vanità dei Romani[871]. Il racconto è morale e patetico, ma ne può essere facilmente messa in dubbio la verità. Le lettere, tuttora esistenti, dei Principi dell'Oriente a Sapore, sono manifeste imposture[872]; e non è naturale il supporre, che un geloso Monarca volesse (anche nella persona di un rivale) avvilire così pubblicamente la Maestà Reale. Qualunque trattamento però si fosse provato dall'infelice Valeriano nella Persia, è certo almeno che l'unico romano Imperatore, che mai cadesse nelle mani dei nemici, languì per tutta la sua vita in una prigionia senza speranza. L'Imperatore Gallieno, che aveva lungamente sopportata con impazienza la censoria severità del suo padre e collega, ricevè la nuova delle sciagure di lui con segreto piacere e manifesta indifferenza. «Io ben sapeva,» egli disse «che mio padre era mortale, e giacchè si è mostrato uomo coraggioso, io son soddisfatto.» Mentre Roma deplorava il fato del suo Sovrano, la barbara freddezza del figliuolo di lui fu dai servili cortigiani celebrata come perfetta costanza di un eroe e di uno stoico[873]. È difficile il dipingere il leggiero, vario, ed incostante carattere di Gallieno, ch'esso spiegò senza ritegno, appena divenuto unico possessore dell'Impero. In ogni arte da lui tentata, il vivace suo ingegno lo assicurava del felice successo; e privo essendo di giudizio il suo ingegno, egli ogni arte tentò, fuorchè le sole importanti, della guerra e del governo. Era eccellente in molte curiose, ma inutili scienze, pronto oratore, elegante poeta[874], abile giardiniere, cuoco eccellente, e sprezzabilissimo Principe. Nel tempo che le grandi emergenze dello Stato richiedevano la sua presenza e la sua attenzione, egli s'occupava in discorsi col filosofo Plotino[875], consumava il suo tempo in frivoli o licenziosi piaceri, s'iniziava nei greci misterj, o faceva premure per ottenere un posto nell'Areopago di Atene. La sua profusa magnificenza insultava l'universal povertà; la ridicola solennità de' suoi trionfi faceva più profondamente sentire il pubblico disonore[876]. Egli riceveva con un sorriso indolente le ripetute notizie delle invasioni, delle disfatte, e delle ribellioni; e nominando con affettato disprezzo qualche particolar prodotto della perduta provincia, indolentemente dimandava se Roma sarebbe rovinata perchè più l'Egitto non le fornisse le tele di lino, e la Gallia le stoffe di Arras? Vi furono per altro pochi brevi momenti nella vita di Gallieno, nei quali inasprito da qualche ingiuria recente, comparve subitamente intrepido soldato e tiranno crudele; finchè saziato di sangue o stanco dalla resistenza, ricadeva insensibilmente nella natural placidezza e indolenza del suo carattere[877]. Mentre da tal mano erano sì lentamente tenute le redini del Governo, non è maraviglia, che in ogni provincia si suscitassero in folla gli usurpatori contro il figlio di Valeriano. Fu probabilmente ingegnosa fantasia di paragonare i trenta tiranni di Roma, coi trenta tiranni di Atene, che indusse gli Scrittori della Storia Augusta a scegliere quel famoso numero, che a poco a poco è degenerato in popolare denominazione[878]. Ma è per ogni verso vano e falso il paragone. Qual mai somiglianza può ritrovarsi tra un concilio di trenta persone, che unite opprimevano una sola città, e tra una incerta lista d'indipendenti rivali, che si innalzarono e caddero con irregolar successione, per tutta l'ampiezza di un vasto Impero? Nè può essere il numero dei trenta compito, se non vi s'includono ancora le donne e i fanciulli, che furono onorati col titolo imperiale. Il regno di Gallieno, disordinato come era, produsse soltanto diciannove pretendenti al trono; Ciriade, Macriano, Balista, Odenato, e Zenobia in Oriente; nella Gallia e nelle province occidentali, Postumo, Lolliano, Vittorino e sua madre Vittoria, Mario, e Tetrico; nell'Illirico e nei confini del Danubio, Ingenuo, Regilliano, ed Aureolo; nel Ponto[879], Saturnino; nell'Isauria, Trebelliano; Pisone nella Tessaglia; Valente nell'Acaia; Emiliano nell'Egitto; e Celso nell'Affrica. Chi volesse illustrare gli oscuri monumenti della vita e della morte di ognuno di essi, imprenderebbe un laborioso assunto, nè istruttivo, nè dilettevole. Possiamo contentarci d'investigare alcuni caratteri generali, che più vivamente distinguono le circostanze de' tempi, ed i costumi degli uomini, le loro pretensioni, i loro motivi, il lor fato, e le ruinose conseguenze della loro usurpazione[880]. È noto bastantemente, che l'odioso nome di -tiranno- fu spesso usato dagli antichi per esprimere l'illegittima occupazione del supremo potere, senza alcun rapporto all'abuso di quello. Diversi tra i pretendenti, che spiegarono lo stendardo della ribellione contro l'Imperatore Gallieno, erano illustri modelli di virtù e quasi tutti avevano una riguardevole dose di vigore e di abilità. Il merito avea procurato ad essi il favore di Valeriano, e gli avea gradatamente promossi ai più importanti Governi dell'Impero. I Generali, che presero il titolo di Augusto, erano o rispettati dalle loro truppe per l'esperta loro condotta e severa disciplina, o ammirati pel valore e per la fortuna in guerra, o amati per la loro franchezza e generosità. Il campo della vittoria fu spesso il teatro della loro elezione, e fino l'armaiuolo Mario, il più disprezzabile di tutti i pretendenti alla porpora, fu distinto pel suo intrepido coraggio, per l'incomparabil sua forza, e per la sua rozza onestà[881]. Il suo vile e recente mestiero dava, è vero, un'aria di ridicolezza alla sua elevazione; ma la sua nascita non poteva esser più oscura di quella della maggior parte de' suoi rivali, ch'erano nati da contadini, ed arrolati nell'armata come soldati privati. Nei tempi di confusione ogni genio attivo trova il posto assegnatogli dalla natura: in un generale stato di guerra il merito militare è la via della gloria e della grandezza. De' diciannove tiranni, Tetrico soltanto era Senatore: Pisone solo era nobile. Il sangue di Numa, per ventotto successive generazioni, scorreva nelle vene di Calfurnio Pisone[882], il quale per alleanze di donne pretendeva il diritto di esporre nella sua casa le immagini di Crasso e del gran Pompeo[883]. I suoi antenati erano stati replicatamente decorati di tutti gli onori che largir potea la Repubblica; e fra tutte le antiche famiglie di Roma, la Calfurnia soltanto era sopravvissuta alla tirannia dei Cesari. Le qualità personali di Pisone aggiungevano un nuovo lustro alla sua stirpe. L'usurpatore Valente, per ordine del quale fu ucciso, confessò con profondo rimorso, che un nemico pur anco avrebbe dovuto rispettare la santità di Pisone; e benchè morisse con le armi in mano contro Gallieno, il Senato, con generosa permissione dell'Imperatore, decretò i trionfali ornamenti alla memoria di un così virtuoso ribelle[884]. I Generali di Valeriano erano grati al padre ch'essi stimavano. Disdegnavano però di servire alla lussuriosa indolenza dell'indegno suo figlio. Il trono del Mondo romano non era sostenuto da alcun principio di lealtà; e un tradimento contro un tal Principe, poteva facilmente considerarsi come un atto di patriottismo. Se esaminiamo però con candore la condotta di questi usurpatori, vedremo che furono più spesso indotti alla ribellione dai loro timori, che spinti dall'ambizione. Essi temevano i crudeli sospetti di Gallieno; e paventavano ugualmente la capricciosa violenza delle loro truppe. Se il pericoloso favore dell'esercito gli aveva imprudentemente dichiarati degni della porpora, erano destinati ad una sicura distruzione; e la prudenza stessa li consigliava ad assicurarsi un breve godimento dell'Impero, e piuttosto a tentar la sorte dell'armi, che ad aspettar la mano di un carnefice. Quando il favor de' soldati rivestiva le ripugnanti vittime con le insegne della sovrana autorità, esse talvolta si lagnavano in segreto del vicino lor fato. «Voi avete perduto,» diceva Saturnino nel giorno della sua elevazione, «voi avete perduto un utile Comandante, ed avete fatto un miserabilissimo Imperatore»[885]. I timori di Saturnino furono giustificati dalla replicata esperienza delle rivoluzioni. De' diciannove Tiranni, che insorsero sotto il Regno di Gallieno, non ve ne fu alcuno, che godesse una vita pacifica, o morisse di una morte naturale. Appena erano rivestiti della sanguigna porpora, destavano ne' loro aderenti gli stessi terrori e la stessa ambizione, che avea data occasione alla propria lor ribellione. Circondati da domestiche cospirazioni, da militari sedizioni, e dalla guerra civile, tremavano sull'orlo del precipizio, nel quale, dopo un più lungo o più breve giro di angustie, inevitabilmente cadevano. Questi precarj Monarchi ricevevano però quegli onori, che l'adulazione delle respettive armate e province poteva ad essi concedere; ma la loro pretensione, sul ribellamento fondata non potè mai ottenere la sanzione della legge o della Storia. L'Italia, Roma e il Senato costantemente aderirono alla causa di Gallieno, ed egli solo fu considerato come Serrano dell'Impero. Questo Principe condiscese, per verità, a riconoscere le vittoriose armi di Odenato, che meritò questa onorifica distinzione per la rispettosa condotta da lui sempre tenuta verso il figliuolo di Valeriano. Con generale applauso dei Romani e col consenso di Gallieno, il Senato conferì titolo di Augusto al valoroso Palmireno; e parve affidargli il governo dell'Oriente, da lui già posseduto così indipendentemente, che come successione privata Io lasciò alla illustre sua vedova Zenobia[886]. I rapidi e continui passaggi dalla capanna al trono, e dal trono alla tomba avrebbero potuto divertire un indifferente filosofo; se possibil fosse ad un filosofo di rimanere indifferente in mezzo alle universali calamità del Genere Umano. L'elezione di questi effimeri Imperatori, la potenza, e la morto loro erano ugualmente ruinose pe' loro sudditi e pe' loro aderenti. Il prezzo della fatale loro elevazione era subito pagato alle truppe, con un immenso donativo, tratto dalle viscere di un popolo già spossato. Per virtuoso che fosse il loro carattere, e pure le loro intenzioni, si trovavano essi ridotti alla dura necessità di sostenere la loro usurpazione con frequenti atti di rapina e di crudeltà. Quando essi cadevano, involgevano gli eserciti e le province nella loro caduta. Esiste tuttora un barbaro mandato di Gallieno ad uno de' suoi ministri, dopo la soppressione d'Ingenuo, che presa aveva la porpora nell'Illirico. «Non basta» (dice questo debole, ma inumano Principe) «che voi esterminiate quelli che sono comparsi armati; la sorte di una battaglia avrebbe ugualmente potuto servirmi. I maschi di ogni età devono estirparsi, purchè nell'esecuzione de' ragazzi e de' vecchi voi possiate trovar mezzi per salvare la nostra riputazione. Muoia chiunque ha lasciata cadere una parola, ed ha formato un pensiero cattivo contro di me, contro di me, figlio di Valeriano, padre e fratello di tanti Principi[887]. Ricordatevi che Ingenuo fu fatto Imperatore: lacerate, uccidete, mettete in pezzi. Io vi scrivo di propria mano, e vorrei ispirarvi i miei propri sentimenti»[888]. Mentre le pubbliche forze dello Stato si dissipavano in private contese, le inermi province giacevano esposte ad ogni invasore. I più coraggiosi usurpatori furono sforzati dalla incertezza della lor situazione a concludere ignominiosi trattati col comune inimico, a comprare con gravosi tributi la neutralità o il soccorso dei Barbari, e ad introdurre ostili ed indipendenti nazioni nel centro della romana Monarchia[889]. Tali furono i Barbari e tali i Tiranni, i quali, sotto i regni di Valeriano e di Gallieno, smembrarono le province e ridussero l'Impero all'ultimo grado di disonore e di rovina, dal quale impossibil parea che fosse mai per risorgere. Per quanto poteva la scarsezza de' materiali permettere, abbiamo tentato di esporre con ordine e chiarezza i generali avvenimenti di questo calamitoso periodo. Rimangono ancora alcuni fatti particolari; I. i disordini dalla Sicilia; II. i tumulti di Alessandria; III. la ribellione degli Isaurici, che può servire a mettere in maggior lume l'orrida pittura. I. Ogni qualvolta numerose truppe di banditi, moltiplicati per la fortuna e per l'impunità, pubblicamente sfidano, in vece di eluderla, la giustizia della lor patria, si può sicuramente inferire, che gli ordini più bassi della società sentono l'eccessiva debolezza del Governo, e ne abusano. La situazione della Sicilia la preservava dai Barbari; nè avrebbe quella inerme provincia potuto sostenere un usurpatore. Fu quella, una volta florida e tuttora fertile isola, angustiata da mani più vili. Una licenziosa turma di schiavi e contadini regnò per un tempo sul devastato paese, e rinnovò la memoria delle antiche guerre servili[890]. Le devastazioni, delle quali l'agricoltore era o vittima o complice, debbono aver rovinata l'agricoltura della Sicilia; e siccome i principali beni appartenevano agli opulenti Senatori di Roma, che spesso racchiudevano in una sola tenuta il territorio di una antica Repubblica, non è improbabile che questa privata ingiuria fosse alla Capitale più sensibile di tutte le conquiste de' Goti o de' Persiani. II. La fondazione di Alessandria fu una nobile idea, concepita insieme ed eseguita dal figliuol di Filippo. La bella e regolare forma di quella grande città, inferiore soltanto a Roma, comprendeva una circonferenza di quindici miglia[891]; era popolata da trecentomila abitanti liberi, ed in oltre da un numero almeno uguale di schiavi[892]. Il lucroso commercio della Arabia e dell'India passava pel porto di Alessandria alla Capitale ed alle province dell'Impero. L'ozio vi era ignoto. Erano alcuni impiegati nelle manifatture de' vetri, altri in tessere tele di lino, ed altri in lavorare il papiro. Ogni sesso ed ogni età era occupata ne' lavori d'industria; nè mancavano ai ciechi o agli storpiati occupazioni convenienti alla lor condizione[893]. Ma il popolo di Alessandria, mescuglio di varie nazioni, univa la vanità e l'incostanza de' Greci alla superstizione ed ostinazione degli Egiziani. La più frivola occasione, una passeggiera scarsità di carni o di lenti, l'ommissione di un ordinario saluto, uno sbaglio di precedenza ne' bagni pubblici, od anche una disputa di religione[894] furono sempre bastanti ad accendere una sedizione tra quella numerosa moltitudine, i cui risentimenti erano furiosi ed implacabili[895]. Poscia che, per la prigionia di Valeriano e l'indolenza del suo figliuolo, fu indebolita l'autorità delle leggi, gli Alessandrini si abbandonarono allo sfrenato furore delle proprie passioni, e l'infelice loro patria fu il teatro di una guerra civile, che durò (con poche, corte e sospette tregue) quasi dodici anni[896]. Fu ogni commercio interrotto tra i diversi quartieri dell'afflitta città, ogni contrada macchiata di sangue, ogni forte edifizio convertito in cittadella; nè cessò il tumulto finchè una considerabile porzione di Alessandria non giacque irreparabilmente rovinata. Lo spazioso e magnifico distretto del -Bruchion- co' suoi palazzi, ed il Museo, residenza de' Re e de' filosofi dell'Egitto, viene, quasi un secolo dopo, descritto, come già ridotto al suo presente stato di spaventevole solitudine[897]. III. L'oscura ribellione di Trebelliano, che prese la porpora nella Isauria, piccola provincia dell'Asia minore, ebbe le più strane e memorabili conseguenze. Quel simulacro di sovranità fu presto distrutto da un uffiziale di Gallieno; ma i suoi seguaci disperando del perdono, deliberarono di sciogliersi dalla fedeltà giurata non solo all'Imperatore, ma ancora all'Impero, e improvvisamente ritornarono a' loro selvaggi costumi, de' quali non si erano mai perfettamente spogliati. Le scoscese lor rupi, che parte facevano dell'immenso Tauro, proteggevano l'innacessibil loro ritiro. Dalla coltivazione di alcune fertili valli[898] ricavavano essi il necessario della vita, e gli agi dall'uso della rapina. Nel centro della romana Monarchia, gli Isaurici lungamente continuarono ad essere una nazione di barbari selvaggi. I Principi successivi, inabili a sottometterli con l'armi o con la politica, dovettero confessare la propria debolezza, circondando l'ostile e indipendente cantone con una salda catena di fortificazioni[899], che furono spesso insufficienti a impedire le incursioni di quei domestici nemici. Gl'Isaurici estesero a poco a poco il lor territorio fino alla costa marittima, soggiogarono l'occidentale e montuosa parte della Cilicia, nido un tempo di quegli audaci pirati, contro i quali la Repubblica era stata una volta costretta ad impiegare la sua maggior forza sotto la condotta del gran Pompeo[900]. Il nostro modo di pensare connette sì volentieri l'ordine dell'Universo col destino dell'uomo, che questo tenebroso periodo di storia è stato illustrato con inondazioni, terremoti, straordinarie meteore, soprannaturali caligini, e con una folla di falsi esagerati prodigi[901]. Ma una lunga e generale carestia fu ben più grave calamità. Fu questa l'inevitabile conseguenza della rapina e dell'oppressione, ch'estirpava il prodotto delle raccolte presenti, e la speranza delle future. La carestia vien quasi sempre seguita da mali epidemici, effetto del cibo scarso ed insalubre. Altre cagioni però possono avere contribuito alla furiosa peste, che dall'anno dugentocinquanta all'anno dugentosessantacinque, infierì senza interrompimento in ogni provincia, in ogni città e quasi in ogni famiglia dell'Impero romano. Per qualche tempo morirono giornalmente in Roma cinquemila persone; e rimasero interamente spopolate[902] molte città, ch'erano scampate dalle mani dei Barbari. Abbiamo notizia di un'assai curiosa circostanza, forse non inutile nel malinconico computo delle umane calamità. Si teneva in Alessandria un esatto registro di tutti i cittadini, autorizzati a ricevere la distribuzione del grano. Si trovò che l'antico numero di quelli compresi tra l'età de' quaranta e de' sessant'anni, era stato uguale all'intera somma de' postulanti dai quindici anni fino agli ottanta, che restarono vivi dopo il regno di Gallieno[903]. Applicando questo fatto autentico alle più corrette tavole della mortalità, esso prova evidentemente, ch'era quasi perita la metà del popolo di Alessandria; e se ci potessimo arrischiare ad estendere l'analogia alle altre province, potremmo sospettare che la guerra, la peste e la fame avessero, in pochi anni, consumata la metà del Genere Umano[904]. NOTE: [721] È egli da sospettarsi, che Atene contenesse soltanto ventunmila cittadini, e Sparta non più di trentanovemila? Vedi Hume e Wallace sul numero degli uomini nei tempi antichi e moderni. [722] L'espressione usata da Zosimo e da Zonara può significare, che Marino comandava una centuria, una coorte o una legione. [723] La sua nascita in Bubbalia piccolo villaggio della Pannonia (-Eutrop. IX Vittor. in Caesarib. et Epitom.-) sembra contraddire, se pure non fu puramente accidentale, la sua supposta discendenza dai Decj. Contavano essi seicento anni di nobiltà, ma al principio di quel periodo, erano soltanto plebei di merito, e dei primi che furono a parte del Consolato coi superbi Patrizj: -Plebeiae Deciorum animae-, ec. Giovenale, Sat. VIII 254. Vedi la coraggiosa parlata di Decio in Livio; X 9, 10. [724] Zosimo, l. 1, p. 10; Zonara l. XII, p. 924. -Edit. Louvre-. [725] Vedi le prefazioni di Cassiodoro e di Giornandes. È cosa sorprendente che quest'ultimo fosse omesso nell'eccellente edizione degli Scrittori goti pubblicata da Grozio. [726] Sull'autorità di Ablavio, Giornandes cita alcune antiche croniche dei Goti in versi. -De Rebus Get.- c. 4. [727] Giornandes c. 3. [728] Vedi nei prolegomeni di Grozio diversi lunghi estratti presi da Adamo di Brema, e da Sassone il Gramatico. Il primo scrisse nell'anno 1077, l'ultimo fiorì verso l'anno 1200. [729] Voltaire, Storia di Carlo XII l. III. Quando gli Austriaci desiderarono l'aiuto della Corte di Roma contro Gustavo Adolfo, essi rappresentarono sempre questo conquistatore come il successore diretto di Alarico. Harte Stor. di Gustavo. Vol. II. p. 123. [730] Vedi Adamo di Brema -in Grotii Prolegomenis- p. 104. Il tempio di Upsal fu distrutto da Ingo re di Svezia, che cominciò a regnare nell'anno 1075, e quasi 80 anni dopo fu sulle rovine di quello eretta una Cattedrale cristiana. Vedi Dalin Stor. di Svezia nella Biblioteca ragionata. [731] Mallet, Introduzione alla Storia di Danimarca. [732] Mallet, c. IV p. 65, ha raccolto da Strabone, da Plinio, da Tolomeo e da Stefano Bisantino i vestigi di questa città e del suo popolo. [733] Questa stupenda spedizione di Odino, che deducendo l'inimicizia dei Goti e dei Romani da una causa sì memorabile, potrebbe somministrare il nobile fondamento di un Poema epico, non può sicuramente riceversi come autentica Storia. Secondo il natural senso dell'Edda, e l'interpretazione dei più abili critici, As-gard invece d'indicare una vera città della Sarmazia asiatica, è il nome fittizio della mistica dimora degli Dei, l'Olimpo della Scandinavia, donde si supponeva disceso il Profeta, quando annunziò la sua nuova religione alle nazioni gotiche, già stabilite nelle parti meridionali della Svezia. [734] Tacit. German. c. 44. [735] Tacit. Annal. II, 62. Se si potesse dar ferma credenza alle navigazioni di Pitea di Marsiglia, dovremmo convenire che i Goti aveano passato il Baltico trecento anni almeno avanti Gesù Cristo. [736] Tolomeo l. II. [737] Dalle colonie germaniche, le quali seguivano le armi dei cavalieri Teutonici. La conquista e la conversione della Prussia fu compita da quei venturieri del tredicesimo secolo. [738] Plinio (Stor. Nat. IV 14) e Procopio -in Bello Vandal. l. I. c. I.- s'accordano in questa opinione. Eglino vissero in tempi diversi, ed ebbero diversi mezzi per investigare la verità. [739] Gli Ostrogoti e i Visigoti, che è a dire i Goti orientali ed occidentali, trassero questi nomi dalle originarie lor sedi nella Scandinavia. In tutte le mosse, in tutti gli stabilimenti loro, essi conservarono poi sempre, insieme coi loro nomi, la medesima relativa situazione. Quando si partirono per la prima volta dalla Svezia, tre vascelli contenevano la nascente loro colonia. Il terzo, essendo tardo alla vela, rimase indietro, e quella turma, divenuta poi una nazione, ricevè da questo circostanza il nome di -Gepidi- o sia -infingardi-. Giornandes, c. 17. [740] Vedi un frammento di Pietro Patrizio nell'-Excerpta Legationum-; e riguardo alla probabilità della data, vedi Tillemont. Stor. degli imperat. tom. III. p. 346. [741] -Omnium harum gentium insigne, rotunda scuta, breves gladii et erga reges obsequium. Tacit. German.- c. 43. I Goti probabilmente si procacciarono il loro ferro col commercio dell'ambra. [742] Giornandes, c. 13, 14. [743] Gli Eruli, e gli Uregundi, o Burgundi, sono specialmente menzionati. Ved. Mascovio, Storia dei Germani, l. V. Un passo della Stor. Aug. p. 28 sembra alludere a questa grande emigrazione. La guerra Marcomannica fu in parte cagionata dalla furia delle barbare tribù, che fuggivano dinanzi alle armi dei Barbari più settentrionali. [744] D'Anville, Geografia antica, alla terza parte della incomparabile sua carta dell'Europa. [745] Tacit. German. c. 46. [746] Cluver. Germania Anti. l. III c. 43. [747] I -Venedi-, gli -Havi-, e gli -Antes-, erano le tre gran tribù del medesimo popolo. Giornandes. c. 24. [748] Tacito merita sicuramente questo titolo, e perfino la cauta sua sospensione è una prova delle diligenti ricerche da esso fatte. [749] La Storia Genealogica dei Tartari, p. 593. M. Bell (Vol. II p. 379) traversò l'Ucrania nel suo viaggio da Pietroburgo a Costantinopoli. L'aspetto moderno del paese è una giusta rappresentazione dell'antico, giacchè nelle mani dei Cosacchi rimane tuttavia nello stato di natura. [750] Nel 16 Capit. di Giornandes, in vece di -secundo Maesiam-, possiamo azzardarci a sostituire -secundam-, la seconda Mesia, di cui Marcianopoli era certamente la Capitale. Vedi Ierocle -de Provinciis-, e Wesseling -ad locum- p. 636. -Itinerar.- È sorprendente come questo palpabile errore del copista sfuggisse alla giudiziosa correzione di Grozio. [751] Il luogo è tuttavia detto Nicopo. Il piccol fiume, sulle cui sponde era posto, sbocca nel Danubio. Geografia antica, tom. I. p. 307. [752] Stefan. D'Anville, Byzant. -de Urbibus-, p. 740. Wesseling -Itinerar.- p. 136. Zonara per un grossolano sbaglio, attribuisce la fondazione di Filippopoli all'immediato predecessore di Decio. [753] Ammian. XXX. 5. [754] Aurelio Vittore, c. 29. [755] -Victoriae Carpicae-, sopra varie medaglie di Decio, indicano questi successi. [756] Claudio (che regnò di poi con tanta gloria) si era posto al passo delle Termopili con 200 Dardani, 100 cavalli gravi e 160 leggieri, 60 arcieri cretensi, e 1000 bene armate reclute. Vedi una lettera dell'Imperatore al suo uffiziale nella Stor. Aug. p. 200. [757] Giornandes, c. 16-18. Zosimo, l. 1 p. 22. Nella relazione generale di questa guerra è facile scoprire gli opposti pregiudizj dello Scrittore gotico e del greco. Nella trascuratezza solamente sono simili. [758] Montesquieu: Grandezza e decadenza dei Romani. Egli illustra la natura e l'uso dell'ufficio di Censore col suo solito ingegno e con una precisione non ordinaria. [759] Vespasiano e Tito furono gli ultimi Censori (Plinio Stor. Nat. VII 49. Censorino -de Die natali-.) La modestia di Traiano ricusò un onore, ch'egli meritava, ed il suo esempio divenne una legge per gli Antonini. Vedi il Panegirico di Plinio, c. 45 e 60. [760] Pure, a dispetto di questa esenzione, Pompeo comparve dinanzi a quel tribunale, durante il suo consolato. L'occasione fu, per vero dire, e singolare ed onorifica. Plutarco -in Pomp.- p. 630. [761] Vedi la parlata originale nella Stor. Aug. p. 173, 174. [762] Ciò potè ingannare Zonara, il quale suppone che Valeriano fosse di presente dichiarato collega di Decio. l. XII p. 625. [763] Stor. Aug. p. 174. La risposta dell'Imperatore è omessa. [764] Simile ai tentativi di Augusto per la riforma dei costumi. Tacit. Annal. l. III. 24. [765] Tillemont Stor. degl'Imperatori, tom. III p. 598. Zosimo ed alcuni dei suoi seguaci confondono il Danubio col Tanai, e mettono il campo di battaglia nelle pianure della Scizia. [766] Aurelio Vittore riporta due diverse azioni per la morte dei due Decj; ma io ho preferito il racconto di Giornandes. [767] Ho ardito di copiare da Tacito (Ann. I 64) la descrizione di simile combattimento tra un esercito romano ed una tribù di Germani. [768] Giornandes c. 18. Zosimo l. I p. 22. Zonara I. XII p. 629 Aurelio Vittore. [769] I Decj furono uccisi prima dell'anno dugento cinquantuno, poichè i nuovi Principi presero il possesso del Consolato nelle seguenti calende di Gennaio. [770] La Storia Augusta (p. 223.) assegna ad essi un posto molto onorevole tra il piccolo numero dei buoni Imperatori i quali regnarono tra Augusto e Diocleziano. [771] -Haec ubi Patres comperere.... decernunt. Victor in Caesarib.- [772] Zonara l. XII, p. 628. [773] Una -Sella-, una -Toga-, una -Patera- di oro di cinque libbre di peso, furono accettate con piacere e con gratitudine dal ricco Re dell'Egitto (Liv. XXVII. 4.) -Quina millia aeris-, peso di rame del valore di circa 36 zecchini, era il solito presente fatto agli ambasciatori stranieri. Livio, XXI, 9. [774] Vedi la fermezza d'un Generale romano fino al tempo di Alessandro Severo nell'-Excerpta legationum-, p. 25. Ediz. del Louvre. [775] Per la peste Vedi Giornandes, c. 19, e Vittore in -Caesaribus-. [776] Queste improbabili accuse sono allegate da Zosimo l. I p. 23 24. [777] Giornandes, c. 19. Il Gotico Scrittore almeno osservò la pace, che i suoi compatriotti aveano giurata a Gallo. [778] Zosimo l. I. p. 25, 26. [779] Vittore -in Caesaribus-. [780] Zonara, l. XII. 628. [781] Banduri -Numismata- p. 94. [782] Eutropio, l. IX c. 6 dice -tertio mense-. Eusebio omette questo Imperatore. [783] Zosimo (l. I. 28) Eutropio e Vittore, pongono l'esercito di Valeriano nella Rezia. [784] Avea quasi sessant'anni quando salì sul trono, o, come è più probabile, quando morì. Stor. Aug. p. 173. Tillemont Stor. degl'Imperat. tom. III p. 893, not. 1. [785] -Inimicus tyrannorum.- Stor. Aug. p. 173. Nella gloriosa guerra del Senato contro Massimino Valeriano, si condusse con molto valore. Stor. Aug. p. 156. [786] Secondo la distinzione di Vittore, sembra ch'egli avesse ricevuto il titolo d'-Imperator- dall'armata e quello di -Augustus- dal Senato. [787] Da Vittore e dalle medaglie, Tillemont (tom. III p. 710) molto giustamente inferisce, che fosse Gallieno associato all'Impero verso il mese di Agosto dell'anno 253. [788] Diversi sistemi sono stati immaginati por ispiegare un passo difficile di Gregorio di Tours l. II, c. 9. [789] Il Geografo di Ravenna, L. II, facendo menzione della -Mauringania- su i confini della Danimarca, come dell'antica sede de' Franchi, dette origine ad un ingegnoso sistema di Leibnitz. [790] Vedi Cluver. -Germania Antiqua- l. III, c. 20 e Freret nelle Memorie dell'Accademia delle iscrizioni, Tom. XVIII. [791] Molto probabilmente sotto il regno di Gordiano, per una accidentale circostanza pienamente discussa da Tillemont, tom. III, p. 710, 1181. [792] Plinio Stor. Nat. XVII. I panegiristi frequentemente alludono alle paludi dei Franchi. [793] Tacit. German. c. 30, 7. [794] Nei tempi susseguenti vengono all'occasione ricordati molti di questi vecchi nomi. Vedine alcuni vestigj in Cluver. -Germ. Antiq.- L. III. [795] Simler -de Republ. Helvet. cum notis Fuselin-. [796] Zosimo l. I, p. 27. [797] M. de Brequigny (nelle memorie dell'Accademia, tom. XXX) ci ha dato una molto curiosa vita di Postumo. Una serie della Storia Augusta, per mezzo di medaglie ed iscrizioni, è stata più di una volta progettata, e ve n'è tuttavia gran bisogno. [798] Aurel. Vittore, c. 33. Invece di -pene direpto- il senso e l'espressione esigono -deleto-, benchè veramente, per diverse ragioni è ugualmente difficile correggere il testo dei migliori scrittori, che quel dei peggiori. [799] Al tempo di Ausonio, sul fine del quarto secolo, Ilerda o Lerida era in uno stato molto rovinoso, (Ausonio, -Epist.- XXV, 58) che probabilmente era la conseguenza di questa invasione. [800] Si è perciò Valesio ingannato supponendo che i Franchi invadessero la Spagna per mare. [801] Aurel. Vittore, Eutrop. XX, 6. [802] Tacit. German. 38. [803] Cluver. -German. Antiq.- III 15. [804] -Sic Suevi a caeteris Germanis, sic Suevorum ingenui a servis separantur.- Orgogliosa separazione. [805] -Caesar in Bello Gallico.- IV, 7. [806] Vittore in Caracal. Dione Cassio. LXVII p. 1350. [807] Questa etimologia, molto diversa da quelle che divertono l'immaginazione dei dotti, è conservata da Asinio Quadrato, Storico originale, citato da Agatia, I c. 5. [808] Gli Svevi impegnarono Cesare in questa maniera, e le loro operazioni meritarono l'approvazione del vincitore. [809] Stor. Aug. p. 215, 216. Dexippo nell'-Excerpta Legationum-, p. 8. Hieronym. Cron. Orosio VII 22. [810] Zosimo l. I, p. 34. [811] Aurel. Vittore in Gallieno e Probo. I suoi lamenti sperano un insolito ardore di libertà. [812] Zonara, l. XII p. 631. [813] Uno dei Vittori lo chiama Re dei Marcomanni, l'altro dei Germani. [814] Vedi Tillemont Stor. degl'Imperat. tom. 3 pag. 398, ec. [815] Vedi le vite di Claudio, Aureliano e Probo nella Storia Augusta. [816] È quasi una mezza lega in larghezza. Storia genealogica dei Tartari, p. 598. [817] Vedi M. de Peyssonel, ch'era stato Console francese a Caffa, nelle sue Osservazioni sui Popoli barbari, che hanno abitato sulle rive del Danubio. [818] Euripide nell'Ifigenia in Tauride. [819] Strabone l. VII p. 309. I primi Re del Bosforo furono alleati di Atene. [820] Appiano in Mitridate. [821] Fu soggiogato dalle armi di Agrippa. Orosio VI, 21. Eutropio VII, 9. I Romani una volta s'innoltrarono dentro, a tre giornate di marcia dal Tanai. Tacit. Annal. XII 17. [822] Vedi il -Toxaris- di Luciano, se diamo fede alla sincerità, ed alla virtù dello Scita, che riferisce una gran guerra della sua nazione contro i Re del Bosforo. [823] Zosimo, l. I. p. 28. [824] Strabone, l. XI. Tacito, Stor. III. 47. Si nominavano -Camarae-. [825] Vedi una descrizione molto naturale della navigazione dell'Eusino nella XVI lettera di Tournefort. [826] Arriano pone la guarnigione di frontiera a Dioscurias, o Sebastopoli, quarantaquattro miglia all'oriente di Pizio. La guarnigione di Fasi era al suo tempo composta di soli quattrocento pedoni. Vedi il Periplo dell'Eusino. [827] Zosimo, l. I p. 30. [828] Arriano (-in Periplo Maris Euxini- p. 130) assegna la distanza di 2610 stadj. [829] Senofonte, Anabasis l. IV, p. 348. Ediz. Hutchinson. [830] Arriano, p. 129. L'osservazione generale è di Tournefort. [831] Vedi un'epistola di Gregorio Taumaturgo Vescovo di Neocesarea, citato da Mascovio. V, 37. [832] Zosimo l. I, p. 32 33. [833] Itiner. Hierosolym. 572. Vesseling. . , 1 2 [ ] , 3 ' , 4 , [ ] . 5 ; 6 , 7 ' . 8 . 9 , , 10 . 11 ' , ' 12 , , 13 . 14 , . 15 , 16 . . 17 , 18 . 19 , ' 20 [ ] . 21 . 22 ; , 23 , 24 [ ] . 25 26 27 ; , 28 , 29 ' , , 30 , , 31 , ' , ' 32 , ' 33 ' . 34 , ' 35 , ' , 36 , 37 . 38 , 39 , 40 . , 41 , ' ' , , 42 , 43 , . , 44 , ' 45 [ ] , ; 46 , . , 47 , , , , 48 , , 49 50 . , ' , 51 ' , 52 . , ' 53 , , 54 [ ] . 55 56 ' 57 [ ] , , 58 , ' , 59 , [ ] . ' 60 ; ' 61 , 62 ' . , 63 [ ] , 64 ; . 65 , , 66 , ' . , 67 , , , , 68 . 69 , ' , 70 , 71 [ ] . 72 , 73 [ ] . 74 , ' ' 75 . ' 76 , , 77 [ ] . 78 79 , 80 , [ ] , 81 82 ; [ ] 83 , 84 , 85 , ' 86 . ' , 87 88 . , 89 ' ; 90 , 91 , . 92 93 , ' 94 . ' 95 ' , 96 ' . ' 97 ' 98 , , 99 , ' . 100 , [ ] , 101 . 102 , ' ' 103 , 104 , . 105 , 106 . 107 108 , , , 109 , 110 ' , 111 , 112 [ ] . 113 114 , 115 , , ' 116 ' . 117 . , 118 , , 119 , 120 . , 121 , 122 ' . 123 ' , ' 124 ' . 125 ' ; ' , 126 . , , 127 ' , ' 128 , 129 , ' 130 [ ] . , 131 , 132 ' 133 ' . 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